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LA FILOLOGIA ROMANZA

PARTE PRIMA. I DIVERSI VOLTI DELLA FILOLOGIA ROMANZA

Capitolo 1: Che cos’è la filologia romanza

La parola filologia deriva dal greco ed indica l’amore del discorso o della parola nel senso
evangelico, come intesa da Socrate che definiva se stesso un filologo, ovvero un amante della
conversazione. La parola filologia ha assunto diversi significati nel corso dei secoli: oggi indica
l’arte dell’edizione critica dei testi, ma in senso più esteso, secondo una definizione di Auerbach, si
riferisce all’insieme delle attività che si occupano metodicamente del linguaggio dell’uomo. Nei
sistemi universitari dei vari paesi europei, questa parola è sinonimo di studi letterari e linguistici,
sebbene in Inghilterra col termine philology ci si riferisce principalmente alla linguistica storica. In
conclusione, la filologia romanza è la filologia delle lingue e delle letterature romanze. Per lingue
romanze s’intendono quelle lingue che hanno tratto origine dalla frantumazione e dalle
trasformazioni del

latino parlato nell’Impero romano e per questo sono dette anche neolatine. In particolare, abbiamo:
portoghese, galego, spagnolo e catalano che fanno parte del ramo iberoromanzo, occitano, francese
e francoprovenzale del ramo galloromanzo, italiano, sardo e corso del ramo italoromanzo,
romancio, ladino e friulano del ramo retoromanzo e dalmatico e romeno del ramo balcanoromanzo.
Queste lingue fanno poi parte di un unico gruppo, definito famiglia linguistica, e derivanti tutte dal
latino. Poiché lo studio dei testi non può prescindere dalle competenze linguistiche, è necessaria
innanzitutto un’introduzione alla linguistica storica, ovvero le teorie del mutamento linguistico e lo
studio delle lingue nel tempo, e alla grammatica storica, ovvero la descrizione di una lingua in
relazione agli elementi di una fase più antica, in questo caso il latino.

La filologia romanza nasce a inizio otstocento. Propria della filologia romanza è la visione sintetica
del dominio romanzo, in cui s’inseriscono gli studi su singoli argomenti pertinenti ad una o più
lingue. Questa visione sintetica ha come dominio privilegiato il Medioevo, periodo in cui la cultura
espressa nelle lingue romanze costituisce una reale unità di una civiltà formata dall’incontro e
l’intreccio di popolazioni diverse, che riconosco il latino come lingua comune. Nell’Umanesimo il
rapporto con il latino cambia, e successivamente, le relazioni tra le lingue romanze diventano
sempre più complesse poiché la cultura romanza non ha più la stessa centralità.
Capitolo 2: Prima della filologia romanza

Solo a partire dal primo ottocento si fa spazio l’idea che più lingue discendano da una sola.
Tuttavia, precedentemente a questo periodo si assiste ad una serie di eventi che non vanno ignorati.

Importanti sono innanzitutto alcune pagine del De Vulgari Eloquentia di Dante, scritte tra il 1304-6
in latino. Dante riteneva che il latino fosse una lingua al di sopra di tutte, creata a partire da
elementi dei volgari, che cambiano nel tempo. Distingueva poi tra tre volgari: lingua d’oc
(provenzale), lingua d’oil (francese) e lingua di sì (italiano-toscano) che derivano da una sola lingua
poiché esprimono molti concetti con le stesse parole. All’epoca di Dante inoltre il latino era la
lingua della cultura, l’unica ad essere insegnata, mentre il volgare era sentito come lingua del
parlato; affermare quindi che anche il volgare poteva essere dotato di prestigio era una novità: in
particolare, Dante conferiva prestigio ai poeti sia che scrivessero in latino sia che in volgare, l’unica
differenza era che mentre il latino aveva un sermone et arti regulari, il volgare era casu, ovvero
senza una sistemazione grammaticale o retorica. Prima di Dante altre grammatiche furono create: in
particolare basti pensare al catalano Raimon Vidal di Besalú, che scrisse le Razós de trobar (regole
della poesia), per far conoscere i trovatori migliori. Nell’Italia del nord-est invece fu scritto il
Donatz proensals, dal nome di Donato, un grammatico latino col cui nome ci si riferiva appunto alla
grammatica. Le prime grammatiche francesi invece risalgono all’area dell’anglonormanno. La più
antica delle grammatiche a stampa di una lingua moderna è castigliana, e fu scritta nel 1492 da
Nebrija (Gramática castellana). Antecedente a quest’ultima è invece la grammatica di Leon
Battista Alberti (1434/38), che descrive l’uso vivo fiorentino. La prima grammatica italiana a
circolare, tuttavia, è stata quella di Giovanni Francesco Fortunio, Regole grammaticali della volgar
lingua (1516), seguita dalle Prose della volgar Lingua (1525) di Pietro Bembo.

Per quanto riguarda l’opposizione tra latino e lingua volgare, due posizioni assunte sono
fondamentali: quella di Bruni, secondo cui i litterati parlavano in lingua latina dotta (latine
litterateque), mentre gli illiterati parlavano vulgariter usando il sermo vulgaris. C’era dunque
un’opposizione radicale tra queste due lingue; secondo Biondo invece nell’antica Roma dotti e
ignoranti parlavano la stessa lingua, fatta dalle stesse parole sebbene con diversi stili, ma pur
sempre latino; i volgari sono poi nati quando le invasioni barbariche hanno inquinato e “corrotto” il
latino. Questa idea di corruzione assume quindi il fenomeno del cambiamento linguistico come un
qualcosa di negativo.

Di corruzione ne parla anche Nebrija nel capitolo VII della sua grammatica, a dimostrazione del
fatto che la lingua castigliana non sia altro che il latino corrotto (manifiesta mente demostraremos
que no es otra cosa la lengua castellana: si no latin corrompido).
Una notevole consapevolezza dell’origine delle lingue romanze dal latino si trova nell’opera di
Bernardo Aldrete Del origen y principio de la lengua castellana o romance que oi se usa en
España. Aldrete afferma che ebraico, greco e latino, in origine lingue volgari, hanno cessato di
essere tali e ormai si possono solo studiare. Italiano, francese e castigliano discendono dal latino, il
catalano è un incrocio tra castigliano e francese, dovuto all’alleanza con la Francia durante la
Reconquista. Le differenze fra queste lingue dipendono da come ognuna si rapporta
individualmente al latino.

Importante è la provenzalistica, il cui tema forte è la poesia dei trovatori. In Italia il Cinquecento è il
secolo della consacrazione di Petrarca come maestro esemplare della poesia italiana ed europea.
Bembo traccia una lingua di continuità che parte dai provenzali e indica la lingua dei trovatori come
fonte di arricchimento. Da ciò parte un forte impulso per gli studi provenzali che in Italia prende
avvio alla corte aragonese, a Napoli con il Cariteo, dove sono notevoli gli studi di Angelo Colocci
che fece eseguire due copie di un canzoniere galego-portoghese non conservato. Alla stessa epoca i
trovatori in Francia erano sostanzialmente ignorati e sono tornati in circolazione solo nel tardo
Settecento e Ottocento. Il maggior testo epico castigliano delle origini è il Poema del Cid.
Capitolo 3: L’indoeuropeo e il rinnovamento della linguistica

La linguistica dell’Ottocento nasce da tre fattori concomitanti: il primo è la nuova concezione della
lingua che dipende dalle idee filosofiche e dai movimenti culturali impostisi tra i due secoli in
Europa, il secondo è la scoperta del sanscrito e delle sue affinità con il greco, il latino e le principali
lingue europee moderne, il terzo è la creazione di un nuovo metodo per comparare le lingue. Viene
superata l’idea classica e tradizionale secondo cui una lingua tende alla perfezione e il suo evolversi
nel tempo altro non sarebbe che una “corruzione” della lingua, e si afferma la visione romantica
della lingua come espressione dello spirito dei popoli con le trasformazioni che rappresentano
momenti della sua vita nella storia. Alla fine del Settecento gli studi sul sanscrito e sulle sue affinità
con il greco, il latino e altre lingue europee e asiatiche conducono all’idea che risalgano tutte da
un’unica lingua comune antichissima, ovvero l’indoeuropeo. Un’anticipazione di quest’idea si trova
in uno scritto dell’olandese Markus Boxhorn e in un opuscolo dello svedere Jager, sebbene nessuno
dei due fosse ancora a conoscenza del sanscrito. La parola sanscrito deriva da samskrta, che vuol
dire ben fatto, infatti indica una lingua della letteratura classica dell’India, formalizzata e
standardizzata. Ciò che chiamiamo sanscrito classico è la lingua codificata da Panini, il più celebre
fra i grammatici indiani. L’affinità del sanscrito con le lingue indoeuropee diventa un tema di studi
dopo una conferenza tenuta a Calcutta da William Jones, un giurista e linguista che padroneggiava
molte lingue. Nel 1808 Schlegel fonda la tipologia linguistica, che veniva usata per studiare come
una o più lingue discendessero da un’altra, mentre oggi la tipologia linguistica si usa per ricercare le
proprietà comuni a tutte le lingue, i cosiddetti universali linguistici. Schlegel distingue due tipi
fondamentali di lingue: flessive e isolanti. Quelle flessive esprimono le funzioni grammaticali
attraverso alterazioni della radice (facio-feci) che possono avere più funzioni, mentre in quelle
isolanti le funzioni grammaticali sono espresse da più parole. Tra queste si collocherebbero poi le
lingue agglutinanti che usano prefissi o suffissi che hanno valore fisso. Il sanscrito secondo
Schlegel è una lingua flessiva. Nella linguistica romanza si osserva la tendenza generale del latino a
passare da forme sintetiche (flessive) a forme analitiche (es. ALTIOR--˃ PLUS ALTUS, AMOR--
˃AMATUS SUM). Un’importante svolta è costituita dalla comparazione sistematica delle forme
grammaticali di Bopp, che basa la comparazione non più sulle parole, ma sulla morfologia. Il
metodo storico-comparativo è ricostruttivo e la prima grammatica è la Grammatica germanica di
Jacob Grimm, basata sulla morfologia, mentre nella seconda edizione del 1822 viene introdotta
anche la fonetica, che diventerà parte integrante del metodo storico-comparativo. Inoltre, a Grimm
risale l’individuazione della rotazione consonantica, fenomeno per cui ad esempio a /p/ iniziale
indoeuropeo corrisponde /f/ iniziale germanica (ad es. pesce-fisch).
Capitolo 4: Francois Raynouard e Friedrich Diez

Diez, il fondatore della filologia romanza, esordì con una raccolta di romances spagnoli in
traduzione tedesca. Uscì anche il primo volume della Scelta di poesie originali dei trovatori di
Raynouard, la cui tesi è che sia esistita una lingua intermedia tra il latino e il romanzo, che definisce
lingua romana, trattata nel primo volume. Tuttavia, August Schlegel ritiene questa tesi insostenibile
poiché la lingua dei trovatori ha perso le vocali finali latine atone diverse da -A, come il francese,
mentre l’italiano e lo spagnolo le hanno conservate, quindi avrebbero poi dovute reintrodurle.
Raynouard però continua a sostenere la sua tesi creando il dizionario della lingua romana.

Diez crea la Grammatica delle lingue romanze, in cui pone le basi della linguistica romanza,
prendendo ad esame sei lingue suddivise in tre aree: spagnolo e portoghese, francese e provenzale,
italiano e valacco (romeno). Oggetto principale sono le lingue letterarie, di cui Diez predilige le fasi
antiche. Tuttavia, questa grammatica non è ricostruttiva, ma solo comparativa, in quanto Diez
presenta gli elementi comuni a tutte le lingue studiate, con particolare riguardo alla conservazione
del lessico latino e all’immissione di elementi delle lingue germaniche. Successivamente crea il
Dizionario etimologico romanzo, che presenta due aspetti innovativi rispetto al precedente: è il
primo che affronti il patrimonio lessicale romanzo nel suo insieme, viene impiegato un metodo
scientifico, le cui basi, secondo Diez, sono radicate nella fonetica.

In Italia, Ugo Angelo Canello scrive Il Prof. Federigo Diez e la filologia romanza nel nostro secolo,
un bilancio dei lavori del maestro scritto dopo la laurea a Padova, dove Canello ottiene la cattedra di
filologia romanza nel 1832, intitolata Storia delle letterature neolatine. La sua opera più importante
è La vita e le opere di Arnaldo Daniello, un’edizione critica delle opere di Arnaut Daniel. Con
quest’opera, Canello reimpostava su basi scientifiche la tradizione provenzalistica italiana.
Capitolo 5: Mutamento linguistico e variazione da Schleicher alla geografia linguistica

Nel corso del secolo (ˋ800) si fa strada una concezione che porta la lingua nell’ambito delle scienze
naturali, ovvero presentata come un organismo vivente che si sviluppa secondo leggi proprie come
le specie animali e vegetali. A sostegno di questa tesi ci fu August Schleicher, con l’opuscolo La
teoria di Darwin e la linguistica del 1863, ma anche in una lettera al collega zoologo Ernst Hackel.
In particolare, Schleicher afferma che non ha bisogno di leggere l’Origine della specie di Darwin,
consigliatagli da Hackel, per applicare alle lingue i principi del nuovo pensiero scientifico. Afferma
che l’unico fondamento della scienza è l’osservazione, che ci mostra che tutti gli organismi viventi
mutano e questi mutamenti rappresentano la loro vita; in conclusione, se non sappiamo come si è
formato qualcosa, non possiamo conoscerlo. La realtà della lingua è quindi nel suo divenire non
perché vive nella storia, ma perché è della stessa natura delle specie viventi. A Schleicher dobbiamo
la creazione dell’albero genealogico delle lingue indoeuropee.

Fin dalle origini è presente l’idea che il mutamento linguistico avvenga in modo regolare, e questa
regolarità, secondo una scuola di linguisti tedeschi, è interpretabile con leggi ineccepibili, analoghe
a quelle della natura. Mentre gli aspetti teorici sono stati contestati e superati, i concetti di legge
fonetica e analogia sono ancora operativi a livello della descrizione dei fatti. Base di partenza è
l’idea che il meccanismo del linguaggio umano non è solo fisico, ma anche psicologico. Il primo
principio neogrammaticale è che ogni mutamento fonetico, fino a dove procede meccanicamente, si
compie secondo leggi ineccepibili a patto che si resti all’interno della stessa lingua o dialetto. Per
fare un esempio:

Lingua: francese; Legge fonetica: /a/--˃/e/ in sillaba libera; Es. mare--˃mer, pratu--˃pre… però
cane--˃chien, non è un’eccezione ma un’altra legge fonetica secondo cui /a/--˃/ie/ dopo un suono
palatale. Ciò permette di fare deduzioni di cronologia relativa: /ca/--˃/cha/ deve essere avvenuto
prima di /a/--˃/e/, altrimenti cane sarebbe diventato *cen.

Il secondo principio afferma che i mutamenti irregolari rispetto alle leggi fonetiche possono
prodursi per il meccanismo psicologica dell’analogia, ovvero la tendenza a uniformare forme che si
sentono collegate fra loro. Un esempio è la tendenza a usare la desinenza -iamo per la prima
persona plurale del presente indicativo perché deriva dalla forma siamus del presente congiuntivo di
essere.

Esempio di riferimento di grammatica storica neogrammaticale è il Dizionario etimologico romanzo


di Meyer-Lubke o REW del 1911.

Ascoli fonda l’Archivio glottologico italiano e individua un sistema di parole intermedio tra il
provenzale e il francese e lo definisce francoprovenzale. Egli utilizza delle leggi fonetiche relative
al mutamento dal latino per definire come gruppo dialettale un insieme di dialetti in cui queste si
verificano congiuntamente. Tuttavia, Mayer si oppone a questa idea sostenendo che ogni tratto ha
un’area di estensione propria e diversa dagli altri e che quindi un dialetto altro non è che una
costruzione artificiale. Ascoli risponde ribadendo che l’essenziale non è il singolo tratto, ma il
convergere di più tratti insieme in una stessa area.

Nel 1866-68 viene pubblicata l’opera di Schuchardt, Il sistema vocalico del latino volgare, che
affronta con un nuovo metodo il problema del latino da cui derivano le lingue romanze, definito
latino popolare e da lui chiamato latino volgare. Egli esamina e classifica una vastissima
documentazione latina anteriore al 700, studiandone la grafia per valutare in che modo rappresenti
la pronuncia, ottenendo però risultati molto eterogenei e confusi con tutte le possibili variazioni, e
ciò dimostra che per capire l’evoluzione del mutamento linguistico, bisogna considerare anche il
punto d’arrivo, cioè non si può fare a meno della ricostruzione. Il lato positivo è che emerge tutta la
complessità che la ricostruzione finisce per nascondere. L’osservazione di Schuchardt è che le
diverse varietà linguistiche non sono isolate, ma si influenzano a vicenda. L’immagine è quella di
uno specchio d’acqua sul quale si formano delle onde, che partono ognuna da un centro e si
allargano a cerchio incrociandosi fra loro. È questa la prima formulazione della teoria delle onde,
formulata poi da Johannes Schmidt. Schuchardt critica anche la teoria dei neogrammatici secondo
cui le leggi fonetiche sono ineccepibili, sostenendo che la lingua vada vista come un prodotto
sociale.

