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Lingua italiana: la storia nel tempo.

Anche in Italia, come in tutta Europa, la dissoluzione dellunit linguistica fondata sul latino lindomani del tracollo dellImpero romano segna la nascita di una nuova lingua: o meglio, segna la nascita dei volgari italiani che diedero origine ai vari dialetti sui quali si sarebbe imposto poi, quel volgare fiorentino destinato a diventare fondamento della lingua italiana. Vediamo, attraverso la ricostruzione della sua storia e quindi delle sue variet storiche, come la lingua italiana cambiata nel tempo e come attraverso questi cambiamenti diventata quella che oggi.

Quando nato lItaliano?


Stabilire quando nato lItaliano non facile, per due motivi precisi. Il primo molto semplice: dalla dissoluzione del latino, come sappiamo, non nacque, in Italia, una sola lingua, ma pi volgari o pi dialetti. Infatti,parallelamente al tracollo delle istituzioni politiche e dei modelli culturali dellImpero, il latino parlato acceler in Italia come nel resto dellEuropa gi romana il suo processo di evoluzione. Le differenze linguistiche evidenti da sempre tra regione e regione, e spesso tra borgo e borgo, si accentuarono sotto la duplice spinta del riemergere delle lingue preesistenti (le cosiddette lingue di substrato) e dallapporto delle parlate dei popoli invasori dando cos vita a pi volgari. (Greche, Sabine, Apuliche, Celtiche, Francofone, Venete, ecc)

La lingua muta nello spazio: le variet geografiche dell'italiano.


Una lingua, oltre che attraverso il tempo, muta anche nello spazio: nella stessa epoca, in luoghi diversi della stessa nazione si possono parlare forme diverse nella pronuncia, nella morfologia, nella sintassi e nel lessico - della lingua, forme che sono variet geografiche della lingua. Esempi precisi di queste variet geografiche della lingua italiana, sono i dialetti e i cosiddetti italiani regionali.

Le variet geografiche dell'italiano: I dialetti


I dialetti, cio le varie parlate locali in cui per secoli si espressa la quasi totalit degli italiani, sono ancora oggi una precisa realt linguistica. Nonostante la differenza dall'italiano come lingua nazionale abbia raggiunto livelli molto elevati ormai, solo il 14% della popolazione italiana parla solo il dialetto -, essi continuano a esistere, a livello locale, come lingue nei rapporti tra familiari e amici e costituiscono delle variet geografiche della lingua italiana e quindi altrettanti idiomi alternativi a livello locale dell'italiano. I dialetti, infatti, non sono, come a lungo si sostenuto, degli idiomi rozzi e inferiori, da combattere ed estirpare come deformazioni della vera e unica lingua nazionale.

Nati dall'evoluzione del latino parlato proprio come quel dialetto fiorentino che poi stato promosso a lingua italiana, essi sono vere e proprie lingue: hanno una loro struttura grammaticale, un loro lessico, una loro storia e una loro letteratura, in prosa e in versi, e costituiscono un eccezionale patrimonio linguistico e culturale di cui tutti gli italiani, paese per paese, sono ricchi e, anche, un inesauribile bacino di risorse espressive cui continuamente attingono sia i parlanti sia il lessico stesso della lingua italiana. La differenza tra l'italiano e i dialetti insomma non di tipo qualitativo, ma una differenza d'uso. Il dialetto, infatti, ha un ambito d'uso pi limitato dell'italiano sia sul piano geografico sia sul piano sociale: sul piano geografico, ha un ambito d'uso locale (paese, citt e, al massimo, nella regione), diversamente dall'italiano che ha un ambito d'uso nazionale; sul piano sociale, ha un ambito d'uso ristretto sia per quello che riguarda le persone sia per quello che riguarda le situazioni comunicative: diversamente dall'italiano, il dialetto per lo pi limitato alle situazioni e alle esigenze della vita quotidiana, viene usato soltanto in famiglia, e nella cerchia degli amici e, talvolta, anche sul posto di lavoro.

