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Giuseppe Antonelli nel suo libro presenta un museo immaginario della lingua italiana dato che nella

realtà non ne è stato mai realizzato uno e, forse, mai lo sarà.


Questo museo conta tre piani che corrispondono a tre fasce cronologiche: italiano antico, italiano
moderno e italiano contemporaneo; ogni piano comprende poi cinque sale e ogni sala è divisa in
quattro sezioni, ognuna delle quali è rappresentata da un oggetto particolare.
Il punto di partenza è l’indomani del crollo dell’Impero romano d’Occidente, nel 476 d.C., quando
il latino viene gradualmente e lentamente rimpiazzato dal volgare, la lingua del volgo, del popolo,
quella che poi diventerà la lingua italiana.

PRIMO PIANO
SALA I
Il primo oggetto, per così dire, del museo è il GRAFFITO DI COMMODILLA (800-850) che
molti studiosi considerano la testimonianza più antica della lingua italiana. Si trova al secondo
piano della catacomba di Commodilla a Roma, per l’appunto, dal nome della matrona che donò
quel terreno a una comunità cristiana. Qualcuno, graffiando con la pietra, ha scritto accanto a un
affresco una breve frase: NON DICERE ILLE SECRITA ABBOCE ovvero NON DIRE LE
COSE SEGRETE AD ALTA VOCE. C’è chi sospetta che si tratti di un promemoria che il
sacerdote ha inciso lì per ricordarsi di non pronunciare ad alta voce alcune parti della messa, una
novità questa che era stata introdotta da poco. Un’altra ipotesi, più accreditata, vuole che l’autore
della scritta intendesse prendere in giro chi, effettivamente, “diceva le cose segrete ad alta voce”. Si
tratterebbe quindi di un vero e proprio sfottò. Questa interpretazione è molto più attendibile
soprattutto perché la frase è scritta nella lingua del volgo in un ambiente religioso in cui la lingua
latina era all’ordine del giorno.

IL PLACITO DI CAPUA: atto notarile (conservato nell’archivio del monastero di Montecassino)


risalente al 960 d.C. completamente scritto in latino tranne che per una formula giuridica in volgare:
“Sao ko kelle terre per kelle fini que ki contene trenta anni le possette parte sancti Benedicti”.
È la prima volta in cui una frase in volgare compare all’interno di un testo in latino, per altro
giuridico quindi ufficiale. Proprio in ragione del fatto che si pone in contrapposizione con il latino, è
stata tradizionalmente considerata l’atto di nascita della lingua italiana. In sé non ha nulla di
particolarmente originale, ma tutti i documenti precedenti, e anche alcuni successivi, la riportavano
in latino.
L’ISCRIZIONE DI SAN CLEMENTE: l’opposizione tra volgare e latino, la lingua del popolo e
la lingua nobile, si ritrova in un affresco della Basilica inferiore di San Clemente a Roma risalente
al 1050-1100. È una sorta di fumetto ante litteram o, per usare un’espressione dantesca, una forma
di “visibile parlare” in cui le immagini sono accompagnare dal testo. Nell’affresco si narra un
episodio della vita di San Clemente. Il santo converte al cristianesimo la moglie del patrizio
Sisinnio e rende quest’ultimo momentaneamente cieco. L’uomo per vendicarsi prova a catturare
insieme a tre scagnozzi il Santo per condurlo al martirio. San Clemente però si trasforma in una
pesante colonna di marmo ed esclama in latino: “Per la durezza dei vostri cuori avete meritato di
trascinare pietre”. Invece, Sisinnio parla e si rivolge ai suoi in volgare, anche pronunciando
parolacce. È evidente quindi come il latino fosse considerata la lingua di chi è nobile d’animo, in
questo caso San Clemente, mentre il volgare una lingua rozza di chi agisce con violenza.
L’INDOVINELLO VERONESE: conservato in una biblioteca di Verona (per questo detto
veronese) è un classico indovinello che descrive una cosa da individuare. Allo stesso tempo, però,
rappresenta un indovinello per gli studiosi che non sono ancora riusciti a capire in che lingua sia
scritto. È stato scritto su un foglio di un libro di preghiere tra il 770-780. Sullo stesso foglio, subito
sotto l’indovinello, si trova scritto un ringraziamento a Dio. La differenza fondamentale tra
l’indovinello e il ringraziamento a Dio non è solo nell’argomento ma soprattutto nella lingua in è
scritto l’uno e l’altro: il ringraziamento è in corretto latino, mentre l’indovinello è in un latino pieno
di errori, in una lingua che non è più latino ma non è ancora volgare né italiano. Il testo
dell’indovinello si potrebbe considerare come il più antico scritto non solo in italiano ma in tutte le
lingue derivate dal latino.

