CAPITOLO 9- IL CINQUECENTO
1. Italiano e latino
Nel Cinquecento il volgare raggiunse una piena maturità, ottenendo nel contempo il riconoscimento
pressochè unanime dei dotti, che gli era mancato durante l’Umanesimo. Fu un vero e proprio trionfo della
letteratura in volgare con il fiorire di autori come Ariosto, Tasso, Aretino, Machiavelli, Guicciardini.
Verso la metà del Cinquecento si assiste al definitivo tramonto della scrittura di koinè. L’italiano raggiunse
uno status di lingua di cultura di altissima dignità, con un prestigio considerevole anche all’estero.
Il latino continua ad avere una posizione rilevante in molti settori come nella pubblica amministrazione e
nella giustizia: la maggior parte degli statuti editi nelle città italiane era ancora in latino, ma in alcuni casi
essi cominciavano ad essere pubblicati in volgare, specialmente quelli delle associazioni mercantili.
2. La questione della lingua
2.1 Pietro Bembo: dalle edizioni aldine del 1501-1502 alle “Prose della volgar lingua”
Aldo Manuzio fu uno dei grandi maestri dell’arte tipografica italiana ed europea: nel 1501 stampava due
classici, Virgilio e Orazio, scegliendo un formato editoriale di piccole dimensioni “tascabile”, che avrebbe
reso famose le sue edizioni celebri anche per il carattere tipografico corsivo detto “aldino”.
Nello stesso anno usciva, sempre in piccolo formato, il Petrarca volgare curato da Bembo. L’evento è di
grande importanza storica e culturale. Si era avviata una rivoluzionaria collaborazione.
• Lo stampatore Manuzio, nella premessa a questa edizione del Petrarca, difendeva il testo dalle
rimostranze di coloro che vi avrebbero eventualmente potuto riconoscere un allontanamento dalle
tradizionali grafie latineggianti, eredità della koinè quattro-cinquecentesca.
• Tale allontanamento dalla consuetudine era visibile dal titolo che era Le cose volgari di Messer
Francesco Petrarca e non le cose vulgari.
Innovazioni introdotte da Bembo: Il testo di Petrarca viene pubblicato sulla base del manoscritto Vaticano
Latino 3195. Compare per la prima volta il segno dell’apostrofo. La forma linguistica del testo era quella su
cui si sarebbero fondate in seguito le teorizzazioni delle Prose della volgar lingua.
Nel 1502, Aldo pubblicò la Commedia curata da Bembo. Nel 1505 vengono stampati gli Asolani di Bembo:
si tratta di una prosa trattatistica e filosofica in cui era in atto l’imitazione linguistica di Boccaccio.
Le Prose della volgar lingua: pubblicate a Venezia nel 1525. Abbiamo l’edizione critica dell’editio princeps
(prima edizione a stampa dell’opera) con le varianti rispetto al manoscritto e le varianti del medesimo
manoscritto che è conservato nella Biblioteca Vaticana di Roma.
Le prose sono divise in tre libri, il terzo dei quali contiene una vera e propria grammatica dell’italiano in
forma dialogica.
• Al dialogo prendono parte quattro personaggi ognuno dei quali è portavoce di una tesi diversa:
Giuliano de’ Medici rappresenta la continuità con il pensiero dell’Umanesimo volgare, Federico
Fregoso espone molte delle tesi storiche presenti nella trattazione, Ercole Strozzi espone le tesi degli
avversarsi del volgare, e infine Carlo Bembo, è portavoce delle idee di Pietro Bembo.
• Comincia con un’ampia analisi storico-linguistica, prendendo le distanze dalla tesi pseudo-bruniana.
• Tesi pseudo-bruniana: Secondo questa tesi, l’italiano era già esistito al tempo dell’antica Roma,
come lingua popolare. Ercole Strozzi allora dice che non ci sarebbe alcun valido motivo di adottare
una lingua che a suo tempo era stata scacciata dalle scritture degli autori classici.
• Tesi bembiana: Adotta il punto di vista di Biondo Flavio. Cioè che il volgare era nato dalla
contaminazione del latino ad opera degli invasori barbari. Il volgare risultava già come una lingua
nuova che poteva riscattarsi tramite gli scrittori e la letteratura.
