Sei sulla pagina 1di 17

Storia della lingua italiana.

Storia, testi,
strumenti
Capitolo 1: Varietà dello spazio linguistico italiano
1. L’italiano tra le lingue europee
L’italiano appartiene alla famiglia linguistica indoeuropea. Nel Cinquecento, con le conquiste
coloniali, alcune lingue indoeuropee arrivarono in altri continenti. In Europa sono indoeuropei i tre
grandi gruppi linguistici maggioritari:
- Romanzo, tra cui si colloca l’italiano, il termine indica la continuazione dal latino parlato
anticamente a Roma
- Germanico, tra cui si colloca inglese e tedesco
- Slavo
Le lingue romanze, dette neolatine, sono l’italiano e i suoi dialetti, il portoghese e il gallego, lo
spagnolo, il catalano, il francese, il provenzale e il rumeno. La somiglianza di gran parte del lessico
delle lingue romanze rivela la loro comune origine latina. Il prestigio e il fascino di una lingua, non
dipendono solo dal dato quantitativo dei parlanti, ma anche dalla storia, dal patrimonio culturale e
dalla forza economica e produttiva della nazione che la parla. L’italiano è stato raramente una
lingua aggressiva sul piano politico-militare: nel quadro internazionale p legata piuttosto alla
ricchezza letteraria e artistica accumulata nel corso dei secoli.
2. Dove si parla l’italiano
L’italiano è parlato oggi in tutto il territorio della Repubblica italiana, di cui è “lingua ufficiale”.
L’italiano è parlato nello stato del Vaticano e nella Repubblica di San Marino, in alcuni Cantoni
della Svizzera. Ci sono inoltre piccole aree di italofoni in Slovenia e in Croazia. Si parla italiano nel
Nizzardo e nel Principato di Monaco e nelle ex colonie italiane, nell’ex protettorato di Rodi. Esiste
una cospicua comunità di emigrati italiani sparse in tutto il mondo.
3. Alloglotti d’Italia
In Italia esistono minoranza linguistiche, sono presenti gruppi alloglotti, di origini romanza e non
romanza. Parliamo di “penisole” di alloglotti quando are linguistiche più grandi, confinanti con il
nostro territorio nazionale, si estendono in parte anche all’interno dei nostri confini, chiamati anche
“continuità transfrontaliera”. Le “isole linguistiche” sono comunità di alloglotti molto piccole e
isolate, chiamate anche “colonie”.
La presenza di alloglotti sul suolo italiano ha dato luogo a discussioni sull’opportunità di interventi
di natura politica destinati a proteggere e rilanciare la specifica cultura di queste comunità. Il
problema si poneva soprattutto per i gruppi più deboli. Molti alloglotti parlano lingue del gruppo
romanzo. In Italia gli alloglotti sono:
- In Piemonte si parla provenzale.
- Il franco-provenzale è parlato in Valle d’Aosta, come anche il francese.
- Nelle valli alpine dolomitiche che fanno corona al gruppo del Sella si trovano le parlate
della cosiddetta sezione centrale dell’area ladina. Il ladino può essere considerato dal punto
di vista glottologico qualcosa di più di un semplice dialetto.
- Nella maggior parte del Friuli e della Carnia ci sono le parlate friulane
- Il sardo può essere considerato una vera e propria lingua, forse la varietà romanza più
conservativa rispetto al latino
- Il tabarchino, parlato nell’Arcipelago Sulcitano a sud-ovest della Sardegna
I gruppi alloglotti non romanzi in Italia sono:
- Tedeschi, comunità tedescofona che occupa l’alta valle dell’Adige o Sud Tirolo, ha uno
status di lingua ufficiale a Bolzano. Si parla tedesco anche nei cosiddetti Tredici Comuni del
Veronese e nei Sette Comuni del Vicentino, e le comunità tedesche del Piemonte e ella
Valle d’Aosta
- Le due isole greche presenti una in Calabria e nel Salento
- Le lingue slave si trovano nelle province di Udine, Gorizia e Trieste
- La lingua albanese, originata da un’immigrazione del XV secolo, è distribuita nella
provincia di Campobasso e nella provincia di Foggia.
I nuovi gruppi etnolinguistici stanno soppiantando per numero, importanza e peso sociale le vecchie
minoranze storiche. L’integrazione linguistica degli immigrati costituisce una sfida.
4. I dialetti d’Italia
L’Italia è la nazione europea più ricca e differenziata per varietà linguistica. L’italiano è stato per
secoli quasi esclusivamente idioma letterario, quando la lingua comunemente parlata nella vita
quotidiana era il dialetto locale. In origine l’italiano, o il toscano letterario, non era altro che uno dei
tanti dialetti italiani, nati tutti dal latino. Non si può stabilire una differenza assoluta tra dialetto e
lingua:
- La lingua è un dialetto che per cause storiche o abitudini culturali e sociali ha raggiunto uno
status superiore nell’uso e nella coscienza degli utenti
- Il dialetto ha corso in un’area più ristretta, ha un prestigio sociale minore ed è simbolo
dell’identità locale.
Si distinguono in Italia tre aree dialettali, la settentrionale, la centrale (molti fenomeni linguistici
propri di questi dialetti sono passati all’italiano standard) e la meridionale. La linea La Spezia-
Rimini divide i dialetti settentrionali da quelli centro-meridionali (è una vera frontiera linguistica),
la linea Roma-Ancona divide i dialetti centrali da quelli meridionali. La linea che delimita il confine
di un dato fenomeno linguistico nello spazio geografico prende il nome di isoglossa. Non sempre i
confini di un fenomeno linguistico sono chiari e univoci. Molto forte è la variabilità dei dialetti, che
