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Filologia della Letteratura Italiana - Rea

mod. B a.a. 2020/2021 I semestre

Lez.1 11/11/20

Rime di Lapo Gianni + Monografia sullo Stil Novo

Lapo Gianni è considerato un poeta più accessibile, più semplice rispetto a Cavalcanti, allo stesso tempo è
un poeta estremamente controverso. Ci sono dei dubbi legati al nome stesso di Lapo, la sua identificazione
con il poeta presente nel celebre incipit dantesco “Guido vorrei che tu Lapo ed io”, venne rivista da
Guglielmo Gorni, il quale ipotizzò che la versione giusta fosse “Guido vorrei che tu Lippo ed io”. Per Lippo si
intende Lippo Pasci de Bardi, un poeta fiorentino di cui non abbiamo un gran che. Allo stesso modo Gorni
metterà in dubbio anche la partecipazione di Lapo nel De Vulgari Eloquentia dove Dante afferma che a
raggiungere l’eccellenza del volgare sono stati Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, Dante stesso e Cino da
Pistoia. Anche qui il nome di Lapo Gianni è stato vittima di discussioni. Ci sono alcuni studiosi che vedevano
in Lapo un poeta di formazione cortese, e che sarebbe stato poi attratto, secondo Favati, dal magistrato di
Cavalcanti e che nelle sue rime si sia adattato all’ideale dello Stil Novo. Altri pensavano invece che Lapo
fosse un contemporaneo di Dante. Altri ancora invece ritenevano che Lapo fosse un tardo imitatore di
Cavalcanti, che non ha contribuito a rinnovare la lirica ma che si fosse limitato solo ad imitare. Tutti questi
giudizi, in realtà, sovrastarono il giudizio più semplice e più chiaro, quello di Contini. Secondo Contini,
l’attività poetica di Lapo si sistema prima e dopo la cronologia culturale ideale dei suoi colleghi, Dante e
Cavalcanti. Per cronologia culturale ideale, Contini insinua che alcuni aspetti della poesia di Lapo sono
precedenti a Dante e Cavalcanti, altri aspetti invece vanno intesi in termini di imitazione di Cavalcanti e
Dante e quindi “dopo”. In effetti è questo che crea difficoltà nel riuscire a collocare Lapo. Se dovessimo
descrivere il profilo culturale del canzoniere di Lapo potremmo utilizzare l’affermazione di Contini. Tuttavia
sembrerebbe che Contini aggirasse il problema, perché rimane comunque il dubbio di quando
effettivamente Lapo abbia composto le sue rime: prima, dopo o durante l’attività dei suoi colleghi?
Tutto quello che sappiamo riguardo Dante, lo abbiamo trovato in testimonianze, in documenti del comune
di Firenze. Per gli altri poeti, il discorso è diverso. Di Lapo sappiamo poco.
Nei manoscritti che ci tramandano i suoi scritti, troviamo sempre il titolo “Ser”, il cui titolo era attribuito
soltanto ai notai. Questa testimonianza sta ad indicare che lui avesse delle conoscenze di atti tribunali o
comunque di giurisprudenza. Tutto questo ci porta a collocare il poeta Lapo Gianni grazie a degli atti vergati
da lui nell’archivio di Firenze, tra il 1298 e il 1328. Questi documenti, che riportano il nome di Ser Lapo
Gianni Ricevuti, ci dicono che fu un notaio abbastanza importante, è interessante notare che ci sono degli
atti firmati dal comune di San Miniato, un comune vicino Firenze ed effettivamente in un componimento di
Lapo, il poeta afferma “da San Miniato vai a Firenze dalla mia amata”. Inoltre sappiamo che Lapo Ricevuti
ebbe come collega Francesco di Barberino, notaio del vescovo di Firenze e poeta volgare, in particolare in
“Documenti d’Amore” Di Barberino cita l’inferno di Dante, e questa sarà una delle più antiche citazioni della
Commedia, nel 1310 (Dante ancora vivo). Effettivamente Lapo è legato a tutta una serie di intellettuali che
hanno a che fare con Dante e questo potrebbe confermare una conoscenza con Dante stesso.
In realtà esistono altri Lapo Gianni a Firenze, come Lapo Gianni da Ferraia, anche lui un notaio, ma di livello
più basso, senza nessun coinvolgimento con il mondo intellettuale o politico.
Questione del nome di Lapo: Lapo Gianni è stato tradizionalmente identificato con il Lapo citato nei vari
sonetti di corrispondenza, non solo “Guido io vorrei che tu Lapo ed io”, ma anche in “Se vedi amore, assai ti
prego Dante” di Cavalcanti, dove al v.2 Lapo viene nominato. Si tratta di una richiesta di Cavalcanti di
appurare se effettivamente Lapo sia realmente un poeta d’amore. Un altro sonetto in cui Lapo viene
nominato è “Dante, un sospiro messagger del core”, dove Cavalcanti rivela a Dante che in sonno gli è
apparso Lapo definito come “servitor” di Monna Lagia. Infine vi è un altro sonetto, probabilmente scritto da
Dante “Amore e Monna Lagia e Guido ed io” dove dante sancisce lo scioglimento di quella comitiva
amorosa incolpando proprio Lapo.
Guglielmo Gorni notò che uno dei manoscritti che ci tramandano il sonetto “Guido io vorrei che tu Lapo ed
io” riportava la versione “Guido io vorrei che tu Lippo ed io”. Per Lippo appunto si intende Lippo Pasci de
Bardi. Questa identificazione non ha trovato però nessun fondamento. Gorni poi aggiunse che nel De
Vulgari Eloquentia troviamo Lupum e non Lapum e che quindi il poeta in questione non poteva essere Lapo
Gianni. Da tener presente che Lapo, Lupum, Lapum, Lippo erano varianti formali dello stesso nome.
Comunque per Gorni non si trattava del poeta Lapo Gianni. Questa ipotesi ha ottenuto un certo riscontro
tanto che De Robertis, nella sua edizione “Le Rime di Dante” inserì la variante “Guido io vorrei che tu Lippo
ed io”. Anche per De Robertis non si tratta quindi di Lapo Gianni. Si tratta tuttavia di una questione ancora
aperta. Lapo può accettare come variante solo Lappo, perché come sappiamo nel Medioevo le doppie
potevano essere un errore che poi i copisti si portavano dietro per diversi manoscritti. Lippo si tratta di
un’abbreviazione di Filippo, mentre Lapo di Jacopo. Lupum, invece, è un cognome di origine latina ed è un
cognome romano attestato, diffuso poi anche nel medioevo anche come soprannome. Quindi queste
varianti sono in realtà tre nomi diversi. Nel De Vulgari Eloquentia Dante afferma che coloro che hanno
raggiunto l’eccellenza del volgare sono Guido Lupum un altro, cioè lui stesso e Cino da Pistoia. In questo
trattato Dante cita moltissimi poeti e nei manoscritti troviamo il nome dei poeti in maiuscolo e il cognome
in minuscolo. Se andiamo alla lista dei poeti citati occorre notare che nei manoscritti Lupum, che
dovremmo aspettarcelo maiuscolo è minuscolo. Ciò significa che i copisti hanno pensato che Lupum fosse il
cognome di Guido. Assodato che fosse un errore, venne corretto.

Lez.2 12/11/20

Una volta appurato che il Lapo nominato da Dante e Cavalcanti sia proprio Lapo Gianni, e una volta preso
atto che ci siano dei rapporti con Dante e Cavalcanti è il momento di presentare le sue Rime.
Guido io vorrei che tu Lapo ed io
Sonetto considerato il manifesto dello Stil Novo. Si tratta di un invito da parte di Dante a formare una
comunità letteraria, a intraprendere tra poeti un discorso condiviso, condividere un ideale di poesia
amorosa nuova. In questo sonetto Lapo è messo sullo stesso piano di Guido e di dante, senza esserci una
gerarchia e quest’ultimo concetto rientra nell’ideale di amicizia che Dante vuole promuovere, che secondo
la letteratura classica, l’amicizia deve essere tra pari, solo così si può condividere gli stessi valori. La parola
chiave di questo sonetto è NOI, come vediamo alla fine dell’ultimo verso.
Non sappiamo quando Dante scrive effettivamente questo sonetto, tuttavia sia dal linguaggio che dal
messaggio del sonetto, possiamo riconoscere il sonetto come un sonetto giovanile di Dante. Siamo agli
albori di quello che Dante poi chiamerà Dolce Stil Novo.

Dante, un sospiro messagger del core: questo è un sonetto di Cavalcanti a Dante. In questo sonetto Guido
è positivo verso Lapo, lo sostiene. Nel sonetto successivo invece Guido metterà in dubbio l’onestà amorosa
di Lapo. Guido a Dante racconta di una propria visione. Ricordiamo che Dante in “A ciascun alma presa e
gentil core” raccontò ad altri poeti la sua visione. Qui è Guido che racconta a Dante un proprio sogno dove
accade che Guido vede Lapo che lo implora di aiutarlo perché sta patendo oltre modo le pene d'amore così
che Guido si convince a recarsi in prima persona presso il Dio d'amore e vuole intercedere per Lapo. Guido
si fa garante della sincerità amorosa di Lapo. Come sappiamo la sincerità amorosa corrisponde alla qualità
della poesia ciò testimonia l'atteggiamento positivo nei confronti di Lapo da parte di Guido.
Parafrasi: Dante un sospiro inviato come messaggero del cuore mi soggiunse subito mentre stavo
dormendo, allora io mi svegliai temendo che il mio spirito sia in compagnia d'amore (qui c’è una
costruzione propria dell’italiano antico dove il verbo temere si costruisce con la negazione, in realtà va
parafrasata senza la negazione. Guido temeva che quel sospiro fosse un’apparizione del Dio d’Amore). Poi
mi girai e vidi il servitore di Monna Lagia (Lapo Gianni) che venne dicendomi: aiutami pietà, così vedendolo
piangere presi coraggio e andai a chiedere per Lapo pietà presso il Dio d’amore, che stava affilando i suoi
dardi. Così chiesi al Dio d’Amore le ragioni del tormento di Lapo e lui mi rispose in questo modo:
“di al servitore (Lapo) che la donna è presa, è innamorata.
Qui c’è una rima siciliana: sarebbe prisa ma è stata toscanizzata in presa. In siciliana c’è un sistema vocalico
diverso, ci sono 3 vocali toniche: a,e,u. Di conseguenza in siciliano si dice prisa non presa, succede che il
copista toscano toscanizza il verso, quando però viene toscanizzata una parola in rima subentra un
problema perché ci si trova una rima imperfetta.
di al servente che la donna è presa e io amore la tengo con me in modo che obbedisca alla sua volontà e
possa fare il suo piacimento e se Lapo non è sicuro che la donna sia presa, allora che guardasse gli occhi
della donna e capirà che ella corrisponde i suoi sentimenti.

Questo sonetto sembra confermare quello che ci diceva Dante in Guido io vorrei, il giudizio implicito su
Lapo è sicuramente positivo, tanto che Guido si offre di andar davanti al Dio d’amore per aiutare Lapo,
quello stesso Dio che genera in lui tante sofferenze.

Se vedi Amore, assai ti prego, Dante


In questo sonetto Cavalcanti assume un comportamento opposto, in quanto mette in dubbio la sincerità
amorosa di Lapo, mettendo di conseguenza in dubbio le sue capacità poetiche.
Anche qui Cavalcanti si rivolge a Dante per esprimere un suo dubbio sulla figura di Lapo.
PARAFRASI: Dante se vedi amore da qualche parte dove sia presente anche Lapo, non ti dispiaccia di fare
attenzione (porre la mente) in modo che tu mi possa riscrivere se amore lo riconosce come suo fedele e se
la donna gli sembra bella poiché Lapo le si mostra completamente soggiogato da questa stessa donna.
Perché molte volte queste persone sono solite farsi passare per innamorati, ostentando sofferenza. Tu sai
che nella corte dove regna amore, non può esserci uomo vile. (perché solo chi ha il cuore gentile e nobile
può prestare servizio d’amore, chi ha il cuore vile no). Solo amore ci può dire se la sofferenza (soffrenza=
provenzalismo, pazienza: capacità dell’amante di sopportare il suo dolore amoroso alimentato dalla
speranza di essere un giorno corrisposto) a cui Lapo si appella gli può essere d’aiuto. Solo amore lo può
sapere il quale è l’unico che decide se c’è una ricompensa amorosa.
Sono dei sospetti che rimandano a punti precisi di alcuni componimenti di Lapo, come in una canzone in cui
Lapo si appella alla soffrenza personificata, ed è l’unico che si appella alla soffrenza personificata e non alla
pietà.

