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SARDEGNA

DI

SCRITTORI

SARDEGNA DI SCRITTORI G IULIO A NGIONI A fogu aintru A fuoco dentro

GIULIO ANGIONI

A fogu aintru

A fuoco dentro

SARDEGNA DI SCRITTORI G IULIO A NGIONI A fogu aintru A fuoco dentro

Scrittori di Sardegna

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Stampa: Lito Terrazzi, Firenze

© Copyright 2008 Ilisso Edizioni - Nuoro www.ilisso.it - e-mail ilisso@ilisso.it ISBN 978-88-6202-023-7

Giulio Angioni

A FOGU AINTRU

A FUOCO DENTRO

nota introduttiva di Franco Manai

ilisso @ ilisso.it ISBN 978-88-6202-023-7 Giulio Angioni A FOGU AINTRU A FUOCO DENTRO nota introduttiva di

NOTA INTRODUTTIVA

A trent’anni dalla sua prima pubblicazione A fuoco den- tro – A fogu aintru è ormai un classico della letteratura regio- nale sarda non solo perché, come voleva Italo Calvino, non ha mai finito di dire quel che ha da dire, ma anche per l’alto pro-

filo che la figura del suo autore ha via via acquistato nel corso

di questi anni nel mondo letterario e culturale.

Questo volumetto, uscito per i tipi della Edes di Cagliari, casa editrice specializzata soprattutto in saggistica antropologica e a diffusione prettamente regionale, raccoglieva dei testi già pubblicati in rivista tra il 1975 e il 1976 e proponeva a un

pubblico più ampio alcuni altri testi letterari di un autore già noto agli specialisti per i suoi saggi legati all’attività di docente

di antropologia culturale all’Università di Cagliari. Angioni

ha costantemente affiancato alle sue copiose pubblicazioni di carattere scientifico quelle altrettanto numerose di segno lettera- rio, mantenendo beninteso ben distinti i due ambiti di scrittu- ra. È stato un modo di partecipare con le parole e con i fatti al dibattito internazionale (si pensi a Clifford Geertz e a James Clifford) sulla natura della scrittura etnografica, cioè su come parlare di modi di vita diversi. Tenendo separati i campi, An- gioni non riduce (o promuove) il rapporto etnografico a puro racconto, creazione retorica dell’etnografo, ma dimostra la sua

fiducia nel grande e comunque maggiore potenziale comunica- tivo della letteratura rispetto all’etnografia. Tutta l’opera di An- gioni gravita tematicamente sulla Sardegna, o meglio sul cam- biamento epocale e vertiginoso che vi ha avuto luogo a partire dagli anni Cinquanta del Novecento e che in parte continua ancora oggi. Ma il continente Sardegna è sempre per Angioni

la

base e lo spunto per un discorso ben più ampio, che inserisce

le

tematiche propriamente sarde all’interno di un contesto na-

zionale e soprannazionale.

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Come la successiva raccolta Sardonica (Edes, 1983), A fuo- co dentro – A fogu aintru è intimamente legato alla temperie culturale degli anni Settanta, e vi sono infatti evidenti i segni di quello che allora si chiamava lavoro intellettuale impegnato. Non solo i temi trattati sono quelli tipici di una letteratura che vuole analizzare la realtà per trovare il modo di cambiarla (con- dizioni di vita delle classi subalterne, dialettica città-campagna, problematiche dell’emigrazione), ma soprattutto il modo in cui

questi temi sono trattati e in specie il linguaggio usato sono carat- teristici di una letteratura che rifiuta l’ortus conclusus degli ad- detti ai lavori e si pone come terreno di confronto per un pubbli- co potenzialmente vasto di lettori. In coraggiosa controtendenza Angioni ritiene importante pagare un doveroso tributo ai model-

li del verismo e del neorealismo, entrambi ormai lontani e fuori

moda. Il suo particolare problema, tuttavia, consiste nel trovare

il modo di dare voce a un mondo in fase di trapasso, in cui lui

stesso e la sua storia personale erano strettamente implicati. C’era

il rischio di dare di questo mondo, contadino e pastorale, una

rappresentazione viziata dalla lunga e pervicace tradizione lette- raria del bozzettismo e dell’idillio agreste. È anche vero che il pa- norama letterario italiano offriva validi esempi di rappresenta- zioni per niente idilliache del mondo subalterno, dal calabrese Saverio Strati di Noi lazzaroni del 1972, ai sardi Salvatore Mannuzzu di Un Dodge a fari spenti del 1962 e Gavino Led- da di Padre padrone del 1975. Angioni può essere accostato a tali scrittori per la volontà di descrizione antropologica di una realtà sociale in via di estinzione, tuttavia non ne condivide le soluzioni narrative, a cominciare dalla scelta dei personaggi nar- ratori, ovviamente determinante rispetto al linguaggio e alla prospettiva del testo. Il carattere distintivo della scrittura di Angioni è l’ironia che investe e coinvolge tutto e tutti, autore e lettore compresi. Anche autoironia dunque e, beninteso, senza compiacimenti. Un mo- dello forte di ironia è sicuramente costituito da Emilio Lussu, e Angioni dichiara il suo debito con uno dei maggiori scrittori sardi già nel titolo della raccolta, il cui significato viene spiegato con il racconto eponimo A fuoco dentro, collocato, con elegante understatement, in posizione debole, al diciottesimo posto del

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volumetto che contiene venti brevi “quadri”. Tale definizione per i singoli pezzi della raccolta è dello stesso Angioni, che evi- dentemente avverte come problematici i termini racconto o no- vella. Se molti dei pezzi di A fuoco dentro – A fogu aintru po- trebbero tranquillamente essere considerati alla stregua di classici racconti, molti altri sfuggono decisamente a questa definizione e d’altra parte non è possibile neanche farli rientrare nell’altra fat- tispecie tradizionale del bozzetto. Alla maniera dell’Acitrezza di Verga o della Mineo-Rabbato di Capuana, Angioni sceglie di rappresentare la vita sociale, durante il trentennio successivo alla fine della seconda guerra mondiale, di un immaginario paese contadino della Sardegna meridionale, cui dà il nome di Nu- raddei. Immaginario ma realissimo, improntato com’è sul paese natale dello stesso Angioni, Guasila. A questo mondo Angioni intende rimanere fedele e non caricarlo di elementi allotri, senza però offrirne un’immagine stereotipa e sterilizzata, appunto boz- zettistica. Così inserisce tra i vari racconti di tipo tradizionale dei “quadri” che fungono da raccordo non tanto o non solo tra un racconto e l’altro, ma soprattutto tra il mondo narrativo del- la raccolta nel suo complesso e la realtà sociale e politica di chi narra e di chi legge. In questi quadri cerniera (4 “Chi ha visto il mondo”, 7 “Il reddito”, 8 “L’ultimo carrettiere”, 9 “Città e cam- pagna”, 10 “Voltaire e il gendarme”, 13 “Trent’anni dopo”, 18 “A fuoco dentro”, 19 “Zicchirìa”, 20 “Controtempo”) viene nar- rativizzato, in diversi modi e a diversi livelli, il tema della figu- ra dell’intellettuale e del suo problematico ruolo nella società. Al- lo stesso tempo vi è introdotta la figura del narratore, che quindi presenta se stesso come qualcuno che per un verso fa parte di quel mondo rustico e contadino, subalterno e superato, per un altro partecipa a tutti gli effetti della cultura urbana dal cui punto di vista quel mondo è superato. In questo modo Angioni evita il pericolo di presentare la sua narrazione come una descri- zione oggettiva, impossibile per definizione, senza con ciò rica- dere in un autobiografismo solipsistico, del tutto e solamente in- terno alla cultura dominante. È significativo che nel titolo della raccolta, A fuoco dentro venga immediatamente glossato col suo originale sardo A fogu aintru e che poi il tutto sia nuovamente “glossato” da un racconto

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in cui italiano e sardo sono amalgamati in una forma partico-

lare di italiano. Tutta la raccolta, con una notevole eccezione, è

scritta in questo linguaggio ricchissimo di calchi di luoghi co-

muni, di espressioni idiomatiche, di regionalismi a tutti i livelli, dalla sintassi, al lessico alla morfologia. Numerosi sono anche

gli inserti di espressioni o intere frasi in dialetto basso-campida-

nese. Lo stile è piano, il periodare scorrevole, la lingua non ri-

chiama con prepotenza l’attenzione su se stessa, anche quando

mescola nel suo impasto moduli dell’italiano regionale o addi- rittura del dialetto. Non si vuole con questo dire che si tratti di una scrittura banale e corriva. Al contrario, siamo in presenza

di una scrittura estremamente sorvegliata, che raggiunge altis-

simi livelli di perspicuità senza per questo cedere in complessità

e suggestione.

L’eccezione linguistica cui si è fatto cenno è data dal raccon-

to “Arrichetteddu”, l’unico scritto interamente in sardo (campi-

danese), peculiare anche per la stretta aderenza alla struttura classica della novella, in cui ogni elemento, accuratamente scel-

to,

la

culiarità della focalizzazione interna della voce narrativa. Chi

parla è uno qualunque del paese e il modo in cui racconta la vicenda è quello in cui è verosimile ci si aspetti che la comu-

nità l’abbia vista. È un discorrere piano, chiaro, che fa un lar-

go uso di frasi brevi e di espressioni colloquiali ma non rifugge

all’occorrenza da un periodare un po’ più ampio in cui è co- munque privilegiata la paratassi. Man mano che ci si avvicina alla tragica conclusione, questo periodare si fa più secco e mar- tellante, fino al climax dell’ultimo, asciuttissimo, drammatico capoverso, in cui sembra risuonare l’ellittico finale del Werther

goethiano:

S’est cumprendiu ca Arrichetteddu est abarrau cassau ain- tru [ il locale della motocicletta]. In foras hant agattau unu bratzu suu cun sa maniga de fustainu. De cussa arro- ba dd’had connotu sa mamma.

Contro Arrichetteddu è stata esercitata una violenza spaven- tosa, che però è raccontata, perché così viene vista, quasi senza

è finalizzato al raggiungimento di un obiettivo rivelato dal-

pointe finale. L’uso del sardo contribuisce a rafforzare la pe-

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consapevolezza, senza cioè che venga formulata una condanna davvero esplicita contro chi quella violenza ha esercitato. Scrive- re in sardo significava per Angioni additare anche un’altra pos- sibilità di soluzione alla questione della lingua in Sardegna, presto diventata questione di identità. “Arrichetteddu” è la pri- ma novella a essere pubblicata in sardo, fino a allora linguaggio letterario riservato ai poeti. Incoraggiata dall’istituzione nel 1979 del premio letterario Casteddu de sa fae a essa riservato, la narrativa sarda è poi fiorita e ha dato notevoli frutti, a co- minciare dal primo romanzo di Lorenzo Puxeddu, S’arvore de sos tzinesos (1982) e poi con Sos sinnos (postumo, 1983) di Michelangelo Pira, Mannigos de memoria (1984) e A tem- pos de Lussurzu (1985) di Antonio Cossu, Pro cantu Bidda- noa di Benvenuto Lobina (1987) e tanti altri. Non ci si può non rammaricare del fatto che Angioni non abbia voluto prose- guire egli stesso, certo accanto a quella che solum è sua dell’ita- liano letterario regionalizzato, quella strada sarda che aveva tanto magistralmente indicato con la sua novella. Si può sempre sperare che lo faccia in futuro. Nel gioco a incastri che presiede alla composizione della rac- colta, tra sardo e italiano, tra narrare spiegato e “quadri” che contaminano scrittura documentaria e finzione, impegno politi- co e ripiegamento esistenziale, Angioni mette anche se stesso in gioco, come scrittore e come intellettuale che inevitabilmente fa-

tica a svolgere il proprio ruolo, fatica cioè a individuare con chiarezza le linee di sviluppo della società all’interno della quale egli sarebbe chiamato a svolgere opera di mediazione culturale. Come l’io poetico plurale di Montale, egli forse non sa ciò che è, ciò che vuole, ma di certo sa che, nonostante ogni fascinazione,

il concentrare l’attenzione su particolari staccati del passato e del

presente, sui frammenti di una squallida modernità o sui relitti sparsi di un’infanzia irrevocabilmente trascorsa, comporta l’im- possibilità di cogliere, insieme ai pericoli, le opportunità offerte da un contesto nuovo e in continua evoluzione. L’elegia arcadica

e il pianto funebre sono le strade alle quali l’autore di A fogu aintru caparbiamente si rifiuta.

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Franco Manai

RICERCA SUL CAMPO

La vecchia lo guardava fissa e curiosa, come si divertis-

se di lui e delle sue domande. Accoccolata per terra placida

e comoda, una mano su un sasso piatto e l’altra su un gi-

nocchio, le gonne tutt’attorno sulla polvere, stava badando

a un tubo lungo di plastica gialla che partiva dal rubinetto

della fontana pubblica e oltre un muretto scompariva a in- naffiare verdure invisibili, dopo una ventina di metri di serpentine nella polvere. Anche lei accennò a Sidoru Friarosu. Era già la terza persona del paese che gli indicava ziu Sidoru Friarosu co- me il più capace di informarlo su come andavano le cose, prima, per la festa annuale di Sant’Isidoro. Non quello di Siviglia, ma anch’egli spagnolo, patrono dei contadini in Sardegna come in Spagna. Prima, in tutti i nostri paesi per questa festa si faceva la benedizione e la processione degli animali da lavoro, ornati di collane ricamate, gutturadas, fiori, limoni e aran- ce piantate in punta delle corna dei buoi, specchietti sulla fronte, briglie multicolori, puliti e strigliati dalla coda agli zoccoli, alle corna. Decise di andare a trovare questo ziu Sidoru Friarosu, vicino alla chiesa, a fianco dell’officina meccanica dove sta ancora scritto fabro con una sola bi.

