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ONOMASTICA.

Studio nomi propri italiani = antroponimia (nomi proprio di persona e cognomi) +


toponomastica (nomi di luogo). Apporti di lingue diverse. Originariamente onomastica è
semanticamente motivata, i nomi di persona e di luogo derivano infatti da nomi comuni e come tali
significano qualcosa es. Paolo, da ‘paulum’. Rapporto di derivazione poco trasparente. A volte anche
dal nome proprio al nome comune, nei nomi di luogo attraverso meccanismo metonimico di ellissi, a
partire da un sintagma comprendente anche il nome del centro (es. lavagna, pietra di Lavagna); per i nomi
propri meno frequente, possibile con cognomi derivanti da nomi di aziende (es. una Ferrari). Molto più
spesso processo metaforico di antonomasia, nome di un individuo con det. Caratteristiche attribuito a
tutti color che hanno analoghe caratteristiche (es. Cicerone).
Toponimi. Forte componente latina e neolatina. Settore particolarmente stabile. Nomi fiumi, laghi, e
centri esistenti in epoca romana hanno subito stesse trasformazioni fonetiche e morfologiche che hanno
portato dal latino all’italiano, derivazione dall’accusativo con caduta della consonante finale (es.
Beneventum, Benevento) conservazione dell’accento sulla stessa sillaba, regolarizzazione morfologica
con perdita dei pluralia tantum (es. Pisas, Pisa) processi di riduzione della parola (es. da Padum Po). Più
trasparenti, nomi di centri di età medievale e moderna rinominati ex novo, spesso meccanismo
composizione, determinato + determinante: primo elemento nome comune, particolarità geografica
poi una specificazione individuante, che può anche processo di univerbazione ( es. Città di Castello,
Civitavecchia) castello apocopato ( Castelvecchio) villa (Villafranca) borgo (Borgotaro) casale o casal (Casale
Monferrato) torre ( Torre del Greco) etc. Frequentissimi agiotoponimi (San Terenzo, Sanremo). Alcuni
suffissi, di matrice latina o anche germanica, caratteristici di varie zone: -enza, -eto, -ano, -engo, - ate. Il
suffisso –ia soprattutto nel Fascismo, per nomi di città derivanti da nomi propri : Alessandria, Cervinia,
Verbania, Imperia, Guidonia. Caratteristiche fonetiche dei toponimi italiani anche nella forma che assumono
in italiano toponimi stranieri, nel corso del novecento tendenza si attenuata.
Nomi di persona. Antroponimia italiana, coesistenza tradizioni diverse. Settore del lessico maggiormente
esposto a influssi esterni, contatti con altre lingue e culture, convinzioni religiose, fenomeni culturali e sociali,
la moda. Ultimi tempi, rivoluzione onomastica, influsso mass media, abbandono nomi tradizionali in
favore nomi esotici. Antroponimia fenomeni che ciclicamente ricorrono. Distinzione di genere: nomi
maschili finiscono prevalentemente in –o, -a, -i, -e, quelli femminili generalmente in –a, a volte in –e,
raramente –o ed –i. Coerentemente con il vocalismo atono italiano, non si hanno nomi maschili o
femminili uscenti in –u. Mozione, passaggio di un nome da un genere grammaticale all’altro in rapporto al
sesso, frequente dal maschile al femminile, sostituzione con –a, aggiunta del suffisso –ina o –etta,
rarissimo il passaggio al maschile. Tradizione latina, nomi greci, storici o mitologici, nomi ebraici con il
cristianesimo, nomi germanici, entrati nel medioevo, nomi di origine francese spagnola ed inglese. Nomi
derivati da nomi comuni (es. Rosa, Viola, Stella), nomi tratti da aggettivi ( Francesco, Chiara)
esclusivamente otto-novecentesca nomi di origine straniera con finale consonantica o con grafemi estranei
all’italiano (David, Christian, Walter). Oggi italianizzazione appare limitata ai nomi di regnanti, altrimenti
il nome straniero rimane nella lingua d’origine, come il cognome.
Ipocoristici, soprannomi e pseudonimi. Particolarità nomi propri italiani, possibilità subire fenomeni di
riduzione. Ipocoristici, vezzeggiativi usati da familiari ed amici, fanno cadere di norma le sillabe prima
dell’accento riprendendo la parte finale del nome (es. Nando da Ferdinàndo) . Frequenti fenomeni di
variazione della consonante iniziale, come ricomparsa dell’iniziale del nome (es. Beatrice, Bice) o la replica
della consonante interna (es. Peppe da Giuseppe), ricondotti al linguaggio infantile come Ciccio da
Francesca. Nella formazione degli ipocoristici gioca ruolo importante l’elemento geografico-dialettale,
(es. Totò, ipocoristico di Antonio a Napoli e Salvatore in Sicilia). Oggi piuttosto crescita di accorciamenti
bisillabici, che troncano la parte finale del nome, spesso con conseguente perdita della marca di genere
(es. Ale da Alessandro/Alessandra) influsso inglese evidente in Max per Massimiliano o Massimo) in
espansione le terminazioni in –y. Fenomeno dei nomi ambigeneri, prende piede anche nell’onomastica
italiana. Settore dei soprannomi, origini remote, dai soprannomi di famiglia derivati i cognomi. I
soprannomi individuano comportamenti, difetti o caratteristiche dei soprannominati o ricordano eventi
della loro vita. Settore più aperto alla dialettalità. Quando soprannome viene usato come ‘nome d’arte’
diventa pseudonimo, molto diffusa in campo artistico e letterario, tendenza all’esotismo, netta prevalenza
dell’inglese a partire dal secondo dopoguerra.
I cognomi Funzione individuante, discendono dall’appellativo di un capofamiglia, nome di battesimo , o
con un ipocoristico, o con un soprannome. Origine perlopiù maschile nella frequente terminazione in –o
e soprattutto in –i ( si spiega a partire dal genitivo latino o come marca di plurale). Vari tipi di cognomi, i
principali sono cinque.
Da un nome proprio, perlopiù maschile che si ritrova così com’è (es. Romeo, Gentile) oppure preceduti
dalla preposizione di o de (es. Di Pietro, De Luca) o con la terminazione in –i ( es. Benedetti, Orlandi),
formare alterati attraverso suffissi come –ello, -ino, -etto- , -uccio etc e con ipocoristici. Grande a
causa della varietà dei nomi italiani. Da soprannomi, relativi a caratteristiche fisiche, colore dei capelli,
altezza etc o comportamenti del capofamiglia (es. Rossi, Bruni, Ricci, Longo oppure Volpe, Bellomo
nome+nome, Barbarossa agg+nome, Bevilacqua verbo+nome). Da toponimi, origine della famiglia o luogo
di lavoro, può coincidere con il toponimo (es. Messina, Caserta) preceduto dalla preposizione di o de
(es. Di Napoli, D’Ancona) o corrispondere all’etnico (Greco, Lombardi), luoghi prossimi alla residenza della
famiglia ( Piazza, Fontana, Costa). Dal mestiere del capofamiglia (es. Fabbri) o a cariche onorifiche
(es. Conti, Papa), anche formati con alterati ( es. Papetti). Dai trovatelli, es. Esposito, Degli Esposti,
Dioguardi, Innocenti, Proietti, Trovato. A volte il cognome si presenta composto da un articolo
determinativo, saldatosi o meno al secondo elemento (es. La Rocca, Logiudice) . Notevole presenza di
nomi latineggianti.
Marchionimi e nomi di esercizi. Marchionimi, nomi di prodotti commerciali, e ergonimi, nomi di
aziende, scuole ed esercizi pubblici. Marchionimi, passaggio dal nome proprio al nome comune molto diffuso.
Progressiva globalizzazione, diffuso nomi di marca d’uso internazionale che possono essere adattati
foneticamente (es. Colgate) oppure no (es. Dove) a volte abbiamo nomi ibridi (es. Nutella, da nut+ella)
Almeno nei casi dei medicinali, preferenza per elementi esotici, finali consonantiche, la x, richiami al latino
e soprattutto al greco (es. Guttalax, Tachifluedech) patina di prestigio e di internazionalità, farmaci che
recano evidenti riferimenti a nomi comuni (es. Momenti, Momendol). Nel caso automobili presenza di nomi
personali femminili (es. Giulietta) ma anche di numerali (es. cinquecento, uno) nonché di nomi comuni (es.
Punti, Prisma, Ritmo) e di aggettivi (es. Bravo). Ergonimi, normale ricorso ai nomi comuni, tendenze attuali:
riciclaggio titoli film e canzoni famose (es. Pane amore e fantasia) frequente ricorso al dialetto come
garanzia di genuinità , adozione di parole straniere, ricorso a sigle.
Denomastica. Studio delle parole e delle espressioni ricavate dai nomi propri, anche con meccanismi
derivativi, recentemente in sviluppo. Oltre al passaggio diretto da nome proprio a nome comune, presenza di
antroponimi e toponimi in parole composte, che non di rado poi si sono univerbate, sintagmi, modi di dire
ed espressioni idiomatiche, di cui spesso si è persa l’origine (es. Pan di Spagna, fuoco di sant’Antonio, ai
tempi che Berta filava, andare a Canossa, ritirarsi sull’Aventino). Per i derivati, varietà dei suffissi disponibile
per formare gli etnici, -ano, -ese, -ino, -asco, -ate, -itano, non raro anche il suffisso zero. Per i derivati
degli antroponimi, numerosissimi ma spesso vita effimera, legati a personaggi della cronaca che non entrano
nella storia. Più frequenti –iano, -ino, -esco, -ista ed –ismo.
LESSICO. Insieme delle parole. Unità fondamentale è il lessema, a volte molte parole formalmente
diverse costituiscono un unico lessema (es. forme paradigmatiche del verbo), oppure può essere formato
da più parole tra loro combinate, nei composti univerbati e nelle polirematiche o unità lessicali superiori
(es. problema base, sala da pranzo, mettere bocca) o come le frasi idiomatiche (piantare in asso) Livello
più esposto al contatto con la realtà extralinguistica. Principio dell’arbitrarietà del segno esprime rapporto
tra le parole e le cose che esse indicano, dette referenti o designata, nome delle cose è generalmente
immotivato, individuazione delle cose varia da lingua a lingua: ad un'unica parola di una lingua che indica
più referenti, quindi polisemica, in un’altra lingua possono corrispondere più parole (es. glass e nipote).
Rapporti tra i vari lessemi, sul piano sintagmatico ( legame che un lessema ha con gli altri nello stesso
enunciato), piano paradigmatico ( legame di un lessema con altri che potrebbero comparire al suo posto
all’interno dell’enunciato). Distinzione tra lessico, totalità dei lessemi di una lingua, e vocabolario che ne
costituisce una parte. Linguaggi scientifici, vocabolario ordinato gerarchicamente, significato dei termini
circoscritto. Lessemi solo funzione denotativa, nel linguaggio comune molti lessemi hanno funzione
connotativa, esprimendo anche valutazioni soggettive , affettive o espressive (es. madre e mamma).
Distinguere le sue diverse componenti: parole semanticamente piene (nomi, aggettivi, alcuni avverbi)
parole grammaticali o funzionali o parole vuote (per legare tra loro le parole, frasi, sono articoli
pronomi preposizioni, congiunzioni, molti avverbi) queste sono sostanzialmente chiuse, se non in seguito a
processi di grammaticalizzazione. Lessico è aperto, si arricchisce di nuove entrate, neologismi, e subisce
perdite, arcaismi. Contatti con altre lingue, prestiti. Fenomeno del prestito, dovuti a fattori extralinguistici,
contiguità territoriale, movimenti demografici, eventi politici, scambi economici, rapporti culturali. Importante
anche concetto di prestigio, superiorità di un popolo in un determinato campo determina accoglimento di
parole della lingua di quel popolo in altre lingue. Dal francese nella moda e politca, inglese nello sport ed
economia . Prestito riguarda soprattutto il lessico. Prestiti di necessità, esigenza di denominare referenti
d’origine straniera in precedenza straniera e prestiti di lusso, sostituiscono, soprattutto per moda, termini
già esistenti.
Il lessico italiano. Lessico molto ampio, in passato arricchito dalla polimorfia, italiano usa un vocabolario,
che varia in rapporto all’età, alla cultura, alla professione, agli interessi ai rapporti sociali etc. Vocabolario di
base, 7000 lessemi che costituiscono la base di tutti i testi.
1. Lessico fondamentale, circa 2000 lessemi, parole funzionali, verbi, sostantivi, gli aggettivi e gli avverbi
più frequenti che rispondono ai bisogni più naturali e immediati (essere, avere, andare, mano , casa, bello,
forte etc)
2. Lessico di alto uso, tra i 2.500 e 3.000 lessemi, impiegati spesso nel parlato e nello scritto, noti a tutti
coloro che hanno almeno un livello di istruzione medio (privilegio, pregiudizio, definire)
3. Lessico di alta disponibilità, circa 2.3000 lessemi legati a fatti, oggetti ed eventi della vita quotidiana,
che se anche non vengono nominati spesso, sono ben noti (es. dentifricio, forchetta)

