Storia Dell'italiano - Riassunto
Storia Dell'italiano - Riassunto
L’italiano è una delle lingue romanze nate dal disfacimento del sistema latino e dalla
successiva riaggregazione dei tratti linguistici. Questo processo è durato dal V
secolo d.C. fino ai secoli VII-VIII circa. Il latino era suddiviso in sistemi: scritto
(persone colte) orale (colto e popolo). A causa della dissoluzione dell’Impero
Romano d’Occidente (476 d.C.) iniziano ad emergere i tratti tipici del parlato e a
diffondersi delle varietà, documentate parzialmente nell’Appendix Probi dove
vennero scritti gli errori commessi. La perdita delle condizioni necessarie
all’apprendimento e all’utilizzo dell’arte oratoria aveva diffuso il contesto informale
come l’unico modo di parlare. Dopo la disgregazione dell’Impero si crearono tante
piccole comunità linguistiche che svilupparono proprie varietà colloquiali. Il primo
testo scritto in una varietà italiana è un breve giuramento, il Placito Capuano, in cui
l’ordine benedettino dà voce ai laici per cercare un contatto con loro. “Sao ke kelle
terre, per quelle fini que ki contene, trenta anni le possente parte Sancti benediciti>>
—> “So che quelle terre con quei confini che si contengono, le possedette per trenta
anni la parte di San Benedetto”. Il documento è il primo in volgare italiano, risalente
al 960-963, scritto dal giudice Capua, chiamato a risolvere una diatriba tra l’abbazia
di Montecassino e un privato, il quale voleva riconosciuta la proprietà di alcune terre;
nel documento è trascritta la testimonianza di alcuni abitanti del luogo a favore dell’
abbazia. Il secolo successivo nascerà il primo prototipo di fumetto in lingua volgare:
l’iscrizione presente nella basilica di San Clemente descrive il dialogo di cinque
personaggi raffigurati nell’affresco. Il pagano Sisinnio e i suoi servi cercano di
arrestare San Clemente per portarlo al martirio. Convinti di trascinare egli, si
accorgono di avere legato ad una corda una colonna di pietra, questo perchè con un
miracolo San Clemente si è liberato dalle catene. “Figli di buone donne, tirate!
Albertel, Gosmari, tirate! Datti da fare dietro con il palo, Carvoncelle!”. La novità
importante dell’affresco, è che mentre i pagani parlano in volgare, il Santo utilizza il
latino, mostrando la differenza tra le figure dei personaggi. La presenza di parole
poste vicino alle sagome dei personaggi rappresenta il suono del loro parlato ed è
un espediente che secoli dopo verrà usuale nel fumetto. In Toscana i mercanti
marittimi decisero di non affidare i conti dei contratti commerciali ai notai, i quali
scrivevano in latino, ma loro stessi composero i loro conti navali: ne è un esempio il
“Conto Navale Pisano”, il primo testo interamente scritto in volgare del XII secolo. Un
altro tipo di documento volgare dei mercanti sono le ricordanze: libri di famiglia dove
si annotavano gli affari patrimoniali, nascite e morti e tutto ciò che serviva alla
conoscenza della propria identità familiare. Nel corso del Duecento la poesia prese
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parte nella divulgazione del volgare: la prima lirica in volgare è la canzone
romagnola Quand’eu stava in le tu’ cathene. La lirica della scuola siciliana è la prima
ad essere raccolta in manoscritti ed è composta in siciliano illustre, ovvero nobilitato
dal latino. I toscani assunsero l’eredità politica e culturale modificando i testi siciliani,
toscanizzandoli.