Amore e Monna Lagia e Guido ed io


Anche se non ne abbiamo la certezza, De Robertis la identifica come una lirica dantesca. Potrebbe essere
ricollegata al sonetto “Guido io vorrei”. Si tratta di un sonetto particolarmente difficile da decifrare
PARAFRASI: parla Dante in prima persona e nomina amore, monna lagia, guido e lui stesso. Noi tutti
possiamo essere grati a un ser costui (ringraziamento ironico) perché sapete da chi non lo voglio raccontare
perché preferisco dimenticare da chi siamo stati separati. (Qui c’è una duplice oscurità: non ci dice chi è
costui dal quale sono stati separati e non ci dice neppure chi sono stati a separarli da questo qualcuno). Poi
questi tre non vi hanno più desio che erano servitori a tal punto che io non sono stato più servente di loro.
(cerca parafrasi su internet perché la registrazione si inceppava)
Dante sembra parlare di Amore, quando parla di un “sapete cui”, ma se così fosse allora non porta quando
Dante dice “questi tre”, cioè Amore, monna lagia e Guido che sono stati separati da ser costui. Tutto si
risolverebbe se intendiamo il primo Amore come Beatrice. Dante in un sonetto molto famoso indirizzato a
cavalcanti, fa dire ad Amore in riferimento a Beatrice “e quell’ha nome Amore, sì mi somiglia”. Quindi se
Beatrice può essere definita Amore allora tutto torna. Beatrice, Monna Lagia, Guido ed io. Un ser costui è
Lapo Gianni.
é un sonetto coerente con i dubbi avanzati precedentemente da Guido, nonostante l’amicizia tra Dante e
Lapo, quest’ultimo non appare nella Vita Nuova di Dante.
Tradizione delle Rime di Lapo:
La tradizione delle rime dello stilnovo si divide in due rami: un ramo toscano e un ramo settentrionale, più
precisamente di area veneta. Nel caso specifico di Lapo troviamo un’eccezione perché solamente un
componimento è trasmesso anche da uno dei più importanti codici veneti ovvero il
Barberiniano latino 3953. Si tratta di un codice databile negli anni 20 del 300 copiata a Treviso da uno dei
seguaci più tardi dello stilnovo cioè Nicolò De Rossi. Soltanto un componimento di Lapo compare in questo
codice perché dei componimenti di Lapo, che sono 17, ben 16 noi li ritroviamo nel Chigiano cioè il codice
dello stilnovo, la prima antologia degli anni 40 dell'Ottocento della lirica stilnovista. Affianco al Chigiano ci
sono il Trivulziano che è un collaterale, strettamente imparentato con il Chigiano ma non è una copia. Altro
codice di grande importanza è il Vaticano 3214 del 1525 fatto allestire per ordine di Pietro Bembo. Questo
codice deriva i suoi componimenti da un codice antico andato perduto quindi la sua testimonianza
nonostante sia molto tarda rimane una testimonianza molto importante. Un altro codice interessante
anche esso tardo è la cosiddetta raccolta Bartoliniana del1530, un manoscritto copiato da Lorenzo Bartolini
trascrivendo i componimenti da tre diverse fonti: il testo Beccadelli, il testo Bembo e il testo Brevio. Ognuna
di queste varianti ci rimanda ad una tradizione differente a volte al Chigiano a volte al Vaticano.

Lez.3 17/11

Le Rime di Lapo sono 17, per lo più sono ballate. Come sappiamo la ballata è stata promossa da Cavalcanti a
Firenze. La scelta di Lapo di privilegiare anche lui la ballata potrebbe significare la volontà di avvicinarsi
all’orbita cavalcantiana. Di Lapo non abbiamo sonetti, ad eccezione di un sonetto doppio. Il sonetto doppio
non ha i consueti 14 versi, ma viene rinforzato con un numero maggiore di versi. Come sappiamo il sonetto
è prettamente di tradizione siciliana, compare con Giacomo da Lentini, non era presente nella lirica
trobadorica, la quale vedeva prettamente la canzone come genere utilizzato. Lapo non compone sonetti.
Riguardo l’ordinamento dei componimenti, vale quello che abbiamo rilevato per Cavalcanti: non abbiamo
un ordinamento d’autore, tuttavia in questo caso siamo aiutati dai codici rappresentativi; Chigiano e
Vaticano e quindi l’ordinamento fissato riflette l’ordinamento che troviamo nel Chigiano. I primi
componimenti nel Chigiano, sembrano i più antichi, secondo il linguaggio e i temi affrontati.

EO SON AMORE, CHE PER MIA LIBERTATE: (pag.3)


Si tratta di un componimento particolare perché è un componimento legato ai due successivi (e questo è
importante per la costruzione dell’ordinamento). Queste tre ballate appartengono ad un'unica vicenda
amorosa. Nella prima ballata c’è amore che prega la donna di corrispondere il sentimento amoroso del
poeta, nella seconda ballata il poeta ringrazia amore del suo intervento e nella terza ballata il poeta, non si
sa per quale motivo chiede perdono alla donna. Sono molto rari i casi di componimenti legati uno all’altro
costituendo una micro storia. Sia nel Chigiano che nel Vaticano questi tre componimenti sono situati
all’inizio e uno dopo l’altro. Questa ballata è sotto forma di dialogo, tra Amore e la donna.
Lapo è un poeta che ha un suo margine di originalità, questa idea di una storia di amore in più ballate e
l’idea di amore che parla in prima persona è sicuramente originale.
v.1 il dio parla in prima persona, dichiarando la sua identità.
METRICA: ballata grande, lo schema di rime prevede una ripresa, 4 versi iniziali (x,y,y,z) + tre stanze tutte
con lo stesso schema (a,b,b,c,c,d,d,e,e,z). Da notare che l’ultimo verso della volta, z, rima con l’ultimo verso
della ripresa z= rima refrent (rima che si ripete). All’interno del cappello metrico si sottolineano le rime
tecniche: sono rime particolari che si usano nella poesia duecentesca e successive. Rima identica: parole
che rimano con sè stessa. Rima grammaticale: (cortese/cortesia) parole in rima che derivano dalla stessa
etimologia. Rima ricca: parole in rima che hanno in comune anche la consonante precedente.
Due parole sono in rima quando presentano gli stessi suoni o le stesse lettere dalla vocale tonica in poi.
Successivamente vengono indicati i manoscritti (Mss). dobbiamo considerare ogni componimento a sé,
perché non tutti i manoscritti tramandano tutti i componimenti. In questo caso, il Chigiano riporta a carta
(pagina), c.48 al retto verso “ser lapo Gianni”. Questa parte in particolare viene definita Rubrica, in questa
parte viene detto chi è l’autore del componimento. Quando un testo è definito in forma anonima significa
che non vi è la rubrica. Si chiama Rubrica, da ruber, colore rosso, perché semplicemente le lettere scalate di
lato erano scritte in rosso.
Dopo di chè sono inserite le edizioni precedenti di tutti i poeti dello stilnovo. Così è possibile andare a
ricercare eventuali confronti con edizioni precedenti. Infine troviamo le note al testo, dove vi è una vera e
propria discussione filologica che riporta gli eventuali problemi che l’autore ha avuto nel comporre
l’edizione. In genere quando di fronte a due rami che presentano due varianti possibili come ad esempio al
v.5 il Chigiano ha “questo è certo” e il Vaticano ha “e questo è certo”, si tende a preferire la testimonianza
del Chigiano per dare coerenza a tutta una serie di scelte che hanno reso il Chigiano più autorevole.
PARAFRASI: io sono amore (amore stesso inizia il suo discorso dichiarandosi) che per mia libertà (libertade
dal latino) mi sono presentato qui da voi donna graziosa. Linguisticamente possiamo notare il pronome eo
che è un sicilianismo perché in toscano le e si è chiusa in i dando io. Il fatto che amore è venuto di sua
iniziativa sta a significare che lui si reca presso la donna per pregarla di corrispondere all’amore di lapo e
questo è molto importante perché lo fa di sua iniziativa e significa che ritiene l’amante un buon fedele, un
bravo servo d’amore.
Affinché dobbiate addolcire le sue gravi sofferenze al mio leale servitore (Lapo). Mia donna, lui non mi
manda questo è sicuro, ma io vedendo la sua grande sofferenza e le angosce che lo costringono in una
condizione di sofferenza mi sono mosso con pietà (pietanza rimanda al gallicismo e sembra una forma più
nobile rispetto a pietà). Poiché sempre tiene il viso coperto e i suoi occhi non smettono di piangere
(plorare=latinismo) e di lamentarsi della sua debole condizione. (debol è un aggettivo cavalcantiana che ha
pochissimi precedenti) Chiedendo pietà alla sua amata.
Che non muoia a causa vostra perché io lo difendo, mostrate verso di lui, nei suoi confronti allegria, cos’
che abbia benevolenza, se lo fate potrebbe ancora vivere.

Segue la risposta della Donna

Non si addice a me, gentil signore, rifiutare questo messaggio: per il fatto che siete venuti di persona, voglio
darvi una ricompensa. Così come prescrive la buona ragione. Siete venuti da me con cuore così libero
(riprende le parole di amore) avendo compassione del vostro servo. Ve lo fece fare una grande saggezza. Io
voglio guarire il suo amore (concetto di amore come malattia). Portategli il cuore che avevo in prigione e
dategli allegria da parte mia. (la donna per dire che accetta l’amore in realtà restituisce il cuore all’amante
che di norma segna la fine dell’amore) che si affidi al suo amore con un sentimento buono puro e lodevole.
puro non è un aggettivo frequente, amore purus in cappellano (andrea cappellano) è l’amore che esclude
l’atto sessuale.

Segue la risposta di Amore

Mille grazie gentile donna cortese della sua buona risposta e del suo parlare grazioso, che interamente
avete appagato il mio desiderio anzi che avete raddoppiato la mia domanda (metafora di fondo che vede
l’uomo gentile che ad una domanda risponde il doppio). Che verso di voi non posso rimproverarvi nulla
perché non ho mai trovato una donna di tanto valore che il suo servitore abbia ricompensato tanto da
resuscitarlo dalla morte e dalla prigione.
Donne e donzelle, che seguite il giusto, ecco una donna di grande valore che per la sua profonda e innata
cortesia vuole perdonare il proprio servo.
Lez.4 18/11

AMORE, I’NON SON DEGNO RICORDARE

Il poeta ringrazia il Dio Amore. Il collegamento con il componimento precedente è rimarcato con ben 7
riprese di parole in rima. Questa ballata ha colpito gli studiosi per un certo lessico rimarcato in senso
cortese quasi eccessivamente bilanciato verso i modelli tradizionali. Mario Marti osservava che questi tratti
convenzionali erano tali da impedirne l’attribuzione di paternità ad un poeta stilnovista, se non si fosse
sicuri che questa è una ballata di Lapo Gianni. Secondo lui questa ballata presenta nel lessico talmente tanti
elementi tradizionali che si fa fatica a pensare che sia una ballata composta da un poeta stilnovista e non da
un poeta precedente. In realtà si tratta di un giudizio severo perché è vero che ci sono elementi tradizionali
ma è vero anche che ci sono degli elementi che invece proiettano proprio nell’esperienza dello stilnovo, in
particolare due elementi: la richiesta agli altri amanti di voler intercedere presso il Dio, che è un motivo
tipicamente cavalcantiano, ovvero la volontà di porsi come modello agli altri fedeli d'amore. Si tratta del
tema della coralità dell'esperienza amorosa, un tema cavalcantiano e poi stilnovista. L'altro elemento
risiede nell’enfasi che Lapo conferisce al saluto della donna. Il saluto dell’amata è il motivo cardine della
Vita Nuova di Dante. La Vita Nova ruota intorno al saluto di Beatrice, poi ci sarà la sua negazione cioè
Beatrice toglierà il saluto a Dante perché Dante avrebbe dovuto, secondo il codice cortese, non dichiarare
mai il nome dell’amata perché ne avrebbe compromesso la sua reputazione. Infatti veniva spesso utilizzato
uno pseudonimo. Dante fa finta che queste liriche siano rivolte alla donna schermo. Dante si trova in chiesa
e rivolge il suo sguardo a Beatrice. Come sappiamo nel Medioevo, in chiesa uomini e donne erano
rigorosamente divisi e Dante afferma che nella linea retta tra lui e beatrice vi era anche un’altra donna, la
quale ha ipotizzato che il suo sguardo fosse rivolto a lei e non a beatrice. Di questa cosa se ne convincono
anche i lettori e quindi dante ipotizza che le sue liriche siano rivolte a questa donna schermo, anche se in
cuor suo erano rivolte a Beatrice. Questa donna lascerà poi Firenze, e su suggerimento di Dio amore Dante
prenderà un’altra donna schermo. I mal parlieri iniziano a dubitare dell’eccessiva disinvoltura di Dante, di
conseguenza Beatrice rimane un po' colpita da questa “leggerezza” di Dante e temendo che poi anche il suo
nome venga compromesso gli nega il suo saluto. Questo per dire che i modelli cortesi dettano un po' quelli
che sono gli schemi comportamentali.

