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LEZIONE DEL 10 MARZO 2020

Informazioni sul Power Point intitolato ‘Vocalismo-2’


Oggi, insieme al testo della lezione, trovate anche un Power Point dedicato alla
seconda e ultima parte degli argomenti del vocalismo. Come vedrete, le prime pagine
– da pagina 2 a pagina 9 – sono un riepilogo dei primi argomenti già affrontati (era
pensato come un ‘ripasso’ in aula) con in più uno schema riassuntivo sulla regola del
dittongo mobile spiegata nell’ultima lezione (è alle pagine 8 e 9). Potete servirvi delle
prime pagine – quelle sul passaggio dalle vocali latine alle vocali italiane – come
dell’occasione per un’auto-verifica. In parole povere: lontani dallo schermo, fate due
schemi: quello delle dieci vocali latine toniche e quello delle vocali latine atone (fin
qui sono identici) e poi, per ognuno, indicate, con una freccia, cosa diventano, prima,
le toniche e poi le atone, in italiano. Così potrete avere una prova di quanto avete
imparato…
Restano, del vocalismo, ancora sei fenomeni da affrontare.

1. Anafonesi
L’anafonesi è una trasformazione che riguarda due vocali in posizione tonica: [e]
(proveniente da Ē e da Ĭ latine) e [o] (proveniente da Ō e da Ŭ latine).
In alcuni casi, queste due vocali passano a i e a u.
Il termine ‘anafonesi’ (etimologia: anà: ‘sopra’ e fonè: ‘suono’ = innalzamento di
suono) si spiega proprio con il fatto che il passaggio
é > i
ó>u
costituisce un innalzamento articolatorio: nella realizzazione di i in luogo di é e di u
in luogo di ó la lingua e le labbra sono più in alto.
L’anafonesi è un fenomeno tipico di una zona ristretta della penisola. In origine
interessava solo Firenze, Prato, Pistoia, Lucca, Pisa e Volterra e non toccava né Siena
e Arezzo né il resto d’Italia.
N.B. L’anafonesi e la dittongazione già vista nella scorsa lezione sono due dei più
rilevanti fenomeni tipicamente toscani (passati poi al volgare italiano) che
distinguono toscano (e italiano) dalle altre parlate italiane, i cosiddetti dialetti (se
qualcuno di voi conosce un qualche dialetto, vedrà come alcune parole portate ad
esempio in seguito e poi sottoposte al mutamento dell’anafonesi, sono, nella loro
veste precedente, familiari ad un orecchio che conosce, anche solo un poco, un
dialetto). Fine della parentesi o divagazione (scusatemi, ma ‘divago’ anche qui!).

L’anafonesi si verifica in due casi.

Primo caso di anafonesi


La é tonica proveniente da Ē e da Ĭ latine si chiude in i quando è seguita da l palatale
[ʎ] o da n palatale [ɲ], a loro volta provenienti dai nessi latini -LJ- e -NJ-
Con un paio di esempi, forse le cose saranno più chiare.

Primo esempio:
dalla base latina FAMĬLIA(M) si è avuta dapprima faméglia che si è diffusa in tutte
le parlate d’Italia (e qui chi ha dimestichezza con il genovese o il ligure sentirà
qualcosa di familiare). A Firenze e nelle altre zone toscane ricordate prima, la parola,
proprio per intervento del fenomeno chiamato anafonesi, ha avuto un’ulteriore
evoluzione: la é chiusa seguita da l palatale (< lat. –LJ-) si è ulteriormente chiusa in
i; ed ecco allora famiglia.

Secondo esempio:
dalla base latina GRAMĬNEA(M) si è avuta la forma GRAMĬNIA (con E > i) che ha
determinato un nesso NJ. Questo nesso ha dato luogo ad una premessa necessaria al
determinarsi dell’anafonesi. In una prima fase la Ĭ tonica ha dato é: gramégna. E la
parola si è fermata a questo stadio in tutta Italia. A Firenze e in parte della Toscana si
è invece avuto un ulteriore passaggio: é seguita da n palatale (proveniente dal nesso
lat. –NJ-) si è chiusa in i e così si è avuto gramigna.
A questo proposito, bisogna prestare attenzione a un fatto: NON si ha anafonesi se la
n palatale [ɲ] non proviene da un nesso –NJ-, ma da un nesso originario –GN-. Come
dalla base latina LĬGNU(M), in cui la n palatale continua il nesso –GN- e si è avuto
légno senza anafonesi (e non un ipotetico ligno). Questo, tra l’altro, ci deve insegnare
una cosa che detta molto rozzamente è questa: bisogna, quando ci sono, prestare
attenzione alle fasi di transizione intermedia, come quelle che sono intervenute nella
storia fonetica di famiglia e di gramigna. I mutamenti linguistici non sono, in questi
casi, un treno che va diretto da una stazione (il latino) all’altra (l’italiano d’oggi).
Spesso fa tante fermate e durante il percorso cambia spesso l’arredo e pure alcune
parti del motore…

Secondo caso di anafonesi


In questo secondo caso, é tonica proveniente da Ē e da Ĭ latine e ó tonica proveniente
da Ō e da Ŭ latine si chiudono, rispettivamente, in i e in u quando sono seguite da una
nasale velare, cioè da n seguita da velare sorda [k] o sonora [g], come nelle sequenze
–énk-, -éng- e –óng-
Due esempi.