Nel corso del Trecento tre figure costituiscono i cambiamenti principali nel corso
della storia della lingua italiana, esse sono le Tre Corone. Il primo di essi, Dante,
condusse delle riflessioni sulla lingua all’interno del De vulgari eloquentia e nel
Convivio. In quest’ultimo egli riconosce nel volgare lo strumento per diffondere il
sapere dopo che il latino tramonterà completamente, arricchendo la lingua dotando
di un significato specifico parole della lingua comune, sia adattando al volgare parole
del latino classico e medievale. Nel De vulgari eloquentia invece Dante si rivolge ai
dotti, per dimostrare loro come possa esistere un volgare illustre, in grado di dar
voce alla nuova classe dirigente. Nella Commedia la mescolazione degli stili porta
alla presenza del plurilinguismo: influisce tantissimo nel descrivere situazioni
apparentemente realistiche, contaminando aulico con plebeo e fiorentino con
latinismi e dialettismi di varie regioni. Francesco Petrarca a confronto utilizza un
“monolinguismo”, come avviene nel suo Rerum vulgarim fragmenta: qui fa una
selezione dei “dantismi” e di tutto il lessico portato avanti da Dante, funzionando
come un filtro per ciò che sopravvivrà e cosa no. Boccaccio invece arricchisce la
prosa precedente arricchendo le strutture sintattiche e invertendo l’ordine delle
parole, adottando alcune strutture tipiche del latino (il verbo a fine frase).
Durante il Trecento e per tutto il secolo successivo vi è un ritorno del latino nella
scena della cultura e letteratura. Il movimento umanistico dà un richiamo al classico:
per loro il latino era una lingua versatile e stabile, il volgare invece non aveva ancora
delle regole codificate. Gli umanisti consideravano quindi il latino destinato all’utilizzo
standard, e il volgare al solo uso parlato. A cercare di teorizzare e ordinare il volgare
fu Leon Battista Alberti con “La Grammatichetta”. Rimase però sconosciuta. Negli
ultimi decenni del Quattrocento, soprattutto grazie a Lorenzo de’ Medici, la corte
fiorentina divenne il centro economico e culturale più importante. Mandò nel 1477 a
Federico d’Aragona una raccolta di poesie scritte in volgare toscano con allegato
una epistola, nella quale si lodava l’eccellenza della lingua toscana. Lorenzo nella
Epistola affermava proprio tutto ciò che gli umanisti avevano negato nei decenni
scorsi. Indipendentemente dalla politica di Lorenzo, il toscano si diffuse molto anche
grazie al ramo orientale, il quale era più conservativo verso il latino. Il modello
toscano era più facile da imitare per la poesia, come dimostrano i tentativi di Matteo
Maria Boiardo, il quale riuscì a toscaneggiare la lirica Amorum Libri. Pietro Bembo
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tenta un’imitazione del toscano ne “Gli Asolani”, benchè l’opera sia comunque ricca
di settentrionalismi.
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esse nella lingua parlata. Nell’Ercolano, Varchi distinse la scrittura come frutto di
elaborazione retorica e imitazione dei grandi autori del Trecento e lingua viva e
naturale, prendendo a modello il fiorentino parlato. Un ulteriore passo lo fece il
letterato Salviati nel suo trattato “note linguistiche sul Decamerone”, dove egli
sostiene che non solo la lingua di Petrarca, Boccaccio e Dante è ottima, ma lo è
anche di qualsiasi autore toscano del Trecento. In questo modo il lavoro di Bembo
venne distorto, difatti se la lingua di Petrarca e Boccaccio non risiedeva nella
presunta naturalezza della lingua ma dall’eccellenza letteraria delle opere che in
quella lingua erano state scritte, per Salviati le Tre corone erano la conseguenza
della magnificenza del toscano trecentesco. Non appena fu fissata la norma
linguistica di Bembo, come la correzione da parte della tipografia dei testi secondo il
tipo linguistico trecentesco, tutte le altre varietà locali divennero dialetto e parte di
discorso informale, legati alla comunicazione quotidiana. I semi colti sono colore che
sanno leggere e scrivere e sono coscienti dell’esistenza di una norma vigente e
cercano di riprodurla, ma non sempre ci riescono e commettono quindi errori
grossolani; sono in grado di capire la lingua più prestigiosa, ma la produzione
linguistica orale o scritta è più o meno solida a seconda del loro livello di istruzione.