mutano da luogo a luogo, anche all’interno di una stessa regione o di una stessa città. Il dialetto
resta un segno di identità locale, ed è lo strumento per la comunicazione con i familiari più stretti e
spesso più anziani, o con gruppi di persone che si identificano nella comunità e nel territorio. Sia il
dialetto sia la lingua possono avere una letteratura.
5. L’importanza della letteratura dialettale
La letteratura dialettale fa parte a pieno titolo della letteratura nazionale italiana. Si distingue
generalmente tra:
- Letteratura dialettale spontanea, l’autore sceglie il dialetto perché è sua lingua naturale,
senza alcun intento di contrapporsi alla lingua letteraria
- Letteratura dialettale riflessa, l’autore potrebbe benissimo usare la lingua italiana letteraria
perché rientra nel suo orizzonte linguistico, ma sceglie di usare il dialetto per ragioni che
possono essere espressive o ideologiche
Benché il toscano si sia affermato precocemente nell’uso scritto, spesso i dialetti furono
splendidamente utilizzati a scopo letterario, come nel caso di Belli, non tanto per polemica anti
toscana, quanto per svolgere funzioni differenti.
6. Gli italiani regionali
L’italiano non è parlato in modo uniforme nell’intero territorio nazionale. Le varietà di italiano di
italiano dipendono dalla distribuzione geografica e dall’influenza esercitata dai dialetti locali. La
caratterizzazione più evidente e immediata dei vari italiani regionali si ha a livello di pronuncia e di
prosodia. Le principali varietà di italiano regionale sono la settentrionale, la toscana, la romana, la
meridionale, la sarda. Poiché Roma, oltre che una metropoli, è la capitale della politica e dello
spettacolo, la sua varietà linguistica p risultata estremamente ricettiva, accogliendo molti elementi
estranei, dimostrando così una tendenza a smunicipalizzarsi. L’italiano è una lingua che per
tradizione è ricca di “ufficiali”, elevati, letterari, ma quando si passa a un contesto familiare e
domestico le differenze regionali si fanno marcate e si possono avere divaricazioni, esattamente
come accade anche nei dialetti. Si parla, in questo caso di geosinonimi, ossia di parole che
designano la stessa cosa con nomi diversi nelle diverse zone della Penisola. Si constata che i
geosinonimi si affiancano e sovrappongono ormai in maniera variegata e complessa, con scambi tra
zone e regioni, e solo in situazioni particolari sono di reale impaccio nella comunicazione del
parlante. L’italiano regionale è quello che parliamo ogni giorno nella vita quotidiana, perché i
regionalismi più vistosi si riscontrano a livello lessicale e fonetico più di rado a livello morfologico
e sintattico. Tanto più l’italiano è regionale quanto più informale e meno sorvegliata è la
conversazione.
7. L’italiano popolare
Il linguaggio è patrimonio di tutta la comunità dei parlanti. La lingua non può essere dunque
considerata proprietà esclusiva di singoli individui o delle classi più colte. L’interesse per il popolo
inteso in maniera moderna, per le masse più umili e incolte di regioni i cui dialetti fossero diversi da
quello toscano, è nato nell’Ottocento, con lo sviluppo delle scienze folcloriche e della dialettologia
scientifica. I linguisti hanno riscoperto il popolo studiando l’italiano dei semicolti, le persone solo
parzialmente alfabetizzate. I linguisti osservarono che il popolo postunitario era arrivato a utilizzare
una modesta lingua italiana, piena di elementi dialettali e di errori. Gramsci colse che “il processo di
formazione, di diffusione e di sviluppo di una lingua nazionale unitaria” era dovuto alle masse
popolari, viste come protagoniste di questo processo. Come anche Tullio De Mauro, che collegò la
storia linguistica ai grandi fatti sociali, assegnando alle masse popolari il ruolo di protagoniste.
Quindi, anche le masse popolari hanno partecipato indirettamente all’evoluzione della lingua, se
non altro subendo le conseguenze dei grandi processi di trasformazione sociale.
8. Testi antichi e moderni in italiano popolare
Per conoscere la complessità e ricchezza e variabilità della comunicazione linguistica, dobbiamo
ricorrere a queste scritture umili, assolutamente lontane dall’uso letterario, legate alla quotidianità
della vita e alle necessità pratiche, ben lontane dai “piani nobili”, dove stanno le classi colte.
Molte testimonianze di italiano popolare si ricavano da lettere familiari scritte da emigranti, da
soldati lontani da casa o da loro parenti. Le anomalie presenti in queste lettere rispetto alla norma
non devono essere intrepretate solo come errori, ma come documento dello sforzo di avvicinarsi
alla lingua italiana da parte di un dialettofono ad essa quasi estraneo, ed estraneo o quasi al mondo
della parola scritta.
9. L’italiano standard o comune
Il toscano è la parlata regionale che più si avvicina alla lingua letteraria, poiché la lingua letteraria
deriva appunto dal toscano trecentesco. L’italiano standard è una lingua che posiamo dire di tipo
neutro. L’italiano normato è stabilmente diffuso a livello scritto: è la lingua insegnata a scuola,
descritta nelle grammatiche, usata nei quotidiani, nella saggistica e in buona parte della letteratura.
Poco diffusa una pronuncia davvero standard, cioè priva di tratti marcati diatopicamente e
diastraticamente.

