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18 settembre 2017

Corso aggregato con due moduli, da sostenere insieme. Parte relativa ai primi secoli,
primi anni del 600, vocabolario della crusca: prima parte. Manuale Serianni (ha
scritto grammatica di rifermento per insegnanti) Antonelli (alcuni capitoli). Manuale
da portare per intero (insieme al secondo modulo).
Grammatica di riferimento per consultazione. Versione garzantina ha appendice
(glossario e dubbi linguistici), indice analitico in forma più articolata. Grammatica
fatta da uno storico della lingua, fornisce approfondimenti in senso storico, molto
mirati alla lingua letteraria, la rende particolare, dal punto di vista linguistica appare
troppo analitica. Agli occhi di un linguista generale questa cos funziona male.
Altro strumento di consultazione, grammatica di Coletti. Italiano non era
istituzionalizzato come strumento linguistico per tutti, adesso lo statuto amorfo della
lingua è stato superato dalla scuola, tutti abbiamo una certa capacità di riconoscerla.
(Errore di concrezione dell’articolo). Ha trasformato l’italiano il fatto di essere una
lingua parlata. Sentirsi appiattiti sull’anglofonia. Cambiamento di statuto di lingue
che non hanno uno statuto fisso. Possiamo considerare l’italiano una lingua adulta. La
lingua non è un monumento di marmo che resta uguale, è una realtà mutevole.
Biblioteca di riferimento è quella in via bava (casetta rosa), libri a scaffale aperto.
Grammatica di lorenzo Renzi (filologo romanzo, specialista di romanzo), si è mosso
sull’insieme delle lingue romanze. Studio del passaggio dal latino alle lingue
romanze. Capitoli scritti da vari autori, impatto della grammatica generativa. Renzi
cerca di descrivere l’italiano, descrizione sistematica. Bisogna entrare prima
nell’apparato concettuale.
Grammatica di Rohlfs, i suoi primi lavori a inizio 900. C’era progetto di atlante italo-
svizzero (AIS), 7/8 volumi di mappe geografiche sulle quali ci sono punti di
rilevazione in base a come si dice una certa cosa in quel determinato luogo. Attento
al lessico pratico. Rohlfs venne raccolto in questo progetto, attenzione per l’Italia
meridionale estrema, in particolare per zone in cui era ancora presente il greco.
Pubblicò poi grammatica storica dell’italiano e dei suoi dialetti. Lingue derivate dal
latino sulla penisola italiana. Opera in 3 volumi rapidamente tradotta in italiano,
uscita Einaudi.
Dizionari etimologici: da quale lingua una parola deriva. In Italia ne abbiamo
parecchi, uno si chiama DEI, uscito negli anni 50, l’etimologia ha una certa longevità,
è completo ed ha un lemmario, tratta una quantità enorme di parole, tutte sotto la
voce principale (“casalinga” da trovare sotto “casa”). REW (vocabolario etimologico
per le lingue romanze), FEW, partono dalla base latina o germanica, permettono di
trovare tutte le forme, partendo anche da una parola dialettale, risalire anche ai vari
paralleli in tutte le lingue romanze. Il DEI lo fa solo per i dialetti italiani, partendo
dalla forma italiana di base. Il DELI pubblicato negli anni 80, riedizione nel 99, è un
dizionario con lemmario più ridotto, ma con descrizione etimologica più raffinata e
dialettica. Il LEI, fatto sul modello del REW e del FEW, diffusione dialettale solo sul
suolo italiano. L’OVI è una banca dati che prende il nome da Opera del Vocabolario
Italiano, sede presso l’Accademia della Crusca, nato per opera di Beltrami, banca dati
con tutti i testi prodotti in Italia, sfruttato per fare il dizionario, solo sulla lingua
antica, per capire anche solo se aveva forma diversa, consultazione gratuita
(www.vocabolario.org). Le voci sono molte, a partire da quale anno ne si ha
attestazione. Il GDLI, strumento della Utet, pubblicato dal 62 al 2002, più simile
all’OVI. L’OVI è un dizionario storico dell’italiano antico, fa vedere la storia semantica
di una parola e il suo uso sintattico. Il GDLI fa la stessa cosa sull’intero italiano,
servendosi di testi. Attestazioni di storici, scienziati.
Il primo dizionario storico delle lingue romanze è la Crusca (1612 prima edizione).
Storia semantica delle parole.
Giuseppe Patota, mutamenti dal latino all’italiano.
Paola Manni, il Trecento toscano. Capitoli su Dante e Boccaccio, sono delle
enciclopedie linguistica. Fa riferimento alla situazione linguistica toscana in quel
periodo di tempo.
Giuseppe antonelli è molto attento all’italiano contemporaneo, come patota è allievo
di serianni, paola manni è allieva con serianni di castellani. Aspetto pratico della
trasmissione culturale. Benvenuto Terracini dovette lasciare l’università perché
ebreo, andò in Sudamerica. Ha lasciato moltissimi eredi.
Tutti i libri menzionati si trovano in via bava.

Ī pinu(m) pino
Ĭ minus meno
Ē ceram cera
Ĕ mel miele
Ă/Ā pălum = palude, pālum = palo
Ŏ bonu(m) buono
Ō flore(m) fiore
Ŭ multu(m) molto
Ū luna(m) luna
Le vocali latine si distinguevano in virtù della loro lunghezza. Michele Loporcaro ha
scritto “Il cambiamento linguistico”, capitolo “Il cambiamento fonologico”.
OPAC SBN www.sbn.it catalogo elettronico delle biblioteche d’Italia, ricerche
vagamente articolate, Marco Mancini ha curato un libro “Il cambiamento linguistico”.
Questo libro contiene capitoli, ognuno dedicato ad un aspetto del cambiamento
linguistico. Appaiono poi le collocazioni. Non si può essere mai sicuri della presenza
di libri anteriori agli anni 90 (cataloghi cartacei).
In latino esistevano delle differenze tra vocali dovute alla loro lunghezza (vedi ship –
sheep, in questo caso rappresentati con grafemi diversi, il parlante li ricollega a
referenti diversi, in inglese la lunghezza di una vocale ha un valore fonematico)
Questo statuto era vera per il latino. Per convenzione si scrive la parola che
rappresenta l’etimo, in minuscole ciò che rappresenta il suo derivato. L’accusativo
poteva venire usato anche per altre funzioni oltre al complemento oggetto. La M è
tra parentesi perché col tempo si perde, la M era già caduta (non nel conto dei
versi), aveva già una labilità. Le vocali che precedevano questa desinenza venivano
nasalizzate, come accade in francese (fin, non si pronuncia una vera N). L’aria non
viene mai bloccata durante la realizzazione. Anche in latino la lunghezza delle vocali
aveva valore distintivo, fonematico. In italiano questa cosa non è più vera. In italiano
tutte le vocali toniche in sillaba aperta, libera, sono lunghe.
[‘ka:ne] [‘kan:e] la a di canne è più breve, ma è la lunghezza delle consonanti in
italiano distintiva, doppia o lunga, scempia o breve. Quello che le distingue è la
consonante. La vocale è una variante che c’è solo in base a come è conformata la
parola.
Come viene descritto dai linguisti questo passaggio. Volgare: lingua derivata dal
latino, prende il nome di italiano più tardi, si intende lingua parlata dal popolo, non
scritta. Suono che prima era un fonema poi può più non esserlo. Quali trasformazioni
queste vocali, la cui lunghezza perde significatività linguistica, nel perdere provoca
alcuni esiti, che permettono di distinguere l’origine. Perdita di lavoro fonematico =
defonologizzazione. A e B si trasformano e diventano semplicemente due alternative
che non costituiscono più una coppia oppositiva, diventano varianti dello stesso
suono, posso realizzare suono in maniera diversa in una posizione libera oppure in
una posizione predeterminata, in questo caso si chiama variante combinatoria. Ci
sono delle condizioni perché la vocale sia lunga.
Quando noi realizziamo suono A in quella combinazione di suoni, lo allunghiamo, ma
non ne siamo consapevoli. Lo allunghiamo sempre in quella combinazione di suoni.
Paletto e palude. Stessa a, due indistinte. Sono in sillaba libera. Non sono toniche.
“Paletto” e in sillaba chiusa. La sillaba viene chiusa dalla consonante lunga che
segue. Le due A di “paletto” e “palude” sono uguali anche se all’origine ci sono due A
diverse. Ciò che accede in “cane” e “canne”, la vocale si allunga in certe condizioni,
si chiama variazione allofonica. Non ci sono ricadute semantiche particolari.
Siccome questa variante è condizionata, questo è un allofono combinatorio.
Realizzazione diversa che avviene quando questo suono è in una speciale
combinazione di suoni. Questa variante non rispetta un mutamento diacronico. Non
tutte le vocali lunghe in sillaba aperta italiana sono lo sviluppo di una vocale breve
latina. Cane(m) in latino ha un A breve, in italiano è lunga, perché in sillaba tonica,
natu(m) invece ha A lunga. In questo caso indipendentemente abbiamo vocale lunga,
non dipende dall’etimo ma dalla catena fonica della parola. Nascor, ha A lunga in
latino, in italiano breve perché la sillaba non è libera.
Rappresentazione soggiacente: idea mentale di un suono che noi abbiamo, quando
realizziamo queste rappresentazioni possono cambiare per delle regole che noi
applichiamo inconsapevolmente, poiché abbiamo imparato quel suono per imitazione.
Passaggio tra le generazioni è un momento delicato. La nuova generazione impara
dal modello, può aggiungere delle regole, perché magari fa una generalizzazione di
un fenomeno. Molte A lunghe vengono pronunciate magari sempre lunghe, la regola
viene generalizzata.
/V/  [V]/_[+tonico]$ fonema vocalico nel passaggio tra generazioni è diventato un
fono, quando si trovava sotto accento, seguito da una sillaba. Quest’allungamento si
produce solo in sillaba interna. Ad esempio prendiamo le parole “barca” e “baracca”.
Le a di “baracca” sono tutte brevi perché o sono atone, atone marginali, toniche in
sillaba chiusa. “Varrà”, non abbiamo vocale lunga, perché tonica in sillaba libera, ma
in chiusura.
$ diversa da #, cioè fine parola.
Quando sia sorta questa regola. Già nel terzo sec a.C., alcuni sostengono, la
distribuzione era questa. Se tutte si allungano non riesco più a distinguere, perdo il
valore distintivo.

19 settembre 2017
(Vedo pag 49 e seguenti Patota)
Nel passaggio dal latino al volgare la sorte delle vocali in sillaba tonica e libera è
comunque distinta. Le vocali vengono elencate secondo il triangolo vocalico. Si
chiamano palatali quelle articolate più vicine al palato, la a è centrale, poi si torna ad
alzarsi nella parte posteriore, quindi si arriva alle vocali velari.
• La Ī può essere esemplificata con la parola pinus, di cui utilizziamo la forma
accusativa pinu(m).
• La Ĭ può essere esemplificata con minus, da questo noi traiamo la parola meno
(con e chiusa)
(esempi tratti da Coletti)
La realizzazione di queste vocali è variabile nelle diverse zone d’Italia. (Vedo
vocalismo del sardo e del siciliano su Patota). Il sardo è un volgare con
caratteristiche molto specifiche, il siciliano ha avuto molti rapporti con il continente,
ma utilizzato per fare alcune precisazioni sul linguaggio poetico.
Le vocali hanno una distribuzione diversa da quella toscana sul suolo italiano. Di per
sé l’apertura o chiusura ha valore fonematico in toscano (vedi botte). Con la stampa
si è avuta una separazione tra italiano e toscano. Toscano viene proposto come lingua
commerciale, viene tutelata come lingua che cercarono di standardizzarla per motivi
vari, estetici (Bembo) e commerciali. Questa cosa non piacque ai toscani. Nel
frattempo il toscano rispetto al modello aveva continuato a svilupparsi. I toscani
rivendicano questa lingua che continua a vivere. La differenza delle vocali aperte e
chiuse non è rappresentata nella grafia, fa sì che i parlanti che lo imparano non
possono distribuirle come farebbe un toscano. Il valore distintivo fonematico in
italiano è in crisi. Questo però non manda però in crisi la comunicazione.
• La Ē può essere esemplificata con lege(m) o cera(m), esiti con e chiusa.
Spiegazione possibile di questa palatalizzazione: per economicizzare l’articolazione
avvicino i due punti di articolazione, quindi sposto in avanti il punto di articolazione.
Non c’è più una vera e propria occlusione, ma soltanto un restringimento.
• La Ĕ si può esemplificare con la parola mel, il cui genitivo è mellis, in ablativo
la parola diventa melle, quando è accusativo, essendo neutro, è anche mel. Dalle
prime attestazioni da una e breve che però poi dittonga dando miele.
• La Ŏ si può esemplificare con la parola bonu(m), che origina una o breve, che
poi dittonga. Nel resto del territorio italiano le regole del dittongamento sono diverse
dal toscano (sillaba aperta tonica)
• La Ō si può esemplificare con la parola flore(m), la parola italiana deriva dalla
forma bisillabica dell’accusativo (il nominativo latino è flos)
La i di fiore non deriva da un dittongamento di o, ma da una modificazione di l. (esito
del toscano)
Il modo di trasformare in italiano soltanto dal maschile al femminile, o dal singolare
al plurale è vario.
Rientrano alcuni nomi che si chiamano imparisillabi, che hanno un diverso numero di
sillabe a seconda dei casi.
• La Ŭ si può esemplificare con multu(m), che dà origine ad una o chiusa.
• La Ū si può esemplificare con luna(m), che dà una u.
Siccome miele è un neutro, come si fa a decidere? Riferimento a Rohlfs (paragrafo
348, secondo volume “Ablativo o accusativo?”). Leon Battista Alberti ha scritto la
prima grammatica e dice che i sostantivi dell’italiano derivano dall’ablativo.
Accusativi analogici: accusativi diversi dal nominativo (anche per i neutri). Nel corso
dello sviluppo del latino per uno sviluppo di ordine economico, il parlante semplifica e
tratta tutti i sostantivi in modo analogo. Tendenza alla semplificazione paradigmatica,
la sua riduzione a degli schemi più semplici si riconosce nello sviluppo delle lingue.
Semen Semine
È neutro, poi abbiamo l’ablativo, si tratta di un imparisillabo. In italiano diciamo
seme, ma anche semine ha avuto prosecuzione.
Rischio che la parola monosillabica si riducesse troppo, quindi creare un accusativo
analogico. Se ho lacte ablativo allora posso fare un accusativo lacte(m)
Flore : flore(m) = lacte : lacte(m)
Passaggio del neutro sui maschili.
Ragioni fonetiche confermano che miele non può derivare da casi obliqui ma da una
forma analogica accusativa. (vedo pagina 125 Patota)
Il genere neutro tende nel latino volgare a sparire, a confluire nel maschile. Viene
declinato come il maschile lupus. Se prima avevamo tempus, temporis, abbiamo poi
tempus, tempi. Il neutro nel corso del tempo tuttavia non è del tutto sparito, così
come i casi. Lingua nella quale il neutro arretrava ma ancora si manifestava. Il
nominativo non è del tutto sparito. Nel latino tardo, popolare, volgare aveva due casi,
un caso marcato, e un caso tuttofare che era l’accusativo, che si usava se si voleva
esprimere nomi da non mettere in particolare rilievo, come si voleva fare invece
usando il nominativo. Nei pronomi italiani abbiamo ancora due forme un dativo e un
accusativo. Questo rientra nel discorso che un’articolazione in casi resiste in un
momento in cui l’interazione tra i parlanti è più marcata. Il paradigma pronominale è
al livello più alto in questa gerarchia. Un’altra sono i nomi familiari, dove è
sopravvissuto il nominativo (uomo, uomini), nomi di agenti umani (ladro, sarto,
anziché sartore), nomi di gerarchia (re, rege). Uno dei due elementi ad un certo
punto si è specializzato (ladro, ladrone sull’esempio di donna, donnone)
Fine prima parte
Ci sono tracce dell’ablativo nella toponomastica (Acqui, Bari, Capri, nomi di luogo
che terminano per i). Ablativo aveva anche valore di locativo. Ci sono relitti del
genitivi plurale (loro, deriva da illorum)
Tracce particolari del neutro. La distribuzione dei numerali nei volgari dell’Italia
settentrionale fino al 1400. Sostantivi neutri plurali in –a, che non sono solo unità di
misura (braccia, miglia, sono prosecutori di neutri latini). La doppia uscita ha dato
come esito in italiano anche dei sostantivi (braccia, miglia) che sono trattati come
femminili. Questi sostantivi nel volgare dell’Italia settentrionale fino al 1400 vengono
accompagnati da forme neutre, continuatori di *dua (non esiste in latino, ma ne
troviamo dei discendenti) e tria (forma neutra di tres). Le forme discendenti che
troviamo sono doa e trea. Quindi si può verificare, si riconosce, che il numerale
maschile esce alla forma dui, doi, che può anche ridursi a du,do. Il femminile doe,
due. Il neutro dua, doa, tria, trea. Questa forma viene usata sia in riferimento a nomi
che in origine erano dei neutri plurali, ma anche con nomi che non erano
etimologicamente così (volta,via, fiata). Se è vero che i neutri si spostano verso i
maschili, avviene anche che alcuni maschili vengono trattati come neutri. Il neutro è
confluito nel maschile al singolare (il braccio), mentre al plurale assume un
comportamento morfologico femminile (le braccia).
Il tempo, le tempora. In italiano antico il plurale era anche tempora, si è poi formata
tempi, maschile analogico. Il dito, le dita. Interessante anche in prospettiva
pararomanza.
(Capitolo scritto da Manni e Tomasin, in un manuale di Lubello “Manuale di
linguistica italiana”, capitolo sulle differenze tra i volgari antichi e l’italiano e i
volgari moderni, Tomasin rinvia ad un suo lavoro con Loporcaro, su una rivista
scientifica “Lingua e stile”, rivista diretta da storici della lingua piemontesi. Hanno
mostrato che ci sono tracce di neutro nei numerali settentrionali.)
Nel numero del 2012 si trova un altro articolo, in cui si sottolinea che in rumeno, si
trovano dei maschili sia al singolare e al plurale, ma anche nomi maschili al singolare
trattati come femminili al plurale (vino).
Attestazioni documentarie:
• Indovinello veronese. Si tratta di un foglio di guardia (in un manoscritto, parte
che protegge la parte preziosa del testo, spesso in materiale diverso), un codice
liturgico, fatto in Spagna.
Libro di Castellani (edizione di tutti i più antichi testi italiani). Codice fatto nel secolo
VIII, conservato nella biblioteca di Verona, Castellani dà anche la collocazione del
codice.
Le vicende di questo codice sono state scritte da Schiaparelli. Dalla Spagna il codice
passò prima a Cagliari e poi a Pisa, testimoniate dalle note di possesso, oppure dal
fatto che veniva utilizzato come materiale di scrittura. A Pisa viene firmato sul retro,
forse firma di tipo commerciale. Questo codice reca nel margine superiore 3 recto
(parte di fronte), due note di penna (gli scribi di allora prima di scrivere, ne
verificavano la penna scrivendo qualsiasi cosa, potevano essere segni o anche frasi
lunghe, a volte strumentali). Le minuscole si riconoscono dalle maiuscole poiché si
comprendono tra quattro linee. La nota è in corsivo perché la scrittura è legata. Si
dice che è centrosettentrionale, non si sa se siano state scritte a Pisa o a Verona. C’è
qualche divisione ma non è totale. Castellani ne ha fatto la trascrizione con la
divisione delle parole.
Sotto è presente una rosa dei venti, ci sono anche i venti disegnati.
La scritta è tutta a piene lettere, salvo et (riproduce ciò che è, cioè una nota
tironiana). Una rappresenta et. (vedo anche le altre note tironiane). Castellani quindi
non scioglie la nota tironiana. Non possiamo immaginare come venisse pronunciata.
Il suo significato fonetico resta incerta.
La seconda nota è un perfetto latino. Le parole latine sono scritte in forma
abbreviata. (linea, chiamata titulus, ci dice che la parola è abbreviata). Abbiamo una
d ed una s, questo ci garantisce abbastanza nell’avere un nominativo.
Venne interpretato come frammento di un canto epico, si fantasticò molto. Si tratta in
realtà di un indovinello per rappresentare la scrittura, metafora della scrittura che
lavora su fogli bianchi, i buoi sono associati alle dita. C’è un neutro con la sua
desinenza latina (pratalia, boves, semen). Non siamo ancora in quella situazione
completamente italiana.

20 settembre 2017
Gli strumenti di lessicografia romanza esistono in rete? Esiste per il REW un sito in
cui degli studiosi collaborano per il suo rifacimento, questo sito è
www.atilf.fr/DEROM . I due studiosi che si occupano di questo sito si chiamano Eva
Buchi e Schweickard. Quest’ultimo è anche curatore di un convegno, fatto nel 2005,
segnalato nel manuale Serianni, Antonelli. Un conto è creare delle banche dati, altro
è fare le voci di un dizionario, esporle in maniera significativa.
Indovinello veronese:
“Si facevano avanti/apparivano/spingeva davanti a sé dei buoi, arava dei prati
bianchi, teneva un aratro bianco e seminava un seme nero. Ti rendiamo grazie Dio
onnipotente.”
Ci sono due signa crucis, dei segni di croce, una convenzione che esisteva allora nella
scrittura, anche prima di un atto notarile, uno standard: si inizia con il segno della
croce in una civiltà con forte religiosità. Valgono anche come segni di prova di penna.
Di per sé è uno standard che occorre infatti in entrambe le scritte. Sono di due mani
diverse, la grafia è diversa, sono entrambe delle minuscole corsive, ma scritte da due
persone diverse. I signa crucis non sono particolarmente importanti, ma in questo
caso sono stati coinvolti nell’interpretazione, perché nell’indovinello ci sono anche
dei problemi interpretativi.
Il testo è costituito da 4 frasine, le ultime tre sono perfettamente simmetriche, c’è un
complemento oggetto, seguito da un verbo all’imperfetto. Questo fa sì che ci sia quasi
una rima, o comunque un’assonanza. Araba-seminaba, assona con teneba. A di
pareba ed e di teneba. Identità è dell’ultima sillaba, ma la tonica è diversa. Rispetto a
questa costruzione del tutto simmetrica, la prima parte invece non torna del tutto. Il
complemento oggetto, se è un complemento oggetto, segue il suo verbo. Se invece
boves è un predicativo del soggetto, questo spiegherebbe un attimo di più la
simmetria. Resta che il sistema di rima salta. Se avessimo pareba in seconda
posizione avremmo una strofa di rima ABAB. Pareba – araba, teneba – seminaba.
Altro problema: il testo così com’è inizia con un pronome. Esiste una legge, legge
fonetica, chiamata legge Wackernagel, per l’i.e. (sanscrito, greco antico) prescrive
che il clitico sia preferibilmente in seconda posizione. Nelle lingue romanze questa
legge si manifesta secondo la casistica che viene normalmente descritta come legge
Tobler Mussafia. Questa prescrive per l’italiano (Patota capitolo della sintassi, quarto
paragrafo, pag 167 e nella Manni, la applicano Dante e Boccaccio) che non si possa
iniziare una frase con un clitico (verso iniziale del quarto canto dell’inferno:
“Ruppemi..”In questo verso alto è un enantiosemia, non dice “Mi ruppe..”). Questa è
la condizione più forte, resiste più a lungo anche in Boccaccio.
2) Lo vedo e chiamolo -> il clitico non può occorrere dopo congiunzione.
3) Dopo subordinata prolettica, cioè messa davanti alla principale. Tipicamente le
principali prolettiche sono la temporale e l’ipotetica. Queste due sono le due che più
a lungo hanno agito. Quando lo vedo, chiamolo
Nell’indovinello veronese, c’è un clitico? Mettiamo possa parafrasarsi come
assomiglia vasi, parevasi, aggiogava per se stesso (dativo d’interesse), si aggiogava.
In tal caso è strano che non sia rispettata la legge. Non si può dire se si è già dentro
la lingua romanza, comunque la legge è una legge più antica.
Ci sono state varie interpretazioni. Lucia Lazzerini ne espone alcune. Si è occupata in
particolare di plurilinguismo teatrale. “Silvia portentosa”, uno degli ultimi saggi. In
questo saggio racconta la storia del manoscritto. Un’ipotesi è che la seconda scritta
fosse del vescovo Giovanni, attivo a Pisa nel 1648, il modo in cui vengono legate
alcune lettere è simile ad alcuni atti scritti da lui. Ci si è soffermati sulla legatura tra
ad e pratalia. Queste scritture sono in realtà molto formalizzate. Ipotesi che un
rogatario sia laico e l’altro sia un ecclesiastico, mette una frase di rispetto verso Dio.
Ricondurlo ad un parere latino, che è continuato in apparire, mostrarsi, manifestarsi
epifanico (“Tanto gentile e tanto onesta pare”). Boves diventerebbe un complemento
predicativo del soggetto. In Dante non c’è il riflessivo, ma se pensiamo a “Qui si parrà
la tua nobiltà” questo non è propriamente riflessivo, è un costrutto di tipo
pronominale. Nel caso lo interpretassimo così però nell’indovinello avremmo un
riflessivo in prima posizione.
Un altro tratto che può colpire è il fatto che mancano le terze persone plurali. Viene
segnalato come rivelatore di un’origine veneta. È caduta la desinenza finale sia del
singolare che del plurale. Arabant – arabat. In tante parlate si sono create delle
sillabe di appoggio che compaiono nelle terze persone. Da sunt si sarebbe creato un
sono. Questo avrebbe provocato la creazione di una sillaba di appoggio nelle persone
plurali. (vedo pag 156-157 Patota). Situazione rivelatrice dell’origine.
Parere nel significato di aggiogare i buoi si usa ancora in veneto. È però diventato un
verbo in –ere. I metaplasmi di coniugazione sono frequenti nelle lingue romanze. I
sostantivi possono cambiare il modo di declinarsi. I neutri possono passare al modo di
declinarsi dei maschili. Ce ne sono parecchi anche all’interno della morfologia
verbale. In latino si diceva facere, noi diciamo fare. È un infinito metaplastico. Rohlfs
nel paragrafo 546: “Come sviluppo regolare dovremmo avere face”. La terza persona
attuale di fare è metaplastica.
Sistema di rime in Dante:
face : pace : tace
due voci verbali della seconda coniugazione. Dante ci attesta ancora l’esistenza della
forma etimologicamente ortodossa.
Manducare è altra forma che ha subito metaplasma. Noi dalla metà del 1100 diciamo
mangiare, che è un gallicismo. La pronunciamo come quella trasformazione che ha
avuto in francese. Resiste ancora il termine manicaretti, dove da –ucare -> -icare
Fine prima parte
Vedo pag 162/163 Manni
Allotropi: parole con stessa etimologia ma forme diversa. Da vitium deriva sia vizio
sia vezzo. Il secondo è l’allotropo popolare. Dante usa spesso allotropi. Li usa perché
hanno una credibilità diversa, una dotta e l’altra popolare, magari con statuto più
basso. Alla fine dell’Inferno, XXXII. “E come il pan per fame si manduca, così il sovran
li denti all’altro pose..”. Nuca in questo caso vuole ancora dire midollo spinale,
significato poi traslato.
Buca : manduca : nuca
Dante usa poi la forma gallicizzante, in rima con piangi, cangi. Oltre dice: “ambo le
mani per lo dolor mi morsi..per voglia di manicare.. se tu mangiassi di noi..”
Un vero caleidoscopio sulla lingua, mostra la possibilità lessicale e morfologica.
La metafora dell’indovinello è lo scrittore. Come mai non è pienamente italiano ma
nemmeno il latino classico? Manca la desinenza finale –t. Tuttavia, noi al posto di b
diciamo una v. Alcuni sostantivi hanno ancora le desinenze latine. È un testo di
passaggio. Alcuni hanno pensato che il copista non si ricordasse bene l’indovinello.
Avrebbe in questo modo fatto le quattro rime. Parebat avrebbe quindi rimato con
tenebat. Il verso è più corto degli altri, non torna.
Quindi è stata fatta un’altra ipotesi. Se mettiamo boves all’inizio risolveremmo il
problema il problema di se, che è stato anche interpretato come tonico, in questo
potrebbe stare. Il verso rimane comunque troppo corto e fare degli interventi di
carattere filologico su un testo proverbiale, una scrittura autografa, non copiata  è
più difficile fare errori.
Boves è l’unico sostantivo che non ha aggettivi. Uno degli aggettivi proposto è stato
separes, dispari
Separes boves se pareba (non corretto?) separes boves paraba
Gli indovinelli spesso hanno episodi di impossibilità. Nel caso delle dita comunque
sono cinque. La Lazzarini ha trovato molti indovinelli in cui i buoi sono tre (tre dita),
altri in cui due non lavorano (occhi). Non appoggia l’idea di mettere separes. Le due
parole a inizio e fine verso sono molto simili. Ciò spiegherebbe l’ablografia
linguistica. (esempio: “i frutti di Dino” -> “i frutti dino”)
Altra ipotesi: signum crucis è un cinque scritto alla romana.
Questi errori però sono tipici errori di copia. L’enigma quindi rimane.
Solitamente a parte gli indovinelli, le forme in cui è più facile documentare la
trasformazione del latino sono le epigrafi (pietre scolpite, scritture di
accompagnamento di affreschi). Vedo l’articolo su “Studi di grammatica italiana”,
numero del 2015. In questo numero lo studioso Formentì si chiede se si possa già
parlare di volgare quando si trovano le didascalie identificative. Esistono poi le
didascalie verbalizzanti. Le verbalizzanti sono facili da identificare come statuto
linguistiche, sono volgari, tarde. Le identificative hanno solo il nome. Normalmente si
considerano gli imparisillabi. Nell’affresco della Chiesa di San Clemente, che risale al
1000-1050, ci sono delle didascalie per identificare i personaggi meno noti, due santi,
Andrea, il nome è alla latina perché termina in s. l’altro è Clemente, con un a S
tagliata, è impossibile capire se volesse dire santo all’italiano o in latino. Potrebbe
riuscirci il contesto, che dice Clemente. Questa didascalia viene quindi interpretata
come italiano volgare, perché termina come l’italiano. È improbabile che gli
analfabeti leggessero, ma il prete poteva indicare il santo con il nome che loro
usavano nel parlato, per rendere i fedeli più vicini. Chi sapeva leggere aveva
imparato a leggere sul latino. Quindi è un tentativo di accattivare il pubblico.
Accusativi senza desinenza: (esempio di chiesa a Poggibonsi, in una delle formelle c’è
un leone, con scritto Leone, viene interpretata come grafia volgare). La tesi dello
studioso è che queste scritte testimonino la fase di passaggio, con caso tuttofare, non
ancora pienamente volgare.

25 settembre 2017
Vedo prime pagine del capitolo 4 Patota, in particolare il paragrafo 2.
Riassunto lezioni precedenti: Scegliere tra le forme più lunghe, si fa riferimento ai
neutri. Un tema fonetico, il vocalismo tonico latino e italiano, e un tema morfologico.
I neutri nella loro prosecuzione al singolare vengono interpretati come maschili, al
plurale come femminili. Si è parlato addirittura di un terzo genere. Dopodiché c’è
stato un livellamento, si è formato un plurale analogico. Abbiamo visto proposte di
correzione dell’Indovinello veronese, per errore di memoria, emozione o per una vera
e propria copia. Anche Pascoli usa l’indovinello in una sua poesia.
La Castellani ha pubblicato un articolo sugli Studi linguistici italiani dove propone di
introdurre un separes boves paraba (correzione rispetto all’altra volta). Si
insisterebbe sull’aspetto di indovinello su cose impossibili (è impossibili arare prati
innevati con buoi dispari..). Propende per l’interpretazione di paraba come forma
metaplastica di parare. Continuatori volgari significano aggiogare. Come mai pareba?
Separes boves pareba. Introdurre parola rara, spostare il verbo alla fine del verso, e
supporre una forma metaplastica. Metaplasmo di coniugazione: prende le desinenze
di altre coniugazione. Qui verbo passa a comportarsi come verbo in –ere. La
Castellani propone un guasto per aplografia. Separes boves pareba. In men che non
si dica è una semplificazione di in men che non si dica amen. È più facile perdere
l’ultima parola perché è la più difficile. Inferno XVI,88. Dante vede allontanarsi i 3
nobili fiorentini che si allontanano in modo rapido. Si sono tenuti per mano e hanno
parlato correndo. “indi rupper la rota e a fuggirsi al sembrarsi ali le gambe snelle, un
amen non saria potuto dirsi tosto così”.
L’altra interpretazione è quella della Lazzarini propone di restare a parere latino, non
metaplastico (apparire). Si è indebolito semanticamente, per riuscire a dire apparire
si è creata la forma prefissata con a-. Qui è il parere nella semantica e nella
declinazione. Per far tornare il verso, propone di integrare, di riconoscere nel signum
crucis la cattiva interpretazione di un 5 romano.
C’è stato un terzo intervento sugli Studi di filologia italiana di Braccini. Propone di
dare se come tonico e parere come derivato dal latino. Estendersi dell’accusativo a
favore degli altri casi.
Articolo comparso su Studi di grammatica italiana, articolo di Formenti. Parte dal
commento di un libro che scheda tutte le iscrizioni, epigrafi. Livio Petrucci le ha
raccolte tutte, anche quelle romanze, spagnole, francesi. Testi spiegati, con commenti
linguistici. Formenti parte da uno degli assunti di P.: per decidere se sono già
documenti di volgare, una delle spie è che nelle didascalie identificative il nominativo
si è perso e comincia ad apparire l’accusativo. Esistono anche didascalie
verbalizzanti. Il Talamone (p.s: cariatide viene usata da noi in senso antifrastico),
troviamo U’pesa. Si trova in provincia di Frosinone, tra i capitelli della Chiesa di
Santa Maria Maggiore c’è questa scritta. Intrecci tra Storia della lingua e dell’arte,
convegno. Anna Maria D’Achille descrive questo Talamone. Petrucci ha molto
insistito sul fatto che la didascalia della Chiesa di San Clemente (la parte antica è
sotterranea). Ci sono vari affreschi interessanti. Sant’Andreas presenta il nominativo,
Clemente non è Clemens, al nominativo. Non possiamo identificare cosa sia la
congiunzione. Per San Clemente è messo in evidenza. A Poggibonsi, in località
Canonica, nella formella c’è una croce e un leone, c’è scritto leone, non leo. Possiamo
pensare di essere di fronte ad una parola volgare. Un altro esempio che cita è un
caso in Borgogna, dove la scritta identificativa presenta la forma S. ladre. Sotto la
statua di Lazzaro, esito del nome lazarus. Ladre è un nominativo. Il francese antico
aveva un sistema bicasuale. La declinazione in francese antico è documentata.
Grazie alla Chanson de Roland, abbiamo la forma accusativa lazaron. In documenti
notarili, puri elenchi di nomi, spesso i nomi compaiono con una forma tuttofare,
uscite in –o generiche. Invece di avere delle forme sintetiche, dove la desinenza
cambiava, si è passata a forme analitiche con preposizione + forme con la stessa
desinenza. Forma di economicità. Parla di un grande reliquiario in Spagna, con tante
formelle, che rappresentano la vita di Sant’Emiliano. Si trovano sia indicazioni al
nominativo come R-us Rex , altre dove leggiamo rege occidit. Rege è il caso
accusativo. Ce ne sono vari esempi, come un manoscritto che contiene i testi di
Orosio, del secolo XI, anche qui troviamo rex e rege. Una convivenza. Per il leone
Formenti segnala che esiste un codice vaticano greco. Il codice contiene anche un
testo greco e didascalie in greco, che contengono anche delle traduzioni in latino:
L’alfabeto è greco ma la parola è di leone, chiusura tonica. Noi abbiamo testi antichi
in sardo scritti con alfabeto greco. Canzone religiosa in ebraico la cui lingua è
italiano mediano (come convenzione grafica, ailoveiu)
Fine prima parte
Pagina 29 del Patota è corretta. Dalla parola vitium posso fare discendere una parola
dotta e una popolare. La vocale tonica darà come esito in italiano una e. Qualcuno ha
voluto recuperare la parola, e ha voluto rendere più latineggiante il suo parlare,
quindi presenta la stessa lettera che aveva in latino. È stato una sorta di bisturi.
L’altra rivela l’evoluzione di una parola che è sempre stata usata. Uno degli esiti di
video è veggio. Vedo non si può ritenere propriamente una parola dotta. Sono due
esiti possibili.
F. punta a farci vedere degli esempi. È un avorio, una lastra, una storia per ogni lato.
Crocifissione. La luna è una didascalia identificativa, sole, la scritta è invertita.
Ipotesi: confluiscono verso Dio. H è in greco la E. Compresenza di alfabeti, per i
nomina sacra il greco è utilizzato nelle abbreviazioni. Sotto abbiamo due angeli, uno
accoglie la Chiesa, l’altro caccia la sinagoga. Scrittura volgare, la l si evolve in una i.
Inizio di palatalizzazione, velare con intacco palatale. Potrebbe esserci anche un
fenomeno di dissimilazione, per distinguere le due sillabe. Come in italiano proprio,
molti pronunciano in modo dissimilato proprio. L’altro angelo, gamba sinistra della a
coincide con la gamba successiva. Angelo ha la o. in questa zona i nomi maschili di
seconda classe escono in u. Se avessimo già il volgare dovremmo averlo così. I
maschili di seconda classe attirano a sé gli altri maschili.
Mosè riceve le tavole della legge. 67 pezzi. I marmi sono forse di fattura amalfitana,
non sappiamo, ma sono a Salerno. Alcune tavolette hanno delle scritte, siamo tra il 30
e il 50 del XII secolo. Gli studiosi hanno individuato tracce di pigmento rosso. Manca
la e finale, con ogni probabilità la lingua è gallo romanza, proprio per omaggio ai
Normanni. Siamo all’interno di un contesto volgare. Compresenza con altre lingue sul
territorio italiano.
Petrucci sostiene che non esistano persone alfabetizzate che non conoscevano il
latino, quindi non si utilizzava il volgare per quello. Si va incontro a chi sa un po’ di
latino, ma si vuole usare la lingua che loro parlano. Gli analfabeti riuscivano a capire
che quella era la lingua che usavano (facendoselo dire)
Arriviamo ad un affresco ad Assisi, crocifisso di San Damiano, chiesa di Santa Chiara.
Il crocifisso avrebbe parlato a San Francesco, che avrebbe restaurato una chiesetta.
Didascalie sotto i personaggi ai piedi della croce. Longinu, centuriu. Iniziamo ad
avere la desinenza umbra. Testimonia l’estensione della desinenza a tutti i nomi
maschili. In testi troviamo ad esempio Catu. Il latino veniva ristrutturato con una
morfologia per arrivare poi a paradigmi più semplici.
Frate Franscesco, cappella di San Gregorio. Si racconta che quest’affresco, dove il
santo ha un cartiglio con una scritta latina. Si propone di datarlo negli anni in cui
Gregorio IX sarebbe venuto a visitare il luogo. Il santo viene rappresentato prima di
essere santo, infatti è detto frate. C’è un titulus molto bene disegnato, poi Fraciscu,
non è stato previsto di scrivere la s. Nominativo dell’Italia centrale. Era noto come
Ciccu (vedi nota). Questo inserto di nomi volgari consiste nel citare un’altra lingua.
Saggio di Varvaro, filologo romanzo, storico delle lingue romanze, “Il latino e la
formazione delle lingue romanze”. Sostiene che questo è stato un passaggio lento,
così come era lenta l’adozione del latino nelle zone colonizzate dall’impero. Africa del
Nord, le epigrafi del I secolo d.C., l’adulto che fa fare l’arco ha nome romano, ma i
nomi dei padri e degli avi hanno ancora nomi locali. Il figlio rivendicava ancora la sua
genealogia. Quello che ha fatto rendere irreversibile questo processo di latinizzazione
è stato il crollo dell’impero romano, che permetteva carriere di ad esempio un
nordafricano di origine libica che finisce per diventare funzionario a Roma, questo
modello crolla. L’idea di latinizzarsi per fare una carriera crolla, la diglossia, che
poteva passare in secondo piano. Settimio Severo, ad esempio, si vergogna della
sorella. Lui continuava a conservare l’accento. Si crea una regionalizzazione,
parcellizzazione, la spinta a imparare questa lingua cade, il flusso delle popolazioni,
per substrato, si trasforma in un processo lento. Sappiamo che il punico continuò ad
essere parlato fino al V d.C. Identifica fenomeni che è impossibile collegare al
substrato, perché riguardano tutte le lingue romanze. C’erano alcuni tratte del latino
parlato, affioravano nell’orale, sono le premesse di questi sviluppi. Il futuro è un caso
abbastanza studiato.
- Perdita quantità
- Dittongamento. In Italia possiamo vedere il dittongamento toscano (Patota, da
pag 56.). E breve tonica in sillaba libera è diventata aperta ma poi ha dittongato. Lo
stesso avviene per la o. l’italiano è disceso dal toscano. In tutto il resto del territorio il
resto delle trasformazione è dovuto a metafonia, trasformazione dei suoni, ma non
sistematica. (Pag 68 Serianni) Esistono 3 tipi di metafonesi: ISettentrionale, nella
base latina doveva esserci i in posizione finale, le e e le o chiuse si chiudono di nuovo.
Abbiamo delle contrapposizioni come nel milanese (quest, quist), in piemontese fa
dittongare le aperte, che poi si chiude fino a diventare i (martéj, fök).
26 settembre 2017
Il meccanismo della metafonesi (assimilazione vocalica) assimila la vocale tonica,
vocale è nell’etimo della parola. Oggi può aver perso quella vocale finale, ma il fatto
che l’avesse, spiega la sua trasformazione. Questo dell’analogia è una categoria che
viene spesso usata per descrivere i meccanismi linguistici. Le basi della linguistica
scientifica sono che le leggi fonetiche si applicano in modo regolare, questa
trasformazione si verificherà in ogni contesto. Le eccezioni vengono spiegate con
chiavi interpretative come ad esempio l’analogia. Certi nominativi che finiscono in –
us in latino.
Vedo Manuale Antonelli
Fenomeno di assimilazione, in origine fonetica, assume valenza morfologica in alcune
zone, lo ricolloca con una diversa funzionalità. Al Sud  vocali indistinte. Esempio
della parola nero/a.
Metafonesi settentrionale determinata prevalentemente da i. Esempi con funzionalità
morfologica. Vocali finali sono deboli e cadono, non è più possibile distinguere da
questo, ma dalla tonica sì. Nelle zone metafonetiche si dittongano con i finale, a volte
con u. Esempi dal piemontese. Fök è il caso per cui la metafonesi è avvenuta per la
presenza di una u.
Al sud provoca un’ulteriore chiusura. Metafonesi napoletana: da una e aperta si
arriva ad un dittongo che chiude il secondo elemento. Metafonesi sabino-ciociaresca:
evoluzione non passa attraverso un dittongo ma soltanto attraverso alla chiusura.
Focum  focu  (ha o breve in sillaba aperta) fuoco (dittongamento) toscano
 Fuoco  fue  Fö piemontese
Questi fenomeni riguardano anche le desinenze verbali.
Testo in cui vedere qualche tratto di queste trasformazioni: Placiti campani. Testo
molto noto, si tratta un atto notarile, la freccia indica la frase che a noi interessa.
L’abbazia di Montecassino stava facendo una campagna di stabilizzazione dei suoi
possedimenti, aveva avuto crisi economica, fa stilare degli atti notarili in cui si
conferma il possesso di singoli appezzamenti di terreno. Edizioni tratte dal libro di
Castellani. Il giudice che stila l’atto si chiama Arechisi (Ego iudex..) -> scrittura
beneventana, l’h è su tre livelli, il non religioso che si contrapponeva in modo non
formale si chiamava Rodelgrimo. Differenza di scrittura tra chi derige l’atto e le
firme, meno professionisti. Basandosi sul principio dell’uso capionis, territori sono
stati coltivati dal monastero o dai suoi inservienti. Questa formula viene poi ripetuta
dai testimoni. I 3 testimoni addotti dalle parti in causa pronunciano la formula e la
ripetono uguale, testimonianza formalizzata, non spontanea:
“Attesto, che quelle terre, limitatamente a quei confini che qui sono precisati (che la
carta qui descrive) per trent’anni le ha possedute la parte di San Benedetto
(l’istituzione di San Benedetto, un ente con proprietà/parte in causa).”
Sono tutte e 3 persone di chiesa, una è anche un notaio. Si è discusso come mai la
testimonianza sia data in volgare. Questo atto è così importante perché questi
funzionari che sanno il latino sanno che perché questo documento abbia reale valore,
pubblico trasparente e universale, si deve ormai adottare un linguaggio diverso. In
Francia succede un secolo prima, tra i nipoti di Carlo Magno, Lotario stava cercando
di prendere sopravvento, i fratelli si giurano fedeltà. Giuramento avviene di fronte
agli eserciti di entrambi. I due sovrani giurano nella lingua dell’esercito del fratello.
Formule di giuramento scritte a priori -> Giuramento di Strasburgo. Impegni di
fronte ad un pubblico con un codice ritenuto trasparente (francese, tedesco). C’è
stata una cesura.
Questi atti non sono isolati, campagna del monastero, fatto a Sessaurunca e a Teano.
Particolarità linguistiche: la grafia k con cui viene rappresentato il suono velare. Noi
-> Ca/o/u
A quest’altezza cronologica è ancora in uso il k. Restò in uso per forme di
abbreviazioni, formule dove serviva ad abbreviare buona parte della parola. Qui è
affiancato da altre forme. Le scritture medievali sono standardizzate, secondo
tradizioni che confluiscono.
La formula di S. ha “Sao cco kelle” raddoppiamento fono sintattico, fenomeno
fonetico che si verifica in sintassi, per cui alcune monosillabi tonici provocano
allungamento della consonante iniziale. Oggi alcune parole provocano questo
allungamento. In diacronia troviamo causa etimologica. Occlusive finali -> ad terram,
fenomeno di assimilazione, differenza nella sonorità, queste due consonanti si
assimilano. Questo risultato avviene in fonetica di frase. L’assimilazione tra
consonanti adiacenti è frequenti, parole di origine composta che poi si è univerbata.
Anche accasare è fenomeno di assimilazione. (Vedo fine capitolo fonetica, Patota)
La frase parentetica là compare in forma un po’ diversa “Tebe monstrai” tibi>tebe,
nell’altra vebe. Perfettamente conservato se non per le modifiche della vocale.
Fine prima parte
Nel placito di Sessaurunca abbiamo il raddoppiamento fono sintattico. Nel placito di
Teano troviamo bobe. Sao non torna tanto e non torna tanto che faccia raddoppiare.
Si sosteneva che potesse essere una forma giuridica, forma che non corrisponde
all’esito autoctono che ancora oggi si usa nella zona: saccio, da sapio. Si tratta di una
forma analogica, livellamento del paradigma *sas>sai, forma che non esisteva in
latino classico, che dobbiamo supporre si sia formata. La s si è trasformata in i come
succede in poi,noi da post,nos. Da sas per analogia si può essere formato un sao,
das>dao>do, il gruppo vocalico diventa una o aperta: au>ao>o. Si sono formate
dopo che il fenomeno del dittongamento si era esaurito in toscano. Questo cco viene
ricondotto a quod. Le due forme ko e ka, sono sopravvissute specializzandosi nelle
parlate meridionali. Kelle perde l’elemento labiale, il gruppo labiovelare può perdere
l’elemento labiale. Di nuovo, anche qui possiamo vedere le trasformazioni vocaliche
ormai avvenute. Eccu(m) illu(m) (vedo pag. 148 e seguenti di Patota). illum è di suo
un dimostrativo in latino, come istum. Questi pronomi hanno perso il loro potere
deittico, indicare qualcosa di esterno al discorso, o di richiamare qualcosa già
espresso, si indeboliscono. Da illum deriva appunto l’articolo. (Vedo pag. 128-135
Patota). Il dimostrativo perde il suo potere fino a diventare articolo. Come ricostruire
dimostrativi? Con una forma perifrastica, rafforzata da eccum. (Ec)cu(m) illu(m) ->
quello.
È un fenomeno a cui possiamo assistere in italiano contemporaneo. Il nostro
dimostrativo ha bisogno di “stampelle” che lo rafforzino. Il fenomeno di per sé non è
strano. Un altro segno che questo fenomeno di erosione fonica è ricorrente è che noi
spesso diciamo “Stasera, stamattina”. Si può guardare questo fenomeno in maniera
generalmente linguistica. Pag. 93, circolo dell’erosione semantica -> Loporcaro, in
un’espressione “pastore quello buono” valore specificante, anaforico, questo uso va
deupaperandosi man mano che diventa obbligatorio, quando inizio a riferirlo ad
esseri unici.
Negli altri placiti abbiamo un valore riflessivo medio. Questo conteno avrebbe una e
aperta. In questa zona non si ha chiusura, né dittongamento. In altre zone
presenterebbero una forma dittongata. Nei placiti la cosa non avviene, con ogni
probabilità è stata trattata come una o. mentre nella morfologia nominale hanno
potere metaforizzante, in quella verbale no.
Parte in cui Dante parla dei volgari toscani, nel De Vulgari Eloquentia. La Manni
antologizza solo una parte. Sono un esercizio di analisi linguistica di un testo antico,
frasi dialettali che riporta. Trattato in latino all’inizio del 300, è già in esilio. In esilio
compone il Convivio, opera di commento a canzoni, presentate come opera filosofica,
trattato in volgare, commento parola per parola , significato metaforico. Ha
intenzione divulgativa, a differenza dell’altro che è scritto in latino. Quest’ultimo è
un’opera per tecnici, spiega cos’è la lingua, simboleggia la natura composita
dell’uomo, ha capacità di espressione fonica, lingua ha aspetto fisico, mutamento
materia, questa base fisica convoglia significanti spirituali. Natura duplice dell’uomo,
animali non riescono a trasmettere significati astratti, angeli non hanno bisogno di
supporto fisico. Storia del linguaggio, episodio peccaminoso della torre di Babele,
tentativo di estremo orgoglio viene punito, fa sì che gli uomini non riescano più a
comunicare tra di loro, chi non riesce più a parlare sono le varie congregazioni
(architetti, muratori ecc), tutte le varie corporazioni non hanno un linguaggio per
entrare in contatto con le altre. Chiave di lettura dell’intero trattato in una delle
versioni recenti per i Meridiani Mondadori. Tavoni sottolinea l’importanza di questo
aspetto, significato politico dell’opera di Dante, Dante stia scrivendo un trattato
tecnico con cui però parla ad una classe politica, contrarietà al campanilismo che
divideva l’Italia. Succede poi che i popoli si spargono in tutto il mondo, in Europa
arriva un triplice linguaggio, greca, slavo-germanica, e una zona dove i linguaggi si
sono tripartiti, provenzale (doc), lingua del sì, lingua d’oil. Queste lingue pronunciano
molte parole collegate tra loro. Il latino non è il loro antenato, è gramatica, lingua
costituita a tavolino, permette comunicazione a distanza spaziale, supera spazio e
tempo. Latino come greco antico, sono una specie di esperanto. Mostra la
parcellizzazione dell’Italia, elenca 14 volgari in uso in Italia, Dante passò poi alla
Commedia. Gli altri libri dovevano occuparsi di stilistica, tipo di linguaggio, la
metrica, lirica d’amore, poi forse di commedia, fino ad arrivare ai dialetti familiari.
Elenca i vari volgari delle città toscane, sono divisi da città a città. Ovelle è formato
da ubi + velles, velles=tu vuoi. È l’esito genuino di velles seconda persona analogica.
Vuo’ è una forma analogica, si forma su un voleo, voles. Forte attacco ai romani.

27 settembre 2017
Lettura consigliata: secondo modulo, 2 capitoli di un’opera in 3 volumi “Storia della
lingua italiana”, curata da Serianni -> capitoli a firma di vari studiosi. Il terzo volume
si apre con un saggio di Petrucci  “Il problema delle origini..”. Da un lato storico
sociologico, prima sezione, seconda sezione passa in rassegna i documenti volgari. Si
parla del Giuramento di Strasburgo, 14 febbraio 842.
813  Concilio di Tours  la Chiesa francese prescrisse che i predicatori dovessero
predicare in volgare, momento della predicazione nella lingua del popolo.
Nel caso dell’842 abbiamo le parole pronunciate, accordi che prendono due figli di
Ludovico il Pio (Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico) contro il terzo, Lotario. Il
testo è raccontato da Nitardo, parente di Carlo il Calvo.
AU si chiude in o breve  si formano quando il dittongamento era già concluso. Vedo
Patota pag 55/56, paragrafo 3, capitolo 3. Alcuni casi  o lunga. Patota si occupa
anche delle forme verbali del tipo sto, do, ecc. Quanto alla forza raddoppiante di sao
 pag 108/109/110. Per spiegare il potere raddoppiante di so parte da una terza
persona, una terza persona analogica. SAT perde la consonante, l’abitudine
linguistica che avevano i genitori -> viene ereditata dai figli, sono abituati al fatto che
se dopo c’è una consonante, allora diventa lunga. Abitudine linguistica di cui i
parlanti non sono consapevoli, abitudine si estende a parole anche senza consonante
finale, purché siano collegate a sa, in questo caso tutto il paradigma delle prime tre
persone. Anche per do, sto -> creazione di una serie di prime persone plurali del tipo
dao, stao. Sono uguali le seconde persone singolari, pag 109 -> forme che provocano
un raddoppiamento fonosintattico. Livellamento paradigmatico.
Patota pagine 151/152  pronomi relativi  quid avrebbe dato esito che  aspetto
morfosemantico, che assolve funzioni che in latino erano assolte da altre
congiunzioni. Semplificazione del paradigma. Menziona forme che sono sopravvissute
derivate da quia, quid. Placito di Sessa Aurunca.
Pag 80/81  labiovelare.
Dante.
Caso aretino, 2 forme di volere. Forma di volere  regole del dittongo mobile, Patota
pag 58. Dove l’accento non cade sulla vocale, la vocale non dittonga. Ci sono stati
livellamenti paradigmatici, in alcuni casi non c’è più alternanza (suonare).
Manni  spiegazione  velle da ubi. U breve si chiude, b è caduto o potrebbe essere
aplografia linguistica, poi la b dilegua. La perifrasi potrebbe essersi trasformata.
Velles si è conservato, ve è tonico e poi lo troviamo in combinazione con altre parole.
Congiuntivo imperfetto, si sviluppa regolarmente. Cade la s. Vaste zone dell’Italia
centro meridionale, la vocale atona palatale confluisce su e.
Vuoi  non dobbiamo immaginare il paradigma latino volo, vis, vult, ma una forma
analogica di cui abbiamo evidenti esiti toscani  volet  vuole, voles  vuoli  vuoi
sillaba composta da laterale e vocale palatale chiusa finale evolve a semivocale,
voleo, e si chiude in i, voio, di nuovo laterale + i, tra due vocali, evolve a laterale
palatale voglio (vedi figlio). Gli esempi sono attestati negli esiti regionali (veneto,
siciliano). La Manni commento opportuno  riduzione del dittongo discendente. Vuoi,
i atona, accento nella prima parte, cade la parte atona, in prossimità di altre parole,
in velocità io posso elidere. Questo fenomeno appartiene a tutta la Toscana, elemento
che si può riconoscere come identificativo di un tratto della Toscana orientale (qui sta
parlando degli aretini)  esempio, marca più precisa è l’avverbio.
Forma interrogativa con soggetto posposto -> toscano è diventata poi lingua a
soggetto obbligatorio. L’italiano nella sua categorizzazione astratta, ha prodotto
lingua scritta.
Dante contro il romano.
Edizione dei meridiani Mondadori. Interpretazione del De Vulgari con un fine politico,
tesi di Tavoni. Edizione curata da Coletti, questa di Tavoni ha avuto edizione
commerciale. Edizione di riferimento è di Mengardo, edizione critica del DVE, 3
manoscritti. Edizione compresa con un suo commento -> Ricciardi. Dante si dimostra
molto aggressivo contro ogni forma di parcellizzazione dell’Italia, e di municipalismo,
punto di vista politico e linguistico, non attacca nessuno in particolare. Nel caso
specifico aggressività verso Roma, ruolo del papato. Esemplificazione del dialetto
passa attraverso una descrizione dei costumi dei romani.
Non possiamo chiamarla volgare, lingua, è un tristiloquio. Giudizio politico e morale.
Usa come esempio la frase Messure quinto dici
Messure: forma di ipercaratterizzazione. Sta estendendo un fenomeno che i romani
avevano allora ma che non usiamo in quella forma lì. Messure appare come forma
metafonetica, in effetti il romanesco era un volgare centro meridionale, ora centro
settentrionale. Roma -> affluenza da tutte le parti d’Italia, nel 500 -> sacco di Roma,
abbandono città, sopravvenire papi medicei -> ha fatto ripopolare la città in una
maniera composita, percentuale toscana molto alta. Fino alla fine del 400 dialetto
meridionale. Ma i parlanti reali in questo caso non avrebbero usato una forma
metafonica perché la forma originale concludeva in e, l’accento cade su o, il plurale
era metafonetico. Dante fa un errore nell’imitazione.
Quinto: sillaba aggiuntiva, viene dal suffisso –mente, viene sentito come suffisso
avverbiale. Caratteristico di usare la seconda persona singolare, quando ci si riferisce
a qualcuno di importante. Paradiso XVI, 10-11, parla con Cacciaguida  a Roma non
veniva più usato. Continua con questa caratterizzazione.
Fine prima parte
Conto navale pisano
Testi autentici, non citazione parodica. Per seguire veramente l’evoluzione linguistica
è necessario ricorrere a testi pratici. In testi letterari si potrebbe incorrere (come in
questo caso) nel problema che potrebbe portare la caratterizzazione all’estremo e
persino all’errore. Accentuare consapevolmente o inconsapevolmente le
caratteristiche (Dante non è consapevole). Dopo che il toscano diventa l’italiano, l’uso
del dialetto continua. Nei testi pratici non si vuole rappresentare la lingua. Pur
dovendo sottostare ad alcune norme, sono più vicini alla lingua spontanea.
Prima metà del sec. XII, tra il 1080 e il 1130, in minuscola carolina, su quattro righe,
scrittura istituita dai collaboratori di Carlo Magno per promuovere un tipo di
scrittura uniforme, modello funzionò, si rifecero gli umanisti quando crearono la loro
scrittura minuscola. Conto navale pisano -> pergamena utilizzata per scrivere una
sorta di lista di spese – armatore che segna le sue spese o forse le spese generali per
tante navi, (pergamena poi venne usata sul verso, girata, sul quale vennero scritti dei
testi religiosi, nel tentativo di poterla usare tutta, in parte venne cancellata la lista
redatta). Poi questo foglio venne usato come foglio di guardia. Altro libro (sentenze di
Isidoro), poi pergamena e copertina dura. Manoscritto si trova a Filadelfia. Scoperta
anni ’50 del secolo scorso.
Dittongamento toscano a quest’altezza cronologica. Ha dato soldi 40 a Berardo C, ha
dato soldi 20 a ..ad Amico anche ha dato soldi 20. Lista fatta sul momento, mano a
mano che le spese vengono sostenute. Matieia plurale neutro in a.
Materjo mateio  matieio
Esito del toscano:
> in posizione intervocalica. Vari esempi nella parte letta. Sono nomi di mestieri
con suffisso –arium. Vedi Patota pag 91/92. Esito propriamente toscano.
La prima e breve dittonga.
Dittongamento toscano >
Restaiolo prepara le funi. Due suffissi. L’altro è colui che costruisce gli speroni. i
prostetica, parole che iniziano per s + consonante.
Sperone < sporo (parola germanica che non è chiaro a che altezza è entrata nel
latino). Tacito racconta di contatti con Germani, ma potrebbe essere prestito di età
carolingia. Dissimilazione. Differenziazione delle due sillabe, per permettere una più
facile comprensione si utilizzano vocali diverse nelle due sillabe conseguenti.
Taule = assi -> dittongo aperto, tavole è forma latineggiante, da tabulae. A Pisa e a
Lucca -> spie linguistiche, non si è arrivati a tole, au si mantiene di fronte a l.
Cigolo vuol dire piccolo ed è un nome proprio come Amico, forma di piccolo che si
usa ancora a Pisa.

Testo genuino con esempio di metafonesi, Confessione umbra.


Libro pergamenaceo miscellaneo, sec. XII iniziale, per alcuni seconda metà XI,
all’interno di testi tutti latini è inserito un testo volgare. Libro che è scritto da chierici
che raccoglie formule e testi utili all’ecclesiastico per la sua professione. Umbria
(cod. Vallicelliano B 63, carte 231v-232 r)
Il testo contiene una formula di confessione: formule che il confessando deve dire,
non le dice spontaneamente, il prete le dice e lui le ripete, poi parte in cui il prete
assolve il fedele. Ci sono parti in latino all’inizio e alla fine, quella che a noi interessa,
in volgare, occupa solo 2 carte. Codice contiene una sessantina di carte fatte da
un’unica mano. Le 60 pagine erano state fatte in un monastero a Norcia. Il testo
alterna pezzi in volgare, testi in latino sgrammaticato e testi in latino corretto ->
all’inizio il confessando deve dire formule in latino ed inizia ad infilarci un po’ il
volgare. Il grosso della confessione veniva svolta in vorlgare. L’assoluzione del
confessante inizia con un latino un po’ semplice poi precisa in volgare le forme di
penitenze e le opere che il fedele avrebbe dovuto fare e conclude con una forma in
latino solenne.
Parentesi tonde  parti del testo che sono in forma abbreviata.
“Essi mi diedero alcune penitenze e io non le feci..” Illi chiuso metafonetico, torna ad
assomigliare al latino.
killi: metafonetico < kelli
Castellani esclude che si tratti di una forma latina, perché la formula in cui viene
utilizzata è in volgare. Le forme in latino e volgare all’interno della confessione sono
ben divise. Accorgimento di tipo grafico, k è apostrofata, le due parole in fonetica di
frase sono ridotte. Tipica abbreviazione del parlato che c’è solo nel parlato.
Indicazione interessante che ci fa pensare che la forma sia effettivamente in volgare.
Puseru: anch’essa metafonetica. Va interpretato come poserunt. Questa o diventa u
per metafonesi  esito desinenza erunt è una u, attira a sé la tonica. Placiti campani
-> conteno.

