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GRAMMATICA ORALE

A.Sobrero, A. Miglietta, Introduzione alla linguistica italiana, Laterza, Roma-Bari, 2014, capitoli
1, 2 e 3 della seconda parte (pp. 57-96).

L’architettura dell’italiano
L’italiano odierno è organizzato su tre fasce:
1. Un insieme di scelte linguistiche (parole, suoni, ecc..) che possiamo definire centrali:
formano la ‘grammatica fondamentale’ del patrimonio storico dell’italiano standard e sono
usate da tutti nei contesti più vari. In questa fascia ci sono tutte le realizzazioni non
marcate della lingua (cioè senza caratterizzazioni particolari dovute alla regione di
provenienza del parlante, al contesto, ecc…).
2. Più insiemi di scelte linguistiche particolari, marcate, differenziate da diversi punti di
vista: geografico, sociologico, stilistico, ecc… Ognuno di questi insiemi costituisce una
varietà di lingua.
3. I dialetti: non sono usati da tutti su tutto il territorio, e dove sono ancora usati la
distribuzione è diseguale; nonostante ciò costituiscono ancora oggi una risorsa espressiva e
comunicativa molto importante per la comunità italiana.
Le varietà della lingua di dispongono nello spazio linguistico italiano secondo quattro parametri
fondamentali:
1. L’area geografica  variazione diatopica
2. Le caratteristiche sociali del parlante e del gruppo al quale appartiene  variazione
diastratica
3. La situazione comunicativa in cui si usa la lingua  variazione diafasica
4. Il mezzo, ovvero il canale attraverso il quale si comunica: lingua scritta, parlata, trasmessa
 variazione diamesica
5. Il tempo  variazione diacronica
Questi quattro parametri danno luogo a quattro assi. Ogni asse è un continuum che ha ai due
estremi due varietà contrapposte.
Si potrebbe pensare che si tratta di assi paralleli (ciascuno indipendente dagli altri) ma non è così.
Dobbiamo pensare ad uno spazio pluridimensionale che è attraversato da più assi incidenti.
In tale spazio vi sono migliaia di punti che rappresentano i fenomeni linguistici (morfologici,
sintattici, ecc…)e le varietà della lingua. Non sempre però un fenomeno linguistico appartiene in
modo preciso ad uno degli assi, anzi a volte capita che esso si trovi in uno spazio \
intermedio. In tal caso esso viene di solito assegnato all’asse a cui è più vicino.
Ad esempio se prendiamo l’espressione “ce l’ho detto” che sta per “gliel’ho detto”, essa si colloca
sull’asse della diastratia, quindi è marcato come voce dell’italiano popolare; ma esso è anche
caratterizzato in diatopia (poiché è più frequente a nord-est) e in diafasia (poiché molti lo
considerano parte del registro informale).
Lo stesso si può dire per le varietà poiché alcune si collocano precisamente su uno degli assi, altre
intersecano due o più assi. Ad esempio il parlato delle conversazioni è una varietà diamesica,
invece se prendiamo una ‘lingua speciale’, come la lingua della medicina, essa è marcata sia in
diafasia che in diastratia e in diamesia: infatti essa viene realizzata prevalentemente come lingua
scritta e viene usata quasi esclusivamente da persone di cultura elevata. Si dice quindi che la
lingua della medicina viene classificata come varietà diafasica marcata in diamesia e diastratia.

Italiano formale aulico


lingue speciali

Italiano normativo
italiano standard
italiano comune

DIAMESIA

Ital. Parlato colloquiale

Ital. popolare

DIAFASIA
DIASTRATIA

Qui sopra vediamo la rappresentazione grafica della distribuzione delle varietà dell’italiano nello
spazio linguistico italiano. Si tratta di uno spazio euclideo, dunque a tre dimensioni, e di
conseguenza raffiguriamo solo 3 dei 4 assi.
Come vediamo due quadranti sono vuoti. Il quadrante inferiore sinistro dovrebbe essere occupato
dalle varietà diastricamente di base (cioè usate da parlanti incolti), diafasicamente basse (cioè
usate in situazioni molto informali) e diamesicamente alte (cioè realizzate attraverso scritture
molto formalizzate): dunque vediamo come i parlanti incolti, in realtà, non usano la scrittura ma il
parlato e di conseguenza ecco spiegato perché quel quadrante è vuoto.
Analogamente è vuoto il quadrante superiore destro perché le varietà diastraticamente e
diafasicamente alte sono realizzate attraverso la scrittura e non attraverso il parlato.