Capitolo 2: Nozioni elementari di fonetica e grammatica storica


1. La trascrizione fonetica
I sistemi di scrittura delle lingue naturali sono frutto dell’evoluzione storica della grafia. Manca
invece in questi sistemi l’univocità del rapporto tra suono e grafia. Oggi il sistema prevalente di
trascrizione fonetica adoperato dagli studiosi di tutto il mondo è l’IPA, International Phonetic
Alphabet. Esistono diversi livelli di scrittura fonetica: si distingue di solito tra i due sistemi di una
trascrizione “stratta” e una “larga”, la prima molto precisa, la seconda semplificata. L’alfabeto
fonetico nasce da una standardizzazione internazionale concordata a non è di uso agevole per tutti
gli utenti.
2. Fonetica e grafia dell’italiano
La fonetica studia la natura fisica dei suoni delle lingue. La fonetica articolatoria studia il modo in
cui i suoni delle lingue vengono articolati nell’apparato fonatorio umano. La lingua italiana ha un
sistema di sette vocali, perché la e e la o si distinguono in chiuse e aperte. Il fonema può essere
definito come l’unità distintiva minima priva di significato. Si distingue dal morfema, che invece è
portatore di significato. Le vocali si classificano in base al luogo di articolazione nella cavità orale
ovvero alla posizione che assume la lingua nella pronuncia del suono: centrale, anteriore o
posteriore, La vocale centrale o media è la a, le tre vocali anteriori o palatali sono i, è, è, le tre
posteriori o velari sono u, ò, o’. Tutte le vocali sono sonoro, sono infatti pronunciate facendo
vibrare le corde vocali.
La classificazione delle consonanti tiene conto di tre diversi fattori:
- Il modo di articolazione
- La vibrazione delle corde vocaliche
- Il punto di articolazione
Il sistema grafico dell’italiano è abbastanza coerente con la pronuncia. Sono pochi gli elementi
grafici dotati solamente di valore etimologico, come l’h di hanno.
3. Nozioni elementari di grammatica storica
Le modificazioni subite dal latino nel suo processo di trasformazione non sono state casuali.
Possono infatti essere individuate alcune regole di sviluppo. La grammatica storica si occupa dello
sviluppo diacronico della lingua. Le “leggi” della grammatica storica sono differenti da lingua a
lingua.
Il sistema vocalico dell’italiano, così come quello delle atre lingue romanze si è formato dallo
sviluppo del sistema vocalico latino. Dalle dieci vocali latine si passò così alle sette vocali toniche
dell’italiano. Il vocalismo atono dell’italiano, cioè quello che riguarda le vocali sulle quali non cade
l’accento tonico, non distingue tra chiuse e aperte, si riduce così a sole cinque vocali. Il vocalismo
è un elemento distintivo importante che può aiutare a stabilire la provenienza geografica di un testo.
L’anaforesi è un fenomeno tipico del fiorentino e di una parte della Toscana assente altrove. Dal
fiorentino, l’anafonesi è passata all’italiano: è una prova inequivocabile della fiorentinità de base
della nostra lingua. L’anaforesi è il fenomeno per il quale:
- /e/ tonica si trasforma in /i/ davanti a laterale palatale e davanti a nasale palatale
- /o/ tonica si trasforma in /u/ davanti a nasale velare.
La metafonesi è un fenomeno linguistico che non c’è in italiano, ma che si ritrova in alcune parlate
di area non toscana. La metaforesi consiste nella modificazione del timbro di una vocale per
influenza di una vocale che segue. Si ha quando le vocali finali /i/, /u/ influenzano la tonica che
precede, aumentandone la chiusura se è già chiusa, facendola dittongare se è aperta.
Le tre consonanti che in latino ricorrevano con particolare frequenza in posizione finale subiscono
nel passaggio all’italiano un indebolimento e poi un dileguo.
Le doppie latine si conservano in italiano e nei dialetti meridionali, ma non nelle parlate
settentrionali.
L’assimilazione è il fenomeno per cui un suono diventa simile a un altro che gli si trova vicino, può
essere di due tipi:
- Regressivo quando il suono che precede diventa simile a quello che segue
- Progressivo quando il suono che segue diventa simili a quello che precede.
Il fiorentino conosce solo l’assimilazione regressiva. I dialetti centromeridionali conoscono anche
l’assimilazione progressiva.
La dissimilazione è il fenomeno opposto all’assimilazione. Si ha quando due suoni simili situati
vicino nella stessa parola si differenziano.
Nel passaggio dal latino alle lingue romanze si ebbero la perdita delle consonanti finali e la perdita
dell’opposizione tra vocali brevi e vocali lunghe. Il collasso del sistema delle declinazioni instaurò
un processo di semplificazione morfologica. La scomparsa dei casi fu surrogata dall’introduzione di
forme e costruzione che i linguisti hanno definite analitiche. Il latino è più sintetico dell’italiano, e il
passaggio dal latino classico a quello volgare implica l’introduzione di elementi morfologici
analitici, come articoli e preposizioni.
Il latino aveva tre generi di nomi: il maschile, il femminile e il neutro. Quest’ultimo è sparito nel
passaggio all’italiano, lasciando solo qualche traccia.
Il sistema verbale subì modifiche sostanziali nel passaggio dal latino all’italiano: si ridussero le
coniugazioni, si formarono i tempi composti e il passivo perifrastico, si introdusse il condizionale.
Nel latino classico era normale la costruzione con il verbo posto alla fine della frase, ma il latino
volgare preferì l’ordine diretto, soggetto-verbo-oggetto-complemento indiretto.
Capitolo 3: Gli strumenti della disciplina
1. Nascita e consolidamento della disciplina
La prima Storia della lingua italiana, contenente una ricca e completa documentazione delle varie
fasi storiche della nostra storia linguistica, dalle origini all’inizio del Novecento fu pubblicata da
Migliorni nel 1960. Nel libro di De Mauro, la storia linguistica successiva all’Unità si lega
strettamente alla storia sociale, in particolare alle vicende delle classi popolari. Rivelante e
innovativo è l’uso di dati statistici ed economici (solo il 2,5% dei cittadini al momento
dell’unificazione politica era in grado di parlare italiano).
2. Dalla storia di Migliorini ai nuovi manuali
Migliorini fu pioniere nello studio dell’italiano contemporaneo. Migliorini era comunque convinto
della presenza di un confine netto tra la storia dell’italiano del secondo decennio del Novecento e
quella degli anni più recenti, perché “solo nel nostro tempo le masse hanno la possibilità di vedere il
mondo non da schiavi, di partecipare alla vita dello stato, di fare studi prima inaccessibili, di usare
come strumento e non come ornamento, quel bene di tutti, senza particolarismi, che è la lingua della
patria”. La storia linguistica va dunque calata nella storia politica e culturale, non può consistere in
un’analisi stilistica dei testi letterari, e semmai “comincia quando si commisura il linguaggio
individuale d’uno scrittore con l’uso dei suoi contemporanei”.
3. Riviste scientifiche
“Lingua nostra”, che iniziò le pubblicazioni nel 1938 a Firenze e divenne un punto di riferimento
fondamentale per gli studi della disciplina, allargando in particolare le conoscenze sull’italiano del
Novecento e sulle terminologie settoriali.
4. Grammatiche storiche
La grammatica storica si occupa dello sviluppo diacronico della lingua, di cui descrive l’evoluzione
fonetica, morfologica e sintattica, a partire dalla formazione dal latino: traccia dunque la cosiddetta
“storia interna” della lingua, quella di suoni, forme e costrutti. La migliore è la celebre Grammatica
storica della lingua italiana e dei suoi dialetti del tedesco Gerhard Rohlfs.
5. Grammatiche descrittive e normative
La grammatica è uno strumento che descrive sistematicamente la lingua, ne illustra le regole,
suggerisce (in alcuni casi, impone) scelte di carattere normativo e di stile. Le grammatiche ci
vengono in soccorso nei casi in cui abbiamo un dubbio relativamente alla corretta applicazione della
norma. Si preoccupa di descriver l’uso reale della lingua nei vari livelli comunicativi, segnalando
l’esistenza di varianti regionali e di costrutti talora giudicati “scorretti” dalla grammatica normativa,
ma possibili nel parlato.
6. Manuali di filologia, metrica e retorica
Lo storico della lingua, lavorando su documenti scritti, riserva per forza di cose particolare
attenzione alla storia del testo, alla sua veste di linguista e alle varianti di redazione. La filologia si
occupa della trasmissione e dell’edizione dei testi.
7. Atlanti linguistici
Gli atlanti linguistici rappresentano in forma cartografica, su base lessicale o grammaticale, la
variazione dialettale di una determinata area, talora una regione o subregione, talora una zona assai
estesa, una nazione intera o più d’una. L’atlante linguistico è uno strumento, non offre
interpretazioni precostituite, ma mostra la varietà linguistica nello spazio geografico.
8. Dizionari dell’uso
Lo strumento lessicografico più comune è il dizionario dell’uso, che documenta in primo luogo la
lingua corrente. Ci si rivolge per risolvere problemi pratici, come dubbi sull’ortografia o pronuncia
ecc. Questi grandi dizionari hanno un lemmario più vasto, un maggior numero di esempi,
definizioni più particolareggiate e un campione molto più ampio di lessico tecnico e settoriale.
9. Dizionari storici
I dizionari storici documentano il passato della lingua sulla base dei testi scritti: attestano gli usi e i
significati delle parole nel corso dei secoli. Caratteristica del dizionario è l’impostazione fortemente
letteraria, infatti, il maggio numero di esempi è tratto da un vastissimo corpus di scrittori di tutti i
secoli, compresi i cosiddetti “minori”.
10. Dizionari etimologici
I dizionari etimologici indicano l’origine delle parole di una lingua, forniscono informazioni più
dettagliate e precise.
11. Risorse elettroniche e strumenti di consultazione in Internet
Gli studiosi possono oggi avvalersi di utilissimi strumenti messi a disposizione in formato
elettronico disponibili in Internet.
12. Toponomastica e onomastica
Interesse linguistico hanno anche i nomi dei luoghi (toponomastica) ei nomi e cognomi delle
persone (onomastica). Attraverso i nomi dei luoghi è possibile ricostruire percorsi storici e fasi di
popolamento, oppure riconoscere italianizzazioni fuorvianti di designazioni originariamente
diverse. La deonomastica si occupa delle parole comuni che sono derivate da nomi propri.

