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Storia della Lingua Italiana

Pietro Trifone
Grammatica Storica
Silvia Capotosto
Lez 2/3

L’italiano è una lingua romanza o neolatina. I primi documento risalgono al IX/X sec. si è soliti considerare il
Placito di Capua (un documento giuridico del 960) come l’atto di nascita della lingua italiana, tuttavia ve ne
sono altri più antichi.
La struttura fonomorfologica dell’italiano si basa sul fiorentino letterario trecentesco poiché l’italiano è
stato codificato nel 500, da Pietro Bembo (Giuseppe Patota l’ha definito la 4° corona: le tre corone sono
Dante Petrarca e Boccaccio). Bembo, a Dante, ha preferito Petrarca per la poesia e Boccaccio per la prosa.
Nel 500 si era ormai affermata la stampa. La stampa ha avuto un ruolo fondamentale nella codificazione
dell’italiano. A Venezia, hanno preferito una lingua d’esportazione, per questo non scelsero il veneziano,
bensì il fiorentino, una lingua che era apprezzata un po' in tutta Italia. La stampa pertanto ha contribuito in
modo importante all’esportazione e alla condivisione della lingua. In questo periodo nasce anche il
correttore tipografico: un professionista della lingua che rivedeva la lingua degli autori in relazione al
fiorentino.
l’italiano è usato come lingua materna 55 MLN di italiani su 60 MLN di abitanti, all’Italiano standard si
affiancano le varietà regionali, i dialetti e altri usi informali o settoriali più o meno distanti dallo standard.

La variazione Linguistica: concetto importante che si è affermato con la sociolinguistica. La sociolinguistica


è quella disciplina linguistica che si occupa, si interessa del rapporto tra la lingua e la società, si occupa
quindi della variazione linguistica perché la lingua cambia in rapporto a tanti elementi. La variazione può
essere:

diacronica: (dia + cronos=nel tempo): i cambiamenti nella lingua attraverso il tempo. Con il passare del
tempo, la lingua cambia.
diatopica: (dia + topos = nello spazio): le differenze della lingua nello spazio geografico, ovvero le varietà
regionali e dialettali. In Italia soprattutto perché vi è una forte frammentazione linguistica, ci sono tanti
dialetti diversi, vi è una varietà di idiomi che non ha uguali in Europa.
diastratica (o sociale): la diversa competenza della lingua, che varia in base allo strato sociale. Un parlante
più colto avrà un eloquio più ricco e più vario e sarà capace di coprire diversi livelli di lingua.
diafasica (o situazionale): i registri della lingua (formale e informale) e le lingue settoriali (o lingue speciali
es: linguaggio burocratico, linguaggio della medicina ecc.)
diamesica: (dia + mesos “attraverso il mezzo”): differenza tra lingua scritta e lingua parlata. È un tipo di
variazione molto discussa perché secondo molti equivale a quella diafasica. Questa differenza vi già dalla
fine dell’800/ inizio 900, periodo in cui da un lato vi era il dominio dei dialetti e dall’altro vi era la lingua
scritta solo in italiano. Questa differenza è nata con Alberto Mioni.

Variazione Diatopica: i dialetti italiani (cap.1 libro giallo P.25-29)

In Italia vi sono diversi dialetti, raggruppati tra loro e individuati da linee di confine linguistico o isoglosse
( dal greco isos, uguale + glossa, lingua).

Dialetti Settentrionali: dialetti del nord d’Italia, parlati al di sopra della linea La Spezia-Rimini (una linea
ideale che divide un’area dialettale da un’altra.
I dialetti settentrionali sono: il Gallo-Italico e il Veneto. Vi sono poi altri idiomi caratteristici come il: ladino
dolomitico e il ladino friulano. Infine al Nord si parlano anche altre lingue oltre all’italiano come il:
Provenzale, Franco-provenzale, Tedesco e Sloveno.
Toscano e Dialetti Mediani: tra la linea La Spezia-Rimini e la linea Roma-Ancona si parla il Toscano e i dialetti
mediani, sono i dialetti centro-meridionali.
Dialetti Meridionali e Meridionali Estremi: al di sotto della linea Roma-Ancona vi sono tutti i vari dialetti del
Sud d’Italia.
Sardo: dialetto a sé o anche lingua a sé, considerata addirittura una lingua romanza per le sue
caratteristiche particolari.

Iscrizione di san Clemente:


Quest’iscrizione si trova nella basilica di San Clemente, a Roma, siamo alla fine del XI sec. (siamo intorno al
1100) è una basilica romana che si trova vicino al Colosseo.
Quest’iscrizione potrebbe essere considerata il primo fumetto della lingua italiana. I personaggi sono: il
boss pagano Sisinnio, i suoi sgherri Carboncello, Albertello e Cosmari, San Clemente miracolosamente
trasformato in una colonna.
Sisinnio riferendosi ai suoi sgherri dice:
FILI
DELE
P
V
T
E
TRAITE.
= figli di puttana tirate!

Lez. 4/3

San Clemente era perseguitato dal prefetto Sisinnio perché era pagano e sua moglie era stata influenzata
dal Santo, diventando cristiana. Per questo Sisinnio lo aveva fatto catturare dai suoi servi.

FILI oggi ha dato la parola FIGLI, con lo sviluppo del particolare suono della laterale palatale “GL”, suono che
si distingue dalla “elle”, che è soltanto laterale. Quando pronunciamo il suono “GL la lingua si chiude sul
palato e l’aria esce ai due lati della lingua, ecco perché prende il nome di laterale palatale. In latino, dato
che questo suono non esisteva per iscritto, veniva indicato con la semplice elle, il suono più vicino.
FALITE: significa fagliti, e anche qui troviamo la “elle” al posto della laterale palatale “gl”
DE RETO: equivale a de+retrum e in italiano avremo indietro, dove è caduta la 1°R per dissimilazione.
(diversa dalla metatesi che prevede lo spostamento di una lettera.
Es: pietra in alcuni dialetti è diventato preta, dove la liquida R è avanzata)
COLOPALO= co lo palo, dove “lo” è un articolo
CARVON CELLE: oggi abbiamo il termine carbone perché vi è stato il passaggio dalla V alla B.
es. in romanesco ciabatta diventa ciavatta, torna quindi il lessico antico.
La E di celle non è altro che il vocativo latino.

In questa iscrizione di San Clemente, la dicotomia, l’opposizione tra il latino e il volgare è sfruttata per
caratterizzare anche sul piano linguistico la distanza tra due mondi. Da un lato abbiamo la nobile voce di
Clemente: “Duritiam cordis vestris, saxa traere meruistis” (messe in evidenza perché incorniciate da due
archi: “per la durezza del vostro cuore, meditaste di trascinare sassi”) dall’altra abbiamo il pagano Sisinnio
che ordina ai propri servi di condurre il santo al martirio e lo fa con la frase “Fili dele pute, traite”.
L’iscrizione è parte integrante di un grande affresco conservato nella Basilica di San Clemente, un affresco
che illustra con colorito realismo il miracolo del Santo, ricorrendo alla forma del fumetto per potenziare
l’effetto di fascinazione popolare. I servi di Sisinnio trascinano una pesante colonna, illudendosi di
trascinare lo stesso Clemente, ma quest’ultimo in questo modo sfugge all’arresto e alla morte.
L’affresco rappresenta la scena con una efficace sintesi semiotica di figurazione post scrittura. Le immagini e
la scrittura collaborano alla trasmissione di questo evento, di questo messaggio.
Vicino al secondo servo, partendo da sinistra vi è la scritta “Albertel traite”, dove la desinza te di traite non
è più visibile. Albertel traite significa Albertello tirà!
Accanto al terzo servo, sempre partendo da sinistra vi è la scritta “Cosmari”, non è altro che il suo nome e
quindi questa scritturina potrebbe essere un cartellino identificativo.
UN’altra ipotesi potrebbe essere che Albertel e Cosmari siano una stessa frase e allora sarebbe: “Albertel
Cosmari, traite” e potrebbe essere proprio Carboncello a pronunciare queste parole.
Sotto il braccio di Sisinnio vi è la celebre frase “Fili dele pute traite!”, pronunciate probabilmente dallo
stesso Sisinnio.

L’opposizione primaria è tra il verbo latino di San Clemente e la parolaccia di Sisinnio. Attraverso questa
opposizione tra latino e volgare, il volgare si qualifica come uno strumento espressivo di livello più basso.
Sul piano dialettologico spicca la forma dell’antroponimo Carvoncelle, dove abbiamo il passaggio del nesso
consonantico RB a RV. Vi è anche la E finale nel suffisso elle, che potrebbe essere scambiato per vocativo,
cosa che non è. La E finale è tipica dell’Antroponimia (insieme dei nomi) medievale dell’aria mediana.
FILI va letto FIGLI, perché la laterale palatale GL non esisteva il latino e quindi viene indicata con un
semplice L. stesso caso è FALITE, che va letto FAGLITE.

Problema dell’italiano teatrale (cap. 3 di Malalingua- il codice alternativo del teatro). L’espressione codice
alternativo si riferisce alle differenze tra il teatro rispetto ai caratteri tipici del codice letterario.
Quest’ultimo ha una forte influenza sulla lingua del teatro, ma rifiuta alcuni tratti linguistici propri del
parlato, al contrario la lingua teatrale ne da testimonianza, ecco perché si parla di codice alternativo. Il
testo drammatico, il testo teatrale ha uno statuto un po' particolare diverso da quello di altri tipi di scrittura
letteraria. A differenza del testo narrativo e poetico, il testo teatrale è caratterizzato esclusivamente da
dialoghi e soprattutto è scritto nella prospettiva di essere poi recitato. Il processo di elaborazione del testo
teatrale non si esaurisce nell’ambito della scrittura, ma presuppone un ciclo comunicativo più esteso che
arriva a compiersi solo nel momento della rappresentazione. solo quando gli attori danno corpo e voce ai
personaggi e tutta la vicenda prende vita sulla scena. Questo carattere specifico del testo teatrale ha
conseguenze sul piano linguistico perché la lingua teatrale tende a collocarsi in uno spazio intermedio tra lo
scritto e il parlato. Appartengono alla dimensione dello scritto fattori come l’organizzazione del testo,
l’organizzazione delle varie parti, la pianificazione dell’insieme. Il testo vuole raggiungere determinati fini
drammaturgici. Si tratta di uno scritto programmato. Un tratto tipico del parlato è invece nella stessa
struttura dialogica che sollecita lo scrittore ad aderire alle caratteristiche di immediatezza espressiva nella
conversazione spontanea. Lo sviluppo del teatro, non poteva non risentire Di un dato storico linguistico di
grande rilievo come la prolungata assenza di una lingua parlata comune per tutti gli italiani. Fino all’800 non
c’è stata una grande diffusione dell’italiano parlato, solo nel corso del 900 si è andato progressivamente
generalizzando l’uso dell’italiano come lingua scritta e lingua parlata Nelle diverse aree geografiche e nei
diversi ambienti sociali d'Italia. In precedenza la situazione presentava un grado di frammentarietà
decisamente maggiore: schematizzando una realtà più complessa si può affermare che da un lato c’era
l’italiano letterario cioè la varietà linguistica di prestigio, il cui campo di applicazione si limitava per lo più
agli impieghi scritti e formali di una ristretta fascia di persone istruite, dall’altro c’era una rigogliosa varietà
di dialetti, dominatori indiscussi della comunicazione parlata. Vi era una difficoltà oggettiva nel trovare uno
strumento linguistico che fosse adatto per le scene di tutto il paese. L’italiano di Dante e di Boccaccio era in
realtà il toscano, una lingua posseduta, in modo nativo, solo da pubblico della toscana, mentre per il
pubblico delle altre regioni d’Italia era una lingua straniera, o quasi. Il teatro è un’arte sociale perché
comporta sempre un rapporto diretto con il pubblico e quindi proprio per questo il teatro risente ed è
fortemente penalizzato da una mancanza di linguaggio tra i produttori ed il pubblico. Ottenere la
comprensione e il coinvolgimento emozionale diventava un’impresa complicata.
Problema della variazione linguistica:
in particolare la differenza tra scritto e parlato, quella che Mioni definisce variazione diamesica.
Facendo un’analisi dei testi teatrali è possibile cogliere la differenza tra lo scritto e il parlato. Il teatro, a
differenza della narrativa che presenta delle parti appunto narrative e descrittive, è fatto esclusivamente di
dialoghi e quindi può darci delle indicazioni importanti per capire la differenza tra scritto e parlato. Una
caratteristica tipica del teatro, che avvicina il teatro al parlato è la Deissi, che deriva dal greco e significa
indicazione. I Deittici sono invece una serie di forme che danno delle indicazioni quando noi parliamo, per
ancorare un discorso ad una situazione reale.
es. sono al bar e dico: mi dai per favore quel (deissi) panino (indicando con il dito= deittico).
Nello scritto la deissi e i deittici non ci sono, ma nel teatro invece sono molto presenti a differenza che nella
narrativa.

ESEMPI DI DEISSI:

1. Spaziale: questo, quello, lì.là


2. Temporale: ieri, oggi, domani, tempo fa, ora, adesso, dopo, più tardi
3. Personale: tu, lui (pronomi personali)
4. Testuale: “come abbiamo visto nel capitolo precedente”
5. Sociale: il pronome di cortesia: quando diamo del tu o del lei ad una persona.

I deittici cambiano nel tempo, infatti una volta si dava del voi alle persone più grandi

Deittici nei testi antichi:

Il teatro rinasce nel 500, anche perché durante il periodo umanistico vi è una riscoperta dei classici e anche
del teatro di Plauto e Terenzio.

1. “teneva gli occhi e la bocca aperta, con un poco di quella linguetta fora: così”
(Dovizi Da Bibbiena, Calandria)
2. Callimaco è invaghito di Lucrezia, moglie di Nicia. Callimaco cerca di trovare il modo, con l’aiuto di
Ligurio di giacere con Lucrezia. Ligurio gli consiglia di cambiare espressione:
Callimaco: “Fo io così?”
Ligurio: “No.”
Callimaco: “Così?”
Ligurio: “Non basta”
Callimaco: “A questo modo?”
Ligurio: “Si, si tieni a mente cotesto”
(Machiavelli, Mandragola)
3. “non mi potea imbatter meglio che a questo sorbi-brodo, a questo pappa-fava ed a questo
trangugia-lasagne”
(Aretino, Marescalco)

Con Goldoni questo non accade. Nel 700 egli riforma il teatro italiano. La sua riforma consiste nella
rinuncia alle maschere, perché non riflettevano la realtà ma erano degli stereotipi. Goldoni voleva
superare questo teatro basato non sulla realtà, ecco perché mette in scena personaggi reali.
C’è nell’attenzione da parte di Goldoni, nei confronti della realtà sociale e psicologica, un riflesso
linguistico. Un’attenzione al parlato teatrale, o meglio al parlato reale.

4. “questi uomini effeminati non li posso vedere” è La locandiera che parla al cavaliere, il quale cerca
di conquistarla. Per effeminati intende gli uomini che vanno sempre appresso alle donne.
(Goldoni, La Locandiera)
N.B. In italiano vi è un ordine preciso delle parole all’interno della frase: soggetto, verbo,
complemento oggetto. In questo caso la frase ha una costruzione marcata, in particolare presenta
una dislocazione a sinistra: il complemento oggetto si trova al primo posto, al posto del soggetto.
(il pronome “Li” serve per sottolineare il tema del discorso).

5. Siamo alla fine della commedia La Locandiera, Fabrizio, servitore di Mirandolina, innamorato di lei,
ma è trattato malissimo. Alla fine lei accetterà di sposarlo.
Fabrizio: “Vi darò la mano…ma poi…”
Mirandolina: “Ma poi, sì, caro, sarò tutta tua”
Goldoni qui si serve del non detto, per non ripetere tutto quello che è successo nella Commedia,
ovvero il fatto che lui era trattato malissimo da lei.
(Goldoni, La Locandiera)
6. Buona Fede, non è molto intelligente, è un sempliciotto. Un personaggio gli chiede cosa ci trovasse
in Don Pilone, che era un corrotto, e lui risponde: “Egli è un uomo che…in verità…Signorsì…un uomo
tutto…ah poffare il mondo…egli è un uomo che ma’ da’ miei giorni…non vel saprei dire…”
(Gigli, Don Pilone)

Lez.18/03

Parentesi terminologica

Paronimia: quando una parola è omofona ad un’altra, rispetto alla quale presenta però un significato
diverso: le branche di una disciplina / le branchie dei pesci.
Malapropismo: in inglese malapropism significa “buffo scambio di parole”, dal nome di Mrs. Malaprop, che
nella commedia “I rivali” del 1775, di Richard Sheridan, usava un linguaggio sgrammaticato e confondeva
un vocabolo con l’altro. Il nome Malaprop deriva a sua volta dal francese mal à propos, “inappropriato”.
Esempi di malapropismo li troviamo anche in Totò: occhiali da preside, anziché da presbite, adire alle vie
letali, anziché legali, lettere omonima, anziché anonima.
Paronomasia: figura retorica che consiste nell’accostamento intenzionale di parole simili per suggerire un
rapporto tra i loro signficati:
traduttore – traditore, ricci – capricci, fratelli – coltelli.

23/3

Mancanza di una tradizione di italiano parlato.

Per molti secoli, almeno fino all’800, c’è stata una mancanza di una diffusa conoscenza di una lingua italiana
parlata. I dialetti erano i dominatori indiscussi della comunicazione parlata. Questa mancanza ha inciso
negativamente sulle sorti del nostro teatro perché ha contribuito a limitare l'importanza del ruolo del
teatro nella cultura italiana ed europea, con un eccezione significativa: cioè l'eccezione di forma sceniche
come la commedia dell'arte e come il melodramma. Non è un caso del resto che i due generi teatrali che
hanno goduto di maggiore successo, non solo in Italia ma in Europa, quindi anche sul piano internazionale
sono stati proprio quei generi nei quali tutto sommato la parola ha un ruolo subordinato rispetto ad altri
fattori comunicativi. La commedia dell'arte si fonda non tanto su un compiuto organismo testuale, su un
testo ben definito, quanto sul gesto, sulla abilità dell’attore. Spesso la commedia dell'arte non aveva un
testo scritto, ma si basava su un canovaccio che poi grazie al forte elemento di improvvisazione veniva
portarlo sulla scena dall’attore. Il melodramma, invece, si tratta di un tipo di teatro in cui la componente
musicale ha un’importanza molto maggiore rispetto alla componente verbale.

Occorre comunque riconoscere che c'è stata in Italia una tradizione importante di scrittura teatrale. Una
tradizione che dal Rinascimento è giunta fino all'età contemporanea, esempio: la Mandragola di
Machiavelli, le commedie di Goldoni, i drammi di Pirandello e di Eduardo De Filippo o le esperienze recenti
di Dario Fo. I migliori autori di teatro hanno avvertito anche nei secoli passati il problema della mancanza di
una lingua comune da utilizzare per la scena, a volte sono stati attratti dalla scelta alternativa del dialetto, in
altri casi, invece, si sono sforzati di porre rimedio a questa mancanza di una lingua comune, cercando di
risolvere il problema sostanzialmente in due modi diversi:
- tentativo di attuare un'ipotesi teorica di italiano parlato
- impiego esasperato del plurilinguismo
A queste due diverse strategie linguistiche corrispondono dei grandi filoni della nostra tradizione teatrale:
- il filone del realismo
- il filone dell’espressionismo
Nel primo caso, si cerca la naturalezza linguistica, nel secondo caso si tende alla deformazione linguistica.
(cap. 3 di Malalingua)
Teniamo presente che non c'è una contrapposizione netta, radicale tra questi due filoni. Nello stesso
autore, una spinta verso il realismo, verso la naturalezza, può coesistere con la spinta dell’espressionismo.

L’italiano a teatro: la deissi


La deissi e un termine di origine greca che significa “indicazione” ed è il riferimento all’interno di un
enunciato che rimanda allo spazio, al tempo, al mittente o al ricevente dell'enunciato stesso.
Gli elementi linguistici che collegano l'enunciato allo spazio, il tempo, ai protagonisti dell'atto comunicativo
sono detti deittici. I deittici Hanno un ruolo importante nell interazione dialogica faccia a faccia e perciò si
presentano nei testi teatrali con frequenza maggiore che in altri generi letterari.
Come ha detto Cesare Segre i deittici costituiscono la immanenza dello spettacolo in seno al testo.
Infatti lo scrittore usa i deittici perché sa che il suo testo sarà rappresentato sulla scena, come se fosse un
dialogo reale in una situazione reale. La deissi può essere:
- personale: si fa riferimento ai pronomi personali
- spaziale: qui, li, questo, quello. Con queste particelle facciamo riferimento ad elementi nello spazio
- temporale: Facciamo riferimento al momento in cui comunichiamo: adesso, ieri, oggi, domani, due
anni fa…
- testuale: il sottoscritto, nel capitolo precedente/successivo, facciamo riferimento al testo
- sociale: (potrebbe essere considerata una sotto-specie della deissi personale), facciamo riferimento
ai pronomi allocutivi di cortesia: quando diamo del tu o del lei ad un'altra persona.

(guarda appunti 4/3)


Esempi di deissi nel teatro della 500.
1. Teneva gli occhi e la bocca aperta, con un poco di quella linguetta fuora: così
(Dovizi Di Bibbiena, Calandria)
2. Callimaco: Fo io così?
Ligurio: No
Callimaco: Così?
Ligurio: non basta
Callimaco: a questo modo?
Ligurio: si, si tieni a mente cotesto
(Machiavelli, Mandragola)
Entrambi questi testi mostrano molto bene la prerogativa dei deittici di ancorare il testo a un contesto. In
entrambi questi esempi, sia Di Bibbiena che Machiavelli non è nemmeno indicata una didascalia per
precisare a che cosa si riferiscono i deittici. Entrambi gli autori ritengono che la funzione dei deittici si possa
ricavare dal senso complessivo del discorso.
Prima di Goldoni la lingua teatrale ci appare come una artificiosa caricatura del parlato, come una lingua
che non potendo attingere alla fonte del parlato reale, il parlato reale latitava, allora ha indossato una
specie di maschera comica del parlato. Ci sono molti fenomeni di intensificazione affettiva del discorso
virgola che nel 500 si presentano in forme così drastiche, così radicali da produrre una sorta di iper parlato
comico. L’intenzione è quella di dare intensità e comicità al discorso, ma lo si fa in un modo così accentuato
che alla fine esce fuori qualcosa che sia come una maschera del parlato.
3. Cortigiana dell’Aretino: non mi potea imbatter meglio che a questo sorbi-bruodo, a questo pappa-
fava, ed a questo trangugia-lasagne
(Aretino, Marescalco)
4. Cortigiana dell’Aretino: “asinone, miserone, arcicoglione”
Come vediamo in questi casi i suffissi alterativi o composti ingiuriosi compaiono in sequenze molto diverse
e molto lontane dal parlato reale. Siamo di fronte ad elementi propri del parlato, perché sono elementi
affettivi: alla parola asino viene aggiunto il suffisso one. Nonostante siano elementi propri del parlato, è
difficile trovarli nel parlato reale, con questa stessa sequenza.
Nell’esempio numero tre troviamo un riferimento deittico e tre parole che significano mangiapane, un
fannullone, che non si dà da fare, però questo esempio mostra una tripletta di composti che assomigliano al
tipo mangiapane, ma che in realtà sono tutti i neologismi inventati dal commediografo. Noi non troviamo
altri esempi al di fuori di quest'opera di questi composti.