Quando Bembo parla di lingua volgare, intende senz’altro il toscano: ma non il toscano vivente, bensì il
toscano letterario trecentesco dei grandi autori, Petrarca, Boccaccio e in parte Dante.
• Secondo Bembo, la lingua non si acquisisce dal popolo ma dalla frequentazione dei modelli scritti
dei grandi trecentisti. Requisito necessario per la nobilitazione del volgare era dunque un totale
rifiuto della popolarità. (Non accettava infatti integralmente il modello della Commedia di Dante e
nemmeno i tratti del parlato delle novelle del Decameron: il modello di riferimento non stava nei
dialoghi quanto nello stile vero e proprio di Boccaccio).
La soluzione di Bembo fu quella vincente perché formalizzava in maniera rigorosa e teorica quanto era
avvenuto nella prassi: il volgare si era diffuso in tutta Italia come lingua della letteratura attraverso una più o
meno cosciente imitazione dei grandi trecentisti. In questo modo la grammatica di Bembo depurava il
volgare dagli elementi eterogenei della koinè primo-cinquecentesca.
2.2 La teoria cortigiana
Bembo nelle prose della volgar lingua parla dell'opinione di Calmeta, secondo la quale il volgare migliore è
quello utilizzato nelle corti italiane, soprattutto nella corte di Roma.
Sono diverse le formulazioni di questa teoria di Calmeta:
• Ludovico Castelvetro: dà un'interpretazione secondo cui risulterebbe che Calmeta faceva
riferimento a una fondamentale fiorentinità della lingua, la quale si doveva prendere sui testi di
Dante e Petrarca. Doveva essere affinata attraverso l'uso della corte di Roma, una corte che era
effettivamente al di sopra del particolarismo municipale. Nel 500 Roma era una città cosmopolita
per eccellenza, la popolazione era molto esposta la prenotazione delle mode linguistiche determinate
dalla corte papale, sempre più italiana. A Roma si realizzava quindi un fenomeno verificabile con
altre corti: la circolazione di genti diverse favoriva il diffondersi di una lingua di conversazione
super regionale di qualità alta, di base toscana. -
• Mario Equicola: aveva parlato in un primo tempo di una lingua capace di accogliere i vocaboli di
tutte le regioni d'Italia, con una coloritura latineggiante, il cui modello stava nella lingua di corte di
Roma (“la quale de tucti boni vocabuli de Italia è piena, per essere in quella corte de ciascheduna
ragione preclarissimi homini”) Equicola nel De natura di amore del 1525 dichiarava di aver
utilizzato una lingua definibile come comune. La differenza tra questi ideale linguistico e quello di
Bembo sta nel fatto che i fautori della lingua cortigiana non si volevano limitare ad un'imitazione
del toscano arcaico, ma volevano far riferimento all'uso vivo di un ambiente sociale determinato,
ovvero la corte. Questa teoria può essere collegata alla prassi scrittoria di koinè e, anche se la
teorizzazione viene meno quando ormai la letteratura in lingua koinè era tramontata.
2.3 La teoria italiana di Trissino
Importante è anche la figura di Giovan Giorgio Trissino, con una teoria strettamente legata alla riscoperta del
De vulgari eloquentia di Dante. Nel 1529 Trissino dietro alle stampe un trattato dantesco, non nella forma
latina originale ma in traduzione italiana. Sempre nel 1529 pubblicò il Castellano, un dialogo in cui
sosteneva che la lingua poetica di Petrarca è realtà composta da dei vocaboli provenienti da ogni parte
d'Italia, e quindi non si poteva definire come Fiorentina, ma come italiana. L'idea di Trissino erano note già
da tempo e la sua tesi negava la fiorentinità della lingua letteraria e faceva appello alle pagine in cui
Dante aveva condannato la lingua fiorentina, contestandone ogni pretesa. La teoria di Trissino si
sviluppa in funzione di una riscoperta e proposta del De Vulgari Eloquentia; naturalmente Trissino era
convinto che la Commedia fosse stata scritta da Dante in ossequio ai principi esposti dal trattato e ne
rappresentasse la coerente realizzazione. Inoltre aveva proposto una riforma dell'alfabeto italiano con
l’introduzione di due segni del greco: epsilon e omega.
