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LEZIONE DEL 5 MARZO 2020

Fenomeni del vocalismo (prima parte)

Ci dedichiamo ora ad esaminare alcuni dei fenomeni più rilevanti del vocalismo
intervenuti nel passaggio dal latino classico al latino parlato e da questo all’italiano.

1. Monottongamento di AU, AE, OE


Una tendenza fonetica ravvisabile nel latino parlato è quella di pronunciare i tre
dittonghi del latino classico (AU, AE, OE) come un’unica vocale, ovvero di
monottongare questi dittonghi. Ora, quest’unica vocale, in quanto risultante da due
vocali, avrebbe dovuto essere lunga, e quindi caratterizzata, nei successivi sviluppi
del latino tardo, da un timbro chiuso, quello segnalato con [ ʹ ] (e in proposito si torni
a vedere lo schema a pagina 9 della slide).
E invece – contrariamente alle aspettative e ad ogni meccanicismo linguistico –
questo esito con timbro chiuso si verifica solo in pochi casi e quasi tutti i
monottonghi sono pronunciati aperti.
Vediamo i tre dittonghi uno per uno.

Il dittongo AU produsse una Ō con timbro chiuso soltanto in poche parole. Così
avviene per CAUDA da cui CŌDA e, quindi, in italiano, coda; e per FAUCE(M) da
cui FŌCE(M) e, quindi, in italiano foce. Generalmente il dittongo latino AU si
monottongò in o aperta [ɔ]:
AURU(M) > òro
CAUSA(M) > còsa
PAUCU(M) > pòco.
Questo fenomeno si produsse in Toscana nell’VIII sec. d.C. Il primo esempio di
monottongamento di AU in [ɔ] è documentato in una carta pistoiese del 726 in cui di
legge la parola gòra ‘canale’, proveniente da un prelatino (il sostrato! ricordate?)
*GAURA ‘canale d’acqua’.

Il dittongo AE ha avuto due esiti (sempre però con pronuncia aperta):


- in sillaba libera ha dato, in italiano, il dittongo [јɛ]
LAE-TU(M) > lièto
QUAE-RO > chièdo
- in sillaba implicata ha dato, in italiano, è aperta [ɛ]
MAES-TU(M) > mèsto
PRAES-TO > prèsto

Il dittongo OE, raro, si monottongò in una Ē che in italiano ha dato regolarmente [e].
Quindi, stavolta, timbro chiuso.
Ad esempio POENA(M) > pena.

Ancora più schematicamente vedi, in proposito, le pagine 12, 13, 14 e 15 della slide.

2. Dittongamento toscano
Il dittongamento di Ĕ e Ŏ toniche in sillaba libera è detto toscano perché tipico del
fiorentino e degli altri dialetti toscani.
Il fatto che caratterizzi le parole dell’italiano è una delle prove che la nostra lingua
coincide, in gran parte, con il fiorentino letterario del 300.

In sillaba libera (=terminante per vocale) la e aperta [ɛ] derivata da Ĕ latina (e dal
dittongo AE monottongato) si dittonga in [јɛ]. Il passaggio è il seguente:
Ĕ > è > iè [јɛ]
Ad esempio: FĔ-RU(M) > fièro
In sillaba libera (=terminante per vocale) la o aperta [ɔ] derivata da Ŏ latina si
dittonga in [wɔ]. Il passaggio è il seguente:
Ŏ > ò > uò [wɔ]
Ad esempio: LŎ-CU(M) > luògo.

Il dittongamento non si produce se Ĕ e Ŏ toniche sono in sillaba implicata


(=terminante per consonante). Così PŎR-CU(M) ha dato pòrco (con pronuncia
aperta).

Trovate una rapida sintesi del dittongamento toscano alla pagina 16 della slide.

