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Martino di Tours.

La vita di un monaco soldato


Sandra Isetta

1. Introduzione

Al centro della valutazione e dell’interpretazione di un testo agiografico è il problema dei


modelli. Nella vita di un Santo, scritta alle soglie del V secolo, il caso della Vita Martini (e il
discorso può essere esteso ad altri generi letterari cristiani) il cammino a ritroso deve percorrere due
strade. La prima ricalca le tracce della biografia antica, nell’organizzazione tematica, retorica e
formale del materiale pertinente la storia di un individuo. La seconda segue l’impronta dei segni
dell’adeguamento a quello che Frye1 chiama il ‘grande codice’ biblico, per individuarne le linee di
forte stilizzazione letteraria. Conseguente è dunque una duplice bibliotheca sacra rappresentata
nella letteratura cristiana, quella degli autori biblici da una parte e quella degli scrittori cristiani
dall’altra.
I tre volumi delle SCh editi da Fontaine negli anni 1967-1969 costituiscono un discrimen
nella storia degli studi sulla Vita di Martino provocandone un vero e proprio rilancio, che ha
contribuito allo sviluppo di una nuova consapevolezza critica dell’agiografia cristiana, di cui l’opera
è ritenuta tappa miliare. Fontaine intende risalire oltre il modello atanasiano, a sua volta debitore
delle tradizioni della biografia greca, in particolare filosofica e pitagorica. Rompe così con una
duplice valutazione critica della Vita Martini che, da un lato, la costringeva nei limiti ristretti e
invariabili di un genere letterario (procedimento attuato dal Kemper, ad inizio secolo) e, dall’altro,
la riduceva ad accurato ricalco del modello della Vita Antoni, secondo la prospettiva di Babut,
contestata già dal Delehaye, che si basava esclusivamente su paralleli testuali, molti azzardati e
preconcetti, anche se senza dubbio occasionalmente esistenti e rispondenti alla volontà di Sulpicio
di rivaleggiare con Atanasio.
In effetti, Sulpicio denuncia l’assimilazione del gusto delle vite parallele: il dibattito tra
Antonio e Martino, poi aggressivamente esplicito nei Dialogi, è sottinteso già nella concezione
stessa della Vita, dove affiora in parecchi episodi. La seconda opera del trittico Martiniano rientra
nei moduli della ‘biografia dialogata’, che ha precedenti nella letteratura antica in Cornelio Nepote,
circoscritta a un accostamento tra personaggi greci e romani, e in Plutarco, che opera un vero e
proprio confronto: Sulpicio Severo riprende l’intento del Plutarchus christianus, nella
dimostrazione della superiorità degli exempla vitae dei santi occidentali rispetto a quelli orientali.
La produzione agiografica può costituire un punto di osservazione dell’evolversi di una
situazione sociale e delle forme di vita religiosa: gli acta e le passiones dei martiri sono i primi
abbozzi agiografici costruiti sull’esperienza del martirio, che trovano la loro complementare
prosecuzione nelle vitae di monaci costruite sulla successiva prassi dell’ascetismo e nelle vitae di
vescovi, esemplari della missione e della cura pastorale. La Vita Martini rappresenta quindi una
tappa del passaggio di modalità ideologiche tra culture diverse, da quella pagana a quella cristiana e
il suo prologo è testo esemplificativo e programmatico del discusso genere letterario agiografico,
quanto mai privilegiato per identificare il riuso degli aspetti letterari e retorico-formali della
tradizione.
Sulpicio Severo ha dunque alle spalle un itinerario letterario e spirituale già pervenuto al
traguardo compositivo di Vitae. La Vita Cypriani, martire e vescovo (scritta nel 258 dal diacono
Ponzio), è definita dal Bastiaensen la ‘prima biografia cristiana’, che assai precocemente, cioè
ancora in piena età delle persecuzioni, valorizza accanto al martire il confessore e narrativamente
lega l’itinerario della vita con il momento martiriale della morte: sta qui la prima evidente
antinomia della biografia cristiana, nell’individuare il dies natalis con quello della morte. Elena
Giannarelli definisce ‘eroica’ questo genere di biografia, in quanto i personaggi sono gli eroi per la
fede, come il monaco-asceta Antonio.

1
Il grande codice, Torino 1986.
1
Questa agiografia ripropone la connessione tra aree linguistiche e culturali e, secondo una
felice definizione della Boesch-Gajano,2 una sorta di gioco di sponda tra Oriente e Occidente.
Riguardo a questo tipo di vita la Giannarelli si pone il quesito sulla possibilità di definirla ‘biografia
aperta’, per il recupero dell’uomo che conosce tutte le tappe dell’esistenza. Preferisco tuttavia
attenermi su posizioni più neutre, sulla linea di Van Uytfanche3 che esorta ad evitare di
standardizzare: poiché l’agiografia non è un solo genere letterario, ma più generi letterari dal
contorno fluido: vita, passio, panegirico, romanzo, novella, epitaphium, raccolte di miracoli etc. …
Concordo però nell’indicare la peculiarità della Vita Martini, che non si conclude con la morte del
Santo, con l’espressione ‘vita mutila’: per avere un quadro agiografico compiuto di Martino,
occorre leggere l’insieme del trittico: Vita – Epistole – Dialogi.

2. Il Prologo

La nostra lettura inizierà con l’analisi del prologo (praefatio), che segue la dedicatio, in cui
Sulpicio esibisce fine abilità retorica e di cui tralascerò le problematiche di ordine storico, inclusa
quella dell’identificazione del dedicatario: basti l’accenno alla discussione critica intorno a quella
che sembra la più fondata delle ipotesi, ovvero che l’ignoto Desiderio possa essere l’omonimo
corrispondente dell’epistolario di Paolino di Nola (ep. 43, del 402) forse identificabile con lo stesso
personaggio del quale parla Girolamo nel Contra Vigilantium del 406.
Nel Prologo, Sulpicio esprime i motivi che lo hanno indotto a scrivere la Vita Martini e li
paragona a quelli addotti dagli scrittori pagani, operando un vero e proprio confronto tra il fine e
l’utilità della biografia cristiana con quelli della biografia profana.
1. Un gran numero di mortali, vanamente dediti al desiderio della gloria mondana, molti uomini, inutilmente dediti al
culto della gloria terrena, hanno ritenuto di dare memoria perenne al loro nome celebrando nei loro scritti la vita di
uomini illustri, 2. la qual cosa in ogni caso non procurava loro quella immortalità in cui speravano, ma tuttavia
ottenevano un tantino della gloria sperata e, sebbene inutilmente, riuscivano a perpetuare la loro memoria e mediante
gli esempi dei grandi uomini proposti, suscitavano nei lettori un vivo desiderio di emulazione. Ma ogni loro fatica non
ha avuto nessun rapporto con l'eternità della vita felice. 3. A che cosa è servita loro la gloria dei loro scritti, destinata a
sparire col mondo? E quale profitto la posterità ha tratto dopo aver letto dei combattimenti di Ettore o delle discussioni
filosofiche di Socrate? Quanto a queste persone, non solo è stupido imitarle, ma ancora è follia non combatterle
risolutamente. Poiché essi hanno giudicato la vita umana soltanto dai gesti presenti, hanno affidato le loro speranze alle
favole e le loro anime ai sepolcri: 4. essi hanno creduto di doversi perpetuare nella memoria degli uomini, mentre
invece è compito dell'uomo cercare la vita eterna piuttosto che una memoria eterna, non mediante la scrittura, i
combattimenti e la filosofia, ma attraverso una vita devota, santa e religiosa.