L’italiano standard
Nel diagramma che abbiamo analizzato, nel riquadro in alto a sinistra, c’è un ellisse che contiene il
cosiddetto Italiano standard. Se cerchiamo ‘standard’ nel vocabolario troviamo due accezioni:
- ‘varietà di una lingua assunta come modello dai parlanti e proposta come modello
dell’insegnamento’;
- ‘caratteristica propria di una lingua o di un comportamento del linguaggio, largamente
accettato come forma usuale’ (De Mauro)
Il primo significato si riferisce ad un insieme di regole e norme elaborate dai grammatici e
imposti dalle scuole come forme corrette e dunque trasmesse di generazione in generazione.
Questo tipo di italiano viene meglio definito come italiano normativo.
Il secondo significato si riferisce invece alla lingua comune correntemente usata dai parlanti di
una comunità linguistica e comprende anche forme non accettate dalle grammatiche prescrittive
ma accettate nell’uso della lingua. Questa varietà viene chiamata italiano comune.
L’italiano normativo
Una lingua viene definita standard quando presenta queste caratteristiche:
- è codificata (cioè fatta propria da istituzioni di livello nazionale come la scuola, e quindi tenuta
sotto controllo);
- è dotata di prestigio (cioè costituisce un modello da imitare poiché l’unico corretto);
- ha una funzione unificatrice fra i parlanti di varietà diverse (ad esempio tra i parlanti di diverse
varietà regionali);
- ha una funzione separatrice (cioè si contrappone ad altri standard nazionali e quindi è simbolo
dell’identità nazionale);
- ha una tradizione consolidata di lingua scritta;
- è utilizzabile, soprattutto per la produzione di testi astratti (scientifici, letterari);
- non è marcata (cioè non è legata ad una specifica varietà di lingua).
L’italiano di base toscana (fiorentina), che è stato lingua-modello nel Cinquecento e che in seguito
è diventato lingua nazionale, presenta quasi tutte queste caratteristiche. Infatti esso è stato
tramandato, è regolato dall’insegnamento scolastico, è usato da tutti gli italiani e li fa identificare
come diversi dai francesi, tedeschi, ecc…
Tuttavia è privo di uno dei requisiti, cioè la non-marcatezza.
Per quanto riguarda invece la pronuncia, quella standard è la cosiddetta pronuncia fiorentina
emendata, cioè una pronuncia che rispetta le regole fondamentali del fiorentino ma che è privata
dei tratti specificatamente toscani, come la gorgia (hasa, hoha hola) (occlusiva velare sorda) o le
pronunce spiranti delle affricate palatali (cece  scesce). In altre regioni però, non sono usati dei
suoni che in teoria dovrebbero essere costituitivi della lingua italiana. Insomma la lingua
fiorentina ha poco riscontro con la realtà dell’uso. Infatti poche persone parlano rispettando le
regole dell’italiano normativo, si tratta di attori, di chi ha frequentato scuole di recitazione o corsi
di dizione: in tutto sarà l’1% della popolazione.
E’ diverso per quanto riguarda la morfologia, la sintassi e il lessico, poiché essi hanno una base
comune consistente.
Ormai occorre dire che l’italiano parlato a Firenze è lontano dallo standard normativo tanto
quanto lo sono quello parlato in Lombardia e in Puglia.
L’italiano comune
L’italiano dell’uso comune comprende:
- tutti i tratti dello standard normativo che sono entrati nell’uso quotidiano effettivo, scritto e
parlato, degli italiani;
- un insieme di forme e di tratti linguistici che provengono dalle varietà sub-standard e che di fatto
sono usati e generalmente accettati o almeno quasi come forme standard.
Alcuni studiosi danno denominazioni diverse all’italiano dell’uso comune: neo-standard, italiano
dell’uso medio, italiano tendenziale. Ciascuna di esse mette in rilievo un carattere particolare di
questa varietà:
- neo-standard  sottolinea che essa comprende forme e costrutti che sono entrati recentemente
nello standard;
- italiano dell’uso medio  evidenzia che essa è di uso comune, nella vita di tutti i giorni, sia nel
parlato (informale) che nello scritto (formale);
- italiano tendenziale  sottolinea che l’arricchimento attraverso forme provenienti dal sub-
standard è la direzione principale verso la quale si sta muovendo la lingua italiana.
Adesso analizziamo i principali fenomeni che differenziano l’italiano comune dall’italiano
normativo.
La dislocazione a sinistra
Uno dei modi per classificare le lingue del mondo riguarda l’ordine che hanno le parole all’interno
di una frase. In particolare è importante vedere la posizione del verbo rispetto al soggetto e
all’oggetto. Nell’italiano l’ordine normale è SVO (Paolo ama Giulia).
Nell’italiano comune vi è una costruzione marcata in cui l’oggetto viene anticipato, quindi
spostato a sinistra, rispetto all’ordine degli elementi nella frase e poi viene ripreso da un clitico,
cioè un pronome atono (Giulia, Paolo la ama).
In termini grammaticali possiamo descrivere la dislocazione a sinistra come una costruzione in cui
un elemento del predicato viene a occupare il posto normalmente occupato dal soggetto ed è
ripreso dal pronome clitico.
Questo tratto proviene dal parlato. Infatti, se nel parlato si vuole mettere in evidenza un certo
argomento, si sfrutta questo principio dislocando a sinistra l’informazione da mettere in risalto.