La dimensione spaziale e geografica ha acquistato particolare importanza nello studio delle lingue
vive, con l’opera di Gilliéron, autore dell’Atlante Linguistico della Francia (ALF) stampato tra il
1902 e il 1910. Un atlante linguistico è una raccolta di carte geografiche che documentano fenomeni
linguistici di una stessa area geografica. Nel caso dell’ALF, Gilliéron scelse un solo intervistatore,
per non avere dati contrastanti, che non era un professionista, per evitare pregiudizi, e che doveva
chiedere semplicemente come si traducessero delle parole o delle brevi frasi in 639 località dove il
dialetto fosse ancora vivo. Un metodo per interpretare la distribuzione geografica dei fatti linguistici
è dato dalle norme areali di Bartoli, e sono delle norme per determinare quale sia la più antica tra
più forme, si basano quindi sulla cronologia relativa. Le norme areali sono articolate in scala: la
seconda vale se non vale la prima e così via. Oggi ci sono diversi atlanti linguistici: l’Atlante Italo-
Svizzero (AIS), che adotta una prospettiva onomasiologica, cioè parte dai concetti per studiare le
parole, mentre la prospettiva semasiologica parte dalle parole per studiare ciò che significano. Altri
atlanti sono l’Atlante Linguistico Italiano (ALI), l’Atlante storico-linguistico-etnografico friulano
(ASLEF) e l’Atlante lessicale toscano. Risale alla geografia linguistica il concetto di isoglossa,
ovvero una linea che divide due aree in cui il medesimo tratto abbia valori distinti.
Capitolo 6: Filologia e storia

Nell’Ottocento il compito centrale della filologia era quello di costituire la biblioteca dei testi
romanzi medievali, e lo è ancora. Tuttavia, nei primi decenni del Novecento l’essenziale delle
letterature romanze medievali era già disponibile in edizioni leggibili. In Francia la pubblicazione
dei poeti antichi fu promossa da un decreto di Napoleone III del 1855, dove viene enfatizzato lo
scopo patriottico di recuperare un passato glorioso che è rimasto a lungo nell’ombra. In Italia nel
1860 viene fondata a Bologna la Commissione per i testi di lingua, che a quell’epoca era quella del
Trecento.

L’edizione riproduce, come base, il testo di un manoscritto, tenendo conto della sua antichità e della
sua bontà, ovvero del fatto che sembri non aver bisogno di correzioni. Lo si confronta, comunque,
con altri manoscritti per correggerlo là dove gli errori sono evidenti. In ogni modo, questo criterio è
soggettivo. Se l’opera è tramandata da più manoscritti, il metodo richiede di stabilire in quale
relazione siano tra di loro, ovvero se uno sia la copia dell’altro, se siano entrambi copie di un
manoscritto perduto, al fine di ricostruire uno stemma codicum (albero genealogico dei codici). Le
relazioni tra più manoscritti si stabiliscono in base alle concordanze e opposizioni in errori certi: se
due manoscritti hanno lo stesso errore, allora sono copie dirette o indirette di un manoscritto che già
conteneva quell’errore (errore congiuntivo); se invece un manoscritto A contiene una lezione che
può essere d’autore, mentre B ha un errore certo, allora A non è copia di B (errore separativo), a
patto che A non possa avere ricostruito la sua lezione con un proprio ragionamento (per congettura)
e non possa averla presa consultando un manoscritto diverso da quello da cui copia (per
contaminazione). Lo stemma permette dunque di ricostruire l’origine della tradizione, ma non
l’originale.

Gaston Paris afferma che con l’aiuto dello stemma si può ricostruire la sostanza (la scelta di una
parola), ma non la forma (chansò invece di cansò) in quanto i copisti adattano la forma ognuno a
modo suo, avvicinando i testi alla propria lingua. Tuttavia, anche la forma poteva essere ricostruita,
ma con un metodo diverso, ovvero utilizzando la conoscenza della lingua in cui è stato scritto il
testo. Questa idea fu però abbandonata successivamente, poiché la lingua che ne risulta non
corrisponde a nessuno stato reale della storia del testo.

Una nuova svolta viene dalla contestazione del metodo ricostruttivo da parte di Joseph Bédier,
secondo cui in ogni tradizione si potrebbero disegnare numerosi stemmi senza decidere quale sia
quello vero, inoltre osserva che gli stemmi disegnati sono a due rami e non a tre come sostenuto da
Paris. Sta poi al singolo scegliere quale stemma adottare secondo il proprio giudizio. La scelta del
manoscritto richiedeva ovviamente uno studio accurato della tradizione e l’editore doveva
correggere solo gli errori palesemente impossibili.

Quello di Medioevo è in origine un concetto non neutro, ma negativo, che nasce in epoca
umanistica dall’idea che quella che ha seguito la disgregazione dell’Impero romano sia un’età di
decadenza e di incultura. Ciò che cambia la visione del Medioevo, tra Settecento e Ottocento, è
l’idea di popolo e di spirito popolare individuale come soggetto storico. Quindi i soggetti della
storia sono i popoli che hanno le loro origini nel Medioevo. Un aspetto complementare è lo spirito
nazionale, di cui sono esempi nell’Ottocento la Francia e l’Italia. In quest’ultima il rapporto con la
letteratura medievale è diverso da quello degli altri paesi, sebbene vada ricordato lo spirito
risorgimentale del culto di Dante, considerato padre della patria e della lingua. È fondamentale
quindi anche il tema delle origini dei grandi generi poetici medievali: in particolare, dell’epica viene
riconosciuto il carattere di creazione collettiva, di opere fatte non solo per essere eseguite oralmente
ma anche per essere trasmesse oralmente fino alla loro scrittura.

Nel Novecento si instaurano due idee: quella di tradizionalismo, secondo cui le chansons de geste
sono opere di tradizione ricreate ogni volta dai loro interpreti per il loro pubblico, sostenuta da
Pidal, e quella di idealismo, sostenuta da Bédier, secondo cui i testi sono opera di singoli autori. La
questione è viva soprattutto per quanto riguarda la Chanson de Roland. Cesare Segre ha dimostrato
che le versioni pur diverse tra loro che si leggono nei manoscritti sono frutto di un lavoro esercitato
da parte dei copisti su testi scritti, a partire da un testo unico.

Un fatto che ha ricevuto interpretazioni diverse, è che la materia dell’epica rimanda a personaggi ed
eventi dell’età di Carlo Magno (VIII-IX sec.), sebbene i testi conservati non risalgano a prima
dell’XI secolo. Una risposta è che le chansons de geste siano interpretate nell’ambito delle
condizioni storiche ed ideologiche dell’XI secolo e non oltre in relazione ad una tradizione più
antica del Mille, tenendo in considerazione il rapporto tra i poemi epici e l’ideologia delle crociate e
del mondo feudale dell’epoca. Nonostante ciò continua ad essere viva l’idea che si debba risalire ad
una tradizione più antica.
Capitolo 7: La linguistica generale

Una data simbolica per gli inizi della linguistica generale è offerta dalla pubblicazione postuma nel
1916 del Corso di linguistica generale di Saussure, a cura di due suoi allievi. Molto importante è
stata l’edizione commentata di Tullio de Mauro. Nell’opera di Saussure egli riesamina i principi
neogrammaticali e respinge il concetto di legge fonetica, in quanto sostiene che i cambiamenti
fonetici sono assolutamente regolari. La novità rivoluzionaria è che per Saussure studiare la lingua
non significa studiarne il mutamento in diacronia, ma in sincronia. Oggetto primario della
linguistica è il sistema comune a tutti i parlanti, per sua natura sociale, al quale Saussure dà il nome
di langue, formato da atti linguistici concreti definiti parole. La nozione di sistema implica che ogni
elemento della langue ha un senso, ovvero un valore. La lingua è un sistema di segni. Il segno è
formato da significato e significante, ed è arbitrario, ovvero non c’è nessuna ragione per cui una
certo significante sia associato ad un certo significato.

La linguistica del Novecento è caratterizzata dall’idea della lingua come sistema e struttura. La
linguistica romanza invece ha per oggetto un insieme di lingue accomunate dalla stessa lingua di
origine.

Un concetto fondamentale nell’ambito della linguistica strutturale è quello di articolazione:


Saussure parla di rapporti sintagmatici e associativi, ovvero gli elementi della lingua formano
enunciati unendosi in successione l’uno dopo l’altro; Jakobons invece distingue oltre ad un asse
sintagmatico, anche un asse paradigmatico dove ogni elemento è il risultato di una scelta di
elementi tra loro similari; ancora Martinet invece parla di doppia articolazione, distinguendo tra
monemi ad un primo livello (ovvero unità dotate di senso) e fonemi ad un secondo livello (ovvero
elementi dotato di suono ma non di significato).

Una rivoluzione della teoria linguistica nel secondo Novecento è la grammatica generativa o
generativo-trasformazionale di Chomsky, secondo cui ogni individuo possiede una competenza che
è alla base di ogni esecuzione. La competenza è quella del parlante nativo, basata su una facoltà
innata. Quindi secondo Chomsky tutti predispongono di una grammatica universale che si struttura
a seconda della lingua a cui si è esposti (grammatica delle singole lingue). La grammatica di
Chomsky si definisce generativa perché basata su regole matematiche in cui le strutture delle frasi
sono generate a partire da simboli iniziali.

L’oggetto della linguistica romanza è definito in senso genealogico, ovvero un insieme di lingue
costituisce un’unità studiabile come tale in quanto tutte sono continuazioni della stessa lingua,
mentre lo studio delle lingue in senso tipologico è quello in cui le lingue vengono messe in
relazione tra di loro e classificate in tipi distinti in base al fatto che condividono determinate
proprietà definiti universali linguistici. Alla base della tipologia moderna c’è l’opera di Greenberg,
che basa la tipologia non sulla struttura della parola ma sull’ordine e distingue tre fenomeni: lingue
con preposizioni vs lingue con posposizioni, lingue con diversi ordini SVO, SOV, VSO, aggettivo
prima e dopo il nome.

Un’altra area di ricerca è la sociolinguistica, che esamina gli aspetti sociali della lingua. Lo studio
fondante è quello di Weinrich Languages in Contact (1953), in cui tratta dei fenomeni di
interferenza. Ferguson distingue tra diglossia e bilinguismo. Un altro aspetto di questo studio è la
variazione linguistica, in cui si distingue variazione diatopica e diastratica.
Capitolo 8: Ieri e oggi: gli strumenti della filologia romanza

In tempi recenti sono state realizzate grandi opere collettive sull’insieme delle lingue romanze. La
più importante è l’opera Dizionario di linguistica romanza LRL, che riunisce in un disegno
complessivo numerosi contributi di specialisti di paesi diversi sulla metodologia della ricerca
linguistica romanza. Per chi studia i testi medievali, sono fondamentali i dizionari etimologici; ne
esistono di due tipi: quello in cui si parte dalle voci della lingua di arrivo e poi ne viene discussa
l’origine (come il Diccionario crítico etimológico castellano e hispánico), e quello in cui si parte
dalle basi etimologiche registrando sotto ognuna tutti i risultati nella lingua di cui si tratta (come il
REW).
PARTE SECONDA: DAL LATINO ALLE LINGUE ROMANZE

Capitolo 1: Il dominio romanzo (lingue, dialetti, varietà linguistiche)

Le lingue romanze continuano il latino, ovvero ognuna di esse è un risultato diverso della sua
evoluzione. L’insieme delle aree geografiche e delle culture in cui si parlano le lingue romanze è
detta Romània o dominio romanzo. In Europa corrisponde all’area in cui si è parlato latino in età
imperiale. Il termine Romània è formato sul nome di popolo Romani, utilizzata come espressione
che sostituisce orbis romanus, ovvero mondo romano. Nella situazione attuale in Europa si
distinguono due aree geografiche separate: una che va dall’Atlantico al Friuli, definita Romània
continua, e l’altra che comprende la Romanìa e la Moldova, dove si parla romeno.

Le lingue romanze si classificano in:

- Iberoromanze (Penisola Iberica): portoghese, galego, castigliano e catalano.


- Galloromanze (Gallia, odierna Francia): francese, francoprovenzale, occitano.
- Italoromanze:
italiano e sardo.
- Retoromanze:
romancio, ladino e
friulano.
- Balcanoromanze:
dalmatico (estinto)
e romeno.

In base ad alcuni tratti


linguistici il dominio romanzo si divide in Romània occidentale e Romània orientale. La possibilità
di distinguere con certa nettezza nel dominio romanzo lingue e gruppi di lingue dipende
dall’esistenza di lingue standardizzate. La varietà dialettale romanza invece è un continuum che
trapassa da un estremo all’altro della Romània continua senza barriere nette. La differenza fra i
parlanti dei due lati di una frontiera è che essi hanno una lingua ufficiale diversa. Per definire ciò si
parla di lingua tetto, ovvero lingua che si trova ai poli della frontiera.

Si definisce Romània perduta (o sommersa) quelle aree in cui il latino parlato in epoca imperiale è
stato soppiantato, come zone dell’Inghilterra, della Germania, della Svizzera, dell’Austria, della
Slovenia, Croazia e Ungheria e in Africa dove ora si parla arabo mentre prima di parlava greco.
Della Romània nuova invece fanno parte nuove aree fuori dall'Europa in cui si sono insediate lingue
romanze dall'espansione/colonizzazioni dalla seconda metà del '400, in particolare dalla scoperta
dell’America nel 1492 di Colombo. Nell’America latina si parla portoghese in Brasile e spagnolo
negli altri paesi (dal Messico all'Argentina e Cile).

Le lingue romanze più parlate oggi sono spagnolo e portoghese, mentre di uso internazionale, le
lingue ufficiali dell'ONU sono spagnolo, francese, inglese, russo, arabo, cinese.

Da un punto di vista descrittivo, esistono solo lingue. Si definisce lingua ogni sistema di espressione
e comunicazione fondato sulla facoltà della parola, appreso dalla nascita entro la comunità che lo
uso e acquisibile anche da parlanti non nativi attraverso una grammatica. La grammatica è il sistema
di regole che i parlanti condividono e applicano anche senza conoscerle esplicitamente.

La distinzione tra lingua e dialetto non ha niente a che fare con caratteristiche di tipo strutturale, ma
è un qualcosa insito della sociolinguistica: questo significa che la loro distinzione riguarda l’uso, la
diffusione, il prestigio e il tipo di riconoscimento che certe lingue hanno e che altre, i dialetti, non
hanno. La lingua è tipicamente propria di una società e ha un dominio completo, ovvero ricopre
l’intera gamma di usi (ufficiale, scientifico, letterario, ecc.<) il dialetto invece è tipicamente di uso
locale e non ricopre l’intera gamma di usi, infatti è difficile che abbia un uso ufficiale o scientifico,
mentre è più probabile che assuma un uso letterario. I dialetti si dividono in primari e secondari: i
primi sono quelli che derivano direttamente dal latino o dalla lingua originaria, i secondi invece
sono quelli che si formano dalle lingue attuali.

La dimensione primaria della lingua è quella orale: infatti, alcune lingue non predispongono di un
sistema di scrittura. La scrittura o grafia è un mezzo di rappresentazione visiva della lingua con
simboli o caratteri di vario tipo. Gli elementi della scrittura alfabetica si dicono grami. Nel corso dei
secoli la scrittura ha assunto un ruolo sempre più rilevante, soprattutto nella descrizione
grammaticale.
Capitolo 2: Il latino

Il latino è la lingua dell’antica Roma. Con l’espansione del dominio romano è diventata la lingua
dei territori conquistati e dei propoli sottomessi all’Impero romano. Nella parte orientale
dell’Impero il latino non ha mai prevalso sul greco, sebbene fosse usata come lingua
dell’amministrazione fino al periodo di Giustiniano, che scrisse in latino il Corpus iuris civilis.

Il latino di cui possediamo documentazione diretta è quello scritto, mentre nel parlato esiste solo la
documentazione indiretta, come testimonianze, osservazioni dei grammatici, ecc. la lingua scritta o
letteraria non è però poi così diversa dal parlato, ma è uno degli usi che convivono con i diversi
livelli del parlato, che variano a seconda del livello culturale dei parlanti. Il latino letterario è una
lingua unitaria, qualunque siano le provenienze degli autori dalle diverse parti del mondo romano.
Fin quando c’è stata la coesione dell’Impero, la norma linguistica colta di Roma ha esercitato un
forte potere unificante, si voglia perché a Roma era centralizzato il potere, si voglia per la
concentrazione a Roma di chi produceva cultura. Questa unificazione ha iniziato a decadere con la
crisi dell’Impero.