2.4 La cultura toscana di fronte a Trissino e a Bembo
La più importante reazione fiorentina alle idee di Trissino è il Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua
attribuito a Machiavelli. In questo in questo testo viene inserito Dante stesso, il quale dialoga con
Machiavelli, facendo ammenda degli errori commessi scrivendo il De vulgari. Dante rimproverato e corretto
per i suoi errori e condotta da mettere di aver scritto in fiorentino, non in una lingua curiale (lingua non
comune o cortigiana).
2.5 L’Hercolano di Varchi
Nel 1570 esce l’Hercolano di Benedetto Varchi: fu una vera e propria riscoperta del parlato, nel quadro di
una teoria generale della lingua ispirata non alla Bibbia ma alla filosofia naturale. Per Varchi la pluralità dei
linguaggi non va spiegata con la maledizione babelica ma con la naturale tendenza alla varietà propria della
natura umana: non era una maledizione ma un vantaggio.
La revisione del bembismo di Varchi è molto importante: sanciva il principio che esisteva un’autorità
popolare da affiancare a quella dei grandi scrittori.
3. La stabilizzazione della norma linguistica
3.1 La prima grammatica a stampa della lingua italiana
Nel Cinquecento si ebbero le prime grammatiche e i primi vocabolari, nei quali si riflettono le proposte
teoriche, in particolari quella di Bembo.
Giovan Francesco Fortunio nel 1515 stampò ad Ancona le Regole grammaticali della volgar lingua. La base
delle norme proposte da Fortunio sta infatti nei grandi scrittori del Trecento, senza però le riserve bembiane
nei confronti della Commedia. Le parti del discorso di cui si dà conto sono ridotte a quattro: nome, pronome,
verbo, avverbio. Ci sono note sparse sull’aggettivo, sul participio, sulla congiunzione, preposizione e
interiezione.
3.2 Sviluppo della produzione grammaticale e dei primi lessici
Nella metà del 500 furono molte grammatiche che illustravano la lingua teorizzato da Bembo. Queste
grammatiche non promuovevano ambiziosi obiettivi teorici, ma avevano uno scopo pratico, riconoscibile
didatticamente più di quanto fosse quella delle prose della volgar lingua.
• Nel 1550 uscirono le Osservazioni della volgar lingua di Ludovico Dolce, che ebbero molte
ristampe: era un libretto di piccole dimensioni, facili da consultare, considerata la Lombardelli opera
comoda per i principianti.
• Nel 1562 Sansovino di Venezia, nella produzione riscontra un'attenzione per le questioni linguistiche
e pubblicò le Osservazioni di lingua volgare dei diversi uomini illustri, che riproponevano in un
solo volume cinque opere grammaticali della prima metà del secolo includendo Fortunio, Bembo,
Acarisio, Jacomo Gabriele e Rinaldo Corso.
Oltre alle grammatiche si diffusero e furono assai ben accolti i primi lessici, antenati dei vocabolari. Essi
contenevano un numero relativamente limitato di parole, ricavate da spogli condotti sugli scrittori, Dante,
Petrarca e Boccaccio in primo luogo.
Le tre fontane: di Niccolò Liburnio, del 1526, un’opera che si colloca all’incrocio tra retorica, grammatica e
lessicografia e che si presenta come un aiuto per scrivere correttamente. Le tre fontane a cui allude
metaforicamente il titolo sono i tre grandi trecentisti, le Tre Corone, da cui scaturisce la lingua regolata.
3.3 Gli scrittori di fronte alla grammatica di Bembo
L’effetto più noto della grammatica di Bembo si ebbe sull’Orlando Furioso perché Ariosto corresse la terza e
definitiva edizione del poema seguendo le indicazioni delle Prose.
L’Orlando Furioso ebbe tre edizioni: 1516, 1521, 1532.