Differenze tra il teatro pre-goldoniano e il teatro goldoniano:


Solo a partire da Goldoni la commedia passa dal parlato in maschera ad una sistematica simulazione del
parlato. Una vera e propria simulazione mimetica del parlato. Goldoni fa un passo importante in questa
direzione.
Non è un caso che ciò sia avvenuto nel 700, quando gli scambi tra la lingua letteraria e quella non letteraria,
tra lo scritto e il parlato, si fanno un pochino più fitti, più consistenti. è un fenomeno che comincia a
intravedersi, ovviamente misura pianeta di quanto non fosse due secoli prima, nel 500.
Proprio nel 700 si apre nella storia della nostra lingua un piccolo spiraglio di italiano parlato e questo
spiraglio illumina il cammino di Goldoni. Goldoni realizza in effetti un nuovo modello di linguaggio teatrale,
un modello che è capace di coniugare l'intensità con la naturalezza. Mentre in precedenza si tendeva ad
accentuare l'elemento di intensificazione a discapito della naturalezza ora, con Goldoni, si tende a unire
intensità e naturalezza. da un lato Goldoni sopprime o meglio riduce molto quelle appariscenti, ma
stereotipate tecniche caricaturali della commedia dell'arte, Riduce infatti il ruolo delle maschere e dall'altro
lato recupera efficienza drammatica attraverso un sistema innovativo di organizzazione del testo, Che è in
grado di evidenziare opportunatamente ma senza strafare il retroterra psicologico ed emotivo del dialogo.
5. Questi uomini effemminati non li posso vedere
(Goldoni, La Locandiera)
Questo esempio presenta una tipica dislocazione a sinistra: con il termine dislocazione si indica una
struttura marcata rispetto all'ordine più comune della frase,
SOGG, VERBO, OGG.
“questi uomini”, cioè il complemento oggetto è dislocato, cioè spostato a sinistra.
Queste manovre testuali hanno il fine di mettere in rilievo l'elemento dislocato.
6. Egli è un uomo che... in verità…Signorsì…un uomo tutto…ah poffare il mondo…egli è un uomo che
ma’ da’ miei giorni…non vel saprei dire.
(Gigli, Don Pilone)
Questo è un esempio di una commedia del senese Girolamo Gigli, il don pilone, che è un
adattamento con ambientazione toscana del Tartufo di Moliere. Già nel Don Pilone di Gigli ci sono
vari elementi indicativi di una maggiore attenzione al parlato reale dei primi anni del 700 (quindi è
antecedente alla produzione Goldoniana, la quale è della metà del 700). Già in quest’autore ci sono
elementi del parlato. In questa battuta spiccano in particolare le numerose pause di esitazione, che
l'autore sfrutta comicamente per sottolineare quanto sia difficile per il personaggio trovare qualche
buona qualità di Don Pilone che è un personaggio negativo. L'autore mostra questa difficoltà,
tramite le pause di esitazione indicate dai tre puntini.

Nelle opere di Goldoni il divertimento scaturisce dall' impiego delle normali strategie comunicative del
discorso, le quali vengono messe in atto con particolare sapienza e quindi riescono a fare emergere in modo
del tutto verosimile, con una maggiore capacità di incidere, gli aspetti ridicoli dei personaggi e delle
situazioni, senza ricorrere a delle buffonerie. Goldoni mostra un'eccezionale capacità di sfruttare il
meccanismo interattivo del dialogo:
7. Marchese: costoro hanno quattro soldi e gli spendono per vanità, per albagia. Io li conosco, so il
viver del mondo.
Mirandolina: Eh, il viver del mondo lo so ancora io.
Marchese: pensano che le donne della vostra sorta si vincono con i regali.
Mirandolina: i regali non fanno male allo stomaco.
Marchese: io crederei di farvi un’ingiuria, cercando di obbligarvi con i donativi
Mirandolina: Oh, certamente il signor marchese non mi ha ingiuriato mai.
Marchese: e tali ingiurie non ve le farò.
Mirandolina: lo credo sicurissimamente.
(Goldoni, La Locandiera)
Questo esempio mostra la capacità goldoniana di sfruttare il meccanismo del dialogo, quindi
l'interazione dialogica. Meccanismo nel quale la scintilla comica nasce dall' attrito tra una battuta e
l'altra. Il marchese dice: so il viver del mondo, e Mirandolina risponde riprendendo l’espressione il
viver del mondo.
Va sottolineata la capacità del commediografo veneziano di uscire dalla logica delle battute
autosufficienti, per entrare nella logica dell’interazione comunicativa, in cui assumono un grande
rilievo le allusioni sottintese, sia di quello che vuole dire il marchese per non dire che è
squattrinato, sia di quello che vuole dire Mirandolina. Questa capacità di Goldoni si coglie bene
anche nell’esempio 8:
8. Fabrizio: vi darò la mano…ma poi…
Mirandolina: ma poi, si, caro, sarò tutta tua.
(Goldoni, La Locandiera)
Fabrizio è il cameriere di Mirandolina ed anche un suo spasimante corteggiatore. Verso le ultime
battute lei chiede la mano di Fabrizio, Fabrizio si stupisce e dice vi darò la mano, ma poi… e allora
Mirandolina riprende il “ma poi” di Fabrizio e aggiunge che sarà tutta sua.
La seconda parte della battuta di Fabrizio è realizzata esclusivamente con mezzi para linguistici e
con particelle grammaticali prive di senso compiuto, si ipotizza che ci sia qualcosa di extra verbale,
come un'espressione da parte dell'attore che interpreta Fabrizio. È chiaro che con una frase come
“ma poi”, siamo lontani dalle tipologie canoniche della frase. I tre puntini di sospensione, da un lato
indicano l'incertezza emotiva di chi parla, dall’altro rappresenta Un'apertura di credito nei confronti
dell'intelligenza dell'interlocutore. Infatti Mirandolina reagisce con intelligenza a questa richiesta di
cooperazione linguistica da parte di Fabrizio. Non a caso riprende il discorso proprio da “ma poi”,
facendo prevalere le ragioni complessive del discorso su quelle specifiche e particolari della singola
frase. Nella singola frase, infatti il “ma” non ha valore avversativo, ma è appunto una frase di
raccordo con quella precedente, serve appunto a proseguire il discorso che Fabrizio aveva lasciato
incompiuto. È notevole anche l'adozione del tu, se noi pensiamo che Mirandolina in tutta la
commedia ha usato il voi.

Differenza sull’impostazione di due commediografi della 500 e Goldoni:


negli esempi precedenti abbiamo visto la particolare attenzione di Goldoni per i procedimenti operativi e
cooperativi della conversazione. Questa è una delle maggiori conquiste di Goldoni, uno dei risultati più alti
della sua riforma del linguaggio teatrale.
Prima di lui, nel 700 si può notare anche in altri autori una relativa crescita dell'interesse della specificità
testuale del dialogo, esempio il Don Pilone di Gigli.
Tuttavia la mimesi del parlato restava affidata soprattutto ad altri mezzi diversi da quelli che abbiamo visto,
mezzi assai meno fini e originali di quelli goldoniani, mezzi più convenzionali, più tradizionali, basati su
paradigmi letterari dello stile comico basso, in particolare su alcuni moduli boccacciani, quindi di
riferimento a Boccaccio.
Qui invece c'è un'attenzione alla realtà della lingua, non c'è più soltanto letteratura, ma anche realtà.
L’immediatezza e l'intensità sono perseguite attraverso strumenti diversi da quelli degli autori precedenti.
Gli autori precedenti usavano strumenti come l’imprecazione o l’ingiuria oppure i suffissi espressivi o la
ripetizione enfatica. Soltanto a partire da Goldoni, le imprecazioni, le ingiurie, i suffissi espressivi o la
ripetizione enfatica, tutto questo si traduceva in un artificioso parlato in maschera.
9. Poveretto, poveraccio, poverino
(Aretino, Marescalco)
Questi tre aggettivi, tutti insieme ci danno l'idea di un qualcosa di artificioso, poiché nel parlato
reale non vengono utilizzati tutti e tre insieme.
10. Animaloni, animalacci, animaletti, animalini, animalucci, animalinetti, animalinettucci,
animalinettuccinellucci
(Castelletti, Stravaganze d’amore)
Castelletti era un commediografo romano della seconda metà del 700. In questa commedia c'è un
personaggio che parla romanesco.
Questo è un esempio di alterato cromatico, un alterato che vuole provocare il riso, E un iper-
parlato. Si tratta di un uso di materiali parlati che vengono trasformati in un qualcosa di
estremamente artificioso.
Fenomeni di questo genere rispondono in primo luogo alle esigenze acrobatiche e spettacolari di tipo
farsesco della comicità cinquecentesca.
Invece le scelte di Goldoni sono molto più sobrie e rispondono a esigenze internazionali ben precise , sono
delle scelte realistiche con un intento evidente. Un esempio ne sono i diminutivi di Mirandolina:
11. Se le piacesse qualche intingoletto, qualche salsetta favorisca di dirlo a me.
Ho qualche annetto.
(Goldoni, La Locandiera)
Queste sono le parole che Mirandolina usa per conquistare il cameriere e a questo proposito si
serve di diminutivi che danno un valore aggraziato alle parole.
Questo è un esempio di alterato pragmatico, è un alterato che mira ad ottenere qualcosa, a
raggiungere degli scopi.
La linguistica pragmatica è quella branca della linguistica che considera le parole come un modo di
compiere delle azioni.

Segnali discorsivi o connettivi pragmatici:


Servono a collegare fra loro le parti di un testo oppure a gestire il rapporto con l’interlocutore .
Dal punto di vista grammaticale sono forme diverse: ci sono verbi o avverbi etc.
- Incipit (Demarcativi d’avvio): ascolta, praticamente, beh ecco.
- Allocutivi (nomi ho elementi evocativi che non sono indispensabili alla funzionalità del testo): E tu
che prendi, Oh mi passeresti il sale?
- Conativi (per rafforzamento di una richiesta) faccia così via, aspetta.
- Incisi: guarda, ascolta,

25/3
Dantedì

Canto 22esimo del Paradiso, v. 151


Siamo vicino, all’Empireo quando Beatrice invita Dante a volgere lo sguardo indietro e a vedere da lontano
la Terra. Dante, dall’alto del cielo, da un ultimo sguardo alla Terra e dice:
“l’aiuola che ci fa tanto feroci” gli studiosi hanno interpretato aiuola, come piccola aia, piccolo campo,
invece che nel senso moderno porzione di terreno in cui si coltivano fiori e piante per ornamento. Il poeta
intenderebbe dunque riferirsi soltanto alla piccolezza della terra, in confronto alla grandezza sconfinata
dello spazio cosmico.
Trifone ha invece dato un’interpretazione completamente diversa; secondo lui il termine aiuola ha un
valore affettivo e aggiunge una sfumatura di dolcezza all'immagine della terra. A sostegno di questa ipotesi
porta due testimonianze: la prima tratta dal De Rustica di Columella, il maggior trattato di agricoltura
dell’antichità. La seconda dal Cantico dei Cantici della canonica traduzione Latina di San Girolamo. Nel
trattato di Columella il termine latino aureola da cui aiuola deriva può indicare appunto una piccola parte
dell'orto destinata alla coltivazione di piante ornamentali, cioè appunto un’aiuola nell’accezione moderna.
Nel cantico dei cantici, invece, areola e il nome di una parte dell'orto dove si possono cogliere dei fiori.
Quindi alla soglia dell' empireo Dante avrà voluto distinguere l'aiuola piccola, ma pur sempre amata, dai
suoi scellerati abitanti, per mettere in risalto il contrasto tra la bellezza del pianeta e l’insensata ferocia
dell’umanità.

Da Goldoni a Pirandello:
Con Pirandello siamo sempre sulla linea del realismo linguistico e quindi dell’attenzione al parlato reale,
anche se parlato reale e parlato teatrale non coincidono, tuttavia siamo sulla linea della simulazione di
parlato piuttosto che sulla linea diversa, cioè quella linea della deformazione del linguaggio, la linea
dell’espressionismo linguistico che pure ha avuto un ruolo importante nella nostra storia letteraria e
linguistica. A questo proposito, se parliamo di deformazione della lingua e di invenzione di un linguaggio
parallelo, non possiamo che pensare al grammelot Di Dario Fo:

Il grammelot È un linguaggio scenico che non si fonda sull’articolazione in parole, ma riproduci alcune
priorità del sistema fonetico di una determinata lingua o varietà, come l’intonazione, il ritmo, le sonorità, le
cadenze, la presenza di particolari foni e le ricompone in un flusso continuo virgola che assomiglia a un
discorso ma che invece consiste in una rapida e arbitraria sequenza di suoni. È dotato di una forte
componente espressiva mimico gestuale che l'attore esegue parallelamente alla vocalità. Assistiamo quindi
all’interazione tra il livello sonoro e quello gestuale.

Pirandello rivoluziona gli schemi del teatro borghese e naturalistico, mettendo in crisi il mito ottocentesco
dell'oggettività a cui quel teatro era legato (esperienza del teatro Verista). per la prima volta Pirandello ha
dato voce alle oscure angosce esistenziali del 900. Va anche sottolineato che il nuovo dramma pirandelliano
realizza non comuni tensioni espressive con strumenti linguistici relativamente semplici, tradizionali. Siamo
di fronte a strumenti lontani dallo sperimentalismo espressivo delle avanguardie letterarie del 900 come
quella del futurismo.
Con Pirandello ci soffermiamo sulla dimensione del parlato teatrale nei termini in cui questo parlato cerca
di imitare o simulare il parlato reale. Non siamo nell'ambito di uno sperimentalismo linguistico seppur in
Pirandello è forte lo sperimentalismo teatrale. La lingua teatrale di Pirandello è un italiano meteo con molti
tratti colloquiali e questi tratti colloquiali sono costituiti soprattutto da elementi che simulano aspetti
caratteristici del dialogo, come i segnali discorsivi, O altri elementi che rimandano alla affettività o alla
emotività del parlato come le interiezioni.
A proposito dell'uso di elementi che rimandano all’affettività e all’emotività del parlato, è opportuno
ricordare una dichiarazione dello stesso Pirandello:
“tale è sempre il mio dialogo non fatto mai di parole ma di mosse d'anima”.
Pirandello mostra una speciale abilità nel cogliere le intenzioni nascoste dei parlanti, allo scopo di mettere
in luce le dimensioni del non detto e del sottinteso. Il primo appartenente al Berretto a sonagli, il secondo
ad un altro dramma importante di Pirandello intitolato il Giuoco delle parti. Nel Berretto a sonagli, Beatrice
manda allo scrivano Ciampa, degli esempi sul comportamento di certe donne, tra queste certe donne
include la moglie dello stesso protagonista. L’accusa di Beatrice non è troppo velata, è accennata ma è
abbastanza facilmente comprensibile ed è probabilmente un’accusa fondata, perché sorretta da tanti indizi.
Quest’accusa provoca la reazione di Ciampa, del marito, con il pezzo da antologia Sulle tre corde
dell’orologeria comunicativa. La corda seria, la corda civile e la corda pazza. Attraverso il discorso di Ciampa
a Beatrice, sua accusatrice, Pirandello tiene quasi una lezione di linguistica pragmatica cioè una lezione sulle
strategie dell'agire con le parole. Spesso quando diciamo qualcosa, ne intendiamo un'altra perché la cosa
che noi vogliamo dire, preferiamo non dirla direttamente.

Pirandello
Corda civile
“Deve sapere che abbiamo tutti come tre corde d’orologio in testa”
(Con la mano destra chiusa come se tenesse tra l’indice e il pollice una chiavetta fa l’atto di dare una
mandata prima sulla tempia destra, poi in mezzo alla fronte, poi sulla tempia sinistra.)
Queste sono le indicazioni che Pirandello da all’attore.
“Le tre corde di orologio in testa sono la seria, la civile, la pazza. Soprattutto, dovendo vivere in società, ci
serve la civile, per cui sta qua, in mezzo alla fronte”
Corda pazza:
“Ma può avvenire il momento che le acque si intorbidano e allora…allora io cerco, prima di girare qua la
corda seria, per chiarire, rimettere le cose a posto, dare le mie ragioni, dire quattro e quattr’otto, senza
tante storie, quello che devo. Che se poi non mi riesce in nessun modo, sferro, signora, la corda pazza,
perdo la vista degli occhi e non so più quello che faccio!”
(Pirandello, il Berretto a sonagli)
Secondo lui, Beatrice a causa della sua gelosia si sente tradita dal marito per colpa della moglie di Ciampa e
secondo Pirandello Beatrice contravviene insieme alle regole della chiarezza, della corda seria e a quelle
della cortesia, la corda civile. Beatrice non ha utilizzato nessuna delle due e ha messa in moto la corda
pazza perché, soprattutto in Sicilia si arriva anche a sparare per una cosa del genere.
La corda pazza è quella che fa offendere qualcuno, ci fa dire delle parole antipatiche o delle parolacce o
insulti.
Sotto il profilo dell’efficacia teatrale, è importante sottolineare che la cosa più interessante del discorso di
Ciampa, è che il suo fattore di massimo impatto non è costituito da un elemento verbale piuttosto dall'
operazione indicata nella didascalia, cioè i gesti della mano destra che gira tre volte un’ immaginaria
chiavetta. Questi gesti acquistano uno straordinario valore metaforico paradossalmente proprio perché in
realtà la chiavetta non c'è. Gesti semplici e allo stesso tempo sorprendenti aggiungono energia e dinamismo
alla battuta e la convertono in spettacolo. Cioè conferma l'importanza che hanno nella comunicazione
faccia a faccia i fattori para linguistici: la modulazione della voce, la mimica, la gestualità, la postura del
corpo. È quindi sulla scena che è un testo completa il suo ciclo comunicativo. Ora capiamo quando
Pirandello disse che il suo teatro era fatto di mosse da anima piuttosto che di parole.

Un altro esempio del teatro pirandelliano è lo scambio tra Silia e Guido nella scena iniziale del Giuoco delle
parti.
Se in berretto a sonagli l'oggetto extra linguistico era una chiavetta immaginaria, qui ci sono una serie di
altri elementi che ci rimandano a questa attenzione di Pirandello per le mosse d'anima. Gli elementi che
troviamo qui, sono elementi di carattere più linguistico e non extralinguistico come la chiavetta.
SILIA: (Dopo una lunga pausa, con un sospiro, come se parlasse tanto lontana da sé)
“Lo vedevo così bene!
GUIDO: che cosa?
SILIA: forse l’ho letto…Ma così preciso...tutto…con quel sorriso per niente
GUIDO: chi?
SILIA: mentre faceva…non so…le mani non gliele vedevo…ma è un mestiere che fanno lì le donne, mentre
gli uomini pescano. Vicino l’Islanda, si…certe isolette.
GUIDO: ti sognavi…l’Islanda?
SILIA: Mah...Vado così…vado così! (muove le dita, per significare, in aria, con la fantasia. Pausa poi di nuovo
smaniosamente) Deve finire! Deve finire! (quasi aggressiva) capisci che così non può più durare?
GUIDO: dici per me?
SILIA: dico per me!
GUIDO: già…ma per te vuol dire per me?
SILIA: (con fastidio) Oh Dio! Tu vedi sempre piccolo. La tua persona. Te, in ballo
(Pirandello, Il gioco delle parti)

Anche qui risalta la capacità di Pirandello di suggerire gli aspetti tonali, le sfumature affettive ed emotive, le
intenzioni latenti. Lo scrittore privilegia la paratassi: una struttura sintattica semplice, fatta di frasi brevi e
da singole proposizioni. Questa è una caratteristica del parlato, normalmente nel parlato non ci sono tanti
subordinate e quindi una struttura ipotattica, ma il parlato deve avere una struttura paratattica perché il
parlato non ha la possibilità di programmare il discorso, A differenza dello scritto. La paratassi è
movimentata da molte segmentazioni e anche da cambiamenti di progetto perché il discorso, sopra
riportato, non è poi così lineare. Ci sono delle frasi nominali che simulano i tipici problemi di pianificazione
del parlato, ad esempio vicino l’Islanda, sì...certe isolette: C'è sia la segmentazione con i puntini di
sospensione che la frase nominale, senza verbo. Oppure ci sono delle frasi che rifletto un’intenzione
enfatica es: “la tua persona. Te, in ballo.” Questa frase ha la volontà di evidenziare un’intenzione enfatica,
di sottolineatura da parte di SILIA. Abbiamo strutture enfatiche anche quando ci sono delle doppie
ripetizioni: “vado così…vado così” oppure “Deve finire! Deve finire!”. Addirittura abbiamo una domanda
retorica, una domanda aggressiva: “Capisci che così non può più durare?”
Vi è anche, in una didascalia, l’indicazione di una pausa. Anche le pause hanno la sua importanza poiché
all’interno del discorso la pausa può assumere diversi significati.
“Le mani non gliele vedevo” è una dislocazione a sinistra, le mani che è complemento oggetto è al primo
posto.

30/3

Eduardo de Filippo è nato nel 1900 ed è scomparso nel 1984. Fu un autore importante e di grande capacità
drammaturgica. Nei suoi corsi di scrittura drammaturgica, Eduardo De Filippo insisteva con i giovani
soprattutto su due raccomandazioni:
-il dialogo deve scaturire dalla situazione drammatica ed essere costantemente aderente ad essa
-la ricerca stilistica deve orientarsi verso la naturalezza
Si tratta di una linea drammaturgica molto vicina a quella di Goldoni, anche lui faceva riferimento a
situazioni drammatica e al dialogo. Si tratta di principi teorici coerenti con l’impostazione goldoniana, ma
che poi sul piano pratico sono risolti nella prospettiva pirandelliana Beh la difficoltà di comunicare. La
difficoltà di comunicare, che abbiamo notato nel dialogo del Giuoco delle Parti ed anche nel Berretto a
Sonagli, è un motivo ricorrente nella drammaturgia europea del 900. La scelta di Pirandello e di Eduardo è
una scelta che va verso la naturalezza, verso la simulazione del parlato reale, e non verso il no sense o
l’artificiosità linguistica.
Eduardo De Filippo si è formato a contatto stretto con la tradizione vernacolare napoletana, Che ha
assorbito fin dall' infanzia nella grande scuola teatrale del padre. In realtà si tratta del padre adottivo
Eduardo Scarpetta. Praticamente è nato nel teatro, ha iniziato a recitare quando era ancora in fasce si
potrebbe dire perché interpretava il bimbo nelle commedie di Eduardo Scarpetta. una scuola di teatro
molto diversa da quella pirandelliana e da quella dello stesso Eduardo, se dovessimo fare un paragone è più
vicina al tipo di comicità di Peppino De Filippo o di Totò, una comicità più leggera rispetto all’impostazione
che sarà di Eduardo. Nella fase più matura, il suo parlato teatrale trova una cifra specifica nelle varie
relazioni, ora alternative ora complementari che di volta in volta si stabiliscono tra la lingua e il dialetto.
Questa è una novità di De Filippo rispetto a Pirandello perché Pirandello scriveva in italiano o al massimo in
siciliano, ma non utilizzava entrambi i codici, simultaneamente, a differenza di Eduardo. La scelta di inserire
simultaneamente il dialetto e l’italiano è servita ad Eduardo per Arricchire la tastiera espressiva ed
aggiungere un elemento in più accanto all'italiano, un elemento caratterizzato sia in senso sociale sia in
senso espressivo. Un primo esempio è un dialogo tratto da Filumena Marturano, commedia che ebbe anche
una trasposizione cinematografica con Sophia Loren nella parte di Filumena e Marcello Mastroianni. Accade
che l’italiano giuridico dell’avvocato Nocella si scontra con il dialetto della protagonista, che è analfabeta.
L’avvocato deve tradurre in napoletano l’articolo del codice civile che risulta incomprensibile a Filumena.