3. La regola del dittongo mobile


Nella flessione di alcuni verbi con Ĕ e Ŏ nella radice si registra l’alternanza tra forme
con dittongo e forme senza dittongo. Prendiamo ad esempio il verbo venire: qui
abbiamo sia vieni e viene che veniva, venire, venite.
Perché? È un’oscillazione che obbedisce alla regola detta del dittongo mobile:
- il dittongamento si ha solo nelle forme rizotoniche, cioè accentate sulla radice (dal
greco rhiza), in cui Ĕ e Ŏ sono toniche;
- il dittongamento NON si ha nelle forme rizoatone, cioè non accentate sulla radice,
in cui Ĕ e Ŏ sono atone.
Prendiamo ad esempio alcune forme del verbo tenere (il grassetto indica dove cade
l’accento) nel passaggio latino > italiano:
TĔNES > tieni
TĔNET > tiene
TĔNĒBAT > teneva
TĔNĒRE > tenere
TĔNĒTIS > tenete
In realtà, poi le cose non sono così semplici:

1) il dittongo mobile non riguarda solo i verbi.

2) interessa anche parole diverse (nomi o aggettivi) che siano corradicali, che cioè
provengono dalla stessa radice nominale o verbale: piede – pedata, ruota – rotaia,
vuole – volontà, anche in questi casi il dittongamento di Ĕ e di Ŏ si è avuto solo
quando nei vari termini della serie queste vocali erano toniche, non quando erano
atone. Così, accanto a piede (con dittongo) abbiamo pedata (senza dittongo) e,
accanto a vuole (con dittongo) abbiamo volontà (senza dittongo)
[attenzione, anche qui come per i verbi precedenti, il grassetto indica la vocale con
l’accento].

3) In molti casi la regola del dittongo mobile si è persa. Con due esiti opposti:

3a) le forme rizotoniche con dittongo sono state abbandonate per influsso delle forme
rizoatone prive di dittongo, e il dittongo è scomparso dall’intero paradigma verbale.
Facciamo l’esempio della coniugazione del verbo levare.
Al presente indicativo, la base latina LĔVO, LĔVAS, LĔVAT in un primo tempo ha
dato lièvo, lièvi, lièva. Poi queste forme hanno sentito l’influsso delle forme rizoatone
non dittongate – come levate, leviamo, eccetera – e si sono rimonottongate in lèvo,
lèvi, lèva.

3b) il dittongo proprio delle forme rizotoniche si è esteso per analogia alle forme
rizoatone che non l’avevano. Facciamo l’esempio della coniugazione del verbo
suonare (o meglio sonare, stando alla regola del dittongo mobile). Nel paradigma di
questo verbo, le forme rizotoniche erano dittongate: SŎNO, SŎNAS, SŎNAT (con
Ŏ tonica) hanno dato regolarmente suòno, suòni, suòna; mentre le forme rizoatone
non erano dittongate: SŎNATIS, SŎNABAT, SŎNARE (con Ŏ atona) hanno dato
regolarmente sonate, sonava, sonare. Ma poi le voci non dittongate hanno sentito
l’influsso di quelle dittongate e hanno preso anch’esse il dittongo. E così oggi si
scrive e si dice comunemente suonate, suonava, suonare.

4) nell’italiano attuale il dittongamento non compare nelle parole in cui [ɛ] e [ɔ]
provenienti da Ĕ (o da AE) e Ŏ toniche latine seguono il gruppo di consonante + R.
Esempi:
brève < lat. BRĔVE(M)
trèmo < lat. TRĔMO
tròvo < lat. TRŎPO.
Sino alla fine del 300 il dittongamento era normale (brieve e triemo sono in Dante e
in Boccaccio). Dal 400 inizia una riduzione del dittongo determinata dall’influsso dei
dialetti toscani occidentali (pisano e lucchese). Dalla seconda metà del 500, la
riduzione di iè a è e di uò a ò dopo consonante + r si estese dal fiorentino all’italiano
degli scrittori anche non fiorentini. Ma la scomparsa dei tipi più antichi non fu
generale: sopravvisse negli scrittori più tradizionalisti fino agli inizi dell’800.