5. In verità questo errore degli uomini, propagato dalla letteratura, si è talmente diffuso che ha trovato molti emuli o
della vana filosofia o del folle eroismo. 6. Pertanto mi pare di essere sul punto di compiere un’opera di un certo valore
se scriverò la vita di un uomo veramente santo che servirà presto di esempio agli altri. In tal modo i lettori saranno
sicuramente incitati alla vera saggezza, alla milizia celeste, alla virtù divina. Nel fare ciò, penso anche al mio interesse
personale, al punto da poter sperare non nel vano ricordo degli uomini, ma nella ricompensa eterna di Dio. Infatti,
sebbene io stesso non sono vissuto in modo tale da essere d’esempio agli altri, tuttavia avrò lavorato per fare conoscere
un uomo che merita di essere imitato.

7. Dunque, comincerò a scrivere la Vita di san Martino. Dirò come si è comportato sia prima dell’elezione
all’episcopato, sia durante il suo ministero episcopale, sebbene non sono riuscito a conoscere tutto: i fatti, di cui è stato
il solo testimone, li si ignora del tutto, perché egli non ricercava la lode degli uomini, al punto che, se avesse potuto,
avrebbe voluto nascondere tutte le sue virtù.

8. Devo dire che ho omesso anche parecchi fatti di cui ero a conoscenza sia perché ho creduto sufficiente ricordare
quelli più importanti, sia perché, contemporaneamente, dovevo risparmiare i lettori, affinché un eccesso di abbondanza
non generasse in essi disgusto. 9. Infine, scongiuro coloro che leggeranno di prestare fede alle mie parole, di credere che
non ho scritto niente che non fosse certo ed accertato: diversamente avrei preferito tacere piuttosto che dire cose false.

2
La metamorfosi del racconto
3

2
In apertura focalizza l’errore del biografo pagano che cerca l’immortalità scrivendo la vita
di personaggi illustri nel tentativo di esorcizzare la paura della morte e il timore di essere
dimenticati, a causa dell’assenza di quelle certezze escatologiche proprie del Cristianesimo e
opposte a una visione puramente terrena delle cose: la vita perennis, contrapposta alla memoria
perennis, si può ottenere soltanto vivendo religiosamente e con devozione. Dunque il biografo
pagano crede di rendere immortale il proprio nome mentre immortala quello degli altri, eco
dell’orgogliosa quanto nota affermazione di Orazio (carm. 3, 30, 1). Si avverte anche traccia del
tono encomiastico di Tacito, che si allontana dalla letteratura di consenso tipica della letteratura
flavia e fa dell’opera uno strumento di battaglia ideale: il suo scopo non è soltanto storico ma anche
politico, analogamente all’intento apologetico della Vita in cui Sulpicio conduce una battaglia
contro i detrattori di Martino.
Se per i pagani l’impegno a scrivere è soltanto un desiderio di gloria, per il biografo
cristiano l’unico valido motivo per scrivere va trovato esclusivamente nell’argumentum. Ecco
perché è importante che l’opera appaia anonima: l’autore è ininfluente e la biografia deve giovare
soltanto come exemplum. Di contro, l’impegno della biografia profana offriva, al più, la aemulatio
dell’eroe o del saggio, mentre lo scopo di Sulpicio è narrare il bìos di un uomo, la cui aemulatio
conduca alla vita eterna. La memoria è ottenuta praticando un modo di vita eccezionale: attivo (‘i
combattimenti’) o contemplativo (‘la filosofia’), oppure scrivendo vite di grandi personaggi (‘la
scrittura’). Ma la vita eterna si consegue con il vivere ‘piamente, santamente, religiosamente’:
questa ultima tripartizione è formalmente parallela e opposta a quella precedente. Secondo Fontaine
(II, pp. 142 ss.) ‘piamente’ si riferisce al concreto esprimersi della carità verso Dio e il prossimo,
‘santamente’ a un particolare impegno al servizio di Dio e del prossimo, ‘religiosamente’, infine,
collocherebbe i due termini precedenti nell’ambito di una cornice tipicamente ascetica.4
Al cambio di prospettiva fa seguito un cambiamento di registro stilistico: ormai non si
allude più a Sallustio, ad Orazio, ma alla Scrittura. L’idea che la gloria, frutto di attività letteraria,
sia destinata a tramontare con il mondo è metafora classica riferita alla fama e richiama alla mente
dei lettori antichi Mt 24, 35: ‘il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno’, con
forte valenza escatologica. Fontaine (II pp. 403-404) sottolinea come la metafora del tramontare sia
ben nota nella retorica classica, in riferimento alla fama e la Giannarelli ne focalizza il grande
sviluppo nella letteratura cristiana antica in direzione escatologica, fino al suggestivo uso
agostiniano del sabato come giorno senza tramonto a indicare appunto l’eternità (Civ. 22, 30).
Ora, Sulpicio getta le basi per la costruzione della figura del soldato-monaco, sintesi degli
opposti: ne deriva la necessità di definire il protagonista più grande dei due illustri personaggi
pagani, Ettore combattente e Socrate filosofante: anche se Fontaine intende risalire oltre il modello
atanasiano, la sua presenza è pur sempre rilevante. In effetti, le vite dei santi cristiani della tarda
antichità si pongono in oggettiva concorrenza con la produzione biografica greca relativa alle vite
dei sofisti e dei filosofi, nella misura in cui l’ideale cristiano viene avvertito come una sorta di
filosofia.5
Nel par. 6, la ‘vera sapienza’, la ‘celeste milizia’, la ‘divina virtù’ che l’eroe sulpiciano realizza (e
verso le quali spingerà i lettori del suo bìos) costituiscono la ripresa rovesciata delle espressioni
‘combattendo e filosofando’, ‘vana filosofia’, ‘insana virtù’ del par. 5: i giochi di parole e gli altri
espedienti retorici di questo segmento testuale esprimono il distacco della visione cristiana del
mondo da quella classica. La scelta aggettivale, ‘vero’, ‘celeste’, ‘divino’, costituisce una

4
In questo senso il termine religiosus compare spesso per es. in Girolamo e Cassiano.
5
Basti ricordare i tentativi di identificare la fonte di Atanasio nel bios di Agesilao di Senofonte (CAVALLIN 1934: re
ideale/monaco ideale), o nella vita di Apollonio di Tiana scritta da Filostrato (HOLL 1928). O ancora la valutazione
operata dal LIST (1931) dei paralleli con la vita di Plotino di Porfirio. E’ evidente da questa carrellata di supposizioni, la
fondata ispirazione di Atanasio all’antico modello classico della vita dell’eroe e al tipo più recente della vita del saggio.

