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LEZIONE DEL 12 MARZO 2020

Fenomeni del consonantismo


Proseguiamo con l’analisi dei fenomeni più rilevanti del consonantismo iniziata ieri.
La numerazione dei fenomeni trattati è progressiva e riprende e continua quella di
ieri. Quindi il primo che trovate oggi è il numero 4 (così li avete in un ordine
sequenziale).

4. Palatalizzazione dell’occlusiva velare


Questo fenomeno è molto antico e interessò la pronuncia del latino fin dal V secolo
d.C. Originariamente la pronuncia della velare sorda [k] (la cosiddetta c dura di
china) e della velare sonora [g] (la cosiddetta g dura di ghiro) era tale
indipendentemente dalla vocale che seguiva.
Insomma CASA o CURA o GŬLA (in cui [k] e [g] erano seguite da A, O e U) si
pronunciavano come MACĔRĀRE, CĬLIŬM o GĔLU (in cui [k] e [g] erano seguite
da E e I).
Nel latino tardo, davanti alle vocali e e i, le velari [k] e [g] si sono palatalizzate in [tʃ]
e in [dʒ] (tanto per intenderci [tʃ] è il suono della c in cialda, e [dʒ] è il suono della g
in giacca). Attratte nell’orbita articolatoria della e e della i, vocali palatali, si sono
trasformate in affricate palatali, rispettivamente sorda e sonora.
Così dal V secolo d.C. la pronuncia di CĬLIŬM è diventata [ˈtʃilјum] e quella di
GĔLU è diventata [ˈdʒɛlu] e quella di MACĔRARE (prima [makeˈrare]) è diventata
[matʃeˈrare]. Il processo ha interessato la velare sorda [k] in posizione sia iniziale
(ciglio) sia interna (macerare) e la velare sonora [g] in posizione iniziale (gelo).
In posizione interna [g], una volta palatalizzata, ha subito altre trasformazioni:
1) in alcuni casi si è intensificata: LĔGIT > legge
2) in altri casi si è dileguata perché assorbita da una I successiva, detta omorganica,
perché pronunciata con gli stessi organi articolatori della consonante precedente (in
entrambi i casi – va ricordato – si tratta di foni palatali: la I è palatale. Vedi ancora
una volta il triangolo vocalico nel file “Foni e fonemi dell’italiano”).
Facciamo un esempio che rappresenti questo processo.
Partiamo dalla base latina SAGĬTTA(M); prima è avvenuta la palatalizzazione della
velare con conseguente pronuncia [saˈdʒitta], poi c’è stato il suo dileguo che ha
determinato SAĬTTA e poi saetta, con regolare trasformazione della Ĭ tonica in e
chiusa.
Così:
SAGĬTTA(M) > [saˈdʒitta] > SAĬTTA > saetta.
(schema a pagina 6 del Power Point ‘Consonantismo-1’).

5. Trattamento di iod iniziale e interno


Cosa sia lo iod l’abbiamo spiegato al paragrafo 2 della lezione del 4 marzo, a cui
rimandiamo.
Quale fosse la vocale successiva, lo iod [ј] si è trasformato o in:
1) un’affricata palatale sonora /dʒ/ in posizione iniziale.
Esempi:
IO(H)ANNES > Giovanni
IŎCARE > giocare
o in:
2) un’affricata palatale sonora intensa /ddʒ/ in posizione intervocalica.
Esempi:
PĔIŌRE(M) > peggiore
MAIŬ(S) > maggio
(schema a pagina 7 del Power Point già citato).
6. Labiovelare
Labiovelare è un fonema costituito da una velare sonora o sorda: [k] e [g], seguita da
una u semiconsonantica [w] (il ‘vau’ ricordate?). Questo secondo fono è prodotto con
una spinta in avanti delle labbra e per questo è detto labiovelare.
Se la velare di cui si compone il nesso è sorda, abbiamo labiovelare sorda: è il
fonema [kw] in cuore, quale, questo.
Se la velare di cui si compone il nesso è sonora, abbiamo labiovelare sonora: è il
fonema [gw] in guardare, guerra, guida.