11 fenomeni distintivi, da ipotizzare nel latino medievale, nel latino parlato, per
spiegare perché lasciano traccia.
• Vocalismo tonico
• Dittongamento toscano
• Metafonesi
• Lenizione delle consonanti occlusive intervocaliche
• Palatalizzazione delle occlusive
• Perdita della declinazione e ristrutturazione del neutro
• Nascita dell’articolo
• Morfologia verbale (condizionale..)

2 ottobre 2017
Riassunto settimana precedente:
Indovinello veronese  Semantica di parebat. il sistema dei casi si sta disfacendo.
Epigrafi  testi ancora latini con forme di uscita generica, tuttofare, anche in
compresenza. In testi più tardi, eventuali uscite che potrebbero farci pensare a casa,
sono in realtà da interpretare come volgari. Forma di maschile plurale, conservata
Italia centrale, uscita in u, maschili.
Contrapposizione tra dittongamento toscano, trattamento vocali toniche chiuse.
Sviluppi in testi antichi, Placito campano  sao, negli altri placiti paralleli
raddoppiamento. Forma che  uso di che tuttofare nell’italiano moderno. Nei testi
antichi centro meridionali si vede distinzione tra ka che seguita da indicativo
introduce le dichiarative. Le forme ke, ko, inizialmente dedicate al congiuntivo, ko +
congiuntivo introduce volitive. Lo vediamo non solo più costruito con il congiuntivo.
Trovare queste informazione sul sito della Treccani  Grammatica storica 
Enciclopedia dell’italiano 2011. Forma conteno non dittongata  desinenza o, zona
intorno a Cassino.
Dal DVE  esemplifica varietà linguistiche con funzione ideologica e letteraria.
Esempio del modo degli aretini  forma dittongata, per la metafonesi  romanesco,
errore.
Conto navale pisano: forma matieia  il plurale neutro dei latini viene rianalizzato
come un femminile. C’è un altro fatto, fonetico, esito di rj, esito solamente toscano.
Confessione umbra: forme metafonetiche, la o diventa u. La i finale provoca
assimilazione della vocale tonica. Elisone della e, k attaccato ad illi, fenomeno non
presente in latino.
Patrini: esempio di Iacopone, famoso poeta religioso. È usato nel significato di
confessore e padrino del battesimo, cita testo di Orvieto, veneziano. In italiano t si è
sonorizzata, tra vocale ed r, r ha spesso effetto simile a quello di una vocale. Si
arriva addirittura al dileguo della d, qui invece è ancora conservata la forma sorda
del latino. Sonorizzazione propria dei dialetti settentrionali. Fenomeno discusso,
interpretato come influsso settentrionale -> o veri e propri prestiti -> Lago (derivante
da lacum), ad esempio, può essere considerato un prestito dai dialetti nordici nei
quali regolarmente la sorda intervocalica sonorizzava. Interpretazione di tipo
sociologico, spinte imitative -> Garfagnana, via commerciale o vie dell’Appennino,
possono aver portato questo modo di pronunciare. Motivo di prestigio può essere la
potenza dei longobardi. Istituzione prestigiosa politicamente che può portare
imitazione. (Vedi imitazione del milanese con Berlusconi al governo, centro politico
ha importanza)
La sonorizzazione  vedi Patota pp. 83/86
Lo stesso confessore lo ha confessato tempo prima, lui non ha obbedito.
Parere  quando perde la sua forza semantica viene rafforzato con a per tornare a
significare si manifesta. Qui quindi non è alfa privativo.
Placiti campani: la prof aveva dato interpretazione sbagliata (abbreviatura, iudex si
legge alla fine, e legata con la x, l’altro trattino della x è dato dalla curva della e).
Storia della letteratura italiana, Garzanti  Abbreviatura dice qui supra.

Tema della lenizione, tratto di diffusione pan romanza  “Il latino sommerso”, serie
di tratti pan romanzi, vanno interpretati come tratti che dovevano essere manifestati
in maniera tabuizzata, vietata, evitata nel latino parlato, attestazione sporadica, ma
dovevano essere cruciali perché si manifestano in tutte le lingue romanze.
Improbabile che si siano formati in una lingua e si siano poi diffusi in tutte le altre
lingue. Esempio dell’articolo.
Tratti vocalici ristrutturazione del sistema vocalico da quantitativo a qualitativo e
dittongamento  panromanzi, metafonesi tratto italiano.
Sonorizzazione o lenizione delle occlusive velari e dentali in posizione intervocalica,
si sonorizzano in un primo stadio, in alcune lingue romanze si può arrivare ad una
articolazione ancora meno marcata, tipo costrittivo, perdendo l'elemento occlusivo,
addirittura scomparendo del tutto. Si può parlare di lenizione delle occlusive sorde,
attenuazione. Loporcaro  spiegazione utile ne porta alcuni esempi francesi:
CŬPPA(M) coupe
Fenomeno di reazione a catena, perdita della doppia, consonante singola.
CŪPAM (scuro)  cuve
HABERE (intervocalica sonora) avoir (fricativa)
MOVERE  mantiene tipo di articolazione
Doppie diventano scempie, scempie si sonorizzano e possono continuare ad evolversi
in senso lenitivo perdendo l’elemento occlusivo.
P e b sonorizzano e perdono l'elemento occlusivo
Se una parola va a mettersi dove c’era un’altra, processo come si può analizzare? C'è
un processo di trazione (siccome le prime si sono spostate le altre vanno al suo posto)
o spinta? Cosa potrebbe spingere a questo processo a catena? Altrimenti si arriva ad
assenza di distinzione, tutti conguaglierebbero in una sola lettera. Ristabilire
distinzione (vedi ille che decade ad articolo, aggiunta di eccum  quello). Nel caso
della lenizione è un mutamento per prima cosa si ha sonorizzazione e poi in un
secondo momento la degeminazione.
Il fenomeno della lenizione (da p a b a v) è precedente a quello della degeminazione
(consonante lunga articolata come breve). Lenizione come fenomeno sommerso, su
tutto il territorio ex imperiale, degeminazione più tardo, in alcune zone in altre meno.
Pergamena, archivio di Stato di Ravenna, dall’altra parte della pergamena, forma
molto simile al Placito campano, supporto di scrittura, dall’altra parte contiene un
contratto di vendita del 1127, nella parte del verso, si trovano due poesie molto
antiche, fine XII secolo/inizio XIII, liriche d’amore in volgare, una lirica in 5 strofe,
l’altra forse il suo ritornello. (Ricordo episodio di Dante che incontra Casella, ripresa
gesto di Virgilio e di Omero, Dante come compenso canta canzone). Caso di lirica con
la musica, rappresentazione medievale ancora senza pentagramma. La data è
sbalorditiva. Normalmente si dice che la lirica d’amore italiana (da provenzali) è
iniziata in ambiente della scuola siciliana (metà del XIII secolo). Qui siamo a Ravenna,
anni prima. Testo, storia di ritrovamento divertente, pubblicata su rivista scientifica
nel 99. Nota con l’incipit o come Carta Ravennate, “Poesia delle origini”, “Poesia
italiana delle origini”, raccolta con ricco commento. Probabilmente la canzone non è
un autografo, ma è stato copiato. Presenta infatti un errore , mostra che non è un
originale: null’om (con il titulus) con consillo (con il titulus) de penare. Correzione
-> cum (Nessun uomo saggio deve penare contro le volontà del suo padrone, amore).
Si tratta nuovamente di una aplografia, probabilmente entrambi i con erano
abbreviati, nel copiare si è sbagliato ha anticipato l’abbreviatura del primo su omu e
ha scritto una sola volta con. Datata addirittura alla fine del XII secolo
Cathene esempio di lenizione. Siamo arrivati ad una grafia che presenta un th, ha già
perso elemento occlusivo, è diventata una costrittiva. Occorre più volte nella
canzone, interessante che compaia nell’incipit, zona è Ravenna, contigua alla Pianura
Padana, Veneto sonorizzazione indigena -> si arriva alla lenizione, prima
rappresentazione grafica.
Fine prima parte
Programma d’esame  Manni  vedo capitoli (o Dante o Boccaccio)
Dante e il romagnolo
Caso di sonorizzazione, lenizione nella Carta Ravennate. Per la stessa zona ci aiuta
Dante, 14esimo capitolo, paragrafi 2,3.
Commenta il modo di parlare dei Romagnoli. Due volgari contrapposti. Afferma che il
romagnolo è un volgare molto effemminato, fa sembrare donne gli uomini, volgare
diffuso soprattutto a Forlì, ed esemplifica questa lingua.
- i romagnoli per affermare dicono: deuscì
Forma formata da Dio + sic latino palatalizzato.
- Oclomeo. La grafia cl rappresenta probabilmente la reale pronuncia coeva.
Da OCULU(M) accento sulla terzultima, la u nella parlata rapida anche del latino
veniva mangiata, (vedo specchio ecc) sillaba aperta con vocale atona in seconda
sillaba, questa spesso scompare, evoluzione tipica dell’Italiano. (Patota 93-96). Dante
sentiva una cosa di questo tipo nella Romagna.
La c nell’italiano attuale compensa la caduta della u con l’allungamento (vedo parlata
dei romani), la l evolve ulteriormente in quell’intacco palatale.
OKULUM> okkjo
In italiano ci siamo fermati allo stadio di velare con intacco palatale. Creazione di
gruppi consonantici con l secondari. CLARUM > chiaro.
Esempio di sonorizzazione.
- Corada mea < corata (considerato un femminile singolare), cuor mio, viscere
mie? Forma gentile di vezzeggiamento. Passaggio da occlusiva velare sorda a
sonora. È portato come esempio di espressione affettuosa, tenerezza ruffiana.
Nell’Inferno utilizza la stessa parola, anni dopo, nel canto XXVIII, attribuendola alla
descrizione di Maometto, crea una setta, patrimonio di personaggi simile al nostro,
ma con tutta un’altra gerarchia di profeti, prospettiva di salvezza. Divisione del
mondo religioso -> tra i seminatori di zizzania. Rovesciamento del termine, esempio
sperimentalismo linguistica, di grande capacità transitoria della lingua.
Dante prosegue esemplificando altre parlate settentrionali, criterio geografico.
Altro esempio di sonorizzazione e lenizione. Anche in posizione finali di parola si
assiste alla sonorizzazione (settentrione).
Dante ed il Lombardo.
Dante nota il fenomeno e dice che a Brescia (lombardi orientali) e a Treviso, Veneto
occidentale, tolgono l’ultima vocale della parola (apocope) pronunciano la v come f.
Nof per nove, vif per vivo.
Egli classifica questo tratto come un barbarismo. Veniva usato per indicare un modo
di parlare sbagliato.
Toscana, resto dell’Italia centro meridionale, consonante protetta da questo
fenomeno, la vocale non cade
Esempi -> sembrano derivare da una esperienza diretta, esemplificazione a volte
sono citazioni, documentazioni letterarie. (Non era andato per esempio in Sicilia).
Casi più vicini a lui sembrano esemplificati su un’esperienza diretta, in realtà non
tutti sono d’accordo su questo. Pavoni tende a pensare che tutto sia esemplificato su
base letterale.
Zona Padania, vocali cadono salvo quelle che designano femminili.

Fenomeno che Varvaro elenca: palatalizzazione -> tabuizzato si verifica, ma non è


accettato a livello normativo.
Vedo Patota pag 79. Effetti di j sulle consonanti.
Patota in quella pagina parla della palatalizzazione che ha riguardato le occlusive
velari e ,
Da pag 79 fino a 86-93. Fenomeni di trasformazioni delle consonanti dovute a j. Può
nascere dallo sviluppo di una e che si chiude in iato davanti ad un’altra vocale.
Esempio MEUM > mio. Coppia delle dentali tj, dj, presenza di j dopo provoca spesso
allungamento e una piccola trasformazione a livello articolatoria.
Vedo pagine 88/89
PLATEAM > platia la davanti ad si chiude > piazza
Allungamento della t precedente e la sua trasformazione in un’affricata dentale.

- Seconda parte della parola, tra due vocali. La e si chiude in i, in iato con a, provoca
l’allungamento della consonante e la perdita dell’elemento occlusivo. Restringimento
della bocca ma non vera e propria chiusura.
- > Prima parte della parola.
Gruppo consonantico originario latino.
Altro esempio con VITIUM, esito della vocale, i breve diventa e chiusa, ha la sua
regolare chiusura e l’evoluzione, non c’è stato bisogno della chiusura in iato, evolve
in un’affricata.
Esito di tj è doppio in italiano, l’esito autoctono toscano è differente.
STAZIONE > stazione (prestito del latino) esito dotto. La dentale è scempia,
apparentemente. C’è ancora j
> stagione (con g pronunciata alla toscana)
Esito dotto razione, esito autoctono ragione. Da un lato c’è sonorizzazione e poi c’è
una palatalizzazione.
Doppio esito -> possibilità di influssi settentrionali. Gruppo tj ha dunque due esiti
possibili (affricata dentale di grado intenso, sibilante palatale sonora)
Bacio e non bascio. Gruppo latino con j. Tra due vocali -> palatalizzazione ed
allungamento. La convergenza con stagione, ragione e poi con l’esito di cena. Antico
dittongo OE latino si riduce alla seconda e, vocale palatale -> palatalizzazione
consonante. In alcuni contesti, intervocalici, viene pronunciato sibilante (non scritto).
I toscani pronunciavano: la scena. Avveniva solo in alcuni contesti, pronunciavano in
altri il raddoppiamento fonosintattico: a ccena. Distribuzione variabile.
Per questo motivo nel Cinquecento, con la diffusione della stampa, si è deciso di
utilizzare il grafema c in ogni contesto per semplificare. Si diffonde per la c e la g una
grafia semplificata. I toscani hanno continuato a pronunciare alternativamente in un
modo o nell’altro, ma chi non era nativo toscano, imparava il toscano come lingua
scritta, pronunciava c come lo pronunciamo adesso e come compare in molti altri
contesti. Diffondersi di una grafia semplificata ha conturbato, perdita di queste
palatali. Vedo Patota.
La stessa base latina può avere tutte e due gli esiti. Da PRETIU(M) derivano sia
pregio che prezzo.
Anche per dj l’esito è doppio. Da MEDIU(M) > mezzo.
Se dj si trova dopo consonante, esito scempio PRANDIU(M) >pranzo
ODIE > oggi evoluzione ad una affricata palatale sonora
Doppio esito: RADIU(M)
>Raggio
>razzo
(> radio, forma dotta, esito conservativo) imitazione dei suoni latini.

3 ottobre 2017
Copista nel copiare può modificare involontariamente l’aspetto fono morfologico ->
modifiche involontarie (alcune saranno volontarie poi), o non capisce cosa sta
leggendo oppure riconosce ma involontariamente scrive come dice lui. Problema
molto diffuso, situazione italiana molto parcellizzata. Anonimo romano, Formentin è
uno degli studiosi che l’ha curato -> articolo su “Lingua e stile”, riconoscere quali
tratti linguistici possano essere originali, rinvia a Rohlfs, grammatica nel volume
della sintassi, paragrafo 786, distinzione tra ka e ke -> vasta zona centro
meridionale, distinzione tra le congiunzioni. Questa netta precisa distinzione si
mantiene ancora oggi -> altra lingua romanza che lo ha è il romeno, analogo alle
lingue confinanti, bulgaro e greco -> interpretazione di tratto che rispecchierebbe
bilinguismo, presenza greca posteriore in Italia meridionale.
Quanto alla lenizione -> lenizione e palatalizzazione. Entrambe hanno dei tratti di
somiglianza quando toccano delle occlusive in posizione intervocalica. Sia nel caso
della lenizione, occlusive acquistano sonorità e poi perdono elemento occlusivo,
diventando delle costrittive -> può portare al dileguo. Sacrificato l’elemento
occlusivo, movimento che comporta un arresto. Processo di economia articolatoria.
Cosa simile si realizza nella palatalizzazione intervocalica, diventa solitamente
affricata, affiancato da elemento costrittivo, inizio di erosione. Le affricate sono suoni
composti da due elementi. Vedo Patota, capitolo 2.
Processi che per economia intaccano le occlusive.
Reazioni a catena. Esempi di Loporcaro sono francesi. Esito del vocalismo, in
francese anche sono diversi. Panromanza.
In Quando eu stava fine XII, inizio XIII, la lingua di questa canzone è considerata una
forma antica di ravennate. All’inizio si è invece pensato che il testo fosse centro
italiano, per alcuni tratti come le u finali, che copiato a Ravenna aveva assunto dei
tratti settentrionali. Accenno nell’Antologia -> Testi poetici delle origini.
Questione: dimostrazione che si tratta di una copia, grave errore testuale,
difficilmente il compositore avrebbe fatto un errore così grave.
Spiegazione della palatalizzazione nel contributo di Loporcaro, in epoca imperiale il k
di amiki, plurale di amicus doveva avere una realizzazione un po’ più avanzata.
Questa realizzazione era un po’ quella che noi abbiamo tra la n nasale e quella
prevelare. Differenza non di valore fonologico. Questa articolazione progredisce
sempre di più e arriva ad una realizzazione con intacco palatale e poi palatalizzazione
-> amici. Deve essere stata per i parlanti una variazione. Cosa ha determinato la
fonologizzazione dei due allofoni -> ad un certo punto si erano creati altre forme che
non palatalizzavano, pronome relativo chi, da evoluzione che perde elemento labiale.
Questo tipo di evoluzione è successo in periodo più tardo, ha spinto forme che
oscillavano a venire trattate come forme diverse, per esempio per ragioni
morfologiche.
In Serianni Antonelli si trova trattata una cosa simile, a pag 14 -> formazione dei
plurali. Studio recente. Desinenza per il maschile e una per il neo neutro.
Ristrutturazione della morfologia avvenuta nell’umbro. Maschili di essere animali ->
i, essere inanimati -> desinenza dell’accusativo, in questo caso è –os. Accusativo
come caso tuttofare, conservazione di nominativo in casi specifici. Con fuoco prevale
l’accusativo. Abbiamo due forme identiche, solo a questo punto il plurale si sarebbe
livellato per analogia con il plurale amici, in un periodo in cui però nella
palatalizzazione non c’era più -> fuochi.
Esito di sj. Questo gruppo può restare sordo, però può avere anche esito sonoro.
Vedo Patota pagine 92/93. Sporadica sonorizzazione consonanti intervocaliche.
Questo rientra nella bipolarità di esiti di tj, dj.
Testimonianza di Travale
Pergamena, molto più regolare come formato, che registra un testo del 1158.
Controversia tra un laico e un convento. Il giudice che redige l’atto si chiama
Balduino. Controversia riguarda Ranieri Pannocchia, un conte, ed il vescovo di
Volterra. Travale era allora una corte, una fattoria e si trovava nei pressi di Grosseto.
Problema -> si chiamano dei testimoni, hanno lavorato per l’uno o per l’altro dei due
contendenti, a dimostrare che la corte era gestita da uno dei due e quindi a lui
apparteneva. Il vescovo sta cercando di avere dei terreni, adduce delle testimonianze
per dire che è lui che si occupa di coloro che lavorano a Travale.
Testo latino. Traduzione delle due formule volgari.
Un certo Enrigolo dice di aver sentito dire da un certo Berardino che i Nappari, che
abitano in un’altra corte, erano della corte di Travale -> si dice di loro che sono
andati nella corte della Montanina e hanno preso del pane e del vino per i muratori di
Travale.
Il testimone Enrigolo sta dicendo che per dare da mangiare ai macioni, ha preso
dall’altro feudo pane e vino. Un altro testimone dice che lui ha fatto un servizio
laggiù. A causa di aver mangiato poco gli fu condonato il servizio. Si attesta che da
certi feudi si riesce a prendere il cibo per i macioni di Travale, altri lavoratori
arrivano invece malnutriti, prendono dal feudo sbagliato. Quello che ha colpito è la
presenza di nomi germanici, e frasi non trasparenti ma con elementi di
comprensibilità. Formule nella parte bassa della pergamena.
Compare il termine macioni, muratori, massoni. Massoni è adattamento moderno del
francesismo, recupero tardo dal francese.
*MAKON(fare, forma germanica) >*MAKJO (colui che fa)> dà esito in antico francese
maçon > macioni (adattamento volgare antico). Realizzazione imitativa toscana, a
metà tra affricata palatale e dentale. Alternanza non stupirà un italiano
settentrionale. Oscillazione nell’esito dei suffissi –acius (aggettivi denominali poi
sostantivati, vedi pagliaccio, fatto di paglia -> sacco, cosa ridicola, stesso suffisso di
terrazza), -icius (con i participi, aggettivi deverbali, poi esteso agli aggettivi). Vedo
paragrafo di Rohlfs sulla sintassi (1037, 1038). Costruzione delle parole con suffissi,
vedo penultimo capitolo Serianni.
Guaita è altro germanismo, lo si prende sia come vocativo oppure come se la persona
facendo la guardia, parlasse a se stesso.
MAGIS > mai > ma’
Nel contesto della frase significa ‘non mangia più di mezzo pane’
*WAHTA germanico. Diventa poi in italiano guardia.
Suono approssimante velare -> labiovelare sonora. Prestiti germanici.
Mangiare è attestato per la prima volta. Coesistenza di vari esiti, forma più
espressiva (muovere le mascelle, vedi Serianni capitolo 8). In italiano la maggior
parte delle parole non derivano tanto dalla lingua standard, ma da parole del
linguaggio popolare, con una semantica più espressiva, la cui erosione c’è stata
sicuramente.
Manducare latino si conserva in italiano antico. Poi per metaplasma ->
MANDICARE in questa voce rizzotonica (accento va sulla radice) è avvenuta una
forma di semplificazione nesso consonantico intervocalico, l’accento è sulla
terzultima, il resto della parola diventa più debole, viene articolato in modo più
veloce, diventa la seconda sillaba. Questa volta non avrebbe colpito la vocale ma il
gruppo consonantico. Dà come esito autoctono manicare.
In italiano abbiamo mangiare perché? Va persa occlusiva velare. Trafila accettabile in
francese. MANDICARE > mandjare > manger in francese (esito naturale). Manger in
italiano viene regolarmente adattata in mangiare. Manger francese viene sentito
dagli italiani che cercano di interpretarlo. Non indigeno perché dj in italiano dopo
consonante diventa z.
Fine prima parte
Testimonianza di Travale -> compresenza dominatori Franchi, le loro tracce
linguistiche. Caso di palatalizzazione, presenza di consonante palatale, ma questo
non è un caso standard di palatalizzazione. Modo in cui viene realizzato in toscano la
forma francese. Negli esiti autoctoni di MANDUCARE gruppo dj non ha esito
palatale, in alcuni volgari è affricata dentale. Diversa distribuzione degli esiti palatali
-> Dante identifica come propria dei volgari in Pianura Padana.
Parole polisillabe subiscono una riduzione, in specchio, orecchio …mostrano una
velare con intacco palatale. Volgari antichi settentrionali mostra evoluzione. Dante
condanna. Capitolo XI, paragrafo 5 -> Bergamo e Milano Si rifà ad un componimento
di scherno per esemplificare un volgare. Letteratura riflessa con funzione parodica,
comica ed espressionistica (Serianni capitolo 3, “uso riflesso del dialetto”).
Produzione letta come minore, Dante lo vuole evitare, è interessato a questo
sperimentalismo, ha paura che se rimane così emarginata non riuscirà mai a
decollare, che può superare diffusione locale.
Alessandrino (verso di imitazione francese, nella versione italiana è un verso
composta da due settenari). I versi in italiano vengono denominati immaginandoli in
astratto come piani.
Ochover da OCTOBREM il lombardo ha come evoluzione una palatale. Ch ->
tradizione medievale diffusa, ancora adesso in spagnolo. Nesso consonantico
primario. In italiano dove avviene il fenomeno della assimilazione progressiva. Nella
Pianura Padana assistiamo alla palatalizzazione. L’evoluzione lombarda ricorda le
evoluzioni in antico francese. Come LACTEM> laich nei dialetti padani lait in
francese. Latte -> assimilazione del gruppo consonantico. Dante è colpito dalle
apocopi delle finali.
Parte morfologica
• Perdita dei casi (visto già nell’Indovinello veronese) Pag 117-128 Patota
• Ristrutturazione del neutro Pag 116/117
• L'introduzione dell'articolo
Dante contro i sardi
Dante a proposito dei sardi capitolo XI paragrafo VII dice che non sono italiani, ma
che sono da associare agli italiani. Dice che i sardi imitano la grammatica (il latino,
lingua convenzionale, creata a tavolino, per le comunicazioni al di là dello spazio e
del tempo), non avendo un volgare proprio, egli dice che lo imitano come le scimmie
imitano l’uomo.
Dante dice che essi dicono: “Domus nova e dominus meus”
Toponimo domus novas, conservazione desinenza latina. In sardo medievale,
appellativo riferito al giudice era donno, riduzione di dominus. Sincope nella seconda
sillaba, assimilazione. Dante utilizza poi espressioni in maniera riflessa, per
caratterizzare i personaggi. In Inf. XXII Dante, nella bolgia dei barattieri, coloro che
vendono cose pubbliche per soldi, parla ad un dannato sollevato dalla pece calda da
un diavolo, mentre lui è appeso al gancio del diavolo D. si rivolge a lui che afferma di
essere sardo e parla di altri potenti suoi conoscenti chiamandoli tutti donno. In
questo passo Dante dimostra di riuscire a mimare la parlata sarda. Anche in
riferimento all’arcivescovo Ranieri nel canto di Ugolino D. utilizza lo stesso termine.
Verso 28.
Epigrafe di Roncaglia.
Lapide tombale tarda di un signore di Modena, Francesco Roncaglia. A sinistra dello
stemma, testo latino, a destra testo volgare.
Stussi ha descritto questa lapide, raccolta di epigrafi antiche precedente a quella di
Petrucci. Lavoro è comparso negli atti del convegno Visibile parlare, tenuto nel 1992
a Cassino, passa in rassegna casi di rappresentazioni artistiche con parti scritte.
Castello della Manta, quattrocentesco, sala affrescata da una fila di personaggi
antichi in vesti medievali, parete con mito della fontana della giovinezza -> volgare
provenzaleggiante.
Il lapicida ha a disposizione una pergamena sulla quale è già scritto, magari già
impaginato il testo, ed egli regolarmente sbaglia ad iscrivere le s (sono molto
frequenti gli errori compiuti dai lapicidi). E è sentita come proclitica. Quello pronome
generico. Neutro rianalizzato ha originato un nuovo pronome.
Eio in italiano evolve in io. I inserita per estirpare lo iato. Deriva dal latino EGO, in
questo caso l’autore ha voluto dopo la caduta della g interpolare una i in modo di
dividere in iato il dittongo ed evitare la chiusura che si avrà invece in italiano. (Vedo
pag 66 Patota)
Pronome obbligatorio e rinforzato nei dialetti settentrionali. Forma di pronome
soggetto atona -> e atona che si appoggia a sum. Pronome rinforzato da mi. Vedo pag
68 Serianni.
Il neutro nel DVE
Sesto paragrafo, capitolo XII. Nella descrizione del contrasto di Cielo D’Alcamo
(abbreviatura di Michele), contrasto di tipo giullaresco, componimento costituito da
strofe, primi 3 versi sono alessandrini. Composizione della scuola siciliana.
Canzonieri della lirica delle origini sono 3 (2 a Firenze, 1 nella Biblioteca Vaticana).
Dante ne da una tradizione indiretta ma in realtà lo abbiamo grazie ai tre canzonieri
conservati di liriche antiche (in particolare il Vat. Lat. 4793, il più completo.)
Il contrasto è meno toscanizzato di altre poesie più specificatamente auliche. Il
contrasto è datato tra il 1231 (monete emanate da Federico II, augustali) - 1250
(morte di Federico II).
Non volgare siciliano illustre, ma quello delle persone normali. Dante è un po’
depistato dal fatto che il primo emistichio di ogni verso è sdrucciolo (ultimi due versi
endecasillabi) quindi afferma che ogni verso si leggeva con una certa qual lentezza,
in realtà è proprio per la composizione del verso. La lunghezza dipende da altri fatti:
Tragemi -> Tobler-Mussafia, in italiano antico l’imperativo aveva l’enclitico solo se si
trovava nella condizione della T-M. Bolontate non apocopato.
Focora -> neutro plurale. Presenza b -> raddoppiamento fonosintattico.
Approssimante.
Forma del dimostrativo latino, Iste pronome latino con ancora la forza semantica che
aveva originariamente (anche nell’Inferno viene usato, in alcuni casi potrebbe essere
un errore di copista che copia male questa, ma in Inf IX, 93 sicuramente è Dante ad
aver scritto iste altrimenti non tornerebbe il conteggio delle sillabe.)
Este vv essere da EST lat. con una e epitetica (che evita la desinenza consonantica,
non accettabile in italiano, risolto con caduta consonantica o con questa forma).
Anche nella commedia compare in Paradiso XXIV, 141 ‘sì una e sì trina che soffera
congiunto sono e este (terza persona)’

4 ottobre 2017
DVE: esempio di siciliano medio. I siciliani sono tra gli esempi che adduce come
esempi di volgare illustre, poesie liriche apprezzabili, analizzate nel secondo libro. Il
progetto di Dante è di proseguire nell’analisi dei generi letterari, secondo libro non è
stato completato. Lirica, amore, virtù e salute. È un trattato di metrica, analizza
perché questi esempi di lirica (anche sue poesie) sono da adottare come esempi di
lirica riuscita. Quali modelli metrici avessero, clima culturale, approfondimento.
Esempio di T-M.
Rosa fresca aulentissima..
Terza persona che finisce in i per vocalismo siciliano. Altre vocali o,e compaiono
all’interno di parola. Vedo Patota. I copisti toscani non hanno conosciuto una terza
persona, ma pensano che si stia rivolgendo alla donna. La rosa è desiderata dalle
donne -> questa metafora è un’apposizione della donna. C’è una pausa dopo
l’invocazione. Imperativo si comporta come le forme dell’indicativo. L’enclisi è
diventata poi obbligatoria, è stata reinterpretata come una regola.
Este come dimostrativo, forma originaria non rafforzata da eccum. Forma genuina,
etimologicamente discendente dalla forma latina, attestata anche in Dante.
Collocazione che ci assicura che non si tratta di un errore.
Focora desinenza neutro plurale (estesa anche alle forme che non hanno questa
forma nell’originale latino). In latino alcuni neutri essendo imparisillabi, hanno il
plurale -ora (per es. nel paradigma di tempus, temporis il neutro plurale è tempora). I
parlanti iniziarono a rileggere il neutro come la vera desinenza, con terminazione in
ora e fuoco essendo un oggetto inanimato viene riletto come neutro. Si formano dei
paradigmi in cui il maschile è in o, il plurale può essere un femminile in ora.
Bipartizione del neutro. Uomo, uomini -> desinenza ini riletta come morfema.
Livellamento morfologico. Vedo Patota pag 117.
Il secondo este -> forma corrente nei testi siciliani, conservazione perfetta della terza
persona singolare, e epitetica, per rendere più conforme alla fonetica italiana il
gruppo consonantico. Nei testi più genuini sarà esti.
A bolontate: Nel seguito rima è poi molto semplice.
Abento -> forma tipica del linguaggio poetico dei siciliani. Assimilazione tra dentale e
approssimante labiale. Restiamo ad articolare sulle labbra.
Non è come i testi visti finora, però vediamo che ns > nz.
A bolontate -> la forma non è apocopata, noi diciamo solo volontà. Manifestazione del
betacismo, si manifesta in modo vario, generalmente compare nei dialetti
centromeridionali (Patota pag 201, epistola di Boccaccio, scrive una lettera fittizia
nella quale annuncia la nascita di un figlio ad un padre lontano, in napoletano, errori
di ipercaratterizzazione). B (occlusiva labiale) e v (fricativa labiale) confluiscono in
un unico fonema che viene realizzato come b quando è postconsonantico o quando è
lungo, come v in posizione debole, intervocalica (o tra vocale ed r), in posizione forte
invece viene realizzata come occlusiva. Ci può essere un caso intermedio di
approssimante. Fenomeno in varie zone dell’Italia, anche a proposito del romanesco,
Cronaca anonimo romano (pag 197).
Caso di betacismo presente anche nei Placidi Capuani, compare che bobe (< quid
vobis).
Forme di pronome che avevano mantenuto l’intero corpo. E finale è per analogia con
altre forme di pronome bisillabico. Caduta della s dovrebbe lasciare la i.
Assimilazione porta a questo b iniziale. Iniziale è occlusiva, la seconda sarà realizzata
come approssimante fricativa.
B post consonantica pronunciata
B per inerzia grafica scritta ‘b’ ma probabilmente data la posizione è pronunciata
E finale non è ereditaria, ma è dovuta all’analogia con tebe, mebe..
La grafia ci rivela in punti meno solidi che la fonetica è volgare.
La tratto segnalato è la presenza dell’articolo. Ipotizzare che sia nato in una delle
lingue e che si sia diffuso per contatto è inverosimile. Pagine 128-135 Patota -> quali
possono essere stati i modelli possibili, impatto che possono avere avuto i testi
religiosi, in particolare proprio la Bibbia. Traduzione è in latino. Vangeli e Atti in
greco e aramaico. Testo latino fatto su una traduzione greca precedente. Testo del II
secolo.
Vulgata di San Girolamo. Nel tradurre in latino viene usato spesso ille per sostituire
l’articolo. Il latino classico non lo avrebbe usato. Passaggio al latino del culto
cristiano è stato dopo il crollo dell’impero (per un primo periodo la diffusione del
cristianesimo avviene avendo come tramite la lingua greca).
Non per mantenimento della prima sillaba, ma della seconda. Parole che possono
sviluppare una forma atona.
ILLU(M) essendo un clitico facilmente viene apocopato> LO (o esito normale di u)
Problema di fonosintassi. Quando articolo comincia con consonante, viene mantenuto
la forma lo quando la parola che lo precede è terminante in consonante. Nel caso in
cui la parola precedente finisce con vocale la sillaba viene ulteriormente ridotta (c’è
la possibilità infatti di appoggiare la voce sulla vocale della parola precedente).
Distribuzione chiamata Legge di Gröber.
Mirar lo sole
mirare l sole
Viene poi creata una vocale di appoggio che in zona Toscana è scelto come i > mirar
il sole, in altri volgari sono altri. In alcuni volgari l’articolo è ridotto alla semplice
vocale. Vocale d’appoggio che rafforza questa particella.
Attestazioni nella forma intera. Nel Placito campano non ci sono articoli. Ci sono altri
derivati di ille. Non è c he non esistesse l’articolo.
Gli articoli generalmente nei testi giuridici non compaiono perché viene sentito come
un tratto molto volgare, formula fissa che il giudice ha preparata, testimonianza
rigida. Vedo pag. 52 Varvaro.
Inizia poi a comparire l’articolo, più antica di questo, IX secolo. Testimonianza di
Travale -> ci sono gli articoli nei toponimi, negli antroponimi, nomi di persona,
sclerotizzati compaiono anche nei testi giuridici. Forme identificative, questa cosa è
documentata da Varvaro. Nel 1158 -> Federico Barbarossa sta cercando di
riprendere il dominio dell’Italia, Toscana era stata unificata sotto i carolingi, fino alla
morte di Matilde di Canossa unificata, inizia a dividersi in vari comuni. Barbarossa
cerca di imprimere la propria impronta in Toscana. Balduino il giudice che redige il
testo, è un emissario imperiale (di una famiglia francesizzante) lavora però per una
famiglia di lingua germanica -> germanismi e francesismi. Interpretazione corrente
-> Roncaglia invece afferma che si debba trattare di un gusto espressionista, di
rappresentare e riportare in forma autentica le testimonianze più colorite. Riportata
in maniera icastica. Saggi di Petrucci -> Le origini.
Fine prima parte
Graffito della Catacomba di Comodilla, Roma
Petrucci, Epigrafia sul volgare.
Scritta viene datata fine VIII secolo, inizio IX. Catacomba abbandonata a metà del
secolo IX. Via delle 7 Chiese, intorno a quegli anni ci furono varie incursioni
saracene. Cristiani si incontravano per praticare la loro religione, ma rimangono in
uso anche dopo. Erano state usate anche per seppellire martiri, erano diventati
luoghi di culto. Cripta, dedicata ai santi Felice ed Adalto. Affresco dietro all’altare
rappresentate la Madonna con il bambino in grembo, i santi. Chi veniva sepolto lì ->
nomi, preghiere. Quando l’officiante celebra, dà le spalle, salvo certi momenti in cui
volge le spalle ai credenti. Sulla cortice c’è questo graffito, dice “Non dicere ille
secreta abboce”. Graffito rovinato. Una a è fatta in un certo modo, poi b molto chiara,
poi o, in mezzo b piccola.
Viene interpretato come “non dire i segreti ad alta voce”, sembra alludere all’usanza
carolingia, influsso di Carlo Magno sul papato, abitudine gallicante, chiesa francese,
di leggere sottovoce o con lettura silenziosa alcune preghiere (parti ancora oggi
chiamate secrete). Forse il motivo per il quale è stato inciso è perché la nuova usanza
carolingia non doveva essere dimenticata dall’officiante, ciò permette di datare
l’iscrizione tra l’inizio del protettorato carolingio e la data di abbandono della
catacomba (847, per le incursioni saracene).
Particolarità del testo.
SECRĒTA>secreta
rappresentata con i abitudine grafica di rappresentare con ‘i’ la e chiusa
Questa e è chiusa, rappresentata con i.
Potrebbe esserci il modello grafico latino. Segno nel momento di storico -> non può
agire il modello latino, su ille sì.
Ille è ormai articolo, ma nella sua forma piena, senza apocope. Per quanto riguarda
invece la grafia ci può essere stata una influenza della grafia latina.
Attestazioni in tutta Italia, segnalate da Rohlfs e Formentin -> articolo pieno. In
italiano antico -> in + ille. In italiano moderno abbiamo nello, per analogia con
dello…
Secreta, potrebbe essere aggettivo sostantivato. Sostantivo che esce in a, articolo in
e. In latino non riusciremo a farlo tornare.
abboce: testimonianza grafica del betacismo, il graffitaro, incisore, forse scrive
inizialmente a boce, separando le due parole, ma non molto, ha pensato forse che
potrebbe causare una lettura ambigua del testo e che vedendo che la ‘b’ era
intervocalica potesse leggere avoce (non capendo che in questo caso b si trova ad
inizio parola: in posizione forte), e questo non corrisponde al modo in cui dovrebbe
essere letto, quindi per evitare l’errore scrive la ‘b’ in apice come guida. Articolo
nelle sue varie forme si diffonde parecchio.
Dante e i toscani
Facta era ormai diventato analogico maschile plurale, forma forte dell’articolo.
Pisani formano in modo differente il passato remoto, aggiungono –no: (Risento
registrazione)
amonno
Desinenza etimologica sarebbe in –ro, riduzione drastica nel parlata la porta ->
amaro, su questa si forma l’italiano moderno amarono, una forma che porta la
desinenza –no, morfema identificativo della terza plurale, creata su modello del
presente che viene aggiunta al passato. Nel caso dei pisani è una formazione di tipo
analogico. La doppia n è dovuta alla forza della tonica. (Patota p 159)
A Pisa non esiste la z.
Lucchesi: lo comuno, articolo nella forma forte.
Specificità delle citazioni è molto forte, difficoltà dei copisti.
Metaplasmo di declinazione, modo di parlare barbaro.
Prima terza persona monosillabica, appoggiato ad una vocale -> parola piana ->
estirpa lo iato. Queste forme del verbo essere si trovano anche a Siena.
L’articolo c’è, cenno a come è nella commedia. In Dante, sulla base anche di quello
che viene raccontato da Formentin, si usa Lo, unica forma possibile ad inizio parola.
Anche dopo consonante è la forma prevalente: rimirar lo passo. Forma forte, Inferno
I, 26.
Dopo vocale compare sia l che il: mi aveva di paura il cor compunto. Canto I, 15.
Elisione di o.
Sicuri che abbia usato quella forma, altrimenti il verso sarebbe troppo lungo. Stesso
discorso al verso 30.
Il Futuro
Latino sommerso. Il futuro delle lingue romanze non è la continuazione del futuro
latino, prosecuzione fonetica del futuro latino avrebbe portato (pag 164/5) la
confusione tra imperfetto, futuro, forme identiche, in altre coniugazioni confusione
futuro/congiuntivo.
Nel latino parlato si diffondono nelle forme perifrastiche. Infinito accompagnato da
ausiliare o servile. In italiano ad esempio il futuro moderno è dato dall’esito della
forma:
INFINITO del verbo + verbo ABERE
TIMERE HABEO > temerò
Provare a coniugare un futuro, riconoscere presente di avere. Due parole si uniscono,
la seconda è talmente ridotta, si forma un’unica parola.
Prime attestazioni di questo tipo di futuro in latino sono tarde. Varvaro ricorda
un’epigrafe del VI secolo nella quale compare ‘possediravit’. È stato trascritto male lì.
Possidere + habuit.
Viene anche attestata in alcuni casi la perifrasi con il verbo dovere. Per esempio
sarcofago medievale del giudice Diratto, Pisa seconda metà XII sec, compare: tu dei
esserem, che significa “tu sarai”
Qui c’è la firma dell’artista. C’è una frase, allocuzione del morto al vivo.
*Curiosità: nelle epigrafi generalmente i morti parlano in latino, i vivi in volgare.

9 ottobre 2017
Tratti panromanzi sono da attribuire ad una forma di latino, che doveva essere quella
parlata che sono riusciti ad arrivare al territorio e che le accomunano. Forma di
latino parlato meno documentato dalla scritto, quelle poche volte che li vediamo
affiorare, varia documentazione, quelle rare volte li vediamo in aree in cui poi non si
sono sviluppati, a dimostrazione che erano proprio del latino parlato.
• Ristrutturazione del sistema vocalico, anche in francese se alle spalle c'è una u
breve o lunga c'è un esito diverso. la quantità vocalica si è persa. esiti che riflettono
l'antica partizione. esemplificata con il Placito campano
• dittongamento che può essere spontaneo o metafonetico. Per il primo esempio
dal conto navale. esempio da Dante, dal 13esimo capitolo, modi di parlare.
dittongamento metafonetico, presenza di una i lunga o u breve nella ultima sillaba ha
provocato un fenomeno di assimilazione della tonica al grado di apertura della finale.
può riguardare anche le aperte che dittongano. Fenomeno descritto da Serianni, noi
abbiamo fatto più esempi di chiusura, confronto tra conteno. In questa zona unt non
ha valore assimilante, nella confessione umbra abbiamo visto pusero, u che provoca
la chiusura della tonica. c'è motivo di parlare di dittongamento metafonetico. mentre
prendiamo i possessivi MEO, MIA, MEI, MIE. mentre nel caso dei possessivi
femminili, la e si chiude in iato. nel caso dei possessivi metafonetici non si chiude. si
basa sull'esistenza del dittongamento in zona Orcia, ma la mancanza di
testimonianze. Ha subito la trafila del dittongamento, che poi si è evoluta in una
vocale chiusa. In tutte le attestazione delle confessione umbra abbiamo una forma di
possessivo in forma abbreviata M(E)I, il plurale sempre in forma abbreviata. MEU.
non sempre il comportamento della i e della u finale è uguale, se la metafonesi c'è per
u è verosimile ci sia anche per i, ma vanno trattate in modo distinito. abbiamo una
finale i e una u, l'abbreviatura di questo tipo fa pensare ad una e. Quanto alla
metafonesi abbiamo fatto riferimento alla metafonesi.
Fenomeno che riguarda il consonantismo.
• Lenizione, articolazione sempre più approssimante fino al dileguo.
Esemplificato in Dante con un esempio dal romagnolo e degli esempi di
sonorizzazione, realizzazione costrittiva nei dialetti veneto occidentale e lombardo
orientale. abbiamo delle consonanti che si trovano in posizione finale di parola.
• Raddoppiamento fonosintattico, l'oscillazione tra sorda e sonora nelle
consonanti, fenomeno vario che testimonia questa instabilità. il betacismo rientra in
questo fenomeno. se siamo all'inizio di parola possiamo avere una forma sonora
intensa o raddoppiata, quella b non è per nulla intervocalica, è in realtà
postconsonantica. oscillazione del modo di articolazione delle occlusive e anche
oscillazione del loro grado di sonorità. Si può verificare con laterale, liquida,
consonante in prossimità di una semiconsonante. testimonianze di Travale, esito dei
suffissi e caso di gruppo d+j in mandicare, mentre in toscano avrebbe dato manzare,
in francese l'esito è una sibilante palatale. redattore del testo è un vicario imperiale
di famiglia francofona, lavora per un imperatore di lingua germanica. introdotto il
plurale del tipo amico/amici, fuoco/fuochi. Dante, paragrafo 5 capitolo 11, la
palatalizzazione riguarda un gruppo consonantico intervocalico ct, che nella Pianura
Padana ha varie trasformazioni, affricata palatale. Vedo pag 67 Serianni Antonelli.
Tre macrozone a cui fanno riferimento (settentrionale, centrale, meridionale). ct>t
degeminazione, ct>c, ... Il fenomeno della palatalizzazione è generali con grande
varietà.
Morfologia nominale, sistema delle declinazione, sfaldarsi graduale, fosse in uso un
sistema di declinazione bicasuale, per questo tipo abbimo un excursus. indovinello
veronese, forme già neutralizzate dal punto di vista del caso, per il vulgari eloquentia
Dante accentua in senso denigratorio le caratteristiche dei volgari. due forme
attribuite al sardo che mostrano le desinenze dei casi latini. fenomeni intermedi di
specializzazione -> epigrafe modenese di Roncaglia. sistema pronominale.
ufficialmente appare mancare la desinenza della seconda singolare, in i . fenomeno
considerato in una maniera più sistematica, in realtà gli esiti della seconda persona
singolare sono appunto ES, *SES. Vanno trattati in maniera generale. caduta di s
senza lasciare alcuna traccia. questo avviene nel toscano in una forma di tipo
analogico SES -> SUM, SUMUS, SUNT. Per tutto il presente si formano delle forme
che iniziano con s. dobbiamo immaginarcelo dato che in italiano si dice sei. si può
anche immaginare un SEST se si pensa allo xè veneziano xè<SE(ST). Nel caso di SES
la trafila è sicura, Castellani ha dimostrato che se noi pensiamo tutti i testi toscani
autografi, testi documentari, non troveremo mai la forma sei. anche se prendiamo
Petrarca e Boccaccio, non troveremo mai sei. non si usava l'apostrofo per indicare
l'elisione di qualcosa, l'unica forma che usano i toscani fino al trecento toscano è sé,
provoca raddoppiamento fonosintattico. se lo consideriamo dal punto di vista della
rigrammaticalizzazione, sa che c'è un certo comportamento linguistica, monosillabo
accentato, consoante dopo si allunga. la ragione storica è di tipo assimilativo. la
consonante viene rappresentata come intensa, spiegazione della forma sé, Manni
menziona come unica forma esistente, pag 141, Boccaccio pag 272. Pag. 40, nota 13
approfondimento, come mai si è formato sei? I parlanti non toscani per analogia del
fatto che sentivano usare le preposizioni articolate con elisione della i, i non toscani
avrebbero interpretato come una forma piena, per un livellamento analogico sulla i,
tutte le altre seconde persone finiscono per i, li porta a dire sei. l prima attestazione
che noi abbiamo è nella grammatica di Leon Battista Alberti. Negli anni 30 si era
interessato a questioni linguistiche, promuove un certamen coronario, gara per cui i
concorrenti dovevano comporre delle poesie in volgare, partecipano vari poeti
fiorentini, il premio resta vacante, questa giuria ha un nuovo gusto umanista,
classicheggiante, nel 300 le poesie erano apprezzate, nel 400 le si guarda
diversamente. Alberti argomenta in favore dell'italiano, proemio terzo libro della
famiglia, l'italiano è una lingua con le sue regole. scrive una grammatica, conservata
soltanto in un manoscritto. testo di cui si è occupato Patota. contiene un prospetto di
lettere che si potrebbero introdurre in italiano per distinguere suoni altrimenti
indistinti. forma di sperimentalismo e tentativo di razionalizzazione, non abbiamo la
forma autografa. ma schema autografo di alfabeto. Foglio autografo e identità ci
permette di attribuire la grammatichetta ad Alberti. Nato e cresciuto fuori Firenze,
grammatica descrittiva.
Fenomeno di morfologia nominale: citazione del contrasto di C. D'Alcamo -> focora,
desinenza di neutri latini. Tratto sintattico: la legge T. Moussafia. Abbiamo
menzionato il vocalismo siciliano, non abbiamo menzionato il tonico. Il betacismo ha
un parallelo in un'attestazione precoce, graffito di Commodilla -> qui anche insorgere
dell'articolo. collocazione all'interno della parete e graffito: trascrizione da Castellani.
Esempi toscani: due forme forti dell'articolo. Li e lo. nella frase lucchese abbiamo
segnalato che una parola è oggetto di discussione, una delle ipotesi è che si tratti di
un arabismo. Dizionario etimologico della lingua italiana, forma gazzarra viene
ricondotta allo spagnolo, che a sua volta è un arabismo = mormorio, parlare molto. di
arabismi si parla quando sono arrivati in italiano direttamente dall'arabo, in questo
caso ipotesi di mediazione spagnola. attestazione italiana è tarda, prima in Spagna.
uno dei punti di riferimento per gli arabismi, Grammatica storica della lingua italiana,
raccoglie dei capitoli lessicali, parole di origine greco bizantina e araba, gazzarra non
compare.
Il futuro perifrastico: Morfologia verbale. Casi riguardano l'affermarsi di forme
perifrastiche, ausiliare e forma lessicale (porta il significato). La parte lessicale può
comparire in forma gerundiva.. hanno sostituito forme che erano diverse in latino.
Ristrutturazione. Per la trafila fonetica finivano per collassare su una stessa forma
più forme latine (evolvere tutti con risultati simili), si affianca l'esistenza di perifrasi
verbali che diventano funzionali. Perifrasi verbali hanno il vantaggio che la forma
lessicale è sempre una.

Fine prima parte


Ausiliare si riduce a monosillabo, che viene unito alla forma lessicale, la forma viene
grammaticalizzata, la forma ufficiale con cui quel verbo si coniuga. del futuro Patota
dà la spiegazione -> nasce da perifrasi originaria, infinito + presente indicativo del
verbo avere. Vago valore deontico, si inflaziona per diventare un semplice futuro. Il
significato slitta. La forma originaria è facilmente riconoscibile. Verbi di seconda e
terza coniugazione, ulteriore trasformazione avviene in amerò. Toscano antico ha
tendenza ar in posizione protonica tende a trasformarsi in er -> loderò. fenomeni
generali del vocalismo atono, ar si trasforma in er.
Per il futuro -> pag 56/57 di Varvaro. le perifrasi usate nelle lingue romanze sono di
vario tipo. ci sono ancora forme perifrastiche. varie forme alternative di futuro. non si
tratta di un fenomeno lineare, graduale stabilizzarsi di una vasta tipologia di
perifrasi. epitomatore di storie più estese medievali -> riassunto seconda metà VII
secolo -> imperatore Giustiniano in Mesopotamia pronuncia questa forma, ha chiesto
all'interlocutore di dare qualcosa, l'interlocutore risponde "Non dabo", episodio del IV
secolo. immaginare b intervocalica -> davo -> imperfetto NON DABO, NON DABAM
Fenomeno di livellamento analogico, siccome la desinenza di prima persona è o , o si
diffonde anche alla prima persona dell'imperfetto indicativo. nei paradigmi mette
ormai leggevo, nell'opuscoletto usa l'imperfetto in a. Nel IV secolo le due forme erano
diverse. L'interlocutore usa una forma classica. Giustiniano -> DARAS < DARE
(H)A(BE)AS. è raro trovare questa perifrasi con quest'ordine delle componenti.
Varvaro vuole fare vedere che la forma univerbata ha attestazioni ancora più antiche.
in realtà noi possediamo una fibula, trisillabo con accento sulla terzultima. è una
fibbia molto rozza, contiene una rozzissima iscrizione, l'iscrizione contiene un futuro
nella forma romanza. POSSIDERAVIT -> POSSIDERA + HABUIT. Errore del lapicida.
Attestazione di futuro romanzo in Francia, cimitero merovingio.
Sarcofago di Giratto -> sarcofago degli anni 70 del 1100, è a Pisa, contiene due
iscrizioni, formula dei vivi e dei morti. sotto il testo mezzo latino e mezzo volgare,
contiene ancora una perifrasi verbale con valore deontico futuro, c'è un po' di
ambiguità nel testo. la riproduzione viene da questo libro di Stussi, ha fatto una
raccolta interessante di epigrafi antiche. ha dedicato un intero articolo, in un libro del
Mulino del 2005. Forma di essere -> tu sè, tu dei essere -> ha regolarmente la sua i
finale della seconda persona, perifrasi verbale.
Per il De Vulgari Eloquentia, esempio di veneziano, aspetto caratteristico identificato
da Dante, forma simile al daras usato da Giustiniano. "Per le plage de Dio tu non
veras" -> venire + habes, ha soltanto la tonica e la s finale, tratto tipico del veneziano
antico, tracce nel veneziano moderno -> interrogative con posposizione del soggetto,
soggetto in posizione postverbale. Tu in posizione finale ha protetto la desinenza
dall'erosione. "Vedistu?" In veneziano moderno lo vediamo in questa forma
sclerotizzata. Plage -> conservazione grafica e fonetica, aspetto conservativo dei
gruppi consonantici con l.
Ipotesi: non toscani hanno iniziato a dire sei. Come Dante fa ipercorrettismo. I non
toscani hanno pensato che
a'cani : ai cani = sè bbella : sei bella
Il condizionale è altra forma univerbata (pag 166/7) -> perifrasi infinito + passato
remoto, arriva alla desinenza temerei. Anche per questo tratto abbiamo
testimonianze antiche. Epigrafe pisana, libro di Petrucci sulle epigrafi -> epigrafe
datata 8 settembre 1243, signor Dodo (frase finale). Frase iniziale e finale (formulari)
in latino. ricorda due imprese navali di Pisa contro Genova che sono fallite.
Documento politico di accusa a chi ha diretto quelle imprese. l'anno è 44, c'è un
modo di computare gli anni che a Pisa era un po' diverso. Computo moderno, siamo
nel 43.
Forme di condizionale. Andaro è la forma di passato remoto regolare, tipico
dell'italiano antico. Stettervi -> v in posizione enclitica, T Moussafia. non è collegata
all'altra da una coniugazione.
Avarebberlo -> condizionale -> motivo fonetico locale abbiamo avare, dettaglio senza
importanza -> lo enclitico perché prima abbiamo congiunzione (seconda legge), volse
forma analogica di passato di volere, passato remoto sigmatico. Forme analogiche di
perfetto, spiegate da Patota, pag 157-161. Passa poi dalla terza alla prima persona.
Avare + ebumus fortemente ridotto = condizionale, a è in posizione enclitica perché
segue la congiunzione e.

