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Cromazio di Aquileia

CATECHESI AL POPOLO

SERMONI

Traduzione introduzione e note a cura di Giuseppe Cuscito

città nuova editrice

INTRODUZIONE

1. San Cromazio vescovo di Aquileia biografiche

(388-408): notizie

Il nome di Aquileia associato a Rufino ricorre in tutte le opere fondamentali della patristica. Non altret­ tanto si può dire per Cromazio1, certamente uno dei più illustri vescovi della Chiesa latina tra i secoli TV e V. Qualche cosa cambierà dopo la recente pubbli­ cazione nel « Corpus Christianorum » IX A delle sue opere, frutto delle recenti, sostanziose scoperte di J. Lemarié e di R. Étaix che hanno messo in luce l’in­ teriore grandezza e lo zelo pastorale del santo vescovo nell'impegno della catechesi2. Del resto la prima pub­ blicazione organica dei Sermones di Cromazio di Aqui­ leia nei due volumi delle « Sources Chrétiennes », stampati a Parigi rispettivamente negli anni 1969 e

1 Manca un capitolo dedicato alla figura e all’opera di Cromazio di Aquileia in Patrologia, III, Institutum Patristicum Augustinianum, Roma 1978. Però nell'edizione spagnola che sta per uscire si avrà un apposito capitolo da parte del p. B. Studer. 2 Chromatii Aquileiensis Opera, cura et studio R. Étaix et J. Lemarié, Tumholti 1974 (CCL IX A); Spicilegium ad Chro­ matii Aquileiensis opera, cura et studio J. Lemarié et R. Étaix, Tumholti 1977 (Supplementum al CCL IX A). G. Trettel, L’« opera omnia » di Cromazio di Aquileia, in « La Scuola Cattolica», CVII (1979), pp. 148-154.

8

Introduzione

1971 a cura del Lemarié3, benemerito scopritore di gran parte di questi testi, è senza dubbio una tappa importante per gli studi cromaziani. Ormai non si potrà più omettere il nome di Cromazio nelle patro­ logie, come auspicava il Lemarié a conclusione di un primo saggio sui frutti delle sue ricerche con queste parole: « Poche città dell'impero romano di quell’epoca hanno avuto l’onore di dare alla Chiesa due Padri di tale importanza [Rufino e Cromazio']. E non è questa per Aquileia la gloria più limpida? » \ È da rammaricarsi che Rufino, vissuto accanto a Cromazio fra il 399 e il 407, intimo del vescovo di Aquileia durante gli ultimi anni della sua vita e perciò ricco di tanti ricordi, non abbia progettato di lasciarci una Vita Chromatii, come fece Paolino per Ambrogio e Possidio per Agostino. Nella sua opera esegetica e anche nei suoi Seraioni, inoltre, va rilevata l’assenza di ogni riferimento personale: Cromazio infatti non ricorda mai episodi o casi capitatigli, come fa talvolta san Massimo di Torino5. Cosi quel poco che sappiamo della sua vita siamo costretti a ricavarlo indirettamente dalle testimonianze epistolari o letterarie di uomini illustri, come Girolamo, Ambrogio, Giovanni Crisostomo, Rufino, che, per ra­ gioni editoriali e culturali ovvero collegate all’esercizio del ministero o per amicizia, furono in contatto con lui. Gli atti del concilio di Aquileia del 381 ci hanno

1 Chromace d’Aquilée, Sermons,

I-II,

introduction,

te

critique, notes par J. Lemarié, traduction par H. Tardif, Pa­

rigi 1969, 1971, « Sources Chrétieimes » (SC) 154, 164. La pre­ ziosa introduzione del Lemarié, a cui dovremo spesso ricor­ rere, si trova in SC 154, pp. 9-120. 4 J. Lemarié, Indagini su San Cromazio d'Aquileia, in «Aquileia Nostra», XXXVIII (1967), col. 172.

Osservazioni sui proemi dei Sermoni di

S. Cromazio di Aquileia, in Atti e Mem. Soc. Istr. di Arch. e

5 A. De Nicola,

Introduzione

9

conservato gli interventi di Cromazio6 ancora presbi­ tero e fra i più zelanti collaboratori del vescovo Vale- riano (368-388), che, dopo i compromessi con gli ariani da parte del predecessore Fortunazia.no1, inaugurò una linea teologica e pastorale di più nitida osservanza ni- cena e destinò Aquileia a un ruolo preminente tra le Chiese dell’Italia settentrionale, compresa Milano dove sedeva il semiariano Aussenzio fino all’elezione di Am­ brogio nel 374. Fu anche questa vigorosa azione per l’ortodossia, oltre alla sua collocazione geografica, che fece di Aquileia la sede di quél concilio connesso a tutta una campagna intrapresa da Ambrogio di Milano per eliminare dall’Occidente gli ultimi focolai delVaria- nesimo soprattutto nelle province danubiane: li infatti furono condannati e deposti i due vescovi illirici Secon­ diano e Palladio. Allora Cromazio era una personalità

in vista e il braccio destro del suo vescovo: poteva avere

dunque una quarantina d’anni ed essere nato, pertanto, verso il 335-340. Era già prete però intorno al 369-370, in occasione del primo soggiorno aquileiese di Rufino, da lui rievocato nella sua Apologia composta fra il 400

e il 402 \ La Chiesa di Aquileia viveva allora la sua più bella stagione, quando fiori presso il centro episcopale un notevole seminario di studi teologici organizzato secon­ do il modello monastico, forse anche per l’entusiasmo suscitato nella fervente comunità dalla presenza di sant’Atanasio (345), e ispirato all'ideale alessandrino dell'armonia tra fede e cultura classica. San Girolamo, che vi aveva soggiornato verso il 370 stringendo ami­ cizia con Rufino, ricordava qualche anno più tardi, nel

* PL XVI, coll. 916-939. 7 G. Cuscito, Cristianesimo antico ad Aquileia e in Istria, Trieste 1977 [ma 1979], pp. 168-190. 8 Tir. Rufino, Apologia, a cura di M. Simonetti, Ed. Pao-

10

Introduzione

374 o nel 378, pieno di ammirazione e non senza nostal­ gia i chierici di Aquileia, paragonandoli a un « coro di beati » 9. Cromazio era nato nella stessa Aquileia da famiglia profondamente cristiana, se, da una lettera che Giro­ lamo indirizzò nel 375-376 dal deserto della Calcide a Giovino, a Cromazio e a suo fratello Eusebio, veniamo a sapere che i due fratelli vivevano con le loro sorelle, consacrate al Signore, accanto alla loro santa madre10. Quando Valeriano mori, il 26 novembre 388, Cro­ mazio fu designato quale suo successore e non c’è dub­ bio che sia stato Ambrogio, di cui ci è nota la presenza in Aquileia alla fine di quell’anno n, a conferire all’amico la consacrazione episcopale. L’inaugurazione del suo episcopato segue di qualche mese un avvenimento cru­ ento presso la città e l’esplosione di violenze contro la comunità ebraica di Aquileia: sembra infatti ipotesi assai plausibile che la distruzione della sinagoga di Aquileia, riferitaci da un oscuro passo di Ambrogio, debba collegarsi in qualche modo all’uccisione dél- l’usurpatore Magno Massimo, avvenuta ad Aquileia proprio il 28 agosto del 388 n. Egli che aveva riunito attorno a sé, in Italia, buona parte delle frange reli­ giose estranee al consolidato blocco fra ortodossia e impero teodosiano, pochi mesi prima aveva ottenuto soddisfazione dalla comunità cristiana di Roma a fa­ vore degli ebrei, in seguito all’incendio di una loro sina­ goga 13. È dunque probabile che anche ad Aquileia l’eli­ minazione di Massimo, dimostratosi loro protettore,

» Hier. Chron., PL XXVII, coll. 697-698.

io

Hier. Ep.

VII, PL XXII, col. 341;

Ep.

V ili:

« Il

be

Cromazio e il santo Eusebio, fratelli di sangue non meno che

per identità di ideali ».

» Ambr. Ep.

XL,

8,

PL XVI, col.

1104. Cf. anche Paul.

Vita S. Ambrosii, PL XIV, col. 34. n MGH, Auct. Antiquiss., I, pp. 15, 245.

u Ambr. Ep. XL, 23, PL XVI, col. 1109.

Introduzione

11

abbia provocato reazioni violente a danno dei suoi so­ stenitori M. Durante i vent’anni del suo episcopato, Cromazio

si consacrò al suo popolo come risulta dalle testimo­

nianze dei contemporanei e dalle sue stesse opere: la

sua attività pastorale fu, come quella di Ambrogio e

di Agostino, volta alla celebrazione dei santi misteri,

all’amministrazione dei sacramenti, alla predicazione,

se non quotidiana, certo assai frequente (S. 37), all’as­

sistenza ai poveri e agli oppressi. « Si aggiungevano contatti stretti con gli ecclesiastici ch'erano in mis­

sione nelle regioni del nord, una corrispondenza senza dubbio intensa di cui malauguratamente non è rima­

sto nulla. Si sa anche che il vescovo doveva saper ascol­ tare numerosi litiganti che venivano ad esporgli le loro difficoltà, scegliendolo come arbitro. Infine, nei tempi difficili delle invasioni, dovette confortare e sostenere una popolazione terrorizzata » 1S, come risulta da alcuni passi dei suoi Sermoni (SS. 12, 16, 37). Quanto all’attività costruttiva svolta da Cromazio, non va trascurato il lusinghiero complimento rivolto­ gli da Rufino di « Beseleel del nostro tempo », asso­ ciandolo cosi al biblico costruttore del Tabernacolo.

La basilica post-teodoriana meridionale di Aquileia ( ri­

tenuta anche post-attilana), su cui si imposta la co­ struzione medievale giunta fino a noi, si indica anche come cromaziana, « perché numerosi indizi orientano verso la fine del quarto secolo o al massimo verso i primissimi anni del quinto, che è l’epoca dominata dalla personalità del vescovo Cromazio » 1<s. Cromazio anche da vescovo segui con vivo inte-

M L. Cracco Ruggini, Il vescovo Cromazio e gli ebrei di

Aquileia, in Antichità Altoadriatiche (AAAd), XII (1977), pp.

367-371. G. Cuscito, Cristianesimo

,

cit., pp. 214-215.

15 J. Lemarié, Indagini

16 S. Tavano, Aquileia. Guida dei monumenti cristiani,

,

cit., col.

162.

12

Introduzione

resse il destino degli amici e degli scolari, che conser­ varono per lui venerazione e rispetto sempre maggiori:

egli ne intuì le attitudini e il carattere, seppe incorag­ giarli a un fecondo lavoro spirituale e scientifico e ne rimase spesso per tutta la vita amico paterno e consi­ gliere17; per questo ottenne che Girolamo e Rufino, nell’acerrima inimicizia scoppiata fra loro per la pole­ mica origeniana, ascoltassero forse soltanto lui18. Cromazio mantenne rapporti di amicizia anche con Eliodoro, vescovo di Aitino e già membro del Monaste- rium di Aquileia; ai due amici Girolamo indirizza verso il 393, dopo una malattia, la versione dei libri di Saio- mone: « Unisca insieme la lettera scrive Girolamo nella prefazione coloro che sono legati dal sacer­ dozio; anzi non divida la carta coloro che l’amore di Cristo congiunge. Avrei scritto i commenti su Osea, Amos, Zaccaria, Malachia, come mi chiedete, se la salute me l’avesse permesso. Mi mandate aiuti di de­ naro, sostentate i miei scrivani e librai, perché il mio ingegno possa lavorare per voi. Pertanto rotto da lunga malattia, per non tacere tutto quest'anno e non rima­ nere muto con voi, ho consacrato tre giorni al vostro

nome con l’interpretare [

siaste [.„] il Cantico dei Cantici » ,9. Intorno al 390 aveva già inviato a Cromazio dalla Palestina i suoi due libri su Abacuc, chiamandolo « venerando papa [ ] dottissimo tra i vescovi » 20. Nel 394 nuove istanze di Cromazio, nuovo lavoro di Girolamo: « Se la versione

]

i Proverbi

[

]

VEccle­

17 P. Paschini, Storia del Friuli, I, Udine

1934, pp.

55

Sia pure con cautela cf. A. Scholz, Il « Seminarium Aquilei- ense », in Mem. Stor. Forog. (MSF), I (1970), pp. 2643.

« Hier. Adversus Rufinum III, 2, PL XXIII, coll. 479480.

Praef. in libros Salomonis, PL XX, col. 311; Id.,

Cantra Rufinum II, 31, PL XXIII, col. 475. 20 Hier. Comm. in Abacuc proph. ad Chromatium prol., CCL LXXVI A, p. 59; Id., De viris illustr., 135 (scritto nel 392), PL XXIII, col. 759.

19 Hier.

Introduzione

13

[dei Paralipomeni] fatta dai Settanta si fosse conser­ vata genuina, quale fu da essi redatta in greco, vano sarebbe, o mio Cromazio santissimo e dottissimo fra i vescovi, il tuo incitamento perché io traduca il testo ebraico in latino » 21. Qualche anno dopo, prima però del 405, Girolamo illustra ai due amici la sua tradu­ zione del libro di Tobia in un sol giorno, soddisfa­ cendo cosi al desiderio che gli avevano espresso71. Con questo termina la corrispondenza fra Cromazio e Girolamo, della quale purtroppo non ci sono con­ servate che le risposte di quest'ultimo^. Cromazio spronava anche Rufino all’attività lette­ raria, esortandolo a mettere a servizio della Chiesa le

sue conoscenze linguistiche: a lui infatti Rufino dedicò

la traduzione di ventisei Omelie su Giosuè di Origene,

pubblicata fra il 403 e il 404 per esaudire il suo pres­

sante invito « che dall'abbondanza degli scritti dei Greci scegliesse qualcosa per l'edificazione e la costru­ zione del divino tabernacolo » 24. Da Cromazio ebbe incitamento a tradurre la Storia Ecclesiastica di Euse­ bio di Cesarea, a cui Rufino attese negli anni 402-403, subito dopo la prima invasione di Alarico (401 ), quasi

« per cercare qualche rimedio alla rovina [

tenere occupate in studi migliori le menti affrante e

toglierle dal contatto dei mali presenti », come af­ ferma nella prefazione rivolgendosi a Cromazio

E anche nella prefazione che precede i due libri da

lui aggiunti alla Storia di Eusebio, Rufino attesta

]

col

21 Di questa versione è fatto cenno anche in Adv. Rufinum

II, 27, PL XXIII, col.

471.

22 Hier. Praefatio in Lib. Tobiae, PL XXIX, coll. 23-26.

23 P. Paschini, Le vicende politiche e religiose del territo­

rio friuliano da Costantino a Carlo Magno (secc. IV-Vili), Ci-

vidale del Friuli 1912, pp. 58-59; Id., Storia del Friuli, cit., I, pp. 55-59.

24 Rufin. Prologus in Lib. lesu Nave, PG XII, coll. 823-826.

“ Rufin. Hist. eccl., PL XXI, coll. 461-462.

14

Introduzione

di averli composti « per ubbidire ai comandi del reli­

gioso padre Cromazio ».

Quando Rufino, intorno al 398, pubblicò a Roma

la versione del libro Dei principii di Origene, tentando

malaccortamente di compromettere anche Girolamo nella prefazione, esplose fra i due la ben nota polemica

che gli amici si sforzarono invano di comporre. Cro­ mazio stesso intervenne pregando Girolamo di por fine alla contesa, ma Girolamo protestò di non poter aderire a questa esortazione26. Quali fossero i sentimenti di Cromazio a propo­ sito delle discusse questioni origeniane, lo possiamo solo arguire da alcune parole con cui Girolamo sfida Rufino a dire i nomi di quanti usano gli scritti di Ori- gene senza citarlo e mettono all’indice i suoi libri affinché non si conoscano i loro furti77. Era cauto circa

le posizioni di Origene ma sapeva apprezzare la ric­

chezza delle sue interpretazioni tipologiche2S.

Cromazio ebbe rapporti anche con altri perso­ naggi illustri della sua età e di essi ci sono giunte alcune testimonianze preziose. Se era venuto a tro­ varsi in relazione con sant’Ambrogio fin dal concilio

di Aquileia del 381, più tardi lo consultò intorno a

una questione scritturale relativa alla profezia di Balaam (Numeri X X II): Ambrogio gli risponde che Dio sa usare talvolta anche di ciò che è infermo innanzi agli uomini e cosi scelse Balaam, che pure era iniquo, per proclamare la verità2*. Questa è l’unica testimo­ nianza delle loro reciproche relazioni, che, come si capisce dal contesto, dovettero continuare a essere strette e cordiali.

26

Hier. Adv. Rufin. Ili, 2, PL XXIII, col. 479.

 

»

Hier. Adv. Rufin.

II, 22, PL XXIII,

col. 466.

28

P. Paschini, Le

vicende

,

cit.,

p.

61;

Id.,

Storia

del

Friuli, cit., I, pp. 57-58.

» Ambr. Ep. I, PL XVI, col. 1159.

Introduzione

15

Una delle ultime attività di Cromazio fu la difesa

di san Giovanni Crisostomo, da lui mai conosciuto di

persona, dopo la condanna e la deposizione dalla sua sede di Costantinopoli nel sinodo ad Quercum (403). Sappiamo che il Crisostomo, vittima degli intrighi di corte e della sua franchezza, scrisse a tre vescovi del- VOccidente, Innocenzo di Roma, Venerio di Milano e Cromazio di Aquileia per informarli della sua situa­ zione e per pregarli di intervenire30. Quello che Cro­ mazio facesse non sappiamo, ma risulta che abbia

scritto una lettera energica all'imperatore Onorio, let­ tera che questi trasmise, assieme a quella di papa In­ nocenzo, al fratello Arcadio, imperatore d’Oriente31.