Lessico fondamentale e quello di alto uso hanno una lunga durante e comprendono moltissime parole
derivate dal latino e attestate fina dai primi secoli dell’italiano, mentre il lessico di alta disponibilità è più
legato a trasformazioni sociali e alle mode. Altri 45. 000 lessemi appartengono al vocabolario comune e
compaiono in testi più complessi, comprensibili a chi è fornito di un’istruzione medio-alta. Vocabolario
base + comune = vocabolario corrente, al di fuori del quale, lingua letteraria o linguaggi settoriali. Tra il
vocabolario corrente e i diversi vocabolari settoriali esiste un rapporto di osmosi. Voci gergali sono le parole
proprie di linguaggi usati da gruppi, ma soprattutto per riconoscersi come appartenenti allo stesso
gruppo, utilizzano voci della lingua comune o di base dialettale modifica o nel significato (es. secchione) o
nel significante (es. caramba, carrubba per carabiniere). Regionalismi, lessemi relativi a concetti legati a
cose ed eventi realtà quotidiana che non sono estesi sull’intero territorio nazionale, ma solo nelle varietà di
italiano parlate in alcune regioni, voci proprie dei dialetti locali, più o meno italianizzate sul piano fono-
morfologico.
Le componenti del lessico italiano. Dal punto di vista etimologico, origine dei lessemi, tre diverse
componenti:
1. Parole di origine latina, popolari e voci dotte
2. Prestiti o forestierismi, parole attinte ad altre lingue ( anche i dialettalismi, prestito interno)
3. Neoinformazioni, parole formate all’interno del sistema italiano attraverso vari meccanismi come la
derivazione e la composizione
A queste tre componenti, altre più marginali come i deonomastici, nomi propri che sono diventati nomi
comuni, le voci che hanno una matrice espressiva o onomatopeica, le interiezioni e ideòfoni, le voci inventate
dal nulla. Distinzione tra le componenti non è facile, varie parole di origine latina sono entrate in italiano
attraverso un’altra lingua, parole formate all’interno dell’italiano che hanno un modello straniero, o altre che
partono da basi stranieri, i prefissati ibridi (es. antidoping), forme composte con materiale in tutto o in parte
straniero (es. baby killer, affluenza record). Tra le nuove informazioni, i composti neoclassici, costituiti da
elementi latini e soprattutto greci, discipline o nozioni scientifiche nate e denominate all’esterno (es.
antropologia), ibridi come autogol, influsso di una lingua straniera determina non l’ingresso di un lessema
ma di un nuovo significato assunto da una parole già esistente nella nostra lingua (es. opportunità,
dall’inglese opportunity acquisisce possibilità, occasione).
Componenti latina e greca. All’interno componente latina, sono da individuare, parole popolari di
tradizione, molti casi si tratta di parole formate nel latino volgare. Latinismi, parole dotte o cultismi, che
non sono passate dal latino classico, al latino volgare e poi all’italiano, ma sono state recuperate nel lessico
italiano, soprattutto nella lingua scritta, in momenti diversi. La distinzione riguarda l’origine e non l’uso,
molte voci dotte si sono poi diffuse anche nel parlato (es. vacanze, documentare), mentre alcune voci
originariamente popolari o sono uscite dall’uso o risultano oggi arcaiche o letterarie (es. a uopo, bisogno).
Tuttavia maggior parte delle parole popolari appartengono ancora al lessico fondamentale. Dalla stessa
base latina spesso, derivate due parole italiane, una popolare e una dotta, dette allòtropi, parole
popolare è quella che più si è allontanata dal punto di vista formale e nel significato ; il latinismo, risulta più
fedele alla base latina anche sul piano formale (es. da circulum, cerchio e circolo). A molte parole pervenute
per via popolare sono legati aggettivi relazionali di coniazione dotta, mese e mensile. Voci pervenute per
trafila popolare si legano sul piano semantico a voci dotte che hanno un’altra matrice, latina o a volte greca ,
si parla di suppletivismo (es. bocca, orale; acqua, idrico; pesce, ittico). Latinismi d’uso colto e
specialistico non si sono adattati ( es. conditio sine qua non). I grecismi, sono stati introdotti
prevalentemente in epoca moderna, per via dotta, spesso propri del linguaggio scientifico internazionale. Sia
latino che greco fornito prefissi: super-,extra-,iper-,mega- e suffissi come –ista,-essa e soprattutto confissi
come auto-,filo-,-voro,-logia.

I prestiti. Foriesterismi o prestiti, parole tratte da altre lingue con cui la nostra è venuta in contatto per
vicende politiche, economiche e culturali. Sebbene si parli di prestiti, la lingua di provenienza non si priva di
alcuna parola, né la lingua che riceve è tenuta alla restituzione. Molti foriesterismi decadono dopo poco. Le
forme più adattate e integrate al sistema dell’italiano, dal punto di vista sia fonetico, grafico e
morfologico, così che la natura dei prestiti non è percepita dal parlante (es. treno da train, blu da bleau).
Prestito può essere un nuovo significato aggiunto a voci già esistenti, prestito semantico, tra cui
distinguiamo quelli omonimici, basati sulla somiglianza del significante ( es. opportunità, o come assumere
nel senso di supporre) e quelli sinonimici, in cui la somiglianza vi è solo nel significato ( stella, divo del
cinema, basato su star). Una parola straniera può entrare in un’altra lingua attraverso il procedimento del
calco, (es. processore da processor), e sinonimici, basati sulla somiglianza del significato, come fuorilegge
o finesettimana (dove viene anche rispettato l’ordinamento determinato + determinante, rispetto a outlaw e
week-end) . Oggi predominano forestierismi non adattati, problema di incertezza grafica e anche sul
piano morfologico problemi di attribuzione del genere o l’espressione del plurale. Parole polisemiche nella
lingua d’origine, in quella d’arrivo mantengono soltanto uno dei significati. Frequente anche acquisizione di
un significato diverso da quello originario (es. flipper, che in inglese indica solo le alette della pinball
machine). Possibili anche i mutamenti di categoria, aggettivo inglese optional in italiano è usato come
sostantivo. Falsi forestierismi come vitel tonnè, smoking, footing, detti pseudo-anglicismi. I primi
forestierismi in ordine cronologico sono i germanismi, moltissimi nel lessico fondamentale (es. guancia,
milza, schiena), anche a concetti generali (es. guerra, astio). Spesso voci germaniche forte connotazione
espressiva (es. zazzera, grinfia, arraffare). Nel medioevo molti arabismi, prodotti importati dall’oriente (es.
albicocca, carciofo, melanzana) o termini propri della matematica o dell’astronomia ( es. zero, cifra, algebra,
zenit, nadir). Ebraismi nell’uso liturgico (es. amen, osanna, alleluja). Gallicismi, dovuti al grande prestigio
delle lingue d’oc e d’oil, e successivamente il francese, forte anche nell’800, ridotto nel 900, ma senza venir
meno (es. parquet, garage, salopette, fuseaux, lingerie, menu, privè, èquipe). Molti francesismi tendono
ad essere sostituiti da anglicismi. Influsso spagnolo soprattutto nel 500 e 600, ispanismi, quintale, flotta,
etichetta, regalo, attraverso lo spagnolo entrate molte voci esotiche (es. amaca e cacao) e molte di origine
ispanoamericana (es. golpe, desaparecido, embargo, goleador, ola, movida, tango, samba. Tedeschismi,
strudel, fohn, hinterland, blitz, kaputt, kitsch. Nipponismi, harakiri, kamikaze, karaoke, judo, karate, sudoku
e tsunami. Anglicismi, dall’inizio del 900, più numerosi e frequenti, a causa della maggior conoscenza
dell’inglese, la sua funzione di lingua della comunicazione internazionale, il prestigio della civiltà anglo-
americana, caratteristiche strutturali delle voci inglese, come brevità, iconicità (caratteristiche
onomatopeiche), frequenza dei composti e possibilità di accorciarli, anche indebitamente. Per opporsi
all’invadenza dell’inglese alcune nazioni hanno adottato una politica linguistica, mentre in italiano non è
avvenuto a causa rifiuto del dirigismo linguistico, memori del Fascismo, anche i palazzi della politica si
sono aperti all’anglicismo (es. ministeri per il welfare, devolution, bipartisan, exit poll).
Dialettalismi. Prestito interno, già documentato anticamente come scoglio, dal ligure o pizza, voce
meridionale. Dialettalismi passano all’italiano attraverso la mediazione delle varietà regionale, che tendono
ad adattarli al sistema fonomorfologico italiano, non sono immediatamente riconoscibili dal punto di
vista formale. Si riferiscono per lo più a concetti propri di una determinata area, ma a volte finiscono col
perdere il riferimento a quella specifica realtà, è il caso di mafia o al napoletano inciucio.
Neologismi. Parole nuove, per indicare nuovi concetti. Comprendono anche i prestiti di recente
acquisizione. Meccanismi di formazione delle parole, neologismi combinatori, che mettono insieme
elementi già esistenti nella lingua: parole intere, prefissi, suffissi e confissi. Neologismi semantici, nuovi
significati si aggiungono a voci già esistenti, non di rado sotto influenza di un’altra lingua . Con i neologismi
semantici la lingua sfrutta le possibilità offerte dalla polisemia, con una conseguente economia di
lessemi. (es. sito, icona, navigare). Occasionalismi, vita effimera, diversi dai veri e propri neologismi,
destinati ad insediarsi più o meno stabilmente nel lessico.
FONETICA Ramo linguistico che studia i foni, suoni prodotti durante l’espirazione. Se corde vocali
restano inerti, foni sordi, se invece entrano in vibrazione foni sonori. Se il velo palatino è staccato dal
fondo della faringe, l’aria esce anche dalle narici, produce foni nasali, se invece il velo palatino è
sollevato contro la volta superiore della faringe esce solo dalla bocca e sono suoni orali. In italiano foni
nasali sono pochi, e sempre natura consonantica. Vocali, foni sonori che si producono quando corde
vibrano regolarmente e aria non incontra veri e propri ostacoli, consonanti foni sonori o sordi che si
realizzano quando aria incontra resistenze. Foni intermedi, semi consonanti o semivocali, prodotti come
alcune vocali ma durata più breve. Le vocali sono gli unici foni su cui può cadere l’accento. Fonologia studia
i foni in astratto, nel loro configurarsi nella lingua, per individuare i fonemi, le più piccole unità distintive di
una lingua, foni diversi che costituiscono realizzazioni diverse di uno stesso fonema, soggette a variazioni
chiamate allofoni. I fonemi sono individuabili attraverso la prova di commutazione in parole o forme che
differiscono per un singolo fono, dette coppie minime: male/mele, mela/tela, in seguito alla sostituzione di
un fono, si ottiene parola di significato diverso, forma morfologicamente diversa dalla base, alla
variazione fonetica corrisponde una distinzione fonologica, ai due foni scambiati corrispondono due fonemi
distinti. Lo studio delle lettere dell’alfabeto (grafemi) e delle altre notazioni usate solo nello scritto , segni
paragrafematici, è detto grafematica. Non esiste una corrispondenza biunivoca tra le lettere dell’alfabeto e i
fonemi che esse intendono rappresentare: ci sono lettere che non hanno valore fonetico; a volte poi un solo
fonema consonantico è reso in modi diversi, con una o due lettere (digrammi o trigrammi)
Sistema fonologico dell’italiano costituito da 7 vocali, in posizione tonica, 2 semiconsonanti e 21 consonanti.
Le vocali. Foni sonori prodotti nella cavità orale senza che si frappongano ostacoli, costituiscono il nucleo
della sillaba. In posizione tonica le vocali sono sette:
1. Vocale centrale, prodotta dall’apertura massima della cavità orale, e la lingua in posizione abbassata la
/a/
2. Tre vocali anteriori o palatali, la [ɛ] aperta, la /e/ chiusa e la /i/
3. Tre vocali posteriori o velari la [ɔ] aperta, la /o/ chiusa e la /u/, dette anche procheile o labiali
perché comportano una protusione delle labbra.
Se si considera l’altezza della lingua, si distinguono in alte (la /i/ e la /u/) medio alte( la /e/ e la /o/)
medio basse ( la [ɛ] e la [ɔ]) e bassa la /a/.

In posizione atona le vocali si riducono a 5, possibile distinguere affétto, da affettare e affètto, nei loro
derivati invece, affettato, sono omofoni perché l’accento si sposta in entrambi i casi sulla /a/. In finale di
parole non compare mai la /u/ atona, ma solo tonica. In finale di parola la /e/ si ha solo nei
composti di che (perché, sicché) e in alcune forme del passato remoto (poté, temé), altrimenti si ha
[ɛ], la stessa cosa vale per /o/. Due vocali contigue in sillabe diverse formato uno iato (es. pa – e-
se , in-vi-o, le-o-ne , per evitare lo iato, la vocale finale di parla cade spesso davanti a parola iniziate in
vocale (es. l’epoca) e in /w/ (l’uomo), si tratta del fenomeno di elisione.
Le semiconsonanti.
L’italiano ha due semiconsonanti la /j/ , palatale o anteriore e la/w/, velare o posteriore, che si
articolano come la /i/ e la /u/ ma hanno durata più breve e non possono mai essere accentate . Possono
comparire solo prima o dopo una vocale appartenente alla stessa sillaba, con la quale costituiscono un
dittongo, ascendente quando la /j/ o la /w/ precedono la vocale (piano, ieri, fiocco, sguardo),
discendente quando la seguono (baita, lei, poi, causa, neutro), Nei dittonghi discendenti vengono
indicati piuttosto come semivocali. Anche i trittonghi, costituiti da due semiconsonanti e una vocale (aiuole)
o da una semiconsonante, una vocale e una semivocale (miei).
Consonanti.
Fonemi consonantici italiani sono 21 si distinguono per il modo di articolazione, che varia a seconda del tipo
di ostacolo, per il luogo di articolazione, settore della cavità orale, la caratteristica del fono, sordo o sonoro,
orale o nasale. Per la prima distinzione, modo di articolazione, se si ha una chiusura completa del canale
parliamo di occlusive, se è solo un restringimento di costrittive (che comprendono le fricative, vibranti
o laterali); affricate o semiocclusive quelle che si producono prima con un’occlusione e poi con un
restringimento. Con riferimento al luogo di articolazione, bilabiali, labiodentali, alveolari, palatali o
postalveolari.
La /k/ occlusiva velare sorda, resa in italiano con c davanti ad /a/, alle vocali velare e ad altra
consonante (canto, cosa, culto, credere) con ch davanti alle vocali palatali e a /j/ (chi, che, chiamare) con q
spesso davanti a /w/ (quando, quello, cuoco)
La /g/ occlusiva velare sonora è resa con g davanti ad /a/, alle vocali velari, ad altra consonante e a /w/
(gatto, gomito, gufo, grande, guardare), con gh davanti alle vocali palatali e a /j/ (ghiro, ghepardo, ghiotto)
Le sequenze /kw/ e /gw/ costituiscono il nesso labiovelare, rispettivamente sordo e sonoro, possibile
solo prima di un’altra vocale.
Gruppi /ki/, /kj/, /gi/, /gj/ articolazione della velare si è spostata un po’ in avanti
La [ʧ] e [ʤ] le affricate palatali sorda e sonora, sono rese graficamente con c e g davanti alle vocali
palatali (cento, cercare, circo, gesto, gentile, giro) con ci e gi davanti ad /a/ e alle vocali velari (pancia, ciò,
gancio,ciuffo, giostra, giacca, agio, giù).
La /ts/ e la /dz/ le affricate alveolari sorda e sonora sono rese dall’unico grafema z, in posizione
intervocalica il fono, è sempre intenso anche se graficamente si può avere sia la doppia che la scempia.
La /z/ detta anche sibilante sonora, resa con la s , stesso grafema usato per la sibilante sorda, sempre di
grado tenue, si può trovare al posto di /s/ all’inizio o all’interno di parola prima di un’altra consonante
sonora (sdentato, sbronzo, risveglio) o in posizione intervocalica (rosa). In posizione preconsonantica /s/ e
/z/ sono varianti condizionate dal contesto.