3
significativa climax ascendente. ‘Virtù’ rimanda a ‘folle eroismo’ ed è poi strettamente collegata
con ‘caeleste milizia’, ma il suo significato comprende anche il precedente concetto di ‘vera
sapienza’: come sottolinea Harnack,6 già da tempo erano diffuse sia l’immagine del cristianesimo
come vera filosofia, sia quella della vita cristiana come milizia al servizio di Dio o di Cristo. In
seguito, come vedremo, entrambi i concetti furono applicati specialmente alla vita ascetica.
Al par. 7, Sulpicio comincia la narratio della Vita Martini, il suo comportamento ante
episcopatum e poi quello in episcopatu: è l’episcopato il discrimen della vicenda, ne è in
discussione l’elezione, ma soprattutto la sua coerenza con l’attività militare. In mancanza della
morte, la cesura si pone in vita, quando egli raggiunse il suo equilibrio di vescovo e monaco,
dividendosi fra Tours e Marmoutier. In Martino si sintetizzano theoria e praxis, i paradigmi di vita
contemplativa e attiva nella biografia classica, per i Cristiani figurati da Maria e Marta, anticipando
il contrasto fra vita monastica e vita del mondo, a livello laicale e ecclesiastico. Martino è uomo
d’azione, Sulpicio può farne un filosofo più grande di Socrate soltanto richiamandosi al concetto di
monachesimo come filosofia cristiana, nel senso usato dai Cappadoci.7 Sulpicio individua nella
lettura delle fabulae la causa che conduce alla morte, richiamando le ineptae fabulae che Antonio
da piccolo si rifiutava di leggere e le fabellae omeriche di Agostino.
Nei parr. 7-8, Sulpicio ribadisce con forza che un biografo cristiano ha scarse possibilità di
attingere notizie sul suo eroe, giacché la ritrosia del personaggio biografato a parlare di sé era un
ostacolo insormontabile. L’agiografo motiva poi in tre modi la brevitas della Vita: coerente con
l’ideale monastico di vita solitaria, Martino tentò di nascondere le sue doti spirituali; si rende
giustizia allo scopo della biografia se si registrano solo i fatti più importanti; bisogna evitare il
fastidium del lettore. Dunque Sulpicio ha funzione di filtro nei confronti del materiale che ha a
disposizione, qualitativamente e quantitativamente.8 Topica è l’assicurazione che il biografo è
veridico. 9
Nel par. 9 fa seguito una breve confirmatio che esorta i lettori a ritenere che l’A. ha fornito soltanto
dati accertati; in caso contrario il biografo avrebbe preferire tacere quam falsa dicere.
Sulpicio nella conclusione della biografia e nei Dialogi reclama per la Vita la stessa fede
che si deve alla parola di Dio: ‘colui che leggerà questo libro con incredulità, peccherà’ (Vita 27, 6);
‘non credere ai miracoli di Martino è rinnegare il Vangelo’ (dial. I, 26, 5, allusione a Gv 14,12):
l’agiografo si impadronisce della formula del Prologo della Passio Perpetuae: il cui redattore
attuava una continuità fra gli exempla fidei dei Padri e i nova exempla dei Martiri.
In relazione al ritardo della Parousia, e quindi al prolungamento della storia della salvezza
nel tempo della Chiesa, l’agiografia antica al suo esordio e la Vita Martini alle soglie dell’agiografia
altomedievale si propongono come un prolungamento dell’annuncio divino.

3. Soldato di Cristo: nomen/omen

Si deve a San Paolo l’icona del cristiano miles Christi, in armi e in combattimento contro
le forze del male, a riflesso della realtà storica dei primi martiri cristiani, agonisti circensi
nell’estremo atto di fede e di una imitatio Christi perfetta, fino alla morte.
Il lessico militare inaugurato dall’Apostolo si codifica e permane nella letteratura cristiana
antica anche in epoca postcostantiniana, riferito o in senso generico ai fedeli o in senso specifico al
Santo, asceta o vescovo, che pone la sua vita al servizio di Cristo e a Lui si immola, sia pur in modo
incruento. Attribuito a un martire o a un santo davvero soldato, il topos paolino rafforza la sua
pregnanza. E’ il caso dei molti martiri militanti nell’esercito imperiale, obiettori di coscienza in
quanto confessori della fede. Tertulliano scrive un intero trattato, De corona militis, traendo spunto

6
Militia Christi
7
Malingrey, “Philosophia”. Il termine dai presocratici al IV d.C., Paris 1961.
8
Fontaine ravvisa paralleli con la Vita Cypriani e la Vita. Ambrosii.
9
Come si legge nella praefatio della Vita Antonii, nell’epitaphium Sanctae Paulae di Girolamo, nella Vita Cypriani 2,
3.
4
dal gesto di un soldato che rifiutò di ricevere il donativo e di sacrificare a Cesare, proclamandosi
cristiano e scegliendo la via del martirio.
Tra le file dei martiri militari rientra la fitta schiera di Vittori, Vittorino, Niceta, Niceforo
ecc., dove la valenza del nomen/omen gioca un ruolo di primo piano: soldati vincitori, anche se
caduti sul ‘campo della persecuzione’, perché hanno conquistato la gloria della testimonianza e la
vita eterna, secondo il paradosso cristiano del dies natalis come giorno della morte. Si pensi alla
‘vittoria’ di San Vittore il Moro, insieme a quella di Nabore e Felice celebrata da Sant’Ambrogio,
per il quale il pregresso servizio militare assume valore positivo, come palestra della futura militia
Christi.
Anche Martino (piccolo Marte) non si sottrae alla suggestione del nomen: il vescovo di
Tours, prima che monaco, fu soldato. Al contrario di Ambrogio, questa condizione in certo qual
modo è d’impiccio al suo agiografo, Sulpicio Severo (sec.V), al quale preme specificarne il
prematuro congedo. Genitori pagani e un padre della classe equestre frustrano il precoce desiderium
eremi del piccolo Martino appena dodicenne, come Gesù nella disputa al tempio.

4. Nascita – Infanzia – Milizia

Martino nacque nel 336 a Sabaria, provincia Romana della Pannonia superiore (attuale
Ungheria alla frontiera con l’Austria), l’antica Illiria di Augusto, divisa poi da Diocleziano (293):
terra di milizia e commercio, quindi secolare.
Il padre è soldato, professione ovvia, in un città fortificata, di confine, e fa una bella
carriera divenendo tribuno militare: anche la condizione famigliare di martino è secolare.
‘Non poveri’, dice l’agiografo, ‘pur tuttavia pagani’: ecco contrapposte le due
caratteristiche del bios, secondo i pagani (la ricchezza terrena) e secondo i cristiani (la fede, che
non c’è), secondo il paradosso cristiano dell’unicaa ricchezza nella fede.
La paideia di Martino: fu educato a Pavia e qui evidentemente conosce il cristianesimo: si
rifugia in una Chiesa. Il tema del rifugio in chiesa e il topos dei dodici anni rimandano alla Vita
Antonii. Martino dunque, oltre a essere senza morte, è, secondo la topica agiografica, anche senza
infanzia. L’infanzia di un Santo deve essere santa, ossia del tutto coerente con lo sviluppo spirituale
successivo. Emerge, nelle fonti antiche, la tendenza a tralasciare le notizie relative alla prima e alla
seconda età della vita, a seguire, più che la crescita fisica, l'itinerario spirituale del personaggio
considerato nella biografia; fa da corollario il giudizio negativo sulle vanitates del gioco, estraneo
allo sviluppo interiore e all'elevazione dello spirito. Il monaco Antonio fin da piccolo cerca la
solitudine e rifugge dal contatto con il mondo e con i coetanei. Ambrogio, destinato alla cattedra
episcopale, gioca a fare il vescovo.10
Nel solco di una consolidata tradizione classica, ebraica e cristiana, Sulpicio conferisce ai
12 anni del giovane Martino il valore di età decisiva per la maturazione spirituale. La scelta di
questo numero è carica di valori simbolici, oltre quello di cifra della perfezione secondo la
tradizione aritmologica pagana e biblica, soprattutto per i cristiani è l’età in cui Cristo si intrattiene
con i dottori del tempio, divenendo l’età in cui i bambini consacrati fanno a Dio la loro libera
professione.11 Ma già Daniele a 12 anni dimostra la sua straordinaria maturità, dirimendo la
vicenda di Susanna. I 12 anni rappresentano l’età della maturità della scelta in ambito giudaico-
ellenistico, dei profeti e degli eroi, poi divengono figura Christi, nella tradizione del puer senex,
erede della fissità aristotelica del carattere dell’eroe.

