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Marcato, Gianna, a cura, Le nuove forme del dialetto.

Sappada-Plodn, 25-30 giugno 2010. Padova: Unipress, 2011

VERGA TRADUTTORE E INTERPRETE


DEL PARLATO E DELLA PARLATA
SICILIANA
Gabriella Alfieri

PREMESSA
In un congresso sulle «nuove forme del dialetto» un intervento sull’italiano lette-
rario, seppur su quello regionalizzato di Verga, potrebbe sembrare obsoleto. Può tut-
tavia trovare qualche giustificazione di natura metodologica: non mi nasconderò die-
tro lo stereotipo del testo letterario come testo sempre nuovo in quanto perennemen-
te esposto a nuovi modi di interpretarlo, ma con semplicità dirò che il “pass” meto-
dologico potrebbe essermi concesso dal tentativo di rileggere con voi l’autore dei
Malavoglia e di Cavalleria rusticana come traduttore e interprete dei suoi personag-
gi dialettofoni. Ed è indubbio che Verga, nel progetto estetico di «mettersi nella pel-
le dei suoi personaggi, vedere le cose coi loro occhi ed esprimerle colle loro paro-
le»1, pensasse a parlanti reali da far agire mimeticamente, non da autore ventriloquo
che presta la sua voce a delle marionette, ma da narratore popolare pienamente im-
merso nella comunità protagonista del racconto, di cui condivide linguaggio e cultura.
Parlare di Verga ‘traduttore’ dunque significherà alludere a una traduzione im-
plicita, tutta interna ai testi, incentrata su stile sintattico, dimensione idiomatica e
moduli concettuali, e riferibile soprattutto ai grandi romanzi e alle novelle rusticane.
In questa sede procederò inevitabilmente per schizzi allusivi, riproponendo as-
serti critici ed estetici assodati – ma non scontati – e li punteggerò di riferimenti e-
semplificativi tratti soprattutto dai Malavoglia e dai bozzetti novellistici e teatrali.
Tutta una serie di dichiarazioni epistolari del Verga – ampiamente usate dalla
critica in altra chiave – si prestano a una rilettura in ordine alla delicata operazione
stilistico-letteraria della traduzione, qui riproposta come operazione sociolinguistica.
Con fiero compiacimento Verga chiariva a uno dei pochi critici favorevoli ai Mala-
voglia la scelta pionieristica di far parlare ai personaggi «se non la loro lingua inin-
telligibile a gran parte degli Italiani, almeno di dare la fisonomia del loro dialetto

1
Lettera a E. Rod del 14 luglio 1899, in Longo 2004, p. 275.
Gabriella Alfieri

alla lingua che essi parlano»2. E, per ribadire al traduttore francese dei suoi capola-
vori la fiducia nella propria sperimentazione estetica, non esitava a dichiarare:
Il mio è un tentativo nuovo sin qui da noi, e tuttora molto discusso, di rendere netta-
mente la fisonomia caratteristica di quei contorni siciliani nell’italiano, lasciando più
che potevo l’impronta loro propria, e il loro accento di verità.
Avvertendo poi la difficoltà di trasporre il proprio particolarissimo stile in un’al-
tra lingua, incoraggiava il Rod con sagaci espressioni di complicità intellettuale
(«faccio assegnamento non solo sulla sua buonissima conoscenza della nostra lin-
gua, ma su tutto il suo talento d’artista e la sua penetrante intuizione di critico»), e
con l’invio della Lupa, «la più accentuata delle novelle di Vita dei campi», già tra-
dotta in francese con esiti più che positivi da Luigi Gualdo:
Essa non le sarà forse inutile per avere un’idea di quel che riuscirebbe il tentativo che
le propongo lasciando più che è possibile allo scritto nella traduzione francese la sua
fisionomia caratteristica siciliana, come io ho cercato di renderla nell’italiano3.
Non si potrebbe desiderare documento più esplicito della profonda sensibilità per
il delicato processo traduttivo che l’autore dei Malavoglia proiettava dalla dimen-
sione endolinguistica dell’autotraduzione dal dialetto alla lingua o viceversa (tipica
della scrittura verista, da Capuana a Pirandello e Di Giacomo), alla dimensione in-
terlinguistica dell’eterotraduzione italiano sicilianizzato-francese. Non a caso forni-
va minuziose e competenti informazioni metalinguistiche al traduttore – che le a-
vrebbe tuttavia disattese4 – per metterlo in condizione di riprodurre il più fedelmente
possibile la connotatissima lingua del romanzo.