Nella dislocazione a sinistra, dunque, un elemento che secondo l’ordine non marcato andrebbe in
posizione rematica, viene portato in posizione tematica e poi ripreso con un pronome clitico. Si
parla anche di fenomeno di tematizzazione.
[ Tema  cioè di cui si parla; Rema  ciò che di dice intorno al tema ]
Un caso particolare di dislocazione a sinistra è il tema sospeso
. In esso vi è un’anticipazione del rema e una ripresa attraverso il clitico, ma tra l’elemento
anticipato e il clitico vi è uno iato tanto forte che non viene assicurata la concordanza
grammaticale (Questo vino, per star bene, bisogna berne 2-3 bicchieri). E’ un tratto molto
frequente nel parlato.
Mancanza di accordo tra il sintagma dislocato e il pronome di ripresa
La dislocazione a destra
La dislocazione a destra avviene quando nella parte destra di una frase c’è un elemento che
dipende dal verbo della frase, e che è ripreso a sinistra, quindi è preannunciato da un clitico
all’interno della frase (Lo vuoi, un cioccolatino?).
Gli scopi della dislocazione potrebbero essere o ovviare a un’esitazione o eleminare
un’ambiguità. Ma spesso la sua funzione è quella di una variante stilistica. Essa è molto diffusa nel
parlato e meno nello scritto.
Funzione  spostare a destra un elemento noto che viene menzionato per chiarezza espositiva
La frase scissa
La frase scissa consiste nello ‘spezzare’ l’informazione di una frase in due pezzi e uno dei due va a
occupare una posizione di primo piano, quindi è messo in rilievo (Sei tu che non vuoi!  in questo
caso il parlante vuole mettere in rilievo ‘tu’ che è soggetto).
Oltre a nomi e pronomi si possono portare nella posizione di primo piano anche avverbi (è così
che ti piace?), sintagmi verbali (è leggere che mi annoia), la negazione (non è che mi piaccia
tanto).
Esistono anche frasi scisse di forma interrogativa negativa, per esprimere in forma cortese una
richiesta (Non è che mi presteresti la bici?) o per rafforzare una dichiarazione.
C’è presentativo
Anche in questo tipo di costrutto l’informazione viene distribuita su due unità frasali. Esso consiste
nel prendere il soggetto di una frase semplice e identificare in esso il rema; a questo punto lo si
porta in posizione di testa e gli si costruisce intorno una frase autonoma, che diventa la frase
principale.
Ad esempio la frase un tale bussa alla porta diventa c’è un tale che bussa alla porta (quindi
principale + relativa).
I tempi verbali
Negli ultimi tempi si è assistito a vari cambiamenti nel sistema dei tempi e dei modi del verbo: si
tratta di cambiamenti imprevedibili e la cui posizione oscilla tra l’italiano colloquiale e il neo-
standard.
Fra i tempi dell’indicativo alcuni sono in espansione, altri invece registrano una significativa
riduzione d’uso. Ciò comporta una redistribuzione delle funzioni e dei significati poiché se una
determinata relazione temporale non viene più espressa con il tempo verbale che storicamente le
era stato assegnato, adesso viene espressa con un altro tempo che prima non la prevedeva e che
ora si carica di questo nuovo significato.
Ad esempio il tempo presente dell’indicativo, oltre ad avere il suo valore consueto (esprimere
coincidenza tra momento dell’enunciazione e momento dell’accadimento) e il valore di presente
storico, è usato spesso anche come futuro, soprattutto nel parlato informale, quando ci si riferisce
ad un futuro imminente (Domani vado al cinema) o a fatti certi (Nel 2020 le Olimpiadi le fanno a
Tokyo). Questo uso è ormai accettato da tutti i gradi bassi e medi di formalità.
Il trapassato remoto è poco usato: lo troviamo quasi esclusivamente in testi accurati e di alto
grado di formalità e dunque appartiene ad uno standard ormai in via di abbandono.
Passato prossimo e passato remoto. Il passato prossimo è in grande espansione. Nello standard
indica un’azione compiuta da poco e i cui effetti durano ancora nel momento dell’enunciazione,
ma in realtà viene usato anche per indicare azioni molto lontane dal momento dell’enunciazione
(azioni che per lo standard andrebbero espresse al passato remoto) e ciò accade soprattutto nelle
regioni settentrionali e nei testi più informali. Quindi il passato prossimo è in grande espansione
ma è leggermente marcato in diatopia e diafasia.
Nel parlato informale il passato prossimo viene anche usato con valore di futuro anteriore
(Appena hai finito di fare la doccia… “avrai finito”).
Per quanto riguarda il passato remoto non viene quasi mai usato nella conversazione spontanea e
nello scritto informale tuttavia viene usato tra i parlanti colti in contesti formali in riferimento ad
eventi lontani.
E’ facile prevedere che l’uso del passato prossimo sarà sempre più esteso e che il passato remoto
tenderà a ridursi progressivamente.
Per quanto riguarda l’imperfetto, esso viene utilizzato quasi sempre per indicare un’azione iniziata
nel passato e poi continuata e ripetuta, ma senza che se ne precisi l’inizio o la fine. Serve quindi a
creare lo sfondo dell’azione indicata nella frase principale (Andavo al mare, quando ebbi
quell’incidente).
Nell’italiano contemporaneo, oltre a questo, vi sono altri usi dell’imperfetto:
- nel periodo ipotetico  di norma esso prevede il congiuntivo nella protasi e il condizionale