La lunghezza consonantica. Quindici consonanti italiane in posizione intervocalica possono essere


lunghe o brevi e la loro lunghezza determina una differenza di significato, ha cioè valore distintivo. Nella
stessa posizione è sempre breve la /z/ mentre sono intense, [ ɲ ] , [ ʎ ], [ ʃ ] e anche /ts/ e /dz/. Nella
sequenza di due o più consonanti, la durata dei foni è intermedia tra il grado forte e infatti si parla di
consonanti medio-forte.
Raddoppiamento fonosintattico. In particolari sequenze di due parole appartenenti alla stessa catena
fonica, prevede un rafforzamento della consonante iniziale della seconda parola; ciò si verifica
quando tale consonante è di grado tenue, o intensa per natura e quando tra le due parole non si frappone
una pausa: a Firenze, affirenze; io e te, ioette. La grafia segnala questo rafforzamento solo quando le due
parole si sono univerbate per formare un composto che si è quindi lessicalizzato, come affresco. Parole
che provocano raddoppiamento fonosintattico sono, tutti i monosillabi forti, avverbi, verbi e nomi; alcuni
monosillabi deboli, non accentati, alcune preposizioni e i pronomi che e chi, e alcune congiunzioni, alcune
parole bisillabe, qualche, come , dove , sopra, tutte le parole ossitone. Tra le parole che lo provocano molte il
latino terminavano con una consonante che in italiano è caduta senza lascia tracce.
La struttura sillabica. I foni vengono pronunciati in gruppi tra loro legati, sillabe. Elemento fondamentale
della sillaba è nucleo, che può essere preceduto da un attacco e seguito da una coda; questa insieme al
nucleo forma la rima. Se la sillaba è priva di coda, ciò se la vocale è in posizione finale si dice che è
aperta, altrimenti chiusa. Il nucleo può essere costituito unicamente da una vocale. L’attacco, che può
anche mancare (a-mo) è normalmente formato da una qualunque consonante (mo-do), meno spesso da una
semiconsonante (ie- ri), però possibile anche un attacco ramificato, formato da due o tre consonanti, da
una o due consonanti e una semiconsonante (fuo-co), e molto raramente da una consonante e due
semiconsonanti (quie-to) o da due semiconsonanti (a-iuo-la). La consonante più vicina alla vocale deve
essere più sonora di quella che la precede; unica eccezione /s/ e /z/ preconsonantiche (strada,
sdrucciolosa). Coda normalmente formata da una sola consonante (for-no) o da una semivocale
(mai), oppure raramente da una semivocale e una consonante (faus-to). Nell’italiano tradizionale è sempre
aperta la sillaba finale di parola finiscono sempre in vocale. Non si verifica con un e il, per in con
nell’avverbio non, che però non possono comparire in fine di frase. Purché non in finale di frase, possiamo
avere anche parole che finiscono nelle stesse consonanti, in seguito all’apocope.
L’accento. L’accento è un tratto soprasegmentale, far emergere nella catena fonica una sillaba per
durata, intensità o altezza melodica. L’accento è di natura intensiva e si realizza con l’aumento della
forza espiratoria durante la pronuncia del nucleo vocalico di una sillaba. Italiano ha un accento mobile.
Accento valore fonologico, distinguere le parole altrimenti identiche. Ultima sillaba, ossìtone o tronche;
penultima, parossìtone o piane; proparossìtone o sdrucciole. Parole formate da più di tre sillabe
accento secondario sulla prima o seconda sillaba. Esistono monosillabi deboli. Proclisi e forme
proclitiche, lo vedo; ènclisi e forme enclitiche cercasi. Due o più pronomi enclitici, accento sulla
quartultima sillaba o anche sulla quintultima (es. prendétevelo o lìberatene)
Ritmo e l’intonazione Ritmo, ricorrenza nella lingua parlata di segmenti forti, accentati e deboli, non
accentati. Mobilità accento, tutte unità prosodiche, dette piedi, più frequente il trocheo, una sillaba lunga e
una breve (càpo). Intonazione è un tratto soprasegmentale che riguarda la frase e che ha notevole
importanza nell’italiano parlato dal punto di vista sintattico, si pensi alle interrogative.
Linee di tendenza. Vocalismo tonico, opposizione fonologica tra e ed o aperta e chbiusa, vitale in
toscana e a roma, molte altre pronunce si è perso il valore fonologico. Vocalismo atono, dove si ha solo /e/ o
/o/ non mancano affatto variazioni sul piano delle pronunce regionali. Nel parlato le vocali finali tendono
all’evanescenza. Nel consonantismo, grafia italiana, non rende differenza tra /s/ e /z/ la cui opposizione
fonologica in posizione intervocalica è viva solo in toscana. E’ proonunciata a nord /z/ come /s/ nel
centrosud. Consonanti [ ɲ ] , [ ʎ ], [ ʃ ]n mostrano tendenza allo scempiamento nella varietà
settentrionale, in molte zone del sud la ʎ è resa con [jj]. Nel caso delle consonanti /ts/ e /dz/ , tendenza a
pronuncia comunque sonora della z iniziare della parola. Per la z intervocalica, pronunciare tenue e sonora la
z scempia, e intensa e sorda la z doppia. Raddoppiamento fonosintattico, quando non è segnalato
graficamente in seguito a univerbazione, non è adattato nella pronuncia dei settentrionali. Minore sensibilità
dell’italiano al raddopiamento dopo i monosillabi si rileva in grafie come tivù, ciononostante. Struttura
sillabica, introduzione forestierismi non adattati, crescita di paorle con finale consonatica, ma anche di voci di
origine latina e greca, determinato la possibilità di avere sillabe chiuse da consonanti diverse n,m,l,r,s quindi
gruppi consonantici che l’italiano tradizionale non ammetteva (es. at-mosfera, ec-zema, ap-nea). Ha portato
anche all’abbandono, nello scritto, della i prostetica che veniva tradizionalemnte premessa alla s
preconsonantica iniziale di parola. Posizione dell’accento, tendenza in parole trisillabe, a ritirarlo sulla
terzultima (es. èdile anzi che edìle, sàlubre invece di salùbre). Anche in parole straniere ossitone che escono
in consonante (es. Pàkistan e non Pakistàn). A proposito dei prestiti, loro mancato adattamento, non apporta
modifiche ai fonemi italiani, da segnalare presenza della fricativa palatale sonora j di garage, ma come
allofono della palatale di posizone intervocalica toscana di fagioli. Crescente diffusione prestiti, intaccare
corrispondenza tra grafia e pronuncia.
MORFOLOGIA FLESSIVA. Analizza le forme delle parole e le modificazioni che possono presentare
per assumere funzioni e valori diversi. Morfologia italiana spiccata componente flessiva. Livello di analisi
linguistica che studia come si esprimon i concetti di genere e di numero; nei pronomi anche quelli di persona
e di caso; nei verbi anche quelli di tempo, di modo, di aspetto e di diàtesi. Lo studio delle varie forme, dette
forme flesse, classificate in paradigmi, è appunto la morfologia flessiva. Elemento minimo, morfema, più
piccola analisi linguistica dotata di significato. Lingue divise in:
1. Lingue analitiche, o isolanti, in cui ogni significato è rappresentato da un elemento unico, che
costituisce da solo una parola autonoma, non cambia forma e non può essere legato ad un altro elemento
(morfemi liberi)
2. Lingue sintetiche, unire in una sola parola più morfemi non autonomi, ma legati tra loro, morfemi
legati e portatori di significati diversi, distinguere morfema lessicale, o radice, che dà il significato della
parola, e i morfemi grammaticali che danno l’informazione della morfologia. A queste appartengono le
lingue flessive, dove una parola è costituita dalla radice lessicale + desinenza, indicazioni morfologiche e
rapporto con le altre parole.
Importante funzione della flessione è quella economica, notevole risparmio di segni linguistici. Latino
classico lingua flessiva per eccellenza. Frequente nella morfologia italiana è l’allomorfia, alternanza, in
conseguenza derivazione dal latino o fenomeni fonetici, di più forme con lo stesso valore morfologico, sia
nelle radici, sia nelle desinenze + supplettivismo (rivedere allomorfia e supplettivismo).
Il nome. Nei nomi italiani la flessione marca la categoria del numero. Il genere è inerente al nome ed
è immotivato, per le cose e non per gli animali/umani. Sulla base della terminazione del singolare e del
plurale, sei classi diverse di nomi.
1. Campo/campi genere maschile
2. Casa/case genere femminile
3. Fiore/fiori sia f che m
4. Papa/papi genere maschile
5. Dito/dita sing. m/ plur f.
6. Invariabile, re, città, virtù m/f
Non più produttiva la 5, 3 tenuta in vita dalle parole con suffissi –tore, -trice, -zione, e da participi presenti
verbali sostantivati, la 4 da nuove parole di genere maschile uscenti in –ista e dai grecismi in –ma (es.
teorema, enzima, comma). Tuttora produttiva la 1, la 2 e la 6. La 6 esclusivamente da monosillabi e
tutti i nomi ossitoni, divenuti tali in seguito ad apocope ( es. virtù da virtude, città da cittade), sviluppo del
suffisso –ità, inserimento di prestiti ossitoni o uscenti in consonante. Mancato adattamento dei nomi
stranieri. Categoria del numero affidata ad altri elementi.
Aggettivo, comparazione e alterazione. Aggettivi, sono flessi secondo le categorie del genere e del
numero, espresse contemporaneamente da un unico morfema vocalico nella prima classe (es.
buono/buona/buoni/buone); la seconda classe ha invece solo due forme flesse singolare e plurale (es.
grande/grandi). La classe degli aggettivi invariabili, progressivamente arricchita (es. rosa, viola, belga,
ottimista, milano bene). Marcato morfologicamente anche il grado: comparativo di maggioranza, con
tecnica analitica, con l’avverbio più premesso all’aggettivo; superlativo assoluto con l’aggiunta di
avverbi come tanto, molto, ma anche sinteticamente con il suffisso –issimo o con vari prefissi (es.
arci-, stra, ultra, iper). Italiano contemporaneo suffisso –issimo si aggiunge non di rado anche ai nomi e ai
participi passati che pure mantengono valore verbale. Utilizzazione tecnica sintetica nella formazione di
alterati , sia per i nomi che per gli aggettivi. Talvolta nell’alterazione vi è un mutamento di genere, (es.
caserma, casermone). Spesso gli alterati tendono a lessicalizzarsi, staccandosi dalle basi.
L’articolo. Funzione degli articoli, individuare nomi noti/ignoti, articolo determinativo spesso
funzione anaforica di ripresa o cataforica di anticipazione, articoli italiani funzione a volte
disambiguante di determinare il genere o il numero del nome che precedono. Dell’articolo
indeterminativo ha solo il singolare, al plurale si usano con funzioni analoghe, alcuni, certi e più
spesso i partitivi.
I pronomi personali. Italiano è una lingua PRO-drop, consente caduta del pronome, non richiede
l’espressione del pronome soggetto prima del verbo, la desinenza fornisce indicazione della persona. Per
mettere in rilievo la persona o stabilire un’opposizione con altre. Nell’italiano standard tradizionale pronomi
personali singolari mantengono opposizione latina tra una forma per il soggetto (es. io, tu egli,
ella) e una per l’oggetto e, preceduta da preposizione, per gli altri complementi (es. me, te, lui, lei); al
plurale, l’opposizione è neutralizzata nelle prime due persone, mentre per la terza, essi/esse, soggetti e
complementi preceduti da preposizioni ma non oggetti diretti, mentre loro, svolge funzione di
oggetto diretto e di complemento. Essi/esse, egli/ella, scarsamente usati: lui, lei e loro usati sia come
soggetti che come complementi. Tu, ella, lei ,voi svolgono anche la funzione di allocutivi. In funzione di
oggetto diretto, e complemento di termine, serie di pronomi atoni, detti clitici; prime due persone
(mi, ti, ci, vi) terza (gli o le, li o le, pseudoclitico loro) si è riflessivo atono di gli/le, questo clitico
può assumere anche altri valori, soggetto impersonale. Ci per il locativo, ma anche per il complemento
indiretto riferito a cose (es. che ci faccio?) e pure a persone in dipendenza da determinati verbi (es. ci esco);
da vi ancora per il locativo; ne per l’argomento, il partitivo, il moto da luogo anche figurato (es. non
ne so niente, ne dubito). I clitici si pongono prima dei verbi, tranne che con l’imperativo e i modi non
finiti (es. comprali, ascoltiamola, avendone). Possibili e frequenti combinazioni di due clitici, con ne, al
posto dei clitici ci, mi, vi, ti si usano gli allomorfi me, te, ce, ve, se (es. me lo prendo, non ce lo vedo, ve
ne sono) e i dativi di terza persona confluiscono nella forma –glie (glielo dico). Nel parlato molto più
frequenti che nello scritto, anche in conseguenza della crescita dell’uso pronominale di verbi transitivi (es. mi
bevo una birra, ci guardiamo una partita), valori particolari assunti dai verbi procomplementari (es. falla
finita, saperla lunga, farsela sotto) sia dalla presenza di fenomeni sintattici come la dislocazione a sinistra
o la relativa costruita con il che polivalente con ripresa clitica. Pronome ci svolge anche funzione
attualizzante con vari verbi, tipo essere e avere a significato pieno e nel caso di essere, di copula, e con
alcuni verbi procomplementari, a cui conferisce un particolare significato, volerci, essere necessario,
entrarci, essere pertinente, tenerci, avere cuore, farcela, riuscire. Il ne per il moto da luogo raro, tranne
che per andarsene; tende a conferire valori particolari a bervi procomplementari, attenuando il suo valore
pronominale, fregarsene, infischiarsene. Il ne e il ci, in questo caso tendono alla lessicalizzazione.
L’uso di ci con avere , diffusissimo nel parlato, difficilmente accolto nello scritto.
Numerali e altri pronomi. Tendenza dell’italiano ad usare i cardinali al posto degli ordinali, con
conseguente perdita dell’accordo di genere e numero (es. Tg2, Canale 5). Nell’uso dei dimostrativi,
aggettivi e pronomi, quello, codesto e questo, si riduce a questo e quello, tendono a perdere il proprio
valore riducendosi quasi a svolgere la funzione di articoli. Nel parlato il loro valore di dimostrativi è spesso
ribadito dalla presenza di un avverbio, questo qui, quello lì. Arcaico l’uso dei pronomi questi, quegli e
quei come forme di maschile singolare riferite a, mentre ciò come pronome neutro cede largamente campo
a quello. Anche i pronomi costui, costei, costoro, colui, colei, coloro sono in regresso. Sistema dei
relativi, tracce del sistema casuale latino, con la forma che per il soggetto e complemento oggetto e
cui, preceduto dalla preposizioni per gli altri complementi. Sia che sia cui possono essere sostituiti da
il/la quale i/le quali, che marca anche il numero e grazie all’articolo il genere; no oggetto e restrizioni
come soggetto.