1. LO SCRITTORE COME TRADUTTORE DI SÉ STESSO


Il valore della traduzione in quanto operazione estetica interna alla stessa scrittu-
ra letteraria è stato recentemente ribadito dallo scrittore americano Micheal Cunnin-
gham in una lectio magistralis dal titolo Il Lettore, lo Scrittore, il Traduttore5, in cui
a tratti pare di sentir parlare Verga:
Ho imparato, dal lavoro con i traduttori nel corso degli anni, che il romanzo originale
è, in un certo senso, esso stesso una traduzione. Naturalmente non è una traduzione in
un’altra lingua, ma è una traduzione dalle immagini che l’autore ha in testa a ciò che è
effettivamente capace di mettere giù su carta.

2
Lettera a F. Torraca del 12 maggio 1881, in Melis 1990, p. 250.
3
Lettera a E. Rod del 18 aprile 1881, in Longo 2004, p. 85.
4
Cfr. i risultati di studi in materia riferiti da Longo 2004, p. 57.
5
Tenuta in occasione del Premio Vallombrosa, cui lo scrittore era candidato con By Nyghtfall,
dopo aver vinto il Pulitzer col romanzo Le ore nel 1998 (cfr. «Il Sole 24ore» di domenica 13
giugno 2010, da cui qui si cita).
Verga traduttore e interprete del parlato e della parlata siciliana

Mentre il libro immaginato è come «una cattedrale di fuoco», il libro reale è solo
«un oggetto, una raccolta di frasi», riducendosi, in definitiva, a «una traduzione piut-
tosto insulsa di una mitica grande opera». A riscontro si potrebbero citare numerose
allusioni di Verga a Capuana sulla deludente resa artistica dell’ideale vagheggiato
che impallidisce sulla pagina scritta, perché nessuno «potrà mai rendere così netta e
vigorosa la sua idea come gli è venuta»6.
Sul piano della materialità grafico-acustica del testo poi, «il lavoro del traduttore
consiste nel riprodurre tanto la forza quanto la musica». Per dimostrarlo Cunnin-
gham si serve dell’enunciato iniziale di Moby Dick: Call me Ishmael, apparentemen-
te banale – in quanto calcato sull’idiomatismo Call me Jack – ma ieratico grazie alla
sua lapidarietà e alla ritmicità allitterante. È la stessa tecnica adoperata da Verga:
partire da un’espressione del linguaggio familiare e dotarla di sovrasenso simbolico
potenziandone la sonorità.
In un altro senso – meno implicato esteticamente ma più concreto – il Verga va
poi considerato traduttore di sé stesso, vale a dire come mediatore della propria
competenza e cultura dialettale native presso il pubblico borghese colto dell’Italia
umbertina. Per farlo l’autore ricorreva alla strategia sociostilistica che Giovanni
Nencioni ha definito magistralmente etnificazione linguistica, esercitandola sia nella
scrittura narrativa che in quella drammaturgica.

2. VERGA TRADUTTORE DEL PARLATO SICILIANO


Tra gli elementi fondanti dell’etnificazione si segnalano le strutture iperlingui-
stiche e antropologiche (proverbi, modi di dire, nomignoli, tratti del codice gestuale,
ecc.) che, proprio grazie alla loro dimensione etnoculturale di schemi comunicativi
ampiamente generalizzati e condivisi, offrono «una resistenza (anche in ambiti cul-
turali omogenei) alla traduzione, che sorge non solo dalla ampiezza e complicanza
delle strutture ma dal grande spessore etnologico del loro contenuto», inversamente
proporzionale alla loro «modestia e banalità formale»7. Basti pensare alla metafora
gestuale delle mani sul ventre e delle mani sulla pancia che nei Malavoglia assume
valenza antonimica marcata dalla differenziazione del registro lessicale: la formula
con l’aulicismo allude al lutto per un figlio o per il marito, mentre quella col collo-
quialismo allude all’oziare della donna benestante8.
Nella lettera dedicatoria a Salvatore Farina premessa a L’amante di Gramigna
Verga aveva dichiarato di voler riferire il fatto così come l’aveva «raccolto pei viot-
toli dei campi, press’a poco colle medesime parole semplici e pittoresche della nar-
razione popolare». Effettivamente la sonorità del testo parlato è riprodotta nello