10
E. Giannarelli, Nota sui dodici anni, Maia 29-30, 1977-78, pp. 127-133; Il paidariogeron nella biografia cristiana,
Prometheus 14, 1988, 279-284; Infanzia e santità; Il puer senx, in Infanzie … dal mondo classico all’età moderna,
1993; Giordano, Puer ludens. Psicologia e pedagogia del gioco nel Medioevo1981/82.
11
si veda l’esempio della giovane Asella, nell’epistola 24, 2 di Girolamo, che adduce i precedenti scritturistici di
Geremia e Giovanni; Prudenzio (Peristeph. 3, 11 s) pone l’inizio del martirio di Eulalia a 12 anni.
5
PASSIONE DI MARTINO
- L’editto non ben identificato che colpisce il QUINDICENNE Martino
(=pathos)
- Questa richiesta avviene quando i barbari invadono la Gallia e Giuliano
concentra le truppe a Worms (anno 356). Vedremo l’importanza di questa data per la
cronologia di Martino.
- Accanimento del PADRE CONTRO IL FIGLIO (= Perpetua):
persecutore/martire: non vedeva di buon occhio le sue azioni virtuose
- Arrestato e incatenato
- Soldato anomalo: Signore che si fa servo del suo servo = lavanda dei piedi
(Gv 13, 1-16) e Mt 20,26-28: colui che vorrà diventare grande fra di voi si farà vostro servo

DISCREPANZA CRONOLOGICA
- 3 ANNI di servizio militare:
SULPICIO:1. muore a 81 anni nel 397(=nato nel 336); 2. Prende servizio nel 356 (= ha
20 anni).
GREGORIO DI TOURS: 1. morto a 81 anni nel 397; nato nel 316 sotto Costantino (=
lascia il servizio militare a 40 anni)
FONTAINE: espediente di Sulpicio per ridimensionare il punto oscuro della vita del
Santo (= NO normale congedo a 40 anni ma temeraria scelta). Dialoghi: Frizione accusa
Martino di essersi macchiato con le azioni della milizia.

LE VIRTÙ
- ECCEZIONALI: perché precedenti il battesimo, cioè indipendenti dalla
grazie del sacramento
- CRISTIANE: bontà – carità – pazienza
- ASCETICHE : frugalità del monaco
- BUONE OPERE: Mt 13,13-5 (Is 6, 9-10) = Martino è profeta e apostolo

Attesta una militanza forzata il popolarissimo episodio, immortalato da artisti come


Simone Martini e Rubens, e di cui, qualcuno ricorderà, si proponeva lettura nelle scuole. Si tratta
della famosa scena nella città di Amiens, dove ‘quell’uomo pieno di Dio’ ma ancora miles
dell’imperatore Giuliano, vedendo un ignudo esposto ai rigori invernali tra l’indifferenza della
gente, comprende che ‘quel povero è riservato a lui’.

Il povero, il mantello

3.1 Così, un giorno in cui non aveva con sé nulla all’infuori delle armi e del solo mantello
militare, nel pieno di un inverno che, più aspro del solito, faceva rabbrividire, a tal punto che
l’intensità del freddo mieteva moltissime vittime, si imbatte presso la porta di Amiens in un povero
nudo. Mentre questi pregava i passanti di aver compassione di lui e tutti passavano oltre allo
sventurato, quell’uomo pieno di Dio si rese conto che il povero, al quale gli altri non accordavano
misericordia, era riservato a lui. 2. Eppure, che cosa avrebbe potuto fare? Egli non possedeva nulla
oltre la clamide che indossava: aveva già consumato tutto il resto in un’opera dello stesso genere.
Così, afferrata la spada che portava al fianco, taglia la veste a metà e ne porge una parte al
mendicante, mentre lui si ricopre con l’altra. In quel mentre fra i presenti alcuni si misero a
sghignazzare, perché appariva ridicolo con la veste tagliata; al contrario molti, meno sconsiderati, si
rammaricavano assai profondamente per non aver compiuto loro niente di simile: loro, che
possedendo evidentemente di più, avrebbero potuto rivestire il povero senza spogliare se stessi.

6
3. Ora, la notte successiva, dopo essersi addormentato, egli vide il Cristo vestito con la
metà del mantello con cui aveva ricoperto il povero. Gli viene ordinato di osservare con la massima
attenzione il Signore e di riconoscere la veste che aveva donata. Subito dopo, al cospetto di una
moltitudine di angeli che facevano corona, sente Gesù che dichiara ad alta voce: «Martino, ancora
catecumeno, mi ha ricoperto con quest’abito». 4. In verità il Signore, memore delle parole che un
giorno aveva pronunciate: Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi più piccoli, le
avete fatte a me, affermò d’essere stato rivestito lui nel povero; e per avvalorare la propria
testimonianza di un’azione così buona, egli si degnò di mostrarsi proprio con quell’abito che il
povero aveva ricevuto.
5. Dopo aver contemplato una simile versione, l’uomo beatissimo no insuperbì in orgoglio
umano, ma riconoscendo nella sua opera la bontà di Dio, all’età di diciotto anni, corse a farsi
battezzare. Comunque, non abbandonò immediatamente la carriera militare, vinto dalle preghiere
del suo tribuno, al quale era legato da amicizia cameratesca: prometteva di rinunziare al mondo solo
dopo che quegli avesse concluso il periodo del suo tribunato. 6. Martino, sospeso in questa
condizione di attesa, per circa due anni dopo aver ricevuto il battesimo continuò sì a essere soldato,
ma in maniera puramente formale.

Elena Giannarelli (Vita di Martino, ed. Paoline 1995) ha messo in luce la filigrana
neotestamentaria dell’intreccio narrativo: Mt 25,36 ‘ero nudo e mi avete vestito’; Lc 10,33 ‘un
Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione’.
NELLA CITTÀ DI AMIENS: alle porte di una città = luogo in cui spesso sono Cristo e gli
Apostoli

‘QUELL’UOMO PIENO DI DIO’ (=formula scritturistica, riferita a Giuseppe, Gesù,


Stefano)
ma ancora miles dell’imperatore Giuliano, vedendo un ignudo esposto ai rigori invernali
tra l’indifferenza della gente, comprende che ‘QUEL POVERO È RISERVATO A LUI’ =
andamento della parabola. Relazione tra il povero e Martino nella veste: uno è nudo l’altro è appena
più ricco di lui = buon samaritano:
Mt 25,36 ero nudo e mi avete vestito; Lc 10,33 il sacerdote e il levita passano oltre, ma un
Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione.

POSSIEDE SOLO LA CLAMIDE CHE INDOSSA: simplex è l’abito di Martino.


- senso letterale = grezzo, rozzo
- senso cristologico= unico pezzo di stoffa, come la tunica di Cristo che non
poteva essere spartita.

MA CON LA SPADA LA TAGLIA IN DUE PARTI perché anche il poveretto abbia di


che coprirsi. Lo strumento di offesa mezzo per compiere buona azione

ALCUNI SGHIGNAZZANO, altri si vergognano della loro insensibilità.


Evangelico: scherno del Signore, vestito da Re dei Giudei

La notte successiva, in SOGNO, Martino vede Cristo, vestito con la metà del suo mantello,
che lo elogia tra una corona di angeli. = forma narrativa per Mt 25, 20.
NON ANCORA BATTEZZATO = omen, presagio della grandezza di Martino

Martino possiede solo la clamide che indossa ma con la spada la taglia in due parti perché
anche il poveretto abbia di che coprirsi. Alcuni sghignazzano, altri si vergognano della loro
insensibilità. La notte successiva, in sogno, Martino vede Cristo, vestito con la metà del suo
mantello, che lo elogia tra una corona di angeli.
7
Il congedo