Edizione del 1516: Risente ancora del padano illustre, benchè sia già notevolmente toscanizzata. In essa vi
sono oscillazioni nell’uso delle consonanti doppie, nell’uso di c e z davanti a vocale (roncino per ronzino); vi
si trovano forme come giaccio, giotto, iusto per ghiaccio, giusto; abbondano i latinismi lessicali tipici della
koinè padana.
Edizione del 1521: I ritocchi sono pochi.
Edizioni del 1532: Tiene conto dei suggerimenti delle Prose della volgar lingua. Ci restano prove della
deferenza di Ariosto per Bembo: l’elogio è posto nel canto XLVI del poema. Tra le correzioni possiamo
ricordare la sostituzione dell’articolo maschile el con il, le desinenze del presente indicativo prima persona
plurale regolarizzate in -iamo, la prima persona singolare dell’imperfetto in -a (andava anziché andavo), alla
maniera dei trecentisti.
Guicciardini scrive una carta del 1538-1540 in cui espone dubbi grammaticali. “Dubbi Grammaticali”: sono
circa 40 quesiti ortografici, morfologici e lessicali.
• Desiderio o disiderio; denari o danari
• oscillazione tra fiorentino antico “aureo” e fiorentino “argenteo” circa gli articoli il, i/el, e; numerale
due/dui, l’imperfetto io amava/ io amavo
• exemplo/ es(s)emplo; observare/osservare; prudentia/prudenzia
• “Se scrive molte cose per C e T o per tt doppio, sempre come usa el Bembo”
• “”Se a doctori e gentili viri s’ha a dare el titolo di Messere come fa el Bembo”.
5. Il ruolo delle accademie
5.1. L’Accademia padovana degli Infiammati e Sperone Speroni
Le Accademie sono degli organismi privati o pubblici che a differenza dei cenacoli del 400, possiedono una
struttura interna precisa e sono riconosciuti pubblicamente con dei veri e propri statuti. Qui vennero compiuti
i decisivi progressi per la crescita qualitativa del volgare.
Prendendo riferimento Benedetto Varchi, bisogna vedere come sia stata decisiva l'esperienza dell'Accademia
Padovana degli Infiammati, dove aveva conosciuto le idee linguistiche di Bembo. Questa accademia, fondata
nel 1540 era frequentata da Sperone Speroni, autore del dialogo Delle lingue pubblicato nel 1542 e che si
dispone dell'edizione condotta sull'autografo .
• Questo dialogo si immagina avvenuto a Bologna nel 1530 ed in esso viene introdotto Pietro Bembo
in persona a difendere le proprie idee, mentre le altre posizioni sono rappresentati da un cortigiano e
da Lazzaro Bonamico. Nel dialogo viene introdotto, narrato da uno scolaro, un altro dialogo che
esprime una posizione originale: quella di Pietro Pomponazzi, detto il Peretto, che dichiarava che la
filosofia avrebbe dovuto essere trasportata dalle lingue classiche, dal latino dal greco, alla lingua
volgare con conseguente modernizzazione e democratizzazione della cultura. Il latino il greco
sembravano un ostacolo alla diffusione del sapere. Egli arrivava ad affermare che per parlare di
filosofia qualunque lingua era buona, anche quella milanese o mantovana. Era una posizione troppo
controcorrente perché potesse avere una reale influenza in un secolo come il 500.
5.2 L’Accademia fiorentina
L’Accademia fiorentina, nata nel 1541 dall'Accademia degli Umidi e dal 1542; divenne un organismo
ufficiale patrocinato e finanziato dal duca di Toscana Cosimo de' Medici. E di questa accademia facevano
parte linguisti come Varchi, Gelli e Gambulari. Non fu tuttavia in grado di realizzare una grammatica
ufficiale della lingua toscana.
5.3 L’Accademia della Crusca e Salviati
La più famosa Accademia d'Italia era quella che si occupa della lingua e fu quella della Crusca, ancora oggi
attiva. Venne fondata nel 1582 e inizialmente gli appartenenti si dedicarono a innocui passatempi secondo il
gusto del tempo. Ma nel 1583 con l'ingresso di Lionardo Salviati, si iniziarono ad affermare i seri interessi
filologici.