6
Lettera a L. Capuana del 25 febbraio 1881, in Raya 1984, p. 108.
7
Nencioni 1983, pp. 167-169.
8
Alfieri 1983.
Gabriella Alfieri

scritto, dal livello macrostrutturale dell’intonazione discorsiva al livello infinitesi-


male delle figure di suono, spesso in un inestricabile viluppo dimensionale delle ri-
sorse stilistiche. Esemplificherò dalla novella che lo stesso autore qualificava – co-
me si è visto – la «più autentica» di Vita dei campi, vale a dire La Lupa: in una delle
scene cruciali, la prima folgorante apparizione di Nanni alla gnà Pina, la fosca pas-
sione incestuosa tra i protagonisti è preconizzata dalla ripetizione cadenzata della
vocale u. Il sottile effetto fonosimbolico è basato sull’allomorfia oliva/uliva, diffusa
nell’italiano ottocentesco e sfruttata sapientemente dal Verga per far allitterare la u
nell’endecasillabo «unto e sudicio delle ulive messe a fermentare»9, in cui il sintag-
ma aggettivale potrebbe tradurre il siciliano lurdu ’ngrasciatu “sporco e untuoso”. Il
Macaluso Storaci 1875 rinviava da lurdu a lordu, parafrasandolo con il toscanismo
colloquiale sudicio e col più arcaizzante lordo, e traduceva ’ngrasciatu con insudi-
ciato, sudicio, unto: combinando i due equivalenti toscani forniti dalla fonte lessico-
grafica, l’autore formò la dittologia unto e sudicio, strutturandovi poi l’allitterante
ulive.
Nei Malavoglia sono compresenti vari sottogeneri di parlato, dal dialogo argo-
mentativo al monologo, costantemente interferiti dalla comunicazione sentenziosa10.
Ne è un esempio rappresentativo la predica di padron ’Ntoni al nipote (cap. XI), che
oscilla tra ritmi letargici sull’onda della nostalgia e ritmi incalzanti delle interrogati-
ve retoriche finali.
Inoltre nel capolavoro verghiano si concretizzavano e si armonizzavano due tra-
dizioni discorsive tipiche del parlato popolare e dialettale: la favolistica e l’opera dei
pupi. Il primo genere discorsivo è rappresentato sul piano testuale dalla fiaba della
cugina Anna sul re di corona che avrebbe sposato la sua figliola senza dote (cap.
XI), e sul piano formulare dall’incipit («Un tempo i Malavoglia…») e dalla conclu-
sione del romanzo (con Rocco Spatu che chiude ciclicamente la storia e vive “felice
e contento”). Al secondo genere discorsivo si ascriverà il lungo inserto del cap.IX in
cui i reduci di Lissa rievocano la drammatica battaglia navale in toni epico-rapsodici
e con gestualità da cantastorie.
Mentre però il parlato malavogliesco è stato ampiamente studiato11, mi pare che
la “parlata” simulata dal Verga nel suo capolavoro meriti di essere più adeguatamen-
te descritta nella sua essenza di «modo di parlare proprio di una persona o di una
comunità, caratterizzato da particolari fatti di pronuncia, di accento, di lessico»12.