4.1 Nel frattempo, mentre i barbari stavano invadendo le Gallie, il Cesare Giuliano,
adunato l’esercito presso la città dei Vangioni, cominciò a distribuire un donativo ai soldati e, come
vuole la prassi, essi venivano convocati per nome, uno dopo l’altro, finché arrivò il turno di
Martino.
2. Allora, pensando che fosse il momento opportuno per chiedere il congedo – era persuaso
che non sarebbe stata cosa onesta da parte sua se avesse accettato il donativo con l’intenzione di
non combattere – , disse al Cesare: 3. « Fino ad ora ho militato al tuo servizio; adesso lascia che io
mi metta al servizio di Dio. Il tuo donativo lo accetti chi è disposto a combattere per te; io sono un
soldato di Cristo: non mi è permesso di combattere».
Allora, di fronte a questo discorso, il tiranno montò in collera, asserendo che egli si
rifiutava di prestare il servizio militare per paura della battaglia che si sarebbe combattuta
l’indomani e non per motivi di fede religiosa. 5. Martino però, intrepido, reso ancor più saldo nel
tentativo di incutergli timore, replicò: « Se ciò viene attribuito a codardia e non alla fede, domani mi
schiererò in prima linea disarmato e nel nome del Signore Gesù, protetto dal segno della croce, non
dallo scudo o dall’elmo, penetrerò senza timore fra le formazioni dei nemici».
6. Si dà dunque ordine di portarlo via, in prigione, perché tenesse fede alle sue parole, tanto
da farsi presentare senza armi di fronte ai barbari.
7. Il giorno dopo i nemici inviarono rappresentanti a chiedere la pace, consegnandosi con
tutto quanto avevano. In conseguenza di ciò, chi potrebbe dubitare del fatto che questa vittoria vada,
in realtà, attribuita all’uomo beato, al quale fu concesso di non essere mandato in battaglia
disarmato?. 8. Anche se il Signore, nella sua misericordia, avrebbe potuto proteggere il suo soldato
anche in mezzo alle spade e alle frecce del nemico, nondimeno, per evitare che gli occhi del santo
fossero profanati dalla morte di altri, rimosse la necessità della battaglia. 9. Nessun’altra vittoria
Cristo ebbe potuto approntare per il suo soldato, se non quella per cui nessuno morisse, sottomessi i
nemici senza spargimento di sangue.

Con Ilario e fra i briganti


Con Ilario 5.1-4 (pp. 156-157)

Dopo l’addio alle armi,


- Milano quindi in Pannonia (fallimento della conversione dei genitori).
- Di nuovo a Milano (vita ascetica fuori le mura) - SCACCIATO DAL
VESCOVO ARIANO AUSSENZIO – GALLINARA (AUTOAVELENAMENTO CON
ELLEBORO = PURIFICAZIONE DAL DEMONIO
- A POITIERS PRESSO ILARIO (CAMPIONE DELLA FEDE DI NICEA) =
GUERRA ALL’ERESIA: Posizione antimperiale, anriariana. (=Antonio: i grandi discorsi ai
monaci sull’ortodossia). Ma anche = RIFIUTO DELLA CARRIERA ECCLESIASTICA =
FEDELTà ALLA VOCAZIONE ASCETICA
- ESORCISTA = preannuncia i numerosi combattimenti contro il demonio e la
sua attività di vescovo esorcista
- VIAGGIO APOSTOLICO: avrebbe sofferto molte prove = paolo (2Cor 11,
25-26) : tre volte battuto con le verghe, tre volte lapidato
- INCONTRO CON I MALFATTORI = topos del romanzo
- CONVERSIONE: Gesù tra i ladroni. Anche Apocrifi: Vang. Infanzia:
Brigante buono Tito (e cattivo Dimaco) lascia fuggire Giuseppe, Gesù e Maria.

5.1 In seguito, lasciato l’esercito, si recò presso sant’Ilario, vescovo della città di Poitiers,
la cui ortodossia, nel campo della divina dottrina, era allora provata e riconosciuta, e si trattenne da
8
lui per qualche tempo. 2. Il medesimo Ilario cercò di unirlo più profondamente s sé con il
conferimento del ministero del diaconato, e di legarlo al servizio divino, ma poiché Martino si era
ripetutamente opposto affermando apertamente di esserne indegno, quell’uomo dalla mente tanto
acuta capì che c’era un solo modo per riuscire a impegnarlo: affidargli un incarico che fosse in
qualche misura umiliante. Fu così che gli ordinò di diventare esorcista. E quegli, per non dare
l’impressione di aver rifiutato come troppo umile, non ricusò questa ordinazione.
3. Non molto tempo dopo, sollecitato durante il sonno a visitare con devota premura la
patria e i genitori, che il paganesimo teneva ancora irretiti, partì con il consenso di sant’Ilario, dopo
essere stato impegnato da questi, con lacrime e preghiere, a ritornare. Secondo le testimonianze, si
accinse con tristezza a quel lungo viaggio, dopo aver rivelato ai fratelli che avrebbe sofferto molte
prove. Gli avvenimenti successivi ne furono conferma.
4. Per prima cosa, mentre, attraverso le Alpi, percorreva sentieri fuori mano, incappò nei
briganti.
Quando già uno di essi, con la scure alzata, librava un colpo sul suo capo, un secondo
trattenne la mano di colui che lo stava per ferire. Tuttavia, con le mani legate dietro la schiena,
viene affidato a uno dei briganti perché lo sorvegliasse e lo derubasse. Costui, dopo averlo condotto
in luoghi ancora più solitari, cominciò a chiedergli chi fosse. Martino rispose di essere un cristiano.
5. L’altro chiedeva anche se avesse paura. Allora affermò con grande determinazione che non si era
mai sentito così tranquillo, perché sapeva che la misericordia di Dio lo avrebbe assistito soprattutto
nelle prove; piuttosto si doleva per lui che, praticando il brigantaggio, era indegno della
misericordia di Cristo.
6. Così, prendendo a parlare del Vangelo, annunciava al malvivente la parola di Dio.
Perché dilungarsi ancora? Il brigante credette e, seguendo Martino, lo ricondusse sulla strada,
chiedendogli di pregare il Signore per lui. In seguito la stessa persona fu vista condurre vita
ascetica, al punto che si può dire che l'episodio raccontato sopra fu raccolto dalla sua diretta
testimonianza.

La risurrezione di Ligugé 7. (pp. 162-166)

Fondazione di Ligugé: un eremo (=monasterium) a Poitiers. Martino è l’asceta


dell’Occidente = Antonio.
Catecumeno = Martino è ABBA
FEBBRE = espediente per la visione dell’aldilà. Già Girolamo ep. 22 a Eustochio.
Martino era assente = Maria, sorella di Lazzaro (Gv 11,21): se tu fossi stato qui, mio
fratello non sarebbe morto. MARTINO = FIGURA CHRISTI.
SALMA AL CENTRO = preghiera funebre = CENTRALITA’ DELLA MORTE
PIANGENTE E GEMENTE (ma il latino è eiulans, ululando, a gran voce). Rachele in Mt
2, 18. Martino conserva il tratto del militare.
ACCOGLIENDO LO SPIRITO SANTO CON TUTTA LA SUA ANIMA: ecco il Santo
come strumento di Dio. Lo Spirito lo permea nell’anima.
ORDINA = ancora retaggio del miles
FA USCIRE I PRESENTI = Mt 9, 3: la risurrezione della figlia di Giairo e già 2Re 4,33 =
Eliseo che risuscita la figlia di Giairo = Dimensione cristologia e profetica del Santo.
SI DISTENDE SUL MORTO = Eliseo. Contatto fisico vivo/morto, azione
taumaturgica/oggetto = principio del contatto taumaturgico con le reliquie.
Il flusso di vita passa attraverso gli OCCHI (= VEDERE la luce di DIO); BOCCA
(=Verbum, PAROLA di DIO): MANO (= AZIONE di Dio = gesto dell’orante)
PREGHIERA/MISERICORDIA: l’efficacia dell’azione passa da qui.
IMPAVIDO (= intrepidus = immobile, senza timore, fiducioso in DIO = ancora M. miles)

9
DUE ORE: expectatio eventum (=bellico) Soldato di Cristo. La guarigione di gesù è invece
immediata, il Santo è solo mediatore.
GIOA/GRIDA: ancora l’irruenza del miles. Non è un Santo imperturbabile.
MIRABILE: miror = stupore. Collegato agli occhi di Martino a quelli del catecumeno che
batte le palpebre.
RITORNO ALLA VITA/RINASCITA SPIRITUALE = battesimo
OGGETTO/TESTIMONIANZA DELLA VIRTU’ DEL SANTO = testis = veridicità
storica dell’accaduto.
ALDILA’: topoi: tenebre, angeli, giudice (Girolamo). La preghiera di INTERCESSIONE
di Martino = già VISIO PAULI, PASSIO PERPETUAE.
VERAMENTE PARAGONABILE AGLI APOSTOLI = VERE APOSTOLICUS