Nel 1583 un gruppo di appassionati dilettanti fondò a Firenze l’Accademia della
Crusca, con lo scopo di incontrarsi per dibattere sulla lingua: il nome stesso indica la
volontà di separare la farina (la buona lingua) dalla crusca, cioè dallo scarto della
macinazione del grano. Il primo importante progetto fu la base di un Vocabolario,
con lo scopo di raccogliere, spiegare e illustrare tutte le e parole che erano state
usate sia dagli autori toscani importanti e minori del Trecento. Al tempo esistevano
solo glossari, cioè raccolte di parole difficili o poco usate spiegate con sinonimi più
facili o correnti. La prima edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca fu
stampata in un solo volume a Venezia nel 1612. Gli autori del Vocabolario avevano
uno scopo normativo, ovvero indicare quale fosse il modello di lingua da seguire
(quello del tosano trecentesco e contemporaneo).
La scienza all’inizio del Seicento parlava ancora latino. Lo scienziato Galileo Galilei,
fisico, matematico e astronomo, scelse di scrivere in italiano invece del latino le sue
opere maggiori, per farle conoscere ad un pubblico più vasto dei soli specialisti.
Galileo, benchè fosse accademico della Crusca, non si curò troppo dell’eleganza e
della correttezza grammaticale, quanto più della chiarezza delle argomentazioni.
Evito di creare nuove parole poco comprensibili agli specialisti, ma utilizzò a modo
quelle già esistenti: cannocchiale (il nostro telescopio), macchie solari e candore. Il
Settecento fu un secolo di grande rinnovamento civile ed economico, scientifico ed
intellettuale. Gli stati italiani avviarono politiche volte all’alfabetizzazione ad ampie
fasce della popolazione. Si moltiplicarono le grammatiche, dizionari e libri di lettura
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specificatamente ideati per l’insegnamento e per la prima volta nella storia la scuola
si fece carico della diffusione della lingua comune. In italiano si inizò a scrivere di
fisica, scienza naturale, economia e scienze applicate, con conseguenza la
formazione delle cosiddette lingue speciali, cioè insiemi di parole e usi sintattici
necessari alle attività specialistiche. Il modello linguistico proposto invece dalle
continue riedizioni del Vocabolario Accademico della Crusca, nonostante alcuni
ammodernamenti, continuava ad essere troppo arcaizzante rispetto agli sviluppi
della cultura. La Crusca era poco disposta ad accettare le nuove parole della
scienza e della politica che, proprio perchè nuove, non erano mai state usate dagli
autori del passati ai quali l’Accademia continuava a rifarsi. Gli illuministi difendevano
invece un’idea di lingua meno selettiva ed elitaria e più comunicativa e aderente alla
modernità: essi sostenevano che tutte le lingue per natura cambiano nel corso del
tempo, si arricchiscono di nuove parole create al loro interno o prese da altre lingue.