Con latino sommerso ci si riferisce ad un latino censurato negli usi formali e nella scrittura perché
ritenuto scorretto rispetto alla norma. Il latino considerato standard era quello classico rappresentato
da autori della seconda metà del I secolo a.C. per latino volgare invece si intende il latino diverso
dalla norma colta. La parola volgare significa popolare, ma ciò non deve trarci in inganno e farci
pensare al latino volgare come ad una lingua parlata dagli strati bassi e incolti della società, ma
dobbiamo guardare al latino volgare come a quella lingua di uso colloquiale in tutti i ceti sociali.

Per avvicinarci allo studio delle lingue romanze, definiamo il latino volgare come latino parlato
tardo. Altre due definizioni sono quelle di pre-romanzo e protoromanzo: entrambi i termini
designano uno stato della lingua latina da cui hanno origine le lingue romanze ricostruito a partire
dalle lingue romanze stesse con il metodo storico-comparativo; la differenza sta nel fatto che con il
primo termine si indica il latino parlato tardo con uno sguardo all’indietro, con tecniche di
ricostruzione, quindi in diacronia retrospettiva, mentre il secondo termine ha uno sguardo in avanti,
dal latino documentato ai suoi risultati nelle lingue romanze, e dunque in diacronia prospettica.

Solo con la linguistica moderna è nato l’interesse di trascrivere il parlato dal vivo, per questo
nell’antichità nessuno ha mai provato a farlo. Dunque, non esistono testi in latino parlato, ma solo
testi che documentano stili del latino che differiscono dalla tradizione letteraria, come le lettere di
Cicerone. Fondamentali sono le iscrizioni raccolte nel Corpus Iscriptionum Latinarum (CIL), in 17
volumi e ripartite per area geografica. Queste iscrizioni hanno il vantaggio di essere localizzabili e
databili e interessano soprattutto quelle prodotte dalle persone meno colte, che con i loro errori
lasciano trasparire la lingua parlata. Ad esempio, chi scrive hoctober invece di october, fa capire
che non pronunciava la /h/, ma la scriveva per tradizione ortografica, quindi poteva accadere che la
trascrivesse anche là dove non ci doveva essere (fenomeno dell’ipercorrettismo), ciò è molto
significativo perché mentre chi scrive abet invece di habet può aver omesso la /h/ per un semplice
lapsus, scriverla faceva capire che le persone non pronunciava la /h/ né la sentivano pronunciare
quando comunicavano. Un altro esempio è scripit invece di scribit, che ci fa capire che molto
spesso /b/ veniva pronunciata in luogo di /p/.

Come fonti di lingua parlata si fa riferimento ad alcuni scritti di autori tardi, alle fonti
metalinguistiche e ai grammatici. Di notevole importanza è l’Appendix Probi, un elenco di 227
prescrizioni nella forma “x non y”, come ad esempio “speculum non speclum”, in cui viene mostrato
il fenomeno della sincope, ovvero la caduta all’interno della parola, il fenomeno della vocale post-
tonica nei proparossitoni, cioè parole accentate sulla terzultima sillaba; le forme romanze derivano
infatti da speclu, come specchio, espejo, ecc.

Le lingue di sostrato sono le lingue alle quali il latino si è sostituito. In ogni area dove è arrivato il
dominio romano, infatti, fra latino e la lingua del luogo si è avuto un rapporto di bilinguismo, poi di
diglossia e infine la lingua del luogo è stata abbandonata. A partire dall’opera di Ascoli, è stata
formulata l’idea di spiegare con l’influsso dei sostrati vari mutamenti, soprattutto fonetici; tuttavia,
l’influenza del sostrato è presente solo nel lessico. Tra le lingue di sostrato abbiamo l’etrusco, il
greco, che ha avuto un buon rapporto ed è sussistito in contemporanea al latino, e le lingue celtiche.

Un ruolo fondamentale di innovazione della lingua l’ha avuto il cristianesimo. Oltre agli effetti sul
lessico, è importante anche l’orientamento nello stile della lingua. Un concetto sul quale gli autori
cristiani insistono è che la lingua della cultura deve essere accessibile anche agli ignoranti; in realtà
il latino è una lingua difficile, ma ciò che è innovativo è l’idea dell’umiltà, ovvero il livello basso.
La dottrina cristiana poteva permettere l’abbandono al suo destino della letteratura antica pagana e
la cancellazione della cultura greco-romana. L’idea che si dovesse fare tabula rasa del passato ebbe
sostegno tra i Padri antichi della Chiesa, anche se alla fine si diffuse l’idea che la tradizione antica
poteva e doveva essere conservata al servizio della nuova cultura cristiana e nei limiti in cui le fosse
utile. Ciò ha fatto sì che una parte delle opere latine dell’antichità pagana restasse nel circuito degli
scritti che si continuavano a copiare e studiare.

Il potere unificante del latino colto della classe dirigente romana era destinato a venir meno con la
perdita progressiva di coesione dell’Impero. Alla morte di Teodosio nel 395 l’Impero fu diviso in
due parti, d’Occidente e d’Oriente. Dalla fine del IV secolo l’Impero d’Occidente fu travolto dalle
invasioni dei germani e di altri popoli. Ciò porta alla frammentazione del potere con la conseguente
deposizione, nel 476, dell’ultimo imperatore d’Occidente, Augustolo, ad opera di Odoacre. Le
conquiste dei germani portano ad una fase di bilinguismo romano-germanico, dove le lingue
germaniche cercarono di imporsi (e in questo caso si parla di superstrato), ma senza riuscirvi. Il
latino dei romani sottomessi aveva infatti un prestigio antico e consolidato ed era la lingua della
chiesa e l’unica in grado di fornire personale per l’amministrazione.

All’inizio dell’VIII secolo, la maggior parte della Penisola Iberica era sotto il regno dei visigoti, ma
di lingua latina. Nel 711 fu conquistata dagli arabi. La lingua romanza parlata prima dell’arrivo
degli arabi sopravvisse nella Spagna Araba come lingua dei mozarabi. La conquista araba e la
successiva riconquista cristiana sono all’origine della caratteristica ripartizione linguistica della
Penisola Iberica in fasce verticali che vanno da ovest a est: galego-portoghese, catalano e
castigliano. L’influsso linguistico arabo si esercita soprattutto sul lessico.

La provincia romana della Dacia fu abbandonata dall’imperatore Aureliano perché non era possibile
difenderla contro i Goti e gli altri popoli germanici. A partire dal VI secolo, in quell’area iniziano
ad insediarsi popoli slavi. Sebbene il superstrato slavo non abbia soppiantato il latino, lo slavo
ecclesiastico è stata la lingua ufficiale per molto tempo e caratterizza fortemente il lessico del
romeno odierno.
Capitolo 3: Le origini delle lingue romanze

Nei secoli dal V all’VIII si compie la progressiva trasformazione delle diverse forme del latino
parlato nelle diverse lingue romanze. La lingua scritta resta il latino, che tuttavia subisce le
interferenze del parlato. Il latino della scuola invece è una lingua non solo scritta, ma anche parlata
nella comunicazione interna della chiesa e dai dotto attraverso l’Europa. Importanti sono i testi
latini di tipo documentario e pratico che permettono di ricostruire in parte il lessico delle lingue
romanze. In numerosi testi latini scritti tra il VI e IX secolo, emerge la lingua parlata, che
Menenghetti definisce “latino della parola”. Un esempio, in Italia, di latino vicino al parlato è nel
Breve de inquisitione, un resoconto del 715 di un’indagine promossa dal re longobardo Liutprando
per dirimere una controversia tra i vescovi di Arezzo e di Siena. Tra latino e volgare oscilla nelle
interpretazioni degli studiosi il famoso Indovinello Veronese, che risale ad una tradizione scolastica
mediolatina di enigmi sulla scrittura. Più sicuramente volgare è il Graffito della catacomba di
Commodilla, a Roma, dove è espressa una raccomandazione che sembra farlo risalire alla prima
metà del IX secolo:

NON DICERE ILLE SECRITA A BBOCE

=Non dire a voce (alta) le segrete (le orazioni segrete della messa).

B
= non è sicura che sia della stessa mano, ma potrebbe essere stata aggiunta in seguito, rappresenta
però la coscienza linguistica dello stesso periodo e ambiente. Fenomeno del betacismo meridionale:
l’esito di AD VOCE è a bboce, ma a boce avrebbe indotto a leggere a voce, di qui la correzione.

Una svolta fondamentale nella storia del latino medievale si ha con la riforma carolingia, in cui i re
franchi iniziarono a rivendicare anche l’autorità religiosa. Carlo Magno dispose allora che fossero
create delle scuole di lettura per i ragazzi. Un testo fondamentale è l’Epistola de litteris colendis,
ovvero sulla necessità di coltivare le lettere, dove Carlo afferma di aver notato negli scritti che gli
giungono dai monasteri presentano concetti giusti e discorsi rozzi, causati da una scarsa conoscenza
della lingua che non gli permetteva di esprimere i concetti in maniera adeguata. Ne segue dunque
l’esortazione ad apprendere con impegno devoto a Dio la scrittura delle lettere. Il latino riformato
dall’iniziativa carolingia non ha più nulla a che fare con la lingua parlata di origine latina e si inizia
così a prendere coscienza delle lingue romanze.

Il primo documento scritto dal quale risulta una distinzione netta tra il latino delle persone istruite e
la lingua del popolo è negli atti del concilio di Tours dell’813, convocato congiuntamente ad altri
cinque concili, tra cui quello di Magonza, il cui articolo XXV accenna al problema della
comprensibilità della parola di Dio, mentre l’articolo XVII del concilio di Tours aggiunge qualcosa
di nuovo, ovvero la necessità di tradurre le omelie in lingua tedesca affinché fossero comprese da
tutti.

Meno di trent’anni dopo il concilio di Tours, fu redatto il più antico testo di una lingua romanzo,
ovvero le formule di giuramento note come Giuramenti di Strasburgo, dove si parla di lingua
romana. È una cronaca che Nitardo, nipote di Carlo Magno, scrisse su richiesta di Carlo il Calvo,
per narrare le contese che opposero tra di loro i figli di Ludovico Pio, ovvero Ludovico il
Germanico e Lotario. L’esito fu il trattato di Verdun del 10 agosto 843, con cui a Carlo fu
riconosciuta la parte francese, a Ludovico la parte tedesca e a Lotario la fascia intermedia che da lui
si chiamerà Lotaringia. La cronaca, terminata nello stesso anno, è tramandata solo da una copia fatta
più tari di un secolo e mezzo che può essere copia di altre copie, dato fondamentale da tenere in
considerazione per valutare la fedeltà del documento alla forma linguistica dell’originale.

I giuramenti sono interamente costruiti con formule che si ritrovano nei formulari giuridici
mediolatini. Nella lingua dei giuramenti è osservata la declinazione a due casi delfrancese antico e
del provenzale. Un tratto che salta all'occhio è la mancanza dell'articolo, che nella lingua parlata
non poteva non esserci. Questo significa che da tempo ci si servisse di scritture provvisorie in
lingua romanza, da non conservare, per gli atti che poi si registravano in latino.

La lingua parlata di origine latina è detta rustica romana lingua nel concilio di Tours e romana
lingua nella cronaca di Nitardo. Lingua romana si trova poi in provenzale a partire da Jaufré Rudel.
In italiano antico la parola romanzo è rara, riferita quasi sempre ai romanzi francesi del duecento.
La parola delle varietà italiane medievale per “lingua popolare diversa dal latino” è volgare, parola
che resiste a lungo, tanto è vero che sarà usata anche da Pietro Bembo nella sua Prose della volgar
lingua.

Un aspetto evidente già nella raccomandazione del concilio di Tours è che latino e lingua parlata
non sono sullo stesso piano, poiché la lingua parlata è di tutti, mentre la padronanza del latino è
propria di una classe ristretta.

Le ragioni per cui si inizia a scrivere in lingua romanza sono di due tipi:

- Intenzione di conservare nella scrittura un testo così com'è;


- Necessità di scrivere testi comprensibili ai loro destinatari.

L'uso di scrivere nelle lingue romanze aumenta di genere in genere.

Petrucci nota che le forme di ordinaria conservazione della scrittura sono solo due: la conservazione
libraria e quella documentaria, grazie alle quali i testi più antichi si sono salvati. I testi in volgare
erano probabilmente più numerosi, ma erano scritti in forme non conservate: fogli di quaderno,
rotoli di pergamena, ecc.

Scrivere nella lingua parlata non significa però trasportare automaticamente la lingua parlata, a
causa soprattutto della mediazione del latino.

Il più antico testo letterario romanzo è la Sequenza di santa Eulalia, in lingua d'oil, in Italia invece
il testo romanzo più antico è Placiti campani, tre sentenze riguardanti la proprietà di terre.
Capitolo 4: Il lessico delle lingue romanze (esempi)

La base comune del lessico delle lingue romanze è costituita dal lessico del latino parlato e scritto
prima della frammentazione dell’Impero. Di questo solo una parte è sopravvissuta nel parlato ed è
presente in tutte le lingue romanze, come habere e crescere. Numerose parole latine sono cadute
dall’uso parlato e non si sono conservate nelle lingue romanze, come ad esempio loqui (parlare),
che è stato sostituito da fabulare e parabolare. Anche equus (cavallo) è stato sostituito da caballus,
di origine gallica.

In generale quelle che tendono a cadere sono le forme deboli foneticamente, o poco espressive o
con problemi di sovrapposizione con le altre. Viene rafforzato l’uso di preposizioni, avverbi,
pronomi e aggettivi e le parole vengono sostituite con derivati di tipo affettivo.

In latino sono entrate anche parole delle lingue di sostrato: alcune doppie forme, una con la /b/ e
una con la /f/, come bubalus e bufalus. Altre parole derivano dal greco.

Anche i contatti con le lingue di superstrato hanno portato a qualche prestito lessicale nelle lingue
romanzo, come quelli delle lingue germaniche, in particolare il gotico dei visigoti per Spagna e
Francia, il gotico degli ostrogoti per l’Italia e lingua dei franchi per la Francia settentrionale. Il
lessico di origine araba è invece presente soprattutto nelle lingue iberiche: notiamo ad esempio, in
Spagna, la conservazione dell’articolo arabo al, in parole come azucar, algodon (che si è invece
perso nella forma italiana zucchero e cotone). Numerosi sono nella penisola Iberica i nomi
geografici di origine araba, come Guadalquivir e Guadarrama. Tra i numerosi termini dovuti alla
cultura scientifica araba vanno ricordati cifra e zero, che risalgono entrambi all’arabo sifr, ovvero
vuoto. In latino medievale sifr è reso cifra. Nel senso di zero invece è usato per la prima volta da
Iacopone da Todi. Il romeno invece è privo di germanismi, poiché influenzato dal superstrato slavo,
dal quale prende le stesse parole che le lingue romanze prendono dal superstrato germanico.

Una delle più significative tra le parole di uso comune che passano alle lingue romanze dal latino
cristiano è parola, da parabola che deriva dal greco parabolé, già usata da autori del I secolo nel
senso di paragone e similitudine. Nel greco dei vangeli, questa stessa parola designava gli esempi di
Gesù, ovvero le parabole.
Capitolo 5: Alcuni punti di grammatica storica

Le forme ereditarie, o popolari, sono quelle che derivano direttamente dal latino, come il francese
droit, dal latino directus, mentre le forme dotte sono quelle che derivano dal latino medievale e che
non si sono evolute nel tempo, come direct.

I sistemi delle vocali delle lingue romanze hanno un’origine comune in quello del latino tardo
parlato. Il latino aveva un sistema di cinque vocali distinte per qualità, ovvero timbro, e per
quantità, ovvero lunghe e brevi. Quest’ultima opposizione aveva anche valore fonologico, ovvero
permetteva di distinguere coppie minime di parole per una vocale breve o lunga, come mālus, melo
e mălus, male. Nel latino parlato il valore fonologico di quantità si è perso, ciò che è rimasto è che
le vocali in sillaba aperta tendono ad essere tutte lunghe, mentre quelle in sillaba chiusa tendono ad
essere tutte brevi, quindi la quantità non ha più un valore fonologico ma dipende dal contesto. Le
vocali non accentate sono dette atone e sono quelle più soggette alla sincope (ovvero la caduta).
Importanti sono i fenomeni di riduzione delle vocali finali, che in latino distinguevano desinenze
della flessione nominale e verbale; ad esempio l’accusativo lupum è diventato lupu, il che
permetteva di distinguere dal dativo e ablativo lupo, distinzione poi persa con la -u diventata -o.
Nelle lingue iberiche -o e -u si conservano in portoghese come -u, in spagnolo come -o, mentre in
catalano cadono. Nelle lingue galloromanze e iberoromanze e nel sardo logudorese, davanti ai
gruppi di s+ consonanti iniziali di parola si è aggiunta una vocale detta prostetica, che solitamente è
la e-, mentre nelle antiche attestazioni del latino volgare e dell’italiano era la i-.