La risurrezione di Ligugé

7. 1. Dato che Ilario era già passato, Martino ne seguì le orme fino a Poitiers. Accolto da
lui con grandissimo affetto, si sistemò in un eremo non lontano dalla città. In quel periodo gli si unì
un catecumeno, desideroso di essere istruito secondo le regole di vita di quell'uomo così santo.
Pochi giorni dopo, colto da una malattia, il catecumeno era tormentato da una febbre violenta. 2. Il
caso volle che proprio in quell'occasione Martino si fosse allontanato. Rimasto via per tre giorni, al
suo ritorno trovò il corpo senza vita: la morte era sopravvenuta così repentina che quello aveva
lasciato il mondo senza aver ricevuto il battesimo. La salma, posta al centro, era fatta oggetto del
triste officio dei confratelli afflitti, quando Martino accorre piangente e gemente. Martino accorre
piangente e gemente. 3. Ma poi, accogliendo lo Spirito santo con tutta la sua anima, ordina a tutti gli
altri di uscire dalla cella dove giaceva il corpo e, serrato l'uscio, si distende sopra le membra
inanimate del fratello morto. Dopo essersi raccolto per un certo tempo in preghiera e dopo aver
sentito, per virtù dello Spirito, che la potenza del Signore era presente, sollevatosi leggermente e
tenendo lo sguardo fisso sul volto del defunto, aspettava impavido l'esito della propria preghiera e
della misericordia del Signore. Era trascorso sì e no un periodo di due ore, quando vede il cadavere
muoversi piano piano in tutte le membra e con gli occhi aperti batterli per riacquistare l'uso della
vista. 4. Allora, rivolgendosi ad alta voce al Signore, rendendo grazie, aveva riempito la cella delle
sue grida. Udendo ciò, la gente rimasta davanti alla porta si precipita subito dentro. Mirabile
spettacolo: vedevano vivere colui che avevano lasciato morto. 5. Restituito così alla vita e ottenuto
subito il battesimo, costui visse ancora parecchi anni, e fu il primo presso di noi a essere oggetto, e
insieme testimonianza, delle virtù di Martino.
6. Egli stesso tuttavia soleva raccontare che, uscito dal corpo e condotto davanti al
tribunale del giudice, aveva ascoltato una dura sentenza: sarebbe stato relegato in luoghi tenebrosi
con la massa dei pagani. In quel momento, attraverso due angeli, era stato suggerito al giudice che
costui era l'uomo per il quale Martino stava pregando. Così, era stato ordinato che per mezzo dei
medesimi angeli fosse ricondotto indietro, restituito a Martino e reso alla vita di prima.

Il falso martire 11. (pp. 175-177)

Episodio interessante per più aspetti.

1. Dal PUNTO DI VISTA STRETTAMENTE STORICO testimonia la condizione socio-


culturale e religiosa della campagna gallica nel IV secolo. Pochi centri di eccellenza, come
Bordeaux, la città di Ausonio, centro di riferimento per gli studi retorici, ai quali si formarono sia
Sulpicio Severo sia Paolino di Nola. In questi centri, culturalmente, avanzati, si costituiscono
comunità cristiane. La campagna, come denuncia l’episodio, è ancora primitiva, pagana.

10
Il cristianesimo approdò in Gallia nel II secolo (Lettera dei Martiri di Lione, in H.E. 5, 1).
Intorno alla II metà del III secolo si formano diverse sedi episcopali: Autun, Arles, Reims, Parigi,
Treviri, Marsiglia, Vienne, Bordeaux.

2. Dal punto di vista AGIOGRAFICO, l’Apostolo, come prima cosa, deve combattere la
superstizione pagana e convertire le genti.

3. Si esaltano oltre le virtù TAUMATURGICHE anche la PRUDENZA, virtù


indispensabile per un vescovo, oltre che lo spirito di DISCERNIMENTO.

Il falso martire

11. 1. Ma, per passare agli altri miracoli esercitati durante l'episcopato, non lontano dalla
città c'era un luogo, proprio nei pressi del monastero, al quale una falsa diceria popolare aveva
attribuito un carattere sacro, come se vi fossero sepolti insieme dei martiri. 2. Sul posto non
mancava neppure un altare, fatto erigere, si diceva, dai vescovi precedenti. Martino, però, che non
dava facile credito a notizie insicure, chiedeva con insistenza ai più anziani, presbiteri o chierici, di
indicargli il nome del martire e l'epoca della passione: affermava di essere turbato da forti
perplessità, dal momento che la concorde tradizione degli antenati non aveva trasmesso nessun dato
certo. 3. Così, dopo essersi tenuto, per qualche tempo, alla larga da quella contrada, ma senza
interdire il culto, in considerazione dei dubbi che nutriva, e senza apporre a quella tradizione
popolare il suggello della propria autorità, per evitare che quella superstizione si consolidasse, un
bel giorno, accompagnato da pochi fratelli, si recò sul posto. 4. Ritto sul sepolcro, pregò il Signore
di rivelare chi vi fosse sepolto e quale merito avesse. In quel momento si volta verso sinistra e vede,
ferma lì vicino, un'ombra squallida e torva. Le ordina di dichiarare il nome e ciò che avesse
compiuto di meritevole. Quella rivela il nome e confessa la sua colpa: era stato un brigante,
giustiziato per i crimini, venerato in seguito a un errore del volgo; con i martiri non aveva nulla in
comune, ché essi erano nella gloria e lui nella pena. 5. In modo straordinario i presenti udivano la
voce di chi parlava, ma non lo vedevano di persona. Allora Martino riferì pubblicamente ciò che
aveva visto e ordinò di rimuovere dal luogo l'altare che era stato lì e così liberò il popolo dall'errore
di quella superstizione.

4. La DIMENSIONE SOLITARIA DEL MIRACOLO: compiuto dall’asceta, dal monaco,


non dal vescovo.

5. CONTATTO CON IL MORTO, come nella resurrezione dei morti – Scena di


NEGROMANZIA, APPARIZIONE di un’ombra dalla parte SINISTRA = VALENZA NEGATIVA
Alla sinistra saranno collocati i DANNATI secondo lo schema vterostestamentario (Qo
10,2) ripreso nel Vangelo (Mt 25, 33) infatti l’ombra è SQUALLIDA E TORVA.

6. ORDINA … NOME: la perentorietà di Martino, abituato al comando. Rivelare il


NOME, significa dichiarare CHI REALMENTE UNO E’… infatti confessa la sua colpa: era un
CRIMINALE, venerato per errore dal popolo. INTERROGATORIO (Martino vescovo e giudice):
Fontaine lo associa agli insegnamenti di Antonio ai monaci su come discernere gli spiriti maligni e
scacciarli (demonologia origeniana)

7. LA VOCE che i presenti ODONO = episodio di Damasco At 9, 7.

Il carisma delle guarigioni (pp. 188-191)

11
Questo episodio è inserito in un’intera sezione o blocco, che racchiude episodi di
guarigione. Sulpicio procede a quadri: guarigioni – esorcismi ecc… preceduti da una rubrica

Martino guarigione e esorcista è imitator Christi


Fontane considera i due scenari in cui Martino agisce, come una bipartizione, una sorta di
AT e NT. AT sono le imprese nella campagna della Gallia
NT sono guarigioni e esorcismi, per lo più in contesti urbani, simili a quelli di Cristo

La giovinetta di Treviri rimanda alla figlia di Giairo, che dice a Gesù come la figlia sia agli
estremi (Mc 5,23)

Rispetto al NT, Sulpicio amplifica il tessuto narrativo, per creare maggiore pathos con
accenti epici.