Il sistema verbale. Verbo, maggior numero di informazioni da punto di vista morfologico: persona,
numero, tempo, modo, aspetto e diàtesi. Nei tempi principali con suffissi legati al tema verbale, nei tempi
composti della forma attiva e nell’intera forma passiva con i verbi ausiliari premessi al participio
passato. Quest’ultimo fornisce indicazione del genere riferito spesso al soggetto. Scelta ausiliari, nei verbi
transitivi normalmente avere ed essere al passivo; verbi intransitivi che richiedono ausiliare essere
sono detti inaccusativi e hanno proprietà sintattiche particolari, tra questi i verbi pronominali, che
richiedono il pronome riflessivo (es. disperarsi, pentirsi). Nei tempi principali del passivo spesso invece di
essere troviamo venire, leggero valore di progressività. Nell’uso riflessivo e pronominale dei transitivi,
ausiliare è essere. Nelle forme flesse dei paradigmi verbali i morfemi si aggiungono a volte alla
radice, a volte al tema, costituito dalla radice e dalla vocale tematica, che varia a seconda della
coniugazione. Nelle forme finite, morfema che indica il tempo il modo e l’aspetto precede quello della
persona e del numero (es. ascoltavate, radice ascolt-, vocale tematica –a-, morfema dell’imp. Ind. –va- e
quello della 2 persona plurale –te-). Casi in cui un unico morfema presenta tutte le indicazioni, aggiunto
direttamente alla radice (es. chiamò). Tre coniugazioni:

I. –are, più regolare, molto produttiva (es. provinare, sdoganare, chattare)


II. –ere (con la e tematica tonica, come in vedere, o atona come in leggere, vocale caduta in
trarre porre produrre) derivazione latina, non è più produttiva, irregolare

III. –ire, sottoclasse di verbi che radice terminante in –isc- nelle tre persone singolari e nella terza
persona plurale del p. indicativo e congiuntivo e alla seconda dell’imperativo (es. finire, finisco
etc) ancora produttiva perché si inseriscono verbi parasintetici formati da aggettivi o nome
con l’aggiunta sia di ire sia di un prefisso (es. inacidirsi, imbestialirsi)
Sistema verbale più compatto, ridotta la polimorfia.
Modo, tempo e aspetto verbale nell’italiano standard. Categoria del tempo, può far riferimento al
momento dell’enunciato, visto come contemporaneo, anteriore o posteriore all’azione descritta e
distinguere il presente, il passato e all’indicativo il futuro che sono tempi deittici. Il presente, evento
contemporaneo al momento dell’enunciazione, un’azione abituale, o atemporale (es. il fumo fa male), con rif.
al passato come presente storico, categoria aspetto assente, e carattere momentaneo dato dalla
radice (addormentarsi e dormire); azione progressiva resa con la perifrasi stare+ gerundio. Futuro
azione posteriore al momento dell’enunciazione. Passato, eventi anteriori all’enunciazione tre forme:
imperfetto, passato prossimo e remoto. Imperfetto eventi passati durativi, spesso da sfondo ad eventi
espressi dai due passati (es. attraversavo la strada quando ho visto), passato remoto evento trascorso e
definitivamente concluso, passato prossimo composto con un ausiliare, risultato dell’azione che può
ancora avere effetti sul presente. Altri tempi, tutti composti con ausiliari sono tetti tempi anaforici,
esprimono anteriorità o posteriorità non rispetto al momento enunciazione ma a un altro tempo espresso
nel testo. Categoria del modo, esprime certezza o incertezza sulla realizzazione dell’evento, spesso
codifica anche dipendenza sintattica. Indicativo è il modo della realtà e frasi principali, congiuntivo
nelle frasi principali solo sostitutivo imperativo, allocutivo di cortesia (es. entrino pure) dubitativo o ottativo
(es. non sia mai! Lo volesse il cielo! Magari fosse vero!) esprime dubbio o incertezza è modo tipico delle frasi
dipendenti, completive (es. voglio che tu ci venga) interrogative indirette, relative limitative (es. cerco
qualcuno che mi capisca), o subordinate concessive, con valore ipotetico etc. condizionale sia nelle
principali che dipendenti, esprime modalità controfattuale (se potessi, verrei) o nelle richieste, dove ha
valore attenuativo, di cortesia (vorrei chiederle una cosa); esprime anch’esso dubbio, il condizionale passato
nelle frasi dipendenti può avere il valore di futuro del passato. Imperativo infine esprime ordini, esortazioni,
preghiere. Tra i modi non finiti, no marca di modo o di genere, infinito e gerundio si usano sia al presente
che al passato, nelle dipendenti implicite. Participio presente ha ormai valore aggettivale o nominale,
mentre il participio passato, si usa in frasi dipendenti implicite, e soprattutto nei tempi composti della
forma attiva e nell’intera diatesi passiva.
Il sistema verbale nell’italiano contemporaneo. Tendenze nuove soprattutto nel parlato, Presente
indicativo, compare anche al posto del futuro, se accompagnato da elemento temporale (es. torno subito).
Futuro spesso valori modali, futuro epistemico, che esprime ipotesi e previsioni, ma anche dubbi o
incertezze (es. a quest’ora sarà arrivato), futuro deontico che esprime valore di dovere (domande
andranno presentate entro il 32 dicembre), futuro di dipendenza di un verbo di opinione al posto del
congiuntivo (es. credo che verrà). Imperfetto, in espansione, sostituire congiuntivo e condizionale nel
periodo ipotetico dell’irrealtà nel passato o nell’imperfetto di cortesia o nel discorso indiretto. Passato
remoto, ultimo in regresso, preferito passato prossimo anche riferimento ad azioni lontane, evitare forme
verbali non totalmente dominate. Congiuntivo, elementi di debolezza, identità di forme, coincidenza
con presente indicativo alla 1 persona plurale del presente, desinenze irregolari, cede campo all’indicativo.
Condizionale sostituito non di rado da imperfetto indicativo, valore di citazione, di presa di distanza (es.
imputato sarebbe stato visto da alcuni testimoni). Valore iussivo dell’imperativo, non di rado espresso
dal presente indicativo. Estensione uso dell’infinito come imperativo generico, avvisi o istruzioni (es. non
fumare) calco dell’inglese e evitare scelta tra tu e lei, e gerundio ripetuto in titoli film, programmi, canzoni.
Participi presente e passati soprattutto valore nominale. Forma passiva, essere con venire,
alternativa dislocazione a sinistra del’oggetto diretto. Sviluppo perifrasi verbali , stare + gerundio.
MORFOLOGIA LESSICALE, meccanismi attraverso i quali da parole già esistenti si formano parole nuove.
Le neoinformazioni. Possibile formare parola da altre già esistenti, basi + i prefissi o suffissi, morfemi
legati e non parole autonome, oppure parole composte con altre già in uso o con confissi di origine latina e
greca. Derivazione, formazione di veri e propri paradigmi che conferiscono al lessico struttura coerente e
regolare: derivazione a ventaglio, tutti i derivati con i vari suffissi, derivano da un lessema (es. lavorare,
lavorante, lavorazione, lavoratore), derivazione a cumulo o a catena, formate con progressive aggiunte
(es. permeare, permeabile, impermeabile, impermeabilizzare). Conseguenze sul piano fonetico e morfologico
lessicale:

1. Cancellazione di una vocale o di una consonante (es. difficile + mente, difficilmente; sotto + aceto,
sottaceto)

2. Palatizzazione della consonante finale del tema prima dei suffissi, -ìa, -izia, -ista, -istico, -ismo, -izzare
(es. mago, magia; greco, grecità; amico, amicizia; storico, storicismo, storicistico, storicizzare)

3. Assimilazioni consonantiche di prefissi come in- (che può diventare im, davanti a m e b ) es.
possibile, impossibile

Derivazione. Assegnazione di una categoria grammaticale diversa a una parola senza modificarne la
forma (es. sapere, il sapere; bene, bene!), conversione.

1. Aggiunta di un suffisso a destra della base, o del suo tema (es. lavorare, lavoratore; libro, libraio) si
parla di suffissazione o suffisati

2. Aggiunta di un elemento, detto prefisso, a sinistra della base (es. capace, in-capace; avventura, dis-
avventura) si parla di prefissazione o prefissati

Prefissi + suffissi = affissi e affissazione procedimenti di suffissazione e prefissazione. Prefissazione


non comporta mutamenti di accento, mentre la suffisazione può farlo. Suffissi italiani ben più numerosi dei
prefissi. Categoria della produttività, utilizzabilità dell’affisso per nuovi derivati.
La conversione. Meccanismo di derivazione più diffuso nelle lingue isolanti, in italiano la conversione
poco usata. Nome per diventare verbo deve prendere la terminazione in –are dell’infinito (es. stop/to stop;
fermata/fermare). Qualunque verbo italiano può assumere valore nominale, nell’infinito sostantivato, ma
si può parlare di conversione in nome solo quando è pluralizzabile (i saperi, il sapere). Nominalizzazioni dei
participi presenti, che assumono spesso anche valore aggettivale (fari abbaglianti, cantanti, andante) e
dei participi passati maschili (udito, abitato) e femminili (veduta panoramica, andata e ritorno, stretta
di mano). Rarissime nominalizzazioni di gerundi (il crescendo, il dividendo, il laureando) e anche la
lessicalizzazione di forme finite o locuzioni che le comprendono ( credo, distinguo, passi, fai-da-te). Caso più
frequente, passaggio dei nomi ad aggettivi e soprattutto degli aggettivi a nomi (pieno, il pieno; vuoto, il
vuoto). Negli etnici, derivati da nomi di luogo, duplice categoria è congenita, sia aggettivo che nome,
spesso dovuto a un’ellissi, es. dialetto napoletano. Il passaggio da aggettivi a nomi e viceversa si ha anche in
suffissati: i nomi in –ista possono essere usati come aggettivi (es. una persona ottimista, un tifoso
romanista), mentre dagli aggettivi in –istico si sono formati nomi femminili che indicano nomi collettivi
(es. modulistica o discipline di studio es. insiemistica). Uso avverbiale di aggettivi (es. forte, in andare
forte, chiaro in parlare chiaro) , possibilità di lessemi appartenenti a qualunque classe del discordo di
trasformarsi in interiezioni, come già!, basta! O viva! (verbi) Bravo! (aggettivo) Cavolo! (nome).
La suffissazione. Meccanismo di derivazione più usato. Possibile trarre derivati di categorie grammaticali
differenti rispetto alla base. Denominali, voci derivate da nomi, deverbali, tratte da verbi, deaggettivali,
formate da aggettivi, deavverbiali. Suffissi classificati in base sia alla categoria cui si possono aggiungere
sia a quella che producono.
1. Nomi d’agente, suffissi con base verbale più frequente sono –tore/-trice (es. assicuratore,
presentatore) –ante o –ente (insegnante, badante) –one/-a con una connotazione spregiativa es.
mangione, battona; ino/a es. imbianchino, mondina; quelli con base nominale sono –ista, particolarmente
produttivo (es. giornalista, femminista, barista), da basi aggettivali i suffissi in –ista che indicano specialisti di
varie discipline (es. anglista, antichista); aio e aiolo riservati solo a professioni pretecnologiche (es.
benzinaio, fiorario, pizzaiolo)
2. Nomi d’azione, che partono da basi verbali, che esprimono il significato del verbo in forma nominale,
-zione, molto produttivo; -mento (favoreggiamento) ; -aggio (lavaggio); -tura (spazzatura) e –ata
(chiaccherata), che aggiunto invece ai nomi indica quantità (cucchiaiata) , spazio di tempo (annata).
Coesistenze, con differenza di significato o ambiti d’uso, coordinamento e coordinazione.
3. Nomi di qualità, tratti da aggettivi, -ezza (bianchezza) –i(e)tà (italianità, ovvietà), nomi di luogo, erìa,
dove si produce o si vende qualcosa (es.birreria, panineria). –ismo relativo a tendenze e movimenti (es.
evoluzionismo, futurismo)