La ballata di Lapo di ringraziamento alla donna e l’eccessiva euforia di Lapo alla quale consegue la
negazione della Donna la quale gli toglierà il saluto, rientra in una rielaborazione di modelli tradizionali.
Sul piano metrico: è una ballata grande di tutti endecasillabi con la ripresa di 4 versi. Abbiamo delle rime
interne al verso indicate tra parentesi. Ci sono poi varie rime tecniche. È presente la tecnica della copias
capfinidas ovvero la tecnica di riprendere al primo verso di una stanza una parola, un’espressione
dell’ultimo verso della stanza precedente.
Per quanto riguarda i manoscritti che trasmettono questo componimento sono meno rispetto al primo.
Sono il Chiagiano da una parte e il Vaticano latino dall’altra.
Nota al testo: mancano i discendenti dell’Aragonese (la cosi detta raccolta aragonese è un’antologia lirica
che è stata fatta da Lorenzo de Medici e da Angelo Poliziano fatta allestire per regalarla al re d’Aragona.
Questa raccolta è andata persa ma abbiamo una serie di copie che ne sono state tratte. Il Chigiano si
oppone agli altri testimoni al verso 12 “alteramente” vs “altamente”. E al v.22 “vuole allui” vs “a lui vuol”.
Qui vi è una situazione un po' strana perché se dovessi seguire lo stemma di Lachmann io non dovrei
mettere a testo le edizioni che ho messo. Ci sono due codici del ramo del Chigiano, Mg2 e VL che
concordano con il ramo del Vaticano. Quindi V1, Bart, Mg e VL sono in situazione maggioritaria. Tuttavia si è
scelta la lezione del Chigiano perché considerata come la lexior difficilior, per cui “altamente” degli altri
codici è considerata una banalizzazione di “alteramente” che invece è la lezione da preferire. Lo stesso vale
per il verso 22, dove “vuole allui” è la lexior difficilior e “a lui vuol” è una banalizzazione.
Ci sono casi in cui si dimostra come il Vaticano e la Bartoliniana hanno lezioni valide come “quali di voi
sentisse” vs “e qual di voi avesse”, comunque si preferisce rimanere fedeli al Chigiano. Al verso 31 il V1 e
Bart hanno “era questo” quando in realtà questa è una banalizzazione di “raquistò”.

PARAFRASI: Lapo si rivolge sin dall’incipit al dio d’amore e lo fa ricorrendo al topos modestie, ovvero il
poeta mette le mani avanti e dichiara di non essere in grado di ringraziare in modo adeguato amore perché
amore è troppo nobile. Questo nella letteratura cortese è un topos che normalmente viene rivolto alla
donna amata, qui Lapo invece lo rivolge al dio d’amore.
Amore io non sono degno di ricordare la tua gentilezza e la tua saggezza. Perciò chiedo perdono se dovessi
fallire volendoti lodare.
nella seconda stanza, Lapo rivolge la propria lode ad Amore, appellandosi però agli amanti. Questa ricerca
di coralità delle proprie emozioni è tipica di Cavalcanti e successivamente dello Stilnovo. Qui Lapo vuole
condividere un’esperienza positiva di Amore.
Io lodo Amore a causa mia a vantaggio di tutti gli altri amanti, il quale amore mi ha sopra tutti gli altri
amanti ricompensato, ponendomi sopra alla ruota.
Qui Lapo ricorre ad una figura diffusa nella lirica cortese: la ruota della fortuna, la fortuna viene
rappresentata come una ruota, la fortuna gira, chi è sopra oggi domani sarà sotto e viceversa, è il continuo
cadere e rialzarsi.
Laddove io ero solito avere dolore e lacrime adesso ricevo sguardi benevoli, da ogni lato
tanto che ricevo il saluto della donna gioiosamente;
Qui compare il motivo del saluto, topos che troviamo già nei trovatori, e ricompare con Guinizzelli con “lo
vostro bel saluto e gentil sguardo” per poi essere riadottato da Dante in particolare nella Vita Nuova. La
lirica stilnovista è innovativa perché riprende immagini che già esistono, già nei trovatori, ma sono un
semplice espediente retorico, mentre gli stilnovisti caricano queste immagini, come il saluto, la donna vista
come donna angelo ecc. di valore e di significato, rendendole non più semplici immagini che ricorrono di
tanto in tanto, ma veri e propri topos, che caratterizzano la lirica stilnovista.
Grazie al tale signore valente (Amore) che mi ha elevato a tale condizione su quel giro tondo (ruota della
fortuna) che io non credo di avere pari in questo mondo.
Non credo che troverò mai un pari che è felice fortunato come me se amore mi mantiene in tale
condizione, dando valore al mio sentimento d’amore.
Qui Lapo si propone come esclusivo intermediario tra gli altri amanti e il Dio d’Amore.
Ora amanti venite ad accompagnarmi e se qualcuno di voi avesse dolore al cuore, chiederò ad Amore che
gli desse felicità. Perché lui è un signore di tanta bontà, che se un amante si dimostra fedele, anche se
questo amante avesse il cuore crudele, lui alla fine finirebbe per sottomettersi a lui, al dio d’amore.
Questa idea che il potere del dio amore è tale da nobilitare anche i cuori crudeli, in realtà la troviamo in
primis in Guinizzelli e poi in Dante, con l’unica differenza che in questi due poeti era la donna colei in grado
di nobilitare i cuori crudeli, e quindi di renderli gentil cuori.
Vedete amanti come lui è umile e gentile e di alto valore ed ha il cuore saggio in perfetta conoscenza:
che vedendo me ridotto in uno stato di viltà, il signore si mosse come messaggero, e pose rimedio al mio
dolore e recuperò il mio cuore il quale era in rovina da colei che mi aveva tanto sdegnato.
Qua Lapo riprende l’immagine della donna che riconsegna il cuore a Lapo. Ma convenzionalmente quando
uno si innamora cede il proprio cuore alla donna amata, invece qua la donna lo riconsegna. A volte Lapo
sembra usare delle immagini in modo inappropriato e forse è da questo che nasce in Cavalcanti il dubbio
che Lapo sia un vero poeta d’amore.
E dopo che lo ebbe riconsegnato ad Amore, da quel momento in poi mi ha sempre degnato di salutare.
Il saluto sancisce la ritrovata gioia amorosa, questo è uno degli elementi innovativi dello Stilnovo che si
proietta verso Dante e Cavalcanti.
Lez.5 19/11

GENTIL DONNA CORTESE E DIBONARE

La gioia che il poeta prova grazie all’intervento del Dio viene sbandierata nel canto, così facendo il poeta
elude gli obblighi di riservatezza e compromette la reputazione dell’amata. Riconosciuto il comportamento
sbagliato il poeta si presenta dispiaciuto e pentito alla donna, la quale in virtù della sua eccelsa cortesia gli
concede il perdono. Ora però la donna si presenta nuovamente ostile nei confronti del poeta.
Metrica: Ballata grande priva di rime interne. Notiamo la presenza di un settenario, nonché il terzo verso
della ripresa. Anche qui abbiamo rime grammaticali, rime ricche e rime derivative.
Manoscritti: Chigiano, Trivulziano, gruppo dell’Aragonese e vaticano e raccolta Bartoliniana.
Nota al testo: i capostipiti Chigiano e Vaticano si differenziano in alcuni punti: al verso 2 Ch. Porta “primo
servente” mentre la lezione corretta è “prima servente” come riporta il Vaticano. Al verso 11 troviamo “ma
dio”, mentre il vaticano e la raccolta bartoliniana preferiscono la lezione ma di ciò, in relazione a quanto
detto dopo. Ora, si pensa che sia corretta la lezione del Chigiana “ma dio”, inteso come ma io con la d
euforica in ma, perché in italiano antico la d euforica andava oltre che su e, ed, anche su ma, mad. Ci sono
altri casi in cui la lezione del Chigiano è da preferire in relazione a quella delle altre edizioni: al verso 3 “ch’ a
la mente” invece di “che ‘n la mente”, al v. 7 va preferito il Chigiano con “da’ vostri occhi” e non “di vostri
occhi”. Al v.10 “si mmi cerchiava” del Chiagiano piuttosto che “si m’incerchiava” che potrebbe essere
scaturita dall’errata lettura da parte del copista del riflessivo soggetto e raddoppiamento fonosintattico
dopo monosillabo. Ciò significa che, il Chigiano riporta si mmi cerchiava con il raddoppiamento
fonosintattico della M, ma il copista ha inteso quella m come un IN. Al verso 11 abbiamo “grazie porgo” del
Ch, invece di “grazie porto” del Vaticano.

Lapo parla alla donna, rivendica il fatto di essere stato perdonato già una volta e chiede di essere perdonato
una seconda volta.
PARAFRASI: gentil donna cortese e nobile, di cui amore mi fece sin dal primo momento servitore, poiché vi
porto dipinta, raffigurata nella mia mente affinchè voi non vi dimentichiate di me.
Il poeta sta dicendo che ha fissa la sua immagine nella mente per non dimenticarla. Quello della donna
dipinta interiormente è un topos risalente a Giacomo da Lentini, il quale crea per primo quest’immagine
della donna dipinta nel cuore. Qua è interessante notare la differenza, per cui Lapo afferma che la donna è
dipinta nella sua mente, non nel cuore. Questo perché Lapo si rifà all’ideale di Cavalcanti secondo cui
l’amore è una malattia che colpisce la mente.
Io fui un servitore così rapidamente non appena un raggio gentile e amoroso mi venne dai vostri occhi.
(immagine della luce tipicamente guinizzelliana). Il quale splendore mi comprese d’amore che in vostra
presenza fui sempre pauroso. Questo splendore mi conquistò con la conseguenza che io in vostra presenza
ebbi sempre timore, cos’ che la paura mi avvolgeva il cuore.

Il nesso tra amore e paura è un nesso tradizionale, sin dai trovatori, i quali hanno dichiarato che il vero
amore è quello che reca con sé paura e incertezza. Se uno ama senza il sentimento di inquietudine allora
vuol dire che non sta amando realmente. Questo lo diceva già Ovidio, il quale sosteneva che l’amante se ha
un genuino sentimento vuol dire che deve stare sempre in una condizione di apprensione, perché ha paura
di perdere la donna amata. Questo è il timore reverenziale. E questo topos sarà utilizzato spesso da Dante.
Dante, dopo che Beatrice lo aveva salutato, viene invitato ad un matrimonio da un suo amico, il suo amico
pensando di fare una cosa nuova peggiora la situazione perché a questo matrimonio è presente anche
Beatrice. Dante ha una specie di attacco di panico, impallidisce e indietreggia, ma peggio ancora Beatrice lo
vede e lo prende in giro con le sue amiche.