REAZIONE DI UMILTÀ E MODESTIA : è il non essere degno (Mt 8,8,) // VESCOVI


CHE INSISTONO (Lc 7, 3-4)

FOLLA IMMENSA = la stessa che assiste ai miracoli di Cristo


SERVO DI DIO : titolo d’onore nell’AT = i collaboratori di Dio; NT = Cristo e i credenti
servi di Cristo
Anche MARIA nell’annunciazione si proclama ANCILLA DOMINI

ARMI: 1. PREGARE = Ef 6,18 = ARMA DEL SOLDATO DI CRISTO; PROSTRARSI =


RESURREZIONE LIGUGÉ

OLIO = ELEMENTO SIMBOLO DELLA BENEDIZIONE DI DIO. Ma usato anche per


fortificare le membra (Ez 16,9) e lenire le piaghe (Is 1,6)
NT: unzione dei malati (Mc 6, 13; Gc 5, 14-15)
Martino si inserisce nella tradizione del Christus medicus, che guarisce ogni male, che si
ritrova nella vie dei monaci
Guarigioni

16. 1. Tanto efficace era in lui il carisma delle guarigioni che quasi nessuno si avvicinò a
lui malato senza riacquistare immediatamente la salute. La cosa risulterà con particolare evidenza
dall'episodio che segue. 2. Una giovinetta di Treviri era vittima della terribile infermità della
paralisi, cosicché già da gran tempo, ormai, non riusciva a compiere alcuna funzione fisica utile
all'attività umana. Prematuramente morta in ognuna delle membra, ella palpitava appena con un
leggero respiro. 3. Mesti, i parenti le stavano attorno, aspettando solo la fine, quand'ecco,
all'improvviso, si annuncia che Martino è arrivato in quella città. Il padre della ragazza, appena
informato del fatto, si precipita senza fiato con l'intento di intercedere in favore della figlia. 4. Per
caso Martino aveva già fatto ingresso in chiesa. Colà, al cospetto del popolo e in presenza di molti
altri vescovi, il vecchio, lamentandosi ad alta voce, gli abbraccia le ginocchia dicendo: «Mia figlia
sta morendo per una malattia orribile e, cosa più crudele della stessa morte, è viva solo in quanto
respira, ché la carne è come già morta. Ti prego di andare presso di lei e benedirla perché ho fiducia
che, per opera tua, le debba essere resa la salute ». 5. Turbato da quelle parole, Martino rimase
stupito e si schermì dichiarando di non possedere un simile potere e che il vecchio si ingannava nel
giudicare: non era degno che attraverso di lui il Signore manifestasse un segno della sua potenza. Il
padre, in lacrime, insistette con maggior vigore e lo scongiurava di recarsi presso la moribonda. 6.
Finalmente, spinto ad andare anche dai vescovi che gli stavano intorno, egli discese alla casa della
giovinetta. Dinanzi all'uscio una folla immensa, in attesa di vedere che cosa avrebbe fatto il servo di
Dio. 7. E per prima cosa - queste erano le sue armi consuete in circostanze del genere - egli,
12
prostratosi al suolo, pregò. Poi, osservando l'inferma, chiede che gli sia dato dell'olio. Dopo averlo
benedetto, versa nella bocca della ragazza la potenza del liquido consacrato e all'istante le fu reso
l'uso della parola. 8. Quindi ciascuna delle sue membra andò rianimandosi a poco a poco al contatto
di lui finché, con passo sicuro, sotto gli occhi del popolo, la fanciulla si alzò.

Gli esorcismi 15. 5- 7 (pp. 193-194)

L’episodio si colloca nel blocco degli esorcismi ed è preceduto da un’analoga descrizione:


Martino si rifiuta di entrare nella casa di un pagano.
Solo lui scorge il demonio.
Tipico racconto del comportamento del demonio che, scacciato da un corpo, spesso entra
in un altro (= Referente NT Mt 8, 28-34)
CUOCO: non gode di buona fama nemmeno nel mondo classico, ghiottone della
commedia, spesso furbo e intrigante. La sua vicinanza col fuoco, l’essere coperto dalla fuligine
nella letteratura agiografica favorisce l’assimilazione col demonio
Ecco il Martino impavido, quasi incosciente: infila le mani nella bocca dell’indemoniato
(Mc 7,33)
BOCCA = ingresso, porta del demonio in un corpo
MANO e DITA = strumenti privilegiati della taumaturgia
ESPULSIONE NEGLI ESCREMENTI = CIBO veicolo di contaminazione diabolica da
cui deriva la pratica del DIGIUNO.
Mt 15, 17: tutto ciò che entra dalla bocca …
Ma già Virgilio Eneide (3, 224) Arpie che lasciano tracce nauseabonde

Esorcismi

5. Ancora in quel periodo e nella medesima città, entrato in casa d'un padre di famiglia, si
fermò sulla soglia, dicendo di vedere uno spaventoso demonio nell'atrio della dimora. Come gli
ingiunse di andarsene, quello si impossessò del cuoco del padrone, che si trovava all'interno
dell'abitazione. Lo sventurato prese a incrudelire mostrando i denti e a sbranare chiunque gli
capitasse a tiro. Una casa sossopra, una famiglia sconvolta, gente in fuga disordinata. 6. Martino si
presentò davanti all'ossesso e, prima di tutto, gli ordinò di fermarsi. Ma siccome quello ringhiava e,
a denti scoperti, minacciava di mordere, Martino gli infilò le dita in bocca, dicendo: «Se hai un
qualche potere, divora queste». 7. E in quel momento, come se avesse ricevuto in gola un ferro
rovente, l'uomo, ritratti lontano i denti, si guardava dal toccare le dita del beato. Poi, costretto a
fuggire dal corpo posseduto con castighi e tormenti, poiché non gli era permesso di uscire attraverso
la bocca, venne espulso con un flusso del ventre, lasciando tracce ripugnanti dietro di sé.

A convito con l’Imperatore 20. 5- 8 (pp. 203-204)

Secondo Fontane, inizia qui la III e ultima sezione, dopo la vetero e la neotestamentaria,
quella Apocalittica. SATANA È IL PRINCIPE DI QUESTO MONDO.
L’episodio è introdotto da considerazioni sulla corte di Treviri, ai tempi dell’imperatore
Massimo: corruzione dilagante, servilismo dei vescovi, atteggiamenti clientelari.
Massimo fu proclamato imperatore nel 383 in Britannia.
L’anno in cui si svolge la vicenda è il 385-386, quando Martino si recò a Treviri per la
vicenda priscillianista.
Martino si rifiuta di sedere alla tavola dell’usurpatore e anche omicida di Graziano e
usurpatore del trono a Valentiniano II.

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Ma alla fine Martino cede. Le motivazioni addotte tradiscono il pensiero storico di Sulpicio
Severo: nel piano provvidenziale della storia rientra anche il regno di Massimo, divenuto imperatore
per volontà di Dio, alla quale il santo non si oppone.
E’ un festino: c’è il prefetto, il console Evodio uomo giusto, il fratello e lo zio
dell’imperatore. Martino siede accanto all’imperatore.

