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LEZIONE DELL’11 MARZO

Affrontiamo oggi gli ultimi tre importanti fenomeni del vocalismo e iniziamo a
‘parlare’ di quelli del consonantismo.

1. Chiusura della o protonica in u


In posizione protonica una o chiusa [o] (che può provenire da Ŏ, Ō, Ū e AU atoni del
latino volgare) in qualche caso si è chiusa in u.
Ad esempio, dalla base latina ŎCCĪDO si è avuto prima occido e poi, per chiusura
della o protonica in u, uccido.
Altri esempi:
CŎCĪNA(M) > cocina > cucina
PŌLĪRE > polire > pulire.

Non è però – al solito – tutto così semplice. Prendiamo il verbo udire. Come si spiega
l’alternanza nel suo paradigma di odo, odi, ode, odono / udiamo, udite?
Ora, queste voci vengono dalle basi latine AUDIO, AUDIS, AUDIT, AUDIUNT /
AUDIAMUS, AUDITIS. In esse il dittongo AU si è sempre monottongato in una o.
Questa o è risultata tonica (e dunque aperta) in odo, odi, ode, odono; è risultata
protonica in udiamo e udite; da AUDIAMUS e AUDITIS si sono avute prima le
forme odiamo e odite; poi la o protonica si è chiusa in u > udiamo e udite.
Il fenomeno non è sistematico:
1) casi in cui non si è prodotto: da AURĬC(U)LA(M) > orecchia e non *urecchia;
2) casi di alternanza (presenti ancora oggi): *MŎLĪNŬ(M) ha dato molino e mulino;
ŎLĪVŬ(M) ha dato olivo e ulivo;
3) casi in cui il dittongo AU in posizione protonica non ha prodotto una o (né,
conseguentemente, una u), ma si è ridotto ad A: così dal latino AUGŬSTŬ(M)
abbiamo avuto l’italiano agosto.
(meno dettagliatamente il fenomeno è descritto alla pagina 16 del Power Point
‘Vocalismo-2’)

2. Chiusura di e postonica in sillaba non finale


A differenza della chiusura della e protonica (quella prima della sillaba accentata),
questo fenomeno non è una tendenza ma un dato generale.
Si tratta di questo:
la e postonica (cioè successiva alla sillaba accentata) si chiude in i
Ha due limitazioni:
1) la e postonica che subisce chiusura in i proviene da Ĭ (non da Ĕ);
2) la e postonica si trova in una sillaba interna (non finale) di una parola. Quindi il
fenomeno può verificarsi soltanto in parole di almeno tre sillabe.

Esempi:
DOMĬNĬCA(M) > doméneca (e poi con chiusura di e postonica in i) > domenica
[la vocale in grassetto, qui e nei due esempi seguenti, è quella accentata. Ricorda
inoltre, per comprendere il passaggio che interessa invece la vocale accentata, che la Ĭ
tonica del latino – come si può verificare nello schema del vocalismo tonico – si
trasforma in e]
HŎMĬNES > uòmeni > uomini
FĒMĬNA(M) > fémmena > femmina.

Il fenomeno riguarda molte parole uscenti in –ile:


FACĬLE(M) > facele > facile
e molte parole uscenti in –ine:
ORDĬNE(M) > ordene > ordine

Quando la e postonica è il risultato della trasformazione di Ĕ atona latina, allora tende


a mantenersi.
Così da LĬTTĔRA(M) > lettera, non *lettira.

Si è mantenuta anche nei verbi italiani derivati da quelli uscenti in –ĔRE,


appartenenti alla terza coniugazione latina:
da PĔRDĔRE si è avuto perdere, non *perdire.

(uno schemino dei primi punti qui trattati è alla pagina 17 del Power Point già citato)

3. Passaggio di ar protonico a er
Il fenomeno ha interessato il fiorentino antico e riguarda le sillabe interne di parole
con quattro o più sillabe.
Ad esempio, prendiamo la base latina COMPARARE. Da qui si è avuto prima
comparare (con l’accento – ad essere pedanti bisognerebbe dire ‘accento principale’
visto che ce n’è pure uno secondario in com – in ra; e quindi è ar che lo precede che
è protonico; ve l’ho sottolineato) e poi, in fiorentino, comperare.
Altro esempio:
da MARGARĪTA(M) > margarita > margherita (la vocale in grassetto, quella più
scura, è la vocale tonica, e quindi quella interessata dal cambiamento è quella che la
precede: ar > er).
[questi due casi sono anche alla pagina 18, l’ultima, del Power Point ‘Vocalismo-2’]

Bisogna ancora aggiungere due cose sul passaggio ar > er:

1) il fenomeno riguarda in particolare le parole con uscita –erìa. Il suffisso –eria è la


trasformazione di –arìa, proveniente dal suffisso latino –ARĬA, con spostamento
dell’accento sulla i per influsso del suffisso greco –ìa (come fantasìa dal greco
fantasìa). Da fruttarìa, macellarìa, pescarìa si sono così avute, per il passaggio ar >
er, frutterìa, macellerìa, pescherìa
2) il caso più importante di passaggio ar > er riguarda le forme del futuro e del
condizionale dei verbi di prima coniugazione: canterò, canterai, eccetera; canterei,
canteresti, eccetera. Di questo si parlerà a proposito dei mutamenti morfologici. Al
momento è sufficiente dire che prima d’arrivare a forme del futuro e del condizionale
come quelle appena citate e tutt’ora in uso, c’è stata una fase intermedia con ar al
posto di er. Quindi, prima di canterò abbiamo avuto cantarò e prima di canterei
abbiamo avuto cantarei.