E anche se questa non ci fu conservata, merita tutta­

via ricordare il cordiale e caloroso ringraziamento che Giovanni Crisostomo spedi ad Aquileia nel 406: « È giunta fino a noi la fama della tua calda e sincera carità, come squilli di tromba; essa è echeggiata chiara

e, prolungata a tanta distanza, si è diffusa fino all’estre­ mità della terra. Alla pari dei tuoi concittadini, noi conosciamo, malgrado la distanza, la tua viva e arden­

te carità, il tuo parlare deciso, franco e ardito, la tua

fermezza

nanza impedirono un ulteriore scambio di lettere. Il Crisostomo infatti mori nel 407, quando lo stesso Cromazio, ormai anziano e scosso dagli avvenimenti politici di quegli anni, era forse già colpito dal male che poco dopo l’avrebbe portato alla tomba: secondo

i computi del De Rubeis33, fondati su alcuni dati

della vita di Rufino, Cromazio mori nel 407 o all’inizio del 408, alla vigilia della seconda discesa di Alarico in

simile al diamante » 32. La morte e la lonta­

30 Palladii Dialogus historicus II, PG XLVII, col. 12. L. Duchesne, Storia della Chiesa antica, III, Roma 1911, pp. 62 ss. « Pallad. Dial. hist. Ili, PG XLVII, col. 15. 32 Ioann. Chrys. Ep. 155, PG LII, coll. 702-703. 53 B.M. De Rubeis, Monumenta Ecclesiae Aquileiensis, Ar- gentinae 1740, col. 113.

16

Introduzione

Italia, quando, morto Stilicone, il re goto marciò vit­ toriosamente fino a Roma34.1 Goti di Alarico, valicate

le Alpi Giulie, avevano già cinto d'assedio Aquileia

nel novembre 401; ignoriamo se allora la città abbia resistito, ma certo seguirono in tutta la regione mas­ sacri, violenze e deportazioni cosi che, dopo la prima, dolorosa esperienza, alVawicinarsi dei barbari gli abitanti delle città fuggivano, sulle isole del litorale. Forse anche Cromazio coi suoi fedeli si sarà rifugiato più d'una volta a Grado, e potrebbe aver provveduto a una qualche sistemazione dei luoghi di culto già esi­ stenti nell’isola35. Sta di fatto tuttavia che durante tali angosce e tali preoccupazioni, mentre la situa­ zione politica dell’Occidente si era andata particolar­ mente aggravando dopo la morte di Teodosio che aveva saputo ridare all’impero unità e coesione, Cro­

mazio si sforzava di consolare i suoi fedeli anche nel­ l’azione liturgica, come quando in un Sermone per la veglia pasquale (S. 16) invita l’assemblea a pregare il Signore che si degni di liberare il suo popolo da ogni attacco di nemici e da ogni paura di avversari e

di ricacciare barbaras nationes.

2. L’attività

letteraria

di

Cromazio

let­

teraria di Cromazio erano noti 18 Trattati sul Van­

gelo di Matteo,

Fino alle recenti scoperte,

tra

cui fu

della produzione

sempre

assai apprezzato

,

Indagini

, ma M. Mirabella Roberti (La più antica basilica di Grado, in Arte in Europa, Milano 1966, pp. 105-112), non ritiene di dover attribuire a Cromazio alcun intervento monumentale nell’isola di Grado.

J. Lemarié,

34 P. Paschini, Le vicende

cit., col.

165.

cit., p.

63

e

n.

2;

, 35 Tale è l'ipotesi del Lemarié {Indagini

cit., col. 165);

Introduzione

17

quello sulle otto Beatitudini che in realtà era già stato riconosciuto come un'omelia a parte, pronunciata in un giorno di grande mercatox: si tratta di quello che nell’attuale corpus delle opere cromaziane è il Ser­ mone 41. Nel 1905 P. de Puniet, studiando il testo di tre omelie conservate nell’antico Sacramentario Gela­ siano, proponeva di restituire a Cromazio di Aquileia quella che doveva servire di esortazione ai catecumeni nello scrutinio per la traditio del Pater noster in pre­ parazione al battesimo37: in base a tale attribuzione, A. Hoste aggiungeva questa omelia agli scritti di Cro­ mazio nel volume IX del « Corpus Christianorum », edito nel 1957; oggi, nel nuovo corpus cromaziano è

il Sermone 40, intitolato Praefatio orationis Dominicae. Per una serie di fortunate circostanze l’opera di

Cromazio si è andata arricchendo sensibilmente grazie alle ricordate scoperte quasi contemporanee dell’Étaix

e del Lemarié tra il 1959 e il 1965, protrattesi anche

negli anni successivi. Limitandoci a pochi essenziali ragguagli sui risultati finali, rinviamo per una completa documentazione ai numerosi contributi apparsi sulla « Revue Bénédictine » dal 1960 in poi, all’articolata in­ troduzione del Lemarié all’edizione dei Sermones per le « Sources Chrétiennes » (SC 154) e alla parte intro­ duttiva ai Sermones e ai Tractatus nel volume IX A del « Corpus Christianorum ». Cosi, mentre il Lemarié riusciva a ricostruire un piccolo corpus di Sermoni derivandoli da una tradi­ zione manoscritta comprendente due famiglie, una ca­ talana e una germanica, e da collezioni o omiliari, nel

36 P. Paschini, Le vicende

,

cit., p. 63; Id., Storia del Friuli,

cit.,

37 P. de Puniet, Les trois homélies catéchétiques du sacra- mentaire gélasien pour la tradition des évangiles, du symbole et de l'orfaison dominicale, in Rev. d'Hist. Eccl., VI (1905),

pp. 304-315.

I,

p.

58.

18

introduzione

frattempo il Commento a Matteo, di cui si conosce­ vano solo 17 trattati (o capitoli) pubblicati sotto il suo nome già dal sec. X V I M, andò incrementandosi in un primo momento grazie all’edizione nella « Revue Bénédictine » del 1960 di 4 nuovi trattati scoperti da. R. Étaix, in seguito per le successive scoperte di altri 39 trattati ad opera di Lemarié e di R. Étaix. Tutti que­ sti trattati sino allora inediti derivano da una tradi­ zione manoscritta comprendente due famiglie distinte per la diversa attribuzione del testo a san Giovanni Crisostomo e a san Girolamo39. I quattro manoscritti maggiori della famiglia pseudo-crisostomiana, vanno dal prologo al capitolo IX di san Matteo, mentre la famiglia pseudo-geronimiana ci tramanda il commento molto incompleto sino al capitolo XVIII. Cosi il Com­ mento a Matteo, oltre a essere rimasto incompiuto pro­ babilmente per la morte del suo autore, ci è noto sólo per circa una m età40. In tal modo una nuova edizione accresciuta delle opere oratorie ed esegetiche di Cromazio è stata accolta nel già citato volume IX A del « Corpus Christiano- rum » pubblicato nel 1974, a cui ha fatto seguito nel 1977 un Supplementum sempre a cura dei due bene­ meriti Editori. Nonostante questi felici ritrovamenti, l’opera di Cromazio è ancora ben lontana dall’essere completa; infatti anche la sua produzione oratoria ultimamente edita presenta frequenti lacune: dei 43 Sermoni, nove sono incompleti e frammentari, uno si riduce al proe­ mio, altri risultano rimaneggiati, il Sermone 42 resta

38 La prima edizione di G. Sichard (Basilea) è del 1528. 39 Lo status quaestionis fu precisato per la prima volta nella sua globalità da R. Étaix - J. Lemarié, La tradition ma- nuscrite des Tractatus in Matheum de saint Chromace d’Aqui- lée, in « Sacris Eruditi », XVII (1966), pp. 302-354.

cit., col.

40 Per alcune precisazioni cf. Lemarié, Indagini

,

Introduzione

19

dubbio. A queste deficienze si deve aggiungere il fatto che, sia per i Sermoni sia per i Trattati, resta impos­ sibile determinare con sicurezza uno svolgimento del pensiero di Cromazio41. Si può solo essere sicuri che, mentre si accingeva alla stesura del Commento, doveva avere sottocchio un esemplare con la raccolta dei suoi Sermoni, se parecchi Trattati rimandano a quelli. Inol­ tre dobbiamo concludere che il Commento fu redatto con ogni probabilità quando Girolamo aveva già scritto

il De viris illustribus (392-393) e il suo Commento a

Matteo (398), poiché in entrambe le opere manca qual­ siasi riferimento a Cromazio. Tenuto conto di questi dati, è ragionevole pensare che il vescovo di Aquileia abbia posto mano al suo Commento solo in età piut­ tosto avanzata e negli ultimi anni del suo episcopato

(400-408); forse preferiva incoraggiare Girolamo e Ru­ fino nella loro opera di esegeti e di traduttori. Egli pe­ raltro non adduce ragioni per giustificare l’impresa di una trattazione sistematica sul primo Vangelo, prefe­ rito come si sa agli altri due sinottici nelle cele­ brazioni liturgiche per l’attenzione di Matteo all’eccle­ siologia. Quanto alla sua attività oratoria legata alla costante formazione del suo gregge più che a un impe­ gno letterario, sono stati alcuni dei suoi uditori a con­ servarcene l’eco: « Ad Aquileia, non meno che a Milano

o a Ippona, non mancavano gli stenografi. Un po’ alla

volta si costituì cosi un corpus di sermoni e di omelie.

Sermoni pronunciati durante l’anno liturgico, omelie

sugli evangeli, commenti alle letture dell’Antico Testa­ mento, degli Atti, delle Lettere di san Paolo, esposizio­ ni sui Salmi, furono cosi riuniti in un’opera apparen­ temente sprovvista di ogni ordine logico. Ispirandosi molto liberamente al commento di Ilario a Matteo e

a quello di Ambrogio a Luca, Cromazio aveva esposto,

41 D. Corgnali, Il mistero pasquale in Cromazio di Aq

leia, Udine 1979, pp. 32-34.

­

20

Introduzione

nella sua predicazione, il senso letterale e spirituale di molti passi del primo evangelo » 42. Solo dopo la pub­ blicazione del Commento a Matteo di Girolamo (398), Cromazio pensò di intraprendere un'opera simile, ma con taglio eminentemente pastorale e sviluppando al­ cuni temi già accostati nella predicazione. Il carattere molto più spontaneo dell’esposizione omiletica appare evidente se si paragona quest'ultima con i Trattati, in cui la composizione è meglio ordinata e le digressioni sono eliminate; comune invece ai Sermoni e ai Trattati risulta il vocabolario e soprattutto il metodo esegetico, sicuro, equilibrato e pressoché costante*. Alla morte di Cromazio dunque la biblioteca epi­ scopale di Aquileia possedeva, oltre agli scritti dei più celebri autori cristiani di Occidente (Cipriano, Tertul­ liano, Ilario, Ambrogio, Girolamo) e alle traduzioni di padri orientali compiute da Rufino, almeno due volumi

di opere di Cromazio: un corpus di Sermoni e un Com­

mento a Matteo. La sorte di questi manoscritti nelle

turbinose vicende che travolsero Aquileia fin dal sec. V è facilmente immaginabile; forse ciò spiega il penoso silenzio precipitato su di lui e sulla sua opera persino

in uno scrittore come Gennadio di Marsiglia all’inizio

del sec. VI. Eppure san Leone Magno e Cesario di Arles mostrano di averne apprezzato gli scrittiM; san Leone infatti disponeva almeno di una parte del Commento a Matteo, se un suo Sermone (XCV) offre numerosi punti di contatto cól Tractatus XVII di Cromazio45.

sec. V ili Alcuino disponeva di un

manoscritto della prima famiglia contenente i dicias­ sette trattati del Commento a Matteo: ne cita un brano scrivendo contro Felice di Vrgel a proposito della dot­

Sul finire del

42 J. Lemarié, Indagini

, « Rev. Bénéd., LXXIII (1963), p. 190.

45 J. Lemarié, Indagini

43 D. Corgnali, Il mistero pasquale

,

,

cit., col.

cit., col.

166.

167 e

cit., p.

n.

19.

35.

Introduzione

21

trina sulla Trinità, qualificando l’autore: Chromatius

] [

sanctae Romanae antistes Ecclesiae4é.

Perché non è più ricordata la sua appartenenza alla Chiesa di Aquileia? È un mistero non ancora defini­ tivamente risolto. Dopo le esplorazioni dei due Editori,

a noi non resta che constatare come il Friuli e la Vene­ zia non abbiano conservato più di qualche frammento

di un’opera che fu già mólto ampia. Anche i Sermoni,

tranne il 41, ci sono pervenuti con l’attribuzione ad altri autori, ma occorre precisare che l’archetipo non destinato al pubblico era rimasto anonimo. In Germa­ nia i Sermoni sono attribuiti ad Agostino; in Catalo­ gna sia ad Agostino che a Girolamo.

La fama acquistata da Cromazio anche per la sua amicizia con Girolamo fece attribuire a lui e a Eliodoro

di Aitino una lettera apocrifa che essi avrebbero scritto

insieme per chiedere al grande Dottore di compilare, con l’aiuto degli scritti di Eusebio di Cesarea, una rac­

colta delle feste dei martiri; a questa fa seguito un’apo­ crifa risposta di Girolamo che sarebbe servita di ac­ compagnamento all’opera indebitamente passata sotto

il suo nome: il Martirologio Geronimiano che, nella

sua forma originaria, è in realtà una compilazione della metà del sec. V redatta in area veneto-aquileiese; cosi

è probabile che per dar credito alla sua opera l’anonimo

compilatore vi abbia preposto quella falsa corrispon­ denza, costruendola sulla conoscenza di dati storica­ mente veri come le relazioni di Cromazio e di Eliodoro

con Girolamo e la continuazione da lui avviata della cronaca di Eusebio®.

46 Alcuin.

47 La nuova edizione del Geronimiano

Adv. Felicis haeresin XXVI, PL CI, col. 97.

si

trova in Acta

Sanctorum Nov., tomi II pars posterior. Anche per la biblio­

grafia

al riguardo, cf.

G.

Cuscito,

Cristianesimo

,

cit.,

pp.

84-86.

48

Queste due lettere apocrife servirono da modello ad

22

Introduzione

3. Ortodossia

Cromazio

e

polemica

antigiudaica

nell'opera

di

Cromazio, ancora presbitero, partecipa come si è detto al concilio di Aquileia, dove rinfaccia a Pal­ ladio di Ratiaria di ripudiare i punti essenziali della fede cattolica: la divinità del Figlio e la sua eguaglianza col Padre®. E su questo punto egli ritornerà frequen­ temente nella sua attività pastorale incentrata sulla catechesi. Ad ogni modo, se il suo intervento nelle di­ scussioni conciliari si giustifica col contributo attivo da lui precedentemente dato per l'espulsione déll’ere- sia ariana da Aquileia e attestato da Girolamo fra il 375 e il 37650, gli elementi più significativi della pole­ mica cromaziana contro gli eretici, come contro gli ebrei, vanno ricondotti a quella sotterranea coerenza che dovette loro conferire, necessariamente, il con­ fronto con una precisa realtà locale, quella di Aquileia nell’ultimo ventennio del sec. IV, secondo quanto si sono sforzati di dimostrare il Duval31 e la Crocco Rug­ gini52, allontanandosi da alcune conclusioni del Lema­ rié. Questi sostiene infatti che l’episcopato di Cromazio si sarebbe svolto in anni in cui la fede della Chiesa non era minacciata da alcuna crisi e che, se nei suoi scritti il ricordo di Ario e di Fotino di Sirmio è presente so­ prattutto quando il vescovo insiste nell’affermazione della divinità di Cristo, si tratterebbe di richiami incon­ testabilmente utili ma tuttavia sempre in riferimento alla crisi ariana di venti o trent’anni prima o alle lace­ razioni ecclesiali provocate dalla dottrina del vescovo

«

PL XVI, col. 930.

» Hier. Ep. VII, PL XXII, col. 341. 51 Y.M. Duval, Les relations doctrinales entre Milan et Aquilée durant la seconde moitié du IVe siècle. Chromace d'Aquilée et Ambroise de Milan, in AAAd, IV (1973), p. 189. 52 L. Cracco Ruggini, Il vescovo Cromazio e gli ebrei di Aquileia, in AAAd, XII (1977), pp. 353 s.

Introduzione

23

di Sirmio. Varianesimo poteva aver lasciato degli ade­

renti ma ormai sarebbe appartenuto al passato; l’ere­ sia jotiniana viceversa poteva destare ancora qualche preoccupazione, sebbene l’energica repressione e le condanne ne avessero frattanto segnato il declino. La sola polemica viva insomma riguarderebbe i giudei5Ì.

Viceversa il Duval ha cercato di correggere tali conclusioni facendo ricorso a certe fonti storiche come

la Storia ecclesiastica di Rufino, dove il ricordo delle

vicende di Palladio si rivela ancora assai vivo e alla

opera stessa di Cromazio: questi, in un Tractatus che

si desidererebbe poter datare, dopo aver parlato di

Fotino, ricorda i disastri provocati da Ario in Oriente, aggiungendo un’interessante nota d’attualità: « I se­ guaci di Ario si sforzano anche oggi d’ingannare il gregge di Dio in molte Chiese, ma, noto ormai come maestro di fede aberrante, neppure i seguaci possono restare più. oltre nascosti » 5S; altrove si dimostra con­ trario all’atteggiamento troppo conciliante di Ilario, obiettando che all’eretico occorre resistere con fede invincibile56. Osserva inoltre il Duval che il vero peri­ colo da combattere, per Cromazio, era quello di Fotino e che l’errore cui opporsi con maggiore energia era la negazione della divinità piuttosto che dell’umanità di Cristo57. Per questo il nome di Fotino ricorre in vari luoghi dell’opera cromaziana, più attenta però alle af­ fermazioni cristologiche che alle tesi trinitarie elabo­ rate da quell’eretico. Insomma da un’analisi dei luoghi cromaziani rela­ tivi alle dottrine eterodosse allora in voga, possiamo

53

J. Lemarié, Indagini

cit., col.

167;

Id., in

SC

154

, 55, n. 1. J. Zeiller, Les origines chrétiennes dans les provinces danubiennes de l’empire romain, Parigi 1918, p. 344.

* Rufin. Hist. eccl.

« Chrom. Tract.