SALA II
La lingua italiana è direttamente correlata alla tradizione letteraria. A porre le basi dell’italiano
sono, nel Trecento, i capolavori di Dante, Petrarca e Boccaccio (la Divina Commedia, il Canzoniere
e il Decamerone), autori denominati “le tre corone”.
Dante Alighieri  Pantera odorosa del bestiario di Aberdeen
Giuseppe Antonelli associa alla figura di Dante la pantera odorosa. Si trattava di un animale mitico
che, secondo i bestiari medievali, aveva un alito assai caratteristico. Dopo essersi nutrita la pantera
riposava nella propria tana per tre giorni. Il terzo giorno si risvegliava e lanciava un ruggito che
diffondeva ovunque un profumo unico, capace di attirare tutti gli animali. Quel buon profumo non
era però sufficiente per rintracciare la pantera che, quindi, restava introvabile.
Prima della Divina Commedia, Dante aveva scritto un’opera in latino interamente dedicata alla
lingua volgare, il De vulgari eloquentia. Dante si era prefisso l’obiettivo di trovare la parlata
volgare più bella passando in rassegna quattordici diversi volgari, dal Friuli fino alla Sicilia. Non
avendola trovata conclude la ricerca affermando che il volgare perfetto è come una pantera odorosa.

Il De vulgari eloquentia rimase incompiuto ma, come sappiamo bene, Dante concluse il suo celebre
poema, la Divina Commedia. Scelse di usare il fiorentino, la sua lingua materna, uno di quei volgari
che aveva bistrattato nel De vulgari eloquentia; usò tutti i vocaboli a sua disposizione, da quelli
filosofici e scientifici fino alle parolacce; attinse dalla Bibbia, dalla quotidianità, dal latino e dalle
altre lingue della sua epoca. Altre parole le inventò lui stesso e oggi circa un terzo del vocabolario
fondamentale dell’italiano risale in via diretta o indiretta a Dante e al suo poema. Ecco perché lo si
definisce il “padre della lingua italiana”.
Petrarca  L’opera più famosa di Petrarca è quella che siamo abituati a chiamare Canzoniere, una
raccolta di poesie in volgare cui in realtà l’autore aveva dato un titolo latino: Rerum vulgarium
fragmenta. Petrarca era convinto che la sua fama futura si sarebbe fondata sulle sue opere scritte in
latino e non su queste nugae o nugellae (cose di poco conto, come le descriveva lui stesso) in
volgare.
Il volgare di Petrarca, al contrario di quello di Dante, si allontana dagli aspetti concreti della realtà e
si concentra più sulla dimensione spirituale. È, tra l’altro, un volgare tutto letterario, che non ha
nulla di spontaneo o naturale. In ogni caso, Antonelli sottolinea che pare che Petrarca prediligesse la
lingua latina. Usava il latino per le sue lettere, per le opere in prosa e anche per i commenti e le
correzioni che scriveva a margine delle sue opere. Era solito fare revisioni continue e il suo
incessante lavoro di lima ha dato origine a una lingua levigata ed elegante, fatta di poche parole che
ritornano diversamente combinate.
Boccaccio  Boccaccio, sui libri che possedeva e che gli prestavano, era solito disegnare le
cosiddette maniculae, delle piccole manine poste accanto al testo che servivano a segnalare le parti
per lui più interessanti. Oltre alle maniculae disegnava anche insetti, fiori, strani animali o vari
personaggi dell’antichità.
Nella versione del Decameron che scrisse di suo pugno sono presenti i disegni che fece dei
personaggi della “brigata” che a turno raccontano le novelle e, a volte, anche degli stessi
protagonisti delle novelle.
Antonelli introduce la sezione dedicata a Boccaccio riportando la pagina del Decameron in cui è
ritratta madama Jancofiore, la protagonista dell’ultima novella dell’ottava giornata. Quello che
sottolinea Antonelli è proprio la figura della donna cui il Decameron si rivolge fin dal primo rigo.