Nocella: E allora c'è a suo vantaggio l'articolo 122: violenze di errore. (Legge) <<il matrimonio può essere
impugnato da quello degli sposi il cui consenso è stato estorto con violenza o escluso per effetto di
errore>>. L’estorsione c'è stata: in base all'articolo 122, il matrimonio viene impugnato.
→In realtà si tratta di un qualcosa che va a vantaggio dello sposo, il matrimonio e avvenuto per una specie
di truffa escogitata da Filumena, che voleva sposarsi.
Filumena (sincera): Io nun aggio capito…Avvocà, spiegateve ‘a napulitana.
→Filumena si esprime in napoletano
Nocella (porgendo il foglio a Filumena): Questo è l'articolo. Leggetelo voi stessa.
Filumena (strappando il foglio senza neanche guardarlo): Io nun saccio leggere e po’ carte nun n’accetto!
Nocella (un po' offeso): Signò siccome nun site stata mpunt’ e morte, o matrimonio s’annulla, nun vale.
In questo caso c'è un vero e proprio scontro tra l'italiano di Nocella e il dialetto napoletano di Filomena. In
altri casi invece questo scontro non c'è, ci sono dei casi in cui c'è una co-presenza tra l’italiano e il dialetto.
Ad esempio in un'altra commedia importante di Eduardo, intitolata Napoli Milionaria (commedia del 45) c'è
un personaggio, il protagonista che è bilingue ed è chiamato Gennaro Iovine. Gennaro parla in maniera
disinvolta sia l'italiano che il dialetto e passa dal dialetto all'italiano quando i suoi argomenti diventano
politici, importanti. Gennaro sa usare entrambi questi registri linguistici quindi il suo repertorio linguistico è
un repertorio che comprende sia l'italiano che il dialetto.
Competenza attiva: è la capacità di usare una certa varietà linguistica
Competenza passiva: è la capacità di comprendere una certa varietà linguistica.

Code switching e Code mixing:


In un ufficio postale di bari:
l’impiegato chiede al clinte: Vuole pacco ordinario o raccomandata?
cliente: ordinario.
impiegato: ma tu nu sii Peppin?
cliente: nu te steve canusce. Aqquà stè fatje? (non ti avevo riconosciuto, lavori qui?)
Questo è un esempio di Code Switching: prima parlano in italiano, poi quando si rendono conto di
conoscersi, cambiano registro linguistico e si passa al dialetto.
Il Code mixing invece non riguarda un passaggio totale, ma riguarda solo una mescolanza di codici,
l’inserimento di una o più parole dell’altra varietà e non l’intera frase.

De Filippo: l’italiano di Napoli: (commedia Sabato, Domenica e Lunedi 1959)


La varietà dominante di questa commedia è un italiano colloquiale con coloriture regionali.
Virginia: Allora Signò, melo date il permesso domani?
Rosa: Virgì, devi stare qua, ho parlato tedesco poco prima? Alla fine del mese io faccio il mio dovere e tu
devi fare il tuo. Se tuo fratello va carcerato, peggio per lui.
Virginia: io resto, ma il mio dovere non lo posso fare in tutto e per tutto. Se rompo qualche cosa, se mi
chiamate e io non rispondo a tempo virgola non vi dovete fare prendere quello dei cani, perché io sto qua
ma la testa la tengo a casa.
Rosa: E invece devi tenere anche la testa qua, se no ti licenzio e buonanotte.
Virginia: e allora per domani solamente mi porta mio fratello con me.
rosa: ma che sei pazza? Vuoi portare in casa un tipo come tuo fratello? E questo ci manca.
Virginia: Ma quando sta con me diventa una pecora. E poi la famiglia vostra la rispetta. E a voi soprattutto vi
vuole un bene pazzo

Le differenze più rilevanti della lingua teatrale di Eduardo rispetto al parlato reale riguardano soprattutto
fenomeni poco funzionali dal punto di vista drammaturgico come per esempio l’esitazione, l'autocorrezione
perché evidentemente Eduardo De Filippo pensa che questi fenomeni possano puoi essere delegati alla
sensibilità dell’attore. Ci sono altri elementi in cui il parlato teatrale si adegua al parlato reale. La prima cosa
da osservare è il susseguirsi di frasi brevi, non c'è uno sviluppo sintattico complesso con molte
subordinazioni. Sono frasi che riflettono il parlato. Possiamo notare anche alcune domande, elemento
tipico del parlato reale e alcuni inserti aggressivi tipici del parlato. Notiamo anche dislocazioni sia a destra
che a sinistra: “me lo date il permesso, domani?” (dislocazione a destra) “il mio dovere non lo posso fare”
(dislocazione a sinistra, complemento oggetto anticipato).
Un'altra cosa che possiamo notare è una ridondanza pronominale (es. a me mi), tipica del parlato: “a voi,
specialmente vi vuole”.
“Ho parlato tedesco”: formula cristallizzata tipica del parlato, modo di dire popolare. Importante anche
l’uso del CHE per introdurre una domanda. Uso degli allocutivi apocopati: Signò, Virgì.
Un’altra forma importante da sottolineare è il verbo TENERE: “la testa la tengo a casa” (qui c’è anche una
dislocazione a sinistra perché sarebbe dovuto essere “tengo la testa a casa”). In questo caso il verbo
TENERE è sinonimo dell’italiano avere. Questo non è un caso di dialetto perché tenere è italiano, ma è
modellato sull’uso dialettale. Es. tengo fame.
Un altro caso importante è “mi porto a mio fratello con me” è il così detto oggetto preposizionale.
Nell’Italia meridionale, come nello spagnolo e nel portoghese, l’accusativo viene introdotto dalla
preposizione a, se si tratta di un essere animato.
Es: Chi hai visto? Ho visto a Mario. / Cosa hai visto? Ho visto la casa.
“la famiglia vostra la rispetta” inanzitutto c’è l’utilizzo del voi, poi c’è la post-posizione del possessivo e poi
c’è anche la dislocazione a sinistra.
“Quello dei cani” traduzione dal dialetto napoletano e significa la rabbia.
Un caso a limite è “sto qua” anziché “sono qua”. Questo sto deriva dal verbo restare. Stare nel senso di
trovarsi. Es. “Ma quando sta con me diventa una pecora”.

Sulla base degli esempi fatti fin ora possiamo fare un riepilogo sulle specificità del parlato:
- Nel parlato c’è un forte riferimento al contesto in cui avviene la comunicazione
- Nel parlato c’è una minore pianificazione e quindi una maggiore frammentarietà degli enunciati. Le
strutture coordinative prevalgono su quelle subordinative. La paratassi prevale sull’ipotassi. Ci sono
anche dei mutamenti di progetto.
- Nel parlato c'è un impiego più frequente di un registro espressivo di tipo informale con frequente
ricorso a tratti colloquiali, a connettivi pragmatici, a elementi emotivi che enfatizzano alcuni
elementi del discorso.
- Nel parlato c'è uno sfruttamento dei fattori para linguistici: cioè dei fattori di tipo non verbale come
la gestualità.
Nella prospettiva storico linguistica è importante ricordare che nell’Italia di metà 800 e negli anni
dell’unificazione nazionale non sapeva né leggere né scrivere circa il 75% della popolazione. Questo risulta
da un censimento del 1861. A questo proposito leggi il quinto capitolo di poco inchiostro in cui si affronta il
problema della lingua parlata prima dell'unità. (pag.93)

Sappiamo che nel periodo dell'unità i dialetti erano i dominatori indiscussi della comunicazione parlata
sappiamo anche che il mezzo principale di apprendimento dell'italiano era l'alfabetizzazione. Se il 75% della
popolazione era analfabeta, evidentemente questi parlavano dialetto.
Tullio de Mauro nella Storia Linguistica dell’Italia Unita, ha precisato che non tutti quelli considerati
alfabetizzati sapessero effettivamente leggere e scrivere.
Tullio de Mauro ha fatto quindi dei calcoli più restrittivi ed ha concluso che solo il 2,5% della popolazione
poteva dirsi pienamente italofona anziché dialettofono.
“Negli anni dell’unificazione nazionale, gli italofoni lungi dal rappresentare la totalità dei cittadini erano
poco più di 600.000 su una popolazione di 25 milioni individui. A malapena il 2,5% della popolazione.”
Successivamente un altro linguista Arrigo Castellani ha ricalcolato la percentuale degli italofoni:
quest'ultimo ha utilizzato criteri meno rigidi rispetto a quelli utilizzati da de Mauro e sulla base di vari
elementi, ha concluso che negli anni dell’unificazione nazionale gli italofoni sarebbero stati circa il 10%, vale
a dire oltre 2 milioni di parlanti.

In Pocoinchiostro viene adottata una nozione più flessibile dell'italiano parlato, una nozione che include sia
la lingua comune, cioè la italofonia, sia una varietà di italiano regionale, cioè la semi italofonia. Sulla base
della situazione della semi italofonia si è ipotizzato che il gruppo dei parlanti alfabetizzati della popolazione
fosse interamente composto da italofoni o semi italofoni. Viene introdotto il concetto di continuum
linguistico. Per continuum linguistico la sociolinguistica intende che non ci sono separazioni nette tra una
varietà linguistica e l'altra, tra l'italiano standard e l'italiano regionale, non c'è una separazione netta ma c'è
un continuum linguistico. Allo stesso modo si può pensare che chi parlava una varietà regionale riuscisse a
farsi capire dagli italofoni e viceversa. Sulla base di questa considerazione si è ritenuto che si potesse
arrivare al 25% di italofoni. Resta comunque il fatto che per la gran parte di persone l’italiano era come una
lingua straniera.
Video della donna barese:
Nel 2015, questa anziana signora viene intervistata, lei utilizza un dialetto così stretto da creare stupore da
parte degli altri utenti.
Ancora oggi in un contesto nazionale di full immersion nell’italiano esiste una minoranza di parlanti che
sanno esprimersi quasi esclusivamente in dialetto e che mostrano difficoltà a comunicare in lingua. Si tratta
di una minoranza che può essere paragonata alla maggioranza di analfabeti dialettofoni dell'Ottocento.

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Sulle varietà regionali guarda Marazzini cap. introduttivo, paragrafo 6, gli italiani regionali,
pag 31-34.

Sabato, Domenica e Lunedì è un’opera di De Filippo che risale al 1959, 5 anni dopo l'inizio delle prime
trasmissioni televisive in Italia che sono cominciate nel 1954. La tradizione, come è noto, ha dato un
contributo importante alla diffusione della lingua italiana, come strumento del parlato oltre che dello
scritto affiancando l'opera svolta nel dopoguerra Nella direzione dell alfabetizzazione della cultura zione
degli italiani dalla scuola pubblica. De Filippo era consapevole delle possibilità offerte da questo nuovo
strumento di comunicazione come la televisione egli scelse e anche per questo motivo di ricorrere
all'italiano di Napoli per dare un colorito locale alle sue commedie preferendo la varietà napoletana di
italiano a dialetto vero e proprio. Il dialetto vero e proprio poteva risultare più indigesto per l'intera platea
nazionale raggiunta dalla televisione e alla quale De Filippo intendeva rivolgersi. La varietà dialettale non è
del tutto assente ma anche il dialetto ricompare di tanto in tanto come codice della tradizione, per
esempio: è presente la varietà della tradizione gastronomica. Ad un certo punto, nella commedia,
compaiono parole come annecchia che significa carne di vitello, deriva dal latino anicula (carne di un
animale di un anno). Compare anche la parola pippiato, bollito a fuoco lento, questa è una parola
onomatopea cioè nasce dal suono della parola stessa. Compare quindi anche il dialetto. Ancora più spesso
la parlata locale, cioè il dialetto, riemerge come registro tipico del discorso spontaneo, del discorso
passionale, cioè una forma espressiva adatta a soddisfare un bisogno di comunicazione immediata, un
bisogno di comunicazione sincero e intenso. Il passaggio dall'italiano al napoletano non dipende da
fenomeni di competenza inadeguata di due codici, cioè non è che si passa al dialetto perché non si sa
l'italiano, anzi c'è una competenza sia del dialetto che dell'italiano da parte dei personaggi. Tutti i
personaggi hanno un repertorio linguistico che comprende sia l'italiano che il dialetto, Sia la varietà
regionale di Napoli. Quando questi personaggi usano il dialetto, lo fanno soprattutto in conseguenza della
loro intenzione legata ad uno slancio emotivo. Quando sono più coinvolti nella situazione comunicativa
allora per un impulso istintivo passano al dialetto. La commutazione dei codici, Code switching, mostra che
italiano e dialetto non sono codici alternativi ma sono utilizzati nella conversazione come strumenti efficaci
per ampliare il quadro delle opportunità stilistiche e funzionali. Il Code switching può svolgere una funzione
stilistica, cambiare codice può servire per segnalare coinvolgimento emotivo, modificare il tono, può servire
per mettere in primo piano i sentimenti del parlante. De Filippo rispetto al solo italiano o al solo napoletano
introduce il mistilinguismo, quindi una mescolanza di italiano e napoletano. De Filippo vuole comporre la
tradizione del teatro popolare con la tradizione del teatro borghese a cui fa riferimento Pirandello. Le
didascalie sono particolarmente frequenti, es esse provvedono ad integrare le parole con indicazioni
suggeste, quindi con tutti gli altri aspetti extra verbali, come la gesticolazione o le luci o i vestiti, con tutti gli
altri aspetti della rappresentazione, contribuendo a definire una scrittura che ingloba e riassume
l'esperienza della drammaturgia novecentesca con quella dell'antica scuola comica, che parte dalla
commedia dell'arte.

Anziana signora barese:


Non sia una signora Bari e mostra una scarsa competenza dell’italiano e parla in un dialetto molto colorito.
Pag. 44-49 di Pocoinchiostro c’è la traduzione.
Grazie a questo esempio arriviamo alla conclusione che ancora oggi esistono dei parlanti che sanno
esprimersi quasi esclusivamente in dialetto e che mostrano qualche difficoltà a comunicare con chi invece si
esprime in lingua. Si tratta di inconvenienti paragonabili a quelli incontrati per la maggioranza di analfabeti
dialettofoni dell'Ottocento. E chiaro che oggi, avendo a disposizione altri strumenti di comunicazione, come
la televisione, anche chi non è molto istruito riesce a capire l’italiano.
Quello dell'anziana signora barese si tratta di un caso di incompetenza funzionale dell'italiano.
Il filmato e stato messo in rete nel 2015, con il titolo di “signora infuriata di Bari Vecchia”. In questo filmato
c'è la faticosa conversazione tra questa anziana signora e l’interlocutore. L'interlocutore intervista la
signora a proposito della controversa chiusura della circolazione delle automobili in quella zona del centro
storico. La signora che parla abitualmente in dialetto è messa però a disagio non solo dalla telecamera ma
anche dall’italiano dell'intervistatore. Inoltre è anche messa in difficoltà dal fatto che l’intervistatore le dà
del lei, perché probabilmente se avessero parlato entrambi in dialetto il lei non ci sarebbe stato. Per di più
l’intervistatore tocca un argomento che non è familiare alla signora. Per tutti questi motivi la signora appare
disorientata e non afferra subito il senso del quesito e pensa di dover parlare della pasta fatta in casa.
Nonostante i suggerimenti di Nunzia, che dovrebbe essere una parente, la signora non ha capito. Nunzia le
è venuta in soccorso. Nunzia non si è limitata a tradurre la domanda dall'italiano al dialetto, ma ha aggiunto
un richiamo molto incisivo alle multe presa da un parente che si chiama Maurizio. Nunzia è intervenuta per
aiutare la signora a comprendere la domanda che le era stata posta. Una volta individuato con chiarezza
l'argomento da trattare, grazie all’intervento di Nunzia, la signora attacca una filippica in dialetto contro il
governo, tra l'altro personificato “u govern è nu disgraziat”.
L’ultima parte di questo video, vede il dialetto della signora favorito dalla pressione emotiva suscitata dalla
situazione e dalla volontà di dare maggiore efficacia alle proteste, utilizzando un codice pienamente
dominato. È chiaro che la signora è emotivamente coinvolta e vuole dare efficacia al suo discorso. Per fare
ciò potrebbe pur provare ad utilizzare l'italiano, ma preferisce usare la varietà che domina perfettamente,
perché ha una maggiore confidenza con il dialetto. Probabilmente qualcosa dell'italiano la signora
comprende perché una volta finito lo sfogo la signora prende coscienza del contesto in cui ha luogo la
comunicazione. Riflette maggiormente sulle proprie scelte linguistiche e si sforza di avvicinarle a quelle
dell'interlocutore. Ad esempio dice castello anziché castiddu. Questo lo fa, imitando le parole
dell'interlocutore. Inoltre troviamo la forma “le tomobl” mentre in precedenza le aveva chiamate “le
machene”, probabilmente ritiene che la forma le tomoble sia una forma meno dialettale e questo può
essere interpretato come un tentativo di innalzare il proprio registro linguistico. Bisogna inoltre considerare
che la donna rispondendo in dialetto al suo interlocutore dà per scontato che quest'ultimo la comprenda.
Nella sua semplicità fa una sottintesa riflessione metalinguistica, ciò significa che è consapevole del fatto
che l'italiano e il dialetto sono componenti di un’identità comune in Italia. L’intervistata presuppone una
certa competenza, almeno passiva, del dialetto nell’intervistatore nella misura in cui l'intervistatore
presuppone una certa competenza, almeno passiva, dell’italiano nella signora. La parlante dimostra una
scarsa competenza attiva della lingua come pure dimostra un’incapacità di affrontare non solo in italiano
ma anche in dialetto temi più ampi rispetto a quelli compresi nei limiti della sua immediata esperienza
quotidiana.
Allo stesso modo quando la signora viene chiesto cosa ne pensa dei turisti, la donna non coglie affatto il
nesso tra la pedonalizzazione dell’area e la promozione del turismo. La donna non coglie questo nesso e si
ricollega alle sue precedenti lamentele parlando della pensione troppo bassa affermando che i turisti sono
ricchi mentre noi siamo poveretti.
Questo caso evidenzia anche la difficoltà di segnare una netta linea di demarcazione tra la competenza
passiva e la competenza attiva della lingua. Competenza attiva e competenza passiva non sono nettamente
separate. Quindi non c'è in questa signora una mancanza assoluta della competenza passiva , ma c'è un suo
deficit parziale che si inserisce nel quadro di una complessiva incompetenza funzionale dell'italiano, da
associarsi ad un parallelo analfabetismo funzionale, ciò significa che non necessariamente questa signora
non sappia leggere o scrivere in italiano, ma non riesce ad utilizzare in modo funzionalmente efficace la sua
competenza dell'italiano.

Pocoinchiostro, è il soprannome di un brigante scrivano dell’800. Questo libro è stato scritto per rivalutare il
contributo che tante persone di umile condizione e di scarsa istruzione, hanno dato alla storia della lingua
italiana. Una storia che è molto difficile da ricostruire perché è complicata dalla mancanza di dati su una
parte importantissima della comunicazione verbale, il parlato. E come se studiassimo la lingua facendo
riferimento ad una comunità di persone mute, anzi in condizioni persino peggiori perché le persone mute
possono esprimersi con espressioni del viso, movimenti del corpo, gesti, che invece mancano nei
documenti scritti del passato. Questo libro è stato scritto per cercare di capire quale lingua usassero gli
italiani che non erano muti ma è come se lo fossero. Infatti i parlanti che non sapevano scrivere si
potrebbero definire muti per la storia. Quando non è possibile avvalersi della facoltà di replica nei confronti
delle istituzioni, quando la lingua è come il latinorum per Renzo, allora lo Stato di Diritto diventa un vuoto
simulacro di sè stesso. Non c'è lo stato di diritto se non c'è una parità di comunicazione tra i parlanti. Da un
lato i letterati e dall'altro gli analfabeti. La manipolazione dei sottoposti è da sempre lo strumento
prediletto dell'arroganza di chi intende esercitare impunemente un qualsiasi potere e indubbiamente
l'ambiguità del linguaggio agevola il compito di chi se ne serve esclusivamente per fare il proprio interesse
confidando sull’impreparazione degli interlocutori.
Gianrico Carofiglio, nel suo libro “Con parole precise. Breviario di scrittura civile” afferma:
“ Occuparsi del linguaggio pubblico non è un lusso da intellettuali o una questione accademica, è un dovere
cruciale dell’etica civile”.

Tullio De Mauro con Camilleri ha scritto un dialogo intitolato: “La lingua batte dove il dente duole”. Siamo
ad un processo per stupro:
“Durante il processo il magistrato, per accertare i fatti, chiede alla vittima:
<<Dite, Nicolino, con il qui presente Gaetano fuvvi congresso?>>. Nicolino lo guarda interdetto. Il
magistrato, paziente, cerca di essere a modo suo più chiaro: <<Nicolino, fuvvi concubito?>>. Nicolino
continuo a non capire e il magistrato si spinge al massimo della precisione consentitagli dall’eloquio
giudiziario: <<Nicolino, ditemi fuvvi copula?>>. Nicolino lo guarda smarrito. E allora il magistrato
abbandona l'italiano giudiziario e gli dice finalmente: <<Nicolì, isso, Gaetano, te l’ha misse ‘n culo?>>. E
Nicolino finalmente annuisce.

Se la signora barese può contare su una mediazione linguistica che le è stata fornita da Nunzia, nell'Italia
dell'Ottocento era molto più difficile che il dialogo tra pochi parlanti istruiti e la massa analfabeta
diventasse un’interazione alla pari. Questo dialogo, per lo più, restava nelle interazioni asimmetriche come
quella tra il bambino e l’adulto o tra un parlante nativo e il parlante non nativo. In particolare quest'ultimo
paragone è il più idoneo a definire la condizione di un dialettofono analfabeta dell'Ottocento perché da un
lato abbiamo una persona colta che ha il pieno possesso dell’italiano, dall'altra c'è un dialettofono
paragonato ad uno straniero.

Guarda power point differenze testo scritto e testo parlato.