* Id.

XXII,

II, 15-16, PL XXI, coll. 523-525.

A,

p.

369.

XXXV, 3, CCL IX

1, ibid.,

p.

300.

Tract.

24

Introduzione

rilevare che la cristologia di questo vescovo aquileiese

a cavallo tra il IV e il V secolo è assolutamente in linea con ia tradizione cattolica e con la teologia occidenta­

le e che la divinità e l’umanità di Cristo sono affermate

a più riprese e in termini tutt’altro che ambiguiH. Recentemente è stata la Cracco Ruggini59 a rile­ vare il significativo articolarsi della polemica croma- ziana nello schema tripartito di una lotta contro giu­

dei, eretici e pagani, cioè contro quella triplice alleanza anticattolica che si era profilata potenzialmente sotto gli occhi del giovane Cromazio®. In speciale contrasto con questi tre gruppi di nega­ tori della divinità di Cristo, Cromazio elabora la sua cristologia e la sua ecclesiologia, fondando il mistero della Chiesa sulla evangelica praedicatio e sul Nuovo Verbo61. Ma, se nei suoi scritti la polemica articolata

è quella volta a combattere ariani e fotiniani, gli attac­

chi più virulenti sono rivolti come vedremo con­ tro gli ebrei, nei confronti dei quali sembra addirittura congelarsi l’esigenza missionaria generalmente avver­ tita da Cromazio come caratteristica intrinseca della Chiesa in espansione62. Il S. 33 è l’unico luogo dell’omi- letica cromaziana in cui affiori la polemica diretta con­ tro la religione dei pagani forse perché, come Girola­ mo, anche il vescovo di Aquileia doveva ritenerla

ormai esaurita.

58 J. Lemarié, in SC 154, p. 62. 59 L. Cracco Ruggini, Il vescovo

cit., pp. 375-379.

, « Chrom. S. 28, 12-19, CCL IX A, p. 129. 61 Per la cristologia di Cromazio cf. Duval, Les relatìons , cit., pp. 198, 202.

62 L. Cracco Ruggini, Il vescovo

,

cit., pp. 378-379.

Introduzione

25

4. La produzione oratoria di Cromazio: ispirazione biblica e cultura retorica

L’ultima edizione dei Sermoni di Cromazio di Aqui­ leia, curata sempre dal Lemarié (CCL IX A), raccoglie

quanto finora i codici ci hanno restituito della predica­ zione del santo vescovo: vi sono complessivamente riu­ niti 43 testi, o meglio 45, considerando che i numeri 17

e 18 comprendono rispettivamente due Sermoni, 17 e

17 A, 18 e 18 A; parecchi di essi, come dicevamo, sono purtroppo frammentari (7, 13, 18 A, 20, 34, 35, 36, 37, 38, 39, 42, 43) e, anche se la mole di questo corpus è modesta, non è poca la luce che ne viene alla storia

della Chiesa di Aquileia fra il IV e il V secolo sotto l’aspetto dottrinale, liturgico, pastorale e sociale. Il pen­ siero di Cromazio è rivolto in modo speciale al mistero

di

Cristo e della Chiesa, ma il suo insegnamento non

si

sviluppa con metodo sistematico, guidato com’è

dallo svolgimento dell’anno liturgico con le sue feste

e col ciclo delle letture fissate da una tradizione ancora

recente, che peraltro consentiva al vescovo una qual­ che libertà di scelta. Nonostante ciò, il Lemarié è riuscito a tracciare un quadro generale del pensiero cristologico ed ecclesio­ logico, da cui Cromazio attinge l’ispirazione e da cui prende le mosse per la catechesi ordinaria del suo mi­ nistero, quale si riflette appunto nei Sermoni63. E se

il centro focale della sua riflessione teologica e il filo

conduttore dei temi affrontati è stato riconosciuto da

D. Corgnali64 nel mistero

pasquale, o meglio nel Croci-

® J. Lemarié, in SC 154, pp. 62-81. Ci sono elementi anche per tracciare alcune linee di una mariologia, cui sta atten­ dendo D. Fragiacomo.

, Crocifisso risorto in Cromazio di Aquileia, in « Aquileia chia­ ma», XXVI (1979), pp. 2-5.

64

D. Corgnali, Il

mistero

pasquale

cit. G. Cuscito,

26

Introduzione

fisso risorto, l’attenzione di tutti i Sermoni è rivolta alla Scrittura. Su di essa Cromazio costruisce i suoi discorsi e perciò rilevare la componente biblica dei Sermoni, come ha fatto A. De Nicola65, significa andare direttamente alla fonte della spiritualità cromaziana; non si contano le espressioni di Cromazio da cui emerge la certezza che nella parola della Bibbia è Dio che parla, sia pur per tramite umano. Perciò l’unica autorità alla quale egli costantemente si richiama è la Sacra Scrit­ tura in una delle versioni pregeronimiane della Vetus Latina. Non solo i 30 Sermoni che potremmo chiamare de Scriptura66, ma anche i 9 de tempore67, i 4 de san- ctis68 e i 4 de diversis69 che possiamo individuare sono essenzialmente commenti alla Bibbia. Se poi nella classificazione dei Sermoni usiamo il criterio dell’Antico e del Nuovo Testamento, dobbiamo concludere che solo 6 di essi70 trattano argomenti del­

65 A. De Nicola, La presenza della Bibbia nei Sermoni di

Cromazio, in «Aquileia Nostra», XLV - XLVI (1974-1975), coll.

701-716.

66 Quattro discorsi sono dedicati a personaggi biblici del-

l'Antico Testamento: Caino e Abele (S. 23), il patriarca Giu­ seppe (S. 24), Elia (S. 25), Susanna (S. 35). Ventisette discorsi riguardano passi biblici tratti dai seguenti libri della Bibbia:

imo (S. 38) su Gen. 3, 21-23; imo (S. 9) su Sai. 13; undici (SS.

4, 5, 6, 10, 13, 19, 20, 37, 39, 40, 41) su Matteo; cinque (SS. 11, 14, 15, 18, 27) su Giovanni; sei (SS. 1, 2, 3, 29, 30, 31) sugli Atti; uno (S. 12) su Rom. 14, 2; imo (S. 28) su 1 Cor. 9, 24. 67 Ascensione (S. 8); Vigilia di Pasqua (SS. 16 e 17); Pa­ squa (S. 17 A); Natale (S. 32); Epifania (S. 34); Passione (SS.

19 e 20, come si vede, possono venir

classificati sia fra quelli de Scriptura sia fra quelli de tempore.

68 Su san Giovanni evangelista, di cui Aquileia venerava

le reliquie (SS. 21 e 22); su san Pietro (S. 42 dubbio); sui martiri Felice e Fortunato (S. 7).

19, 20,

43);

i Sermoni

69 Per la dedicazione della chiesa di Concordia con pane­

girico degli Apostoli, di cui anche Concordia aveva ricevuto in dono una porzione di reliquie (S. 26); suH’Alleluia (S. 33); sul Pater noster (S. 40); frammento S. 36. ™ SS. 9, 23, 24, 25, 35, 38.

Introduzione

27

l’Antico Testamento contro 39 che si riferiscono al

Nuovo e a feste cristiane. Sebbene il rapporto sia del tutto casuale e rispecchi la selezione che i Sermoni subirono in seguito per un loro inserimento in breviari e omiliari più che le preferenze bibliche di Cromazio, certo è un dato di fatto la maggior frequenza di richia­

mi al Nuovo Testamento. Vero è che Cromazio aveva

grande dimestichezza con i testi biblici sia del Nuovo che dell’Antico Testamento. Nei Sermoni infatti egli passa dall’uno all’altro con una semplicità e con una naturalezza che possono disorientare il lettore contem­ poraneo. « Era questa la conseguenza benefica del­ l’esegesi tipologica e allegorica, seguita comunemente nell’epoca patristica e in seguito ancora per molti se­ coli, la quale faceva si che i due Testamenti si fondes­ sero in un’armoniosa unità: VAntico Testamento en­ trava di pieno diritto nel Nuovo, come prefigurazione di questo, e questo faceva appello all’Antico per rice­ vere conferma profetica » 71. Cromazio è assai vicino ad Agostino, allorché con celebre definizione esprime il rapporto tra le due « economie »: In veteri testamento novum latet, et in novo vetus patet (Quaest. in evang.,

73). Di qui lo studio e la meditazione assidua di tutta la Scrittura. Il Sermone 1 ha già in apertura una specie

di traccia della historia salutis e dimostra in modo

esemplare la concezione unitaria dei due Testamenti tipica di Cromazio, ma anche la difficoltà di lettura che tale metodo comporta per i lettori di oggi, a dif­ ferenza di altri Sermoni, come quelli pasquali ancora freschi e stimolanti senza bisogno di mediazioni cul­ turali. Tutti i Sermoni dunque, come si potrà constatare, convergono sulla Scrittura, perché, a eccezione di al­ cuni, sono il commento del vescovo alla lectio liturgica

71 A. De Nicola, La presenza della Bibbia

,

cit., col. 709.

28

Introduzione

della Bibbia: durante la predica egli è solito rammen­ tare ai fedeli la lettura biblica che hanno appena ascoU tato con una frequenza che, secondo un’osservazione del De Nicola, non si riscontra in nessun altro oratore

a lui contemporaneo. A tale scopo usa varie espres­

sioni, ma la formula da lui preferita è ut audivit di- lectio vestra in praesenti lectione, che noi abbiamo pre­

ferito tradurre per lo più « come avete appena udito,

o carissimi, nella presente lettura ».

Una testimonianza autobiografica del suo ardore

nello studio della Bibbia,

e « pioggia », ci viene data dal commento all’episodio

della vedova cananea vessata dalla carestia prima che Elia entrasse nella sua casa, nel Sermone 25. E forse ancor più significativa al riguardo è la testimonianza del Sermone 41: tenendo conto del pregio in cui era considerato il guadagno in un grande emporio commer­ ciale come Aquileia, Cromazio considera se stesso un trafficante della parola di Dio, che egli deve far frut­

tare e con pressanti inviti, a imitazione dei mercanti tante volte da lui intesi nelle piazze e forse anche in quél giorno di mercato ad Aquileia, sollecita i presenti a comperare e a possedere la merce comperata. Se lo stile è l’uomo osserva ancora il De Ni­ cola noi immaginiamo il vescovo di Aquileia come una persona piena di dolcezza, di buon senso, di grande umanità e soprattutto di straordinaria interiorità. Ab­ biamo già ricordato l’alta stima in cui Girolamo te­ neva Cromazio e la sua famiglia, ma il migliore elogio

e la più convincente testimonianza della sua santità sono i suoi scritti.

I suoi Sermoni risultano fra i testi più vivi e

belli che possediamo dell’antichità cristiana; non si segnalano per profondità speculativa ma per la chia­ rezza e per la semplicità con cui egli espone ai suoi fedeli le grandi verità cristiane e la necessità di vivere

considerata come

« cibo »

Introduzione

29

secondo i principi professatin. Il Duval, come si dice­ va, nutre seri dubbi sull’indole filosofica e teologica dell’opera cromaziana, carente di sviluppi o di discus­ sioni delle tesi eterodosse almeno per quanto ci resta, ma ciò che in Cromazio ha il sopravvento è l’opera del

pastore, il suo insegnamento assiduo fondato stille mi­ gliori fonti quali Girolamo, Ilario, Ambrogio e Rufino

gli potevano offrire come interpreti e filtri della teo­

logia orientalelì. Forse sotto questo profilo non lo eguaglia nessun oratore dell’antichità cristiana, men­

tre ai suoi Sermoni si applica pienamente l’ideale ora­ torio vagheggiato da sant'Ambrogio nel De officiis (1, 101), quando raccomanda un’oratio pura, simplex, dilucida atque manifesta, piena gravitatis et ponderis, non adfectata elegantia, sed non intermissa gratia. Putroppo siamo costretti a lamentare la mancanza

di documenti diretti sulla formazione intellettuale e

letteraria di Cromazio, che desidereremmo poter cono­ scere come quella di Girolamo e di Agostino74. Ma forse non siamo lontani dal vero se supponiamo per il gio­ vane Cromazio un’educazione culturale di tipo clas­ sico ricevuta nelle scuole di grammatica e di retorica conforme alle condizioni sociali della famiglia, che, dalle notizie dell'epistolario geronimiano, possiamo ri­ tenere piuttosto agiate. La sua penna non tradisce la sua formazione retorica, se teniamo conto che la sem­

plicità e l’immediatezza del suo linguaggio sono frutto

di una precisa scelta formale coerente con le finalità

catechetiche dei suoi scritti. Già il Fontanini75 rilevava

molto opportunamente per quel poco che poteva allora conoscere: « Cromazio non ha uno stile sublime ma piano, proprio, uguale, ornato e non mai volgare, quale

« Ibid., coll. 701-702. 73 YM . Duval, Les relatìons

, 75 I. Fontanini, Historiae literariae Aquileiensii libri V,

cit., col. 702.

, 74 A. De Nicola, La presenza della

cit., pp. 192-194, 232-234.

Bibbia

30

introduzione

appunto conviene a un vescovo che parla al suo popolo.

La frase è scelta e netta, il ragionamento adatto all’ar­

gomento trattato »; meno attendibile è invece quando

afferma che « le spiegazioni sono rivolte specialmente

ai costumi e letterali, perché a queste, piuttosto che

alle allegoriche, pare abbia badato ». Al contrario co­ me ci si potrà convincere attraverso la lettura dei

Sermoni — è prevalente in Cromazio l’importanza data all’allegoria e all’interpretazione mistica o spirituale:

qui egli si mostra emulo di Ilario e di Ambrogio e tri­ butario dell’esegesi alessandrina illustrata soprattutto

da Origene, di cui Rufino traduceva fra il 403 e il 405,

proprio ad Aquileia, le Omelie sulla Genesi, sull’Esodo,

sul Levitico, sui Giudici e su Giosuè76. Nell’ambito di questa impostazione « può acquistare un peso diverso il ricorso frequente da parte di Cromazio alla simbo­

logia, al ricco repertorio dei bestiari, che egli piega ad applicazioni originali valide sul piano religioso-cristia­ no, attraverso le Scritture » 77. La riflessione sul mistero celeste non gli impedisce

di richiamare l’attenzione dei suoi ascoltatori ai pro­

blemi essenziali della salvezza, del bene e del male, senza però mai abbandonarsi a un moralismo ecces­ sivo: Cromazio sa che deve persuaderli attraverso una esemplificazione e una casistica ricche e svariate, de­ sunte sempre dall’esperienza viva di ogni giorno e da una fresca osservazione della natura. Perciò il suo lin­ guaggio non è mai astratto, ma al contrario si avvale

76 J. Lemarié, Indagini

cit., col.

168.

, 77 S. Tavano, Sulle nuove omelie di Cromazio di Aquileia, in MSF, XLVI (1965), p. 141. Cf. G. Trettel, Terminologia esegetica nei Sermoni di san Cromazio di Aquileia, in Rev. des Étud. August., XX (1974), pp. 55-81; Id., « Figura » e « Ve- ritas» nell’opera oratoria di san Cromazio 'vescovo di Aqui­ leia, in « La Scuola Cattolica », CII (1974), pp. 3-23. A. Quac- quarelli, Convergenze simboliche di Aquileia e di Ravenna, in AAAd, XIII (1978), pp. 378-388.

Introduzione

31

di immagini, di paragoni familiari adatti a fermare l'at­

tenzione dei subi uditori: cosi, per esempio, l’esegesi

di Deut. 22, 6 con la chioccia e i suoi piccoli (S. 1);

il contrasto fra il corvo e la colomba con i loro rispet­ tivi significati (S. 2); il racconto particolarmente vivo della fame di san Pietro (S. 3); il comportamento della pernice (S. 6); la descrizione delle nozze (S. 10); il paragone del banchetto (S. 12); la descrizione della primavera (S. 17) e cosi di seguito. Allo stesso modo riesce sempre a trovare delle sentenze ben calcolate nella ricerca dei vocaboli, nell’uso dell’anafora con forme di parallelismo antitetico o sinonimico, nello studio del ritmo e persino della rima, che dovevano essere di effetto sull’animo degli ascoltatori. Anche da qui può venire una conferma alla formazione gramma­ ticale e retorica di Cromazio, di cui il De Nicola ha voluto studiare i mezzi sintattici, stilistici e retorici che contraddistinguono il suo stile specie in riferi­ mento ai proemi dei suoi Sermoni™. Se i Sermoni e i Trattati non ci danno la misura delle sue cognizioni letterarie, non credo che questo vada addebitato alla supposta ignoranza degli Aquile- iesi, quanto piuttosto al genere stesso della sua pro­ duzione, votata al commento della Parola di Dio e al­

l’edificazione dei fedeli nel rifiuto di qualsiasi remini­ scenza di autori pagani. Ne sono prova anche i discorsi

di Agostino a confronto con la sua produzione di mag­

gior impegno letterario. L’aridità e l’inerzia di un udi­

torio culturalmente impreparato infatti avrebbe do­

vuto sconsigliare al vescovo non solo certe allusioni

ai classici ma anche quei continui richiami all’Antico

Testamento per completare gli schemi talora complessi dell’interpretazione allegorica e tipologica delle Scrit­ ture che prevedevano una cultura biblica non comune. Farebbe eccezione a questa linea programmatica

32

Introduzione

un passo del Sermone 23, in cui Cristo è designato

come l’« agnello

do una formula presa ultimamente in esame da C. E. Chaffinw. Stabilito che per Cromazio tale espressione manca di senso sacrificale rispetto a un testo di Ci­

priano, ritenuto fra le sue possibili fonti, e che comun­ que si tratta di una citazione in cui è trasmesso un preciso significato (Recte autem purpureus agnus

Christus dominus intelligitur: « Giustamente

Signore è immaginato come un agnello vestito di por­ pora »), lo Chaffin pensa che nella formula di Croma- zio un ascoltatore colto avrebbe potuto riconoscere un’allusione alla IV Egloga, dove Virgilio80 parla della trasformazione della natura nella rinnovata età del­ l’oro grazie alla nascita di un bambino straordinario. Risulta invece in modo evidente l'ampiezza della cultura ecclesiastica di Cromazio dalla citata lettera di Girolamo (Ep. VII, 6), che gli attribuisce santità di vita ma anche solida dottrina teologica capace di confu­

Cristo

purpureo» ( agnus purpureus ) secon­

tare i sofismi degli eretici. I suoi scritti attestano indi­ rettamente la conoscenza di Tertulliano, di Cipriano,

di

Ilario, di Ambrogio, di Girolamo e di Rufino, anche

se

non cita mai nessuno di loro in quanto l'ordine del

discorso non lo richiedeva. L’unica autorità alla quale

il vescovo di Aquileia si richiama costantemente è

come dicevamo la Scrittura. Essa risulta l’unico fondamento dei suoi discorsi e perciò egli si preoccupa solo di stabilire la stretta di­ pendenza fra il testo biblico letto e il suo sermone. Egli avvia le sue esposizioni con un commento letterale del testo sacro, ma non si ferma a quello per non amputare

la Parola di Dio di altre dimensioni essenziali, convinto

79 C. E. Chaffin, Christus

imperator.