Capitolo 5: I più antichi documenti dell’italiano


1. L’indovinello veronese
L’indovinello veronese è un codice scritto in Spagna all’inizio dell’VIII secolo e approdato già in
epoca antica a Verona dopo varie peregrinazioni reca nel margine superiore di un foglio due note in
scrittura corsiva, risalenti all’VIII secolo o all’inizio del IX. Fin dalla scoperta di questa postilla,
nella prima metà del Novecento, ci si interrogò sul suo significato. Il cosiddetto indovinello
veronese resta un testo discusso: se fosse sicuramente in volgare, avrebbe diritto alla priorità sul
Placito capuano del 960 d.C. Se invece si tratta di un testo latino molto scorretto, come pare alla
maggioranza degli studiosi, allora siamo nuovamente di fronte al caso di una lingua parlata i cui
elementi affiorano nella scrittura. Quindi si tratta di stabilire quale fosse la coscienza linguistica di
colui che scriveva. Ben difficile attribuire il titolo di “primo documento della lingua italiana” a un
testo così controverso, anche se l’operazione sarebbe affascinante, vista la sua antichità.
2. Il graffito della catacomba di Commodilla
Il graffito della catacomba romana di Commodilla, fu utilizzato come luogo di culto fino al IX
secolo. È logico pensare che l’iscrizione, incisa nello stucco della cornice di un affresco che risale al
VI-VII secolo. Siamo in epoca anteriore al Placito capuano del 960, tradizionalmente indicato come
il più antico documento del volgare italiano. Tale grafia rende in maniera fedele la pronuncia con
betacismo e il raddoppiamento fonosintattico, tipico della parlata romana, oltre che dello standard
italiano. L’iscrizione sarebbe: “Non dicere ille secrita a bboce” cioè “non dire quei segreti a voce
alta”. L’iscrizione sarebbe dunque da attribuire a un religioso, il quale voleva invitare i suoi colleghi
a recitare a voce bassa il Canone della messa.
3. Il Placito capuano
A rigore, si potrebbe sostenere che il Placito capuano non ha più lo stesso valore di un tempo, in
quanto ha perso il suo primato cronologico, ma mantiene grande fascino e notevole importanza per:
- La sua datazione è molto precisa, in quanto risulta dal documento stesso
- La scelta del volgare nelle formule spicca con grande evidenza.
Si può dunque affermare che qui l’adozione del volgare non nasce dal caso ma da una scelta
deliberata, anche se le motivazioni che hanno portato a questo risultato non sono facili da stabilire.
Il volgare viene qui utilizzato nelle formule in cui compare il discorso diretto, ovvero, il discorso
“citato” dalle parole dei testimoni. Questo parlato apparente ha in realtà valore molto formale,
perché le dichiarazioni dei testimoni si ripetono sempre uguali, come in un rituale. Comunque, a
parte le citazioni in volgare, il testo è completamente in lingua latina. Nelle citazioni vi si
riconoscono i caratteri di un vero idioma locale, ma comunque nella formula ci sono dei latinismi.
La formula del Placito capuano del 960 non è isolata. Si colloca nella serie di quelli che si è soliti
definire i “Placiti campani”, con riferimento alla regione di provenienza, la Campania.
4. L’iscrizione di San Clemente
Un affresco della basilica sotterranea di San Clemente, a Roma, non lontano dal Colosseo, contiene
iscrizioni in volgare. Il dipinto narra di un patrizio romano Sisinnio che ordina ai servi di catturare
Clemente, i servi, in realtà trascinano con grande fatica una pesante colonna. L’affresco si colloca
nel XI-XII secolo. Il volgare esplode vivace sulla bocca dei personaggi, con marcato
espressionismo plebeo. Il latino è solo adottato nelle parti più “elevate” del testo, per indicare
l’intenzione di chi ha fatto dipingere l’affresco, o per esprimere il giudizio morale sull’accaduto. A
differenza del moderno “fumetto”, in questa realizzazione antica del rapporto figura/parola non è
stabilito in maniera chiara dove debbano stare le parole rispetto al personaggio che la pronuncia.
Resta pur sempre il fondamentale contrasto tra il latino “nobile” e il volgare plebeo, in un
accostamento che spicca straordinariamente, e che rivela in chi ha ideato la composizione un
atteggiamento consciamente ispirato a una precisa volontà stilistica
Capitolo 7: Documenti letterari dalle Origini al Duecento
1. Versi in volgare italiano scritti da uno straniero: Rambaldo di Vaqueiras (XII secolo)
Il primo autore di versi in volgare italiano a cui possiamo far riferimento, non è propriamente
italiano, e inoltre precede il XIII secolo, è Rambaldo di Vaqueiras, provenzale. È autore di alcune
tra le prime e più belle strofe regolari in un volgare italiano. Si fa riferimento a due distinti
componenti di Rambaldo:
- Il primo è un contrasto bilingue, scritto prima del 1194, in cui è messo in scena un giullare
che fa profferte d’amore a una donna la quale lo respinge con spirito e ironia: il giullare
parla provenzale, la donna risponde in genovese, infatti lei dichiara di non capire la sua
lingua
- Il secondo componimento è anteriore al 1202 e si tratta di un discorso plurilingue nel quale
Rambaldo adopera in una stessa poesia, ben cinque idiomi, una strofa per ciascuno,
l’italiano, il francese, il guascone e il galego portoghese.
Non va considerato autentico e genuino specchio del parlato, soprattutto perché chi scrive non è
italiano. L’esperimento compiuto da questo poeta di Provenza è notevole, e dimostra una sua
familiarità con l’Italia settentrionale, oltre che la sua propensione allo sperimentalismo. Però non si
tratta ancora di un impiego reale e sistematico del volgare nostrano nella letteratura.
2. Le prime raccolte poetiche e il problema della lingua dei siciliani
Il patrimonio della nostra poesia più antica risale al Duecento: solo a quell’epoca troviamo vere
“scuole”, cioè ambienti in cui il volgare venne impiegato sistematicamente nella lirica d’amore. La
maggior parte del patrimonio della poesia volgare del XIII secolo ci è tramandata da tre manoscritti:
- Il Canzoniere Vaticano latino 3793, questo è il più importante dei tre per ragioni
quantitative. È un codice toscano ma in più è fiorentino. In apertura, ci sono i poeti siciliani,
alla fine ci sono i toscani.
- Il Laurenziano Rediano 9, contiene soprattutto l’opera di Guittone d’Arezzo, è ripartito tra
canzoni e sonetti.
- Il Palatino 418, ora Banco Rari 217, provenienza pistoiese, è il meno esteso ma è anche il
più antico.
Vi è una complessa questione filologica che pesa sulla trasmissione degli antichi poeti siciliani.
Giovanni Maria Barbieri era uno studioso del Cinquecento, esperto di poesia provenzale, lesse quei
testi e ne trascrisse alcuni. Le trascrizioni del Barbieri restano la fonte più consistente per ricostruire
la veste linguistica originale di quelle poesie. Esistono due modi di trascrivere:
- Trascrizione diplomatica, che si caratterizza per il rispetto in tutto e per tutto della forma
originale
- Edizione interpretativa, dove vengono sciolte le abbreviazioni e sono introdotti elementi
moderni
Nelle trascrizioni del Barbieri si notano le tracce della veste linguistica siciliana.
3. Guido Faba: la prima prosa
Veniamo ora al più antico autore italiano in prosa, Guido Faba, della prima metà del XIII secolo.
Egli scrisse le proprie opere in buona parte in latino. Ne produsse altre, in cui le tecniche della
retorica, in forma di prontuari e di esemplificazioni pronte per l’uso, erano applicate anche alla
lingua volgare. Anche se la lingua usate è pur sempre volgare illustre, nutrito di latinismi. Questa è
la prima prosa italiana, e viene da una città del Settentrione, Bologna, famosa come centro di
cultura e di studi. L’autore, che mira a un risultato alto, di prosa formalmente elaborata, si è sforzato
di staccarsi dalla parlata strettamente locale, aiutandosi in ciò con il latino.
4. La prima prosa narrativa toscana: il Novellino
Il novellino è molto importante per la prosa dell’italiano antico, in quanto primo esempio di testo
narrativo con intento d’arte. Il genere è la novella, ma si raggiungono risultati di livello. La lingua
usata è il fiorentino. Per secoli, in quest’opera si riconobbe un modello di “bel parlare”, cioè di
prosa elegante e pura. Prima di tutto viene spiegato quale sarà il contenuto del libro: tratterà di
cortesie, bei motti, atti di valore, di generosità, di amori.