Si trovò di fronte un portoncino a steccato, una gecca a costallas, che lo separava da un cortile acciottolato, con molte gibbosità e lordo di immondizie. Alcune galline vi razzolavano e in un angolo grugniva un maialino che lo guardò diffidente quando cercò di farsi sentire da qualcu- no di casa, sul lato opposto in fondo al cortile.

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Finalmente un femminile «e chi è sa genti?». Entrò e si avvicinò verso l’uscio scolorito e rugoso della lolla tutta chiusa. Aspettò finché apparve una vecchietta con una scopa di saggina in mano. Lo guardò anche lei placida- mente fissa, quando salutò, poi lo invitò a entrare, borbot- tando qualcosa su un certo dottorino nuovo. Lo invitò a sedere su uno scranno e lei continuò a scopare lenta. In un modo strano: raccolta un poco d’im- mondizia, la spingeva con piccoli tocchi rapidi dentro gli interstizi tra le lastre di pietra che formavano il pavimento della lolla. Ogni tanto lo guardava attenta. Si rese conto, imbarazzato, che lei stava aspettando che dicesse il motivo della visita. Voleva parlare con ziu Sido- ru, se era in casa, per sapere da lui ogni cosa sulla festa che si faceva prima per Sant’Isidoro. Suo marito stava a letto ammalato, gli disse conti- nuando a scopare. Uscì e tornò subito dopo con un catino slabbrato da cui versò spruzzi d’acqua sul pavimento, per non sollevare polvere scopando. Al marito era venuto un colpo, una gutta, quattro giorni prima. Allora era meglio che se ne andasse, per non disturba- re. Ma lei non era disposta a lasciarlo andare, quando an- cora non era nemmeno entrato in casa sua. Incolpò del suo imbarazzo quei paesani che gli aveva- no indicato ziu Sidoru come informatore. Certamente sa- pevano della malattia del vecchio, e lo avevano ugualmen- te mandato in quella casa a parlare di feste. Ma la vecchia scopava sempre pacifica e lenta. Certo che suo marito sapeva tutto della festa di Sant’Isi- doro, diceva con orgoglio. Perché lui è stato priore di Sant’Isidoro per una ventina di volte e obriere per più di cinquant’anni. E quando lui era priore la festa era sem- pre più bella delle altre volte: con spari di mine all’eleva- zione della messa grande, con sermone del miglior frate del convento di Sanluri, e fuochi artificiali la sera nell’or- to grande del parroco, senza contare banchetti e rinfre- schi per i membri del comitato organizzatore.

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Improvvisamente tacque e svelta abbandonò la scopa in un angolo, senza dirgli nulla entrò in una delle tre stan- ze che davano nella lolla. Riapparve poco dopo e lo invitò a seguirla, a entrare con lei di là. Le tenne dietro, e si trovò subito in una stan- za buia, senza finestre.

A poco a poco distinse con sufficiente chiarezza un let-

to con spalliere alte, di quelli che un tempo avevano la cor- tina, un comò con uno specchio e una sedia vicino al letto. La donna si avvicinò al capezzale e vi sistemò la sedia, che pulì con due colpi del grembiule. Ubbidì impacciato al suo invito a sedersi e si trovò di fronte un vecchio pallido, faccia di lucertola, con una chioma bianca scarmigliata, un fazzolettone a pallini rossi intorno al collo, riverso su due cuscini grigiastri.

Il malato lo guardava in tralice. Gli domandò se era il

figlio di un tale, uno del paese. No, era forestiero, di un paese vicino, venuto per vedere come stava. E se stava me- glio, come gli sembrava, era lì per sapere da lui qualcosa sulla festa di Sant’Isidoro.

Si fece ripetere il motivo della visita. Lo guardò con at-

tenzione, fisso, e poi senza badare più a lui si diede a bor- bottare a lungo cose incomprensibili, con gesti lenti e am- pi della destra, come a indicare vaghe lontananze.

Il borbottio del vecchio si bloccò di colpo, quando la

moglie intervenne per dire qualcosa. Divenne brusco: che c’entrava lei?

Ormai nella penombra ci vedeva bene. Sul volto di ziu Sidoru scorse una lacrima che ogni tanto si detergeva col dorso della mano. Improvvisamente, con voce altissima che lo fece sussul- tare, il malato gridò un «Peppinedda!». La moglie, ancora lì a trafficare col letto e coi cuscini, chiese rude e breve che co- sa volesse. Che andasse finalmente a prendere un po’ di mo- scato da offrire all’ospite, che diavolo, non le sembrava ora?

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La vecchia uscì sempre calma e lui ricominciò il bor-

bottio di prima. Lo studente ritornò nel suo imbarazzo.

Di quel farfugliare non capiva né i suoni né il senso.

La povertà della casa lo feriva. Notò come le mattonelle del pavimento, in quella stanza buona, traballassero tintinnando sotto i passi della

vecchia che rientrava con una bottiglia e un solo bicchiere

di vetro. Glielo mise in mano e lo riempì fino all’orlo.

e variopinto. Avevano attaccate le campanelle dei buoi e tante palline gialle, rosse e verdi. All’estremità pendevano

fettucce verdi per legare le collane alle cervici dei buoi. Lo studente le prese sulle ginocchia e le osservò. Odoravano

di basilico secco.

Ziu Sidoru gli spiegava con tutti i particolari che ser- vivano per ornare i buoi per la benedizione e la processio-

ne: davanti al santo i cavalli, dietro i buoi, il prete in mez-

Assaggiò il moscato. Avvertì l’attenzione compiaciuta del vecchio che lo guardava bere e lodò con entusiasmo,

zo

con la confraternita del rosario.

benché il moscato fosse piuttosto asprigno. Ambedue lo

Il vecchio malato appariva sempre più stanco, ma non

sollecitarono a bere ancora e la donna gli riempì il bicchie-

lo

lasciava andare. Voleva raccontare tutto, a volte con

re appena vuotato, con determinazione quasi minacciosa:

poteva fidarsi del loro vino, fatto in casa dal vecchio, senza

medicine.

Ziu Sidoru incominciò a parlare con chiarezza. Che co-

sa voleva sapere di preciso? Molte erano le cose che si face-

vano per Sant’Isidoro. Lo studente incominciò con le do- mande previste dal questionario datogli dall’assistente del professore con cui aveva la tesi di laurea sulle feste tradizio-

nali della nostra zona, su quelle religiose e su quelle profane. Man mano che si intrattenevano, la confidenza di ziu Sidoru aumentava. Rinunciò a fare mostra ogni tanto di volersene andare, perché ogni volta che lo faceva il vecchio

si eccitava e annaspava con le braccia per tenerlo sulla se-

dia. Lo interrogò a lungo e lui rispondeva, spesso divagan- do sui tempi della sua gioventù, sul lavoro duro dei campi e sui viaggi nel Sarcidano per comprare i gioghi di buoi. Ancora del tutto inaspettato il vecchio cacciò un altro urlo, chiamando la moglie che non era più nella stanza. Ricomparve subito, calma, aspettando i desideri del mari- to. Che portasse subito lì le gutturadas che teneva conser- vate nella cassapanca di là. Perché doveva vederle il giova- notto studente. Udì avvicinarsi un tintinnìo di campanelle e la vecchia rientrò nella stanza con due collane ricamate in modo fitto

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grande fatica, a volte con una rudezza che non capiva.

Tutto, anche i bisticci coi vari parroci su come organizza-

re

Ed ecco che scoppia in singhiozzi, gli afferra una ma- no, la tiene stretta a lungo e continua a raccontare, chia- mandolo figlio, di quando ai suoi tempi era meglio ed era peggio, era peggio ed era meglio: come un ritornello. D’un tratto cacciò un altro dei suoi urli, ma stavolta più irato, chiamando sua moglie che rientrò immediata- mente, questa volta preoccupata. Le ordinò di porgergli subito i pantaloni perché vole- va alzarsi. Lei cercava di dissuaderlo: ma perché mai vo- leva alzarsi, in quello stato? Lo sapeva ben lui perché, ri- peteva scontroso. Bisticciavano, e ziu Sidoru cercava di farlo intervenire a suo favore, contro la donna testarda. Ma infine capirono. Voleva andare ad accudire ai buoi che a quell’ora dovevano abbeverarsi, dopo aver mangiato paglia e fave tritate. Lo tenevano a forza in letto, mentre lui implorava e imprecava e minacciava la moglie. Finché ricadde di

schianto sui cuscini. Da quindici anni ziu Sidoru non aveva più buoi.

la festa.

Mentre la moglie era via per un momento, ziu Sidoru

si riscosse, gli fece capire di avvicinarsi di più a lui e gli

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domandò come in segreto perché mai, secondo lui, essen- doci un morto in casa, la moglie non accendesse le cande- le, non si dicessero le orazioni per i defunti.

E chi è questo morto? Lui era il morto, no? Non si

vedeva?

E si mise lui stesso a recitare preghiere per i morti. Poi

incominciò a implorare Sant’Isidoro, con uno scarto del capo che diventava sempre più frequente e stanco. Lo studente si levò e poggiò sul letto le gutturadas va- riopinte. Ziu Sidoru le afferrò e se le tenne strette al petto,

grattandole con le dita magre.

Alla moglie chiese del medico e si offrì di andare a chiamarlo. Lei spiegò che un dottorino nuovo stava nel paese vicino, a sette chilometri, e doveva badare a quattro paesi, perché i due medici condotti erano in vacanza. Ma tanto era già stato avvertito. Quando era arrivato lo stu- dente, lei aveva creduto sulle prime che il dottorino nuovo fosse lui. Ma gli passerà anche stavolta, lo tranquillizzò. Rimase nella stanza a guardare, per la prima volta in vita sua, un malato grave. Gli sembrava che ne fosse anche lui responsabile. Due donne, due vicine di casa certamente, entrarono silenziose nella stanza, richiamate da chissà chi, o da chis- sà che cosa. Efficienti e svelte si diedero da fare col mala- to. Nella stanza si diffuse un odore forte di aceto.

Ziu Sidoru non mollava le gutturadas, le teneva stret- te con le due mani e resistette al tentativo di una delle donne di portargliele via. Lo studente stava lì come messo da parte. Sulla seg- giola stava seduta ora una delle vicine e teneva nelle sue una mano del malato. In piedi dall’altra parte del letto, appoggiato al comò, stupidamente inutile guardava, con gesti insoliti in quella casa, ora l’orologio, ora il malato, ora le carte dei suoi ap- punti sulla festa.

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La vicina che stava seduta tenendo la mano di ziu Si- doru chiese di fare silenzio, guardò da vicino il malato, ascoltando, e sentenziò che rantolava. Era lì già da più di tre ore quando si sentirono suona- re le campane: is agonias mormorarono le donne. La mo- glie di ziu Sidoru fece con le mani un gesto come di of- ferta. Si sistemarono intorno al letto e incominciarono a pregare sommessamente. Una che gli stava più vicina dis- se allo studente che stava per arrivare il prete.

Non arrivò nemmeno il prete, prima che ziu Sidoru morisse, dopo un’oretta dall’arrivo delle vicine. Lo studen- te capì subito quando spirò, perché le donne incomincia- rono improvvisamente a piangere a voce alta. Una disse che bisognava avvertire il figlio finanziere a Genova. Ziu Sidoru ora giaceva col viso affilato, le gutturadas al- legre e multicolori sul petto. La moglie le prese, le campa- nelle tintinnarono un poco, prima che le sue mani soffo- cassero rapide quel suono di festa.

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L’ULTIMA TRANSUMANZA

Da molto tempo prima aveva progettato di iniziare la sua inchiesta nel Lazio, nel Lazio arido del Viterbese co- stiero, per andare gradualmente: poi sarebbe salito verso la Toscana e la Liguria, sulle tracce dei molti pastori sardi emigrati con le loro greggi sul Continente. Anzi in Italia. Perché quando va sul continente italiano lui dice di andare all’estero, e anche quando va all’estero veste di velluto a coste color muschio e porta il bonete.