A questo punto bisognerebbe fare un discorso sui due tipi di labiovelare sorda:
primaria e secondaria.
Molto velocemente: quella primaria esisteva già in latino; quella secondaria invece
no, e si è prodotta nel passaggio dal latino volgare all’italiano.
A proposito della labiovelare sorda primaria. La labiovelare sorda che s’incontra in
parole come quale o quando è primaria perché presente nelle basi latine da cui
derivano (QUALE(M), QUANDO).
A proposito della labiovelare sorda secondaria. La labiovelare sorda che s’incontra in
parole come cuore o qui è secondaria perché non esisteva nel latino classico, ma si è
formata nel passaggio latino volgare > italiano: cuore deriva dal latino volgare
*CŎRE, qui deriva dal latino tardo (ĔC)CŬ(M) (H)ĬC.

Vediamo ora quale trattamento ha subito la labiovelare primaria sorda [kw] nel
passaggio all’italiano. Si distinguono due esiti:
1) se seguita da una A si conserva o si rafforza:
- in posizione iniziale si conserva soltanto: ad esempio QUALE(M) > quale /ˈkwale/
- in posizione intervocalica si conserva e si rafforza: AQUA(M) > acqua /ˈakkwa/
(il rafforzamento della componente velare lo potete vedere dal raddoppiarsi della k
nella resa fonetica del termine);
2) se seguita da una vocale diversa da A, perde la componente labiale [w] e si riduce
alla velare semplice [k]: nelle basi latine, ad esempio, QUĬD o QUARĔRE la
labiovelare primaria si è ridotta a velare semplice, dando luogo alle forme che e
chiedere. La trascrizione fonetica di quest’ultima parola /ˈkjɛdere/ lo fa capire bene in
quanto, come potete vedere, manca il segno di ‘vau’, indice di componente labiale.

Passiamo ora alla labiovelare secondaria. Essa si mantiene intatta quale che sia la
vocale che la segue: [kw] secondaria presente ad esempio nella già citata forma qui (a
cui potremmo aggiungere questo e quello), pur essendo seguita da vocale diversa da
A, non si è ridotta a velare, producendo chi (e chesto e chello), ma si è conservata. Il
fatto è assai istruttivo sia per la storia dell’italiano sia per la differenza tra
quest’ultimo e i dialetti. Quanto appena detto vale per il fiorentino, e quindi per
l’italiano. In altre zone dialettali la labiovelare secondaria si è ridotta a velare
semplice. Pensate a voci meridionali come chesta per ‘questa’ e chilli per ‘quelli’; o
in certe zone del Nord a chi per ‘qui’.

Sin qui abbiamo parlato della labiovelare sorda [kw]. E la labiovelare sonora [gw]?
Nel latino classico era solo interna (mentre quella sorda poteva cadere sia in principio
che dentro la parola). Due esempi:
ANGUILLA
LINGUA
Come potete vedere la labiovelare sonora interna si mantiene quale che sia la vocale
seguente. In ANGUILLA (ed equivalente italiano) [gw] è seguita da I; in LINGUA
(ed equivalente italiano) [gw] è seguita da A.
Eppure tante parole italiane iniziano con labiovelare sonora. Quanto è avvenuto in tal
caso consente – come prima per la differenza tra fiorentino e dialetti - di dare
un’occhiata al di fuori dei ristretti confini della fonetica e di spiare da quest’angolo
l’evolversi della lingua nel confronto con i fatti storici e più ampiamente culturali. Le
parole italiane che iniziano con labiovelare sonora non sono d’origine latina, ma
germanica: è il caso di guardare, guerra, guida che provengono dalle basi
germaniche wardōn, *werra, *wida.

