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TEMA 3

Parte 3: I dialetti siciliani

1. INTRODUZIONE

I dialetti siciliani fanno parte di una suddivisione dei dialetti centromeridionali che vengono
chiamati generalmente dialetti meridionali estremi, alla quale appartengono anche altre due
realtà linguistiche continentali, il salentino (nella Puglia meridionale) e il calabrese centromeri-
dionale. Con essi i dialetti siciliani condividono varie caratteristiche linguistiche e una storia in
parte comune.
I dialetti siciliani sono parlati nell’isola di Sicilia e nelle piccole isole vicine (Eolie, Pantelleria,
Egadi, Lampedusa, ecc.). Il fatto di essere un’entità insulare rende più facile l’identificazione e
la fissazione dei confini dialettali. Nonostante sia accordata di solito ai dialetti siciliani una relati-
va omogeneità, è anche vero che al loro interno ci sono molte differenze. Basta per rendersene
conto questo esempio preso dalla monografia di Giovanni Ruffino (2001: 36), in cui vengono ri-
portate diverse forme di esprimere la frase italiana oggi sento un gran caldo:

Per quanto riguarda la divisione interna dell’area dialettale siciliana, si è soliti riconoscere tre
aree fondamentali: una occidentale (trapanese-palermitana-agrigentina), una centrale (Enna-
TEMA 3.3. VARIETÀ DIATOPICHE: DIALETTI SICILIANI

Caltanisetta) e una orientale (abbastanza eterogenea, per cui si riconoscono diverse subaree:
Messina, Catania, Ragusa, oppure zona nord-occidentale e zona sud-occidentale). A queste
divisioni soggiacciono alcune importanti isoglosse, come i limiti tra le zone metafonetiche e non
metafonetiche, l’evoluzione del gruppo latino -ND- o le forme di articolo.
La storia della Sicilia è una delle più complesse e tormentate di tutta l’Italia, un Paese a sua
volta anche complesso da questo punto di vista. La Sicilia è stata, per più di tre millenni, terra di
conquista da parte di svariati popoli, che hanno lasciato un’impronta linguistica e culturale più o
meno marcata.
Possiamo risalire al momento precedente le prime occupazioni in epoca storica per indicare
le lingue di sostrato. Si riconoscono in quel periodo tre popolazioni: i Sicani (nella Sicilia centra-
le), i Siculi (nella Sicilia orientale) e gli Elimi (nella Sicilia occidentale). Sono poche le notizie su
queste tre popolazioni: le lingue dei Siculi e degli Elimi sono probabilmente di tipo indoeuropeo,
mentre quella dei Sicani non lo sarebbe. A questi sostrati, di cui si conosce molto poco, sono
attribuiti alcuni fenomeni linguistici siciliani, come i suoni cacuminali (si veda dopo), nonché al-
cune parole e certi toponimi.
Si verifica poi la presenza, durata alcuni secoli, di Fenici e Cartaginesi sulle coste occidenta-
li, ma la prima importante colonizzazione dell’isola è quella dei Greci, che crearono in Sicilia
(nella costa sud e orientale) e nel continente (costa della Campania, della Calabria, della Basili-
cata e nel Salento) la cosiddetta Magna Grecia. La colonizzazione greca iniziò nell’VIII secolo
a.C. e si protrasse anche dopo la conquista romana e forse perfino dopo la caduta dell’Impero
romano: è stato quindi un influsso profondo e duraturo, che si manifesta in tutti i livelli: fonetica,
morfologia, lessico, toponimia.
La conquista romana della Sicilia avviene nel III secolo a.C. e diventa la prima provincia ro-
mana. È questa dominazione che rende l’isola parte del dominio linguistico latino-romanzo. Do-
po la caduta dell’Impero romano c’è un breve periodo di circa un secolo nel quale è nelle mani
dei Goti (vandali e ostrogoti), che non lascia quasi tracce, dopodiché l’isola cade sotto il dominio
dei Bizantini (cioè i greci dell’Impero romano d’Oriente), che la tengono per un lungo periodo
(535-963) fino all’arrivo degli Arabi, che impiegheranno un secolo per la conquista di tutta l’isola
e che vi rimarranno come dominatori fino all’arrivo dei Normanni nel 1061. Questi provenivano
dal nord della Francia ed erano linguisticamente francesi. Altri dominatori, gli Svevi (di stirpe
germanica) e gli Angiò (francesi) dominano l’isola brevemente, ma in un periodo decisivo, fino
all’arrivo degli Aragonesi sotto la guida di re Pietro III (detto il Grande) nel 1282. Inizia un lungo
periodo che vedrà prima insediarsi nell’isola gli Aragonesi e i Catalani, a cui succedono dopo il
1516 gli Spagnoli, che resteranno a sua volta fino al 1713. Tutti questi popoli hanno lasciato
tracce ben visibili nei dialetti siciliani e nella stessa Sicilia. Ciò si riflette ad esempio, come si
vedrà dopo, nella variegata composizione del lessico siciliano.
Una varietà illustre del volgare siciliano è stata la lingua della prima scuola poetica italiana:
la Scuola siciliana, fiorita nella corte dell’Imperatore Federico II, una varietà è valutata molto po-
sitivamente da Dante nel suo De vulgari eloquentia.