Ottenere quest’incarico dal direttore del suo giornale non è stato facile. Si era dovuto fare una regola di ricordar- gli ogni settimana che è tempo ormai di informare e rende- re conto di questo modo nuovo di emigrazione sarda. Il direttore ripeteva di andarci piano, di non esagerare. In Sardegna ci sono tante novità più grosse:

«Voi sardi siete come il sonnambulo che viene destato mentre passeggia sul cornicione. Vi accorgete di ciò che siete stati quando siete diventati altra cosa. E vi fissate su cose vicine, per non guardare la distanza vertiginosa che vi separa dal suolo… Ma non è che essere sardi sia più diffi- cile di una volta. Anzi, diciamo che lo è di meno adesso». Lui capiva troppo bene che il direttore petrolifero face- va solo finta di non sapere che da più di due millenni e mezzo non è mai stato agevole essere sardi, nel mezzo di un mare di guai. E tanto meno adesso, quando si vede chiaro e senza vertigini che è meglio puzzare di pecora che di pe- trolio. Ma certo, che un agente coloniale intenda questo, è pretendere troppo, si sa. Ora finalmente c’era riuscito. Aveva progettato tutto seriamente, con taglio scientifico, dopo aver convinto tutta la redazione della grande importanza di andare a

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rintracciare «le scaturigini di quel fiume profondo, che oggi si interra per resistere al deserto che avanza in Sarde- gna dietro il nuovo Attila, e va ad aprirsi oltremare polle sorgive della nostra cultura pastorale, purificata nel trava- glio dell’ultima transumanza».

A volte è stato lì lì per precisare che si tratta del nuo-

vo Attila petrolchimico, ma è riuscito sempre a trattener- si, per non compromettere il suo progetto, se avesse qua- lificato così male la Proprietà del suo giornale, nella tana del lupo. Perché la proprietà del giornale è passata da tempo dall’olio al petrolio, come si sussurra motteggian- do in redazione. Distratto e straniero, ma ormai convinto, il direttore del giornale ha commentato, come sempre a sproposito dopo l’ultima sua perorazione, che sì, effettivamente, va bene: diciamo che è tempo di andare a vedere se è poi ve- ro che i pastori sardi sono come i cavoli, che vengono su meglio quando trapiantati in terra diversa. D’accordo: set- tembre, andiamo, è tempo di migrare. Per il primo servi- zio ti prometto la foto a colori in prima pagina. Se non ti lasci accecare dall’amor di patria, ci può scappare il Muflo- ne d’oro per il miglior servizio giornalistico dell’anno.

A Vetralla è riuscito a trovare un cavallo che poteva

anche essere cavalcato, e lo ha preso in affitto per andare verso i suoi pastori. L’idea gli è venuta lì sul posto. Ma an- dare a cavallo alla ricerca dei pastori sardi è ovvio, anche senza pensarci.

E un mattino, all’alba, è partito sulle tracce di alcune

greggi che sapeva già svernanti sulle colline spoglie del Vi-

terbese.

Quel giorno, in Sardegna, usciva sul giornale il suo primo articolo introduttivo sui nostri pastori emigrati al- l’estero con tutto il loro apparato produttivo. Vi sono defi- niti «vitali spore vaganti oltre i nostri spazi, che racchiudo- no in sé l’archetipo cosciente della sardità, quella coscienza

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innata della propria identità che noi sardi abbiamo sempre contrapposto a tutti i civilizzatori d’oltremare». Avrebbe voluto scrivere «vaganti oltre i nostri confi- ni», se non fosse stato certo che il direttore petrolchimi- co l’avrebbe censurato e anche sgridato. Tuttavia non ha nessuna vergogna a dichiararsi separatista. E siccome è cristiano e creazionista, fonda questa sua aspirazione le- gittima sulla volontà manifesta del Creatore, che la Sar- degna l’ha voluta separata. Ma è più ragionata la sua certezza che una qualche forma di indipendenza politica sia condizione necessaria, anche se non sufficiente, per conservare quanto ancora resta del patrimonio culturale sardo. Per questo scopo si può scendere anche a compromessi e ad autocensure sul giornale e col direttore, che al massimo sogna il trofeo del Muflone d’oro anch’esso sporco di petrolio. Battaglia su fronti arretrati, quella di oggi in Sardegna, premette sempre nelle sue conferenze. Intanto, a edifica- zione di certa sinistra sarda refrattaria e poco patriottica, ha pronto un saggio inedito dove si dimostra come il sar- do Gramsci sia stato separatista fino al suo ultimo respiro (e un suo segreto motivo d’orgoglio è che il SID lo ha te- nuto d’occhio a lungo come persona pericolosa per l’inte- grità dello stato italiano). E partecipa in prima fila alla «battaglia parziale» per promuovere la lingua sarda, questa viva materializzazione dell’anima nazionale, a lingua ufficiale dei sardi nella vita privata e pubblica. Anche in quel primo articolo introdut- tivo sull’ultima grande transumanza, è riuscito a infilarci l’idea-forza che «la coscienza della propria identità e le grandi strategie di liberazione si aprono spazi espressivi so- lo col linguaggio ereditato dai padri» (autocensura: «e non in quello dei patrigni e degli espropriatori d’Oltretirreno»).

Ha sentito un nodo alla gola quando lontano, su un colle solitario, ha intravisto il primo gregge nostrano in terra straniera: un gregge per lui inconfondibile con altre

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greggi non sarde. E non si sbagliava: certe cose o si sento- no o altrimenti non si capiscono. Il sole del mattino autunnale gettava ombre lunghe del cavallo e del cavaliere su per il colle, verso il tintinnare dei sonagli del gregge per lungo tratto invisibile. Il cavallo ten- deva da una parte, dove a un certo punto anche lui ha scorto una buona strada asfaltata. Ma ormai era arrivato. Alla custodia del gregge c’era un ragazzotto, che traffi- cava con la marmitta di una Honda enorme, e ascoltava musica da un radioregistratore appeso in cima a una per- tica biforcuta, piantata al suolo. «Sardu ses, o zovoneddu?» gli ha gridato tutto allegro. Il ragazzo l’ha guardato di sotto in su, intento alla marmitta della moto luccicante al primo sole, e gli ha fat- to un rapido cenno affermativo, montando poi lesto sulla sella dei suoi cinquanta cavalli. «De Sardigna ses benniu?» ha insistito. «Eh…». «De cantu tempus ses in Continente?». «In Continente? A ’st’antro mese sarebbero du’ anni. Che, pure te sei sardegnolo?». Il ragazzotto ha approfittato del silenzio subitaneo dello strano cavaliere per provare il tuono della marmitta. Il cavallo ha scartato e lui è caduto. La sua prima e ultima intervista incomincia e finisce così.

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DOMINO

Senza la borsetta sente come il fastidio di essere nuda,

e di mostrare le sue colpe di fronte alla giustizia, anche quelle che non ha.

La faccia impassibile del poliziotto mostra un’indiffe- renza al suo caso, che a Efisietta pare provenire dalla cer- tezza che è giusto che chi la fa l’aspetti. Il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi, e la sua farina va in crusca. Il verbale è finalmente terminato:

«Senza che ci facciamo illusioni, non è vero, signori- na… Murrù» dice l’agente di servizio estraendo il foglio del verbale dalla macchina e sbirciandovi il cognome di Efisietta, ma pronunciandolo sbagliato, con l’accento sulla u, come fanno sempre a Roma. Ma Efisietta non sta lì a sforzarsi di capire quali siano

le illusioni che non deve farsi.

«Vuole firmare il verbale, qui?». «Firmare, io, perché?». L’agente la guarda annoiato:

«È lei che è stata scippata, no?». «Sì, io». «Ma sembra che lo scippo lo abbia fatto lei…». Efisietta ha un brivido. Adesso le sembra che quell’uo- mo in divisa le stia ordinando di firmare la scrittura della storia vera di quelle cinquantamila lire. «Vuole leggere, prima di firmare?». Prende il foglio. Mica l’ha voluto lei, di denunciare lo scippo al commissariato. Passanti e un vigile urbano ce l’hanno portata quasi di peso. L’agente la guarda, tamburellando sul tavolo. Per gen- tilezza verso di lui si mette a leggere il verbale. Ha potuto raccontare ben poco all’agente. Ricorda solo lo strappo violento, che l’ha fatta girare su se stessa,

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l’accelerata puzzolente del motorino, e un vecchio, su un

tram che passava, mettersi le mani nei capelli con la boc-

ca aperta in un grido che lei non ha sentito.

Nel verbale c’è l’elenco delle cose rubate dentro la bor- setta: carta d’identità, cinquantamila lire, una foto di Ba-

chisio… Efisietta si spaventa della sua sbadataggine, per aver ficcato in borsetta quelle cinquantamila lire vicino alla foto di Bachisio. «Un Leonardo nuovo» aveva detto l’avvocato deposi- tando discretamente sul comodino tutti quei soldi che non s’aspettava:

«Per il taxi per tornare a casa» aveva aggiunto accarez- zandola. Le viene voglia di piangere, e l’agente se ne accorge:

«Qualche volta si ritrovano perfino i soldi» dice indi- candole dove firmare. «Anche se illusioni non bisogna farsene». «Io quei soldi non li voglio» sbotta Efisietta, cercando invano il fazzoletto nella borsetta che è stata rubata. «Come sarebbe, non li vuole?». «Non li voglio» ripete con meno forza. «Be’, anche se li volesse, ormai…» dice l’agente alzan- dosi per accompagnarla alla porta. «Nel caso ci faremo vi-

vi noi, non si preoccupi».

Solo appena in strada si rende subito conto della situa-

zione. A piedi, senza un centesimo, dall’altra parte di Ro- ma. E alle cinque deve essere dalla sua Signora, al Villag- gio Olimpico. Fin lì l’aveva portata l’avvocato sulla sua Jaguar. Si mette in cammino. Se tutto fosse capitato a un’altra

ci sarebbe quasi da ridere.

Quella cosa con l’avvocato l’aveva fatta, ma solo la pri- ma e l’ultima volta! l’aveva fatta per aiutare Bachisio a ver-

sare finalmente l’acconto per la Cinquecento: per potersi vedere più spesso, spostandosi su da Ciampino dove fa l’aviere; e qualche volta uscire magari fuori Roma, il gio- vedì e la domenica pomeriggio.

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Passandogli davanti riconosce il cancello del villino dell’avvocato. Solo due ore fa ne è uscita confusa e avvilita. «Più siete giovani e fresche di campagna e più mi pia- cete, voialtre forosette» aveva detto l’avvocato. «Ciascuno ha il suo debole, io ci ho questo». Efisietta ritorna indietro. Ripassa per tre volte di fron- te al cancello del villino dell’avvocato e infine si decide a suonare: gli chiederà solamente i soldi per il bus.

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CHI HA VISTO IL MONDO

Il sindaco, in questo periodo, è molto indaffarato. C’è molto lavoro arretrato, perché è stato in vacanza. Quest’anno è andato all’estero, per due settimane, in macchina con la famiglia. Ma una vacanza modesta, a bas- so costo, sul Mar Nero in Romania, dove la lira vale ancora qualcosa. È stato anche un viaggio di studio, per lui ammi- nistratore e capo di una giunta di sinistra, per vedere un

poco le realizzazioni del socialismo reale. Non ha visto mol-

to, bellissimi posti e quasi solo turisti tedeschi e francesi. Qualche volta ha bisticciato con la moglie, che si la-

mentava del servizio e dello stile dei camerieri romeni:

non è questione di non ostentare servilismo, ma di fare bene quello che c’è da fare, rispondeva lei alle sue spiega- zioni, che partivano da considerazioni molto generali, sui grandi passi avanti di un paese in via di sviluppo rapido. Ma tutto sommato son tornati contenti. Ora ci sono di nuovo le preoccupazioni ingrate del quotidiano. Stasera c’è consiglio comunale. Il consiglio sarà lungo, e non potrà essere a casa per la cena. Prima che incominci la seduta del consiglio, il sindaco fa una capatina alla bottega di Benniu, per mangiare un panino al prosciutto. «Che cosa ci preparate oggi al consiglio?». «Oggi ci sarà battaglia per il regolamento edilizio». «Già ti sei preso un incarico, fratello mio!» commen- ta Benniu, abbondando col prosciutto cotto nel panino. «Ci sono le leggi fatte in alto. Non è come con te, che

mi dai sempre razione doppia di prosciutto, perché sono

il sindaco». «Be’, ma ora che sei stato fuori, un po’ di rinnovamen- ti forestieri, di quelli buoni, li metterete anche qui».