I dialetti italiani: una classificazione.


Nonostante il generale livellamento operato dalla diffusione della lingua nazionale, i dialetti parlati in Italia sono ancora oggi numerosissimi. Tuttavia alcuni tratti linguistici comuni ci permettono di classificarli in cinque gruppi: 1. I dialetti settentrionali. Sono parlati in tutto il territorio a nord della linea ideale che va all'incirca da "La Spezia a Rimini" e che coincide con la dorsale dell'Appennino. Il gruppo dei dialetti settentrionali viene a sua volta suddiviso in due sottogruppi: a) I dialetti gallo-italici, cos chiamati perch quei territori erano anticamente abitati dai Galli e quindi conservano tracce del sostrato linguistico celtico. Questi comprendono al piemontese, lombardo, il trentino, il ligure, il dialetto Emiliano ed il dialetto Romagnolo; b) I dialetti veneti procedenti dalle zone anticamente sotto l'egemonia di Venezia. Queste comprendono il veneziano, il veronese, il vicentino-padovano, il trevigiano, il feltrino-bellunese, il triestino e il veneto-giuliano; 2. I dialetti toscani, che comprendono il fiorentino, l'aretino-chianaiolo, il senese e il pisano-lucchese e pistoiese; 3. I dialetti meridionali centrali, che comprendono i dialetti laziale-umbro-marchigiano di tipo settentrionale;

4. I dialetti meridionali intermedi, che comprendono i dialetti laziale-umbro-marchigiano di tipo meridionale, come l'abruzzese-molisano, il campano, il pugliese, il lucano ed il calabrese settentrionale; 5. I dialetti meridionali estremi, che comprendono il calabrese meridionale, il salentino e il siciliano. (questultimo fortemente influenzato dallo spagnolo). Due altri gruppi di dialetti hanno caratteristiche proprie che ne fanno vere e proprie lingue romanze autonome: 1. I dialetti sardi, che comprendono: a) i dialetti sardi settentrionali, cio il gallurese e il sassarese; ad eccezione per la zona di Algero che parlano il Catalano. b) i dialetti sardi meridionali, cio il logudorese e il campidanese; c) i dialetti ladini (da latinus, "latino") o retoromanzi (perch il sostrato prelatino era costituito da una lingua retica), comprendenti anche: il friulano, parlato nel Friuli-Venezia Giulia il dolomitico o ladino propriamente detto, parlato nelle valli delle Dolomiti in Alto Adige, il romancio, parlato per fuori d'Italia, nel cantone dei Grigioni (Svizzera). *Il friulano e il ladino, sono riconosciute come lingue ufficiali e sono insegnati nelle accanto all'italiano: vedi la cartina scuole.

Le altre lingue parlate in Italia: le minoranze linguistiche.


In Italia esistono comunit di persone che hanno come lingua madre una lingua diversa dall'italiano e dai vari dialetti regionali. Non ci si riferisce alle varie comunit di recente immigrazione dai paesi europei o extraeuropei, ma alle comunit storiche alloglotte, cio parlanti "altre lingue" (dal greco llos, "altro", e gltta, o sia, "lingua") che costituiscono le cosiddette minoranze linguistiche. Le lingue parlate da queste minoranze sono: il francese, in Valle d'Aosta; il franco-provenzale, parlato (accanto all'italiano e al francese) da circa 90 000 persone, in Valle d'Aosta e in due comuni della Puglia (Faeto e Celle); il provenzale, parlato da circa 500.000 persone in alcune zone del Piemonte (particolarmente in Val Pelice) e in un comune della Calabria (Guardia Piemontese); il tedesco, parlato in Alto Adige (Sud Tirolo) e altre zone delle Alpi e Prealpi; lo sloveno, in alcune zone del Friuli (Resia); il serbo-croato, parlato da circa 15.000 persone in alcuni comuni dell'Abruzzo e del Molise; il greco, parlato da circa 20.000 persone in alcune zone del Salento e della Calabria; l'albanese, parlato da circa 90.000 persone in alcuni comuni del Molise, della Campania, del Gargano, della Lucania, della Calabria e della Sicilia; il catalano (lingua neolatina della Spagna), parlato da circa 15.000 persone nel comune di Alghero, in Sardegna. Le ragioni storiche della sopravvivenza di queste "isole" linguistiche sono in sostanza due: il fatto che le comunit alloglotte vivono in zone di confine che sono appartenute in passato a Stati diversi; il fatto che alcune comunit si sono insediate in epoche anche remote in zone lontane dalla loro terra di origine, per sottrarsi a persecuzioni religiose o politiche (come le comunit che parlano il franco-provenzale insediate in Puglia) o nell'ambito di processi di migrazione (come le comunit che parlano albanese insediate nell'Italia meridionale, quelle serbo-croate dell'Abruzzo e del Molise e quella catalana di Alghero o come quelle che parlano greco della Calabria e della Puglia).