10 ottobre 2017
Possidievarit -> l'infinito si vede molto bene, dobbiamo poi immaginare un presente
di avere, molto trasformato. Epoca merovingica -> grafia che spiegherebbe come
Varvaro trascrive, che non corrisponde a ciò che si legge. I per e chiusa -> spiegano
meglio la forma della seconda parte del futuro.
Fibula è un caso di evoluzione di gruppo consonantico secondario, l si vocalizza e si
arriva a fibbia, la stessa cosa possiamo dire per sabula>sabbia.
Cavea è un altro processo, la v intervocalica realizzata come b in latino tardo, subisce
una trasformazione analoga, nel caso specifico la e in contiguità con una a si è
chiusa. pj, bj, dj. Effetto è un allungamento, confluire su unico suono approssimante,
sonorizzazione iniziale, dizionari etimologici tendono ad attrobuire ad una moda
settentrionale. Vedo Patota pag. 87.
Quanto a sei, se esempio nell'epigrafe di Roncaglia -> Rohlfs paragrafo 540, non va
bene ciò che dice su sè.
Quanto a xe -> ses è una forma di livellamento analogico, a questo è collegata una
spiegazioni possibili per il veneziano. Elemento più debole sta nel fatto che oggi è
sonoro, l'uso di scrivere x è riservato alla sonora. Inizia a mostrare il grafema per la s
sonora. Pensare anche ad una trasformazione in fonetica di frase del tipo est élo.
Dove la t cade, aferesi della prima parte, distinto poi dai parlanti -> spiegare come
mai è sonoro, altro vantaggio spiegare come mai la e è chiusa. Libro di Stussi, Storia
linguistica e storia letteraria, pagina 73/74.
Alberti -> ordine delle lettere, progetto di grafemi differenti. Paragrafo 48, troviamo
l'attestazione di sei, è. Oscillazione della prima persona dell'imperfetto, ognuna ha
una sua desinenza. Fa ricorso alla forma più arcaica che sente come più elegante.
Usa le forme in a , nei paradigmi usa ormai le forme in o.
Epigrafe di Dodo -> pag 115 non solo il testo, editori devono intervenire a
correggere errori, il lapicida nell'inciderlo si è sbagliato ad introdurre il numero delle
navi partite.
Nell'epigrafe, riga 4, abbiamo prima la preposizione, tra la preposizione Porto
Venere c'è il numero delle galee. Ipotesi che chi ha preparato il testo, all'ultimo
momento ha trovato il numero delle barche e lo ha inserito con un richiamo. Il
lapicida ha sbagliato il punto di inserzione. Edizione corregge questi problemi.
Altra questione è che laddove Dante prende in giro i pisani nel De Vulgari Eloquentia,
dice andonno, usa questa desinenza analogica formata sulla terza singolare,
desinenza no affiancata, poiché sentita come plurale. Tratto pisano ampiamente
documentato.
Epigrafe -> Perché nel testo abbiamo passati etimologici, nel fiorentino nel corso del
300 si trasforma in guastarono per un processo simile. Altra particolarità sta proprio
nei condizionali, avaremmola...a Pisa la forma del condizionale con avere si presenta
nella forma are- forma dell'infinito di avere è completa, l'altra presenta ar invece che
er, evoluzione inversa. In fiorentino ar > er, toscano orientale e meridionale si ha un
fenomeno inverso, se ci sono degli er atoni tendono a trasformarsi in ar. Il dittongo o
breve > wo (tagliata)
Ipotesi è che Dodo si sia avvalso o di un lapicida, o di uno scrittore del testo, persona
che non era pisana, compositore di epigrafi della toscana orientale o dell'Italia
settentrionale. Varietà che c'è all'interno della Toscana, talmente profonda che anche
in un'epigrafe continua ad affiorare una varietà linguistica, anche se avvenuta tutta
all'interno della Toscana. Uno dei tre canzonieri che ci tramanda la poesia antica,
codice che ci tramanda Guittone (aretino) in forma più consistente è pisano.
Dante, per il condizionale -> nel primo libro loda i siciliani, scrittori della corte
Federiciana, dopo aver citato il contrasto di C. D'Alcamo (finge di essere un giullare)
-> apuli, zona meridionale non sono dissimili per rozzezza dai romani e marchigiani
-> esempio Bolzera che chiangesse lo quatraro ->endecasillabo, Dante cita una
poesia come esempio di volgare italiano, non ne conosciamo l'autore, "Vorrei che
piangesse il ragazzo", bolzera forma di condizionale che deriva dal piuccheperfetto
latino, ne parla a pag 167 -> esiste un tipo di condizionale erede del piuccheperfetto,
forma più nota è fora, etimo dietro a bolzera è volsgra(m). Abbiamo una conferma che
si fosse diffusa una forma analogica, e da questo viene bolzera -> betacismo iniziale,
occlusiva labiale, consonante realizzata con restringimento in posizione iniziale,
realizzata come occlusiva, altro tratto centro meridionale è passaggio -> s realizzata
come palatale.
Confluisce sulla occlusiva velare -> ha lo stesso sviluppo di un'occlusiva -> p,c di
fronte a l hanno lo stesso esito di occlusiva con intacco palatale
Perifrasi verbali che si sono mantenute tali, passivo perifrastico e passato
perifrastico. In latino avevamo dei passivi che si esprimevano con una desinenza
specifica, poi avevamo amatus sum,sim. Queste forme perifrastiche nell'italiano
hanno invaso il paradigma del passivo. Rafforzata dall'aggiunta di stato, altrimenti la
consecutio temporum non tornava. Quanto al passato perifrastico (pag 162/163
Patota) -> accanto alle forme di perfetto c'è la forma perifrastica che in latino aveva
più significato risultativo, pian piano assumono una semantica temporale, una
funzione grammaticale. Mentre nel caso del passivo la perifrasi ha sostituito le altre
forme, nel caso del passato si è affiancata.
Alberti -> hanno grammaticalizzato una forma che esisteva come perifrasi possibile
in latino, passato prossimo. Il si è messo in enclisi dopo la congiunzione. Vedo
capitolo sintassi Patota pag 177 -> Tobler Mussafia -> due studiosi dell'Ottocento che
l'hanno identificata. Quanto sia forte in Alberti non è chiaro. Cerca di fare un esempio
in cui distingue i due tipi di passato su base semantica. Passato remoto, in un tempo
più lontano, passato prossimo, da poco.
Fine prima parte
Come esempio di passivo -> la più antica scrittura esposta, epigrafe che si trova a
Venezia, a Murano, nella Basilica, dove c'è un'ancona. Si tratta di una figura, quadro
nel quale compare in basso a sinistra la figura del committente e poi una piccola
scritta, scritta leggibile in volgare di chi ha voluto questa immagine. Libro di Stussi,
capitolo secondo dedicato al veneziano. Trascrizione ha il numero delle righe. Santo
che è dedicatario insieme a Maria della chiesa, vantaggio -> trovare di seguito tutto il
commento, in tutto il Medioevo oscillano non solo le forme linguistiche ma quelle
grafiche. Nel 1310 due tipi di M, quella gotica, quella più frequente invece è greca.
Dal punto di vista linguistico è interessante la sonorizzazione, la rappresentazione di
questo fenomeno oscilla, santi segnalati con il loro nome locale, tasso di sorveglianza
su questo è ancora molto basso. Le vocali e ed o finali atone cadono soltanto dopo
nasale e dopo r. Un'altra condizione è che le consonanti che precedono la finale
devono essere in origine scempie, questa cosa porta a differenze notevoli -> mar <
MARE, mare < MATRE(M)
Due parole oggettivamente diverse, con significato diverso. Corando ->
scempiamento e metaplasmo, ando tratto comunissimo.
Dante ha preso in giro i trevigiani e i bresciani perché entrambi apocopano e poi
trasformano le consonanti finali, questo non succederebbe a Venezia. Dante identifica
un tratto distintivo. Dante segnala un tratto proprio dei padovani -> di fronte a
mercatus, riducono questo participio trasformando ATU(M)> ao >ò, lo stesso per ae
che si evolve in una e. Questo non avviene a Venezia, i veneziani pronunciano
senz'altro fata. Non diranno mercò, non trasformeranno il gruppo vocalico in un
nuovo suono.
Per il passato prossimo che per il passivo ci può interessare un testo letterario che si
chiama Ritmo laurenziano, passivo e passati prossimi. Siamo in un testo letterario, la
riproduzione viene dal manuale di Marazzini, mantiene una esposizione di tipo
cronologico, testo di tipo giullaresco, genere di D'Alcamo, fine XII inizio XIII secolo e
siamo in Toscano, possiamo pensare che si sia a Volterra (citato vescovo di Volterra).
Il ritmo invoca inizialmente un vescovo di Iesi che si chiama Grimaldesco, nome di
provenienza -> per dire iesino, si usa senato AESINATE(M)-> aferesi. Della terza
declinazione, il giullare lo tratta come aggettivo di seconda declinazione. Metaplasmo
di declinazione. Trascritto sul margine inferiore di un codice, martirologio latino.
Codice conservato a Firenze nella biblioteca laurenziana. Dietro alle cappelle è
costruita la scala. Nel margine inferiore qualcuno ha scritto questo testo, alcuni tratti
linguistici non vanno bene in toscano orientale, altri occidentali. Il giullare chiede in
regalo un cavallo. Si tratta di strofe, ognuna ha un'unica rima. Le rime sono in tutte i
versicoli, interpretazione è che si tratti di versi doppi, secondo altri proprio perché la
rima è interna si tratta di strofe di 10 versi, vengono stampati da altri. Il modello di
questo tipo di strofe è provenzale francese e la cosa rientra nel fatto che ci sono
parecchi astratti di questo componimento che fanno pensare ad una voluta imitazione
di modelli d'oltralpe. Migliore scritto ancora con la grafia latina. Il digramma è quello
di FILIU(M). C'è una macchia non si legge bene -> viene integrato. Fu consacrato ->
passivo -> sonorizzazione, modello settentrionale. Aggettivo anteposto al verbo,
separato dal suo sostantivo, articolo si riduce in posizione postvocalica, non lo fa
necessariamente a questa altezza cronologica. Nel codice è scritto tutto attaccato.
Distica Catonis, Fisolaco, -> trattati come persone, autori di questi due testi.
Scrittura latineggiante -> ringratiato
Drudo = amico, poi forma conservativa -> in Toscana non ha ragione d'essere, può
essere interpretata come imitazione settentrionale.
Dante nel primo libro loda i siciliani dopo aver denigrato i sardi -> omaggio alla corte
di Federico II e alla produzione poetica fatta lì. Seconda canzone, testo riprodotto tra
i files. Meridiano Mondadori, poeti della scuola siciliana. Dante cita in modo anonimo
due canzoni di Guido delle Colonne, pregevoli per il tipo di versi con i quali sono
costruite, questa canzone è pregevole perché è integralmente fatta da endecasillabi.
La seconda contiene un passato prossimo. A colpo d'occhio si tratta di una canzone
fatta tutta di endecasillabi, la possediamo attraverso due dei tre codici che ci
tramandano le liriche delle origini. Da questa edizione possiamo vedere che precisa i
testimoni della poesia, in due manoscritti e poi nella Gt, Giuntina, a stampa. Nella
tradizione ha molta importanza raccolata antologica di poeti antichi, stampata da
Giunta, casa editrice fiorentina, ce ne tramanda alcune che altrimenti avremmo in
attestazione ridotta. V e P -> codici, V conservato alla Biblioteca Vatica, fine XIII
secolo, siciliani e siculo-toscani, prima dello stil novo, testimone più ricco, molte
poesie in copia unica, stessa poesia tramandata da P, Bancorari 117, forse di fattura
pistoiese, coevo all'altro, conservato a Firenze. Codice laurenziano, Rediano 9,
contiene Quintone ed è stato fatto a Pisa, due mani fiorentine hanno aggiunto canzoni
in fondo al codice. La canzone di Guido -> 5 strofe, ogni strofa ha rime diverse dalle
precedenti, pezzo di bravura, hanno la rima baciata negli ultimi due versi. Merzede,
auzide -> problema lingua dei siciliani. Combinatio -> artificio battezzato così da
Dante, capitolo 13, paragrafo 8,11, è forma elegante per chiudere le strofe. Nella
terza strofa rimprovera alla donna di essere molto orgogliosa -> come mai finisce in e
altezze singolare, izzi > ITIE(M), la i breve diventa i, la o breve da o, le altre danno u.
In atonia solo tre gradi delle vocali in siciliano. I copisti toscani lo vedono come
plurale, possono cercare di far tornare i conti -> vedo apparato. La Giuntina
trasforma i singolari (vostra), i verbi sono singolari, i codici hanno cercato di metterli
al plurale, risultato misto.

11 ottobre 2017
Indicazioni bibliografiche sul materiale didattico.
Poesia citata sul De Vulgari Eloquentia -> in questa edizione, dei poeti siciliani,
all'inizio di ogni poesia viene indicato quale dei testimoni manoscritti lo riportano, nel
caso specifico, lo abbiamo nel Vaticano, 37-93, il collettore più importante, antologia
prestilnovistica più importante che abbiamo. I primi versi sono anche contenuti in P.,
codice della nazionale. Poesia contenuta a carta 60 versi, al foglio 60, i manoscritti
vengono numerati non per pagina, ma saranno carta 1, 1 retto e 1 verso, carta 2, 2
retto 2 verso, se uno lo paginasse qui dovrebbe andare fino a pagina 120 per trovarla.
Se ne trovano soltanto i primi 20 versi. Si trova poi anche nella Giuntina, importante
raccolta di poesie antiche stampata nel '527 e poi si trova citata limitatamente
all'incipit e ad alcuni versi, nel trattato di metrica di Trissino. Erudito e linguista del
'500, che era per importante perché ha fatto conoscere il De Vulgari Eloquentia, lo
aveva ritrovato e lo pubblica nel 1527, in traduzione italiana e non in testo latino.
Ipotesi: latino di Dante agli occhi del Rinascimento poteva disturbare il gusto e
rendere ancora meno verosimile che fosse un'opera di Dante. Una volta che Trissino
la pubblicò ci fu molto dibattito se fosse o meno di Dante. Si aggiunge che Trissino
traducendolo poté in parte scegliere delle forme di traduzione che andassero a
vantaggio della sua idea. Idea italianista cortigiana, non si dovesse cercare, come
proponeva Bembo, nelle tre corone, Dante, Petrarca e Boccaccio, ritornando al loro
modo di scrivere e di formare la lingua, Trissino sosteneva che esistesse un italiano di
compromesso tra i vari volgari, e che anche i contributi delle altre regioni, dei
lombardi, dei padani potessero essere promossi a lingua nazionale. Si potessero
accettare come nel caso dell'imperfetto in -a leopardiano -> ormai, dice Trissino, in
tutta Italia ci sono forme del tipo lodavo ecc, quindi accettiamolo.
Trissino produce varie cose, grammatica, trattato di metrica dove cita questa
canzone. Canzone attestata da pochi.
Asessino (arabismo) asorcotato (provenzalismo -> eccesso di cura) -> assassino
fanatico
Arabismo che si riferisce a questa setta che drogandosi prima del combattimento
arrivano ad essere coraggiosi e crudeli (Castellani, paragrafo 10 assassino, califfo,
ragazzo)
Ragazzo: dal marocchino, galoppino, tuttofare Nell'italiano antico, nelle attestazioni
ha ancora questo significato, diffondersi nell'ambito mercantile e portuale.
Personaggio che si maschera da ragazzo, giovane che fa lo sguattero.
Pag 287, per quanto riguarda Boccaccio -> conte si maschera e va come ragazzo
nell'esercito del re, fa il garzone da stalla, poi accezione di tipo negativo, 10ma
novella della 5a giornata -> marito omossessuale scoperto dalla moglie, non va con
ragazzi e con gente malata. 2a novella 10ma giornata -> agguato, riesce a catturare
tutta la famiglia, non perde nemmeno un ragazzetto. La Manni rinvia all'attestazione
dantesca, Inferno 29, 67. Decima bolgia, 2 falsari appoggiati l'uno all'altro. TEGGHIA.
STREGGHIA. VEGGHIA. Esito antico del gruppo secondario di occlusiva velare
sonora ed L, vedo Patota 94, gruppo ha trattamento particolare, questa evoluzione
particolare è un fenomeno di sociolinguistica, questo era l'esito originario. Nel corso
del 400 si diffonde a Firenze una pronuncia che era propria del contado, che
pronunciavano così anche l'esito di un altro gruppo lj FILIUM > figghio. Diventa un
po' una moda imitativa del modo di parlare popolare, Lorenzo de' Medici usa queste
forme quando imita la moda di parlare dei contadini, mette in rima. Dopo c'è una
reazione contro la moda, si rifiuta questo suono, ipercorrettamente, dove sarebbe
etimologicamente legittimo.
Muovere la striglia da un ragazzo il cui padrone lo sta aspettando (non vidi già mai
manare stregghia a ragazzo aspettato dal segnorso). Il verso ha altre due
particolarità segnorso possessivo messo in posizione enclitica. Tentativo di
rappresentare in modo icastico il personaggio del ragazzo di stalla. I due versi
contengono un costrutto percettivo, verbo vedere che regge un infinito, la persona
vede al ragazzo menare la striglia. Lo descriviamo come un dativo, ma va interpretato
come un complemento d'agente alla latina. I due costrutti ancora un pochino
convivono. Con causativi -> fare aggiustare al tecnico/dal tecnico. Il soggetto logico è
espresso come agente.
Gli editori hanno scelto di trattare altezze e dolcezze in un singolare. Tipico
fenomeno che succede nel passaggio delle liriche siciliane attraverso i copisti toscani.
Hanno inconsapevolmente apportato dei piccoli mutamenti che modificano la veste
fonologica. Dante menziona i siciliani, differenza tra siciliano demotico e siciliano
illustre. Il motivo per cui riconosce nel siciliano illustre una lingua nazionalizzabile è
perché li legge in una forma toscanizzata. Il copista attenua il siciliano senza
ammettere dei tratti suoi propri, se fa qualcosa è quasi per distrazione. Non
introducendo tratti demotici, si arriva ad una lingua un po' fittizia, è diventata una
lingua neutra, la prospettiva storico linguistica viene falsata dal fatto che le legge
nella loro veste non originaria. La desinenza di 5a declinazione latina, suffisso
-ITIEM, diventa in siciliano -izzi izzi < ITIEM
Vedo Patota pag 52 -> NIVE(M) > neve,TELA(M) > tela in siciliano avremo niivi, tila.
Questo izzi viene spesso inteso come un plurale. In questo caso la versione corretta è
singolare. La frase ha un soggetto dittologico ..vostra altezza.. -> verso originale è
con un singolare. Possibilità di avere un soggetto dittologico e verbo al singolare è
comune in antico.
Situazione di difrazione, si muovono in direzioni diverse allontanandosi dalla
versione. Contini in un saggio lavorando su un testo francese propone questa
definizione che può essere in presenza o in assenza, legittimati ad adottare una lectio
difficilior -> hanno tutti sbagliato in direzioni diverse.
I testimoni vaticani correggono il possessivo trattandolo come plurale, regolarizza
alla maniera toscana l'uscita. La Giuntina mette tutto al singolare, P non torna tanto.
V sposta tutto al plurale, G,P mette al singolare, ma siccome il soggetto è dittologico
sposta i verbi al plurale, ritocca sui pronomi clitici, in un caso nella desinenza,
nell'altro caso lo anticipa. La stampa regolarizza il più possibile, rende dei singolari.
V agisce per istinto linguistico, pian piano la veste si può trasformare. Ci sono vari
esempi di uso del verbo al singolare con soggetto dittologico -> nel Convivio cortesia
et onestade è tuttuno, nel Paradiso -> di quel che fé Modena e Perugia fu dolente,
Paradiso 14, 118.119 -> giga e arpa fa dolce tintinno. Molto più frequente questo
accordo se il soggetto è posposto -> Vagliami il lungo studio e il grande amore.
Ultimo volume enciclopedia dantesca -> accordo del verbo, esempi. La Geno cita
anche versi famosi come Inferno 26, 55-56 -> là dentro si martira Ulisse e Diomede,
potrebbe essere anche letto come impersonale, i due diventano oggetto.
La poesia non è stata direttamente al copista, ci possono essere stati x passaggi,
ognuno ha comportato aggiustamenti. Possiamo leggere le poesie nella loro veste
originaria.
Giacomino pugliese -> canzone, è stato ritrovato un testimone a Zurigo che la
trasmette in versione siciliana non più originaria (4 strofe su 8). Nella prima carta di
guardia, sul verso è stato trascritto. Il codice di suo è grammaticale, contiene una
parte di Prisciano, contiene anche molte altre aggiunte -> tracce, supporti scrittori
non così frequenti e a buon mercato. Mano della prima metà del 1200 (anni 30),
mano tedesca, tipologia di scrittura diffusa in area tedesca del sud, Svizzera, Friuli,
Veneto del nord. Copista è propriamente un tedesco. Questo scrittore ha scritto nella
parte superiore una costituzione Landfriede emanata, da Enrico VII, re di Germania.
Nell'agosto del 35 venne annullata dal padre Federico II. La trascrizione potrebbe
costituire un termine ante quem. La persona che ha scoperto questo frammento
sostiene che la costituzione è stata trascritta nel momento in cui era vigente e il
frammento poco dopo. (Brunetti). La trascrizione potrebbe essere avvenuta entro il
1235. Si tratta di un copista che non capisce bene quello che sta scrivendo, sa un po'
meno bene l'italo romanzo, fa degli errori (seconda riga forma mola, ha diviso male le
parole, verso 5, lumen cor, lumeo cor). Sta trascrivendo per gusto questa poesia.
Dovrebbe averla conosciuta ad Aquileia, primavera del 32. Cortigiani di Federico la
fanno circolare tra quelli di Enrico. Vantaggio di completare la pagina, evitare che in
fondo si potesse aggiungere qualcosa di illegittimo -> modernamente viene fatto con
un biffo, notai antichi -> testi di tutt'altro genere a completare. Nel caso resti in
bianco un pezzo riempito con componimenti che non hanno nulla a che fare. Sonetto
su Bologna di Dante ci è conservato anche nei memoriali.
Fine prima parte
Brunetti ha curato questa parte nel Meridiano. Prima c'è la versione siciliana, poi ci
sono le stesse quattro strofe nel Vaticano, più le altre quattro non presenti nel
frammento di Zurigo.
"La poesia italiana delle origini" -> analisi dal punto di vista linguistico.
Podese non è originario, doveva far rima. Cruces -> quando il filologo non riesce a
risolvere il rebus.
La prima versione è probabilmente trascritta ad Aquileia, quella dopo siamo a
Firenze alla fine del secolo, arriva dalla Sicilia, ma attraverso varie strade. Non si può
parlare di un archetipo. Tanto sono lontane queste due versioni che non si può
parlare di un archetipo, non si trovano errori che sono stati riportati, sbaglio in tutti i
discendenti. Non ci sono grossi errori che accomunino i due testi. La versione è
diversa anche dal punto di vista contenutistico, si è addirittura pensato a due versioni
d'autore, ipotesi non più così accreditata.
La sintassi ne risente, misurare con mano lo scarto.
Foglio volante, su cui Giacomino l'avrebbe scritta -> se girassero su fogli sciolti,
questione discussa. La Brunetti pensa che circolasse con altre 2/3 poesie. In un'altra
poesia parla di Aquileia. Il copista è tedesco, rozzezza con cui gestice questa lingua
meu o men -> se non sa la lingua si sbaglia. La versione che noi abbiamo è con varie
patine, provenzalismi, parte del bagaglio siciliano vero e proprio -> usano termini di
ascendenza provenzale anche nella loro forma. Possiamo trovare la forma amore
nella sua forma autoctona amuri, ma anche amore, per una forma di latinismo o
francesismo. Nasalizzazione delle vocali palatali di fronte ad n. Altro esempio
renabranca -> nasalizzazione delle vocali, livellamento.
Ci sono poi tratti specificamente siciliani, articoli lu, possessivo meu, ki pronome
relativo con la forma nominativa. La Brunetti inizialmente aveva cercato di
immaginare uno svolgimento in loco di questo passaggio. In questa versione si
potessero trovare delle tracce di friulano. Forme si fossero conservate perché anche
in friulano c'è questa forma. Ipotesi ha goduto di una certa fortuna. Altri sicilianismi
albur,amur -> mancano le finali, tratti attribuibili ad un mediatore settentrionale,
trascrizione che ha sovrapposto tratti del veneto orientali (rima era alburi, amuri)
Altro tratto di sicilianità solac -> affricata dentale, scempia come usa fare un copista
settentrionale, errore, il computo lo richiede. Altri studiosi fanno ragionamento (For.)
forme che un copista veneto poteva mantenere perché era nel suo modo di parlare.
Mantenimento di pl -> forme poligenetiche, può averle usate nel suo parlare siciliano.
Dona --> sono veneti.
dya -> trattato come femminile di prima declinazione, dovrebbe essere di quinta
stava -> prima persona in a
as in balia -> desinenza 2a persona singolare conservata, dal veneto,
inavvertitamente inserisce una forma veneta
me disist -> tonica è una i non una e, va bene sia in siciliano, sia nell'italiano nord
orientale per questione di metafonesi, non va bene per un siciliano la caduta della
vocale, l'affricata palatale viene resa sibilante come si fa in veneto, ma non in
siciliano.
Dante si fa riferimento alla scuola siciliana come modello linguistico, funzione di
modello quando erano stati ormai epurati, accettabili in toscano. Lingua in cui si
vedono lontane tracce di siciliano, traccia tramite equivoco di una forma siciliana.
Uno degli accorgimenti della nostra tradizione lirica è la rima siciliana. Quelle che
erano rime perfette diventano imperfette in toscano, quindi legittimano nella nostra
tradizione poetica delle rime imperfette.
NOMEN nome numi
LUMEN lume lumi
QUOMO(DO) ET come cumi
Il toscano ha esiti diversi, a seconda di o lunga e di u breve (Pag 81, 97 Patota), in
siciliano davano altri esiti. Mentre in siciliano costituiscono una rima perfetta, in
toscano non succede. Traslitterando queste parole potevano essere
involontariamente ritoccate, sistema in cui la o chiusa poteva rimare con u. Questo
sistema di rima imperfetta sarebbe stato inteso dagli imitatori come una licenza
poetica legittima e quindi applicato costantemente. Campione di coloro che non
accettano questo tipo di accorgimento -> Castellani -> espone teoria nella sua
grammatica (capitolo finale sulla lingua poetica) -> ha preso tutti i testi poetici
prodotti in Toscana e copiati direttamente e in questi non si trova mai la rima
siciliana -> non esiste nei primi secoli, solo esempio in Petrarca, Dante non la usa.
Ne parla la Manni a pag 139/140 -> casi di rima siciliana in Dante sono 6/7,
Castellani ha cercato di regolarizzarli, accorgimenti che permettono di dire che non
l'ha usata. Di Petrarca possiamo essere sicuri, abbiamo un manoscritto scritto in
parte da lui e l'altro da un suo allievo, mentre di Dante non abbiamo autografi, la
fortuna di quest'opera ha fatto sì le operazioni di copia siano state molte. Esempio di
quando Dante incontra il padre di Guido Cavalcanti (notoriamente ateo) -> nome (v
65) nume -> caso di rima siciliana. Come fa Castellani a spiegarlo -> Dante qui
avrebbe scritto lome facendo una rima perfetta, coincidono con le parole in rima di
un sonetto di Cavalcanti, con il quale risponde per le rime, concezione tecnica del
principio -> il poeta che aveva scritto a C. era bolognese, la u di fronte alle nasali si
chiude, Cavalcanti ha usato la forma bolognese, e Dante, con un estremo omaggio
all'amico, userebbe la stessa forma. Tesi che ha goduto di una sua circolazione. Si
riflette come noi dobbiamo pubblicare il nostro poeta. Certamente opera più letta
dagli stranieri, problema di che veste dare, la sua tradizione è molto ampia ma non
autorevole. Quali sono i punti in cui la fonomorfologia è più ricostruibile? Sono
proprio le rime, dalla tonica in avanti noi siamo abbastanza sicuri di cosa lui abbia
scritto, questo torna utile a noi, ci permette di verificare che Dante ha potuto
assistere e riflettere la sua lingua a una trasformazione , può adottare per comodità
forme sia arcaiche che nuove. Esempi fatti dalla Manni: presente indicativo dei verbi
in are, 2a persona singolare dovrebbe etimologicamente uscire in -e. AME < AMES.
Si è poi sostituito i per analogia. Presenza di queste due desinenze Inferno V, 111 ->
Francesca spense...offense (aggettivo, ns latino)..pense -> Usa la desinenza antica
per farla rimare. Canto XII, 31 -> moviensi..pensi..spensi.

16 ottobre 2017
Riassunto:
Fibula di Landelinus -> i per e chiusa
Epigrafe di Giratto -> dovere + infinito perifrasi, seconda persona se
Epigrafe commemorativa -> forme di condizionale
Mimesi del veneziano, a Venezia le seconde singolari conservano le s del latino.
Occlusiva intervocalica labiale si realizza come approssimante.
Varie ipotesi della seconda persona singolare, imitata da Boccaccio.
Grammatica dell'Alberti è la prima che ha la forma moderna di essere. Usa in
chiusura dell'operetta la forma grecizzante in a, nei paradigmi già presenta la forma
in o. Primo assaggio della questione della lingua, grammatica sui generis, riflette
l'uso e non invece un canone. Cerca di motivarla con un'osservazione di tipo
semantico.
Epigrafe di Dodo -> epigrafe non ufficiale, maestranze esterne a Pisa, ipotesi tosco
orientale, settentrionale. Stratigrafia linguistica. Tratti linguistici non del luogo.
Continua sovrapposizione e mescolanza linguistica. Fenomeno della continua
sovrapposizione di patine linguistiche degli esecutori.
DVE -> condizionale, betacismo, affricazione della sibilante. Esito del Sud Italia ->
gruppo occlusiva labiale + l
Iscrizione su pittura a Murano, attestazione del passivo. Dante fa il verso ai
veneziani. La caduta è limitata alle posizioni dopo liquide e nasali. Casi di
sonorizzazione e di dileguo della dentale. Diffondersi del gerundio -ando. Gruppo a
Padova si trasforma.
Ritmo laurenziano -> esempi di passivo e di passato prossimo, morfologia tipica del
volgare. Ci sono delle grafie conservative di l, forse omaggio alla tradizione
giullaresca.
DVE -> citazione Guido delle Colonne, esempio di passato prossimo, è scritta in
maniera molto elegante, scritta interamente in endecasillabi. Verso finale della strofa
è a rima baciata, tratto che sottolinea come segno di eleganza. Come mai potesse
sembrare una poesia siciliana volgare -> le poesie della corte di Federico erano
arrivate in Toscana, si erano diffuse per 3 codici antologici, fatti però il primo a
Firenze, gli altri due in Toscana occidentale (episodio di mistura linguistica -> fatto a
Pisa, autore Guittone di Arezzo).
Fondazione franceschini, ha permesso di ipotizzare che le poesie fossero arrivate già
in una specie di raccolta, trafila non tanto continentale ma marittima -> codici
rivelano l'innegabile toscanizzazione della lingua originale degli autori. Veniva
ipotizzata già guardando la versione toscana. Ritraducendolo in siciliano le
incongruenze sparivano. Altezze e dolcezze rimano. In siciliano avrebbe esito izzi,
quello che denuncia estraneità -> essendo dei singolari, così venivano trattati. Il
copista toscano crede che corrisponda ad un plurale. Di fronte a queste forme cerca
di far tornare i versi, e ritocca altri parti. Nella Giuntina i due sostantivi vengono
messi al singolare, siccome è in dittologia, viene regolarizzato tutto il verbo. Il
secondo viene regolarizzato con il suo possessivo -> graduale regolarizzazione in
Toscana del testo siciliano. Processo di trasformazione linguistica
Canzone di Guido delle Colonne, arabismo famoso ragazzo, tuttofare, garzone,
facchino, esemplificato nel Decameron e nella Commedia. Nessuno dei testimoni ha
la versione corretta -> bifrazione in assenza. Un fatto che il testimone vada verso il
singolare e uno verso il plurale vuol dire che si trovano di fronte ad una forma che
mette loro in difficoltà -> lezione più difficile a quella noi trasmessa.
Trissino come traduttore del DVE, fautore della teoria cortigiana. Riscopre il DVE e lo
pubblica in traduzione, laddove dice che Dante vuole trovare un volgare curiale,
traduzione un po' manipolatrice. Regolarizzazione di un tratto originario, tratto
diffuso nella prosa antica. Tratto della sintassi dantesca, costrutto particolare
dall'Analisi della lingua di Dante. Ricondurre i costrutti alle forme del latino tardo.
Dai costrutti si sono sviluppate le forme tarde. Noi possiamo capire per incongruenze
interne, abbiamo pochi casi giunti nella loro veste originaria. Erudito del 500,
Barbieri che si interessava di metrica, in un suo trattato, Libro siciliano, può
trascriverle come nell'origine, Carte barbieri, ci permettono di conoscere 2 poesie in
veste sicliana.
Ritrovamento strepitoso: Giacomino pugliese. Frammento che si conserva ancora
oggi, trascrizione delle prime 4 strofe su un manoscritto di allora. Mano degli anni 30
del 200, costituzione in latino, in riferimento alla parte tedesca dell'impero, veste
pesantemente siciliana. Rivela qualche infiltrazione di altre lingue, quelle dei copisti,
grosso errore dell'ultimo copista, capiva a malapena. Abbiamo visto anche la veste
toscana, differenza enorme tra le due, distanza temporale poca. Forse questa
canzone ha avuto una seconda versione d'autore. Osservazioni su vocalismo tonico,
forme venete.
Dante: caso di rima siciliana, Canto X dell'Inferno, Farinata e dialogo con Guido
Cavalcanti, rima siciliana, possibilità di far rimare e chiusa con i e o chiusa con u.
Queste vocali sono tutte in siciliano e i, traslitterate in Toscana diventano imperfette.
I toscani essendosi abituati a leggerle -> licenza poetica. Altri ritengono che la cosa
fosse un po' un fantasma -> regolarizzare le rime ritenute siciliane.
La rima è il luogo della Divina Commedia dove riusciamo ad avere maggiori info
lingusitiche sulla sua fonomorfologia. Dante è testimone di un momento di
trasformazione. Per influsso dei volgari degli altri volgari toscani e per evoluzione
interna -> rivoluzione demografica -> impatto linguistico -> uso di forme
arcaicizzanti e uso di forme nuove. Caso della seconda persona singolare del presente
indicativo. E è dovuto al fatto che la s cade e provoca palatalizzazione. Per
livellamento paradigmatico sulle altre coniugazioni -> si arriva ad i anche nella
coniugazione in are.
Il sistema di rime -> gioco è tra nome e lume, in siciliano non ci sarebbe potuto
essere. In alcune zone dell'Italia ci sono altre forme di come -> cuomodo > como.
Richiama lo spagnolo, zona romanza che ha proseguito quo modo, altra quo modo et
-> Francia, centro. Quo modo ac -> Roma.
Rima ci può aiutare nel capire la lingua dantesca: fenomeni oscillazione o ferma
presenza della forma arcaica. Comportamento di Boccaccio, riflette un momento di
trasformazione del fiorentino, già evolve verso tratti nuovi, si affermeranno nel corso
del 400, lingua oscilante tra tratti arcaici e nuovi. In Boccaccio si trovano tratti di
ulteriore evoluzione. Codice ch si conserva a Berlino -> copia tarda del Decameron,
alcune cose attribuite ad errori, codice studiato da linguisti. Attenti al codice
conservato a Parigi.
Sull'Amito l'autografia è sicura. Pag 143 Manni, nell'italiano di chi era nato nell'anno
di Dante, regola nelle preposizioni articolate, si è conservata la forma intera, (vedo
graffito di Commodilla), nel fiorentino 200entesco subivano uno scempiamento
quando erano seguito da una parola con consonante o vocale atona. Se la parola
aveva vocale tonica manteneva la doppia Legge Castellani. Questa distribuzione si
perde con le persone che sono nate dopo. Lo vediamo nei testi di caratteri pratico. In
autori come Petrarca e Boccaccio troviamo la forma scempia come puro vezzo
arcaicizzante. Vezzo proseguito nella poesia italiana, vedi Leopardi, lingua letteraria
conservativa proprio perché scritta, imita se stessa. Nella Commedia troviamo in
rima troviamo in rima proprio le forme scempie, Purgatorio XVII  angelo troppo
luminoso "ma come al sol che nostra vista grada...vela..così la mia virtù quivi
mancava..ne la via da ir ne drizza sanza brego..medesmo cela" Rima nela vela.
Fine prima parte
Conferma che la legge Castellani valeva per la generazione dantesaca è nel Paradiso
XI, 15 -> innalzamento nel cielo, parlerà con Tommaso, "m'era (imperfetto in a)
cotanto gloriosamente..nelo punto del cerchio (rima con cielo)..fermossi..candelo"
cielo..nelo..candelo -> rima con parola dittongata, tratto del nostro sistema metrico,
interpretato come dovuto ad un modello siciliano. Questo ha fatto sì che si trovassero
a rimare, forme di omaggio al latino, tradizione provenzale sicialiana, parole
ricorrenti nella liricia si possono presentare sia in forma dittongata che non.
Indubitabile uso di queste forme con scempiamento. Nel Decameron -> pronuncia
moderna, sistema degli articoli determinativi, lo in posizione forte, uso di l ridotta alla
pura consonante, legge che ancora vale in Dante, manoscritti con una certa
regolarità ci trasmettono queste forme. Computo metrico non vale come sillaba, il
che si pronuncia con la vocale finale, articolo è così ridotto. Lo ci può servire come
computo del verso. Computo ci conferma -> posizione di lo in posizione iniziale.
Potrebbe lavorare su altri punti. La prova non è altrettanto forte che per la rima.
Questa legge, di Grober, ha un suo resto sclerotizzato anche nell'italiano moderno,
caso in cui usiamo lo davanti a consonante -> perlomeno, perlopiù -> parola che
consonante preceduta da per, quando segue a consonante si usa la forma forte.
Decameron -> ha ancora l'uso di lo dopo per. Vedo pag 404 volume Manni. Inizio
novella -> arriva a Palermo, subisce varie sventure, viene descritto il porto, tutte le
regole del porto di Palermo, imita la descrizione dei Veneziani nell'Inferno ->
arabismo fondaco, dogana (tenuta per lo comune o per lo signor della terra).
Questione fonetica -> scempiamento di ille, categoria della lenizione delle occlusive.
Morfologia -> articolo, preposizione articolata.
Sonorizzazione, rientra nella categoria della lenizione -> nel toscano è sporadica e
viene interpretata variamente. Due sono i casi, vedo pag 144. Esempi che abbiamo in
Dante -> Purgatorio XVII, verso 58 si trova in rima una forma fortemente sonorizzata,
prego..sego (con se stesso).. nego (derivato suffisso zero di negare) -> caso di
sonorizzazione eccessiva, normalmente non attestata nel toscano. Uso di uomo come
pronome impersonale. Questo francese è l'evoluzione francese di homo. Impersonale.
Dante è stato attaccato da numerosi denigratori della storia critica. La Commedia
richiese l'allestimento di commenti, era impossibile leggerla senza un aiuto. Nel corso
del 300 ne vengono composti tantissimi. Andrea Lancia ->"non si sentì costretto a
fare questo", difesa di Dante, accusato di aver "forzato" la rima. Prima circolazione
della commedia è settentrionale.
Inferno XXXIII, 120 -> Frate Alberigo, di Faenza, ha tradito i familiari, si era offeso,
lo invita a cena, chiama la frutta, entrano i sicari ed uccidono gli ospiti. Viene punito
tra i traditori dei familiari, è immerso nel ghiaccio, ha tutti gli occhi ghiacciati,
chiede a Dante di togliergli il ghiaccio. Briga è parola di difficile etimologia. Dante sta
facendo una promessa traditrice. Sa già di poterlo ingannare perché vuole arrivare in
basso "brigo..Alberigo..figo". Interpretazione abbia voluto imitare il parlante ->
mettere in bocca a questo personaggio un tratto tipico ai settentrionali, lo fa anche il
Decameron di usare tratti dialettali per rappresentare i personaggi, anche se di
questo si è un po' discusso -> difformità. Gli eruditi del 500 discussero se questi
inserti non fossero in realtà dovuti ai copisti. Questi inserti dialettali li abbiamo
davvero. Due, riguardano in particolare la novella di Monna Lisetta e Frate Alberto
-> la Manni ne parla a pag 260. Questo malfattore che arriva a Venezia da Imola si
presenta come Frate Alberto -> nota tra le persone che vengono da lui, diventa
confessore, Venezia viene presentata ricevitrice di ogni bruttura, una donna che le
piace molto, la inganna e le dice di avere una visita dall'arcangelo Gabriele, deve
passare la notte con lei perché l'angelo è innamorato di lei. La ragazza accetta. Ad un
certo punto si vanta con le comari. "Per le plaghe di Dio..mio marido..movedivu?" Ha
salvato le s.
Viene portato in piazza mascherato da orso, tutti scoprono che è lui e lo colpiscono,
viene poi salvato. Lo ungono di miele. Fa sapere a tutti che comparirà l'angelo, tutti
vanno lì. La voce si era diffusa: " che xe quel?"

17 ottobre 2017
Questo affresco compariva all'interno di un pdf, Conto navale pisano. Didascalia
identificativa, uso di un caso generale. Affresco di San Clemente è effettivamente
quello. Edizione di Castellani. Dibattito ampio. In questo racconto di un miracolo
questo pratizio romano viene accecato per punizione -> Sisino tornato a casa
recupera la vista, ma continua ad essere aggressivo -> ordina di portarlo via -> per
miracolo non c'è più il corpo del santo, ma una colonna di pietra che loro si sforzano
di portare. Uno dei servi riceve l'ordine di mettere il palo sotto la colonna e spingerla.
Lui grida agli altri due. Sisinno sicuramente dice "Ragazzacci tirate!". Dal cielo arriva
una voce che pronuncia in latino delle parole, didascalie non identificative, sono come
dei fumetti. Già sappiamo dal sarcofago -> voce parla in latino. C'è un accusativo ->
frase c'è nella Passio Clementis, è molto ridotta nell'affresco. Questo trahere non
presenta più nella grafia l'h. Traite viene da tragite. Carvoncelle -> i nomi di questi
personaggi riflettono che si vuole rappresentare Roma come luogo in cui confluiscono
popoli da tutte le parti del mondo. Suffisso -elle -> non è un vocativo, ma è un ello
dove la vocale finale si è assimilata alla tonica. Cosa strana è la v dopo r. Errore di
pronunciare b dopo è un tratto attestato, condannato, Appendix Probi, bisogna
scrivere Alveus non Albeus. Oscillazione molto comune. V intervocalica può
trasformarsi.
Dichiarazione di Paxia -> scorso anno
Tema di tipo fonetico, sonorizzazione -> Novella di Boccaccio. Ordine dei pronomi,
tema interessante vedo pag 167 Dante 299-300 Boccaccio. Dai il libro a me -> posso
sostituire con pronomi atoni, creare gruppi pronominali -> Dammelo. Questa
combinazione di pronomi si è comportata in antico come oggi. Falitedereto colopalo
-> Fagliti sotto. La prima cosa che compare è il dativo, come secondo occorre il
riflessivo. Tipo moderno di dammelo. Nell'italiano attuale mettiamo per prima cosa il
dativo e per seconda l'accusativo. Non era vero nella fase antica del fiorentino. In
Boccaccio troviamo entrambi i tipi. Ci sono stati di recente i nuovi studi. Roberta
Cella, studiosa -> in fiorentino antico Dallomi, Lo mi dai il libro? -> viene poi
sostituito dall'altro. Manuale di linguistica italiana di Lubello, differenza tra
morfosintassi antica e l'italiano attuale. Saggio di Salvi, collaboratore di Renzi ->
Grammatica italiana di consultazione, grammatica italiana sincronica. Salvi e Renzi
-> 2010 Grammatica dell'italiano antico. Oggetto di analisi è italiano antico, dibattito
acceso, come facciamo noi con una strumentazione basata sulla competenza dei
parlanti, descrizione applicata ad un corpus prodotto da parlanti nativi, come farlo su
italiano antico? Produrre concetti che si verificano essere validi per descrivere varie
lingue, viene la curiosità di dire se possiamo spiegare concetti di una lingua antica,
hanno cercato di creare un corpus analogo a quello di una lingua in sincronia. Corpus
attivo presso Accademia Crusca -> testi prodotti negli anni giovanili di Dante, una
generazione, hanno verificato spogliando il corpo hanno descritto il comportamento
della lingua. Nella fase più antica del fiorentino l'ordine dei pronomi è determinato su
base morfologica, non su base della funzione sintattica, primo criterio è morfologico,
al primo posto pronome di 3a, poi 1a, poi 5a (2a plurale), poi 2a, poi 1a plurale, poi
riflessivo, poi locativo, partitivo, infine ne. Novella, paragrafo 25, edizione di Branca
-> la siciliana che seduce Sarabaretto -> 1a persona, poi 2a. Novella paragrafo 47,
non mi ti appressasti. Ordine rimane invariato, al di là del ruolo sintattico.
Combinazione con pronomi di 3a persona -> se in italiano abbiamo prima dativo e poi
accusativo, fiorentino antico -> 3a persona precede, questo valeva per la Toscana
orientale, Italia mediana e Corsica (conquistata da Pisa, Toscana però occidentale ->
spia che nella Pisa ancora più antica poteva valere l'ordine fiorentino antico). Vedo
Grammatica di Castellani, pag 263.
Ordine che noi troviamo in Dante. Inferno XXV -> Bolgia dei ladri, verso 48 -> ladro
morso da una serpe, metamorfosi classica, Ovidio, Dante ha descritto una doppia
metamorfosi, momento di rivendicazione di abilità poetica -> se tu se' lettor
diffidente...appena il mi consento. Presenza di un che all'inizio del verso. Questo che
non è perchè, ha un forte valore causale. Nella lettura attuale non li si riconduce ad
un perchè, ma li si fa derivare da un quod latino, confluiscono varie funzioni, ha un
valore polivalente. Vado che è tardi -> come è inteso? Si cerca di rendere univoco il
suo valore. Forma che unisce in maniera indeterminata due frasi. Coordinazione di
tipo asintetico. Posso esplicitare. Ma anche collegare esplicitamente le due frasi,
diventa indeterminata. Ha varie attestazioni in antico, vedo Manni pag 169-70 Dante
306 Boccaccio. Questo tratto è molto visibile in italiano antico -> prima terzina della
Commedia, che inteso dall'editore Petrocchi, accenta interpretandolo come causale.
Esempi danteschi della Manni. Possibilità di interpretarlo come relativo indeclinato
-> nella quale. Forma che viene accettata- > Dante. Petrarca fa riferimento ad un
episodio con Laura -> ..che si scoloraro i rai. Pronome che chiarisce la funzione
sintattica. Esempio da V Inferno -> Virgilio che mostra le anime dannate, peccatori di
lussuria. "Elena vedi..ch'amor di nostra vita dipartille"-> le rima con Achille e nille,
non obbligato da T-B, abbiamo pronome che precisa funzione di che, CO. Come se nel
Placito Campano avessimo avuto -> quelle terre che padre...-> chiarire funzione. Il
che che noi analizziamo come funzione, nella descrizione linguistica è sempre la
stessa cosa, funzione congiuntiva, può sostiuire relativo in alcuni contesti, ad esempio
funzione di soggetto. Guglielmo Cinque -> linguista generativista.
Gruppi pronomiali con pronomi atoni. Non è questione di livello stilistico,
funzionamento della lingua. Nel III del Paradiso, incontra la sorella di Forese,
Piccarda, lei si presenta, 46-47 -> "se riguarda non mi ti celerà l'essere più bella". Il
ruolo sintattico è accusativo e dativo, c'è anche componente della morfologia, 1a
persona, poi 2a. Nel Decameron, compresenza dei due ordini, esempio della Manni,
novella di Salabaetto, paragrafo 52 -> "io gli ebbi (gli acc. plur. = li, palatalizzazione,
non questione di fonosintassi, avviene in generale, forma tuttofare per la terza
persona, lo stesso fenomeno che avviene in italiano moderno, dal punto di vista
fonetico queste forme confluiscono verso un'unica forma, livellamento)..e se io avessi
saputo dove mandargliti abbi per certo che io te gli avrei mandati" <- Affiora l'ordine
nuovo D + A .. gli t'ho guardati <- ordine antico.
Fine prima parte.
Mandargliti
Documento scritto da un letterato, ma autografo di Boccaccio. Possono essere
edizioni precedenti all'edizione di Branca. Non stiamo trattando questa lingua come
quella letteraria, devo andare a cercare fenomeni in cui l'autore ha usato lo
strumento linguistico volontà letteraria di imitare il dialetto. Dato che abbiamo
attestazioni veneziane in cui pl si mantiene -> imitazione di un tratto reale. Usa
promiscuamente i due ordini, erano compresenti nella lingua dei suoi concittatidini
erano accettate tanto che Boccaccio può. Evoluzione della lingua -> vecchio modo di
dire viene surclassato dal nuovo. Compresenza della desinenza e ed i. La
compresenza di forme oscillanti c'è. Dobbiamo avere edizioni affidabili. C'è un gruppo
di filologi che sta proponendo un'edizione nuova, testo diverso basato sul fatto che si
sono occupati di studiare altri scritti, imparare altre cose della vita di Boccaccio.
Altra domanda -> come si estende gli a tutti i casi.
Vedo i tuoi genitori e gli chiamo / gli dico tutto
Vedo Luigi e gli do la bella notizia
Vedo Laura e gli do la bella notizia
In Boccaccio lo troviamo. Italiano antico -> quando a combinarsi sono 2 3e persone
nasce gruppo pronominale che nel fiorentino era invariato, tipo gliele. Esempi si
trovano nel Decameron, in Dante non li abbiamo in rima, non sappiamo se scrivesse li
li, li le, liele. Novella di Ser Ciappelletto -> va ospite da amici italiani, sta per morire,
sente che sono preoccupati -> li chiama e fa venire un confessore, peccati
inverosimili, il frate si convince della sua santità. Prima giornata, prima novella. "il vi
dirò". Confessione paradossale fatta in punto di morte. Parte si trova nel paragrafo
55. In casa di mercanti italiani. "gli avea venduto e io messigli in una mia cassa senza
annoverare..trovai ch'egli (polimorfia del pronome soggetto, egli plurale -> per
distinguere si forma poi la forma eglino -no morfema identificativo della 3a
plurale)..per che (che generico) e avendogli serbati bene uno anno per rendergliele
(rendere i denari a lui) io gli diedi"-> sente di aver fatto un imbroglio, gli ha dati in
carità. Si era formata una forma invariata che veniva usata per il caso della
combinazione di pronomi della terza persona. Forma tuttofare risulta interessante, è
sempre invariabile, occorre sempre così -> non riusciamo a capire la funzione dei due
componenti, è una forma tuttofare. Nel momento in cui si afferma l'ordine moderna,
secondo componente è accusativo, iniziano a declinarlo -> questo gruppo inizia a
comparire nella forma glielo/gliela -> in Boccaccio non c'è ancora. Inizia ad avere i
due ordini, ma non nel gruppo tuttofare. In antico nel caso in cui il verbo avesse
pronome riflessivo, nei modi composti o non finiti il pronome riflessivo può mancare
-> Canto XII inferno, Dante e Virgilio hanno incontrato il Minotauro, riescono a
scendere per un dirupo, le pietre quando cammina Dante si muovono. I Centauri che
sorvegliano i fiumi di sangue dove sono puniti i tiranni se ne accorgono v 80 ->
Chiron prese uno strale e con la cocca fece la barba indietro a le mascelle, quando si
ebbe scoperta la gran..siete voi accorti che quel di retro move ciò che il tocca?"
Tempo composto e il pronome riflessivo piò non essere espresso. Obiezione sulla
diatesi ma -> Inf XIV 49-50, girone del sabbione, violenti contro Dio, violenza si
manifesta in vari modi, spera di essere simile a Giove, sdraiato il fuoco gli cade
addosso, non può correre -> "chi è quel grande che non pare che non curi
l'incedio..par che il marturi..e quel medesmo che si fu accorto che.." caso di
oscillazione. Vita Nuova -> "lo mio cuore cominciò dolorosamente a pentere".
Pronome non espresso. Se io ho due verbi che richiedono pronomi atoni, verbi
coordinati, posso esprimere il pronome una sola volta -> succede di solito se il
pronome è premesso. Crucceretevi e dorretevi. Se io ho un pronome clitico riferito a
due verbi coordinati, può avere funzione diversa pur se espresso una volta sola -> Inf
canto VIII -> Flegias cerca di afferrarsi alla barca. Arrivano alle porte di Dite, ma non
riescono ad entrare, si addensano diavoli -> "Che non credetti ritornarci mai..o caro
duca mia ..che m'hai sicurtà renduta e tratto di periglio" mi dativo ed accusativo,
doppia funzione sintattica.
Citazione dal Decameron Ser Ciappelletto -> Paragrafo 71 "il vi dirò" ordine antico,
la reggente è introdotta da e. Come se si dicesse Dopo che arriverai, e ti darò da
mangiare -> paraipotassi (nè paratassi nè ipotassi). Principali e collegarle per
asindeto o congiunzioni -> non facciamo subordinate. Se la frase è subordinata non
ha bisogno di essere collegata. Qui invece succede, la subordinata è apparentemnete
collegata. Semplicemente sottolinea la reggente. Spesso questo uso ha una funzione
stilistica, di rilevare la reggente dandole una sfumatura di significato in più,
potremmo usare oggi allora. Artificio comune nella prosa antica -> Inferno XXX,
falsari, i due si insultano "tu dici il vero di questo tu non fosti così ver testimoni là
dove nel ver...s'io dissi il falso, e tu falsassi il conio"-> tu però hai fatto moneta falsa.
La presenza della coordinazione serve a dare indicazione di contrapposizione = tu
però.
Caso dal Decameron, V giornata, Mastagio degli onesti, rovina i suoi averi per
conquistarla, gli amici lo convincono ad andarsene, assiste in una pineta-> vede una
donna scappare, cavaliere strappa il cuore, il cavaliere lo ferma, sono entrambi puniti
-> anche lui vuole avere l'occasione -> tutti vedono la scena tremenda -> la donna
cede al suo amore. Novella rappresentata dalla pittura, pala di Botticelli -> paragrafo
37 "e il romor fu cominciato a udire" -> idea della subitaneità

18 ottobre 2017
• Canzoniere vaticano 3793 si conserva in Apostolica a Roma -> immagine di
Amor che lungiamente. Edizione ha previsto una pubblicazione fotografica integrale
dei 3 -> due pagine in cui si può leggere Amor che lungiamente -> codice
interessante perché i sonetti e le canzoni sono scritti come della prosa. Modi con cui i
mercanti scrivevano i loro conti. I saggi più interessanti sono quelli di Armando
Petrucci, importante paleografo. Ha pubblicato saggi sul modo di scrivere di
Petrarca, si trovano nella Storia della letteratura italiana. Abbiamo la nostra canzone,
possiamo riconoscere, canzone è la 305, prima strofa. Versi sono sulla pagina
successiva della carta, carta 98 -> 99 verso della 98 prosegue la canzone. Nei
manoscritti di questa epoca quando anche ci sia la divisione delle parole, la divisione
spesso riflette i gruppi fonici, in viene mangiato dalla prossimità di quanto. Puntini
servono a distinguere i versi, perché è scritto come se fosse prosa. Copista a volte
segna l'emistichio. Segno di inserimento (vedi epigrafe di Dodo), qui è stato inserito
p(er)cò (sciolto). Nel ritmo laueranziano, l palatale -> mellior, qui invece lgl. Legno in
volgare ormai n palatale, tutte oggi si scrivono così anche se provengono da altro.
Questa grafia è stata estesa. Estensione -> g serve a caratterizzare la realizzazione
palatale di un'altra lettera. Il copista ha corretta vostra in un plurale per uniformarlo
ad altezze e dolcezze. Scrive faciami. Oscillazione grafica. La Giuntina trasmette un
singolare per tutte e due le cose. Evidentemente non ha preso dal Vaticano, ma da un
altro testimone, la Giuntina non se lo sarebbe inventato, constesto non sprona ad
inventare un singolare. Il Palatino 418 trasmette stessa canzone ma solo per i primi
20 versi, trovare citato in apparato P vicino a questi singolari. Sito della Biblioteca
Nazione Centrale di Firenze www.bncf.firenze.sbn.it -> manoscritti digitalizzati.
Pagina 4 -> Banco rari 417. Carta 60. Grafia gotica dei libri di università, pergamena
di allora, usata per un libro laico. Versi sono scritti come prose, terzine e quartine
sono messe a gruppe, segni rubricati segnano iniziano della nuova strofa. Guido è
cavalcato da Amore, tiene la briglia. Verso 20, c'è solo la parola iniziale. Non
troviamo il seguito, capiamo che qui è il seguito della canzone di Guittone.
• Che temporale -> Bembo cita con lode questo verso. Terzo sonetto prima parte
del Canzoniere. "..che si scoloraro..". Giorno della Passione -> fu preso, "che i vostri
bei occhi". Autografo di Petrarca è parzialmente autografo. 3195, 3196. Uno dei due
è integralmente scritto da Petrarca, sono appunti di Petrarca, filologia critica. Altro
codice contiene l'intero canzoniere, in gran parte è copiato dal suo allievo,
Malpaghini, Petrarca finirà poi lui di trascriverlo. Edizione in corso, edizione
elettronica, dcl.slis.indiana.edu -> negli USA questa edizione, indice visuale di questo
archivio, pagine del codice 3195, segnalate in colore diverso quelle fatte da Petrarca.
Terzo sonetto -> viene fatta vedere anche la foto. Anche a Petrarca piacevano le
iniziali miniate, alternative rubricare in blu e rosso. Impagina i sonetti come se
fossero prosa. Siamo all'interno della parte calligrafica, sa scrivere in gotica perfetta,
nel codice dei bozzetti ha una grafia più simile a quella della Vaticana.
• Boccaccio: digital.staatsbibliothek-berlin.de -> Handschriften 90. Ha anche lui
questa grafia regolare, rubriche. Pag 197. Trascritta parte della novella di
Salabaetto. Grafia libraria oppure personale. Nota tironiana "se io avessi saputo dove
mandargliti abbi p certo che io te gli avrei mandati ma pche saputo nonlo glito
guardati" ..."gliele" indeclinato.
Manni:
a. Legge Castellani -> Preposizioni articolate, pag 143. Purgatorio XVII, Paradiso
b. Articolo di forma forte -> Pag 364, pag 397/404. Inferno II,1 Inf I,26, Inf 1,15-
30 Novella decima, paragrafo 4
c. Sonorizzazione consonanti intervocaliche, uso espressionistico del dialetto ->
Sonorizzazione e dialettalismi pag 144/268 (ora che si discute le varianti d'autore,
aspetti dialettali sono stati accentuati) pag 268/322. Dante Purg XVII, Inferno XXXIII,
120.
d. Ordine dei pronomi -> pronomi pag 167/299/300. Esempi Inf XXV 48 (caso di
che polivalente), Par III,48. Novella di Salabaetto, 10a novella 4a giornata.
e. Che polivalente -> pag 169/170/306. Inf XXV,48, Inf I,3. Decameron -> 8a
giornata, novella 2. Prete di Barlungo, ha una tresca con una donna. Riesce a
liberarsi di lui. "Messer lo prete che..tabarro gliele diede..(vedo aria del don
Giovanni)..che non vi viene mai persona (che polivalente)". Forte promiscuità tra che
congiuntivo e relativo. Esempi dalla Commedia di che con ripresa, ripreso da un
pronome personale, chiarisce il suo ruolo sintattico, il comparire di un pronome di
ripresa chiarisce il ruolo dell'antecedente che ha un ruolo nella relativa. Costrutto
può manifestarsi sia con un che indeclinato i libri che ti ho parlato sono..oppure che
indeclinato ma di cui viene chiarito il ruolo. Vedo pag 170/171, 305/306. Per l'Inferno
abbiamo caso di ripresa da Inf V, 67-69 "mostrommi..che amore di nostra vita". Caso
di mancata ripresa, che indeclinato -> Paradiso I, dichiarazione di poetica, 26-27 ->
"o divina virtù..del tuo diletto legno venire e coronarmi delle foglie che la materia e
tu mi farai degno" dittologia con verbo al singolare, che polivalente.
Fine prima parte
Tratti comuni alle due opere tratto dell'italiano antico che continua a manifestarsi
nell'italiano attuale. La Manni ne parla alle pagine 305/306 -> paragrafo dedicato alla
sintassi del Decameron, paragrafo ottavo. Seconda giornata, novella 7 -> rubrica di
Boccaccio, introduce la novella, ironica. Protagonista è donna musulmana. Viaggio
lungo 4 anni, passa da 9 uomini in diversi luogni, va al re del Garbo. Paragrafo 26 ->
finita in mano ad un pirata, uomo di fiera vista e molto robusto. Per la sua religione
non era abituata a bere, ma ne era incuriosita. Non aveva cura del fatto che lei si
mostrava schifa del vino. che senza ripresa.
Terza novella -> donna maritata si innamora di un uomo valorosa. Per farglielo
sapere si lamenta con il frate di essere corteggiata, fa delle finte confessioni, capisce
il luogo dell'appuntamento. Vedo paragrafo 23. "cosa che io non sarò mai lieta".
- Con ripresa:
Ottava giornata, seconda novella -> paragrafo 28 "che so che l'avete" che
dichiarativo, pronome riprende le 5 lire.
Gliele invariabile, Manni ne parla a pag 404. Paragrafi di apertura della novella,
paragrafo 11. Lei vuole sedurlo "trattosi uno anello di borsa da parte della sua donna
gliele donò"
Novella di Ser Ciappelletto -> prima giornata ,prima novella, paragrafo 55.
Più difficile trattarlo in Dante, non abbiamo gli autografi. Come li scrivesse Dante,
non è facile capirlo. Inf X, 44 -> Farinata si erge dritto dal sepolcro, lui si avvicina al
sarcofago, riduzione tui per rimare. "non gliel celai" se aggiungiamo una vocale, salta
l'endecasillabo. "Tutto gliela persi" non sappiamo cosa dicesse Dante, perché c'è
elisione. Sono solo 6 le occorrenze e ogni volta non è possibile determinare e
integrare -> a favore di uno indeterminato.
Strumenti di analisi degli anni 70 -> capitolo 12 paragrafo 7, Barbi, edizione che ha
fatto scuola nella filologia italiana, Michele Barbi -> in questo punto stampa li le dica.
Assenza del pronome riflessivo. Manuale di Lubello. Capitolo di Salvi -> esempi di
accorgersi Inf XII 80-81, Inf XIV 49-50 (qui il pronome c'è). Esempio di pentirsi Vita
Nuova 39esimo capitolo paragrafo 2 (Squartini, Ricca)-> corpus -> riflettere stadio
dell'italiano, DC esce dal corpus come date, il corpus su cui loro hanno lavorato è
stato delimitato rigidamente. La Commedia presenta esempi Inf XXVII, 119 -> Guido
da Montefeltro si è fatto frate, Bonifacio VIII gli chiede un consiglio fraudolento " nè
pentere e volere insieme puossi.." Piano metrico -> pentersi e volersi, potremmo
farlo, non aumenteremmo il numero di sillabe, ma sarebbe scandito peggio. Verso 83
-> non ci può essere riflessivo "Quando..ciò che pria mi piacea allora..e pentuto e
confesso mi rendei" -> avremmo sillaba in più in caso di aggiunta.
Pronome espresso una sola volta, significati diversi: Inferno VIII, 98-99 -> "tratto da
alto periglio"
Paraipotassi: Pag 361/363/302. Esempio dal Decameron, 5a novella, 8a giornata.
Esempio Dante, Inf XXX, 115 -> valore di avversativo. Purg VIII, 94 -> Nella valletta
dove i principi aspettano il loro turno, momento in cui inizieranno a purgarsi. C'è un
momento di raccoglimento, hanno già incontrato Sordello. Sordello si rivolge a loro
-> Dante traduce dal latino quando fa parlare Virgilio. Sordello corre ad abbracciare
il poeta, concittadino -> unione contro le divisioni interne. Arriva ad un certo punto il
diavolo tentatore. "com'ei parlava e Sordello a sè il trasse e.." principale introdotta da
e sebbene sia preceduta da subordinata -> subitaneità.
In Boccaccio si notano degli usi modali dei tempi e temporali dei modi che non ci
sono più in italiano antico. Il tipico tratto che distingue italiano ->condizionale
semplice per esprimere il futuro del passato -> promise che verrebbe = promise che
sarebbe venuto (studio di Squartini) -> uso temporale di un modo. Seconda giornata,
novella 5. " disse..ciò in una guisa sofferebbe"Uso di andare sull'asse a fare i bisogni,
asse schiodato ed Andreuccio cade, da casa nessuno gli risponde. Vaga per Napoli. Si
rifugia in un casolare. Arrivano dei ladri, spaventato si nasconde in un angolo, uso
modale di un tempo "disse l'uno..ebber veduto cattivel d'Andreuccio" Trapassato
remoto in principale -> esprimeva subitaneità.