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«A poco a poco, piano piano, a forza di viaggi a Ca- gliari…». Mentre mangia, entra ziu Mundicu, che si scappella solennemente di fronte al sindaco nuovo:

«E allora, ce l’aggiustate presto la strada nostra?». «Se dipendesse solo da noi, anche subito. Ma c’è tutta la burocrazia…». «Io lo dico così, per ricordarlo. È una cosa necessaria. D’inverno bisogna passare a guado, quando piove». Il sindaco tira fuori i soldi per pagare il panino. Cerca soldi spiccioli, altrimenti Benniu finge di non avere resto, e dice alla prossima volta, anche se sa che il sindaco si di- menticherà, con tutto quello che ha in testa. Dalla tasca cade una moneta che rotola fra i piedi di ziu Mundicu. Lui gliela raccoglie, ma la guarda sorpreso, dopo averla tastata un poco:

«Ma questa che cos’è? Non pare nemmeno antica, di quelle che si trovano nelle tombe». «E già, guarda un po’. È una moneta romena, dieci centesimi della Romania. Rimasti in tasca per caso». «Della Romania? Allora, aspetta… sono dieci bani, no?». «Giusto, dieci bani. E come mai voi sapete queste cose?». «Eh be’, io non sono andato in vacanza in Romania… Ma lo so. Prima non erano così le monete da dieci bani». «Prima quando?». «Prima, durante la guerra». «In guerra siete stato in Romania?». «Solo di passaggio. Ma con noi c’erano romeni, in Rus- sia, i bani e i lei ce li avevano loro». «Ne sa di cose ziu Mundicu» scherza Benniu. «Aspetta, aspetta… C’erano anche ungheresi: quelli avevano i pengö. E i volontari spagnoli avevano le pesetas». «Ognuno compra i ravanelli coi soldi suoi» fa Benniu. «E ziu Mundicu può andare a comprarli dove vuole». «Eh, magari non le sapessi, queste cose. Adesso cono- sco anche i soldi olandesi. Si chiamano gulden. E fra poco

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conoscerò anche quelli tedeschi, quando verrà in licenza mio figlio Peppinu. L’altro è venuto già due volte dall’Olan- da. Peppinu pare più risparmiatore, e viene poco». «Starà risparmiando per tornare qua per sempre» dice

il sindaco a bocca piena. «Magari fosse. Ma che ci fa qui?». «A cercare lumache e germogli d’asparagi» dice Benniu. Ziu Mundicu si fa serio:

«Se almeno non stessero così lontano. Col mestiere che hanno imparato, forse, cercando, potrebbero trovare lavoro più vicino, in Italia, e forse anche in Sardegna, qui

a Villacidro in quelle fabbriche nuove». «Ce ne sono di cani pronti per quei posti di Villacidro, come intorno a una macelleria» borbotta Benniu. «I figli li allevi e poi se ne vanno lontano. È peggio della guerra. Tutti scappano da casa, come se ci fosse il ter- remoto. E come il tempo passa, si dimenticano anche di scrivere, almeno ogni tanto, come questi miei…». «Qualcuno ogni tanto torna» azzarda il sindaco. «Pochini. Ma i miei stanno bene dove sono. Guai se tornano qui, adesso. Anzi, io vi dico una cosa, che se avessi qualche anno di meno me ne andrei anch’io». «E dove volete andare?» domanda Eugenio appena en- trato, come saluto. «In Olanda magari. Mio figlio più grande dice sempre che non c’è da paragonare tra qui e l’Olanda. Lì le cose funzionano, tutti hanno il necessario e anche di più. Le ca-

se sono tutte di proprietà della regina, e lei le dà in affitto a prezzi giusti, stabiliti dal governo, che non è vigliacco come

il nostro. In Olanda anche le terre sono della regina, e lei le

dà a gente che se non le fa fruttare come si deve, gliele por-

ta via di nuovo». «Ce n’è di posti migliori di qui» s’intromette Eugenio con foga. «E se non fosse per quell’incidente che mi è ca- pitato con quell’autocisterna, sicuro che qui non sarei tor- nato nemmeno io. Anche se quando passavo con l’auto- treno vicino a Civitavecchia, e vedevo scritto sui cartelli

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Traghetti per la Sardegna, mi scendevano le lacrime come chicchi d’uva di pergolato. E dov’ero, in Emilia, c’è la gente più simpatica d’Italia». «Che cos’hanno di speciale?» chiede Benniu. «Sono gente cordiale da quelle parti. E ti sanno aiutare

e consigliare, e poi non rompono sempre le tasche con

tutte le storie dei terroni e dei meridionali, che in molte parti non ci possono vedere. Quelli là, in Emilia e Roma- gna, sono veri compagni. Non è come qui. Io nemmeno

ci credevo che ci sono padroncini di autocarri, e anche pa-

droni grandi, che sono compagni… Anche le donne lì so- no compagne, dicono pane al pane e vino al vino. E non sono disoneste, come dicono certi ignoranti. Sono altri modi di vivere. Qui le donne vanno ancora poco poco nei bar, ma lì si fanno grandi bevute e grandi discussioni, tutti insieme, uomini e donne. E non c’è la gelosia che c’è qua. Forse anche in Russia dev’essere così, la stessa cosa». «Tu la rovesci sempre in politica» ride Benniu un po- co agro. «Tu non puoi parlare, che non hai visto mondo, e cono- sci solo la strada da casa tua alla bottega» replica Eugenio. «Lasciamo perdere» dice ziu Mundicu per mettere pa- ce «che anche Benniu il suo mestiere lo sa fare. In Russia, quando c’ero io, le donne ci davano da mangiare a noi italiani. Sì, erano proprio cordiali». «Girare e vedere il mondo bisogna». Eugenio si sta scaldando. «E io ti dico, Benniu, che se continua così, an- che tu un giorno ti metti un mazzo di lattuga sotto il brac- cio e te ne vai di là dal mare. Là almeno la verdura cresce meglio di queste schifezze che vendi tu». «Ne deve girare di mondo il povero, legato alla catena del ricco» s’intromette ancora ziu Mundicu, pacatamente, da anziano sensato. «A poco a poco le cose si devono aggiustare anche qui» aggiunge il sindaco. «Ma presto però, non con l’ordinaria amministrazio- ne» incomincia Eugenio tutto voglioso di discutere col

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sindaco, «non coi cantieri di rimboschimento e basta, che dopo tre mesi il lavoro se lo mangia il fuoco». «Ce n’hai di fuoco dentro, tu, Eugenio!» Benniu si ri- corda del suo dovere di bottegaio di fronte ai clienti, anche se sono focosi come Eugenio. «Ce n’hai di fuoco in petto, tu. Vieni che andiamo qui al bar tutti quanti, a berci una birra: per me è ora di chiudere bottega».

«Ce ne vorrebbero di birrette per spegnere il fuoco che ci ho dentro» dice Eugenio quando saluta il sindaco, porgendogli la destra devastata e scolorita dopo l’inciden- te in cui ha rischiato di bruciare insieme con la sua auto- cisterna bolognese.

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I CONTI DELLA RINASCITA

Peggio era quando parlava al telefono. Ma per quanto riguardava il telefono, c’è stata la storia dell’apparecchio sul suo tavolo. Il comune aveva allora un numero unico in du- plex con la segreteria della scuola media, e un solo apparec- chio sul tavolo del sindaco. Al ragionier Cavalla sembrava una grave menomazione del suo prestigio non avere anche

Agli occhi del ragionier Cavalla fu un’offesa aggravata

 

È

sicuro che nessuno ha mai detto o pensato che il ra-

un apparecchio sul suo tavolo. Non perché dovesse alzarsi e

gionier Cavalla era fesso perché continentale, o che si da-

andare a rispondere nell’altra stanza, ogni volta che il sinda-

va

arie perché piemontese. E benché lui fosse pieno di

co non c’era, tanto era sempre qualche altro impiegato che

spirito di patate, solo qualche volta, ma non per offender- lo perché non ne valeva la pena, se lui la tirava troppo per le lunghe storpiando i nomi sardi del paese, qualcuno cer- cava di rimetterlo in sesto, e notava per esempio che quel suo cognome qui da noi vuol dire puttana. Però lui crede-

andava a rispondere. Ma perché era questione di importan- za delle sue funzioni di segretario comunale. E poi lui ogni tanto doveva comunicare con Cuneo, mentre gli altri al massimo con Cagliari. Il sindaco, pro bono pacis, aveva fatto piazzare sul tavolo del ragioniere un apparecchio di

va di non potere accettare la rivalsa spiritosa, perché dalle

derivazione interna. Ma non bastava, era un contentino

sue

parti è la vacca che serve a significare puttana.

quasi offensivo, per lui che per comunicare con Cuneo do-

E

benché non perdesse occasione per ricordare che lui

veva sempre spostarsi ugualmente nella stanza del sindaco.

veniva da Cuneo, e fin dal primo giorno avesse appeso nel suo ufficio al comune un grande manifesto colorato con montagne verdi e la scritta Visitate Cuneo e le sue valli, una volta sola è successo che la donna addetta alle pulizie dei locali comunali gli ha detto che questo non era niente di speciale, perché tutti siamo usciti da quel posto lì, per leg-

Alla fine il ragionier Cavalla, di sua e illegittima inizia- tiva, ha fatto installare sul suo tavolo un apparecchio con numero autonomo. Ma con delibera della giunta, ratifica- ta all’unanimità dal consiglio comunale, accompagnata da mozione di censura su iniziativa della minoranza, il ragio- nier Cavalla fu costretto a pagarsi le spese di quella instal-

ge di natura; e che non c’era bisogno di esporre un mani- festo con quella scritta, per invitare la gente di qua a visita- re quelle parti, perché è cosa che si è sempre fatta e quelli sono luoghi noti e frequentati. Siccome non capiva, dovette spiegarglielo il sindaco, che allora era un professore di scuola media. Gli fece una lezione di latino e di etimologia, prendendo a base gli eti-

lazione. Il capo dell’opposizione avrebbe voluto o lo sman- tellamento dell’impianto nuovo, oppure che il segretario vanesio pagasse anche le bollette relative a quel suo nuovo numero di prestigio, oltre che di ogni telefonata a Cuneo.

mi

cuneus e cunnus, per poi passare ai relativi esiti italiani

da misconoscenza. Perché lui veniva da quel Nord d’Italia che stava per accollarsi le spese del finanziamento del Pia-

e

sardi. Ma per queste cose il ragionier Cavalla non aveva

no di Rinascita della Sardegna.

il

gusto. Del resto il suo parlare lasciava molto a desiderare.

Era venuto nel Sessanta come segretario comunale ad interim, nel periodo quando era in ballo la questione dei

Non era solo il sindaco a pregarlo di parlar chiaro, senza troppe piemonteserie di pronuncia e di lessico, quando apriva bocca in seduta di consiglio.

miliardi del Piano di Rinascita, e lui non perdeva occasione per lamentarsi di quel progetto, come se i soldi li dovesse sborsare tutti lui, soldi del Nord regalati al Sud.

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Faceva i conti sulla calcolatrice a manovella, divideva quei quattrocento miliardi per vedere quanto ne spettava a ogni sardo: duecentosessantaseimila a testa, grandi e picco- li. Poi lo moltiplicava per il numero degli abitanti del co- mune e stabiliva che in totale al paese spettavano duecen- tosessantaseimila per tremilaquattrocentotrentatré, uguale ottocentonovantadue milioni cinquecentottanta. La volta che ebbe la pensata di calcolare di quanto au- mentava la cifra spettante in totale al comune, aggiungen- do il numero dei nuovi nati rispetto al suo calcolo prece- dente basato sul numero non aggiornato degli abitanti, fu la guardia comunale a fargli notare che il suo modo di calcolare non teneva conto del diminuire della quota pro capite coll’aumentare del numero delle persone con cui spartire i quattrocento miliardi, che restavano sempre quelli. E che si era anche dimenticato di sottrarre il nu- mero dei morti, senza contare quello degli emigrati che avevano cambiato residenza, e che aumentava di giorno in giorno.

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LA STRATEGIA DI FEDELE SUCCU

Fin dal giorno della sua assunzione alla OPCV nel

Sessantacinque, Fedele Succu ha fatto di tutto per riuscire

a farsi trasferire, dalla Macchina Continua numero uno al

Reparto Sfibratura, dal chiuso all’aperto, dall’umido al secco. La Macchina Continua numero uno si chiama Bo- naria, come sua moglie, e molte volte le due Bonarie si as- somigliano. Ma dalle macchine non è peccato divorziare. È stato sempre aiuto generico alla cassa d’entrata, l’an- ticamera di Bonaria. Bonaria è fatta di due parti, umida e secca, così come la gente e la sua altra Bonaria è fatta di polmoni che fun-

zionano a vento e di intestino e vescica che funzionano a spremitura d’acqua. Fedele Succu è addetto alla parte umi-

da, dove l’impasto per la carta perde acqua per sgocciola-

mento e per risucchio, sulla Tavola Piana. Da un paio d’anni ha i reumatismi, per colpa della parte umida di Bonaria Meccanica. Ma l’acqua dei reu- matismi non si spreme né per sgocciolamento né per ri- succhio. Per questo ha impostato una sua strategia del

trasferimento, da Bonaria al Reparto Sfibratura, dove i tronchi di legno assomigliano ancora a tronchi, non so-

no ancora diventati un intruglio schiumoso, e dove non

si sta al chiuso.

I giovani e gli operai continentali non vogliono anda- re al Reparto Sfibratura, perché si sta sempre all’aperto,

anche quando il freddo si taglia a fette, o il caldo fa suda- re come gli spruzzatori orientabili del Parcolegno. Molti sono finiti agli sfibratori per punizione. Gli in- gegneri triestini e molti operai credono che stare agli sfi- bratori non faccia per niente bene alla salute. Ci sono fu-

mi di soda e polveri di caolino. Ma è gente che non sa

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nemmeno che cos’è il vento, se non glielo dicono in televi- sione alle previsioni del tempo. Fedele Succu le direzioni del vento, della pioggia, i moti delle ombre, in tutte le stagioni, le sa da quando ha imparato da bambino a scegliere il luogo buono per ripa- rare pecore e uomini, a seconda della catena dell’anno, per l’ovile d’inverno e per l’ovile d’estate, sfruttando una forra, una quercia, un muso di monte o una grotta degli antichi.