Testo orale Testo scritto


 Canale fonico/in presenza del destinatario  Canale grafico /in assenza del destinatario
 Interlocutore: turni dialogici  Interlocutore: mimetica
 Linguaggi di sostegno: mimica, gestualità,  Segni paragrafematici: accenti, apostrofi,
prossemica, tratti soprasegmentali (tratti maiuscole, interpunzione
paralinguistici)  Pianificazione
 Scarsa progettazione  Tempo di formulazione
 Presupposizione e deduzione dal contesto  Esplicitazione, minore presupposizione
(deissi)

Altri segnali discorsivi o connettivi pragmatici:


Avverbi: bene, allora, quindi, no, insomma, in qualche modo, niente, praticamente
Congiunzioni: e,e poi, ma, però,
Verbi Sensoriali: senti, vedi, guarda
Intercalari Verbali: diciamo, come dire, hai capito, se vogliamo
Interiezioni: eh, ehm, oh, mbè

6/4

Analizziamo testi scritti da briganti, che probabilmente erano i più incolti, tra i semi-colti . Per parlare di
questo tipo di scrittura sarà opportuno fare riferimento alla nozione di italiano popolare. Su questa nozione
Marazzini si sofferma nel paragrafo 7 di pag 35-40.
All'inizio degli anni '70, Tullio de Mauro ha sostenuto l'esistenza di un italiano popolare e lo ha definito
come il modo di esprimersi di un incolto, che sotto la spinta di comunicare e senza un particolare
addestramento scolastico maneggia quella che ottimisticamente si chiama la lingua nazionale, l'italiano.
Successivamente Manlio Cortelazzo sulla base di una documentazione molto estesa ha scritto un libro nel
1972 intitolato “lineamenti di italiano popolare”. In questo libro ha proposto una definizione diversa di
italiano popolare: l'italiano popolare è il tipo di italiano imperfettamente acquisito da chi ha per
madrelingua il dialetto.
Francesco Bruni ha dato una definizione di italiano dei semicolti. Questa definizione intende sottolineare,
sulla base del fatto che la varietà e documentata prevalentemente da testi scritti come lettere, diari o
autobiografie, la limitata competenza scrittoria di coloro che si esprimono in italiano popolare. L'italiano dei
semicolti è un italiano scritto da persone che hanno una limitata competenza scrittoria . Queste scritture
dal punto di vista sociolinguistico sono caratterizzate da una carenza di competenza della scrittura. Si tratta
di un italiano marcato dal punto di vista diastratico in senso basso.
De Mauro ha affermato il carattere sovraregionale di questa varietà, ed ha parlato di italiano popolare
unitario. Questa impressione di unitarietà dell'italiano popolare e stata negli studi successivi molto
ridimensionata perché è stato rilevato che la componente locale (sottolineata da Cortelazzo), cresce in
rapporto all’abbassarsi del livello socio culturale degli scriventi. Questo non esclude che i testi scritti in
italiano popolare, presentino una serie di tratti comuni, soprattutto l'aspetto sintattico. La presenza di
scriventi i semicolti si ritrova nell'intero arco della storia linguistica italiana. Questi testi sono distribuiti un
pò in tutte le regioni italiane.
Cap. 3 di Pochoinchiostro, pag 53,54.
Chi costruì Tebe dalle sette porte? Questo titolo è ripreso da un componimento di Bertolt Brecht, “domande
di un lettore operaio”. Questa frase e stata citata anche in precedenza da Carlo Ginzburg, nel suo libro
storico “il formaggio e i vermi”, libro che racconta le vicende di un mugnaio friulano:
“Accanto alla produzione dei fuoriclasse della scrittura letteraria e scientifica troviamo quella degli
intellettuali di calibro minore e di tante persone comuni. anche questa produzione è utile e interessante,
quando non la si giudichi esclusivamente sulla base di un criterio estetico. Vale anche per gli storici della
lingua l'affermazione con cui Carlo Ginzburg apriva il suo il libro “il formaggio e i vermi”: in passato si
poteva accusare gli storici di voler conoscere soltanto le gesta dei re. Oggi certo non è più così punto sempre
più essi si volgono verso ciò che i loro predecessori avevano taciuto, scartato ho semplicemente ignorato.
Chi costruì Tebe dalle sette porte? chiedeva già il lettore operaio di Brecht. Le fonti non ci dicono niente di
quegli anonimi muratori: ma la domanda conserva tutto il suo peso.
Per la storia linguistica, oltre che per quella sociale, le testimonianze dirette e indirette di parlanti e
scriventi privi di particolare prestigio o di elevata cultura sono preziose, perché attraverso di esse affiorano
aspetti della comunicazione verbale più ordinaria che altrimenti resterebbero del tutto sommersi, cancellati
dalla memoria collettiva in quanto ritenuti insignificanti o addirittura censurabili. Saranno sufficienti alcuni
esempi per mostrare l'importanza di questo genere di scritture virgola che oltretutto si fanno spesso
apprezzare per la loro vigorosa spontaneità espressiva.

In generale possiamo dire che si tratta di testi in cui compaiono molte trasgressioni rispetto al codice della
lingua scritta, cioè molti errori. La storia della lingua mette al primo posto il cambiamento linguistico,
spesso l'errore è ciò che causa il cambiamento linguistico. Ogni tratto innovativo è all'inizio reputato un
tratto erroneo, infatti l'evoluzione stessa dei sistemi linguistici si basa tutta su presunti errori. Dagli errori
del latino volgare sono nate tutte le lingue romanze. Gli errori sono necessari alla linguistica così come le
malattie sono necessarie alla medicina. Almeno fino all’800 la storia della lingua si può fare sulla base di
documenti scritti, si può prendere in considerazione i più incolti, quelli che potremmo definire muti per la
storia, come i briganti.
Cesare Lombroso, fondatore dell’antropologia criminale, aveva cercato di trovare collegamenti tra l'aspetto
fisico del malvivente e la sua attitudine alla delinquenza. In un manuale di grafologia pubblicato nel 1895,
trattava anche del modo di scrivere dei criminali. In questo libro riproduceva una serie di facsimili suddivisi
in 5 categorie: testi di briganti, di falsari, di ladri, di omicidi e di truffatori.
Le scritture più rudimentali, sono proprio quelle dei briganti, cioè di persone che provenivano per lo più
dalla campagna o dalla montagna a differenza degli altri che provenivano da ambienti urbani. Sono quelli
che hanno una minor competenza nell'ambito della scrittura. I testi dei briganti mostrano chiaramente le
carenze dell'alfabetizzazione di questi scriventi, ma indicano al tempo stesso che l'esperienza del
brigantaggio permise una spinta all’apprendimento e alla pratica della scrittura da parte dei contadini o di
pastori delle regioni meridionali, che altrimenti sarebbero stati completamente esclusi. Anche queste
scritture, al pari delle scritture degli immigrati dei carcerati, nascevano dalla necessità di comunicare a
distanza in situazioni estreme. Per quanto inesperti di scrittura dovevano scegliere tra il comunicare
nell'unico modo a loro possibile o il silenzio.
Dal 1861, anno della proclamazione del Regno d'Italia, fu intrapresa una drastica opera di repressione
militare del brigantaggio. Ne scaturì un clima da guerra civile. Le bande dei briganti avevano difficoltà a
trovare le risorse con cui vivere. L'ostacolo venne superato almeno in parte, attraverso un ampio ricorso
alla lettera di ricatto che permetteva ai briganti di chiedere ad una per persona facoltosa, soldi, cibo, vestiti
o armi. Questa lettera di ricatto permetteva di non uscire allo scoperto troppo pericolosamente. Era
importante che queste lettere di ricatto fossero scritte in modo chiaro, in modo che il destinatario,
leggendole, venisse preso dal panico e scendesse a compromessi. Il brigante nelle lettere enfatizza la
crudeltà e non esita a manifestare apertamente la propria capacità di ferocia senza astenersi ad insulti.
Questo atteggiamento mira a suscitare panico nella persona minacciata. Il terrorismo psicologico è
esercitato in vari modi come fare leva ad una minaccia esplicita alla persona o alla famiglia.
Lettera scritta nel primo 900 da un brigante siciliano:
in questa lettera, accanto alla scrittura ci sono immagini, disegni intimidatori, che mirano a spaventare il
destinatario. Questa lettera era destinata a Vincenzo Terrana, residente nell’attuale Agrigento. Questa
lettera presenta l'originale capacità di rafforzare le gravi minacce verbali con un supporto figurativo. Il testo
infatti è accompagnato da illustrazioni di ruzza struttura stilistica ma di notevole impatto emotivo che mira
a potenziare l'effetto terrificante perseguito da questo ricattatore.

Giargienti 8.10.1921 (Giorgienti è l’attuale Agrigento, è il nome popolare)


Caro Vincenzo scritto la prima lettera ti hai fatto sordo quindi questa e lultima lettera che io ti fatto fazzo e
non replico più dai 6000 mila lire a tuo fratello il piccolo che noi poi è nostro pensiero basta poche parole voi
a me non mi conoscete mi chiama surbatore del sangue umano furioso e pericoloso latitante da lungo
tempo e basta ho denare ho sangue ma stai attento a queste parole vi salutano tutta la banda qui la tua
morte

Segue un disegno di un uomo armato che ne aggredisce un altro, entrambe le figure sono accompagnate da
una piccola didascalia che indica che uno è il latitante, cioè il brigante e l’altro è Vincenzo. Viene disegnata
anche un’altra persona che probabilmente è un caro di Vincenzo, per accentuare la minaccia. Infine su un
angolino è stata disegnata una bara con su scritto la morte tua.

Caratteristiche:
- Ti hai fatto sordo: scambio di avere per essere
- È non ha l’accento e lultima è in scritta continua, senza apostrofo
- Fatto è cancellato e poi sostituito con fazzo, che è la forma dialettale
- 6000 mila e non 6 mila o 6000
- Che noi poi: il che sta per perché, è un che polivalente
- Noi è nostro pensiero anziché ci pensiamo noi
- Basta: mono proposizione
- Voi a me non mi conoscete = a me mi
- Mi chiama per mi chiamano
- Surbitore: bevitore del sangue umano
- Ho denare ho sangue: è un ipercorrettismo perché lui sa che in un caso, con il verbo avere,
bisognerebbe usare l’H, ma questo non è il caso.
- Vi salutano tutta la banda: sconcordanza dell’accordo tra il verbo al plurale e tutta la banda che è
un singolare.
La strategia di terrore poteva essere anche un metodo di pressione piuttosto che un programma dal valore
ultimativo. A volte il brigante assume un tono bonario, o un atteggiamento di avvertimento. Spesso i
briganti più famosi, come Carmine Crocco che si faceva chiamare Generale, non sentivano neanche il
bisogno di accennare ai danni che avrebbero potuto fare, anche perché molte volte la fama precedeva il
nome.

8/4

Briganti, Totò e la Malalingua:


Tullio de Mauro ha denominato italiano popolare “il modo di esprimersi di un incolto che, sotto la spinta di
comunicare e senza addestramento, maneggia quella che ottimisticamente si chiama la lingua nazionale,
l'italiano” (1970)
Manlio Cortellazzo lo ha definito “il tipo di italiano imperfettamente acquisito da chi ha per madrelingua il
dialetto”, lo ha detto nel suo libro “Lineamenti di italiano popolare” del 1972.
Francesco Bruni ha proposto le etichette alternativa di “italiano dei semicolti” per sottolineare che la
varietà è documentata da testi scritti da persone caratterizzate da una scarsa istruzione (1984).

De Mauro aveva parlato di italiano popolare unitario, ma l’impressione di unitarietà è stata ridimensionata
negli studi successivi, che hanno rilevato la notevole presenza della componente linguistica locale
nell’italiano popolare italiano dei semicolti.

Il brigante Michele Di Gè (di Rionero in Vulture, Potenza, Basilicata) era un componente della banda di
Carmine Crocco. Impara a scrivere da compagni di carcere nel 1867 e lo racconta nella sua autobiografia:
“…allora mi domandò se sapeva leggere io gli disse di no, subito mi disse Di Gè vi voglio bene, vi impare io
di leggere e scrivere, che un giorno vi serverà, veramente fu parola sanda, di fatto lui prende il Bea
(abbecedario) e mi ingomingiai a fare la sciuola, veramente io allora avveva una menda fina, ed amigliorava
giorni per giorni…”
Dagli errori presenti si capisce che non veniva da un'esperienza scolastica.

Qui ci sono anche molti errori tipici del meridione, in particolare è interessante notare la vocale finale
indistinta dell'Italia meridionale di impare. Menda fina è un metaplasmo di declinazione, essendo mente
femminile, si è trasformata in menda. Anche sanda o ingomingia presentano una sonorizzazione che
avviene dopo la nasale n ed è tipica dei dialetti del meridione.

Il generale Carmine Donatelli detto Crocco (Rionero in Vulture, Potenza) arrivò a capeggiare una banda di
due mila uomini. Nelle sue memorie ricorda il maestro e segnala di essere alfabetizzato:
“avrò il piacere di presentarti mio zio Martino, il mio maestro di scuola” (Eugenio Massa, 1903)
Questa è la memoria di un medico che lo è andato a trovare nel penitenziario.
“La mia scellerata stella, fine dall'età di solo sei anni gettato m’aveva nei boschi a pasturare, bestie ed era
divenuto bestiuola anche io, quandunque sapeva Leggere scrivere”
(Francesco Cascella, 1907)
I testi marginali devianti testi criminali presentano diversi motivi di interesse. In primo luogo sono
interessanti per la loro rarità, questa rarità è dovuta alla scarsità di documentazione, perché era molto
diffuso l'analfabetismo nei territori della malavita. A questa rarità congenita di testi si aggiunge la
dispersione a cui questi testi erano soggetti, si disperdevano perché erano materiali scottanti che gli autori
per primi tendevano a non divulgare e preferivano eliminarli (es. lettere di ricatto). Non può sfuggire che
queste scritture sono utili per la storia della lingua perché offrono un prezioso contributo dal basso alla
storia delle classi popolari e quindi arricchiscono con punti di vista nuovi e diversi la nostra conoscenza
delle dinamiche di relazione esistenti nella realtà sociale e sociolinguistica del passato. Questi testi
documentano, perché si avvicinano al parlato reale, contenendo componenti dialettali, degli usi dialettali
che altrimenti non avremmo trovato nella lingua italiana letteraria.
Nell'ambito di questo filone testuale, un posto di rilievo spetta senza dubbio alle scritture dei briganti.
Rispetto agli altri scriventi di estrazione popolare, i briganti si distinguono per l'elaborazione di un genere
testuale specifico o almeno di un sotto genere del genere epistolare: la lettera di ricatto. Si tratta di lettere
dotate di notevole forza comunicativa determinata dalle strategie intimidatorie che tendono a
caratterizzare il modello di interazione epistolare messo in atto dai briganti. La ricerca tesa a provocare lo
stato di preoccupazione nei destinatari non si accompagna sempre nelle lettere ad una analoga capacità di
esprimere con chiarezza i contenuti delle richieste. Al contrario i messaggi rivelano paradossali limiti di
comprensibilità, tanto da costituire un autentico rompicapo per i malcapitati, i quali prima ancora di
soddisfare le pretese dei briganti, dovevano superare la difficoltà di capire cosa dicevano i briganti. Le
maggiori difficoltà interpretative di queste lettere non scaturiscono tanto dal pur rilevante influsso di forme
e strutture tipicamente locali, la difficoltà maggiore era soprattutto quella di una ridottissima competenza
degli scriventi della lingua scritta, che spesso dà origine a sequenze o combinazioni poco comprensibili.

Appunto di Teodorico Gioseffi detto “Caporal Teodoro”. Era un brigante importante che con la sua banda
ha partecipato anche ha delle collaborazioni con la banda di Crocco.
“Io Teodoro Gioseffi trovate nel digazo perché la fetuno così volutodi non pasare pai bene così sperame di
volre votare nosre gaze- Teodoro Gioseffi” (Pocoinchiostro pag 197)
Non è facile comprendere il significato di questo scritto
Si potrebbe interpretare così: “Io Teodoro Gioseffi mi sono trovato nella disgrazia perché la fortuna così ha
voluto, di non farmi passare mai bene così speriamo di volere cambiare la nostra situazione”.
E molto difficile riconoscere qualcosa di puntuale dal punto di vista perché c’è una tale disgregazione nel
rapporto tra grafia e fonetica che non è facile ricostruire la lingua di questo brigante.
In un’altra lettera di ricatto al Sig. Rocco Vasalle c’era scritto:
“Sognare d. Rocco Vasalle
Io vi precodi mandare una cena per lestese priciloro e vi preco di mandare una somma di docate 5 cente
conto mandate vinti pocce di risorio e uno pocco di minizioso non ate mandate queste agi a da mo acria
questa notte e vi abrugiame fate preste”
Precodi e lestese sono in scripta continua
Risorio è il rosolio.
Minizioso, probabilmente sono le munizioni. Non ate, significa non altro. Cria è una parola del dialetto
meridionale e sta per niente. Quindi a da mo a cria, significa da adesso a niente quindi subito. Abrugiame,
vi bruciamo. Preste, invece, presenta la vocale finale indistinta.

Un’altra caratteristica di queste lettere è l’assoluta mancanza di punteggiatura e questo contribuisce alla
scarsa comprensione dei testi.
Noi chiamiamo sintagma una parte della frase caratterizzata da un’unità interna: esempio il cane sta
abbaiando. il cane è un sintagma nominale e sta abbaiando e un sintagma verbale. Quando vogliamo
indicare una unità minore della frase parliamo di sintagma.
Parola, Sintagma, Frase, Periodo e Testo nel suo insieme. Il testo è un’unità importante perché alcuni
elementi si possono spiegare soltanto facendo riferimento al testo nel suo insieme.
Ricordiamo le congiunzioni testuali: esempio MA, trovato in una battuta di Mirandolina che non ha valore
avversativo, e per capire questo dobbiamo far riferimento al testo nel suo insieme, infatti questo ma faceva
riferimento al MA POI di Fabrizio.
Se dovessimo prendere un pezzo della frase che magari è formato da due proposizioni, ma che non
completa il periodo, questo pezzo di frase è chiamato ENUNCIATO. Un enunciato è qualsiasi porzione di
testo.

Lettera di ricatto di Luigi Alonzi, detto “chiavone”. (SORA)


Pocoinchiostro pag 170.
In questa lettera troviamo problemi di comprensibilità. La chiarezza dei testi è spesso penalizzata dalle forti
carenze dell'organizzazione sintattica, per giunta priva di punteggiatura.
Questa lettera di ricatto è stata inviata da Luigi Alonzi detto chiavone originario di Sora. Viene
soprannominato chiavone perché era solito portare una collana con un ciondolo a forma di chiave. Questo
messaggio è del 8 giugno 1861 e indirizzato a donna Francesco Palermo di Castelluccio che oggi sarebbe
Castelliri in provincia di Frosinone.
“Signore,
Siete sprecato alle stando (all’istante) di mandarmi la somma di ducato centi che serveranno i miei omme
(uomini) della suddetta massa (banda) per pacamento che (che polivalente) sarete relasciate uno firmato
da me che vi saranno reborsate dalla fondiaria subito nella mia transito nel Regnio meglio che non sia
necabele (negabile) la mia domanda che per ordine di superiore comando che avevate da me uno bone
(buono, ricevuta) da me della suddetta somma e subito per il porgitore. Chiavone Capitano.
Questo breve scritto presenta diversi meridionalismi linguistici ad esempio abbiamo la conservazione della
sorda intervocalica in sprecato o in pagamento o in necabele. Abbiamo poi la sonorizzazione della sorda
dopo nasale in alle stando, dove c’è anche l’inesatto ripristino della vocale indistinta. La finale indistinta
viene reintegrata perfettamente anche in altri casi in particolare in omme, che significa uomini o anche in
bone, che significa ricevuta. Nel caso di omme, il dialettologia Clemente Merlo, ha scritto un libro nel 1920
intitolato “Fonologia del dialetto di Sora”. In questo libro parla di una forma presente a Sora, om per uomo
e omene per uomini. In ducato centi si assiste ad uno slittamento della marca del plurale del sostantivo al
numerale. Per quanto riguarda la sintassi del periodo il testo procede cautamente attraverso ripetuti che, i
quali sono che polivalenti.

Altro testo, Pocoinchiostro pag 173


Spesso in questi messaggi c’è una ricerca della trattativa, è chiaro che l’interesse del brigante è estorcere
denaro o altri beni. Non hanno nessun interesse a far del male alle persone che minacciano.
“A! Cataldo Cataldo noi abbiame state fino aquesto momento aspettarti ma perché uno delli miei fratelli
tadifese ed io tiotolerate ma però voglio fenirla perché sono stanche col 1 2 3 biglietti che toffatto evvoi
avete fatto il sordo mapero adesso tiverranno le orechi equesto ti sara per il primo esebbio di qusti pochi
pecore essevoi non conzigniate lasomma al porgitore primo tidistrugiame lacabbagnia eppoi atte masepoi
voi volete stare tranquille e condento date lanostra richiesta al massare che annostro comite nileveniame
apprenderli altrimento recolatevi, voi che noi abbiame decise io misegnio per il vostrobene il capitano della
chianella antonio romane quello chi tavverto fate silenzio per il vostro meglio”

In questa lettera possiamo notare in non conzigniate, che significa non consegnate, qui avviene il passaggio
dalla sibilante all’affricata dopo liquida e nasale. Questo fenomeno è tipico del romanesco. Condendo e una
sonorizzazione dopo nasale della consonante successiva alla nasale. Chianella sta per pianella, è un derivato
del latino planum, piano o planam, piana. Nei dialetti meridionali, al di sotto dell’isoglossa Cassino-Gargano
c’è un tipo diverso. In questa zona ci sono forme come chiana per piana, oppure invece di più abbiamo plu,
chiagne per piangere.

Altra lettera firmata da Libero Alba


15/4

Lettera di Libero Albanese:


pag. 173 di Pocoinchiostro
“Caro timaso lì vostro figlio Sine Fugito (se n’è fuggito) ma non tanta contendezza che Sine Fugito Si volemo
esero amico mandatomi illo ricatto (quello indicato in precedenza) Si voi non mi manno illo ricatto jo vi
distrugo quanto voi Beno teneto tanto io tento di distrugge quanto io sono morto si moro io cistano (ci
sono) li mio comBagno Si Voi non mandato questo SemBre da capo stemo
Si tacappe mi ti cave na stagata mi e ti leve dallo monti ( ‘se t’acchiappo ti mollo una stangata e ti levo dal
mondo) jo Libro Albaneso.

Meridionalismi di Libero Albanese:


- esempi di sonorizzazione della consonante sorda dopo nasale:
contendezza, combagno, sembre
- Ipercorrettismo: autocorrezione che produce una forma scorretta:
monti “mondo” (lo scrivente corregge tanda in tanta e crede che per analogia si debba correggere
anche mondo in monto)
- esempi di ripristino erroneo della vocale finale indistinta:
esero “essere”, teneto “tenete”, mandato “mandate, leve “levo”, monti “mondo”
- assimilazione progressiva ND > nn:
manno “mandate”
- altri tratti marcati diatopicamente:
volemo “vogliamo” (dal latino -EMUS), stemo “stiamo”, (dal latino -AMUS con metaplasmo di
coniugazione), si “se” coniugazione ipotetica (dal latino SI), distruggere (apocope dell’infinito)

Altre Lettere:
Probabilmente qui non è il bandito Domenico Fuoco colui che scrive, piuttosto qualcuno più abile nella
scrittura.
Il messaggio è questo: “caro Michele vi pregio mandarmi nel termine di otto giorni la somma di ducati tre
mila altrimenti sarà prima tagliata l’orecchia e poi la testa senza che avvisi la forza
25 luglio 64 vostro servo il capitano Domenico Fuoco”

La cosa interessante di questo documento, oltre al fatto che non si tratta di una lettera di ricatto, come le
precedenti, bensì di una lettera di riscatto con sequestro di persona (il figlio di Michele), è il fatto che lungo
il margine sinistro della lettera viene aggiunta una breve annotazione di pugno dello stesso sequestrato,
cioè del figlio di Michele. in questo margine sinistro si legge “vostro figlio Nicandro Valende” (Valende
anziché Valente).
La firma del figlio è la prova che è vivo.