9
Per questo e altri esempi analoghi in Vita dei campi, cfr. Motta 2007.
10
Nencioni 1988, p. 82.
11
Cfr. Nencioni 1988, pp. 82-83; Testa 1997; Santi 2008.
12
Cfr. Sabatini Coletti 2008, s.v.
Verga traduttore e interprete del parlato e della parlata siciliana

3. VERGA TRADUTTORE DELLA PARLATA SICILIANA


Verga si qualifica come felice interprete della parlata dialettale e della sua auten-
ticitá socioetnica. Sul piano diegetico lo scrittore rimane un traduttore onnisciente,
non sdoppiato dai personaggi come pensava il Russo, bensì interprete partecipante
della loro parlata, in una “lingua ricordata” che garantisce l’immediatezza e l’im-
personalità dell’opera d’arte13. Basti confrontare i contesti in cui l’autore-traduttore
appare interno alla comunità, mimandone attraverso sapienti allitterazioni la parlata
trasudante concretezza rappresentativa e formularità, come nell’idilliaca descrizione
della scena di pesca al cap.X («Intanto ’Ntoni cantava, ecc.»)14, e, viceversa, il finale
con l’addio di ’Ntoni, in cui Verga si introduce quasi forzatamente nella mente e
nella pelle del personaggio popolare, autodenunciandosi nell’aulicismo amaranto,
motivato in realtà come sviluppo lirico del proverbio Il mare è amaro15.
Così la traduzione si può configurare anche come ritraduzione, retroversione
dalla lingua colta al registro popolare16. A differenza di Capuana e di Pirandello,
Giovanni Verga non si cimentò nella drammaturgia dialettale o nella traduzione di
propri testi dall’italiano al siciliano o viceversa. Simili scelte infatti sarebbero state
incompatibili con un’antidialettalità sostenuta da valori postrisorgimentali e dalla
convinzione che nelle menti «malate di letteratura» degli scrittori italiani la scrittura
vernacolare si riducesse nella riconversione «in schietto dialetto» di «frasi nate
schiette in altra forma»17.
Il talento mimetico del narratore-traduttore interessato alla riproduzione stilistica
di toni e modi popolari, consisteva perciò, più che nella capacità di italianizzare
meccanicamente il dialetto, nell’abilità di ricostruire mentalmente a distanza la real-
tà locale ai fini della sua rappresentazione «schiettamente ed efficacemente» vera18.
La suggestione estetica, raccolta dal Capuana «traduttore a memoria» dello stile sici-
liano delle fiabe popolari19, potrebbe applicarsi per analogia anche alla competenza
idiomatica, per cui al Verga parlante assente da parecchi anni dalla regione di nasci-
ta e dunque deprivato della piena immersione nell’ambiente dialettofono, poteva riu-

13
Nencioni 1988, p. 13.
14
In Cecco 1995, pp. 171-173.
15
Per l’analisi retorica di questo contesto cfr. Alfieri 2005.
16
Per le specifiche modalità, documentate con dati variantistici, cfr. Nencioni 1988.
17
Le espressioni tra virgolette risalgono alla notissima lettera al Capuana del dicembre 1911,
in cui il Verga scoraggiava le sperimentazioni di drammaturgia dialettale dell’amico (cfr. Ra-
ya 1984, p. 407).
18
Lettera a L. Capuana del 14 marzo 1879, in Raya 1984, p. 80.
19
Si veda la lettera di L. Capuana a F. Torraca del 9 ottobre 1882, in Melis 1990, pp. 259-
260.
Gabriella Alfieri

scire utile «sostituire la propria mente ai propri orecchi»20, per riprodurre sulla pa-
gina letteraria la parlata locale. È proprio quanto sembra realizzarsi nelle strategie
stilistiche del Verga traduttore.