Fino a ieri non c’era riuscito, perché il difficile è fare la mancanza giusta e farsi trasferire per punizione al Reparto Sfibratura, magari agli scortecciatori del legname russo e canadese. Se la mancanza è troppo piccola ti becchi la soli-

ta punizione in denaro, se è troppo grande rischi il licen-

ziamento, e addio sicurezza di lavoro e di salario, con una famiglia di cinque bocche. La prima mancanza tattica di Fedele Succu, provenien-

za Arzana, pendolare, età anni quarantasette, terza elemen-

tare, operaio di terza categoria, risulta ben documentata nel suo dossier all’Ufficio del Personale: «Mancanza: fumava maneggiando soda caustica; sanzione: sospensione inden- nità panino per giorni sei». Allo stesso modo risultano do-

cumentate le altre tre mancanze: «Non teneva i calzoni al-

l’esterno degli stivaletti essendo addetto alla manipolazione

di soda caustica; sanzione: sospensione indennità panino

per giorni dieci». La terza: «Teneva il grembiule sotto la

cintura di sicurezza costituendo pericoloso intralcio; sanzio- ne: quindici giorni di sospensione indennità panino». La quarta: «Non si agganciava alle strutture della carpenteria durante lo spostamento lungo i ripiani; sanzione: venti giorni di sospensione indennità panino». Ogni giorno di sospensione indennità panino vuol dire settanta lire in meno: venti giorni, millequattrocen-

to lire. A parte l’indennità panino, tutte le mancanze

erano state di un tipo che andavano a suo rischio, senza danneggiare la produzione, tutte violazioni delle norme

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antinfortunistiche, scritte su molti cartelli in tutti i reparti. Non è stata una scelta buona per ottenere il trasferimento per punizione. Chiederlo, il trasferimento al Reparto Sfibratura, vo- leva dire non ottenerlo. E forse forse avrebbe fatto la figu- ra del fesso davanti a tutti, a chiedere di lavorare nel posto dei puniti e dei lavativi.

Ieri mattina, poco prima dello stacco del pranzo il ca- po turno gli ha detto:

«Succu, in Direzione». «In Direzione?». «Sì, ti vogliono in Direzione, l’ingegner Costa». «Vestito così ci vado o mi cambio?». «Non fare il tonto, già non ti deve fare gli auguri di Natale». «E chi ci ha mai parlato a solo a solo col direttore?». «Stavolta ti ha fatto l’onore. Sbrigati che non ha tem- po da perdere con te».

Il direttore ha incominciato a parlare guardando carte sul tavolo:

«Succu Fedele, bene bene, non ti piace più lavorare al- la Macchina Continua?». «Col dovuto rispetto e col suo permesso, signor inge- gnere, io questo non l’ho mai detto. C’è qualcuno che glie- lo ha detto, a lei?». L’ingegnere ha pigiato un tasto per parlare e ha ordi- nato chinandosi: «La signorina Pauletic!» e ha continuato a leggere carte sul tavolo, tornato tranquillo e assente. Fedele Succu è rimasto in piedi col berretto in mano, guardando per rispetto fuori dalla finestra. Anche se pareva che si trattava di trasferimento dalla Macchina Continua, non voleva pensare che stava per divorziare da Bonaria per andare a servire uno sfibratore. Di mancanze fresche non ne aveva fatte.

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La signorina Pauletic è entrata senza bussare, si è mes- sa dall’altra parte del tavolo a fianco dell’ingegnere, come se Fedele Succu non ci fosse nemmeno. «Dunque, Succu, la signorina Pauletic dice che ti sei stufato di stare alla Macchina Continua, e vuoi andare

«E perché allora ti permetti di dare del tu alla signori- na Pauletic? E ti prendi la libertà di trattarla come se fosse pari a te? E di discutere con lei, come se volessi insegnarle il suo mestiere di funzionario dell’Ufficio Personale?». «Signor ingegnere, qui mi devono spiegare. Io il rispet-

agli sfibratori. Non è vero, signorina Pauletic?».

to

non lo tolgo a nessuno. Se c’è da imparare, imparo».

La signorina Pauletic ha solo sorriso, ma era un riso malevolo. Fedele Succu non sapeva nemmeno se augurarle il riso della melagrana aperta. L’ingegnere firmava carte. Fedele Succu si è accorto che le sue scarpe stavano spor- cando il tappeto e ha mandato un accidenti al capoturno. Ma che diavolo vuole l’ingegnere? Per una volta che

«Insomma, lunedì scorso, quando io non c’ero, la si- gnorina Pauletic ti ha fatto chiamare nel suo ufficio, per- ché al tuo cartellino mancano molti timbri d’ingresso. Ti ha fatto un favore, chiamandoti per chiarire, perché sul cartellino c’erano solo timbri di fine turno. Poteva consi- derarti assente per tutte intere le giornate. Ma ti ha chia-

lo chiamano, in Direzione, se ne deve stare lì come nessu-

mato e ti ha chiesto se eri entrato in orario giusto. Perché

no, a rigirare il berretto in mano.

lo

sa che voialtri avete la testa in oca e vi dimenticate sem-

«Dunque, Succu, tu hai mancato di rispetto alla signo- rina Pauletic. Ti sei comportato con lei da vero cafone». «Io? alla signorina Pauletic?». «Non fare l’indiano e sbrighiamoci. Intanto sei trasfe-

pre di timbrare, come se foste a giornata a zappare». Alla signorina Pauletic non è sembrato abbastanza e che bisognasse precisare meglio la mancanza di Fedele Succu:

rito al Reparto Sfibratura, sezione Stacker, subito alla ri- presa dopo pranzo. E indennità panino sospesa per dieci giorni. E poi adesso mi spieghi perché hai mancato di ri-

«E poi ha storpiato il mio nome, come lo fanno molti qua dentro, di quelli come lui. Mi ha chiamato Pauledda, ha detto che una ragazzina come me deve avere altre cose

spetto alla signorina Pauletic. Dopo le chiedi scusa, altri- menti si provvede diversamente». «Come vuole il signor ingegnere. Le scuse le chiedo a tutti e due. Ma…». «Ci sono ma? Secondo te la mancanza di rispetto non c’è stata?». «C’è stata, se lo dice lei, e agli sfibratori ci devo anda- re, ma a me…». «Come sarebbe, se lo dico io? Vuoi peggiorare la tua situazione o fai finta di non capire?». «Come lei dispone, va bene. Ma io il rispetto non l’ho mai tolto a nessuno». «Perché a me non mi dai del tu, di’ un po’, eh? perché?».

per la testa, e non cartellini da timbrare. Insomma, signor ingegnere…». «Va bene, va bene, signorina Pauletic… Dunque, Suc- cu, come la spieghi?». «Ma, io non saprei… Anche lei, anche la signorina mi dava del tu…». «E io non ti do del tu? Perché allora non dai del tu an- che a me?». «Ma, signor ingegnere, è diverso. Lei è più anziano di me… La ragazza, la signorina ha vent’anni meno di me, ha l’età di mia figlia maggiore… Se lei mi dà del tu, vuol dire che mi dà confidenza». «Basta così, Succu. Tu le regole di buona creanza le de-

«Del tu all’ingegnere? E perché? Non me lo permette-

vi

imparare. Qui non è come a casa tua. Puoi andare. E al-

rei mai, io».

la

ripresa ti presenti agli sfibratori».

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Succu se n’è uscito rinculando. Finalmente ce l’aveva fatta. Doveva essere contento, però non ci riusciva. «Succu, la porta, maledizione!» ha gridato da dentro l’ingegnere. È tornato indietro per chiudere, ma già la porta la stava chiudendo la signorina Pauletic, con un sorriso di trionfo.

A casa, alla moglie Bonaria ha spiegato com’è che è riu- scito a farsi trasferire agli sfibratori. Le ha detto che è basta- to dire il fatto suo a una ragioniera dell’Ufficio Personale, perché gli aveva mancato di rispetto, a un uomo della sua età. E che l’ingegnere, uomo sperimentato, lo ha trasferito per premio.

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IL REDDITO

Nella sezione del partito da parecchie sere c’è grande afflusso di gente. È appena terminata la campagna dei contratti fra i bieticultori e l’Eridania: quest’anno 1975 i contadini che hanno scelto il sindacato democratico della CNB sono quasi raddoppiati, a scapito di quello padro- nale della ANB. Ma già la sezione del partito ognuna di queste sere si riempie nuovamente di padri di famiglia che devono essere aiutati a compilare il nuovo modulo per la dichiarazione dei redditi delle persone fisiche. Sono tutti un po’ preoccupati. A me è stato affidato un altro compito, e nella confu- sione cerco di concentrarmi per scrivere un pezzo sul pro- blema della nettezza urbana per il bollettino della sezione. Quello della nettezza urbana è un servizio mancante ma indispensabile nel nostro comune. È una questione spino- sa. Le disposizioni igieniche proibiscono di tenere bestia- me nell’abitato, ma qui si è sempre fatto così. Ora il pre- fetto ha proibito non solo di tenere greggi di pecore e branchi di maiali dentro il paese, ma anche galline e i po- chi residui buoi da lavoro. E sono probiti anche i letamai. I carabinieri hanno già fatto sapere che faranno rispet- tare le disposizioni. Il che significa che faranno pagare tante multe e basta, perché non c’è rimedio. Le disposi- zioni non sono mai su misura locale, ha imparato a dire anche il sindaco, allargando le braccia.

Davanti a un tavolo, dove siedono tre compilatori dei moduli, sta una fila di una ventina di persone. Nell’unico locale il mio trabiccolo fa angolo col tavolo dei compilato- ri delle dichiarazioni, e la fila dei contribuenti mi si sgrana

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di fianco. Ora tocca a un vecchio bracciante dichiarare i

suoi redditi. «Meno male che adesso ci siete voi che avete studiato» dice come per scusarsi. «Qua nessuno è ignorante» ribatte sbrigativo il com- pilatore, capo della commissione cultura della sezione. Ma gli altri continuano a discorrere su questo tema. «Quando abbiamo incominciato noi qui, dopo la guerra, tutto andava alla me ne fotto, perché non c’erano persone istruite con noi. E tutti ci fregavano».

«L’ignoranza è cosa brutta». «Però molti che studiano, dei nostri figli, si dimentica- no da dove sono venuti, o non capiscono nulla lo stesso delle cose nostre». «Io quando vedo questi ragazzi che hanno studiato e che si mettono con noi, quasi quasi non ci credo, mi pa-

re che giocano un gioco nuovo. Ma è che non me lo

aspettavo». «Non era da aspettarselo, quando i nostri erano presi a fischi e a sassate proprio dagli studentelli». «Ora di teste fini ce ne sono anche dalla nostra parte». «E adesso quegli altri hanno anche paura di fare i co-

mizi, perché un liscio e busso se lo buscano sempre quan-

do escono dalla loro tana come conigli impauriti».

«Ne fa di cose lo studio». «Anche di male, però. Perché quelli che sanno tenere la penna in mano credono che le cose si cambiano a tavolino». «Come quei cervelloni che hanno inventato questo modo nuovo di far pagare le tasse». «Però l’ignoranza è la cosa peggiore».

Ritorno ai miei tentativi di scrivere il pezzo sulla net-

tezza urbana. L’altro ieri sono stato a parlare col medico condotto, che è anche il nostro ufficiale sanitario, per do- cumentarmi meglio, perché devo anche riferire in consi- glio comunale, e prima ancora nella riunione del gruppo

di maggioranza al comune.

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«Ah, io, caro signore, devo eseguire gli ordini e le di- sposizioni vigenti. Io di politica non mi interesso. Qui c’è l’ordinanza prefettizia. La legga, la legga…». Chissà in che mondo vive, il nostro sanitario.

Uno degli attivisti della commissione cultura, che stanno compilando le dichiarazioni, si sta infastidendo:

«Ma che cosa vuoi dichiarare tu, i nove figli che hai? Tu non devi fare dichiarazione dei redditi. Sei esente». Gli sta davanti Lichixeddu, berretto in mano come per sfottere:

«Ascolta, giovanotto. Io questa dichiarazione la voglio fare. È giusta. Non sono evasore fiscale, io. E voglio far ve- dere quello che ho: i figli». «E che cosa scriviamo come professione? Proletario? Padre di famiglia?». «Per me scrivici quello che vuoi. Ma i figli devono es- serci tutti e nove». «Lascialo perdere» s’intromette uno che attende. «Vuo- le solo fare lo spiritoso». «Certo non assomigli a tuo zio per le trovate, eh, Li- chixeddu?» fa un altro. «Se gli dai retta facciamo prima» consiglia uno dei compilatori. Io non condivido l’insofferenza per la piccola trova- ta di Lichixeddu, che continua a sbracciarsi per convin- cere gli altri; cerco di ricordarmi chi sia questo suo zio spiritoso, ma mi perdo nei grovigli delle relazioni di pa- rentela. Il compilatore spazientito più che divertito alza la voce:

«Alla prossima riunione del direttivo io propongo l’isti- tuzione di un consultorio matrimoniale» proclama in mo- do da farsi sentire. Lichixeddu ride e non si smonta:

«A me però il come si chiama in disoccupazione non me lo mette nessuno, e nemmeno in cassa integrazione. Dacci sotto con la penna, che dopo vogliamo vedere se la

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testa non te l’ha scipita lo studio, e se li resisti nove bic- chieri, uno per ogni figlio. Allo spaccio ho già pagato».

Ormai ho appallottolato il foglio bianco e rinuncio a scrivere.