A queste nove lingue, sia romanze sia non romanze, vennero poi aggiunte tre lingue neolatine, evolutesi direttamente dal latino volgare: il ladino, parlato in Friuli e in alcune zone dolomitiche (Val Badia e Val Gardena); il friulano, parlato nel Friuli e considerato da taluni linguisti una variante del ladino; il sardo. Queste lingue sono continuamente esposte al rischio di scomparire, insieme alle culture che attraverso di esse si esprimono, cancellate dalla lingua nazionalpopolare dei mezzi di comunicazione di massa. Ma, in ottemperanza all'articolo 6 della Costituzione italiana che dichiara che "la Repubblica tutela con apposita norma le minoranze linguistiche", hanno ottenuto nel 1999 dal Parlamento italiano - e alcune gi prima dai rispettivi Consigli regionali -, il riconoscimento ufficiale di minoranza. Alcune di esse - il francese, il ladino, il tedesco e lo sloveno - sono state equiparate all'italiano e vengono, infatti, insegnate a scuola, insieme all'italiano. Le popolazioni di queste zone sono, di conseguenza, bilingue.

Le variet geografiche dell'italiano: Gli italiani regionali


Che Cos' l'italiano regionale? Se leggiamo un articolo pubblicato su un quotidiano di Torino, di Milano, di Firenze, di Napoli, di Palermo o di Cagliari, non notiamo alcuna differenza sul piano della lingua: da come l'articolo scritto non ci possibile capire a quale regione d'Italia appartiene l'autore.