Interpretazioni

de

IV Egloga di Virgilio nell'ambiente di Sant’Ambrogio, in Riv.

di St. e Lett.

relig., V ili (1972), pp. 517-527.

“ Verg. Ecl.

JV, 4245.

Introduzione

33

com’è che tutto VAntico Testamento sia figura e annun­ cio del Nuovo, il quale trova poi compimento nel mi­ stero della Chiesa. Perciò, dopo una spiegazione del senso letterale ( secundum. litteram) del brano biblico ch’era stato letto, Cromazio passa alla spiegazione del

senso spirituale ( spiritalis intellegentia, sensus spirita­ lis, ratio mentis, mens spiritalis, ecc.), attirando spesso Vattenzione degli ascoltatori con le espressioni: « Ma considera il mistero », « Ma consideriamo ora il mi­ stero della presente lettura » e simili, oppure anche aprendo un dialogo col suo uditorio a cui rivolge delle domande per concentrarne meglio l’attenzione: « Vuoi

». Il significato

letterale infatti si afferra più facilmente, mentre il senso spirituale sfugge alle coscienze superficiali, e tuttavia è proprio il senso spirituale che rivela la misteriosa armonia e la complementarità fra i due Testamenti e

apre l’intelligenza al disegno di Dio sull’umanità, rea­ lizzato nella Chiesa e di cui deve essere testimonianza la vita di ogni cristiano. Sempre a questo proposito ricorre l’uso frequente dei verbi « predire, mostrare, adempiersi » riferiti a testi e a fatti della Bibbia, in quanto il Padre compie il mistero celeste in una suc­ cessione di tempi e di modi che costituiscono l’econo­ mia della salvezza: figura, sacramentum e veritas sono infatti i tre momenti del mysterium anche ultimamente rilevati da G. Trettel nella teologia di Cromazio81: la figura è cosa avvenuta realmente nella storia della sal­ vezza come anticipazione di un evento che il Signore avrebbe compiuto, dandogli tutta la consistenza che è la veritas, ma trasmettendo tutto questo ancora sotto un segno che è il sacramentum. I fatti che la Scrittura riferisce vanno presi innan­

sapere, vuoi conoscere

?

Ascolta

81

rium

G.

Trettel,

« Figura »

« Veritas »

, cit., con ree. di R. Carletti, in « Vita Nuova » (Trieste),

e

cit.;

Id.,

My

, 18 maggio 1979, p. 10.

­

34

introduzione

zi tutto nel loro significato letterale, accaduti cosi come

sono riferiti dall’agiografo. Solo a questa condizione,

salvata cioè la storicità degli avvenimenti, è possibile

e necessario scendere più addentro alla ricerca del

senso più profondo e nascosto de//'intellegentia spiri- talis, o come diremmo noi oggi del « senso cristiano integrale ». Quello che non si poteva intendere in tutte le sue implicanze quando la figura assumeva la sua consistenza storica, diventa chiaro nella realizzazione del Nuovo Testamento. Anche Cromazio, come gli scrit­ tori cristiani a lui contemporanei, passa con molta li­ bertà e disinvoltura dalla lettera al senso spirituale, da cui si lascia prendere spesso la mano fino ad avver­ tire la necessità di pazientare e di riprendere il primo senso, quello secundum litteram (S. 15). Con ciò non intendiamo affermare che ogni sua interpretazione sia da sottoscrivere, mentre preferiamo lasciare a lui la responsabilità di certe asseverazioni. Si vuol dire piut­ tosto col Trettel che questa lettura della Bibbia è una lettura aperta e vitale e che lo Spirito Santo, dopo aver ispirato gli agiografi, continua a parlare per mezzo dei vescovi, « occhi della Chiesa » m. Dopo una « sommaria presentazione dei ricchis­ simi contenuti » di un « autore presso che del tutto ignoto », nel congedare la sua recensione al volume del « Corpus Christianorum » (IX A) che raccoglie appun­ to /'opera omnia di Cromazio, il Trettel esprimeva un auspicio col desiderio di vederlo presto tradotto in realtà: una dignitosa versione italiana che consentisse una conoscenza molto più vasta dell’autore che non sia quella che permette un'edizione critica in testo la­ tino originale; « non ne dovrebbe perdere in efficacia, ma guadagnarne in estensione » ®. Ebbene mi è capi­ tato di leggere tale augurio proprio mentre andavo

82 G. Trettel, «Figura» e «Veritas »

83 Id., L’« opera omnia»

,

cit., p.

154.

,

cit., p.

15.

Introduzione

35

curando la traduzione dei Sermones per i tipi della Città Nuova Editrice: non so se sono riuscito a con­ servare l'efficacia del testo latino e al tempo stesso produrre una versione italiana agile e presentabile a un vasto numero di lettori. Certo sono persuaso che, pur nello sforzo di rispettare la fedeltà del testo, si stemperano inevitabilmente quél formulario tipico del­ l'esegesi cromaziana, di cui il Trettel è stato felice inda­ gatore, e quelle modulazioni della prosa immediata e spontanea di Cromazio. L'edizione a cui mi sono attenuto è quella più recente del « Corpus Christianorum », senza trascurare quella delle « Sources Chrétiennes » per le note criti­ che e illustrative del Lemarié, di cui mi sono largamen­ te giovato per alcuni riferimenti puntuali. Mi sia consentito di concludere con un vivo ringra­ ziamento al P. J. Lemarié, al mio professore, Mons. G. Corti, e al collega A. De Nicola, larghi di suggerimenti e consigli.

Cromazio di Aquileia CATECHESI AL POPOLO

(SERMONI)

Sermone 1 - SUGLI ATTI DEGLI APOSTOLI, DOVE PIETRO GUARISCE UNO STORPIO

1. La Legge e i Profeti1 non solo hanno annun­ ciato a parole la venuta nell'umiltà del Signore e Sal­ vatore nostro, ma lo hanno anche fatto vedere con segni esemplari. Cosi, tra gli altri simboli che prefigu­ rano la realtà futura2, fu scritto nella Legge che, se un viandante trova lungo il proprio cammino un uc­ cello sul nido dei suoi piccoli, può portar via i piccoli ma deve lasciare la madre3. Quello di prendere i pic­ coli lasciando la madre che ne potrebbe generare ancora di altri pare un comando assai giusto in relazione alle circostanze e al senso letterale del passo. Ma, stando all’interpretazione allegorica, tale precetto indicava piuttosto un celato evento futuro, che avvertiamo chia­ ramente attuato nella venuta di Cristo. 2. Nel viandante di cui parlava la Legge infatti,

1 La Legge e i Profeti: binomio consueto al Nuovo Testa­ mento per indicare riassuntivamente l'Antico; cf. Mt. 5, 17; 7, 12; Atti, 13, 15; Roma, 3, 21; l'espressione si ritrova sovente negli autori cristiani. 2 Tutto l'Antico Testamento è un grande sacramento, una prefigurazione delle realtà future della nuova alleanza. L’espres­ sione futura veritas si legge in Cipriano, Ep. 63, 5. Cf. H. de Lubac, Exégèse médiévale, I, 2, Parigi 1959, p. 506, n. 8. G. Tret- tel, Mysterium e Sacramentum in S. Cromazio, Trieste 1979. 3 Deut. 22, 6.

40

Cromazio di Aquileia

era prefigurato il Signore, ohe, per mettersi nel cam­ mino della vita umana, prese carne da una vergine. Ebbene, quando il viandante cosi qualificato e di tanta grandezza compì questo viaggio terreno nel corpo del nostro essere umano e trovò nel nido l'uccello coi suoi

piccoli, cioè la sinagoga con i suoi figli sul nido della Legge, prese i piccoli e lasciò la madre. Separò infatti gli Apostoli dalla sinagoga per portarli dal nido della Legge nella casa della sua Chiesa, onde leggiamo nel salmo: Persin l’uccellino trova una casa e la rondinella

il suo nido, dove porre i suoi pulcini4. Per casa è da

intendere la Chiesa, per nido la sinagoga, in quanto il nido è una dimora provvisoria allo stesso modo della sinagoga, che temporaneamente ha avuto la grazia finché ha tenuto con sé nel nido anche i piccoli, cioè i Profeti e gli Apostoli. Ma quando le furono tolti da

Cristo e dati alla sua sposa, cioè alla Chiesa, la sina­ goga rimase come un nido abbandonato.

3. Questo abbiamo voluto dire perché, pur es

­

do innumerevole la moltitudine del popolo ebreo quando Cristo si fece carne, ben pochi hanno creduto.

Che ciò sarebbe accaduto, anche Isaia lo aveva mo­ strato all’evidenza, dicendo: Fosse pure il tuo popolo,

o Israele, numeroso quanto l’arena del mare, solo un

residuo di tanti sarà salvato5. Col termine residuo egli

intendeva indicare gli Apostoli stessi o quanti del popolo ebreo hanno creduto al tempo degli Apostoli, di cui avete sentito parlare, miei cari, nella presente lettura6. Infatti, quando con Pietro e Giovanni mostra­ rono un segno manifesto della potenza divina in quel noto storpio, quel giorno, dicono gli Atti, hanno cre­ duto cinquemila uomini7. Questi segni prodigiosi, que-

« Sai. 83, 4.

s Is.

10, 22.

« Atti,

i

3,

1-4,

Atti, 4, 4.

4.

Sermone 1

41

sti cinquemila uomini il Signore stesso li aveva prean­ nunciati, dicendo per bocca del Profeta: Ecco me e ì

discepoli che Dio mi ha dato. Il Signore degli eserciti compirà prodigi nella casa d’Israele sul monte Sions. Quali dovevano essere questi prodigi, lo stesso Profeta ce lo indica, dicendo in seguito: Allora si apriranno gli occhi ai ciechi e si schiuderanno le orecchie ai sordi e lo zoppo salterà come un cervo9. Tale profezia noi la riscontriamo avverata in questo storpio che mai aveva potuto camminare dal seno materno.

4. Ma, se guardiamo più a fondo, nello zoppo

­

siamo vedere prefigurate anche realtà più recondite. Questo zoppo infatti fu guarito mentre stava alla porta del Tempio detta la Bella10 e teneva fisso lo sguardo su Pietro e Giovanni. Noi pure eravamo veramente clau­ dicanti prima di giungere alla conoscenza di Cristo, perché zoppicavamo fuorviando dalla strada del bene, non già con i passi materiali del corpo ma piuttosto con quelli dello spirito11. Chi infatti è lontano dalla strada del bene, dalla strada della verità, costui, anche se ha piedi e gambe normali, è da ritenere totalmente zoppo perché sono il suo spirito e la sua anima a zop­ picare. Non ci si mette infatti sul cammino della fede e della verità con le gambe del corpo, ma piuttosto con i passi del proprio spirito. Finora siamo andati certamente zoppicando lontani dalla via della giusti­ zia, dal momento che ignoravamo la strada vera della salvezza e della vita, Cristo Signore. Giunti alla Porta Bella del Tempio e volto lo sguardo con fede agli Apo­ stoli di Cristo, allora si sono stabilizzati i passi della

* Is.

8,

18.

» Is. 35, 5-6. 10 Si tratta della porta detta anche di Nicàmore sul lato orientale del Tempio, dov'era il portico di Salomone, porta che, secondo Giuseppe Flavio (Guerra, V, 5, 3), era più delle altre ricca di ornamenti di bronzo, d’argento e d’oro. 11 Espressioni simili sono ricorrenti in Ambrogio.

42

Cromazio di Aquileia

nostra anima, cosi che non zoppichiamo più sui sen­ tieri dell'iniquità ma camminiamo a passi regolari sulla via del bene. Siamo giunti, o piuttosto siamo stati con­ dotti dal Cristo alla Porta Bella del Tempio, dove si solevano portare gli storpi per essere evirati. Ora la Porta Bella del Tempio è la predicazione del Vangelo che orna di una bellezza spirituale il tempio di Dio, cioè la Chiesa. In essa vengono rimessi in buona salute quanti sono deboli nell’intelletto e claudicanti nel volere.

5. Insamma, la Porta Bella del Tempio acco

uno zoppo ma lo restituisce integro, proprio come la predicazione del Vangelo accoglie gli storpi e i malati che le vengono portati, restituendoli integri e sani. Vuoi sapere qual è questa Porta Bella? Ascolta le parole di Davide nel salmo: Apritemi, egli dice, le porte della giustizia, voglio entrarvi e ringraziare il Signore.

E aggiunge: Questa è la porta del Signore, i giusti en­ treranno per essa 13. Nella Legge e nei Profeti, è detto che sono molte le porte; ma tutte queste conducono a un'unica porta, cioè alla predicazione del Vangelo, ohe è la vera porta di Cristo. In effetti, attraverso la Legge e i Profeti, si giunge alla predicazione del Van­ gelo, detta propriamente porta del Signore appunto perché ci apre l'ingresso al regno dei cieli. Ascolta il patriarca Giacobbe quando indica la stessa cosa nella Genesi: Giacobbe, vista una scala fissata dalla terra al cielo e il Signore in cima ad essa, disse: Ecco la casa del Signore, ecco la porta del cielo1*. La predicazione evangelica è la porta del cielo, perché ci schiude la strada che sale al regno dei cieli. E il Signore e Salva­ tore nostro ha aperto per primo questa porta con la

12 La praedicatìo

evangelica

un tema ricorrente in

Cromazio.

«

Sai. 117, 19-20.

»

Gen. 28, 12-13.

o

la

doctrina

apostolic

Sermone 1

43

chiave della sua risurrezione. Per questo egli è risorto

nel suo corpo e col suo corpo è salito ai cieli, per aprirci con la sua ascensione la porta del cielo, che era chiusa e sprangata per tutti fino al momento della sua risur­ rezione.

6. La via è dunque aperta grazie alla risurrezione

di Cristo. Cosi non senza ragione il patriarca Giacobbe

riferì di aver visto là dove egli si trovava una scala

la cui sommità toccava il cielo e il Signore in cima ad

essa. La scala fissata dalla terra al cielo è la croce di Cristo u, mediante la quale ci è dato l’accesso al cielo e che conduce realmente fino in cielo. Su questa scala sono fissati molti gradini di virtù attraverso i quali

ci

eleviamo al cielo: così la fede, la giustizia, la castità,

la

santità, la pazienza, la pietà e tutte le altre buone

virtù formano i gradini di questa scala, che, se sapremo salirvi fedelmente, ci porteranno senza dubbio al cielo. Ora questa scala simboleggia a buon diritto la croce

di Cristo. Infatti, come i gradini sono tenuti fra due

montanti, così anche la croce di Cristo si innesta fra i due Testamenti, avendo in sé i gradini dei precetti cele­

sti per mezzo dei quali si sale al cielo.

7. Voi, carissimi, avete anche udito nella presente

lettura quali furono la carità e l'unanimità dei credenti

al tempo degli Apostolilé: La moltitudine dei credenti,

dicono gli Atti, era di un cuore solo e di un'anima sola e neppure uno chiamava sua propria cosa alcuna, ma avevano tutto in comune17. Questo è credere vera­

15 Anche Giustino (D i a i 86, 2) e Ireneo {Dimostrazione della Predio. Apost., 45) stabiliscono una relazione tra la croce e la scala di Giacobbe. 16 Per mi analogo sviluppo, cf. l'ultima parte del S. 32. L’espressione unanimitas credentium è presa da Cipriano (De cath. eccl. unitate, 25). H. Pétré, Caritas. Étude sur le vocabulaire latin de la charité chrétienne, Lovanio 1948, p. 329. Si vedano anche i Sermoni 31 e 33. 17 Atti, 4, 32.

44

Cromazio di Aquileia

mente in Dio, questo è vivere fedelmente alla presenza del Signore. Perché dovrebbero tenere divisi tra sé i beni della terra coloro ohe possiedono in comune i beni del cielo? Cosi, quando vediamo dei nostri fra­ telli18 nell'indigenza, massimamente se sono cristiani, dobbiamo mettere volentieri quasi in comune le nostre sostanze per poter essere in comunione coi santi e con gli eletti di Dio, di cui la Sacra Scrittura ci fa sapere che erano un cuor solo e un'anima sola e per poter avere così la nostra parte nel regno dei cieli. Amen.

18 II concetto di fraternità è esteso a tutti gli uomini

quanto hanno lo stesso creatore e padre; cf. H. Pétré, Caritas , cit., pp. 124-133.