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TEMA 3.3. VARIETÀ DIATOPICHE: DIALETTI SICILIANI

Dal punto di vista sociolinguistico, la Sicilia è una delle regioni in cui l’uso del dialetto è più
saldo, anche se l’italiano, come nel resto dell’Italia, è ormai conosciuto da tutti i cittadini. Se-
condo il rapporto Istat 2015 l’uso prevalente o esclusivo dell’italiano in Sicilia ammonta al 26,6%
dei parlanti, mentre il ricorso al dialetto nei diversi contesti relazionali e soprattutto in famiglia è,
nello stesso territorio, del 68,8%.
Oltre all’italiano e ai dialetti siciliani ci sono altre due realtà linguistiche che si devono men-
zionare. Da una parte abbiamo l’insieme delle cosiddette colonie gallo-italiche, una decina di
località della Sicilia orientale dove ancora oggi circa 60.000 persone parlano dialetti di origine
piemontese, dato che il suo insediamento risale a antiche emigrazioni partite dal marchesato di
Monferrato, durante i secoli XI-XIII.1 L’altra minoranza linguistica presente in Sicilia è quella al-
banese, in tre comuni in provincia di Palermo, con circa 9.000 abitanti.
I dialetti siciliani, come gli altri dialetti italiani, non godono di nessuna tutela legale. Cionono-
stante, il governo regionale ha emanato due leggi riguardanti il patrimonio linguistico e culturale
dell’isola.2 Solo la minoranza di lingua albanese è tutelata dalla Legge 482/1999.
Nel 1951 è stato fondato il Centro di studi filologici e linguistici siciliani, che tuttora promuove
gli studi sul siciliano. Non esiste però nessun centro normativo per la cosiddetta lingua siciliana
e quindi non possiede una norma grafica e grammaticale uniforme accettata da tutti.
I dialetti siciliani sono diventati popolari, dopo molto tempo in cui erano percepiti negativa-
mente in quanto legati al mondo della delinquenza (mafia), grazie all’opera di grandi scrittori,
soprattutto Andrea Camilleri, scomparso nel 2019, Leonardo Sciascia o Vincenzo Consolo, pre-
sentatori come Fiorello o film e serie TV, in particolare quella del Commissario Montalbano, ba-
sata sui romanzi di Andrea Camilleri.

2. CARATTERISTICHE LINGUISTICHE

2.1. Fonetica

• Sistema vocalico speciale di 5 vocali toniche e 3 atone: è probabilmente la principale


caratteristica, comune agli altri dialetti meridionali estremi.
Posizione tonica Posizione atona
Ī Ĭ Ē > /i/
Ĕ > /ɛ/ Ē Ĕ Ī Ĭ > /i/
ĀĂ > /a/ ĀĂ > /a/
Ŏ > /ɔ/ Ō Ŏ Ū Ŭ > /u/
Ū Ŭ Ō > /u/

1
L’insieme delle colonie gallo-italiche viene chiamato anche la Lombardia siciliana, giacché i limiti di quella
regione del nord erano molto più ampi di ora e comprendevano anche parti del Piemonte attuale.
2
Legge regionale n. 85 del 6 maggio 1981 «Provvedimenti intesi a favorire lo studio del dialetto siciliano e
delle lingue delle minoranze etniche nelle scuole dell'Isola» e Legge regionale n. 9 del 31 maggio
2011 «Norme sulla promozione, valorizzazione ed insegnamento della storia, della letteratura e del patri-
monio linguistico siciliano nelle scuole».