Sempre alle donne Boccaccio si rivolge per difendere la sua scelta di avere scritto le novelle in
volgare fiorentino, in stile basso e umile, usando talvolta anche qualche “paroletta più liberale”.

Il Decameron è scritto in effetti nel volgare fiorentino che si usava ai tempi di Boccaccio, ma
presenta tanti stili diversi: nelle parti della cornice, in cui l’autore parla in prima persona, lo stile è
più alto, il lessico è scelto con cura e la sintassi è molto complessa; all’interno delle novelle, invece,
soprattutto nei dialoghi, lo stile è molto più informale, colloquiale, anche con imprecazioni e doppi
sensi.
SALA III
Per noi oggi la grammatica corrisponde all’insieme delle norme che regolano una lingua ma per
tutto il Medioevo e fino al primo Cinquecento grammatica era uguale a latino.
Leon Battista Alberti, architetto, artista e teorico della pittura, è stato il primo in assoluto a
scrivere, intono al 1440, una grammatica del volgare, della “linghua toschana”.
Era una grammatica di poche pagine (oggi è conservata nella Biblioteca Vaticana e proprio per la
sua scarsa mole viene chiamata Grammatichetta Vaticana) con cui Leon Battista Alberti ha voluto
dimostrare che il volgare, come il latino, ha piena dignità letteraria. Nella sua grammatica descrisse
il volgare parlato più che quello scritto e l’innovazione sta proprio qui: nel rivendicare la presenza
della grammatica non solo nel volgare, ma nel volgare parlato, il volgare di tutti i giorni.
Tuttavia, la grammatica di Alberti circolò molto poco. Allora la stampa non esisteva e i libri
circolavano in copie manoscritte. La lingua parlata tornerà a essere oggetto di una grammatica solo
nella seconda metà del Novecento.
Nel 1525 Pietro Bembo, umanista e grande conoscitore dei classici latini, determina per sempre le
sorti della lingua italiana scrivendo la grammatica intitolata Prose della volgar lingua. La
grammatica di Bembo si fondava essenzialmente sul modello di Petrarca per la poesia e di
Boccaccio per la prosa, gli autori che chiamava i “due Toschi”. La lingua di Dante, invece, era da
lui considerata troppo aperta alle parole straniere, popolari, rozze. Questa grammatica si
concentrava soltanto sulla lingua scritta letteraria, non c’era spazio per la lingua parlata – difficile
da ingabbiare in un sistema di regole, e si affermò rapidamente soprattutto per due ragioni: con la
diffusione della stampa le tipografie avevano necessità di uniformare una lingua che nei manoscritti
era soggetta a troppe variazioni; un italiano condiviso, poi, avrebbe facilitato la comunicazione tra
le cancellerie dei vari stati italiani (comunicazione che prima avveniva in latino misto a volgare).

Nel 1612 viene pubblicato a Venezia il primo vero dizionario della lingua italiana: il Vocabolario
degli Accademici della Crusca che per secoli è rimasto la fonte più autorevole per la norma
linguistica dell’italiano. L’Accademia della Crusca è stata fondata nel 1582 e il suo nome richiama
l’idea della separazione della farina dalla crusca, cioè la parte migliore della lingua dalla parte che
va scartata. La selezione dei vocaboli del dizionario degli accademici si fondava sul fiorentino del
Trecento, sui testi dei grandi scrittori ma anche sui testi degli scrittori minori e anche sugli scritti
non letterari.
SALA IV
Nel Cinquecento, accanto alla lingua destinata a diventare italiano, quella letteraria, si possono
distinguere alcune varianti meno “ufficiali”. Prima tra tutte l’italiano popolare, ovvero la lingua
povera, scorretta, che subiva l’influsso delle parlate locali. Questa era la lingua usata dai
“semicolti”, cioè quelli che sanno tenere in mano la penna, sanno leggere e scrivere, ma mancano di
una conoscenza linguistica sufficiente. In questa variante è evidente lo sforzo di chi scrive nello
staccarsi dal proprio dialetto per avvicinarsi ai modelli che ritiene prestigiosi, rappresentati dai
documenti burocratici più che dai testi letterari dato che la popolazione poteva accedervi con più
facilità.
Questo tipo di lingua affiora in molti documenti soprattutto di carattere processuale, ma anche in
varie forme di scrittura privata come lettere, diari o memorie o, ancora, scritture esposte come
cartelli infamanti.