Si creò un lessico europeo condiviso, gli europeismi, per cui molti termini astratti si
ritrovano simili in molti paesi. L’aumento del livello d’istruzione ed il progresso
scientifico e tecnologico accrebbero la richiesta di opere destinate ad un pubblico
medio, composto di persone che desideravano migliorare il proprio livello culturale
per partecipare alla vita civile. Si diffusero quindi le traduzioni, che mettevano a
disposizione di tutti le opere letterarie e aggiusti che più richieste ad un linguaggio
semplice. Un nuovo mezzo per diffondere le idee fu la stampa periodica: nella prima
metà del secolo era nato il “Giornale de’ Letterati d’Italia, rivolto ad un pubblico di
studiosi ed intellettuali. Il ‘700 fu un secolo caratterizzato dal romanticismo e
all’accettazione di ogni nuovo apporto esterno (gallomania). La lingua era intesa
come uno strumento essenzialmente comunicativo. Antonio Cesari fu uno dei
promotori di una lingua arcaicizzante, sostenendo la teoria di Salviati per cui il
fiorentino arcaico del ‘300 fosse una lingua bella per natura, condannando invece la
lingua moderna piena di neologismi e prestiti. Questa linea di pensiero purista erano
solo supposizioni in quanto molti dei prestiti erano parte integrante dell’italiano già
da prima del ‘300 ed avevano contribuito alla sua formazione. Si dedicò inoltre alla
riedizione del Vocabolario della Crusca, indicata come Crusca Veronese per
distinguerla da quelle allestite dagli Accademici fiorentini. Riscosse molto successo
tanto da far avviare agli Accademici della Crusca una nuova edizione sulla linea del
purismo di Cesari. Il principio dell’imitazione dei buoni autori è il fulcro del pensiero
classicista: i classicisti infatti pongono l’accento sull’eccellenza letteraria e sullo stile,
ammirando quindi le scritture letterarie trecentesche e cinquecentesche per il loro
valore artistico (e non puro). A differenze dei puristi, i classicisti ammettono che la
lingua si possa accrescere e rinnovare facendo ricorso alle sue regole interne e non
agli apporti esterni. Tra i classicisti, Vincenzo Monti “Proposta di alcune correzioni ed
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aggiunte al Vocabolario della Crusca”. Alla Proposta collaborò anche Giulio Perticari
cercando di accentuare la grandezza della precedente poetica siciliana, nella quale
Perticari vedeva una antenata della lingua italiana comune. Mal visti dai classicisti
erano i dialetti, che secondo loro ostacolavano la creazione di una lingua comune, al
contrario dei romantici che riconoscevano in essi rappresentazioni veritiere della
realtà popolare e come mezzo per diffondere la cultura presso ampi strati della
popolazione. Durante l’Ottocento Alessandro Manzoni si pose con forza il problema
di una lingua scritta che fosse adatta al romanzo, il genere letterario insieme al
teatro più prossimo al parlato e che più di altri richiede naturalezza e verosimiglianza
espressiva. L’italiano poteva vantare una forte storia nello scritto, ma non nel parlato,
tanto che Manzoni stesso utilizzava il dialetto milanese nella parlata informale e il
francese negli argomenti più impegnati. La prima stesura del Fermo e Lucia lo lasciò
deluso, poichè egli riteneva che fosse un composto di francese, latino ed italiano,
mentre lui voleva ottenere una lingua concreta e funzionale, sia scritta che parlata.
Da un punto di vista teorico la soluzione era quella di adottare il toscano, e che
grazie al suo primato storico-culturale era l’unica lingua a poter essere accettata
dall’intera penisola. Dal punto di vista pratico però Manzoni, milanese, non era del
tutto consapevole di cosa fosse il toscano contemporaneo. La Crusca Veronese di
cui egli si avvaleva era uno strumento inadatto ad insegnarglielo a causa dei suoi
purismi. Tra il 1824-27 egli riscritte il romanzo col titolo “I promessi sposi”,
riscuotendo subito un grande successo (1827), ma lasciando l’autore insoddisfatto.
Soggiornando a Firenze entrò in contatto con quel linguaggio che cercava di
apprendere dai libri, comprendendo ce la varietà da adottare non era il generico
toscano ma il fiorentino e nel 1838 iniziò una revisione linguistica del romanzo per
eliminare le forme letterarie in disuso ed i lombardismi. I principali cambiamenti
furono: la prima persona dell’ imperfetto indicativo, nella forma arcaica “io aveva”,
venne sostituita con la terminazione in -o; “vi” venne sempre sostituito con “ci”. Il
successo dei Promessi sposi fu largo e immediato già dalla prima edizione del ‘27, e
diede origine ad una lunga serie di romanzi storici che ne imitavano non solo le
strutture narrative ma anche la lingua, l’Ettore Fieramosca di Massimo D’Azeglio, il
Marco Visconti di Tommaso Grossi. L’edizione del 1840 non riscosse invece lo
stesso successo a causa della difficoltà che un tale linguaggio comportava per chi
non conosceva il fiorentino, e anche a causa del gusto stesso degli autori, che
preferivano una lingua più tradizionale. Manzoni espone per la prima volta
pubblicamente il suo pensiero linguistico nel 1847 con la Lettera a Giacinto Carena,
professore piemontese autore del Vocabolario domestico, accogliente i termini della
vita quotidiana. Qui Manzoni sostiene con forma che una lingua è un tutto o non è,
intendendo dire che un sistema linguistico per essere tale deve fornire tutti gli
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elementi necessari a tutte le circostanze comunicative: non basta avere una lingua
letteraria adatta alla scrittura, ma anche al parlato quotidiano nella normale
interazioni tra parlanti. Posto i principi irrinunciabili dell’uniformità e fiorenitinità della
lingua letteraria, occorre prendere dal fiorentino anche tutte le parole necessarie alla
vita di ogni giorno. Difatti Manzoni rimprovera a Carena di aver accolto nel suo
vocabolario troppi geosinonimi, giustificando il processo di scegliere da quale parte
d’Italia prendere il nome per indicare le diverse cose.