Primo esempio:
dalla base latina TĬNCA(M) si è avuto dapprima ténca. A Firenze e in altre zone della
Toscana invece la é del gruppo –énk- si è ulteriormente chiusa in i per anafonesi >
tinca (mentre altri dialetti si sono fermati all’esito ténca).

Secondo esempio:
dalla base latina LĬNGUA(M) si è avuta dapprima léngua (con regolare evoluzione di
Ĭ tonica in é chiusa: vedi lo schema iniziale). E quasi ovunque ci si è fermati qui. A
Firenze e in altre zone toscane invece la é di léngua, in quanto seguita da n velare
(gruppo –éng-), si è ulteriormente chiusa in i > lingua.
(Sino qui la fenomenologia dell’anafonesi la trovate riassunta schematicamente, con
altri esempi, alle pagine 10, 11 e 12 del Power Point Vocalismo-2 allegato).

Ritorniamo ora ad un aspetto importante dell’anafonesi a cui avevamo già accennato


prima con la metafora del trenino…
A rischio di ripeterci, questo è il passaggio cruciale dell’anafonesi.
Non bisogna pensare che basi latine come CONSĬLIU(M), LĬNGUA(M), eccetera
abbiano dato direttamente consiglio, lingua. E questo perché – se guardate lo schema
del vocalismo tonico italiano – una Ĭ e una Ŭ toniche non possono dare i e u in
italiano. Legittimo pensare che anche a Firenze, Prato, Lucca ci sarà stata una fase in
cui da CONSĬLIU(M) e LĬNGUA(M) si sono avuti conséglio e léngua, a cui ha fatto
seguito l’evoluzione anafonetica in consiglio e lingua. Sconosciuta ai dialetti del
resto d’Italia, l’anafonesi è quindi una delle prove più evidenti della fiorentinità
dell’italiano. Il fatto che l’italiano abbia queste forme, tipo consiglio e lingua
appunto, dimostra che esso coincide con il fiorentino del 1300 assunto a modello nel
1500 (in particolare a partire dal successo delle Prose della volgar lingua del Bembo
uscite nel 1525). Un’ultima osservazione, all’incontrario, sull’anafonesi: se ci capita
d’incontrare in un testo del passato, letterario o di semplice comunicazione pratica,
forme non anafonetiche come lengua o fameglia, dovremmo per forza considerarle
come delle ‘spie’ non toscane dello scrivente e della provenienza dialettale di
quest’ultimo.
2. Chiusura delle vocali toniche in iato
Innanzitutto cos’è lo iato? Si tratta della sequenza di due vocali che appartengono a
due sillabe distinte e che non costituiscono dittongo (per esempio: poeta, via).
La e aperta [ɛ], la e chiusa [e], la o aperta [ɔ] e la o chiusa [o] toniche, se precedono
un’altra vocale diversa da i con cui formano non un dittongo ma uno iato, tendono a
chiudersi progressivamente sino al grado estremo:
e chiusa diventa i
o chiusa diventa u.
Anche qui qualche esempio.
Dalla base latina Ĕ(G)Ō la Ĕ tonica in iato, anziché produrre il dittongo iè (dando
luogo a ièo), si è progressivamente chiusa. Ecco i vari passaggi:
ĔŌ > èo (con e aperta) > éo > io.
Così anche per MĔŬ(M) > méo > mio.
Dalle basi latine TŬA(M) e SŬA(M) si sono avute tóa e sóa; successivamente la ó in
iato si è chiusa in u e si sono avute tua e sua.
E fin qui avete lo schema alla pagina 13 del Power Point.

Aggiungiamo due considerazioni.