All’italiano popolare si affianca quello della predicazione, una lingua che deve puntare sulle
emozioni, usare un lessico chiaro, diretto, fare ricorso a modi di dire del parlato di tutti i giorni. La
predica religiosa, già dal Medioevo, ha avuto una grande rilevanza nella diffusione prima del
volgare e poi dell’italiano vero e proprio. Mentre la lingua della liturgia e dei testi sacri è rimasta il
latino anche fino alla metà del Novecento, l’uso del volgare nelle prediche risale a prima dell’anno
Mille. Infatti, nel Concilio di Tours del 813, la Chiesa incoraggiava i sacerdoti a usare la lingua del
popolo nelle loro prediche.
Il fiorentino cominciò a diffondersi in tutta la penisola non soltanto grazie ai capolavori delle “tre
corone” ma anche per merito degli scambi commerciali. Innanzi tutto, il fiorino, la moneta coniata
a Firenze nel 1252, diventò in poco tempo la moneta internazionale più affidabile e ricercata; si
diffuse in tutta Europa e anche negli scambi mercantili di tutto il Mediterraneo. La fitta rete di
scambi commerciali crea quindi una nuova necessità: scrivere divenne essenziale, non solo per
registrare le entrate e le uscite, ma anche per tenere i contatti con i vari corrispondenti delle filiali
sparse nel mondo. Nelle loro lettere i mercanti usano una lingua essenziale, non ricercano il bello
stile, scrivono nei loro idiomi locali, ossia i volgari, oppure in un latino storpiato. Poi, in Toscana si
trovava la sede centrale di molte tra le più grandi aziende dell’epoca. Quindi i mercanti delle altre
regioni cominciarono a usare parole e formule tipiche del volgare toscano.
Sempre nel Cinquecento, l’italiano era la lingua egemone nelle arti figurative, quella a cui facevano
riferimento le altre lingue di cultura per aggiornare la terminologia, quella che usavano gli addetti ai
lavori nella comunicazione internazionale. L’italiano si trova al centro della cultura europea anche
per altri aspetti, soprattutto la vita mondana. Si diffondono così parole legate alla vita di corte (come
cortigiano), alla moda (come cappuccio) e alla cucina (come maccheroni). Giordano Bruno
raccontava che alla corte di Londra l’italiano era una delle lingue di studio e in effetti la stessa
Elisabetta I lo parlava correttamente. In un libro d’italiano per inglesi dell’epoca c’era scritto che
l’inglese sarebbe stato compreso entro i confini dell’Inghilterra, ma passato Dover non sarebbe
servito a niente. Tutto il contrario di oggi, in cui è quasi imperativo saper parlare l’inglese per
comunicare all’estero. E proprio come oggi l’interferenza dell’inglese nella lingua italiana non è
ben vista da alcuni, all’epoca di Elisabetta I l’italianismo non era ben considerato: si diceva, infatti,
“inglese italianato, diavolo incarnato”.
SALA V
L’italiano, come tutte le lingue esistenti, non è pura. Già a partire dall’alto Medioevo ha subito
l’influsso delle altre lingue derivate dal latino e anche di quelle di origine diversa, come quelle
germaniche.
I contatti più intensi avvengono tra l’XI e il XIV secolo con le due lingue di Francia, cioè la lingua
d’oc, il provenzale che si parlava nella Francia meridionale e usato in letteratura nella poesia
amorosa, e la lingua d’oil, l’antico francese. Le parole più antiche francesi arrivano in Italia già
prima dell’anno Mille, all’epoca della dominazione carolingia. Tutto il lessico feudale deriva
proprio dal francese (feudo, conte, visconte, marca, marchese, vassallo, valvassore), ma anche le
parole che riguardano i passatempi come la musica, il ballo o la caccia (danzare e danza o liuto per
esempio) o l’abbigliamento e la gastronomia (bottone, fermaglio, ghirlanda, burro, mostarda). Gli
scambi con la Francia proseguono per secoli e passano soprattutto per le dominazioni – in Sicilia e
nell’Italia meridionale – di Normanni e Angioini e anche per la famosa via “francigena”, la strada
che partiva dalla Francia, attraversava le Alpi all’altezza dell’attuale Valle d’Aosta, passava per
Pavia, Lucca, Siena e infine arrivava a Roma (era percorsa da soldati, mercanti e pellegrini).
Durante il Medioevo l’italiano assorbe molte parole arabe soprattutto per la dominazione
musulmana in Sicilia e per il grande prestigio di cui godeva la cultura araba in campo scientifico.