Capitolo 9: Le Tre Corone fondamento della “linea toscana”


1. L’edizione critica e il problema dell’edizione della Commedia di Dante
Le “Tre Corone” furono determinanti per il successo della lingua in Italia. Primo cronologicamente
fu Dante. Di lui non ci è giunto il manoscritto originale della Commedia, non abbiamo alcun
autografo di Dante, nemmeno la sua firma. L’edizione detta “critica” dovrebbe rispondere a un
metodo preciso, quello messo a punto nel secolo XIX da Karl Lachman. Il suo libro inaugurò una
tecnica basata sulla classificazione sistematica dei codici, che si traduce nella forma grafica di uno
“stemma”, il cui aspetto è analogo a quello di un albero genealogico. Lo stemma chiarisce i rapporti
di derivazione e di apparentamento dei manoscritti, detti “testimoni”. Lachmann si basava sulla
considerazione sistematica degli “errori” introdotti via via nel testo. Mentre le parti giunte restano
stabili, gli errori, che sono diversi e si introducono via via, rivelano i rapporti tra i codici o tra le
famiglie dei codici. Nel caso della Commedia di Dante esistono oltre 600 codici manoscritti. Nei
manoscritti, non ci sono apostrofi, non ci sono accenti, non ci sono quasi mai segni di punteggiatura
molte parole sono scritte “univerbate”. Ogni copista tende a scrivere il testo adattandolo alle proprie
abitudini linguistiche. Petrocchi ha condotto la propria edizione selezionando i codici più antichi,
quelli che trasmettevamo il testo “secondo l’antica vulgata”. La scelta non è coerente con il metodo
di Lachman, ma questa scelta ha il vantaggio di diminuire drasticamente il numero dei codici da
confrontare, rendendo raggiungibile un risultato concreto altrimenti impossibile. La punteggiatura,
gli apostrofi e gli accenti sono stati introdotti dall’editore moderno, perché al tempo di Dante non si
usavano.
2. Il “Canzoniere” di Petrarca e la filologia d’autore
Con il Canzoniere di Petrarca trova stabile codificazione la forma poetica che per secoli sarà tipica
della lirica italiana. La linea caratterizzata da una sostanziale continuità, che parte dallo Stilnovo e
da Dante, prosegue con Petrarca e il petrarchismo, e arriva fino a Tasso, Leopardi e oltre. Nel caso
di Petrarca abbiamo non solo la “bella copia” che esprime la volontà finale del poeta, ma anche i
manoscritti degli abbozzi, attraverso i quali, esaminando le correzione di pugno dello scrittore,
possiamo ricostruire almeno in parte il processo creativo che ha portato alla realizzazione
dell’opera. Possiamo fare esercizio di quella che si chiama filologia d’autore, possibile solo in
presenza dei manoscritti autografi. Le postille marginali apposte da Petrarca, esse avvertono, in
latino, che il testo è stato ricopiato. Le postille, apposte al testo poetico volgare, sono tutte in latino.
Il latino è ancora la più comoda lingua di servizio, mentre il volgare è adoperato per i raffinatissimi
versi.
3. Il Decameron di Boccaccio
Il Decameron è ricco di una grande varietà di registri: contiene dialoghi, battute tipiche del parlato,
conversazioni quotidiane, accanto a momenti in cui lo stile è elevato e nobile, sia esso simulazione
di discorsi, o adoperato a scopo descrittivo. Le pagine boccacciane di registro alto furono
considerate per secoli il modello per eccellenza della prosa italiana. Bembo prese il Decameron
come modello di scrittura standard della cultura volgare del Rinascimento.
4. Il De vulgari eloquentia di Dante: un esempio di latino del Medioevo
Il De vulgari eloquentia, vero monumento della cultura linguistica di Dante e della sua genialità di
saggista. L’opera è in latino.
5. La Cronica dell’anonimo romano: un capolavoro non toscano
Lo storico della lingua non deve concentrate la propria attenzione esclusivamente sul volgare della
Toscana, che nel Trecento getta le basi per diventare la lingua letteraria d’Italia. Il toscano acquistò
un ruolo egemone nel XIV secolo. La Cronica è in antico romanesco. Questa Cronica documenta
splendidamente il volgare di Roma nel Medioevo, nella fase anteriore alla sua toscanizzazione,
avvenuta nel Cinquecento. Il volgare è non troppo distante dal parlato, con alle spalle ben poca
tradizione letteraria.