(Un liofilizzato di quanto detto in questo paragrafo è alle pagine 8 e 9 del Power
Point).

7. La sorte della B latina


La B latina:

1) in posizione iniziale o dopo consonante, si è conservata:


BASIŬ(M) > bacio
CARBŌNE(M) > carbone

2) seguita da R, è diventata intensa:


FABRŬ(M) > fabbro
FĔBRE(M) > febbre

3) in posizione intervocalica, si è trasformata in una labiodentale sonora [v]:


FABA(M) > fava
FABŬLA(M) > favola.
In quest’ultimo caso, la B è passata dalla classe delle consonanti occlusive a quella
delle costrittive o spiranti. Per questo motivo si parla di spirantizzazione della
labiale sonora [b] intervocalica.

Un ulteriore sviluppo del terzo caso ha condotto al dileguo della v. Ad esempio


nell’imperfetto dei verbi di seconda e terza coniugazione, accanto alle forme in –eva,
-evano, e in –iva, -ivano (in cui la spirantizzazione dell’occlusiva bilabiale sonora B
latina ha prodotto la labiodentale sonora [v] come in VĬDĒBAT > vedeva o
SĔNTIBAT > sentiva) si sono avute le forme in –ea, -eano e in –ia, -iano (per
esempio vedea, vedeano, sentia, sentiano), caratteristiche della lingua della tradizione
poetica italiana (per cui si rimanda al già citato, nelle scorse lezioni, libro di Luca
Serianni, La lingua poetica italiana. Grammatica e testi). In questi ultimi casi, la
labiodentale sonora intervocalica [v] si è indebolita sino a scomparire.

Sulla sorte della B latina vanno aggiunte ancora due cose:

1) la B intervocalica si è mantenuta nei germanismi. Ad esempio roba < germ.


RAUBA e rubare < germ. RAUBŌN. Il motivo è il seguente: queste parole di
origine germanica sono entrate nel latino volgare quando il fenomeno della
spirantizzazione della –B- non era più attivo;

2) la B intervocalica si è mantenuta nei latinismi. Ad esempio abile < (H)ABĬLE(M)


e abito < (H)ABĬTŬ(M). E questo perché, come si è già visto, i latinismi non
subiscono trasformazioni di sorta.

Sui cosiddetti latinismi, perché la nozione vi sia chiara e non crei confusioni
pensando che poi in fondo l’italiano continua il latino (e allora perché parlare di
latinismi?) vi allego la voce della Grammatica italiana Treccani dedicata appunto ai
latinismi invitandovi a prestare particolare attenzione ai latinismi, come esempio o
esprimere, adattati alla nostra lingua.

Sull’argomento trattato qui, nel paragrafo 7, potete infine vedere le pagine 10-13 del
Power Point ‘Consonantismo-1’ (sono le ultime).
8. Sonorizzazione
La sonorizzazione è il processo di indebolimento articolatorio per cui una consonante
sorda si trasforma nella sonora corrispondente:
[p] > [b]
[k] > [g]
[t] > [d]

Per essere precisi bisogna dividere il nostro discorso in due parti e trattare
distintamente ciò che è avvenuto in Toscana (e poi nell’italiano) e ciò che è avvenuto
in altre lingue romanze e in alcuni dialetti.

Vediamo per primo il toscano.


Vi sono vari casi, che suddividiamo in base alle tre sorde elencate prima:

[p]
1) parole in cui la labiale P si è conservata sorda:
APE(M) > ape
CAPĬLLŬ(M) > capello
2) parole in cui la labiale P si è sonorizzata e poi spirantizzata:
RĪPA(M) > riva (il processo è stato questo: ripa > riba > riva)

[k]
1) parole in cui la velare K si è conservata sorda:
AMĪCŬ(M) > amico
DĪCO > dico
FŎCŬ(M) > fuoco
2) parole in cui la velare K si è sonorizzata:
LACŬ(M) > lago
SPĪCA(M) > spiga
[t]
1) parole in cui la dentale T si è conservata sorda:
MARĪTŬ(M) > marito
MERCĀTŬ(M) > mercato
2) parole in cui la dentale T si è sonorizzata:
MATRE(M) > madre
STRATA(M) > strada

In Toscana, insomma, la sonorizzazione non è un fenomeno generalizzato. E questo


spiega perché in italiano le parole che mantengono la sorda intervocalica si alternano
con quelle che invece hanno la sua sonorizzazione.