Pochi giorni dopo, il 30 luglio, il presunto Domenico Fuoco manda un nuovo biglietto:
“Caro Michele è giunto ormai il termine di otto giorni primi non mandandomi la somma di tre mila ducati
manderò prima le due orecchie e poi la testa
il capitano Domenico Fuoco”

Il 1 Agosto Domenico Fuoco manda la terza lettera:


“caro Michele vi pregio pel presente porgitore rimettermi la somma di duc (ducati) due o tre mila (c’è una
trattativa) altrimenti appena riavrò riavuto le sponde gli taglierò le due orecchie
indi la testa
il capitano Domenico Fuoco”

Questo dilazionare la violenza sta ad indicare che in realtà non c'è interesse a fare del male, piuttosto c'è un
interesse a storcere i due o tre mila ducati.
In un'altra lettera troviamo addirittura degli aspetti gentili, di rispetto nei confronti del malcapitato:
“caro sì toro”
(caro zio Salvatore: la abbreviazione sì che sta per zio indica il tipo di rapporto che si ha con il destinatario,
lo stesso vale per la abbreviazione di Salvatore per toro queste abbreviazioni, es. Giuseppe, Peppe o
Peppino, vengono chiamate ipocoristici, abbreviazioni affettive, per usare una forma più affettiva.
“vi preco” (qui si conserva una sorda che c’era già in latino, mentre poi in toscano avremo la forma prego,
dove avviene una sonorizzazione)
“mandarmi cento pezze per tutta la giornata di domani altrimenti gardo (ardo=brucio) tutto
I signori bricanti”

A volte si preferisce utilizzare un clima bonario, piuttosto che uno di assoluta crudeltà, nonostante sia
specificata la minaccia: “altrimenti gardo tutto”

Ricorda: Lettera di ricatto – Girgenti (Agrigento) 1921


Nel rudimentale ma efficace disegno che correda la lettera di ricatto si vede una persona, forse nuda,
aggredita e strozzata da due mostruosi briganti armati di fucili e pistole; tra le gambe della vittima il suo
nome “Vincenzo Terrana”; in basso a destra una bara o una tomba con la scritta “la morte tua”; in alto,
sopra la testa di Vincenzo, una figura rappresentata a rovescio (forse la moglie o una figlia che assiste al
minacciato massacro). accanto alle figure dei banditi compaiono le scritte “latitanti”. L’ostentazione di
sanguinaria spietatezza assume caratteri tra il macabro e il grottesco: si noti in particolare la dentatura da
film horror di uno dei briganti che si accaniscono sul corpo straziato della vittima.
Infine abbiamo un documento presente nell’archivio della famiglia di Ettore Scola, famoso regista. In questo
archivio è custodito il testo scritto su cui si basa il celebre episodio della lettera dettata da Totò a Peppino
De Filippo nel film di Camillo Mastrocinque: Totò, Peppino e la mala femmina. Come mai questo
documento si trova tra le carte di Ettore Scola? Si deve la presenza di questo documento al fatto che Ettore
Scola, quando si fece questo film nel 1956, aveva appena 25 anni, era collaboratore del regista Camillo
Mastrocinque e quindi gli avevano dato l'incarico di stendere questa memorabile lettera. Tra l'altro Scola
ricorda che quando era giovane, Totò era famosissimo e quando gli fece leggere questa lettera per un suo
giudizio, Totò la approvò e Scola ne fu felicissimo.
“Signorina veniamo noi con questa mia addirvi che scusate se sono poche ma settecento mila lire; noi ci
fanno specie che quest'anno c'è stato una grande moria delle vacche come voi ben sapete.: questa moneta
servono a che voi ve consolate dai dispiacere che avreta perché dovrete lasciare vostro nipote che gli zii che
siamo noi medesimo di persona vi mandamo questo perché il giovanotto è studente che studia che si deve
prendere una laura che deve tenere la testa al solito posto cioè sul collo.;.;
Salutandovi indistintamente i fratelli Caponi (che siamo noi i fratelli Caponi)
Anche in questa lettera la lista delle irregolarità che indicano tratti ricorrenti nella scrittura delle persone
poco istruite, è lunga e varia.
Ci sono delle deformazioni creative: consolate che diventa con l'insalata. Altri fraintendimenti sono
inverosimili: distintamente diventa indistintamente, laura invece di laurea. Ci sono, poi, anomalie nella
divisione delle parole e nella resa ortografica del parlato: a dirvi diventa addirvi. Successivamente:
quest'anno, dove avviene un'inserzione dell'apostrofo solo successivamente con una sottolineatura. C'è
stato una grande moria, dove verbo e soggetto non coincidono per quanto riguarda il genere, da tener
presente la vocale indistinta finale nei dialetti meridionali che può aver contribuito a questo errato accordo
tra il verbo e il sostantivo. Abbiamo poi un abuso di moduli burocratici addirittura questo abuso è
accentuato come vediamo nell’intestazione autonoma della frase iniziale, “Veniamo noi con questa mia
addirvi”. ci sono poi delle violazioni dell'accordo sintattico tra verbo e sostantivo: “moneta servono”.
abbiamo poi delle strutture sintattiche disarticolate con un largo ricorso alla che polivalente: “che gli zii che
siamo noi”. I segni interpuntivi sono per lo più omessi e questo è del tutto normale, perché normalmente
nei testi popolari ce ne sono pochissimi disegni interpuntivi e questo contribuisce alla scarsa
comprensibilità del testo. Oltre ad avere una omissione dei segni interpuntivi abbiamo più volte una
sequenza di questi segni interpuntivi: come .;.;.;
Nella trasposizione cinematografica della lettera, questa lettera è stata rimaneggiata e insaporita con
commenti bizzarri e paradossali, che hanno accentuato la carica parodistica di tutta l'operazione e hanno
accentuato anche la brillantezza dell’effetto comico. Spesso sono state addotte motivazioni palesemente
infondate per giustificare questa interpunzione esorbitante: “perché non si dica che noi siamo provinciali,
che siamo tirati” oppure la forma verbale “avreta” perché il soggetto è femminile. Ci sono alcuni grossolani
malapropismi: parente per parentesi. Ci sono alcune formule pretenziose che nella lettera non ci sono
come l'aggiunta di spiegazioni: “avreta perché è femmina”. In particolare notiamo una sorta di
sublimazione ipercorrettistica della punteggiatura, che rivela il prestigio culturale che i segni di
punteggiatura assumono agli occhi dei due illetterati, infatti li accumulano nella speranza di dimostrarsi
emancipati. I due illetterati, interpretati da Totò e Peppino, si compiacciono di schierare le virgole, i due
punti, addirittura uno accanto all'altro come se fossero introdotti soltanto a fini decorativi.
A fronte dell’abbondanza di forme che attestano una scarsa competenza dell'italiano scritto, gli elementi e
riferibili, direttamente o indirettamente, a veri e propri tratti dialettali, sono quasi assenti nella lettera. Lo
stesso ripristino erroneo della vocale finale indistinta che caratterizza le varietà meridionali, non viene
messo a frutto in modo sistematico, ci sono pochissimi casi. Lo sviluppo mostruoso dell'interpunzione, in
realtà assente nei testi autentici dei semicolti e poi l'equivoco a dir poco improbabile tra consolata / con
l’insalata, stanno a dimostrare che l'esigenza di far ridere prevale sull’attenzione al dato documentario e al
localismo linguistico. Quello che conta è il risultato comico, la comicità.

Alcuni termini della linguistica:


Termini di Sociolinguistica:
-repertorio linguistico: è il repertorio di varietà linguistica di un parlante (es. può dominare sia l'italiano che
una varietà regionale ho un dialetto).
-continuum linguistico: indica che le varietà del repertorio non sono separate l'uno dall'altra ma si collocano
in un continuum
-Code switching o commutazione di codice (interfrasale), code mixing o enunciato mistilingue (intrafrasale).
Il code switching e il cambio di codice, si può passare dall'italiano al dialetto o viceversa. il code mixing
invece è quel fenomeno per cui all’interno della frase inserisco un elemento della varietà regionale.
-Bilinguismo: fenomeno per cui si usano due lingue diverse. Queste due lingue si pongono sullo stesso
piano.
-Diglossia: è la copresenza, in una comunità linguistica, di due varietà diverse, ma dotate di diverso valore
funzionale e di diverso valore socioculturale. Sono due varietà che hanno una diversa distribuzione
funzionale e un diverso prestigio socioculturale. ES. Lingua comune e dialetto
-Dilalia: questo termine è usato quando le due varietà sono usate nella conversazione e hanno ampie
possibilità di sovrapposizione, anche se una è di livello superiore.

Termini di Linguistica Testuale: questa disciplina è nata per analizzare alcune strutture che la grammatica
non analizza come il
-Testo: l'unità linguistica, che può essere in forma orale o scritta, che consiste in un insieme di frasi dotate
di senso e in grado di utilizzare una funzione comunicativa. Anche una frase sola purché rispetti il principio
di unità e completezza può costituire un testo. Altri due principi fondamentali del testo sono la coesione e la
coerenza: il concetto di coesione fa riferimento alla sintassi del testo e la coerenza fa riferimento al
significato del testo.
-Segnali discorsivi, detti anche connettivi testuali o pragmatici
-Congiunzioni testuali: es. il “ma poi” di Mirandolina. Il ma non è avversativo, ha un valore diverso che serve
per mettere in rapporto le frasi. Oppure una E a inizio frase
-Sostituenti: sono tutte le forme che servono a sostituire altre. Es. Manzoni ha scritto i Promessi Sposi. Il
romanziere, Egli, Lo scrittore, L’autore (per non ripetere i Promessi Sposi)
-Incapsulatori: elementi che vengono utilizzati per richiamare quanto è stato detto in precedenza,
racchiudendo quanto detto in precedenza in una specie di capsula testuale. Es. Gli investigatori stanno
procedendo ad un’attenta analisi della scena del crimine. L’operazione durerà non meno di una settimana.
L’operazione sta per tutta la frase precedente che consente di non ripetere quello che è stato detto in
precedenza. Molto spesso gli incapsulatori sono degli elementi lessicali di carattere generale. Gli
incapsulatori possono anche arricchire il testo.

20/4

Malalingua pag. 177/178


“Il testo e l'unità linguistica che può essere sia di forma orale che di forma scritta, che consiste in un insieme
di frasi, il quale insieme deve essere dotato di senso e al tempo stesso deve essere in grado di realizzare
una funzione comunicativa. Anche una sola frase e una sola parola può essere un testo, se corrisponde a
questi requisiti: se è dotato di senso e se ha una funzione comunicativa. La linguistica testuale studia
l'organizzazione interna dei testi in particolare studia i procedimenti della coesione sintattica e coerenza
semantica dei testi. Al tempo stesso la linguistica testuale si interessa delle coordinate esterne in cui i testi
si collocano e anche questi riferimenti al contesto extralinguistico sono fondamentali per interpretare i testi
correttamente. I principi costitutivi del testo sono quattro:
- l'unità
- la completezza
- la coesione
- la coerenza
es. la famosa poesia di Ungaretti: Mattina, che è costituita da due soli versi
“Mi illumino
d'immenso”
Si tratta di un testo unitario e completo e risponde ai principi costitutivi del testo.
La coesione del testo riguarda i rapporti sintattici del testo: la struttura del testo, mentre la coerenza
riguarda la connessione tra i significati. Un testo deve essere coeso, quindi devi rispettare le regole morfo
sintattiche e coerente dal punto di vista del significato.
La nozione di testo è stata introdotta nell’analisi linguistica per spiegare dei fenomeni che si sviluppano in
un ambito più ampio della frase.
Uno di questi fenomeni è la strategia degli Incapsulatori o Sostituenti (vedi sopra)

Linguistica Pragmatica: il fondatore della linguistica pragmatica è John Austin, il saggio del ’62 che ha dato il
via a questa correste di studi è intitolato: “how to do things with words”. La linguistica Pragmatica è quella
parte della linguistica moderna, nata negli anni '60, che vede nella lingua degli atti linguistici, vede nel dire
un fare. Quando parliamo facciamo qualcosa. Questi atti linguistici sono di diverso tipo:
1. Atti locutivi: qualsiasi frase che noi diciamo è un atto locutivo. Es il gatto sta mangiando
2. Atti illocutivi sono quelli che si propongono di realizzare un’intenzione. Quando io voglio fare
qualcosa, voglio ottenere qualcosa, quello è un atto illocutivo. Es il gatto sta mangiando la carne
(implicitamente sto chiedendo a qualcuno di intervenire)
3. Atti perlocutivi: sono quelli che producono l’effetto cercato. Es. il gatto sta mangiando la carne
sbrigati! Con sbrigati vogliamo che qualcuno intervenga e così accade.
4. Verbi performativi: sono verbi particolari, con i quali si compie un’azione. Es. Scommettiamo,
Prometto, Giuro.
Morfo pragmatica: si fa riferimento alla morfo pragmatica quando si tratta di pragmatica realizzata
attraverso dei mezzi morfologici. Es: i suffissi alterativi (“ho qualche annetto..”), si vuole mitigare una
situazione spiacevole. I pronomi di cortesia (quando si da del tu o del lei)

Prima emersione di un testo volgare romanzo:


L’indovinello Veronese.

Siamo verso la fine dell’VIII sec. e l’inizio del IX sec.


Nella biblioteca capitolare di Verona è conservato l'indovinello veronese. E un codice dell' ottavo secolo, un
codice che ha avuto delle peripezie varie: è stato scritto in Spagna, è sbarcato in Italia e passando per Pisa è
giunto fino a Verona, dove oggi è conservato. Questo codice è contenuto in un particolare testo: in un
orazionale mozarabico, una raccolta di preghiere dei mozarabi, cristiani spagnoli esposti all'influenza
culturale e linguistica dei dominatori musulmani, perché a quel tempo la Spagna era di dominazione araba.
Tra la fine dell'ottavo e l'inizio del nono secolo, un italiano di origine settentrionale, forse un veronese,
inserisce nel margine superiore di un foglio una frase, che altro non è che un testo di un indovinello, seguito
da un ringraziamento in latino, non si sa se queste due frasi siano della stessa mano. L’indovinello veronese
risale ad alcuni decenni prima dei Giuramenti di Strasburgo, il più antico documento di un volgare romanzo
(14 febbraio 842), giuramenti di fedeltà tra Ludovico il Germanico (che giura in volgare francese per farsi
comprendere dall’esercito del fratello) e Carlo il Calvo (che giura in volgare tedesco per farsi comprendere
dall’esercito del fratello). Giurano fedeltà e protezione reciproca a discapito del terzo fratello.
Alcuni paleografi sostengono che l’indovinello veronese sia precedente ai Giuramenti di Strasburgo.
+ se pareba boves alba pratalia araba et albo versorio teneba et negro semen seminaba
Il senso dell’indovinello è quello di paragonare l’attività della scrittura all’attività di coltivazione
+ gratias tibi agimus omnipotentens sempieterne Deus.
“ti rendiamo grazie Dio onnipotente ed eterno”
Si è ipotizzato che questo sia un distico di esametri ritmici caudati: un tipo di metro diffuso nella poesia
tardo latina.
Se pareba boves alba pratalia araba
Albo versorio teneba et negro semen seminava

Soluzione dell'indovinello:
la soluzione dell'enigma che hanno riscosso i maggiori consensi sono da un lato lo scrittore, dall'altro la
mano che scrive o le dita della mano che scrive.
Prima soluzione: Il contadino (lo scrittore) spingeva avanti a sé i buoi (le dita), arava un prato bianco (il
foglio) reggeva un aratro bianco (la penna d’oca) e seminava un seme nero (l’inchiostro).
Seconda soluzione: la mano che scrive somigliava ai buoi…(simile alla prima)

Si tratta evidentemente di un gioco verbale di matrice colta, perché il copista probabilmente ha voluto
concedere si un breve momento ludico paragonando il suo lavoro ad un altro lavoro di livello sociale, ma
tutto: dal latino della successiva formula, le cognizioni metriche fanno pensare ad un volontario
abbassamento di registro del copista, che allude in modo scherzoso a un'attività per lui abituale come la
scrittura. Se non si può dire con certezza che il testo è compiutamente volgare, occorre riconoscervi il
prodotto di una ricercami mimetica intenzionale. Dobbiamo riconoscere che c'è un tipo di lingua
volgareggiante che è stata riprodotta da uno scrivente colto virgola che sapeva il latino. non si tratta di
un'espressione di popolarità spontanea né di inadeguatezza stilistica, ma proprio di una ricerca mimetica
intenzionale.
Arrigo Castellani ha negato l'ipotesi della piena volgarità di questo testo, ciò nonostante arriva a
considerare l'indovinello come un testo di letteratura dialettale riflessa, Con questa espressione intende
una letteratura dialettale non spontanea e quindi intenzionale. Un testo di letteratura dialettale riflessa è
un fenomeno diverso dalla comparsa accidentale di volgarismi all’interno di un testo latino, in quanto
presuppone la consapevolezza dell'esistenza di un'opposizione tra due sistemi linguistici distinti e la
deliberata scelta di adottare quello normalmente interdetto al codice scritto. Quando parlo in dialetto io
faccio una scelta deliberata, conosco l'italiano ma scelgo di utilizzare il dialetto.

Volgarismi Linguistici:
1. la e tonica di negro, in latino è nigrum
2. la desinenza a per at (pareba, araba, teneba,seminaba)
N.B. in veneto c’è il metaplasmo di coniugazione: sarebbe dovuto essere parabat: spingeva, è diventato
pareba per metaplasmo di coniugazione.
3. la desinenza o per um (albo, versorio, negro)
4. la forma se per sibi
5. alcuni latinismi, come la b di pareba. questi latinismi potrebbero essere puramente grafici perché
c'era una tendenza a mantenere le grafie originali quindi non è molto significativo appunto
6. neppure per boves è necessario ipotizzare un latinismo perché la S finale si è conservata a lungo nei
dialetti dell'area
7. nel lessico versorio sta per “aratro” e proprio neldialetto veronese abbiamo versor. Nel latino
classico designava l’attrezzo con aratrum, riservando versorium al solo vomere.
8. anche pratalia “prato, campo” è un volgarismo. È probabile che sia un femminile singolare perché
esiste una parola rara “prataglia”.

Latinismi Linguistici:
1. semen per seme
2. la i di seminaba anziché semenaba, con passaggio si i breve a e
3. la t di pratalia, anziché pradalia con sonorizzazione settentrionale della dentale intervocalica.
4. L’assenza di articoli, ciò nonostante questo tratto non certifica la prevalenza del latino sul volgare
perché l'articolo determinativo non è indispensabile né prima di boves (che è un plurale
indeterminato), né prima di semen (che è un singolare di valore collettivo). tuttavia in alba pratalia
mancherebbe un articolo indeterminativo (un), che ha avuto uno sviluppo più lento del
determinativo. L’articolo mancherà anche nei documenti di secoli successivi come nei Placiti
Capuani (960-963)

Il clitico iniziale:
i pronomi enclitici sono quei pronomi che si mettono alla fine di un verbo: vederlo, vedendolo, uditolo. Le
particelle proclitiche sono quelle che si mettono prima del verbo: io lo incontrai.
I pronomi atoni si chiamano o enclitici o proclitici. I clitici sono tutti i pronomi personali atoni sia enclitici
che proclitici. Queste particelle hanno la caratteristica di essere atone e quindi si appoggiano alla parola che
seguono o che precedono. Nell’italiano antico vigeva la così detta legge di Tobler-Mussafia: divieto di
cominciare la frase con il pronome atono. Già in latino c’era questa stessa legge, chiamata legge
Wackernagel. Era quindi necessario post porre il pronome al verbo.
“se pareba boves” non è quindi corretto. Ci sono state due proposte recenti di lettura:
- Alessandro de Angelis ha proposto di leggere insieme se pareba, diventa così separeba e quindi
separava, verbo separare, i buoi. Da tener presente che prima vi era la scripta continua.
- Lucia Lazzerini ipotizza che il segno iniziale simile ad un +, che indicava l’inizio della scrittura
normalmente, sarebbe in realtà un segno che sta ad indicare una V, che sta ad indicare il numero 5,
di conseguenza il problema del pronome atono all’inizio di frase sarebbe risolto. Il problema è che
dovremmo ipotizzare che uno scrivente esperto non sappia che i buoi o sono due o sono quattro,
non sarebbero mai potuti essere 5.

Si può pensare che il clitico iniziale potrebbe essere un significativo indizio della natura sperimentale e
alternativa di un testo inconsueto come l'indovinello veronese, proprio perché non è né latino né volgare.
L’ipercaratterizzazione e l’ipercorrettismo sono fenomeni frequenti nelle produzioni di chi si sforza di
imitare una lingua diversa dalla propria e tende a evidenziarne la diversità, anche oltrepassando la misura
del reale. In casi del genere normalizzare, assoggettare a regole prestabilite o a una disciplina coerente,
l’irregolare e l’indisciplinato può risultare una pratica pericolosa.

Il filologo romanzo De Bartolomeis ha sostenuto che se posizionassimo boves prima di se pareba, tutto si
risolverebbe.
“boves se pareba” così abbiamo una struttura più simmetrica di tutto l’indovinello e abbiamo una rima tra
pareba, araba, teneba e seminaba. Probabilmente c’è stato un errore di memoria dello scrivente.

Latino o Volgare?
Non siamo sicuri che vi sia una consapevolezza da parte dello scrivente di scrivere in una varietà diversa e di
aver capito che fosse volgare. Tuttavia possiamo evidenziare la novità e la sua evidente occasionalità di
questa operazione. Non dovremmo sorprenderci troppo di fronte a eventuali problematiche linguistiche o
stilistiche poichè il quadro linguistico di riferimento è poco compatto, poco chiaro e conosciuto quindi ci
possono essere problemi di resa del volgare. Questo testo ha una natura colta, ha le rime, è seguito da un
testo latino, il fatto che chi scriveva non poteva non essere una persona colta. La natura colta del testo
induce a propendere per un incipiente presa di coscienza della nascita di un idioma alternativo o
quantomeno non perfettamente assimilabile al latino. Probabilmente l'ignoto estensore non intendeva
scrivere in latino, lingua che gli apparteneva e gli era congeniale, ma in un modo di esprimersi che giudicava
diverso e inferiore. Proprio perché ancora manca un’identità culturale del volgare, lo scrivente si rendeva
conto di non scrivere in latino e di scrivere in una lingua diversa a cui lui da una valutazione inferiore
rispetto al latino.

22/4

Graffito della Catacomba di Comodilla

Francesco Sabatini ha datato alla prima metà del IX secolo con una serie di considerazioni ben documentate
sia di carattere storico, paleografico e linguistico. La catacomba di comodilla si trova a Roma nel quartiere
Ostiense (Garbatella), in via delle 7 chiese. Dentro la catacomba di comodilla c'è questo graffito, una scritta
sul muro molto significativa. Siamo di fronte non solo al più antico testo nel volgare di Roma, ma anche di
fronte ad uno dei documenti più antichi dell'intera area romanza. Si tratta di una breve frase scritta sul
muro della catacomba che recita: NON DICERE ILLE SECRITA ABBOCE.
Non dire le orazioni segrete della messa a voce alta.
Vi era una prassi liturgica (inserita nella prima età carolingia) che imponeva la lettura silenziosa delle
orazioni segrete della messa, evidentemente qualcuno ancora le pronunciava ad alta voce, spingendo forse
un sacerdote a scrivere questa frase per avvertire i fedeli. Dato che questa scritta occorreva che fosse letta
dal celebrante della messa, la scritta viene posta in prossimità dell'altare. Questa scritta era sul lato sinistro
della cornice dipinta di un grande affresco raffigurante la Madonna in trono con un bambino. All'altezza di
1,26 m da terra, poteva essere facilmente visibile dal celebrante, ma le sue dimensioni, 11 cm x 6,5 erano
state fatte in modo da non essere viste dai fedeli, ma solo dal celebrante. Poichè era necessario tenere
l'incisione entro i bordi della cornice, l’ artefice ha orientato la scritta prevalentemente in senso
longitudinale:
NON
DICE
RE IL
LE SE
CRITA
ABbOCE

È bene evidente che in abboce è stata aggiunta una seconda B per indicare il modo di pronunciare, per
indicare il raddoppiamento fono sintattico. C’è stata una specie di perfezionamento del testo.
Caratteri Linguistici del testo:
La frase è interamente volgare. Da prima vi è un imperativo proibitivo: NON + INFINITO, una struttura non
latina, altrimenti avremo trovato ne + congiuntivo. La forma dicere che sembrerebbe riflettere l’etimo
latino, in realtà era una forma diffusa, romanesca, meridionale del tempo. Abbiamo poi il plurale in A di
secreta, scritto secrita. Questa è una forma comune, che risente del neutro plurale del latino, ma che era
ben presente nei dialetti dell’area. In secrita abbiamo una i in luogo di e, infatti va letto secreta, è tipico
della scrittura merovingica del VII/VIII secolo. Questa i in luogo di e, è presente anche nei Giuramenti di
Strasburgo (842), quindi testimonia l’antichità del graffito. Va anche sottolineato come volgarismo il nuovo
valore di articolo che viene assunto dal dimostrativo latino ILLE. Dal punto di vista morfologico, ille
rispecchia il latino, ma dal punto di vista sintattico invece riflette perfettamente l’articolo. Particolarmente
significativo risulta il marcato volgarismo ABBOCE, con un tratto linguistico centro meridionale, il
betacismo. Il betacismo si caratterizza per la realizzazione della V Latina con Bb rafforzato, e quindi il
passaggio della V, della labio dentale a B ad una bilabiale, in questo caso intensa. Questo fenomeno si
presenta in particolare in questo contesto: quando il contesto è rafforzante, quindi vi è un rafforzamento
della consonante, un rafforzamento dovuto alla fonosintassi, allora si ha la B rafforzata e il passaggio dal
latino ad vocem a abboce.
In un primo tempo era stata scritta ABOCE, evidentemente perché per un romano, si sarebbe comunque
letto ABBOCE, ma per parlanti di altre aree, questa pronuncia non era scontata, pertanto c’è stata la
necessità di aggiungere una seconda B.