Chiedo a un vicino chi sia lo zio di Lichixeddu, famo-

L’ULTIMO CARRETTIERE

so

per le trovate divertenti:

Affonziu Mereu è stato l’ultimo carrettiere professio-

«Sei diventato così cittadino che non ti ricordi più di ziu Affonziu Mereu!». Non ricordare uno come ziu Affonziu significherebbe,

nista del nostro paese. Quando lui viaggiava ancora con l’ultimo dei suoi cavalli, tutti non castrati e tutti di nome Baieddu (era arrivato a Baieddu Sestu), gli altri del me-

per tutti, non avere veramente memoria e forse poca carità

stiere avevano rinunciato da un pezzo, oppure avevano

di

patria. Era infatti una specie di uomo pubblico in pae-

comprato un camion. Settimanalmente faceva la spola

se, un inizio di intellettuale organico. Un ibrido strano e

precoce, fra il bello spirito, celebre per le sue arguzie, l’in- tellettuale tradizionale di queste parti, e l’ostetrico dello

con Cagliari, distante cinquanta chilometri, per rifornire i bottegai locali di zucchero, candele steariche, sapone, conserva di pomodoro, qualche stoviglia e qualche pezza

spirito di scissione, tutto proteso verso un futuro da mil-

di

stoffa, e in città portava carichi di grano e di legumi

lennio, diventato socialista in una delle primissime onde

secchi, prodotti in paese.

migratorie operaie, quella verso Napoli.

 

La gente pagava spesso i conti dell’annata ai negozian-

Ma non lo si ricorda solo per le sue celie famose. Nei

ti,

dopo il raccolto, coi prodotti locali, e ziu Affonziu era

paesi si parla più dello strano che del normale, come dap- pertutto, più dello scemo del paese che ne fa sempre una delle sue, che del medico o del prete che fanno male il lo-

tramite fra i bottegai del paese, i grossisti di città e i mer-

canti di granaglie. Un mestiere da furetto. In gioventù era stato una specie di giramondo, uno di

ro

mestiere. Ziu Affonziu godeva di una celebrità di questo tipo,

quelli che all’inizio del secolo «se l’erano presa in Napoli», come si dice da noi, con doppio senso; cioè, nel suo caso,

da

giullare impunibile; ma anche di una sua autorevolezza,

era andato a lavorare nelle fonderie della ILVA di Bagnoli,

che senza alcun potere non poteva apparire molto di più che simpatia popolare per la sua presenza di spirito, e fac- cia tosta per i suoi bersagli polemici. Il guaio è forse che lui era il vero tipo da bozzetto ru- sticano, amante del bel gesto in mancanza di poter fare

l’anno 1904. Questo era allora quasi il solo modo di emigrare da operaio, dalle nostre parti. La guerra del ’15-18 fece spo- stare più a Nord i nostri emigrati in divisa e poi rispedì in Sardegna quelli che non sono finiti a Redipuglia. Ma do- po d’allora, e fino a questo dopoguerra, solo qualcuno se

meglio. Ma se ha tanti fratelli, e tanto brutti, perché non deve avere un esecutore testamentario?

l’è

presa altrove.

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Come uno che prima della guerra è andato non si sa come nella legione straniera ed è tornato un paio d’anni fa dal Vietnam del Nord, con moglie e quattro figli vietna- miti. Se le donne da quelle parti sono tutte come questa nostra nuova compaesana, si capisce com’è che le hanno suonate agli americani.

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Lavora più lei di cinque uomini a scarada. Ha impa- rato sardo e italiano in un anno e qualche mese fa ha da- to una lezione a un mio cugino maestro elementare, che cercava di farle dire male di Ho Chi Min perché lui è democristiano: gli ha spiegato che Bac Ho è come dire Ziu Ho e che per loro Bac Ho è come per noi Giuseppe Garibaldi. Ziu Affonziu non è tornato con moglie napoletana, perché rientrava dal fronte. Si è sposato in paese e ha ten- tato di riprendere il mestiere di prima di prendersela in Napoli. Dopo un anno ha però deciso di smettere di fare il contadino e ha incominciato a fare il carrettiere. Perché, spiegava, il mestiere del contadino è il peggiore e il più po- vero, e lui odiava i poveri, non li poteva soffrire. «E allora perché sei socialista?» gli chiedeva immanca- bilmente qualcuno che non conosceva la sua arte di im- provvisare facezie. «Giusto perché voglio ripulire il mondo da questa schifezza della povertà». Non lo si ricorda però solo come un tipo spassoso, che sapeva scherzare su molte cose, anche serie, a inco- minciare da se stesso. Per esempio, sulla disperazione della moglie e dell’intera famiglia paterna, quando decise di fa- re il carrettiere. Le prime volte che era partito, all’alba, schioccando la frusta, lasciava moglie e genitori piangenti, e lui se ne an- dava stornellando. Ma dopo un paio di settimane, dopo i primi incassi, era la moglie che lo svegliava nel cuore della notte per farlo partire in tempo, perché aveva incomincia- to a sentire il suono di qualche spicciolo. Un pezzo forte, che sfruttava molto con certi cittadini altezzosi, era il racconto di come fosse riuscito a sfuggire ai banditi, subito dopo quest’ultima guerra, una volta che lo assalirono di notte, nel tratto di mezzo della salita di Van- gari, vicino a Monastir. Era sceso dal carro, diceva, facen- dosi fesso e fingendo di avere una gamba addormentata. Ma mentre si appoggiava zoppicando alla stanga, ficcò la

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tabacchiera piena di tabacco da naso nel culo del cavallo, che partì al galoppo, e lui insieme attaccato alla stanga, la- sciando i banditi a respirare la polvere. Ed ecco il birbante che gli faceva notare come il cavallo non potesse partire al galoppo proprio nella salita di Vangari, ma lui a commise- rarlo spiegandogli che l’animale era più svelto di lui, per- ché aveva capito che doveva prendere la direzione opposta, in discesa, per evitare di prendersela ancora nel didietro. Dicono che molti carrettieri sono poeti e cantori. An- che la finezza di ziu Affonziu culminava nell’abilità di poe- tare, frutto delle nottate di viaggio solitario. Componeva anche in italiano, cosa molto rara, perché era stato dieci anni a Napoli. E quando beveva (ma sua moglie diceva che era scipito sempre, perché stufa dei suoi scherzi) spes- so parlava napoletano, ancora più ostico filtrato dai suoi pochi denti davanti. Raccontava di come fosse stato guap- po, con certi manigoldi napoletani, e di quando in guerra faceva il portaferiti, e piangeva ricordando «quanti figli ’e mamma hann’acciso, mannaggia aa morte, mannaggia», confondendo nel pianto quei morti ammazzati e il suo primo figlio morto di favismo a due anni. Anch’io ricordo un paio di strofe di una composizio- ne politica di ziu Affonziu. Gliel’ho sentita cantare per ore a un matrimonio di un parente comune, quando ero sui sette anni. La cantava sull’aria di Lilì Marlen ancora in voga allora: una specie di contrasto fra Truman, Stalin, Churchill e l’Italia. Il Truman che minaccia dice a un cer- to punto così:

Compagno Stalin, se fermo non stai,

Con la mia potenza ti metterò nei guai. Sai che l’atomica io ce l’ho.

E se ci vuole la userò.

Hai visto l’uccision Che ho fatto nel Giappon?

E l’Italia, piano e di testa, conclude:

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Fra tanti grandi io sono il piccolin

E spero la pace fra Truman e Stalín.

L’Italia senza più cannon,

Ma con miseria e distruzion, Vuol libera restar

E in pace lavorar.

Ma ziu Affonziu poteva sfogare la sua passione politica quasi solo facendo l’attaccabrighe coi ricchi locali. Non

gliene perdonava mai una, sfruttando la sua arguzia. Il suo obiettivo polemico permanente era Don Larenzu, il più ricco del paese, e suo rivale anche come intellettuale. Non poeta ma appassionato di storia locale, Don Larenzu scri- veva perfino romanzi storici sulle vicende eroiche dei sardi. In un suo romanzo fiume sulle lotte contro gli invasori ro- mani durante la conquista della Sardegna (titolo: All’ombra dei nuraghi e dentro l’urne) il duce sardo Amsicora termina così una sua arringa davanti alle schiere sardo-barbaricine prima della battaglia finale di Cornus: «E rammentate, miei prodi, nell’ora della pugna, che voi siete gli antenati dei gloriosi militi della Brigata Sassari». Caduto il fascismo, tutte le volte che si metteva in viaggio, ancora buio, passando sotto le finestre di Don La- renzu, allora podestà e poi sindaco, ziu Affonziu gridava schioccando la frusta:

«Sveglia, popolo, che non sei più bambino. Il sol del- l’avvenire sta sorgendo dalla parte della Russia».

A metà degli anni Cinquanta ziu Affonziu ha smesso di

fare il carrettiere perché ormai i camion avevano soppianta- to definitivamente i carri ed ha tentato da vecchio di rifare il contadino. Ma non ce l’ha fatta. Non gli piaceva. Così ha finito i suoi giorni facendo piccoli lavori per il nostro mer- ciaio-giornalaio-tabaccaio, un forestiero un po’ tonto che è diventato il bersaglio degli scherzi di ziu Affonziu senza che lui se ne sia mai accorto, perché credeva di essere meglio di uno del paese, dato che veniva dalla città. Dei suoi ultimi anni di beffe al tabaccaio è rimasta ancora famosa quella dell’autunno del ’56, durante i fatti

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d’Ungheria. Il figlio del tabaccaio, erede della spocchia e della balordaggine del padre, un bel giorno di quel triste novembre vuotò il cassetto del banco di bottega e partì verso il Nord, secondo lui a combattere volontario sul Danubio contro i russi, che usavano il grasso degli insorti ungheresi per ungere i cingoli dei loro carri armati. Tornò dopo un paio di giorni, spiegando che non era riuscito a passare la cortina di ferro. Si seppe poi che alla frontiera svizzera fu rimandato indietro col foglio di via. Studente

di scienze naturali, non aveva forse ancora preparato l’esa-

me di geografia politica. E un giorno ziu Affonziu, entrato in bottega per por- tar via certe scatole vuote, con già pronte un paio di inso- lenze per il padre di tanto figlio, si trovò invece davanti proprio lui, il figlio, castigato dal padre a rifondere lavo- rando il mal tolto. Un figlio di Don Larenzu e la nipote del prete, anch’essi studenti, lo assistevano nella disgrazia. Ma ziu Affonziu si adattò subito al nuovo caso. Li salutò

militarmente, si precipitò ad abbracciare il reduce dalle battaglie per la libertà e stette lì a sfotterli finché non li stese tutti e tre, dopo essere riuscito a provocarli nono- stante che avessero incominciato col far finta di non ac- corgersi nemmeno di lui. Prima di andarsene, già sulla soglia, con una serietà che i tre studenti non gli conoscevano, proclamò che «hanno fatto bene i russi. Là c’erano i signorini come voi che stava- no rimettendo la cresta e volevano rimontare sul pollaio. Eh no! Meglio i carri, signori miei. Molto meglio i carri ar- mati. Anche qui ci vorrebbe una bella passata di carri, ma

di quelli rossi fuoco, come dico io. Ci vorrebbe sì una bella

passata di carri, e carrista io» concluse fissando i tre che

non ebbero il coraggio nemmeno di increspare le labbra.

Ziu Affonziu è morto alla fine degli anni Cinquanta,

di un tumore alla testa. Ma ha saputo trar partito anche da

quella cosa terribile che gli mangiava il cervello, e ha conti- nuato a scherzare fino alla fine. Seduto sui gradini di casa, davanti alla porta, pallido e rinsecchito, a chi gli chiedeva

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nuove della sua salute rispondeva che gli andava sempre meglio. Che per esempio aveva il cinema gratis e a colori ogni volta che voleva: bastava girare una vitina nel cervello e tac… vedeva come dal vero tutta la sua vita passata: gli stabilimenti di Bagnoli, il Festival di Fuorigrotta, la guerra, i viaggi col carretto, le corse di Chilivani e i balli di Santa Maria d’agosto. Forse gli credeva anche il medico condotto, se non sa- peva che questa era una conseguenza del suo male, dia- gnosticato solo all’ultimo stadio. Ma una conseguenza molto meno spassosa di quanto lui volesse dare a intende- re agli altri. Solo che lui si credeva in obbligo di darla a in- tendere, sulle condizioni della sua testa, la risorsa migliore della sua vita.