23 ottobre 2017
Michelangelo Zaccarello “Edizione critica del testo letterario”. Stroppa ha fatto
uscire una delle edizioni del Canzoniere con commento. Contini curò un’edizione
famosa del Canzoniere, Contini volle riprodurre questo famoso saggio, saggio è uno
dei più leggibili di Contini. Ha fatto alcuni saggi su Petrarca, etichetta di
contrapposizione tra plurilinguismo dantesco di contro ad una stilizzazione che si
caratterizzerebbe nella lettura continiana. Lettura da diventare un po’ stucchevole, il
saggio è stato riprodotto in fondo al volume della Stroppa.
Saggio di Contini, sta descrivendo il fatto che le caratteristiche attribuibili a Dante
sono il plurilinguismo, pluralità di toni, interesse teoretico, interesse a pensare in
astratto. Prima parte è condotta in modo binario. Punizione ispirata ad un supplizio
reale, sepolti a testa in giù. Quando incontra Cacciaguida -> cara piota mia.
Esprimersi con rispetto, termine usato invece per esprimere le gambe di un papa
simoniaco. Parasintetico con su -> insusarsi. Sperimentalismo linguistico di livello
alto. Petrarca sarebbe lontanissimo dai brani citati. Corata -> descrizione di
Maometto, il cui supplizio è essere tagliato a metà. Qui Dante usa gamba come livello
iù leggero di realismo. Già gamba per Petrarca sarebbe troppo. Dante ha fatto una
grande preghiera per poter vedere la Trinità, espresso però con una grande violenza,
petto esausto, sacrificio fatto con ardore, termini che non sarebbero utilizzabili da
Petrarca.
Realismo pesante, violenza verbale, sublimità -> la luce dell’alba riusciva a cacciare
via il crepuscolo, in questa luce riesce a riconoscere il mare che trema. Contini
precisa che tremolare non potrebbe essere utilizzato da Petrarca. Si usavano le
concordanze, elenco ordinato in ordine alfabetico, sotto il lemma. Contini si addentra
nella lingua petrarchesca, si sposta a descrivere, insiste su certi aspetti di simmetria,
saggio coniuga capacità di confronto linguistico e metrico. Analizza le sestine,
tendenza alla bipartizione, dicotomia la si vede fin dall’incipit, unità autonome
giovane donna – sotto un verde lauro, alla dolce ombra – delle belle fronde
(simmetria) -> tipologia talmente appariscente che è proprio la cifra del
petrarchismo.
Fenomeno che succede macroscopico, dopo questa fioritura di letteratura volgare,
composizione anche altrove, Ravenna, ritmo laurenziano, poesia didascalica del nord,
nel 400 ritorno a valutare il latino come lingua che garantisce una sopravvivenza, non
è più medievale ecclesiastico, il latino che viene usato inizia ad essere riscoperto in
virtù di specifici studi, approccio alla cultura classica di tipo documentario, riescono
a conoscere nuovamente il modo in cui si scriveva e usava il latino in epoca augustea.
Ciò fa sì che si crei una maggiore cesura tra 2 forme di latino, accentua anche cesura
rispetto al volgare, non è più contiguità, questa prossimità ormai si spezza. Elite di
persone che conosce il latino abbastanza bene, leggere e riprodurre il latino
augusteo, appropriazione nella sua grammatica antica, a volte sono le stesse persone,
molti lavorano nelle cancellerie signorili e hanno una loro vocazione elitaria di alto
livello, come in Federico II e i suoi poeti. Adesso abbiamo cancellieri e amministratori
che scrivono latino classico. Nello stesso tempo si diffonde l’abitudine di svolgere
l’attività in una lingua che è un volgare che si sforza, la base è quella di chi deve
comporre questo testo, volgare che riflette il volgare materno di chi scrive, ma
vengono epurati delle caratteristiche locali facendo ricordo da un lato al modello del
latino e dall’altro al modello del toscano. Petrarca aveva concentrato la sua
attenzione sul latino, loro hanno anche il modello toscano, decideranno volta a volta
in maniera approsimativia, potranno mettere o meno il dittongo, se si basano sul
latino o sul toscano o sul dialetto di provenienza. Codice di compromesso artigianale,
la sua funzione e di essere leggibile, bisogna allontanarsi dai modelli di partenza, si
arriva ad una cosa di compromesso artigianale, lingua di koiné.
A Firenze anche la lingua continua a svilupparsi, ha caratteristiche diverse da quelle
del 300. Parte introduttiva della Manni, lento affermarsi della desinenza del
congiuntivo, non etimologica ma analogica quanto alla seconda persona.
Originariamente si spiega alla prima e alla terza. Nella seconda la s di solito
palatalizza un po’ la vocale che precede -> che tu diche. Si inizia a manifestare nel
fiorentino trecentesco. Questi tratti di fiorentino argenteo. Contrapposizione al
fiorentino aureo. Trattazione grammaticale, stabilizzazione della morfologia praticata
da Bembo ne escluderà la maggior parte. Bembo vieterà la desinenza in io amavo.
Riscoperta del latino classico, strumento linguistico creato in maniera artigianale,
tendenze interne, livellamenti analogici di tipo interno. Fiorentino si sviluppava
anche per influenza degli immigrati fenomeno sociale che nella seconda metà del 300
ebbe una certa rilevanza -> brigata dei 10 giorni. Contagio provocò una grande
moria, immissione di abitanti da fuori. Il volgare che aveva disinteressato gli
umanisti, proseguendo il magistero di Petrarca. Con Lorenzo de’ Medici, influenza
nella seconda metà del secolo, campagna di affermazione dell’autorità della sua
famiglia sulla città, politica linguistica di promozione della produzione in volgare.
Prima dell’incoronazione delle tre corone, una delle manovre di propaganda è questa
raccolta aragonese, antologia di poesie toscane, vengono raccolte in questa antologia
donata a Federico d’Aragona, figlio del re di Napoli, lettera proemiale, scritta quasi
sicuramente da Poliziano, uno dei grandi intellettuali della corte di Lorenzo, coniuga
una cultura latino classica straordinaria, compone anche poesie in volgare. Stanze
della giostra, pometto bucolico, ottave canterine, meravigliosa musicalità, poema
epico da cantastorie, se il metro è quello il contenuto è elegiaco. La lingua è
quattrocentesca, lettera in cui si sostiene ha la possibilità di esporre qualsiasi
argomento. Questa situazione vivace culturalmente, intellettuali hanno tanti registri e
più lingue, spesso sono poeti latini straordinari, Poliziano, Pontano, scrivono anche in
volgare, giocano ad usare vari livelli stilistici. Esempio di Boiardo, nel Serianni
antologizzato un sonetto e innamoramento di Orlando. Compone poesie d’amore di
stile petrarchesco, poesie vengono tra la fine degli anni 60 del 400. Agli inizi degli
anni 80 compone un poema epico, scelta di riprodurre il tipo di italiano canterino,
intriso di volgari padani, materia epica di Francia, registro molto vicino componente
locale. In un caso sembra che scriva in dialetto ferrarese, nell’altro sembra già
italiano.
Amorum libri -> primo e terzo bipartiti, secondo e quarto uniti descrivono l’azione.
Simmetria in tutta la quartina. Sembra molto vicino all’italiano, capacità imitativa di
avvicinarsi a Petrarca, non aveva una grammatica. Scappa qualche traccia di dialetti
-> verso 5 tipico dialetto padano ocei. Gioco retorico è pienamente petrarchesco con
dialetto locale. Verso 10 desinenza tipica quattrocentesca. Forte il dialettalismo
nell’ultima terzina -> noglia di fronte al diffondersi della semiconsonante, di fronte a
noia, ha il dubbio, fa un ipercorrettismo, mette gl dove invece c’è una semivocale
anche in toscano. Ci sono quindi dei luoghi di incertezza. Ochi senza il
raddoppiamento. Capacità di escursione dipende da una capacità di frequentazione
del genere, differenze del genere letterario.
Fine prima parte
A Napoli fiorì una scuola di poeti lirici, di cui il più famoso è De Jennaro, studiati da
Maria Corti, allieva di Terracini. Ha lavorato a Pavia, studiosa di raggio amplissimo,
origini della geografia linguistica, fino al 400, archivio dei manoscritti degli autori del
900. Anche di Bembo c’è una stagione, a lui si deve non la prima o la seconda
grammatica (Fortunio, modello degli scritti degli umanisti, non scrivevano vere e
proprie grammatiche, commentavano i testi dei vari autori, discussione di quale deve
essere la forma giusta, correzione filologica, castigationes, appunti su base
linguistica, quasi che i loro testi fossereo guasti, di fronte a passi che non tornavano,
il filologo raccoglie tutte queste proposte in una castigationes), grammatica di Alberti
è sistematica, Bembo si dà alla carriera cortigiana, luminosa carriera, per quanto
fosse stata osteggiata inizialemente in famiglia. La sua prima opera Asolani,
prosimetro, scenario bucolico, modello Vita Nuova, 1499 redazione tutta in prosa, noi
abbiamo manoscritta, edizione a stampa avviene a Venezia nel 1505, Manuzio di
provenienza centro italiana, grande promotore culturale, vulgata dei testi classici
latini e greci, si occupa della diffusione a stampa delle opere in volgare. Per la Divina
Commedia, nell’ultimo trentennio del 400, esce un’edizione curata da un’umanista
Nido Beato, pubblica un’edizione MI 1479 Nidobeatina, affianca con il commento di
Iacomo della Lana, questo riesce nel 1328 riesce a far girare questo commento,
depurato dal latino, è primo commento completo a tutta la commedia. Stampa la
Commedia con il commento del Lana. A Firenze reagiscono subito, cultura milanese
non si può prendere Dante, esce a stampa a Firenze nel 1481 un’edizione con un
commento di Landino, uomo di corte della signoria medicea interpretazione
neoplatonica. Contrappone questa edizione stampata a Firenze, rivendica la
fiorentinità della lingua dantesca, è lui stesso scritto in toscano, è un commento
nuovo, mentre l’altro era del 1328. Rivendicazione della politica culturale. Bembo
pubblica nel 1501 l’edizione della Commedia e nel 1502 quella delle Rime di
Petrarca. Tutte queste edizioni sono edizioni epocali perché quella di Petrarca,
Bembo può dire di averla fatta con l’autografo di Petrarca. Poesie riprodotte come nel
suo autografo. Per le terze rime di Dante il testo si presenta in formato tascabile con i
margini bianchi senza alcun commento, scrittura elegante ma non facilissima da
leggere, umanisti hanno creato scrittura che imita la minuscola carolina, scrittura
viene resuscitata, a questo punto i primi libri a stampa riproducono la gotica. Testo di
Dante al centro, commenti e scrittura gotica. Minuzio -> carattere corsivo, per
questo si chiama italics, stampe di Aldo Manuzio ha diffuso questo tipo di carattere.
Bembo e Aldo Minuzio fanno una politica che ha dei colpi di genio, assenza di
commento, ma autorevoli, perché c’è autografo di Petrarca. Quando Bembo deve
preparare questo testo per Petrarca ha la sicurezza del testo. Famoso luogo comune
-> a Bembo non piaceva Dante. Certamente ha un suo gusto per Petrarca, imitazione
è una cosa che precede il petrarchismo di Bembo. Di fronte a codici così autorevoli
ricostruisce la grammatica su quelli, spiega la maggior frequenza di commenti.
Asolani stampati nel 1505 e poi nel 1530. Bembo -> Prose -> 1525. È una persona
che vive a lungo, diventa cardinale in tarda età. Ritratto di Tiziano. Redazione in
prosa manoscritta troviamo dei tratti, per quanto Bembo frequenti il genere letterario
delle poesie d’amore, troviamo doppie oscillanti e incertezza nell’affricata dentale. Si
confonde con il pronome di prima persona (ci vediamo -> si vediamo). Tratti di koiné,
toscano quattrocentesco che penetra in questo sistema di compromesso. Nella
stampa del 1505 riesce a togliervi i settentrionalismi, solo in quella dopo riesce a
eliminare gli aspetti di koiné, riscrive con una lingua tutta trecentesca.
Uno dei tratti è il fatto di avere la forma di articolo el/il e/i. Nella Toscana esisteva
già, a Firenze influenza del parlato del resto del territorio. In Petrarca troviamo
questa forma di articolo, Canzone 23, verso 31 “la vita el fin e ‘l dì loda la sera” al
centro del verso -> congiunzione. I due sintagmi sono collegati, porta caduta della
vocale dell’articolo. L’articolo precedente è sicuro. Manni, pag. 279, menziona il fatto
che nel Decameron si trovano due casi di el, interpretabili come congiunzione più
articolo. “Finita la canzone el maestro disse”. VII 9, 46. Si può interpretare in un altro
modo, altro esempio di paraipotassi, subordinata participiale prima, poi mettere una
congiunzione, qui abbiamo sicuramente pronome. Altro tratto di fiorentino 400esco
che si diffonde è fussi, tema in u alla latino, congiuntivo imperfetto e perfetto. In
generale si trovava in tutta la Toscana Canzone 73esima, verso 15 “pur com’io fusse
un uom di ghiaccio al sole”. La prima singolare, siamo sicuri perché lo ha scritto
Petrarca! La desinenza è etimologica, uscita in E(M), congiuntivo imperfetto esce
regolarmente. Si livella poi, livellamento analogico sulla seconda persona, che
uscendo in –es > i. Purgatorio XVII, 46 -> “così l’immaginario mio cadde giuso
tosto..percosse…io mi volgea per vedere dov’io fosse..altro intento mi rimosse”.
Inferno V, 141 -> “galeotto fu il libro che scrisse…così com’io morisse”. Purgatorio,
XVII, 79 -> “affissi pur come nave..s’io udissi alcuna cosa..poi mi volsi al maestro mio
e dissi”. La caratteristica più macroscopica è il fatto che il congiuntivo presente dei
verbi esce nel toscano del 400 esce in –i.
AMES > ami HABEAS, FACIAS > abbe, facce. Le forme si livellano per analogia
sulla prima coniugazione, la seconda singolare era in i. Poi si arriva alla nostra fase.
Situazione si vede in Dante, in Petrarca, nel Decameron si hanno solo le ultime due.
Inf XV, 6 -> “le mani alzò..fiche..amiche..diche”
Inf XXXII, 113 -> “se tu di qua dentro eschi..”
Inf VIII, 57 ->”di tal disio convien che tu goda”
Nel Decameron 2° giornata VII novella paragrafo 100, IX novella paragrafo 40 ->
“quando tu vogli..prenda..donimi..dichi..m’abbi uccisa…”

24 ottobre 2017
Vedo pag 34 -35 Serianni Antonelli. Boairdo usa questa desinenza di koiné. Anche nel
brano che antologizzano dall’Orlando Innamorato  desinenza –eti. Noi la possiamo
immaginare come una desinenza reattiva a quella metafonetica, ha chiuso e tonica
chiusa uniformando tutte le desinenze su un’unica desinenza –iti. Per reazione si
estende una desinenza –eti. I per metafonia attira a sé le toniche, in koiné si reagisce
estendendo la e per ipercorrettismo anche ai verbi in –ire.
Vedo Serianni Antonelli pag 41, 1501 Petrarca, 1502 Dante, date scritte prima sono
sbagliate. Maggiore credito dato a Petrarca.
Bembo  prima redazione non è solo in prosa, ma è autografa. Redazione autografa
che presenta tratti di koiné, poi prima edizione a stampa elimina settentrionalismi.
Ultima edizione de l530, dettato linguistico è canonico, quello istituzionalizzato nelle
prose.
Citazioni per il congiuntivo imperfetto: nella koinè e quindi anche in Bembo degli
Asolani, forme del perfetto presentano u, e poi i della desinenza. Prima attestazione
petrarchesca, 73esimo 15 -> fusse un uom di ghiaccio al sole (serve per la tonica u).
Sonetto 62  fusti in croce, passato remoto
Sonetto 234  fosti un porto.. invocazione al suo luogo segreto, Petrarca modello,
possiamo trovare oscillazioni di questo tipo.
Componimento numero 22, verso 33  con lei foss’io, rispetto a fusse, forma
moderna dal punto di vista della tonica. “non fosse l’alba” tema ricorrente, pensare
alle Petrose di Dante. Abbiamo compresenza di 1° e 3° persona tutte e due con la
tonica moderna. Per alcuni di questi aspetti c’è oscillazione in Petrarca. Altra
osservazione sulla desinenza in i dell’imperfetto congiuntivo. Tratto che permane
nella koiné, sonetto 120, verso 12 -> leggessi il dì né l’ora. 36°, 1 se io credesse.
Oscillazione nella desinenza, gli esempi dall’Inferno e dal Purgatorio XVII. Desinenze
compresenti in un canto. Compresenza si trova anche nel Decameron. Compresenza
delle due desinenze novella 9° giornata VIII, novelle di Bruno e Buffalmacco,
maggiore vicinanza al parlato fiorentino. “io potendo la mi facesse se io non la facessi
per voi”.
Graduale formarsi di una desinenza per il congiuntivo, per la 2° e 3°. Inizialmente è
e, poi si passa ad i per livellamento, e poi si passa ad a per livellamento delle tre
persone. Le tre sono compresenti in Dante. Inferno VIII, 57. In Petrarca troviamo la
più arcaica e la seconda. Rilievo di incipit. Petrarca lo usa per la terza persona  non
ad opre. Verso 9, 279  ti consume..fiume..lume.
Abbracci terra
162  ascolti dolci parole  desinenza moderna
Esempio di compresenza non già con il Petrarca, nel Decameron abbiamo la
moderna. Abbi, prenda, dichi.
Del petrarchismo prebembiano, fortemente imitativa di Petrarca,affiancare come
modello non solo il latino ma anche il toscano. Si manifesta a livello di prosimetro con
Bembo, nello stesso periodo a Napoli si verifica con Sannazzaro. Quando il suo
referente cade, va in esilio in Francia, figura di cortigiano. Arcadia, prosimetro in cui
si raccontano storie d’amore ambientandole su uno sfondo pastorale, notevole
fortuna come opera, quelli più importanti sono due testimoni. Vaticano 32, 02. Altro
manoscritto napoletano che è esemplato da un napoletano. Tutti e due pur essendo il
Vaticano vicino all’originale, presentano delle trasformazioni, una accentua
l’elemento napoletano, l’altro toscano. Molti hanno studiato l’Arcadia. I più famosi a
cui si fa riferimento. Processo elaborativo, Arcadia arriva alle stampe da un editore
che si chiama Mayr, Sann. Collabora da lontano con “l’editor” P. Summonte, un
umanista di grande livello. Il Summonte rivede. In questo ventennio l’opera circola
manoscritta e in stampe clandestine, modo di circolare delle opere per manoscritti
d’autore, copia circola tra amici che ne fanno copie non autorizzate e le mandano dai
tipografi.
Libro di G. Folena, “La crisi linguistica del 400..”. Folena  diffusione del provenzale
in Pianura Padana. Si è occupato di Goldoni. Mentre studiava scoppiò la guerra, era
soldato, interruppe gli studi, prigioniero in Africa, al ritorno si laureò con Migliorini.
Ha sempre lavorato a Padova, maestro di studiosi di stilistica, Maria Corti si è anche
occupata dell’Arcadia, Miscellanea per Terracini, diffrazioni in presenza o in assenza.
Stratigrafia linguistica. Processo si è studiato, nel manoscritto vaticano si trova il
sistema di rime invesibele, horribile, debile non torna, si deve immaginare che Sann.
Abbia adottato una forma di koinè –ebele < IBILIS. Nel caso in cui non sono
perfette ,quali sarebbero perfette tradotte in toscano o in napoletano. A questo livello
redazionale era un misto. Aspetto materiale. Processo di avvicinamento ad una lingua
sovraregionale ha contato nel nostro sviluppo. Libro di Tavoni “Il 400”. Trovato 
impatto dell’editoria, dantista. “Con ogni diligenza corretto”
Si conosce anche per Ariosto, mentre si stampava, l’editore mandava i primi fogli
all’autore per un’ultima revisione. Questi fogli se non erano stati troppo corretti o se
ne erano stati stampati altri, l’editore aveva fogli stampati con e senza correzione.
Forma veniva montata specularmente, tipici errori dei proti. Uado, uabo, uapo.
Editore continuava a stampare per motivi econimici. Spesso vecchie pagine rilegate
nel libro finale, variante di stato. Si vede anche per il Sannazzaro. In alcuni esemplari
troviamo subgette, chiede la correzione soggette. Lo troviamo un po’ scritto in un
modo e un po’ nell’altro. Correzioni di tipo linguistico, Summonte corregge alcuni
casi che gli erano scappati udisti > udiste.
Operazione esemplare, simile fatta dall’Ariosto, continuano a trapelare tratti
linguistici locali. In napoletano si coniugano anche le forme indefinite del verbo.
Nell’Arcadia ne abbiamo un esempio eccezionale perché è in rima, siamo in una delle
Egloghe, edizione che riproduce soltanto la stampa, edizione
“due turturelle vidi il nido farnosi: … sì amiche starnosi … fermarnosi”
Fine prima parte
Infiniti visibili nella versione manoscritta. Documentazione -> dice edizione critica,
solo limitata alle stampe, altra caratteristica che si nota è l’assenza dell’anafonesi,
una delle spie del fatto che l’italiano deriva dal fiorentino, non riguarda l’intera
toscana, non si verifica in toscana sud orientale, innalzamento della vocale tonica,
che torna ad essere i e u, primo contesto presenza nasale o laterale palatale derivata
da nesso con j. Vedo pagine 62-64 Patota.
FAMILIA(M), TINE(M), CONSILIU(M)
Di fronte a questo gruppo consonantico accade la nuova chiusura della tonica. L’altra
condizione in cui si verifica, n seguita da c,g.
LINGUA(M), IUNCU(M)
Avremmo normalmente e chiusa ed o chiusa, la presenza induce un’ulteriore
chiusura. Tratto che non abbiamo bisofno di verificare, Petrarca è regolarmente
anafonetico. Sonetto 69°  artiglio,
Sonetto 310  vermiglia, figlia (i lunga, non anafonesi)
Discorso si può anche fare per LONGU(M)  il fatto che si dica lungo è anafonetico.
Vedo Manni pag 278. Svista di Boccaccio riflette il modo spontaneo di pronunciare la
parola, troviamo forme anafonetiche nella forma originaria. Edizione ottocentesca
uscita nel 1888. Scherillo filologo nato a Napoli, morto a Milano. Prima aveva fatto
l’insegnante di scuola superiore. Rende disponibili le varianti dei manoscritti e della
stampa. Testo del Vaticano. In apparato spiega
Verso 50 
Conseglio forma non anafonetica, apparato riga 84, Summonte aveva inserito la
forma anafonetica che poteva trovarsi normalmente in Petrarca.
Nell’italiano c’è un uso degli ausiliari al posto di essere ed avere. Grammaticalizzati
come ausiliari. Uso di stare come ausiliare equivalente ad essere. Descrizione come
luogo tremendo di solitudine. Arcadia non ha una funzione pacificante. Potendolami.
Manoscritto vaticano legge stia fatta  non riesce a ricordarsi la figura della sua
donna.
Ultima osservazione  uso trapassato remoto in principale. Folena nel suo libro
dedica un libro ai tratti sintattici. Abbiamo visto delle imitazioni petrarchesche,
abbiamo visto il rifiuto di stare, tratti fonetici e morfologici. Nei tratti sintattici
l’imitazione è molto forte, aspetti specifici dell’italiano antico, riconoscimento della
possibilità d’uso del passato remoto in principale. Grafie latineggianti del
manoscritto. Hebbe ricorso  valore di subitaneità. Tratto si conserva nella stampa.
Autorevolezza di Boccaccio, tale era evidente quest’uso  pagina delle prose di
Bembo. Escono nel 1525, sono il coronamento di un lavoro che faceva dalla fine del
400, gavetta di editore e di autore, confronto con altre teorizzazioni linguistiche,
Grammatica che uscì nel 16 bruciando il mercato, quando esce la grammatica di
Fortunio si racconta che Bembo fosse indispettito, di cenni di questa trafila  pag
41,42 Serianni Antonelli, prose e loro contenuto, effetto su Ariosto. Le prose sono
costruite come un dialogo platonico, modalità scientifica che è ancora in Galileo,
Giuliano de’ Medici espone i contenuti linguistici. Cosa bisogna cercare di fare con
l’italiano, sono libri più teorici di carattere letterario estetico  gli altri, fratello di
Bembo, cercano di convincere lo Strozzi del valore del volgare e interrogano Bembo.
Questa minima narrazione si conclude con l’esposizione delle regole del volgare.
Questo tratto veniva notato e Bembo lo promuove a tratto accettabile. Terzo libro,
capitolo 37. Ci sono altre forme di passato. Le declina in questa forma dialogica,
editori hanno tirato fuori delle specie di Bignamini delle prose, consultabili
rapidamente in tipografia. Bembo fa vedere il modo di scrivere nel suo scrivere,
grammatica silenziosa, grammatica che lui applica nello scrivere. Io la vi dirò.
Paraipotassi. Il trapassato remoto non può stare in principale, ma dà delle eccezioni.
Usarlo con un contesto più ampio. Si può usare il trapassato remoto in una
temporale. Esempi boccacciani. Temporale premessa e dopo la reggente che
conclude, completa il periodo. Altrimenti la frase può essere posposta. Analisi qui è
forzata. Bembo forza i dati per dirci che ci vuole il contesto. Qualcosa che precede,
poi frase al passato remoto. Nota il tratto e cerca di giustificarlo, in un modo che non
torna perfettamente da un punto di vista linguistico. Non ha capacità teorica di
descrizione linguistica alta. Ci sono linguisti capaci di un ragionamento linguistico.
Piccolo esempio ariostesco. Serianni Antonelli pagina 42, Ariosto ne fa una nuova
edizione nel 32 rivedendolo alla luce delle indicazioni di Bembo, revisione linguistica.
Edizione curata da Santorre de Benedetti e Segre. Ruggero o Rinaldo? vanta l’amore
di Alcina per lui. Ariosto mette in bocca al personaggio per un amore totalizzante che
non lo è affatto. L’ottava è fatta con un sistema di rime facilissimo, qui è una rima
facile, stessa desinenza dell’imperfetto, rima alternata, la seconda rima è ricca.
Effetto comico, gli amori di Alcina sono stati molti altri, rima in –ato, rima facile e
morfologica. Vedo apparato. In origine l’ottava aveva un sistema di rime più
complesso, -ero, voce verbale, aggettivo, sostantivo. Piccola correzione di incerta.
Grosso cambiamento avviene nel passaggio A  C. Imperfetto di prima persona,
Ariosto lo corregge in –a. Rifà tutti e tre i versi, ricostruisce l’ottava con delle rime
molto più facili, disposto a perdere un sistema di rime, per rispettare i precetti di
Bembo. Non ha più un problema di rima e si adatta a fare un’ottava dove tutto è
estremamente semplice dal punto di vista delle rima. Saggio del 30 di De Benedetti
-> “Quisquilie…”
Frammenti autografi dell’Orlando Furioso del 37. Ci sono le leggi razziali. Contini
intervenne immediatamente a pubblicizzarli, saggio che svolge la polemica, posizione
di una cultura di regime, subcultura anche ebraica, dimensione concreta al genio.

25 ottobre 2017
Casi di trapassato remoto in principale. Bembo lo istituzionalizza e lo spiega come
possibile nell’uso con altre frasi, alcune sono di subordinata nel Decameron. Non può
costituire un frase di suo. Rohlfs paragrafo 664. Esempi napoletani in frase
indipendente. Sannazzaro come per l’uso di stare si appoggiava ad una consuetudine
del suo volgare. Paragrafo 734.
Uno dei grandi studiosi del processo elaborativo dell’Orlando è Santorre Debenedetti.
Treccani  basso a destra. Enciclopedia italiana, diretta e guidata da Gentile. Molti
dei professori che collaboravano all’Enciclopedia erano di origine ebraica, Santorre è
uno di questi. Accenno nell’appendice. Si cerca di compensare il fatto. Viene
riabilitato dopo la guerra. È stato il primo a dimostrare che i siciliani scrivevano in
siciliano. Prima edizione critica dell’Orlando Furioso.
Gianfranco Contini. Anche lui ha un suo periodo di ‘fuga dei cervelli’.
Esempio tratto da un articolo di D. “Quisquilie grammaticali ariostesche”. 1930
1937 “Frammenti autografi”
Contini fa recensione a frammenti, pubblica su “Meridiano di Roma”, articolo del 18
luglio 1937. Ebbe una rubrica di letteratura aperta ai personaggi non allineati con il
regime. Lavoro di un personaggio scomodo. Descrivere un genio artistico nel suo
lavoro concreto, immagine dell’artista diverso dall’superomismo. Ideologia antitetica.
Immagine che Contini voleva dare di Debenedetti. Solitario, poco amato. Ritratto che
corrisponde un po’ alla figura letteraria dell’ebreo, poi in realtà lo sfata.
In Contini c’è sempre un aspetto creativo nella scrittura.
Siamo contro la retorica altisonante del fascismo. Idea che si possa entrare nel
laboratorio del genere letterario, si trova una persona che lavora pazientemente, anti
ideologia di regime.
“Come lavorava l’Ariosto”  ripubblicata poi in “Esercizi di lettura di autori..”. Atto
di nascita della critica delle varianti.
Labor limae di Orazio  arte del levare.
In questi frammenti non si trova nulla di prosa, è già subito tutta poesia, versi ritmati,
versi di primo getto vengono poi rielaborati da Ariosto, si può poi introdurre qualcosa
di elegante, raro. Anche quando aggiunge qualcosa di rara è per migliorare
l’armonia. Ariosto persegue una maggiore armonia e ottiene di togliere elementi
troppo eleganti. Ordine delle parole reso più naturale, struttura sintattica più
normale.
Esempio di spostamento, poi esempio di eliminazione.
Contini fa un hysteron proteron quando parla del Parnaso. Ariosto scrive il prologo
dopo aver scritto il canto intero. Elemento elegante dotto per indicare la Sicilia,
alludendo ad una popolazione che l’abitava prima  sicani. Contini segue un’estetica
di suggestione che porta poi a Leopardi. Si tolgono due allusione al mito, che non
aiutano il lettore che non le conosce, inserendo immagini più trasparenti, cresce la
possibilità di suggestionare il lettore.
Ruolo di Macchiavelli.
Si collega ad una sua opera “Il discorso sopra la nostra lingua”, non tutti gliela
attribuiscono (Giorgio Inglese, edizione critica de “Il Principe”). Di fronte al fatto che
una persona come Bembo pretenda di insegnare come parlare italiano, sostenga di
scrivere come Dante, Petrarca, solo la scrittura è il modello che conta, di fronte a
questa posizione, i fiorentini rimangono interdetti. Questo discorso, che non circolò,
esistono 3 manoscritti, non venne pubblicato, Macchiavelli sostiene la legittimità di
usare il fiorentino moderno, discorso giuridico oratorio, modellato su Cicerone,
orazione (così letta da Trovato), discorso in favore del fiorentino libero a Firenze,
compare ad un certo punto Dante. Il Trissino nel 1527 ha fatto conoscere il DVE in
traduzione italiana con una trad manipolatrice. Modello di koiné. Laddove Dante
diceva curiale, Trissino usava cortigiano, veniva però interpretato con il significato
moderno. Il DVE è interrotto, passa alla Commedia. Veniva letta come un’opera finale
di Dante, aveva cercato di rivendicare lingua sovramunicipale. Nel discorso Dante
compare e Macchiavelli e lo tartassa di domande per fargli ammettere che la DC è
scritta in fiorentino.
La Mandragola: rappresentata a Venezia nel ’20, stampa tipografica datata intorno al
’18, manoscritto non autografo datato ’19. Vecchio Micia ha una bellissima moglie, di
cui si è innamorato Callimaco, per passare la notte con lei, lo inganna. Il marito è
scocciato che la moglie non rimanga incinta  pozione, il primo che passa la notte
con lei muore, cercano un ragazzo per ciò, e sarà proprio Callimaco travestito.
Frequenza dei pronomi, in italiano non si è sviluppato il pronome obbligatorio.
Perdita del dittongo, come si vede nel fiorentino contemporaneo. Frequenza dei
soggetti, se che l’editore stampa con l’apostrofo. Articolo quattrocentesco con la e e
non con la i. Forme di imperfetto. Vedo periodo ipotetico dell’impossibilità, doppio
imperfetto.
Tratti di sintassi del parlato, uno degli esempi di periodo ipotetico di questo tipo, per
la fase antica si trova solo in una delle componenti.
Purg III versi 37-seg  Dante non è ancora abituato alla luce, Catone li ha sgridati,
corrono, quando si fermano  “che se potuto aveste veder tutto, mestier non era
parturir Maria”.
Il Principe venne stampato a Roma nel ’32 da Antonio Blado. Ora Inglese ha offerto
una versione che rispetta linguisticamente i manoscritti, veste più fiorentina di quegli
anni. I titoli sono in latino. Faceva l’amministratore. Conosceva molto bene il latino e
amava i classici. Non è un italiano da ignoranti, era quello che parlava Macchiavelli.
Sbaglio  e senza apostrofo, è proprio la forma dell’articolo. Alla riga 5 invece è
legittimo, c’è elisione. Forma palatalizzata del pronome maschile plurale al verso 7.
Fine prima parte
Lungo dialogo con Dante, chi ha scritto questo discorso non aveva il DVE, Trissino ne
aveva parlato ma non ancora pubblicato. Macchiavelli ha familiarità con il
personaggio, simula un processo.
Dante parla di piote in Inferno e Paradiso.
Spingare, osservazioni lessicali.
Dante ammette di aver usato parole non fiorentini.
Nel fiorentino c’è bisogno di un soggetto neutro.
Espone teoria in modo sistematico, forma di soggetto espletiva, la presenza di parole
straniere.
Le lingue si incrociano sempre tra loro, trasforma le parole nella propria morfologia,
modo di fare prestiti.
Nelle pagine precedenti ha mostrato uso di latinismi. Macchiavelli “Dell’arte e della
guerra”  confronto con l’arte militare romana.
Faccino congiuntivo in –ino.
Identificazione della morfologia come parte costitutiva, consapevolezza notevole per
il 500.

La Crusca
Concilio di Trento  Indice dei libri Proibiti (per la prima volta Paolo IV, Sant’Uffizio,
‘59), tra questi rientrano molti libri di Macchiavelli. Creata commissione di
ecclesiastici, fondata nel 1571. Nel frattempo a Firenze rientra tra questi libri il
Decameron, non lo si può leggere in forma integrale. Nominare le sfere religiose,
novelle di satira del comportamento degli ecclesiastici, viso d’angelo, sostituito o da *
o da altre metafore. Parte più delicata nominare la sfera religiosa in ambito profano.
A Firenze si formavano delle accademie, circoli letterari, Accademia degli Umidi
nasce nel 1541  Accademia dei fiorentini, diventa poi organismo ufficiale. Fare la
rassettatura del Decameron, creare edizione accettibali. Commissari alla
rassettatura, ne approfittano per studiare i manoscritti, si concentrano su alcuni
codici, il leader intellettuale e V. Borghini. Deputati pubblicano edizione tra 71 e 73,
con serie di annotazioni linguistiche, versione non accettata. Ulteriore quando si è
trasformata in Accademia della Crusca nell’83, sceverare tra le componenti antiche e
legittime e i latinismi nuovi. Leader ora è Salviati, il quale riesce a pubblicare una
nuova edizione con avvertimenti sulla lingua, lavoro di spoglio dei manoscritti. Gli
accademici decidono di proseguire questo loro lavoro. Decidono di preparare un
vocabolario, modalità moderna, non è la glossa a parole difficili, ma un libro che
raccoglie in ordine alfabetico (prima ordine era in base all’argomento), li inserisce
tutti, non solo quelli che non si capiscono. Per fare queste voci, scegliere quali parole
mettere, spiegare il significato, spoglio sistematico, prendono opere toscane e
segnano parole, riportava il contesto in cui veniva trovato. Mettere insieme varie
attestazioni riscontrate, spiegavano i significati sulla base di quello che avevano
trovato, elementari e metaforici. Il vocabolario impiegò molto ad essere redatto,
conclusero autofinanziandosi. Venezia, 1612. Scolio terminato nel 95. Ebbe poi altre
due edizioni nel 21, 93. Poi una nel 700, una nell’800, interrotta con l’avvento del
fascismo. Venne ampliandosi, aggiunsero accezione. C’erano allievi di Galileo,
inserire accezioni scientifiche che aveva attribuito a termini comuni  Terza Crusca.
Si possono consultare tutte le edizioni sul sito. Apertura del canone. Crusca dà
sempre parola equivalente latina, senza l’etimo, per capire. Funzione perifrastica.

Alterna fortuna editoriale del Decameron, saggio di Stussi, convegno dell’88,


novellistica italiana, pubblicata in un suo libro “Lingua, dialetto e letteratura”. Era
stato vietato nel 59, prima ristampa è del 73. In questo suo capitolo racconta come
nella novellistica venga usato il dialetto, novella di Madonna Lisetta, novella di
Salabaetto (pag 401,2 Manni). Tu mi hai miso  tu mi hai messo il fuoco nell’animo,
toscano caro
Miso  vocalismo siciliano
Arma = anima  dissimilazione
Acanino  arabismo = caro, amato, dolce
L’avevano difesa, l’avevano trovata nel loro codice.
In altri codice si trova la frase tradotta in toscano. Problema che non avevano
identificato il codice. Versione siciliana e toscana.
Questa discussione si era svolta nella prima metà del 500, i tipografi lavoravano
intensamente a pubblicare le edizioni a stampa, problema del testo da proporre.
Bembo non aveva dato testo canonico per il Decameron, non aveva identificato con
sicurezza un codice. Pubblicate molte edizioni del Decameron pubblicate a Venezia,
alcuni toscaneggiano, altri conservano queste espressioni dialettali.
Ludovico Dolce è un revisore editoriale, aveva creato un bignamino dalla prose,
pubblica il Decameron più volte, edizione fortunata, uomo di successo. Girolamo
Ruscelli, persona seria e nevrotica, meno capace di vendere. Ruscelli prepara
Decameron nel 52, avendo curato il testo lo fa vedere a Dolce. Pubblica prima che
Ruscelli arrivi a pubblicare i propri, scrive di comprare il suo anziché quello di
Ruscelli. Ruscelli si sentì tradito, pagine aveva recuperato inserti dialettali.
Vedere passaggio in cui il tipografo si lamenta.

Modulo 2
6 novembre 2017
Argomenti paralleli e vasti. Lingua d’uso, corrente, italiano contemporaneo,
novecentesco, grammatica del parlato. Dall’altra parte la lingua letteraria, dal 700 al
900. Cercheremo di vedere come cambia una lingua, dove va la lingua italiana oggi.
Com’è cambiato l’italiano negli ultimi secoli della sua storia attraverso il suo continuo
mutare, attraverso i contatti essenziali con le altre lingue, gli apporti e le migrazioni
delle altre parole. L’italiano è una lingua pura? È una lingua meticciata, mescidata,
impura. È una lingua che non è mai innocente. Dietro la scelta di una parola c’è una
scelta orientata, una responsabilità individuale. Quali sono le parole perdute, alcune
sono attecchite e altre sono morte. Tendenze lessicali e sintattiche dell’italiano di
oggi. Linguaggi settoriali, la grammatica del parlato. Le lingue specialistiche, quali
sono i meccanismi che una lingua adotta per mantenersi viva. Meccanismi per
mutare, per mantenersi vitale e viva. La lingua deve rispondere ai bisogni di una
società, deve imparare a mutare. Lo diceva Proust: “la lingua deve mutare insieme
come il pensiero, come le zampe che diventano palmate”. Italiano di oggi è ancora
tuttora una lingua forte nonostante le lamentele dei linguisti. Povertà
contemporanea. Contatti con le altre lingue, anglomania in corso. Parallelamente ci
occuperemo del linguaggio letterario. La storia della lingua è intimamente legata alla
storia letteraria. Testi, analisi formale.
5 capitoli del manuale di linguistica italiana. Non c’è un manuale soddisfacente per la
parte letteraria. 2 articoli segnalati, Serianni e Beccaria. Collana enciclopedica.
Parte del manuale dedicata alla storia delle parole.
Ciao: formula di saluto confidenziale, parola di fortuna italiana e internazionale.
Angloamericano, australiano, tedesco. Insieme ad altri italianismi, pizza, cappuccino,
spaghetti, espresso, mozzarella. Ciao è un italianismo che si impone negli ultimi
tempi ed ha un’origine antica, dal veneziano ciavo, derivato dal latino medievale
sclavus = slavo. Aggettivo etnico iniziò ad indicare per antonomasia lo schiavo.
Parola si rimodula con passaggio fonetico. Oggi è una formula confidenziale, aveva
un’accezione deferente e rispettosa, = servo vostro, schiavo vostro. Formula usata
nello scritto, Pulci, e in chiusa di lettere, Tasso. Viene utilizzato nelle commedie,
formula interventiva referenziale. Nel 500 diventa un modo di salutare nello scritto
epistolare. Le parole ad un certo punto scompaiono per poi risalire. Nel 700 comincia
il declino della parola. Assume un significato negativo. Sparisce nel’uso epistolare,
come saluto è confinato nel dialetto. Nello scritto delle commedie di Goldoni rimane il
veneziano che diventa un saluto e come esclamazione finale di un discorso. Questo
rimane in tanti dialetti = basta, finito! Termine carsico che vive in strati letterari più
bassi. Diffusione più larga avviene nei primi anni del 900. Compare nello scritto con
Pirandello. Compariva in una novella di Verga, nel romanzo di Emilio Demarchi. La
fortuna è tarda e non si deve alla letteratura. Molte parole sono salvate dalla
letteratura. Raggiunge una sua dimensione mondiale non grazie alla letteratura o al
cinema ma ad un fatto di uso linguistico. Progressivo estendersi del tu come pronome
allocutivo confidenziale. Entra il tu, pronome legato a modalità comunicative meno
formali. Entra soprattutto dagli anni 50, dovuto ad una canzone, canto partigiano
Bella ciao. Canzone di Modugno Piove. Tenco  Ciao amore ciao. De Gregori.
Motociclo che rievoca qualcosa di libero e veloce  Ciao. Mascotte dei campionati di
calcio negli anni 90. Parola vive se ha la capacità di risemantizzarsi, mutare il
significato e mantenere il significante.
Salve vive una seconda giovinezza, ma permette poca comunicazione, lessico
burocratico.
La lingua è il nostro primo orientamento nel mondo. È ritmo, melodia. La lingua è il
riflesso di una cultura. L’italiano si è formato attraverso un intreccio di parlate, di
idiomi. Si è formato da un melograno di lingue. Saggio di Andrea Zanzotti  Europa
melograno di lingue. Grazie ai rapporti stabiliti con popoli stranieri per contatti, per
affari. Continua libertà delle parole di muoversi e cambiare, non esiste una lingua
pura. Ha una storia politico e geografica particolare, crocevia tra occidente e oriente.
È diventata una grande nazione. La lingua italiana è un cosmo polifonico, fatta di
variazioni, grecismi, latinismi, arabismi ecc. Continuo scambio di parole. Continua
lotta per perdurare, le parole possono morire e corrompersi, perdere e mutare
significato. Molte lingue fanno finta di morire per poi risorgere. Muta anche perché il
lessico è l’epidermide della lingua, più soggetto a cambiamenti. Molti neoformazioni
si affacciano alla scena linguistica ma poi non attecchiscono. Muoiono 25 lingue su
5000. Accade che si parli di olocausto linguistico, le lingue sono mortali se non
hanno la vitalità, sprofondano nell’oblio. Ogni anno del nostro parlare si inabissa. In
italia si sono cancellate parlate locali, scomparsa la lingua dei pastori greci
dell’Aspromonte, il gricco parlato in Salento non va molto bene. Vittorio Coletti ha
raggruppato una serie di parole, ha cercato di raggruppare le parole prima che si
perdano. La lingua deve essere vitale. Lo dice Pascoli, Dante, in due versi del
Paradiso XXVI, parole variabili come le foglie. Bisogna avere sempre un
atteggiamento ottimistico. La lingua non va difesa, ma conosciuta e parlata. Dipende
dalla singola persona il promuovere una lingua. Le parole si salvano dall’oblio
risimantizzandosi. L’italiano è una lingua composita, a mosaico. Lingua che per secoli
ha mantenuto la sua stabilità sintattica. Grazie ai cambiamenti che la parola subisce.
Le parole mantengono molto spesso il loro significante ma perdono il loro significato
originario.
Noia nel 300 aveva significato di angoscia, dolore. Già nel 400 si risemantizza. Vago
significava dolce fino ai tempi di Leopardi. Mafioso significava uomo coraggioso.
Donna ha perso la sua radice arcaica. Facchino è una parola araba. Significava
teologo, uomo di legge. Quando a fine 400 si scopre l’America e i commerci
diminuiscono con il mondo arabo. I ruoli cambiano  scrivano, diventa poi
trasportatore. Spesso le parole subiscono una virata ma non muoiono. Il
cambiamento linguistico è un fatto lentissimo.
Storia di una partita che le parole giocano con la morte. L’italiano sembrava aver
perduto la sua partita nei confronti del francese, ora sembra che lotti con l’inglese.
C’è sempre stata questa duplice partita. L’Europa molte volte è stata bilingue. Fino al
700 la seconda lingua dei dotti era il latino. Opere in latino raggiungevano il 700. La
lingua della cultura fu poi il francese, l’italiano aveva già avuto la sua grande
predominanza europea. Rilevante predominanza. Nel 600 la posizione nelle corti era
prestigiosa, in pieno 700 a Vienna Metastasio parlava italiano, così faceva Lorenzo da
Ponte. Lingua di contatto. Anche nel mondo musulmano si parlava italiano. Nel
mediterraneo fungeva da lingua di contatto. A Tunisi l’italiano nel 500 è usato come
corrispondenza diplomatica. Ai tempi di Maometto II la corrispondenza si teneva in
latino e in italiano. C’è una lingua che in qualche modo predomina. Egemonia pare
tocchi all’inglese, che è lingua veicolare scientifica e tecnologica che si propone come
lingua universale. Necessità di una lingua universale come sogno di contatto,
esperanto ha delle categorie che potrebbero essere simili a quelle dell’inglese
veicolare. Una lingua ha bisogno di un passato, di una letteratura, di una
stratificazione. Molti dicono che l’inglese di oggi avrà una diffusione pari a quella del
latino nel Medioevo. Differenza fondamentale. Diversamente dall’oggi, quando si
espande il latino le lingue nazionali non si erano ancora sviluppate, nessuna lingua
aveva lo spessore culturale del latino allora né la possibilità di essere insegnata come
scrittura. Nessuna possedeva un lessico adatto a trattare di scienza, diritto. Il latino
era lingua di cultura e di servizio. Oggi l’inglese non sta in questa posizione.
Non dipende dal fatto che l’inglese ha una sintassi semplice, anche. Ragioni per cui
una lingua si impone sono ragioni extra linguistiche, ancora di più per l’inglese di
oggi. Inglese è diventato interlingua per un prestigio tecnologico ed economico.
Prestigio dell’angloamericano dopo gli anni 50. Forza del modello americano. Fatto
che l’inglese aveva già avuto in precedenza le condizioni favorevoli per diventare una
lingua panterrestre, aveva le colonie. Interessi mercantili dell’Inghilterra. Economia
cresce. A differenza di altre lingue l’italiano non si è imposto per una superiorità
economica e colonialista, né è andato avanti per colonie. Altro tratto generale è che
ha mantenuto una duplice natura. Ha sempre corso su due binari. Volgari toscani e
lingue dialetti. Lingua parlata e lingua scritta, lingua d’uso e letteraria, con solchi che
non ci sono in altri paesi, lingua della poesia e lingua della prosa. Lingua con
un’indole particolare rispetto ad altre. Lingua che ha indole contaminata da varietà
dialettali, gergali, forestierismi. Le contaminazioni sono contatti, arricchimenti.
La lingua italiana è sempre stata caratterizzata da una frammentazione linguistica,
risolta in parte da autorità, riforma di Bembo, dettava le regole dall’alto.
Frammentarietà che si è risolta quasi tutta solo nella seconda metà del 900. Anni 60.
Rimane ancora nelle varietà regionali. Italiano che abbiamo conquistato a stento,
diventato di tutti da poco. È veramente una lingua recente. Anche solo nell’800 chi
non era nato in Toscana, doveva scrivere in una lingua ideale. Non calata nell’uso
quotidiano. Mancava una lingua media, più agile di quella tradizionale, lingua adatta
alla divulgazione, nominazione delle cose concrete e realistiche. Tecnica e scienza,
lingua natia nazionale. Abbiamo avuto tante lingue natie nazionali. Ognuno ha avuto
la propria lingua natia. Non c’era una lingua della divulgazione dello scambio.
L’italiano si diffonde come lingua della letteratura a differenza di altre nazioni. Si
diffonde agli strati colti. Nessuno dal 300 all’800 aveva rinunciato alla lingua materna
o dialetto. Il fiorentino esisteva come lingua della letteratura e della poesia. Fanno da
canone. Abbiamo un volgare italiano, volgare toscano imparato dalla vallia, i toscani,
dall’altra parte una maggioranza di non toscani che impara la lingua dagli autori, per
il resto come lingua di comunicazione c’era il dialetto. Per il resto c’era il latino,
lingua che si insegnava a scuola, scientifica. Grande operazione di Manzoni, ha creato
il linguaggio nostro, primo che ha capito che bisognava sentire le persone che
parlavano una lingua. Non abbiamo mai avuto un romanzo prima di Manzoni. Qual è
il rapporto degli scrittori con la lingua italiana? Lo scrittore italiano ha un rapporto
particolare, strabico. Guarda alla lingua d’uso, dall’altra parte fa i conti con la lingua
letteraria. Chi scrive deve fare i conti con una lingua derivata dalla tradizione.
Sedimentata nei secoli. Lingua che è una pasta in continuo mutamento, rapporto
dello scrittore è sempre artigianale, fabbrile. Mai di distensione, di appagamento.
Parola letteraria è una parola che va conquistata, parola polivalente. Sentita come
innaturale, non posseduta dalla nascita. Lingua non è considerata dagli scrittore
come un dono di natura. È stata un atto si conquista. Atteggiamento di imparare
l’italiano come una lingua estranea, diffidenza e fatica di conquistarsela. Petrarca,
Familiari, 5,23. “Io voglio che il mio lettore pensi solo a me..non voglio che si
impadronisca di ciò che non senza fatica”. Fenoglio, Diari “una decina di penosi
rifacimenti”. Difficile che uno scrittore straniero scriva così. Calvino parla di
disgusto. “Diffidenza per la parola, disgusto”. Provare disagio, diffidenza, non si
conosce fino in fondo una lingua.
Cosa insegna la letteratura? Ad avere un rapporto inquieto con il mondo. Rapporto
instabile tra noi e la realtà. Insegna di non essere mai soddisfatti. Immaginare mondi
possibili. Rappresentare atto di ostilità nei confronti del mondo. Bisogna di scegliere,
di pagare per queste scelte. Bisogna vivere nel mondo anche a costo di perdere. La
città di solitudine.
Grandi romanzi internazionali, tunisini, algerini. Ancora storia vera di un migrante
dalla Siria. Grandi romanzi hanno bisogno di una realtà che scotta.
Impadronirsi di una lingua che non si sa, che non si conosce. Significa anche un’altra
cosa, usare la parola altrui. Non possiamo scrivere senza la letteratura precedente.
Compiere furti letterari. Trasmettere la parola nei secoli. La letteratura a volte salva,
sopravvivere a ciò che il tempo polverizza. La lingua letteraria ha una sua
permanenza, stabilità, lingua d’uso è più effimera e fragile. Lingua della tradizione ha
sempre pesato moltissimo. “Ogni scrittore crea i suoi precursori”. Si crea una lingua
letteraria sempre partendo da un corredo di parole altrui. Lingua della narrativa
contemporanea non ha più come modello la tradizione letteraria, ma altri generi,
fumetto, cinema. Scrivere prescindendo dalla tradizione.
Peso della tradizione è ineliminabile. Abbiamo ottenuto subito pur non essendoci una
nazione un’unità letteraria. Sono le lingue che fanno i popoli, non i popoli già costituti
che fanno le lingue. Lingua della letteratura in Italia ha prefigurato il progetto di una
nazione. È toccato a Dante segnare questa data di inizio  Dante vede l’Italia come
uno spazio su cui la lingua letteraria deve diffondersi. Pensa ad una lingua di grande
respiro, aperta. Gruppo meridionale dei siciliani, bolognesi. Questa parola letteraria
ha cominciato a diffondersi su un’unità geografica e culturale prima che questa
esistesse realmente. La nostra lingua della letteratura nasce tutta armata, come
Atena dalla teste di Giove. Non avevamo nazione, monarchia, ma la cultura letteraria
e poi umanistica hanno codificato quello che è poi la nostra lingua. Non era una
lingua materna, storia di una lingua che conquista una penisola non attraverso un
potere centralizzato dall’altro. La lingua si diffonde per bellezza e leggiadria. Senza
avere una capitale linguistica centralizzata. La Germania era frammentata come
l’Italia, ma ha avuto il collante del protestantesimo. Tutte le diverse popolazioni
germaniche hanno potuto imparare il protestantesimo attraverso la stessa lingua. Noi
ci arriviamo a metà del 900. Dante è un autore antico e moderno. Unico autore antico
che tutti conoscono e che ha permeato la lingua d’uso. Persistenza di Dante nel
parlare quotidiano. Forza d’urto del lessico dantesco. Dante è l’autore più usato nel
900. Entra nella memoria nazionale. Entra ovunque, nella pubblicità, nei fumetti. È
sempre al passo con la modernità.

7 novembre 2017
Dante e la sua importanza nella lingua comune. Senza infamia e senza loda, ma
guarda e passa…
Pochi altri autori hanno avuto una lingua che sia così persistente, per la stabilità
delle strutture fonomorfologiche. La continuità della lingua della commedia. Non
avviene per contesti antichi in nessuna altra lingua europea. I linguisti hanno
mostrato che l’attuale vocabolario italiano, più del 70% è formato da dantismi. Il 700
è il secolo dell’apertura illuministica, 800 gran ciarla della lingua. Fine del 300 
84% delle parole si è formato. Il suo essere attestata nella Commedia è una garanzia
di sopravvivenza. Questa garanzia dà una posizione di privilegio nel lessico. Per
attestazione non ci si riferisce tanto all’apparire nella commedia a quelli che sono i
dantismi, parasintetici, vocaboli che si formano a partire da sostantivi o aggettivi con
la combianazione di un prefisso. Parole usate da Dante ed ereditate nel vocabolario
attuale. Parole di largo uso, parole grammaticali, parole più comuni. Non le parole
che vanno nella direzione della rarità e della neologia, ma le parole dell’uso più
comune. Molto vocabolario deve fare i conti con Dante. Alla fine noi parliamo ancora
la lingua di Dante.
Italiano attuale. Italiano è una lingua elastica e duttile, ricca. Oggi qual è la tendenza
della lingua italiana a livello generale? Una tendenza, semplificazione, l’altra è il
generico. Oggi usiamo un italiano che in genere strafà stradice, imbocca la via
dell’enfasi. È un italiano molto spesso ripetitivo, stereotipato, che muove spesso sulla
frase fatta, sulle zeppe linguistiche, occorrerrebbe un italiano più magro che elimina
il troppo e lo spreco, bisogna filtrare prima di parlare e scrivere dice Calvino. Essere
meno generici. Bisogna imparare tante parole per dirne meno. Italiano mass
mediatico tende al generico. Scelta sottintende una visione del mondo e della vita.
Scelta di visione di vita. Forse è nella nostra natura esagerare. Italiano usa gli
avverbi enfatici. Uso abnorme. Accompagnano in genere aggettivi triti e logori. Uso
smodato di assolutamente. Prefissi e prefissoidi. Morfema aggiunto ad una parola già
esistente  affisso. Uso “drogato” della lingua che parliamo. Povertà che a volte
raggiunge l’afasia, divarica in iperboli (alla follia, magico). Come se il grado medio,
“onesto” della lingua non bastasse più, si sente come un inciampo. Particolarmente
marcato l’uso dell’enfasi, ricalcano l’uso dal mondo. Modalità con cui vengono
enunciate. La notizia viene spinta all’eccesso. Il sostantivo allarme è riccorente. È
come se la lingua si sclerotizzasse. Emergenza + sostantivo. Tutto è diventato
enfatico. Temperatura molto alta rispetto alla temperatura normale del lessico.
Questa nostra lingua è sempre più segnata dai modismi. Testo di Giuseppe Antonelli,
defisce modismi le parole del “troppo”, consumismo linguistico, che è alla base delle
parole che sono le più fragili. Parole molto veloci, si coniano neologismi che poi non
attecchicono, occasionalismi ricorrono nel linguaggio giornalistico, destinati a
rimanere isolati e a morire con la realtà che l’individuo rappresenta. Linguaggio
politico è coniatore di questi occasionalismi. Modismi sono voci ed espressione,
formule che sono accomunati dalla grandissima diffusione. Occasionalismo può
diventare modismo  tangentopoli. Il modismo genera parola , dirama una serie di
parole  furbopoli, monezzopoli. Tutti gli altri saranno modismi che scompariranno.
Mondo del consumo e della politica. Paninaro è occasionalismo. Molto spesso gli
occasionalismo quasi mai lasciano traccia. Spesso passano questi dall’uso all’abuso,
nel senso che quando il modismo viene spesso ripetuto si connota di negatività,
valenza negativa, diventa zeppa linguistica, modo di dire. Niente..  occasionalismo,
come cioè. Nella misura in cui, presa di coscienza, lo zoccolo duro, uscita dal tunnel.
In forte declino sembrerebbero espressioni riduttive come attimino. Regge ancora
l’espressione non c’è problema. Negli anni 90 si è coniato un sintagma molto usato
trasversalmente  la madre di… La congiunzione unitaria non solo. Una delle più
sanzionate oggi, forma un po’ deprimente dell’espressioni, mettere tra virgolette.
Indagine dal Sole 24 ore, classifica delle formule, dei modi di dire, italiano che ripete
la frase fatta. Cosa sanzionare?
1. Piuttosto che si è diffuso dagli anni 90 dal Settentrione al posto di oppure.
2. Quant’altro ha sostituito eccetera.
3. Assolutamente
4. Un attimino
5. Come dire
6. Sdoganare
7. Condividere
8. Diciamo
“Parole di plastica”, parole se ripetute sono forme di ridondanza che non aggiungono
nulla al contenuto, sono buone per ogni occasione, caratterizzate da una certa
genericità, significato molto spesso debole. Sono formule della prolissità.
L’insofferenza che si prova è dovuta non tanto alla parola in sé quanto alla
saturazione, c’è la tendenza a parlare un italiano omologato, lo diceva già Pasolini,
sembra che l’italiano scelga il parlante. La cosa più pericolosa è la caduta degli
stereotipi. Il nostro italiano è un po’ burocratico, zeppo di frasi fatte, burocratese che
si infila tra le pieghe dell’italiano scritto e parlato si passa dalla frase fatta all’errore.
Si passa molto spesso da cosa è la parola all’errore. Parola semplicemente
orecchiata. Indagine serie di curriculum. Sarò conciso e lapideo, voi che siete il feltro
dell’azienda, analisi dei clienti insolubili. Si tenta di appropriarsi di una lingua che
non si possiede, pericolo di diventare una lingua automatica, che si muove per
formule generiche, formule precostituite e pronte all’uso. Accanto alle parole
generiche, parole contenitore. Ci si appiattisce sull’uso di formule fisse sclerotizzate
dal linguaggio ufficiale, linguaggio di servizio trasposto in un linguaggio fisso, mira a
perdere l’immediatezza con la lingua. Incremento molto alto. Tutti abbiamo a che
fare con l’esondazione della burocrazia. Italiano inutilmente complicato. Perdere
l’immediatezza con il reale, cadere in un italiano mediocre. Montale  mezzo parlare.
Stereotipo nasconde un’immobilità concettuale. Lo stereotipo significa molto spesso
insofferenza. Venire un’idea  un’idea senza la parola ci sfugge, Leopardi. “Non si
pensa se non parlando”. Questioni di grande attualità. “noi pensiamo parlando” 
elogio del plurilinguismo. Leopardi era monolinguista in poesia, era plurilinguista
nelle prose, soprattutto nella sua idea di lingua italiana, era convinto che le lingue
non bastassero mai a se stesse, europeismi, vocaboli di diffusione internazionale, ad
esempio dispotismo. Pensava che il plurilinguismo migliorasse l’aderenza della parola
alla cosa che si vuole dire, la lingua è sempre un veicolo di intenzione e di
responsabilità. Una parola mostra sempre la sua cifra ideologica, la temperatura
etica di chi la usa. La lingua che uno sceglie dimostra sempre il suo atteggiamento
etico nei confronti del mondo. Stereotipo lo si usa nella rappresentazione dello
straniero. Ha sempre colpito in ogni secolo della storia. Accezione negativa, nomade,
zingaro, omossessuale, donna. Ogni popolo ha definito con stereotipi l’altro. Parola
cafone, burino. Lo stereotipo è pericoloso, si annida l’idea di una lingua superiore, di
un’etnia superiore, scatta l’arroganza, la voglia di dominio.