4. Aggettivi, suffisso –bile parte da basi verbali, e significa che può essere fatto, (lavabile, richiudibile); a
base nominale –ale,-are,-ile e –ico che esprimono una relazione con il nome (aziendale, maschile,
partitico)
Tra i suffissati anche gli alterati, caso particolare di suffissazione. Suffissazione zero, senza uso di un
suffisso, verbi della prima classe direttamente derivati da nomi anche stranieri (bastonare, spintonare,
stessare, faxare) i nomi maschili in –o tratti da verbi (accordo, acquisto, allaccio, spolvero, utilizzo). Nominali
a suffisso zero tipici della burocrazia, tende alla brevità ed evita ambigua scelta tra –mento e –zione.
La prefissazione. Prefissi non possono determinare mutamenti di categorie della base, unica eccezione è
anti- che premesso a nomi può formare aggettivi, squadra antidroga. I suffissi non sono mai autonomi,
taluni prefissi sono divenuti aggettivi o anche nomi (super, ex), si possono normalmente anteporre a
categorie diverse. Dai prefissati, con l’aggiunta di suffissi, altri derivati. Molti prefissi derivano dal latino,
nella forma originaria o adattati foneticamente all’italiano (es. ante, super, ex, post, trans, tra , extra, stra,
sovra), più rara la presenza del greco (ipo, iper, micro e mega). Prefissi esprimono concetti diversi, valore
spaziale o temporale (anticucina, transalpino, anteguerra) indicano anche unione(condirettore,
coproduzione) opposizione (antirughe) ripetizione ( reinserire, rivedere) valutazioni quantitative (monolocale,
unilaterale) valore negativo o privativo ( apolitico, disabile, demotivare). Produttivi quelli che esprimono
significati accrescitivi o apprezzativi e diminutivi o spregiativi, mini/maxi. Particolarità dell’italiano,
verbi parasintetici, i quali, rispetto alla base nominale e aggettivale, sembrano ottenuti con l’aggiunta
contemporanea di un prefisso e del suffisso zero (imbruttire, impoverire, abbellire, arricchire, imbufalire,
impolverare, spolverare, sdoganare, sbandierare)
La composizione. Si realizza accostando due lessemi che di solito vengono univerbati anche da punto di
vista grafico. Tranne la categoria avverbio + verbo che produce verbi, e aggettivo + aggettivo e
avverbio + aggettivo che comprendono aggettivi, le altre parole che si ottengono per composizione
sono nomi. Nei composti si segue la regola determinato + determinante, il secondo elemento
determina il significato del primo che costituisce la testa del composto. Tranne che nei composti ibridi, uso
giornalistico, elemento italiano ed elemento inglese, caldo-record, incentivi-boom.
1. Nome + nome, possono essere coordinati, come in cassapanca o il secondo può determinare il
significato del primo, funzione quasi aggettivale come in cane poliziotto, bambino prodigio, scena
chiave, o facendo da complemento come in capofila, sala macchine, pausa caffè, dove è evidente
omissione della preposizioni. In composti recenti, calco da altre lingue, testa costituita dal secondo elemento,
ferrovia, bagnoschiuma.
2. Aggettivo + nome, nome che ha la caratteristica espressa dall’aggettivo es. malasanità, mezzobusto,
poco produttivo, al contrario del tipo nome+ aggettivo, prevalentemente composti esocentrici, animale
e persone con caratteristiche indicate dal composto, pettirosso, pellerossa, caschiblu, colletti bianchi.
3. Aggettivo + aggettivo, molto produttivo, aggettivi in rapporto di coordinazione, colori delle maglie
delle squadre di calcio, posizioni politiche (es. marxista leninista) gli etnici relativi alla doppia
nazionalità o nazioni diverse entrano in rapporto (greco-romano, italoamericano), spesso il primo elemento
viene accorciato, riduzione anche per gli aggettivi numerali (otto-novecentesco)
4. Verbo + nome, nome costituisce complemento oggetto del verbo, si usa per macchinare, attrezzi,
elettrodomestici (lavapiatti, scolapasta, tritacarne, portacenere) mestieri e attività connotati spregiativamente
o di scarso prestigio (leccapiedi, portaborse, beccamorto)
5. Verbo + verbo, ripetizione del medesimo verbo (fuggifuggi) o accostamento verbi con significato
contrario (saliscendi) talvolta con presenza di congiunzione (tiraemmolla)
6. Preposizione + nome, esocentrici, indicando persone o cose che si trovano nella condizione descritta da
composto, i senzatetto, il dopocena, il sottobicchiere, il sottotitolo.
La composizione neoclassica. Utilizza elementi propri del latino e del greco, detti confissi, combinati
tra loro o uniti a parole moderne alle quali si possono posporre o anche anteporre. I confissi sono
semiparole o prefissoidi e suffissoidi a seconda della posizione che occupano; non sono di norma
elementi liberi, però hanno un significato pieno in quanto, nelle lingue classiche, costituivano vere e
proprie parole. Segue l’ordine determinante + determinato come nelle lingue classiche, possono entrare
anche più di due elementi, otorinolaringoiatra. Vari confissi hanno sviluppato un significato aggiuntivo,
usati come accorciamenti in parole molto frequenti hanno assunto anche il valore di queste ultime, così
accanto ad auto ‘da solo di se stesso’ come in composti come autoritratto, autocritica abbiamo da
auto- automobile, in autostrada, autoaccessori, da foto- relativo a luce, fotosintesi, fotoelettrico, abbiamo
da foto- fotografia, fotoromanzo, fototeca. Poli, città, dopo tangentopoli. Nata da linguaggio scientifico
novecentesco.
Le polirematiche. Polirematiche o unità lessicali superiori combinazioni formate da più parole, tra loro
separate nella grafia, ma che semanticamente costituiscono un unico lessema. Problemi di
individuazione dalle espressioni idiomatiche o dai composti non univerbati. Hanno nettamente significato
lessicale che non si può ricavare sommando i significati dei componenti, che è ben diverso dalla testa del
composto. Non è possibile inserire al posto di un elemento un suo sinonimo. Si possono classificare in base
al tipo di formazione: nome + nome es conferenza stampa, nome + aggettivo musica leggera,
aggettivo + nome terza età, nome + preposizione + nome borsa di studio, nome + preposizione +
verbo vuoto a perdere, verbo + nome prendere tempo. In rapporto alla loro funzione grammaticale, quelle
che hanno valore di sostantivo es. carta di credito, aggettivo es. acqua e sapone, verbo es. mettere in
moto, avverbio es., a gambe levate, esclamazione es. porca miseria!, preposizione es. ad eccezione di.
Incluse locuzioni preposizionali congiuntive e avverbiali, al di là di, per via di, in quanto, in modo che, a
meno che, a volte, tra l’altro etc. Possono univerbarsi ed in contesti non abigui ridursi al primo elemento,
ferro da stiro, ferro o al secondo, sedia a sdraio, sdraio.
Fenomeni di riduzione. Abbreviazioni, soprattutto nello scritto, documentata da secoli; sigle, riducono
sintagmi formati da più parole alle sole lettere iniziali di queste. Inizialmente riservate a istituzioni, enti,
partiti e imprese commerciali, progressivamente estese fino a indicare nomi comuni e funzione aggettivale
(es. gip, doc). Notevole influsso dell’inglese che rende le sigle a volte poco trasparenti, vedi aids. Le
retroinformazioni, caso particolare di derivazione, creazione di un nuovo lessema, ricostruito e considerato
fonte di un lessema già esistente, così dai latinismi perquisizione e requisizione sono stati retroinformati
perquisire e requisire. Frequenti oggi le retroinformazioni nominali ottenute tramite la sostituzione di
prefissi e cancellazione di suffissi gergale e giovanile, coca da cocaina, fascio da fascista. Sigle anche
chiamate acronimi, ma c’è chi riserva questo termine a sigle formate non solo dalle iniziali es. Istat. Parole
macedonia, parole formate da pezzi di varie parole, come cantautore, nazifascismo, autosole. Altro tipo di
riduzioni sono gli accorciamenti, parole vengono troncate della parte finale, marcati in
diafasia/diamesia, soprattutto nel parlato colloquiale, possono limitarsi al confisso es. auto da automobile,
o anche al prefisso es. ex da ex moglie, ma non sempre coincidono con un confine morfologico.
Accorciamenti limitati alla parte finale sono solo prestiti dall’inglese es. bus da autobus, restano invariabili al
plurale e possono anche produrre derivati e composti.
SINTASSI Esamina la funzione e la disposizione delle parole nelle frasi e delle diverse frasi
all’interno dei periodi; definisce funzioni come quelle si soggetto, di predicato, di complemento; analizza
le frasi e le congiunzioni che servono per legarle tra loro, definendone il valore.
La frase semplice. La frase è un’espressione linguistica di significato compiuto, considerato isolatamente.
Nello scritto è determinata da due segni forti di interpunzione. Il nucleo, verbo ed elementi direttamente
collegati ad esso per completarne il significato. Frase semplice, costituita da un unico nucleo. In base
agli argomenti o attanti legati al verbo, essi si classificano in base alla valenza. Verbi monovalenti,
richiedono un solo argomento, soggetto. Verbi bivalenti, si lega un secondo argomento, oggetto diretto,
come verbi transitivi amare, vedere o oggetto indiretto, verbi intransitivi come credere. Verbi trivalenti,
tre argomenti (es. transitivi come dire e dare, o intransitivi come andare). Verbi tetravalenti, ne
ammettono quattro (es. transitivi come trasferire, tradurre). Tra i bivalenti, verbi copulativi, mettono in
rapporto il soggetto con un altro elemento, nominale o aggettivale, il quale insieme al verbo costituisce il
predicato nominale, es. essere, sembrare, costituire. Esistono anche verbi zerovalenti, quelli
atmosferici. Non tutte le valenze devono essere saturate, alcuni argomenti possono essere già offerti dal
contesto situazionale. A un diverso numero di argomenti possono corrispondere significati diversi dello
stesso verbo. Esempio: verbo passare; monovalente, il tempo passa (trascorre), bivalente transitivo, la
macchina non ha passato la revisione (superato), trivalente intransitivo, il regista è passato da un genere
all’altro. Possibili usi metaforici che implicano cambiamento del numero di attributi necessari ad
esprimere quel significato. I circostanti, legati ad un singolo elemento del nucleo, come gli avverbi modali,
gli aggettivi o il complemento di specificazione riferito a uno dei vari argomenti, e le espansioni, collocate al
di fuori del nucleo, come il complemento di tempo, gli avverbi frasali. Altre prospettive di studio partono
invece dal sintagma, unità più piccola dal punto di vista sintattico, insieme di una o più parole
sintatticamente omogenee, si distinguono sintagma verbale, sintagma nominale, sintagma preposizionale,
sintagma aggettivale.
Soggetto e verbo. Lingua PRO-drop, confermata dai verbi zerovalenti. Sequenza normale, SV,
soggetto precede il verbo, non sempre obbligatorio, lingua con maggiore libertà nell’ordine delle parole, che
dipende anche dalla funzione informativa. Italiano tende a costruire da sinistra , ponendo ad apertura
di frase un elemento, detto tema o topic, perlopiù citato precedentemente o fornito del contesto,
considerato dato o noto, e poi il rema o comment, portando ulteriori informazioni, si parla di nuovo. Con i
verbi inaccusativi, intransitivi che chiedono come ausiliare essere, la sequenza VS. Nel parlato
valore tematico o rematico del soggetto può essere dato da un abbassamento o innalzamento di tono
rispetto al resto della frase. Italiano richiede accordo del verbo per quanto riguarda il numero, nell’uso
concreto, specie nel parlato, due casi, in cui si registra mancanza di accordo tra verbo e soggetto:
1. Concordanza a senso, il verbo al plurale quando il soggetto è espresso da un nome collettivo, in
presenza spesso di un partitivo
2. Quando nell’ordine Vs, si hanno più soggetti o anche un soggetto plurale, nuovi.
L’ordine delle parole e le frasi marcate: le dislocazioni
Ordine SVO, proprio anche dell’italiano, ordine normale o non marcato. Conserva certa libertà, in
rapporto alla funzione tematica o rematica dei vari costituenti frasali. Frasi che presentano ordine diverso
SVO sono dette frasi marcate, per mettere in rilievo un complemento quindi con valore rematico. Ancora
più spesso, frase aperta da un complemento indiretto, che costituisce il tema (es. a me nessuno ha detto
niente, di questo argomento abbiamo parlato a lungo). Soprattutto nel parlato si tende ad isolarlo, con
una pausa o una virgola e a riprenderlo mediante un pronome clitico con funzione anaforica; si
parla allora di dislocazione a sinistra ( es. a me nessuno mi ha detto niente, di questo argomento, ne
abbiamo già parlato a lungo). Dislocazione a destra, emarginazione del complemento e la sua
anticipazione mediante un clitico con funzione cataforica avvengono senza che si abbia,
apparentemente uno spostamento rispetto all’ordine normale; sul piano informativo però queste frasi sono
diverse, i complementi assumono un valore tematico a dispetto della loro posizione postverbale. Frasi con
dislocazioni sono dette segmentata, divise in due segmenti, tema e rema. Dislocazioni a sinistra diffuse,
a destra nel parlato e frequenti nelle interrogative (es. lo prendi un caffè? Lo sai chi ho incontrato?.
Dislocazione dell’oggetto diretto; anteposizione, presenza o assenza del pronome e intonazione
sono in grado di conferire alla frase valori pragmatici diversi.
1. Il pane l’ho comprato, dislocazione a sinistra , oggetto assume valore tematico, è anteposto al verbo e
richiede la presenza del pronome, soggetto può occupare diverse posizioni
2. L’ho comprato il pane, dislocazione a destra, complemento oggetto resta postposto al verbo, ma la sua
anticipazione con un pronome gli fa assumere valore tematico, anche in questo caso posizione soggetto può
variare
3. Il pane ho comprato, nel parlato è possibile solo con una particolare intonazione data al complemento
oggetto, che assume un valore rematico, in contrapposizione esplicita o implicita al altri possibili argomenti,
focalizzazione o topicalizzazione.
Le dislocazioni sono andate espandendosi, in due casi la ripresa pronominale del complemento dislocato a
sinistra è ormai da considerarsi obbligatoria: caso dell’oggetto diretto, dove, l’assenza della ripresa fa
assumere all’elemento anteposto un valore rematico; il secondo è quello del partitivo che se anticipato va
ripreso obbligatoriamente dal ne (di libri ne ho tanti; di gente ce n’era). Possono essere dislocati anche
elementi frasali (es. a partire non ci penso nemmeno, lo so che non è vero)
Frasi scisse, pseudo-scisse e presentative. Altro tipo di frase marcata è la frase scissa, isolare,
mettendolo in rilievo come rema, un costituente frasale, specie il soggetto. La frase normale viene
spezzettata in due parti sintatticamente distinte: la prima costituita dal verbo essere seguito
dall’elemento che fa da rema, la seconda dal resto della frase che costituisce il tema; il collegamento è
un che pseudorelativo. Luigi studia il russo diventa , è Luigi che studia il russo. Il collegamento può
anche essere assicurato dalla preposizione a + infinito (es. è stata Maria ad avere l’incarico). Un analogo
procedimento di messa in rilievo si ha nella frase pseudoscissa, costituita da un sintagma nominale o
pronominale che regge una frase relativa, dal verbo essere copulativo e da un altro sintagma
nominale o pronominale (es. chi mi manca è lui, questo è quello che credi tu) . Frase presentativa, il
verbo essere è preceduto dal ci attualizzante, c’è un signore che chiede dell’avvocato, qui il soggetto è
rematico, ma anche la frase dopo il che è nuova dal punto di vista informativo. Struttura usata soprattutto
nel parlato per suddividere in due blocchi sintattici un cumulo di informazioni non facilmente decodificabile.