nell’apodosi ma dall’italiano colloquiale sta arrivando all’italiano comune l’uso dell’imperfetto
indicativo in tutte e due le posizioni (Se me lo dicevi prima prenotavo anche per te);
- in altri usi controfattuali  è tipico l’imperfetto ludico, che usano i bambini quando inventano
scenari fantastici per i loro giochi (Facciamo che eravamo su un’isola deserta e io ero un pirata);
- in usi attenuativi  quando si fa una richiesta e si vuole evitare di apparire bruschi (Volevo un
chilo di pane) perché in contesti informali non si usa il condizionale vorrei ma nemmeno il presente
voglio che apparirebbe troppo perentorio. Questo uso attenuativo è il più diffuso.
Il futuro è ormai quasi sempre sostituito dal presente. Questa sostituzione può essere ben resa
solo attraverso la presenza di un elemento lessicale o del contesto che segnalino l’indicazione
temporale futura (Domani vado a Roma).
Il futuro acquista anche altre funzioni di tipo modale:
- futuro epistemico  esprime una congettura (ipotesi) o un’inferenza (deduzione), cioè
un’illazione (deduzione) sia in riferimento al passato che al presente (Sarà vero?/Ricorderete tutti
che tre anni fa…); presentare un avvenimento contemporaneo in forma dubitativa.
- futuro deontico  esprime un obbligo, una necessità, una concessione sancita per legge (Chi
desidera comunicare con il direttore dovrà prendere un appuntamento).
I modi verbali
Da qualche tempo si è notata la tendenza a sostituire il congiuntivo con l’indicativo in alcune
circostanze: ciò preoccupa i puristi che vedono in questo fenomeno un impoverimento della
lingua, riducendo le proprie potenzialità.
In effetti, nell’italiano comune, in molti casi viene usato l’indicativo al posto del congiuntivo come
ad esempio nelle frasi dipendenti in dipendenza da verbi di opinione (credere, pensare) o quando il
parlante non sente come incerto o ipotetico un evento (Immagino che tu adesso mi chiedi scusa).
Dunque ciò avviene quando l’evento di cui si parla è sentito come reale. Nonostante questo uso
dell’indicativo per il congiuntivo oggi sia molto diffuso, occorre dire che è ancora marcato in
diatopia, diamesia e diafasia e spesso anche in diastratia. Infatti si verifica:
- molto più nell’Italia centro-meridionale che al Nord (DIATOPIA)
- più in testi informali (conversazioni tra amici, sms, chat) e meno in testi formali (DIAFASIA)
- frequentemente nel parlato, poche volte nello scritto; infatti quando lo troviamo in qualche
rivista o giornale rimaniamo sorpresi (DIAMESIA)
- più presso i parlanti incolti che presso parlanti colti (DIASTRATIA)
Occorre anche dire che la coniugazione del congiuntivo spesso presenta delle difficoltà, infatti
capita che il parlante incolto non riesca a maneggiarlo in certe circostanze e quindi cerca di
evitarlo poiché usandolo potrebbe commettere degli errori.
Tali errori riguardano spesso la regolarizzazione di forme irregolari e sono tipici presso gli incolti,
gli studenti delle scuole medie e superiori, a volte anche universitari e persino si trovano in testi
scritti formali (bollettini dei conti corrente).
Il condizionale nell’uso comune è più vitale del congiuntivo, ma in certe forme complesse tende ad
essere sostituito dall’imperfetto indicativo (non pensavo che mi avrebbero bocciato  non
pensavo che mi bocciavano).
Esso si sta arricchendo di alcune funzioni particolari nell’italiano comune:
- citazione  si usa negli articoli di cronaca per notizie non certe (I rapinatori avrebbero attaccato
la banca intorno alle 10 di questa mattina);
- attenuazione  nelle richieste (Vorrei un chilo di pane).
L’infinito è in espansione e vi sono alcuni usi che sono in standardizzazione:
- nelle istruzioni, soprattutto negli scritti;
- nelle costruzioni in cui si vuole portare a tema l’azione o l’evento espressi dal verbo,
soprattutto nel parlato (Venire a Roma e non poter uscire dall’albergo: che sconforto)
- nel foreigner talk  varietà semplificata (diafasica) di una data lingua che un madrelingua di un
territorio utilizza in quel territorio per interloquire con turisti o non nativi che si recano lì, in modo
da facilitare la comunicazione (andare dritto, poi girare a destra fino alla piazza).
Altre tendenze del sistema verbale
Diatesi  rapporto del verbo col soggetto o con l’oggetto.
Il passivo viene usato solo in testi scritti mediamente o altamente formali e nel parlato formale.
Solitamente le forme passive sono trasformate in attive. Oltre al verbo essere, per formare il
passivo si usa anche il verbo venire (il voto viene espresso) o andare (la scheda va collocata).
Si è verificato ultimamente un incremento nell’uso delle perifrasi. Alcune perifrasi esprimono un
aspetto verbale:
- stare + gerundio  sto mangiando (aspetto continuo), non mi sto ricordando (aspetto
progressivo);
- stare + a + infinito  stavo a mangiare (aspetto durativo, nell’Italia centrale);
- non stare + a + infinito  non stare a sottilizzare (aspetto durativo forma negativa).
Altre perifrasi rendono le modalità del verbo:
- modalità epistemica (ne avevo la possibilità e l’ho fatto)  congettura, illazione (deduzione)
- modalità deontica (questo sacrificio va fatto)  obbligo, necessità