Consonantismo
Con il termine consonantismo ci si riferisce al sistema delle consonanti di una lingua
(per noi l’italiano), considerate sincronicamente o nella loro origine e nel loro
sviluppo (ed è questo quanto c’interessa qui).
Al riguardo potete far riferimento al Power Point ‘Consonantismo-1’.
Iniziamo a vedere quali sono i fenomeni più importanti del consonantismo.

1. Consonanti conservate
Qui la faccenda è rapida e semplice. Varie consonanti del latino restano inalterate
quando passano in italiano, sia in posizione iniziale sia all’interno di parola.
A comportarsi in questo modo sono, in particolare, le seguenti: D, M, N, L, R e F.
Va ricordato però che [f] intervocalica non è originaria del latino, ma propria dei
prestiti provenienti da altre lingue.
Vedi pagina 2 del Power Point citato sopra.

2. Assimilazione consonantica
Esistono due tipi di assimilazione consonantica. Una, la più importante, propria del
fiorentino (e dunque dell’italiano); l’altra caratteristica invece dei dialetti dell’Italia
centromeridionale. La prima si chiama assimilazione consonantica regressiva, la
seconda si chiama assimilazione consonantica progressiva.
2.1. Assimilazione consonantica regressiva
Che cos’è? È il fenomeno per cui, in un nesso di due consonanti difficili da
pronunciare, la seconda consonante assimila a sé, cioè rende uguale, la prima,
trasformando la sequenza di due consonanti diverse in un’unica consonante doppia.
Alcuni esempi li trovate alla pagina 3 del Power Point.
Ricordiamo qui solo la trasformazione di alcuni nessi latini:
-CT- > -tt-
-DV- > -vv-
-MN- > -nn- (SŎMNUM > sonno)
-PS- > -ss-
-PT- > -tt- (SCRĪPT(M) > scritto)
Vedete che è sempre la seconda consonante che ‘prevale’ sulla prima.

2.2. Assimilazione consonantica progressiva


Come detto, è caratteristica dei dialetti centromeridionali. In questo caso, è la prima
consonante che assimila a sé la seconda. Grazie a questo fenomeno succede che il
nesso latino –ND- viene realizzato come –nn-, e il nesso latino –MB- viene realizzato
come –mm-
Ad esempio, in romanesco da MŬNDU(M) > monno e da PLŬMBU(M) > piommo.
Qui, invece, a ‘prevalere’ è la prima sulla seconda.

3. Caduta delle consonanti finali


Nelle parole latine, tre consonanti ricorrevano con particolare frequenza in posizione
finale: la –M, la –T e la –S.

Nel latino parlato –M finale (tra l’altro, desinenza tipica dell’accusativo singolare) e –
T finale (uscita caratteristica della terza persona verbale, singolare e plurale) cadono
molto presto.
La caduta della –M è documentata in iscrizioni che risalgono a qualche secolo prima
di Cristo; la caduta della –T è documentata da graffiti trovati a Pompei (che fu
distrutta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. Ora, considerato che le scritte murarie
non si conservano a lungo, se ne può dedurre che la caduta della –T finale risale
almeno al I sec. d.C.).

La –S finale (tra l’altro, desinenza tipica dell’accusativo plurale) o non è caduta o non
è caduta immediatamente, producendo, prima di uscir di scena, varie trasformazioni.
Ne ricordiamo due:
1) nei monosillabi –S finale nella maggior parte dei casi si è palatalizzata, cioè si è
trasformata nella vocale palatale i.
Ad esempio: NŌS > noi e VŌS > voi.
In altri casi è ‘sparita’ assimilandosi alla consonante iniziale della parola successiva
(è il fenomeno del raddoppiamento fonosintattico di cui parleremo più avanti).
Così TRĒS CAPRAS > tre capre (dove della s non c’è più traccia in quanto si è
assimilata alla prima consonante della parola successiva: la pronuncia è [trek’kapre]
in un’unica sequenza fonica);
2) nei polisillabi (=le parole di più sillabe), -S finale, prima di cadere, ha trasformato
la vocale precedente, palatalizzandola, cioè aumentandone il grado di palatalità.
Nell’esempio delle capre fatto prima, nella parola latina CAPRAS la –S finale ha
trasformato la A che la precedeva in una E. Se andate a rivedere il triangolo vocalico
presente nel file ‘Foni e fonemi dell’italiano’ (che vi avevo messo sull’Aula Web ai
bei tempi in cui ancora ci si incontrava), potrete verificare che, in effetti, la E ha un
coefficiente maggiore di palatalità rispetto alla A.
Del fenomeno della caduta delle vocali finali avete una sintesi molto essenziale alla
pagina 5 del Power Point.