Betacismo Centromeridionale:
Dall'unico esito bilabiale (b) in cui erano confluiti i fonemi latini /b/ e /w/ (wow), si avevano le realizzazioni
v (labio dentale), b (bilabiale) o b: (b intensa, rafforzata). Questi esiti dipendevano dal contesto, secondo le
condizioni proprie del betacismo centro meridionale (diverso dal betacismo cassinese, che prevede b per v
in tutte le sedi):
(v): in posizione iniziale assoluta (es. vagnio da bagnum latino), in posizione intervocalica (es. novili da
nobili),
e prima e dopo vibrante (es. erva da erba).
(b): in posizione post consonantica, tranne dopo vibrante (es. visbigli da bisbigli)
(b:): in contesto rafforzante, ovvero dopo una parola che produce il raddoppiamento fonosintattico (ke be,
e Balerio, a boce: ke, e ,a producono raddoppiamento). In questa terza realizzazione confluivano inoltre il
risultato dei nessi -BV- e -DV- come in abocati, abocazioni, abedimento, sobenire.

Il mistero di Comodilla:
Non è del tutto chiaro se la frase: non dicere ille secrita abboce, sottintenda una intenzione di censura verso
qualcuno o si limiti semplicemente a raccomandare in generale la osservanza di una regola. L’interrogativo
è: questa frase serve a criticare qualcuno che pregava ad alta voce o è un'osservazione di carattere generale
che indicava a tutti la necessità di pregare silenziosamente. L'ambiguità deriva dalle 2 possibili
interpretazioni di non dicere, potrebbe essere effettivamente un imperativo negativo oppure potrebbe
essere un infinito negativo di tipo impersonale del tipo: “non parlare al conducente” o “non calpestare le
aiuole”, non è un messaggio rivolto a qualcuno in particolare, è un avviso.
La prima ipotesi cioè quella dell'imperativo negativo, è curioso, perché se così fosse saremmo di fronte ad
uno degli esempi frequenti, nel mondo neolatino, di sfruttamento espressivo e derisorio del volgare, quindi
di fronte ad una critica verso qualcuno, perché la frase costituirebbe l’ammonimento rivolto da un religioso
ad un confratello meno aggiornato, il quale pronunciava le segrete della messa ad alta voce, in questo
modo contravvenivano ad un uso legato alle recenti innovazioni del rituale. Questa soluzione, che è stata
preferita anche da studiosi importanti come Aurelio Roncaglia, effettivamente presenta un carattere
informale e scorretto del messaggio che è inciso abusivamente su una parete affrescata di un luogo di culto.
La stessa singolare scelta di scrivere in volgare va nella stessa direzione: è una scelta informale anch’essa, il
volgare è una varietà marcata in senso decisamente basso, potenzialmente comico e quindi adatta alla
critica di un comportamento scorretto.
L’altra ipotesi, quella dell’infinito negativo di tipo impersonale: “non bisogna dire”, sarebbe una specie di
avviso ad uso interno degli eclesiastici. Avviso con il quale si esortano tutti i celebranti a non pronunciare ad
alta voce le orazioni segrete. Anche questa ipotesi ha degli elementi a favore: come ha asservato Marco
Mancini, la collocazione di questo graffito, in un ambiente sacro, e lo stesso rigore del cerimoniale liturgico
sconsigliavano ironie di qualunque genere, specie tra eclesiastici. Si potrebbe anche pensare che l’iscrizione
servisse non solo come promemoria personale per i celebranti, ma anche come avviso pubblico da leggere
ad alta voce. Potrebbe darsi che fosse un avviso che andasse letto dai celebrandi ai fedeli. In questo modo
questo avviso avrebbe ragguagliato sia i celebranti che i fedeli, sul mutamento avvenuto sulla prassi
liturgica, prevenendo la lettura adeguata delle orazioni segrete. Lo scopo era quindi quello di prevenire le
oscillazioni tra voce alta e voce bassa, ma anche quello di evitare il disorientamento dei fedeli.
Questa seconda ipotesi, tra l’altro, giustificherebbe di più anche la presenza della seconda B, aggiunta
successivamente. Perché dal momento in cui siamo di fronte ad un avviso da rivolgere ai fedeli, non si
tratterrebbe più di un puro perfezionismo grafico, ma ci sarebbe una volontà di fornire al celebrante un
modello di pronuncia.
Qualunque sia la spiegazione, è indiscutibile la capacità dello scrivente di avvertire e di rappresentare
l’alterità linguistica del volgare rispetto al latino.
Placiti Capuani:

Sono conservati nel più antico e celebre dei monasteri: nell’Abbazia di Monte Cassino. I placiti capuani sono
atti giudiziari: Placido equivale a sentenza scritta ed emessa da un giudice. Le ragioni che hanno reso
memorabili questi testi, non riguardano tanto i risultati, le vicende o i protagonisti di questi processi quanto
l’inattesa comparsa del volgare. Volgare che compare accanto all’onnipresente latino. Questa presenza
certifica l’uso consapevole della volgare, poiché è inserito in un testo latino in un documento ufficiale come
una sentenza giuridica. La conoscenza della data, del luogo, dell’identità dell’estensore del testo, hanno
fatto meritare al Placito di Capua, del 960, il titolo di atto di nascita dell’italiano, nonostante l’esistenza di
neonati linguistici precedenti come il graffito della catacomba di comodilla o l'indovinello veronese. Eppure
nessuno di questi documenti offre le certezze garantite dal Placito di Capua. Lo storico evento avvenuto nel
Marzo del 960, è promosso da una banale contesa giudiziaria intorno alla proprietà di certi terreni, che
l'abate Aligerno affronta a nome del monastero di Monte Cassino per contestare e rispondere le
rivendicazioni del nobile Rodelgrimo, originario del centro di Aquino. Tre testimoni indicati da Aligerno
dichiarano nel tribunale di Capua, di fronte al giudice Arechisi, di essere a conoscenza del possesso
trentennale di quei beni, da parte del monastero. Il notaio Atenolfo trascrive la formula appositamente
predisposta dal giudice che viene poi pronunciata senza nessuna variazione dai tre testimoni: Teodemondo,
Mari e Gariperto. Tutti e tre i testimoni erano dei chierici, persone che conoscevano il latino. In particolare
Gariperto era anche notaio, quindi una persona anche in grado di scrivere in latino.
SAO KO KELLE TERRE PER KELLE FINI QUE KI CONTENE TRENTA ANNI LE POSSETTE PARTE SANCTI BENEDICTI
“So che quelle terre entro i confini che qui sono contenuti li possedette per 30 anni il monastero di San
Benedetto”
Il testimone afferma per 30 anni perché un trentennio era il periodo di possesso ininterrotto che veniva
stabilito dalla legge per applicare l’istituto giuridico che è noto come USU CAPIONE, che consente
l’acquisizione definitiva di una proprietà dopo un tot di tempo. Queste deposizioni mettono in crisi
Rodelgrimo che aveva cantato una presunta eredità di quei territori, senza aver addotto alcuna
testimonianza.
Nel 963, nei tribunali di Sessa Aurunca e Teano ci sono altri tre Placiti che hanno notevoli analogie con il
Placito di Capua.
1. Placito di Sessa Aurunca del marzo 963: SAO CCO KELLE TERRE, PER KELLE FINI QUE TEBE
MONSTRAI, PERGOALDI FORO, QUE KI CONTENE, ET TRENTA ANNI LE POSSETTE.
“So che quelle terre, entro quei confini che ti mostrai, che qui si contengono, furono di Pergoaldo, e
trenta anni le possedette”
2. Memoratorio di Teano, del luglio 963: KELLA TERRA, PER KELLE FINI QUE BOBE MONSTRAI, SANCTE
MARIE è, ET TRENTA ANNI POSSET PARTE SANCTE MARIE
“Quella terra, entro quei confini che vi mostrai, è di Santa Maria, e trenta anni la possedette il
monastero di santa maria”.
N.B. il memoratorio è un verbale provvisorio del placito
3. Placito di Teano, dell’ottobre del 963: SAO CCO KELLE TERRE, PER KELLE FINI QUE TEBE MONTRAI,
TRENTA ANNI LE POSSETTE PARTE SANCTI MARIE
“So che quelle terre, per quei confini che ti mostrai, trenta anni le possedette il monastero di Santa
Maria”.
La grande novità dei Placiti non risiede nelle testimonianze orali rilasciate in volgare, perché dare
testimonianze in volgare era una cosa di routine nei processi. Il fatto che stupisce è che siano state
trasferite nella scrittura direttamente in volgare. Dobbiamo tener presente che normalmente tutte le
deposizioni venivano di norme tradotte in latino che era l'unica lingua ammessa in qualsiasi tipo di scrittura,
specialmente in quella giudiziaria. La traduzione in latino garantiva a tutti gli effetti il valore legale delle
testimonianze che erano state rese oralmente nelle parlate locali, inoltre era preferito il latino perché era
una lingua ampiamente conosciuta e offriva dei vantaggi negli atti applicativi della legge, rispetto al volgare
che non era codificato e che poteva suscitare delle incertezze. La scelta del volgare in questi casi, sarà stato
forse dovuto al voler accentuare l’effetto di verità della testimonianza, la credibilità del messaggio.
Dobbiamo però riconoscere che il volgare di questi placiti non riflette il parlato spontaneo dei testimoni, ma
un modo di esprimersi che è tutto giuridico.
Ne abbiamo un esempio palmare proprio in “parte sancti benedici”, dove la parola parte non indica la
sezione di un insieme, ma fa riferimento al significato di ente.
È interessante notare la sequenza bilingue, priva ancora dell’articolo: parte sancti benedicti, in più vi è il
genitivo latino sancti benedicti, è un code mixing, in cui abbiamo una mescolanza di lingue. La forma sancti
benedicti, inoltre ci suggerisce quanto fosse difficile per il giudice e per il notaio attenersi con coerenza ad
una varietà senza norma, senza scrittura, com’era ancora il volgare.
Notiamo anche il latinismo que, pronunciato che.
È, invece, assolutamente tipico dei dialetti dell’area, la riduzione del secondo elemento labiale nel nesso
labio velare rappresentato graficamente da qu: cioè la riduzione da q a c. È una riduzione attestata nel
placito del 960, così come in quelli posteriori, con esiti che corrispondono all’effettivo uso campano: ko (dal
latino QUOD), kelle (dal latino ECCUM ILLAE), ki (dal latino ECCUM HIC).
Que tebe, ovvero che ti dal latino TIBI, e que bobe, ovvero che vi dal latino VOBIS, saranno da leggere con
una pronuncia più forzata, ke ttebe, ke bbove, con fricativa bilabiale o fricativa labiodentale v (pronuncia
determinata dal betacismo). In questo caso non troviamo un perfezionismo grafico, che al contrario
troviamo del graffito di comodilla.
Contene: è una forma che andrà letta condene, come trenda, perché è tipica di quest’area la sonorizzazione
dopo nasale.
Nel Memoratorio di Teano è curioso possèt, piuttosto che possette come vediamo negli altri placiti. La
spiegazione potrebbe essere che posset, potrebbe essere stato letto possette, poiché la congiunzione et
veniva pronunciata ette, per questo ci sarebbe stato un posset collegato alla pronuncia ette della
congiunzione latina et: posset letto possette. Forse questa spiegazione può essere sostituita da un’altra
spiegazione: la tendenza ad aggiungere la T desinenziale, per cui la parola sarebbe stata posse, dove viene
aggiunta la T, posset.

Il SAO iniziale è molto importante, perché la forma locale dovrebbe essere SACCIO. Uno studioso della
prima metà del 900, Matteo Bartoli ha spiegato questo SAO in luogo di SACCIO come un settentrionalismo
derivante dai rapporti tra le diverse aree del regno longobardo. Sao sarebbe il primo segno dell’unità
linguistica della nostra nazione, proprio perché si tratta di una forma così precoce che viene ripresa dal
nord. Arrigo Castellani ha contestato l’opinione di Bartoli affermando che SAO ha visto uno sviluppo
analogico innescato dalla seconda persona SAI. Quindi da SAI per analogia si è ottenuto SAO per la prima
persona.
Il motivo vero che avrebbe potuto generare questo SAO, è il fatto che in testi come questi, caratterizzati da
un alto livello di formalità, il tipo SAO sia stato accolto con favore dai tribunali perché era meno marcato in
diatopia.

Importante è il fatto che in questi documenti noi abbiamo per la prima volta un esempio del fenomeno
della dislocazione a sinistra, nella frase: “kelle terre le possette”. Si tratta di una dislocazione a sinistra
perché sarebbe dovuto essere “possette kelle terre”. In più abbiamo anche la ripresa del pronome: le.
Si tratta di un caso di aderenza al parlato? In effetti questa struttura oggetto- verbo era quella più comune
in latino, quindi potrebbe anche essere un’assonanza con il latino, che aveva la struttura oggetto- verbo.
Dall’altro lato però abbiamo la ripresa del pronome le, che in un qualche modo segmenta la frase, cosa che
in latino non accadeva e conferisce al messaggio un netto orientamento comunicativo, di vicinanza al
parlato, mettendo in evidenza le differenza tra latino e volgare.
27/4
Dante Alighieri:
Il primo capolavoro del volgare, la Commedia di Dante irrompe sulla scena linguistica e culturale italiana in
un momento nel quale il mondo della scrittura è nettamente dominato dal latino. Il latino continua ad
essere la lingua della comunicazione elevata, in ambito europeo e il latino da vita ad una produzione
letteraria molto ricca. A questa supremazia del latino non sono in grado di opporsi, in quell’Italia dell’età
comunale i vari dialetti, non ancora dotati di una sicura e forte identità. I dialetti utilizzati nella
comunicazione quotidiana, in aree delimitate e circoscritte potevano essere stati elaborati con efficacia da
personalità attive all’interno di filoni di produzione scritta in volgare e in questo modo alcuni di questi
dialetti sono riusciti in qualche modo a raggiungere dignità letteraria, primo fra tutti il siciliano illustre della
celebre scuola poetica fiorita nell’ambiente culturale della Corte di Federico II di Svevia nel regno di Sicilia.
Si tratta di fenomeni episodici, di laboratori dispersi di cultura volgare che non hanno la forza di fondare
una solida tradizione. Alla persistente vitalità del latino si aggiunge poi il largo impiego di altri volgari
romanzi dotati già di prestigio letterario, come il francese antico e il provenzale. Basterebbe ricordare che la
redazione originale del libro più noto di tutta la letteratura italiana del 200, il Melione Di Marco Polo, fu
scritta in francese antico e non in volgare italiano. Pertanto è a partire da questa situazione storica, una
situazione poco favorevole alla formazione di una cultura volgare unitaria in Italia, che il magistero
dantesco, l’esempio di Dante, cambierà per sempre il corso della lingua e della letteratura italiana.
Per quanto riguarda l'elaborazione del volgare, il Convivio e il De Vulgari Eloquentia sono le opere più
importanti. Le due opere teoriche, nelle quali Dante tratta temi linguistici, risalgono ai primi anni del 300.
Mentre nel Convivio, l'argomento lingua esaurisce una piccola parte, quella che nelle intenzioni dell’autore
avrebbe dovuto configurarsi come una sorta di enciclopedia del sapere, il De Vulgari Eloquentia, propone
sin dal titolo una trattazione organica ed esclusiva della materia, cioè della lingua. In realtà già in
precedenza Dante aveva avuto occasione di soffermarsi su argomenti linguistici, ad esempio quando egli si
trova quasi a giustificare l'adozione del volgare nella composizione della Vita Nova, una delle sue opere
giovanili e giustifica il volgare come il modo espressivo obbligato di un poeta che vuole far sì che possa
essere inteso dalla propria donna, alle cui orecchie il latino suonerebbe incomprensibile. Sono
giustificazioni generiche, dunque ancora legate a fatti contingenti. A partire dal Convivio, la riflessione
linguistica si fa profonda mentre cresce l’impressione che sia ormai irreversibile la preferenza di Dante nei
confronti del volgare, inteso da Dante come lo strumento che avrebbe potuto unificare linguisticamente
l'Italia e gli italiani. Questa importanza del volgare la ricaviamo, non tanto dal fatto che il poeta mettesse in
discussione il primato del latino sul volgare, quanto perché egli identificava un pubblico nuovo a cui
rivolgersi. Non più il ristretto pubblico dei dotti, quanto un pubblico più ampio che non aveva avuto
l'opportunità di studiare e quindi ignorava il latino. È proprio per questo tipo di pubblico, per i non letterati
che lo scrittore intende ora imbandire un Convivio di sapienza, riservando a sé stesso il ruolo sociale di
dispensatore di conoscenza. Una conoscenza nuova del volgare, una conoscenza veicolata dal volgare, di
cui Dante intuisce tutte le potenzialità comunicative e ne fa un solenne elogio. Il solenne elogio con cui si
chiude il capitolo introduttivo del Convivio costituisce un vero e proprio atto d'amore nei confronti del
volgare ritenuto per nulla inferiore agli idiomi romanzi come il provenzale e capace di rivaleggiare in ogni
campo con lo stesso latino in primo luogo per la sua capacità di essere compreso dal popolo.
“Questo sarà luce nuova, sole nuovo, lo quale surgerà là dove l’usato tramonterà, e darà lume a coloro che
sono in tenebre e in oscuritade per lo usato sole che a loro non luce”
Dante impiega il volgare per argomenti che sarebbero stati propri del latino.
Nel De Vulgari Eloquentia Dante celebra il volgare e sceglie di farlo utilizzando il latino. Questa scelta indica
che Dante si rivolge a interlocutori ben diversi da quelli del Convivio. A questi letterari, a cui Dante si
rivolge, vuole riservare quello che in effetti è il primo e più importante trattato di linguistica composto
nell’Europa medievale. Si tratta di un'opera molto originale perché una riflessione sul volgare all'inizio del
300 era senza dubbio una novità assoluta per la quale Dante non poteva appoggiarsi sull’autorità di
nessuna tradizione precedente. Dante svolge un'ampia digressione sull’origine del volgare, nel corso della
quale afferma il principio della variabilità delle lingue nello spazio e nel tempio. Proprio questo
riconoscimento del carattere evolutivo delle lingue, già anticipato nel Convivio, si configura come uno dei
punti più alti della dottrina linguistica di Dante anche se poi nell'ottica del De Vulgari Eloquentia la
mutevolezza degli idiomi costituisce un fattore negativo: il risultato del castigo divino, che secondo il
racconto biblico colpi i costruttori della torre di Babele. L’ incomprensione tra gli uomini dipende
dall’ereditarietà di un peccato, alla quale eredità i colti hanno cercato di rimediare attraverso la grammatica
artificiale tipica di lingue come il latino in modo da porre freno alla continua trasformazione delle parlate e
in modo da garantire quella stabilità che alla base di una letteratura, di cui non a caso il volgare risulta
privo. Procedendo dal generale al particolare, dante analizza le lingue europee riconoscendo precocemente
una base comune nelle parlate di Italia, Francia e Provenza. L’origine di questo raggruppamento linguistico
non era il latino, ma era uno dei tre idiomi giunti in Europa in seguito alla confusione babelica.

L’Italia Linguistica del De Vulgari Eloquentia:


Dante si focalizza sul volgare italiano e procede alla ricerca del volgare migliore, nobile e illustre tra quelle
presenti in Italia. Innanzitutto L'Italia linguistica si caratterizza per una bipartizione da parte di Dante diversa
da quella che noi usiamo oggi, noi oggi utilizziamo una bipartizione che vede l'Italia divisa in tre grandi aree
linguistiche: settentrione, centro e meridione. Dante inserisce come criterio di riferimento la dorsale
appenninica che come sappiamo costituisce uno spartiacque importante tra i vari dialetti. In totale Dante
raccoglie 14 varietà linguistiche diverse e per ognuna di esse egli riporta degli esempi. Paradossalmente il
primo esploratore delle effettive possibilità di elaborazione teorica e pratica di un volgare letterario
comune diviene al tempo stesso il primo testimone della frazionata realtà linguistica italiana. ES. il volgare
del nord lo definisce un volgare ispido che si estende a tutti quelli che dicono “magara”. Oppure “se i
genovesi perderebbero la zeta dovrebbero tacere o trovarsi una nuova lingua”. I sardi secondo Dante
imitano il latino come le scimmie imitano gli uomini. I peggiori sono i romani, quello dei romani è il peggiore
tra tutti i volgari italiani e lo definisce un tristiloquium, uno squallore.
Questa analisi dantesca, offre numerosi dati di grande interesse dialettologico, infatti nessun dialetto nella
sua forma naturale, spontanea, sfugge alla critica dantesca. In pratica lui conclude la sua analisi con la
bocciatura del volgare di volta in volta esaminato. Questo ideale linguistico può essere comunque realizzato
in ambito linguistico o meglio poetico.
Dante oltre ai siciliani, celebra anche Guido Giunizzelli e il gruppo dei poesti toscani, i poeti Silnovisti, tra cui
sé stesso, Cavalcanti e Lapo Gianni. Al contrario rifiuta Giuttone d’Arezzo criticando lui ed altri poeti toscani,
che secondo lui erano contraddistinti da una scrittura municipale e plebea. La condanna di dante
riecheggerà frequentemente nei dibattiti linguistici del 500 e dei secoli successivi, quando il De Vulgari
Eloquentia verrà riscoperto nel 500 dopo essere caduto in oblio nel 300 e 400. Se la linguistica domina nel
primo libro del trattato, nel secondo libro domina invece un riferimento alla retorica. Un punto
particolarmente interessante è quello inerente alla superiorità della poesia rispetto alla prosa. secondo
Dante, già nel Convivio, la poesia è più utile alle sorti di un idioma, perché garantiva la regolatezza, invece la
prosa per sua natura è più varia della poesia e non favorisce l’identità linguistica di un certo idioma perché
è meno regolata e meno stabile. Nel De Vulgari Eloquentia il primato della poesia è sancito sulla base della
sua capacità rispetto alla prosa, di costituirsi come modello. Il secondo libro del trattato introduce dunque
ad uno del volgare poetico, definendola una lingua nobile e raffinata, elaborata con maestria nel lessico ed
impregnata di artifici retorici. È un ideale che trova la sua espressione nello stile della canzone, la più
elegante delle forme metriche. Questa visione di una lingua alta ed elevata, colta e raffinata potrebbe
essere la causa dell’interruzione di questo trattato, tra l’altro un trattato che stava componendo in latino.
Da ricordare anche il fatto che in quel periodo aveva incominciato la stesura dell’Inferno.