Sermone 2 - SUL BRANO DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI CHE PARLA DI SIMON MAGO

1. Nel Vangelo il nostro Salvatore dice molte cose per edificare in noi la fede. Dice, tra l’altro: II regno dei cieli è simile a un padre di famiglia che aveva semi­ nato del buon seme nel suo campo. Or mentre gli uo­ mini dormivano, un tale venne, vi sparse sopra della zizzania e se ne andò 1con quel che segue. Qui dunque

il

Signore e Salvatore nostro chiama se stesso padre

di

famiglia: con questo appellativo egli vuole mostrare

la

sua grande disposizione di amore per noi, dal mo­

mento che si presenta non solo come capo della sua famiglia, ma anche come padre. Con tale nome di padre

di

famiglia in effetti egli si presenta e, se l'appellativo

di

signore incute timore, quello di padre dispone al­

l'amore. Ciò stesso il Signore indica apertamente quan­ do dice per mezzo del Profeta: Se io sono Signore,

dov'è il timoroso rispetto dovutomi? E se sono Padre, il mio onore dov'è?2. Egli si proclama signore affinché 10 temiamo, padre, invece, perché lo amiamo. 2. Questo padre di famiglia dunque semina in noi

11 buon grano, cioè la parola della fede e

della verità,

che sparge nei solchi della nostra anima con l’aratro

1 Mt.

13, 24-25.

46

Cromazio di Aquileia

della sua croce3, affinché la giustizia metta in noi radici e ci faccia produrre frutti degni di fede. Ma, per contro, il nemico vi sparge sopra la zizzania, cioè il seme del male e dell'incredulità. E chi siano coloro sui quali il nemico può spargere un tale seme, ci viene chiaramente indicato. Mentre gli uomini dormivano, dice il Van­ gelo, proprio allora il nemico sparge la zizzania fra quanti trova addormentati, cioè sorpresi dal sonno dell'infedeltà; ma quanti sono vigilanti nella fede non può abbindolarli. Così già Adamo, nel cui animo il Signore aveva seminato per la prima volta il buon seme, mai avrebbe potuto soccombere al nemico, se fosse stato attento ai precetti del Signore. Ma, trovatolo ad­ dormentato, cioè preso dal sonno della negligenza, il nemico subito gettò sopra di lui la zizzania, in modo che Adamo portasse frutti di morte anziché frutti

di vita.

3. Tale confronto abbiamo proposto per la

­

sente lettura, perché, quando il Signore ebbe seminato ovunque per mezzo dei suoi Apostoli la parola di veri­

tà e di fede, il diavolo per contro gettò la zizzania sopra individui degni di lui. Infine avete udito, carissimi, nella presente lettura come Simon Mago, dopo che

fu seminata in lui la parola di Dio, accolse il seme del

diavolo. Simone, come indica il testo della presente lettura, aveva inteso la predicazione di Filippo, aveva creduto ed era stato battezzato nel nome di Cristo; ma subito il diavolo fece di lui imo strumento di per­ dizione. Infatti, come avete appena sentito o carissimi, quando Simone ebbe visto donare lo Spirito Santo con l'imposizione delle mani degli Apostoli a chi era stato battezzato4, offri loro, raccontano gli Atti, molto de­ naro, dicendo: Concedete anche a me questo potere

3 Sull’aratro figura della croce, cf. J. Daniélou, Les sym-

chrétiens primitifs, 4 Atti, 8, 9-18.

boles

Parigi 1961, pp. 95-107.

Sermone 2

47

che a chiunque io imponga le mani riceva lo Spirito Santo. Ma Pietro disse a lui: Vada il tuo argento con

te in perdizione, poiché hai pensato di acquistare con

denari il dono di D io5.

4. Gli Apostoli in effetti non erano portatori

dono di Dio come merce da vendere. Essi riscattavano il mondo intero col sangue di Cristo e non era loro lecito in nessun modo ricevere denaro materiale in cambio della grazia di Cristo, per mezzo della quale essi elargivano ai credenti i tesori del cielo. Era stato detto loro nel Vangelo: Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date6. Se quanti ricercano gli onori e le dignità di questo mondo divengono dei notabili, [ ] in che modo gli Apostoli potevano mettere in vendita l’onore che veniva loro dalla grazia del cielo e che essi avevano ricevuto gratuitamente?7. Cosi assai giusta­ mente Pietro disse a Simone: Vada il tuo argento con te in perdizione, poiché hai pensato di comperare col denaro il dono di Dio. Non c’è parte né sorte per te in queste cose*. E sebbene questo medesimo Simone si fosse reso indegno della grazia celeste, anzi colpe­ vole del crimine più grave, tuttavia san Pietro gli addita il cammino per ricuperare la salvezza. Aggiunse infatti:

Pentiti dunque di questa tua malvagità e prega il Si­ gnore e fa’ in modo che ti sia perdonato il proposito del tuo cuore; ché io ti veggo tra i lacci dell’iniquità e pieno d’amaro fiele9. Per parte sua il santo Apostolo, preoccupato che nessuno perisse, indicò a Simone il cammino della salvezza. Costui, invece, fu talmente accecato dallo spirito della sua fede depravata10, che

s

Atti, 8, 18-20.

«

Mt. 10, 8.

7

II testo è lacunoso e non consente di cogliere l'ord

delle idee.

* Atti, 8, 20-21.

» Atti, 8, 22-23.

10 II termine latino è perfidia, che Cromazio usa con acce-

48

Cromazio di Aquileia

non solo non si penti di un crimine tanto grave ma

ne commise anche di altri in seguito contro gli Apo­

stoli e la Chiesa del Cristo, come ci informano le testi­ monianze storiche a suo riguardo.

5. Sappiamo come il corvo, già fatto uscire

­

l’arca di Noè per la sua perdizione, sia immagine di questo Simone. Costui era stato accolto nell'arca di

Noè, cioè nella Chiesa del Cristo u, quando credette e

fu battezzato. Ma, dopo il battesimo, egli non si lasciò

trasformare dalla grazia di Cristo e fu gettato fuori a sua perdizione, come persona indegna. Infatti quel­ l'arca di Noè, ohe è la Chiesa non può trattenere den­ tro di sé tali individui. Essa aveva accolto anche Giuda Iscariota, ma poiché non meritò di venir trasformato, o piuttosto perché volle rimanere come un corvo nel nero dei suoi peccati, fu gettato fuori della barca degli Apostoli, come fuori dell’arca di Noè, e peri nel dilu­ vio della morte eterna. Pertanto preghiamo il Signore Gesù che nessuno di noi sia trovato corvo nella Chiesa

del Signore e, gettato fuori, perisca. Corvo è infatti ogni impuro, ogni pagano, ogni eretico che non merita

di

stare nella Chiesa di Cristo. Tuttavia, se qualcuno

di

noi è ancora corvo nel suo cuore, cosa che io non

credo, preghi il Signore di cambiarlo da corvo in co­ lomba, cioè di purificarlo se è immondo, di renderlo credente se è miscredente, casto se è impudico, catto­ lico se è eretico. Di un corvo Dio può fare una colomba,

zioni diverse con riferimento ai Giudei, agli eretici e ai pagani. Per i Giudei si tratta di mancanza di fede proprio in chi dovrebbe credere; nel caso degli eretici si tratta di una falsa fede, e nel caso dei pagani si tratta di empietà; cf. H. de Lubac,

Exégèse

,

cit., II,

1, pp.

153 ss.

11 L’arca come tipo della Chiesa si ritrova già in Cleme

di Roma (9, 4) e in Giustino (Diai., 138-139); ricorre poi in Ireneo, Ippolito, Origene, Tertulliano (De bapt., 8); Cipriano (Ep. 69, 2; 75, 15) ed è familiare ad Ambrogio, Gregorio d’El- vira, Gaudenzio di Brescia, Agostino; cf. J. Daniélou, Mysterium futuri, Parigi 1950, pp. 80 ss.

Sermone 2

49

lui ohe — come è scritto n — ha cambiato l'acqua in vino e dalle pietre ha fatto sorgere figli ad Abramo. Non possiamo infatti restare nella Chiesa di Cristo che alla sola condizione di diventare colombe nello spirito.

6. Inoltre la colomba, non appena fatta uscire dal­

l'arca, subito vi fece ritorno13; così chi è colomba nel suo spirito non si allontana dalla Chiesa del Cristo. Vuoi sapere chi il Signore trasforma da corvo in colom­ ba? Poni mente al famoso ladrone crocifisso assieme al Signore: egli era corvo tutto nero di peccati. Ma dopo aver confessato Cristo sulla stessa croce, da corvo divenne colomba, cioè da immondo puro, da bestem­ miatore confessore, da ladrone del diavolo martire

della Chiesa. Vuoi dunque, o uomo, essere colomba? Sii nella Chiesa del Signore senza il fiele della catti­ veria, sii senza l’amarezza del peccato e sarai chiamato

a buon diritto colomba del Signore: la colomba infatti

è per natura senza fiele e senza amarezza14. Ma se al

contrario rimani nella impurità della carne o nel nero dei peccati come un corvo, anche se ti mascheri all’in-

terno della Chiesa, tu ne sei fuori. Agli occhi degli uo­ mini sembrerai esserne dentro, ma agli occhi di Dio, cui nulla sfugge, risulti esserne fuori. Cancelliamo dai nostri cuori dunque ogni macchia di peccato, ogni impurità della carne, ogni amarezza di cattiveria per meritare di essere veramente nell'arca di Noè, cioè nella Chiesa di Cristo, e affinché si dica di noi ciò che

è scritto: Chi sono costoro che volano come nubi e vengono a me come colombe coi loro piccoli? 15.

7. Infine tra queste colombe venne a trovarsi an-

Gv. 2,

1 ss.;

Mt.

3, 9.

Gen. 8, 10-11.

 

14

Cf. Tertulliano, De bapt., 8, 3. Tale caratteristica fi

logica della colomba doveva essere una credenza comune pres­

so gli antichi.

“ Is. 60, 8.

50

Cromazio di Aquileia

ohe l'eunuco, di cui avete sentito parlare, o carissimi, nella presente lettura16. Questi era venuto a Gerusa­ lemme e se ne tornava seduto sul suo cocchio leggendo

il profeta Isaia. E — raccontano gli Atti — lo Spirito

disse a Filippo: Vai innanzi e accostati a quél cocchio.

Filippo si avvicinò, rimase presso il cocchio e disse all'eunuco: Credi tu forse di capire quél che leggi? L'eunuco rispose: Come lo potrei se non c’è nessuno che mi spieghi queste Scritture?11. E, sedutosi presso

di lui, Filippo gli spiegò la Scrittura profetica che leg­ geva e lo istruì minutamente intorno al Signore Gesù Cristo. E mentre Filippo lo evangelizzava, quell'eunuco subito credette e gli disse: Ecco dell’acqua, che cosa impedisce che io sia battezzato? Gli rispose Filippo:

Se credi, ciò è possibile. E disse: Credo nel Signore Gesù Cristo. E scesero entrambi nell’acqua e Filippo lo battezzò18.

8. Dunque questo eunuco fu scelto in quanto

­

lomba, mentre Simon Mago fu respinto in quanto corvo: uno infatti ha creduto di tutto cuore e con tutta la sua fede, l'altro invece si è accostato al batte­ simo con animo dubitoso19e del tutto diffidente. Perciò l'uno fu accolto e l'altro gettato fuori; l'uno approvato, l'altro condannato. Ora, poiché anche noi siamo stati chiamati alla conoscenza di Dio e alla grazia di Cristo, dobbiamo credere a Cristo con tutto il cuore e con tutta la nostra fede per non venir condannati con gli inde­ cisi e con i miscredenti20, ma per meritare di essere accolti da Cristo Signore nella gloria futura con i santi

e con gli eletti di Dio. Amen.

Atti, 8, 9-25, 2640. « Atti, 8, 29-31.

18 Atti, 8, 36-38.

19 L'espressione dubia mente usata da Cromazio si ritrova in Cipriano (De éleemos. 11). 20 Si allude ad Ap. 21, 8.

Sermone 3 - SUL CENTURIONE CORNELIO E SU SIMON PIETRO

1. Avete udito, carissimi, come fosse pio e ti

rato di Dio il centurione Cornelio, il quale, sebbene an­ cora pagano, digiunava e pregava assiduamente ‘. Per­ ciò come ha ricordato la presente lettura non senza

ragione meritò di vedere nella sua casa l’angelo del Signore che gli disse: Cornelio, le tue orazioni sono

state esaudite e le tue elemosine sono ascese, in tua

non so se qualcuno

di noi meriterebbe di sentire simili parole da un angelo,

noi che non attendiamo né al digiuno, né alla pre­ ghiera, né all'elemosina3. È stato da poco prescritto un regolare digiunò, ma pochi hanno digiunato. Si viene

in chiesa, ma si attende più alle chiacchiere e agli affari

memoria, al cospetto di D io2. Ma

1 Atti,

10,

1-2.

­

2 Atti, 10, 4. 3 II classico trinomio, digiuno, preghiera, elemosina, si ispira a Mt. 6, 2-18; cf. anche Tob. 17, 8. Secondo il Quacqua- relli (Convergenze simboliche di Aquileia e di Ravenna, in AAAd, XIII, 1978, p. 377) il Crisologo svilupperà ima tesi sul digiuno che in Cromazio è forse implicita: tale tesi sostiene,

in

linea con la tradizione evangelica e alimentata dal Pastore

di

Erma, che il digiuno serve per destinare all'indigente — ve­

dova, orfano, infermo — la spesa del vitto; non c'era posto fra i cristiani per chi fosse ozioso e cercasse di sfruttare gli altri. « È ancora tutta da studiare questa parte che viene a svelare la grande forza sociale del digiuno oltre quella ascetica ».

52

Cromazio di Aquileia

terreni ohe all’orazione. I poveri lamentano povertà

e

bisogni, ma non si pratica nessuna elemosina. E poi

ci

meravigliamo se dobbiamo soffrire tribolazioni di

ogni sorta, mentre abbiamo il cuore indurito per ogni

verso. Poniamo rimedio dunque alla nostra negligenza

e

ritorniamo al Signore con tutta l'anima. Osserviamo

il

digitino, attendiamo alla preghiera e all'elemosina,

per meritare di sentire anche noi ciò che l’angelo ha detto a Cornelio: Le tue orazioni sono state esaudite e le tue elemosine sono ascese, in tua memoria, al

cospetto di Dio.

2. Forse alcuni dicono di non poter digiunar

causa del loro stomaco4. Ma è forse a causa dello sto­ maco che non si può fare l'elemosina? Fai l'elemosina

e

compenserai il digiuno. Prega assiduamente, purifica

il

tuo cuore e ciò ti si conterà come digiuno. Ma se

non fai niente di tutto ciò, come puoi pensare di essere senza peccato, o come puoi credere che il Signore ti lodi, dal momento che non ascolti il comandamento del Signore? L'angelo dice dunque a Cornelio: Le tue ora­ zioni sono state esaudite e le tue elemosine sono asce­ se, in tua memoria, al cospetto di Dio. Se vogliamo dun­ que che il Signore ascolti le nostre preghiere, dobbiamo avvalorarle con le buone opere e con le elemosine, come fece anche san Cornelio5, che meritò di essere esaudito dal Signore. Eppure san Cornelio, quando

attendeva assiduamente alla preghiera, era ancora pagano; infatti non aveva ancora creduto a Cristo. Pienamente felice ci viene presentato questo Corne­

lio, che ha adempiuto ai precetti di Cristo prima ancora

di aver creduto a lui! Tale conveniva che fosse colui

4 Tale obiezione doveva essere ricorrente; cf. Agostino, S. 210, 12. 5 Cromazio, come in seguito Cesario di Arles, si compiace di indicare col titolo di sanctus i personaggi della Bibbia, sia dell'Antico che del Nuovo Testamento. Ambrogio e Ago­ stino invece si segnalano per maggior sobrietà al riguardo.

Sermone 3

53

che, venuto dal paganesimo, per primo credette a Cristo.

3. Questo Cornelio, il Signore lo aveva già mostra­

to in figura a san Pietro nel Vangelo, al punto in cui gli dice: Va’ al mare, getta l’amo, prendi il primo pesce

che verrà su, aprigli la bocca, vi troverai uno statere6. Ciò riscontriamo chiaramente avvenuto in questo Cor­ nelio. Egli fu infatti il primo pesce che salì dal mare verso l'amo di Pietro, poiché fu il primo dei pagani a credere durante la predicazione di Pietro. L'amo sim­ boleggia la predicazione della parola divina, che san Pietro ebbe l’ordine di gettare nel mare del mondo pagano. A questo amo Cornelio ebbe la fortuna di ab­ boccare per primo; infatti, come ho già detto, egli fu il primo pagano a credere a seguito della catechesi di Pietro. Infine, prima che fosse preso da Pietro, nella sua bocca fu trovato imo statere: anche prima di cre­ dere, egli osservava la giustizia di Dio secondo la legge naturale, poiché onorava Dio con i suoi digiuni, con le sue preghiere e con le sue elemosine.

4. Dunque, mentre questo santo Cornelio onorava

Dio con tanta fedeltà ancora prima di conoscere la fede, Pietro — dicono gli Atti — era a Joppe, ospite di Simone il conciatore7. E circa l’ora sesta8 Pietro sali sul terrazzo a pregare. Mentre pregava fu preso da fame improvvisa e fu rapito in estasi. Vide allora di­ scendere dal cielo un recipiente come un lenzuolo tutto bianco annodato ai quattro capi; dentro vi erano ogni specie di quadrupedi, di rettili, di bestie feroci e di vola­ tili del cielo. E venne a lui una voce che diceva: Levati, Pietro, uccidi e mangia. Ma Pietro disse: Non sia mai, Signore, ché nulla ho mangiato mai di profano e d’im­ puro. E la voce di nuovo a lui: Ciò che Dio purificò tu

« Mt.

17, 26.

i Atti,

10, 5-6.

* Il mezzogiorno.

54

Cromazio di Aquileia

non dirlo profano. Questo accadde per tre volte e il recipiente fu ritirato in cielo. Ed ecco che gli uomini inviati da Cornelio erano giunti alla casa di Simone e domandavano se U fosse ospite Pietro. Intanto lo Spi­

rito disse a Pietro: Scendi e va’ con loro senza punto esitare, perché io stesso li ho mandati9. Ora il Signore fece questa rivelazione a Pietro perché Cristo stava per chiamare tutti i pagani alla sua grazia, e affinché Pietro non tenesse per impuri e indegni i pagani che crede­ vano, essendo stati più numerosi i Giudei nell'inosser­ vanza della Legge che non i pagani di ogni nazionalità nel peccare contro la Legge da essi ignorata. E non era certo lecito che la venuta di Cristo giovasse alla salvezza dei soli Giudei, dal momento che il Creatore del mondo e il Signore deH’universo ha voluto soffrire per salvare l'intero genere umano e donargli la vita:

la morte di Cristo infatti è stata la redenzione del

mondo intero10.