Capitolo 11: Documenti di cultura umanistica


1. La Grammatichetta vaticana di Leon Battista Alberti
La Grammatichetta vaticana è la prima grammatica della lingua italiana trasmessaci anonima da un
codice conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma. Oggi l’autore è riconosciuto in
Leon Battista Alberti. Si suppone composta tra il 1434 e il 1438, fu stampata per la prima volta da
Ciro Trabalza nel 1908. L’Alberti voleva dimostrare che anche la lingua volgare, come il latino, ara
governata da regole. Il volgare descritto è il fiorentino dell’uso vivo. Questa scelta differenzia la
Grammatichetta dalle prime grammatiche italiane a stampa, fondate invece sul linguaggio letterario,
in particolare sul fiorentino trecentesco delle Tre Corone. Anche Bembo prescrisse nella sua
grammatica del 1525, prendendo come modello, appunto, il fiorentino delle Tre Corone. La
grammatica italiana, di cui abbiamo nella Grammatichetta vaticana la prima testimonianza, è nata
dal confronto con la tradizione latina. L’Alberti nelle sue pur brevi annotazioni, prende a modello la
struttura e la nomenclatura generale delle grammatiche latine.
2. Una lettera di Ferdinando D’Aragona re di Napoli al figlio
Quale documento della lingua epistolare di tipo cortigiano e cancelleresco, riportiamo una lettera
del 1463 in cui Ferdinando d’Aragona re di Napoli raccomanda a uno dei suoi figli di proseguire gli
studi e di far avere al più presto al celebre letterato Antonio da Bologna detto il Panormita il
compenso per il suo lavoro di precettore. Il latino influenza le scritture pubbliche e private, non solo
per l’uso di latinismi, ma per veri e propri inserimenti della lingua antica nel testo volgare.

3. Miscela letteraria di volgare e latino: un esempio di polifilesco


Il polifilesco è un esperimento erudito di lingua artificiale creata a scopo artistico sovrapponendo e
fondendo volgare letterario e latino, miscela con cui si cercava di ottenere uno stile elevato. Nella
prosa polifilesca il latinismo lessicale ricorre in maniera vistosa. Un esempio è Hypnerotomachia.
4. L’Arcadia di Sannazaro
L’Arcadia è un romanzo pastorale misto di prose e versi, scritto tra il 1484-1486 da Sannazaro. La
correzione in vista della stampa costituisce dunque un processo esemplare di riduzione delle
componenti linguistiche eccentriche da parte di un autore periferico. I versi dell’Arcadia
contengono una fitta rete di richiami classici.

Capitolo 13: Fiorentino di Bembo e fiorentino di Machiavelli


1. Le Prose della volgar lingua di Pietro Bembo
Le “Prose della volgar lingua”, il capolavoro di Pietro Bembo, uscirono a stampa per la prima volta
nel settembre 1525 a Venezia. Il manoscritto Vaticano latino 3210, autografo, l’unica
documentazione che ci resta del lavoro di Bembo su questo libro prima della stampa. Si può dunque
esplorare in maniera esauriente il lavoro compiuto da Bembo nel passaggio dalla stesura finale alla
pubblicazione della propria opera. Le “Prose della volgar lingua” sono articolate in tre libri; solo
l’ultimo è una vera trattazione grammaticale, seppure organizzata in forma dialogica. I primi due
libri sono invece una esauriente disamina di tutti i temi allora dibattuti pertinenti alla storia
linguistica, alla formazione del linguaggio letterario, alla teoria della letteratura, alla teoria estetica,
alla teoria retorica. Bembo introduce un distinguo per la lingua di Boccaccio, il quale, nel discorso
diretto di alcuni personaggi, in certe novelle, si è avvicinato troppo alla popolarità. Solo
mantenendosi lontana dall’uso popolare la lingua può assurgere ai migliore risultati qualitativi. Il
classicismo integrale bembiano getta dunque un ponte tra passato e futuro in nome della perfezione
della forma e del primato dei più dotti sul restante popolo. Bembo ammirava l’autore della
Commedia, ma, in base ai principi di raffinata selezione stilistica nei quali credeva profondamente
non ne accoglieva in toto la lingua, a volte realistica e plebea. Bembo vedeva le cose diversamente:
si ispirava a un ideale che, ben più che in Dante, si identificava nella selezione linguistica messa in
atto nel Canzoniere di Petrarca. Il brano di critica a Dante si apre con l’osservazione che a volte si è
costretti a usare parole non “nobili”, ma “vili”, “dure”, “dispettose”, con allusione al suono,
caratterizzato dalla presenza marcata di consonanti. Bembo fa notare che Petrarca non ha mai
compiuto scelte del genere.
2. Il Dante e il Petrarca aldini
Pietro Bembo fu il grande regolarizzatore della lingua letteraria italiana. La sua autorità venne
immediatamente e ampiamente riconosciuta dopo la pubblicazione delle “Prose della volgar lingua”
del 1525. Iniziò dunque con l’attività di filologo, e l’attività di filologo fu preliminare a quella di
grammatico e di teorico. Il latinismo era di solito la forma comune nella lingua cortigiana: non a
caso Bembo se ne distacca. Le dispute attorno a particolarità linguistiche nell’uso dell’italiano
cominciavano a farsi vivaci. I tempi erano maturi per una regolarizzazione delle norme, ancora
troppo incerte, anche perché le forme oscillanti e i latinismi disturbavano la regolarità della
produzione tipografica. L’apostrofo è una delle novità introdotte da Bembo nell’italiano. La poesia
di Petrarca sta alla base del linguaggio poetico italiano, come repertorio di forme che sono durate
secoli e secoli. “Il” sarà Bembo a fissare come unica soluzione all’articolo maschile, eliminando el,
che pure esisteva nel toscano argenteo.
3. Il fiorentino vivo: Machiavelli commediografo
Nelle dispute cinquecentesche sul volgare Machiavelli si era espresso a favore del fiorentino vivo. I
testi delle sue commedie realizzano pienamente questa scelta linguistica, facendo ricorso a modi
gergali usati dal popolo. Le battute della Mandragola si susseguono in una prosa vivace, ricca di
colore locale e di elementi del parlato.
4. Il toscano cancelleresco di Machiavelli
La commistione è tipica di una lingua di tipo cancelleresco, quella stessa he egli aveva usato come
segretario della Repubblica, e che aveva corso nell’uso burocratico e amministrativo del tempo.
Nella stampa di Machiavelli è già usato l’apostrofo, Bembo aveva introdotto questo segno nuovo
nelle aldine del 1501 e 1502. L’orientamento bembiano della stampa romana è dunque evidente.
5. Le tre edizioni del poema di Ariosto
Tre furono le stampe dell’”Orlando Furioso”, la prima nel 1516, la seconda nel 1521, la terza nel
1532. Tra la seconda e la terza si colloca la pubblicazione delle “Prose della volgare lingua” i
Bembo, di cui Ariosto riconobbe l’autorità.