Tra le opere di Salviati ricordiamo:
• 1564: Orazione in lode della fiorentina favella
• 1575-1576: Grammatichetta del toscano
• Salviati raggiunse solida fama come autore degli Avvertimenti della lingua sopra ‘l Decameron
(1584-86), si tratta di un libro filologico e grammaticale che venne dopo un intervento compiuto sul
testo di Boccaccio per renderlo “castigato” per spurgarlo delle parti ritenute moralmente censurabili.
Tale opera di censura è nota come la rassettatura del Decameron.
Ricordiamo anche:
Accademia degli Intronati (Siena, 1525)
Accademia dei Lincei (Roma, 1603)
Accademia fiorentina (Firene, 1542), fondata e patrocinata da Cosimo I de Medici.
6. La varietà della prosa
6.2 Il linguaggio scientifico
Il volgare prevaleva nel settore della scienza applicata diretti a fini pratici, non la ricerca di tipo accademico
e non tra gli scienziati di alto livello.
Si possono ricordare le opere di Pieradrea Mattioli , Medico della corte imperiale e autore dei Commentarii
all'opera del greco Dioscorde. I Commentarii, 1544, ebbero numerose ristampe e arricchite di bellissime
silografie, che non sono delle semplici decorazioni, ma che fanno intendere il valore pratico dell'opera, che
serviva ad identificare classificare le piante utili ai fini medicinali.
Il libro di Mattioli appartiene al campo delle scienze naturali e della medicina, perché l'uso medicinale delle
piante comportava una descrizione e classificazione botanica. Si è di fronte a una descrizione in cui si
riconosce un forte valore pratico e ciò giustifica il fatto che sia scritta in italiano.
La scelta del volgare acquista un rilievo particolare nel caso di Galilei; non è senza precedenti, perché
esisteva una tradizione di libri pratico scientifici a cui si poteva far riferimento, ma ciò non sminuisce
l'importanza del suo operato in quanto segno di rinnovamento.
La voce di Galileo arrivava da un settore refrattario del volgare, quello della scienza universitaria. Le sue
speculazioni avevano un contenuto teorico che andava aldilà delle semplici indicazioni tecniche pratiche.
Questo livello alto rende particolarmente significativa la sua scelta linguistica.
Galileo, rinunciando al latino si rese conto che il volgare aveva lo svantaggio di limitare la circolazione
internazionale. Persino i cosiddetti libri segreti si erano diffusi in Europa non solo grazie le traduzioni
francesi, tedeschi e inglesi, ma mediante anche quelle latine che potevano essere lette dalle persone colte di
tutte le nazioni. Galileo si rese ben presto conto che l'italiano, in quel momento, era molto meno vantaggioso
del latino per una comunicazione con gli scienziati degli altri Stati europei.
7. Il linguaggio poetico
7.2 Il Petrarchismo
Il petrarchismo è caratteristico del linguaggio poetico cinquecentesco. Si tratta di una soluzione coerente con
il modello di Bembo, e Bembo stesso, nelle sue liriche, rappresenta perfettamente questo gusto letterario. Il
petrarchismo nella cultura italiana ed europea significa la scelta di un vocabolario lirico selezionato e di un
repertorio di topoi.
8. La Chiesa e il volgare
8.1 La traduzione della Bibbia e la lingua della messa
La Chiesa fu tra i protagonisti della storia linguistica nel periodo dal Concilio di Trento alla fine del Seicento.
La lingua ufficiale della Chiesa restò il latino, ma il problema del volgare emerse nella catechesi e nella
predicazione.
Il Concilio di Trento discusse la legittimità delle traduzioni delle Bibbia: è noto che la riforma protestante
aveva puntato proprio sulla lettura diretta della Bibbia, facendo della comprensibilità di quel testo una
questione decisiva. In tale direzione si era mosso Lutero con la famosa versione in tedesco. Ma secondo
molti la Bibbia in mano a tutti rischiava una fonte di errori e di eresie. Si lasciò essenzialmente la decisione
ai pontefici.
8.2 La Chiesa, la questione della lingua e la predicazione
La predicazione era l’unico momento, all’interno del rito in latino, in cui si poteva usare il volgare e quindi
avere una comunicazione diretta con il fedele. La predicazione in latino era riservato all’elite.