Ma io ringrazio Amore che rese contento il cuore di un lungo desiderio, della gioia che sento, la quale
mostrò un cantare amoroso.
In tal modo il mio cuore leggiadro, ostentò la gioia che aveva provato (leggiadro può significare grazioso o
leggero con accezione negativa) che in grande orgoglio salì sovente ( si è vantato delle conquiste), rivelando
pubblicamente la sua conquista, ma poi riconoscendo le offese gettò via questo pensiero sconsiderato,
facendosi perdonare.
Quando però il vostro alto intelletto udì tutto ciò, così come il cervo va verso il cacciatore (secondo i
Bestiari, enciclopedia degli animali, il cervo andara incontro al cacciatore e si lasciava morire), allo stesso
modo io vengo verso di voi per farmi perdonare.
Chiedendo a voi perdono umilmente, dell’errore che ormai era evidente, venne contrito con attitudine di
una persona che si vergogna, voi non comportandoti come la gente selvaggia (persone scortesi e non
gentili) ma come una donna di grande cortesia, mi concedeste il perdono ampiamente.
Ora vi mostrate sdegnosa nei miei confronti, e iniziate una guerra nuova (metafora bellica), io quindi prego
Pietà ed Amore che vi debba rendere benevola.
Lapo afferma che la donna gli è diventata di nuova ostile, ma Lapo stesso non riesce a capire quale sia il
motivo.

La dinamica narrativa che caratterizza questi tre sonetti, è del tutto originale. Ballate che raccontano
un'unica storia, è un qual cosa di totalmente inedito.
Un'altra cosa da sottolineare è il fatto che la qualità principale di Lapo sembra essere la leggerezza di toni,
di linguaggio, di temi. Questi componimenti che sono un po' a metà tra il vecchio e il nuovo stile non sono
qualitativamente il massimo.
In relazione alla donna dipinta nella mente, non possiamo dire che Lapo aderisce completamente alla
filosofia proposta da Cavalcanti. Lapo inserisce mente e non cuore, per dimostrare di aver colpo il fatto che
il linguaggio poetico stava cambiando, ma non approfondisce la questione come aveva invece fatto
cavalcanti a livello filosofico. Mentre Cavalcanti e Dante rinnovano il loro linguaggio facendo riferimento a
modelli filosofici importanti, come Aristotele, Lapo al contrario non si sbilancia mai nel dettaglio, dando
modo di pensare che dietro non vi è uno studio approfondito come quello dei suoi colleghi. È forse questo il
limite più grande di Lapo, ovvero il suo rimare in superficie. E forse è proprio da questo limite che nascono i
dubbi di Cavalcanti inerenti al fatto se Lapo sia un vero poeta d’amore oppure no.

Lez.6 24/11

ANGELICA FIGURA NOVAMENTE


Anche in questa ballata, Lapo prende a modello Cavalcanti.
Questa ballata inizia con la celebrazione della donna come angelica dispensatrice di salvezza amorosa.
Segue la dolorosa psicologia dei fatti interni, tipici della poesia cavalcantiana, come l’insostenibilità dello
sguardo. Manca, però, il forte senso di alienazione che cavalcanti era solito provare.
METRICA: è una ballata grande. Notiamo la presenza di un settenario. Ci sono delle rime derivative e delle
rime ricche.
Per quanto riguarda i manoscritti che l’hanno trasmessa, troviamo il Chigiano e Trivulziano da una parte e
Vaticano e raccolta Bartoliniana dall’altra. L’unico luogo problematico è probabilmente al verso 11 perché
la lezione maggioritaria di Ch, Tr e V2 è “sentì” ed è erronea perché il soggetto è plurale e quindi c’è
bisogno di un verbo al plurale. “sentir” da “sentiro” è una forma etimologica di “sentirono” trasmessa dalla
raccolta Bartoliniana.
PARAFRASI: La poesia si apre con una locuzione alla donna, Lapo la definisce una figura angelica. Ci si sposta
sin da subito all’interno di un quadro prettamente stilnovista. Il fatto che un poeta potesse accostare la
propria donna ad un angelo, si trova già presso i trovatori, non è una novità da attribuire ai poeti stilnovisti.
Novamente potrebbe voler dire eccezionale, senza precedenti, inaudito. Venuta dal cielo a diffonder il tuo
saluto (tema del saluto: con il saluto la donna salva il poeta)
Tutta la sua virtù ha trasferito in te il dio Amore.
Segue uno smarrimento interiore riallacciandosi a cavalcanti.
Da dentro il suo cuore si mosse uno spiritello (Ricorda cavalcanti) che uscì attraverso gli occhi e mi venne a
ferire quando io guardai il suo viso amoroso. (topos dello sguardo e della vista che sono descritti come un
dardo, una freccia d’amore, sempre su modello cavalcantiano)
questo spiritello si aprì la strada attraverso i miei occhi così crudele e veloce tanto da fare fuggire il cuore e
l’anima, fu pauroso mentre l’uno e l’altra dormivano.
(l’immagine del cuore e dell’anima che dormono va ricollegata al pensiero aristotelico inerente alla
POTENZA e all’ATTO: quando una facoltà dorme vuol dire che l’amore non era in atto e quindi si rimane
impotenti, in uno stato di quiete, è con lo sguardo della donna che ci si risveglia). E quando lo sentirono
arrivare così spietato e il colpo così forte, temettero che fosse la morte che esercitasse il suo dovere. (il
colpo di fulmine viene paragonato all’operare della morte).
Poi quando l’anima si riprese chiamò il cuore gridando (le facoltà parlano come in cavalcanti): “sei forse
morto che non ti sento più?” Rispose il cuore, che era in fin di vita (solo pellegrino e senza alcun conforto,
tremava e non poteva parlare) e disse: “ oi anima, aiutami ad alzarmi e a ritornare nel castello della mente.
(ovviamente casser lo utilizzò già cavalcanti: cassero deriva dall’arabo, perché gli arabi conquistarono il
mediterraneo, castello in arabo infatti si dice alcasar: il castello che deriva a sua volta dal latino castrum:
accampamento. Qui Lapo riprende cavalcanti in “vedeste al mio parere ogni valore”)
E così insieme andarono nel luogo da cui egli è stato spinto fuori
(ATTENZIONE: il cuore chiede di essere riaccompagnato nel casser della mente, ma il cuore non risiede
certo nella mente, è l’anima sensitiva che risiede nella mente secondo la filosofia aristotelica e poi
cavalcantiana. Da parte di Lapo assistiamo quindi ad una semplificazione, ad una banalizzazione del
pensiero aristotelico-cavalcantiano).
Allora le mie labbra (il mio volto) così tramortito divenne allora, che io stesso non sembravo vivo sentendo
il mio cuore morire ferito, mi ripetevo spesso ogni volta: “ povero me, sventurato amore che non avrei mai
potuto credere che tu potessi essere contro di me così spietato! Che torto crudele e gran peccato hai fatto
contro di me, nonostante io sia un tuo leale servo. Che la mercè non mi aiuta senza che tu mi tormenti a
tutte le ore!”
Questa ballata si conclude con un rimprovero ad Amore, il quale non soccorre il poeta nonostante lui sia un
leale servo.

DOLC’È IL PENSIER CHE.MMI NOTRICA ‘L CORE.

Qui Lapo non si proietta verso l’introspezione dolorosa, piuttosto verso la lode gioiosa.
PARAFRASI: dolce è il pensiero che mi nutre il cuore per una giovane donna che il cuore desidera
per cui si fece gentile la mia anima e poiché sposata con Amore la congiunse.
Io non posso descrivere facilmente lo straordinario esempio che lei incarna: quest’angelo che sembra
venuta dal cielo. Mi sembra sorella di Amore quando la sento parlare ed ogni suo piccolo gesto mi sembra
meraviglia. Beata l’anima che la celebra. Si direbbe che nella donna sia piovuta l’allegria, la speranza ed
ogni perfetta gioia. Ed ogni ramo fiorito di virtù che trae origine dal suo grande valore. Il nobile intelletto
che ho per questa giovane donna che è apparsa mi fa disprezzare tutto ciò che c’è di vile e di villano (perché
l’amore nobilita) e mi da conforto il dolce parlare che io feci con lei riguardo alla vita amorosa quando ero
ormai asserito al suo potere. Ella mi fede tanta cortesia che non sdegnò il mio parlare, ed io voglio
ringraziare amore che mi ha fatto degno di così tanto amore.
Come il mio nome è scritto nel libro d’amore, racconterai o ballatetta quando vedrai la donna mia perché di
lei sono stato fatto servitore.
Quest’immagine del libro d’Amore è di Cavalcanti, però Cavalcanti afferma che lui trae le sue parole
amorose dal libro di Amore, è amore che ispira le sue parole, mentre Lapo dice che è lui stesso scritto nel
libro d’Amore, come se ci fosse una lista dei poeti. Questa è un’altra semplificazione, banalizzazione di
un’immagine cavalcantiana.
Lez.7 25/11/2020
DONNA SE’L PREGO DE LA MENTE MIA