5. Ma consideriamo ora le circostanze di qu

rivelazione e la sua portata misteriosa. Non senza mo­ tivo ci viene riferito che Pietro, all'ora sesta era salito sulla terrazza per pregare. Forse che san Pietro non poteva pregare all'intemo della casa in cui si trovava?

O

era forse tanto impaziente di mangiare da soffrire

la

fame mentre pregava alla sesta ora, lui che digiu­

nava assiduamente? In fatti di tal genere si cela un si­

gnificato spirituale e misterioso. Ma cerchiamo di ana­ lizzare i singoli punti. San Pietro per pregare, salì sull'alto della casa. In alto evidentemente perché con

la

sua fede cercava le cose di lassù. Non poteva stare

in

basso lui che viveva nei cieli, secondo quanto dice

l'Apostolo: La nostra patria è nei cielin. Ascolta il Si­

gnore stesso indicarci ciò nel Vangelo, quando dice:

» Atti,

10, 9-20.

10 Interessa rilevare l’insistenza sulla portata universale della redenzione operata da Cristo; cf. S. 12. “

Fil. 3, 20.

Sermone 3

55

E chi è sul tetto non scenda a prendere alcunché nella sua casa n. Sul tetto si trova colui ohe vive rivolto alle cose di lassù e ai margini della vita di questa terra.

A questi il Signore dice di non scendere dal tetto nella

casa, cioè di non abbandonare la vita del cielo per ritor­

nare a quella della terra, cioè all’attaccamento per la vita presente, alla concupiscenza della carne, all’avi­ dità dei beni mondani.

6. Pietro, mentre si trovava dunque sulla terra

all'ora sesta, cominciò a sentir fame. Evidentemente, come la lettura stessa fa intendere, Pietro non aveva punto fame di alimenti materiali, ma di quell'alimento

che è la salvezza dell'uomo, perché la salvezza dei cre­ denti è il cibo dei santi13. Inoltre, quando ebbe fame, era l'ora sesta e Pietro non doveva certo aver fame

in alcun altro momento come a quell'ora: all'ora sesta

infatti fu crocifisso il Signore grazie al quale gli Apo­ stoli cominciarono ad aver fame della salvezza degli uomini. Pietro dunque sentiva fame non già pensando

a un cibo materiale ma piuttosto alla salvezza delle

anime ohe credono a Cristo. E ciò mostra chiaramente

il seguito dello stesso brano. Pietro infatti vide subito

un telo calato dal cielo simile a un lenzuolo tutto bianco

annodato ai quattro capi; esso conteneva ogni specie

di

quadrupedi, di rettili, di bestie feroci e di uccelli.

E

venne a lui ima voce che diceva: Levati, Pietro, uc­

cidi e mangia. Il telo che Pietro vide venire giù dal cielo simboleggia la Chiesa, che scende veramente dal cielo come dice Giovanni nell’Apocalisse: E vidi scen­ dere dal cielo la Gerusalemme nuova14. Questo conte­ nitore è sostenuto ai quattro capi, perché la predica­ zione del Vangelo, su cui si fonda la Chiesa, si presenta

u Mt.

24,

17.

affini nel

S. 68 di Massimo di Torino. Per il simbolismo collegato alla

fame degli Apostoli, cf. Ilario, In Matth.,

13 Lo stesso

concetto è espresso

con termini

12,

2;

21,

6.

56

Cromazio di Aquileia

sotto quattro aspetti1S. La sua bellezza si presenta come un lenzuolo brillante per il suo candore, poiché

candida e splendente è la Chiesa di Cristo che possiede

lo splendore del paradiso e la purezza del battesimo

salutare16. Pietro raccontò di aver visto in questo ricet­ tacolo varie specie di animali, cioè quarupedi, bestie

feroci, rettili e uccelli del cielo, perché la Chiesa di Cristo accoglie i credenti che vengono a lei da ogni razza umana. Eravamo infatti per l’addietro quadru­

pedi 17, perché siamo vissuti su questo mondo come dei quadrupedi senza tener conto della nostra salvezza e con gli occhi rivolti non al cielo ma alla terra. Erava­ mo bestie feroci, perché rapivamo i beni altrui e infie­ rivamo nel sangue degli innocenti mordendo come belve con i denti della cattiveria e della ingiustizia. Eravamo anche serpenti, perché la nostra lingua stil­ lava inganno e veleno. Eravamo anche uccelli, perché vagavamo di qua e di là con animo incostante.

7. Ma che fu detto a Pietro? Sorgi, disse la v

uccidi e mangia. Non possiamo dunque essere ritenuti cibo salutare se non moriamo alla vita passata. Altri­ menti sarebbe ridicolo e vano credere che il Signore abbia ordinato a Pietro di mangiare serpenti e bestie feroci, o che san Pietro abbia avuto con sé tuia spada materiale! San Pietro aveva certo con sé una spada,

ma divina, cioè lo Spirito Santo con cui gli fu ordinato

di ucciderci. Questa spada infatti, cioè lo Spirito Santo,

15 II messaggio evangelico, su cui si fonda la Chiesa, viene chiamato da Cromazio con l'espressione quadripertita

pra.edica.tio evangelii, che ricorda da vicino analoga defini­ zione di Origene (In Ioh., 5, 7): « Un solo evangelo, pur attra­ verso quattro scritti », oppure quella di sant'Ireneo (Adv. haer., Ili, 11, 8) che parla di quadriforme evangelium; cf. an­ che Agostino, In Ioh., 36, 1; 118, 4. Per il simbolismo del

Sermone 3

57

farà morire in noi, col suo taglio affilato, l'asprezza della cattiveria, gli appetiti della carne e del sangueIS,

se però meritiamo di morire al mondo grazie a ima

tale spada al fine di poter vivere per Dio.

8. Infine, quando

Pietro esclamò:

Non

sia

Signore, ché nulla ho mangiato mai di profano e d’impuro, ima voce venuta dal cielo gli disse: Ciò che Dio purificò tu non dirlo profano19. Infatti quando veniamo alla Chiesa di Cristo, la fede, la grazia e la sua misericordia ci purificano da ogni impurità. E il

telo calato dal cielo per tre volte vi risalì per restarvi; infatti noi non possiamo venir lavati e purificati dai nostri peccati che per il mistero della Trinità. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo ci è donata la grazia del battesimo che ci purifica da ogni macchia

di peccato20. Poiché dunque riconosciamo la grande

misericordia che ci è stata usata da essere stati chia­ mati a una grazia tanto grande nonostante la nostra indegnità, dobbiamo vivere con pietà e giustizia alla presenza di Cristo. Così, quando egli verrà nella sua gloria, non ci troveremo con i peccatori e con gli empi

ma potremo ricevere, con i suoi santi e con i suoi eletti,

le promesse del regno dei cieli e la ricompensa della

vita eterna. Amen.

M Per l'azione purificatrice e liberatrice dello Spirito, Cro­

mazio ricorre qui all’immagme della spada, nel S. 15 invece a quella del fuoco. £ opportuno rilevare che l'immagine della « spada » per simboleggiare lo Spirito e la parola di Dio ricorre in Ef. 6, 17 e in Ebr. 4, 12.

» Atti, 10, 14-15.

20 II fatto che nella visione di Pietro quella sorta di

­

zuolo sia disceso e salito al cielo per tre volte richiama a Cro­ mazio il rito battesimale, quando nella notte di Pasqua, la nox magna, anche i catecumeni scendevano e salivano per tre

volte il fonte mentre erano invocate le tre persone della Tri­ nità. Sulla potenza della triplice invocazione, cf. Origene, Hom. VII in Levit., 4; Hom. V ili, 11; Ambrogio, De Spir. Sancto, II, 105.

Sermone 4 - SUI TRAFFICANTI CACCIATI DAL TEMPIO

1. Entrato il Signore e Salvatore nostro nel T

­

pio dei Giudei e trovati dei venditori di pecore, di buoi, di colombe e dei cambiavalute seduti al banco che vi praticavano un commercio illecito, come avete udito carissimi nella presente lettura i, fece ima sferza di funi, cacciò tutti e rovesciò i banchi dei venditori dicendo: La mia casa è casa di preghiera, ma voi ne avete fatto un luogo di affari2. I Giudei dimenticarono l'onore e la fede dovuti a Dio e fecero del Tempio un luogo di affari; perciò furono tutti cacciati e cacciati precisamente con una sferza di funi. Quale sia il signi­ ficato di tale sferza di funi, Salomone lo indica con chiarezza quando dice: Una corda triplice non si rompe facilmente3. La triplice corda simboleggia indubbia­ mente la Trinità: essa non si può rompere così come è incorruttibile la fede della Trinità4. Sono stati spesso gli eretici5a sforzarsi, per quanto stava in loro, di cor­

1 Gv. 2, 13-15.

2 Gv. 2,

Mt. 21,

13;

16.

3 Sir. 4,

4 Per questa interpretazione trinitaria dello spartum

12.

tri-

in Exod., 3; Gregorio d’Elvira,

plex,

Tract. S. Script.

cf. Origene, Hom.

IX

12; Ambrogio, In Lue.

X,

12.

5 Si tratta degli ariani e dei semi-ariani contro cui Cro-

mazio aveva usato il suo zelo pastorale già prima dell’epi­ scopato.

60

Cromazio di Aquileia

rompere questa fede, ma non sono riusciti che a cor­ rompere sé stessi. È necessario invero che la fede nella Trinità si conservi incorrotta e perciò Salomone disse giustamente: Una corda triplice non si romperà.

2. Con tale sferza di funi dunque sono cacciati dal

Tempio tutti quelli che agiscono contro la Legge: in­ fatti quanti vivono in modo illecito non sono condan­ nati da alcun altro tribunale che da quello della Tri­ nità. Perciò furono rovesciati i banchi dei venditori di colombe, che, seduti ai loro scanni, si davano l’aria

d'insegnare al popolo quasi fossero insigniti della di­ gnità sacerdotale6. Furono dunque rovesciati i seggi

della sinagoga affinché i seggi della Chiesa fossero san­ tificati nel Cristo. Infatti la dignità sacerdotale è stata tolta alla sinagoga e trasferita alla Chiesa. La sinagoga non meritava di possedere la dignità sacerdotale, essa che non ha accolto il Cristo Signore, capo e principio del sacerdozio7. Ma stiamo attenti e guardiamoci di non essere fra quelli che vendono pecore, buoi o co­ lombe nel Tempio del Signore. È venditore di pecore chi giudica l’innocenza in base al denaro, venditore di buoi chi distribuisce la grazia di Dio a prezzo di denaro *, mentre sta scritto: Gratuitamente avete rice­ vuto, gratuitamente date9. Perciò è ancora possibile vedere i cambiavalute rovesciati nel Tempio, per lo meno quelli che ritengono di dover prestare il servizio di Dio a pagamento.

3. Certo anche la Chiesa può essere detta luogo

di affari, ma di affari spirituali10, dove non si presta

6 I banchi dei venditori del Tempio indicano la dignità

sacerdotale sinché in Ilario (In Matth. 21, 4); cf. M. Simo-

netti. Note sul Commento a Matteo di Ilario di Poitiers, in «Vetera Christianorum», I (1964), p. 47.

7 L'espressione pregnante princeps sacerdotii è pecu­

liare di Cromazio.

8 Cromazio allude ai ministri della Chiesa.

9 Mt. 10, 8.

10 Cromazio non dimentica di parlare ai fedeli che vivono

Sermone 4

61

ad usura denaro di quaggiù ma denaro del cielo, dove non si guadagna alcun interesse del denaro di questa terra ma il godimento del regno dei cieli. Perciò leg­ giamo questa parola del Signore nel Vangelo: Perché

non hai portato anche tu il denaro ai banchieri cosi che al mio ritorno io potessi esigerlo con gli interessi? u. Ogni giorno la Chiesa del Signore ci presta a interesse il denaro della Parola divina, la dottrina celeste e si può dire che la mettiamo bene a frutto se la riconse­ gniamo al Signore col profitto della salvezza e della fede. Gli Apostoli alla fine dei conti hanno concluso tanti affari con questo denaro, da aver guadagnato a Dio il mondo intero.

4. Quando il Signore e Salvatore nostro ebbe

­

ciato dal Tempio tutti quelli che si comportavano ille­ citamente, i Giudei presero a dirgli, come avete sentito 0 miei cari: Quale portento ci fai tu vedere per agire cosi? Rispose loro Gesù: Distruggete pure questo tem­ pio ed entro tre giorni io lo ricostruirò u. Gli replica­ rono i Giudei: Questo Tempio fu fabbricato in quaran­ tasei anni e tu in tre giorni lo ricostruirai? E aggiunge l'Evangelista: Egli però parlava del tempio del suo corpo13. Quanto grande l'incredulità o piuttosto l'osti­ nazione dei Giudei! Essi avevano sotto i loro occhi dei segni celesti e dei miracoli divini, eppure esigevano un segno dal Signore. Era stato forse un segno insi­ gnificante il fatto che una vergine avesse partorito, che 1 pastori, nel natale del Signore, avessero udito la voce delle schiere celesti che cantavano e avessero ado­ rato il Signore fanciullo in una mangiatoia, che una nuova stella fosse stata mostrata dal cielo ai Magi? Ma una volta nato, il Signore mostra loro ancora un

in

sec. IV.

un

grande

emporio

u Mt.

12 Gv. 2, 18-19.

« Gv. 2, 20-21.

25, 27.

commerciale

qual

era

Aquileia

nel

62

Cromazio di Aquileia

segno premonitore della sua risurrezione dicendo:

Distruggete questo Tempio di Dio ed entro tre giorni 10 lo ricostruirò. Ma, mentre il Signore aveva inteso parlare del Tempio del suo corpo, i Giudei pensarono ch’egli avesse parlato del Tempio di pietra. Nulla di

sorprendente, in verità, se i Giudei pensarono che que­ ste parole del Signore si riferissero al Tempio di pie­ tra, visto che avevano un cuore totalmente pietrificato. 11 Signore però non intendeva parlare del Tempio di pietra, bensì del Tempio del suo corpo. In realtà il corpo di Cristo è propriamente il Tempio di Dio, per­

ché lo stesso

tarvi. Inoltre si dice che furono impiegati quarantasei anni per costruire il Tempio, perché il nome di Adamo secondo l’alfabeto greco forma il numero quaranta- sei 1S. Questo Tempio, distrutto al momento della pas­ sione, il Signore lo ricostruì dopo tre giorni, poiché il terzo giorno egli risuscitò col suo corpo, vincitore della m orteló.

Dio Onnipotente14 si è degnato di inabi­

14 L’espressione Domìnus maiestatis usata qui e altrove

da Cromazio, si ritrova in Ilario, De Trinit.

In Matth., 3, 4. Cf. inoltre Sai. 28, 3. 15 Cf. anche Agostino, In Ioh. 10, 12. 16 II contesto lascia intravedere che si tratti di un Ser­ mone pasquale.

V ili,

6;

IX,

3;

Sermone 5 - SULLE PAROLE DEL SIGNORE:

« BEATI I POVERI DI SPIRITO »

1. Per dare ai suoi discepoli la benedizione del cielo, il Signore salì con loro la montagna. Ciò riferi­ sce il presente brano del Vangelo: Gesù, racconta il Vangelo, sali la montagna con i suoi discepoli e sten­ dendo le mani sopra di loro diceva: Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli con quel che segue1. Non è senza motivo che il Signore e Salvatore nostro abbia dato la benedizione ai suoi discepoli su tuia montagna: non in pianura, ma su un monte; non in basso, ma in alto. Pertanto, se vuoi ricevere anche tu le benedizioni celesti dal Signore, sali sulla monta­ gna, cioè cammina verso la vita di lassù e riceverai a buon diritto la benedizione che desideri. Viceversa, se le tue azioni e la tua vita sono legate a questa terra, non potrai ricevere la benedizione dal Signore; perciò non senza ragione è stato scritto: È un Dio di monta­ gne e non di valli2. 2. Certamente Dio è il Dio di ogni luogo e di ogni creatura, perché è lui che ha creato e fatto ogni cosa. Ma sono di una grande profondità spirituale queste parole del Profeta, secondo cui Dio è un Dio di monta­ gne e non di valli. Egli invero si degna di essere il Dio

1 Mt.

5,

1 s.

64

Cromazio di Aquileia

di quelli che, grazie ai loro meriti, si elevano come

montagne verso le altezze e le regioni superiori, cioè

il Dio di tutti i santi. Sono montagne i patriarchi, mon­

tagne i profeti, montagne gli Apostoli, montagne i mar­ tiri 3. Il nostro Dio si presenta come Dio di tutti questi santi. Perciò leggiamo queste parole del Signore: Io sono il Dio di Abramo, il Dio d’Isacco e il Dio di Gia­ cobbe. E aggiunge: Non è il Dio dei morti, ma il Dio dei vivi4. Al contrario egli rifiuta di essere il Dio delle valli, cioè degli uomini peccatori e senza fede, che, come valli, sono affossati in bassifondi. Gli empi e i

peccatori, infatti, non meritano che il nostro Dio sia detto loro Dio, di cui disprezzano o ignorano la fede

e la conoscenza. Secondo la potenza della sua divinità,

egli è Dio di ogni creatura, poiché è il creatore di tutto;

ma secondo il suo favore e la sua grazia, egli si pre­ senta come il Dio di coloro che custodiscano i suoi comandamenti e la sua fede.