Il Settecento
La frammentazione nazionale ha pesato molto sull’unità linguistica. Abbiamo avuto
soprattutto una lingua letteraria, invidiata ma sentita o come inarrivabile o
soprattutto dagli scrittori come grigia, scolastica, lingua morta. Questo non ha
permesso una lingua media di comunicazione per tutti gli italiani, è stato un processo
lungo e faticoso. Comincia questo avvicinamento ad una lingua meno inarrivabile per
un verso.
È un secolo di reazione come spesso avviene al secolo precedente. La lingua
letteraria è in parte una reazione di insofferenza nei confronti di quella barocca. Alla
base di un rinnovamento e di un recupero. È soprattutto bizzarria ed eccentricità,
grande uso di metafore, accumulo di strumenti retorici per destare stupore. Grande
uso degli strumenti retorici della paranomasia, equivoco, si cerca la novità, nella
lingua si mettono in scena materiali commisti. Vedi Gian Battista Marino, Adone.
Saccheggia latini, arcaismi, voci popolaresche. Arcaismo  costrutto desueto ed
antico, recuperato soprattutto nella lingua scritto, per dare preziosità o per influsso
della tradizione. Voci specialistica, usa parole impoetiche per allora. Usa parole della
geometria, della scherma, della botanica, forestierismi del suo tempo, grande uso
degli ispanismi. Mescola questi materiali per un effetto di vetrina, di dismisura.
Allargamento del vocabolario, repertorio petrarchesco, repertorio lessicale fisso ed
astratto, nella raffigurazione dell’immagine femminile, ritratto della bellezza
femminile. Capei d’oro. Petrarca ha stereotipato la lingua italiana. C’è nel Seicento
un allargamento provocatorio. Rovesciamento dell’immagine fissa, con sintassi tenuta
molto alta. Sintassi nobilitante, usare le forzature della lingua sintattica. Nel
Settecento comincia una bonifica a tutto questo corredo linguistico, in cerca di una
misura, è eleganza formale. Ritorno ai classici. Ricerca di razionalità, semplicità,
aderenza alla chiarezza, frutto della nuova mentalità razionallistica, al di là delle
diverse posizioni degli scrittori, si nota una maggiore volontà di dilazionare la
cultura, volontà di espandere la cultura. Questione della lingua comune italiana, che
non si aveva. Nel Settecento molti sentono la lingua italiana come troppo fissata al
passato e al centro linguistico che è la Toscana. La lingua comune messa a confronto
con la vita degli italiani. Può accogliere dialettismi, neologismi, purchè adattabili al
patrimonio linguistico comune. Aprendo a parole della modernità. Di questo parere
era Muratori. Altri esponenti erano sulla linea puristica. Continua esaltazione della
base toscana della lingua, conservatori come Salvini  ritorno al 300. Ritorno al
tradizionalismo cruscante, chiuso. Tradizionalismo in difesa della fiorentinità e
toscanità. Principio molto settecentesco di italianità propugnato da altri. In realtà c’è
un rifiuto netto ma non fino in fondo. Si ricorre alle lingue classiche come magazzino
inesauribile della lingua italiana, le posizioni sono oscillanti. Rimane centrale l’idea di
una toscanità più morbida che apra al parlato, che si rinnova assorbendo le forme più
attuali accanto alle forme più antiche. Di base c’è il riferimento al patrimonio dei puri
scrittori antichi. In molti c’è la tendenza a rivitalizzare questo patrimonio, attraverso
la lingua toscana viva. Toscanismo illuminato. Puristi illuminati. Per Purismo
linguistico si intende una dottrina o atteggiamento critico ultra tradizionale che
rifiuta ogni apporto neologistico, perché l’ingresso di questi contaminano la purezza
della lingua originaria. Dilaga nell’800. Nel 700 erano puristi illuminati, ostili ai
francesismi dilaganti, purismo che nasce di marca illuministica. Melchiorre Cesarotti
 artefice di un saggio “Saggio sulla filosofia delle lingue” trattato sulla lingua che
sta alla pari col DVE e segna le svolte culturali illuministiche. La posizione che
esprime gli ideali dell’età dei numi nei confronti degli atteggiamenti, impianto nitido.
- Nessuna lingua è pura. Tutte le lingue nascono dalla composizione di diversi
elementi
- Tutte le lingue nascono da una combinazione casuale non da un progetto
razionale
- Nessuna lingua nasce da un ordine prestabilito o da un progetto di autorità
- Nessuna lingua è perfetta, tutte le lingue possono migliorare. Nessuna lingua è
tanto ricca da non avere bisogno di altre ricchezze
- Nessuna lingua è inalterabile, deve sottoporsi ad un processo di alterazione.
- Nessuna lingua è parlata in maniera uniforme dalla nazione
- La lingua scritta non può essere fissata nei modelli di un certo secolo. Non
dipende dal tribunale dei grammatici. La lingua si fa secondo l’uso.
È più cauto nei confronti dell’uso di latinismi e grecismi in nome del principio della
chiarezza, pensa che sarebbe auspicabile la diminuzione del loro numero. Posizione
che avrà poi Giordani, che proponeva di eliminare latinismi e grecismi. Segnacaldo =
termometro. Presupposti che sovraintendono alla revisione della nuova edizione del
Vocabolario della Crusca. Edizione nel Settecento ampliata e corretta, aumento di
autori diversi, specie di allargamento più democratico. Quarta edizione diventa
elemento per esamina di norme lessicali, ci furono discussioni violente. La lingua fa
l’uomo. Noi siamo più democratici, accoglienti. Gli altri hanno idea di una lingua sì
dinamica ma in cui ci si riconosce. Attacco e difesa della tradizione. Chi attaccava la
tradizione  Beccaria, fratelli Verri, Accademia dei Pugni è fucina dell’Illuminismo
lombardo, letterati impegnati in battaglie letterarie e civili. Letterato tipico del
Settecento guarda soprattutto al presente e sente come imperativo primario quello di
farsi capire dai contemporanei. Rinunzia al Vocabolario della Crusca. Muratori 
preferenza ad uno studio che ha il pregio di piacere a tutti. Lingua divulgativa.
Esigenza di lingua
più familiare e concreta. 3 conseguenze sul piano retorico e sintattico.
- Piano lessicale: maggiore accoglienza di neologismi e forestierismi. Anni della
gallomania, prestiti francesi, apporti lessicali legati ad una idea nuova di cultura
fondata sulla società. Parole più democratiche, termini che si diffondono insieme alle
nuove idee politiche, che hanno fondato il lessico italiano  Destra, Sinistra.
Derivazione illuminista francese e poi italiana. Comincia a diffondersi un linguaggio
politico dell’amministrazione. Comincia a diffondersi linguaggio burocratico 
attivare, funzionare. Origine francese  ottimismo. Traduzione del “Candide” di
Voltaire. Ragione che può trasformare il reale. Ideale di felicità moderna, non più
ultraterrena, ma mondana e terrestre. Pietro Verri scrive un discorso sulla felicità
come valore civile pubblico. Presenza massiccia nel campo della moda. La moda non
interessa soltanto quando entra come prestito nel lessico italiano come nomi di
abbigliamento, ma come proposta di nuovo stile di vita. Francesismi antichi e nuovi.
Cravatta è un termine di origine croata, attraverso la mediazione del francese,
sciarpa portata al collo. Accezione metaforica  idea di stringere troppo, strozzare,
far cravatte, prestare denaro ad usura. Cravattaro = usuraio. Parrucchiere è un
francesismo. Termini della biologia organismo, disinfettante. Parola macedonia, misto
di frattaglie di parole, pantacollant che cede all’anglismo leggins. Arrivano tuttora
nomi francesi di tipo intellettuale  pluralismo, crescita zero, caso limite, giornata
tipo. Composti etichetta, brachilogici. È di origine francese una parola che appartiene
all’ambito dominata dagli anglismi, l’informatica.
- Piano retorico: ricerca di ordine nuovo per la prosa, mettendo al bando ogni
richiamo stilistico. Più controllato nell’uso delle figure retoriche. Abbassamento delle
metafore, uso più trattenuto di questi ricami. Presenza nella lingua nell’epoca
barocca.

8 novembre 2017
Esigenza di una lingua più comune, più moderna. Conseguenze sul piano lessicale e
retorico, conseguenze anche sul piano della sintassi. Questo ha un risvolto nelle
scelte sintattiche. Si cerca una sintassi più agevole, più comunicativa, una sintassi
che ricerca lo stile spezzato, composizione di frasi brevi, autonome, frante. Sintassi
costituita da frase rapide e asciutte. Stile coupé. Prosa francese mutuata in quella
italiana. Le subordinate vanno evitate a favore di una sintassi giustappositiva, ricerca
di frasi coordinate. Conservatori vedevano in questo stampo la fine della sintassi
italian. Paura di andare verso uno stile arido, senza armonia. I più moderni cercano
uno stile adatto ai dialoghi. Questo stile deve essere netto, preciso, chiaro, interrotto,
franco. Ricerca di uno stile spezzato è dovuta a due cause. Declino del nostro antico
giro sintattico. Sintassi di Boccaccio è complessa e ipotattica. Dall’altra parte la
fortuna di stili più asciutti. Stile più laconico. Avevano abituato il lettore ad uno stile
meno magniloquente e quindi più dinamico. Alleggerito dal carico subordinativo.
Nasce la nuova prosa scientifica. Guarda sia alla prosa moderna francese e guarda
indietro a Galileo. Esigenza di una sintassi rinnovata, manuale pag 530. Riporta un
brano della scrittura di Cesare Beccaria. Pieno 700. Beccaria usa nella versione
autografa, scriveva “male”. Nella versione autografa la lingua di Beccaria è faticosa,
ricca di formule auliche, di latinismi crudi. Usa frasi contorte, come sommo
dell’imbecillità. Vengono ricorrette, cercare di ripulire, semplificare una sintassi,
riduce i latinismi. Le frasi sono più semplici e svelte. Latinismi e cultismi vengono
sostituiti. Verso una prosa semplificata. Vengono alleggerite relative, la sintassi
diventa più agile. Guarda anche indietro a Galileo, siamo nel 500 e nel 600. Nasce la
terminologia scientifica. Nei confronti della scrittura lui cerca la chiarezza. Lingua
scientifica non troppo distante da quella comune. Le verità scientifiche devono essere
comprese dal maggior numero di persone. Usa come tecnicismi delle parole comuni.
Significato specifico, nuovo. Tecnificazione del tecnicismo. Partire da parole comuni,
sceglie questo tipo di volgare, dà a queste parole comuni un significato scientifico.
Galileo apre il volgare alla scienza. Italiano che si rivolge ai non specialisti. Crea una
terminologia analogica, al posto di una terminologia troppo tecnica. Nulla è più facile
dello scrivere difficile. Precisione da una parte e chiarezza dall’altra. Potenzia molto
le strutture nominali. Sono quelle più svelte ed agile. Alla prosa un piglio più
comunicativo. Tecnicismo è un vocabole, voce usato nel lessico particolare di una
lingua specifica. Vocabolo che ricorre in un determinato ambito, si parla di tecnicismi
specifici e denotativi. Si parla invece di tecnicismi collaterali, quelli che non sono
strettamente necessari alla lingua, ma per dare tono di maggiore adeguatezza
stilistica e linguistica. Maggiore preziosità. Migra nel nostro linguaggio. Non usati
per una vera necessità comunicativa. Ragione di modestia culturale. Il 700 si apre
all’insegna del rifiuto degli eccessi barocchi, buon gusto, misura, ordine contro il
caos. Apre al classicismo. Non lascia mai la lingua italiana. Arcadia  Accademia
fondata a Roma che voleva riformare il gusto settecentesco e liberarlo dagli eccessi
del Barocco. La stessa parola  fusione etimologica di due significati, incrocio tra
una parola tratta dalla filosofia, che si riferisce al sillogismo, e tra una parola
portoghese, che indica una perla non precisa. Arcadia  certa razionalità, linguaggio
educato su Petrarca. Rinnovamento nella vita culturale. Educazione ad uno stile di
vita più semplice. Rinato mito della classicità, occorre tornare alla semplicità.
Occorre tornare ad Omero. È il momento delle traduzioni dei grandi classici.
Citazioni da testi greci o latini. Operazione di selezione nei confronti del lessico
contemporaneo. Occorre nei testi letterari evitare termini troppo realistici, ha sempre
fatto timore agli scrittori.
Circolavano parole settecentesche. Non menzionare la parola viva, ma ricorrere ad
un filtro, la perifrasi  barba = onor del mento, caffè = legume di Aleppo. Arcadia
non è soltanto una palestra di esercizi accademici. Temi che agitavano la cultura del
Settecento, cultura didascalica che vuole insegnare qualcosa. Ambientazione
favorisce l’ingresso nella letteratura di lessici più specialistici. Lessico della
coltivazione e dell’allevamento. Lessici che cercano di convivere con quello
tradizionale. La parola insetti convive con la perifrasi cristato augello, perifrasi per
dire gallo. Va verso la modernità e poi si ritrae. Spesso lo coltivano come una
seconda lingua. Italiano che non perde mai il passo con l’epoca. Di questo tipo di
Arcadia che corteggia la scienza. Giuseppe Parini rinnova la lingua dal di dentro.
Mantiene strutture e sintassi della tradizione. Termini scientifici e tecnici, a scopo
didattico ma anche ironico. Accoglie termini medici. La salubrità dell’aria, termini
come emicrania, convulsioni, ipocondria, midollo accanto a termini della vita
quotidiana. È attento a non rompere il fondo del classicismo linguistico e che ne fa
una lingua diversa. Riveste di blasoni classicheggianti le voci scientifiche, cautela nei
confronti delle parole. Non usa la parola che circolava come tranquillante, parola
nuova, ma usa papaveri tenaci. Usa un grecismo per dire giornale. Parrucchiere 
del bel crin volubile architetto. Perifrasi nobilitanti. Non definisce lingua francese ma
gallico sermone. Tendenza di italianizzare. Vocabolo è corretto. Aggiungere suoni e
fonemi per italianizzare. È un procedimento lingustico che si chiama epitesi. Rende
più agevole la pronuncia. Accanto c’è la prostesi. Aggiunta di un corpo fonico ad
inizio di parola. Altro strumento, epentesi. Ruina > rovina. Travestire i termini con un
corredo linguistico antico. Avvocato  ministro di temi. Ricamatrici inglesi 
angliche aracni. Cerca di accogliere i modernismi. Si difende attraverso strutture
classiche. Corredo viene usato per accogliere temi nuovi. Sia latinismi che grecismi
hanno occorrenze alte all’interno della lingua. Questa non è una fuga dall’attualità. Si
cerca di polimizzare e di difendersi fuggendo dall’attualità. Lingua affronta temi
nuovi. Vocabolario anche tecnico e pratico. Recupero della lingua classica evita ogni
asprezza realistica, ogni irruenza realistica. Settecento come ritorno alla classicità.
Avere una fiducia estrema nei classici. Motto  Nei classici c’è tutto. Questo vale
anche per gli scrittori periferici. Situazione linguistica divisa tra dialetto e francese.
Uno scrittore che conosce dialetto e francese deve conquistare il toscano. Per
diventare veri letterati bisogna conquistare il toscano. Questione amplificata da un
autore che è Alfieri. La sua ricerca di lingua nasce dalla volontà di parlare ad una
nazione, in una lingua unitaria, sublime, lingua alta, con alto quoziente di
letterarietà. Divaricazione tra lingua d’uso e lingua letteraria. Si trasferisce in
Toscana, per abituarsi a dire e pensare in toscano. Anticipa la discesa a Firenze di
Manzoni. Lingua esclusiva delle lettere, la sua andata a Firenze alla ricerca di una
lingua, non significa tanto l’incontro con una lingua parlata. Simbolo di una classicità
risorta. Come città inarrivabile classica. Nostalgia dell’antico, della classicità,
perdura una convinzione ancora tutta umanistica, che negli antichi c’è tutto.
Classicità è un modello assoluto. La lingua è un dato immodificabile. Nasce tutta già
formata, come Pallade Atena dalla testa di Giove. Desiderio di scartare dal presente,
desiderio di molti letterati. Lingua non consumata dall’uso. La vita  itinerario di
ascesa letteraria. Vicenda di uno scrittore che ha avuto contro tre aspetti sfortunati.
1. Cultura letteraria non appropriata, selvaggio Piemonte. Non aveva competenza
linguistica di partenza
2. Il luogo natio gli stava stretto.
3. Tradizione contemporanea immediatamente precedente per lui non favorevole.
Appoggio ad una conquista per scrivere il testo tragico. Verso spezzato e poco
cantabile. Definisce la lingua italiana letteraria, lingua languida, triviale, molle.
Lingua propria degli italiani e dei francesi.
Biografia idealizzata, mentale. Biografia egocentrica ma anche ergocentrica,
apprendere una lingua ed una cultura. Storia dell’essersi fatto poeta, mestiere di
scrittore. Aveva tutto contro.
Fine prima parte
Parla di storture giovanili, va ad imparare la lingua inglese. Definisce la lingua
toscana una lingua divina. Liberarsi dal piemontese, dalla pronuncia piemontese e
francese. Si scaglia contro pronuncia, lessico e sintassi. Si è innamorato della
contessa che non conosceva l’italiano. Contravveleno sono ancora i trecenteschi,
fatiche veramente poetiche. Alfieri è straordinariamente un neoinnovatore di parole.
Comincia il suo apprendimento della lingua toscana. Erri de Luca  su un’isola
deserta porterebbe come unico libro un vocabolario. Arriva alla competenza italiana
attraverso una primaria competenza francese. Gesto di prendere dimora a Firenze 
compie un gesto letterario. Anche per imparare una lingua di conversazione. Alfieri
cerca una lingua letteraria per il verso tragico, una lingua che deve essere solenne,
come scolpita. Cerca anche una prosodia, idea portante è quella di fuggire il
melodrammatico, verso facilmente prolisso. Cerca una patina arcaica, più
selezionata. Il suo verso è tutta una forzatura. Forzatura che fa diventare una lingua
arretrata. Processo correttorio delle varianti. La lingua di Alfieri da semplice e
comunicativa che era viene spinta ad una certa arcaicità. Anima > alma. Lessico poco
comunicativo, movimenti della linea normale della frase. Sotto questa operazione c’è
la volontà di estraniare la propria lingua dal proprio tempo. Eloquenza lontana
dall’ovvio. Verso breve lontano dal verso molle, cantilenante della tragedia più in
voga, la Merope del Maffei. Cerca di forzare la lingua attraverso continue
trasformazioni. Lingua del tutto innaturale che lui cerca. Le parole chiavi sono
incidere e scolpire. Le usa per definire il suo verso che deve essere robusto e virile. I
suoi endecasillibi sono continuamente rotti e spezzati. Ogni eccedenza va eliminata.
Devono
campeggiare sostantivi e verbi. Scriveva le sue note di scrittura a proposito delle
trasposizioni. Complicazione dell’anastrofe e dell’iperbato. Dà delle indicazioni di
lettura. Ci sono tante trasposizioni. Ricorrere dell’enclisi pronominale. Parola atona
monosillabica si appoggia alla parola precedente. Lingua scollata dalla
contemporaneità. Uso di il al posto di lo. Forme sintetiche che lui correggerà.
Sintetica nol, non diventa analitica. Formule per rendere complicato un testo, per
raggiungere una lingua sublime. Mortifica Metastasio. Sfugge da ogni effetto
onomatopeico. Verso che ritrova nelle tragedie di Seneca. Alfieri non inseguiva la
facilità del momento. Testo certamente innaturale. Corpo a corpo con la lingua e con
il lettore. Autore periferico che non conosce una lingua comincia daccapo. Fa delle
liste di parole, modi francesi e toscani da imparare. Poi lista di modi piemontesi e
toscani. Appunti di lingua. Elenca tutta una serie di citazioni da Ariosto, Dante,
Petrarca. Si assoggetta ad una disciplina durissima, componendo modi di dire poetici
e non poetici. Qui è la trascrizione, equivalente toscano del 700, definizione vicina è il
toscano della Crusca. Casi anche di corrispondenti in latino. Termini noti non per via
orale ma per via libresca. Vocabolario di uso libresco da poter consultare. Documenti
delle “fatiche d’asino”. Francese è la lingua della conversazione dei dotti, nobili
settecenteschi, conquistare una lingua. Non passa ancora attraverso verso la voce del
toscano. Arcaismi del 500.
Parole antiche, medievali, arcaismi, registrati nella Crusca. Toscano cruscante.
Pezzo del servo Elia che scrive parallelamente un racconto di viaggio, lettere di
memorie di un semicolto. Padrone svettava cercando una lingua alta, il servo parlava
una lingua della sua contemporaneità. Scritture a penna corrente. Semicolto è colui
che è alfabetizzato ma non ha piena competenza di scrittura. Scrittura legata alla
sfera dell’oralità, incapacità di dominare una scrittura. Esempio di semicolto. La
lettera è da San Pietroburgo. Elia confeziona una minestra di ortiche ad Alfieri. Ci
sono tratti di scrittura semicolta. Ci sono delle forme di scrittura divaricata, scrittura
semicolta con alcuni fenomeni principali, fenomeno dell’ipercorrettismo e
scempiamento delle geminate. Siamo di fronte ad un ipercorrettismo come relazione
al dialetto. Spasseggiare è regionalismo toscano, uso del che in declinato. Riprese
pronominali con dislocazioni. Ripresa pronominale in dislocazione. Segni di una
realtà dialettale, forme di correzione. Servo Elia pensa che ci si avvicini meglio
all’italiano corretto. Forme più espressive del linguaggio popolare, modi di dire,
desinenza del condizionale che risente dello strato dialettale. Forme di
ipercorrettismo. Effetti fonici del dialetto piemontese che ricadono all’interno della
lingua scritta. Scritture che risentono di tratti regionali. Interferiscono molto spesso
con il sostrato dialettale e che tendono alla semplificazione morfosintattica vanno
verso i tratti dell’oralità, dovuti alla mancata assimilazione della norma, interferenze
con il sostrato locale. Correzione di una forma che si percepisce sbagliata con una
forma che è sbagliata.
Atto I, Scena I, Elettra.
Lessico elevato con forte carica di letterarietà. Descrive la lunga attesa della
vendetta, risentono di una tensione alfieriana, agiscono memorie di tradizione
classica. Agisce la memoria intertestuale, soprattutto la memoria di Tasso. Sintagma
tassano dalle Rime. Verbo raggiornare è dantesco. Verso è sfrangiato rotto da una
punteggiatura eloquente e forte. Il verso è completamente franto. Ricorrono le
interiezioni dolorose. C’è il recupero della classicità. Fenomeni di accumulo. Ci sono
delle ripetizioni a contatto. Frequenza del plurale poetico di origine petrarchesca.
Plurale dilatante di origine petrarchesca. Troncamenti prevedibili. Carica retorica
delle esclamazioni. Norma dei termini forestieri che finiscono in consonante.
Agamennone viene accompagnato da corpo fonico. La sintassi è ricca di inversione,
posposizioni del verbo. Anticipazione dell’aggettivo, tratto di scrittura alta. Lingua
inattuale, innaturalezza della lingua. Capacità di esprimere il sublime tragico. La
versione in prosa si caratterizza per un linguaggio elevato, ricca di troncamenti e di
apocopi. Non presenza dell’apostrofo alla terza riga. Omissione dell’accento sul me.
Debile, debole.

13 novembre 2017
Alfieri si impadronisce a stento della propria lingua. Appunti di lingua di Cesare
Pavese, altro periferico della lingua. È un quaderno conservato nell’archivio Pavese,
21 carte, termini toscani ricavati dal vocabolario appuntati a penna e a matita. Altri
sono disposti a casaccio. Si vede una specie di furia, che indicano un effettivo ripasso
mentale del materiale raccolto. Studia come uno studente qualunque per arrivare ad
una lingua. Possesso, ricchezza nomenclatoria che non si possiede. Postilla
vocabolari, autori toscani. “Stringere i denti e menar testata..”. Si definisce un
operaio delle lettere, scrivere non è sentimento, soddisfazione, sfogo, ma tensione
per diventare un classico, raggiungere serenità. Fare scrittura destinata ai posteri.
Costruire un capolavoro perenne, non assecondando i gusti della contemporaneità,
scrivere in una lingua essenziale ed assoluta. Annota in una diario del 49, riflessione
sulla sua scrittura. “Sapevo quello che volevo, ..diventare perenne come una collina”.
Modalità è quella di parlare fuori dal tempo. Idea dello scrittore umanista, labor
improbus. Idea petrarchesca. Volontà non dono, lavoro, esercizio, approssimarsi alla
forma. Possesso e ricerca di lingua. Ricerca di una lingua, toscanismi, non soltanto
per appropriarsene come lingua straniera, ma soprattutto per ricercare nel toscano
un lessico popolare unitario. Cercare nel toscano una fonia, modalità che Pavese
ritrovava nei regionalismi piemontesi. Una parola che abbia radici, che sia terra e
paese. Durare qualcosa di più che un giro di stagione. Fondatezza sta nelle radici di
una parola, certa vicinanza anche soltanto fonica con una parola fonica. Fanfani,
vocabolario dell’uso toscano. Piemontese nell’orecchio. Cerca fonia del piemontese
nelle parole toscane. Farinello c’è nel vocabolario toscano. Parla di marino, vento di
mare, rabello, in disordine (rabula). Parole che siano autorizzate dal vocabolario
toscano. All’interno di questo toscanismo ha il dialettismo. Termini autorizzato dal
vocabolario. Termini che il parlante piemontese riconosce nella parlata colta. Ha
diritto di cittadinanza nella nazione. Cerca e trova equivalenze inattese e persegue
questo suo programma di dare vitalità alla lingua italiana, legare impopolarità
dell’italiano colto alla popolarità del sostrato regionale. Non fara come D’Annunzio
che cerca la parola aulica, di razza. Ma nel quaderno appunta quegli elementi
soprattuttuo riconoscibili nel piemontese. L’italiano è un sopradialetto autorizzato
dalla letteratura. Pavese non si serve del piemontese, ma per approfondire la sua
condizione di dialettale all’interno di una tradizione. Pavese nel cosiddetto avantesto,
risolve il suo problema della condizione della lingua.
Lavoro sul testo:
Incotto  terreno bruciato. Toscanismo torbido. Scerpellare è un altro toscanismo.
Guardare con occhio scerpellino. Cerca equivalenze. Serenare è una voce antica.
Fare smorfie, fare gesti. Parole rare, pispolio. Frappa è un francesismo, vestaglia da
donna. Parole semplici, bagnasciuga. Termini gergali, toscanismi e piemontesismi,
brodaglia. Coffa è un grecismo = gabbia. Battigia, battitura. Cerca costantemente
queste equivalenze, cerca forma che non sia isolata in provincia, ma che abbia diritto
di cittadinanza più ampio. Pavese sente risuonare una corrispondenza tra passato
dialettale e presente, tra fonie del dialetto arcaico e parola toscana contemporanea e
parlata viva, oralità della voce. Pavese ha sentito quelle voci nella sua terra, voci
vicine che vengono da lontano. Pagine in cui parlano degli alberi del Piemonte. Ama il
suo paese perché viene da molto lontano. Microscosmo ma attraverso filtro di una
classicità lontana. Un non toscano, un periferico, non può scrivere disinvolto. Non è
un dono naturale e scontato, ma può scrivere soltanto in una lingua mentale,
ricostruita, educazione linguistica altra. “Il piemontese impara l’italiano come lingua
morta”. Specie di rispetto e discrezione rispetto alla lingua italiana. Sfiducia nelle
proprie competenze linguistiche, nelle possibilità espressive della lingua che
maneggiano, grado zero della naturalità discorsiva. Se uno vede il lessico dedicato
alla scrittura nelle lettere, divide questo lessico in due poli, uno negativo  no
all’oratorio, abbondanza, fronzolo, dolce, lirico, aggettivi alfieriani. Polo positivo 
lessico che deve usare uno scrittore, spezzato, aspro, avaro, scarno. Cercare la parola
malincuore, che richiede sforzo, lessico rapido, maschio, reciso, nitido ed essenziale.
Cos’è il negatico stilistico per autori regionali? È rappresentato dalla parola
perifrastica, caricata, rilassata, prevedibile, probabile. Meglio un lessico breve, nudp,
economico, perentorio. Sono tutti scrittori di volontà, scrittura è calcolo e non dono,
sempre sospetto verso la parola. Coscienti di non dominare un linguaggio, esaltante
fatica di studiare i classici. Postillare e cavare le parole. Consapevoli di un’imperizia.
Idea di volersi fare autore, imperizia quasi totale. Lenta ed accanita fatica. Non sono
scrittori d’istinito.
Era opinione nel Settecento che man mano che si scendesse da Nord a Sud 
dolcezza. Si diffonde la lingua del bel canto, lo stesso Mozart scrive lettere in italiano,
giocoso e disinvolto, in ambito familiare e anche di lessico e registro più sostenuto.
La lingua italiana aveva imparato come usus, i tedeschi erano soliti impadronirsi
come bagaglio culturale proprio, non soltanto come lingua turistica, figure come
Metastasio, che diffonde la lingua internazionale del melodramma. Operazione
linguistica molto alta, più compiuta espressione della sensibilità. Discorso poetico +
musica + canto. Aveva caratteristiche di chiarezza e semplicità sintattica, faccia
alfieriana delle tragedie. Faccia chiara, semplice, concisa, alla base della lingua del
melodramma.
Si cerca un linguaggio armonioso, petrarchesco, rimane qua e là un gusto
dell’inversione, non ardua come quella alfieriana, minima, magari ottenuta per
ragione di rima. Inversione del soggetto. Uso alto dell’apocope, verbale e
sostantivale, quella più adatta alla velocità. Uso di cor, monottongato, molto di
tradizione, risale alla scuola siciliana, così come foco,loco. Livello lessicale di
arcaismi e latinismi molto in voga, non ardui. Pugna, prole, talamo. Si sceglie lo
stereotipo poetico nella forma più trasmissibile, di rapida diffusione. Lingua di per sé
conosciuta, semplice.
Aria di Metastasio, dimensione melodica. Settenari, metro leggero e facile. Si
componevano canzonette utilizzate per cantare le stagioni dell’anno. Lessico
semplice, sintassi semplificata. Vaghezza dei significati, uso di semplici dittologie,
dittologie petrarchesche, codificate. Uso dei diminutivi, elemento di produttiità
suffissale. Forme arcaiche, enclisi pronominale è stabile. Ricerca di leggerezza,
libertà, simmetria. Architettura stabilizzata  lingua da memorizzare. Apocope,
troncamenti. Uso delle preposizioni articolate sintetiche e non analitiche, sintassi
semplificata. Una sola subordinata, sintassi lineare. Un solo nome proprio di tipo
classico, Febo, epiteto classico e morfologico, mitologico. La lingua non evita i
tecnicismi, ma spesso come fa tutta la poesia le assimila all’interno di una lingua
tradizionale che sente più sicura, lingua monotonale, no cambi di registro. Tensione
monotonale, lingua che non usa più registri, è un termine musicale. Indica varietà del
codice della lingua. Parliamo di una divaricazione tra registro aulico, colto. Lingua
del melodramma e del teatro. Piccola rivoluzione con Goldoni. Attraversa tutto il 700.
Primo scrittore che prescinde dalla norma del testo scritto. Si trova davanti ad alcune
difficoltà, sceglie di aderire al parlato, conversare sciolto, il teatro deve avere come
principio il naturale, all’opposto dell’operazione di Alfieri, non deve avere modelli
codificati, siamo a metà del 700. Lascia cadere la patina aulica, la doratura della
lingua, sceglie il dialetto veneziano insieme all’italiano parlato, modellato sull’uso
reale dei diversi ceti sociali, veneziano lingua conosciuta, realtà linguistica verisimile,
mentre italiano parlato restava incerto per Goldoni, no alla lingua artificiosa. Cerca di
mettere insieme una lingua. Non è trascrizione del dialetto. Crea ritmo del parlato,
con sintassi veloce, crea lingua capace di andare oltre i confini municipale di Venezia.
Comunicare ad un pubblico più stratificato, soltanto settentrionale. Per questo fu
accusato di trascuratezza linguistica. “Io non sono poeta accademico, ma poeta
comico. La commedia è imitazione delle persone che parlano più di quelle che
scrivono”. A metà strada tra il livello popolare e quello letterario. Dialetto veneto è
più accessibili. Vuole anche lingua per teatro nazionale, per parlare a livelli
stratificati, teatro realistico, volontà di essere inteso dalla plebe più bassa, volontà di
essere inteso. Idiotismi veneziani, dialettismi più stretti, meno comprensibili. Putea =
ragazza. Criar = litigare. Correre dietro = corteggiare. Fia de anima = figlia adottiva.
Peculiarità lessicale o morfologica di una determinata lingua  idiotismi
Forma aferetica sta. Fenomeno fonetico molto novecentesco. Oggi ci sono forme
aferetiche cristallizzate, forma antichissima. Passaggio dal latino all’italiano. Dialetto
per Goldoni è bisogno di comunicazione, linguaggio vivo e vitale, non usato a fini
mimetici, comico realistici, ha una dignità più ampia, crea una specie di koiné, intrisa
di dialetto, linguaggio che diventa una lingua, ha una sua autonomia di lingua, viene
usato come parodia, qui diventa una vera lingua autonoma. Sfrutta il bergamasco,
parlata di Arlecchino. Italiano di Goldoni si muove su una tastiera molto estesa. Primo
grande esperimento di lingua, si libera della scrittura letteraria. Trae spunto dalla
vita reale degli uomini comuni.
Esempio della difficoltà di comprensione tra una veneziana Gasparina e un cavaliere,
commedia Il Campiello. Diminutivo di campo che significa piazza. Con piazza viene
indicata solo piazza San Marco, tutto il resto è campiello. Difficoltà della
comunicazione linguistica. Scrittore anche di commedie deve affrontare, difficoltà che
affliggevano. Trae anche ragioni di divertimento. Personaggi che dialogano, giovane e
seducente, veneziano forestiere. Per aumentare il suo tasso di seduzione usa la
lettera z al posto della s, vezzo linguistico, il cavaliere parla italiano, Gasparina non
disdegna la sua corte. Battute ravvicinate e brevi. Battuta tra parentesi  tra sé e sé.
Lei si rende conto che non si capiscono, si ingegna nel parlare in una specie di
italiano. Costruzione artificiosa di Goldoni (vedi testo). Termini alti come bramo.
Forme suppletive del futuro tratte da fieri, poetismi. Zitella è un toscanismo.
Fenomeni che contraddistinguono il linguaggio di fine 700 inizio 800.
• Sintassi:
Spinta verso l’aulicità, inversioni (Alla sera, Foscolo), inversioni prolettiche, vocativi
ritardati, uso dell’iperbato smodato, separazione di elementi che dovrebbero essere
contigui. Iperbato sarà una delle presenze della poesia novecentesca (Montale), è
simile all’anastrofe, che è un iperbato più dolce. Leopardi nelle canzoni utilizza
soprattutto iperbati. Lo stesso Manzoni nella poesia si serve di iperbati molto
complicati. Lingua totalmente separata dalla poesia in teoria, meccanismi della
lingua poetica. Si cerca una lingua divaricata, scollata dalla lingua comune. La lingua
comune può deterpare la lingua letteraria. Lo stesso Leopardi delle canzoni. Uso
della proclisi dell’imperativo, nelle forme più vulgate, cosiddetto imperativo tragico,
fenomeni anche di enclisi.
• Lessico:
La lingua della poesia trova le sue strategie per aggirare i tecnicismi di tipo
scientifico. C’è apertura lessicale perché si va in direzione opposta, la poesia ricorre
allora a sinonimi, al posto di idrogeno e di ossigeno. Forza centrifuga = orror del
centro. Travestire il termine attraverso o sinonimia o uso di perifrasi. Amore = beato
alcero, vino = liquor di Bacco, leone = biondo imperatore della foresta, primavera =
stagione dei fiori, morte = cruda Parca, Volontà di distanziarsi, distacco dalla lingua
comune. Squalo = ingordo can che …
Orbite = curvi sentier dello spazio. La poesia va verso un linguaggi sovrabbondante,
pesante. Si preferisce nobilitare, si pensa che la parola reale non abbia dignità
letteraria, si cercano gli arcasmi al posto di termini conosciuti e prosastici, composti
aggettivali. Elmo grigio crinito, destriero alto sbruffante. Fondo greco latino. Si vuole
una lingua astratta, siderale. Tentativo di italianizzare i vocaboli, uso dell’epitesi
vocalica. Epiteto è garanzia di stabilità della lingua, arrivare al fondo della lingua.
Latinismo virgiliano  simo = col naso schiacciato, usato anche da Ariosto, Fenoglio.
L’epiteto frena la novità del forestierismo. Uno dei prefissi più usato è in-. Il prefisso
più usato nella prosa era a doppia z, di derivazione francese dal linguaggio
burocratico. Parole vengono osteggiate dai puristi. Nel caso di vocaboli che non sono
diversi da prosa e poesia si ricorre all’uso della sincope oppure al troncamento, e
quindi l’apocope. C’è sempre nella lingua una variante morfologica preferita a quella
comune. Nonostante presenti una doppia variante, i poeti scelgono una variante più
rara. La nostra lingua è sempre stata divaricata. Gli scrittori, i poeti, scelgono
all’interno dell’italiano la variante più colta, più rara, divaricata dalla lingua comune.
Dura da sempre fino al 900. Se noi diciamo bullone e D’Annunzio dice chiavicchia 
iato che la letteratura si permette di usare. Avola  nonna, profumata  aulente. C’è
questa doppia corsia, si sceglie variante propria della lingua che sta sui trampoli.
Sono stanca  sono lassa (Tasso). Scopo della nostra scrittura, del nostro parlare.
La lingua italiana corre da sempre su una doppia serie lessicale, apparato di
tradizione, serie di latinismi, ritorno al latinismo molto alto. Cure = affanni. Modi
colloquiali che entrano nella prosa e non nella poesia. Entrano vocaboli nella lingua
pratica. Entrano molti termini quotidiani, entrano vocaboli di tipo amministrativo. Da
una parte restringimento dall’altro allargemento, entrano nomi di trasporto, nella
scienza, nella chimica, parole settoriali, nascono tecniche nuove. Parole di una
grande tenuta novecentesca, che fondano molta parte del linguaggio del Novecento
• Fonetica:
Recupero dellla forma monottongata, mancato dittongamento di o, in questa
regressione agli arcasimi, forma con origine remota. Nella morfologia nominale si
recuperano relitti di nominativi latini, imago, incude, margo, turbo. Nella morfologia
verbale ci sono tratti che contrassegnano forme. Usato da Leopardi. Avea  ha, aggio
 ha (è un sicialinismo antico), fea, feano  facevano. Desinenze, forme in –aro,
forma contratta come furo. Di discendenza siciliana è il condizionale in –ria.
Tutte le scelte linguistiche vanno in funzione dell’antirealismo, fuga nell’antirealismo,
linguaggio diventa sempre più fossilizzato, spreci di linguaggio aulico e formulare.
Sinestesia.
Fossilizza forme, Traviata, amara lacrima.

15 novembre 2017
Parte dei Sepolcri in cui Foscolo rievoca la battaglia di Maratona, 3 dislocazioni
geografico tematiche. Battaglia di Maratona, importante per l’Occidente. Terza parte
 Ippolito Pindemonte.
Prime tre righe  si parte dall’affermazione di Alfieri, amor di patria, speranza di
un’Italia migliore. Spolveratura di latinismi. Eterno, vivo nella memoria. Fremiti, usa
Foscolo oggetto alla latina. Poi c’è la prima giuntura, non è razionale allo
spostamento spazio temporale. Ci si sposta a Maratona, nei suoi pressi, isola Eubea.
Dall’evocazione di Alfieri alla battaglia di Maratona. Passaggio emotivamente
mediato da una esclamativa, da Firenze alla Grecia antica. Ritorno all’aggettivo
spaziale ampio. Scrittura poggia su una fonte antica, viaggio nell’Attica di Pausania.
Apparazioni notturne viste dai naviganti. Fantasmi permettono di inquadrare la
battaglia di Maratona, evocazione onirica, trapunta di effetti stilistici, visione onirica.
Brano incalzato dalla congiunzione coordinante e. Alcuni tratti ottocenteschi.
Fenomeni di troncamento. Serie di latinismi, a cominciare da prodi. Tecnica per
dilatare, Foscolo segue la tecnica petrarchesca, quando vuole dilatare uno spazio usa
i plurali moltiplicativi, alla fine del verso quasi tutte le parole della seconda parte
sono plurali. Plurale moltiplicativo con effetto dilatante, architettura della scrittura,
parte visiva e uditiva. Cominciano dei suoni. Sia passa alla seconda parte, riferimento
al viaggio di Pindemonte in Grecia. Figura di un altro da sé, Aiace. Suono stesso
dell’Ellesponto, suono che ricorda antichi fatti, suono della marea, mugghiare.
Riporta al Bosforo, dove c’è la tomba di Aiace Teramonio, alter ego di Foscolo, a cui
erano state negate le armi di Achille. Il mare fa un atto di giustizia. Giustizia è
ottenuta per Aiace con la morte. Plurale latineggiante  si riferisce al singolare
Ulisse. Ramingo è una parola spia per Foscolo, anche lui stesso lo è. Sia Ulisse, che
Aiace sono la stessa figura di Foscolo. Poppa raminga  conglomerato fisso nella
poesia ottocentesca. Di fronte alle scelte linguistiche sono varie le posizioni. Sono
sfrangiate le posizioni teoriche sulla lingua. Se il 700 sente che la lingua va rinnovata
nel suo sistema linguistico, già nell’800 ci sono posizioni di chiusura, purismo
linguistico. A metà dell’800, già anche prima, prendono piede posizioni di chiusura
linguistica, serie di scrittori che pensavano che il progresso della lingua,
avvicinamento a realtà contemporanea deturpasse lo statuto della lingua. Istanze
lontane da quelle illuministiche. Il maggiore rappresentante è il Padre Antonio Cesari
di Verona, massima fiducia nella lingua antica. Dissertazione sopra lo stato della
lingua italiana  tornare anche per via grammaticale al 300. Cura vocabolario della
Crusca, riuscì ad essere più cruscante dei fiorentini. Fu postillato molto da Manzoni.
Manzoni critica molto questa edizione, critica la staticità, un vocabolario dovrebbe
stare al passo con la lingua. Abbraccia l’idea di scendere a Firenze, nascerà il famoso
concetto manzoniano che è quello dell’uso della lingua, quello che noi chiamiamo
errore grammaticale, se quel tempo si mantiene  a poco a poco diventerà norma.
Manzoni polemizza. Ricerca era stata condotta da lui attraverso strumenti libreschi.
Poi inizierà ad usare il vocabolario del dialetto milanese. Controlla le proprie scelte
su vocabolario molto famoso, del Cherubini. Vocabolario dell’Academie francaise che
conteneva le parole d’uso. Usa anche la Crusca del Cesari. I vocabolari circolano nel
primo 800, una delle Crusche non era quella originale, ma quella riveduta da Cesari
 Crusca antimoderna. Citazione di scrittori, assunti come esempio di autorità
linguistica. Le annotazioni manzoniane che testimoniano una ricerca a fini
pedagogici, postilla la Crusca di Cesari. Postille raccolte da Isella. Postille sono
annotazioni parassite. Fare l’amore  incontro tra 2 santi. Significato diverso da
quello moderno e da quello dell’800. Fare accoglienza  è diventato desueto. Uno
deve fare un vocabolario dell’uso. Parlare d’amore. Significato che rimarrà a lungo
nelle poesie e nelle canzoni. Oggi il vocabolario va avanti. Significato diventa più
specifico. Vocabolario che non dà sinonimia. Purismo è stato anche una reazione
all’egemonia francese. Sente egemonia francese come invadenza, metodi e forme
autoritarie. Purismo si propone come intolleranza ad ogni tecnicismo e ad ogni
neologismo. I muri nella lingua non tengono mai. Forte antimodernismo che ne
deriva. Parola straniera è sentita come minaccia e non come arricchimento del
patrimonio. Nota la polemica con Leopardi. Puristi difendono una lingua
antirealistica, lingua morta. Pagine di Stendhal che critica posizione così puristica,
porta a deprivare una lingua e portarla alla morte. Perché spegnere la vitalità dei
dialetti dell’italiano? Dice che l’italiano non è unico. Non appena gli scrittori italiani
si distaccano da scritture dialettali scrivono una lingua morta. Non abbiamo altre
possibilità. Posizione di Leopardi. Accetta la dicotomia naturale della lingua italiana.
Ci vuole lingua per la poesia e lingua per la prosa. Linguaggio poetico deve
conservare un suo lessico proprio. Zibaldone. Nota è anche la distinzione tra parole e
termine. Hanno la caratteristica di evocare e suggerire, contengono tratto indefinito,
incompleto, vago, poetico, termine invece definisce, è più adatto alla modernità e alla
prosa. Lingue naturali e lingue poetiche. Lingue naturali  italiano e greco. Lingue
più ragionevoli  francese, latino. Nell’italiano prevalgono le parole sui termini,
lingua più portata alla poesia. Dicotomia, nostalgia dell’antico, dall’altra accettazione
prosa moderna e francesizzante. Caratteristiche  lingua libera, originale libertà. Ha
una sua bellezza, che è stata preservata dal disseccamento razionalistico della lingua
francese. Le due caratteristiche principali dell’italiano sono libertà e mobilità. Insiste
molto spesso sull’idea dell’adattabilità, variabilità, ritiene una lingua mobile e
flessibili, infinita. Resa così grazie ad un’elaborazione formale durata per secoli,
cause particolari e precise.
• Mancanza centro egemonico, capace di imporre una lingua unica anche a
livello di conversazione.
• Assenza di una riforma, come quella in Francia, riforma schiacciata sull’uso
• Abbiamo avuto più centri intellettuali culturalmente, policentrismo culturale.
Firenze, Milano, Napoli, Venezia.
• Mancanza di un teatro nazionale e pubblico italiano, rispetto ad altre nazioni
arretratezza di un lessico intellettuale ed europeo. Francese unica lingua adatta alla
divulgazione, ricca nomenclatura per quanto riguarda scienze e tecniche,
sintatticamente più facile.
Da una parte Leopardi è più chiuso per quando la lingua della poesia, dall’altro e
molto aperto per le lingue straniere, aperto ai prestiti. Fenomeno dovuto a fattori
extra linguistici. Leopardi ricalca Cesarotti, considerazioni di Macchiavelli. Sì alle
moderate invasioni linguistiche. Prestiti lessicali  parola linguisticamente erronea,
presto significa dare e restituire. Si distinguono tra prestiti non adattati o integrali 
termini che riproducono fedelmente il modello straniero, conservano la grafia.
Prestiti non adattati. Parlante anche linguisticamente meno avveduto usa. Poi ci sono
i prestiti meno adattati, riconoscibili soltanto dall’etimo. Radice etimologica, adattati
al sistema fonologico, parlante non riconosce. Cugino è un francesismo, solo
l’etimologia ce lo fa conoscere. Regalo è ispanismo. Cocchio è adattamento dalla
parola ungherese. Piuttosto che accogliere una parola straniera il parlante riproduce
una parola straniera con elementi della propria  calchi. Calchi formali: riproduce
modello straniero con materiale proprio. Ci sono anche parole diventate stabili, come
colpo di fulmine, luna di miele. Calco semantico, parola esiste già ma ne riceve una
sfumatura di significato diverso. Articolo = merce, direzione parola che usa Foscolo
come insieme di dirigenti, memoria legata alla filosofia sensista, oggi ha accezione
diversa se parlo di computer. Indignati  calco semantico dallo spagnolo. Nativo
digitale  calco formale. Calco semantico è rete. Prestiti di necessità e di lusso. I
primi si riferiscono ad una realtà che non esiste nella lingua d’arrivo, ad oggetti
sconosciuti, si eredita parola con il suo referente, patata è esotismo indigeno
americano. Speaker è anglo americanismo. Caffè ha origine turca. Prestiti di lusso 
vocaboli ereditati da un’altra lingua sebbene ne esista il termine in quella d’arrivo.
Scooter, baby sitter (accezione più professionale), blog.
Cavalli di ritorno: Parole emigrate in un’altra lingua e poi tornate con un nuovo
significato. Sport passaggio da A, parola oggi desueta ‘svago’, poi francese, inglese, e
poi è tornata in italiano con un’accezione più specifica. Maschera torna con mascara,
cosmetico per occhi. Prestiti sono voci entrate nella nostra lingua sin dai primi secoli.
Hanno coinciso con i periodi di maggiore contatto, 700-800 per quanto riguarda la
lingua francese, poi forte nazionalismo linguistico. Poi purismo di stato in epoca
fascista, che vietava uso delle parole straniere e in dialetto. Tutto doveva essere
nazionalizzato. Commissione per i barbarismi della lingua italiana. Accademia
pubblicava italianizzazione di vocaboli. Brioscia, pedicuro, si propongono norme
censorie. Latte bulgaro = burro. Marinetti aveva inventato tra i due = tramezzino.
Bibita = cocktail. Neopurismo molto autarchico. Propone sostituzioni che sono
attecchite all’interno della lingua italiana. Esposizione = mostra, autista = choiffeur,
regista = registeur. Periodo di grande invenzione neologistica. Purismo inventa dei
neologismi pur di non utilizzare la parola moderna. Parola di tipo purista danzatoio.
Terminologia attribuita a certi strumenti da lavoro. Imballaggio  impaccaggio.
Parole burocratiche, sono tecnicismi che abbiamo ereditato dal francese. Urgenzare,
frigoriferare, coperchiare. Parole che indicano aggressività, macchinificare,
futurismo. Parole energiche, virili, maschie. Monumentabile, pacifondaio,
minotaurizzato (cornuto). Camaiore, Ciarlotto. Sono state composte delle liste di
proscrizione, divieti con conseguenze poco piacevoli. Opposizione al pronome lei,
meglio il voi. Anti-lei  mostra, presenza femminea, straniera. In realtà è forma
cinquecentesca italiana. Lingua del cinema aveva dovuto togliere il lei dal dialogo,
idem nei teatri. Totò aveva ironizzato sfigurando il nome Galileo Galilei  Galileo
Galivoi. Deliri della lingua, ottusità legate alla mitologia mussoliniana in questo caso.
Questa bonifica della lingua significa sempre imporre una lingua dall’alto. Purismo
nazionalistico, il 90% della popolazione parlava ancora un dialetto o un italiano
malaticcio. Non aiutò l’alfabetizzazione degli italiani. Dieci anni difficili da
recuperare. La popolazione rimase arretrata nel dopoguerra. Si inseguivano miti
nazionalistici. Enfasi, iperboli, troppo ripetizione. Lingua che muove per slogan,
gettito continuo su parole d’ordine. Oggi le parole straniere non vengono motivate
per legge. Oggi il pronome lei ha il suo posto, rimane il voi usato per un uso
consolidato nel Mezzogiorno. Miscela di elementi della lingua sia in orizzontale che in
verticale, l’italiano è una lingua osmotica. Base latina, si sono inseriti tutta una serie
di prestiti. I germanismi antichi, latini vengono a contatto con la Germania, si sono
sedimentati da secoli, riguardano i vocaboli concreti, non tanto il mondo culturale.
Parole concrete come sapone, federa, tappo, rubare, melma, balcone, panca, zaino.
Iberismi, nome latino della Spagna, insieme di ispanismi, catalanismi, lusitanismi,
riguardano parole concrete ma soprattutto la vita del bel mondo sfarzo, etichetta,
baciamano, parata, negativi lazzarone, vigliacco, flemma. Filtro di molti esotismi
amaca, cioccolata (atzeco), caimano, patata, uragano, parole caraibiche passate
all’italiano attraverso il filtro dello spagnolo. Marmellata portoghese, ha fatto da filtro
samba, banana.
Arabismi, lingua araba costituisce una parte dell’ossatura della nostra lingua. Oggi
c’è un forte calo, in cui la lingua araba ha giocato un ruolo determinante, fino al 500.
Hanno cominciato ad essere diverse nel 500. I traffici commerciali si erano spostati
in America. I lasciti sono altissimi. Parole fondamentali per la cultura astronomia,
almanacco, alambicco, alcol, elisir, sciroppo, algebra, algoritmo, cifra, zero. Scoprire
il vuoto a livello matematico e filosofico. Mondo arabo è coltissimo. Lessico
dell’anatomia di tipo arabo. Parola nuca, pomo d’Adamo. Parole arabe che hanno
cambiato significato racchetta = palma della mano, taccuino = postura corretta,
scuola medica salernitana, passa a significare ciò che è nell’ordine giusto. Parola
araba di tipo medico. Islamismi cominciano a diminuire con la scoperta dell’America.
Si assiste alla fine del rapporto culturale tra Occidente e civiltà islamiche. In Sicilia le
tre culture si sono fuse, siciliana, araba, ebraica, spettacolo unico al mondo. Oggi il
sentimento dominante nei confronti degli arabismi è anti islamico. In termini di
contatto linguistico, già dalla fine del 400, sentimento che aveva contraddistinto
alcuni intellettuali come Petrarca. Sentimento sostenuto dalla Chiesa cattolica,
stereotipo di un Islam barbaro eretico. Oggi la quantità degli islamismi è crollata.
Parole di tipo culturale. Oggi arrivano parole-contro. Non scendono più a livello del
bagaglio lessicale del parlante. Un tempo gli arabismi avevano fondato alcuni
linguaggi, come quelli marinari. Vita domestica baldacchino, tazza. Parole botaniche
arancia, melanzana, zafferano, limone, zucchero. Entrano giochi nuovi come lo
scacco, nomi di cariche politiche, parole comuni come ragazzo. Assassino deriva da
fumatore di hashish. Lingua araba scende all’interno dei dialetti. Ligure, basso
piemontese, veneziano, siciliano. Carugiu  vicolo stretto che corre verso il mare
(carug = via d’uscita), gabibbo (gabibbu =bellimbusto), sciallare. Arabismi dilagano
nella frequenza dei toponimi Sciacca, Calatafimi, Marsala, antroponimi Moravito.
Non entrano nei nomi perché abbiamo una tradizione di tipo ecclesiastico. Non c’è
più una comunanza culturale. Gli immigrati non hanno un prestigio sociolinguistico.
Quasi tutti gli islamismi d’oggi mettono in evidenza le differenze tra culture. Intifada,
jihad. Non sono proposte culturali, indicano vicinanza pochi nomi gastronomici come
kebab, cous cous.
Anglismi: influsso nasce nell’800. Interesse per le istituzioni politiche inglese,
curiosità per la stampa periodica inglese. Fortuna di certi romanzi storici. Dopo il
1950 il fenomeno si impone all’Italia, che è invasa da tecniche e prodotti americani.
Si dovrebbe parlare di anglo americanismi. Italiano è lingua molto permeabili.
Prestiti integrali sono altissimi hostess, film, toast, media. Pressione inglese negli
ultimi 15 anni, pressione telematica, non tanto a fatti culturali blog, spam ,home
page. Invasione veloce, permea un po’ tutti i campi. Linguaggio televisivo, neo
epistolarità tecnologica, lessico di tipo politico amministrativo. Parola rapida e breve.
Termine inglese a volte è più comprensibile, rapido.
20 novembre 2017
Apporto dell’inglese e dell’angloamericano. Parte della forza è dovuta all’impatto
degli anglo americanismi. Viviamo in una società globalizzata e questo incide sulla
lingua l’angloamericano si diffonde molto velocemente. Si diffonde una lingua non
umanistica, senza radice umanistica fondante. Lingua già specificata. Arriva come
lingua già un po’ settoriale. Forestierismi settorializzati. Arriva con una sua specifica
funzione strumentale. Questo non accadeva in altri. Lessico di nuove scienze arriva
da centri di ricerca. La lingua arriva in questo caso settorializzata. Sono
angloamericanismi necessari. Fino in fondo? Preoccupazione è un’altra. Come scelta
esclusiva delle scienze e delle tecniche. Seperando sempre più il contenuto del
sapere dalle singole lingue si escluderà dalla cultura chi si esprime soltanto nella
lingua madre attualmente. Conseguenza negativa sarà sulla possibilità di
comprensione delle tecniche e delle scienze. Se si punta su una lingua sola come
lingua unica della scienza si assisterà alla caduta dei saperi diffusi. La scienza è di
tutti. Se si smette di pensarla la comunità intera ne viene indebolita. Una comunità
deve poter godere di un diritto di comprendere le scienze attraverso una realtà
linguistica viva. Non lontana dal tessuto comunicativo. La lingua italiana è
particolarmente accogliente negli anglismi rispetto ad altre lingue. In genere si nota
che la lingua italiana va verso la sovraeccitazione linguistica, comunicazione di massa
coglie con riguardo al fascino delle parole inglesi. Anglismi sono necessari a volte.
Noi la usiamo per un tocco di cosmopolitismo. Ci fa sentire più appartenenti ad un
mondo. Si ammicca all’ultima moda. Spesso non sono così giustificate. Composti a
volte anche un po’ ridicoli, parole volanti. Alcuni linguisti, società si allarma
nell’arrivo delle parole straniere. Non arriveremo mai a parlare e a scrivere due
lingue nella loro profondità vera. Negli anni 70, cuore dell’arrivo degli anglismi.
Quelli integrali erano meno dell’1%. Oggi ricavando i dati anche dai dizionari dell’uso
non si raggiunge il 2%. Itangliano, fanglese, temuto dai linguisti. Castellani
diagnosticava il fenomeno come morbus anglicus, virus capace di corrompere la
lingua. In termini assoluti gli anglismi sono circa 3000. Nel grande dizionario dell’uso
sono 144000 le voci. C’è un numero consistente, ma non allarmante. Si nota che il
francese si è quasi arrestato. Termini di tipo residuale. Francese è di grande
tradizione. Invasione del francesismo in 2 secoli. Colpisce non la qualità, ma la
rapidità. Storica inversione di proporzioni. Influsso del francese è stato più antico e
stratificato. Anglismo ha avuto rapoidità di diffusione enorme. Sono entrati una serie
molto alta di anglismi. Si sono stabilizzati. In realtà sono tanti in un anno  154
anglismi nel 2000. Le realtà in fatto di lingua sono altissime. Durata di due secoli.
Taburet. È assolutamente sparito. È difficile ancora parlare di anglismi. La diffusione
è ancora epidermica. La penetrazione delle parole inglesi non è scesa nella
profondità. L’anglismo ha intaccato la zona superficiale e non la sintassi. Ha
attaccato il lessico comune ma non è sceso oltre. La sintassi è il cardine di una
lingua. L’italiano si difende parlandolo e conoscendolo. Gruppo che si intitola
“Incipit”, illustri studiosi, per una campagna dal titolo “Dillo in italiano”. La nostra
lingua permette di usare una lingua più produttiva ed elastica. Accenno del manuale
ad alcuni foresterierismi, lessico dell’informatica è poroso, è stato permeabile,
fenomeni planetari. Ha permeato anche altri linguaggi, lessico economico, sviluppo
sostenibile, lessico politico, governatore, sistema elettorale, primarie, convention,
nomination. Quando costituiamo giunture, tendono a figliare. Il costrutto …+ day è
diventato fossile. Spesso siamo più inglesi degli inglesi. Molti anglismi sono diventati
espressioni popolari non c’è problema, assolutamente. Uso avverbiale dell’aggettivo,
grazie di + infinito. Spendere alcune parole. Gli spagnoli sono severi. L’accademia
spagnola spinge ad usare la lingua spagnola. Conservano la vivacità della loro lingua.
Lingua viva e vera. Spesso creiamo i falsi anglismi o pseudo anglismi.
Reinterpretazioni semantiche. Parking vuol dire sosta. Molti anglismi sono necessari
e altri superflui. Molti prestiti dall’inglese sono passeggeri e hanno vita effimera.
Marchi di fabbrica, di vestiti. Autoscatto è stato inventato all’inizio del 900. Il selfie
deve avere una diffusione ed un’approvazione. Rambo  si risemantizza e diventa
una parola semplice. Meccanismo che la lingua italiana mette in atto sempre. Dal
nome proprio al nome comune la parola non si perde. Mutamenti semantici legati
all’antonomasia. Dedalo di strade, Perpetua, nicotina (dall’ambasciatore Nicot, ha
portato il primo tabacco a Caterina de’ Medici), biro, bignami, cognac. L’anglismo
destinato ad attecchire è l’anglismo che diventa in italiano non riconoscibile,
integrato. Viadotto, moviola, extraterrestre. Hanno maggiore possibilità di attecchire
i prestiti semantici. Stella del cinema, realizzare. Hanno molta possibilità anche i
calchi. Traduzione di termine straniero con materiale all’interno della propria lingua.
Grattacielo, pagine gialle. Potremmo fare a meno di molti anglismi. Volley/pallavolo,
basket/pallacanestro. È più molto più funzionale dire però stop al posto di arresto.
Molte parole inglesi sono di tipo monosillabico. Molto spesso questi monosillabi
hanno capacità fonosimbolica, qualità fonica comunicativa. Hanno avuto fortuna
coppie di monosillabi come check-in. Hanno carica fonica più facilmente assimilabile.
È lingua più economica e veloce. Più funzionale e apparentemente più semplice.
Sintassi ornata e fluente, complicata dalla subordinazione. Dice di più. A volte la
semplicità limita. Congiuntivo è verbo che permette maggiori finezze, maggiore
comunicazione. Inglese ha comodità sintattica e morfologica. Italiano offre più
possibilità, uso pronomi allocutivi, noi ne abbiamo 3, inglesi hanno solo you. Ci
permettiamo uso di pronomi tonici, noi abbiamo una ricchezza che consente di
distinguere un enfatico da un neutro. Struttura diversa alla base. C’è una certa
difficoltà a sostituire certi anglismi. Zoom è ormai un tecnicismo internazionale.
Flashback. Slogan.
Distinzione leopardiana. Leopardi per quanto riguarda la prosa scientifica è molto
aperto a francesismi ed europeismi. Termini che possono essere legati alla classe
colta. Leopardi è uno dei pensatori che riflette. È un grande filologo e linguista.
Riflette sulla natura dicotomica. Lingua mobile varia e flessibile. Nel suo pensiero
arriva al concetto di lingua ‘elegante’, separata dall’uso volgare. Lingua italiana è di
per sé una lingua elegante. Ritratta dall’uso corrente e domestico. Va in direzione
contraria al termine, che definisce. La parola elegante, suggerisce e non indica.
Suscita un’impressione infinita. La parola elegante è quella antica. Errare nel vago.
Determinare ogni oggetto, la parola poetica è indeterminata. La parola poetica deve
destare emozioni, eleganza del superamento. Lingua libera, deriva dall’ardire. Lingua
non è bella se non è ardita. Bellezza consiste nell’armonia dei suoni, ma soprattutto
dalla capacità di scardinare la struttura razionale che appiattisce la lingua. Struttura
razionale non funziona in poesia. Ardire, volontà di creare composizioni ardite,
fabbricare composti e derivati, creare neologismi sulla base di materiali antichi. Non
lasciare che una lingua muoia. Lingua italiana non è esatta e non è obbligata alle
regole a differenza della lingua francese che e più razionale. Indefinito è terzo
elemento della lingua poetica. Compila un frammentario di voci poeticissime e quindi
piacevoli. Stringa di parole leopardiane che lui cita nello Zibaldone. Sono parole che
hanno un potenziale maggiore. Non sono parole limitate, circoscritte. La parola deve
contenere uno spazio vuoto, ambiguo, lì fa scattare l’immaginazione. La vera parola
poetica deve essere legata all’incompletezza. Deve contenere una parte d’infinità.
Italiano è una lingua versatile, perché vaga e pieghevole, vive di composti, percepisce
quei tratti di vaghezza, semantica, che sono alla base del funzionamento del
linguaggio lirico. Infinita pieghevolezza della lingua italiana. “Lingua di gomma”. La
lingua italiana funziona su matrici greche o latine. Questo crea l’indole versatili.
Leopardi fa un passo in più. Questo aspetto permette di conservare nelle traduzioni
anche il carattere, anche della lingua straniera. Conservare l’essenza della lingua di
un autore straniero. Le parole devono contenere anche il pellegrino. Uso non
ordinario di voci e frasi comuni. Idea che sta fra ardito e indeterminato. Usare parole
non consuete. Altra idea della’arcaismo. Forma desueta e scesa nell’uso letterario.
Ingrediente molto amato dai puristi. Ricerca l’arcaismo non come cultismo, ma come
vitalità della lingua, frutta fresca che viene da un’altra stagione. Non cerca uso
dell’arcaismo decorativo, ma come scoriciatoia verso l’essenziale del linguaggio.
Leopardi non usa albero, ma albore. Spirto, augello, ruina. L’arcasimo per lui difende
chi lo usa. Modo naturale per scartare dal presente. Vira verso una rarità non
affettata. I canti sono composti da canzoni e idilli. Sta cercando la lingua degli idilli.
Lingua piena di epititeti descrittivi. Rorida terra, lubrico piè. Lingua più sommessa,
da una parte scorciatoia. Arcaismo come difesa verso il ‘secol molle’. Distacco dal
secolo che lui criticava per aspetti di tipo sociale e politico. Leopardi ha creato negli
Idilli una lingua più naturale, riduce anastrofi, iperbati. Equa > dritta, finge > forma,
luci > giorni, abbandona uso etimologico. Intimo = cavernoso.
Esistono 3 autografi dell’Infinito. Grado zero della scrittura poetica leopardiana, è
una specie di manifesto. Non c’è nessuna perifrasi, attributo accessorio ermo,
grecismo. Non c’è alcun elemento di fasto lessicale.
Dichiarazione poetica, valore inaugurale, dichiarazione di scrittura, carattere
atemporale. Registro del vago, anticipa alcuni parole chiave. Idea della rimembranza.
Verbi della percezione uditiva. Leopardi va alla ricerca di parole vaste ed infinite.
Infinito, immenso, rimoto. Parole notte, notturno sono poeticissime. Sono i
leopardismi trasversali. Dalla concezione dell’infinito si dilatano e si spalmano.
Lessico quasi incorporeo, concreto, di assottigliata incorporeità. Leopardi toglie peso
alle parole sostenute, pesanti, registro del vero va dileguandosi, non sono più le
parole di lotta aspra e tragica. Non è un autore coloristico. I suoi colori si
allontanano, partono dal concreto per andare altrove. Lessico domestico, sono spesso
aggettivi definitori ma non coloristici. Tende a moduli stilistici che alludono ad un
perdere e dileguare delle cose. In sul calar del sole, là dove muore il sole. Campo
semantico privilegiato. Si addensano delle parole tipicamente leopardiane. Lo erano
già nelle prime prove. Scritti degli anni giovanili. Anni preadolescenziali c’è già parte
del lessico idillico. Crea dei leopardismi, molto attento a tutte quelle parole che
indicano moltitudine, coppia, lunghezza, larghezza, vastità  tanto (NO molto).
Contenuto del testo deve essere rispecchiato dal titolo. Alla luna  preposizione
articolata dialante. Fonia in a è più estesa, ambigua, quindi più poetica. Infinito
funziona come archetipo. Bisogna scegliere le parole vaghe, non mostrano i confini.
Abisso di ambiguità. Infinito diventa archetipo perché contiene serie di tratti perché
funzionano come attivatori dell’infinito. Crea dei moduli che funzionano come segnali
dell’infinito. Fattore fonologico del polisillabismo. Parola infinito ha un potere di
irradiazione lessicale. Uso del plurare moltiplicativo come procedimento evocativo.
Secondo la lezione di Petrarca significa togliere peso alle parole. Passare da termine
a parola. Poche correzioni nella parte autografo. Terzo verso  lezione cassata è
celeste confine, aggettivo coloristico e voce prosastica, confine segna mentre
orizzonte permetter sfumatura di dilatazione. Interminati  plurale moltiplicativo.
Citazione di Galileo. Citazioni di Cartesio, pone diversità tra finito ed infinito. È
assorbita nel tono familiare che ha l’infinito. Enjambement dilata. Passaggio che
diventa più poetico. Vocazione ad allungare. Soppressione della pausa a fine verso.
Segnale dell’infinito è uso del superlativo infinitivo. Passa da parole bisillabiche a
parole trisillabiche. Parole polisillabiche rallentano il ritmo. È come se Leopardi
creasse una struttura piramidale. Altro sistema di attivazione è l’uso di verbi durativi
e uso dilatante di gerundi. Sedendo e mirando. Spesso sono congiunti. Situazione
d’inerzia e di meditazione. C’è sempre in molti idilli questa giunzione. Sempre in
Leopardi scatta una percezione diversa e mentale da una realistica. Moduli iterativi
delle parti grammaticali più neutre. È come se tutto scivolasse verso la fine. Un altro
attivatore dell’infinità è la presenza di timbri vocalici aperti. Parole che contengono
vocale centrale molto dilatata. Procedimenti di attivazione che ricorrono in testi
anche lontani e che derivano da questo testo principe. Predilezione per parole con
prefisso ri-. Molti testi leopardiani usano questo prefisso riandare, rimirare,
ricordanza. Aspetto durativo che permette il ricordo e l’attivazione
dell’immaginazione. In altri testi un altro attivatore. Attenzione alle note del testo.
Orchestrazione fonica, legami fonici nelle parole che sceglie. Leopardi precorre,
tecniche dell’orchestrazione fonica. Viene il vento recando il suon dell’ora… Leopardi
batte su un fonema ripetuto. Orchestrazione del verso, battere su alcune vocali o
consonanti dominanti. Attenzione filologica tra le parole, verbo sovvenire. Io soggetto
passivo, io quasi inerte, oppure significato preciso di ricordare, con la preposizione
di, io è attivo quando c’è la preposizione di. Aulicismo si spoglia della sua carica
desueta, ermo è unico latinismo, caro è aggettivo familiare, sintagma di traduzione. Il
primo non è sentito come arcaismo, ma è confuso, non è elemento di parata, non si
stacca dal registro linguistico del testo. È il risultato di citazione letteraria incrociata,
Foscolo Alla sera. Preleva un avverbio ed un aggettivo. Caro lo usano anche
Metastasio e Monti. La spinta alta dell’aulicismo viene attenuata dall’uso di aggettivi
familiari. Latinismo fingere utilizzato in accezione etimologica. Fingere, si spaura
formano come una registro solo. Stanno alla base di una convenzione che una lingua
non può sintonizzarsi sul suo tempo, deve scartare dalla prosaicità, dalla volgarità del
tempo. Per questo fa dell’arcaismo un protettivo. Solo così si può esprimere le varietà
più desolate dell’uomo moderno. Arcaismo è più poetico, apporta un più di
significazione.