La frase interrogativa Interrogative totali, o polari, richiedono di norma la risposta sì o no (es. hai
finito?); interrogative disgiuntive, che offrono un’alternativa (es. ti piace più il mare o la montagna?);
interrogative parziali, in inglese WHquesions. Si distinguono anche sul piano intonativo. Interrogative
parziali, introdotto da particolari operatori a volte preceduti da preposizione. In molte lingue valore
interrogativo, diverso ordinamento dei costituenti rispetto alla frase normale, anche l’italiano originariamente
(es. vuoi tu prendere in moglie?), ma ora non più; interrogative polari si distinguono in genere dalle frasi
normali solo per l’intonazione ascendente. Nelle interrogative introdotte da un operatore, l’operatore
prende il posto dell’argomento che normalmente sarebbe dopo il verbo (es. che cosa hai fatto? Hai fatto
qualcosa), di norma tra l’operatore e il verbo non si frappongono altri elementi se non avverbi come mai,
dunque etc. e il soggetto se è espresso viene preposto al verbo o premesso all’operatore. Possibili
anche frasi interrogative con gli operatori postposti al verbo, si tratta delle domande eco, specie per
esprimere incredulità (es. Hai incontrato chi? A far cosa?) . Tra i fatti principali notiamo, l’uso del semplice
cosa invece di che cosa con valore di neutro, la crescita all’interno di interrogative di frasi scisse (es.
dov’è che vai? Non è che hai la macchina?) e di dislocazioni a destra (l’hai visto il film di Verdone?), lo
sviluppo di come mai e com’è che in alternativa a perché (es. come mai vi siete lasciati?, meno
perentorio; la crescente diffusione del costrutto che + infinito + a fare? Nel senso di perché.
Coordinazione e subordinazione. Quando all’interno della stessa frase almeno due nuclei, frase
multipla, composta o complessa, o di periodo. Frase composta se il rapporto è di coordinazione, sullo
stesso piano e autonome. Frase complessa se il rapporto è di subordinazione una sola è autonoma,
principale o reggente mentre le altre dipendenti. Subordinazione anche di gradi inferiori al primo. Frase
principale è autonoma, tranne che con certe subordinate dette completive, la cui soppressione rederebbe
la reggente priva di senso compiuto (es. Giuseppe non sa se parteciperà al concorso).
Subordinazione, ipotassi, diffusa nello scritto, il parlato, preferisce paratassi o coordinazione. Frasi
principali tempo preferito è l’indicativo, frequente anche nelle subordinate insieme al congiuntivo.
Subordinate spesso anche modi indefiniti, infinito preceduto da a,di,da,per il gerundio e il participio passato,
si parla allora di subordinate implicite, quelle con modi finiti sono dette esplicite.
La frase relativa. Più frequente, legata a un singolo costituente della reggente, detto antecedente
o testa, a cui è riferito il pronome relativo che introduce la dipendente. Relativa limitativa o
restrittiva, indispensabile per determinare l’antecedente (es. la squadra che ha vinto più scudetti è la Juve)
; relativa esplicativa o appositiva possono essere omesse, aggiunta di informazioni (squadra, che era
reduce dalla partita, è parsa lenta). Distinzione tra le due è affidata nello scritto alla virgola, assente nelle
limitative e presente nelle esplicative. Nello standard modello di relativa usata è di tipo sintetico: i
pronomi relativi svolgono una duplice funzione, introduttori della subordinata e indicatori del ruolo
sintattico dell’antecedente all’interno della relativa. Alternanza tra che e cui; che usato come soggetto e
oggetto diretto, ma anche come complemento di tempo, almeno nel registro colloquiale (maledetto il giorno
che ti ho incontrato) ; cui preceduto da preposizione per tutti gli altri complementi , come complemento di
luogo è ammesso anche dove. Pronome il/la quale preceduto da preposizione in alternativa a cui, può
svolgere anche funzione di soggetto, solo nelle relative appositive e in riferimento ad antecedenti umani
dove la distinzione di genere può essere utile per disambiguare, non è utilizzabile come oggetto. Vari altri
modelli di relativizzazione
1. Unica forma, il che polivalente, che esprime esclusivamente la subordinazione e non la funzione sintattica
dell’antecentente, che perde la funzione di pronome per assumere quella di congiunzione
2. Che invariabile, accompagnato però da un pronome, per lo più clitico, che esprime la funzione sintattica,
si parla di che scisso, modello analitico
3. Stesso paradigma dello standard preposizione + cui o il quale, ma anche la ripresa clitica, diffuso
con la preposizione di e con la ripresa ne, limitato al parlato.