Al momento dell’Unità d’Italia, circa il 75% della popolazione era analfabeta: solo
una persona su quattro sapeva leggere e scrivere solo a livello elementare. Lo stato
unitario si impegnò per alzare l’indice di scolarizzazione riducendo il livello di
analfabetismo al 40%. Ma anche la scolarizzazione obbligatoria non era abbastanza
per essere italofoni, in quanto serviva più dei due o tre anni di scuola elementare per
essere in grado leggere i testi della tradizione letteraria. Nel 1868 il ministro della
Pubblica Istruzione Emilio Broglio affidò ad una commissione di esperti presieduta
da Manzoni l’incarico di proporre dei modi per diffondere la “buona lingua” tra tutti gli
strati sociali. Nella relazione conclusiva dal nome “Dell’unità della lingua italiana e
dei mezzi per diffonderla” e nella successiva Appendice, Manzoni affermò che
occorreva diffondere il modello fiorentino, l’unico che avrebbe potuto imporsi nella
penisola dato il suo prestigio. Egli suggerì la creazione di un dizionario del fiorentino
parlato a cui far seguire dizionari dialettali, e l’assunzione di maestri di origine
toscana o educati in toscana. Inoltre propose l’assegnazione di borse di studio per
trascorrere un anno scolastico a Firenze. La prima delle tre proposte fu davvero
realizzata con il “Novo vocabolario della lingua italiana” di Giovanni Battista Giorgini
ed Emilio Broglio, pubblicato alla fine dell’800. Le critiche principali verso la proposta
di diffusione del fiorentino erano legate al fatto che Firenze era sì la capitale d’Italia,
ma non lo sarebbe rimasta per sempre e non avrebbe rappresentato più il centro
politico e amministrativo della nazione; inoltre la volontà di Manzoni di voler
eliminare il mito della lingua letteraria rischiava di essere sostituito dal mito della
spontaneità colloquiale. Queste critiche vennero mosse dallo studioso Graziadio
Isaia Ascoli, il quale vedeva nell’aumento dell’istruzione una maggiore circolazione
di idee e il formarsi di una comunità nazionale e un’unificazione della lingua italiana.
Ascoli vedeva il motore del cambiamento dell’uso linguistico nei fattori storico-
culturali ed economici. I modelli linguistici basati sulla letteratura vengono sostituiti
da altri canali di diffusione: scuola, giornali, radio (1924), cinema (metà degli anni
‘20), e televisione (1954). Pinocchio (1886) e Cuore (1886) furono alcuni dei libri
scritti per l’educazione di bambini e ragazzi. I giornali dagli anni ‘80 dell’800
iniziarono ad essere venduti nelle edicole ed a raggiungere un pubblico sempre più
vasto. L’opera lirica ebbe un grande successo: essa utilizzava infatti solitamente una
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lingua fortemente conservatrice, costituita da parole e stili della tradizione poetica.