3. Inoltre questa montagna su cui il Signore

donato le benedizioni ai suoi discepoli prefigurava la Chiesa, paragonabile appunto a una montagna per il fatto che la sua vita è rivolta verso l'alto e come ima grande montagna schiaccerà la terra, cioè la vita ter­ rena, non con il carico della pietra ma sotto il peso della santità. Vuoi la conferma che la montagna è pro­ priamente la figura della Chiesa? Ascolta la Sacra Scrittura che dice: Chi può salire al monte del Si­ gnore? dal momento che non solo gli uomini ma anche le bestie selvagge possono salire a simili monti di que­ sta terra. Ma essa parla propriamente della montagna del Signore, della montagna del cielo, cioè della santa Chiesa: alle sue vette di fede e di vita celeste non arri­ vano che i beati. A tale monte si sale infatti non con gli sforzi del corpo ma con la fede ddl'anima.

3 La stessa enumerazione in Ilario (Tract. in Ps. 96, 9).

Sermone 5

65

4. Pertanto rimaniamo sempre su questa monta­

gna 5 con l'elevazione della nostra fede e con una con­

dotta secondo lo spirito per meritare di ricevere dal Signore queste benedizioni del Vangelo in cui si dice:

Beati voi poveri di spirito, poiché vostro è il regno dei cieli6 e quanto segue. Sono poveri di spirito coloro che non si lasciano gonfiare da alcun orgoglio di sug­ gestione diabolica, da alcun fermento di cattiveria, ma custodiscono con la fede l'umiltà dello spirito; cer­ tamente sono poveri di spirito coloro che si guardano dalle ricchezze di questa terra, dalle brame del mondo

e da ogni preoccupazione materiale. Il Signore mostra

che costoro sono appunto beati, col dire: Beati voi poveri di spirito, poiché vostro è il regno dei cieli. Essi sembrano poveri agli occhi del mondo, ma sono ricchi agli occhi di Dio. Non hanno potere su questa terra, ma possiedono la felicità del cielo; non godono

delle ricchezze di questo mondo, ma ricevono le ric­

chezze del regno dei cieli e i tesori dell’immortalità senza fine. Del resto che il regno dei cieli appartenga

a loro, il Signore lo dichiara col dire: Beati voi poveri

di spirito, poiché vostro è il regno di Dio. Beata povertà

ricolmata da un dono così grande! Di essa si sono glo­

riati per primi gli Apostoli, i quali hanno preso pos­ sesso delle ricchezze celesti.

5. Perciò, se siamo poveri in questo mondo, non

rattristiamoci, poiché anche i santi Apostoli furono poveri su questa terra. Vuoi da povero diventare ricco,

o

piuttosto essere ricco anche nella miseria? Cerca

di

essere giusto, pio, buono, caritatevole e avrai presso

Dio grandi ricchezze, che né il fisco, né i ladri e nem­ meno la morte potranno strapparti. Abbiamo dunque grandi ricchezze messe da parte in cielo se osserviamo

s Sai.

23,

3.

66

Cromazio di Aquileia

i comandamenti del Signore e se conserviamo la fede nel Cristo: queste sono ricchezze eterne. Ascolta che cosa dice il profeta Tobia a suo figlio: Noi, figlio mio, siamo in povertà, ma avrai ogni bene se temerai D io1. Temiamo dunque Dio di tutto cuore per meritare di possedere ogni bene.

Sermone 6 - SUL VANGELO SECONDO MATTEO, DOVE SI DICE: « L'OCCHIO È LA LUCERNA

DEL CORPO

»

1. Dopo aver istruito i suoi discepoli con abbon­ danti e divini insegnamenti *, il Signore e Salvatore nostro disse nella presente lettura, come avete sentito, miei cari: L'occhio è la lucerna del corpo. Quindi, se il tuo occhio è puro, tutto il tuo corpo sarà illuminato; se poi il tuo occhio è offuscato, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre. La lucerna del corpo sta a indicare le facoltà dell’anima e la fede del cuore. Se questa fede è in noi chiara e luminosa, essa illumina senza dubbio tutto il nostro corpo. Proprio per questo la lucerna si pone come simbolo della fede, per il fatto che, come la lucerna illumina i passi di chi cammina nella notte per evitargli di cadere in qualche buca o d’inciampare in qualche ostacolo, cosi nella notte di questo mondo la luce della fede illumina ogni passo della nostra vita affinché, guidati dalla luce della verità, non cadiamo nelle fosse del peccato o non inciampiamo negli osta­ coli del diavolo. Così Giuda Iscariota, che non ebbe in cuore la lucerna della fede, non tardò a cadere nella fossa della morte eterna e, anziché raggiungere il Si­ gnore della vita, consegui il castigo della morte. 2. Perciò il Signore prosegue: Se il tuo occhio è offuscato, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre. Offu­

68

Cromazio di Aquileia

scato è l'occhio di chi ha un animo depravato e ima fede perversa; costoro camminano nelle tenebre, non nella luce. Di loro dice Giovanni nella sua lettera:

Chi odia il suo fratello è nelle tenebre e nelle tenebre cammina, e non sa dove va perché le tenebre ne hanno accecato gli occhi. Invece chi ama il suo fratello rimane nella luce, come lui stesso è nella luce2. Inoltre nel­ l'occhio del corpo, più prezioso di tutti gli organi, pos­ siamo vedere simboleggiato anche il capo della Chie­ sa 3: se in lui la fede risplende e la sua condotta è spec­ chiata, egli illumina senza dubbio l’intero corpo della Chiesa. Se, al contrario, egli è maestro depravato ed eretico, è chiaro ohe, con l'esempio della sua vita e della sua fede aberrante, può rendere tenebroso il corpo intero. La luce della verità e della fede non può infatti risplendere in mezzo a un popolo presso il quale le tenebre dell'errore abbiano fatto calare la notte di ima fede corrotta.

3. E non a torto il Signore aggiunge nella

­

sente lettura: Nessuno può servire a due padroni; poiché o odierà l'uno e amerà l’altro, ovvero si attac­ cherà all’uno e disprezzerà l'altro4. E ancora: Non potete servire a Dio e a Mammona. In questo passo egli ci indica due padroni, Dio e il diavolo; ma il vero padrone è Dio; il diavolo è un falso padrone. Quanto è la distanza tra il vero e il falso, altrettanto è distante

un padrone dall'altro. Il vero padrone è il creatore della natura; quello falso è il diavolo sovvertitore della natura. L'uno è autore della salvezza, l'altro della per­ dizione. L'uno guida gli uomini al cielo; l’altro li ina­ bissa neU'inferno; l'uno trascina l'uomo alla morte, l'altro lo riscatta e lo fa vivere.

2

1 Gv. 2,

10-11.

3 L'espressione di Cromazio rector Chiesa) designa il vescovo.

* Mt. 6, 24.

ecclesiae

(capo della

Sermone 6

69

4. Dio è certamente il signore di tutto, poiché da

lui è stata creata ogni cosa ed egli stesso esercita il

suo dominio su tutto per diritto della sua potenza e

in virtù della sua natura; tuttavia egli si compiace di

essere prima di tutto il padrone di chi osserva e custo­ disce fedelmente i comandamenti del Signore e Dio.

Il diavolo invece è riconosciuto padrone solo di quelli

che, allontanati dal vero Dio e Padre, ha sottomesso al­

l'orribile schiavitù del peccato e su cui domina con empia potestà servendosi di un diritto perverso. Per questo motivo dunque il diavolo è detto padrone in senso perverso; e non a torto il Profeta lo chiama anche pernice5. Ciò infatti è scritto: La pernice gri­ derà e raccoglierà pulcini non partoriti da lei; ma al­ l'ultimo dei giorni essi Vabbandoneranno ed alla fine sarà stolta6. Ma dobbiamo sapere perché il diavolo è detto pernice. La pernice, cioè il volatile della nostra terra, attira con grida seduttrici i piccoli di altri uccelli e si gloria dei pulcini altrui come se fossero propri. Ma, quando gli stessi piccoli cosi sedotti riconoscono la voce dei loro veri genitori, abbandonano la loro falsa madre e seguono la vera. Cosi anche noi eravamo stati sedotti con voce insinuante dal diavolo, nostro falso padre; ma non appena abbiamo riconosciuto la voce

di Dio, nostro vero Padre, grazie alla predicazione del

Vangelo, allora abbiamo abbandonato il diavolo, nostro

falso padre, per seguire Dio, Padre vero ed eterno.

5. Vi è un’altra ragione per chiamare il diavolo

pernice. Quando la pernice scorge qualcuno da lon­ tano, si ricopre di foglie per non essere veduta. Cosi anche il diavolo nasconde il pungiglione della sua mali­

5 Geremia 17, 11 è interpretato allo stesso modo da F

strio di Brescia, Diversarum haereseon liber, praefatio (CCL IX, 217); da Ambrogio, Exameron, VI, 3, 13; Ep. 32, 2 e dal­ l’autore dell’Opus imperfectum in Matthaeum, omelia 20 (PG LVI, 744).

70

Cromazio di Aquileia

zia quasi sotto il fogliame, affinché l'uomo non scopra troppo facilmente il suo inganno. Perciò l'Apostolo dice: Non ignoriamo le sue macchinazioni7. Dunque,

come il diavolo si dimostra falso padre, cosi si dimo­ stra anche falso padrone, perché si rivela seduttore nell’imo e nell’altro caso. Ma, infelice queU'anima che segue un tale padre e un padrone simile. Chi segue un simile padrone non è degno di avere Dio come vero padrone. Perciò il Signore dice nel Vangelo: Non po­ tete servire a Dio e a Mammona. Se dunque attendiamo alle opere di bene8, se obbediamo ai comandamenti divini, abbiamo certamente Dio come Signore, perché

ci

assoggettiamo alla sua volontà. Ma se al contrario

ci

lasciamo andare alle opere d’iniquità, alla lussuria,

all'avarizia, all'impudicizia, alla fornicazione, ci sotto­ mettiamo al dominio del diavolo e rendiamo infrut­ tuosa la passione di Cristo, che ci ha liberato dall'in­ giusto potere del diavolo. Ma il Signore tenga ciò lon­ tano da noi, affinché non passiamo dal potere di Cristo

a quello del diavolo, dal momento che proprio per

questo il Figlio di Dio si è degnato di soffrire e di morire in croce per noi, per strapparci all'empio po­ tere del diavolo. Perciò dobbiamo servire fedelmente

in tutto l'autore della nostra vita e della nostra sal­

vezza per meritare di giungere al dominio del regno dei cieli. Amen.

i

2

Cor. 2,

11.

8

Opera

iustitiae

in Cipriano indica le opere

di

car

, zio, cf. S. 11. In questo caso specifico però l’accezione è più larga: si tratta della pratica delle virtù cristiane in generale, come risulta dal contesto.

cit., p. 246; lo stesso vale per Croma-

cf. H. Pétré, Caritas

Sermone 7 (frammento) - PER LA FESTA DEI SANTI FELICE E FORTUNATO

Oggi celebriamo la nascita al cielo dei santi mar­ tiri Felice e Fortunato, che, per il loro glorioso marti­

rio, sono l'ornamento della nostra città

1.

1 Per l’intero problema agiografico connesso al mart

dei due santi vicentini nella città di Aquileia e per l'impor­

tanza del frammento cromaziano, cf. G. Cuscito, Cristiane­

Sermone 8 - PER L’ASCENSIONE

1. La solennità di questo giorno porta in sé un dono festivo non trascurabile. Infatti in questo qua­ rantesimo giorno dopo la risurrezione, come avete udi­ to, o carissimi, nella presente lettura1, il Signore e Salvatore nostro è asceso al cielo col suo corpo in pre­ senza dei suoi discepoli e sotto i loro occhi. Una nube lo sottrasse agli sguardi attoniti dei suoi discepoli, come riferisce la presente lettura, e così è asceso al cielo. La nube accorse per onorare Cristo, non per aiuto ma per deferenza a Cristo e per offrire il servizio dovuto al suo Signore e Creatore. Per salire al cielo Cristo non aveva bisogno del soccorso di ima nube, lui che, col mondo, aveva creato anche le nubi. Così dice lui stesso per bocca di Salomone impersonatosi2 nella Sapienza: Quando creava i cieli, io ero là; e quando dava consistenza alle nubi in alto, io ero ac­ canto a lui, quale architetto3. 2. Così il Figlio di Dio sale ora al cielo nella nube davanti agli occhi stupefatti e incantati degli Apostoli,

costituita

dal racconto degli Atti. 2 II testo latino dice: ex persona Sapientiae loquitur; tale espressione era comune agli autori cristiani antichi. 3 Prov. 8, 27-30.

1 La lettura per

la

festa

dell'Ascensione

era

74

Cromazio di Aquileia

come ha riferito la presente lettura, ma non sale ora per la prima volta. Sin daH'origine del mondo, egli era spesso disceso personalmente dal cielo e vi era risalito4; ma ora per la prima volta egli ascende al cielo con il corpo. Era appunto questo che gli Apostoli osservavano meravigliati: che il Cristo salisse col suo corpo al cielo, donde era disceso senza corpo. Ma per­ ché sorprendersi per la meraviglia degli Apostoli, se anche le virtù dei cieli furono prese da stupore? È

questo infatti che Isaia vuol significare quando, imper­ sonandosi nei cittadini del cielo, dice: Chi è costui che

si avanza da Edom? La porpora delle sue vesti viene

da Bosra. Egli è splendido nella sua veste, riluce come il tino riempito dal torchio5. Per Edom è da intendere la terra, per Bosra la carne. Questo destava meraviglia negli angeli, il fatto che colui il quale, secondo la carne, era nato in terra da ima vergine, colui che si era visto patire e venire crocifisso nella sua carne saliva al cielo

con la stessa carne. Inoltre è stato menzionato anche il torchio perché fosse chiaro il riferimento alla pas­ sione che il Signore eibbe a soffrire sulla croce. Nella passione della croce Cristo fu come spremuto dal legno del torchio, perché versasse per noi il suo sacro san­ gue 6. Per questo la porpora delle sue vesti viene detta

di Bosra, per questo egli ci è presentato splendido nella

sua veste. La porpora delle vesti si riferisce all'effu­ sione del suo sangue, lo splendore della sua veste alla gloria della risurrezione, perché è risuscitato glorioso dalla morte nella stessa carne nella quale ha versato per noi il suo sangue glorioso. Questo è anche quanto la Chiesa afferma di Cristo nel Cantico dei Cantici: Mio fratello è candido e vermiglio1. È detto vermiglio a

4 Cromazio allude alle teofanie dell’Antico Testamento.

s Is.

6 Cf. Gregorio d’Elvira, Tract. S. Script. 7 Cant. 5, 10.

6, PLS I, col. 399.

63,

1.

Sermone 8

75

caiusa della sua passione nella carne; bianco per la glo­ ria della risurrezione; invero egli, che si mostrò vili­ peso e umile durante la passione, apparve splendido e glorioso nel momento della risurrezione. Anche Gere­ mia ci mostra questo mistero della divinità e della carne in 'Cristo quando afferma: S'inaridiscono le mammelle delle rocce e scompare la neve dal Libano8; con le mammelle delle rocce egli vuol significare la sua

incarnazione da una vergine e nella neve del Libano indica il candore della sua divina chiarezza. Di più, quando si trasfigurò sulla montagna, secondo quanto leggiamo nel Vangelo, le sue vesti divennero candide come la neve, perché risplendevano per il suo glorioso splendore. Cosi non a caso si dice di Cristo un po' prima: La porpora delle sue vesti viene da Bosra. Non della sua veste, ma delle sue vesti. Cristo è in effetti il

principe dei martiri9 e perciò di lui si dice: La

delle sue vesti viene da Bosra, perché è attorniato da

una corona di martiri come si trattasse di vesti di porpora.

porpora

3. Ma ritorniamo al nostro tema. Persino le V

celesti si sono stupite dell'ascensione di Cristo al cielo

in questi termini: Chi è costui che si avanza da Edom? La porpora delle sue vesti viene da Bosra. Egli è splen­ dido nella sua veste, riluce come il tino riempito dal torchio. Le Potestà dei cieli vedevano infatti una cosa nuova: il Figlio di Dio che saliva al cielo col suo corpo. E perciò dicevano: Chi è costui che si avanza da Edom? Fu una sorpresa per gli angeli, una sorpresa per le superne Potestà che quella carne, di cui era stato detto ad Adamo: Sei polvere e in polvere ritornerai1#,

* Ger.

18,

14.

9

II testo

dice:

Princeps

enim

martyrum

est

Christ

tale titolo, usato nel senso di capo dei martiri e primo fra

loro, sarà ripreso nel S. 19. “

Gen. 3,

19.

76

Cromazio di Aquileia

ormai non era più polvere ma una carne che saliva in cielo. Cos'è giovato al diavolo la sua malizia? La nostra carne terrena, ch'egli non ha voluto veder regnare nel paradiso, regna in cielo11. L'ascensione in cielo del Signore destò certo l'ammirazione e l'esultanza degli angeli e divenne la gioia del mondo intero, mentre in­ vece fu di vera confusione e di vera condanna per il diavolo. Questa meraviglia degli angeli per l'ascensione del Signore al cielo anche Davide la indica nel salmo, là dove impersonando gli angeli, pronuncia queste parole mirabili: Alzate le vostre porte, o principi; spa­ lancatevi, porte eterne: ha da entrare il re della gloria. Il Signore potente e prode in battaglia n. Le superne Virtù erano dunque nello stupore, si meravigliarono gli angeli che pur erano stati presenti alla risurrezione del Signore; e pertanto si gridavano l'un l'altro di apri­ re le porte dei cieli a Cristo vincitore, che tornava in cielo dopo il combattimento della passione. Egli aveva vinto il diavolo, aveva vinto la morte, aveva distrutto il peccato, aveva sconfitto le legioni dei demoni ed era risuscitato vincitore della morte. 4. Cristo salì dunque al cielo con il corpo, dopo il trionfo della croce, dopo la vittoria della passione. Gli angeli gli rendevano il servizio che gli è dovuto. Alcuni infatti precedevano il Cristo che saliva al cielo col suo corpo, altri lo seguivano, offrendo a un così grande re e a un così grande vincitore l'onore che con­ viene. Se tutti vanno incontro con canti di lode a un

11 L’Ascensione è sentita come il supremo trionfo su Satana. Il testo di Gen. 3, 19 è usato spesso nei sermoni per l'Ascensione sia in Oriente (Atanasio, PG XXVIII, col. 1091;

Crisostomo, PG I, col. 446), sia in Occidente (Gregorio Ma­ gno, PL LXXVI, col. 1218). 12 Sai. 23, 7-9. Questo salmo e il 109 citato più sotto sono fra i salmi tradizionali per l’Ascensione; cf. A. Rose, «Attol-

lite portas, principes, vestras

onore del cardinale G. Lercaro, I, Roma 1966, pp. 458464.

in

», in Miscellanea Litur.