21 novembre 2017
Infinito è testo  Leopardi malato. Endecasillabo è metro meditativo e narrativo.
Struttura piana arricchita nel breve spazio di pochi versi di tante inarcature,
enjambement, per dilatare il verso. 10 su 14 posizioni possibili. Moltiplicazione delle
pause  infinito non è qualcosa che il soggetto contempla staticamente. È un lessico
piano, infinitivo. Si stenta a credere che questo testo. Scrittura in cui ricorrono quei
tratti espressivi che indicano indeterminatezza e infinità. Passaggio da termine a
parola. Leopardi tende al plurale moltiplicativo che è dilatante. Questi tratti
traslocheranno in molti testi successivi leopardiani, infinito è specie di manifesto di
scrittura. Voci di tipo infinitivo. Voci che indicano durata estensione e lontananza.
Altro tratto è presenza dei polisillabi rallentanti. Sigla del linguaggio idillico, fino al
penta sillabico. Presenza dilatante del gerundio, infinitivo durativo, si inaugura lo
stile legato di Leopardi, che caratterizza molti idilli, presenza di polisindeti,
congiunzioni. Reiterare, riprendere. Tessuto fonico costruito da corrispondenze e da
echi. Assonanze. Le allitterazioni in posizioni forti. La presenza della sibilante s nella
partitura del canto. Abbiamo parlato di uso dell’arcaismo controllato e bilanciato,
funzione protettiva dell’arcaismo. Uno dei dati quantitativi è la presenza di deittici e
dimostrativi. Riduzione delle forme troppo letterarie. È scrittura pulita. Regola della
non ripetizione  cassa infinità, variatio finale in apocope. Difende anche certe
minime scelte linguistiche. Corregge fra/tra, difende la scelta di tra, rispetto ad altra
lezione in cui aveva scritto in. Preposizioni semplici, tra è più adatto a connettere le
due dimensioni evocate. Riflessione linguistica si porta dietro una riflessione
contenutistica filosofica. Testo gemellare di Alla luna.
Alla luna
1819, dittico. Non raggiunge la perfezione formale del precedente. Ma di fronte ad
una scrittura raffinata. Attacco allocutivo. Tratto dialogico, volontà di parlare a
qualcosa, qualcuno. Versione a stampa del 1835. Interviene a tanti anni di distanza.
Due versi cancellati. Sente che questo testo non funziona e aggiunge una macro
correzione a mano. Cambia il testo, anche dal punto di vista del contenuto. Primi due
periodi contengono la situazione. Tentativo di dialogo con l’oggetto preferito. È un
testo giocato sull’alternanza pronominale. Alternanza verbale, opposizione presente
passato. Tempo della memoria e del ricordo. Tema del dolore e del piano inaugurato
dal ma. Il discorso si personalizza sempre di più. È la scoperta del piacere del
ricordo. Era uno dei due titoli originali. Può derivare anche dal dolore. È coerente
con la linea idillica. Idea che rimembrare è dolce e dilettevole, coerente con la
titolazione. Intervento tardivo di Leopardi, edizione che sarà definita N 35, corretta in
buona parte da Leopardi maturo. Intervento provoca un’aporia nel discorso. Sente
esigenza di intervenire, perché? La versione originaria del settembre 1819 è ancora
legata alla stagione delle illusioni. Disperazione ancora attiva. Con la crisi del 19,
tentativo di fuga, malattia. Con questa crisi si entra nella disperazione inerte,
rassegnata. Leopardi trasforma il testo, si innesta un tono diverso, una discordanza di
tono. Senza questa macro correzione sarebbe stato un idillio vero e proprio. Prima
diceva che è piacevole ricordare in ogni età. Ricordo dà conforto. Ora non nega il
piacere, ma questa ricordanza è diventata amara, acerba, aspra. Testo del 1831. Le
ricordanze avevano spostato in modo pessimistico il tema della rimembranza. Alla
ricordanza puramente idillica, fonte di consolazione, fa succedere una rimembranza
acuta nel dolore, compagna permanente. Perché il ricordo diventi rimembranza,
spostarlo nella prima età, nel tempo giovanile. Ricordanza può funzionare solo nel
tempo giovanile. Aveva scritto anche il Passero solitario. Ci si pente di aver ricordato
e sperato, e quindi di non aver vissuto. Non ci si può illudere di ricavare piacere dalla
rimembranza, fonte di pentimento. Non è più piacevole ricordare. Deve intervenire
sul testo e aggiornarlo. Ricordare senza illudersi. Limitazione non richiesta al
momento della data della composizione. Sente l’esigenza di intervenire. Non più
durativa ma limitata, recupera i limiti del presente, ne specifica la stagione. Passa ad
una correzione. Passa ad un sostantivo filosofico. Si fa un affanno universale.
Leopardi tende ad alleggerire il testo, a togliere. Si rende il verso più silenziosi,
piccoli ritocchi, liberato il nesso causale, nodo causale. Mimetizzare questo perno,
ché accentato. Il valore di questo che finale risulta più ambiguo, consecutivo, parola
meno grammaticale, logicamente grammaticale, più colloquiale. Risulta una rima al
mezzo. Questa assenza della rima viene recuperata da legami dell’assonanza.
Leopardi ad eco identici suoni desinenziali. Ricorrenza di parole che finiscono in –or.
Motivi iterati e ripresi. Suono velare della u, inaugurato da u. Sonorità liquida
dominante. Sciogliersi delle liquide nella luminosità filtrata dalle lacrime. Ricorrenza
della particella pronominale ri-. Verbi che sostano e ritornano, rapporto iterativo,
specie di indugio sull’azione. Impostazione della voce leggermente diversa. Infinito è
puro parlare interiore, qui subentra il tentativo di dialogo. Desiderio alla base di
parlare al di fuori di sé. Mira alla parola semplice, ma questa sovrana semplicità non
deve ingannare. Parole più semplici sono anche quelle di tradizione. Graziosa =
portatrice di grazia. Lo usano Cesarotti, Dante, Foscolo. Grazia deriva dal semplice e
dal naturale, così come deve essere la parola poetica, di tradizione. Lo usa Galileo.
Galileo descrive la luna come un oggetto reale ma insieme incantato e magico.
Galileo postilla l’Ariosto. Leopardi postilla Ariosto e Galileo. La letteratura è
fondante. Nebulosa delle lacrime.
Lettera a Pilla  ritratto di Leopardi. Per lui è bruttissimo, ma di farlo girare per far
vedere che conta qualcosa. Opposizione tra il vedere degli occhi e il mirare della
mente.
La maggior parte dei vocaboli e delle voci sono idilliche. Solo un sostantivo non
idillico, proprio nella correzione. All’interno di questa costellazione non appartiene al
lessico idillico, assuefazione, la memoria fa conoscere l’infondatezza delle speranze
passate. Ridurre l’ampiezza della speranza. Termine di origine sensista. È un termine
che definirebbe geometrico. Non è un termine sentimentale. Blocca la rimembranza.
A Silvia
1828, Pisa. È un dialogo con l’assente, testo della mancanza, inaugura serie di
colloqui con chi è assente. Dialogo a distanza che ha radici antiche, studi sulla
rievocazione dei morti. Poesia non nasce mai dall’immediato. È una poesia narrativa.
Dalla gioventù alla dimensione interiore. La struttura del testo è progressiva e
circolare. Prima strofa, incipit, apostrofe. Circolarità  salivi, anagramma ripetuto 3
volte. Sceglie la forma aferetica di inverno, sceglie molcea. Apocopi che creano un
basso continuo. Questa patina antica è legata alla diagnosi sull’impossibilità di fare
lirica moderna. Se la lirica può riproporsi nel moderno, lo può soltanto indossando
una veste antica, greca. Significa castità espressiva, essenzialità. Pochi mezzi
espressivi, uso dell’aggettivazione. A volte è monca, rinuncia agli aggettivi. Aggettivo
sostituito con semplici qualificatori. Leopardi si appaga di un solo aggettivo,
qualificativo. Maggio odoroso, vie dorate. Aggettivi di semplicità, essenzialità
lessicale. È una canzone libera. Testo tardo. Nasce dopo anni di silenzio poetico.
Dopo il quale scriverà ‘Il Risorgimento’. Questa ripresa lo conforta. Settenari ritmo
da canzonetta e da ballata. Chiudono tutte le strofe. Settenari è più cantabile.
Termine molto raro nella titolazione. Prima era titolo rarissimo. Pochissimo si parla di
canto vero e proprio. Non ci sono accenni tanto al canto come protagonista. Come
attivatore di sensazioni sì. Silvia è collocata all’interno di un suono. È il canto che fa
scatenare un testo. Fa sì che sembri una canzonetta, qualcosa di più lieve. Parla di
una mancanza. Modo di concepire il dolore sottoforma di canto. Endecasillabi veloci.
Difficoltà di arrivare ad una soluzione finale. Sono tutti segni di una vitalità
leopardiana. Nasce da quel senso di meraviglia che ha sempre avuto Leopardi. Senso
di meraviglia verso le cose e le creature della vita, dalle stesse scelte poetiche.
Lessico petrarchesco. Le sue figure (donzelletta, pastore, passero) in Leopardi
perdono quell’ingessatura fredda che hanno in Petrarca, dove sono dei tipi. Leopardi
le trasforma in parole fraterne, come se fossero persone vere a cui rivolgersi.
Esigenza di rivolgersi ad altri, lessico fraterno, creaturale. Come se cercasse di
parlare ad ognuno di noi. Leopardi ama lavorare su materiali precedenti, pezze che
cuce e ricuce insieme, su testi che si ritrovano. Appunti di un progettato e mai
realizzato romanzo. Ci sono dati che poi usa in ‘A Silvia’, storia di Teresa Fattorino,
‘canto mattutino di donna’. Si trovano due riferimenti antichi rispetto al canto e al
lavoro al telaio. Si parla di Circe al telaio che tesse. Donna che canta mentre lavora a
lungo. Nello Zibaldone il tema dei canti ricorre, percezione uditiva fa scattare il
ricordo di Recanati, la sua rimembranza, che scatta attraverso ricordi giovanili.
Scatta da una verità. Scrive in una lettera a Paolina  “ho qui una strada..che chiamo
via delle rimembranze ..e là sento le donne cantar”. Canto che fa scattare la
percezione poetica. Ricordo di giovinezza, non ricordo amoroso. Nella sua bellezza
luminosa, emblema della speranza, giovinezza assoluta anche se labile. Recupero
della giovinezza. Silvia è anche nome letterario, recuperato dalla tradizione. Aminta,
nomi usati da Metastasio, Silvio Sarno è protagonista di breve romanzo
autobiografico leopardiano. Percezione del mondo, fine che faranno, fine prematura.
Nella parte iniziale ci sono tutta una serie di aggettivi. Proposte di aggettivare.
Sinonimi poetici. Non sono sinonimi veri e propri. Hanno lo stesso significato poetico,
sono intercambiabili. Corredo linguistico. Fuggitivi è diventato un vero e proprio
leopardismo. Fuggitivi = ritrosi, verecondi. Altrove Leopardi accosta anche a
significati = che muore, che fugge via. Correzione finale  recupera un ossimoro. È
un ardire. Recupera un significato luttuoso, la poesia sarà luttuosa. Orecchio 
realistico. Orecchi al plurale, più amabile, dilatato. Passaggio tra ultimo verso 
passaggio da termine a parola. Percotea è termine tecnico della scrittura. Cambia in
percorrea, più dolce e vago. C’è una distanza semantica, ma prossimità fonica, il tono
è sempre lo stesso. Usa chiuso morbo  perifrasi ottocentesca per indicare la tisi.
Usa ancora nella versione manoscritta la preposizione articolata in modo analitico e
non sintetico.
Leopardismo tipico  ragionavan. Verbo dantesco  sonetto ‘Guido io vorrei’.
Citazioni e richiami. Ultimi versi di mano incerto. Prova una serie di varianti
alternative. Immagine figurativa finale. Immagine iconica e sepolcrale, statuaria,
caduta di tono, influsso di poesia sepolcrale. Stride con il tono di A Silvia.
Quando Leopardi riflette sulla lingua poetica, anni in cui Manzoni si dedica alla
lingua della prosa letteraria. Citazione di Manzoni, del 2 febbraio del 1806, la
seconda è di Leopardi del 1823. Manzoni ha 20 anni, scrive a Fouriel, traccia un
panorama desolato della situazione linguistica italiana. Grande mare della dicotomia
tra lingua parlata e scritta. Lingua scritta che sembra morta. C’è stata tanta
corruzione, ma lingua dei poeti si è mantenuta incorrotta. Manzoni e Leopardi danno
giudizio opposto alla situazione in cui vivono. Manzoni avverte il limite della
situazione. Vantaggio di questa dicotomia,anche in comparazione con le lingue
d’Europa. Raccontano separatezza della nostra separazione linguistica. La lingua
parlata è soprattutto quella dialettale, lingua viva dei dialetti. Presso le classi colte, lo
stesso Manzoni parlava dialetto. Solo unificazione del paese comincerà a far sì che
possa nascere una nuova necessità, lingua di scambio e comunicazione. Sogno di
Manzoni, impiegherà più di 20 anni. Circolava una lingua impostata in modo
tradizionale, significa due cosa:
• Italiano è una lingua di grande spessore intellettuale, spessore storico,
incapace di aderire al mondo della vita quotidiana.
• Tendenza alla polimorfia, proliferare di varianti alternative, allotropi. Per
stessa parola 2 forme. Allotropi vengono usati nella lingua perché i testi che
fungevano da modello linguistico in realtà erano testi linguisticamente stratificati, di
base fiorentina, su questa base confluivano elementi di alta provenienza. Base
toscana altri usi linguistici. Persistere del monottongo siciliano. L’apocope è un fatto
toscano. Uso parlato, perché dovrebbe conservare una maggiore rapidità. Presenza
da altri lessici, presenza del latino come serbatoio di lessico, lingua normativa per
l’ortografia.
Cambiamento linguistico è che i diversi allotropi esistano per tanto tempo. Alla base
di questa lingua per molti gioca anche altro fattore, scrivere in italiano è dovere civile
e nazionale. Gli intellettuali sentono che scrivere in italiano è un dovere civile è
nazionale, c’è bisogno di chiarezza linguistica. Impegno per i dotti, scrittori. Intesi
come cittadini. Tempo pedagogici, linguaggio più informale. Qual era la situazione
della prosa?
Riassunto delle pagine di Serianni, ricche di nomi propri.
• Esigenza di un pubblico più vasto, eredità del 700. Si cercano modi stilistici
che portino ad una maggiore leggibilità dei testi, albori della letteratura di massa.
Pensare che si possano scrivere romanzi per essere venduti, né che ci voglia una
grande cultura. Antonio Piazza scrivere romanzi dai titoli eloquenti. ‘La filosofessa’..
avventure di donne, romanzo si propaga come letteratura marginale, sottogenere.
Lingua piena di neologismi, francesismi, regionalismi, uso settentrionale del suffisso –
essimo. Si crea una lingua non omogenea stilisticamente. Non sono autori raffinati.
Autori che al pubblico piacciono. Tematicamente si aderisce al presente, trame di
argomento contemporaneo. Tratti linguistici classicistici. Connotazione studiata del
possessivo. Lessico che ha dei tratti burocratici, la prenarrata disavventura, la serva
della suddetta. Importanza di questi scrittori Chiari, Piazza …  aver diffuso alcune
forme espressive che sono diventate popolari. Uso dell’appello al lettore in terza
persona. Non più un appello diretto ma in terza persona. Ebbe un bel dire. Uso alto
dell’iperbole. Uso dell’ipotassi. Uso degli infiniti indipendenti, ritroviamo nella
struttura del discorso indiretto libero. Ne ‘l’attrice’del Piazza  squarci di una
sintassi svelta. Accanto a questa messe di tentativi di romanzi, nuovo dal punto di
vista tematico e stilistico, atteggiamenti più tradizionali, Alessandro Verri  Notti
romane. Scrive un romanzo come se fosse un cruscante. Lingua gonfia, scrupoli
grammaticali, si chiede come trovare una parola aulica. Si va in direzione contraria.
Scrivono versi in realtà  donzella, imene, mirar, poscia che, avvegna che…suffissati
in –evole molto nobili venerevole. recupero toscaneggiante, grande uso di forme
trecentesche, cinquecentesche. Vico, nella Scienza Nuova, recupera forme
trecentesche che il 500 aveva considerato desuete, forma desueta di anatomia. È
originale, dal punto di vista del lessico a volte retrocede, mentre nella grammatica a
volte sintassi sentenziosa, ritornano stilemi classicheggianti, altri molto nuovi,
incidentali che aumentano. Monti  lo accusa di negligenze linguistiche. Giuseppe
Baretti, ribelle della lingua sceglie una lingua più conservativa. Nelle sue lettere
destinate ad un pubblico inglese, usa una lingua espressionistica, torna all’suo dei
parasintetici. Demotismi  modi di dire popolari. Paragoni quotidiani. Cesari scrive
delle novelle, Botta scrive storia dell’indipendenza degli USA con linguaggio
cinquecentesco.

22 novembre 2017
Tentativi di concepire il romanzo. Si crea un romanzo di tipo mistilingue. Mano a
mano che si procede si frenano le tendenze linguistiche, generale ripiegamento
nell’italiano nazionale in vari modi. Chi torna indietro, o afferra modelli puristici e
conservativi. Modelli di romanzo di lingua trecentesca e cinquecentesca. Forme di
classicismo alto, italiano regionale (scelta dei Veristi), ricerca di toscanità
(operazione di Manzoni, Nicolò Tommaseo, lingua più degna di essere italiana.
Lingua del romanzo, genere nuovo). Tommaseo  “Fede e bellezza” impasto
eterogeneo. Marcata varietà del lessico, toscanismi demotici, che sono ricavati dalla
lingua contadina, improsciuttito, damo. Voci ruvide. Impasto di laboratorio che
suscitò una serie di critiche. È costretto a riscrivere il romanzo perché inelegante.
Interviene su fattori grafici. Scioglie le apocopi. Riduce il lessico. Interviene
sull’ordine delle parole, sintassi più lineare. In questi anni questo italiano per la
prosa aveva anche modelli fuori d’Italia, Scott, Werther, Stern,lingua di gusto, dove
umorismo, filosofia, storia si miscelano. Esempi dall’Europa di romanzi mescidati di
tipo storico. Luigi Ciampolini. Serie di romanzi storici di grande moda, Cesare Cantù,
scrittori definiti romantici e settentrionali, Carlo Grossi, Massimo d’Azeglio, genero di
Manzoni. Difficoltà, plurilinguismo, romanzo storico, tentativi di riscrittura. Tutti i
romanzi non raggiungono l’omogeneità linguistica. Tematiche lontane. La soluzione
finale che Manzoni è del fiorentino colto, parlato dalle persone colte. Guardano alla
seconda edizione, la 27ana, impasto di dialettismi, francesismi, cultismi, rendevano la
scrittura disomogenea. Fra questi scrittori si può ricordare scrittori incapaci di
arrivare ad una scrittura omogenea  Ippolito Nievo, lingua composita, voci
lombarde, friulane. Non riesce a scrivere una lingua adatta ad una nazione che si sta
formando. Uscì postumo l’autografo. Correggono la lingua, la rendono più comune.
Poscia > dopo. Si depennano i francesismi. Aggiustamenti morfosintattici. Presimo >
prendemmo. Da una parte romanzi irrisolti. Chiari, Piazza. Primo romanzo si presenta
sotto la veste di un romanzo epistolare. Permetteva a Foscolo di evitare il terreno
della lingua del romanzo e che non aveva l’italiano. L’italiano non era una lingua
parlata. Di questa situazione Manzoni era tormentato, lo si vede dal carteggio con
amici e letterati. Carteggio con Fouriel. Grandi volumi di lettere in parte inedite di
Manzoni. Era uno scrittore che non amava scrivere lettere. Difficoltà di lingua e
difficoltà di genere, a causa della sua natura. Genere da sempre inferiore, screditato.
Romanzi scritti su carta labile. L’accusa principale era di piacere al volgo, genere di
massa. Vocazione massima di piacere ai lettori. Si muove anche su territori ambigui,
accusato di cadere in volgarità. Troppo realismo. Genere diseducativo. Potere di
seduzione sul femminile. Quanto le donne francesi perdano la testa leggendo i
romanzi. Secolo delle donne nel romanzo. Stendhal. “Si consolano leggendolo”. Il
romanzo nasce come luogo dell’errare, del vagabondaggio. Luogo della digressione,
del labirinto. Luogo anche dell’errore. Lettore era accusato di lasciarsi sedurre da un
piacere languido. Si considerava pericoloso. Lo stesso V canto, Paolo e Francesca. Lei
è vittima della lettura. Francesca ha voluto imitare il romanzo nella vita. Romanzo
come erranza. Il romanzo è stato considerato un genere scadente. Non richiede
sforzo intellettuale. Si può permettere una scrittura libera. Don Chisciotte  merito
al romanzo, avere una scrittura libera, in ogni direzione “il tipo stesso permette
all’autore di mostrarsi lirico, tragico, comico..”. genere multiforme, timore. Genere
aperto. In Italia è ancora peggio, le difficoltà di genere si sommano. Manca lingua
vera per il romanzo. Anni dell’unificazione politica. La lingua risente delle esigenze
storiche. Lingua comune passa attraverso il romanzo. Molti problemi nell’Italia di
allora. 90% era analfabeta. Posizione di inferiorità, verso gli anni ’60 si approva la
legge Casati, estesa poi al resto del Paese, istruzione elementare per 3 anni, per tutti.
Avere una lingua per una nazione. Per 20 anni concepisce e riscrive il romanzo, si
impegna in politica. Per lui problema linguistico è sociale, dare la lingua agli italiani.
Scrive scritti teorici. Fino alla morte, il tormento della lingua sarà per lui tormento
principe. Grandi esequie a Milano per il suo funerale. Il Paese si è fermato. Verti 
messa da requiem. Paese che si ferma alla morte di uno scrittore. Manzoni vede il
mezzo per raggiungere l’unificazione linguistica  fiorentino. Uso parlato, attuale del
fiorentino. Cerca un punto linguistico medio, lingua media. Frasi che nate dal popolo
o inventate, o derivate sono generalmente ricevute o usate. Grande idea dell’uso.
Dagli scritti nel discorso, sono indifferentemente usate nell’uno e nell’altro uso. Vera
novità manzoniana. La scelta del fiorentino fece grandi progressi. Letteratura di
marca fiorentina. Promessi sposi entrano con due successi editoriali dell’Italia unita
 Cuore, Pinocchio. Seconda parte dell’800, creare unità linguistica. Crea unità di
tipo sociale. Diffusione di una lingua nazionale, togliere la lingua della prosa da
quelle che erano le regole della lingua della poesia. Era modello persistente. Lingua
era un linguaggio tutt’altro che aperto. Impermeabile al moderno. Operazione che
mette in campo Manzoni. Lui stesso non possiede un italiano medio. Conosce
lombardo, milanese, francese e italiano libresco. Non conosce un italiano di natura.
Non conosce una lingua viva. È alla ricerca di una lingua ignota. I Promessi sposi
saranno primo esempio di prosa non latineggiante. Capovolge il principio che una
lingua normativa debba essere solo quella letteraria. Romanzo italiano porta con sé il
problema della lingua. La lingua più adatta al romanzo è quella media. Romanzo
dialoga con la realtà più vera, vicina, rispetto a qualsiasi altro genere. Genere misto,
può assorbire registri diversi. Manzoni cerca un’omogeneità di registro, senza troppi
scarti linguistici. La maggior parte dei protagonisti sono analfabeti, ma non c’è
grande scarto. La parola deve arrivare a tutti gli italiani. Anche gli analfabeti sono
promossi ad un certo livello linguistico  dare grande dignità all’analfabeta. Il
romanzo esige un riferimento linguistico tra scritto e parlato. Inizia a dedicarsi alla
ricerca di una lingua. Lavoro di tipo strutturale, lavoro sulla forma linguistica.
Abbozzo di romanzo tra 21 e 23, poi edizioni del 27 e del 40. Strenuo lavoro sulla
lingua, non è puro esercizio letterario. Impegno etico e pedagocio. C’è uso etico della
parola. Cerca parola per una nazione intera. Avvicinare la lingua letteraria al
discorso medio e comune. Concetto dell’Uso. Sogno di una lingua comune, processo
estenuante. Ci sono altre ragioni per scrivere un romanzo. Sono un romanzo attorno
ad una parola che non si possiede. Non c’è un altro grande libro in cui la condizione
sia così presente alla coscienza di uno scrittore. La parola scritta si para di fronte a
loro come un ostacolo. Duplice volto di strumento di potere e di informazione.
Tagliati fuori dalla storia. Manzoni non fa che dare dignità della loro storia. Romanzo
di una disparità, lontananza. Solo l’uso di una lingua conosciuta con sicurezza pone le
basi per farci tutti uguali. Atto di accusa, manifesto contro la mala parola. Parola del
potere, del mal governo. La mala parola sta anche nella cultura. Manzoni fa anche un
processo alla corruzione della cultura. Don Ferrante. Cultura luogo dove la debolezza
si manifesta nelle forme più colpevoli. I colti sono più colpevoli di altri. Storia di
sopruso.
Fermo e Lucia
Tornato a Parigi dopo i moti del 21, sta vicino a Milano. Risolvere i problemi della
lingua. Costruita artigianalemente. Prospetta in una lettera le reali condizioni di uno
scrittore italiano. Elenca le cause. Povertà della lingua. Incertezze di fronte ad un
italiano da usare in prosa, mancanza di un italiano moderno, problema del dialetto,
ingerenza del francese. Vedo introduzione. Composto provvisorio di frasi un po’
lombarde, un po’ toscane, un po’ latine, di frasi che non appartengono a nessuna di
queste categorie. Romanzo mistilingue. È convinto che cia il bisogno di una lingua
comune. Toscano è lingua scritta ormai da più persone. Lingua parlata da molti. Era
più ricco di altre parlate, ritenerlo una lingua comune, in realtà era un dialetto con
più chanches. Uso della strumentazione, postilla il vocabolario della Crusca, consulta
il vocabolario di Cherubini. Trasferire l’idioma lombardo. Poteva essere tradotta nella
naturalità del toscano. Poco istinto. Opera confronto tra dialetto materno e lingua
letteraria. Cerca di recuperare linementi milanesi che corrispondono all’uso toscano.
Cerca di rendere omogeneo l’aspetto della lingua. Nonostante il grande successo
della 27ana, risultato è ancora una lingua diseguale, lingua che sente artificiale.
Conservazioni non hanno raggiunto ancora il loro equilibrio. Gli strumenti sono
ancora libreschi. Non più attraverso la letteratura alta, colta che aveva usato per il
Fermo e Lucia. Leggere e studiare la letteratura di genere colto. È sempre
letteratura. Buonarroti scrive commedie, farse, avvicinamento attraverso una
letteratura. Modi di dire medi e comprensibili. Avere le lune. Lui cerca una lingua
media, per un impegno socio educativo. Prima operazione di inchiesta sul territorio.
Cogliere quella variante che è il fiorentino delle persone colte. Fiorentino dei mercati.
Sentire la voce del fiorentino. Manzoni pone sullo stesso piano. Non letterata rispetto
ad amici colti. Cerca la viva voce comune. Decisa presa di distanza dalla tradizione
letteraria come fonte di legittimazione linguistica, si può ottenere lingua legittimata
anche non passando dalla letteratura. Testimonianza dell’amico Tomaseo. “..con
Cioni.. c’è nella letteratura di Lippi”. Manzoni si infuria. Importante passaggio  non
più lo scritto, ma la lingua vera. Libro “La famiglia Manzoni”. Cita la testimonianza
della madre. La revisione dura 13 anni. Scelta ristretta e specificata del fiorentino. In
Manzoni a poco a poco lo scrivere un romanzo diventa un problema sociale.
Strumento linguistico che potesse funzionare. Per la prima volta la questione della
lingua non è solo accademica. Non guarda a Bembo, ma alla realtà contemporanea.
Reale possibilità concreta di una lingua comune. Questa lingua spigliata deve nascere
dall’uso. Una lingua o è tutto o non è. Manzoni è soddisfatto. ‘cantafavola
fiorentinamente descritta’. Lingua strascicata e non pesante. Spigliata, scorrevole ed
agile. Critica ottocentesca aveva molte riserve. L’operazione finale ha dato molto alla
lingua italiana contemporanea. Lingua d’uso di oggi.
Fine prima parte
Adesione a livello fonetico, lessicale e morfologico. Vera e propria riscrittura. Per
quanto riguarda il lessico non ha colto tutto il fiorentino vivo. Lessico che Manzoni
riteneva più naturale e comune in Italia. Sono interessanti le correzioni che
riguardano la possibilità di avvicinare la lingua scritta al parlato. Forme dell’oralità.
Adozione dell’apocope insistita. Soppressione del soggetto pronominale. Altra
caratteristica. È Manzoni che sceglie. Lingua italiana è ricca di allotropi, sceglie una
forma. Tra veggo e vedo  vedo. Affermazione della forma dell’italiano
contemporaneo. Sono quelle più diffuse nell’italiano contemporaneo. Manzoni cerca
una lingua senza lustro, dalla quale è stata lacerato il cellophane letterario.
Abbandono di lombardismi. Peso della parola. Orme > passi, maggiore > più grande.
Registro più formale della lingua viene abbassato pressoché > quasi, espanso >
allargato. Locuzioni più naturali. Forme proprie sono sliricizzate con sinonimi di
tradizione meno alta. Forme di assimilazione. Si assesta l’italiano di oggi. Aere >
aria. Parole si spogliano dei loro tratti più formali. Lingua della poesia non doveva
diventare di per sé un genere comune. Ebbero orato > avevano pregato. Tratti
semantici minimi vengono sciolti. Si assiste ad una sostituzione di forme pretenziose
con forme più comuni. I Promessi sposi costituiscono esempio di prosa italiana non
aulica, non latineggiante. Ciò non vuol dire che sia una prosa dimessa. Non sono
innovazioni che distruggono il linguaggio alto. Cerca ammodernamenti. A brani > a
pezzi. Fossili linguistici non vengono più recuperati se non per altre ragioni.
Discernevano > distinguevano. Abbassa quelle forme che lui credeva di uso scritto.
Corredo ed operazione che fa Manzoni. Di per sé non c’è una grande distanza tra
forma cassata e proposta. Ma cassa la parola che sente più alta. Venire a taglio >
venire a proposito. Gragnuola > grandine. Ugnere il dente > assaggiare.
Fiorentinismo stretto ha ruolo particolare nel settore dei modi di dire. Certo è che
tutta questa operazione vuol dire creare un vocabolario nuovo. Sceglie molto lessico
fiorentino che è diventato tratto nazionale. Barcaiuolo > barcaiolo. Piaggia >
spiaggia. Romore > rumore, orme > passi. Lingua di smercio, del 900. Veduto >
visto. Lavora molto sul dittongo. Rimangono molti dittonghi alternati, ci sono
oscillazioni nell’uso del dittongo. Ci sono tutta una serie di dittonghi. Manzoni non
scende più di tanto sul dittongo. Variabilità linguistiche dei parlanti fiorentini, che
usavano entrambe. Si allinea su questa forma parlata. Cerca un’unità. Rivela un certo
atteggiamento che la pedagogia useraà  non ama la sinonimia, i doppioni.
Preferisce la proprietà di una lingua. Polemizza con l’uso dei sinonimi. Vocabolario
del Carena. Atteggiamento sbagliato dei vocabolari, sinonimi di tipo popolare.
Settorialità, scelta unica della lingua. Al di sotto di questa scelta che può apparire
chiusa, voleva confezionare che poteva essere usato facilmente. Inizio di un sapere,
italiano analfabeta, si inizia ad imparare un termine poi sinonimo dopo. Non era una
buona strada. Presidente di commissione per occuparsi di istruzione. Strumento
dell’unificazione linguistica. Vocabolario aperto. Soppressione del soggetto
pronominale. È obbligatorio in genere nei dialetti. Non indispensabile nella lingua
parlata. Scelta morfosintattica, imperfetto indicativo –o, voleva, volevo,
contrariamente a tutta la prosa dell’epoca. Processo di assibilazione. Beneficio >
benefizio. Fenomeno della lenizione. Indebolimento di consonante occlusiva. Lacrima
> lagrima. Pronome egli, ella generalmente è cassato oppure è convertito in lui, lei.
Edizione definitiva. Adotta delle soluzioni che si possono definire compatte ed
omogenee. È inesorabile verso le alternanze. Elimina fra a favore di tra. Non è per la
ricchezza semantica. Principio manzoniano dell’utile. A tappeto elimina una serie di
doppioni. Sistematico nello scegliere tra due forme coeve. Ng al posto di gn. Forma
meno popolaresco. Forme fiorentine interrogative, in genere preferisce quella più
rapida. Recupera quella deitticità che non ha egli. Lui, lei deitticità della
comunicazione. Sforzo di adattare la grafia e la pronuncia. Uso dell’elisione e
dell’apocope.

27 novembre 2017
L’abbassamento della letterarietà, parola più domestica. Stabilizzarsi del pronome
personale lui, recupera la sua deitticità iconica della comunicazione orale.
Sistematico nell’uso dell’apocope, elisione, legati ai modi del parlato, rimarcare
maggiormente la scioltezza del parlato. Non lo seguiamo nel passaggio della d
eufonica, passaggio da ad > a, ed > e, lui stesso è implacabile. Sistematico nel
passaggio delle forme sintetiche definitive, rispetto alle forme analitiche delle forme
articolate, uso del parlato, ma anche fiorentino. Uso del fiorentino diventa uno
strumento per ingessare un po’ la sua operazione. Italiano novecentesco ha ereditato.
Parlato scritto manzoniano. Brano dedicato a Gertrude. Capitoli 9-10. Storia della
violenza su questo personaggio, vittima sacrificale di un potere parentale, sociale,
storico. Storia vera di Marianna de Leida, conte Martino di Monza, prese i voti per
volere del padre con il nome di Suor Virginia Maria. Testimonianze storiche
drammatiche. Questa storia è rivisitata da Manzoni. Coglie l’animo incerto,
contraddittorio, di un’adolescente tra sogni e risentimenti, schiacciata dalla forza
delle capacità di sfruttare le debolezze di una ragazzina da parte del padre.
Lucidamente cinico nell’isolare la figlia, cerchio di solitudine estrema, rigetto
insopportabile. Società responsabile di una violenza, colpa senza riscatto. Violenza
psicologica, deteriorarsi morale della figlia, Gertrude è incapace di bene. Implacabile
il giudizio su di lei, ma anche la pietas. Attraverso la sua figura condanna un intero
sistema sociale pedagogico basato sul sopruso, violenza estrema. Ritratto di
Gertrude. Ritratti sono una presentazione iconica, non sempre necessaria, ci sono
protagonisti più o meno importanti privi di ritratto (pensiamo al conte). Descrizione
fisica o di costume, acconciature (nozze Lucia) arrivare a indicazioni fisiche e
psichiche che vanno oltre i contorni della figura, ricerca di una corrispondenza
morale, nell’animo. Molto spesso la presentazione iconica è funzionale ad
un’immagine negativa (don Rodrigo). Ritratti ottocenteschi, giocato su 2 possibilità,
ritratti a posteriore, presentati dopo che il carattere è stato descritto, lettore attende
di conoscere quale aspetto corrisponda, oppure a priore, carattere non ancora noto,
invitano a cercare corrispondenza morale. Seconda modalità  ritratto di Gertrude,
uno dei più impliciti e drammatici. Occorrerebbe rileggere 9 e 10 capitolo, ritratto
instabilità costretta e imprigionata nella geometrica rigidità dell’abito monacale,
modulata per alternanze, opposizione abito e volto è basilare. Procede nella
descrizione in modo alternato con analisi minuta come per nessun altro personaggio.
Segue in questo ritratto oppositivo tipologia pittorica quadri del 600, postura ritta
dietro la grata, volto impostato, 3 tratti salienti:
• Estenuazione
• Pallore
• Sguardo
Tra abbandono e risolutezza, inquietudine e vena di superbia, violenza. ‘La Signora’.
Capitolo 9, lettura. Testo deriva da un’edizione particolare, Caretti, le lezioni e le
parole nell’interlinea appartengono alla ventisettana, edizione più ampia sono
aggiunte, anche quelle in grassetto, della quarantana. Siamo di fronte ad un ritratto
singolare, ritratto enigmatico, descrizione procede dal generale al particolare, dal
meno intenso allo specifico, bellezza sbattuta e sfiorita, quasi scomposta. Sequenza
ternaria costituisce un crescendo percettivo, aggettivi segnale. Disarmonia
innaturale, dissesto interiore, reso enfatico dalla sequenza del nesso ‘direi quasi’,
figura scomposta, complessità si deve al fatto che tra i personaggi che hanno subito
violenza Gertrude è l’unica preda, violenza sottesa mascherata non è mai sopita, la
ragione dell’alta enigmaticità del ritratto, ha una sua misteriosità. Si nota una cura
particolare nella scelta della parola, moduli che precisano sempre di più. Unione
particolare di aggettivi e sostantivi. Svogliatezza orgogliosa, quasi specie di ossimoro.
Scrittura molto calibrata, ma avversativi, connectio, uso del come per introdurre
interpretazioni. Opposizioni all’interno di tratti somatici, opposizione in bianco e nero
del vestito. Spie lessicali che dichiarano qualcosa di indefinibile. Ripetizione della
parola mistero. Studiato e negletto. Alcune correzioni manzoniane. Tendenza a
sostituire le parole più rare con quelle più comuni secondo l’uso fiorentino. Proposte
interlineari poi cassate. Forme più sostenute passaggio. Espressione più domestica 
in giro. Rimane fenomeno della iprostetica, che nell’italiano di oggi scompare.
Incantata forse è più adatto al personaggio. Punteggiatura fitta. Manzoni è
sistematico, abolisce arcaismo. Scioglie la sintassi più complicata. Frase articolata e
complessa viene sveltita e sciolta, passaggi importanti lessicali e sintattici. Ritta è
uso fiorentino. Capitolo I dei Promessi Sposi, quando Perpetua cerca di carpire
segreto di don Abbondio, certa autorevolezza di lei. Uso dell’apocope, Manzoni
diventa più svelto. Giunta > vista. Sequenza di sibilanti, interruzione dilatante della
sequenza di aggettivi sconcertata > scomposta, disagio non solo fisico ma morale.
Locuzione di stampo scritto, abbassamento di alta letterarietà. Volto > viso. Sceglie
tra la proposta sinonimica. Sceglie la parola mediana, c’è anche faccia. Senza essere
molto realistico come faccia, forma più corrente. Correzione dopo tra faccia, viso. A
dritta e a manca  uso scritto, abbassamento di alta letterarietà. Nerissimi > neri.
Sentiva la prima con questo suffisso come una parola più letteraria, preferisce quello
non organica. Si fissava. Chiedessero affetto. Forma fiorentina. Coglierci. Forma di
uso parlato fiorentino. Inveterato. Non ce lo aspetteremmo. Scelta è canonica.
Invecchiato è più legato allo stato fisico, sceglie parola più letteraria ma comunque
corrente. Nonsochè dilatante. Passa a cura. Scioglie, è un latinismo ma anche
fiorentinismo. Guancia > gota. Entrambe sono di uso fiorentino. Sceglie tra due
alternanze, parole quasi sinonimiche. Scioglie e parafrasa la letterarietà di scemo,
rendere mancante. Tinto, sbiadito. Elisione. Cascaggine è roba di vecchi, non si
addice alla persona di Gertrude. Compariva sfigurata. Secolaresca, vive nel mondo.
Manzoni abbandona parole come succinta. Rimarrà comunque s’uso anche parlato.
Forma sur. Passa dalla forma arcaica.
Addio ai monti, capitolo 8. Inizia il vero motivo migratorio, che percorre tutto il
romanzo come forma ricorrente, al quasi sereno rapporto tra personaggio e
paesaggio si sostituisce un rapporto di straniamento e di migrazione. Questo addio fa
da collante, cerniera tra le due fasi, quella dentro al cerchio del luogo natio e fuori
dell’avventura. Dà in fondo l’intonazione lirica e patetica, paesaggio si fa più
drammatico, comincia a portare i segni della sofferenza. Tensione lirica del passo,
modulato sulla forma del coro della tragedia, Adelchi, Conte di Carmagnola. Stralcio
lirico e indipendente dall’azione. Non nasce dalla bocca di Lucia, parla per tutti.
Scrittura dell’addio che supera il lessico e i pensieri dei protagonisti. Chiusa 99.
Questo stralcio è preceduto da una visione notturna del paesaggio, descrizione
calibrato, paesaggio che diventa soggettivizzato. Visione che si rastrema nel
personaggio di Lucia, nella sua casa. Adagio notturno parte. Parte questo stacco dal
livello linguistico più inerte. Forma quasi parlato. Questo enunciato si innalza con
delle unità sintattiche più attive. Mimano le percezioni visive e le percezioni uditive
del paesaggio, descritto attraverso una discesa in coordinate asindetiche scandite da
anafore, segna successive visioni del paese natale. Nella prima parte le percezioni
presuppongono i personaggi, passo siglato da forme verbali passive. Niente di
soggettivo. Nella parte discendente, diventano l’asse, frasi, verbi, legati alla
soggettività del personaggio. Correzioni di tipo artigianale. Scrittura oggi sanzionata.
In realtà lascia una virgola di tipo intontivo. Segue il parlato quando può nella sua
officina. Diventa più svelto. Passaggio fondamentale, voce alterata. Dall’uso alto di
egli, toglie il pedantesco, letterario, accademico. Definito antipaticissimo. Serie di
fiorentinizzazioni, divenute poi tratti nazionali. Barcaiolo, puntando, forme fiorentine,
sono allotropi. Sceglie l’allotropo più parlato del fiorentino. Forme fiorentine piaggia,
spiaggia. Sono ammodernamenti in chiave dimessa, arcaismi. Forme impersonali.
Elimina la ‘d’ eufonica. Passaggio a monti. Voce più intima, popolare, più locale ma
ugualmente comprensibile ad un’intera nazione. È diventato una parola più lirica. Poi
ci sono abbassamenti di letterarietà. Forme pedanti vengono sostituite con forme più
semplici ed efficaci. Semplifica, così come abbassa le forme più pedanti e faticose.
Decrescimento della letterarietà vera e propria. Cinta > muro. È sentito troppo forte,
passa ad una voce più nota. Sequenza dello sguardo di sociale. Camera è sentito
come più specifico. Precisione quasi clinica, segue i movimenti di Lucia. Scatta
l’addio.
Addio da una parte voluto e dall’altra forzato dovuto ad una violenza. In realtà è una
specie di pianto universale. Ripetuto ben 3 volte, passa da montagna > monti. Nel
capitolo 21  monti. Parola eletta per Manzoni. Passa ad elevati, più signorile,
nobile. Qui quasi scrittura lirica. Famigliari latinismo domestico, nazionale, rispetto
alla formula. Cassatura di egli. Rimane tristo. È un aggettivo negativo in Manzoni,
non qui nel senso di ‘malvagio’, ma ‘triste’. Comincia lassa esclamativa. Mantiene
voci ricercate. Potrebbero andare in una direzione opposta, è stralcio di scrittura
lirica. Sono comunque voci che circolavano. Rinnova con elementi più piani. Elimina
forme arcaiche consolidate. Manzoni sceglie tra due sinonimi. Volontà di scegliere un
sinonimo, ‘spirito scientifico’, scegliere tra due doppioni. Sono modi fraseologici. Usa
dei modi di dire. Passaggio dal vocabolario milanese. Forma sintetica ed unita.
Separa e semplifica. Proposizione diventa analitica. Natia di per sé è una parola
lirica, ma qui siamo di fronte ad un corale. Orme > passi, abbassamento letterarietà.
Scioglie il nesso nel penultimo addio. Fenomeni di abbassamento, costrutto letterario
artificioso, abbassamento letterarietà. Figli > figliuoli. Qui figli accezione teologica. È
un genere figliuoli in modo allocutivo. Abbassamento passa da forma maggiore a
forma più grande. Restaura l’ordine lineare della frase.
Incipit romanzo: pagina incipitaria, da sempre dedicano cura all’incipit gli scrittori.
Difficile trovare un incipit altrettanto solenne e maestoso nella letteratura
ottocentesca. È un incipit memoriale. Lo spazio della memoria è aperto dall’incipit. È
un incipit per questo memoriale. L’incipit paesaggistico rientra nelle modalità della
costruzione degli inizi del romanzo ottocentesco. Incipit paesaggistico può essere o
descrizione dell’ambiente, del paesaggio dove si svolge la vicenda (Scott, Balzac)
come se l’autore saggiasse il terreno nei dintorni, funzionale ad altro; poi ci sono
incipit in media res, incipit di immersione di urto (Guerra e Pace, Marias, Anna
Karenina). Effettivamente maestoso. Uso della punteggiatura scandita, dittologia,
procedere per parallelismi, paesaggio di tipo geografico. Inizio memoriale. Sintassi
molto plastica. Mette in atto giro della frase italiana, quasi ciceroniano. Inscenatura
topografica, primo periodo verbo della principale viene a stringersi. Tutto il primo
paragrafo può considerarsi unico periodo, corrispondenza chiastica. Sintassi sinuosa.
Secondo paragrafo, ci sono 3 subordinate implicite. 5 subordinate, una consecutiva,
una implicita, una concessiva, una comparativa, una relativa. Questa complessità non
è di inciampo alla chiarezza, ritrarre mimeticamente uno spazio. Questa descrizione
serve a materiare lo spazio. Funzionale questa resa materica dello spazio. La
punteggiatura analitica è molto studiata. Tante dittologie di ogni tipo tra sostantivi,
aggettivali, antitetiche, cumulative, dittologia è figura regina. Coppie che non hanno
la ridondanza che in genere hanno le dittologie dell’800. Usa l’arte della distinzione
cercando di abbassare la letterarietà, spetterebbe una scrittura molto più alta, ma in
genere sono di tipo geografico e semplici. Usa l’elemento della correctio. Molto
preciso. È una sintassi funzionale al punto di vista. Punto di vista dall’alto. Sia per
scrupolo di oggettività, deve essere più oggettiva possibile. Terza ragione, è un
cattolico, dall’alto guarda l’occhio di Dio, idea della Provvidenza. La Provvidenza
governa il romanzo. Manzoni concepisce questo incipit descrivendo una visione come
se fosse un geologo. Termini settoriali. Non è la visione del viandante, ma di un
cartografo, geologo, non di un viandante caro al romanzo romantico, qui è quasi un
naturalista, sguardo ordinante, fuga prospettica in ordine decrescente di grandezza.
Il punto di vista iniziale si rovescia solo ad un certo punto in questa descrizione.
Preminenza dell’oggetto sul soggetto. Animazione antropomorfica del paesaggio. Uso
non solo naturalistico della scrittura incipitaria. Animazione antropomorfica del
paesaggio. Uso di un linguaggio metaforico. Fin qui lo aveva evitato se non per
ironia. Poi il paesaggio stesso diventa animato. Manzoni si immerge fino al punto da
fare subentrare ad un lessico di base geografica e quindi percettivo, un lessico
animato, metaforico, quasi umanizzante. Diventa a poco a poco, l’inizio si riempie di
una accento famigliare. Obiettività descrittiva risale al Naturalismo del 700 è
relativa, è parziale, questo paesaggio non è discoperta, è un paesaggio di memoria.
Non poteva essere di fantasia, sarebbe stato non consono. Rende singolare questo
paesaggio in un romanzo dove il paesaggio è in funzione, si presenta come unico
protagonista ma ha anche altra funzione, assolutezza del romanzo, far sì che il lettore
colga l’entrata in scena dell’uomo che è don Abbondio. Uomo più umano, mediocre.
Questa entrata dell’uomo si oppone a questa assolutezza con effetto riduttivo, nella
sua purezza iniziale appare contaminato dal sopruso, dalla prepotenza, dalla
mediocrità, diventa un paesaggio sempre più migratorio, come se ci fosse staccati da
un paradiso iniziale. Ricerca di linguaggio geografico obbedisce a questo progetto.
Sintassi larga, non franta, sontuosa, sinuosa, porta con sé un lessico comune,
oggettivo, come se lingua e stile divaricassero, tanto è ampia la sintassi, tanto il
lessico è comprensibile. Eliminazione di aulicismi e lombardismi stretti, acquisizione
del fiorentino vivo, a favore di una maggiore normalità. Apocope viene ..viene. riviera
> costiera. Lessico geografico, il primo è sentito come troppo locale. Locuzione
lombarda. Il secondo è più adatto ad un pendio montano. Sostituisce parole auliche di
più netta e debole aulicità. Ivi rimane. Sceglie qui un fiorentinismo marcato. Siamo di
fronte ad una dittologia verbale discendersi, rallentarsi. Sceglie soluzioni
normalizzanti. Qui abbiamo in una sezione importante del romanzo, che è anche
quasi un manifesto di scrittura, come risolve il problema del dialettismo. Risolve
come risolverà tanta letteratura del realismo. Dichiarando che è voce lombarda. Lo
segnala effettivamente, lo mette in corsivo. Distanza dal dialettismo più stretto.
Bastioni è sentito forse come più settoriale di mura. Preposizione analitica, usi
eccezionali. Siamo in una scrittura tenuta su. Fenomeni cristallizzati della lingua.
Tendono a sciogliersi. Lascia discerna. Siamo ad una scrittura incipitaria. Lascia una
certa libertà di tipo fonico, legata alla fonia stessa. Dittologia di forma più comune,
qui non è forma ridondante, ma antica. Tratto > pezzo, dirompe > rompe. Effetto
normalizzante. Lascia l’uso della prostesi. Intericiso > tagliato, forma tecnica viene
banalizzata. Terre è un arcaismo nel senso di ‘città, luogo murato’. Desublima egli >
questo. Scioglie i costrutti più letterari e solenni. Dittologia, tutto è dittologico.
Inserimento del grassetto, scrittura che vuole essere il più preciso possibile.
Latinismo vero e proprio. Fra > tra, regola della sinonimia. Interventi di tipo
sintattico, aggettivo da epiteto ad aggettivo qualsiasi, dopo il sostantivo. Si affatica a
sciogliere i costrutti, a semplificare. Questa scrittura ha anche componente lirica.
Incipit e descrizione iniziano con novenario isoritmico. Ci sono assonanze e
consonanze insieme. Brano che contiene anche fila di endecasillabi. Non sono
infrequenti le rime, richiami fonici, omoteleuti. Molti interventi vanno in direzione del
parlato, più controllato quando siamo nelle sezioni più liriche o incipitarie del
romanzo. Sceglie forme più latina ma anche circolante.