Molte parole di origine araba fanno ancora oggi parte della lingua comune: materasso, tazza,
cotone, tamburo, darsena, magazzino, zucchero, zafferano, carciofo, spinaci, limone e così via. A
queste si affiancano negli ultimi tempi i cosiddetti “neoislamismi” che giungono a noi tramite
giornali e telegiornali.
Altrettante parole arrivano dallo spagnolo soprattutto in conseguenza della dominazione spagnola
durante il Cinquecento nel ducato di Milano, in Toscana, Sardegna e in tutta l’Italia meridionale,
Sicilia compresa. Molti spagnolismi resistono ancora soprattutto nei dialetti (carnizzeri in siciliano).
Sono numerose le parole di origine spagnola d’ambito militare (recluta, ronda, squadriglia per
esempio) e della navigazione (rotta, flotta, nostromo, risacca). Molte di queste parole si vanno a
sostituire ad altre di origine italiana, come calma al posto di bonaccia, o tormenta al posto di
fortunale, o baia al posto di golfo. Questo cambiamento dipende soprattutto dalla nuova importanza
che assumono le rotte oceaniche rispetto a quelle mediterranee, rotte che hanno portato alla scoperta
del Nuovo Mondo. Il Nuovo Mondo era pieno di animali, piante e frutti sconosciuti e la prima cosa
che mancò per descriverli erano proprio le parole. Molti cronisti all’epoca, quindi, descrissero il
Nuovo Mondo per accostamento con il vecchio. Per esempio, l’ananas veniva paragonato a una
specie di carciofo che cresce sulla sua pianta, tagliabile con il coltello come una rapa e grande il
doppio di una pigna. La parola ananas arriverà in Italia un secolo più tardi partendo da nanà, come
si chiamava nella lingua guaranì, parlata in Brasile, e passando per il portoghese ananaz.

SECONDO PIANO
SALA VI
Dalla metà del Settecento la cultura italiana comincia un processo di rinnovamento e, di
conseguenza, la lingua italiana è soggetta a un progressivo svecchiamento sia del lessico sia della
sintassi.
Tra il 1764 e il 1766, Alessandro e Pietro verri insieme, tra gli altri, a Cesare Beccaria pubblicano
un giornale chiamato “Il caffè”, pensato proprio come un luogo aperto allo scambio di idee nuove e
diverse. Proprio grazie a questo giornale, in Italia si diffonde il movimento francese
dell’illuminismo. Con l’illuminismo si vuole adeguare il mondo della cultura alle nuove idee e alle
nuove conoscenze e questa volontà interessa anche la lingua. Fino a quel momento era stato favorito
il rispetto pedante dei modelli arcaici. Proprio Alessandro Verri in un suo articolo si chiedeva
perché Dante, Boccaccio e Petrarca avessero potuto inventare parole nuove mentre a lui e ai suoi
contemporanei era negato nonostante possedessero, come le “tre corone”, due braccia, due gambe e
una testa tra le spalle. Secondo il Verri, quindi, la lingua doveva evolversi, le parole dovevano
servire ad esprimere le nuove idee e non il contrario ed erano ben accette anche i termini stranieri
nel caso in cui la lingua italiana non fosse stata in grado di esprimere adeguatamente certi concetti.
Il punto più alto della riflessione illuministica sulla lingua si raggiunge in Italia con il Saggio sulla
filosofia delle lingue di Melchiorre Cesarotti. Nell’opera Cesarotti cerca di combattere alcuni
pregiudizi legati alle lingue, come quello per cui ci sarebbero lingue barbare e lingue raffinate (ogni
lingua risponde alle esigenze della propria nazione) o lingue pure o perfette (quando invece ogni
lingua è il risultato di una mescolanza di idiomi e tutte vanno incontro a successivi miglioramenti).
Cesarotti sottolinea che tutte le lingue hanno bisogno di continui nuovi apporti dato che le arti, il
commercio, la scienza presentano oggetti sempre nuovi che devono essere fissati con parole
altrettanto nuove. Inoltre, nessuna lingua può essere pianificata “a tavolino” da una qualche
istituzione, ma nasce dall’uso condiviso di una comunità.