Lapo predilige di solito la ballata, quindi questo componimento, per scelta metrica si differenzia dagli altri
componimenti. È un componimento coinvolto nella polemica che mette in dubbio Lapo e la sua
partecipazione allo Stil Novo. Cavalcanti nel sonetto “Se vedi Amore assai ti prego Dante” dove fa capire a
Dante i suoi dubbi sulla sincerità amorosa di Lapo, potrebbe aver in mente la canzone di Lapo “DONNA SE’L
PREGO DE LA MENTE MIA” perché guido nel suo sonetto ad un certo punto dice che la sofferenza potrà
essere di giovamento al servitore questo lo potrà dire solo Amore. È interessante che Cavalcanti tiri in ballo
questa sofferenza perché lo stesso Lapo in questa canzone implora questa sofferenza di venire in suo
soccorso perché lui non può resistere. La sofferenza è la capacità di sopportare i timori causati dalla donna
amata, fin chè essa non accetta di corrispondere il sentimento. Lapo è il solo che invoca e personifica la
sofferenza, allora possiamo dedurre che cavalcanti allude proprio alla canzone di Lapo quando dice che solo
amore può far si che la sofferenza generi giovamento.
È una canzone di tutti endecasillabi come “Donna me prega” di Cavalcanti e “Donne che avete un’intelletto
d’amore” di Dante. È composta così metricamente parlando, senza nessun settenario perché si vogliono
trattare argomenti alti e più complessi rispetto alle ballate. Ci sono espedienti retorici come rime tecniche,
rime ricche ecc.
Tra i manoscritti che lo testimoniano manca il Vaticano. La canzone è trasmessa dal solo Chigiano,
Trivulziano e dalla raccolta Bartoliniana, la quale raduna in sé il testo Beccadelli, il Brevio e il Bembo. Quindi
quando parliamo di raccolta Bartoliniana intendiamo la raccolta di tre manoscritti. Il Chigiano al verso 59
legge “vi venisse meno”, ma è evidente che la sofferenza deve aiutare il poeta non la donna quindi la
lezione corretta è “mi venisse meno”. Al verso 79, tutti e tre i manoscritti hanno un indicativo, “ma cresce”,
quando dovrebbe andarci un congiuntivo “ma cresca”.
PARAFRASI: la canzone si apre con un periodo di 13 versi, questo testimonia il fatto che la canzone sia
ambiziosa. Inizia con una richiesta di pietà alla donna.
Donna, se la preghiera della mia mente, così com’è bagnata di lacrime e di pianti, venisse da voi come
incarnata di una figura pietosa. (Un attacco così rimanda a “Donna me prega” di Cavalcanti, e anche
“lacrima scendon della mente mia”, ci sono diverse riprese da parte di Lapo e potremmo pensare che sia
stato questo a infastidire Cavalcanti, ovvero una ripresa dei suoi versi troppo sfacciata).
e se voi vi degnaste di ascoltare le sue parole, la giustizia vi farebbe cambiare atteggiamento, perché
udireste i tormenti quanti quelli che l’anima mia, che pensa sempre a voi, soffre con quell’angoscia che le è
dolorosa, solo aspettando che da voi si muova una dolce pietà (Lapo ostenta una pesante sofferenza e
chiede pietà alla donna), se voi potete averla, nel concedermi la grazie di compiere (corrispondere) il mio
desiderio.
E se in voi risiede la virtù d’amore io spero di avere questa grazia bella e straordinaria e di questo io vorrei
dare una prova oggettiva: che amore non può ragionevolmente volere che io nonostante io sia un buon
servitore, io non venga ricompensato, poiché per lungo tempo mi ha fatto soffrire.
Lapo sembra volersi appropriare di alcuni lessemi propri della poesia Cavalcantiana, ma poi è anche vero
che Lapo evidenzia i suoi limiti.
Donna, se c’è una giustizia d’amore questa mi da speranza che voi sarete nei miei confronti così gentile
(serete= passaggio da AR a ER è tipico del fiorentino del 200) che non sdegnerete il mio cuore vile,
ricompensandomi più di quanto io non sia degno. Qui Lapo dice che lui sa che non è degno di lei, ma è
sicuro che la donna ricambierà il suo amore, ricompensandolo. Questa è una dichiarazione un po' avventata
perché vuole essere un topos modestiae, ma va detto che cosi Lapo contraddice un precetto dello Stil Novo
secondo cui solo chi ha il cuore gentile può amare. Lapo non può dichiarare di avere il cuore vile e allo
stesso tempo pretendere di chiedere l’amore della donna. Siamo di nuovo di fronte ad un momento in cui
la lirica di lapo sembra tentennare, nel tentativo di seguire una lirica modello, quella di Cavalcanti e di
Dante.
E di ciò si nutre la mia forza, che la vostra umile mente prenda nei miei confronti un’attitudine
misericordiosa. E quindi nel desiderare ciò mi mantengo (resisto): perché non credo che ci sia un altro
regno (non si può avere nient’altro) che il bene che io mi aspetto da voi, o donna, il quale sarà uno
straordinario piacere che mi terrà per sempre lieto, felice, gioioso. Io prego Amore che mi doni il suo
ingegno (nel senso di natura, indole) così che io non risulti manchevole a causa di nessun difetto. E il bene
che io aspetto avere da voi mi faccia essere perfetto a voi, di cui io mi innamorai all’inizio della mia
vaghezza (desiderio amoroso) quando mi apparve la vostra grande bellezza.
Nella seconda stanza Lapo prosegue con la sua richiesta rivolta al Dio Amore. Adesso descrive il momento
dell’innamoramento.
Donna, ancora provo dolore quando mi ricordo le sofferenze che ebbi che patirono i miei desideri quando
guardai i vostri occhi pieni d’amore e sentii la passione in tutto il corpo: ed ora conviene che io guardi
dolcemente verso di voi senza gettare sospiri per la speranza che questi siano gioiosi. Io posso dire che essi
sono forti perché hanno avuto resistenza soffrendo in ogni battaglia di cui voi eravate vincitrice. Per
abitudine ormai non si curano più di nessun tormento e né hanno paura o sono timorosi (Lapo sta
personificando i sospiri descrivendoli come combattenti che ormai non hanno più paura e sono pronti a
qualsiasi sacrificio)
Donna, voi vi prendete gioco di loro sorridendo e vi piace vederli morire, ma questi sospiri troveranno
accoglienza presso la sofferenza e tanto soffriranno che alla fine vi dispiacerà tutto il martirio che avete
inflitto loro. (Qui non solo vediamo un eccessivo ostentamento della sofferenza ma anche una
personificazione di soffrenza, la virtù cortese della pazienza dell’amante)
Donna, quando verrà per me il sereno? (metafora metereologica) quando vi increscerà della mia angoscia?
Non credo mai perché è la vostra bellezza a creare sofferenza.
se smettessi di soffrire, sappiate donna che le mie forze non dureranno contro la vostra altezza. Dunque la
morte avrà di me pietà e io la prego che mi prenda senza far fatica. (Fino a questo punto Lapo ha esposto la
sua sofferenza e ha invocato la pietà della donna, segue un po di risentimento)
Voi resterete al mondo come mia nemica e io morirò in pace, ma amore vedendo la vostra crudeltà vorrà
rimanere fedele ad una sua legge antica: qual ora una donna non corrisponde il suo servitore, allora le sue
bellezze saranno destinate a distruggersi e se questo vi accadesse in quel caso io sarei contento.
(topos ovidiano: chiedere ad amore di servare una sua legge antica, per cui quando una donna non
ricambia il sentimento amoroso dell’amante fedele allora deve far sfiorire la bellezza dell’amore, quindi
Lapo augura il male all’amata e da questo ne trae gioia, ciò non ha precedenti nella lirica amorosa)
Donna, dunque vogliate provvedere al vostro stato e al mio, in modo tale che il nostro amore non muoia
mai e se io ho torto nel dire questo, Amore dia la sentenza (qui amore diventa un giudice che deve
giudicare).
Dio, voi dovreste per giustizia volere che quanto più una bella donna è altera, tanto più aumenti il suo
onore quanto è meno crudele verso il suo servo che non ha potere nei suoi confronti. (Quanto più una
donna è bella tanto il suo onere dovrebbe essere inversamente proporzionale alla sua crudeltà).
Così la vostra angelica bellezza non avrebbe alcuna virtù (non vorrebbe) nel dare la morte, sentendo ancora
che io fossi più forte, donna, anche se pensasse che io possa resistere ancora, perché ormai io non posso
più difendermi da voi. Qui amore riconosca il vostro valore: se fate un torto, che vi chiuda le porte e non vi
faccia più entrare nella sua corte (scena di fondo: tribunale di cui Amore è il giudice), dando la sentenza nel
tribunale dove risiede, in modo tale che non vi possiate appellare ad un altro amore che vi possa difendere.
Canzone mia nuova, dal momento che io mi trovo lontano (canzone di lontananza perchè Lapo non è a
Firenze) da quella che ha l’anima fiorita d’amore, vai per conforto delle nostre vite e prega che lei abbia
pietà di me.
Il tuo aspetto sia cortese e piano e quando davanti le starai raccontale della mia infinita pena. E se lei
sorridendo non ti crede, dille: “Mia donna, giuro che se vedessi il suo misero stato e il viso rigato di lacrime
ve ne rincrescerebbe in verità perché chi lo vede piangere ne rincresce.
Dunque confortatelo perché se lui dovesse morire prima la colpa sarà vostra, e poi non potrete aver pietà
perché se morisse servendo voi, poi è inutile confortarlo.

È una canzone differente dalle ballate precedenti, a partire dal lessico giuridico, ma poi anche per il fatto
che è molto più ambiziosa rispetto alle ballate, le quali risultano essere molto più leggere.
Questa canzone è accompagnata dalla stanza successiva di 14 versi, in cui è come se questo componimento
accompagnasse la canzone dalla donna. È interessante l’imitazione della ballatetta cavalcantiana. Ai versi 8-
12 “io lo lascia in una condizione di debolezza tale che lui teme di non rivedere Firenze e per soccorrerlo
sono partita da San Mignano”.

Lez.8 26/11/2020

AMORE, I’PREGO LA TUA NOBELTATE

È stato notato come questa ballata, che ha lo stesso schema metrico (quattro rime e una parola rima in
comune con la terza) della terza ballata, sembra richiamare appunto le tre ballate iniziali, specialmente la
terza che si chiudeva con lo sconcerto di Lapo perché la donna era diventata di nuovo ostile nei suoi
confronti. In questa ballata Lapo si appella ad Amore, chiedendogli di intervenire. Sembrerebbe esserci
quindi un filo conduttore tra queste ballate, ma in tutti i manoscritti questa ballata è separata da quella
serie iniziale.
NOTA AL TESTO: nel gruppo del Chigiano, manca il trivulziano, poi ci sono sempre Vaticano e raccolta
Bartoliniana. Ci sono due errori separativi, uno a carico del Chigiano che al v.10 riporta la lezione “esson
nascosta” piuttosto che “e sta nascosta”. L’altro errore è a carico del Vaticano e della raccolta Bartoliniana,
che omettono l’iniziale “onde” al v.11.
Sul piano metodologico occorre dire che linguisticamente è opportuno seguire un unico manoscritto, che
sia il più vicino possibile alla lingua del poeta e per quanto riguarda le rime di lapo, per adesso si è seguito
sempre il Chiagiano, ma al v.9 si è preferita la lezione “nente” piuttosto che “niente”, un sicilianismo di
origine duecentesca quindi se presente nel vaticano sicuramente non è tipica del copista, ma il copista la
sta copiando dall’antigrafo. Lo stesso vale per la forma “vestute” piuttosto che “vestita”. Queste sono due
lexior difficilior sul piano linguistico.
Parafrasi: Amore io prego la tua nobiltà che tu possa entrare nel cuore di questa donna spietata e la renda
amorosa, così che la spogli di ogni crudeltà. (La ballata n.2 anche in essa Lapo invoca la nobiltà di Amore).
Ascolta l’inimicizia mortale che regna tra il suo cuore e il mio all’improvviso, Amor, se prima sembravano
essere una sola cosa: invece adesso la donna mi disdegna con sguardi crudeli che sembra che abbia in
disprezzo il mondo e me stesso. (L’idea della donna che disprezza non solo il poeta, ma tutto il mondo ci
ricorda Farinata degli eretici danteschi), e se mi vede fugge e si nasconde, quindi io non spero che io abbia
mai posa mentre in lei ci sarà tanta crudeltà vestita di un’asprezza che sembra nemica di pietà (Dante in
tanto gentile e tanto onesta dice “vestuta di…”, qui Lapo riprende quei versi, ma in forma negativa).
Amore quando vorrai parti con consapevolezza e se vai in un posto dove tu puoi parlare a colei che mi ha
dichiarato guerra, potrai ben dire che io pur essendo senza colpa mi lamento, motivo per cui la mia anima
piange sconsolata, se non che il cuore l’ha confortata tanto dicendole: “non piangere, mia sorella, tu avrai
notizia di Amore che la rende ampiamente benevola”.
Cuore e anima hanno un vincolo di sangue che rimanda ad un messaggio religioso, sono entrambi
personificati, o meglio il cuore consola e conforta l’anima che soffre. Tuttavia vi è un finale positivo e
ottimista, perché Amore renderà benevola la donna.

ANGIOLETTA IN SEMBIANZA:

Ballata caratterizzata da metri brevi, quasi tutti settenari che sottolineano la leggerezza della ballata. La
critica riconosce in queste misure la cifra migliore di Lapo. Quando Lapo punta ad un componimento
ambizioso, rischia di cadere nell’eccessiva ostentazione della sofferenza. Qui invece, con semplicità riesce
nei suoi componimenti a lodare e celebrare la bellezza della donna. Questa tipologia lo avvicina molto alle
rime giovanili dantesche (che Dante non inserisce nella Vita Nova perché non sono rivolte a Beatrice).
Ballatetta di speranza di un sentimento non ancora corrisposto
PARAFRASI: sembianza di angioletta (tema della donna angelo ma con un diminutivo che alleggerisce i toni)
mi è apparta all’improvviso e mi uccide la vita se Amore non le dimostra la sua forza.
Se amore farà sentire grazie al suo potere un po' della sua dolcezza, il tempo mi darà conforto (capacità di
aspettare è una virtù dell’amante cortese), diminuirà la sofferenza che la sua giovinezza mi saetta, quindi io
sono quasi morto che sono giunto al punto che chi mi guarda fisso può vedere nel viso che io porto un
segno di grande angoscia. Non sono stati gli occhi miei a vedere un’altra volta la sua presenza che essi
possono resistere ancora. Io darei loro forza per mezzo dello stesso potere che li fa innamorare, se non che
amore di fronte a lei non sembra in grado di avere forza, anzi dice: “ questa è la donna che accresce la sua
indipendenza” (Amore stesso dice che questa donna rivendica la sua indipendenza anche di fronte a me)
Non può vincere amore di dipingere nella mente gentile questa nuova cosa, che sempre la trova selvaggia
(opposta di cortese =ostile) con la sua inaudita baldanza (bellezza orgogliosa, arrogante), ostile a lui. Eppure
negli atti sembra amorosa a chi la guarda, quindi fa pensare Amore e chiunque si innamori di lei. Non spero
dilettanza né spero di avere alcuna gioia se il tempo non mi aiuta o Amore non mi da altra speranza.