1) La prima riprende quanto detto sopra velocemente, integrandolo con un esempio:
la chiusura di e e di o non si produce se queste vocali sono in iato con i:
se da MĔŬ(M) abbiamo mio, dal plurale MĔI abbiamo miei, in cui la Ĕ tonica, in iato
con i, non chiude ma si dittonga regolarmente.
2) La seconda riguarda i latinismi di trafila dotta. Qui la chiusura in iato non si
produce. Un nome come Andrea (da ANDRĔAS) non registra la chiusura della Ĕ in
iato. Questo perché non ha un’origine popolare (altrimenti diremmo Andria) ma ha
sentito, nel corso dei secoli, l’influsso del latino ecclesiastico che ne ha consolidato la
forma originaria.
3. Chiusura della e protonica in i
In posizione protonica (cioè prima della sillaba accentata) una e chiusa (che può
provenire, tanto per ricordarlo, da Ĕ, Ē, Ĭ e AE atoni del latino volgare) tende a
chiudersi in i.
Ad esempio, dalla base latina DĔCĔMBRE(M), in italiano antico si è avuto prima
decembre; in seguito, la e della prima sillaba (de) si è chiusa in i perché protonica >
dicembre. E così egualmente per
CĬCŌNIA(M) > cecogna > cicogna
FĔNĔSTRA(M) > fenestra > finestra
Questo processo non è stato però né uniforme né generale.
Vediamo, in ordine, i casi che non rientrano nel processo appena descritto:

a) in alcune parole il passaggio e > i si è avuto più tardi che in altre. Qualche
esempio: megliore, nepote, segnore ( da MĔLIŌRE(M), NĔPŌTE(M),
SĔNIŌRE(M)) hanno resistito sino alla metà del Trecento. E Melano e melanese (da
MĔDIOLANU(M), MĔDIOLANĒ(N)SE(M)) si sono trasformati in Milano e
milanese solo nel Quattrocento;

b) in altre parole si è assistito ad una doppia fase:


1) prima, e protonica si è chiusa in i;
2) poi, in età rinascimentale, al posto della i si è avuta nuovamente la e per un
processo di rilatinizzazione:
base latina forma antica forma rilatinizzata
DĒLICĀTU(M) > dilicato > delicato
(sin qui avete alcuni schemi riassuntivi alle pagine 14 e 15 del Power Point);

c) in certe parole il passaggio e > i non si è verificato affatto. Ad esempio


FEBRUARIU(M) ha dato febbraio, non *fibbraio;
d) in alcuni derivati, il mancato passaggio e > i si spiega per influsso della parola
base, in cui la e non è protonica, e quindi non passa a i. Ad esempio in fedele ( <
FĬDĒLE(M)) la e protonica non è passata a i probabilmente per influsso della parola
base fede < FĬDE(M), in cui la e è tonica;

e) in alcune forme verbali, il mancato passaggio e > i (ad esempio beveva <
BĬBĒBA(T) avrebbe potuto dare *biveva) è dovuto al meccanismo dell’analogia (di
cui abbiamo già parlato). La tendenza a uniformare la flessione dei verbi ha fatto sì
che anche nelle forme rizoatone beveva ecc. si mantenesse la e delle forme
rizotoniche come bevo (normale evoluzione del latino BĬBO);

f) la e protonica non si chiude in i nei prestiti da altre lingue: petardo (dal francese
pétard), regalo (dallo spagnolo regalo).

3.1. Chiusura di e in protonia sintattica


Il fenomeno della chiusura della e protonica è stato invece uniforme e generalizzato
nei monosillabi con e, nei quali la e si è presentata in posizione protonica non
all’interno di parola ma all’interno di frase (è questo il motivo per cui si parla di
protonia sintattica).
In parole come DĒ e ĬN (preposizioni), MĒ, TĒ, SĒ (accusativi dei pronomi
personali latini di 1, 2 e 3 persona), la Ē o la Ĭ latina hanno dato regolarmente una è (e
chiusa):
DĒ > de
ĬN > en
SĒ > se
Queste parole monosillabiche, insieme ad altre dello stesso tipo, normalmente non si
usavano da sole, ma ne precedevano un’altra:
DĒ NŎCTE > de notte
ĬN CASA > en casa
SĒ LAVAT > se lava
Ora, dal momento che questi monosillabi con e presentano una scarsa consistenza
fonica hanno, in una fase successiva a quella precedente (testimoniata nei testi del
volgare antico), perduto la loro accentazione, che si concentra sulla parola che segue.
Così, nella realizzazione concreta della frase, la e che li caratterizza si presenta come
una e protonica e si chiude in i. Alla fine del ‘percorso’ abbiamo dunque (la vocale in
grassetto è quella accentata):
de notte > di notte
en casa > in casa
se lava > si lava
In sintesi:
- bisogna tenere presenti tre fasi: latino, volgare dei primi secoli, italiano
approssimativamente dal 500 in poi;
- il fenomeno si chiama protonia sintattica perché non riguarda una vocale
all’interno di parola ma all’interno di frase.

Per oggi mi sembra sufficiente. Anzi vi ho ‘somministrato’ forse una porzione troppo
ricca.
Del vocalismo ci restano solo tre fenomeni da esaminare:
chiusura della o protonica in u
chiusura di e postonica in sillaba non finale
passaggio di ar protonico a er
(di tutti e tre trovate gli schemi alle pagine 16, 17 e 18 del Power Point).
Ne ‘parleremo’ (forse) domani…