Fino all’800 la poesia lirica rimase legata al modello petrarchesco, che cominciò ad
incrinarsi solo con il romanticismo, quando i termini della vita quotidiana iniziarono a
mescolarsi a quelli poetici. Una rottura con la tradizione si ebbe con Pascoli e
D’Annunzio: il primo elimina le rime tronche e in consonante, utilizzando una sintassi
breve più vicina alla prosa; D’Annunzio invece fa scelte lessicali rare con l’intento di
ottenere una poesia aulica ed elitaria. I legami con la lingua della tradizione saranno
recisi definitivamente nei primi decenni del ‘900 dai crepuscolari e dai futuristi:
anarchia metrica e sintattica, ricordo alla frase nominali e mancanza di
punteggiatura e nessi logici tra le parole sono alcune della caratteristiche principali
dei due movimenti, lontani dalla ormai tanto vecchia tradizione. Il regime fascista, in
accordo con la sua radice nazionalista, attuò un programma di italianità linguistica
orientato alla lotta ai dialetti e minoranze linguistiche e rifiuti di apporti dalle lingue
straniere. In seguito alla riforma scolastica di Giovanni Gentile il dialetto fu
emarginato a favore dell’insegnamento della grammatica italiana. Furono proibiti per
legge i termini non italiani nei nomi di luogo e di persona, nelle insegne commerciali
e in tutte le strutture pubbliche. Dal 1940 fu affidata per legge all’Accademia d’Italia il
compito di trovare equivalenti italiani dei termini non adattati, che furono sostituiti o
affiancati dai nuovi termini, dando luogo a numerosi sinonimi (omelette/frittata,
garage/rimessa, hotel/albergo). Il regime si imperò anche in una campagna per
sostituire il voi come forma di cortesia al lei, che però resistette tantissimo,
divenendo anche un tratto linguistico distintivo degli antifascisti.
A partire dal ‘900 il panorama linguistico italiano muta radicalmente, dato che il
dialetto viene sempre più abbandonato e l’italiano viene assunta come unica lingua
della comunicazione quotidiana. Il modello linguistico riconosciuto è la varietà
d’italiano regionale parlata nelle zone più economicamente produttive e diffusa dai
mezzi di comunicazione di massa. I principali fattori d i questo cambiamento sono
stati: la scolarizzazione obbligatoria, la leva obbligatoria, il diffondersi dei mezzi di
comunicazione di massa e la percezione dell’acquisizione dell’italiano come fattore
imprescindibile per emanciparsi socialmente. Tutto ciò ha comportato una veloce
sdialettizzazione, in quanto il dialetto era visto come un freno o ostacolo
nell’apprendere l’italiano. Benchè la lingua italiana divenne per la prima volta la
lingua più usata anche nelle circostanze informali e quotidiane, gli italiani parlano in
modi diversi a seconda della loro provenienza regionale, cioè con quello che
comunemente viene definito accento. Le varietà regionali nascono infatti
dall’interazione tra il sistema dialettale originario e la lingua comune. La
differenziazione dialettale derivata direttamente dal latino è detta primaria, mentre le
varietà regionali sono frutto della diversificazione secondaria del tipo linguistico
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italiano. La televisione si è dimostrata in grado di raggiungere ogni tipo di pubblico,
rappresentando il vero modello linguistico per le generazione nate nella seconda
metà del secolo. Fino agli anni ‘70 la televisione ha diffuso un modello di lingua
sorvegliata, rispettosa degli usi grammaticali e attenta ad evitare la colloquialità più
sciatta: essa si proponeva come modello di acculturazione e modernizzazione di un
paese in rapida crescita economica, in particolare per quelle fasce di popolazione
che non avevano potuto compiere studi regolari. “Non è mai troppo tardi” (1960-68)
è uno dei programmi volti all’insegnamento degli adulti analfabeti. Nel 1976 nacque
la nego televisione, termine coniato da Eco per descrivere il nuovo metodo di
comunicazione televisiva, che mescola i generi e li riduce a mero intrattenimento