I sistemi delle consonanti delle lingue romanze derivano da quello del latino, con mutamenti che
hanno portato a passaggi da una consonante ad un’altra già presente in latino. In generale, le
consonanti in posizioni iniziale di parola o dopo consonante sono in posizione forte e sono più
stabili che tra vocale, dove sono invece in posizione debole. Un fenomeno di grande rilievo è la
lenizione consonantica, ovvero l’indebolimento delle consonanti occlusive sorde [p, t, k] tra vocali,
che consiste nel passaggio da sorde a sonore [b, d, g], e, a seconda delle lingue, a fricative, fino alla
caduta per /t/ e /k/. Anche per le consonanti c’erano opposizioni tra lunghe e brevi (fenomeno della
geminazione), conservato solo in italiano, mentre nelle altre lingue si verifica il fenomeno della
degeminazione. Un altro fenomeno fondamentale è quello della palatalizzazione. Sono nuove
rispetto al latino le affricate, risultate da consonante + /j/ (yod). Sono nuove anche i suoni di /gn/ e
/gl/ risultanti rispettivamente da -nj e -lj. Un altro esempio di palatalizzazione è quello dei gruppi
iniziali pl-, bl-, -fl, -cl, -gl, che in italiano sono sostituiti da consonante + j, mentre in spagnolo
palatizzano in -ll. Il nesso latino ct invece non si è mai conservato intatto. /h/ era già caduta in epoca
antica, come si osserva in nemo da ne-homo o anche prendo da prehendo (io prendo). La /h/ veniva
pronunciata in età classica, ma le iscrizioni dei graffiti di Pompei fanno intendere che in realtà era
pronunciata solo dalla parte colta e successivamente caduta.

Una differenza fondamentale tra il latino e le lingue romanze riguarda la morfologia nominale e la
sintassi. Nelle lingue romanze, la funzione sintattica di un elemento non può essere compresa dalla
sua forma, nel latino invece ciò accadeva grazie alla presenza dei casi. In italiano l’ordine non
marcato è S-V-O e la funzione delle parole oltre che dall’ordine, è compresa anche dalla presenza
delle preposizioni. In latino la funzione è data dalla desinenza delle parole, l’ordine non marcato è
S-O-V, ma soggetto e oggetto possono essere individuati indipendentemente dalla loro posizione;
ciò permetteva una notevole libertà dell’ordine delle parole.

Il sistema delle cinque declinazioni si è ridotto, nel latino parlato, alle prime tre. Ciò comporta che i
nomi delle lingue romanze derivino da tre declinazioni invece di cinque: in particolare, i nomi in -a
derivano dalla prima declinazione, i nomi in -o dalla seconda e i nomi in -e dalla terza. I nomi della
quarta declinazione tendono ad essere assorbiti a quelli di seconda, mentre i nomi di quinta avevano
già doppie forme della prima. Il processo più rilevante è la riduzione del numero dei casi nel
parlato, evidente dapprima con l’affermazione, nel latino volgare, del costrutto con preposizione
invece del semplice caso. Già nei graffiti di Pompei si mostra la tendenza ad usare l’accusativo con
tutte le preposizioni; ciò porta alla conclusione che i casi utilizzati fossero due: il nominativo e
l’accusativo con le varie preposizioni. Difatti, è l’accusativo il caso da cui derivano le parole delle
lingue romanze, evidente nella caduta di -m. Non può essere l’ablativo, poiché ci sono rari casi di
conservazione della -u e della -o finale e non può essere il nominativo poiché manca la -s nelle
lingue in cui la -s finale non cade.

Anche il francese antico e il provenzale hanno una declinazione a due casi: il caso soggetto (S o
nominativo) e il caso obliquo (O o accusativo). Tra le lingue romanze moderne, l’unica a
conservare una declinazione a due casi è il romeno, che propone una declinazione per il
nominativo/accusativo (NA) e una per il genitivo/dativo (GD).

Anche il genere è cambiato rispetto al latino: in latino esistevano tre generi, maschile, femminile e
neutro, mentre nelle lingue romanze, ad eccezione del romeno, se ne distinguono due: maschile e
femminile. I nomi neutri latini sono passati al maschile e meno frequentemente al femminile.

Il latino aveva quattro coniugazioni di verbi, -are, -ere divisa con -e lunga e breve, -ire. Tuttavia, già
nel tardo latino è nota la tendenza a far convergere la seconda e la terza. In particolare, alcuni di
seconda sono passati alla terza e alcuni di terza sono passati alla seconda, mentre in spagnolo tutti
quelli di terza sono passati alla seconda e, più raramente alla quarta. Le forme verbali romanze
derivano dalle forme corrispondenti latine con i regolari mutamenti fonetici. L’analogia gioca un
ruolo fondamentale nei paradigmi verbali, con la tendenza a sopprimere i verbi irregolari già nel
tardo latino: es. esse in essere, posse in potere e velle in volere. Una serie di mutamenti nel verbo
dal latino alle lingue romanze ha in comune il passaggio da forme sintetiche a forme analitiche: le
forme sintetiche sono quelle in cui i componenti non sono distinti da chi parla, ad es. parlo, in cui la
forma grammaticale è espressa da una desinenza, mentre le forme analitiche sono quelle formate da
elementi indipendenti, come ho parlato. La tendenza del passaggio da forme sintetiche ad analitiche
non riguarda solo il verbo, ma anche il comparativo. Il passivo in latino era espresso in forma
sintetica al presente (laudor) e in forma analitica nel perfetto (laudatus sum), tuttavia, nelle lingue
romanze la forma sintetica è andata persa e il passivo è diventato sono lodato. Il tipico futuro
romanzo appare oggi come una forma sintetica, ma in realtà questo è l’esito di una formazione in
origine perifrastica, dall’infinito più il presente del verbo avere cantare habeo; su questo modello si
è poi creato un futuro rispetto al passato che è diventato il condizionale. Accanto al perfetto latino,
si è poi creato un passato perifrastico con ausiliare avere e successivamente anche essere.
Capitolo 6: Le lingue romanze oggi

Lingue iberoromanze:

- Portoghese e galego-portoghese: Portoghese lingua ufficiale di Portogallo, Brasile, Angola,


Mozambico, Guinea-Bissau, Capo Verde, Sao Tomé e Principe, Timor-Est. Portoghese
antico: originario del nord-ovest della Penisola Iberica (Galizia e contea di Portogallo).
1143 Conte Alfonso I Henriques viene riconosciuto re del Portogallo, amplia i confini. Nel
'200 si raggiungono i confini attuali. Lingua letteraria galego-portoghese: lingua della poesia
lirica di tutta la Penisola, tra fine '200- primo '300. La prosa rimane invece limitata all'area
dove si parla la lingua. Lisbona diventa il centro del Portogallo a metà '300 -> il portoghese
si sviluppa sulle parlate centro-meridionali e si differenzia (soprattutto foneticamente) dal
galego. Esiti di -L- e -N- lat. intervocaliche: -L- cade (dor<dolorem, quente<calentem); -n si
risolve nella nasalizzazione della vocale precedente. Il sistema vocalico è complesso. Il
portoghese si distingue dalle altre lingue romanze per la presenza di un infinito coniugato
personale accanto a quello impersonale presente in tutte le lingue.
Il brasiliano in parte conserva tratti che in portoghese si sono evoluti, in parte sviluppa tratti
propri, come la /i/ finale atona dove il portoghese chiude la parola in una /e/ quasi muta. Le
differenze tra portoghese europeo ed extraeuropeo evincono dalla sintassi e dal lessico, che
subisce l’influsso delle altre lingue.
- Galego: lingua della Comunità autonoma della Galizia, lingua ufficiale della regione. Nel
XV secolo viene subordinato alla Castiglia, con il castigliano che diventa lingua del potere e
dell’uso colto. Fino all’800 resta un dialetto. Le classi elevate sono bilingui. Nell’800 si
sviluppano movimenti di rinascita del galego, con il franchismo (1939-75) viene represso e
nel 1978-81 viene riconosciuto come lingua co-ufficiale di insegnamento e di
amministrazione.
- Spagnolo (castigliano): Spagnolo (Castigliano): Lingua ufficiale del Regno di Spagna, di
tutti i paesi tra Messico, Argentina e Cile, nei Caraibi di Repubblica Dominicana e Puerto
Rico (accanto all'inglese). In Africa una delle lingue uff. della Guinea Equatoriale. In Asia
parlato da una minoranza nelle Filippine ma non lingua ufficiale. Ampiamente parlato negli
USA ma non lingua ufficiale. Presenza di una rete di Accademie nazionali di lingua,
coordinate con la Real Academia Espanola: fondata nel 1714, ruolo di guida della norma.
Castiglia: contea che, divenuta regno, ha il ruolo principale nella Reconquista. Sia
"castellano" che "espanol" sono temini antichi ed attestati ('400-'500). Il termine castigliano
ha principalmente uso distintivo (rispetto a catalano, galego, basco, lingue co-ufficiali).
Tratti antichi più caratteristici: - Esito di F- iniziale lat.: divenuta [h] (fricativa laringale), poi
caduta. Si conserva davanti a R (frigere>freir) e davanti a ue [we] (fonte>fuente). Dovuto a
sostrato iberico (basco)? Si obietta che se F- si conserva davanti a [we] significa che il
mutamento è avvenuto dopo la dittongazione romanza, e quindi non è abbastanza antico per
essere attribuito al sostrato. Inoltre, accade in altre varietà romanze. A favore dell'influsso
del sostrato: sostr. iberico non possedeva [f], quindi reagisce rendendo questo suono in vari
modi. - Dittongazione della E breve e O breve latine toniche in /je/ e /we/, in sillaba aperta E
chiusa. Ventu> sp. viento, port. vento, cat. vent; Forte> sp. fuerte, port. forte, cat. fort. Altri
fenomeni fonetici: - Passaggio di [ʒ] a [ʃ] nel '500, poi [x] (jota). es. hijo (/'i ʃ ʒo/>/'i
o/>/'ixo/).
Variazioni dialettali: - Andaluso: -s preconsonantica o in finale di parola tente a suonare [h]
o cadere; [s] e [θ] tendono ad essere pronunciate entrambe [s]; [ ] e [j] si confondono in ʎ [j].
- S. Americano: disomogeneo sia lessicalmente che nella fonetica. Tratti fonetici più diffusi:
debolezza di s preconsonantica e finale (come andaluso); seseo generalizzato; yeìsmo con
ulteriore evoluzione in molte varietà di [j] fino a [ʒ] (es. cavallo: [ca'βaʒo]).
Giudeo-spagnolo: lingua degli ebrei sefarditi, espulsi dai regni di Castiglia e Aragona nel
1492, si insediano in Africa settentrionale fino a Grecia e Balcani, accolti dagli Ottomani. Il
nome in lingua è ladino (da non confondere col ladino). Venendo da diverse zone, non
parlavano una varietà sopraregionale propria. Nell'esilio si sviluppa una lingua comune,
conservatrice e vicina al castigliano del '400, con scrittura in caratteri ebraici. Dal '500 storia
complessa.
- Catalano: Lingua ufficiale della Comunità autonoma della Catalogna e della Repubblica di
Andorra. Parlato in parte di Aragona, nel Rossiglione, Isole Baleari, Comunità Valenciana,
Alghero. (a Valenza e nelle Baleari si difende l'indipendenza del valenzano e balearico).
Fine XIII la politica dei conti di Barcellona (che erano re di Aragona e conti di Provenza)
era rivolta verso la Francia meridionale -> somiglianza della lingua; lirica catalana in
provenzale (la prosa invece è in catalano). XIII sec. comincia espansione nel Mediterraneo:
aragonesi-catalani conquistano Sicilia (1282), Sardegna (1324), Napoli (1442). Con l'unione
dinastica dell'Aragona alla Castiglia (1469) il catalano comincia a declinare. 1707-16
Aragona e Catalogna annesse alla Castiglia, catalano ridotto a dialetto. '800: promossa la
ripresa della lingua nella letteratura e la standardizzazione. Dopo il franchismo, riprende
vigore con la democrazia. Nello Statuto 2006 definito lingua dell'amministrazione e dei
mezzi di comunicazione, di insegnamento. - Caduta delle vocali atone finali latine diverse
da -A. (vent, fort..)(in accordo con occitano e galloromanzo) - Conservazione di PL-, CL-
iniziali (Pluvia> pluja vs sp. lluvia) (in accordo con galloromanzo). - -MB->M
(Palumbu>llomo, sp. lomo) (in accordo con il castigliano). - da XVI sec. palatalizzazione di
L iniziale (lluna).

Lingue galloromanze:

- Occitano: Parlato in Francia meridionale, a sud di una linea che da Bordeaux aggira a nord il
Massiccio Centrale e raggiunge le Alpi passando a sud di Lione e Grenoble. In Italia parlato
in prov. di Torino (Valli Valdesi), di Cuneo, a Guardia Piemontese in Calabria (ins. valdese
XV sec.). Pittavino (di Poitiers): varietà più simile al tipo meridionale. Guascone: si
distingue già nel Medioevo dal sistema occitanico. Provenzale: varietà occitanica
sviluppatasi nel Medioevo. Zona segnata dall'egemonia del regno di Francia (dalla crociata
contro gli Albigesi 1209-29 all'annessione (fine '400). L'occitano rimane un insieme di
dialetti, anche a causa della centralizzazione francese. '800 movimento di ripresa
dell'occitano. Tutt'ora la Francia non garantisce molti diritti alle lingue minoritarie.
Condivide i tratti fondamentali delle lingue galloromanze ma è più conservativo rispetto alla
base latina. - Vocali finali diverse da A cadono, ma si restaura una vocale d'appoggio -e per
evitare nessi consonantici finali sgraditi (patre> occ. paire, fr. père). - -A atona finale intatta
nella lingua antica (anziché ridursi a [ə] come in fr), in quella moderna si chiude in -o in
molte varietà. (es. domina> occ. domna/dona, occ. mod. dono, fr. dame). - Declinazione a
due casi (reis sogg., rei obliquo= re; om s., omne obliquo).
- Francese: Lingua ufficiale di Francia (compresi terr. in Africa e Oceania), Belgio Vallone,
Svizzera romanda, Québec (Canada), Haiti. Parlato nelle ex colonie d'Africa. Una delle
lingue uff. dell'ONU. Tre periodi: fr. antico, medio fr., fr. moderno. I cambiamenti sono tali
che manca l'intercomprensibilità. - Passaggio fr. antico e medio: inizio XIV sec. Intorno alla
guerra dei Cent'anni (1337). Scomparsa definitiva della declinazione, già oscillante. - Fr.
moderno: risultato della codificazione della lingua che si avvia nel '500 a Parigi, ha il suo
culmine nel '600. Francese antico (o lingua d'oil): sistema di varietà. La più importante è il
franciano (dell'Ile de France), perché si continua nel fr. moderno. Le altre sono a nord
piccardo e vallone, a est e nordest lo champenois, a ovest e nord-ovest normanno, in
Inghilterra anglonormanno, a sud-ovest pittavino. Caratt. di tutte le lingue: - Declinazione a
due casi - e o ie dopo palatale, dove lat. aveva A tonica in sillaba aperta. (pratu>pré,
cane>chien) - riduzione a schwa di -A atona lat. - Caduta vocali finali atone lat. diverse da A
- Grado avanzato di lenizione delle consonanti intervocaliche fino alla caduta. Normanno: I
Normanni, di lingua germanica del gruppo scandinavo, si stanziano nella regione tra IX-X
sec. 911 insediamento viene riconosciuto da Carlo il Semplice fino a diventare ducato di
Normandia. Sec. XI erano completamente francesizzati. Anglonormanno: parlato e scritto in
Inghilterra da conquista normanna del 1066-metà '400, poi declina lasciando il posto
all'inglese. Caratt. medio francese:- Riduzione di ie a e dopo consonante palatale
(chief>chef) - Caduta di -R finale, in particolare negli infiniti (parler> parlé); nei verbi in -ir
la r viene successivamente ripristinata. - Caduta della -s finale tranne in caso di liason. -
Tendenza a latinizzare la grafia (es. oster [o't r] scritto obster da ɛ lat. obstare; savoir scritto
scavoir/sçavoir da scire). Porta nel fr. mod. alla lontananza dal tipo di un alfabeto fonetico. -
Mantenimento di grafie inizialmente fonetiche, che poi non sono state modificate seguendo i
mutamenti fonetici. (nell'800 revisioni). Francese moderno: origine nella lingua cortigiana di
Parigi. È la lingua che subisce maggior evoluzione rispetto al latino. - Sintassi molto rigida
nell'ordine dei costituenti (SVOC), espressione obbligatoria del soggetto grammaticale
anche quando vuoto. Negazione espressa con un circonfisso (ne..pas) che tende ad eliminare
ne diventando una negazione posposta anziché preposta. - Tipo accentuale: perdita vocale
finale atona diversa da -a e di -[schwa] finale tra medio fr. e fr. mod., tutte le parole sono
ossitone (acc. sull'ultima), con accento di parola distinto dall'accento di frase, che coinvolge
sia prestiti da lingue straniere, sia parole straniere usate come tali.
- Francoprovenzale: Parlato nel sud-est Francia, (parte della Francia-Contea, Lione, Savoia,
Delfinato), Svizzera romanda (escluso il Jura), Val d'Aosta, alcune valli piemontesi. L'uso è
vivo solo in Val d'Aosta, dove però è il francese la lingua di minoranza protetta dalla legge
482/1999. Unità del francoprovenzale affermata per la prima volta da Ascoli: - Presenza di
parole parossitone oltre che ossitone. (in comune con occitano) Non esiste un
francoprovenzale standardizzato, scarsa intercomprensione tra le varietà. Il Midi include le
seguenti regioni della Francia: Aquitania Occitania Provenza-Alpi-Costa Azzurra L'isola di
Corsica la parte meridionale dell'Alvernia-Rodano-Alpi Quest'area corrisponde in larga
parte a quella della regione storico-geografica dell'Occitania.