VARIETA’ PARLATE. ruolo essenziale della variazione diatopica; varietà degli italiani regionali,
rende difficile individuazione fenomeni linguistici non registrati nello standard tradizionale e comuni all’intera
nazione soprattutto sul piano fonetico. La maggiore o minore frequenza di certi tratti rispetto all’esistenza di
regole diverse.
Caratteristiche fonetiche. Si accompagna comunicazione non verbale, linguaggio dei gesti ed uso
della voce, veicolare significato complessivo grazie al volume, tono, intonazione e ritmo. Aferesi,
caduta ad inizio di parole di una vocale, specie prima di un nesso nasale + consonante (es. ‘nsomma,
‘nvece) o anche di una sillaba (‘sto). Spesso anche lo iato tende a trasformarsi in dittongo, non sono la
/i/ /u/ ma anche la /e/ e la /o/ prima di un’altra vocale, tendono a perdere statuto di vocali (es. giografia
e non geografia). Tendenza a elidere la vocale finale prima di un’altra vocale (es. l’informazione,
c’interessa, gl’individui). Apocope vocalica, caduta della vocale posta alla fine della parola, cambia il ritmo
riducendo il numero delle sillabe atone, soprattutto al nord (es. andiam via, son partito) . Apocopi
sillabiche, diffuse al sud e a Roma (viè qua!). Non mancano riduzioni della parola (‘giorno, ‘sera) né
variazioni e allungamenti del timbro vocalico, con valori particolari come na!, indica un no enfatico e see! Sì,
come falso assenso.
Aspetti di morfologia. Riduce la varietà, maggiore frequenza dei pronomi personali, lui e lei
sostituiscono sistematicamente egli e ella e si estendono anche agli inanimati, anche i plurali essi cedono
spesso campo a loro. Nelle forme plurali noi e voi, si affiancano noialtri e voialtri, fanno assumere al
verbo un più chiaro valore inclusivo o esclusivo. I dimostrativi usati spesso con valore vicino a quello di
articoli, per assumere valore deittico più forte rafforzati con avverbi (es. questo libro qui). Codesto e
ciò in disuso. Per quanto riguarda i verbi, regolarizzazioni analogiche di paradigmi irregolari
(intervenì invece di intervenne, soddisfava al posto di soddisfaceva). Riduzione nell’uso e modo dei
tempi. Presente indicativo, sostituisce non solo il passato ma anche il futuro, vitale con valore epistemico
(es. sarà anche vero), in espansione la forma perifrastica stare + gerundio. Passato prossimo al posto del
passato remoto. Imperfetto sostituisce il congiuntivo e condizionale nel periodo ipotetico dell’irrealtà nel
passato (es. se venivi, vedevi) o valore attenuativo (volevo chiederti) o per il racconto di sogni. Congiuntivo
usato nel parlato sorvegliato. Rare le forme del passivo.
La sintassi del parlato. Pone ad apertura di enunciato, tema, e alla fine rema. Frequenza dislocazioni a
sinistra e temi sospesi. Dislocazioni a sinistra usate sia per la ‘conquista del banco’ che per intervenire
attivamente nel discorso, che come cambiamento di topic; frequente nel parlato per l’egocentrismo del
parlante, tende ad essere posto all’inizio l’elemento sintattico che costituisce il centro d’interesse di chi parla,
e la percettività del ricevente le informazioni sono disposte in modo da facilitarne la ricezione; difficoltà di
pianificare il discorso, come mostrano i temi sospesi e alla necessità di elementi ridondanti che facilitino
anche il controllo sintattico, come le riprese pronominali. Dislocazioni a desta, quelle che prevedono una
pausa prima dell’elemento dislocato da quelle che presentano una curva intonativa unitaria: nelle prime,
elemento dislocato costituisce una glossa esplicativa del pronome, ripensamento del parlante che
teme di non essere stato chiaro; nelle seconde, costrutto serve a stabilire un rapporto di particolare
confidenenza con l’interlocutore, specie in frasi interrogative. Possibile anticipazione clitica di un pronome
tonico, per metterlo in rilievo (es. mi piace a me!). Frase scissa utilizzata per mettere in rilievo il soggetto,
l’intera proposizione o la negazione (es. è lui che lo dice, non è che mi va tanto) , non è che ha spesso una
funzione attenuativa. Frasi scisse spesso anche nelle interrogative introdotte da un operatore o dalla
negazione ( dov’è che vai? Non è che avresti bisogno?). Strutture con il c’è presentativo seguito dal che
utilizzate per introdurre più elementi nuovi. Esclusivamente nel parlato, struttura a cornice e o frase
foderata, che consiste nella ripetizione, epanalessi, del verbo alla fine dell’enunciato (es. non ci sono più
andato, non ci sono). Prevalenza della semantica sulla sintassi. Sintassi del periodo, frasi sospese, false
partenza, autocorrezioni, prevalentemente paratattico, frasi brevi. Congiunzioni più usate e, ma,
però, poi, così, allora’ solo, con funzione anche di legamenti testuali, molto diffuso anche asindeto.
Subordinazione molto meno frequente, si preferiscono le esplicite, e in quelle implicite forme verbali già
fissatesi, come perifrastiche. Diffusi nel parlato avverbi frasali, che si riferiscono all’enunciato nel suo
complesso, commento del parlante al proprio atto linguistico, evidentemente, personalmente, francamente,
brevemente.
La testualità nel parlato Testo scritto, progressione lineare, testo parlato procede in modo
epicicloidale. Molte congiunzione e locuzioni coordinanti nel parlato valore testuali, per cui.
Frammentarietà formale o tematica, analiticità rispetto alla sinteticità del testo scritto, alla cui densità
lessicale è contrapposta la complessità grammaticale. Coesione più allentata sia sul piano macrotestuale
sia su quello microtestuale. Coesione assicurata da segnali discorsivi, demarcativi, inizio e fine del
discorso o la sua scanzione interna (es. allora. Ecco, beh, dunque). Segnali fatici, assicurare il contatto con
l’interlocutore, sollecitandone assenso o partecipazione (es. guarda, senti, vedi,) Molti elementi funzione di
connettivi, indicando tipo di relazione tra le parti del testo, come le congiunzioni dello scritto, tant’è vero
che, sta di fatto che, perché poi, a proposito, comunque, segnala la ripresa del tema principale dopo un
excrusus, il fatto che funzione di messa in rilievo come quella della frase scissa. Ripetizioni,
riformulazioni, anafore. Particelle modali o mitigatori, attenuare le affermazioni (es. praticamente, mi
sembra, diciamo, una specie di) consentono al parlante di prendere le distanza dal proprio discorso; altre
particelle modali che tendono ad enfatizzare le proprie affermazioni (es. veramente, proprio, davvero). Più
avanti nei processi di grammaticalizzazione, tipo usato con il valore di come e magari che ha
prevalentemente un valore non ottativo (magari venisse!) ma eventuale (mettiti il maglione che magari fa
freddo).
Il lessico. Lessico abbastanza ridotto, ripetere gli stessi termini senza necessità ricorrere a sinonimi,
parole di significato ambio e generico sfruttando la polisemia. Presenza di verbi, che accompagnati da
uno o più pronomi clitici assumono valori particolari, lontani dal significato proprio (es. farcela, riuscire,
avercela con qualcuno, arrivarci nel senso di capire, cavarsela, filarsela, sentirsela, mi sa con valore di credo)
Espressioni formate da un verbo di significato generico e da un avverbio di luogo (es. buttare giù, far
cadere, indebolire, mettere a cuocere, abbozzare un testo). Uso di perifrasi invece di termini specifici.
Alterazione molto diffusa, con valore espressivo frequenti i superlativi (es. un freddo della madonna, un
casino di gente). Presenza di termini disfemici.
Italiano regionale. Italiano regionale, varietà dall’incontro della lingua nazionale con il dialetto di italiano
parlata in una determinata area geografica, che denota, caratteristiche in grado di differenziarla sia dalle
varietà usate in altre zone, sia anche dall’italiano standard. Pidigins, lingue di scambio nate nei paesi
extraeuropei dall’in contro con una parlata locale e una lingua coloniale più prestigiosa. Distinguere l’italiano
regionale di chi appartiene a classi popolari, madre lingua dialetto, e trasferisce tratti dialettali nel porprio
italiano usato solo in determinate situazioni comunicative e l’italiano regionale classe media, hanno per
madre lingua l’italiano regionale, i cui tratti locali sono dovuti a un’interferenza dialettale non diretta ma
pregressa. In alcune zone difficile distinguere tra lingua e dialetto, continuum linguistico, toscana, area
romana etc. Alcuni linguisti sostengono che nell’italiano contemporaneo i tratti regionali vanno attenuandosi,
crescita della standardizzazione, altri italiano regionale è la varietà comunemente usata, nel parlato, dalla
maggior parte degli italiani. Due diversi livelli di analisi, uno aspetti lessicali e fonetici, l’altro quelli
morfologici e sintattici. Primo elemento di differenziazione è l’intonazione, insieme dei tratti
soprasegmentali dell’enunciato, definito cadenza o accento. Sul piano fonetico, particolarmente soggetti a
variazioni sono i foni che hanno la stessa resa sul piano grafico, la distinzione nel grado di apertura delle
vocali medie toniche ( è/è e ò/o) e la sonorità o meno delle fricative alveolari (/s/ e /z) e delle affricate
alveolari (/ts/ e /dz/). Particolarità regionali sul piano della morfologia e sintassi meno percepibili perché
largamente condivise. Sul piano lessicale, vocabolario quotidiano è soggetto a interferenze dialetti; molti
parlanti danno spesso veste morfologica italiana a voci del dialetto, regionalismi, e spesso gli stessi
concetti vengono indicati con termini che variano da zona a zona, i geosinonimi. Alcuni geosinonimi
tendono ad imporsi su altri. Possibilità che alcuni regionalismi entrino nel patrimonio nazionali, si trasformano
in dialettalismo, come piacione e prostituta. La presenza di tratti regionali nel parlato si lega anche a valori
diastratici.
Le principali varietà regionali.
Varietà settentrionali. Pronunciate chiuse le e toniche in sillaba aperta, non finale di parola o in sillava
chiusa da consonante nasale (médico, sémpre, béne, véngo) aperte le altre e (quèllo, perchè, mè).
Tendenza allo scempiamento delle consonanti doppie, mancata resa del raddoppiamento fonosintattico
quando non è registrato nella grafia. S intervocaliche, sempre come sonore, solo all’interno della parola.
Diffuse in varie zone, specie Veneto e Emilia, riduzione delle affricate alveolari e fricative ( zembra diventa
sembra) e la resa delle affricate palatali come alveolari (gente diventa zente). Frequenza forme verbali
analitiche composte con su e giù (es. pigliare su, portar giù), scarsa utilizzazione del passato remoto, uso
dell’articolo davanti ai nomi propri. Assenza del non preverbale in frasi negative, specie con mica (es. mi
piace mica)
Varietà toscana. Più vicina allo standard tradizionale; pronuncia spirantizzata delle consonanti sorde
intervocaliche /p/ /t/ e /k/, notevoli variazioni in diatopia e diastratia, e la resa con [ ʒ ] dell’affricata palatale
sonora. Uso del si impersonale con pronome soggetto di prima persona plurare (es. noi si mangia) e l’uso del
dimostrativo codesto.

Varietà romana. Apertura delle vocali medie, diversa dalla varietà toscana e dallo standard (es. dévo,
bèstia, sarébbe). Raddoppiamento di /b/ e [ dʒ ] palatale intervocaliche (es. subbito, raggione). Tendenza
alla lenizione delle sorde intervocaliche /p/ /t/ e /k/, pronunciate quasi come b, d e g. Scempiamento di /r/
intensa (guera) o la pronuncia di [ʎ] come [jj] (es. fijjo). Apocopi degli imperativi, degli infiniti e degli
allocutivi, costrutto stare a + infinito.

Varietà meridionali. Chiusura della [ ε ] e della [ ɔ ] nei dittonghi ascendenti, dove inoltre le
semiconsonanti /j/ e /w/ tendono a vocalizzarsi; tendenza a ridurre la distinzione tra le vocali fonali, con
affioramenti della vocale centrale schwa che caratterizza i dialetti locali. Lenizione, che può arrivare fino alla
sonorizzazione delle sorde dopo nasale o liquida (es. trenda, cambo, cingue). Uso del voi come allocutivo di
cortesia, sostituzione dei verbi essere e avere non ausiliari con stare e tenere; accusativo preposizionale (es.
beato a te!)

Varietà siciliana e sarda, opposizione tra vocali aperte e chiuse manca e si hanno vocali intermedie,
intensa la r iniziale di parola. Collocazione del verbo alla fine della frase, anche in interrogativa.
Il parlato giovanile. Linguaggio dei giovani classificato come varietà diafasica, utilizzato dai ragazzi in
situazioni comunicative informali e prevalentemente orali, non di rado con funzione ludica. Soprattutto
dopo il 68, in seguito alla riduzione del dialetto, prevalentemente dal punto di vista lessicale. Italiano
colloquiale e informale, che ne costituisce la base sui cui si innestano:
1. Strato dialettale, elementi tratti dal dialetto parlato in famiglia sia da altri
2. Strato gergale, attinge termini ai gerghi tradizionali o ne conia di nuovi per usarli, come forma di
riconoscimento , all’interno del gruppo
3. Strato proveniente dalla lingua delle pubblicità e dei mass media, ricco anche di parole straniere ,
soprattutto anglicismi
4. Termini propri di linguaggi settoriali, a volte accorciati, spesso usati con valori traslati, metaforici
(scannerizzare)

Fenomeni più caratteristiche accorciamenti e retroinformazioni (es. matusa da matusalemme, e spino da


spinello). Uso di single e acronimi. Numerosi prestiti, pseudoanglicismi e pseudo-ispanismi. Con –
ition e –dor. Espressioni locuzioni della serie o per la serie. Tra le forme di saluto Bella!
LE VARIETA’ SCRITTE. Lingua della letteratura per secoli funzione modellizzante, ma con pressione
del parlato snellimento delle strutture ipotattiche.
Aspetti grafici. Tendenza a scrivere univerbate le voci composte che si sono lessicalizzate (es.
soprattutto, nonostante, invece), oscillante l’uso del trattino. Accento grafico si è stabilizzato sui 10
monosillabi che lo richiedono (ché, dà, dì, è, là, lì, né, sé, sì, tè), differenziandosi dagli omofoni atoni;
accento collocato inoltre su già, giù, più, può, per segnalare che né i né u hanno qui valore vocalico; l’uso
di accentare i monosillabi forti tende però ad espandersi. Standard prescrive l’accento nelle parole tronche,
spesso non si trova in parole composte con monosillabi che, isolati, non lo richiedono (es. autoblu, doposci,
ventitre), e anche nei giorni della settimana, dove si è perso il rapporto con dì. Istituzionalizzata la
distinzione tra è aperta ed è chiusa. Accento circonflesso compare talvolta, specie, con funzione
disambiguante, nei plurali dei nomi maschili uscenti in –io, principî, plurale di principio, opposto a
principi, plurale di principe; alternativa quella di segnalare la posizione dell’accento tonico. Riduzione delle
elisioni e delle apocopi (es. ci interessa e non c’interessa). Lo con le relative preposizioni articolate e i
dimostrativi quelli e quello vengono elisi davanti a vocale (es. l’ultimo film, quell’individuo) ma al femminile
l’elisione è generalizzata prima di a (es. l’antenna). La riduzione della d eufonica per evitare uno iato,
ad ed o od solo prima di parola iniziante con la stessa vocale, anche la i prostetica prima di s +
consonante sopravvive solo per iscritto. Recupero di k in molte scritture commerciali, politiche e
giovanili; nell’uso giovanile si registrano anche ricorso a segni matematici, ma sempre in scritture non
formali. Tra i segni paragrafematici crescita dell’uso delle virgolette non solo per le citazioni, ma anche
come valore attenuante. In espansione anche parentesi e trattini, frasi incidentali.