In questo periodo di apertura al resto d’Europa, l’Italia comincia a importare molte parole dal
francese, in particolare quelle che rientrano nel dominio della moda (disabigliè, andrienne, boné,
falpalà, fisciù, ecc.). Alcuni francesismi verranno banditi durante il regime fascista e sostituiti con
parole italiane (per esempio cabriolet diventò trasformabile, sauté  sfritto, festival  festivale,
brioche  brioscia). Nella nostra lingua, comunque, ci sono delle parole di derivazione francese
perfettamente assimilate all’italiano (per es. giallo o cugino).
La lingua italiana, comunque, non si trova solo ad importare nuovi termini ma li esporta anche,
soprattutto quelli legati alla musica: parole come concerto, adagio, maestro, andante, allegro
facevano e fanno tutt’oggi parte della terminologia internazionale.
SALA VII
Le riflessioni degli scrittori sulla lingua erano cominciate nel Trecento con Dante. Proseguono con
Manzoni e Leopardi e poi, alle soglie del Novecento, con D’Annunzio e Pirandello.
Manzoni, nella revisione finale dei Promessi Sposi, sarà il primo a favorire il passaggio da egli a
lui, da ella a lei e da eglino o elleno a loro. In generale, Manzoni si adeguerà ad alcune scelte che
andavano contro la tradizione grammaticale e cominciò a preferire il modello fiorentino parlato
dalle persone colte. Per esempio, smise di usare alla prima persona dell’imperfetto la forma
letteraria in -a (io andava) per sostituirle con quelle in -o (io andavo), o passò da veggo a vedo, da
quistione a questione, o introdusse costrutti tipici del parlato (come la dislocazione dell’oggetto a
sinistra).
Leopardi nel suo Zibaldone rivela un pensiero molto moderno. Contesta apertamente l’idea della
purezza della lingua. Sostiene che si tratta solo di “un’idea non riducibile atto” e inseguire
quest’idea sarebbe dannoso per l’uomo che dovrebbe essere libero nel maneggiare la propria lingua.
Inoltre, una lingua dovrebbe continuamente rinnovarsi: preservarla dalla novità non corrisponde a
proteggerla ma piuttosto a condannarla, alienarla, renderla più fragile o farla morire del tutto. Per
questo è necessario, se serve, introdurre termini stranieri o neologismi. Provocatoriamente,
Leopardi sottolinea che se gli italiani avessero voluto usare parole italiane nella filosofia moderna,
avrebbero dovuto elaborarla loro stessi. Per esempio, le discipline formatesi in Italia come
l’architettura hanno vocaboli italiani anche presso le altre nazioni.
Gabriele D’annunzio si vantava di aver usato nelle sue opere quarantamila parole diverse. Non si
trattava solo di parole comuni, molte le recuperava dai dizionari, dai dialetti, dai linguaggi tecnici;
altre le inventava lui stesso. Antonelli ricorda, prima tra tutte, velivolo. Tra le altre invenzioni
lessicali dannunziane, alcune sono state pensate per usi commerciali, come Rinascente. Molte altre
sono rimaste limitate all’uso letterario, come multanime (dalle molte anime), chiarìa (opposto a
foschia, per indicare una chiarezza diffusa nell’aria) e aromale (aromatico, odoroso). L’invenzione
dannunziana più famosa è superuomo che nasce come una traduzione della parola tedesca della
filosofia nicciana. Quella che usiamo più spesso, invece, è tramezzino, pensata per sostituire
l’inglese sandwich.
Pirandello è riuscito a portare sulla carta la lingua parlata, ricreando tono, ritmo e andamento. Per
riuscirci lavorava molto sulla punteggiatura, adoperando spesso, per esempio, i puntini di
sospensione che rendono le pause e le incertezze. Poi, usava molte interiezioni ed esclamazioni: da
quelle fatte di un solo suono (ah, oh…) a quelle più articolate (Perdio!) e ha cercato di ravvivare
nell’italiano l’originaria radice dialettale. I suoi personaggi dovevano parlare bene e non bello,
diceva: non dovevano parlare in linguaggio letterario ma piuttosto secondo il loro carattere, le loro
qualità e condizioni, a seconda del momento dell’azione.
SALA VIII
Dopo il raggiungimento dell’unità di Italia, nel 1861, una delle difficoltà più impellenti che la
scuola dovette affrontare fu l’insegnamento della lingua nazionale. In tutta Italia si parlavano quasi
esclusivamente i dialetti e l’italiano sembrava quasi una lingua straniera.