Capitolo 15: Crusca e anticrusca


1. Dalla dedicatoria “a’lettori” del vocabolario degli accademici della Crusca ed. 1612
Il Vocabolario degli Accademici della Crusca fu pubblicato nel 1612. La dedica non è rivolta a un
regnante o a un personaggio influente negli Stati d’Italia o in Toscana, bensì a Concino Concini, un
uomo di cui oggi in Italia quasi tutti hanno dimenticato l’esistenza. Costui aveva allora enorme
potere alla corte di Francia, fu infatti Maresciallo di Francia. Nel 1571, si era avviata una
“rassettatura” del testo del Decameron, affidata ad alcuni incaricati, tra i quali primeggia per statura
intellettuale il Borghini. L’opera di “rassettatura” fu filologica e censoria al tempo stesso. Applicava
infatti una sorta di censura preventiva, anticipando l’Inquisizione, a un testo che rischiava la
condanna per la scurrilità e l’irriverenza di alcune pagine. Salviati aveva fissato il canone a cui gli
Accademici si attennero, qui riassunto in poche parole: le fonti degli spogli sono stati gli scrittori
del Trecento di nascita fiorentina o comunque convertiti al fiorentino. Gli Accademici dicono di
averne cercati il più possibile nel “buon secolo” e di averli scovati anche tra coloro con poco merito
d’arte. Gli Accademici propongono dunque una distinzione tra gli autori “di prima classe”, cioè
Dante, Boccaccio, Petrarca e Giovanni Villani, e i minori, da cui le parole sono state prese quando
mancavano negli autori maggiori.
2. Qualche voce della Crusca
La struttura delle voci della Crusca mostra una notevole modernità, prima di tutto grafica. Si nota
come la chiara impostazione tipografica si avvalga anche di utili espedienti pratici: sopra ogni
colonna è pasta l’indicazione delle prime due lettere delle parole sottoposte. C’è anche
l’indicazione di una parola latina, la parola latina è inserita solo come parte della spiegazione del
lemma, come aiuto alla definizione, non per altri motivi. A questo punto della voce, seguono gli
esempi.

3. Tassoni avversario della Crusca


Alessandro Tassoni fu uomo di corte, al servizio del cardinale Colonna a Roma. Tra le opere minori
di Tassoni, restano anche le postille al Vocabolario, ottimo esempio di critica concretamente
applicata. Le postille di Tassoni alla prima edizione del Vocabolario della Crusca commentano le
scelte degli Accademici rivelando le omissioni, e intervenendo sui criteri. Si nota la preferenza di
Tassoni per la lingua moderna, quando segnala parole mancanti nel Vocabolario. Interessanti sono
le annotazioni relative alle tre parole che Tassoni non trova nella Crusca, ma ritiene degne di entrare
in un moderno vocabolario. Lui propone una revisione dei principi lessicografici, all’insegna della
modernità, ben diversa dalla scelta che l’Accademia aveva compiuto.

Capitolo 17: Trattatistica illuminista e uso del francese


1. Gli illuministi della rivista “Il Caffè”
Un gruppo di intellettuali fondò la rivista il “Caffè”, periodico di grande rilievo culturale,
espressione degli ideali illuministici, pubblicato tra il giugno 1764 e il maggio 1766. I redattori del
“Caffè” si battevano contro tutte le forme di passatismo e di fiorentinismo. L’articolo di Alessandro
Verri intitolato “Rinunzia avanti notaio degli autori del presente foglio periodico al Vocabolario
della Crusca” (1764), pubblicato sulle pagine del “Caffè”, Si tratta di un pamphlet dal tono
sarcastico nel quale non solo veniva respinta l’autorità della lingua toscana e dell’accademia di
Firenze, ma veniva anche messo da parte, in forma molto esibita e provocatoria, ogni ideale di
ricerca stilistica, Verri denunciava infatti lo spazio eccessivo occupato in Italia dalle questioni
retorico-formali a danno delle “cose”, ovvero del concreto progresso della cultura. La “parola”,
secondo gli illuministi del “Caffè”, doveva essere strumento al servizio delle idee. L’autore fa
appello alla libertà espressiva, all’importanza dei contenuti, alla facoltà di introdurre forestierismi
nel lessico, al naturale processo di arricchimento proprio di tutte le lingue.
2. Cesarotti, dal “Saggio sulla filosofia delle lingue”
Nel “Saggio sulla filosofia delle lingue” di Melchiorre Cesarotti, è dato trovare la sintesi esemplare
di tutte le migliore idee sulla lingua elaborate dall’Illuminismo. Il tema della costruzione logica era
tra quelli più dibattuti nel Settecento, Molti studiosi ritenevano che la “costruzione logica”
corrispondesse al presunto ordine naturale soggetto-verbo-complemento. Un altro tema tipicamente
illuminista è la fiducia nel miglioramento delle lingue. Si pensava che le lingue moderne potessero
diventare migliori di quelle antiche. La teoria di Cesarotti è quello che vede nella lingua la necessità
di un consenso della maggioranza, attraverso il quale viene limitato l’arbitrio dei grammatici e si
valorizza l’uso.
3. Il francese e gli appunti di lingua di Alfieri
Nel Settecento il francese divenne la lingua più importante d’Europa. Il francese riuscì a
raggiungere una posizione paragonabile a quella oggi propria dell’inglese. Il suo successo si
fondava sul prestigio culturale e politico della Francia. Alfieri ricorreva al francese come lingua
naturale.
4. Goldoni veneziano, italiano e francese
Goldoni seguì il cammino inverso. Dopo avere conquistato una solida fama in Italia con le
commedie in dialetto veneto e in italiano si trasferì a Parigi. Nella capitale francese scrisse anche un
paio di commedie nella lingua d’oltralpe, in francese sono anche le sue memorie. Goldoni scrisse
molte splendide commedie in veneziano, talora anche allargando il campo a varietà non
strettamente cittadine. Però non usò sempre il dialetto: anche per ragioni pratiche, dovendo
preparare spettacoli per un pubblico differente da quello veneto. Le difficoltà linguistiche nel
rapporto tra lingua e dialetto sono spesso un impaccio, ma a volte possono essere sfruttate in
maniera vantaggiosa. Lo prova il fatto che sentì la necessità di spiegare il significato del titolo, che
si riferiva a una realtà ben nota ai veneziani. Goldoni mostra di essere consapevole delle difficoltà
di comunicazione linguistica che realmente affliggevano gli italiani del suo tempo e ne trae
occasione di divertimento (Il campiello), unendo al difetto di pronuncia di Gasparina gli elementi
regionali, usati a fini comici.