Usi del ‘che’


Per unire una frase principale e una subordinata l’italiano prevede diverse congiunzioni,
preposizioni e locuzioni che si applicano secondo regole piuttosto complesse. Ultimamente
nell’uso dell’italiano comune sono stati effettuati dei processi di semplificazione che hanno ridotto
il numero delle congiunzioni e ridistribuito il carico funzionale complessivo: ad esempio l’onere
maggiore ricade sulla congiunzione che, la quale è diventata una congiunzione passe-partout. Esso
può anche introdurre frasi con valore di:
-relative temporali (il giorno che ci siamo incontrati);
-causali (sbrigati, che è tardi);
-finali (vieni, che ti lavo);
-consecutive (vieni, che ti possa lavare)
Ma la gamma degli usi del che è molto vasta e comprende anche l’introduzione di pseudo-relative
(la vedo che sorride), di costruzioni enfatiche (che bella che sei!), di avvio vivace
dell’interrogazione (che, vuoi uscire con questo freddo?).
Per i suoi molti impieghi il che viene definito “che polivalente”.
Pronomi
Il sistema dei pronomi in italiano è molto complesso, proprio per questo motivo essi sono stati
oggetto di varie semplificazioni. Vediamone alcune:
- I pronomi soggetto egli/ella ed essi/esse tendono ad essere sostituiti da lui/lei e da loro. Tuttavia
bisogna notare che la situazione cambia da parlato a scritto poiché nel parlato ella è del tutto
scomparso ed egli è rarissimo, invece nello scritto egli persiste accanto a lui e lei, i quali ricorrono
in articoli con tono più informale. Dunque possiamo dire che oggi egli è connotato in diafasia
(riservato a testi formali) quanto in diamesia (riservato a testi scritti).
- Nel complemento di termine il vecchio standard prevedeva un sistema a cinque forme che si è
ridotto a due:

 le/a lei  le
 gli/a lui; ad essi; ad esse; a loro/loro  gli
-Ha avuto un forte incremento l’uso del ne, soprattutto collegato a dislocazioni a destra e a
sinistra (di questo argomento ne abbiamo già discusso);
- Fra i pronomi e gli aggettivi dimostrativi il mutamento più evidente è la sostituzione generalizzata
della serie a tre membri questo/codesto/quello con la serie a due membri questo/quello.
L’uso orale di codesto è ormai marcato in diatopia (toscano), mentre l’uso scritto in diamesia (si
usa solo nella corrispondenza tra enti e uffici);
- Ciò è soppiantato da questo/quello: nel parlato è più probabile sentire tutto questo è … piuttosto
che tutto ciò è…
Nello scritto le cose vanno diversamente poiché questo e quello col significato di ciò sono
connotati come forme colloquiali e nello scritto giornalistico ciò ha tutt’oggi una grande vitalità.
- L’uso di il quale/la quale è limitato ai testi scritti più formali; negli altri usi si usa che o a cui, di
cui, per cui, ecc...
Congiunzioni
Anche il quadro delle congiunzioni subordinanti in italiano è molto ricco e complesso e subisce dei
fenomeni di semplificazione:
- per introdurre le finali viene accantonato affinché e si usa quasi solo per e perché;
- per introdurre le causali non si usa più giacché, nemmeno nei testi formali, e si usa poco poiché.
Entrambi sono stati sostituiti da siccome e dato che. E’ frequente anche visto che.
- per introdurre le consecutive si usa spesso così;
- per introdurre le interrogative accanto a perché si usa spesso come mai?
La conseguenza di ciò è che le congiunzioni più usate assumono funzioni molteplici: ad esempio in
aspetta che te lo spiego il che ha allo stesso tempo valore finale, consecutivo e causale.
Le tendenze che caratterizzano il neo-standard
Lo studioso Gaetano Berruto ha detto a proposito di questi processi di semplificazione presenti
nella lingua italiana che essi non fanno si che l’italiano stia diventando una lingua ‘più semplice’
poiché essi riguardano solo un dato microsistema o una data struttura.
Tuttavia una seconda direzione riguarda strutture più profonde di tipo cognitivo (che riguarda il
conoscere). A questa categoria appartiene i lento slittamento dei tempi verbali dall’indicazione
del rapporto temporale fra il momento dell’enunciazione e quello dell’azione all’indicazione
dell’aspetto e della modalità.
Questi piccoli ma significativi cambiamenti che avvengono nella lingua segnalano mutamenti
profondi nella lettura e interpretazione della realtà che caratterizzano la civiltà contemporanea: è
proprio come per le piccole scosse di terremoto avvertibili di mutamenti tettonici profondi, non li
avvertiamo ma sono in grado di cambiare la faccia di un’intera regione.
L’italiano attraverso le regioni
Varietà regionali di italiano
L’italiano regionale comprende l’insieme delle varietà della lingua italiana diversificate
diatopicamente (cioè in relazione all’origine e alla distribuzione geografica dei parlanti). Ogni
varietà si differenzia per un certo numero di tratti sia dalle altre varietà che dall’italiano standard.
Italianizzazione linguistica e l’italiano regionale
L’origine dell’italiano regionale è legata all’incontro fra la lingua nazionale e i vari dialetti, dunque i
primi prodotti risalgono alla diffusione del toscano in altre regioni d’Italia (16esimo secolo). Il
policentrismo politico e culturale dell’Italia non favorì l’adozione passiva del modello toscano e la
conseguenza fu che nei secoli successivi il permanere della dialettofonia nella popolazione italiana
condizionò l’apprendimento della lingua italiana nei pochi che si trovavano nella condizione di
leggere e scrivere. Tale fenomeno, che prima era elitario, si estese enormemente a partire dalla
metà dell’Ottocento: la variabilità geografica della lingua si pose come problema poiché ostacolava
il progetto di unificazione linguistica e rischiando, di conseguenza di compromettere anche
l’unificazione politica e culturale della nazione.
Accadeva che il parlante dialettofono che imparava l’italiano portava nella nuova lingua suoni,
intonazioni e parole della sua parlata materna, realizzando quindi una lingua che risentiva del
sostrato dialettale. Così prendevano corpo varietà con forti caratterizzazioni piemontesi,
lombarde, siciliane, ecc…, le quali venivano puntualmente condannate dagli scrittori (ad esempio
De Amicis deprecava l’uso a Torino dell’italiano piemontese ma ridicolizzava anche l’italiano dei
milanesi).
Nonostante ciò si trattava di un processo inevitabile e proprio attraverso la scuola iniziò a
verificarsi un radicamento delle varietà dell’italiano nel repertorio linguistico poiché, ad esempio,
i maestri utilizzavano un italiano che era più o meno intriso di dialetto, anche quando insegnavano
la pronuncia e di conseguenza gli allievi, essendo dialettofoni, non potevano non dare alla varietà
alta dell’italiano una forte impronta dialettale. Le generazioni successive, a loro volta, imparavano
in famiglia queste varietà di italiano e, tramandandosi nel tempo, finirono per radicarsi nel
repertorio linguistico italiano.