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TEMA 3.3. VARIETÀ DIATOPICHE: DIALETTI SICILIANI

• Metafonesi di /ɛ/ e di /ɔ/ toniche (ma non di /a/): si produce in due aree della Sicilia:
a) Centrale: Caltanisetta, Enna. Esempi: bièḍḍu, bièḍḍi, beḍḍa ‘bello, belli, bella’ (Mis-
tretta), biḍḍu, biḍḍi, beḍḍa (Enna).
b) Sud-orientale: Ragusa.
Diverso è il fenomeno del dittongamento sistematico (quindi non metafonetico) di /ɛ/ e
di /ɔ/ toniche che si produce in un’area costiera che va all’incirca da Palermo fino a Ce-
falù e in altri punti delle province di Messina, Catania e Siracusa. Esempi: bieḍḍu,
bieḍḍi, bieḍḍa; muortu, muorti, muorta.
• Betacismo, cioè passaggio da /b/ a /v/, fenomeno diffuso anche in tutti i dialetti meridio-
nali, ma assente nella Sicilia nord-orientale. Esempi: vucca ‘bocca’, varva ‘barba’, viviri
‘bere’, vestia ‘bestia’, voi ‘bue’.
• Rotacismo di /d/, cioè passaggio a /r/, in tutta l’isola tranne la zona centrale, più conser-
vativa. Esempi: renti/rienti ‘dente’, pere ‘piede’, viriri ‘vedere’, rari ‘dare’, cririri ‘credere’,
rici ‘dieci’…
• La doppia -LL- latina diventa un suono cacuminale o retroflesso: /ḍḍ/. Es.: stidda ‘stella’,
Turiddu ‘Torello > Salvatore’, gaddina ‘gallina’, iddu ‘lui’... Il fenomeno si verifica anche
in Sardegna e in altri punti isolati della Penisola.
• Pronuncia anche cacuminale o retroflessa della T nel gruppo (S)TR: /ṭ/ Es.: stranu, patri
‘padre’...
• I nessi consonantici latini CL e PL, al pari della maggior parte dei dialetti meridionali,
produce /kj/. Esempi: chianu ‘piano’, chioviri ‘piovere’, chiavi ‘chiave’, chiovu ‘chiodo’. I
risultati della Sicilia nord-orientale e di quella sud-orientale sono diversi, rispettivamente
/ggj/ e /ʧ/: gghianu / cianu, gghioviri / cioviri, gghiavi / ciavi, gghiovu / ciovu.
• Il nesso consonantico latino FL dà quasi dappertutto /ʧ/. Esempi: ciumi ‘fiume’, ciuri ‘fio-
re’.
• I nessi ND, MB e LD subiscono l’assimilazione progressiva: > /nn/, /mm/ e /ll/, tranne
l’area nord-orientale. Esempi: strammu ‘strano’, quannu ‘quando’, funnu ‘fondo’, unni (<
UNDE) ‘dove’, callu ‘caldo’3. Il fenomeno è comune a tutta l’Italia centro-meridionale e
anche di zone della Toscana meridionale.
• Vocalizzazione della /l/ in posizione implosiva. Esempi: autu ‘alto, fausu ‘falso, fauci ‘fal-
ce’, caudu ‘caldo’.

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Il passaggio LD > /ll/ è molto meno diffuso, giacché esistono altri esiti, come caudu e casdu.

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2.2. Morfologia

• La Sicilia è divisa in due per quanto riguarda le forme di articolo determinativo: parte
della Sicilia occidentale adopera gli articoli lu, la, li, mentre il resto prende gli articoli u,
a, i. Si veda il capitolo 7 della prima parte di questo tema.
• Le forme più diffuse dei pronomi tonici di prima e seconda persona plurale sono nuatri e
vuatri.
• I pronomi tonici di prima e seconda persona singolare sono: a mia e a tia.
• Le terminazioni dell’infinito restano salde. Difatti è uno dei pochi dialetti che mantiene
l’ultima sillaba di questa forma verbale. Le terminazioni sono: -àri, -iri e -íri. Esempi: ac-
cattàri ‘comprare’, vulíri ‘volere’, trasíri ‘entrare’, nèsciri ‘uscire’. La vocale finale
dell’infinito non cade nemmeno quando si aggiunge un pronome riflessivo: accattarisi
‘comprarsi’.

2.3. Sintassi

• L’ausiliare aviri ‘avere’ sostituisce essiri ‘essere’ anche con i verbi intransitivi e riflessivi.
Esempi: avìa iutu ‘era nadato’, s’avìa lavatu ‘si era lavato’.
• È molto tipica la collocazione del verbo alla fine della frase, come in malatu sugnu ‘sono
malato’. Questo uso si passa anche all’italiano regionale siciliano. Lo si trova anche
nell’ormai celebre “Montalbano sono”, con il quale l’omonimo commissario creato da
Camilleri risponde al telefono.
• L’unico tempo del passato (oltre all’imperfetto) è il passato remoto, anche per indicare
avvenimenti recenti. Esempio: vinisti? ‘sei venuto?’
• Per introdurre il complemento di stato in luogo, oltre alla preposizione in si usa ntu (<
INTU).

• Gli avverbi di modo (compresi quelli in -mente) sono sostituiti dalle forme aggettivali.
Esempi: parra bonu ‘parla bene’, parra tintu ‘parla male’, è veru sicca ‘è veramente ma-
gra’.