Le politiche per risolvere questo problema si rivelarono, però, poco adeguate: gli insegnanti era
pagati molto poco, il tasso di evasione scolastica era altissimo e, soprattutto, si insegnava un italiano
arcaico, lontano dalle esigenze della vita quotidiana.
Prima dell’Unità d’Italia soltanto pochi bambini frequentavano la scuola. Tra l’altro maestre e
maestri dovevano occuparsi di classi formate da settanta o cento bambini. Il risultato era, quindi,
che la maggioranza delle persone in Italia era analfabeta.
All’inizio del ‘900, la situazione delle scuole elementari era ancora molto critica: le classi erano
toppo affollate, aule in pessime condizioni, maestri e maestre non sono sempre competenti. Spesso
loro stessi usavano una combinazione di dialetto e lingua letteraria e l’insegnamento della lingua
italiana si basava essenzialmente sull’ideologia del purismo, praticamente per molto tempo si è
insegnato l’italiano come se fosse stata una lingua morta.
Alcuni cercarono di insegnare l’italiano a partire dal dialetto che era la lingua materna, la lingua
della famiglia, degli affetti, di tutte le prime esperienze di vita. Solo che questo tipo di
insegnamento si risolveva nell’indicazione delle forme regionali o dialettali come errori da evitare a
ogni costo.
L’insegnamento dell’italiano a scuola si è fondato, e sotto certi aspetti si fonda ancora oggi, su
quelle che Serianni ha definito “norme sommerse”, cioè una serie di prescrizioni che non hanno
nessun fondamento nella grammatica o nell’uso reale ma continuano a essere insegnate. Questo
vale, per esempio, per l’odio nei confronti delle ripetizioni o l’uso di lui o lei in funzione di
soggetto.
SALA IX
Tra Ottocento e Novecento la lingua della comunicazione progredisce più in fretta di quella
letteraria o di quella scolastica.
L’unico modo per comunicare a distanza, in un primo tempo, era quello epistolare, cioè scriversi
lettere. Le lettere private erano come chiacchierate tra assenti. Per questo si prediligeva una lingua
colloquiale, meno controllata rispetto a quella letteraria, una lingua che riproducesse il parlato;
quindi, più rilassata nel lessico, talvolta anche nella grammatica, ricca di ripetizioni ed
esclamazioni.
Nel 1881 viene messo in commercio il primo telefono e per tutto il primo Novecento era utilizzato
molto poco: era appannaggio esclusivo dei ricchi, delle aziende e degli uffici pubblici e, in più, non
funzionava molto bene; infatti le linee erano poche e ed erano frequenti le interferenze. Negli anni
’20, sotto il fascismo, la comunicazione via telefono ebbe un forte impulso: cominciarono a
diffondersi i telefoni pubblici a gettoni e venne potenziata la rete privata. In ogni caso, restavano
sempre in pochi a possedere un telefono in casa che era diventato un simbolo di lusso sfrenato.
Negli anni Ottanta del Novecento, il telefono diventò invece lo strumento per la comunicazione di
preferenza rispetto alle lettere. Già a quei tempi la scrittura sembrava fosse stata vinta dall’oralità;
da quando ha cominciato a diffondersi il cellulare negli anni ’90, invece, piuttosto che l’oralità
sembra domini proprio la scrittura in ragione dell’avvento del servizio degli SMS.
Nel 1924, la radio comincia a trasmettere in Italia e oltre che strumento d’intrattenimento era anche
uno strumento della propaganda fascista. La radio poteva raggiungere i tanti italiani ancora
analfabeti, abituati a parlare esclusivamente dialetto; si rivolgeva a loro in un italiano molto
controllato sul piano del lessico e della dizione, un italiano che veniva detto dell’asse Roma-Firenze
(lingua toscana in bocca romana).
Nel Dopoguerra ci fu una maggiore apertura verso un italiano più semplice e colloquiale finché, nel
1969, nacque la trasmissione CHIAMATE ROMA 3131, la prima in cui si sentono le telefonate
degli ascoltatori in diretta. Quindi, comincia a diffondersi un italiano più “popolare”, venato di
abitudini regionali. Nel 1976, poi, termina il monopolio in radio della RAI e nascono le radio locali,
come Radio Aut di Peppino Impastato.
La radio continua a essere ascoltata ancora oggi naturalmente. Propone un linguaggio ricco di
espressioni dell’oralità, gergalismi colloquiali (più o meno orientati verso il linguaggio giovanile),
parole inglesi e anche qualche espressione volgare.