I geosinonimi
Se prestiamo attenzione al lessico della lingua italiana d’oggi vi sono tutt’ora coppie o anche
piccoli gruppi di parole che hanno lo stesso significato, cioè i sinonimi, ma che hanno anche una
caratteristica particolare: ognuna viene usata non in tutta Italia ma prevalentemente in una certa
area linguistica. Si tratta dunque di sinonimi a distribuzione geografica complementare o
geosinonimi.
Ad esempio quello che in Toscana e in Italia centrale si chiama pizzicagnolo, al Nord si chiama
salumiere; oppure le macellerie in Sicilia e in Italia meridionale si chiamano carnezzerie; al Nord si
parla di anguria mentre al Sud tale frutto è chiamato cocomero o melone e via discorrendo.
La forza espansiva di un geosinonimo dipende dalla storia dell’oggetto designato e dal prestigio
del centro irradiatore: ad esempio il termine di area lombarda stracchino è diventato di uso
generalizzato in tutta Italia per la diffusione del prodotto grazie alla sua commercializzazione su
larga scala.
Proprio il legame fra la diffusione di un geosinonimo e la struttura e i dinamismi della società, si
assiste oggi ad un evidente processo di standardizzazione degli usi linguistici.
Quante e quali varietà dell’italiano regionale?
In questa fase evolutiva della nostra società e dunque del repertorio linguistico italiano, la
variazione diatopica tende a ridursi poiché tipi lessicali si diffondono attraverso le vie del
commercio, la pubblicità, i mezzi di comunicazione di massa a scapito di tipi ‘indigeni’ che invece
non sono sostenuti da questi tipi di mezzi; foni e fonemi ricalcati sul dialetto perdono terreno in
favore di elementi standardizzati.
Questi dinamismi rendono particolarmente difficile la classificazione delle varietà diatopiche. Oltre
al fatto che l’area di diffusione di ogni tipo lessicale varia, vi sono anche altri problemi:
- i confini tra le famiglie dialettali a volte non sono ben differenziati;
- non è ben chiaro quali siano i requisiti minimi, cioè quanti fenomeni siano necessari perché si
possa parlare di una varietà regionale di italiano.
Inoltre, non sempre l’area di estensione dei fenomeni linguistici che caratterizzano una certa
varietà di italiano regionale coincide con l’area di estensione dei corrispondenti esiti dialettali. Vi
sono anche altri casi:
- alcuni tratti hanno estensione maggiore in italiano che in dialetto: ad esempio la pronuncia
delle consonanti doppie o geminate ha nel dialetto un’estensione che comprende buona parte
dell’area mediana, mentre la corrispondente area dell’italiano regionale è un po’ più ampia, in
quanto comprende quasi tutto il Lazio. Questa differenza spiega che molto probabilmente tale
diffusione enorme sia dovuta al fatto che essa sia stata adottata a Roma, centro irradiatore di
grande prestigio;
- molti tratti dialettali non sono realizzati in italiano o hanno un’estensione minore: ad esempio
l’area dialettale sent per cento abbraccia la famiglia delle parlate gallo-italaliche (tranne la
Lombardia) e si spinge verso Sud raggiungendo parte dell’Umbria e la Toscana. Invece l’area
dell’italiano regionale di sento/zento è limitata alla fascia centro-meridionale dell’area gallo-italica;
il parlante percepisce i due suoni in concorrenza come dialettali e dunque essi faticano ad
infiltrarsi nell’italiano;
- alcuni tratti dell’italiano regionale sono innovativi, cioè non trovano un riscontro immediato nei
tratti corrispondenti del dialetto. Ad esempio nell’italiano del Veneto si sentono le pronunce
[dzup:a] o [dzi:o] mentre nei dialetti veneti l’affricata iniziale viene sempre realizzata come sorda
[tsup:a] o [tsi:o]. Questo fenomeno non è immotivato ma viene visto come un’innovazione
dell’italiano regionale rispetto al dialetto di sostrato.
Le varietà dell’italiano maggiori sono tre:
- settentrionale (sottovarietà  piemontese, ligure, lombarda, veneta-friulana, emiliano-
romagnola)
- centrale (sottovarietà  toscana, mediana)
- meridionale (sottovarietà  campana, pugliese, siciliana)
Le varietà Toscana e mediana hanno un’importanza particolare perché hanno come centri
irradiatori Firenze e Roma che per motivi storici sono al centro della storia linguistica italiana e
ancora oggi sono considerati da molti i luoghi della lingua-modello.
Fra le varietà minori occupa un posto a sé quella sarda, che ha scarso prestigio e diffusione
limitata ma è fortemente caratterizzata sul piano fonetico e morfosintattico e non è assimilabile
alle varietà meridionali con le quali condivide pochissimi tratti.