DIGNITA’ ECCLESIASTICA SUPERIORE A QUELLA MONDANA. Martino è


indipendente dal potere politico.
STESSO SENSO DELL’OPPOSIZIONE A GIULIANO, al momento del congedo
PREDIRE L’AVVENIRE = uno dei carismi di 1Cor 12, 10= connotazione del santo e
dell’asceta
In realtà la vittoria di Aquileia fu di Teodosio

Convito

5. Verso la metà del convito, come d'uso, un servo porse all'imperatore una coppa. Questi
ordina che sia offerta piuttosto al santissimo vescovo, aspettando e augurandosi di ricevere la tazza
dalle sue mani. 6. Martino però, finito che ebbe di bere, consegnò la coppa al suo presbitero,
convinto evidentemente che nessuno fosse più degno di bere per primo dopo di lui: infatti non
sarebbe stato onesto con se stesso se avesse preferito al sacerdote o il sovrano in persona o coloro
che al sovrano erano più dappresso. 7. L'imperatore e tutti i presenti rimasero talmente colpiti da un
simile gesto, da apprezzare proprio quel comportamento in base al quale erano stati disprezzati. E
per tutto il palazzo fu ripetuto che Martino, durante un pranzo offerto dall’imperatore, aveva fatto
ciò che un vescovo aveva osato fare alla tavola di magistrati di infimo rango.
8. Sempre a Massimo, inoltre, egli predisse l’avvenire con notevole anticipo: doveva
sapere che, se si fosse recato in Italia, dove egli non vedeva l’ora di andare per portar guerra
all’imperatore Valentiniano, avrebbe colto sì la vittoria al primo scontro, ma di lì a poco sarebbe
morto. 9. Ebbene, noi abbiamo visto che le cose andarono proprio in questo modo. Al primo arrivo
di lui, Valentiniano fu messo in fuga; poi, nel giro di quasi un anno, ricostituite le forze, questi
catturò Massimo dentro le mura di Aquileia e lo eliminò.

L’inganno del diavolo 24. 4-8 (pp. 215-218)

Il cap. 24 è costruito sul passo escatologico di Mt 24,24, i falsi cristi e i falsi profeti.
All’inizio, negli episodi precedenti compaiono pseudoprofeti: che si spacciano per Elia e
Giovanni Battista.
INFINE L’APPARIZIONE DELL’ANTICRISTO. Chiude la struttura apocalittica della III
parte.
L’Anticristo, il Principe di questo mondo, indossa infatti le vesti dell’imperatore,
circonfuso di luce come Cristo.
SILENZIO: il diavolo solitamente è accompagnato da clamore. Martino è hebetatus,
inebetito, incapace di agire. Il silenzio è apocalittico, siamo allo scontro finale.
Parla prima il divolo: è sempre l’essere soprannaturale a rompere il silenzio, anche gli
angeli.
Mt 24, 5: guardate che nessuno vi inganni, molti verranno nel suo nome dicendo Io sono il
Cristo e trarranno molti in inganno.
Il diavolo vuole strafare e sbaglia. L’esortazione a credere richiama l’episodio di
Tommaso: L’anticristo vuole rammentarne l’incredulità a Martino.
Il santo ripaga con la stessa moneta, ricorrendo anche lui a Gv 20, 25.
L’autore stesso è testis dell’episodio

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Il bios di Martino si chiude con la narratio dell’amicizia tra martino e il suo agiografo,
encomio e apologia insieme, con l’esortazione nemmeno troppo mite a credere alle sue parole.

Falsi profeti e il diavolo ingannatore (ANTICRISTO)

4. Non pare opportuno dimenticare con quanta astuzia il diavolo abbia messo alla prova
Martino in quegli stessi giorni. Un bel giorno egli, dopo essersi fatto precedere da una luce
abbagliante, avvolto nella stessa, per trarre più facilmente in inganno con la luminosità dello
splendore che aveva assunto, vestito con abiti regali, coronato di un diadema di gemme e d'oro, con
calzari ricamati in oro, il volto disteso e l'espressione lieta, in modo che a tutto si poteva pensare
fuorché al diavolo, si presentò a Martino che pregava nella sua cella. 5. Non appena lo ebbe visto,
Martino rimase di sasso: tutti e due osservarono a lungo in silenzio assoluto. Poi il diavolo per
primo: «Riconosci, Martino, colui che vedi. Io sono il Cristo. In procinto di discendere sulla terra,
ho deciso di rnanifestarmi dapprima a te». 6 Poiché Martino, a queste parole, taceva e non
rispondeva nulla, il diavolo osò ripetere la temeraria dichiarazione:«Martino, perché dubiti? Credi,
dal momento che vedi!. Io sono il Cristo». 7. A quel punto, poiché lo Spirito con una rivelazione
aveva fatto comprendere che si trattava del diavolo e non già del Signore, egli disse che il Signore
Gesù non preannunziò che sarebbe venuto vestito di porpora né scintillante di diademi: «Per quanto
mi riguarda, io non crederò che Cristo sia venuto se non in quella veste e con quell'aspetto in cui
subì la passione, se non porterà i segni della croce ». 8. A queste parole quello si dileguò
immediatamente come fumo. Riempì la cella di un fetore così forte che lasciò indubbi segni di
essere stato il diavolo. Di questo episodio, nel modo come l'ho appena riferito, venni a conoscenza
dalla viva voce di Martino in persona, perché qualcuno non abbia a considerarlo per caso
un'invenzione.

Sulpicio Severo, come ricorre all’andamento della parabola così reclama per la sua Vita
Martini la stessa fede che si deve alla parola di Dio: ‘colui che leggerà questo libro con incredulità,
peccherà’ e, con allusione a Gv 14,12, ‘non credere ai miracoli di Martino è rinnegare il Vangelo’.
Solo apparentemente dunque la biografia di Martino è una storia semplice, poiché, come genere
‘esemplare’, propone al lettore un ideale di umanità/santità ben preciso: secondo Jacques Fontaine,
Sulpicio Severo avrebbe composto una sorta di Vangelo, o meglio Apocalissi, considerata la sua
visione millenaristica. Sono proprio i tre volumi delle Sources Chrétiennes editi dallo studioso
francese a rilanciare, negli anni 1967-1969, gli studi martiniani, rompendo con una valutazione
critica della Vita Martini ridotta a mero ricalco del modello della Vita Antonii. Certo, si coglie il
malcelato intento di Sulpicio di offrire alla Gallia cristiana la figura di un santo eccellente, alla pari,
se non superiore, degli asceti egiziani: operazione riuscita, se Martino diviene patrono dell’intera
Francia. Ma non fu semplice, perché la figura di Martino (prima soldato, poi asceta dopo il rifiuto
del diaconato offertogli a Poitiers da Ilario, e, infine acclamato vescovo di Tours ancora suo
malgrado, a furor di popolo e a dispetto del clero locale) suscitò nella Gallia del IV secolo
perplessità se non aperti contrasti. Martino è un santo ‘scomodo’, conserva il tratto irruente del
soldato, i suoi miracoli sono azioni imperiose e rumorose, pur nel rispetto delle parole di Gesù:
‘curate gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni’. Martino intraprende
senza posa il suo apostolato, battendo in lungo e in largo la Gallia rurale e cittadina, probabilmente
invadendo territori altrui. E’ coraggioso, quasi incosciente, la sua santità è una battaglia che non
risparmia colpi, nemmeno ai potenti, imperatori o vescovi che siano: interviene presso l’imperatore
Massimo perché annulli la condanna a morte dei Priscillianisti, poiché i provvedimenti in ambito
dottrinale spettano alla Chiesa. E forse è questa santità impetuosa la causa del periodo di silenzio su
Martino da parte dei suoi compatrioti, fino a quando Gregorio di Tours, alla fine del sec. VI, non lo
riporterà alla ribalta con i quattro libri I miracoli di San Martino. La medesima causa è alla base
dell’anomalia più vistosa della Vita Martini, che Sulpicio Severo, con urgente intento apologetico,
15
redige prima della morte del Santo, guadagnando alla sua opera la definizione di vita ‘mutila’. La
storia di Martino sarà completata in alcune Epistole e nei Dialoghi, che, insieme alla Vita,
costituiranno il dossier sulpiciano copiato nel Medioevo con il titolo Martinellus, diffuso fino a
diventare il modello agiografico dell’Occidente.

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