28 novembre 2017
Edizione quarantana. Aspirazione di base di avvicinare la lingua letteraria al discorso
comune senza che la lingua cada nella mediocrità. Uniformità linguistica è valore
primario. ‘Della lingua italiana’, lingua che possa contenere domestico e tecnico…
Intento di avvicinare parlato e scritto, norma individuale a sociale, il parlato ha una
sua grammatica, scrittura, ha delle norme che derivano dall’uso. Questo accanirsi
alla ricerca di un italiano comune. Cercare di risolvere in maniera diversa il rapporto
tra testo del narratore e testo dei personaggi. Manzoni si chiede se si possa fare
parlare qualche personaggio in una lingua, in un idioma diverso dalla lingua generale
del componimento. Scarta, non vuole differenziare la lingua di un analfabeta rispetto
alla lingua colta. La soluzione di far parlare un idioma proprio implicherebbe la scelta
di vocaboli troppo mimetici e poco comprensibili, sarà la scelta di Monti. Manzoni
opta per una continuità linguistica, lingua che si può definire monolinguistica. Senza
salti di registro. Socialmente e culturalmente distinta per stacchi sintattici. La
sintassi rivela il parlato di una persona più o meno colta. Parlato-scritto manzoniano
riproduce serie di fenomeni del parlato in particolare nel discorso diretto ma anche
nel discorso autoriale. Fenomeni:
• Dislocazione, frase segmentata. Frase in cui si mette in rilievo al suo principio
o alla sua fine un dato tematico. Reduplicazione pronominale. Ci sono dislocazioni a
destra o a sinistra. È una alterazione della sintassi, spostamento di un costituente
della frase. È ben presente nel testo dell’autore, è un’eredità manzoniana degli
scrittori dell’800. Lo stampato lo sapeva leggere. Avviene anche nella dichiarazione
d’autore. Le occorrenze nei pensieri dei personaggi sono distribuite in modo
uniforme nei personaggi umili, meno frequenti in quelle di alta estrazione sociale.
Nella frase dislocata c’è uso abbastanza alto della virgola. Manzoni cerca nello scritto
la pausa della curva vocale che simula l’oralità. Crea uso enfatico della voce, genera
una situazione di attesa e di sorpresa.
• Anacoluto o tema libera o cambio di progetto sintattico. Forme sono
ugualmente distribuite, si accentuano nei discorsi dei personaggi subalterni. Due
espressioni legate tra loro per senso ma non sintatticamente, per cui una rimane
sospesa. La prima figlia che avremo, le metteremo il nome Maria. Manzoni usa una
virgola di tipo tonale, tra frase ed elemento dislocato. La farò io, la giustizia. Nella
correzione della ventisettana preme sugli interventi che moltiplichino processi di
enfasi, messa in rilievo del parlato. Eventi che esaltano il valore prosodico dato alla
punteggiatura che segue le inclinazioni dell’oralità
• Posposizione del soggetto rispetto al predicato, quando su di esso punto
l’intonazione. Lui morto > morto lui. Posposizione dell’aggettivo. Scioglie la sintassi
dei tipi più involuti. Fenomeni di questo tipo di oralità si concentrano negli immediati
dintorni del discorso diretto. Senza cedere in mimesi veristiche, marcature troppo
regionali, no ai dialettismi chiusi, regionalismi forti, come invece sceglie Foverzano,
Verga. Non punta tanto sul lessico, ma soprattutto per via sintattica, è la sintassi che
dà agilità e movimento, si libera. Non c’è la volontà di adeguarsi alla lingua del
personaggio, non c’è volontà mimetica. Manzoni segue l’uso fiorentino anche al di là
della grammatica. Approva che le regole possano essere violate, quando rimedia ad
una mancanza. Rifiuta una lingua astratta. È a favore di una lingua concreta e
comunicativa. Rinuncia alle proprie scelte individuali.
• Che in declinato. Che polivalente è tratto del parlato colloquiale. Quando il che
diventa un introduttore di subordinate che avrebbero bisogno di congiunzioni più
precise. Tratto di pan italiano. Può introdurre diverse subordinate. È polifunzionale.
Usato anche per i complementi diversi. Anche nel discorso autoriale. Non diventa mai
marca di colore. Arriva a modulare la voce dei segni interpuntivi ricorrenti e
pressanti, punti di sospensione e quindi le forme di ellissi e reticenza, punti di
sospensione sospendono la frase, marcare il tono della frase da punti esclamativi e
interrogativi. Accompagnano momenti di reticenza e silenzio. Orientano l’attenzione
del parlante. Alto uso delle esclamative. Statistica lunga e ricorrente. Onomatopee e
deittici, imprecazioni monche e lacerate. Crea delle vere e proprie maschere
acustiche, vuole fare sentire la voce, trascinamento uditivo di consonanti e di vocali.
Interrompe il significante onomastico, ricrea l’oralità.
• Fenomeno dell’iterazione. Meccanismi iterativi propri dell’oralità. Ridondanza
di avverbio, congiunzione. E poi, e poi, e poi quando saremo là… Iterazione. La
ridondanza pronominale è altissima. Interagiscono tanti fenomeni di parlato. Puntini
di sospensione segnano il parlare di don Abbondio. Uso di parola elusiva, reticente ‘la
cosa’, parola sostanza. Cambiamenti di progetto di parlato. Performance oratoria di
Renzo all’osteria. Renzo parla all’oste, ci sono altri avventori. Si rivolge anche ai
commensali. C’è un’alterazione. Si rivolge direttamente ai clienti. Crea tre virate
della sintassi, molto teatrale, naturale.
• Ci sono poi dei moduli della frammentazione del discorso, attraverso incisi
emotivi, clausole sospensive, che diventano frequenti nella quarantana. Momentanee
sospensioni della voce che scivola nel balbettio, nel tremore. Spezza il vocabolo per
mimare l’intonazione della voce. Ci sono tutta una serie di punti esclamativi ed
interrogativi, grande rilievo mimetico le forme di interpunzione. Resa drammatica del
discorso. Segnano il procedere difficile della parola del personaggio. Assalto ai forni,
capitolo 12. Breve frase di tipo giornalistico, descrizione degli eventi, concentrazione
di tratti dell’oralità, tratti che segmentano il testo. Alterna il drammatico della voce e
lo stile svelto, a frangere e a marcare la paratassi in questa descrizione. Passo avanti.
Coglie i fatti prosodici della lingua parlata. Informa come farà Pavese, Levi, Calvino
esplicitamente della prosodia dei discorsi. Attento alla gestualità dei personaggi.
Gestualità che accompagna la voce. Quando carpisce il nome di don Rodrigo.
Indicazione prosodica di tipo autoriale. Gestualità e voce insieme, catturate da
Manzoni nello stesso tempo. Don Rodrigo precipita quelle poche sillabe. È attento al
seguire la voce. Solo un grande scrittore insegue le diverse inclinazioni della voce.
Narrativa attenta a mettere in gioco. Manzoni va ben oltre. Prosa di Boccaccio.
Manzoni ne fa una cifra del romanzo vero e proprio. Manzoni viene effettivamente a
simulare i ritmi dell’esecuzione melodica della voce. Studio di Einaudi di Enrico Testa
‘Lo stile semplice’, gesticolazioni fonetiche e linguistiche in Manzoni, differenza
interiezioni primarie sono le più semplici, secondarie sono quelle rappresentate da
voci lessicali. Verbi e avverbi che funzionano come interiezioni. Interiezioni
secondarie. In Manzoni preminenti quelle primarie. ‘Ah’ ha chiave tonale più esposta,
sono le più ricorrenti. ‘Oh’ stato emotivo della paura, sorpresa, angoscia, invocazione.
‘Eh’ è fenomeno più complesso, sostituisce un’interiezione più dialettale ‘ne’. Cattura
la phoné, tratto importante nella narrativa, aumenta tensione semantica della parola.
Uso narrativo in tutti questi fenomeni. Progetto di lingua. Fenomeni che nascono dal
contatto tra scrittura e oralità. Parlato-scritto di Manzoni, evita la piattezza
linguistica.
• Tipo di argomentazione basata sui modi di dire, nella prosa manzoniana
vivacizzano la lingua invece di appiattirla. Capitolo 23. Impossibilità di parlare
all’interlocutore presente. Manzoni descrive questa impossibilità causata dalla paura.
Quieto vivere di don Abbondio. Avverbio ‘quietamente’ è parola spia. Soliloquio
esprime l’essenza dell’uomo don Abbondio, raschia il fondo della sua anima. Passo in
cui i modi di dire ricorrono frequentemente. Testo tutto basato su moduli iterativi,
modi di dire che rendono dinamica la scrittura. Questi modi di dire sono costati molto
a Manzoni. Dichiarazione a metà. Quando trova queste equivalenze è soddisfatto. Tra
milanese e toscano. Andare in paradiso in carrozza. È una scrittura che si avvita
intorno alla difesa dell’io. Pronome usato anche nella cadenza esclamativa. Ritorna
sempre in questa pagina, difesa di sé da parte del pover’uomo. Rilievo dato alla deissi
pronominale, sembra esaltare da un lato l’egoismo di chi si sente come don Abbondio
infastidito, dall’altro marca anche il diffidente distacco da chi lo incomoda, lo
infastidisce. Innominato è ostracizzato da don Abbondio. Deittico costui. Nella prosa
generale dei Promessi Sposi non ha una connotazione negativa come non ce l’ha
nell’italiano moderno. Qui si riferisce ad un personaggio innominabile. Più benevolo
nei confronti di un altro potente don Rodrigo. Sostituzione di ‘egli’ in ‘lui’ esalta la
figura di don Rodrigo in un quadro di mondanità seducente per don Abbondio più che
deprimere la figura nella condanna. Ne è quasi soggiogato. È sempre pieno di stizza,
di trovarsi in una situazione spinosa. Soliloqui esprimono una specie di irascibilità.
Soliloquio è modo che non potendo sfogarsi all’esterno, è per censurare sé stesso.
Stereotipi di senso comune e popolare. Aver l’argento vivo addosso. Comincia con
una specie di esclamativa nascosta. Gli abbiano… Gli  unico caso di soggetto
plurale. Si permette anche forme più marcate. Sintassi che molto spesso è legata da
giunture rappresentate da congiunzioni più semplici. Comincia la catena delle
giunzioni. Inserimento di mi in grassetto. Aggiunta intenzionale.
Tutta la scrittura gira attorno all’io pronome di don Abbondio. Non solo locuzioni del
senso comune, ma punteggiatura emotiva, marcata. Passa alla forma più semplice
fiorentina. Ripetizioni. Consulta le persone di Firenze che aveva in casa. ..Benestare..
 espressione toscana corrente. Abbandona la forma con consonante scempia.
Scrittura così punteggiata di interiettive, una serie di anafore e ripetizioni, e che
puntella il testo. Uso negativo di costui. Leggero decrescimento della letterarietà.
Mettere sottosopra il mondo. Espressione parlata. Preferenza alla forma analitica
della preposizione articolata. Scioglie nessi sintattici più faticosa. Presenza di punti di
sospensione che segnano oralità. Posizione marcata, domande che si fa lui si dà delle
risposte. Anche elisione eccessiva. Non esprime condanna. È don Abbondio stesso
che recita la sua condanna, mette in scena la sua mediocrità, viltà. Dislocazione a
sinistra. Popolarismo  sua. Parola spia, incassata tra due virgole, ‘quietamente’.
Mima il dialogo di don Abbondio, che nel soliloquio ripete il dialogo del cardinale.
Iterazioni ravvicinate. Dialogo trasferito nel soliloquio. Anima la sintassi, la fa
diventare ‘scoppiettante’, vulcanica, eruttiva. Paragoni in genere semplici, mediocri.
Abbassamento della letterarietà rispetto ad una tessere linguistica più fossilizzata. La
scrittura segue ad un ritmo più alto questo soliloquio di don Abbondio, che
precipitano tutte in un finale che richiama all’ordine. Richiamo finale alla sua
filosofia, al suo ordine mentale. Linguaggio parlato. Modo di dire ricorrente nel
toscano, anche scritto. Toscanismo tradizionale. In realtà arabismo da ‘cappa’, parte
posteriore del capo. Significa il rovescio di una cosa. Ripetizioni. Anafora che ribatte
su questa scrittura. Forma più ingessata > mi pare. E congiuntiva, come se i pensieri
divenissero mano a mano in una sintassi aggiuntiva. Elenco dell’affollarsi dei pronomi
personali. Folla delle domande. Passato dalla forma ‘vi’ a quella ‘ci’ più parlata.
Scioglie la sintassi. Appena fa affermazione vagamente positiva, subito c’è una svolta
del ‘ma’. Ripetizioni anaforiche alte tollerate perché molto parlate. Presenza
imbarazzante ma autorevole. Folla di interrogative e di pronomi d’affetto. Manzoni
aggiunge in grassetto. Aggiunge appositamente questo ‘mi’ tanto perché la scrittura
si avvita intorno all’ego di don Abbondio. Insistere sull’esclamativa. Tratto colloquiale
modo di dire, ‘ma’ che ricorre. Modo di dire, ruolo dell’avversativa è rilevante.
Appena rilancia in una dichiarazione partecipata, affettiva, subito torna indietro e
riporta tutto a sé stesso, riporta la colpa sulla vittima, in una sintassi tutta iterativa.
Riprese marcate. Riprese pronominali del parlato, sanzionate in un testo scritto. Uso
parlato dell’eco presentativo. Paragoni culturali di don Abbondio sono triti, non c’è in
don Abbondio il parlare elementare di Renzo, rivela banalità quasi compiaciuta.
Ritorna a cadenzare questo passo, fino al possessivo, iterato. Esclamativa popolare.
C’è un altro uso del pronome personale, scrittura che è tutta di tipo pronominale. La
sintassi si snoda attraverso proposizioni sempre più incalzanti. Passa da varie
proposizioni interiettive, nominali, pseudo interrogativi, in un incalzare di
replicazioni, con inserimenti di parlato di altri. Imita idealmente un dialogo. La
pagina diventa più dinamica. Cosa conta in tutto questo discorso? La direzione del
procedere dello scrittore. Idea manzoniana, processo sul piano teorico e volle
realizzare sul piano pratico. Debito che l’italiano contemporaneo ha nei confronti
delle proposte la maggior parte delle varianti coincide con le forme usali dell’italiano
di oggi, anche soltanto quando ribalta le proposizioni ottocentesche. Proprio nei tratti
in cui l’uso ottocentesco era ambiguo, oscillante Manzoni ha deciso. Edizione
quarantana ha funzionato come cassa di risonanza tardiva, ha amplificato tendenze
già in atto. Influsso di Manzoni è indubbio, ha accelerato il declino della forma
concorrente. Questo è stato un contributo effettivo a ciò che si cercava. Ha
contribuito alla medietà e alla uniformità dell’italiano, non allontanato dagli uomini
che lo parlano, è una rivoluzione. Italiano senza blasoni, pedigree.
Dopo Manzoni si parla di molte lingue del romanzo. La lezione manzoniana non era
così facile da applicare. Centro linguistico è il fiorentino, diventa difficile. Per
arrivare ad una misura media della scrittura, alla ricerca dell’oralità, Manzoni crea
una sorta di monolinguismo rigoroso, difficile da seguire, gli scrittori tendono a
differenziarsi. Cercano un uso differenziato della lingua. Dossi, Fogazzaro, Demarchi
 Demetrio Pianelli. Non è allineato sulle scelte linguistiche di Manzoni. Non riuscirà
ad allinearsi Balbiani, che ha pensato di continuare i Promessi Sposi, personaggi
caricaturali. Persistono cultismi che Manzoni aveva cercato di togliere. Scrittori che
cercano di imitare Manzoni, sono attratti dalla mimesi della lingua viva, anche dal
culto del parlato non toscano. Fucini, Collodi, toscani di nascita. Sono forse più vicini
alla lingua che Manzoni si augurava per il romanzo. Toscanità maremmana, oppure
centrale, Collodi diffonde una serie di termini che diventano tratti nazionali. Stizza,
bizza. Fortuna editoriale di Pinocchio. Toscanismi di Collodi sono all’interno della
toscanità vera e propria. Fucina  dialogo dei personaggi umili, uso delle
dislocazioni, ‘ci’ attualizzante, modismi dell’attualità, che polivalente. Uso del
pronome ‘unigenere gli’. Riferito anche al plurale o al femminile. C’è più attenzione al
parlato scritto manzoniano che non avranno scrittori che ruotano anch’essi nell’orbita
manzoniana. Progetto di una lingua unificata. Prosa del secondo 800 risponde con
una difforme omogeneità, sono scrittori diversi tra loro, chi sceglie il dialetto, chi
l’oralità, chi un insieme di dialetti, Fogazzaro passa dal veneto al lombardo, chi va in
direzione contraria D’Annunzio prosa che imita poesia. Di questo monolinguismo
cercato da Manzoni solo Verga, riuscirà a creare un monolinguismo attraverso scelta
di registro lontano dal fiorentino, è dato da una lingua unica per il narratore e i
personaggi. Cerca di raggiungere lo stesso traguardo, cercando di avvicinare lingua
letteraria e lingua viva. Cattura la realtà senza troppo eccedere. Intenzione dei
Malavoglia non è nazionale, ma c’è questo intendo. Non abusa del dialetto come altri
contemporanei, non lo usa come marca locale stretta, macchia locale. È inserita
questa forma dialettale nel discorso diretto che dialogano. Adatta la lingua italiana
come un possibile strumento di comunicazione per i personaggi di ceto popolare
senza regredire ad un dialetto usato in modo locale, non ci sono sicilianismi crudi e
puri. Capacità di inaugurare la via del regionalismo. Dialettismo che in Fogazzaro era
usato a scopo documentario, come gergo di ambiente, rappresentazione in Verga
diventa espressione lingua. Filtrare l’italiano in una coralità siciliana, siciliano
illustre, che per comunicare assume veste italiana. Adotta alcune parole siciliane note
in tutta Italia. Nessi fraseologici, modi proverbiali. Pagare col violino. Hanno
corrispondenza nel dialetto siciliano. Uso delle forme proprie dell’oralità. Pronome
‘gli’ al posto di ‘loro’. Tratti più dialettali nella sintassi, posposizione del verbo. Uso
dell’avverbio ‘assai’, che interrogativo di apertura. Uso preferito del passato remoto
al posto del passato prossimo. In questa ricerca di Verga di ridurre le distanze tra la
lingua del narratore e personaggio, ha introdotto nella sintassi il discorso indiretto
libero. Si tratta di una soluzione intermedia tra due modi di fare parlare i personaggi.
• Aprire le virgolette, discorso diretto
• Discorso indiretto, usando verba dicendi
• Oscillazione tra autore e personaggio. Può essere espressione di una coralità.
In questo compare lo stile nominale. La lingua dei romanzi di Verga non scende mai
sotto la soglia della medietà. Rari i casi di dialetto marcato, accompagnati da piccole
note. Forme di italiano regionale comprensibili. Non eccede mai, cattura la realtà ma
non eccede.
Processo lungo nella lingua in generale. Prima di vedere i tratti effettivi dell’italiano
bisogna fare qualche precisazione. Cosa abbiamo ereditato noi. Nella lingua i
cambiamenti linguistici sono gli spostamenti, sono lentissimi, non sono mia
improvvisi. Portano il latino verso il volgare. Passaggio dimanda > domanda. Se noi
vediamo uno dei primi film sonori sembra che nulla sia cambiato. Questo italiano in
realtà è cambiato. Minimi spostamenti sono visibili in lunghi periodi, simili ai
fenomeni della deriva dei continenti. Carte geografiche registrino il passaggio
occorre aspettare molto. Ci sono numerosi esempi di mutamento. Ci sono molti
fenomeni di continuità. Forme che resistono al cambiamento altre che cadono.
Dicevo, stavo già presente nel 200. Fenomeno carsico  testi parlati. Passaggio
nell’800 stava > stavo. Le due forme hanno convissuto a lungo, non c’è mai idea che
una sostituisce l’altra, le due forme convivono come separate in casa. Spesso il
parlante avrà usato una forma o l’altra a seconda delle situazioni. Non ci sono stati
intervalli intermedi di sfumature. Ci sono fasi di consistenza lunghe, le due forme
sono concorrenti, una si indebolisce e poi scompare oppure si assesta nel registro più
alto della lingua. Il cambiamento nelle forme innovative del congiuntivo  che io
vada, parti. Consuetudine dell’italiano antico, si evolvono, vengono usati qua e là.
Hanno sempre corso in una rotaia di rango inferiore, italiano neo standard. Sono oggi
sanzionate fortemente per potersi imporre, esistono in modo residuale.

29 novembre 2017
Resistenza tra italiano e dialetto. Uso dell’infinito tronco. Si usano forme tronche.
Larghissimo uso di queste forme nei dialetti l’italiano respinge queste forme.
Progressiva sostituzione della v con la c. La storia della lingua è una lotta tra le
parole, parole abortite, voce ‘nessuni’ comparsa nel 300. Sostantivo ‘nome’ è stato
sfidato dalla forma ‘nomo’. Si impone anche l’uso. Alla forma ‘lui’ come ci si arriva?
Italiano antico elli, egli, lei. Probabilmente non c’è stato nessun momento in cui si è
smesso di dire egli, le due forme hanno convissuto, l’avanzata di lui è avvenuta per
tappe, sale in graduatoria. Resiste nel parlato formale, nel registro scritto alto. Ella è
quasi defunto. Si sono sviluppate altre costruzioni, ma si sono imposte in direzione di
una maggiore mobilità della frase, in direzione di mettere in evidenza un elemento
ritenuto rilevante. Frase scissa è un elemento che viene messo in evidenza con una
struttura formata dal verbo essere + che.
Sezione scritto e parlato. Topicalizzazione contrastiva. Elemento dislocato viene
sottolineato con maggiore forza dall’intonazione. Direzione è quella di orientarsi
verso l’intonazione e l’oralità. Pronome loro raramente viene usato, cede a gli. Si nota
anche in certa lingua giornalistica. Giacchè, allorchè, allorquando. Uso dei clitici,
forme atone del pronome personale. Mi metto un po’ di musica. Il quale, la quale si
usano pochissimo, cedono ad un che relativo. Introdurre subordinate. Futuro cede in
genere al presente, cronodeittici. Segnali che indicano l’idea del futuro. La prossima
estate vengo in Grecia. Incremento dell’imperfetto, ha solo un aspetto durativo, ma
ricopre anche altri usi modali, congiuntivo, condizionale. Congiuntivo. Decadenza del
congiuntivo a favore dell’indicativo. Distingure tra congiuntivo indipendente e quello
della subordinata. Nel primo caso, il congiuntivo gode di ottima salute, è in genere
costante, non c’è alcuna alternanza. Casi in cui è stabile nella subordinata, quando in
genere è letto da un verbo di volontà, meno forte del caso di prima. Desidero che tu
sia felice. Se si legge  mi dispiace che Maria è andata via, non si può parlare di
decadenza. Indicativo è usato più spesso in discorsi alti. Ci sono certamente casi
inattesi, verbi come sperare, occorrerrebbe usare il congiuntivo in tutti gli stili,
registri. Letteratura contemporanea, Pavese, Calvino, Morante, Baricco, c’è un uso
dell’indicativo molto pressante. Il congiuntivo fatica ad entrare nell’italiano orale che
registra volutamente il parlato della gente, è presente in molta scrittura giornalistica
contemporanea. Ci sono lingue come quelle slave che ne fanno a meno. È un allarme
esagerato, è in crisi nel registro informale e colloquiale, sia nelle proposizioni
oggettive, nelle interrogative indirette. Si perde una possibilità di dire di più,
indicativo inadatto ad esprimere dubbio e desiderio, offre più sfumature di pensiero.
Capisco che Anna è felice  presa d’atto. Capisco che Anna sia felice  lo capisco,
sfumatura di partecipazione maggiore. Capacità di poter scegliere. Spesso chi usa
l’indicativo, non è che lo scelga, è costretto perché non conosce il congiuntivo. Non
usare significa semplificare, dire di meno, rinunciare, impoverire il significato di un
concetto che si vuole esprimere.
Ci attualizzante  verbo ‘avere’ preceduto. Ha un tono colloquiale. In frasi comuni,
ce l’hai la bici, diventa un mero indicatore oggettuale. Perde in parte il valore di
avverbio di luogo o altro e assume la funzione di rinforzo semantico, fonico. Oggi si
tende ad usare uno stesso pronome per oggetto animato e non. Oggi si impone una
forma comune. Baricco  quella dannata guerra, pure lei… In declino affinché 
perché  come mai. Uso alto di tipo come avverbio, assume funzione grammaticale.
È in declino sebbene  anche se. Perciò, per la qual cosa  per cui. La modalità dei
saluti, buona giornata se la contende con buongiorno, salve. Anche in Francia. Questa
forma pare meno fuggevole, precaria, un po’ più autorevole. Salve segna il momento
di incontro, non di separazione, è usato soprattutto quando la comunicazione si pone
in posizione più neutra o un po’ inferiore. Uso di piuttosto che in funzione disgiuntiva.
Forma antica, 200esca, ha perduto significato etimologico, oggi è usato in funzione di
alquanto. Diffondersi questo uso negli anni 80 ed ha una localizzazione precisa, vezzo
milanese. Voce che è venata di un certo snobismo linguistico. È scesa poi nei registri
della conversazione. Espressione interiettive. Dai, non esiste proprio. Nel parlato
scritto si impongono forme come cercasi, affittasi, in realtà sono sgrammaticature.
Forma corretta sarebbe affitansi, cercansi. Grande massa dei superlativi, lingua
enfatica, accoglie superlativi, che sono cresciuti in modo esponenziale. Hanno
lessicalizzato. Supercalorico è un vero e proprio lessema. Filone si usa anche l’uso di
troppo al posto di molto. Virata verso il generico, presenza di vocaboli generici,
parole contenitore, affermarsi dilagante del verbo dire, fare inghiotte una serie di
possibili sinonimie. Allucinante, pazzesco, bestiale, da paura, da dio. Verso il
superlativo iperbolico. È una lingua mamma, vezzeggiativo, diminutivo. A volte sono
semanticamente vuoti, momentino, caffettino. Sono fenomeni di mitigazione, cortesia.
C’è un certo compiacimento.
Linguaggio dei giovani. Parole come gasato, schizzato, flippato, imbranato, fatto,
cannato. Avanzare dell’aggettivo giusto. Settorialismi riferiti al femminile. Cozza,
scorfano, schianto, beccati, palloso, pizza, cazziata. Brenso = breve ma intenso.
Tranqui, esa = esaurito, moka, zainetto = ragazza delle superiori, guido = autista,
sbalconato = fuori di testa, conigliare = avere paura, incicognarsi = rimanere
incinta, pigiamino = profilattico.
Diffusione di certi settorialismi legati alla psicanalisi. Turpiloquio massificato. Diffuso
nell’orale da sempre. Esiste da sempre nello scritto informale, turpiloquio diffuso in
scrittore insospettabili Monti, Leopardi, Macchiavelli. Oggi è cambiato l’uso, è
entrato nelle situazioni anche formali. Statistica in televisione si prononuncia una
parolaccia ogni 20 min in una situazioni formali. È entrato come intercalare, zeppa
linguistia. Se ancora negli anni 70 le parolacce potevano avere carica contestataria,
semanticamente forti, oggi fanno parte di una scelta linguistica, spesso denuncia
povertà lessicale. Rivela un gusto, modo di porsi nel mondo, tic di cui non si può far
a meno. Tendenza dell’italiano è la riduzione del vocabolario, diminuzione, non tanto
per scelta quanto per povertà. Parole a stampa o di plastica. Zeppa linguistica 
niente. Oggi è okay. Cambiamenti repentini di soggetto, ridondanze, ripetiamo molto,
serie di rumori, sprechi, che hanno funzione informativa e comunicativa. Se la
sintassi è più lasca, il lessico è meno rigoroso e spesso ripetitivo il parlato sopperisce
alla mancanza di una rigida coesione testuale e sintattica che ha lo scritto,
avvalendosi di mezzi come la prossemica e la gestualità. Prossemica che utilizza lo
spazio tra i comunicatori. Prossemica varia anche da luogo a luogo. Nel sud del
mondo questa distanza è minore. La gestualità, codice che comprende i gesti, la
mimica, che dirigono il discorso, sguardi, ammiccamenti, gomitate. Pause non solo
quelle vuote, ma quelle occupate da suoni inarticolati. Segnalano confini. Tratti
soprasegmentali riguardano le caratteristiche prosodiche del parlato, le intensità,
dare intensità più forte nelle sillabe accentate, intonazione, diamo un senso alla frase
esclamativa, interrogativa ecc. Valore alto della deitticità. Indica il legame di ogni
enunciato. Enunciato è segmento di discorso compiuto. Legeme con il contesto
extralinguistico. Sono deittici gli elementi che determinano spazio e tempo. Sono
deittici i pronomi personali. Segnali discorsivi sono vari, segnali di attenuazione,
segnali di esitazione, segnali di esemplificazione, mettiamo che, segnali di
riformulazione voglio dire, in pratica, cioè, segnali di controllo è chiaro, è vero.
Segnali di demarcazione della frase, che aprono e chiudono il discorso. L’italiano
scritto e parlato  esigenze diverse, differenze. Nello scritto il destinatario può
essere lontano nel tempo e nello spazio. Il destinatario conosce il testo nella
redazione finale. È consultabile partendo da un qualsiasi punto del testo. Il parlato è
legato al qui e ora della situazione comunicativa. Si sviluppa nell’interazione con gli
altri. Permette un controllo immediato che spesso non avviene. Non a posteriori come
lo scritto. Il parlato è un flusso, non è quasi mai possibile riascolatarsi esattamente.
Chi parla non fa così tanta attenzione alla precisione sintattica, non fa troppa
attenzione alla coesione testuale. Coesione e coerenza. Nel parlato la coesione viene
meno. Il testo è un’architettura. La qualità si riferisce alla forma del testo. Legami
morfologici e sintattici. Nessi sintattici, è basata sul rispetto delle relazioni formali
tra le varie parti del testo. Coerenza riferimento ai legami logici e semantici.
Contenuto e sostanza del testo. Parti legate da rapporti di significato. Parlato e
scritto presentano differenze, ma sono due aree contigue, poli di uno stesso flusso.
Estremo del parlato parlato, ‘zona sporca’, massimo di informalità, altro polo è lo
scritto scritto, raggiunge il grado massimo di formalità (testo scientifico, filologico).
Tra questi sta una serie di forme contigue. Esistono forme ibride. Parlato spontaneo,
quello tra amici, parlato non spontaneo, parlato più programmato, letto, recitato,
fittizio, rivolto al pubblico. Parlato monologico, lezione frontale, discorso pubblico,
parlato dialogico, intervista, interrogazione, interrogatorio giudiziario. Parlato in
presenza di interlocutori e in assenza, al telefono. Se proviamo a registrare il parlato
nello scritto ci troviamo una veste linguistica inaccettabile. Appare come disordine
sintattico. Il testo scritto ha una struttura. Nel parlato abbiamo una serie di fattori
che lo distinguono. La frase viene progettata mentre la si dice, c’è spreco, rumore,
funzione comunicativa. Confini spesso evanescenti. Il parlato si avvale di mezzi non
linguistica, testi dominati dalla deitticità. Si affermano sempre di più queste
peculiarità dagli anni 60-70. Nasce la modernità linguistica. Questa modernità nasce
a 100 dall’unità, a 1000 anni da quello che è considerato il primo testo della lingua
italiana, Placito Capuano.
‘Storia linguistica dell’Italia unita’
Anni 60  la televisione entra nelle case. Assistiamo alla prima vera scolarizzazione
di massa. La lingua vive cambiamenti, si costituisce quella che è l’architettura
dell’italiano contemporaneo. Lingua che va verso un’omologazione linguistica. Nuov
visione delle cose, nuova epoca storica e culturale. L’entrata per la prima volta di
generazioni nate dopo le 2 guerre mondali. Alcuni probelmi si andavano risolvendo,
come la spaccatura tra lingua colta e regionale. Sempre più l’italiano comincia a
diventare lingua di tutti. L’italiano si settorializza, si frantuma in linguaggi
settorialistici. Paese industrializzato. Negli ultimi decenni la lingua è
fondamentalmente italiana il dialetto si riduce molto, per incidenza anche dei media.
Più sintonizzata sulle frequenze dell’italiano d’uso. Allarmi di scrittori che cercano di
resistere. Le cose cambiano nell’editoria. Sono anni in cui cadono alcuni tabù sociali,
nascita canzoni dei cantautori. La lingua italiana deve molto alla canzone. Cadono
alcuni tabù sociali, si affaccia alla ribalta il linguaggio giovanile. Che i figli cercassero
un linguaggio diverso era impensabile. Anni 60 creano la svolta. Si avverte la
tendenza a sovvertire i pudori e gli equilibri della comunicazione verbale. Linguaggio
che oscilla tra cinico, grottesco, linguaggio di estrema libertà. Fenomeno di massa,
nasce la contestazione. Contro linguaggio dei giovani.
Funzione ludico contestataria e auto identitaria. Non è gergo, per la prima volta ci si
riconosce appartenenti ad un gruppo. Conclamato affrancamento del turpiloquio.
Linguaggi settoriali  concetto stesso è sfrangiato, spiega la varietà delle
denominazioni. Lingua o linguaggi? Differenza è piuttosto netta, lingua fa riferimento
ad un codice posseduto solo dalla specie umana, linguaggio comunicazione verbale e
non messi in atto da tutte le specie. Linguaggio settoriale. Rappresenta la varietà di
una lingua naturale che dipende da un settore di conoscenze specifiche. Dipende da
un ambito di attività di tipo professionale. Linguaggio è usato da un gruppo ristretto
di parlanti e scriventi. Risponde allo scopo di soddisfare le necessità comunicative di
un certo settore specialistico. Per essere tale deve contenere almeno 3 peculiarità
linguistiche. La prima è la referenzialità. Si riferisce a significati oggettivi. Agisce la
denotazione e non la connotazione. Se io dico ossigeno nel linguaggio settoriale è un
elemento della chimica. Ha una sua referenzialità. Non posso usare nel senso
metaforico della lingua. Neutralità emotiva. Non ci possono essere espressioni
soggettive. Mancano forme esclamative. Ogni linguaggio deve usare parole del
proprio linguaggio settoriale. Uso di tecnicismi. Termine tecnico e specifico,
tendenzialmente monosemico e monoreferenziale. Questo termine punta a fissare un
rapporto biunivoco con l’oggetto che designa o con l’idea che vuole esprimere. I
linguaggi speciliastici rispondono a criteri di precisione ed economia linguistica.
Essenziali per una comunicazione di tipo specialistico. Lessico è il livello della lingua
che più allontana i linguaggi settoriali dalla lingua comune, ma anche da altri
linguaggi settoriali. Vive anche di prestiti e di contaminazioni tra un linguaggio
settoriale e l’altro. È identificato da una sua nomenclatura. Insieme di termini che
hanno ognuno una propria definizione. Designa un oggetto in modo non ambiguo, che
appartiene in modo esclusivo all’ambito disciplinare, si escludono tutti i significati
traslati. La lingua delle scienze è settoriale e possiede la massima riserva di
tecnicismi. Tutti i suoi termini sono legati da un rapporto stretto e rigido. Garantisce
univocità, sono insostituibili. Codice meno duro, appartengono all’ambito scientifico,
linguaggio della chimica, via via ci sono linguaggi che più interagiscono
maggiormente con la lingua comune. Brutto male > cancro > carcinoma > neoplasia.
Anche il parlante base ha assunto nel proprio linguaggio alcuni termini tecnici.
Linguaggi invece diventano sempre più morbidi. Linguaggio televisivo, della moda,
dell’informatica, linguaggio della burocrazia, economia ecc. Esiste una zona di
sovrapposizione più o meno ampia. Parole esclusivamente monosemiche, dall’altro
polo livello più divulgativo, maggiore polisemia. Tratti che i linguaggi settoriali hanno
in comune: uso di tecnicismi, tecnicismi collaterai, sono scesi molto nella lingua
comune, i primi sono necessari, questi no. Sono espressioni che non sono univoche,
scelte che dipendono da ragioni di stile. Esercente, negoziante; transitare, passare;
oblitare, annullare. In genere il tecnicismo si continua a ricreare attraverso uso di
suffissi greci e latini. Ampio uso passati attraverso la lingua inglese, normo, dato, -ite,
-oso. Campo della neologia, uso di forestierismi inglesi. Sigle, acronimi. Pochi di noi
riconoscono che TAC è una sigla. Molto spesso si perde la consapevolezza che una
voce che si incontra è una sigla. Procedimenti che governano la consolidazione di un
lessico specialistico:
1) Neologia
2) Travaso lessicale, transfer
3) Risemantizzazione  processo per cui una parola dalla lingua comune assume
un significato diverso nella lingua specialistica. Procedimento metaforico. Tendenza a
tecnicizzare vocaboli della lingua comune, rendere unico un vocabolo trasportato nel
linguaggio settoriale.

4 dicembre 2017
Claudio Marazzini
Presidente dell’Accademia della Crusca.
A metà degli anni 70 si affaccia nel campo degli studi. Con lo Zibaldone inizia una
serie di pubblicazioni serrata. 89  quadro non più solo piemontese. La figura dello
studioso è chiaramente delineata. È riuscito ad arrivare alla nazione. Anni 90 sono
anni molto intensi per la disciplina. Ogni 6 mesi esce qualcosa di suo. Ha un interesse
anche didattico. 94  Manuale di lingua italiana. Attività costante di informazione
bibliografica. Condirettore di ‘Lingua e stile’  sezione di schede bibliografiche. Ha
degli allievi appariscenti nella dottrina  Ludovica Maconi. Ha insegnato a Macerata,
Udine, Vercelli.
La presidenza della Crusca distoglie dagli studi sistematici. Autori piemontesi erano
sfavorevoli alla Crusca. Avalle ebbe il destino di andare a Firenze.
Lavora ed insegna nell’UPO. Abbinamento tra Crusca e università piemontese non è
così banale. Non è il primo presidente dell’Accademia non fiorentino. I presidenti
della Crusca per l’insegnamento erano fiorentini. Piemonte è una terra lontana, non
avrebbe potuto essere accademico se i piemontesi, Eugenio di Savoia, costrinse la
Crusca a cambiare ordinamenti. Prima bisognava essere di origine toscana. Tomaseo
era passato da Torino, non era stato mai filo sabaudo, e se ne era andato via
abbastanza presto. Intervento dei piemontesi. È già partita l’ultima edizione del
vocabolario della Crusca. Fermata dal ministro dell’istruzione Gentile. Compito
assegnato all’accademia d’Italia, con presidente Marconi, fondata dal fascismo.
Vocabolario della lingua italiana, Crusca costretta ad arrestarsi alla parola ‘ozono’.
Con la caduta del fascismo, si ferma alla lettera C. Accademia dei lincei ne ha
ereditato la funzione. Le più importanti accademie italiane, almeno dal punto di vista
della sicurezza economica. Sono particolarmente importanti per il riferimento
italiano. AICI associazione che riunisce le accademie. Riunisce tante istituzioni, tra
cui l’Accademia delle Scienze di Torino. Sono accademia che non hanno il vantaggio
della legge nazionale che le finanzia. I lincei hanno al loro interno studiosi di tutte le
discipline, la Crusca è ‘monotematica’. Va misurata con l’Accademia reale spagnola e
quella francaise, hanno avuto nel corso della loro attività la lessicografia. È
un’accademia controversa, si possono assumere delle posizioni critiche. Ci sono nella
sua storia dei grandi avversari. La statura degli avversari a volte è più alta di quella
dei difensori. Se uno prende in mano gli scritti degli illuministi, ‘Il caffè’, trova
inimicizia, simbolo di una autorità retrograda da eliminare. Nel 1783 il Granduca di
Toscana Pietro Leopoldo unifica la Crusca sotto il nome di Accademia fiorentina, poi
Napoleone la restituisce con tutti i suoi poteri. Una dei caratteri che rende
prestigiosa la Crusca è la sua durata, non esistono altre accademie in Europa arrivate
sempre attive. Ci sono altre accademie più antiche, quella platonica, ma non lavorano
più. La Crusca è rimasta sempre attiva, a parte nel periodo di Pietro Leopoldo,
principi dell’illuminismo, abolisce la pena di morte, se la prende con la Crusca. Il
fascismo le toglie il compito del vocabolario. Non ha più avuto la forza di tornare al
vocabolario, se non per vocabolari parziali. Dalle origini dell’italiano a Boccaccio. Ora
vuole tornare alla lessicografia. Atto importante, hanno firmato un accordo con casa
editrice UTET che ha concesso uso digitale dei materiali del Grande Dizionario
Battaglia, per creare vocabolario dell’italiano post unitario. Si misura anche con le
visita di uomini politici che ricevono il titolo di accademici. I Presidenti della
Repubblica ricevano il titolo di accademico. In una diatriba sul linguaggio di genere
che lo ha visto opposto alla presidente della camera. Accademia della Crusca
nonostante tutto resta amata e sentita a Firenze, anche se oggi non è più l’Accademia
di Firenze. Arco d’azione si è esteso molto a livello nazionale. 17 ottobre 2014  300
anni del vocabolario dell’Accademia Reale Spagnola.
La Crusca è ospitata in una delle 14 ville medicee. Facciata disegnata da Vasari.
Impostazione architettonica voluta da Cosimo de’ Medici. C’è nucleo quattrocentesco
della villa, di proprietà del cugino di Lorenzo il Magnifico, noto alla committenza. Fu
Lorenzo il Popolano a far dipingere la Nascita di Venere e la Primavera, che erano lì a
metà del 500. Nacque lì il padre di Cosimo. Questa è la sede da l972. Villa situata
vicino ad un’altra. Alle spalle c’è un giardino, primo giardino all’italiana del mondo.
Agrumi che discendono da quelli coltivati dai Medici, sopravvissuti alla crisi della
Prima guerra mondiale. La villa in quel periodo divenne un ospedale. i limoni
trascorsero anni fuori anziché nelle limonaie, molti morirono. Ultimo uso regale era
stato fatto da Vittorio Emanuele II. Villa Petraia.
Significa la completezza per gli studi. Tirando le tende ci si affaccia sul giardino
all’inglese. Luogo ambito da studiosi e colleghi, Accademia di Mosca, del Brasile. Sala
delle Pale  cuore museale dell’Accademia. Tutta la simbologia deriva dal grano e
dalla farina. Nome di crusca è antifrastico, è lo scarto. ‘Il più bel fior ne coglie’ 
motto. Fior di farina. Cultura barocca che ama i simboli. Tutto gravita attorno a
questo tema, a volte è più difficile da cominciare. Pala di Bastiano de Rossi.
Segretario ai tempi del primo vocabolario, mandato a Venezia, a sovrintendere alla
stampa del primo vocabolario. Vocabolario è opera collettiva. Salviati è già morto
quando si fa il vocabolario. I vocabolaristi hanno fatto da soli, non c’era alcun
personaggio di spicco. Pala dell’inferigno  schiacciatina secca che può iniziare il
pasto, doppio significato perché comincia anche il vocabolario. Motto di solito è
citazione di Dante o Petrarca. Mantenuto  ricotta con pezzo di pane, che avrebbe il
compito di conservarla.
Frullone o buratto  macchina che separava farina dalla crusca automaticamente.
Cerignola  Museo del Grano. La Crusca sceglie un modello di lingua arcaicizzante,
e mette la lingua moderna solo quando è coperta da attestazioni antiche. Redi 
attestazioni medievali false.
Sito della Crusca. Interruzione di Gentile ha dato una patente di antifascismo. Aveva
cominciato il vocabolario nel 1863. Molti intellettuali cominciavano a dire che il
lavoro andava a rilento. Attacco di Cesare de Lollis. Era stato ufficiale combattente.
Era uomo molto severo. Diario militare. Intervento duro che convinse Gentile.
Occorreva avere dei testi affidabili della lingua antica, allora fanno edizioni di testi.
Nel 1923 l’attività filologica diventa il nucleo centrale dell’attività, con emergere
periodico del sogno del vocabolario. Anni 50/60 interesse per nuovi sviluppi legati
all’utilizzo dell’informatica. Ci sono tabulati. Attività di consulenza linguistica. Quesiti
e campi di interesse sottoposti all’Accademia. La Crusca non offre solo una
consulenza. Ha una fiorente attività editoriale, tre riviste scientifiche di fascia A.
interviene nel campo della politica linguistica. Non è mai stata investita di un potere
da parte dello stato. Nel momento in cui qualcuno pensò di dare un controllo sulla
lingua, progetto di legge, dentro quell’organo non c’era solo la Crusca. Forse si
potrebbe rivendicare il suo potere. Fama involontaria  petaloso. Portare
l’accademia verso la periferia, territori dove l’amore per la lingua è minore, politica
linguistica. Casi di aggressione alla lingua italiana. Uso dell’inglese e dell’italiano
nell’università. Storia cominciata nel 2011. 23 novembre  udienza ultima di fronte
al consiglio di Stato. La sentenza non è ancora uscita. La corte costituzionale anche
ascoltando la Crusca ha definito dei diritti chiave della lingua italiana, primazia della
lingua italiana. Accento circonflesso su principi. Uso grafico ormai esiste e può
contrassegnare. Riceve forti spinte da chi vorrebbe imporre progresso. Gruppo
INCIPIT suggerisce dei sostituti ai politici ai termini forestieri.
I vocabolari oggi sono fatti con corpora, si stabilisce il corpus in precedenza.
Tomaseo Bellini è il più bel vocabolario. È un vocabolario molto soggettivo. Va contro
la falsa idea del vocabolario freddo ed oggettivo.
Anni dello strutturalismo. Beccaria faceva letteratura, era un linguista, modo diverso.
Palazzo della Crusca incanta.
Lo stesso tema dell’uso dell’inglese per la didattica universitaria non trova concordi
tutti gli accademici. Funzione attiva e dall’altra premiale rispetto ad una carriera.
I problemi che si pongono non sono legati più alle tre corone, possono avere anche
elementi di lingua arcaica. Quando una parola è di Dante si capisce che rimane
eterna, ma non aiuta a risolvere i problemi dell’italiano moderno.
Cooptazione. Sono gli accademici che scelgono chi lo diventa. È a numero chiuso, 20
da statuto. Si va a maggioranza, graduatoria.

5 dicembre 2017
La rideterminazione semantica può essere chiamata anche specializzazione e
tecnificazione, con diversi gradi al suo interno. Condurre dal significato generale
dopo il 700 si è rideterminato nel senso di portare energia elettrica e da questo
scaturisce una famiglia di parole che riguarda il settore. Da ‘condurre’ parola della
lingua d’uso e polisemica, i membri generati sono di tipo specialistico e settoriale.
Può comportare anche spostamenti di tipo sintattico. Si passa molto spesso da una
morfologia all’altra. È la trasformazione di un participio in un sostantivo, grazie al
procedimento della contrazione. Già da Galileo. È uno dei procedimenti più fecondi, è
sintetico e veloce. Sostantivi che sono nella realtà aggettivi  l’agroalimentare, il
digitale, oppure participi passati  il fatturato, la differenziata, il parlato.
Tra il secondo procedimento che sta alla base del linguaggio settoriale c’è il transfer
o travaso lessicale. Trasferimento di singole voci, linguaggio specialistico al
linguaggio specialistico di un’altra disciplina. Trasferimento da uno all’altro
linguaggio specialistico o specifico. Migra tra un linguaggio settoriale ed un altro.
Caso della terminologia della genetica molecolare, che ha assunto buona parte dei
suoi termini specialistici dalla linguistica. Terminologia informatica ha travasato
termini di vari settori specialistici, virus, interprete. Travaso tra scienza e scienza.
Quando si ricorre al travaso lessicale? Nelle fasi iniziali dello sviluppo di una nuova
disciplina, perché essa non possiede una sua terminologia autonoma e riconosciuta
scientificamente.
Algebra  dall’anatomia alla matematica, semplificazione di un calcolo. Quando nella
Spagna le opere scientifiche arabe furono tradotte in latino, la cultura occidentale ha
prelevato sia il prestito adattato che era divenuto nel frattempo matematico,
specializzata in quel lessico per travaso, sia il calco reductio, da cui l’italiano
riduzione. Questa riduzione è usata sia in matematica quanto in medicina. Sono
soprattutto vivi all’interno delle scienze. Orbitare è una parola della chimica. Può
anche scendere il travaso lessicale, ci sono anche migrazione a tecnicità più bassa.
Diagonale  linguaggio matematico è sceso nel linguaggio del calcio.
Neologia: un neologismo è una parola nuova che entra all’interno della lingua o si
forma al suo interno, anche i prestiti possono essere considerati dei neologismi. La
definizione tende ad essere ristretta alle sole parole create con materiali della lingua
base. Libro ‘Che cos’è un neologismo’ Carocci Editore. Cosa determina lo status di
neologismo di una parola? In genere si sceglie la data della prima attestazione della
parola. Zanichelli è unico vocabolario che esce ogni anno sempre aggiornato.
Percezione. Dipende dall’accoglienza o dalla diffidenza nei confronti della nuova
parola. Nei carteggi familiari si trovano spesso forme di distanziamento dalla lingua.
Lettera di Giulia Beccaria  ‘vacanze’ termine appena nato, ha bisogno di un
indicatore marca d’identità. Diffidenza anche negli scrittori e nei registi, che prova
fastidio nel neologismo ‘regista’. Questo è dovuto al sentimento neologico. Stato è
indicato in genere dalla prima attestazione. La forma più antica che testimonia la
parola, la sua presenza in un testo scritto. La prima attestazione è un criterio
provvisorio. Ci può sempre essere un’attestazione precedente alla parola. Quando si
conosce il facitore. ‘proteine’ sappiamo che ha una data di nascita, come ‘penicillina’.
Svaporare  2016. Docciarsi  2016. Velivolo è un latinismo, ‘che vola con le ali’, è
un arcaismo che diventa neologismo, usato per primo da D’Annunzio nel senso di
‘aeroplano’. Questo è un caso in cui su un significante vecchio si innesta un
significato nuovo. Siamo di fronte ad un neologismo semantico. ‘macchina’ è una
parola antica, a partire dal 900 ha subito una ridefinizione, si è specializzata come
mezzo di locomozione. Questa forma di innesto è stata osteggiata molto dai difensori
della lingua pura. Sostenevano che il significato di un vocabolo sta nella sua radice
etimologica. Questo era un pregiudizio molto consolidato anche negli scrittori, Monti
era fortemente avverso a questo tipo di neologismi. Manzoni ironizzava 
diventerebbero assurde molte espressioni, esempio di ‘giovin signore’, saremmo di
fronte ad un ossimoro. Idem per ‘chiamare sottovoce’, ‘linguaggio infantile’ si creano
delle controversie. Bisogna allargare alla polisemia. Neologismi semantici. Poi ci sono
quelli derivativi o di combinazione, ottenuti con gli usuali modi di combinazione delle
parole. Applicazione è uno degli strumenti più usati per la coniazione di nuovi
vocaboli.
• Nominalizzazione. Tramite un suffisso io arrivo ad un nome. Governabile 
governabilità. Sostantivi deverbali da suffisso zero. Sono legati molto all’idea della
brevitas. Uso di tutti gli altri suffissi. Suffissi in –aro sono diventati parole in para
italiano. Verbi parasintetici. Azzurro  inazzurrare. Poi ci sono in denominali di
nuovo conio: verbo che viene generato dal nome  hackerare. Prefissoidi per creare
neologismi, prefissoidi hanno significati autonomi  ecomafia, fotomodella.
Suffissoidi  tangentopoli. Composti verbo + nome. Spesso sono formati da un verbo
imperativo ed un sostantivo. Oppure composti nome + nome. Parole che risultano
dalla fusione con parti di un’altra parola, parole macedonia  discotarro,
cartolibreria, bancomat. Terminazione in –teca, che oggi vede una nuova vita. Poi c’è
il solito suffisso in –issimo usato per i sostantivi. Ci sono anche tra questi composti le
cosiddette parole polirematiche, più elementi che formano una sola unità lessicale. È
un processo diacronico, unione di parole. Nell’800 si scriveva ‘in vece’.
Si nota la tendenza all’ellissi, alla brevitas, le parole si uniscono per fenomeno della
univerbazione, si può notare anche una semplificazione, principio della velocità
linguistica, si nota la tendenza alla nominalizzazione, alla giustapposizione, a creare
dei composti. Ricchezza di parole sigla, gli acronimi. Capire che l’italiano è una
lingua elastica, plasticità di questi prefissati e suffissati. Questa elasticità consente di
distinguere con precisione alcuni neologismi semantici. I due suffissi indicano la
precisione semantica dei prefissi e suffissi. Vanno in direzione della precisione
semantica, non della lingua del generico. Non è un problema basilare. Uso denota
anche la tendenza a distinguersi con l’uso di un linguaggio marcato. C’è questa
tendenza a distinguersi dall’uso comune della lingua. Neologismo nasce quando la
nascita delle nuove parole è in rapporto a parole nuove. Nascono da innovazioni
tecniche che scendono nella vita comune. C’è oggi un uso domestico del lessico
specialistico. Alcuni termini non tecnici si tecnicizzano. Fra i meccanismi che creano
parole nuove sono attivi due tropi retorici:ù
• Metafora, slittamento semantico. Tifo  da infezione, febbre a esaltazione
sportiva. Gorilla  guardia del corpo. Pescecane  affarista senza scrupoli. Spesso ci
sono sintagmi iperbolici.
• Eufemismo. Meccanismo retorico nobilitante, sostituzione di un’espressione
con un’altra attenuata o alterata. Morire, andarsene. È una delle figure più ipocrite
secondo Manzoni.
Linguaggio burocratico entra ovunque. Grande varietà di realizzazioni testuali. Ha
delle caratteristiche peculiari che si ripetono. È un linguaggio settoriale molto antico.
Linguaggio la cui persistenza è dovuta al fatto che è antico. Ha conferito prestigio.
Come la lingua del diritto. La lingua del burocratese è espressione di un potere
statale, lingua legame tra legge e comportamenti, tra norma astratta e cittadini. è
l’unico esempio oggi di registro formale alto, di una lingua diversa da quella
quotidiana. Fino a 40 anni fa era più sorvegliata. Il burocratese rimane altamente
formale, ha avuto per questo anche la funzione di modello. Lingua dei semi colti,
molto spesso usano linguaggio precodificato che deriva da quello burocratico. Lettera
nel 93 di un semi colto. Prestigio formale che funziona come appiglio, per avere una
sorta di sicurezza. Molti stilemi passano attraverso la lingua giornalistica. Fino
dall’800 attinge copiosamente ai testi. Se prendiamo un pezzo di cronaca forte è
l’influenza dei verbali di polizia, entrano in collisione. Linguaggio settoriale.
Repertorio delle frasi fatte. Fondo veloce a cui attingere. È nato come conseguenza
del declino del latino, smette di essere una lingua d’uso. Erano ormai pochi quelli che
conoscevano il latino e molti volevano conoscere i codici, gli statuti. I comuni
decidono di scrivere in volgare queste prescrizioni per il cittadino. esempio  Statuto
della città di Siena. Le persone per pagare le tasse devono capire. È un testo
legislativo burocratico, ha quasi 1000 pagine. È un volgarizzamento destinato alle
povere persone. Ha una motivazione socio culturale, attenzione per le classi più
umili. Valore etico politico, dato che l’accesso favorisce la partecipazione alle sue
istituzioni. C’è un rapporto molto maturo tra cittadino comunità ed istituzioni.
Riflesso di una politica. Potente rappresentazione nell’affresco di Lorenzetti. Valore
dell’azione comunicativa.
Predilezione per la quantità, tendenza ad usare frasi molto lunghe, sintassi articolata,
ipotattica, parole polisillabiche, astrazioni, propensione verso la nominalizzazione.
Esibizione del tecnicismo, abuso di formule cristallizzate  tendenza alla complessità
sentita come un valore stilistico. Tendenza ostinata ad uno stile possibilmente
solenne ed ostentato. In realtà la forma dovrebbe essere al servizio del messaggio.
Per molto tempo dal 700 in avanti la burocrazia ha considerato non suo il problema
della comprensione da parte dei cittadini. Gramsci affermava che i funzionari
scrivono per i superiori e per sé stessi ,lingua autoreferenziale. si perde di vista l’atto
verbale. Come se ci fosse uno stacco volontario, disprezzo dei burocrati nei confronti
dei cittadini. il linguaggio amministrativo fa da contrappeso alla trasformazione del
linguaggio contemporaneo degli ultimi decenni. Uso di locuzioni di registro elevato,
uso di arcaismi, uso di latinismi, parole astratte, uso di tecnicismi, provenienti dagli
ambiti più vari, neologismi. Uso generale di un lessico arcaicizzante, questo
conferisce da un lato l’alta riconoscibilità, dall’altra parte la distanza vera dalla
lingua comune. Selezione di vocaboli desueti. Sono frequenti nel settore degli avverbi
le forme letterarie. Impiego di codesto. Ci sono formule legate alla deissi testuale che
hanno un sapore aulico. C’è l’uso di varianti manzoniane, ‘d’ eufonica. Le parole più
ricercate sono quelle più lunghe, desiderio di astrazione della lingua burocratica. Alta
frequenza di latinismi e di forme latine. Termini tecnici in senso lato, i cosiddetti
burocratismi, ‘usare camicia’, ‘protocollare’. 732 lemmi tra voci legati al burocratese.
Molti tecnicismi appartengono ad altri settori. Accensione  avviamento apertura di
una pratica. Depositare una pratica, viziare una pratica. Ci sono poi i cosiddetti
tecnicismi collaterali. C’è una variazione di registro. Elevare  fare. Esito, riscontro
 risposta. C’è anche la presenza dei deverbali a suffisso zero. Parole come
‘autentica’, ‘delibera’, ‘delega’. È la centralità del nome che governa il linguaggio
burocratico. Genera infatti una serie di parole, ottenute attraverso i suffissi in –are.
Preferenza degli astratti che terminano in –zione. Più si allunga la parola più diventa
astratta e burocratica. Costrutti ellittici indicano brevità. Costrutti in cui si
giustappongono due sostantivi. Queste combinazioni sono migrate nel linguaggio
comune. Tra gli aggettivi predilige quelli che terminano a suffissi –ale. I sostantivi in
genere si sostantivizzano. Emarginato  nota messa a margine. Termini abbandonati
a favore di un corrispettivo sentito come più specifico. Locuzioni con verbo generico
unito da sostantivo  apportare una modifica, effettuare una verifica, portare a
compimento. Tendenza ad usare fortemente le sigle. In genere il linguaggio
burocratico si dimostra molto permeabile ai forestierismi. Ripresi dall’inglese.
Presenza dell’eufemismo. Allontanare concetti troppo diretti od espliciti. Operatore
telefonico = centralinista, collaboratrice famigliare = domestica. Connotazioni di
genere.
Aspetti morfosintattici. Sintassi complicata, frasi lunghe, spesso l’ipotassi domina, le
subordinate sono spesso inaugurate da participi presenti o gerundi. C’è un’alta
frequenza di incisi. Snodi sintattici, modi per articolare e legare, nel linguaggio ci
sono forme desuete, estranee alla lingua quotidiana. Questi nessi introducono un alto
tasso di complessità. Nelle frasi dipendenti con valore finale raramente si usa ‘per’,
ma si usano nessi più complicati. Ci sono poi locuzioni di sapore libresco  ai sensi
di, a far luogo da, di concerto con, dietro presentazione di … amplificazione di tutti i
nessi tra le subordinate. L’informazione semantica si sposta sul nome. In genere
complica. Il pagamento si effettua alla cassa Rallentamento della comunicazione,
tendere all’astrattezza, impiego di parole vuote. Spesso c’è la mancanza di
coincidenza tra soggetto logico e grammaticale. Stile nominale risulta reticente. Sono
tutti tratti conservativi della lingua. Come lo è l’enclisi pronominale. Molto usata. Alto
uso del participio presente. Sopravvivenza dell’italiano. Anche il gerundio viene
spesso adoperato in subordinate implicite, no a quelle esplicite, che sono le più
chiare. Costruzione passiva serve ad allontanare. Segnare una distanza tra mittente e
ricevente. Serve ad occultare il soggetto. Viene invertito l’ordine naturale delle
parole, si ricorre all’anteposizione del cognome rispetto al nome. Deve essere fatta
solo se c’è un’effettiva necessità. Il linguaggio burocratico spesso ha messo le mani
all’interno dell’uso scritto. Si registra anche l’anteposizione del determinante al
determinato. Il corrispondente decreto. Il linguaggio burocratico è privo di
interiezioni, insegue sempre di più il discorso asettico. Più oggettivo possibile, non
presenta inserti di dialogo o di frasi interrogative. Ci sono contesti in cui quando noi
usiamo linguaggio burocratico in contesti in cui si avvicina al grottesco. Kalo
eufemismo  Serianni. Questo tipo di italiano è contagioso, velato di specialismo.
Italiano che è desideroso di perdere l’immediatezza. Forme anonime. Riflesso di un
Paese che vive la scarsa densità della cultura e eccessiva preoccupazione per la
forma. Italiano usa così un italiano piuttosto mediocre stereotipato, parole di plastica,
diventiamo una specie di replicanti. Usiamo automatismi generici. La stampa usa
automatismi generici. Linguaggio della stampa usa tutta una serie di automatismi.
Blocchi di linguaggio che entrano e ci intaccano, enfasi sia verso l’alto che verso il
basso. La partenza è un esodo. Formule anonime di poca sinonimia e variabilità,
sterilizzano il parlato, hanno un passo prudente.