Il prestigio
L’importanza di una varietà di italiano è legata al prestigio di cui gode. Sotto questo punto di vista
le nostre varietà regionali sono molto differenti. Sono state compiute molte indagini per rilevare il
prestigio e tutte concordano su quattro punti:
- la varietà più accettata in generale è quella settentrionale di base milanese: in molti la
considerano la più vicina ad un ipotetico italiano standard ma questo atteggiamento è
strettamente legato al ruolo egemonico dell’economia della Lombardia rispetto al resto d’Italia;
- la varietà toscana di base fiorentina ha perso il suo prestigio e le sue caratteristiche peculiari
sono spesso valutate come dialettali o sbagliate;
- la varietà romana ha attraversato un periodo di grande prestigio dal ventennio fascista ma a
partire dagli anni Sessanta-Settanta la forza espansiva dell’italiano di Roma si è attenuata: il
cinema non si identifica più con Cinecittà e la presenza di personaggi che parlano romanesco nelle
trasmissioni TV è diminuita e spasso si tende ad associare la varietà romana ad aggettivi come
buffa o divertente, caratterizzandola come adatta agli usi scherzosi o informali;
- la varietà meridionale è quella dotata di minor prestigio a causa del persistere del pregiudizio
anti-meridionale e addirittura al Centro e al Nord l’accento meridionale viene spasso associato
all’immagine di una persona poco colta.
Varietà regionali e livelli di analisi della lingua
I tratti che più marcatamente contraddistinguono le varietà regionali di italiano sono quelli
intonativi e fonologici, spie della provenienza regionale dei parlanti.
Dopo intonazione e fonologia vengono la sintassi e la fraseologia, poi il lessico e infine la
morfologia. Questi ultimi due risentono poco dell’interferenza dialettale perché sono spesso
soggetti ad una consapevole o inconsapevole autocensura (un parlante che vuole parlare italiano
cerca spesso di eliminare i tipi lessicali dialettali e le forme verbali poiché proprio a questi livelli si
percepisce una netta differenza tra lingua e dialetto).
L’italiano regionale settentrionale
- non c’è mai raddoppiamento fonosintattico (FONETICA)
- la s intervocalica è sempre sonora (FONETICA)
- si usa il passato prossimo invece del passato remoto (MORFOSINTASSI)
- si usa l’articolo determinativo prima dei nomi femminili e di alcuni maschili (MORFOSINTASSI)
-sberla, busecca (trippa), braghe (calzoni), sottana (gonna) (LESSICO CONNOTATO COME
SETTENTRIONALE)
- somigliare, fare schissa (marinare la scuola) (TERMINI SPECIFICATAMENTE PIEMONTESI)
- fiacca (stanchezza), ganascia (mascella), ghisa (vigile urbano) (TERMINI SPECIFICATAMENTE
LOMBARDI)
L’italiano regionale centrale: la varietà toscana
L’italiano regionale toscano gode di uno statuto particolare. In Toscana il parlante non dispone di
codici diversi (dialetto, coinè, varietà regionale, varietà standard) ma di una varietà alta e una
bassa di italiano perciò percepisce la parlata del suo paese come una variante locale della lingua (e
viene chiamata non dialetto ma vernacolo).
Nonostante la valutazione altamente positiva che i parlanti toscani danno alla loro parlata e la
rilevanza storica, letteraria e culturale che essa ha, nel corso del Novecento ha visto venir meno il
suo prestigio. Di conseguenza i suoi tratti caratteristici che prima erano presentati come modello
da imitare, oggi sono retrocessi alla dimensione locale e al di fuori della Toscana sono percepiti
come regionali oppure come letterari, arcaici o aulici.
- gorgia (pronuncia aspirata delle occlusive sorde intervocaliche): la pronuncia aspirata della c è
diffusa in tutta la Toscana mentre quella della p e della t soprattutto nell’area centro orientale
(FONETICA)
- sistema dei dimostrativi a tre termini: questo, codesto e quello (MORFOSINTASSI)
- uso delle forme me e te come soggetto: se lo dici te, te sei bravo (MORFOSINTASSI)
- forma impersonale con si + verbo alla terza persona singolare piuttosto che la prima persona
plurale: noi si va (MORFOSINTASSI)
- babbo, cencio (straccio) (LESSICO NON ENTRATO NELL’ITALIANO COMUNE)
L’italiano regionale centrale: la varietà mediana
Con tale denominazione si indica la varietà di italiano parlata nell’Italia centrale (a esclusione della
Toscana). Dopo il Risorgimento Roma ha goduto di grande prestigio e dunque l’italiano romanesco
si è diffuso in tutta l’Italia mediana e si è fatto conoscere nel resto del paese.
Tale diffusione incrementò durante il ventennio fascista sostenuta da strumenti come radio e
cinema e nel dopoguerra la sede degli studi RAI fu trasferita da Torino a Roma.
Fra la seconda metà dell’Ottocento e quella del Novecento l’italiano fu una varietà leader, dotata
di grande forza espansiva.
- pronuncia scempia della vibrante doppia: bira, tera (FONETICA)
- inserimento di vocale epitetica in parole che terminano in consonante: tramme, busse
(FONETICA)
- suffisso -aro per mestieri o qualità negative di una persona: pataccaro (imbroglione)
(MORFOSINTASSI)
- uso del che enfatico nelle interrogative: che mi presti un euro? (MORFOSINTASSI)
- resa dell’aspetto durativo del verbo con costrutti particolari: stavo a mangiare (MORFOSINTASSI)
- fesso, inghippo (imbroglio), caciara (confusione), capoccia (LESSICO IN CIRCOLAZIONE IN
ITALIANA MA ANCORA CONNOTATO COME ROMANESCO)
L’italiano regionale meridionale
Ha come centri egemoni Napoli e Bari. Comprende anche la sottovarietà meridionale estrema
(Salento, Calabria e Sicilia).
- realizzazione dei dittonghi je e wo come se fossero ie e uo quindi con accento rispettivamente
sulla i e sulla u: piede, buono (FONETICA)
- la realizzazione lunga della r iniziale: rrana, rresta (FONETICA)
- impiego transitivo di alcuni verbi intransitivi: devo salire la spesa, non uscire il bambino, ho sceso
la bici in cortile (MORFOSINTASSI)
- uso dell’imperfetto congiuntivo invece del presente: mi facesse il piacere invece di mi faccia il
piacere (MORFOSINTASSI)
- uso della preposizione senza come avverbio di negazione prima di participi passati: ho lasciato il
letto senza fatto (MORFOSINTASSI)
- acchiapparsi (litigare), buttare (versare), ciuccio (asino), mo (ora, adesso), scugnizzo (ragazzo)
(LESSICO ENTRATO NELL’ITALIANO COMUNE PUR CONSERVANDO CONNOTAZIONE
MERIDIONALE)
L’italiano regionale sardo
La varietà minore di italiano regionale del sardo presenta caratteristiche peculiari al livello fonetico
e morfosintattico che non consentono di assimilarla a nessuna delle tre varietà maggiori.
- allungamento consonantico in moltissimi casi: dopo vocale tonica (amikko, pokka) (FONETICA)
- allungamento della vibrante in posizione iniziale (la rroccia) come in siciliano (FONETICA)
- i verbi occupano la posizione finale nella frase, soprattutto nelle interrogative (la mamma hai
visto?) (MORFOSINTASSI)
- il gerundio costruito con essere e non con stare nell’aspetto durativo (sono mangiando, era
scrivendo) (MORFOSINTASSI)
- launeddas (strumento a fiato), guefus (dolci di mandorla) (LESSICO)

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