proponendo la quantità rispetto alla qualità. Dal punto di vista induistico questo ha
tre effetti: espressività, riconoscibilità e rispecchiamento. L’espressività si manifesta
con l’enfasi, fino a giungere al caricaturale, con espressioni volgari fino all’indulto; la
riconoscibilità ricorre all’utilizzo di frasi fatte, tormentoni e slogan con lo scopo di
rendere familiare il programma allo spettatore; il rispecchiamento innesca un
meccanismo di complicità e coinvolgimento che rassicura lo spettatore facendogli
pensare che la televisione parla come lui e lui parla come la televisione. Questo lo
induce a consumare quel tipo di prodotto. Con la diffusione delle reti digitali e della
telefonia mobile, degli anni ‘90 del ‘900 abbiamo assistito alla nascita di nuovi tipi di
scrittura: abbreviate e semplificate cercando di far avvicinare la scrittura elettronica
alla lingua usata nel parlato, fenomeni nati dalla necessità di risparmiare spazio e
tempo di digitazione. Lo sviluppo scientifico del ‘900 ha consolidato i linguaggi
specialistici delle scienze. Le pubblicazioni sono in inglese e di conseguenza la
nuova terminologia è costituita soprattutto da prestiti. L’esempio più evidente di tale
processo è l’informatica, sviluppatasi dagli anni ‘60 del ‘900 ed il cui lessico è
interamente di derivazione inglese, sotto forma di testo sia adattato alla
morfosintassi italiana (chattare, taggare) e non adattato (software). Nel Novecento
l’italiano diviene la lingua spontanea e la lingua letteraria cessa di essere n modello
di riferimento. L’epicentro della norma linguistica si sposta dalla letteratura ad altri
cambi, primo fra tutti quello dei mezzi di comunicazione di massa, tendenti ad
assecondare i gusti del pubblico invece che a guidarli. Per la lingua d’uso si apre la
strada per la ristandardizzazione della norma, nella direzione delle strutture tipiche
del parlato; per la lingua letteraria si prospetta il problema del rapporto con la lingua
d’uso, che può essere risolto secondo due tendenze: la mimesi, con produzioni
letterarie che assumono caratteri vicini alla colloquialità, all’informalità del parlato. O
con il distanziamento dal linguaggio quotidiano, ottenuto con il ricorso al
plurilinguismo, cioè alla fusione di elementi proveniente da lingue e dialetti diversi.
Le minoranze linguistiche sono tutelate dalla legge 482 del 15 dicembre 1999,
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Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche, che, oltre a sancire
esplicitamente che la lingua ufficiale della Repubblica è l’italiano, riconosce e
valorizza le lingua parlate da una componente minoritaria della popolazione,
prevedendo che nelle zone riconosciute esse si affianchino all’italiano nelle scuole e
possano essere impiegate sia nel parlato che nello scritto. Nella stessa legge
vengono riconosciute due varietà esistenti solo sul territorio italiano: il ladino e il
sardo. Solo di recente l’italiano è divenuto una lingua realmente utilizzata dalla
maggioranza degli italiani in tutte le circostanze comunicative. Si assiste negli ultimi
anni alla creazione di una nuova grammatica dei parlanti, parzialmente diversa da
quella codificata nelle grammatiche ed insegnata a scuola. I parlanti considerano
normale l’uso di gli per a loro o per il pronome indiretto femminile le; i pronomi
soggetto con funzione anaforica lui, lei, che avrebbero solo una funzione deittica
vengono invece spesso usati come soggetto diretto al posto di egli, ella, esso e
essa. È accettato anche in presenza di un avverbio l’uso del verbo al presente
invece che al futuro, o l’uso dell’ imperfetto di cortesia al posto del condizionale. Le
dislocazioni, fenomeni tipici del parlato, tendono a generalizzasi nella scrittura per
mettere in evidenza alcuni elementi rispetto ad altri. Questi fenomeni erano tenuti a
freno fino a pochi decenni fa dall’apprendimento grammaticale, ma ora la
colloquialità spontanea porta ad impiegarli anche in circostanze formali.
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