Lez.9 1/12

Alla fase pre-Beatriciana di Dante, dove il poeta dedica le sue poesie d’amore alle così dette donne
schermo, sembra avvicinarsi molto una parte del canzoniere di Lapo.

NOVELLE GRAZIE A LA NOVELLA GIOIA


Ballata che ha una struttura simile a quella della ballata letta l’altra volta. È un modello di ballata envoi: nel
congedo, il poeta si rivolge al componimento stesso chiedendogli di recarsi dalla donna per trasmetterle il
messaggio presente nel componimento. L’idea di questa architettura poetica è di Cavalcanti con la
ballatetta “io la spero di ritornar giammai”. È un modello che ha condiviso anche Dante stesso con “ballate
vo che tu ritrovi amore”, una ballata inserita nella Vita Nova, ma sicuramente una ballata giovanile, perché
legata a modi di rappresentazione arcaica. Ecco perché questa ballata di Lapo è legata alla stagione
precedente la lode di Beatrice di Dante. Questa ballata, dato che esprime gratitudine, è stato ipotizzato, da
Barbi in particolare, che potesse essere ricollegata alla serie iniziale, tuttavia nonostante la comunanza di
rime, siamo più orientati verso lo Stil Novo, con la copresenza di spie che rimandano a modelli tradizionali. I
testimoni sono il Chigiano da una parte e il Vaticano e la raccolta Bartoliniana dall’altra. Il verso 20 è
problematico perché sia il Chigiano che il Vaticano leggono “quando lei sposa nova d’Amore”, ma contando
le sillabe risulta mancarne una. La Bartoliniana invece riporta “quando lei sposa novelle d’Amore”,
l’aggiunta del diminutivo in nova, che diventa novelle, fa sì che il conteggio delle sillabe sia corretto. Una
cosa tecnica da sottolineare: abbiamo due testimoni principali: Chigiano e Vaticano e poi abbiamo una serie
di codici minori. Raramente capita che questi codici minori abbiano la lezione corretta al contrario dei codici
testimoni. Come in questo caso, Contini afferma che la lezione di Bart. è congetturale e con questo vuole
dire che il copista di Bart, trovatosi di fronte ad un errore del codice testimone, l’ha corretto di sua
iniziativa. Ma se io affermo che queste lezioni sono congetture, allora affermo anche che questi codici sono
dei descripti, ovvero un codice che discende direttamente da un altro e quindi non è utile collezionarlo. Ci
sono poi altri errori del Chigiano come al v.11 dove aggiunge il pronome clinico “chel ritegnate” piuttosto
che “che ritegnate” e altre forme come “piacente” invece di “piangente” e “richiuso” invece di “rinchiuso”.
Qui l’errore è legato alla grafia, in quanto la n veniva indicata con un segmentino sopra la lettera
precedente. È facile che tale abbreviazione sfuggisse.
PARAFRASI: rinnovati ringraziamenti alla novella (straordinaria, inaudita) gioia, vestita di umiltà e di cortesia
(metafora del vestiario di origine bibblica, come Dante) andrete da colei che ha il pieno controllo del mio
cuore e che mi ha tolto di dosso l’antica tristezza.
Quando sarete davanti a lei inchinatevi e dopo che avrete udito le sue dolci accoglienze dite “mia donna, il
vostro servo fedele a voi ci invia affinchè ci riceviate, (inserisce qui la similitudine del cervo per cui il poeta
come il cervo dopo aver mangiato ha gettato via la scorza) per dirvi che la scorza di dolore ha gettato come
fece il cervo. (Contini: Lapo pensa al cervo che mangiando serpi e poi bevendo molta acqua si credeva
ringiovanito e che poi si spogliasse delle corna vecchie). Lapo ha preso l’immagine del cervo, un’immagine
tradizionale e l’idea di inserire nella lirica metafore, temi, topos provenienti dal bestiame medievale, che
era una cosa frequentissima dai provenzali e dai siciliani, era vista da Dante e Cavalcanti come una cosa
superata. Lapo sembra non avere questa sensibilità.
pregando che vi prendiate cura dell’anima, del cuore e ogni sua forza perché in voi ricorre ogni sua
speranza, come nel mare affluisce tutta la pioggia. L’immagine non è nuova, ma plioa è un provenzalismo e
un termine giovanile di Dante.
Inoltre le direte che la mia mente reca gioia per la sua bellezza poiché mi ha fatto degno dell’onore ( mi ha
corrisposto) e io non posso vedere una bellezza tanto grande che tanto mi susciti piacere quanto la gioia
che provo nel vedere lei sposa novella di Amore; e non ho notizia di alcun amatore sia pur di nobile sentire,
che abbia rinchiuso nel suo cuore tanta allegria che rispetto a me non muoia.
Ballata non c’è donna secondo me che sia tanto degna di essere onorata quanto colei da cui ti sto
mandando, nella quale risiede gentilezza ed ogni bene possibile.

QUESTA ROSA NOVELLA


Ballata gioiosa, non di ringraziamento, ma di lode. Presente il mito della giovinezza come fonte di bellezza e
di grazia (ricorda le rime per la pargoletta). Rispetto ad altre ballate, dove la vista della donna appare
destabilizzante e dolorosa, qui la vista della donna è un’esperienza vitale e gioiosa. Il Chigiano da una parte
e il vaticano e la raccolta Bart. dall’altra. Problemi li troviamo al v.16 dove il Chigiano si oppone al V2,
perché il v2 riporta “giunse” perché parla tutto al perfetto, rispetto a “giugne” del Ch. Ma a sua volta
commette due errori ai vv. 8 e 28 tralasciando il pronome soggetto “io” e al v.13 anticipando malamente
l'articolo: “preselmi dolce riso” piuttosto che “presemi l’dolce riso”. Al v. 24 IOVINE mette a testo “mia
alma” perché secondo lui in Lapo non si può mettere a testo il possessivo dopo il possessivo senza l’articolo,
quindi sarebbe dovuto essere “la mia alma”, ma dopo non portavano le sillabe.
PARAFRASI: “Questa Rosa Novella”, è un attacco molto sospetto perché riecheggia “Fresca Rosa Novella” di
Cavalcanti. Come in “Donna sel prego della mente mia” in cui Lapo si abbandona ad un’imitazione
cavalcantiana un pò troppo disinvolta, qui fa la stessa cosa. Al di là dell’imitazione cavalcantiana,
l’accostamento della donna alla rosa, è un vero e proprio topos, un motivo ricorrente, che risale ai siciliani.
Questa rosa sbocciata piace per la sua graziosa giovinezza, mostra che la gentilezza sia nata per virtù della
donna. (la giovinezza è l’incarnazione della nobiltà). Segue un altro topos: quello dell’incapacità del poeta di
celebrare la donna come merita. Se io fosse in grado di raccontare la sua meravigliosa novità, indicibile
meraviglia, direi come la natura l’abbia resa così bella, ma io non ho il potere di sapere allegare quello che
dico con delle prove, allora dillo tu Amore che così lei sarà ben lodata. (Anche questo è un topos che solo
Amore è in grado di lodare adeguatamente la donna). Posso solo dire che una sola volta alzando gli occhi
per guardarla fissamente, mi ha colpito il suo dolce sorriso e i suoi occhi lucenti come una stella, mi hanno
fatto innamorare. (Dante riprende Lapo nell’inferno quando Virgilio parla di beatrice: “Lucevan li occhi suoi
più che la stella”).
Allora abbassai i miei per il raggio che mi giunse al cuore nel momento in cui io la guardai. Tu dicesti
(tu=amore che sancisce la nascita del sentimento): “costei mi piace che governi ogni tuo valore e mi piace
che tu sia servo della sua vita.” (Lapo è grato e quindi) io ti ringrazio molto dolce signore, la tua tanta
grandezza, che io vivrò in allegria pensando che hai fatto della mia anima ancella. Congedo: estende alla
ballata l’attributo della donna: giovane ballata, andrai da colei che ha una bionda treccia (tratto fisico che
avrà Laura di Petrarca che Amore, poiché è così nobile (nobile può essere riferito sia alla donna che ad
Amore), mi ha comandato di essere servo di lei.

Questa eccessiva strategia di riprendere versi chiave cavalcantiani, può aver provocato in Guido un certo
fastidio e quindi da qui il suo dubbio di non essere un vero poeta d’Amore.
Lez.10 2/12