Lingue italoromanze:

- Italiano: Lingua ufficiale della Repubblica Italiana, Repubblica di San Marino e Città del
Vaticano (quella della Santa Sede è il latino), una delle lingue ufficiali della Svizzera (si
parla nel Canton Ticino). Ci sono molte comunità di emigrati ma spesso parlavano in
dialetto. Codificazione nel '500 (Bembo). 1612, 4° ed. Vocabolario degli Accademici della
Crusca: canone viene ampliato a Dante e ai buoni autori fiorentini del '300, con moderata
apertura all'uso moderno. Modello che dura per secoli per lo scritto (il parlato è legato alle
varietà dialettali). Unità d'Italia: inizia la trasformazione dell'italiano in lingua di uso
comune a tutti i livelli, compiutasi nella metà del '900. Fattori di unificazione: obbligo
scolastico, servizio militare obbligatorio, migrazioni interne, mass media (quotidiani, radio
dal 1924, televisione dal 1954). Elementi di continuità rispetto al fiorentino antico: -
anafonesi: chiusura di [e] e [o] davanti a NC, NG (tinca>tinca, non tenca; lingua>lingua,
non lengua; longu>lungo, non longo); chiusura di [e] davanti agli esiti di [nj], [lj]
(familia>famiglia, non fameglia; graminea>gramigna, non gramegna). Le altre varietà
toscane e italoromanze hanno forme con e e o - -AR- atono > [er] es. futuri 1° coniug.
(Amare habeo> amerò, non amarò). - 1° pers plur. pres. ind. -iamo in tutte le coniug. - 1°
pers sing. condizionale in -èi Riduzione di [wɔ] a [ ɔ] dopo palatale (figliuolo>figliolo) e 1°
pers. sing. imp. in -o sono del fiorentino Trecentesco. Innovazioni del fior. non entrate
nell'italiano: - Riduzione di [wɔ] a [ ɔ] non preceduto da palatale (es. bono). - Tratti fonetici
non rappresentati dalla grafia (es. gorgia; [ ʃ] da -si - latino: basium>bacio, o da - ce-, -ci-).
Italia paese romanzo con maggiore diversificazione dialettale. Dialetti primari:continuazioni
distinte del latino, hanno uso variabile, alcuni quasi estinti, altri vitali. Dialetti secondari:
italiani regionali, assumono tratti particolari per contatto coi dialetti. Dialetti divisi da linea
La Spezia - Rimini (sett. vs centro-mer. e tosc.): distinti da lenizione cons. e esito -s finale
lat. Dialetti settentrionali: - Scempiamento delle geminate: l'opposizione geminate-scempie
riprodotta tra sorde e sonore (rupta>rota, rota>roda). - Metafonesi: Si distinguono dialetti
veneti vs gallo-italici (piemontesi, liguri, lombardi, emiliano-romagnoli). Gallo-italici: -
Caduta vocali finali latine diverse da -A (Pisce> lomb. [p s], ven ɛ ʃ eto [pese]/[pe e]). -E
dopo N, L, R cade anche nei veneti. - -CT- lat. > [jt] (*Lacte> piem. lait) o [ ʧ] (lomb. [la ]).
ʧ - Vocali turbate: [y] da U breve lat. (murum> mil [my:r] e ø da o breve latina (solum> mil.
[søl] Dialetti centro-meridionali (no tosc.) si dividono in mediani (sotto Argentario, include
grossetano meridionale, segue confine Toscana-Umbria, fino a nord di Senigallia), alto-
meridionali (a nord comprendono parte della prov. Ascoli, a sud del fiume Aso, l'Abruzzo
esclusa area a ovest dell'Aquila, Avezzano, il Lazio a est e a sud di Frosinone; a sud
confinano coi dialetti meridionali estremi in Calabria sulla linea Cetraro-Bisignano-Melissa,
in Salento a sud di Taranto e Ostuni), meridionali estremi Centro-meridionali: - Metafonesi
sia da -i che da -u. E breve ed O breve dittongano in [je], [wo]. Dove le vocali finali sono
diventate indistinta (schwa), il dittongo distingue masch. da femm. (nap. ['bbwo:na] buono/
buoni, ['bb :na] buona), o plur. da sing. (['pje:ra] piedi, ['p ɔ ɛra] piede. (in area mediana le
stesse vocali si chiudono in [e] e [o] -> metafonesi ciociara/sabina). Assimilazione di -mb-
in -mm- e -nd- in -nn- comune a quasi tutto il meridione. Mediani e in parte alto-
meridionali:- Assimilazione -LD- in -LL- (Cal(i)dum> callo) Mediani e alto-meridionali: -
Infinito apocopato - Distinzione maschile-neoneutro: un neutro non continuazione del latino.
La distinzione, che si esprime nell'articolo, oppone maschili numerabili e neutri non
numerabili. Mediani: - Distinzione tra -o e -u finali del latino. (a Norcia: mitto>metto;
spo(n)su>spusu). Meridionali estremi: - Vocalismo siciliano (tutti hanno o breve, u breve>u
ma non tutti hanno anche e breve, i breve> i) Toscani: - Assenza della metafonesi. - -RI- lat.
> [ji] (area>aria>aia; *morio>muoio; notariu>notaio). - Gorgia: passaggio di [k], [t], [p]
intervocaliche (anche tra parole) a [x], [θ], [ ] (in misura minore ɸ riguarda anche le sonore).
Ma è un fenomeno allofonico, non dà luogo ad opposizioni fonologiche. La sua incidenza
decresce allontanandosi dall'area fiorentina. Nel tosc. occ. -[k]- cade ma -[t]- e -[p]- sono
intatte.
- Sardo:Riconosciuta dalla l. 482/1999. Non si è ancora affermata una lingua standard
accettata. Sardegna: prov. romana dal III sec. a.C., occupata dai Vandali seconda metà V
sec. e riconquistata da Giustiniano nel VI sec. Declinata dominazione bizantina, fu divisa nei
giudicati di Cagliari, Torres (Logudoro), Arborea e Gallura. Isolamento accentuato dal
predominio arabo sul mare, interrotto dal XI sec. dai genovesi e pisani. 1324 conquistata
dagli aragonesi. 1720 unita al ducato di Savoia nel regno di Sardegna, poi parte del regno
d'Italia 1861. Sardo: molto conservativo, soprattutto dialetti logudoresi, del centro-nord.
Meno conservativi dialetti campidanesi (parte meridionale). Dialetti sassaresi (nord-ovest) e
galluresi (nord-est) molto influenzati dal toscano. Logudorese: - Sistema vocalico con
perdita della quantità senza confluenza di i breve con e breve e u breve con o breve. -
Conservazione di [k] e [g] velari davanti a [e], [i] - Conservazione -s - Conservazione delle
geminate - Metafonesi - Articolo su, sa - Futuro del tipo "avere a" - Condizionale formato
con "dovere" anteposto Ha tradizione letteraria dal XV sec., lingua di poesia fino a prima
metà '900.
- Corso: Dialetti italoromanzi ma hanno il francese come lingua tetto. (parte della Francia dal
1768). Lingua di insegnamento in scuole materne ed elementari, facoltativa
successivamente. Originariamente di tipo sardo, ora solo quelli della Corsica meridionale
sono vicini al sardo, ma profondamente toscanizzati soprattutto nella parte settentrionale
(dominazione pisana dal sec. I Scaricato da Annagerardina Antinori
(jerrywildlife@gmail.com) lOMoARcPSD|1873068 al 1284; poi genovese). Dialetti sett.
vocalismo tonico di tipo panromanzo, ma con inversione di o ed e aperte con chiuse.
Distingue tutti i dialetti corsi dal toscano l'esito -[u] di -O finale lat. (vado>vagu) come di -u
(focu>focu). Vicini per alcune caratt. ai centro-meridionali.

Lingue retoromanze:

- Retoromanzo (ladino): insieme di tre varietà linguistiche identificate da Ascoli. Varietà


centrale: ladino dolomitico. Insieme di dialetti parlati in Val Badia, Val Gardena, Val di
Fassa, Livinallongo, Ampezzo. È il "Ladino" riconosciuto come lingua di minoranza dalla
legge 482/1999.
- Varietà orientale: romancio del Canton Grigioni, lingua nazionale della Svizzera insieme a
ted., fran., ita. Lingua ufficiale della Confederazione nei rapporti tra essa e i cittadini di
lingua romancia. Sono diverse varietà (soprasilvano, engadinese che hanno avuto tradizione
letteraria, sottosilvano). Codificata nel 1982, nel 2001 dichiarata lingua ufficiale del
Cantone.
- Friulano: Lingua di minoranza riconosciuta. Tutelata e promossa dalla Regione. Dialetti
friulani si dividono in càrnici (più conservativi), occidentali (innovativi, influenzati dal
veneto), centro-orientali (base del friulano comune, più usati nella trad. letteraria). Uso
scritto fin dal '200 nei testi pratici/amm. e nella letteratura dal '3-'400. Fiorente nel '900
soprattutto per la poesia (*Pier Paolo Pasolini). - Opposizione di quantità vocalica con
valore fonologico dovuta all'allungamento delle toniche latine in sillaba aperta rimaste in
friulano in sillaba chiusa dopo la caduta della vocale finale. es. (ambu)latu> [la:t] andato;
*lacte>[lat] latte) - Conservazione -s latina nel plurale e nelle 2° pers. sing e plur.
(cantatis>[can'tajs].

Lingue balcanoromanze:

- Dalmatico: Lingua romanza da tempo estinta, parlata da Krk e Segna (Senj) fino forse ad
Antivari (Bar). Subito pressione del croato (dall'interno) e veneziano (sulla costa). Nuclei
più resistenti: - Ragusa (Dubrovnik): raguseo, estinto fine XV sec. - Veglia: veglioto dura
fino alla fine '800. Ultimo parlante noto Antonio Udina detto Burbur. Più antichi documenti
a Ragusa 1280, di tipo mercantile. - Tratti conservativi nelle consonanti: [k] e [g] si
mantengono davanti a [e] (cena>kajna). Più recentemente palatalizzate in veglioto (cinque>
['cinko] - No lenizione delle sorde intervocaliche. - Vocali: ricca dittongazione. A in sillaba
aperta>[wo] (capra>kuobra), in sillaba aperta>[wa] (barba>buarba) - Futuro sintetico, che
però continua il futuro anteriore latino (cantavero, avrò cantato> vegl. kantuòra, canterò) e
non il futuro.
- Romeno: Lingua uff. di Romania e Moldavia, dove ha il nome di moldavo (o dacoromeno).
Aromeno (o macedoromeno): parlato da popolaz. sparse in Bulgaria, Macedonia, Albania,
Grecia. Meglenoromeno: piccola popolaz. tra Macedonia greca e ex jugoslavia a nord di
Salonicco. Istroromeno: pochissimi parlanti in Istria intorno al Monte Maggiore (Ucka),
meglio conservato dalla comunità di New York. 107 d.C. conquista della prov. della Dacia
sotto Traiano, abbandonata nel 271-4 sotto Aureliano, cade sotto i germani. Due teorie: -
Abbandonata dai romani e ripopolata dai coloni imperiali, sarebbe stata abbandonata dagli
abitanti che si sarebbero stabiliti a sud del Danubio, dove si sarebbe formato il romeno.
Reimmigrati a nord dal XI-XII. - Ritiro romano dalla Dacia riguarda solo l'esercito,
amministrazione e i più abbienti. Popolazione rurale sarebbe rimasta e il romeno si sarebbe
formato sia a nord sche a sud del Danubio, c'è quindi continuità fra romeno antico e
moderno nell'attuale Romania. Romeno ha prestiti antichi albanesi (quindi c'è stato
contatto); prestiti slavi antichi meridionali; assenza di prestiti germanici; assenti toponimi
romanzi. Aree dialettali sono frammentate -> non verosimile la reimmigrazione, i romeni si
spostano in area balcanica. Prima testimonianza diretta scritta 1521. Testimonianze indirette
XV sec. Lingua scritta e di cultura dopo il greco è lo slavo ecclesiastico. Fino al 1840 si usa
il cirillico. '700 inizia rivendicazione della romanità del romeno. '800 forte immissione di
lessico francese e un po' italiano. - Presenza della declinazione. - Presenza del neutro. -
Articolo posposto al nome. - Formazione del futuro. - Assenza di lenizione consonantica. -
Presenza della metafonesi (con caratt. proprie).
PARTE TERZA. LA LETTERATURA DEL MEDIOEVO ROMANZO.

Capitolo 1: Dalle origini a Wace

Parlare di letterature romanze del XII significa parlare di quella galloromanza in lingua d’oc e
lingua d’oil poiché in Italia questa arriverà più tardi. Inoltre, non tutti conoscevano il latino, in
particolare i germani, quindi erano necessarie delle traduzioni: la più antica, in Oriente, è quella di
parte della Bibbia in gotico compiuta dal vescovo Wulfila. Nel IX secolo c’è un vasto programma
di volgarizzamenti di latino in anglosassone promosso da Alfredo il Grande, re del Wessex. Alla
fine del X secolo risalgono invece i codici principali della poesia anglosassone più antica, fra i quali
quello di Beowulf, un poema di più di tremila versi narrante le avventure di Beowulf prima contro
un mostro e poi contro un drago. Per la maggior parte i testi letterari più antichi sono testi religiosi
da leggere o da cantare a beneficio dei laici, in appoggio alla predicazione. Uno di questi era il Saint
Alexis, un poemetto in lingua d’oil che racconta le leggende di Sant’Alessio. Un altro testo è quello
di Sancta Fides, poemetto provenzale in lasse rimate di ottosillabi, fatto per essere cantato anche
con l’accompagnamento della danza. Altri testi delle origini sono resti di poesia lirica precedente gli
inizi della tradizione dei trovatori. Due piccoli testi lirici provenzali sono stati trascritti non oltre
l’ultimo terzo dell’XI secolo sull’ultimo foglio di un codice di Terenzio proveniente dalla regione
del Basso Reno; uno è un frammento di difficile interpretazione di contenuto morale, mentre l’altro
parla d’amore. Quello di questi versi è un tema universale che ricompare fra i trovatori, come
Bernart de Ventadorn. I due testi danno una rarissima attestazione della preistoria della poesia
romanza. A partire dall’opera di Alfred Jeanroy sulle origini della poesia lirica in Francia, si sono
cercate sopravvivenze dell’antica poesia popolare in testi del XII e XIII secolo. Il tema centrale è
quello della poesia in cui parla una figura femminile che caratterizza il genere galego-portoghese
della cantíga d’amigo e si ritrova anche in italiano con Rinaldo d’Aquino e Federico II.

La jarcha è il segmento conclusivo di una forma poetica araba, praticata anche in ebraico, detta
muwassah, in genere è un frammento di un discorso riferito in prima persona di un soggetto diverso
dal poeta, ed è in lingua popolare anziché letteraria. Nel 1948 Samuel Stern scoprì che alcune
jarchas di poesie ebraiche erano in volgare mozarabico.