Vediamo ora cosa è successo in tutta l’area romanza occidentale, compresa l’Italia
settentrionale. Qui le occlusive sorde latine P, C (seguita da A, O, U), T, in posizione
intervocalica e interconsonantica (cioè tra vocale e R), si sono trasformate nelle
sonore corrispondenti: [b], [g], [d].
Per la labiale in particolare, alla sonorizzazione ha fatto seguito la spirantizzazione in
[v] (qui si rimanda al paragrafo 7 sulla B latina).
Facciamo alcuni esempi da lingue e dialetti dell’area nord-occidentale:
CAPĬLLŬ(M), CAPĬLLI > spagn. e port. cabello, franc. cheveau, ligure cavèli,
lombardo cavèi, veneziano cavéi
AMĪCŬ(M) > spagn. port. lig. amigo
RŎTA(M) > lombardo röda, veneziano roda, spagn. rueda.

E nelle parlate dell’Italia mediana (cioè l’Italia centrale esclusa la Toscana) e


meridionale cosa succede?
In queste parlate la sonorizzazione dell’occlusiva intervocalica e interconsonantica è
sconosciuta. Qui abbiamo:
spica da SPĪCA(M)
matre da MATRE(M)
laco da LACŬ(M)

La Toscana quindi si colloca in una posizione intermedia tra le zone in cui la


sonorizzazione è generale e le zone in cui essa non si produce.

Vediamo ora il caso della sonorizzazione della labiodentale sorda F intervocalica


nell’area romanza occidentale, dove è diventata [v]. Ora, la labiodentale sorda F in
posizione intervocalica non esisteva nelle parole d’origine latina. Si incontrava solo
nei prestiti dal greco (Stephanus) o dai dialetti osco-umbri (bufalus, scrofa). Essa si è
conservata in fiorentino mentre si è sonorizzata nei dialetti del Nord. Ad esempio: in
ligure Stèva, in piemontese Stèvu (parliamo sempre di Stefano…).

Anche questo piccolo esempio tratto dagli antroponimi, ci dice che il fenomeno della
sonorizzazione in Toscana non fu generale. Si ritiene che non sia stata una tendenza
spontanea ma un fenomeno importato. Lo dimostra il fatto che i toponimi di centri
piccoli o piccolissimi presentano, in posizione intervocalica, non l’occlusiva sonora,
ma la sorda: Catignano, Paterno, Prato.
Fu quindi un fenomeno d’importazione. Ma che origine ebbe?
Si è pensato a una pronuncia sonorizzata dell’occlusiva sorda determinatasi in
Toscana per moda, ad imitazione della pronuncia settentrionale. Favorita dai tanti
commercianti, artigiani, imprenditori che, nei primi secoli del Medioevo, scesero in
Toscana. Dove la pronuncia con la sonora intervocalica fu sentita come più elegante
(ogni epoca ha le sue mode, anche linguistiche; in base alle quali un termine o una
pronuncia – come verifichiamo anche oggi – sono giudicati più ‘trendy’ appunto di
altri). Significativo è che il tasso più alto di pronunce con sonora si ebbe nelle
province occidentali della Toscana, attraverso le quali scorrevano le vie di
comunicazione con l’Italia del Nord. A Pisa e a Lucca si registrano forme con la
sonora come cavestro, duga, oga, pogo, regare, sconosciute ai fiorentini, che in
questi casi hanno capestro, duca, oca, poco, recare.