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CITTÀ E CAMPAGNA

Dev’essere stata mia nonna a farmi ricordare meno re- centemente di ziu Affonziu Mereu. Lei era una sua ammi- ratrice, come molti altri. Anche mia nonna, del tutto analfabeta, aveva capito che gli studenti agli esami devono essere disinvolti, possibil- mente brillanti. E che anche una testa mantenuta in funzio- ne a base di pane abbrustolito e di minestra di frégula deve cercare di funzionare allo stesso modo di una testa cittadina che funziona a base di polli arrosto e di caffè vero. È que- stione di saper fare la propria parte, una volta imparata. Co- me la sapeva fare ai suoi tempi l’avvocato Jago Siotto, che anche se non andava per strada canta canta e si era allevato a forza di ceci e di fave arrosto, il trallalero lo sapeva ben cantare in tribunale, e quando scriveva sul giornale. Sulla soglia di casa, in partenza per la città per sostene- re l’esame di storia, mentre mi metteva dentro il taschino della giacca i soldi per un caffè, mia nonna anche quella volta mi raccomandò di non essere bruncu in culu. Di es- sere volpe, non pecora, e di lasciare la vergogna ai ladri, che del resto non ce n’hanno. Sono le pecore che se ne stanno bruncu in culu, mu- so in culo, sicure solo quando nel gregge formano massa compatta, col muso a ridosso del deretano delle compa- gne. Lei vedeva bene come io mi sentissi piuttosto come un agnello impigliato in un cespuglio di cisto, mentre avrebbe voluto che avessi l’animo di un torello fuggito dal recinto. «E tira almeno venticinque, questa volta» mi gridò quando ero già in strada. E subito dopo le sentii dire, ri- volta a zia Annetta Callella affacciata sulla soglia di casa sua di fronte alla nostra:

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«Se almeno assomigliasse un poco a uno come Affon- ziu Mereu buonanima, per cavarsela bene coi professori dove va a mettersi agli esami». Mia nonna immaginava gli esami come una prova di astuzia e di destrezza, che i numeri dei voti si ottenessero come al gioco del tresette. Oppure come quando un suo antico zio aveva saputo tirare un numero buono per non andare soldato alla guerra di Crimea, a mangiare topi arro- stiti sulla punta della baionetta, avanti Savoia!, mezzo topo tres arrialis. Lui e ziu Affonziu Mereu erano i suoi modelli di acume e di destrezza.

Già appena la vidi comparire sulla soglia della stanza dei tormenti per fare l’appello dei candidati, la nuova professoressa mi parve persona conosciuta, chissà dove e quando. Ma certamente altrove, in circostanza ben diver- sa. A lezione mai, non frequentavo. E così come spesso succede agli esaminandi, massa anonima cementata dalla paura del giudizio, invece di rac- cogliere le idee e di ripassare la materia d’esame, incomin- ciò subito ad assillarmi l’urgenza di ricordare quel quando e quel dove. Il bisogno coatto di ricordare diventò allora un diversivo insolito per esorcizzare il timore di quell’atte- sa. Invece della solita conta delle mattonelle del corridoio, con l’impegno caparbio e stralunato di mettere i piedi giu- sto e solo all’interno di una mattonella ogni cinque. L’esor- cismo dovrebbe propiziare il buon andamento dell’esame, ma non riesce quasi mai per intero: richiede che il conto delle mattonelle torni sia all’andata sia al ritorno; ma se an- che questo conto quadra, bisogna poi farlo quadrare anche sottraendo il numero delle mattonelle comprese tra i vani delle porte che danno sul corridoio. Quando mi toccò entrare per l’esame, lo sforzo che mi impegnò maggiormente non fu quello di ricordare quanto dovevo rispondere alle varie domande, ma invece quello di guardare in viso il meno possibile la professoressa. Mi con- centravo piuttosto sulla faccia annoiata dell’assistente, che

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annuiva solerte quando parlava lei, ma alzava al soffitto gli occhi dilatati sotto la fronte corrugata, con un ghigno stanco, ogni volta che parlavo io. E questo sforzo sciocco si ritorceva contro di me. Sbagliavo bersaglio come il somaro che prende a calci la mola perché non può prendersela col padrone, come diceva mia nonna. Che a quell’ora stava certamente recitando un Rosario per me, raddoppiando i Groria Patri ad ogni posta, con più sacra scaramanzia.

A me non sembrò affatto di aver riso, tutt’al più avrò sorriso, quando a mio dispetto ricordai quel dove e quel quando, e mi interruppi, nel bel mezzo di un tentativo di risposta a una domanda, che l’esaminatrice mi aveva posto con enfasi, intorno al riformismo sabaudo sette-ottocente- sco in Sardegna. Però, sia lei che il suo assistente mi fecero notare che nessuno aveva trovato ancora nulla di comico in quel riformismo. Mi affrettai a convenire che sì, avevano ragione. E quan- do mai? Soprattutto perché l’assistente mi invitava già, con aria divertita di sfida, a illustrare il lato comico. Certo che non c’è nulla di comico, pensavo, perdendo mio malgrado minuti preziosi per riuscire a «tirare» un buon voto. Non c’è da ridere nemmeno se si considera l’idea che dei rapporti coi piemontesi si ha ancora nei nostri paesi. Dove a ogni ragazzo che visiti Cagliari per la prima volta si spiega che quel tale Carlo Felice se ne sta ritto in Piazza Yenne e impugna impettito la sua verga, puntandola per spregio verso la campagna, dopo aver dato le spalle al mare da cui è venuto. Oppure se è vero che il più famoso rifor- matore piemontese in Sardegna, il ministro Bogino, su Buginu, è scaduto fino a diventare per noi sardi l’unico modo, senza sinonimi, per indicare il boia, su bugìnu chi ti sétzad in coddus, che ti si possa sedere sulle spalle sulla forca da cui pendi. Naturalmente non è vero, perché si tratta di una parola catalana che ha lo stesso significato. Anche se Don Larenzu, il nostro appassionato di storia lo- cale, giura che è questa l’etimologia giusta. Ma non c’è da

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fidarsi delle etimologie di Don Larenzu. Ciò che conta è però che non era solo Don Larenzu a credere che il nostro bugìnu venga dal nome di quel riformatore illuminato.

Ma il mio ricordo era un altro, e ben preciso. E nem- meno a questo ricordo mi sembrò allora che fosse il caso di ridere e che comunque avessi riso, al riemergere nella me- moria della figura di ziu Affonziu e di come lui aveva ap- prezzato e salvato il comizio che la professoressa aveva te- nuto una dozzina d’anni prima al mio paese.

Quando questa mia esaminatrice venne a fare il comi- zio, io avevo circa dieci anni, durante una di quelle campa- gne elettorali del dopoguerra, infuocate e pittoresche, per le politiche del ’48 o per le regionali del ’49. Lei era venuta per tenere un comizio socialista, giovanissima ed elegante nel suo insolito vestito cittadino. Con una di quelle gonne strette, che allora sembravano tanto corte. E contro le quali tuonava ogni domenica il parroco nelle sue prediche, soste- nendo che oltre tutta la loro indecenza erano anche scomo- de e assurde; tanto che le ragazze che osavano indossarle, secondo lui, pativano il freddo e non potevano muovere passi sufficienti nemmeno per salire i gradini di casa, e non potevano inginocchiarsi in chiesa se non tirandosele ancora più su, vergogna e scandalo nella casa di Dio! Le maniche corte, poi, in paese non s’erano mai viste, e tanto meno il rossetto e le calze velate trasparenti. Veramente una volta c’era stata una signorina che vesti- va in un modo così scandaloso. Una maestrina delle ele- mentari, che però durò solo tre mesi e poi se ne andò per- ché trasferita, a portare la sua disonestà altrove, lontano dal gregge del canonico che reggeva la nostra santa parrocchia. Ziu Affonziu quel giorno era lì sulla piazza subito do- po pranzo, e per ingannare l’attesa del comizio faceva ogni tanto visita alla bettola vicina. La nuova della signorina comiziante si sparse subito in tutto il paese, il concorso fu straordinario. Ci si aspettava

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che parlasse dal balcone del palazzotto di Don Larenzu, co- me avevano fatto sempre tutti i comizianti, eccetto natural- mente i comunisti, che allora riuscivano a stento a incomin- ciare a parlare, ma a basso livello, raso terra o al massimo su una pietra liscia. Questa volta Don Larenzu rifiutò di met- terlo a disposizione, e ora se ne stava lassù, affacciato lui al suo balcone, seduto su una sedia ridendo sotto i baffi. «A te, quando vinciamo noi, ti mettiamo a raccogliere merda secca di bue nelle aie. E ti chiederemo anche conto delle pietre di granito squadrato che hai fregato dal vec- chio monte granatico», gli gridò dal basso ziu Affonziu, ri- ferendosi all’usanza che consentiva ai più poveri di procu- rare così del combustibile, e a certe malefatte di quando Don Larenzu era podestà. Per tenere il suo comizio l’avevano piazzata su un tavo- lo, preso dalla bettola lì accanto alla piazza. Proprio all’al- tezza della situazione. Il padrone del cinema, che per i suoi spettacoli aveva in affitto un magazzino di Don Larenzu, rifiutò anche lui di prestare il suo impianto di amplifica- zione, come invece aveva sempre fatto. Il giovane militante socialista, che ebbe il coraggio di presentarla al pubblico curiosissimo, si lasciò scappare una formidabile gaffe finale, asserendo che la compagna avreb- be fatto sentire la voce del socialismo «anche senza min- chiofono». Un coro di nitriti si alzò dal gruppo di giovanot- ti che si consideravano avversari politici della comiziante, e si erano radunati al centro dell’adunata, giusto pronti a fa- re cagnara. La signorina incominciò presentandosi, con nome e cognome. Risultò chiamarsi Almeriga, nome che tutti deci- frammo come America. Poi passò ai saluti. Ma nel salutare si rivolse ai compagni… di un altro paese. Un avversario gridò, coprendo un inizio di rumoreggiare del pubblico:

«È qui che dobbiamo scoprire l’America, non a San- luri». «Abbiamo diritto anche noi di scoprirla», aggiunse un altro.

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«Io preferisco coprirla», concluse un terzo. Il gruppo avversario nitriva sempre più forte. La signori- na non capiva nulla di quel dialetto, ma appariva molto in- coraggiata dalla partecipazione delle masse contadine. E partì con slancio, credendo sempre di rivolgersi a quelli di Sanluri, facendo così scoppiare ogni volta, come fuochi d’artificio, i botti e i ribotti dei frizzi salaci, in gara estemporanea di argu- zie alternate, gara al rialzo in cui da queste parti ci si esercita fin da bambini, possibilmente in prosa, che vuol dire in rima. Noi ragazzini, riuniti in bande rionali, punteggiavamo con alti strilli ogni pausa dell’oratrice. Sul sagrato il parroco passeggiava nervoso, tallonato dal presidente dell’Azione Cattolica, senza degnare d’uno sguardo la comiziante. Aveva appena finito la sua predica domenicale pomeridiana; si era lasciato un po’ andare, e aveva terminato presentando ai fedeli i due corni del di- lemma di fronte al quale la coscienza di ognuno aveva da scegliere: «O Roma o Mosca». Alcune donne, fermatesi in cappannello nell’angolo più remoto della piazza, guardavano accigliate l’eccitazione dei loro uomini. Come ogni pomeriggio festivo, le ragazze passavano e ripassavano nello spazio riservato al passeggio, ma stavolta invano. Nessun giovanotto badava a loro, e lo- ro facevano commenti acidi. Un gruppo di ragazzini di un altro rione aveva inven- tato un modo nuovo per canzonarle: passavano di corsa davanti ai grappoli di ragazze, che camminavano lente e altere tenendosi a braccetto, e urlavano la frase canzonato- ria Custa giài ca ’ndi porta de pìbiri in buciàcca, osàtrus scet- ti musca! Espressione che nel linguaggio locale significa che questa sì, la comiziante, aveva in abbondanza ciò che oggi si direbbe sex-appeal, mentre loro si davano solo arie.

La ragazza vacillò a un tratto sul tavolino che la innalza- va sull’uditorio. Troppi si precipitarono a sorreggerla e nes- suno la trattenne. Si decise di sistemarla su un tavolo più grande e più fermo. La bella Almeriga voleva riprendere

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subito il discorso, che però nessuno forse capiva. Socialismo, democrazia, nozze tra l’uno e l’altra, il senso della storia. Il parroco continuava a battere il granito del sagrato, seguito sempre più a stento dal capo degli uomini cattoli- ci. Certamente non capiva nemmeno Don Larenzu, sem- pre lassù a sogghignare, vecchio gufo che un tempo era stato falco, appollaiato in cima al suo palazzotto di aspetto cittadino, con le iniziali del suo nome in ceramica blu al centro del frontone ad arco. Forse, invece, stava ricordan- do le allocuzioni che faceva da podestà, quando costringe-

va i suoi servi di campagna a radunare tutto il paese, per

ascoltarlo ripetere impettito gli slogan che Mussolini aveva

già gridato al balcone di Piazza Venezia. O forse, in occa- sioni come questa, di festa per gli avversari dei suoi pari, rimpiangeva i tempi quando la sua casa era come un con- fessionale di venerdì santo, mentre adesso al massimo era come di mercoledì delle ceneri. Finalmente l’oratrice fu issata sul nuovo tavolo, e tutti tacquero, dopo un mormorio di approvazione. E in quel momento un battimani lento e solitario scese dal balcone

di Don Larenzu.

«Hai finito di scaldarti le grinfie, o Donna Elenetta non vuole più prepararti la borsa dell’acqua calda?», gli gridò ziu Affonziu. «Facci il sunto di quello che ha detto» gli rispose Don Larenzu. «Non riesce a mandarla giù che loro una così non l’hanno mai avuta» disse ziu Affonziu rivolto al pubblico. «Lasciacene un po’ anche a noi del tuo socialismo» pregò qualcuno degli avversari per canzonarlo. «Andate a cercarvela, una così, se la trovate» comiziava

ziu Affonziu. «Cane abbaia e maiale mangia» mormoravano gli scet-

tici.