All’XI secolo risale la Chanson de Roland, che tratta della distruzione della retroguardia dei franchi
a Roncisvalle da parte dei musulmani di Spagna, che avvenne al ritorno di una campagna del 778.
Tuttavia, nel poema ci troviamo alla fine di una guerra di sette anni con cui Carlo Magno ha
conquistato tutta la Spagna tranne Saragozza, e la disfatta è dovuta ad un tradimento. A capo
dell’ambasceria da inviare al re Marsilio, che ha proposto la pace in cambio di doni e ostaggi,
Rolando propone il patrigno Gano per guidare la spedizione, considerando tutti gli altri troppo
importanti per rischiare di perderli. Offeso da ciò, Gano si accorda con Marsilio per far sì che sia
Rolando a guidare la spedizione. Sulla via del ritorno vengono attaccati da forze schiaccianti, ma
Rolando rifiuta di suonare il corno per richiamare l’esercito, lo farà solo quando sono quasi tutti
morti e nel farlo si spezza le tempie, morendo così e non per mano altrui. Gli angeli scendono dal
cielo per prendere la sua anima. A quel punto Carlo ritorna e insegue i mori, il sole si ferma fino a
quando non li ha raggiunti e sterminati. A vendicare la sconfitta giunge l’emiro Beligante con un
nuovo esercito, che però viene distrutto dai Franchi. Ritornato ad Aquisgrana, Carlo fa processare
Gano: nel duello giudiziario il suo campione viene sconfitto e lui viene squartato da quattro cavalli.
L’ultimo verso dell’opera contiene una firma: Ci falt la geste que Turoldus declinet, dove con geste
si indica l’opera, mentre il verbo declinet può voler dire sia portare a termine che narrare,
trascrivere, quindi Turoldo può essere tanto l’autore quanto il copista del manoscritto. Il testo di O,
anglonormanno, riproduce, con inevitabili errori di copia, un testo perduto che doveva essere in
francese, databile in un arco di tempo che va dal 1060 al 1090. Tra le testimonianze più antiche c’è
la Nota Emilianense, chiamata così perché in un codice proveniente dal monastero di San Millán de
la Cogolla. Secondo il suo scopritore, Dámaso Alonso, è databile tra il 1065 e il 1075, in base allo
studio del codice e dei documenti dell’epoca. Per l’altissima qualità artistica, la Chanson de Roland
si presta ad essere considerata il modello per eccellenza del genere epico. È anche un’opera che fa
eccezione per il suo carattere altamente religioso: si va al di là della contrapposizione tra cristiani e
musulmani, nello spirito della Reconquista e della crociata d’Oriente, la morte di Rolando è
rappresentata come quella di un martire con gli angeli che prendono la sua anima, la vendetta di
Carlo è premessa da un evento soprannaturale di natura biblica, ovvero il sole che si arresta prima
della fuga dei nemici. Ciò avvicina il poema ai primi poemetti agiografici secondo delle
somiglianze formali individuate in un saggio di Cesare Segre.

Tra le chansons de geste più antiche abbiamo quelle su Guglielmo d’Orange, figura dell’eroe
caratterizzato come un fedele difensore del re, nonostante i torti che subisce. Altre canzoni di gesta
rilevanti sono quelle di Raoul de Cambrai, che di fronte ad un re incapace di gestire le opposte
rivendicazioni domina la ferocia delle lotte sanguinose tra i feudatari, senza alcun pentimento
morale né religioso. Anche quest’opera è conservata da un solo codice completo, il cui testo è della
prima metà del XII secolo, riassunto intorno al 1152 nella cronaca del monastero di Waulsort.
Secondo Roncaglia, la narrazione prende spunto da avvenimenti degli anni 1142-1143, quando in
una campagna militare di Luigi VII contro Thibaut II di Champagne perirono nell’incendio di una
chiesa vecchi, donne e bambini che vi si erano rifugiati.

All’inizio del XII secolo risale uno dei più antichi romanzi in lingua d’oil su Alessandro Magno, in
lasse di ottosillabi. Ne rimangono solo i primi 105 versi in cui si parla della nascita, delle qualità e
della prima educazione di Alessandro. Del testo esiste un rifacimento tedesco della metà del XII
secolo, scritto da un prete di nome Lamprecht. La storia di Alessandro ha suscitato nell’antichità
numerose opere nelle quali si intrecciano la narrazione storica e l’invenzione narrativa favolosa. Il
metro di Alexandre d’Alberic è la lassa di ottosillabi, ma testi successivi sono presenti anche in
decasillabi e di dodici sillabe, verso che verrà poi definito alessandrino.

L’Inghilterra normanna ha avuto un ruolo importante nella trasmissione dei testi più antichi di
origine continentale, come il Saint Alexis e i manoscritti più antichi della Chanson de Roland e
della Chanson de Guillame. Sotto il regno di Enrico I, l’Inghilterra è stato un centro d’avanguardia
della letteratura d’oil nell’incrocio tra la cultura latina dei monasteri, la tradizione letteraria
anglosassone e le tradizioni celtiche locali. Da questo incrocio di culture nasce il San Brendano di
Benedeit, il primo di numerosi rifacimenti romanzi della Navigatio Sancti Brendani, un’opera
irlandese in prosa latina che riprendeva, cristianizzandolo, un genere di tradizione celtica insulare.
All’ambiente anglonormanno dell’inizio del XII secolo appartengono le più antiche opere di
divulgazione scientifica di Philippe de Thaun: il Comput, che tratta di astronomia, e il Bestiaire, che
tratta della natura degli animali. In particolare, i bestiari entreranno nel duecento nella letteratura
scientifica, come il Tresor di Brunetto Latini, in cui l’ultima parte del libro tratta della natura degli
animali, sebbene se ne perdi l’interpretazione simbolica. Una rielaborazione di questo genere è il
Bestiaire d’amours di Richart de Fournival, dove le nature degli animali sono simbolo degli stati
d’animo e delle sofferenze dell’io amante.

L’Inghilterra aveva anche un’importante tradizione storiografica, in particolare alla figura di re


Artù, che entra con una riscrittura anglonormanna della Historia regum Britanniae con il Roman de
Brut di Wace, dedicato a Eleonora d’Aquitania. In quest’opera alcuni dettagli importanti sono
nuovi: la famosa Tavola Rotonda, alla quale i cavalieri di re Artù sedevano senza ordine gerarchico.
Capitolo 2: Dai primi trovatori ai romanzi in prosa

La storia della poesia lirica romanza comincia all’inizio del XII secolo con i primi trovatori
provenzali. La novità non sta nel fatto che si canti in lingua romanza ma nel fatto che ci si adatti alle
aspettative del pubblico delle corti. La fase fondante si ha nella prima metà del XII secolo, nelle
corti del Poitou, del Limosino e della Francia Meridionale. Il pubblico dei trovatori si allarga alle
corti di Castiglia e Catalogna e poi nell’Italia del nord. I testi dei trovatori sono tramandati in un
corpus di antologie definite canzonieri compilati a partire dal XIII secolo. Di questo corpus, il poeta
più antico è Guglielmo IX duca d’Aquitania e VII conte di Poitiers. È suo contemporaneo Eble
visconte di Ventadorn e Jaufré Rudel. Accanto a questi, ci sono i professionisti attivi di corte in
corte, tra cui Marcabruno e Cercamon, entrambi attivi alla corte di Guglielmo IX. L’età dei trovatori
va dalla crociata contro gli Albigesi alla fine del XIII secolo. Si suole indicare come ultimo
trovatore Guiraut Riquier di Narbona. Il trovatore è l’autore del testo e della melodia, mentre il
giullare è l’esecutore, sebbene le due categorie non siano mai state nettamente distinte. I trovatori
danno forma poetica ad una società ideale in cui si è distinto il pubblico delle corti e la donna ha
un’importanza nuova rispetto a prima. Il tema centrale è l’amore, tema che prende forma nell’opera
di Jaufré Rudel e Bernart de Ventadorn. L’amore di cui parlano i trovatori è rivolto ad una donna,
considerata superiore all’uomo e il cui rapporto viene paragonato al rapporto feudatario tra vassallo,
che rappresenta l’amante, e il signore, che rappresenta la donna. Il desiderio di cui si canta è
prettamente sensuale, ma irraggiungibile a causa della distanza tra amante e donna. Nella tensione
tra desiderio e impossibilità, l’amore detto fina amor è considerato fonte di perfezionamento delle
qualità morali dell’uomo, qualità che vengono rovesciate in alcuni moralisti, come Marcabruno, che
attacca il falso amore e il mondo corrotto della corte. L’amore è quindi un tema di cui non si smette
di dibattere, che sia ora visto come fonte di perfezionamento o per essere criticato. Il dibattito è
strutturato nel genere della tenzone (tensó) o del partimén, dove i testi sono composti a quattro mani
con una strofa a turno per ogni interlocutore che mettono in scena un dibattito. La prima tenzone è
di Marcabruno con un cavaliere di nome Ugo Catola. Le canzoni iniziano ad essere utilizzate anche
per scopi pubblici e politici, come il planh, lamento funebre in onore della morte di Guglielmo X, o
le canzoni per le crociate. Un altro genere è il sirventes, una poesia d’occasione che viene intesa sia
per servire che per essere servita.

Corte da cui provengono i romanzi antichi è la corte di Enrico II Plantageneto, da cui provengono
romanzi come il Roman de Troie, che tratta della guerra di Troia utilizzando come base non Omero,
ma due narrazioni latine. Il successo dell’opera è testimoniato anche dal fatto non comune che fu la
fonte principale di una fortunata opera in latino la Historia destructionis Troiae di Guido delle
Colonne.
Nella narrativa cortese si calano le leggende celtiche, di cui la più notevole è Tristano e Isotta. Del
XII secolo ne rimangono due romanzi: il Tristan di Thomas, anglonormanno, di cui restano 11
frammenti della parte finale, e il Tristan di Béroul, normanno, di cui resta un solo frammento. In
una sua opera, Bédier ha voluto dimostrare che i testi della leggenda di Tristano deriverebbero da
un unico romanzo perduto, il che spiegherebbe la coerenza e il senso della storia che si riflette nelle
opere conservate. Tuttavia, in un saggio di Varvaro, viene valorizzata l’ipotesi opposta, ovvero che
la tradizione fosse fatta di episodi connessi tra loro ma facente parte solo idealmente di una storia
unitaria. Il romanzo parla dell’amore scatenato da una pozione che Tristano e Isotta bevono per
errore, sulla nave su cui Tristano conduce Isotta, figlia del re d’Irlanda, a sposare il re Marco di
Cornovaglia, suo zio. Béroul conduce i due amanti attraverso episodi ora tragici ora comici fino alla
fine dell’effetto della pozione e l’arrivo a corte. In Thomas invece non c’è una scadenza alla
pozione e approfondisce soprattutto gli effetti psicologici dell’amore. L’altro elemento essenziale è
la morte degli amanti: Tristano ha sposato Isotta dalle bianche mani, viene ferito da un’arma
avvelenata e l’unica che può guarirlo è Isotta la bionda, ma Isotta dalle bianche mani, gelosa, gli fa
credere che la nave ritorna con le vele nere, segno che lei non è venuta. Quando Isotta arriva
Tristano è morto e lei muore con lui di dolore.

Un piccolo episodio della leggenda di Tristano è narrato nel Lai del caprifoglio di Maria di Francia.
Parla di uno dei ritorni di Tristano, che sulla via nel bosco dove deve passare anche Isotta, lascia un
rametto di nocciolo intagliato con un messaggio: la loro sorte è quella del caprifoglio e del nocciolo,
quando uno s’è allacciato all’altro possono vivere insieme, ma separati moriranno entrambi. Isotta
vede il segnale, si ferma e c’è un tenero incontro. Il Caprifoglio è uno dei 12 lais di Maria di
Francia. I Lais sono canzoni in lingua celtica in distici di ottosillabi, le cui storie sono presentate
come le motivazioni di canzoni bretone, vere o presunte.

Il romanzo arturiano è diventato un genere predominante nella narrativa grazie a Chrétien de


Troyes, autore di Chevalier de la charrete o Lancelot dedicato a Maria contessa di Champagne, il
Conte du Graal o Perceval dedicato a Filippo d’Alsazia conte di Fiandra, il Cligés, il Chevalier au
lyon o Yvain.

Questa è la stagione della fioritura della poesia lirica d’oil, che rispecchia in parte il discorso
d’amore dei trovatori. Un genere tipicamente francese è la pastorella, dove un cavaliere narra in
prima persona di un incontro con una pastora a cui segue un rifiuto e una fuga.

Il primo romanzo ambientato nel mondo di Artù è Erec et Enide. Nel Cligés invece si narra di una
storia di ambientazione greca. Cligés è in contrappunto con la storia di Tristano, rappresenta il
dissenso di Chrétien contro una storia d’adulterio scandalosa.
La storia narra che per non essere come Isotta, Fenice, innamorata di Cligés, fa bere ad Alis una
pozione facendogli credere di averla mentre in realtà sogna. Per non fuggire poi in Bretagna con
Cligés per evitare che si parli di loro come di Tristano e Isotta, prende un’altra pozione per fingere
una morte apparente e andare a vivere in una torre con Cligés. Quando vengono scoperti, Alis
muore di dolore e Cligés può sposare Fenice. Ricordando questa storia, gli imperatori tengono
sorvegliate le loro mogli solo da castrati.

In Lancelot è raccontato un episodio dell’amore tra Lancillotto e Ginevra. Impegnato nella ricerca
della regina, Lancillotto accetta di salire sulla carretta dei condannati e supera le prove del rapitore
Meleagant. Ginevra respinge Lancillotto ma si dispera quando lo crede morto. Rivedendolo gli dice
di averlo respinto perché aveva esitato a salire sulla carretta. Lancillotto viene poi rapito dal suo
nemico e invitato a combattere ad un duello, prima al peggio e poi al meglio. L’episodio si conclude
con Lancillotto che taglia la testa di Meleagant.

Lancillotto era già il protagonista di un eomanzo francese perduto di cui esiste un rifacimento
tedesco chiamato Lanzelet, dove Lancillotto è il liberatore della regina, ma non l’amante.

Il Conte du Graal o Perceval è il primo romanzo dove compare il Graal. Il libro è composto da
quattro capitoli in cui si alterna la storia di Perceval a quella di Galvano. Nel I capitolo Perceval è
un ragazzo che la madre ha cresciuto nella foresta affinché non perisca come il padre e i fratelli che
erano cavalieri. Tuttavia, Perceval incontra dei cavalieri e parte con loro non curante della madre.
Trova una damigella in una tenda, la bacia e le porta via l’anello. Chiede Ad Artù le armi del
cavaliere e Keu gliele concede per prendersi gioco di lui, ma Perceval uccide il cavaliere con un
colpo di giavellotto nell’occhio. Giunge al castello da Gornemant che gli insegna come combattere
e a non parlare a sproposito. Riparte per sapere che ne è stato della madre, ma incontra Blanchefor e
se ne innamora. Di nuovo in cerca della madre, assiste al passaggio di un corteo con un valletto con
una lancia insanguinante e una damigella che porta il graal (un grande piatto). Tuttavia non chiede
nulla. Incontra una damigella, sua cugina, che gli chiede il suo nome e solo allora lui indovina
Perceval. Scopre che la madre è morta di dolore e dice che non la cercherà più. Dopo vari
avvenimenti, Perceval giura che continuerà a cercare avventure finché non sarà tornato a porre le
domande. Nel II capitolo Galvano, da cui si era lasciato precedentemente condurre Perceval, viene
accusato di aver ucciso a tradimento il padre di Guigambresil e lo sfida. Da qui in poi seguono le
avventure di Galvano. Nel III capitolo, quando si ritorna a Perceval, sono passati cinque anni e lui
sembra di essersi dimenticato di Dio, finché un venerdì’ santo viene indirizzato ad un eremita con il
quale si confessa e si pente. Nel IV libro il romanzo ritorna alle avventure di Galvano.
Chrétien descrive un graal, un piatto di portata di cui non viene chiesto a chi venga portato. Il
contesto rimanda alla mitologia celtica. Successivamente nella tradizione il graal è in realtà un
calice in cui è stato raccolto il sangue di Cristo.

Questi romanzi sono fra le più antiche opere letterarie in prosa. L’avvento della prosa è marcato, da
parte di più autori, dalla rivendicazione che la narrazione in prosa è vera, mentre quella in versi è
falsa. Due soli codici tramandano tutti i romanzi di Chrétien. Il Lancelot è stato rielaborato come
episodio del grande Lancelot in prosa e quello della carretta è un tema che riemerge più volte.
Inoltre quest’opera fa parte di un grande ciclo a cui si dà il nome di Lancelot-Graal o Vulgata. Alla
Vulgata si affianca poi il Tristan in prosa.

In questo periodo nasce Roman de Renart, che riprende la tradizione delle favole di Esopo, con la
differenza che quest’ultime hanno come protagonisti animali e hanno uno scopo morale, mentre in
Renart gli animali rappresentano solo la parte peggiore dell’uomo. Il protagonista è Renart, una
volpe maschio dei cui inganni è vittima il lupo Isengrin, che ama e inganna a sua volta la lupa
Hersent. Si contrappone alla lirica cortese per l’esplicitazione sessuale e si avvia verso il genere dei
fabliaux.