Sermone 8

77

re vittorioso che pure è un uomo, quanto più tutti gli angeli e le Virtù dei cieli dovettero andare incontro a Cristo, re eterno, che, dopo aver trionfato del diavolo e vinta la morte, vincitore, saliva al cielo col suo corpo. Niente di strano, dunque, se gli angeli e le superne Virtù sono accorsi incontro a Cristo che tornava in cielo, dal momento che lo stesso Padre gli è venuto incontro, come ha appena annunciato il Salmista, quando parlando a nome del Figlio, così si rivolge al Padre: Tu mi tieni per la destra, mi guidi secondo la tua volontà, e mi accogli in gloria13. Il Padre, in effetti, ha accolto con gloria il Figlio che ritornava al cielo, ponendolo alla sua destra, come è detto in un altro salmo: Dio ha detto al mio Signore: Siedi alla mia destra14. In che modo il Padre potrebbe manifestare amore più grande e quale gloria più degna potrebbe ricevere il Figlio che quella di sedere alla destra del Padre? Ed è per questo che il Salmista, parlando a nome del Figlio, opportunamente aggiunge nel salmo appena cantato: Cosa resta in cielo? E, fuori di te

13

Sai.

72, 24.

Se

tale

sermone non ci fornisce

dati

­

cisi sulle letture liturgiche, pure ci informa che il salmo 72 era cantato nel corso della liturgia forse tra la lettura del- l'Apostolo e il Vangelo. Se dobbiamo credere al Capituiare evangeliorum del codex Rehdigeranus e alle note liturgiche del codex Foroiuliensis, due importantissime testimonianze della liturgia aquileiese del sec. VII-VIII, il Vangelo poteva essere Le. 24, 44. Ad ogni modo sia i commenti occidentali che quelli orientali del salmo non ci informano su una sua applicazione per la festa dell'Ascensione: si tratta dunque di

una tradizione peculiare di Aquileia; del resto l’insistente in­ vito dell’oratore a celebrare degnamente la festa dell’Ascen- sione potrebbe forse attestare la sua relativa novità ad Aqui­ leia. Non è un caso che Cromazio e Filastrio di Brescia for­ niscano le più antiche testimonianze occidentali dell'Ascen- sione fissata nel quarantesimo giorno dopo Pasqua. Cf. J. Le­ marié, SC 154, p. 96.

«

Sai.

109,

1.

78

Cromazio di Aquileia

cosa bramo sulla terra? Egli ha voluto soffrire sulla terra e perciò ha accettato su di sé la passione e la morte per la salvezza del genere umano. Ha voluto salire in cielo col suo corpo. Siede alla destra del Padre. È dunque unico e identico il trono della maestà

del Padre e del Figlio, perché tra il Padre e il Figlio

non c e nessuna differenza di

zione di dignità, ma un unico amore nella carità. Se dunque la carne appartenente alla nostra natura è sa­ lita oggi fino al cielo nel corpo di Cristo, è giusto e doveroso che noi celebriamo solennemente questo giorno e che in questa vita ci comportiamo in modo da meritare per la futura di diventare partecipi della gloria del corpo di Cristo nel regno dei cieli.

onore, nessuna distin­

Sermone 9 - SUL SALMO 13, INTORNO AGLI STOLTI E AGLI INSENSATI1

1. In questo salmo il Profeta si lamenta con

parole: Dice lo stolto in cuor suo: Dio non c'è. Sono corrotti, e sono diventati esecrabili nelle loro iniquità2.

Potremmo certamente scoprire che, nel passato, ci sono stati molti insensati che o non credevano o negavano che esistesse Dio. Ma il Profeta qui si lamenta soprat­ tutto della stoltezza e della mancanza di fede del po­ polo ebraico. Del resto lo stesso ninnerò d'ordine del salmo XIII ci indica chiaramente il personaggio del medesimo popolo ebraico. Infatti Ismaele, figlio di Abramo, che ha prefigurato in tutto il popolo ebraico, ricevette il segno della circoncisione a tredici anni. Come il salmo X, per il decalogo della Legge, indica il personaggio del popolo della Chiesa perché in essa si adempiono i precetti della Legge, così in questo sal­ mo XIII troviamo la figura del popolo ebraico, perché Ismaele, come abbiamo appena detto, ha ricevuto il segno della circoncisione a tredici anni. Inoltre, quando impersonando il popolo della Chiesa, il Salmista dice nel salmo X: Io mi affido al Signore; come potete dire alla mia anima: Fuggi al monte come il passero?3, il

1 È l'unico commento di Cromazio a un salmo.

2 Sai.

13,

1.

80

Cromazio di Aquileia

passero simboleggia il peccatore e l'apostata che, ab­

bandona la casa di Dio, cioè la Chiesa, e si trasferisce sui monti, cioè passa al culto degli idoli. Cosi si è già comportato il popolo dei Giudei, che, abbandonato il tempio di Dio che era a Gerusalemme, sacrificava sui monti, come indicano gli scritti dei profeti. Ma il popolo della Chiesa, che confida nel Signore, dimostra

di non potersi trasferire su tali monti per nessun mo­

tivo, dicendo: Io mi affido al Signore; come potete dire alla mia anima: Fuggi al monte come il passero? Del resto abbiamo come testimoni un gran numero di martiri che, più: costretti nel tempo della persecuzione

a passare su tali monti, cioè al culto degli idoli, trova­ rono più facile emigrare dal loro corpo che dalla fede

di Cristo; più facile uscire da questo mondo che uscire

dalla Chiesa di Dio. Neppure davanti alla morte i mar­

tiri si allontanano dalla Chiesa di Cristo; anzi essi

sopportano la morte per Cristo al fine di rimanere per sempre nella sua Chiesa. Invero la morte dei martiri

è

ornamento della Chiesa e premio della virtù4.

2.

Queste parole del Profeta riguardano dun

il

popolo della Chiesa. Quanto al suo giudizio sul po­

polo dei Giudei, lo avete appena udito, carissimi, nella presente lettura: Dice lo stolto in cuor suo: Dio non c’è. E vediamo come. Appena uscito d'Egitto, il popolo dei Giudei non credette al Signore in cuor suo. E men­ tre Mosè indugiava sulla montagna, essi fecero un vitel­

lo per adorarlo, dicendo: Questi, o Israele, sono i tuoi

dèi che ti hanno tratto fuori d’Egitto5. Certo, se nel

loro cuore avessero creduto a Dio, mai, dopo averlo onorato tanto degnamente, avrebbero rivolto le loro

4 È uno dei passi più significativi sul martirio; cf. J.

­

marié, Le

témoignage

du

martyre

d’après

les

sermons

de

Chromace

d’Aquilée,

in Riv.

di

St.

e

Lett.

relig.,

V

(1969),

pp. 3-12.

s Es.

32,

4.

Sermone 9

81

suppliche a oggetti prodotti da mani umane. Il popolo dei Giudei dunque si mostra veramente stolto e insen­

sato quando abbandona il Dio vivo e vero per ricercare gli idoli dei pagani, disprezza la manna venuta dal cielo e rimpiange i cétrioli, i poponi e le carni d'Egitto, quan­ do stima più la schiavitù d'Egitto che la libertà della fede, più i prodigi dei demoni che le meraviglie di Dio.

3. Ma soprattutto allora lo stesso popolo dei

dei ha rivelato la sua stoltezza, quando vide la Sapienza di D io6, cioè Cristo, venire nella carne e non volle rico­ noscerlo; quando mostrò disprezzo per i suoi poteri divini e per le inaudite meraviglie. I ciechi riacqui­ stavano la vista, i sordi l'udito, gli zoppi erano guariti, i paralitici riacquistavano la salute, i lebbrosi erano

purificati, i morti erano risuscitati, ma il popolo dei Giudei fu di tale stoltezza che non si mosse per queste

meraviglie alla fede di Cristo, e non solo non si mosse ma addirittura si levò a condannare il Signore e Sal­ vatore. Perciò non senza motivo nel seguito di questo

salmo [

cro spalancato, la loro lingua operava inganni, un ve­ leno di aspidi è sulle loro labbra7. Se poniamo atten­ zione, capiremo perché si dice: La loro gola è un sepól­ cro aperto. Un sepolcro non contiene altro che cada­ veri di morti. Giustamente dunque i Giudei sono stati paragonati a dei sepolcri, poiché, come un sepolcro non contiene altro che cadaveri di morti, cosi anche i Giudei [non avendo in sé che] le opere m orte8 della carne e dell'anima sono diventati il sepolcro della pro­

pria vita, avendo in sé la sporcizia e la lordura dei

].

Esso infatti dice: La loro góla è un sepol­

­

6 L'espressione, ripresa da 1 Cor. 1, 24, è frequente

Ilario.

i Sai.

8 Nonostante la lacuna del manoscritto, l’editore prop

13,

3.

una ricostruzione ipotetica del testo. Le opere morte

i peccati:

cf.

Ebr. 6,

1.

sono

82

Cromazio di Aquileia

peccati. Ascolta il Signore che, nel Vangelo dice agli scribi e ai Farisei: Guai a voi, perché siete simili a

sepolcri imbiancati, i quali di fuori appaiono belli alla gente, ma di dentro son pieni di ossa di morti e di ogni immondizia: cosi anche voi, di fuori sembrate giusti alla gente, ma di dentro siete ripieni di rapina e d’ini­ quità 9.

4. È dunque chiaro, secondo la testimonianza

Signore, che per questo i Giudei sono chiamati stólti

di cuore e sepolcro spalancato. Dobbiamo però consi­

derare che non solo si parla di góla, ma ohe si dice:

la loro gola è un sepolcro spalancato. Attende la morte

di chi vi è nominato. Perciò assai giustamente si è chiamata sepolcro spalancato la gola dei Giudei, poi­ ché aprono la loro bocca per ottenere la morte del Salvatore, dicendo a Pilato: Crocifiggilo, crocifiggilo10.

Cosi non senza ragione la parola profetica attesta nel presente salmo che essi sono anche dei serpenti: La loro lingua operava inganni, un veleno di aspidi è sulle loro labbra. Da qui dipende che Giovanni nel Vangelo

biasimi la loro empietà in questi termini: Serpenti, razza di vipere, chi vi ha insegnato a fuggire l’ira che

viene? u. Non sono chiamati

ma più precisamente razza di vipere. Infatti, tra i ser­ penti, c e solo la razza delle vipere la quale non nasce dall’uovo ma balza fuori dall’utero della madre; e, appena nati, i piccoli uccidono la madre u. Con questa espressione dunque, razza di vipere, sono ora indicati i Giudei, perché a causa della loro empietà hanno uc­ ciso la sinagoga loro madre. Ma che dico la madre?

genericamente serpenti,

» Mt.

23,

37.

i« Le. 23,

21;

Gv.

19, 6.

»

Mt.

23, 33.

12

Si veda per es. Plinio, Hist. nat., X, 62. Sull’applica

ne di questa credenza ai Giudei, cf. anche Ambrogio, De To­ bia, XII, 41.

Sermone 9

83

Essi non hanno risparmiato neppure i loro figli quando hanno proclamato: Il suo sangue cada su di noi e sui nostri figliu.

5. Poiché il popolo dei Giudei doveva arrivare a

un tale sacrilegio, non senza ragione il Profeta grida alla fine del salmo Chi darà da Sion la salvezza a Israe­ le? Quando il Signore riscatterà il suo popolo dalla schiavitù14. In queste parole il Profeta implorava apertamente la venuta del Signore e Salvatore nostro. Sapeva ohe il genere umano non poteva essere liberato altrimenti dalla schiavitù del diavolo che con l’incar­ nazione di Cristo; perciò dice: Chi darà da Sion la sal­ vezza a Israele? Infatti colui che, per la salvezza del

genere limano si degnò di nascere da una vergine, non solo è stato dato come salvatore, ma, abbattuto il nemi­ co e vinta la morte, ci ha liberato dalla schiavitù in cui ci teneva il potere del diavolo per fare di noi dei figli di Dio e dei coeredi della sua gloria.

6. Perciò non senza motivo il Profeta aggiunge

alla fine del salmo: Si allieti Giacobbe ed esulti Israe­

le u. Non certo quel famoso Giacobbe secondo la carne, né l ’Israele che si è mostrato ribelle ed empio verso il suo Signore e Salvatore, ma questo Giacobbe secondo lo spirito, cioè il popolo della Chiesa che siamo noi. Il patriarca Giacobbe, a ricompensa della sua fede, ebbe entrambi i nomi. Egli infatti, uscendo dal seno materno, soppiantò16 il fratello e fu detto Giacobbe. E in seguito, ricevuto il diritto di primoge­ nitura e le benedizioni, fu chiamato Israele. Ora sap­ piamo per manifeste ragioni che entrambi i nomi si adattano a noi. Prima quando giungiamo alla fede e

»

Mt.

27, 25.

m Sai.

13,

7.

«5 Sai. 13,

7.

lé Gen.

25,

26:

piantarti

fratris

tenebat

manu;

perciò il

testo di Cromazio dice supplantavit.

84

Cromazio di Aquileia

nasciamo dal seno della madre Chiesa17 diventiamo

Giacobbe; cioè occupiamo il posto di un altro, e suben­ triamo infatti per la nostra fede all'iiicredulità del fra­ tello maggiore, cioè dei Giudei, e cosi da cadetti diven­ tiamo i maggiori. Dopo aver creduto, allora riceviamo

il diritto di primogenitura del nostro fratello, poiché

crediamo nel Figlio primogenito di Dio, in cui non ha voluto credere il popolo dei Giudei; e cosi, dopo, siamo chiamati Israele, cioè « coloro che vedono Dio »“ con lo spirito, perché con gli occhi della fede contem­

pliamo l'unigenito Dio, nato per la nostra salvezza.

A lui onore gloria e potenza nei secoli dei secoli. Amen.

17 Vterus matris Ecclesiae è espressione per indicare il battesimo e il battistero. 18 Questa etimologia del nome d’Israele si fonda su Gen. 32, 28-30; viene da Filone (De Abrahamo 57; De mutat.

nominum

81) ed è diffusa nei Padri.

Sermone 10 - SUL VANGELO DI MATTEO, OVE SI PARLA DEL RE CHE FECE UNA FESTA DI NOZZE AL SUO FIGLIOLO

1. Con molte e varie parabole il Signore e Salva­

tore nostro confuse i Farisei e i capi dei Giudei. Dopo

la parabola del padre di famiglia che aveva affittato la

sua vigna a dei coloni \ ecco proposta nella presente lettura quella del re che fece una festa di nozze al suo figliolo, come avete appena udito, o miei cari. E mandò, dice il Vangelo, i suoi servitori a chiamare gli invitati alle nozze. Ma quelli, non volendoci venire, se ne anda­ rono chi al proprio campo e chi al suo negozio; gli altri poi, presi i suoi servitori, li oltraggiarono ed

uccisero2.

2. Anche in questa parabola, il re che fece la festa

di

nozze al suo figliolo simboleggia Dio Padre, che, per

la

nostra salvezza, celebrò le nozze spirituali del suo

unico Figlio. Cosa dobbiamo intendere per queste nozze, se non che Cristo sposo imi a sé come sposa la Chiesa3 per mezzo dello Spirito Santo? Queste nozze sono immacolate e inviolabili, perché non sono fon­ date sull’amore della carne ma sulla grazia dello Spi­

1 Mt.

21,

33.

2 Mt. 22, 3. 5-6.

3 Sulla Chiesa «sposa» e «vergine» nella tradizione pa­

tristica dei primi tre

Washington 1943, pp. 60, 64 e passim.

secoli, cf. J. C. Plumpe, Mater Ecclesia,

86

Cromazio di Aquileia

rito. Infatti la Chiesa ci viene presentata come una

sposa vergine, al dire di 'Paolo: Vi ho fidanzati a un solo sposo, per presentarvi a Cristo quale vergine pura4. Secondo quanto accade nel mondo, non possiamo chia­ mare vergine ima sposa; ma, secondo il celeste miste­

restando

vergine. La diciamo sposa, perché è imita a Cristo per mezzo dello Spirito Santo; vergine, perché rimane nella sua integrità senza la corruzione del peccato.

Di queste nozze, l'autore è Dio Padre; testimone lo

Spirito Santo; ministri gli angeli; messi per portare

gli inviti gli Apostoli. E se ricerchi lo splendore spiri­

tuale di queste nozze, lo troverai: si tratta della camera

nuziale del cielo, di cui è scritto: Ed egli ne esce come uno sposo dal suo talamo nuziale6. In queste nozze, tiene il primo posto il coro delle vergini consacrate, di cui leggiamo nella Scrittura: Dopo di lei, saranno

condotte al re le vergini1. Non mancano, in queste nozze, la cetra, gli strumenti musicali, i cembali; cioè la cetra della legge, lo strumento dei profeti, i cembali degli Apostoli, di cui leggiamo nella Scrittura: Lodatelo con strumenti a corda e a fiato; lodatelo con cembali

sonori8.

r o 5, la Chiesa si presenta come sposa pur

3. E ora vediamo la parabola. Alle mozze di

Figlio, dunque, il Padre invitò in primo luogo il popolo

dei Giudei; a loro infatti mandò i giusti, a loro mandò

i Profeti. Ma quelli, dice il Vangelo, non vollero veni­

re 9. Mandò di nuovo altri servitori, più numerosi dei

* 2

Cor.