BALLATA, POI CHE TTI COMPUOSE AMORE


Ballata un po' più complessa rispetto alle altre, e che presenta un po' più di problemi sul piano testuale.
Qua ci sono due/tre punti in cui entrambi i rami hanno un errore manifesto. La sua struttura: la ballata è
costruita in forma di envoi, in forma di congedo, come la ballatetta cavalcantiana. Sin dal primo verso il
poeta si rivolge alla ballata a cui rivolge parole di lode, di gioia e di dedizione amorosa. Il messaggio è
positivo. È interessante che questa ballata somiglia molto ad un componimento dantesco, ricorda “Ballata,
i’vo che tu ritrovi Amore”. Però quando parliamo di rapporti cavalcantiani sappiamo quasi con certezza che
è Lapo che dipende da Cavalcanti per motivi cronologici, mentre con Dante questa sicurezza non l’abbiamo.
Resta il fatto che questa ballata di Lapo, presenta diversi punti di contatto con quella dantesca, è diverso
però il tema di fondo perché nel caso di Lapo si tratta di una ballata di lode e di gioia, mentre quella
dantesca è una ballata di scuse che cerca di riconquistare il favore di Beatrice. La ballata di Dante è
sicuramente giovanile e quasi per certo all’inizio non scritta per Beatrice perché come spesso accade nei
componimenti della Vita Nova, Dante si trova ad inserire delle poesie già esistenti in una narrazione nuova,
sforzando i significati. Quindi non è difficile immaginare che questo componimento sia precedente
all’amore per Beatrice e che poi Dante riadatta come componimento di scuse.
Metrica: ballata grande di tutti endecasillabi.
Manoscritti: trasmesso dal Chigiano, dal Vaticano e dalla raccolta Bartoliniana. Ci sono almeno tre errori
certi che sono sanabili solo congetturalmente quindi ci assicurano la discendenza dei tre testimoni da un
archetipo comune. L’archetipo discende dall’originale e a sua volta è il capostipite di tutta la tradizione. Si
può dire che esiste un archetipo se vi è almeno un errore comune a tutta la tradizione e questo significa che
tutte le copie discendono da un unico originale, senza varianti d’autore. Se sono errori di archetipo allora
possono essere corretti solo per congettura, attraverso una nostra ipotesi: ope ingeni (attraverso l’ingegno)
piuttosto che ope codicum (attraverso i codici). La buona norma è quella di trovare la soluzione più
economica, che implica meno passaggi logici.
- Al v.9 troviamo “non fatico più ambasciata”. Fatico è una congettura, perché il Chigiano riportava “non mi
affatico più”, il Vaticano “non ti copiu” e la raccolta Bartoliniana “non ti compio l’imbasciata”. Nessuna delle
tre lezioni è corretta, perché quella del Chigiano è ipermetra, c’è una sillaba di troppo. Dal Chigiano
discende il testo Bembo, mentre il Vaticano ha qualcosa che non ha senso e quindi per congettura il copista
di bart1, del testo Beccadelli l’ha corretto. La soluzione proposta è una congettura di Cesare Segre
nell’edizione di Contini. La congettura di Segre è economica, che spiega bene le lezioni erronee di tutti i
manoscritti.
- Al v.41 il poeta sta parlando alla ballata della donna, ma il Chigiano riporta “sembrerai” come bart1 che
non va bene perché sembra riferirsi alla ballata e non alla donna, mentre il Vaticano riporta “vedrai” che
andrebbe pure bene se non fosse una ripetizione. Segre propone di correggere sembrerai con osserverai,
ma con aferesi iniziale quindi serverai. Iovine propone però una congettura ancora più economica, ovvero
preferisce la 3°persona: sembrerà. La proposta di Iovine e più economica perché è più facile che il copista si
sia sbagliato da “sembrerà” a “sembrerai” anche perché nei versi circostanziali ci sono una serie di seconde
persone.
- Al v.42 abbiamo “com’formata ‘n <an>geliche bellezze”. Il Chigiano riporta “come format’ageliche
bellezze”, il Vaticano riporta “kome formatangelike bellezze”, il Bart1 “com’è formata angelica bellezza”.
Tutte le lezioni sono problematiche, Contini predilige la lezione congetturale “com’èn format’angeliche
bellezze” tratta da Bartolini dal testo del Bembo. Iovine, però, corregge in “com’è forma d’angeliche
bellezze”. Tuttavia e preferibile pensare ad un'originaria locuzione formata da in + sostantivo astratto,
compromessa dalla caduta della sillaba AN- per aplografia quindi: “com’ formata ‘n <an>geliche bellezze”. È
al plurale perché in siciliano era billizzi dal latino billities in latino che esce in i.
PARFRASI: Ballata, dato che ti compose Amore nella mia mente, dove risiede (questo è il principio che
affronta Dante nel purgatorio: è Amore che detta legge, è amore che ispira il poeta. Lapo dichiara che il Dio
Amore risiede nella mente e questo è un concetto Cavalcantiano), andrai da quella donna la cui somma
bellezza mi colpì attraverso gli occhi dentro al cuore (ricorrente la metafora della bellezza che è saettata
come una freccia). Poiché sei nata come una straordinaria ancella d’Amore dovresti essere ornata di ogni
virtù: ovunque tu vada, dolce, saggia e prudente ( di solito aggettivi riferiti alla donna, qui alla ballata,
inoltre ricorrono gli aggettivi che identificano lo Stil Novo: dolce e nova), perciò non mi affatico ad esporti il
messaggio che spero che tu abbia appreso dal mio intelletto (perché la ballata è nata nell’intelletto del
poeta, quindi spera che la ballata sappia il messaggio). Lapo raccomanda alla ballata di regolarsi sulla base
dell’attitudine della donna: se tu la vedi nel suo viso accesa, con il vis arrosato non parlare nel caso fosse
arrabbiata (Lapo spera nella benevolenza della donna, quindi se la ballata la trova in un momento d’ira le
suggerisce di aspettare), ma quando la vedrai incline alla benevolenza parla soave, dolcemente senza alcun
timore. Dopo che avrai parlato cortesemente con un bell’inchino e con un dolce saluto alla serena fonte di
bellezza (l’aggettivo serena è inedito di Lapo), ascolta attentamente la sua risposta angelicata, parole
pronunciate dalla bocca di virtù gentile, vestite di soavità (ritorna la metafora biblica del vestiario). Se le fa
piacere di avermi in suo potere, il suo viso non sarà colorato rosso d’ira, ma negli occhi suoi sarà benevola e
gentile e il palidetta quasi nel colore (un sintomo di bellezza è la carnagione candida, diversa da pallida, il
viso abbronzato non era sintomo di bellezza, anche per esprimere un ideale di bellezza. Qui Lapo usa il
termine pallido perché quando si incontra la persona che si ama si tende ad impallidire, quindi pallida non è
una caratteristica della bellezza della donna, ma dello stato d’animo). Dopo che il tuo discorso occuperà la
mente della donna con timore (riferimento al timor ovidiano, le persone innamorate provano timore), il
pensiero assillante che Amore le dona (chiamata da Andrea Cappellano l’immoderata cogitazione, il
pensiero smodato, perché quando si è innamorati si pensa a quella persona in maniera smodata) dirai
come io sono desideroso di realizzare i suoi piaceri oltre ogni misura, mentre la mia vita non mi abbandona.
Dì che il dio d’Amore spesso ragiona con me (Dante, Cavalcanti, Petrarca: “ragionar con meco ed io con lui”
in “solo et pensoso”) di questo reciproco sentimento, qui che con la mente e il mio cuore e ogni mia facoltà,
ha sottoposto al dominio della donna. Nell’ultima stanza, infine, vi è la lode alla donna, dove ogni sua virtù
viene personificata. Tu vedrai la nobile accoglienza nell’abbraccio dove risiede la pietà con la gentilezza
benevola, e udirai la sua dolce intelligenza allora conoscerai la benevolenza dei suoi atti, a meno che non ti
voglia essere ostile e ti sembrerà una meraviglia e come abbia in sé angeliche bellezze e come si adorna di
straordinari miracoli al punto che fa onore al dio d’Amore. Ballata muoviti senza far rumore e prenderai il
cammino amoroso, quando arriverai parla con rispetto e non mi far precipitare nell’errore e nella gelosia.
Al verso 48, il Vaticano e Bart1 riportano “orrore”. Ma considerando la descrizione di Neri della gelosia,
come un errore, si è preferita la lezione “errore”.

Lez.11 3/12

O MORTE, DELLA VITA PRIVATRICE

Si tratta di una canzone contro la morte. La cosa interessante di questo componimento è che rimanda per
linguaggio e per lessico a quello che è il mestiere di Lapo, il notaio, una professione di ambito giuridico che
gli da una certa padronanza, come abbiamo visto in altri ambiti dove si trattano argomenti amorosi. Usa il
linguaggio giuridico per dimostrare l’arbitrio della morte, contro la quale invoca continuamente la vendetta,
è come se lui fosse il pubblico ministero. Sul piano della riuscita letteraria non sempre questo connubio tra
polemica e formazione giuridica è felice perché a volte il discorso è troppo rigido, ma è sempre sostenuto
da un vitalismo agonistico e da metafore inedite e genuine. È un componimento molto interessante anche
se, dal punto di vista della tradizione è molto più fitto di quello che siamo abituati a vedere perché è
presente, e questa è un'eccezione, il ramo settentrionale, di cui fa parte B1, un codice molto importante
perché è il Barberiniano ovvero un codice molto alto cronologicamente, è del 1325, di tradizione veneta,
copiato a Treviso nell'ambiente di un altro notaio, Nicolò dei Rossi che a sua volta sarà un imitatore della
lirica dantesca. Nel caso di Lapo il Barberiniano tramanda solo questa canzone. Inoltre abbiamo come
sempre il ramo toscano con il Chigiano e tutti i testimoni che da esso dipendono da un lato e il Vaticano
latino dall’altro. Al v.73 troviamo un errore d’archetipo: “p<r>opra” viene integrata una R perché il Chigiano
riporta “povra” e il V2 riporta “provar”. La differenza sostanziale tra i due rami riguarda il diverso
orientamento delle stanze. Non c’è un discorso continuo che passa da una stanza all’altra. Però sia
sintatticamente che linguisticamente ogni stanza funziona da sé, ciò ha determinato che i codici
settentrionali hanno un ordine diverso rispetto ai codici toscani. Per il resto, i due rami si alternano nel
fornire le lezioni corrette. Tutte le stanze iniziano con l’anafora: o morte, seguite da un epiteto che esprime
la colpa della morte, seguito a sua volta da una causale. Questa organizzazione conferisce al lettore una
certa rigidità.
PARAFRASI: o morte, che sei colei che priva l’uomo della vita e sei colei che guasta ogni bene, dinanzi a chi
posso io lamentarmi di te? (il lamento non va nella direzione del pianto, ma “dinanzi a chi” fa pensare ad
un’istanza da presentare ad un’autorità giudiziaria). Certamente a nessun altro che a Dio. Perché tu, sei
divoratrice di ognuno a prescindere dall’età, sei imperatrice che non hai paura né del fuoco, né dell’acqua e
né del vento. Non c’è rimedio contro la tua forza, tuttora ti piace scegliere il migliore e colui che è più
degno di onore. Morte, sei chiamata dai miseri e sei schifata dai ricchi (chi è povero vuole morire, chi è
ricco no= satira sociale), sei troppo arrogante nella tua potenza, non sei certo benevola, ogni volta che ci
togli un uomo giovane e pieno di gioia, estrema accidente distruttiva.
O morte oscura e di turpe aspetto, nave di sconvolgimento, perché ciò che la vita riunisce ed alimenta a te
non è di nessuna fatica separare. Perché tu che sei radice di ogni sconsolazione prendi tanta superbia. E di
ognuno ti rendi una pessima nemica perché generi dolori che al tempo stesso nuovo e antico. Tuttora fai
generare pianto e dolore per questo io ti voglio biasimare, che quando un uomo finalmente trova la sua
felicità e posa la sua serenità nella sua giovane sposa, in questo mondo gli concedi solo poco tempo perché
tu lo tiri affondo e poi non dimostri ragione di agire secondo la giustizia, ma per consuetudine. Per cui
quella donna rimane in una condizione dolorosa di vedovanza.
O morte, perdita d’amicizia senza pietà, nemica del bene e risiedi nel male, nulla ti importa di colui al quale
spegni la vita. Perché tu che sei fonte di ogni crudeltà, madre di vanità, sei arciera e noi siamo il tuo
segnale, di colpo micidiale sei così fornita? Oh, come sarà il tuo potere una volta finito, e troverai poco
aiuto quando sarà data la sentenza della tua colpa dal Signore Supremo (si riferisce al giorno del giudizio
universale). Poi andrai nel fuoco eterno della dannazione, lì passerai estate e inverno, proprio lì dove hai
gettato i massimi padri e gli imperatori, re ed altre autorità.
O morte, fiume di lacrime e pianti, nemica del canto (canto=gioia) desidero che tu ti facessi vedere perché
tu possa sostenere la stessa pena che tu infliggi agli uomini. Perché ti sei vestita di tanto potere e punti
contro tutti il guanto? Sembrerebbe che tu sia convinta di regnare per sempre e quindi ci disprezzi quando
ci condanni alla morte, ma tu non ti puoi nascondere, né potrai ribattere a nessuno che non trovi qualcuno
che è più potente di te e ciò è Cristo che alla sua morte prese Adamo e spezzò le porte (Lapo dice alla morte
che lei è stata umiliata da Cristo quando egli irruppe nel regno della morte e prese Adamo e gli altri
patriarchi). Allora ti spogliò del potere e tolse ogni anima che meritava di essere salva, la portò in cielo con
sé.
O morte nata contraria di mercè, passione amara adesso voglio porti una questione sottile contro la falsa
giustizia del tuo operare. Perché tu che sei stata fatta reggente del mondo sei senza difese? Nel giorno del
giudizio universale avrai quella ricompensa che quando sarà il momento io scopra, allora sì che avrai contro
di te la tua stessa legge, ben sai che chi uccide qualcuno, deve ricevere una simile giustizia. A quel punto la
tua cattiveria sarà frenata e sarai tu stessa condannata ad una morte orribile, proprio come tu sei abituata a
farla sostenere agli uomini, io mi adopererò in prima persona.
Morte, se io ti avessi offesa non ho nulla di cui scusarmi perché io sono sdegnato e non chiedo perdono. Io
so che non potrò difendermi da te, perciò non opporrò resistenza, ma nonostante questo la lingua non tace
e non si trattiene dal condannarti. Morte tu vedi chi sono che sto parlando con te, ma tu non mi rispondi
come un dipinto sulla parete, sei muta più di un quadro sulla parete. Oh, ho sete di annientarti perché già
vedo la rete che tu costruisci per poter catturare chiunque tu troverai sia se stia sveglio o che stia
dormendo (Dante nel purgatorio ripresenterà l’immagine della rete della morte, morte come pescatrice).
Canzone, vai a coloro che sono in vita dal cuore gentile e di grande nobiltà: dì loro che si conservino sani e
in benessere, dì loro che mantengano la loro prosperità e che si ricordino della morte e di contrastarla
sempre. Se dovessero incontrarla di persona, si ricordino di vendicarsi.
Questo ricordarsi di morire, nella tradizione religione, significa non affidare la tua felicità alle cose terrene
perché “ricordati che devi morire”, al contrario Lapo vuole ricordare la morte per contrastarla. Il suo è un
messaggio vitalistico, per la vita e contro la morte. È una poesia diversa sia nella raccolta delle rime di Lapo,
ma anche nel quadro duecentesco. Queste inventive di solito sono dei lamenti per una persona venuta a
mancare, ma quella di Lapo è una vera e proprio arringa contro la morte.