4. MODALITÀ DELLA TRADUZIONE VERGHIANA


In base a un’ampia ricognizione analitica è possibile schematizzare le procedure
stilistiche adottate dal Verga traduttore del parlato e della parlata siciliani21.
1) Riadattamento o rifonetizzazione
Sintomatico, oltre alla casistica generalizzata dei proverbi (Alfieri 1985), l’esem-
pio della formula devozionale N’ura di notti, paci a li vivi e riposu a li morti:
- Un’ora di notte! osservò padron Cipolla.
Padron ’Ntoni si fece la croce e rispose: - Pace ai vivi e riposo ai morti (II 34; Alfieri
1985, p. 171).
2) Traduzione a fronte
e c’era anche compare Agostino Piedipapera, il quale colle sue barzellette riuscì a farli
mettere d’accordo sulle due onze e dieci a salma, da pagarsi «col violino», a tanto il
mese (I 15; Alfieri 1980, pp. 20-22).
3) Trasposizione
In questa casistica il Verga conserva intatta la struttura dialettale (Vidirisi a vista
di luntanu), ma la riproduce sostituendo, ove necessario, il lessico toscano a quello
siciliano:
Gli altri stavano a godersi la vista da lontano, sulla strada, o si affollavano come le
mosche davanti alla caserma, per vedere come sembrava ’Ntoni di padron ’Ntoni die-
tro la grata (XIV 306; Alfieri 2007, pp. 227-228).
4) Toscanizzazione mediata da vocabolario
Padron ’Ntoni ascoltava anche lui […] e approvava col capo quelli che contavano le
storie più belle, e i ragazzi che mostravano di aver giudizio come i grandi nello spie-
gare gli indovinelli (XI 214-215).
(’Ntoni ad Alessi) Ti rammenti le belle chiacchierate che si facevano la sera, mentre si
salavano le acciughe? E la Nunziata che spiegava gli indovinelli? (XV 343; Alfieri

20
All’amico il Verga aveva comunicato l’impressione di una maggiore verità artistica «allor-
quando facciamo un lavoro di ricostruzione intellettuale e sostituiamo la nostra mente ai no-
stri occhi» (Lettera a L. Capuana del 14 marzo 1879, in Raya 1984, p. 80).
21
Per motivi di spazio si indicherà in parentesi nel testo il rimando delle citazioni: per I Ma-
lavoglia si rinvia con il numero del capitolo e della pagina a Cecco 1995, mentre per i com-
menti analitici rinvierò a miei studi precedenti.
Verga traduttore e interprete del parlato e della parlata siciliana

2007, p. 238; cfr. Macaluso Storaci 1875, s.v. Anniminari: «Indovinare, ma nel senso
di spiegar indovinelli o predir venture»).
5) Adattamenti semantici
La Vespa era sempre a spendere e spandere, che se l’avesse lasciata fare avrebbe vuo-
tato il sacco in una settimana; e diceva che la padrona adesso era lei, tanto che tutti i
giorni c’era il diavolo dallo zio Crocifisso (XII 267; Alfieri 2007, p. 240).
La pregnantissima espressione sottolineata congloba il senso toscano di “parlare
sena freni” e quello del siciliano sbacantari la urza, anticipato peraltro dal calembour
toscano.
6) Riproduzione
Santuzza. Me ne importa per voi che, mentre girate il mondo a buscarvi il pane e a
comprar dei regali per vostra moglie, essa vi adorna la casa in altro modo!
Compar Alfio. Cosa avete detto, comare Santa?
Santuzza. Dico che mentre voi siete fuorivia, all’acqua e al vento, per amor del gua-
dagno, comare Lola, vostra moglie, vi adorna la casa in malo modo! (Oliva 2000,
p.222; Alfieri 2007a, pp. 98-99; cfr. Macaluso Storaci 1875, s.v. Azzizzari: Azzizzari
la casa «adornare, rassettare con diligenza»)22
Nella perifrasi con cui sia nel testo novellistico23 che in quello drammaturgico
viene designato l’adulterio, adorna fa rima in absentia con corna, costituendo – se-
condo una procedura stilistica usuale in Verga – un fattore ritmico-evocativo di forte
impatto.
7) Ellissi ed espansioni
In questa casistica il Verga si impegnava a ricercare la traduzione stilisticamente
più adeguata, ricorrendo all’ellissi per cancellare gli elementi troppo vistosamente
dialettali, o, viceversa, inserendo un’espansione, per esplicitare formulazioni altri-
menti poco comprensibili:
Bel pezzo, la Mangiacarrubbe, […], una sfacciata che si è fatto passare tutto il paese
sotto la finestra (II 26, Alfieri 2007, pp. 257-259).
Alla base dell’invettiva di comare Venera potrebbe celarsi il modulo Beddu spic-
chiu di mennula amara o, ellitticamente, Beddu spicchiu (‘bel seme di mandorla
amara’), detto di persona di cattiva indole o dal comportamento censurabile.