Un’ altra opera della narrativa cortese è un romanzo allegorico di Guillaume, La Rose che è la storia
di un sogno: l’Amante sogna di svegliarsi e di entrare grazie all’aiuto di Oziosa, in un giardino dove
vedere Piacere e Amore. Nella fontana di Narciso vede riflesso un bocciolo di rosa, che vuole
ottenere a tutti i costi. Ragione tenta di contrastarlo e Amico gli dà buoni consigli. Quando riesce a
baciare la rosa, Malabocca diffonde la notizia e Gelosia chiude Bella Accoglienza, che l’aveva
aiutato, in una torre. L’Amante si dispera e qui s’interrompe il romanzo.

La narrazione allegorica ha le sue origini in una tradizione latina che risale alla Psychomachia di
Prudenzio. Qui però il romanzo allegorico è un’allegoria profana.
Capitolo 3: Dal Cid ad Alfonso X

Nella seconda metà del XII secolo la poesia romanza fiorisce in Catalogna in provenzale. Berenguer
de Palazol è il più antico romanziere iberico attivo intorno al 1160. I provenzali iberici degli anni
del 1170 al 90 circa hanno spesso relazioni con la corte di Alfonso II d’Aragona, che ha un ruolo
centrale. Nelle corti di Castiglia e del Portogallo probabilmente già alla fine del sec. XII sono attivi
i primi trovatori galego-portoghesi, ma nessuno dei testi conservati è databile prima del 1200/1201.
L’importanza europea della cultura castigliana del secolo XII è nelle traduzioni in latino di testi
arabi.

Intorno al Cid, attestato nel 1207, si possono citare solo alcuni poemetti. La Disputa del alma y del
cuerpo è un frammento trascritto all’inizio del Duecento sul retro della carta di una donazione del
Monastero di San Salvador de Oña. Altra opera di questo periodi è Razón de amor y denuesto del
agua y el vino, trascritta in alcuni sermoni morali che tratta di un incontro amoroso tra un chierico e
una ragazza che canta d’amore. La ragazza parte, una colomba beve in una coppa d’acqua e ne fa
cadere una goccia in una coppa di vino e da qui nasce un dibattito sulla superiorità dell’uno o
dell’altro.

Il poema del Cid è un poema epico castigliano, conservato da un ms. della metà del XIV secolo, che
a sua volta è copia di un ms. datato 1270; eroe del poema è un personaggio storico: Rodrigo Díaz
De Bivar, che ebbe cariche importanti nel regno di Castiglia. Il poema narra le imprese militari del
Cid e una vicenda privata non documentabile sul matrimonio delle figlie del Cid. Conta 3730 versi,
di misura irregolare ma regolarmente bipartiti, in lasse assonanzate (che nel testo sono dette
COPLAS); è diviso con indicazioni esplicite, nel testo, in tre “cantari”, ma è trascritto tutto di
seguito. Partendo con la frase “de los oios tan fuertemientre llorando”, del manoscritto perso, si
narra dell’esilio del Cid, che si procura denaro dando in pegno due forzieri di sabbia e affida sua
moglie e le sue figlie ad un abate e parte in terra musulmana. Accumulati bottini invia doni al re,
che non lo perdona. Conquista Valenza e viene perdonato dal re solo in cambio delle nozze delle
figlie con gli infanti di Carrión. Gli infanti però vengono infamati e dopo che il re fa giustizia, le
figlie del Cid si sposano con gli infanti di Navarra e d’Aragona.

Mocedade de Rodrigo (= La giovinezza di Rodrigo) è un poema databile tra il 1350 e il 1360; narra
le imprese del Cid giovinetto; è trascritto in un ms. del 1400, è preceduto da un’introduzione in
prosa, poi si svolge in lasse assonanzate con versi di misura irregolare; si interrompe dopo 1164
versi. Si può supporre che sia il rifacimento di un testo più antico.
L’unico altro testo epico superstite è il Roncesvalles da Pidal, un frammento di 100 versi il cui titolo
gli è stato dato da Pidal nel 1917; la trascrizione è databile al 1310 circa. Il frammento contiene la
scena in cui Carlo Magno piange i morti di Roncisvalle, e testimonia la presenza della materia della
Chanson de Roland nell’area iberica.

La materia francese in Spagna penetra con il pellegrinaggio di Santiago di Compostela, dove dal
secolo IX si venerava la tomba di Giacomo apostolo; poi, a causa del fatto che sotto il regno di
Alfonso VI di Castiglia (1072-1109) la liturgia mozarabica fu sostituita da quella romana e fu
imposta ai monasteri la regola benedettina, e questo comportò l’influenza dei benedettini di Cluny.
Che la materia epica francese circolasse in Spagna è testimoniato dalla NOTA EMILIANENSE e
dal RONCESVALLES. Come l’epica francese più antica, l’epica castigliana è in lasse assonanzate;
tuttavia l’epica castigliana ha caratteristiche sue proprie: ad es. il Cid è meno religioso della
Chanson de Roland.

L’epica castigliana è più cospicua di quanto appare dai pochi testi conservati. Poema provenzale
d’attualità è Cansó de la Crozada, in lasse rimate di alessandrini concluse da un verso breve, che
narra gli eventi dal 1208 al 1219. È opera di due autori: Guillem de Tudela (che afferma di aver
iniziato a scrivere nel 1210 e arriva a trattare eventi del 1213) e un secondo autore tolosano che
comincia a scrivere nel 1218 e racconta gli eventi dal 1213 al 1219.

I romanzi significativi provenzali sono: il Jaufré e Flamenca.

Il primo è dedicato ad un re d’Aragona (si pensa Giacomo I), potrebbe essere stato scritto in
Catalogna negli anni 1225-1230 (ma non si esclude sia più tardo); è tramandato da due mss.
completi; è ambientato nel mondo di Artù e ricorda la seconda parte del Perceval. Del secondo è
rimasto un solo ms. della fine del XIII secolo (o forse più antico), mutilo dell’inizio e della fine e
con cinque lacune di fogli mancanti; ne rimangono 8101 versi. La datazione è controversa; i fatti
narrati si svolgono circa nel 1234-35. È una storia di gelosia punita, l’analisi dei personaggi
storicamente individuabili porta Manetti a pensare ad un’intenzione politica: in questo caso si
potrebbe leggere come una rivincita della Provenza sulla Francia. (Trama in brevissimo: il marito di
Flamenca la tiene segregata per gelosia; un cavaliere si innamora di lei per fama, e trova un modo
per parlarle sostituendosi al chierico che le dà il salterio da baciare in chiesa; i due si innamorano,
Flamenca rifiorisce e il marito, colpito dal cambiamento, si lascia convincere a farla uscire quando
lei giura che saprà custodirsi bene. Flamenca può godersi il suo amore con l’amante)

A cavallo tra la fine del secolo XII sono documentati i primi testi letterari italoromanzi.
Forse il più antico è il RITMO LAURENZIANO (fine sec. XII; toscano), in cui un giullare chiede
in dono un cavallo; 40 versi di 8/9 sillabe in tre lasse rimate.

Il CODICE HAMILTON 390 DELLA STAATSBIBLIOTEK DI BERLINO contiene testi che


danno prova di una notevole produzione didattica e religiosa in versi nelle lingue dell’Italia
settentrionale. L’esempio più alto di poesia religiosa è dato da LAUDES CREATURARUM o
Cantico delle creature di Francesco D’Assisi: primo componimento d’autore e primo testo poetico
italiano ad avere una tradizione di più mss.; databile intorno al 1224/26. Il ms. 338 del Fondo antico
presso la Bibl. del Sacro Convento in Assisi, del secolo XIII, è considerato vicinissimo all’originale
(tanto che gli altri manoscritti che abbiamo servono solo a documentare la diffusione del testo).

Per buona parte del Duecento la poesia lirica dell’Italia del nord è quella provenzale. Uno dei primi
testi è quello di Raimbaut de Vaqueiras, Domna, tant vois ai preiada (= Signora, tanto vi ho
pregata): è un testo lirico datato intorno al 1190; strofa per strofa, una genovese risponde nella sua
lingua al tentativo di seduzione di un provenzale.

La maggiore ripresa dell’esperienza trobadorica si ha attorno alla corte di Federico II di Svevia, re


di Sicilia e imperatore. La corte di Federico, con capitale Palermo, è un luogo d’incontro di culture
diverse a cui collaborano tra i maggiori dotti dell’epoca. In questo ambiente prende corpo la poesia
in siciliano che si ispira alle poesie dei trovatori. I tratti caratteristici di questa poesia sono:
l’endecasillabo (che è un adattamento del decasillabo dei trovatori); il sonetto (che nasce proprio
qui); parla solo d’amore, escludendo tutti gli altri temi dei provenzali; alcuni credono che la poesia
siciliana abbia abbandonato la poesia cantata per una poesia di soli testi, ma di questo non possiamo
esserne certi.

Gli inizi dell’attività poetica dei siciliani si datano intorno al 1220-1230 con Giamai non mi
conforto di Rinaldo d’Aquino, canzone di donna per la partenza dell’amato, è databile intorno al
1228 per i riferimenti all’unica crociata condotta da Federico II.

I testi dei siciliani sono tramandati quasi esclusivamente dai canzonieri toscani del Duecento. Il
corpus dei poeti siciliani conta 140 testi attribuibili a 25 poeti. L’autore maggiore è Giacomo da
Lentini (il Notaro), cui si usa attribuire l’invenzione del sonetto. Altri poeti siciliani importanti da
citare sono: Piero della Vigna, Guido delle Colonne e Cielo d’Alcamo, nominato da Colocci come
autore di ROSA FRESCA AULENTISSIMA (testo non lirico in strofe di tre alessandrini, con il
primo emistichio sdrucciolo, e due endecasillabi).

La più antica poesia databile in galego-portoghese risale all’incirca al 1201/1202; l’attività dei
trovatori galego-portoghesi tuttavia si può far risalire fino ad un quarto di secolo prima. Il galego-
portoghese è la lingua della poesia lirica dell’area iberica (esclusa la Catalogna) fino al pieno
Trecento; i centri di aggregazione dei poeti lirici (che si ispirano al provenzale) iberici sono la corte
di Castiglia sotto Fernando III e Alfonso X e la corte del Portogallo sotto Alfonso III. Resta un solo
codice della fine del XIII secolo, il CANCIONEIRO DE AJUDA, che contiene solo “cantigas
d’amor”; ha gli spazi per la notazione musicale, che però non è trascritta, e mancano i nomi degli
autori. Nell’ARTE DE TROBAR (breve trattato frammentario) e nell’ordinamento dei canzonieri,
sono distinti tre generi principali:

CANTIGA D’AMOR: poesia d’amore; riprende l’esempio provenzale in forme più rigide;
tema ricorrente: la morte per amore
CANTIGA D’AMIGO: il personaggio che parla in prima persona è femminile (è una
ragazza innamorata); l’“amigo” è l’amato di cui parla. (Da sottolineare il fatto che l’io
femminile è della poesia, non dell’autore, che è sempre un uomo).
CANTIGA D’ESCARNHO E DE MAL DIZER: poesia di vituperio e di altri temi non
amorosi; attacchi personali a personaggi di ogni livello (dai nobili alle prostitute, ma mai al
re) spesso identificabili; insulti che colpiscono i difetti fisici, i vizi, i costumi sessuali; il
genere comprende anche testi di argomento politico o di polemica letteraria.

Dal punto di vista formale invece, distinguiamo CANTIGAS DE MEESTRIA (senza ritornello) e
CANTIGAS DE REFRAM (con ritornello). Esistono anche le CANTIGAS PARALLELISTICHE,
nelle quali da una strofa all’altra si ripetono gli stessi versi con piccole variazioni.

Nel Libro de Alexander l’autore si vanta di scrivere un “mester sen peccado, ca es de clerezia” (=
“un’arte senza difetto, perché è da chierici”), e da qui deriva il nome di mester de clerecía. Gli
autori del mester de clerecía hanno un elevato grado di cultura; scrivono in volgare perché il
pubblico possa comprenderli. Il LIBRO DE ALEXANDRE è poema sulla vita di Alessandro
Magno, fondato sull’Alexandreis di Gautier de Chatillon; si ricostruisce in 2675 quartine; è
conservato da due mss.: uno della fine del XIII secolo (che è leonese ed è siglato O; conta 2510
quartine), l’altro della metà del XV secolo (che è aragonese ed è siglato P; conta 2639 quartine); il
testo è datato alla prima metà del XIII secolo. Nella quartina finale di O si attribuisce il Libro ad un
certo Johan Lorenco de Astorga (che si ritiene essere il copista); in P, il Libro è attribuito a Gonzalo
de Berceo (ma in molti ritengono che sia una falsa attribuzione).

Uno degli autori maggiori di questo periodo è BERCEO che scrive produzioni agiografiche, ad es.
VIDA DE SAN MILLàN DE LA COGOLLA (ante 1236), in cui celebra il santo da cui discende un
monastero.
L’opera più nota di Berceo è Milagros de Nuestra Señora, finito di scrivere poco dopo il 1252;
contiene il racconto di 25 miracoli della Vergine, preceduti da un prologo; 911 quartine monorime
di alessandrini.

Le CANTIGAS DE SANTA MARIA (di Alfonso X) alternano canzoni di lode e testi narrativi (336
nella redazione più ampia); l’opera è basata sui numeri 5 e 10 (5= lettere del nome di Maria); sono
tutti testi musicali. Narrano di miracoli che derivano in parte da una rete di informatori, in parte da
alcune fondazioni mariane promosse da Alfonso in terre di Reconquista. E’ probabile che le opere
castigliane firmate da Alfonso X (che sono molte) non siano realmente state scritte, ma solo dettate
o fortemente influenzate da lui, così come si diche che Dio scrisse l’Esodo e il Deuteronomio, ma in
realtà li fece scrivere a Mosè. A firma del re sono invece opere scientifiche che derivano da una
tradizione araba, in quanto l’arabo iniziò ad essere tradotto non solo in latino ma anche in
castigliano.

Uno dei grandi progetti di Alfonso X era la Estoria de España: la prima parte è completata verso il
1272, e giunge fino all’invasione araba; la seconda è terminata da Sancho IV (successore di
Alfonso). Parallelamente Alfonso inizia a scrivere la GENERAL ESTORIA: storia generale che
parte dalla creazione, che probabilmente doveva arrivare al tempo presente, ma si interrompe alla
Concezione di Maria.
Capitolo 4: Verso Dante e oltre

Il progetto di Alfonso X di una storia di Spagna in castigliano ha corrispondenza, in Francia,


nell’iniziativa del re Luigi IX che commissiona a Primat nel 1250 ROMAN DE ROIS, un’opera
storiografica sulla Francia, in francese, che Primat termina nel 1274. Le origini della Francia
vengono qui poste nell’antica Troia; la storia si ferma alla morte di Filippo II Augusto (1223),
l’opera fu poi continuata giungendo ad una revisione voluta da Carlo V intitolata GRANDES
CHRONIQUES DE FRANCE (databile tra il 1375 e il 1380)

Nel genere della storiografia reale, è un’opera eccezionale il LLIBRE DELS FEYTS (“Libro delle
imprese”) di Giacomo I d’Aragona: il più antico ms. che lo tramanda è del 1343; è un memoriale in
prima persona; ambito della cronaca catalana. Altre due grandi cronache catalane sono: il LLIBRE
DEL REI EN PERE I DELS SEUS ANTECESSORS PASSATS (“Libro del re don Pietro e dei suoi
predecessori”), il cui autore è Bernat Desclot. L’intento è quello di celebrare Pietro III e la dinastia
reale; nella prima parte si trattano anche le imprese di Giacomo I. Il terzo autore di cronache
catalane è Ramon Muntaner, che scrive un’opera che racconta dalla nascita di Giacomo I (1208)
all’incoronazione di Alfonso IV (1328); l’opera è databile intorno al 1325.

Un intento celebrativo esplicito della propria comunità è anche nella NUOVA CRONICA di
Giovanni Villani. L’intento è quello di celebrare Firenze (anche se il racconto inizia dalla torre di
Babele); l’opera si interrompe al 1348 a causa della morte dell’autore. Un’altra cronica è di Dino
Compagni; scritta tra il 1310 e il 1312, narra le discordie fiorentine a partire dal 1280.

La poesia toscana è un rinnovo dell’esperienza dei Siciliani. I maggiori centri sono Pisa, Arezzo,
Lucca e solo successivamente Firenze. Il poeta più influente è Guittone d’Arezzo, che mostra un
nuovo approccio verso la poesia toscana distaccandosi da quella siciliana trattando di poesia morale
e politica, oltre a quella d’amore che era l’unica trattata dai siciliani.