Lez.12 9/12

Canzone contro Amore. Ha la stessa impostazione e lo stesso registro di un’arringa in tribunale nella quale
si accusa il Dio d’Amore. Lapo normalmente si presenta come un fedele servitore del Dio d’Amore, quindi è
singolare che in questa canzone accusi lo stesso Dio d’Amore. La canzone è costruita tramite una serie di
stanze in ognuna delle quali Lapo presenta le colpe di Amore: la nudità: accusa di dissennatezza, ha le ali
quindi accusa di illusorietà, il fatto che sia ceco è accusa di irrazionalità, il fatto che sia un fanciullo è accusa
di incostanza e infine il fatto che abbia la faretra è accusa di crudeltà. Lapo mette in discussione il pensiero
amoroso in tutti i suoi aspetti. Un’operazione del genere trova una corrispondenza unica nella storia della
poesia, Guido Guinizzelli compone una serie di sonetti ognuno dei quali attacca e accusa il Dio d’Amore.
Questo è non di poco conto perché contraddice quell’attitudine di devozione che Lapo ha nei confronti di
Amore. Ciò significa che tale canzone va intesa come una palinodia, quindi una ritrattazione da parte di
Lapo della sua fedeltà d’Amore, di conseguenza riviene valutato come poeta anche da Dante e da
Cavalcanti. Come la precedente canzone, anche questa è una canzone un po' sostenuta, nel senso che è
composta da soli endecasillabi, pe un totale di 5 stanze. Ha una tradizione particolare: coinvolge
unicamente il ramo toscano, ma riporta codici tardi, 400eschi che però rivestono una certa importanza
almeno in un luogo, dove il Ch e il V2 non sembrano affidabili. In questa canzone abbiamo un errore
d’archetipo al v.8. Tutti i manoscritti riportano la lezione: “e lei (o e la) spogliasti”, semanticamente questa
frase ha senso, ma è inammissibile per lo schema metrico, che richiede la rima con “riso” del v.11. dato che
siamo in presenza di un errore d’archetipo, la soluzione è intervenire sul testo. I primi che sono intervenuti
sono la GIUNTINA, un’edizione a stampa di rime duecentesche che risale al 500 si leggeva “e da te fui
diviso”, questa stessa correzione è stata confermata da Contini, ma potrebbe andare bene anche “e m’hai
diviso”. M’HAI perché il soggetto è sempre amore, come accade al v.34 e in più perché si sono trovati dei
versi affini di Monte Andrea “d’ogni altro voler m’à diviso”. Altro problema è al v.21, dove al posto di “più
forte assai” il Ch riporta “più fosse assai” che non ha senso e tutta una serie di altri codici riporta” più forse
assai”, che anche questa non ha senso. Qua basta semplicemente affidarsi al trivulziano, che è uno dei
pochi casi in cui si distanzia dal Ch. Un altro errore che è solo del Ch, al v.46, piuttosto che “provo ciò” il Ch
riporta “può ciò”. Il fatto che un errore sia presente solo nel Ch, tra l’altro il capostipite dei manoscritti
dimostra che sicuramente i codici successivi sono legati al Ch, ma non sono delle vere e proprie copie che
dipendono dal Chigiano.
PARAFRASI: Amore eterna e perenne vanità (accusa canonica perché amore illude gli amanti promettendo
loro cose che poi non si realizzano), tu sei sempre stato e sei tutt’ora nudo come un’ombra (come l’anima
dei trapassati della commedia. La nudità nella tradizione ovidiana ha una simbologia diversa, positiva che
trasmette innocenza, in Lapo invece è negativa, indica la sua colpa di denudare gli amanti di senno) non ti
puoi vestire se non di dolori. Dunque chi è che ti da tanta forza, che il tuo potere offusca la mente umana e
colui nel quale sei lo spogli di senno. Do la prova di ciò (avvocato che argomenta le sue accuse): io spesso ti
portai nella mia mente nudo (il fatto che parla delle sue esperienze personali fanno pensare ad una
palinodia) e mi hai privato di saggezza e bontà in pochi giorni, stando con te mi guardavo intorno e se avessi
visto la mia donna dal dolce sorriso, iniziavo a immaginare la sua bellezza (immoderata cogitatio: pensare
continuamente all’immagine dell’amata) e poi mi tormentavo fuori dalla vista.
Amore, quando compari per la prima volta, hai le sembianze di un angelo, offendo piacere e gioia nel tuo
volare. Dunque come è folle quella gente che ripone tutte le sue speranze nell’esserti fedele e invece tu
amore li fai angosciare sotto le tue ali (che non sono simbolo di leggerezza, ma di oppressione). Lo provo
(qui Lapo fa riferimento ad un topos, per cui l’aquila si accanisce contro il serpente che vuole attaccare il
nido per mangiare le uova): tu mi hai fatto soffrire più di quanto l’aquila non abbia fatto soffrire il serpente,
quando voleva divorare i suoi nati. Ho sofferto tanto, più di quanto io non meritassi per cui ho fondate
ragioni che mi consentono di condannare la tua condotta, e non ti voglio più difenderti e di lodarti perché
se io ne avessi possibilità io ti vorrei offendere.
Nella prossima stanza, la terza, la cecità viene vista come l’emblema della capacità d’amore di rendere
cechi gli amanti e privi di razionalità.
Amore, privo del più nobile senso (la vista) tu sei nato nel mondo privo di vista e porti le fonti della vista (gli
occhi) coperti da una benda. Dunque quanto ogni uomo si ritrova offeso che lo corrompi nel piacere
carnale, poi lo privi della ragione! Lo provo: che la vista mi hai spento quando ero innamorato alimentando
la mia vita senza la guida della ragione e la mia memoria era indebolita, che mi sembrava di andare a
tentoni nel buio e quella donna della quale mi ero innamorato non la riconoscevo.
Amore, infante di poca età sembri un bambinetto agli occhi di chi guarda il tuo aspetto. Dunque non sei
maturo che sempre mi hai trovato per strada mentre trasmetti il tuo essere infantile. Provo ciò: la tua
indole infantile mi aveva corrotto il mio debole cuore e l’anima fuori di senno e tutte le altre membra.
Molte volte stando insieme a te e ricordando del tuo giovane stato dicevo: “ahi me ingannevole gioventù
come sei poco principio di salute (mentale)”.
Amore armato di faretra come un arciere, la foga del tuo arco non riposa mai perché chiunque venga
colpito è destinato a morire. Dunque come ti compiaci di essere un agile guerriero e sei un assassino in
attesa di rubare i cuori per trafiggerli. Lo provo: ormai non smetti di colpirmi che tante frecce hai scoccato
al mio cuore dolente che una freccia lo ha staccato violentemente dal bersaglio per quanto era violenta.
Amore sei nel mondo il naturale principio di ogni colpa, di te non sono vendicato ma poiché io non so
scagliare le frecce farò come fece Caino ad Abele (ti ucciderò a tradimento, il comportamento di Caino
viene visto come un esempio da seguire).
Nei versi conclusivi Lapo ri-elenca tutti gli attributi e le colpe di Amore
Amore dato che tu sei tutto nudo, se non avessi le ali moriresti di freddo, poiché sei cieco e non vedi quello
che fai, mentre sei ancora giovane, l’arco e le frecce saranno il tuo divertimento, ma io non voglio che tu
pensi che io sia ancora un fanciullo (non pensare che io possa ricadere nella tua forza) quindi come
campione ti sfido a mazza-scudo.

Lez.13 10/12

SI CCOME I MAGI A GUIDA DE LA STELLA


Metrica: stanza di canzone di soli endecasillabi. Da Dante e Cavalcanti la stanza di canzone viene utilizzata
per componimenti che in qualche modo si interrompono, come la morte di Beatrice, nella Vita Nova. Quindi
di solito è una forma metrica possibile, ma utilizzata per esprimere l’interruzione del canto, o per lo meno
questo è quello che fanno Cavalcanti e Dante. Questo componimento tratta dell’incontro tra Amore, nelle
vesti di guida rassicurante e la donna. Quest’ultima riesce a trasformare l’angoscia del poeta in gioia con il
suo saluto. Originale è la similitudine iniziale proposta da Lapo. Peculiare è anche la tradizione di questo
manoscritto in quanto è trasmessa solo dal Vaticano2. Al v.14 troviamo una cosa molto interessante:
“saluto risivo” viene riportato dal V2 come “il salutorio sivo”, poi corretto con “saluto risivo” mentre il Bart1
e il Bo1 hanno “salutario sivo”, dove sivo significa sio e quindi suo. Contini parafrasa “salutare suo”, ma
questo uso del possessivo si trova per lo più in Italia mediana, non nell’area toscana. Barbi, intende sivo
come unguento da sebo con vocale siciliana e salutorio come aggettivo. Sembrerebbe molto funzionale la
correzione del correttore del Vaticano, è una soluzione che ha senso perché Lapo sta rivalutando un passo
cavalcantiano, quindi saluto ridente coincide con il modello preso da Lapo, tuttavia questa soluzione è
incerta perché risivo, con il suffisso latino dovrebbe essere un neologismo di Lapo autorizzato dal fatto che
deve far rima con giulivo.
Metafora iniziale: Come Amore guida il poeta a vedere la donna, così la stella cometa guida i magi a vedere
Cristo.
Parafrasi: così come i Magi con la guida della stella andarono verso Oriente (Lapo fa un errore perché il
Vangelo dice ab oriente, quindi i magi venivano da Oriente ed erano diretti verso Occidente, non verso
Oriente), per adorare il Signore che era nato, così mi guidò Amore a vedere colei che quel giorno prese per
la prima volta il manto d’Amore e ogni anima gentile ricevette il saluto. (fino a qui FRONTE).
io dico che era passato così poco tempo che Amore mi rassicurava: “non temere, guarda come lei è
benevola e tranquilla”. Quando io guardai, lei era un po' lontana, allora mi sforzai per non cadere (alla vista
della donna si sente svenire), e il cuore cessò di battere, ma ero vivo. A quel punto io vidi la sua indole
gioiosa quando mi offrì il suo saluto ridente.

AMOR, EO CHERO MIA DONNA IN DOMINO


Si tratta dell’unico sonetto della produzione di Lapo, ma è l’eccezione che conferma la regola, perché è un
sonetto doppio, che ci conferma l’inspiegabile antipatia di Lapo per questa forma. Questo è un sonetto
doppio, adotta quindi una forma irregolare, attestata, ma rara, una forma di 22 versi, raddoppiando quasi la
forma canonica del sonetto tradizionale. Peculiare è anche il contenuto, questo componimento è un plazer,
genere che in provenzale era un elenco di fantasticherie in cui il poeta esprime un desiderio, un esempio ne
è “Guido i’vorrei” di Dante. Questo componimento è conservato unicamente dal Barberiniano, i primi sei
versi sono inoltre leggibili nei memoriali bolognesi, ovvero i documenti, i contratti, i diplomi dei notai della
Bologna della seconda metà del 200 e dell’inizio del 300. I memoriali sono importanti perché questi testi
sono scritti su degli atti, e negli atti va sempre inserita la data.
PARAFRASI: Lapo chiede ad Amore tutto quello che vorrebbe avere (cosa originale perché nel plazer si
elencano e basta le cose che si vorrebbero avere, senza chiederle ad Amore). Amore io chiedo di avere la
mia donna, l’Arno puro e benefico, le mura di Firenze rivestite d’argento (rivestite d’argento è un’immagine
che fa parte di una certa tradizione, è anche un immagine suggestiva), le strade rivestite di cristallo
(citazione biblica in cui la Gerusalemme celeste veniva rivestita di cristallo), fortezze alte e inespugnabili, e
che fosse mio suddito ogni uomo; il mondo in pace in cui sicuro è il cammino, e non mi danneggi il vicino,
l’aria e il clima temperato sia d’inverno che d’estate, mille donne e fanciulle adornate sempre elette da
Amore con me cantassero la sera e il mattino; e giardini che danno frutti tutti intorni, con abbondanza di
uccelli e di cacciagione, pieni di ruscelli , mi trovasse (la donna) bello come Assalonne, Sansone e Salomone,
(questi sono Nomi biblici dove Assalonne rappresenta la bellezza, Sansone la forza e Salomone la sapienza,
quindi questo è un tentativo di Lapo di auspicare alle virtù più alte). La servitù degna di un barone, dove si
suona chitarre viole e canzoni e che possa questa felicità entrare nel cielo empirico: che sia la mia vita
giovane, sana, allegra e sicura.

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