Se, invece, sentiamo parlare qualcuno, capiamo subito se si tratta di un piemontese o di un lombardo, di un toscano o di un campano, di un siciliano o di un sardo. Anche se parla un italiano formalmente corretto, dal modo in cui pronuncia le parole e dall'intonazione della voce - la cosiddetta "calata" o "cadenza"-, possiamo capire che una persona proviene da una regione piuttosto che da un'altra. Spesso chi parla non se ne rende nemmeno conto. Ognuno di noi, anzi, convinto di parlare "in italiano", cio di parlare con una pronuncia italiana corretta e non avverte che, invece, la sua pronuncia e soprattutto la sua cadenza sono, appunto, regionali e tradiscono le sue origini. Capita cos ad un italiano di una regione di trovare ridicole o addirittura scorretta la pronuncia o la cadenze dei parlanti di altre regioni che a loro volta considerano scorretta la sua. Ci succede perch la maggioranza degli italiani parla un italiano regionale, cio una particolare variet geografica della lingua che presenta, nella forma orale, caratteristiche proprie, differenti da regione a regione. Gli italiani regionali, che diversamente dai dialetti risultano comprensibili anche ai parlanti di altre regioni, si sono formati a mano a mano che la lingua nazionale si diffondeva a scapito dei dialetti: il processo di livellamento dei dialetti a favore dell'italiano non poteva avvenire senza che la lingua nazionale assorbisse particolarit e caratteristiche proprie dei vari dialetti. Essi costituiscono, uno per uno e tutti insieme, la vera lingua parlata in Italia. Infatti, la maggior parte degli enunciati prodotti oggi in Italia nelle normali forme di comunicazione orale, per non dire la quasi totalit di essi, vengono pronunciati in una variet regionale. Gli italiani regionali: le caratteristiche fondamentali Le variet di italiano regionale sono numerose, ma si possono ridurre sostanzialmente a quattro. Le differenze che li contraddistinguono non sono piccole e riguardano soprattutto la fonetica, cio il modo di pronunciare le parole. Numerose sono anche le differenze lessicali, perch ogni regione ha attinto dai suoi dialetti parole diverse. Nella morfologia e nella sintassi, le diversit sono, invece, minori, perch in questi campi l'omologazione con il modello della lingua nazionale stata pi rapida e intensa. Distinguiamo dunque: 1) un italiano regionale settentrionale. caratterizzato, a livello della pronuncia delle parole, dalla mancata distinzione tra le forme aperte e chiuse delle vocali e ed o (per un parlante settentrionale la forma "vnti" con la e chiusa indica tanto il numerale "20" quanto il sostantivo "i vnti") e dall'eliminazione, specialmente nell'area veneta e ligure, delle doppie: mama (al posto di mamma), belo (al posto di bello) ecc... A livello morfo-sintattico, la caratteristica pi significativa dell'italiano regionale settentrionale la tendenza a usare il passato prossimo invece del passato remoto anche per indicare azioni ed eventi lontani nel tempo: "Cinque anni fa sono andato in Spagna con i miei genitori". Altre differenza, pur costituendo una variet di ialiano regionale, sono forme chiaramente dialettali e quindi da evitare, come labitudine, tipica dellitaliano parlato nel Nord di far precedere i nomi propri di persona dall'articolo (il Giovanni, la Maria); l'uso, tipico sempre del Nord, dei pronomi "me" e "te" come pronomi soggetto ("Fai te come preferisci"); la costruzione, sempre settentrionale, nella costruzione sintattica son dietro a + infinito invece di stare + gerundio ("Son dietro a mangiare" = Sto mangiando)