5) caso palatale + uò. Nell’italiano attuale sono in declino le forme con il dittongo uò
preceduto da un suono palatale ([ј], [dʒ], [ʎ], [ɲ]) Vedi nota sotto. Non si usa più
dire o scrivere fagiuolo, figliuolo, vaiuolo. In passato non era così. Sino a metà 800 e
dopo, l’italiano scritto privilegiava le forme con il dittongo uò. Ed era regolare come
avere buòno da BŎNU(M).
Il processo di riduzione del dittongo uò alla vocale ò dopo palatale ha origini molto
antiche: i primi esempi fiorentini di riduzione risalgono al XIII secolo. Ma i tipi con
dittongo hanno resistito a lungo nell’italiano scritto. Una forte spinta all’abbandono
del tipo con uò venne da Manzoni che nella revisione dei Promessi sposi, passando
dall’edizione 1827 all’edizione 1840, eliminò quasi tutte le forme con uò dopo suono
palatale sostituendole con ò. Ma nonostante l’esempio manzoniano, le parole con uò
sono sopravvissute ancora a lungo e non si può dire che siano scomparse nemmeno
oggi: troviamo spesso aiuole invece di aiole e giuoco invece di gioco (Edoardo
Sanguineti ha intitolato un suo libro del 1967 Il giuoco dell’oca indulgendo ancora
nello stesso vezzo stilistico nel 1970 con un altro libro intitolato Il giuoco del
Satyricon).
Nota: i quattro simboli fonetici indicano – tanto per chiarire – nell’ordine: il primo gi
davanti a a, o, u come in giacca; il secondo g come in gelo; il terzo gl come in paglia;
il quarto gn come in gnomo.

6) nella lingua della poesia sono state frequenti, sino al secolo scorso, forme come
còre, fòco, nòvo (e fèro per fiero) senza dittongo anche se provenienti da basi latine
con Ŏ e Ĕ toniche. Il motivo di questo fatto sta nell’influsso del siciliano antico. Il
riferimento è alla prima esperienza e scuola poetica praticata nel nostro territorio: i
poeti della corte di Federico II tra il 1220 e il 1250. Per spiegare il fenomeno va detto
che nel vocalismo siciliano la Ŏ e la Ĕ toniche non producono i dittonghi [wɔ] e [јɛ]
ma una [ɔ] e una [ɛ]. Si sono avute così nella lingua dei poeti siciliani forme come
còri, fòcu, nòvu, fèru. Queste e altre parole senza dittongo sono poi passate nella
lingua dei poeti cosiddetti siculo-toscani (seconda metà XIII sec.) e in quella degli
stilnovisti bolognesi e toscani (fine XIII – inizio XIV sec.). E così via sino a Petrarca,
la cui lingua e il cui stile, come è noto, furono un modello per i poeti dei secoli
successivi. In tal modo, le forme non dittongate hanno, nella tradizione poetica,
soppiantato quelle dittongate. Un riferimento bibliografico essenziale a questo
proposito è il libro di Luca Serianni, La lingua poetica italiana. Grammatica e testi,
che descrive il permanere dal Trecento all’Ottocento di un preciso codice fonetico e
morfo-sintattico della tradizione poetica italiana. Che sarà messo a soqquadro per
primo da Giovanni Pascoli (su cui è fondamentale il saggio sulla sua lingua di
Gianfranco Contini, in Varianti e altra linguistica). Non bisogna poi dimenticare
un’altra ragione della fortuna in poesia di queste forme non dittongate: l’influsso in
poesia del modello latino, al quale i dittonghi uo e ie, innovazioni linguistiche del
volgare toscano, erano estranei. Còre era più vicino al lat cor di cuore, come fòco era
più vicino al lat. focus di fuoco.

N.B. Abbiamo messo in evidenza nella quarta di queste pagine il termine analogia
perché l’analogia in senso linguistico (la parola ricorre anche in tanti altri campi:
dalla retorica alla logica) costituisce un meccanismo fondamentale delle lingue
naturali. Molto semplificando, è il procedimento che, nel corso della storia di una
lingua, riduce le forme percepite come ‘irregolari’ ristrutturandole – come si è visto
per l’estensione del dittongo in 3b) qui sopra – secondo il modello ritenuto più
comune e assimilandole a quest’ultimo. Per un approfondimento – del tutto
facoltativo – dell’argomento, potete leggere il saggio analogia di Livio Gaeta in
Enciclopedia dell’italiano, a cura di Raffaele Simone, 2010.