6 dicembre 2017
Tre passi di testi diversi. Il primo è un passo di Calvino, tratto dai saggi ‘L’antilingua’,
termine che viene coniato da Calvino, in realtà un anticipo è già proprio da un autore
citato, Faldella, romanzo ‘Sant’Isidoro’, inizio del 900. Calvino usa il termine in un
articolo del quotidiano, in risposta alla polemica suscitata da Pasolini, sull’italiano
tecnologico. Le posizioni di Pasolini generarono una discussione piuttosto vivace
sull’italiano, Pasolini aveva delineato alcune caratteristiche dell’italiano degli anni 60.
Influenza della tecnica sulla letteratura. La tecnica comincia a mettere da parte
quella che è la letteratura. Imbarbarimento del linguaggio giovanile. Grande pericolo
dell’omologazione linguistica. Coro di fischi accolse queste intuizioni profetiche.
Dibattito paragonato alla questione della lingua Cinquecentesca. Calvino si pone su
questo piano, passo legato al linguaggio burocratico, Calvino fa vedere quanto questo
linguaggio sia autoreferenziale, comunicare in astratto, non tenere conto in nessun
modo le esigenze dell’altro. È una specie di forma mentis, corrisponde un modo di
esprimersi opaco, spesso oscuro, che riduce molte potenzialità comunicative. È
sempre più distante da quello che è l’italiano normale. Da sembrare la trasposizione
di un altro sistema linguistico. Questo è solo un pezzo ironico. Nonostante tentativi di
semplificare il linguaggio burocratico, gode di ottima salute ed è usato. Esempio
parodico di artificiosità. Questo tipo di lingua è attraversato dal ‘terrore semantico’,
paura di usare le parole semplici e comuni della lingua italiana. Linguaggio basato
sulla ridondanza e sulla insignificanza linguistica. Tra le due deposizioni c’è forte
stacco di tipo frasale. 5 righe per la deposizione dell’interrogato, 10 per la
trascrizione del brigadiere. È una lingua che è per alzata di registro, alzata di
registro linguistico notevole. Ipertrofia, ridondanza. Aumento di volume. Appartiene
al linguaggio settoriale della biologia. La sintassi del derubato consta di 4 periodi non
lunghi. La trascrizione del brigadiere si gonfia, un solo periodo con 7 subordinate, di
cui molte implicite. Al posto dell’io, abbiamo l’impersonalità del linguaggio. Si passa
dal proprio al generico. Tendenza all’allungamento frasale. Ipertrofia linguistica. Ci
sono traduzioni perifrastiche e l’intero periodo diventa ridondante e opaco. Questo
tipo di lingua è quella che viene definita da Calvino come più pericolosa.
Esempio tratto dall’Agenzia delle Entrate del 2003, l’altro è un pieghevole distribuito
alla Metropolitana di Roma nel 2012. Linguaggio settoriale informatico, sigle,
acronimi, uso però di verbi desueti, frequentazioni. Una parola più astratta,
predilezione per la quantità, scattano i participi presenti. Uso revitalizzato. Participio
passato, con enclisi pronominale, quindi tutta una serie anche di incisi.
Nominalizzazione  in commento. Forme impersonali. Uso del linguaggio numerico e
settoriale.
Terzo testo è un caso di emergenza. È semplicemente un testo in cui si poteva
scrivere meglio. Testo più accessibile, ma poteva essere più affinato. Terza direttiva
 l’articolo andrebbe o sempre omesso oppure sempre usato. Errore grammaticale.
Le prescrizioni sarebbero state più efficaci se espresse tutte allo stesso modo
(imperativi, verbi iussivi, poi ‘consiglia’). Cartelli appositi  ridondanza. Esodo,
evacuazione  fuga è un termine più usuale e spontaneo.
Prosa del 900
Manzonismo ebbe fortuna in campo scolastico, influì sulla coscienza delle classi
medie, ma in realtà la storia della tradizione, ma la prosa sceglie registri espressivi
diversi. C’è chi è sensibile al registro, c’è chi si impenna in una lingua ricca di
cultismi, arcaismi, ritorno a sintassi ipotattiche, ritorno aristocratico. Grafia
conservando i nessi consonantici culti, parole che erano quasi dismesse e che invece
ritornano nella prosa. Consonanti scempie su modello latino. Mantiene l’uso dei
participi assoluti. Altri oppure vanno nella direzione della prosa d’arte, D’Annunzio,
ricca di neologismi vistosi da palcoscenico. Linguaggio opulento. Dà alla parola un
potere evocativo, con segni paragrafematici. Segni che aiutano a completare le
parole. Apostrofi, accenti, lettere maiuscole. Usa molti corsivi a marcare alcune
parole. Usa il corsivo per segnalare alcune parole evocative ‘fatale’, uso di spazi
bianchi tra le parole. Parola che nasce dal grande spazio bianco, per accrescere e
potenziare un vocabolo isolandolo. Scrive in una lingua libresca, come se
rivitalizzasse il fondo libresco della nostra lingua, prende le distanza dal realismo
linguistico dei predecessori. Italiano antico che guarda dall’altra parte al latino
‘periglioso’ ‘veggo’, recupero di forme abbandonate. Parole tecniche ma spesso
desuete. Grande uso del participio presente, grande uso dell’enclisi pronominale.
Scavo nel vocabolario, sintassi moderna e veloce. Sarà di grande uso nel 900, sintassi
nervosa, frammentata, spesso usa delle microfrasi. In lui diventa una sintassi
enumerativa, ad elenco. Siamo lontani da chi cercava l’oralità, siamo lontani dalla
prosa più spenta, più uniforme di Pirandello o di Svevo. Dopo Svevo comincia il 900
più difforme e variegato rispetto alla prosa. Lingua comune messa in crisi da
recupero di espressionisti. Vedo Gadda. Alcuni virano verso il dialettale, popolare,
campo dei neorealisti. Contatto con la lingua nazionale fa sì che si assista a
divaricazione della letteratura, segue il proprio impulso linguistico. Gadda sceglie
l’abnorme. Ci sono quelli che cercano una normalità linguistica. Sia lessicale che
sintattica. Sono questi quelli più letti dal pubblico, fino agli anni 80. Non cercano una
lingua di rottura, di difficile comunicazione, non cercano nemmeno l’altezza epica.
Poesia del 900
Da Pascoli e D’Annunzio parte la linea poetica. Con contrasti, c’è una tradizione che è
molto forte ed alta, forse Carducci è l’ultimo che incarna senza sfumature il ruolo del
vate che aderisce attraverso la sua lingua alle convezioni poetiche tradizionali. Si
parla di koinè pascoliana e dannunziana. Due trampolini di lancio. La lingua poetica
di D’Annunzio non rinuncia alla selezione lessicale, ‘pachidermo fluviale’ =
‘ippopotamo’, ‘tram’ = ‘carro che non ha timone né giogo e con …’ Si ritorna ad una
lingua nobilitante. Si presenta come innovativa, lui è un grande onnivoro della lingua.
Sperimentare una miriade di forme diverse. È un consumatore di parole. Compulsa
ossessivamente dizionari specialistici. ‘Rinascente’, ‘Maciste’. La rottura vera con il
linguaggio tradizionale si deve a Pascoli. Primo rovesciamento del tono sublime.
D’Annunzio cerca italiano sottratto dall’uso volgare. Tutti e due i lasciti sono stati per
la poesia successiva enormi e duraturi. Hanno usato le loro innovazioni. Sono state
delle eredità fondanti. Costrutti pascoliani affiorano nella ‘Bufera’ di Montale. Molto
nella poesia del secondo 900  tracce dannunziane in Pavese, Pasolini (anche
Pascoli). Sono autori. La loro poesia collimava con quello che c’era attorno. Sono due
autori che guardano l’Europa. Non soltanto all’Italia. Poesia dei simbolisti francesi.
Guardano alla lingua del Decadentismo. Esistono affinità tra Pascoli e D’Annunzio,
tanto da formare una koinè una lingua comune. Ha creato dei tratti comuni usati
moltissimo nella poesia del 900. Uso del modo impressionistico dei deverbali a
suffisso iterativo –io. ‘crepitio’ ‘sfrigolio’. Parole che hanno una marcatezza fonica.
Sembra che questo suono perduri e si allunghi. La vera rivoluzione arriva con
‘Myricae’. 1891-1903. È contemporanea alla seconda grande raccolta ‘Canti di
Castelvecchio’. Entra in crisi la lingua poetica nazionale. Forme fonomorfologiche di
marca poetica estranee alla lingua viva, vanno in crisi le forme blasonate. Uso di certi
poetismi, voci già incontrate, con spostamenti di accento. Uso che andrà scemando.
Entra in crisi l’uso del monottongo poetico. Sarà usato per ragioni espressionistiche,
dagli scapigliati, Tarchetti, Boito, Camerana, che cercano registro mosso della lingua.
Sono messi al bando i toscanismi veri e propri, che rimangono in poeti crepuscolari.
Si spengono le preposizioni analitiche. Fino all’800  oscillazione tra forme
analitiche e sintetiche delle preposizioni articolate. Entra in crisi l’uso antico del
condizionale poetico. Segnare quando un poeta vuole segnare la sua separatezza
linguistica. Si segnala la presenza dell’enclisi. Fenomeni sono in corso di estinzione
nella lingua comune e poetica, si cerca una lingua più prosastica ora. Forme più alte
rimangono negli ermetici. Incremento della paratassi, ha radice pascoliana. Sintassi
semplificata che tende alla riduzione nominale. Uso di una punteggiatura forte in
poesia. Anni in cui i poeti accolgono, prendono le distanza. Pascoli si pone su un altro
piano, è più moderno per i temi, temi semplici quotidiani, emblemi di un mondo
domestico, lontani dal fragore della storia, non c’è idillio in Pascoli, tra le pieghe
della natura c’è sempre una ferita del male del mondo, ambivalente, si cela il
dolorosamente contraddittorio. Raccolta poco monumentale, di molto paesaggio, non
riferimenti storici. Comunicazione con un mondo che è misterioso e che spesso è
minaccioso. All’interno del mondo non c’è nulla di rassicurante. Curva di tensione e
di ansia. Strategie linguistiche di tipo fonico che modificano il linguaggio normale.
Entra un rapporto critico tra io e il mondo. Pascoli cade quella idea di certezza che
caratterizzava tutta la nostra letteratura. Allontanamento dalla lingua probabile,
banale linguistico. Ha osservato molto la lingua italiana. La lingua poetica è giudicata
opaca grigia incolore. Appare morta. Bisogna cercare gli strumenti per darle aria.
Attraverso una strumentazione linguistica, che mette in atto quanto sia uno scrittore
della certezza, scrittore della perplessità, del dubbio, rapporto per la prima volta
irrazionale, idea dell’inconscio in poesia. Pascoli lavora soprattutto sul significante.
Crea una scrittura molto orchestrata sui suoni, che hanno un valore in sé, ricreare
seconda lingua al di sotto di quella che si sa. La lingua delle gitane, delle rondini.
Descrivere ciò che è impalpabile. Segno di una perenne mancanza. Tematica
fondamentale è l’assenza. Mancanza come status generale. È impalpabile la lingua
delle rondini. Ci si avvicina attraverso l’uso del dialetto. Lavora su più tastiere.
Novità che aprono il 900. Siamo di fronte ad una lingua paludata. Lessico: convivono
insieme linguaggio quotidiano e lessico illustre. Gli aulicismi e gli arcaismi vanno alla
fine. Rimangono alcune oscillazioni tra sorde e sonore. Rimane la forma sonorizzante,
le preposizioni doppie, qualche sincope ma in genere per ragioni metriche. Sono tutti
cascami, hanno scarso rilievo rispetto al vocabolario mutuato dal parlato e dalle
lingue speciali. Ha dato dignità letteraria al nuovo vocabolario. Si vede la drastica
riduzione degli aulicismi. Metteva in rima parole umili ‘scarabattola’ ‘bricchi’
‘cucina’. Accanto magari ad un’aggettivazione mantenuta alta. Introduce parlottio.
Comincia poetica delle piccole cose. Linguaggio classico e quotidiano convivono.
Tessere dialettali, ricorso al dialetto. Dialetto convive con il latino. Canti sono infatti
una raccolta plurilinguistica. Sentimento della pluralità dell’umano e del reale. tema
del lutto, mancanza perenne, soprattutto nel secondo Novecento. Dialogo con l’io,
con le ombre, con chi è assente. Temi forti della separazione. Grande presenza delle
voci. Lessico naturalistico. Lessico specialistico, nominare le cose con il proprio
nome, parole prosastiche della botanica, della zoologia, ornitologia, materiale
pregrammaticale, fonie di suoni disarticolati. Corrisponde indeterminatezza degli
sfondi tenuta dissolvendo i significanti. Poggia su parole concrete, che descrivono un
paesaggio. L’uomo scarseggia all’interno dei paesaggi. Lessico della natura preciso.
Realizzare il preciso a livello di nomenclatura. Non corrisponde ad un’idea di sfarzo
lessicale. Criteri che erediterà Montale. Vale anche per l’uso di dialettismi. Il dialetto,
che era usato in funzione di realismo mimetico, in Pascoli è usato in funzione di
esattezza della nomenclatura, a costo di essere incompreso, per arrivare ad una
parole più adatta. Via al dialettismo in poesia. Non in funzione di realismo, ma di
tecnicismo. Non recupero di atmosfera, diventa funzionale. È anche recupero della
lingua madre, di quella regressione nel grembo materno. Apre alla precisione in
poesia. Tra i suoi saggi, quello dedicato a Leopardi, in parte polemizza. ‘Il sabato’,
accusa il carattere indeterminato della poesia italiana. Mazzolin di rose e viole  è
un tropo, è una metafora per indicare i fiori. Senso di falsità e di indeterminatezza
che sente all’interno della loro poesia.
Sintassi pascoliana: è stato detto che si pone come primo anticlassico, nel tentativo di
operare il verso, cerca un’altra eloquenza, stacco forte dai modelli imperanti, basato
su una sintassi solenne ed ampollosa. Cerca nella sintassi una rottura. Una
punteggiatura, sintassi ansiosa. Molto ricorso al parlato, antieloquente. Modi parlati
dei crepuscolari. Pascoli introduce il frammentario impressionistico, basato sulla
giustapposizione di parole. È una sintassi che muove su interruzione, attraverso i
monosillabi, interrogative, incisi, frasi evocative, parentesi parentetiche, sono spesso
luogo della perplessità. Sintassi che muove spesso su ellissi, uso molto presente,
frammenti, analogie. Segno di ansia, voler tornare, rimarcare. Interazione ritmica,
molto spesso le parole sono legate da allitterazioni, consonanze, rimbalzano nel verso
tra una parola e l’altra. Innovazione in campo metrico. In zona rima tradisce la norma
monolinguistica. Poemetto ‘Italy’, fa rimare parole italiane con parole esotiche, come
farà poi buona parte della poesia del 900. Schemi metrici variati. Rima ipermetra,
creata dall’elisione, sillaba eccedente, che è di troppo. Tramonto – brontola  rima
ipermetra. Sfalda il ritmo e la percezione sintattica.
Pascoli  presenza costante e quasi ossessiva del paesaggio. Molta presenza di siepi,
vento, nubi, tuoni. Soprattutto lontani. Percezioni della lontananza, non di una
immediatezza vera e propria. Tutte queste presenze. Percezioni della lontananza
dicono di un altrove ostile, percepito con tasso di ansia alto, che si avvicina a
minacciare la casa, il nido e l’intimità. Sono testi molto brevi. Sono piccole ballate di
endecasillabi.
Il tuono. Sintassi sfrangiata, rotta, attacco moderno, che nella lingua rappresenta una
giuntura,qui con una parte ellittica. Forse legame con un mondo pregrammaticale.
Senso di istantaneità degli eventi. La percezione del paesaggio muove in un orizzonte
fonico. Legami fonici tra fragore-frana. Poi tra fricative e vibranti. Sintassi
singhiozzante, molto martellata. Si ha l’uso di due verbi di silenzio. Indica il
disperdersi lento del suono. Dissoluzione della sintassi, primo verso che è staccato
rispetto agli altri, è un verso in stile nominale. Sintassi scorciata, nasce il dettaglio,
mossa dall’analogia. Nuovo modo di fare poesia.
Temporale: non è nemmeno un verbo d’azione, ma di colore. Il resto è tutto un
processo di dissoluzione, domina l’ellissi. Ballata esile, costituta come quella in
genere. Uso del parallelismo, uso di punteggiatura forte. Uso di dantismo (affocato).
Ci sono molti temporali in Pascoli, che incutono timore, ma non si scatenano mai,
restano in cielo impartoribili, non si risolvono mai, partono da una situazione reale
ma loro non lo sono. Filone paesaggistico-agreste della modernità fino a Zanzotto,
altro tema è quello della morte e della separazione. Lavorano entrambi su qualcosa
che non c’è più. Tante pause interne, Pascoli nega il verso cantabile, allinea e
giustappone, mira alla paratassi, si riducono a puro stile nominale. Elimina i nessi
quando può. La sintassi decade, viene a meno l’apparato robusto dei nessi.

11 dicembre 2017
Sintassi pascoliana, testi. Giustapposizione che crea un ritmo sintattico particolare.
Non c’è un discorso legato, non c’è più tanta subordinazione. Discorso giustapposto a
frammenti. Inizia con Pascoli la discontinuità sintattica. Proposta della paratassi. Non
c’è più in Pascoli unità narrativa, se non nelle poesie più, ma costruisce testi tonali,
impressioni sonore e visive, dettagli impressionistici. Salta anche il paragone. Si
intuiscono identità ravvicinate ottenuta con l’analogia. Le parole, sintassi pascoliana
è sincopata, quantità monosillabi, incisi, frasi esclamative, interrogative, attenuative
 collaborano a rendere una sintassi non più uniformemente discorsiva, ma rotta. La
lingua si arricchisce di valori allusivi. Valori analogici, l’analogia prelude al
linguaggio poetico del 900. Permette un’operazione rapida, veloce, immediata.
Velocemente il lampo. Ballata piccola di endecasillabi. Sintassi è a singhiozzi,
punteggiatura anche di tipo argomentativo, poco poetico. Sequenza di virgole, a
tagliare la continuità del verso. Attacco sospensivo che elabora un incipit straniante.
Realtà nascosta, dal punto di vista grammaticale. Due verbi al singolare invece che al
plurale. Cielo con la terra. Blocco unico e indistinto. Soggetti come blocchi unici.
Verbo singolare. Soggetti plurali con un solo verbo. Era già strumento dantesco, in
tutta la lirica brevissima prevalgono tipici strumenti dell’impressionismo pascoliano.
Ellissi del verbo, paratassi, analogie che accompagnano descrizioni di tipo
apocalittico. Impressionismo segnato da versi parallelistici marcati dalle iterazioni,
struttura dominante. Dati esteriore si fanno interiori. ‘Tacito tumulto’. Sintagma che
in realtà è un ossimoro, situazione angosciosa, momento silenzioso e ansioso che
precede lo scoppio. Dimensione taciuta e sottesa. non appaiono virgole. Pascoli le
toglie non separa i due versi ad indicare la simultaneità, istantaneità del fatto.
Stilema ricorrente in Pascoli. Velocissimo paragone finale. Visione di un paesaggio
che appare e sparisce, paragonato da un occhio. Riporta alla visione percezione
opprimente e minacciosa del mondo, paesaggio naturale che si allarga ad una visione
inquietante. Impressionismi, realtà visibile diventa simbolo di invisibile. Una realtà si
sovrappone all’altra per annullarla. Compresenze. L’altro aspetto della novità
pascoliana è legata al lessico, fonosimbolismo pascoliano. Uso nuovo del significante.
Parte da una constatazione. La lingua poetica gli appare come una lingua morta,
incolore. Strumenti lessicali sintattici. Incrementando il vocabolario poetico in
direzione della precisione e l’esattezza, in direzione del domestico. Dopo l’esperienza
pascoliana si può dire che il linguaggio è molto più disponibile all’accoglienza del
parlato domestico, lingua dei crepuscolari. Ritmo e lingua più famigliare. Saba,
Montale ultimo, cerca parole di concretezza, di esattezza, parola più onesta. Grande
uso del vocabolario domestico, poeti del secondo Novecento, Caproni, poesia dove
non si nota nemmeno un bicchiere, de sublimazione della parola poetica, Pascoli
rivitalizza la lingua. Lavora sulla polivalenza della parola. Specie di inquietudine
metafisica. Non è più una parola classica. Lingua di Foscolo, sicura, valore razionale
della parola. Armonia tra i poeti del mondo. Pascoli moderatamente capisce che
esiste un fondo impalpabile del reale. rapporto perplesso con il mondo. Poesia che
può contenere l’irrazionale. La lingua è imperfetta, insufficiente, carente, la realtà
non si può cogliere solo attraverso dati razionali, per questo lavora sul significante.
Freud nasce nel 56. Gli anni in cui si coglie ciò che sta sotto, l’inconscio, il poco
percepibile razionalmente. Cerca una lingua che va oltre la comunicazione. Dopo
tanta poesia filosofica, descrittiva si inizia a fare  poesia moderna, irrazionale.
Pascoli lavora sul significante, ma il Pascoli moderno non è quello delle onomatopee.
L’onomatopea è soltanto un punto di partenza per andare da un’altra parte. Non usa
l’onomatopea, se non qua e là, per mimetismo della realtà. È soltanto un punto di
partenza. Lavora sugli elementi non semantici, che sono le assonanze, le consonanze
le allitterazione. Legami del suono tra le parole, questi accordi fonici sono
responsabili di uno stato interiori. È il Pascoli della dissolvenza. Non è quella che
avviene sul piano del contenuto. I suoi quadri sono giocati su fondi di evanescenza
reale. pascoli cerca una dissolvenza che riguarda il linguaggio. È un lavoro da
laboratorio. Pascoli è il simbolista nostrano. Bagaglio corredo di sostantivi e aggettivi
preferiti. Sintagmi accordati che sono spesso sin estetici. Libellule tremule, fulmini
fragili, brividi brevi, crepito rapido. Ricorrenza allitterativa. Stende una patina
sonora, cerca l’identico in ciò che è diverso. Fa sì che il suo testo proceda per
variazione timbriche. Sparpaglia, dissemina e dissolve all’interno di unità minime o
più versi in modo che i versi siano accordati. Lavora sulla lingua come un pianista che
lavora sul pedale di un pianoforte. Se non usiamo il pedale avremo suoni più staccati
e definiti. Pascoli usa il pedale sulla lingua, attraverso tutti gli accordi possibili
smorza la marcatezza delle onomatopee e la distende. Gre gre  onomatea pure. C’è
un breve gre gre di ranelle. Stringa di verso che riprende vocali e consonanti. Plus
valore fonico ai vocaboli. Vocaboli privilegiati sono quelli poco percettivi. Iterazione
di suono, deverbali con valore frequentativo in –io. balbettio di bimbi. Come se
Pascoli cercasse ciò che è esile, fragile, trovasse queste qualità, esilità nella semi
vocale acuta. Poggia questa esilità su una vocale che sente fragile. Sono parole che
hanno una potenza simbolica maggiore. Tutto quello che è l’incertezza, l’ansia, il
mistero, la transitorietà. Una proprietà di alcuni classi di parole. Fragile, tremulo.
Tutte queste parole che indicano esilità, fragilità diventano come sinonimi poetici e
quindi sono intercambiabili, sono dotati di un senso irrazionale. Sono segni di un
mondo interiore. Sono parole oppure locuzione che sono immesse in un ambiente
fonico omogeneo. Potere di suscitare tematicità fonica. Hanno un valore di per sé.
Elementi non semantici. Questo crea un significato in più. Parole che indicano
transitorietà e poi le combina nel testo. Patria. Aggettivo. Tremulo, stridulo,
combinati fra di loro sono aggettivi sonori, Pascoli li usa in altro modo. Sceglie
tremulo, un vocabolo della poesia, utilizzato. Montale. È un vocabolo corroso
letterariamente, si rianima in un contesto. Serie di corrispondenze e legami. Espande
i suoi significati in quasi tutte le parole. Omometrico e omofonico  stridulo.
L’aggettivo si scompone e contagia la scelta di vocaboli seguenti. Attira parole
foneticamente legate. Perché sono parole predilette? Si tratta di una predilezione
semantica. Perché dal punto di vista semantico tremulo è una voce polivalente si
presta a combinazione diverse, sin estetiche, tremulo ricopre una gamma di
possibilità analogiche molto estese sino ad invadere il campo semantico opposto. Uno
di quegli aggettivi che possono cambiare di continuo, vettore di dissolvenza di
contenuti. Può ricoprire tutta la gamma del reale. Dato immateriale e così via. Sono
le parole tema di Pascoli. Fremito, tacito. Indicano diminuzione di vitalismo.
Rappresentano una difficoltà a raggiungere la parola detta veramente, parola fragile.
Ai limiti della percettività. Pargono entrare nel silenzio. Blando, lieve, velato, segreto.
Hanno una radice onomatopeica. Suggestione sinestetica prevalente, più adatta ad
ottenere tratti visivi, uditivi, tattili. Mettono insieme tutto il reale. Non vuole usare
tremulo per sottolineare ciò che trema, non indicazione naturalistica, lega insieme
tutte le cose che sono labili, incerte, fragili. Belato di un animale, suoni che vengono
dalle cose. Sono aggettivi che permettono di abbracciare in un solo istante delle
connessioni sotterranee. Simbolismo fonico di Pascoli, cogliere associazioni tra
tremulo belato, vagito e rumore di foglie. Non c’è più nulla di logico, la parola diventa
evocativa. Testi si fanno visionari. Poesia diversa. Patria. Storia di una
depersonalizzazione. Perdita di identità, motivo dominante, perdita coscienza.
Ritorno in sogno al paese natale. Alterazioni dell’immaginario. Tema del pellegrino.
Altro tema caro a Pascoli. Cane, simbolo rassicurante, ma dell’oltremondo. Paesaggio
vangoghiano. Paesaggio smemorato fatto di cicale. Illusione di fondo, questo giorno
così chiaro irrompe un suono diverso di una trebbiatrice. Stilema ripreso da Montale.
Fischio di un rimorchiatore che esplode tra le brume. Vittorio Sereni. Raccolta di
frontiera. Irrompe il suono. Simboli di un’angoscia, seconda guerra mondiale. ‘Patria’
contiene aggettivo stridulo, pioggia, voce, ramo spezzato, parola motivata
semanticamente e fonicamente. Aggettivo sinestetico. Parole che permettono più
associazioni. La natura è tutta uguale. Rondine stridula, stridulo andare. Voci da
consumate che erano diventano vivificate, parole che creano corrispondenze. In
‘Patria’ dispersione anagrammatica di tremulo. Rinvia sempre a qualcos’altro. Non
rimangono inerti, ma generano parole rima. Questi aggettivi diventano delle metafore
sonore. Sono parole ridestate. Questo testo dà rappresentazione dell’estate, si muta
in evocazione di voci del ricordo, oggetto della coscienza, rappresentazione interiore
di sensazioni dimenticate. Testo diventa franto mano a mano. Ci sono delle rime
assonanze. Ciò che la sintassi divide, le assonanze, i suoni recuperano, scomposizione
viene recuperata dalla tessitura dei suoni. Foglie stridule in Pascoli. Malessere,
spaesamento, corruzione delle cose. Rime equivoche. Verso tutto nominale a spezzare
di nuovo. Nesso ribattuto poggia su ‘i’ e ‘t’. poi strofa imperante. Palpito lontano,
accordi fonici. Trebbiatrice umanizzata. Paesaggio di sperdimento. Suono delle
campane, richiama la preghiera. Si entra in un’altra dimensione. Allontanamento,
esilio. Suono del campano recupera sperdimento del poeta. Dà le coordinate spazio
temporali. Con un gerundio che frange, ambiguo, sintatticamente dipende da
campane ma si riferisce a forestiero. Ipallage, trasferimento di qualità. Accordo
fonico è un punto di partenza per esplorare l’informe, ciò che non si riesce a dire.
Tacito tumulto. Sintagma ha un di più di significazione. Significanti simili, significanti
diversi. Scossa, attrito, novità somiglianza tra dati e lontananza semantica. Scoprire il
comune in ciò che è diverso. Poeti del Decadentismo di area simbolista hanno cercato
questo attraverso l’identico del significante. Tentativo di ridestare e captare la lingua
che si è persa, accostando elementi estranei ma uniti da un significante simile.
Pascoli non cerca la parola che riproduca la natura. È il primo tra i moderni a
pensare che la poesia non debba risiedere solo nelle idee espresse, messaggi,
contenuti, crede nello stile dell’espressione, è la combinazione formale che conta e
che dice di più. Brividi brevi. Significati diversi, significanti simili. Tensione nella
lingua. Contrasto nella lingua poetica, la rivitalizza. Valore evocativo deriva dal fatto
che quelle che si assomigliano per suono sono anche attratte per senso. Parole che si
accordano per suono paradossalmente sono attratte per senso, irrazionale delle cose.
Altissima sensibilità formale. Non è una poesia slancio, immediatezza e spontanea.
Non è per nulla poesia slancio. Attenzione al dato formale è la vera regola della
poesia. È un dato riconosciuto a tutta la poesia.
Versi singoli: attenzione al significante l’ha avuta Dante. Se leggiamo i versi sentiamo
come funziona il significante. Al di là del significato, Dante usa versi non accordati,
ma ribattuti. I suoni marcati graffiati, ‘fuggendo, forte’, sono in Dante come in tutta la
poesia , il significante è in funzione del significato. Sottolinea il significato.
Contribuisce alla memorabilità dei versi. Sono al servizio del significato. Le parole
non sono fuse ma ribattute, hanno un valore iconico. Non è fonosimbolismo. Dante 
significante al servizio del significato. Mai avrebbe creato sinestesia per confondere i
realia, sentire vocali e consonanti ‘colorate’.
L’assiuolo. Descrizione. Luce perlacea della luna, luna è invisibile. motivo caro
all’epica antica, luna velata. Luce fatta di nebbia, risponde al gusto pascoliano per i
particolare metereologici. Testo in cui è palese il modo in cui tratta la parola in modo
fonosimbolico. Testo dove si vede la precisione ornitologica. Voce che si sente la
notte. Lamento dell’oggetto notturno, lamento che evoca un lamento da uno spazio
invisibile. voce che viene sempre di più mano a mano che la storia va avanti, singulto
cosmico. Strida di cavallette. Sonorità sono uniformi, cellule onomatopeiche che
contagiano le parole vicine. Frammentismi impressionistici. Puntini di sospensione
ritmano ogni strofa. Riduzione delle rime, suoni fondamentali. Sonorità tematica
anche nel verso del ‘chiù’, specie di eco, pianto di morte che si dilata sempre di più.
La realtà è misteriosa. Sperdimento raro nella poesia italiana. La luna è velata.
Quadro reale che diventa irreale. Nello stesso tempo inonda di luce di luce il cielo. È
anche un’alba. Inganno del paesaggio. Alba nel cielo notturno, presenza della morte.
Paesaggio diventa interiore immediatamente, lo fa attraverso il suono, il ritmo.
Impostazione è soltanto apparentemente realistica, sintassi disseminata di sintagmi
impressionistici. Sintagmi nominali, giro della comparazione troppo lungo, più
efficaci ed impressionistici. Poi c’è la parentesi interrogativa finale. Onomatopea
lessicalizzata mette le cose fondamentali tra parentesi. Parentesi interrogativa.
Insicurezza della parentetica, sicurezza funerea dell’ultimo verso. Definitivo e
drammatico. Pausa pianto di morte. Trasformazione del pianto in uno di morte.
Climax ascendente. Seconda strofa. Iterazione. Uso alto dell’omoteleuto. Fru fru tra
le fratte  funziona come una cellula onomatopeica. Sibilanti. Sussulto. C’è la
persistenza delle liquide, ‘luna’ sostantivo importante. Sibilanti dell’ultima strofa.
Costruzioni metaforiche ma molto essenziali che evitano le parole. Strumenti lessicali
legati al culto di Iside. Creano una metafora sonora. Gli aggettivi che pascoli usa,
sostantivi, sono acustici e psicologico. Qualcosa della realtà interna ed esteriore. Si
percepiscono appena, stato di perplessità. Aggettivi che diventano sempre più
polisemici. Gracile  entità fisico naturale, visiva. Entità psicologica. Parole
disponibili alle equivalenze, di per sé sono quasi parole immateriali. Fragile vento,
fragile locusta. Connota insieme la reale secchezza dell’insetto e la fragilità del suo
canto. Aggettivo e sostantivo accordato dice due o tre realtà. Sono accordati. Fragili
fulmini. Realtà visiva e sonora. Crea un nuovo rapporto tra significato e significante.
Le parole sono instabili e inquiete. Diventano polivalenti.
Nebbia. Caratterizzazione presente in Pascoli. Elemento concreto ed impalpabile
insieme. Testo che indica la dissoluzione dello spazio. Storia di una crisi, è uno dei
suoi manifesti di poetica. Relazione tra ciò che è vicino e ciò che è lontano. Testo
figurativo, scenario che diventa indistinto. Fondo emergono degli oggetti primari
distinti. Sono realtà quasi numerabili. Siepe, orto, valeriana. Fondo indeterminato.
Carico di mistero ed inquietudine. Emergono i dati numerici. Da un lato c’è la
chiusura nei confini rassicuranti, nido, casa. Dall’altra l’ansia e l’incubo di un
dissolvimento. Elementi determinati e computabili su uno sfondo indeterminato. È
uno degli esempi che dicono da una parte la realtà che si tocca, contro quella che non
si vede. Freno infinita direzione opposta rispetto a quello di Leopardi. Meglio stare
nel vicino, sicurezza. Rapporto fra il vicino e il lontano, ciò che è reale e ciò che è
metafisico. Mette in circolo tutta una serie di interazioni lessicali. Ripete, cadenza
ritmica. Piano ritmico Pascoli crea una cadenza lenta ed iterata, parole verso. Dieresi
per allungare la pronuncia. Rafforza l’eco. Descrive la nebbia come elemento quasi
fluido. Sceglie le liquide. Allitterazioni. Femminile arcaico. Tutte le parole sono
legate fra di loro. Esclude l’infinito, va in direzione opposta rispetto a Leopardi, poi
sua dichiarazione poetica. Soltanto con questo avverbio frase. Indicare l’esclusione.
Avverbio limitativo, marca l’isolamento. Paronomasia tra meli-mieli. Vada-veda.
Ripetizione di che. Indicazione dei vari deittici. Figura etimologica nascondi-
nascondile. Richiesta di addebitazione del paesaggio rassicurante. Verso occupato da
un deittico fondamentale. Cipresso simbolo di morte. Diettici assoluti che escludono
ogni spazio esterno. Chiusa ritmata bisillabi che serrano la sequenza delle situazioni.
Cane presenza ambivalente.
Novembre: fragile prima è stato scelto, poi è stato accordato con foglie e poi con
fredda. Accordo a livello di laboratorio. Il significante contagia il verso e dice meglio
l’ansia del paesaggio, ansia psichica. Lo usa in senso psicologico. È un latinismo sin
estetico. Si presta a descrivere varie realtà. Albicocchi in fiore. Prima strofa tutta
all’insegna della chiarezza. Albicocco è uno dei primi alberi a fiorire. Prunalbo altra
indicazione di chiarezza. Il significante può essere simile a prunalbo. Falso
significante, è una parola araba. Sceglie per dare una sensazione di bianchezza
tradita dal vero significato della parola. Apre alla modernità per vari motivi. È quella
che appartiene al mondo crepuscolare. Siamo all’inizio del 900. Sia Pascoli che i
crepuscolari fanno riferimento alla lingua del passato. Moretti diceva che crepuscolo
può essere sia tramonto che aurora. Siamo anche all’inizio, accoglimento del nuovo.
Piano dei contenuti, con un’ironia, da parte ad esempio di Gozzano, quasi parodia
insistita. Marino Moretti, Corazzini, Govoni, Palazzeschi. Zona rima è sempre stata
sacrale. Montale diceva che la rima di Gozzano, come di molti altri, è il luogo dove
avviene il cozzo dell’aulico con il prosaico. Linguisticamente si unifica la convivenza
dell’antico e del moderno, parole distanti che rimano. Camice - nietzche. Sublimi –
concimi. Duoli – fagioli. Romanzi – aranzi. Desublimazione e ironia. Nasce anche
come controcanto alla poesia che proclamava la vera realtà linguistica, la poesia di
D’Annunzio. Verso di Gozzano  non farmi diventare dannunziano mai più. Ci sono
residui di tradizione, pronome colto, ottocentesco, uso dell’enclisi pronominale.
Parole di lunga tradizione, desio, spirto. Vocabolario quotidiano la fa da padrone.
Abbondano e hanno grande accoglienza le parole inaugurate da Pascoli. Lessico
molto famigliare e domestico. Uso dei tanti diminutivi. Vocabolario che piega verso i
termini di una quotidianità: cinematografo, caffè concerto, entrano emblemi nuove
invenzioni. Gozzano ha saputo più di altri giocare sulla doppia tastiera del sublime e
del facile. Rimane seco, oblio, ma sono usati in senso ironico, avanzi di altri poesie.
Sono residui, di paccottiglia del mondo poetico che fu. Il più colto usa Dante, i
dantismi. Il lampadario ‘immilla’ le buone cose di pessimo gusto. È un verso che
Dante che usa a proposito delle sfere celesti. Operazione di de sublimazione,
prendere questo verbo dantesco. Desublimato in un salotto borghese. Tratto colto
viene ironizzato. Uso di composti grecizzanti. È una lingua quella di Gozzano ricca di
tecnicismi, precisazioni specialistiche di lessico quotidiano. Tentazione di usare un
lessico casereccio. Lessico dove ricorrono termini quotidiani. Oggetti sempre più
domestici. Lessico comunissimo, parola genericismo usata molto è ‘cosa’. Poesia
crepuscolare ha paesaggi prediletti, sono in genere cittadini, provinciali, periferici.
Lessico sentimentale corrispondente, aggettivi che amano i crepuscolari sono
aggettivi di riduzione. Tra i sostantivi, cuore. Fanciullo solo, sorella, fratello. Molte le
negazioni. Poesia poco vitalistica. Negazioni. Abbassamento di tono, controcanto alla
lingua dannunziana, tutto diventa triste e melanconico. Sul piano sintattico la lezione
ha fatto scuola, aumento della paratassi. Stile alto dal punto di vista dello stile
nominale. Ci sono fitte domande, molti attualizza tori, presentativo ‘ecco’, molto
spesso è una poesia dialogica. Entra nella poesia alcune macchie di parlato regionale
‘baciate la mano agli zii’, usi ‘gli’ per ‘le’, ‘che vi viene in mente’, oralità che inizia a
sfondare. Ridondanza al pronome. Ci sono frasi foderate. ‘io non lo so nemmen io’. è
una sorta di retorica che si chiama epanalessi. C’è in molti il parlato plurilingue. C’è
in molti per ironia un misti linguismo. Gozzano utilizza discorsi in piemontese. C’è la
mimesi del parlato regionale, dialogo che frange i testi, riporta la prosodia. Mima il
parlare singhiozzante della signorina Felicita. Enumerazione, scomposizione della
sintassi, realismo del verso. Creano i cataloghi, elenco. Pura elencazione nominale.
Tutto in genere è umanizzato, ci sono degli scambi tra i realia, c’è una specie di
antropomorfismo ininterrotto. Il cielo è dolente, il vicolo ha una fronte di mendicante,
il divanetto è impermalito. L’amnistia del crepuscolo. Uso dell’analogia pascoliana.
Uso dell’analogia nei futuristi.
12 dicembre 2017
Metamorfizzazioni che creano i crepuscolari. Uno dei tratti fondamentali e ricorrenti
è quello della nominalizzazione. Creano analogie rette attraverso la preposizione di.
L’idea che la consistenza fonica della lingua possa sgretolarsi, deriva da Pascoli. I
crepuscolari disseminano sonorità il testo per suggerire sensazioni ed emozioni
attraverso ritornelli, filastrocche, anche la reduplicazione dei lessemi. Costruiscono
versi anche di pura iterazione, dove i lessemi sono iterati con alta valenza. La rima
orizzontale si ripercuote sull’iterazione. Uno dei tratti più caratteristici è dovuto
anche a Palazzeschi, giocoliere d’eccezione. Come se la parola non finisse, creasse un
nastro sonoro ribattuto, crea per esempio versi che ricordano le giunture pascoliane.
Questa sibilante ‘salisci’, in modo ironico, come se fosse ritornello. Celebre
passeggiata di Palazzeschi. Si assommano, crea collage ironico e divertito. Non meno
famosa ‘Lasciatemi divertire’. Composta attraverso una sequenza di suoni in libertà,
che lo stesso Palazzeschi definisce ‘spazzatura ed avanzi delle altre poesie’. Ironia di
Palazzeschi, desemantizzazione della paroal che sarà ripresa dall’avanguardia.
Gozzano è un crepuscolare un po’ a parte, sarcasmo scende nei suoi testi, corrode.
Riempendo di parlato le sue strofe, coglie il linguaggio della conversazione borghese
e lo immette in versi rotti, scanditi, molto dialogati. Non manda in aria la cristalleria,
il vecchio armamentario. Come se ne ricomponesse i cocci, come si fa con le cose che
si sono avute in eredità, ci si rimane melanconicamente affezionati, affezionati alla
tradizione letteraria. I suoi testi sono un’infittirsi di citazioni, che magari non
vengono a galla. Riusa a piene mani, riusa D’Annunzio, ridotto ad una funzione di
ornamento. Recupero critico della tradizione con molta ironia, marcata ed affettuosa,
anche amara, denuncia la crisi delle istituzioni. Controcanto ironico alla letteratura,
controcanto letteratissimo, recupero antico che denota l’amore per la letteratura. Si
limita a fare un controcanto ironico, si può definire l’ultimo classico per questo suo
amore per la letteratura. Da un lato è un consapevole liquidatore della tradizione,
dall’altro la letteratura viene recuperata come memoria poetica. Contaminato con il
dato prosaico. Convive in zona rima, zona sacrale, un po’ caratteristico di tutti i
crepuscolari. Essi giocano con la rima, giunture, accoppiamenti di termini dissonanti.
Accostamento di termini di registro diverso, ambito diverso. Divina – morfina. Rimine
che bruciano il preziosismo, lo bruciano a contatto con la banalità più immediata. La
rima può anche essere elemento di non novità, di facilità, di pigrizia, rime che
dimostrano volutamente una banalità formale. Cuore – amore – dolore. Giocano su
più registri. Può scattare anche attraverso nomi propri. C’è nei crepuscolari la
volontà di esaurire il possibile campo delle rime, le saggiano e le inventano un po’
tutte. ‘Colloqui’ opera del 1911. Poesia narrativa, molto lunga, quinta parte di otto
parti, quasi un poemetto. Racconto di una scena reale. Pasolini scrive più volte che
non si può scrivere senza aver letto Gozzano. Presente della sceneggiatura. Scenario
di una villa aristocratica, statue allegoriche ‘le stagioni camuse’, ribaltamento gentile
di una scena dannunziana. Uomo vanta un passato di donnaiolo, è meschino,
incapace di agire, fa una promessa di matrimonio che non manterrà. La donna non è
certamente la donna fatale, non ha nulla della seduzione dannunziana, non è una
femme fatale, è una zitella, che si definisce brutta e poveretta, siamo in un
armamentario di squalificazione, ancora più esplicita è quella del giardino. Qui è un
giardino ridotto ad orto, la sua bellezza di per sé è derisa. Abbassamento, de
sublimazione, sceglie un tono crepuscolare. Non è la nenia dei fanciulli corazziniani,
è qualcosa di leggero, che contribuisce ad una tonalità quasi allegra. Gli stessi colori
crepuscolari sono autoironici. Il dialogo scende nel banale, ricalca l’oralità con le
sospensioni e le ridondanze. La tematica è borghese. Le strutture puntano al
racconto, non all’essenzialità lirica. A differenza di quanto avviene negli altri
crepuscolari, non è una lingua di grado zero, non c’è appiattimento linguistico. C’è
anche intreccio di elementi colti. Ove al 2° verso, tessera che indica letterarietà,
consumata, arcaica schock dell’aulico. Inserimento di parole prosaiche ma più che
tali, domestiche, colloquiali. Leopardismo  fuggitivi. Bussi convive con legumi.
Gozzano recita Dante. Testo che è un puro racconto, Dante usato come gioco allusivo,
citazione allusiva. Ripresa anche da Moretti. Linguaggio da libretto d’opera. Gozzano
allude anche ad un tipo di verso dantesco. Non c’è nulla del serio ed erotico che
compare in Paolo e Francesca. Rime facili accanto a rime dissonanti, alcune giunture
foniche, qualche parola tipicamente ottocentesca. Sibilante che riprende. Poi ripresa
di rime dantesche e forti. Simulazione di parlato. Si vede come usi alcune allusioni
colte, sperimentazioni linguistiche in rima. Sa far leva su un gruppo di lettori che
riconoscono le allusioni. La letteratura si fa con la letteratura. Poi c’è questa
dichiarazione finale da libretto d’opera.
Reazione al dannunzianesimo, ad un’azione che risponde ad una reazione. Altro che
reagisce è Ungaretti. Reagisce all’oratoria dannunziana. Cerca un linguaggio nuovo,
lontano anche dai modi troppo parlati dei crepuscolari, e anche dall’oltranza e dal
disordine futurista, cerca essenzialità, ritorno all’ordine. Frammentazione sintattica,
metrica cerca una parola intensa e luminosa che emerga dalla notte, parola scavata
nel suo significante, parola assoluta. Specie di rivoluzione, inedita intensità nella
ricerca della parola. Una parola viene sillabata. Lettura che esalta, scava e massacra
le parole. Come se dovesse emergere da abissi. È una parola elementare dal punto di
vista ritmico, quasi una dimensione sub metrica, crea parola monade, procede verso
la frase segmentata. Spezza il continuum del verso in membri brevissimi, versicoli
brevissimi, pausati da spazi bianchi, monade tematica, arriva alla parola verso. Non
solo quella messa in testi che hanno anche altri tipi di versi. Ricompone gli oggetti
come rotti dopo un naufragio, senza ad arrivare a procedimenti distruttivi senza
arrivare ai futuristi. Come lavorava l’avanguardia francese, capisce che la poesia non
si fa tanto con le idee ma con le parole. La parola acquista una densità semantica
forte ed iperbolica. Come se le parole fossero illuminazioni liriche, enfatizza le pause,
va a capo molto spesso. Dà un preciso rilievo al significante attraverso le giunture
foniche, i sintagmi. Allibisco all’alba, gorgoglio di grilli. Geminazioni foniche, famiglie
fonetiche. Versi lunghi oppure più brevi  brevi viole. Fino ad arrivare al ‘Sentimento
del tempo’. Ha molta attenzione al dato materico della parola. Conferiscono alla
dizione una drammaticità. Desinenza anche molto marcata, quella del participio
passato. Versi sono scomposti, è un testo di 4 versi e ci dice tutto. Sono due settenari
che spezza in 4, quasi un alessandrino. Permanenza di Ungaretti in Francia a
contatto con i poeti francesi. Biograficamente qui siamo alla fine della guerra, tema
topico trasversale nei secoli, fragilità umana paragonata alla fragilità delle foglie.
Parte da un tema collaudato. Titolo è indicativo, tipicamente novecentesco, guida il
contenuto del testo, potrebbe essere anche solo una dichiarazione generica. Testo
pienamente rastremato, sembra quasi un epigramma tragico. Raccoglie il mito
ungarettiano della vicinanza nella guerra tra gli uomini. Ungaretti componeva i suoi
primi testi in trincea. Testo che contiene alcune innovazioni formali. Uso di un falso
impersonale. Si sta = noi tutti stiamo. Forma tipicamente toscana. Fa della vicinanza
tra i soldati un suo mito, passa da un io individuale ad un io collettivo. Precisione
cronologica e topografica. C’è la subscriptio. Poesia che diventa universale. Esilità
dell’enunciato. Tratti stilistici anonimi, uso dell’enjambement, poggia sul come.
Chiude il verso con un enjambement. Crea una marca sospensiva del testo, come se il
paragone non paragonasse più, avesse una difficoltà. Inversione sintattica dove il
soggetto è spostato al fondo, assonanza circolare, due parole esposte. In 4 versicoli
c’è parecchio materiale. Usa l’assonanza, azzera in generale l’uso della rima.
Preferisce diluire la rima, le iterazioni, le anafore, non ama troppo la punteggiatura,
preferisce sostituirla con la scansione verticale dei versi. Crea versicoli, rinuncia al
discorso legato, come un naufrago ritrova un incentivo per riprendere il viaggio, va
alla ricerca di una lingua primigenia. Versi definite ‘molecole frastiche’, non c’è
aggettivo, l’analogia, pascoliana, compara sottoforma di paragone. Alto valore
esistenziale dei paragoni. Lo mette oppure in luoghi diversi, non canonici. In realtà
sostiene tutta l’unità sintattica. Quattro versi che dicono molto, ricerca che genera
analogie. In questo si inserisce nella linea della corrosione delle forme di fine 800
inizio 900. Nostra tradizione, Petrarca, Pascoli, novità del primo 900 declinate in un
altro modo. Analogie preposizionali. Già viste nei crepuscolari, sostantivo + prep +
sostantivo. Concretezza del nome, procede per giustapposizioni analogiche. Azzera lo
spazio, effetto fulminante. Usa degli pseudo complementi di materia, bacio di marmo.
A partire da ‘Sentimento del tempo’, in Ungaretti si dice che risorga una volontà di
canto, recupera le misure tradizionali, ricompone il verso dopo averlo distrutto. I
versicoli diventano versi. Riconquista un ordine sintattico più dichiarato. Il ruolo
fondamentale è qui dato dall’aggettivo. Pigra pioggia di dardi. Giuntura sinestetica,
allitterazione. Notturno meriggio. Rispetto alla scrittura di algeria, la parola ha un
peso minore, tende all’evasività semantica, Ungaretti che guarda Petrarca,
riconquista della parola petrarchesca e leopardiana. Conquista di termini aulici.
Diventa un linguaggio più astratto ed evasivo, linguaggio metaforico. Significa spesso
distanziarsi. Basi non soltanto della lingua coeva, ma anche dell’ermetismo, appaiono
già fenomeni presenti nella koinè ermetica. Uso dell’articolo indeterminato, più
evasivo. Si rileva spesso l’assenza dell’articolo. Abolisce i contorni, uso personale
delle preposizioni. Le preposizioni sono polivalenti. Presenza di termini astratti.
Ricerca di vocaboli impiegati in senso arretrato base, vocaboli latineggianti.
Accostamenti inconsueti. La lingua dell’ermetismo è l’ultima scuola poetica, ultima
koinè omogenea, compatta, colta, che crea una poesia astratta, molto evocativa,
assoluta, scura, per nulla facile. Koinè che cercava un linguaggio poetico uniforme,
fortemente legato soprattutto ad una città, ideale linguistico, era quello di una
equilibrata conservazione dei tratti alti della lingua. Creano una loro grammatica, che
farà scuola ai poeti a venire, basata su alcuni fenomeni:
• Uso anomalo delle preposizioni. Ricopre funzioni diverse. È mobile,
interpretabile. Uso della preposizione a come dilatante, spaziale, che allarga lo
spazio. Ricopre preposizioni più precise. ‘Morto ai Paesi’  raccolta di Gatto.
Ringhiera, ruota al suono.. Quasimodo. Uso variato delle preposizioni. Non c’è un uso
pavido della grammatica, si cerca lo scarto dalla norma.
• Uso dell’analogia.
• Grande uso della sintassi nominale.
• Fasto dei latinismi, ardui, ricorrenti.
• Uso etimologico dei vocaboli. Rondini volubili.
• Verbi intransitivi usati in senso transitivo.
• Accostamenti inediti e arditi. Scoscesa tortora. Cielo implume. Cercano scarti e
diversità
• Ellissi dell’articolo, uso del sostantivo assoluto. Uso di un sostantivo quasi al
modo epico.
• Preferenza per il plurale di derivazione petrarchesca.
• Uso del preziosismo lessicale. Verbi parasintetici di derivazione sintetica.
Infrazioni microgrammaticali. Click stilistici ed ermetici. Grammaticalizza la propria
diversità della lingua comune.
Scuola poetica a sé, ultima in Italia, linguaggio di koinè. Linguaggio con
caratteristiche formali comuni, immediatamente riconoscibili, capace di influenzare
la lirica a venire.
‘Ossi di Seppia’ di Montale. Parla di ‘controeloquenza’. È nemico dell’enfasi, del
troppo, dello spreco, del ridondante. Cerca una lingua senza compiacimenti,
dolcezze, lingua che poggia sulla koinè primo novecentesca, è alla ricerca di una
lingua precisa ed esatta, funziona in lui benissimo la lezione pascoliana. Sceglie la
lezione pascoliana dell’esattezza, la precisione nominativa, per esattezza, onestà
nominativa, forza la lingua in direzione opposta a quella ermetica. La lingua ermetica
è una lingua orfica per iniziati. Prima della raccolta del 71, ‘Satura’, dove si vedrà un
Montale diverso, verso l’espressione più piana, comprensibili. Prima il lessico era
arduo per volontà di precisione. Lessico arduo ma mai oscuro, raro, colto, dotto, ma
mai oscuro, da dizionario. È un lessico che metteva in rilievo parole esatte precise
anche per scelta fonica, sono vocaboli che privilegiano l’aspro della lingua,
accostamento fonicamente aspro. Blasonati, colti, alti. Ritornano tanti latinismi, verbi
dotti, parasintetici. Scelta di forme fonicamente corpose, molto spesso dantismi,
sostantivi e aggettivi di densità consonantica. Consonanti intense e ripetute. Lessico
di ‘Bufera’, 56, rare per provenienza e forma. Botro = fossato. Scrimolo = bordo,
limite. Spesso suoni che sembrano lacerare l’aria. Scelta che va verso l’ardua
concretezza. Riuso di molti frequentativi in –io. numerosi dantismi, parasintetici,
lingua che in nome della precisione esplora il vocabolario più colto e più raro, anche
quello quotidiano e dialettale, linguaggio settoriale e musicale. Avrebbe voluto fare il
cantante lirico. Linguaggio tecnico marinaresco. Vocaboli ornitologici, precisione
pascoliana. Termini che per conoscere il significato bisogna usare il vocabolario.
Varianti fonomorgologiche. Serie di termini botanici. Dialettalismi velati. Spesso sono
calchi dialettali. Precisione di Calvino.

13 dicembre 2017
La lingua di Montale cambia nel corso del tempo, particolarmente produttivo è nella
coniazione delle parole. Presenza alta dei parasintetici. Si vede la tendenza
espressionistica della lingua di Montale, buona parte di Montale. Sono attivi in questo
senso i suffissi e le terminazioni in –ura. Crea attraverso i prefissi più svariati,
composti di stampo dannunziano. È il poeta che usa il lessico più ricco e di massima
divaricazione angolare, dalla parola più arcaica a quella più domestica e parlata. Usa
la maggiore varietà di toni e di registri. È una sorta di pluralismo lessicale che si
articola in più direzione, linea marcata, parola aspra, petrosa, dantesca, fonicamente
sostenuta, la parola che si fa termine preciso e quasi univoco, per cui la presenza alta
in lui di tecnicismi. Grande apertura verso i forestierismi, apertura massima alla
lingua letteraria di tradizione antica. Particolare costante sintattica, elencazione
ellittica, diventa una struttura portante della sua poesia, soprattutto nelle
‘Occasione’, giuntura che inizia con un sostantivo seguito da che. Anche i
crepuscolari usavano l’elenco, qui però ha un valore casuale. Inerzia della vita.
Valore divertito (Palazzeschi) o negativo, stanchezza inerzia. In Montale è invece è un
modo per presentare gli oggetti della sua poesia in modo perentorio. Gli oggetti in
Montale sono delle epifanie. Diventa una specie di emblema, non fa parte di una
descrizione continuata, diventa segno di domanda, inquietudine e tensione. Nella
metrica, tratto riconoscibile e che è proprio della tradizione ligure, è la costruzione di
un endecasillabo molto riconoscibile. Accento che batte su una doppia sdrucciola,
accento di terza e sesta, fonicamente molto legati. Montale è spesso elemento
portante nell’architettura della frase, molto più spesso sono legate come un ostacolo.
Non si dà poesia senza artificio. Sono spesso in lui interne o mimetizzate. Usa la rima
pascoliana, ipermetra, preferisce usare quella imperfetta, rima costruita con
materiali molto simili. Collegamenti fonici corposi e materici. La ricchezza delle
riprese non creano una poesia melodica, ma sempre una poesia scabra e petrosa,
dura e dissonante. Va verso una sua sillabazione peculiare propriamente sua.
Sillabazione arida e secca. Effetto fonico sempre aspro. ‘Meriggiare’ intreccio di
vocaboli aspri, come se le parole fossero sempre un inciampo fonico. Effetto arido e
secco delle consonanti. Festa delle consonanti dure e aspre. Primo esempio di
petrosità della lingua, attacco è con ricorrenza di consonante doppia. Attacco insolito.
Insolito attacco con infinito. Attacco che deriva dal suo amore per la lirica. Lessemi
che assumono sensazioni uditive aspre. Rima formiche – biche è una rima infernale
dantesca. Frondi, uso di arcaismo dannunziano. Le liquide si rincorrono, D’Annunzio
di Alcyone. Ripercuotersi della rima orizzontale. Frinire delle cicale. Rincorrersi di
occlusive. Ripetersi di gruppi di consonanti intense e ripetute. Con ‘Satura’ si frange
quella alta tensione linguistica che lo ha sempre contraddistinto. Cambia la stessa
concezione della poesia, poesia è governata dalla casualità, è la vita che entra,
dominata da incontri improvvisi. Montale ugualmente grande, più feriale, più attento
alle minime esperienze della vita, Montale meno altamente selettivo. La lingua
italiana diventa la lingua di tutti. Nuovo tono dell’italiano. Altro ruolo, da luogo di
emozioni diventa luogo di riflessione. Esce dopo un lungo silenzio poetico di Montale,
che si dedica alla prosa, attività giornalistica, stile più narrativo. Riprende a scrivere
poesia, risente di questa apertura alla prosa, attenzione e specie di ospitalità nuova
rispetto al linguaggio corrente, lessico si fa meno selezionato. Non è più linguaggio
che fissa momenti particolari, eccezionale, ma momenti di vita comune. Scene di
banalità famigliare. ‘Satura’ ha un carattere narrativo, dimensione diaristica
particolare, più intima e giornaliera. Apparentemente tende alla prosa, ma ci si
ricorda sempre che è poesia. Capisce che le sue scelte di prima sono impraticabili.
Ha smesso di creare una lingua per la poesia attraverso citazioni, troppi cultismi.
Accetta di manipolare la lingua con la sua bravura. Come se il problema della lingua
non esistesse più. Abbondano espressioni, frasi fatte. Effetti di plurilinguismo.
Forestierismi nuovi. Resistono forestierismi francesi, Montale dissimula lo stile basso.
Il termine è sempre immerso in una raffinata textura, termine colloquiale è
evidenziato tra virgolette. Colloquialità sempre controllata ed indiretta. Sono vocaboli
che a volte fanno il verso. Italiano considerato un mezzo parlato, italiano troppo detto
e recitato, lo deride. Se si spulcia il vocabolario di ‘Satura’, zeppo di vocaboli di
dilagante quotidianità. Ironizzati certi vocaboli intellettuali. Entrano in poesia i
vocaboli da ‘dopo la lirica’. È comunque una poesia che tende ad annullare la
differenza con la prosa. Ma anche a scegliere la prosa più scialba, di apparente
trascuratezza. Specie di elencazione attraverso vocaboli più consueti ma più
trascurati e meno poetici. Frasi fatte. Rispetto alle rime camuffate o difficili, passa a
delle rime più facili, quasi inerziali. Il tono è diverso, è molto più domestico, quasi
descrittivo. ‘Xenia’ piccolo canzoniere amicale e amoroso, sceglie la parola
quotidiana nobile. Termine che significa i doni che si facevano all’ospite, ma anche
offerte votive. Offerte alla moglie morta, Drusilla Tanzi, ‘Mosca’. Esperienza, fatta di
ricordi, di viaggi, oggetti nobilmente quotidani, completamente domestici. Gli oggetti
perdono la loro eccezionalità preziosa. Forme del parlato. ‘Le occasioni’, le rime sono
più noiose, è ancora un Montale arroccato, costruiti in genere tra due strofe.
Sviluppa il tema del ricord, personaggio femminile, che si manifesta per improvvise
apparizioni. Ma con altrettanta velocità si dilegua. Scacco, sconfitta il suo dileguarsi,
fiore e la funicolare, quasi a chiasmo. Narrazione passa dalla memoria alla
dimenticanza. Visione del fiore fa affiorare il ricordo della donna, che scompare
quando se ne va. Dalla luce al buio, dall’alto al basso. I toni si rabbuiano. Fiore non è
designato con tecnicismo botanico, ma perifrasi popolare. È un segnale questo fiore,
oggetto che ha funzione di suscitare la memoria. Voce antica infernale del burrone.
Azzurro dell’altura non ricompare sparisce. Poi c’è questo ultimo verso un po’
faticoso. Movimento verso il fondo coincide quasi con una difficoltà discorsiva.
Soggetto molto marcato alla fine. Rima interna. Sono dei settenari cantabili. Ricordo
risale da un baratro spaventoso al chiaro ma poi ritorna e disparisce. Clima della
seconda strofa è molto diverso. È il mezzo che allontana i due amanti. Versi diventano
lunghi. Settenari della prima strofa è monoperiodale. Satura, 3 componimenti che
descrivono episodi minimali. Descrive la perdita di un’infilascarpe, oggetto di
quotidianità. È oggetto segnale, che legava marito e moglie. Ambientazione di
viaggio. Svolge la funzione di amuleto, portafortuna, legame con la moglie, lessico
quotidiano. Tema dell’etichetta e delle convenzioni sociali. Frase fatta, lessico
alberghiero. Sfondo dei grandi alberghi. Elemento coreografico, ciò che importa è la
memoria, in Montale si alimenta di piccole cose. Il poeta è inerte. Consuetudine
meccanica. Tema dell’apparizione dell’alto che non c’è più. Tema dell’apparizione
mancata, declinato attraverso il tema dell’apparizione ellittica. Accumulano tutta una
serie di frasi nominali, tutto si risolve con un’ironia affettuosa. Attesa della donna
rimane frustrata. Se i morti tornano, non tornano per noi. Tema della morte, fare i
conti con chi non c’è. Interrogative. Giuntura parlata. Si illude per un momento che ci
sia stato un contatto. ‘Ossi di seppia’, rima ipermetra, canneto – sgretola. È stato
fondamentale, rinnova una colloquialità poetica, dissimulazione di tipo basso. Non si
lascia andare verso uno stile troppo parlato. Con questa di andare verso la prosa
rispondeva anche alla provocazione della neo avanguardia. Condannare la poesia
all’incomunicabilità, oggetto elitario fuori dalla comunicazione sociale, rischiava di
essere soltanto aristocratica. Poeti del gruppo 63 mirano ad una lingua impoetica,
alta, ardua. Lingua che si fa magazzino del linguaggio della società di massa. Fa
saltare la sintassi. In questo modo vogliono denunciare la crisi del soggetto.
Linguaggio deve essere rispecchiamento di uno stato sociale caotico. Presenza alta
del plurilinguismo. Più stili messi insieme. Linguaggio coltissimo è bassissimo. Alla
base c’è l’ieda del collage linguistico. Attraverso l’uso altissimo della ripetizione.
Frammentazione discorsiva, versi che a volte sono brevissimi altri lunghissimi,
sembrano prosa. Senso di perdita del linguaggi logico. Spesso è lingua iperletteraria.
Non parla se non per ipercitazione. Poeta di oggi non può più fare poesia
effettivamente comunicativa. Non è possibile fare poesia di belle parole. Sanguinetti
 il mio stile è non avere stile. Frasi sospese. Uso della punteggiatura basato su due
punti. Ricalcare il caos esterno della società, la sua disarmonia.
Chi va per questa strada ma è un solitario è Zanzotto. Grande accoglienza del
linguaggio quotidiano. Parvenza ermetica nel dopoguerra. Ci sono proposte
divergenti, con lui si torna alla grande letteratura.
Tutti questi poeti passano attraverso lo stadio ermetico. Cosi accade per Pavese.
Inventa la poesia-racconto. Stile monotonale, quasi realistico. Il verso si allungua ad
imitare la prosa. La poesia ermetica ha condizionato molto le prime fasi dei poeti. Da
sempre la poesia italiana ha subito il fascino della forma, come formalismo.
Attenzione verso una lingua più innaturale, meno immediata. Anche all’interno del
secondo 900 la lingua della poesia rimane ancora divaricata dalle altre. Penna è colui
che tira via gli estremi dell’aulico e del prosaico. Dagli anni 60 in poi si tende ad
abbassare il livello della poesia e della prosa. Si coniugano insieme. Non convivono
attriti nelle loro scritture. Caproni crea scrittura fine e popolare. Riesce a cercare di
colmare il solco tra registro formale e popolare. La poesia ha sempre qualche
strumento per ricordare che non è prosa.
Esame
Snodi sia della lingua non letteraria. Caratteri lingua poetica dell’800. Lingue speciali
ecc. Fotocopie. Esame si svolge partendo dal materiale. Analisi testuale sulle
fotocopie. Poi domande di carattere generale, precisione. Ragionare su un appiglio
concreto, si possono portare anche testi antologici non fatti a lezione. Consiglio di
lettura ‘le lezioni americane’ Calvino. Obbligo morale, volontà di dire la propria.
Invito a non essere sempre tutti quanti omologati.
Xavier, scrittore spagnolo: “Mentre scrivo ho la certezza che..”