2. un italiano regionale toscano. caratterizzato, oltre che dalla distinzione costante tra il suono aperto e quello chiuso delle vocali e ed o (vnti / i vnti e la btte / le btte), dalla pronuncia aspirata della C dura intervocalica, es: (la hasa = la casa), dalla lieve aspirazione anche della p e della t intervocaliche (il capho = il capo; la motho = la moto), dalla tendenza a pronunciare la ci dolce (la bisci = la bici) e dall'assimilazione dei gruppi consonantici tm e cn nelle coppie mm e nn (l'arimmetica = anzi di l'aritmetica; ed il tennico = anzi di il tecnico). 3. un italiano regionale centrale o romano. Tipiche di questa area linguistica sono la riduzione del gruppo gl seguito da i a un suono intermedio fra i e j, es: ( fijo = figlio), (mejo = meglio) e, pi in generale, la tendenza a raddoppiare la labiale b e la palatale g all'inizio di parola o in posizione intervocalica (bbene, nobbile, ggioco, cuggino) e ad assimilare il gruppo consonantico nd in nn (monno = mondo). Altri aspetti relativi sia alla pronuncia sia alla morfosintassi sono simili a quelli dei dialetti meridionali. 4. un italiano regionale meridionale. A livello di pronuncia, in tutta l'area meridionale, come anche in parte nell'area centrale, la s dopo la nasale n e le liquide l e r viene pronunciata z (penzare = pensare), la labiale b e la palatale g raddoppiano all'inizio di parola e in posizione intervocalica (bbene, nobbile, ggioco, cuggino) e il gruppo consonantico nd viene assimilato in nn e la o in u (tunno = tondo); in taluni casi il raddoppiamento avviene anche con altre consonanti iniziali quando sono precedute da vocali (la ccasa) e nell'area regionale siciliana r,d,g raddoppiano sempre all'inizio di parola (la rrosa, la ddata, la ggonna). Altre caratteristiche degli italiani regionali centro-meridionali sono, invece, proprie di zone pi circoscritte. Cos, nell'area campana, e, q, p, t dopo le nasali m, n tendono a essere pronunciate g, b, d: (congorso = concorso; conguista = conquista; comblesso = complesso; indorno = intorno). Tipico di gran parte delle parlate pugliesi il passaggio di a ad e (lo mere = il mare), mentre in Sicilia sono usuali la pronuncia come cc palatale dei gruppi tr e ttr (ceno = il treno; quaccio = quattro) e la pronuncia aperta delle vocali e ed o toniche (il sgno, la vce, lro). A livello morfosintattico, l'italiano regionale meridionale caratterizzato, tra l'altro, dalla tendenza a usare il passato remoto anche per indicare azioni o eventi vicini questo gli viene dallinflusso spagnolo (ora ora arriv = justo ahora llegu; andasti a scuola oy? = fuiste hoy al colegio). Tipiche dell'area meridionale e in parte dell'area centrale sono anche la costruzione perifrastica dell'infinito preceduto dalla preposizione a invece del gerundio ("Stai ancora a mangiare?" = Stai ancora mangiando?) e la costruzione del complemento oggetto animato con la preposizione a, tipica dell'italiano parlato nel Sud e nelle isole ("Chiama a tuo fratello"; "Cercano a te"; "Senti a mamma"). Tipici, infine, dell'italiano regionale meridionale, specialmente in Sicilia e in Calabria, sono la tendenza a collocare il verbo alla fine della frase ("Bene dormisti?") e l'uso transitivo dei verbi salire e scendere (Scendimi il pacco").

Al di fuori di questa classificazione resta l'italiano regionale sardo, che costituisce una variet geografica a s stante. L'italiano regionale sardo scandisce fortemente le sillabe e tende a pronunciare nello stesso modo le consonanti doppie e quelle singole: cos "dopo" suona all'incirca come do(p)-po e "tutto" come tu(t)-to. Sul piano lessicale le differenze tra i vari italiani regionali non sono molto numerose, perch il lessico la parte della lingua che ha subito il maggior livellamento. Non mancano tuttavia elementi caratteristici delle varie aree. Cos, tipici regionalismi lessicali dell'area settentrionale sono le forme tirar su e tirar gi nel significato di "sollevare", "abbassare"; avanzare nel significato di "risparmiare"; fare i mestieri nel significato di "riordinare la casa". Nell'area centro-meridionale, invece, i parlanti usano stare per "essere" ("Ancora a letto stai?'); tenere per "avere (dallo spagnolo tener = avere), e anche per possedere" (Tengo due figli; o "Quanto denaro tieni?"); menare per "picchiare"; cacciare per "tirar fuori". Lessicalmente pi interessante , invece, la grande variet di sinonimi con cui i diversi italiani regionali indicano la stessa cosa o gli stessi concetti (geosinonimi). Per esempio, per indicare i lacci delle scarpe si usano, a seconda delle regioni, le parole: stringhe, lacci, legacci, lacciuoli, legaccioli, aghetti, fettucce, mentre l'operaio che aggiusta gli impianti idraulici viene, volta per volta, chiamato: stagnino, stagnaio, stagnaro, lattoniere, fontaniere, trombaio, idraulico. Si vedano anche le varianti regionali sui alcune parole come: Formaggio a Nord, e Cacio nel Centro e Sud; Testa al Nord e Capo nel Centro; Mestolo o mestola al Nord, mentre al Centro si dice Ramaiolo; Al Nord dicono Adesso, in Toscana ed in Sicilia invece Ora e Mo' al Centro e Sud, e Dimenticare al Nord e Toscana, e Scordare al Centro e Sud. Particolarmente significativo, sempre a livello lessicale, infine il continuo passaggio di parole dall'italiano regionale all'italiano nazionale. Numerose, infatti, sono le parole che, fino a qualche tempo fa, appartenevano a varianti regionali dell'italiano e, poi, per effetto delle migrazioni interne e della diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, hanno cominciato a essere usate in tutto il paese. Parole di origine regionale piemontese: arrangiarsi, pelare = sbucciare, grissino, gianduiotto, cicchetto = ramanzina), riga = scriminatura, fontina; lombarda: balera = sala da ballo, barbone = mendicante, bollito = lesso, fiacca = stanchezza, ossobuco, panettone, (paparino, nome affettuoso per "pap"), risotto, sberla, secchia = sgobbone); veneta: campiello, calle, gondola, ciao, malga, baita, vestaglia, lido, laguna, contrabbando; genovese: abbaino, acciuga, cavo, mugugno, pesto; emiliano-romagnola: cotechino, cappelletti (= tortellini), tagliatelle, zampone; toscana: pizzicagnolo (= salumiere), scazzottare (= prendere a cazzotti), panforte, impiccione, pinolo, sbraitare, pattumiera; marchigiana: brodetto; romana: bullo, bustarella, dritto (= furbo), iella, lagna (= lamentela, noia), locandina (= manifesto pubblicitario), macello (= strage, disastro), menare (= picchiare), pappagallo (= corteggiatore troppo invadente), pataccaro (= imbroglione), rimediare (= ottenere), scippo, tardone; abruzzese: ciambella, caciotta, tratturo; napoletana: pizza, mozzarella, camorra,omert, scugnizzo, scocciatore; siciliana: cassata, cannolo, mafia, intrallazzo.