Con l’avvento del cinema sonoro, poi, la gente avrà la possibilità di entrare in contatto diretto con la
lingua italiana.
SALA X
Dopo l’unità politica, si fanno passi avanti anche verso l’unità linguistica, in particolare grazie alla
cucina e allo sport.
Nel 1891 viene pubblicato per la prima volta il libro di Pellegrino Artusi intitolato “La scienza in
cucina e l’arte di mangiar bene”, libro che permise agli italiani di dare un nome univoco e condiviso
a tante pietanze della tradizione gastronomica italiana. La stessa pietanza, infatti, a seconda della
regione si ritrovava ad avere nomi diversi. Artusi, rifacendosi a Manzoni, scelse sempre di preferire
la variante toscana. Poi, si preoccupò di eliminare i termini stranieri poiché era decisamente
contrario a quella che definiva stranieromania. Alcuni sostituti italiani adottati da Artusi si sono
affermati subito come cotoletta (côtelette) o bistecca (da beef steak), altri, invece, non hanno avuto
successo. Per esempio, per béchamel aveva proposto balsamella o sgonfiotto per soufflé.
TERZO PIANO
Il terzo piano accoglie la lingua contemporanea che trova fondamento nella Costituzione della
nuova Italia repubblicana nata dal referendum del 2 giugno.
SALA XI
L’Italia era uscita devastata dal ventennio fascista e dalla lotta di Liberazione. Le persone che non
sapevano né leggere né scrivere erano ancora moltissime e continuavano a parlare il dialetto.
In un contesto simile, la Costituzione è stata scritta con un dovere democratico fondamentale,
ovvero la chiarezza. Le parole della Costituzione sono state scelte con estrema cura e il 90% fa
parte al cosiddetto vocabolario di base, cioè si tratta di parole di uso frequente e familiari; inoltre, il
loro significato è inequivocabile. La struttura è molto semplice, la sintassi è lineare, fatta di frasi
brevi. La lingua della Costituzione, quindi, doveva essere – ed è – democratica.
Gli anni che vanno dal 1958 al 1963 passano alla storia come gli anni del boom economico. Nel
1963 entra finalmente in vigore la riforma Gentile che portava l’obbligo scolastico a 14 anni. Di
conseguenza, l’analfabetismo vero e proprio è in progressiva diminuzione. Ma comunque resiste il
divario tra chi ha piena confidenza con la lingua italiana e chi, invece, vive ancora in una realtà
dialettale e faticano a comprendere un testo italiano.
Antonelli riporta la storia della figura di Don Milani, il priore di Barbiana, nel Mugello, a qualche
km da Firenze, convinto che la lingua fosse la chiave di volta per l’integrazione sociale. Il parroco
fondò una scuola in quel borgo e si prodigò per insegnare ai ragazzi dagli undici ai diciotto anni,
sabati e domeniche comprese. Il programma prevedeva poche lezioni teoriche e molte attività
pratiche e dava assoluta centralità all’insegnamento della grammatica e della lingua italiana. Da
quell’esperienza di insegnamento nasce Lettera a una professoressa con cui Don Milani denunciò
l’artificiosità dell’italiano insegnato a scuola. Diceva che quel tipo di lingua toglie il mezzo di
espressione ai poveri e ai ricchi toglie la conoscenza delle cose.
Nel 1975 un gruppo di linguisti pubblica le Dieci tesi per l’educazione linguistica democratica per
cui l’insegnamento della lingua italiana avrebbe dovuto smettere di essere prescrittivo, dittatoriale
ed esclusivo. L’educazione linguistica non dovrebbe dire “devi dire sempre così mentre questo
invece è errore”, ma, piuttosto “puoi dire così e anche così e puoi dire anche questo che sembra
errore”.
Dopo la pubblicazione delle Dieci Tesi si registrò una ventata di novità nel campo delle
grammatiche scolastiche. Inoltre, la lingua italiana stava cambiando soprattutto grazie alla
televisione che contribuì a svecchiarla, ad allontanarla dalla tradizione e ad avvicinarla invece
all’uso comune, al parlato.
SALA XII
L’italiano contemporaneo nasce a metà anni Sessanta. Il benessere creato dal boom economico crea
un nuovo dinamismo culturale e accelera il rinnovamento linguistico. L’italiano comincia ad
assumere varie forme… [251-270]

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