Opere Giovanili di Dante:


Vita Nuova (1293-1294): Rime poetiche ispirate alla visione stilnovistica della donna-angelo. Dante descrive
l'amore per Beatrice con commento in prosa: “prosimetro” (poesia+prosa).
Rime: le rime anteriori al 1293 hanno ispirazione simile a quelle della Vita Nuova. Le successive preludono
all’esperienza della Commedia: forte realismo espressivo della “tenzone” con Forese Donati (1293-1296),
stile aspro e difficile delle rime “petrose”, scritte dopo il 1296 per una “donna Petra” e influenzate dal
modello del trobar clus “comporre in modo difficile” del trovatore provenzale Arnaut Daniel.
Fiore e detto d’Amore: Opere di incerta attribuzione dantesca. Il fiore (1286-1287) è un poemetto o
“corona” di 232 sonetti dallo stile marcatamente comico, con frasi o scene e gallicismi crudi. La paternità
dantesca e stata autorevolmente sostenuta da Gianfranco Contini. Il coevo Detto d'Amore e un poemetto di
487 settenari dallo stile artificioso.
Nella produzione poetica antecedente alla Divina Commedia, nella Vita Nuova e nelle Rime, Dante offre una
varietà di esperienze tematiche e stilistiche, tuttavia va detto che Dante ha intrapreso un progressivo
alleggerimento della tradizione. Nelle Rime anteriori al 1293 notiamo un minor ricorso a gallicismi o ai
sicilianismi, man mano che si passa dalle poesie della giovinezza alle poesie della maturità. Le rime
successive all’esperienza della Commedia preludono in qualche modo alla stessa esperienza della
Commedia infatti abbiamo un forte realismo espressivo della tenzone (dispute polemica) con Forese
Donati.
Tutto ciò si sostanzia in una tendenza ad un significativo ricorso al gerundio che caratterizzavano le prime
prove del poeta, quindi anche sul piano della sintassi abbiamo dei mutamenti. Viene anche individuato un
progresso dell'articolazione frasale, una migliore articolazione della frase. Nel forte realismo, nello stile più
aspro, notiamo una crescente tensione sperimentale che accompagna l’indagine teorica e quindi prelude
alla grande esperienza della Commedia. Queste prime opere vanno lette nel quadro complessivo tracciato
dal De Vulgari Eloquentia e alla luce della costante riflessione che ha sempre sostenuto la prassi poetica
dantesca. Il programma di selezione formale che Dante aveva esposto nel De Vulgari è destinato ad entrare
in crisi per vari motivi, con la complessa costruzione della Commedia. Si spiega anche in questo modo
l'interruzione prematura del trattato. In realtà la commedia può anche essere letta come un laboratorio nel
quale sperimentare le immense potenzialità del volgare, facendovi confluire le più disparate suggestioni
culturali ed espressive e non soltanto quella lingua raffinata e culturale che Dante aveva teorizzato nel De
Vulgari e in sonetti come “Tanto gentile e tanto onesta pare”. L’auspicato monolinguismo della parola
letteraria, nel De Vulgari, era già stato sottoposto a notevoli tensioni nelle precedenti esperienze in rima, ed
esplode ora nella Commedia in un plurilinguismo. Nella commedia ci sono inserti in latino, numerosi
latinismi, riferimenti classici e biblici, ma è rilevante anche la presenza dei provenzalismi e francesismi es.
c’è un discorso interamente provenzale tenuto da Daniel nel Purgatorio. Inoltre ci sono anche influssi di
dialetti italiani, specialmente di quelli settentrionali e di altre parlate toscane, diverse dal fiorentino. Nel
laboratorio dantesco, da una parte vengono amalgamati materiali esterni dall'altra si provvede alla
formazione in proprio di materiale linguistico originale sotto forma di neologismi che potremmo definire
anche dantisti lessicali. La maggior parte di questi neologismi sono formazioni verbali con il prefisso -in.
Es. inmiarsi o intuarsi (entrare), inmillarsi (moltiplicarsi per mille). Parte di questi neologismi sono verbi
parasintetici: formati applicando a una base nominale o aggettivale un prefisso e una desinenza verbale
esempio: abbellire, imbottigliare. I neologismi danteschi rispondono spesso ad un chiaro intento di
immediatezza espressiva, specialmente nell’ Inferno.
Rispetto all’ideale di monolinguismo, perché era quello l’obbiettivo del De Vulgari Eloquentia, colpisce
l'ampia gamma di soluzioni formali che ora Dante adotta. Queste soluzioni sono in rapporto diretto con i
vari temi e personaggi del poema.
Nell’inferno Caronte è indicato con la parola di uso comune vecchio. Nel purgatorio Catone è definito con il
più nobile gallicismo veglio. Infine nel paradiso San Bernardo e qualificato con il ricercato e solenne
latinismo sene. La progressione di dignità linguistica, realizzata dai sinonimi vecchio, veglio, sene, risponde
ad una dinamica compositiva ampiamente riscontrabile nella commedia in cui sono presenti diversi stili
ciascuno adatto ad una determinata particolare situazione espressiva.
Per rappresentare scene figure di crudo realismo, in particolare nella prima cantica dell’Inferno, Dante non
esita di servirsi di parole e locuzioni popolari e persino scurrili, che compaiono nei versi: “ed egli avea del
cul fatto trombetta”. Dante nel paradiso, invece ricorre ad un repertorio lessicale del sublime in totale
consonanza con i luoghi celestiali del paradiso. Più ci si avvicina all’Empireo, più il tono della Commedia si
alza e diventa elevato, più Dante adotta diversi latinismi, perchè vi è la necessità di avvicinare
l’atteggiamento umano alla Gloria di Dio. Nello stesso Inferno quando l’occasione lo richieda, ad esempio
per celebrare gli Spiriti Magni, nel II canto il poeta utilizza latinismi pieni di decoro. Analogamente in un
canto dottrinale del Purgatorio, il XXV, Dante adotta termini di carattere tecnico-scientifico es. sangue
perfetto. VA detto che l'esplorazione dantesca non si limita al piano lessicale, ma investe tutti i settori della
lingua, se noi pensiamo a quanto sono frequenti nella Divina Commedia i vocaboli di forte suggestione
fonosimbolica, cioè vocaboli come “pazzo”, che però erano vocaboli che contravvenivano al dettame del De
Vulgari in cui questi stessi vocaboli venivano stigmatizzati per il suono aspro, considerati suoni da evitare in
poesia, al contrario ora li utilizza perché ritiene che il realismo della sua poesia non riesca a farne a meno.
Nel campo fonomorfologico si presentano varie oscillazioni linguistiche, da un lato abbiamo forme
monottongate di ascendenza poetica, dall’altra delle forme dittongate ad esempio: core/cuore, foco/fuoco.
Dante si prende la libertà di alternare queste due forme. Inoltre il condizionale siciliano, “vorria” si alterna
con il tipo toscano “vorrei”, che prevale sul concorrente siciliano, ma che comunque è presente nella
Commedia. Sono frequenti anche forme provenzaleggianti, cioè le forme in -anza. Forme della lingua
corrente sia alternano a varianti letterarie scelte di volta in volta in base al metro alla rima e al contesto. È
stato anche evidenziato che il poema possiede una matrice sostanzialmente fiorentina e che va considerata
l’opera più fiorentina di dante. Tutte questo componenti non riescono a diminuire il livello di fiorentinità
della commedia. Questo per un motivo importante cioè il fatto che queste forme più audaci sono sempre
operate in rima e quindi la presenza nella rima ne marca l’eccezionalità. Lo stesso fiorentino non è del tutto
unitario, ma è una lingua in movimento proprio perché lo era in questo periodo (200-300), in cui si fondono
componenti plebee e modi provenienti dal contado, un fiorentino polimorfico, quella di Dante è una lingua
sperimentale. Del programma teorico dantesco del De Vulgari rimane la fiducia incondizionata verso il
volgare. Il titolo di Padre della Lingua che noi spesso attribuiamo a Dante, consiste nel tradurre un tratto di
fede, nei confronti del volgare, in una realtà linguistica. La portata storica della Commedia si lega
soprattutto all’influenza esercitata sull’evoluzione linguistica del sistema italiano. Tullio de Mauro ha
calcolato che quando Dante ha iniziato a comporre la Commedia il vocabolario italiano era costituito pe il
60% e alla fine della composizione arriva al 90%.

4/5

Il Processo di Codificazione dell'italiano avvenne nella prima metà della 500, parliamo quindi della nascita di
un codice scritto della lingua italiana in cui ebbe un ruolo fondamentale la stampa, nata nella seconda metà
del 400 e che ebbe poi una forte diffusione dal 500 in poi.
Norma e Stampa nella prima metà del 500: la questione della lingua, nella prima metà del 500 , si sviluppa
in un contesto storico che vede l'Italia priva di autonomia e unita. La divisione politica ostacola fortemente
il processo di diffusione di un codice comune che invece avevano conosciuto altri paesi europei come la
Francia o la Spagna, dove la varietà linguistica della capitale si erano irradiati in tutto il territorio nazionale.
Ciò non è avvenuto in Italia. D’altra parte però, già dal 400 la letteratura Toscana rappresenta un modello
riconosciuto imitato in tutta la penisola e anche la sua esemplarità costituisce un forte agente di coagulo
linguistico, di unità linguistica. Queste circostanze spiegano perché nel dibattito cinquecentesco la ricerca di
una norma unitaria sia orientata soprattutto in senso retorico e letterario e riguardi solo in modo marginale
il problema della lingua parlata. L'interesse per le caratteristiche del volgare scritto è giustificato anche dalla
crescita per quantità e per ambiti di uso della produzione in volgare e dalla parallela diminuzione della
produzione in latino. Si sa quindi ridefinendo la gerarchia tra queste due lingue presenti nella penisola. Non
si deve trascurare neanche l'emergere, nell’Italia rinascimentale, di una esigenza identitaria. Questa
esigenza identitaria si manifesta attraverso la ricerca di una lingua comune, nella quale riconoscersi ed
esprimersi dalle Alpi fino alla Sicilia. Il dibattito primo cinquecentesco avrà come esito definitivo
l'affermazione del fiorentino trecentesco, quest'ultimo rappresenta un modello di lingua letteraria. Allo
stesso tempo abbiamo una stabilizzazione normativa , una codificazione definitiva dell'italiano con il
contributo decisivo della crescente diffusione della stampa. A differenza di quanto avviene nella produzione
manoscritta, l'industria tipografica è fortemente legata alle esigenze del mercato. Per questo richiede anche
una uniformazione della lingua scritta su tutto il territorio nazionale. Questa uniformazione di una norma
comune garantirà infatti un bacino di utenza, un pubblico più ampio possibile. Non a caso è proprio a
Venezia, che è la capitale indiscussa della tipografia, che la codificazione del fiorentino trecentesco viene a
saldarsi con la sua promozione teorica da parte di Pietro Bembo. Pietro Bembo opera la sua teoria, che sarà
quella che trionferà in Italia, proprio a Venezia. Venezia collabora con grandi tipografi del 500, Venezia
promuove importanti edizioni di Dante di Petrarca e soprattutto il libro che getta le basi del codice
letterario: “Le prose della volgar lingua”. L'affermazione di Bembo, secondo la quale occorre prendere a
modello il fiorentino trecentesco determina nel corso del 500 una fiorente produzione di grammatiche e
vocabolari stampati che diventano strumenti essenziali per l'addestramento all'uso del volgare letterario, la
cui esigenza è avvertita dalle persone istruite in Toscana e al di fuori di questa regione. Se dovessimo
indicare quali sono i principali elementi che hanno determinato l'influsso della stampa sulla lingua
dovremmo indicare tre punti principali:
1. Sostituzione di un modello fondato anche sulla lingua parlata con un altro fondato solo sulla
scrittura, più congeniale alle esigenze di stabilità e uniformità dell’industria tipografica e del
mercato librario. Fino a quando non c'è stata una diffusione del libro, il modello di lingua era
maggiormente influenzato dalla lingua parlata. Ora invece nasce un tipo di lingua fondato
esclusivamente sulla scrittura, perché è la scrittura con la sua stabilità e con la sua uniformità, la
varietà più adatta all’industria tipografica e al mercato del libro.
2. Diffusione del più accreditato codice letterario di base Toscana e insieme della relativa norma
linguistica, sostenuta da un'ampia produzione di grammatica e vocabolario manuali didattici.
3. Progressivo livellamento delle oscillazioni che caratterizzavano la prassi grafica, con il rilevante
contributo del lavoro di editing e seguito da revisori dei testi da pubblicare. Fin quando c'è stato il
manoscritto e quindi non c'è stata una codificazione una serie di norme che si affermano , c'erano
anche molte oscillazioni nella grafia. Invece la stampa ha bisogno di stabilità e uniformità del
modello e per questo promuove una nuova professione che nasce con la stampa ovvero il
correttore editoriale, il revisore dei testi che devono essere pubblicati perché è importante che
questi testi si attengano ad un modello uniforme.
Per quanto riguarda la diffusione di una lingua unitaria, occorre distinguere tra una fase quattrocentesca o
meglio pre cinquecentesca, una fase prima di Gutenberg e una fase post cinquecentesca, una fase di
Gutenberg. La prima fase è caratterizzata dalla formazione nel parlato civile delle corti, ma anche nei
documenti delle cancellerie, le quali promuovono la formazione di lingue di tipo sovralocale, si tratta di
varietà instabili, quelle che si formano fino al 400 che vengono chiamate cortigiane o cancelleresche.
Accade quindi che le punte più marcate dei dialetti, sono mitigate, attenuate attraverso il riferimento al
latino e al toscano. La seconda fase, invece, il toscano letterario diventa, con il contributo decisivo
dell’editoria e della stampa, la lingua comune dell’uso scritto. Una lingua dotata di un’eccellente
codificazione e una lingua capace di guadagnarsi un posto tra le altre lingue europee. L’interesse mercantile
per la definizione di un modello linguistico standardizzato, un modello in grado di raggiungere un ampio
pubblico italiano, fa sì che l'industria del libro con capitale a Venezia accolga e promuova il più collaudato
canone linguistico disponibile e la letteratura Toscana del 300 offriva in questo senso dei campioni
insuperabili come Dante Petrarca (lirica) e Boccaccio (prosa). Accade che l'eliminazione dei localismi
linguistici e il livellamento delle varietà formali dei testi sono determinate da ragioni sia di ordine culturale
che economico. Nel senso che lo stampatore cerca di qualificare maggiormente il suo prodotto e vuole
raggiungere un mercato e un pubblico ampio. L'industria tipografica si accorge presto che la creazione di un
grande mercato italiano del libro non può prescindere dal riferimento ad una lingua comune generalmente
apprezzata, nasce così il ruolo della figura del revisore editoriale i quali affiancano gli addetti alla stampa,
assumendo un ruolo chiave in riferimento alla standardizzazione linguistica. A questi viene affidato il
compito di dare a queste opere un assetto formale decoroso e omogeneo, per questo dovevano essere
grandi conoscitori del toscano. L’ascesa del toscano letterario è favorita dalla tipografia e dal ruolo guida
che assume Venezia, che rimane per tutto il 500, l’indiscussa regina dell’industria libraria italiana.

Pietro Bembo e le Prose della Volgar Lingua


Una figura centrale nel dibattito della lingua è quella di Pietro Bembo. All'inizio del secolo Pietro Bembo
collabora con il più importante editore di quell’epoca: Aldo Manunzio. Nel 1501 realizza un’edizione del
canzoniere di Petrarca, molto innovativa anche sul piano delle scelte grafiche, abbandonando le grafie
latineggianti e inserendo il segno dell'apostrofo. L'attività editoriale di Bembo e la sua collaborazione con
Aldo Manunzio continua poi con la pubblicazione della Commedia di Dante, nel 1502. Questa attività
editoriale è già determinante per la formazione di un ideale linguistico basato sull’imitazione dei classici
trecenteschi. Bembo applica alla letteratura in volgare il principio di imitazione dei classici adottato da
Cicerone per i classici latini. L'elaborazione del pensiero linguistico di Bembo risale già al primo decennio
della 500, però il suo trattato le prose della volgar lingua e pubblicato a Venezia nel 1525. Nel frattempo
Bembo era stato anticipato da un friulano, che ha pubblicato la prima grammatica a stampa nel 1516
intitolata Le Regole Grammaticali Della Volgar Lingua di Giovan Francesco Fortunio. È una grammatica che
risponde alle esigenze pratiche senza un’elaborazione teorica come quella di Pietro Bembo, si tratta di
rispondere alle esigenze dei letterati non toscani che avevano bisogno di un modello di facile consultazione
per imitare la lingua dei grandi letterati trecenteschi. Si tratta infatti di un’opera esile, sintetica che tratta di
pochi argomenti: il nome, il pronome, il verbo, l’avverbio e riserva alcuni cenni alle altre parti del discorso. Il
modello di riferimento è lo stesso del Bembo ovvero il fiorentino di Petrarca e di Boccaccio con qualche
aggiunta di forme più tarde o di uso settentrionale per esempio suggerisce forme come “dovemo” anzi che
dobbiamo. Ciò ovviamente diede molto fastidio a Petro Bembo, Che è stato anticipato di alcuni anni punto
quindi anche per rivendicare il primato temporale rispetto a Fortunio, Bembo ambienta a Venezia nel 1502
la sua opera, seppur venne pubblicata nel 1525. L’opera di Bembo è sottoforma di dialogo e i 4 personaggi
che ne prendono parte sono Ercole Strozzi, un umanista convinto della superiorità del latino, Giuliano dei
Medici, sostenitore del fiorentino contemporaneo, Federico Fregoso, che illustra le origini provenzali della
poesia volgare e Carlo Bembo (fratello di Pietro Bembo), portavoce delle idee dell’autore, sostenitore del
fiorentino letterario del 300, in particolare del modello di Petrarca per la poesia e Boccaccio per la prosa.
Bembo nega la dignità letteraria della lingua popolare e afferma la necessità di basarsi su modelli scritti, con
un'impostazione di tipo classicista: la lingua delle scritture “non deve a quella del popolo accostarsi, se non
in quanto, accostandovisi, non perde gravità, non perde grandezza”. Per questo motivo egli rifiuta la teoria
cortigiana che proponeva il modello della lingua colta in uso nelle corti dell’epoca. A questa teoria Bembo
rimprovera di non essere sostenuta da una uniforme e consolidata tradizione letteraria. Il centro della
teorizzazione di Bembo è costituito dalla discussione sul modello linguistico da adottare per la produzione
scritta. Questo modello è individuato nel canzoniere di Petrarca e nel Decameron di Boccaccio. Per quanto
riguarda Dante è sì indicato come modello, ma non è in primo piano. Di Dante, Bembo non gradisce le
frequenti discese della Commedia verso un registro più basso e colloquiale (Le parole rozze e disonorate di
Dante, Malalingua). L'esclusione del parlato avviene anche nella prosa, nonostante sia indicato come
modello il Decameron di Boccaccio per la prosa, perché quest'ultimo è soggetto ad una attenta operazione
di selezione del materiale, lo stile da imitare e quello della cornice del Decameron e non lo stile delle
novelle. Le cornici del Decameron sono caratterizzate da soluzioni auliche e da una sintassi molto
latineggiante, mentre i dialoghi delle novelle, dato che sono una riproduzione del parlato non sono
valorizzati da Bembo. Il primato della lingua è indicato da Bembo nel fiorentino, ma non nel fiorentino
contemporaneo. Per Bembo il volgare ha raggiunto la sua massima espressione nel 300, grazie ai grandi
autori e scrittori fiorentini trecenteschi e poi ha iniziato la sua fase discendente nel 400. L'intellettuale
veneziano osserva che i fiorentini contemporanei possono apparire avvantaggiati per la vicinanza della loro
lingua a quella letteraria, ma risultano svantaggiati perché tendono ad accogliere nello scritto le forme del
toscano contemporaneo, molto diverse da quelle del 300. Infatti si parla di un fiorentino aureo, che è quello
degli scrittori trecenteschi e di un fiorentino argenteo, perché nel 400 il fiorentino cambia notevolmente e
non è più quello del secolo prima. Bembo afferma che “viemmi talora in opinione di credere che l’essere a
questi tempi nato fiorentino, a ben volere fiorentino scrivere, non sia di molto vantaggio”.
Questa scelta Arcaizzante di Bembo determinerà un' iniziale difficoltà di penetrazione del suo modello
linguistico proprio in Toscana. Uno degli elementi che decreteranno invece il successo del canone
bembiano è il fatto che i suoi precetti non rimangano astratti: il terzo libro delle “Prose della Volgar Lingua”
contiene una vera e propria grammatica basata sul toscano trecentesco virgola che agevolerà il processo di
appropriazione della lingua dei classici da parte degli scrittori punto ad esempio, una forma moderna come
imperfetto io amavo viene esclusa perché nelle tre corone (Dante Petrarca e Boccaccio) si trova sempre io
amava (con Manzoni si usa io amavo), ugualmente non sono ammesse forme del parlato come i pronomi lui
e lei in funzione di soggetto. Rispetto alla grammatica di Fortunio, che accoglieva una serie di forme
concorrenti, Bembo si mostra più selettivo ad esempio approva il numerale “due” nella prosa, ma afferma
che nella poesia si deve utilizzare “duo”, facendo spesso differenze tra prosa e poesia.