Due varianti geografico sociali della lingua: l'italiano standard e l'italiano popolare
I vari italiani regionali, come abbiamo detto, costituiscono, nel loro insieme, la vera lingua parlata in Italia. Accanto ad essi, per, nel nostro paese sono usate anche I due altre variet di lingua: l'italiano nazionale standard e l'italiano popolare. Queste variet di italiano sono variet linguistiche di tipo sia geografico sia sociale: esse, infatti, sono legate sia alla provenienza geografica sia alla classe sociale di appartenenza di coloro che oggi usano l'italiano. In particolare: l'italiano nazionale o italiano standard un italiano che, superando le variet regionali della situazione linguistica italiana, mira a essere la lingua comune a tutti gli italiani. In realt, esso non coincide propriamente con la lingua parlata in alcun luogo specifico come lingua locale, ma la lingua che tutti riconoscono come lingua nazionale perch usata e capita in tutto il territorio nazionale. la lingua in cui ognuno aspira a esprimersi sia quando parla sia quando scrive in situazioni formali; la lingua usata nei giornali e nei settimanali; la lingua che si insegna a scuola e in base alla quale si segnalano e si cercano di correggere le deviazioni pi gravi e immotivate. Per quanto riguarda le strutture fonetiche, morfo-sintattiche e lessicali, potremmo dire che l'italiano nazionale standard un italiano regionale di fondo lombardo-toscano-romano ripulito dagli elementi regionali pi appariscenti; l'italiano popolare, invece, una variet di italiano, intermedia tra i diversi italiani regionali e l'estremo linguistico costituito dai dialetti, che si andata lentamente formando dopo l'unificazione linguistica, in sostituzione dei dialetti, presso le classi sociali pi umili. In pratica, l'italiano popolare l'italiano parlato, e anche scritto, da coloro che, nella vita quotidiana, usano per lo pi un dialetto e considerano l'italiano nazionale standard una lingua cui cercare di adeguarsi tutte le volte che, per le ragioni pi diverse, si trovano nella necessit di usare l'italiano: a scuola, parlando o scrivendo ad autorit pubbliche e simili. L'italiano popolare , naturalmente, una lingua poco rispettosa della grammatica. I suoi caratteri tipici sono: - l'uso errato dei pronomi personali e possessivi: "A me mi piace"; "Io allora ci ho detto"; "I nostri cugini ci prestano i suoi Sci"; - l'uso errato dei pronomi relativi: "Questo il ragazzo che ti ho parlato"; "Le persone che posso contare sono veramente poche"; - l'uso errato delle forme sintetiche di comparativo: "Vorrei qualcosa di pi migliore di questo"; - l'uso errato dei verbi: "Vadi pure avanti lei"; "Se si curerebbe, potrebbe ancora guarire"; - la ripetizione continua delle stesse parole, a causa di un'estrema povert lessicale: "Mi alzo alle sette. Poi, dopo essermi alzato, mi lavo la faccia. Poi mangio e dopo mangiato sveglio il mio fratellino. Poi preparo la colazione anche per lui e poi, mentre il mio fratellino mangia, io metto via tutto. Poi, fatto tutto, usciamo"; - l'oscillazione continua tra le forme del parlato e l'uso di formule fisse di origine diversa: "Anche per la questione finanziaria essendo che non girando e non guadagnando, la trippa non si riempie perch fondi di riserva non ve ne sono". Nella frase, citata dal linguista M. Cortellazzo, sono allineate, senza che il parlante si renda conto della diversit, espressioni di tipo dotto (questione finanziaria, fondi di riserva), modi del parlato (essendo che) ed espressioni popolaresche (la trippa non si riempie); (uno schifo!! N.d.r.)