22
Secondo Piccitto Tropea Trovato 1976-2006, s.v. Azzizzari, la locuzione è di provenienza
catanese.
23
«Avete ragione di portarle dei regali […] perché mentre voi siete via vostra moglie vi ador-
na la casa!» Riccardi 1997, p. 79.
Gabriella Alfieri

Siamo sempre come i pulcini nella stoppa, ed ora mandano l’usciere per tirarci il col-
lo (IV 89, Alfieri 2007, p. 254).
Con l’arguta espansione metaforica il Verga cercava di rendere più trasparente
già per il lettore italiano l’espressione Essiri u puddicinu (o più crudamente lu scra-
vagghiu) ntra la stuppa, segnalata poi al Rod come «intraducibile in francese» e pa-
rafrasata, con tanto di traduzione letterale, come «modo di dire siciliano per espri-
mere l’imbarazzo di chi si trovi in un affare imbrogliato, a guisa des petits éclos de
la couvée dans les étoupes»24.
8) Riecheggiamenti del siciliano
In due contesti di particolare pathos si preserva il riecheggiamento stilistico-
sintattico del dettato dialettale, con allocuzione inversa (o nonnu, a mamma ‘del
nonno, della mamma’) e vocativo sottinteso ‘piccolo, bimbo’:
Orsù, che c’è di nuovo? dillo a tuo nonno, dillo! (XI 219, Alfieri 2007, p. 279)
(Cfr. Diccillu oô nonnu, diccillu; o Dicimmillu ô nonnu, dimmillu).
Dimmelo a me che son tua madre! (XI 222; Alfieri 2007, p. 279)
(Cfr. Dicimillu a mia ca sugnu a mamma tò, oppure Dicimillu, a mamà).

6. CONCLUSIONI
In definitiva a poco a poco Verga seppe diventare, da raccoglitore-filtro del par-
lato contadino in Vita dei campi25, traduttore e interprete dei suoi personaggi dialet-
tofoni nei Malavoglia, affinando la ricerca dell’effetto sonoro e della simbolicità
semantica. Il siciliano, distillato nell’italianizzazione letteraria sia come parlato che
come parlata, acquisisce da una parte un privatissimo valore simbolico di apparte-
nenza socioidentitaria, per cui lo scrittore-traduttore si immerge e si immedesima –
nonostante l’esibito distacco veristico – nella comunità narrata; e dall’altra si dota di
una valenza simbolica di carattere pubblico, in quanto varietà regionale della “Nuo-
va Italia” promossa sull’orizzonte sociocomunicativo nazionale grazie all’etnifi-
cazione.
Per chiudere allora con uno degli stereotipi classici di ogni discorso sulla tradu-
zione, potremmo dire che il nostro non fu certo un traduttore-traditore della versio-
ne originaria del suo racconto dialogato (o dialogo raccontato), nato forse in dialetto
nella mente del Verga parlante, ma immediatamente ripensato in lingua nella mente
«malata di letteratura» del Verga scrittore. O potrebbe anche darsi che l’incon-
fondibile linguaggio malavogliesco sia nato in italiano per poi essere ripensato
dall’interno in dialetto. Quel che è certo comunque è l’eccezionalità della lingua et-
nificata risultante dalla traduzione. E non potrebbe desiderarsi conferma più valida e

24
Lettera al Rod dell’8 dicembre 1881, in Longo 2004, p. 105.
25
Cfr. Motta 2005, pp. 46 sgg.
Verga traduttore e interprete del parlato e della parlata siciliana

‘scientifica’ della reazione spontanea, che peraltro anticipava il giudizio ben più au-
torevole di Luigi Pirandello, di un giovane parlante nativo «colto, intelligente», al
quale il Capuana aveva letto a voce alta il terzo capitolo dei Malavoglia: «Cristu! Li
paroli quagghianu! Diventanu cosi!»26.

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26
L’efficace allusione alle parole che ‘coagulano’ è contenuta nella lettera di Capuana a Ver-
ga del 20-24 febbraio 1881 (in Raya 1984, p. 107).
Gabriella Alfieri

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