Lingua Cortigiana
Nel vasto panorama delle teorie linguistiche alternative a quelle bembiane, si collocano alcune posizioni
che sono accomunate dall’individuazione di un modello sovra regionale. Alcune posizioni, quindi, vanno ad
individuare un modello di lingua sovraregionali e queste posizioni si innestano sul terreno preparato dallo
sviluppo delle lingue di Coinè, nelle corti del 400.
Per lingue di Coinè si intendono delle varietà in cui le forme più marcate dei volgari locali sono sostituite da
forme del latino o dello stesso toscano. Attorno al primo decennio del 500 la teoria cortigiana romana è
sostenuta da alcuni intellettuali come Mario Equicola, Vincenzo Calmata, Angelo Colocci, e quali indicano la
Corte di Roma come sede della varietà linguistica in grado di costruire una base per gli scambi comunicativi
tra le varie zone d'Italia. Roma poteva rappresentare un modello di lingua sovraregionali non troppo
distante dal toscano, data la forte toscanizzazione conosciuta dal dialetto romanesco tra 400 e 500.
La prima definizione della lingua cortigiana romana si deve a Mario Equicola, che nel “Libro de natura de
amore” (1505/1508). Nella lettera dedicatoria dell’opera, nella premessa, Equicola oppone al toscano una
lingua che lui definisce “cortesiana romana”, fortemente basata sul latino, ma con molti elementi tratti da
tutte le regioni d’Italia. In effetti nelle corti, vi arrivavano persone colte provenienti da tutte le regioni
d’Italia. Nell'edizione del 1525, Equicola modifica il riferimento alla lingua cortigiana romana, parlando di
comune italica lingua.
Di Vincenzo Colli, detto il Calmeta non ci è pervenuta la sua opera, “Il Trattato della Volgar Poesia” che
conosciamo solo per via indiretta, cioè la descrizione che ne fa il Bembo. Secondo Bembo, Calmeta era un
espositore di parte , perché egli indica come modello la lingua parlata alla Corte di Roma caratterizzata da
una mescolanza di diversi volgari, non solo italiani ma anche stranieri. Forse c'è una lettura più equilibrata
di Calmeta da parte di un letterato, Ludovico Castelmetro, che scrive di questi argomenti verso la metà del
500. Secondo quest'ultimo Calmeta si riferiva solo alla lingua poetica e non ha la lingua in generale e anzi
per la stessa lingua poetica, Calmeta considerava anche per la poesia, centrale il modello fiorentino da
prendere sui testi di Dante e di Petrarca, ma da aggiungervi la lingua della Corte di Roma. Per quanto
riguarda Angelo Colocci, egli scrive un'apologia di un’opera di un poeta del 500, Serafino Aquilano. Colucci
riconosce l'importanza delle tre corone, ma propone un allargamento del canone agli altri toscani antichi e
moderni, ai siciliani, ai lirici cortigiani del 400 e fa una nazione di riferimento al “comun uso” della lingua.
Successivamente Colocci arriva ad identificare la lingua comune con quella usata da Petrarca avvicinandosi
alle idee di Giovan Giorgio Trissino.
Un oppositore di Bembo: Giovan Giorgio Trìssino.
Trissino, vicentino, il suo pensiero orbita intorno alla negazione dell’eccellenza del fiorentino.
Nel 1524 Trissino entra in contrasto con gli ambienti fiorentini per una sua proposta di riforma ortografica,
che mira ad introdurre nuovi segni per rendere l’alfabeto latino più adatto alle necessità fonologiche del
volgare. Ad esempio propone di usare un segno diverso per le volgari E e O aperte e le E e O chiuse.
nel 1529 Trissino esprime la propria idea sulla questione della lingua nel dialogo “Il Castellano”, ambientato
nella fortezza romana di Castel Sant’Angelo, un dato che suggerisce un collegamento con la teoria
cortigiana. Nel dialogo sostiene che la lingua di Dante e Petrarca non sia “Fiorentina” bensì “italiana”,
perché conterebbe parole provenienti da ogni parte della penisola. Cita a riscontro poche forme ereditate
dalla tradizione precedenti, come i sicilianismi “aggio” (ho) e “poria” (potrei) o il provenzalismo “coraggio”.
Trissino compone anche una delle prime grammatiche dell’italiano, intitolata “Grammatichetta”, pubblicata
nel 1529. Rappresenta un tentativo di uniformare la polimorfia dell'italiano cortigiano e di conferirgli uno
statuto grammaticale autonomo, anteponendo spesso la forma cortigiana quella Toscana: il condizionale
“haveria”, “haverei”, “haverebbe”. È soprattutto un altro aspetto del pensiero di Trissino ad alimentare il
dibattito dell'epoca e cioè il fatto che già intorno al 1514 Trissino riscopre e fa circolare nell’ambiente
fiorentino il De Vulgari Eloquenza di Dante. Prima di lui non si conosceva il De Vulgari Eloquenza di Dante, è
lo stesso Trissino che si occupa di tradurre quest’opera e pubblica sia il testo originale che la traduzione nel
1529. La ricerca dantesca di un volgare curiale (della curia, della corte, cortigiano), che viene interpretato
da Dante come una lingua comune, una lingua delle corti virgola in particolare viene data molta importanza
al giudizio negativo di Dante nei confronti del fiorentino, che è letto in chiave Bembiana. Nasce così un
dibattito molto ampio che si concentra soprattutto sulle accuse di inautenticità dell'opera perché i fiorentini
si rifiutano di credere che questa sia un'opera autentica di Dante, lui stesso fiorentino che critica la propria
lingua.
La reazione fiorentina:
Ovviamente c'è una risposta Fiorentina alle idee di Trissino. La cultura Fiorentina da una sua risposta più
netta e più efficace alle teorie del Trissino, attraverso un opera di Machiavelli: “il discorso intorno alla
nostra lingua”, una breve opera anonima, probabilmente attribuibile a Machiavelli, scritta intorno al 1524.
In questa opera si dimostra non solo la superiorità del fiorentino su tutti gli altri volgari, ma anche in
contrasto con il pensiero di Bembo, la continuità del fiorentino cinquecentesco con quello trecentesco. Le
argomentazioni a favore di questa tesi sono individuate dal punto di vista fono morfologico. Viene
dimostrato infatti con una serie di paragoni tra forme fiorentine e forme settentrionali questa vicinanza. Ad
esempio il pronome io o il futuro verrà rispetto a mi e vegnirà. Successivamente l'autore di quest'opera
mette in scena un dialogo tra lo stesso autore e Dante. Dante riconosce gli errori delle proprie teorie,
ammettendo di aver scritto la Commedia in fiorentino e non in una lingua comune, come invece diceva
Trissino. Machiavelli, se è vero che lui l'autore dell'opera, nega l'esistenza di una lingua comune italiana e
osserva che tutte le lingue sono miste. Aggiunge che, se resta intatta la struttura fondamentale di una
lingua, l’accoglimento di parole forestiere non comporta la trasformazione in una lingua diversa:
“Quella lingua si chiama d’una patria, la quale convertisce i vocaboli ch’ella ha accattati da altri, nell'uso
suo, e è sì potente, che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro , perché quello che
ella reca da altri lo tira a se in modo che par suo”.

Anche altri letterati toscani si pongono sulla stessa linea di Machiavelli. Ricordiamo il senese Claudio
Tolomei che nel dialogo “il Cesano, della lingua Toscana” (1527-28), pur riconoscendo le differenze esistenti
tra il fiorentino altri volgari toscani, auspica l'estensione del primato linguistico all'intera regione: egli
propone di definire la lingua fiorentina non piè fiorentino, ma toscano. A metà nel 500 l’Accademia
Fiorentina, sostiene il primato del fiorentino contemporaneo attraverso gli interventi di vari letterati:
-Carlo Lenzoni, scrive un trattato “In difesa della lingua fiorentina e di Dante”, opponendosi alle idee di
Bembo.
-Pier Francesco Gianbullari scrive una grammatica del fiorentino (la prima stampata del fiorentino
contemporaneo), con il titolo “De la lingua che si parla e si scrive a Firenze” (1552), fa spazio ad alcune
forme comuni nel fiorentino moderno, come l’imperfetto “io ero”, il futuro “arò”, e il condizionale “arei”.

6/5

Questa ostilità fiorentina alle idee bembiane sarà superata del secondo 500 grazie alla negazione di due
trattatisti fiorentini: Benedetto Varchi con “L’ercolano” e Leonardo Saviati che scrive anche lui dei
commenti e dei trattati sulla lingua italiana. Entrambi cercarono di evidenziare i punti in comune tra la
lingua parlata a Firenze e la lingua letteraria del 300, aprendo così la strada al Vocabolario dell’Accademia
della Crusca (fondata nel 1582, con Saviati tra i suoi fondatori, e uscirà nel 1612).

Alessandro Manzoni:
Trecento, quattrocento e ottocento scandiscono gli eventi cruciali della storia della lingua italiana.
Se nell’età di Dante assistiamo all’esordio del processo di affermazione di una lingua comune fondata sul
toscano letterario e poi nell’età del Bembo si consolida quello stesso modello con una sistemazione
normativa delle Prose Della Volgar Lingua, sarà con Manzoni nell’800 che avverrà l’avvio dell’estensione
dell’italiano dall’uso scritto di una minoranza colta all’uso scritto e parlato dell’intera comunità nazionale.
questi progressi si inseriscono in un quadro culturale ancora disgregato e precario. Le possibilità
comunicative di cui disponevano nella prima metà dell’800 erano sostanzialmente due. Due erano i poli
entro i quali si offriva il ventaglio delle opportunità linguistiche: il proprio dialetto per il parlato, la lingua
letteraria per la comunicazione scritta. Ad eccezione dell’Italia centrale (Toscana e Roma), dove lingua
scritta e parlata sono molto vicine, quasi da sovrapporsi, il principale strumento dell’uso è il dialetto.
Esempio a Venezia, nei tribunali i processi avvenivano in dialetto, come nella corte di Napoli. Vari
intellettuali avvertono questa separazione tra il parlato e lo scritto come un dato immodificabile. A questo
proposito lo stesso Manzoni scrive nel 1806 ad un intellettuale francese Claude Fauriel: “Lo presente d'Italia
divisa in frammenti, la pigrizia e l'ignoranza quasi generale hanno posta tanta distanza tra la lingua parlata e
la scritta, che questa può dirsi quasi lingua morta. Vi confesso che io leggo con un piacere misto di invidia il
popolo di Parigi intendere e applaudire alle commedie di Moliere.”
Anche lo stesso Leopardi nello Zibaldone, nel 1821, affermò: “per rimettere in piedi la lingua italiana
bisognerebbe mettere prima in piedi l’Italia e gli italiani”. In Manzoni così come in Leopardi è molto forte il
nesso tra la meditazione linguistica e la prassi letteraria, in particolare Manzoni (1785, a Milano-1873) si
caratterizza per una forte sua volontà di intervento civile e per una effettiva capacità di influire
sull’evoluzione della lingua italiana. Con la lettera a Giacinto Carena, del 1847, Manzoni chiarisce le linee
del suo pensiero sulla lingua italiana. Manzoni illustra per la prima volta il proprio pensiero linguistico,
soffermandosi in particolare sulla varietà di quelli che oggi chiamiamo geosinonimi, cioè parole che si usano
in varie zone, in maniera diversa per indicare la stessa cosa. Critica quindi la scelta di Carena, fatta nel
Vocabolario Domestico pubblicato nel 1846, di presentare le varianti dialettali dei vocaboli, invece di
riportare solo la variante fiorentina. Geosinonimi: Papà/Babbo, Spigola/Branzino (al Nord), Ciliegie/Cerase
(al sud), Marinare la scuola/Fare sega (Lazio), fare forca (toscana), frappe/cenci (in toscana).
La critica che Manzoni rivolge a Carena riguarda il fatto che secondo l’autore dei Promessi Sposi, non ci
giova l’avere più termini per lo stesso concetto. Egli si scaglia contro la frammentazione lessicale regionale.
Dopo l’unità d’Italia, Manzoni aveva assunto il ruolo di nume tutelare della lingua italiana, grazie al suo
romanzo che è stato molto apprezzato, per questo venne nominato Presidente della Commissione per
l’unificazione della lingua, commissione voluta dal ministro dell’istruzione Emilio Broglio. Proprio in questa
veste di presidente scrive la relazione dal titolo “Dell’Unità della Lingua e dei Mezzi per Diffonderla” (1868).
Qui propone dei capisaldi teorici della concezione linguistica manzoniana:
- Il carattere sociale e non letterario della lingua. La lingua è un fatto sociale non letterario.
- Priorità del parlato sullo scritto
- Promozione di una lingua nazionale unitaria basata sul fiorentino contemporaneo.
Per Manzoni la lingua è un bene collettivo, non è un patrimonio riservato a poche persone colte. Ne deriva
da un lato il rifiuto del Purismo di Bembo e dall’altro lato Manzoni afferma la preminenza dell’uso (“l’uso è
il signore delle lingue”). Si tratta di un’affermazione rivoluzionaria, per la prima volta si riconosce il diritto di
apprendere una lingua degna di essere scritta, dalla viva voce di qualcuno piuttosto che dalla biblioteca dei
classici. La base migliore è la parlata fiorentina. La lingua deve essere viva e vera. Viva perché dev’essere
parlata e vera perché deve essere presente in una realtà sociale e non dev’essere inventata da un letterato.
Sicuramente i Promessi Sposi hanno favorito la fortuna delle teorie manzoniane, che ebbero una grande
influenza sulla formazione linguistica di molti italiani. Va detto anche che l’edizione definitiva del romanzo,
la qurantana, edizione del 1840 costituisce l’approdo di un lungo e laborioso percorso correttorio di
revisione linguistica, il cui svolgimento procede in rapporto alla riflessione linguistica. Nel primo abbozzo
del romanzo, intitolato Fermo e Lucia, è stata composto tra il 1821-23 e pubblicato nel primo 900. Qui
Manzoni si era orientato verso una lingua eclettica che lo stesso Manzoni definisce “un composto indigesto
di frasi un po' toscane, un po' lombarde, un po' francesi e un po' latine e addirittura di frasi che non
appartenevano a nessuna di queste categorie”. Con l’edizione del 1927 l’autore intende conferire un
assetto più omogeneo e un tono più naturale alla lingua del romanzo. Per fare ciò compie un primo passo
significativo nella direzione del toscano, solo che si trattava di un toscano assunto solo per via libresca e
non dal parlato. Egli faceva riferimento a strumenti come il Vocabolario Milanese Italiano di Francesco
Cherubini per verificare se una parola milanese corrispondeva alla parola fiorentina. Aveva consultato
anche la Crusca Veronese dell’Abate Antonio Cesari, un purista, quindi aveva idee completamente diverse
da quelle manzoniane. Tuttavia non è contento del risultato perché si tratta di un toscano assunto per via
libresca, e non dal parlato. nello stesso 1827, convinto ormai di non poter far riferimento ai libri, ma di
dover andare alla fonte del parlato, si reca a Firenze per la così detta risciacquatura nell’Arno dei panni
linguistici. Da così via al processo di adeguamento del romanzo al parlato dei fiorentini colti. Va detto che
pur orientandosi verso l’uso colto, si rivolge per la revisione linguistica non solo a letterati ma anche ad una
semplice insegnante domestica, Emilia Luti, nonché la tata della nipote. L’esito finale è stato appunto
l’edizione definitiva de I Promessi Sposi del 1840. Nel passaggio dalla ventisettana alla quarantana, Manzoni
non rinuncia alla qualità dello stile, ma opera sistematicamente sul piano fonetico, morfologico, sintattico e
lessicale per realizzare il suo ideale di una lingua “naturale e scorrevole”. Nel passaggio dalla ventisettana
alla quarantana assistiamo alla caduta di forme letteraria antiquate e provinciali, sostituite con elementi
linguistici più vicini all’uso colloquiale di Firenze. Possiamo ricordare per esempio la riduzione del dittongo
dopo consonante palatale: spagnuolo diventa spagnolo, giuoco diventa gioco. Oppure preferisce lui ad egli,
evidentemente perché aveva notato che era più frequente nel parlato. Vi è l’eliminazione di lombardismi:
saccoccia viene sostituito con tasca. Eliminazione di doppioni fonomorfologici: eguaglianza diventa
uguaglianza, col diventa con il, pel diventa per il. Introduce strutture irregolari e spezzate che caratterizzano
il parlato: s’aggiunga il supplizio di quattro disgraziati che diventa s’aggiunga quattro popolani. Si rese conto
che questa discordanza tra il verbo e il soggetto era frequente nel parlato. Oppure avrete pane diventa
pane, ne avrete (classica dislocazione a sinistra), come “noi monache ci piace di saper le cose per minuto”.

Sarebbe sbagliato interpretare la fiorentinità linguistica dei Promessi Sposi, in senso restrittivo, perché
questa fiorentinità linguistica ha per obbiettivo il fare un passo avanti verso un italiano nazionale non solo
scritto ma anche parlato. la soluzione di Bembo era una soluzione nazionale, ma letteraria e dall’altra parte
vi era una soluzione regionale, ma impopolare. Tra queste due strade Manzoni individua una terza
soluzione, quella di una lingua nazional popolare del fiorentino vivo. Manzoni si è dedicato per molti anni,
dal 1830 al 1859 alla stesura di un trattato linguistico intitolato “Della Lingua Italiana” che però non riuscì a
portare a termine. Manzoni voleva ottenere l’unità della lingua. La questione della lingua, si pone per la
prima volta in termini sociali assai vasti: la lotta all’analfabetismo e il problema di una mancata lingua
comune sono problemi che impegnano a fondo la nuova classe dirigente. Manzoni nel trattato del 1868
propone di spedire insegnanti toscani in tutta la penisola, per di più propone un vocabolario dell’uso vivo
fiorentino e la sua adozione in edizione economica da parte di ogni scolaro. Queste tesi manzoniane
conobbero in ambito scolastico una discreta fortuna, infatti insegnanti toscani si sono trasferiti
provvisoriamente, si sono corretti i termini dialettali dei parlanti delle altre regioni e infine si è provveduto
alla circolazione del vocabolario di Giorgini Broglio. Tuttavia per diverse ragioni le proposte manzoniane
non potevano raggiungere concretamente l’obbiettivo di toscanizzare il paese, questo perché si era affidato
al solo sistema scolastico questo incarico, senza considerare quanto fosse disuguale l’organizzazione
scolastica nelle diverse regione, essa per di più subiva un tasso di evasione scolastica altissima, nonostante
la legge Casati che segnava l’obbligatorietà delle scuole elementari.
Prendendo spunto dall’uscita del primo volume del novo vocabolario della lingua italiana, il grande linguista
Graziadio Isaia Ascoli, pubblica nel 1873 “l’Archivio glottologico italiano”. Qui Ascoli critica la forma “novo”
anziché “nuovo” nel titolo del vocabolario, perché questa riduzione del dittongo è un fiorentinismo
eccessivamente marcato, dal momento che il resto d’Italia è schierato per la forma “nuovo”. Ne deduce
anche che abbracciando in toto il fiorentino si compie una scelta non nazionale, ma municipale. Occorre
riconoscere che Firenze nella seconda metà dell’800, dopo l’Unità non è più il centro della vita culturale e
sociale italiana. Ascoli riconosce la mancanza di una lingua propriamente comune in Italia, ma al contrario
di Manzoni non suggerisce soluzioni per il problema del policentrismo italiano.
Secondo Ascoli le cause della mancanza di una lingua comune in Italia erano la scarsa densità della cultura e
l’eccessiva preoccupazione della forma. Ascoli ritiene che senza un allargamento della cultura la lingua non
si sarebbe potuta perfezionare. Ascoli in qualche modo anticipa quello che poi accadrà con i successivi
rimescolamenti demografici nella fase post unitaria e al tempo stesso riconosce che la mancanza di una
lingua comune dipendeva dalle carenze sociali e culturali del paese, a cominciare dai limiti del sistema
scolastico e dal problema dell’analfabetismo. D’altro canto egli difendeva il registro formale della scrittura,
ed era contro il far sempre riferimento alla lingua colloquiale. Il solco che separa Manzoni e Ascoli è
notevole anche se hanno in comune l’individualizzazione del fiorentino come base per l’italiano e la volontà
di diffondere la cultura a tutta la penisola. Ascoli a differenza di Manzoni, ha colto il nesso tra la questione
linguistica e la questione sociale.
13/5

Varianti dei Promessi Sposi tra la ventisettana e la quarantana:


Soliloquio di don Abbondio (cap. 23). A Don Abbondio è stato chiesto dal cardinale Borromeo di
accompagnare l’innominato verso il castello in cui è stata imprigionata Lucia, così lui dà sfogo ai suoi
sentimenti nel soliloquio. Il testo grande e della quarantana, mentre il testo piccolo, scritto sopra è della
ventisettana. Si chiama edizione interlineare per questo motivo, si vedono le differenze tra le 2:00 edizioni
del romanzo. Le linee lunghe ci indicano fino a che punto dobbiamo arrivare per il cambiamento (che può
essere anche un apostrofo o una virgola). in neretto sono indicate le aggiunte.
Ventisettana / Quarantana
Ribaldo matto/ Matto birbone. Cambia ribaldo con birbone perché evidentemente ha preferito un termine
più colloquiale, che ha sicuramento sentito dai parlanti di Firenze. Assistiamo ad una decrescita della
letterarietà.
Che cosa / Cosa. Passaggio dalla forma tradizionale che cosa ad una forma più colloquiale cosa, è forma più
comune nel parlato, anche oggi punto questa era l'unica forma utilizzata nel settentrione, non solo era una
forma che aveva sentito nel toscano, ma corrispondeva all’uso generale nel settentrione punto oggi cosa
ampiamente diffuso.
il più Beato del questo mondo / il più Felice di questo mondo. Il termine felice e probabilmente più
semplice rispetto a beato.
Tantino / Pochino. Poca differenza.
Egli / Lui. La frase nominale evoca il discorso diretto. Questo brano non è un discorso parlato ma è un
soliloquio, un discorso pensato. Prima c'era Ehi, una forma tradizionale, poi è stato corretto con lui. Bembo
aveva scritto che bisognava usare egli. Notiamo una notevole innovazione. Manzoni aveva notato che la
forma normale nel parlato, quella più diffusa Firenze, era lui e non egli. In vari casi man zoni lascia egli
quando si riferisce a persone importanti e altre volte quando si può eliminare direttamente il soggetto.
Egli giovane / Lui giovine. All'epoca giovane e giovine erano equivalenti. Probabilmente Manzoni aveva
sentito Giovine a Firenze ecco perché lo ha sostituito.
Ha male di troppo bene / gli dà noia il bene.
Pel prossimo / Per gli altri. Nel romanzo del 40 troviamo “per gli”, forma analitica, sempre preferita a “pel”.
Fare il mestier di / Far l’arte di. Michele Panicchi era un fiorentino che aveva smesso di lavorare. Per questo
l’espressione fa riferimento al non far nulla. prima l’apocope era in mestier, successivamente in far.
Signor no / No signore.
Femine / Femmine. Femine nell’800 era ormai forma antiquata. Manzoni l’aveva utilizzata perché era un
latinismo. Nel settentrione c’è scempiamento di tutte le consonanti doppie, quindi oltre al latinismo c’era
anche l’uso locale.
Mondo: / Mondo;
Vuole / Vuol. Anche qui troviamo l’apocope. Nel fiorentino parlato l’apocope non è così tanto ricorrente, è
Manzoni che ne fa largo uso.
Costui? / Costui!
Le correzioni sono puramente formali, perché a Manzoni interessa lavorare sulla lingua e non sul
contenuto.

 vuol(e) con dittongo, in precedenza uomo, e così buono, cuore, nuovo; con il passare degli


anni Manzoni più incline al monottongo.
 colle  > con le vd. sopra.
 sceleratezze vd. femine per lo scempiamento.
  colla  > con la vd. sopra.
 sperienza già all’epoca era forma antiquata.
 facciano  > faccian apocope.
  come ho  > com’ho elisione, influenza del parlato.
 vuol, galantuomo ancora dittongo.
 si deve + infinito: spesso sostituito da s’ha da o anche s’ha a.
  La penitenza si può farla: dislocazione a sinistra.
  s’ha; tant’apparato, tant’incomodo: elisione sistematica, anche per il tipo l’uve femm. plur.

Fattori di unificazione linguistica dopo l’unità:


1. Accentramento degli organi amministrativi e burocratici
2.Esercito nazionale e servizio di leva obbligatorio
3.Potenziamento della scuola pubblica: legge Casati (1859) e legge Coppino (1882)
4.Grammatiche, dizionari, giornali, libri di grande successo popolare: Pinocchio di Carlo
Collodi, Cuore di Edmondo De Amicis, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene di Pellegrino
Artusi 
5.Movimenti migratori, facilità di spostamenti e comunicazioni (treno, automobile ecc.) 
6.Nuovi mezzi di comunicazione di massa: radio, cinema, televisione

Italiano dell’uso medio e neo-standard:


 Italiano dell’uso medio (Francesco Sabatini) o neo-standard (Gaetano Berruto):
nozioni introdotte alla metà degli anni Ottanta del secolo scorso per individuare una
nuova varietà linguistica ampiamente utilizzata nell’uso parlato e nello scritto di media formalità.
 Tratti caratteristici: dislocazioni; che polivalente e indeclinato; ci attualizzante
o rafforzativo; tendenza a sostituire il congiuntivo con l’indicativo dopo
i verba  putandi; concordanze ad sensum; pronomi lui, lei, loro in funzione di soggetto; pronome
personale gli per le e (a) loro.
 Graduale accettazione di fenomeni linguistici già presenti da secoli nell’uso parlato,
ma tenuti ai margini dell’italiano scritto dal rigido atteggiamento normativo delle grammatiche.
 Il progressivo avvicinamento tra la lingua scritta e la lingua parlata ha contribuito
a favorire il parallelo avvicinamento tra l’italiano delle grammatiche e l’italiano corrente, cioè tra
un ideale astratto e la realtà dell’uso.

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