Aspetti di morfologia. Egli, ella esso, essa, essi, esse ancora usati, valore di debole ripresa anaforica,
lui, lei e loro, soprattutto nelle forme marcate. Pronome ella vivo anche come allocutivo di cortesia.
Tra i clitici, rigorosa distinzione gli/le e loro. Il vi locativo resiste, accanto al ci che come attualizzante è
frequente con il verbo essere e molto raro con il verbo avere. Si rileva ancora, come relitto costruzione
italiano antico, posizione enclitica dei pronomi atoni con il verbi all’indicativo o congiuntivo (affittasi,
vendesi, leggasi). Codesto nel linguaggio burocratico e nelle prosa letteraria e saggistica, ciò
vitale. Utilizza tutte le forme verbali, futuro spesso valore deontico in testi di carattere normativo, nei testi
narrativi riferito ad eventi passati posteriori a quelli indicati. Distinzione tra passato prossimo e remoto.
Congiuntivo normalmente usato nelle frasi dipendenti. Condizionale, specie nella prosa giornalistica, tipico
del discorso riportato. Vitalità della frma passiva.
Aspetti sintattici. SVO, nello scritto frequenza maggiore rispetto al parlato. Dislocazioni a sinistra
presenti anche nello scritto; frequenza minore, escluse da testi legislativi e scientifiche che preferiscono
effettuare inversioni, cioè anticipazioni senza ripresa. Estranei allo scritto, temi sospesi e dislocazioni a
destra. Buon accoglimento della frase scissa, focalizzare un elemento frasale per svolgere piuttosto la
funzione testuale di marcare un cambiamento di tema. Frequenza di locuzioni preposizionali con varie
funzioni, soprattutto causali (es. alla luce di, in base a, sulla base di, a livello di). Particolare rapporto tra
nomi e verbi, coesione sintattica ai verbi mentre il carico semantico e informativo ai
nomi(espressione analitiche come dare lettura, avere luogo, effettuare un controllo) Linguaggio giornalistico,
enunciati di stile nominale. Italiano scritto predilige subordinazione alla coordinazione. Tra le
subordinate implicite in espansione il gerundio assoluto. Frase relativa più frequenti, norma tradizionale. In
espansione frasi incidentali.
Testualità e lessico. Testo scritto andamento lineare, con struttura più coerente e coesa, tendenza alla
densità lessicale. Consente articolazione testuale complessa e ricca, capitoli, paragrafi e capoversi. Segni
di interpunzione hanno funzione tipicamente sintattica e testuale. Testualità si caratterizza per i
legamenti a distanza (es. non solo..; ma anche..; da una parte..; in secondo luogo). Valore testuale assume
spesso pure il gerundio, anche assoluto. Lessico più ampio rispetto al parlato, ispirato alla variatio,
evitare la ripetizione della stessa parola con sinonimi o perifrasi. Punto e virgola invece per legare sul
piano semantico, l’enunciato che segue a quello precedente, ma può sostituire la virgola nella funzione di
coordinazione per asindeto quando le frasi, o anche i soli sintagmi, risultano piuttosto estesi.
Italiano della letteratura. Sviluppi diversi durante il novecento. Rinuncia ad un codice di riferimento,
legata a scelte personali. Uso particolare dei segni di interpunzione, non rispettano costruzione sintattica
della frase, ma la interrompono con effetti di ellissi e di messa in rilievo, fino ad enunciati costituiti da una
sola parola. In altri casi punteggiatura emula prosodia del passato. Superare confini tra discorso diretto
e indiretto. Omissioni dell’articolo determinativo, specie in poesia, anteposizioni dell’aggettivo al
sostantivo, coordinazioni spesso per asindeto o polisindeto. Attinge ai registri più disparati, colloquiale,
dialetti, arcaismi, latinismi, neologismi. Ripetizioni anaforiche, metafore, metonimie e sineddochi.
Italiano della prosa scientifica e della saggistica. Trattati scientifici, testi molto vincolanti, saggi
mediamente vincolanti. Italiano molto insidiato dall’inglese, lingua della comunicazione scientifica
internazionale. Italiano scientifico spesso argomentativo con formulazione di ipotesi al congiuntivo e strutture
sintattiche di tipo deduttivo, abbondano tecnicismi, formati con confissi latini o greci o con particolari
prefissi e suffissi (-zione –ite –logico). Ricorso a polirematiche e denominazioni eponime (es. morbo di
alzhaimer ). Sinonimia ridotta, abbondano parentesi. Saggistica maggiore dialogicità , presenza frasi
interrogative e uso congiunzioni testuali, subordinazione molto diffusa, presenza frasi incidentali e
nominali. Abbondante aggettivazione e scelta di termini tecnici o ricercati, spesso semanticamente vaghi,
uso metaforico di parole del linguaggio comune o proprie di altre lingue speciali.
Italiano delle leggi e burocrazia. Testi normativi molto vincolanti, molta esplicitezza, notevole
rigidità già sul piano della distribuzione dell’informazione, rigorosa suddivisione di testo in capoversi, spesso
numerati e concatenati da chiari legami sintattici, uso della punteggiatura rispetta costruzione sintattica.
Ampio ricorso al passivo, rifiuto sinonimia, presenza tecnicismo, aulicismi e latinismi. Lingua della
burocrazia, testo oscuro o ambiguo, sintassi molto articolata, frequenti inversioni senza ripresa
pronominale; ampio spazio subordinazione ottenuta spesso con participi o gerundi. Notevoli i deverbali a
suffisso zero , tra i pronomi con valore anaforico o cataforico non si usa questo ma piuttosto tale, detto,
suddetto o predetto, sottoscritto, sottindicato.
Italiano dei giornali. Varietà della lingua, diverse sezioni in cui giornale si articola, in effetti italiano dei
giornali rielabora spesso testi preesistenti. Importanza stile nominale, fortemente ellittici ed allusivi;
collocazione complemento di luogo senza la preposizione seguito dalla virgola. Titoli spesso ricchi di giochi
di parole e citazioni a romanzi, film e canzoni presentano nettamente distinti tema e rema anche senza
legami sintattici tra loro. Frequenti periodo mono-proposizionale. Sul piano lessicale uso di parole o
formule stereotipate e di neologismi occasionali, abbandonati poi come logori. Frequente ricorso a
metafore e metonimie, uso di derivati e composti, anche ibridi, di sigle anche a funzione aggettivale,
di polirematiche e di combinazioni asindetiche, ampia presenza di anglicismi non adattati, alcuni
dialettalismi. Frequente ellissi di preannuncio, porta a ritardare la presentazione degli elementi
tematici, per destare curiosità.
Italiano delle scritture esposte.
Iscrizioni e scritte murali, insieme alle insegne, scritture esposte pubbliche, quasi sempre in lettere
maiuscole senza spezzare per andare a capo, brevità e pregnanza di significato. Testi di carattere
commemorativo, aderenza allo standard, venata da tratti arcaizzanti, solennità come anteposizione
aggettivo al sostantivo, e dell’avverbio al participio, predilezione passato remoto e anafore di
preposizioni (es. di fede e di lealtà) la collocazione del verbo alla fine della frase, gli aulicismi lessicali.
Notevole presenza di deissi spaziale che fanno riferimento al contesto (qui, dove, ove). Scritte murali
spontaneee, estemporanee di carattere privato, brevissime, spesso slogan politici e delle varie tifoserie
calcistiche, grande spazio all’oralità, mancato rispetto ortografia, usi grafici tipi della scrittura giovanile.
L’italiano dei semicolti. Sia nel parlato sia nello scritto, caratterizzati dal basso grado di istruzione.
Italiano dei semicolti, parlanti dialettòfoni, che si servono dell’italiano in situazioni comunicative particolari,
spesso scritto, produzione però legata alla sfera dell’oralità, anche se la ricerca di un registro alto porta a
fenomeni di ipercorrettismo e di imitazione die pochi modelli di italiano scritto conosciuto. Frequenti errori
nell’accentazione ed evitamenti, con assimilazione, epentesi o epitesi, di sequenze foniche complesse o
estranee al sistema. Oltre ai tratti dovuti alle interferenze dialettali e regionali:

1. Mancata percezione dei confini delle parole frequenti univerbazioni di articoli, pronomi clitici e
preposizioni (lamico, l’aradio) e anche con alcune improprie segmentazioni (con torno, di spetto)

2. Difficoltà della resa delle doppie, spesso scempiate, ma a volte se scempie vengono indebitamente
raddoppiate
3. Presenza di errori di ortografia, come la h omessa, e la q indebitamente estesa

4. Scarsa e impropria utilizzazione dei segni paragrafematici

5. Tendenza regolarizzare paradigmi nominali e aggettivali, per lo più con l’adozione di maschili in o/i
(es. l’agento, gli auti) e femminili in a/e (la moglia, le cimice)
6. Rafforzamento analitico di comparativi e superlativi

7. Sovraestensione del clitico dativale ci, che assume anche valore di a lui e a lei e a loro

8. Nel sistema verbale scambi tra gli ausiliari dei verbi attivi
9. Estensione di concordanze a senso
10. Costrutti particolari come il periodo ipotetico col doppio condizionale o col doppio imperfetto
congiuntivo

11. Malapropismi, parole storpiate sul piano del significante per accostamento a parole più note (celebre da
celibe)
12. Preferenza per strutture lessicali di tipo analitico, es. malato al cervello

LE VARIETA’ TRASMESSE. Nascita e diffusione mezzi di trasmissione a distanza del parlato, favorito
unificazione linguistica. Rinuncia al dialetto e ricerca di una pronuncia più corretta e chiara. Radio e
televisione negli ultimi anni, irruzione del parlato, tv verità, telefonate in diretta e il talk show. Da maestre
di italiano la radio e soprattutto la televisione, sono diventate specchio della realtà linguistica
contemporanea.

L’italiano al telefono. Tipo di trasmesso più vicino alla conversazione spontanea faccia a faccia,
comunicazione bidirezionale, tra due soli interlocutori, in cui si utilizza la voce, con tutte le sue
variazioni di intonazione, volume e accento. Almeno in parte programmato, interlocutori non si vedono e
non sono nella stessa situazione, rispettare turni dialogici. Elementi ridondanti, causa interruzione
della linea, frequenza di segnali fatici (pronto? Ci sei? Mi senti?). Nella conversazione telefonica assumono
ruolo centrale alcuni elementi rituali, diversamente regolati a seconda del grado di formalità.
Particolarmente importanti i segnali di apertura, presentazione e di riconoscimento, e di chiusura.
Uso dell’imperfetto di cortesia. Telefono cellulare, processi di identificazioni più rapidi, rapporto di
confidenza.
L’italiano della radio. Testi radiofonici per molto tempo categoria del ‘parlato-scritto’, testi scritti letti ad
alta voce. Parlato autentico entrato dalla fine degli anni 60, trasmissioni in cui potevano intervenire da
casa. Buon grado di standardizzazione dal punto di vista fonetica, annunciatori radiofonici addestrati con
appositi corsi. Parlato caratterizzato dalla velocità del ritmo quando si tratta di intrattenimento. Dal
punto di vista sintattico, frasi brevi, preferenza per la paratassi, evitamento di incisi, parentesi ed
inversioni sintattiche. Ora accoglie tratti propri del parlato autentico, come la frequenza dei segnali
discorsivi, sebbene ne eviti le forme più estreme.

L’italiano del cinema. Parlato cinematografico, parlato recitato, basato su sceneggiature scritte.
Utilizzazione dello standard parlato conosciuto notevoli eccezioni, varietà delle pronunce regionali ha
trovato accoglienza nel cinema prima che nel teatro, più contrastata la presenza di dialetti: soprattutto
romanesco e varietà romana dell’italiano. Cinema molto contribuito a veicolare romaneschismi lessicali
( burino, fasullo, ammappete!) e anche fraseolgici e sintattici ( che lo dici a fare?). doppiaggio, dal
punto di vista fonetico, si usa la pronuncia standard, dialetti e italiani regionali compaiono con funzione
marcatamente espressiva. Nei dialoghi doppiati anche per necessità di sincronizzazione con il parlato anglo-
americano, si sono diffusi calchi dall’inglese : beh, corrispondente a well, ci vediamo, allocutivo amico,
esclamazione dannazione!

L’italiano della televisione. Aspetti simili a quello della radio, con una maggiore apertura al dialetto.
Inizialmente trasmissioni televisive basate su testi perlopiù scritti e hanno utilizzato una lingua
standardizzata ma anche con una funzione modellizzante; scarsa la presenza dello stile nominale,
evitamento delle forme colloquiali. Anche la televisione si è aperta al parlato autentico, con tutte le sue
varietà. Dialogo è diventato il genere testuale predominante, con il talk show. Nei telegiornali che
hanno una componente di parlato scritto, si rilevano alcune caratteristiche della lingua dei giornali,
abuso di stereotipi. Formule fisse usate dai conduttori per il passaggio ad un nuovo tema. Desiderio di
coinvolgere il pubblico, espressioni proprie dell’italiano colloquiale e a volte anche gergale. Anche la
fiction, basata su testi scritti, cerca di avvicinarsi al parlato senza più escludere le varietà regionali.

Lo scritto trasmesso. Con la nascita del tramesso lo scritto sembrava destinato a una lenta fine, nuovo
mezzo ha rilanciato anche la lingua scritta, recente sviluppo di internet. Scrittura elettronica, si
smaterializza e acquista un carattere virtuale, mobilità assolutamente inusitata, nel trasmesso i testi vengono
frazionati in stringhe più o meno brevi. Anche possibilità di correggere il testo non è sempre sfruttata.
Tendono alla brevità o a semplificarsi e strutturarsi in parti brevi; abbandono delle strutture
subordinate. Ricerca della dimensione dialogica, interattività, affinità con il parlato. Questo spiega
frequente presenza di tratti propri del parlato o comunque l’adozione di un tono meno formale rispetto alla
scrittura tradizionale. Nei siti internet, possibilità di strutturarsi su più piani, in profondità, ipertersti, siti
web si visitano e non si leggono, testo scritto è multimediale, supportato da colori, immagini e suoni.
Testi devono essere brevi, chiari e asciutti, densità lessicale propria della lingua scritta, attenzione
all’aspetto grafico, particolarmente curato, come nei testi pubblicitari. Rispetto delle convenzioni
grammaticali anche sul piano ortografico. Segni di punteggiatura si riducono. Influsso dell’inglese investe
anche intere frasi. Frasi brevi, separate dal punto e con frequentissimi a capo. Ridotta la frequenza delle
frasi marcate, notevole presenza dello stile nominale. La posta elettronica, spedire in tutto il mondo al
costo di una semplice telefonata urbana. Più vicino alla telefonata che non alla lettera, stile tende alla
colloquialità; formule di apertura e chiusura sono rapidissime. Quasi mai pianificato, viene scritto
velocemente e di solito non viene riletto. Impaginazione del testo poco curata, frequenti errori di
battitura, gli accenti spesso sostituiti dagli apostrofi; i segni paragrafematici si limitano al punto, la virgola
e alle parentesi, punti esclamativi e interrogativi anche ripetuti o combinati sono molto utilizzati. Testo
costituito come nel parlato, frasi brevi, coordinate tra loro, non di rado prive del verbo, frequenza delle
interrogative, particolare densità e stringatezza. Nelle chats, più spiccata dialogicità, come ne caso
della conversazione faccia a faccia, compresenza dell’emittente e dei riceventi, scrittura in continuo
movimento. Giovani e componente ludica molto marcata. Uso della k, faccine, punti esclamativi ed
interrogativi ripetuti. Caratteri maiuscoli e ripetizione delle lettere, effetto di imitare la voce. Piano sintattico
alcuni tratti del parlato, dislocazioni a destra e sinistra, ma fenomenologia più tipica del parlato
spontaneo assente. Ampio uso di segnali demarcativi e discorsivi, ciao a tutti, hi all, e e ma si usano
spesso all’inizio di un turno; vabbè, ehi, senti fungono da segnali di ripresa. Componente gergale dal
punto di vista lessicale, plurilinguismo. Gli sms non devono superare un limite di caratteri, con tastiera
limitata e si leggono sul display in sequenza di poche righe. Uso di faccine, sigle e abbreviazioni, sia per il
limite dei caratteri che della tastiera. Quasi assenti segnali di interpunzione, tranne i punti esclamativi e
interrogativi e i puntini di sospensione, tra i tempi verbali, presente indicativo. Brevità e linearità, sforzo
di sintesi.