- un uso scorretto della punteggiatura, sempre oscillante tra l'abuso e l'assenza completa. Per concludere il discorso, possiamo riassumere quanto abbiamo detto sulle variet geografiche della lingua in uno schema:
lingua nazionale standard livello di formalit elevato: rispetta tutte le "regole" grammaticali; non presenta influenze regionali; ha una struttura sintattica rigida e compatta. italiano regionale medio: tende a rispettare le "regole" grammaticali, ma presenta nella pronuncia inflessioni, intonazioni e cadenze regionali e utilizza molti elementi lessicali locali. tutto il territorio nazionale, con picchi regionali. italiano popolare dialetto

scarso: una lingua nullo: ha "regole" sue. povera, poco rispettosa delle regole cui tende ad adeguarsi senza riuscirci; nella pronuncia, nei costrutti e nel lessico vicina al dialetto. tutto il territorio nazionale, con picchi sociali, dovuti cio a fattori sociali (condizione sociale, lavoro, ambiente ecc.). lingua parlata e scritta dalle persone di normale cultura nella realt della vita quotidiana e nelle situazioni sociali che non richiedono particolare impegno. paese o citt.

ambito geografico d'uso e ambito di comprensione

tutto il territorio nazionale.

ambito sociale d'uso

lingua scritta dalle persone con un buon livello di istruzione; lingua orale delle medesime persone in tutte le situazioni comunicative che richiedono un alto controllo dell'espressione.

lingua parlata nella realt della vita quotidiana dalla maggioranza degli italiani con un normale livello di istruzione nelle comunicazioni che richiedono un certo impegno sociale 0 professionale.

lingua dei rapporti familiari 0 della cerchia degli amici.

lingua nazionale standard

esempi italiano regionale settentrionale

italiano popolare settentrionale


"Allora il Gino si alzato in piedi e, un po' sull'arrabbiato, ci ha detto a tutti tutto quello che pensava lui della cosa. "

dialetto settentrionale
"Alura ul Gineto el s' tira su in p e invers coni una bestia el g' d in facia tut quel ch'el pensava tu de quela roba l. "

"A quel punto, il signor Gino si Allora Gino si alzato e, alzato e ha esposto, in tono concitato, piuttosto seccato, ha il suo punto di vista. " detto quello che pensava lui della faccenda."