2.4. Lessico

È il lessico che riflette di più i diversi influssi dei popoli che sono passati dalla Sicilia lungo la
sua storia. Basandosi su in dizionario etimologico siciliano, l’articolo “Lingua siciliana” della Wi-
kipedia italiana offre i seguenti eloquenti dati:

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Ecco alcuni esempi:


- Dal greco: babbiari ‘scherzare’, carusu ‘ragazzo’, nicu
‘piccolo’, ntamari ‘sbalordire’, tabbutu ‘bara’, tuppia-
ri/tuppuliari ‘bussare’.
- Dall’arabo: carrubba ‘carruba’, mischinu ‘poverino’,
noria, saia ‘canale’ (cfr. sp. acequia), taliari ‘guardare’,
zagara (sp. azahar).
- Dal francese (normanno): accattari ‘comprare’, appu-
jari ‘appoggiare’, vucceri ‘macellaio’, custureri ‘sarto’,
giarnu ‘giallo’, magasinu ‘magazzino’, quasetti ‘calze,
calzini’, mustazzu ‘baffi’, raggia ‘rabbia’, tummari ‘ca-
dere’.
- Dal catalano: acciaffari ‘schiacciare’, addunarisi ‘accorgersi’, arriminari ‘mescolare’, fustu-
nnachi ‘carote’, nzirtari ‘indovinare’, pila ‘lavandino’, sgarrari ‘sbagliare’.
- Dallo spagnolo: ajeri ‘ieri’, attrassari ‘ritardare’, lastima ‘fastidio’, scupetta ‘fucile’, pignata
‘pentola’, sartania ‘padella’, simana ‘settimana’, struppiarisi ‘guastarsi’, zita ‘fidanzata’.
Diverse delle soluzioni lessicali preferite dai dialetti siciliani, probabilmente per via di alcune
delle vicende storiche finora segnalate, divergono da quelle dei dialetti meridionali e vanno in-
vece d’accordo con il nord e con la Francia. Ecco alcuni esempi: aviri/tenere, testa/capu, an-
ca/gamma, agugghia/agu, pumu/milu, racina/uva, orbu/cecatu, truvari/asciare, dumani/crai, ta-
stari/pruvà, saltari/zompare…
L’italiano possiede un numero scarso di parole di origine siciliana (da non confondere con i
sicilianismi, cioè le parole usate solo nell’italiano regionale siciliano), in tutto 19 stando ai dati
forniti dal Vocabolario Zingarelli. Esempi: canestrato ‘tipo di formaggio’, cirneco ‘razza di cane’,
curatolo ‘sorvegliante agricolo’, marranzano ‘scacciapensieri’, quaquaraquà ‘persona di scarso
valore’, cannolo ‘tipo di dolce’. Alcune parole riguardano il mondo della mafia: cosca ‘gruppo di
mafiosi’, pizzino ‘bigliettino mafioso’, picciotto ‘giovane mafioso’; o quello della politica: intrallaz-
zare, intrallazzo ‘imbroglio’.
Infine si possono identificare alcune parole usate nell’italiano regionale dell’isola, in tutto una
quindicina secondo lo stesso Vocabolario. Esempi: minchiata ‘sciocchezza’, minchia!, paracqua
‘ombrello’, picciotto ‘giovane’, carnezzeria ‘macelleria’, caruso ‘ragazzo’, mascariare ‘sporcare’,
stutare ‘spegnere’, tabuto bara’.

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3. BIBLIOGRAFIA, SITOGRAFIA

AVOLIO, Francesco (2010): “Dialetti siciliani, calabresi e salentini”, in R. Simone (dir.) Enciclope-
dia dell’italiano. Roma: Istituto Treccani, s.v. (anche in rete:
<http://www.treccani.it/enciclopedia/siciliani-calabresi-e-salentini-dialetti_%28Enciclopedia-
dell%27Italiano%29>)
DEVOTO, Giacomo - GIACOMELLI, Gabriella (1972): I dialetti delle regioni d'Italia. Firenze: Sanso-
ni.
GRASSI, Corrado - SOBRERO, Alberto A. - TELMON, Tullio (2003): Introduzione alla dialettologia
italiana. Roma-Bari: Laterza.
LEONE, Alberto (2003): L’italiano regionale di Sicilia. Bologna: il Mulino.
LOPORCARO, Michele (2009): Profilo linguistico dei dialetti italiani. Bari: Laterza.
MAIDEN, Martin - PERRY, Mair (1997): Dialects of Italy. London: Routledge.
PELLEGRINI, Giovan Battista (1977): Carta dei Dialetti d’Italia. Pisa: Pacini.
ROHLFS, Gerhard (1966-69): Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti. Torino:
Einaudi.
RUFFINO, Giovanni (2001): Sicilia. Bari: Laterza.
WIKIPEDIA: “Lingua siciliana” <https://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_siciliana> [consultazione: 20
novembre 2020]
Lo Zingarelli 2020. Vocabolario della lingua italiana. Bologna: Zanichelli, 2019.

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