In Francia dalla fine del XII secolo ad Arras si sviluppa la poesia cittadina e borghese con Adam de
la Halle, vissuto tra il 1250 e il 1289; la sua produzione è presente in 17 codici ed è importante la
componente musicale (nelle canzoni, nei jeuxpartis, nei rondeaux e nei mottetti ci sono le
annotazioni melodiche) ( rondeaux: testi musicali nella cui struttura si ripetono alcuni versi; lo
schema più semplice ha 8 versi ed è detto “triolet”; mottetti: testi polifonici a due o tre voci). Tra le
sue opere abbiamo il JEU DE ROBIN ET MARION, commedia musicale che traspone in teatro lo
schema della pastorella e si conserva con le melodie; il JEU DE LA FEUILLEE, opera teatrale
comica, ambientata nello stesso anno in cui è stata scritta (1276).
A Parigi nel Duecento opera Rutebeuf, la cui produzione è molto varia: testi di crociata, fabliaux e
opere religiose. In alcune composizione Rutebeuf mette in scena se stesso, lamentando la miseria
della propria condizione.

La Parigi universitaria dei chierici secolari è il contesto di Jean de Meaun, la cui prima opera è il
Roman de la rose: contenuta in più di 300 mss. (che sono tantissimi per un’opera volgare); la prima
parte coincide con il romanzo di Guillaume de Lorris, del quale Jean de Meun scrive una
continuazione che porta il totale da 4058 a 21780 versi in distici di octosyllabes; Jean de Meun
distrugge l’ideale dell’amore cortese, ed elogia la facoltà riproduttiva; all’interno dell’opera c’è una
riflessione sulle varie forme di amore, e sono descritti alcuni scenari apocalittici, ma anche alcuni
temi positivi ad es. l’età dell’oro. Jean riprende dove Guillaume ha lasciato l’Amante disperato fuori
dal castello di Gelosia e la narrazione continua fino alla conquista della rosa, ma si sofferma in una
serie di discorsi. Dal Roman de la Rose è stato tratto un poemetto fiorentino di 232 sonetti, “Il
Fiore”.

Nasce poi l’Image du Monde, un’opera didattico-enciclopedica composta in Lorena; ne rimangono


un centinaio di mss.

I redazione (A) datata al 1246; autore: Gosuinus; in tre libri (1: parte dalla creazione e parla
della fondazione delle arti e delle scienze e dei principi secondo i quali opera la natura; 2:
descrizione del mondo; 3: trattato di astronomia); più tardi ne fu fatta una versione in prosa
(P).
II redazione (B), probabilmente d’altro autore, rimaneggiata e ampliata ma meno diffusa di
A; in due libri (1: argomenti teologici, morali, storici; 2: argomenti di scienza naturale);
incorpora testi di spiegazione ad alcuni argomenti per agevolare nella lettura i più ignoranti.

Anche il Tresor di Brunetto Latini (attestato dal 1254) si rivolge ad un pubblico di laici (in prima
istanza un pubblico ben determinato: quello dei mercanti fiorentini in Francia); si può dire che sia
una sorta di “trattato per il podestà” (podestà= figura professionale che nei comuni italiani era
chiamata dall’esterno a reggere per sei mesi o un anno il governo della città): nel primo libro lo
fornisce di una cultura generale, nel secondo gli offre un’ampia trattazione morale, nel terzo gli
insegna i primi fondamenti della retorica e tutto ciò che pertiene alla scelta e alle funzioni del
podestà. Il Tresor ebbe un successo europeo (la tradizione manoscritta è di un’ottantina di mss.
copiati in Francia e in Italia); in area iberica se ne sono fatte alcune traduzioni. Brunetto scrive in
francese perché la ritiene la lingua più piacevole oltre che più diffusa in Europa. All’interno del
Tresor è incluso anche il volgarizzamento completo dell’Etica di Aristotele.
La diffusione in Francia e nel resto d’Europa di opere scritte in Castiglia ha riguardato soprattutto
opere in latino, traduzione di opere filosofiche e scientifiche dall’arabo. Il metodo di traduzione
consisteva in una prima versione orale in lingua romanza da parte di un arabo o un ebreo, poi si
passava alla versione scritta in latino, mentre con Alfonso X questa versione in latino non c’era. In
castigliano, sotto il nome di Alfonso X, si producono diverse opere scientifiche, ad es. LIBROS
DEL SABER DE ASTRONOMIA e un LAPIDARIO, che mette in relazione le proprietà delle
pietre con le stelle.

Alla fine del Duecento, in Italia, il francese era parlato ed era considerato una lingua di prestigio.
Nella seconda metà del XIII secolo, Rustichello da Pisa scrive un romanzo arturiano in prosa in
lingua francese. Alla fine del secolo, lo stesso Rustichello scrive insieme a Marco Polo il
MILIONE: una relazione dei viaggi di Marco Polo in Oriente e descrizione di usi, costumi,
economia, meraviglie dei paesi orientali. La stesura originaria è in un francese italianizzato (franco-
italiano/ franco-veneto).

Il testo più notevole della letteratura franco-veneta è L’ENTREE D’ESPAGNE, un poema


sull’inizio della spedizione di Carlo Magno in Spagna, il cui autore è un anonimo padovano.

Tra la fine del 200 e l’inizio del 300 furono tre gli autori di fondamentale importanza per quanto
riguarda l’area iberica:

• RAMON LLULL (ca. 1235-1315): dedicò tutta la vita ad un progetto teologico-filosofico in difesa
e propaganda della dottrina cristiana, volto alla conversione dei musulmani e degli ebrei. A servizio
della sua idea scrisse circa 250 opere in arabo (perdute), in latino e in catalano. Una delle sue opere
fondamentali è “Llibre d’Evast, d’Aloma e de Blaquerna”: ha la struttura narrativa di un romanzo; il
protagonista (Blaquerna) attraversa in cinque libri cinque tappe e situazioni esemplari; la prima
parte del primo libro, diffusa anche separatamente, è il “Llibre d’amic i amat” ed è un’opera mistica
composta di “versetti” di prosa lirica.

• JUAN MANUEL (1282-1348): nipote di Alfonso X, le sue opere sono conservate nel ms. 6376
della Bibl. Nacional de Madrid (a parte la CRONICA ABREVIADA, che è solo nel ms. 1356 della
stessa biblioteca). Tra le sue opere abbiamo il LIBRO DE LOS ENXEMPLOS DEL CONDE
LUCANOR E DE PATRONIO (1335): nella prima parte è una raccolta di racconti di carattere
esemplare, inserita in una cornice didattica; nelle tre parti successive l’opera si riduce a una serie di
citazioni di proverbi e detti sentenziosi; una quinta parte è quella del “Tractado de doctrina” in cui
un personaggio parla all’altro di materie di fede, della natura dell’uomo e del mondo.
• JUAN RUIZ: Tra le sue opere si colloca LIBRO DE BUEN AMOR: poema con prologo in prosa,
che include diversi testi lirici; lungo 1728 strofe; tramandato da tre mss. (in più si ha notizia di altri
tre mss. perduti) (i tre mss. che abbiamo sono siglati G, T, S). Tutti i manoscritti presentano lacune,
ma S ne ha meno degli altri; è condiviso che G e T discendano da una fonte comune; è controverso
se tutti e tre discendano dalla stessa fonte. È una storia, raccontata in prima persona, in cui il
protagonista passa attraverso 14 tentativi di seduzione, quasi tutti falliti: l’autore spiega che il suo
intento è quello di mettere i lettori in guardia dall’amore peccaminoso, ma in realtà il libro è
dominato dall’ambiguità; molte digressioni, tra cui canzoni in lode della Vergine, serranillas (poesie
d’incontro con montanare brutte e sensuali, forse parodia delle pastorelle francesi). Alcune fonti
sono più evidenti di altre: il Pamphilus; Ovidio; letteratura francese; letteratura araba.

Non è da escludere il 300 italiano, in cui emerge Dante con il De Vulgari Eloquentia (composto tra
il 1304 e il 1306), in cui affronta il problema del volgare illustre, cioè la lingua appropriata per lo
stile elevato; il Convivio (composto tra il 1303 e il 1308), trattato filosofico in volgare, in forma di
commento a quattro canzoni dello stesso Dante; è importante perché è un’opera di pensiero
originale in prosa volgare e Vita Nova (1294). Dante scrive anche alcune poesie liriche e la
Commedia, che ha avuto una diffusione immediata e larghissima, tale affinché il fiorentino si
imponesse come base della futura lingua italiana.
Capitolo 5: Oralità e scrittura

I testi romanzi, in generale, non erano destinati alla lettura individuale, ma all’ascolto, soprattutto i
testi lirici e narrativi, e la letteratura didattica in versi (e forse anche in prosa). Chi cantava o
eseguiva un testo in pubblico, poteva farlo leggendo o recitando a memoria: ci sono opinioni
diverse a riguardo, soprattutto sulle chanson de geste: alcuni ritengono che i testi fossero
improvvisati dai giullari sulla base di un canovaccio, altri ritengono che la composizione avvenisse
per iscritto (indipendentemente da come, poi, veniva recitata dal giullare, se a memoria o leggendo);
si è trovato un compromesso condiviso: i testi erano scritti ma erano concepiti per essere recitati, e
quindi scritti di conseguenza.

La nascita dell’oggetto libro ha favorito la trasmissione della letteratura romanza; nonostante la


diffusione della scrittura, però, a lungo è continuata anche la tradizione orale. Che le chanson de
geste fossero cantate è noto da testimonianze indirette, ma i mss. che abbiamo sono tutti senza
notazioni musicali. Si sono conservate solo due frasi melodiche epiche: una appartenente
all’AUDIGIER (breve canzone di gesta parodica del Duecento); l’altra è una lassa epica parodica di
50 versi rimati in -in, si trova alla fine di un codice del ROMAN DE LA ROSE, ed è firmata da un
certo Thumas de Bailloel. Si cita come “Bataille d’Annezin”, ma non racconta una battaglia: le
truppe cristiane e saracene sono schierate di fronte, ma un pellegrino mette pace offrendo da bere.
Alcune melodie epiche sono citate in sirventesi provenzali. Della musica dei trovatori provenzali si
conservano circa 250 melodie, su un totale di più di 2500 testi. I canzonieri provenzali con melodie
sono solo 4. Le melodie francesi conservate, invece, sono circa 1400. Della lirica profana galego-
portoghese sono rimaste solo le melodie di due opere; però ci sono 420 CANTIGAS DE SANTA
MARIA musicali.

In Italia la poesia sicuramente cantata è quella religiosa delle laudi, di cui sono conservate le
melodie. Di poesia profana musicata le testimonianze dirette sono pochissime (una delle poche è:
QUANDO EU STAVA IN LE TU’ CATHENE che è accompagnata da una riga di musica), mentre
non si ha nessuna documentazione di musica nelle poesie dei rimatori siciliani.

Il più antico canzoniere provenzale è datato al 1254. I trovatori elaboravano i loro testi per iscritto,
verosimilmente su tavolette di cera, e poi li facevano ricopiare su rotuli o fogli sciolti, che poi
venivano usati dai giullari che cantavano a corte. I centri principali per la costruzione dei canzonieri
sono il Veneto (in particolare Treviso) e la Linguadoca (con Tolosa e Narbona); anche la Francia
del nord e la Catalogna. Nella scuola britannica e in quella americana circola l’idea che il primo
secolo/secolo e mezzo della tradizione trobadorica sia orale.
Nella narrativa, epica e romanzo si distinguono per ragioni formali, in relazione all’esecuzione:
l’epica si canta, è in lasse (raramente di octosyllabes, normalmente di decasyllabes o alessandrini);
il romanzo si legge ed è in distici di octosyllabes a rima accoppiata.

Un’opera lunga letta (o cantata) in pubblico non poteva essere eseguita in una sola seduta: Rychner
(1995) ha esaminato un campione di chanson de geste e ha cercato di vedere se ci fosse una
divisione in parti distinte: non ha trovato però nessuna divisione interna evidente.

Varvaro (2002) ha osservato che nelle opere lunghe gli episodi sono collegati perché si assume che
siano in ordine cronologico, oppure il collegamento è dato da una cornice biografica.
Capitolo 6: Questioni di cultura

La continuità culturale col passato e l’innovazione del pensiero appartengono alla cultura latina
cristiana che ha assorbito alle sue origini quella parte della cultura greca e romana che era utile o
accettabile per il cristianesimo. Nel medioevo il latino era lingua non solo delle scienze, ma anche
della produzione letteraria. Il pensiero teologico e filosofico si elabora in stretto rapporto con
l’interpretazione delle scritture, che celano significati ulteriori, secondo il fenomeno dell’allegoria.
L’allegoria può essere definita discorso metaforico, secondo una definizione di Beda, può esprimere
un senso filosofico o dottrinale, può essere allegoria con un senso “morale” (descritta da Dante): ad
es. dove nei Vangeli si dice che Gesù, per salire al monte della trasfigurazione, portò con sé solo tre
dei dodici apostoli: “moralmente si può intendere che alle secretissime cose noi dovemo avere poca
compagnia” (Convivio, II), può esprimere personificazione: una figura umana rappresenta un’entità
astratta, questo tipo di allegoria è presente non solo nella letteratura ma anche, spesso, nelle arti
figurative. Un caso notevole è quello del Roman de la Rose, dominato da personificazioni. Può
essere “allegoria nei fatti” (così chiamata da Beda): è un tipo di allegoria specificamente rivolto
all’interpretazione della Bibbia: i personaggi e gli eventi della Bibbia prefigurano verità future, che
sono il compimento delle prefigurazioni; questa interpretazione allegorica è detta anche
“tipologica” o “figurale”. Nell’interpretazione allegorica si parla del senso letterale come di un
“velo”; Maria di Francia, nel prologo dei Lais, dice che gli antichi scrivevano oscuramente perché i
loro successori potessero commentare la lettera del testo e metterci un “sovrappiù” tratto dal loro
senno (quindi, secondo lei: i testi degli antichi si caricano di significato attraverso l’interpretazione
dei moderni).

La divisione tra chi studia e conosce il latino e chi non studia non corrisponde alla divisione
ricchi/poveri: i chierici, ad esempio, che studiano e conoscono il latino, non sempre provengono da
famiglie ricche. Ciò avviene perché le persone ricche molto spesso hanno solo una competenza
passiva del latino, ma non ne sono realmente interessati. Il nuovo pubblico del XII secolo è laico e
non sa il latino. Quindi uno dei motivi principali per cui si scrive in volgare sono i laici.

Le forme metriche dei trovatori sono quelle della tradizione paraliturgica mediolatina dei tropi e del
versus: il tropus è un testo destinato all’esecuzione musicale, inserito nei canti di liturgia, il versus è
un testo ampio con una struttura propria. “Comporre” si dice “trobar”, da cui è derivato “trovatore”;
lo stesso verbo significa anche “trovare” nei diversi sensi del verbo italiano (“arrivare a vedere
qualcuno o qualcosa che si cerca”, “imbattersi in qualcuno o in qualcosa che non si cerca”, “avere
una certa opinione su qualcosa” ecc.). Sull’origine del termine TROBAR ci sono pensieri diversi:
-Diez trova come base di “trobar” il latino TURBARE (che significava “rovistare”), attraverso una
forma TRUBARE (con metastasi di -R-) (metastasi=cambio di posizione)

-Gaston Paris fece notare che non è foneticamente possibile l’esito TRUBARE, e propose la
soluzione che ancora oggi ha maggiori consensi: “trobar” deriva dal latino TROPARE (non
attestato) che a sua volta deriva dal latino TROPUS (quindi TROPARE= “comporre i tropi”)

-ci sono numerosissime altre ipotesi, ad es. Benozzo considera inverosimile l’idea di Paris, e
propone una base celtica.
Capitolo 7: Letterature romanze e letteratura romanza

Lo studio delle letterature medievali nelle singole lingue corrisponde ad una tendenza che risale
all’ideologia romantica, ovvero storia della letteratura come espressione letteraria di una nazione.
Una letteratura medievale si studia quindi come fase antica di una letteratura moderna. Tuttavia, la
concezione di nazione era diversa nel medioevo e il panorama linguistico non corrispondeva a
domini politici, ma piuttosto a generi, come l’epica, la narrativa, il romanzo, ecc. Il patrimonio
comune è nutrito dagli apporti delle varie culture, anche se la principale è essenzialmente quella
galloromanza. In un articolo di sintesi intitolato La centralità della Francia nella letteratura
medievale, Varvaro ha indicato come episodio simbolo una traduzione in francese del Decameron di
Boccaccio ad opera di Laurent de Premierfait. La filologia romanza prende dunque come oggetto
l’insieme delle lingue e delle letterature romanze medievali, al cui centro è la letteratura
galloromanza.