Capitolo 19: Manzoni, manzoniani e antimanzoniani


1. Manzoni postillatore della Crusca veronese
Manzoni si avvicinò inizialmente al toscano per via libresca. L’insoddisfazione dello scrittore che,
dopo aver consultato gli strumenti a sua disposizione, non era tuttavia in grado di sapere con
certezza se le forme linguistiche prese in esame fossero ancora vive, Manzoni cercava infatti la
lingua della conversazione comune, realmente usata dai parlanti toscani, per impiegarla nel
romanzo al quale stava lavorando.
2. Correzioni manzoniane ai “Promessi sposi”: l’edizione interlineare
Dopo l’edizione ventisettana dei Promessi sposi, la lingua a cui aspirava Manzoni era il fiorentino
dell’uso colto senza alcun eccesso di affettazione locale, una lingua purificata da latinismi,
dialettismi ed espressioni letterarie di sapore arcaico. La revisione non si basò su una integrale
assunzione di fiorentinismi, ma sull’avvicinamento a un linguaggio più naturale e comune, meno
letterario
3. I quesiti di Manzoni a Emilia Luti
Nell’estate del 1839, quando Manzoni aveva già compiuto una revisione della ventisettana
utilizzando le indicazioni di amici toscani, incominciò ad avvalersi anche dell’aiuto dell’istrutrice
fiorentina Emilia Luti.
4. La relazione del 1868
Nel gennaio 1868, il ministro della Pubblica istruzione Emilio Broglio nominò una commissione col
compito di studiare e proporre metodi per diffondere la “buona lingua” in tutta la nazione e
procedere così, dopo l’unificazione politica, all’unificazione linguistica del Regno. La commissione
era divisa in due sezioni, sotto la presidenza generale di Manzoni. Manzoni proponeva una capillare
politica linguistica messa in atto nella scuola, la realizzazione di un vocabolario compilato sull’uso
vivente di Firenze. Manzoni propose questo modello di unificazione linguistica richiamandosi agli
esempi del francese e del latino, lingue che, prima di essere parlate rispettivamente dall’intera
nazione d’oltralpe e da tutto l’impero romano. L’Italia aveva infatti molti poli urbani anche più
notevoli di Firenze. Vi era poi un’altra questione, ben nota anche a Manzoni: l’Italia era destinata ad
avere una capitale linguistica (Firenze) diversa da quella che presto sarebbe stata la capitale politica
(Roma). Gli italiani parlavano infatti idiomi particolari tra loro diversi e poco conoscevano la lingua
comune di base fiorentina. “Dialetto” e “lingua”, a parere di Manzoni, hanno uguale natura e
soddisfano tutte le funzioni della comunicazione. La lingua è dotata di maggiore estensione e
omogeneità. Manzoni richiama dunque l’attenzione del lettore sulla necessità di un vocabolario
dell’uso, redatto in funzione della lingua viva, senza compromessi con la tradizione letteraria. Se si
confronta questa stesura con il testo che uscì poi a stampa nello stesso 1868.
5. Due dizionari dell’Ottocento: il Giorgini-Broglio e il Tommaseo-Bellini
Manzoni non lavorò direttamente al vocabolario italiano che aveva proposto di compilare e non ne
vide nemmeno il compimento. In questo vocabolario veniva vistosamente esibita la fiorentinità del
repertorio. L’orientamento sincronico volto a raccogliere una lingua viva, con esempi tratti dall’uso.
Il modello al quale Manzoni si era ispirato era il Dizionario francese dell’Accademia. Secondo
Manzoni, la funzione del vocabolario doveva essere invece quella di diffondere anche nel popolo la
“buona favella”, cioè la lingua viva di Firenze. La più grande impresa lessicografica portata a
compimento nel XIX secolo fu tuttavia un’altra e affidata a Niccolò Tommaseo. Fu il più grande,
ricco e importante dizionario della lingua italiana mai realizzato ed ebbe notevole successo
editoriale. Il Tommaseo-Bellini resterà sempre un vocabolario delle caratteristiche uniche e
irripetibili: fu il primo ad abbandonare l’antico impianto della Crusca.
6. Il “Proemio” all’ “Archivio glottologico italiano” di G.I. Ascoli
Il linguista Graziadio Isaia Ascoli, sulla questione della lingua, sostiene le posizioni avverse ai
manzoniani. Egli riteneva che l’italiano non potesse essere identificato nel fiorentino moderno,
attraverso i grandi scrittori del passato, si era imposta in tutta la penisola nell’uso letterario.
L’unificazione linguistica si sarebbe realizzata spontaneamente negli anni a venire grazie alla
crescita civile all’ammodernamento dello Stato e, soprattutto, attraverso una maggiore circolazione
della cultura, perché “senza cultura non v’ha lingua”. La situazione dell’Italia non era dunque
paragonabile a quella della Francia. Ma a quella della Germania. Ciò era stato possibile grazie a una
capillare diffusione della cultura, che in Italia ancora mancava. L’individuazione delle cause sociali
che ostacolavano l’unità linguistica italiana, erano identificate nella scarsa diffusione della cultura. I
manzoniani si erano sforzati di rendere più libera e colloquiale la lingua scritta. Ascoli critica la
familiarità dello stile ispirato all’eccessiva colloquialità, messa in atto dai seguaci di Manzoni.
Particolarmente acuta è poi l’osservazione secondo la quale in Italia mancava un gruppo sociale
intermedio che si collocasse fra i pochissimi dotti e le masse ignoranti. Vi era dunque un’élite
culturale isolata dal popolo.

Capitolo 21: Il neo-italiano in fabbrica e in azienda


1. Pier Paolo Pasolini, dalle “Nuove questioni linguistiche” (1964)
La questione della lingua sembrò rinascere nel 1964-1965. Pasolini seppe captare con sensibili
antenne molte novità culturali. Pasolini parlò di una “nuova questione della lingua” in una
conferenza tenuta in varie città italiane ala fine del 1964. Pasolini annunciava la nascita del nuovo
italiano nazionale, un italiano “tecnologico”, non più elaborato nei tradizionali centri e nelle sedi
della cultura, non più originato dalla Toscana, da Roma, dalle università, dai libri degli scrittori,
dalle case editrici, ma legato al trionfo di quello che allora veniva chiamato, con metafora
geometrica, il “triangolo industriale”. Il fenomeno tecnologico investe come una nuova spiritualità,
dalle radici, la lingua in tutte le sue estensioni, in tutti i suoi momenti e in tutti i suoi particolarismi.
Qual è dunque la base strutturale, economico-politica, da cui emana questo principio unico. La
completa industrializzazione dell’Italia del Nord e il tipo di rapporti di tale industrializzazione col
Mezzogiorno, ha creato una classe sociale realmente egemonica, e come tale realmente unificatrice
della nostra società. La nascente tecnocrazia del Nord si identifica egemonicamente con l’intera
nazione, ed elabora quindi un nuovo tipo di cultura e di lingua effettivamente nazionali.
2. Un campione di linguaggio aziendale
Il tecnicismo diventa un modo per far valere il credito per la propria competenza, Il termine più
tecnico e comunque più complesso è sempre preferito.
3. Tullio De Mauro, dalla “Postfazione” al “GRADIT”
Il GRADIT, Grande dizionario italiano dell’uso è uscito nel 1999 in sei volumi. Si tratta del più
ampio vocabolario dell’uso oggi disponibile, corredato di una prefazione e di una postfazione.
L’argomentazione di De Mauro fondata su base lessicologica sembra una conferma della
meravigliosa continuità dell’italiano.