«Già si sapeva che tu non ti getti sul vinello, Affonziu»

gli disse un simpatizzante, mentre lui si avvicinava al tavo-

lo e invitava la ragazza a continuare.

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«Lasciatele riprendere il volo alla bella tortorella». Ci fu un applauso spontaneo, e lei ripartì con foga, rossa in viso, con ampi gesti di quelle braccia nude, accen- tuando l’onda del seno.

Un ragazzotto del mio rione ci radunò per dirci qual-

cosa. Aveva scoperto ziu Affonziu, che se ne stava lì davan-

ti tutto estasiato, perduto in sue fantasie, e con una vistosa

prominenza sul davanti dei pantaloni, molto sensibile al- l’oratoria della compagna cittadina. E alcuni più piccoli ne approfittarono subito per inventare il gioco della scoperta dell’America, che consisteva nel passare nel breve spazio fra il tavolo dell’oratrice e la prima fila degli uditori, dove stava lui, e scoppiare rumorosamente a ridere, accennando col braccio alla protuberanza della patta di ziu Affonziu, troppo occupato per accorgersi di sé e del loro gioco. Finito il discorso, lui, raggiante, aiutò la signorina a scendere dal tavolo e si congratulò a lungo nel suo misto di italiano e di napoletano: bellissima parlata, proprio quella giusta. Poi si avviò con lei, aiutandola a fendere la folla. «Falla salire sul tavolo la sorella del canonico» disse al segretario dei democristiani locali, fratello del presidente degli uomini cattolici, quando gli passò di fronte e quello sogghignava allo stesso modo di Don Larenzu. «Falla sali- re, così vediamo se oggi che è domenica i baffi se li è ta- gliati. Cittadine tutt’e due sono, no?». «Bravo, Affonziu» gridò uno lì vicino, «già non ti bevi un brodo a forchetta. Lasciateli passare!». E passava glorioso, col suo trofeo cittadino, frastornato

e ignaro, simbolo del socialismo di città. Lui aveva capito subito che la ragazzina entusiasta, se non ci si fosse messo anche lui, sarebbe stata solo un pretesto insolito per i frizzi

mordaci e scurrili dei paesani. Senza ziu Affonziu, a quell’esame, a quel comizio che forse era la sua prima uscita, tentata in campagna per cor- rere meno rischi, la signorina non avrebbe tirato un buon voto, giusto come me.

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VOLTAIRE E IL GENDARME

Le virtù di ziu Affonziu erano note e pubbliche e lui stesso sapeva di essere un uomo pubblico, con una sua funzione. Ci sono anche le virtù occulte, tra il popolo, che vanno riconosciute. I casi della vita portano qualche volta a riconoscimenti postumi anche qui. Sapere come con ziu Tatanu Melis siamo diventati amici non è interessante. Eravamo vicini di casa, ma la ve- ra ragione è forse che io per lui ero un intellettuale, un suo simile ma professionista, mentre lui si riteneva solo un di- lettante. Questo suo modo di considerarsi nei miei con- fronti aveva inconvenienti, per quanto mi riguardava. So- prattutto perché pretendeva che io dovessi sapere tutto, specialmente quello che non sapeva lui. Anche mio nonno era così, con me, ma più tollerante con le mie ignoranze. Io di regola badavo a non dare troppa corda a ziu Ta- tanu, e spesso ho cercato di evitarlo. Lui però conosceva e studiava le mie abitudini, e quando voleva parlarmi mi aspettava seduto sul gradino di casa nostra, nella sua posa sempre più meditativa man mano che invecchiava. A bruciapelo mi faceva domande come: qual è il nome italiano della radice del ficodindia? Una volta mi fermò per strada, subito dopo che avevo tenuto il mio primo co- mizio in paese, e mi domandò se fosse vero che i russi ave- vano inventato come gettare un ponte fra la Sardegna e il Continente, ma che gli americani non volevano perché a loro non conveniva. Era il tempo dei primi sputnik. Ma problemini così erano cose da passatempo per lui. Forse perché era un outsider sul piano economico, con la sua pensione già dai quarant’anni, il suo grande problema filosofico era quello dei bisogni, di come nascono e di co- me mutano. A forza di guardare vivere gli altri si era fatta

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una sua filosofia, e certamente era per questo che il parro- co lo considerava un agguerrito miscredente, non solo perché era un anticlericale arrabbiato, come un carbonaro d’altri tempi.

Tatanu Melis non era nato e cresciuto in paese, ma in un altro, un po’ lontano. Ci era venuto da carabiniere, e dopo il congedo c’è rimasto. Si può dire però che ai miei tempi quasi nessuno si ricordasse più di quella sua profes- sione. Del carabiniere non aveva più nemmeno il passo, ma solo la statura, alta per le nostre parti. Che avesse deciso di vivere solo della pensione e di starsene a guardare il mondo e la vita altrui non è proprio esatto, perché per un lungo periodo ziu Tatanu è stato il pescivendolo del paese. Ogni martedì e ogni venerdì ven-

deva un paio di cassette di gerri alla gente normale e alcu-

ni chili di muggini ai benestanti. Per le feste qualche cas-

È la cosa migliore che ricorderò di lui: il rifiuto di fare

il tabaccaio e la scelta di fare a tempo perso il pescivendolo. Da noi l’alimentazione umana si è sempre basata sul pane di grano duro, e in tempi di carestia sul pane d’orzo.

I tempi grami vengono ricordati come quelli del pane d’or-

zo o del pane nero. Una volta che era caduto uno Stuka tedesco nelle nostre campagne, prima del Quarantatré, fu- rono trovate delle provviste di Pumpernickel, che molti si portarono a casa credendo che fosse cioccolata. Ma nessu- no ne mangiò quando si scoprì che era una specie di pane

nero, il pane della miseria, che allora da noi non era anco-

ra così nera come quel pane di segale della Westfalia, che

oggi invece i nostri emigrati incominciano ad apprezzare dopo anni di diffidenza.

L’alimentazione a base di pane veniva integrata dall’uso

di legumi freschi e secchi, secondo lo schema millenario di

alimentazione povera dei contadini mediterranei, dediti al-

setta di muggini in più, a volte anche un paio di cassette

la

cerealicoltura asciutta. Grano, leguminose, poca carne e

di

anguille, come la vigilia della festa dell’Assunta, che pri-

pochi grassi animali. Si è così sviluppata una sapienza ali-

ma era giorno di magro, ma da noi già festivo.

mentare che funziona, traendo le sue materie prime dalla

 

Durante il fascismo aveva fatto alcuni mesi di confino

cerealicoltura, secondo un meccanismo perfetto, che pre-

in

Calabria. Si era rifiutato di fare l’istruzione premilitare

vede anche i margini di tolleranza. Pane e legumi corri-

ai

ragazzotti del paese. Il segretario del fascio glielo aveva

spondono sotto l’aspetto alimentare all’uso prevalente della

chiesto perché era stato carabiniere. Non che si consideras-

terra per coltivare grano e alcune leguminose per l’alimen-

antifascista. Solo che aveva già deciso da tempo che gli

interessava di più stare a guardare vivere il prossimo. «Più fai, meno ci pensi» diceva. «Tutti corrono e briga-

se

tazione umana e degli animali da lavoro. Le macchie verdi estive, che rompono la monotonia gialla del paesaggio, suggeriscono quali sono stati, fino a pochi anni fa, i modi

no. E quando arriva l’ora non sanno cosa hanno fatto e

di

integrare questa dieta a base di farinacei: qualche vigne-

dove sono andati. Sapere che si muore aiuta a vivere».

to

(un po’ di calorie rapidamente utilizzabili bevendo ogni

Ma, per quanto riguarda il suo rifiuto di giocare a fare

la guerra coi fucili finti di legno, c’è da pensare che il suo

filosofare avesse già sviluppato in lui un certo senso del ri-

dicolo, nonostante che fosse stato ventidue anni nell’arma. Avrebbe potuto fare il tabaccaio, perché gli ex carabi- nieri allora erano preferiti dall’amministrazione dei mono- poli di stato. Ma non voleva vendere cose inutili in un po- sto dove manca il necessario, mi spiegò una volta.

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giorno un po’ di vinello); qualche orto ai margini dell’abi- tato (un po’ di vitamine dalle ortaglie); qualche piccolo

oliveto (un po’ di grassi vegetali). Infine quelli come ziu Tatanu, che ogni tanto contribuivano a far mangiare un poco più di quelle proteine, la cui mancanza spiega forse

la taglia e la gracilità della nostra gente, dove lui era l’ecce-

zione, selezionata dallo stato per farne uno strumento del-

la sua forza.

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Non ho mai notato che qualcuno lo considerasse stra- vagante. Ricordo però la volta che a casa mia, da ragazzi- no, i grandi a tavola parlarono di lui in termini di condan- na perché si era comportato male con un frate nostro compaesano, venuto in vacanza dal Gabon dov’era missio- nario. A quanto ho capito, pare che tra il serio e il faceto gli avesse detto che i preti vanno bene soprattutto là dove la gente ha più bisogni e paure. Il giorno che nessuno avrà più tanta paura, non ci sarà più bisogno di preti e di frati. Anche ziu Tatanu era noto come uno di quelli buoni a mettere canzoni. Ce n’erano parecchi altri, e qualcuno c’è ancora. Delle sue canzoni la più famosa è quella che com- pose per ziu Micheli Stasiu, che una volta, ubriaco perdu- to in una baracca, il giorno della festa di San Pasquale Baylon patrono dei pastori, aveva detto che con la moglie, adesso che stava invecchiando, ce la faceva solo se lei al momento buono gli diceva concitata «presto Micheli che sta arrivando mio babbo». Come i tempi quando l’amore lo rubava alla vigilanza dei suoceri. Nel Quarantasei, quando si fece un grande carnevale per celebrare la pace e il ritorno dei soldati, si era masche- rato anche lui (perché non era un misantropo) e sui tram- poli appariva come un gigante bello grasso che mangiava tutto ciò che gli capitava. Mangiare però non è la parola giusta, perché apriva una specie di porticina sul petto e ci buttava dentro sassi, terra, erba, merda di bue e foglie di fico d’India. Così rappresentava il suo ideale di liberazio- ne dal bisogno più imperioso.

Un po’ per caso divenni suo fornitore di libri. In una decina d’anni gliene avrò prestato una ventina. Una sera stava raccontando storielle alle donne del rione sedute al fresco sulla strada e mi sembrò di riconoscere la fonte di qualcuna nel Lazarillo de Tormes. Ma non l’aveva letto, e glielo prestai. Quelle avventure divennero a poco a poco parte integrante della vita vissuta di ziu Tatanu, che certa- mente non sapeva più di raccontare frottole tanto ricono- scibili anche a me.

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Gli piaceva formulare giudizi sulla gente, specialmente

a caldo, dopo una morte o una disgrazia. Mi venne in

mente di prestargli l’Antologia di Spoon River e ziu Tatanu ne rimase sconvolto. Fu così che un bel giorno mi diede da

leggere un quaderno di suoi brutti sonetti in sardo sui mor-

ti del nostro cimitero. Il sonetto è una forma metrica della

poesia popolare tradizionale, in Sardegna, dai tempi in cui lo divulgarono certi poeti arcadi settecenteschi. Ultima- mente, da queste nostre parti il sonetto si è specializzato co-

me forma delle lettere anonime di argomento politico. Altri libri che lo affascinarono furono le favole di Fedro

e le avventure di Bertoldo, cose per le quali aveva già l’orec- chio preparato. Non gli piacquero altri libri, come certe storielle di Brecht. Almeno così mi diceva restituendomeli.

Però nelle meditazioni di ziu Tatanu ha sempre conti- nuato a prevalere il problema del sorgere e del mutare dei bisogni. Soprattutto il loro mutare gli è sempre apparso un segno dell’umana debolezza, perché aveva deciso da tempo che i bisogni vanno ingannati, il più possibile igno- rati, come la morte e le disgrazie che non sono ancora ve- nute, ma che uno deve sempre aspettarsi. Degli ultimi anni del mio vicinato con ziu Tatanu è la

sua scoperta dell’ecologia e il suo innesto sul tronco por- tante della vecchia problematica dei bisogni. Lui pensava comunque che il mondo andasse di male in peggio, un po’ alla maniera dei vecchi, o forse, meglio, secondo un modulo del senso comune di quelle fasce socia-

li che non sono mai state raggiunte da ideologie progressiste

come l’illuminismo, il positivismo, il socialismo. Nei suoi discorsi tornava ossessiva la nozione vaga di un «prima».

«Ma quando era questo prima?» gli chiesi una volta. Ci pensò su un poco:

«Prima che io nascessi…» e rifletté ancora. «Nel medioevo» aggiunse. «Ma anche quando ero mol- to piccolo io». «Nel medioevo?». «Sì, nell’antichità».

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E guardandolo tacere assorto mi parve di capire come

quel prima fosse per lui un’oscura età iniziale, l’aldiquà del caos primogenio, un tempo indeterminato, ma appe- na prima della memoria dei viventi, appena prima della sua memoria, o il tempo quando non c’era tempo.

Mi posi il compito di aiutarlo a fendere questo velame

fitto fra passato e presente, in modo che si formasse un qualche suo senso della storia. Ma non trovai letture adat- te a questo scopo.

Avevo già quasi dimenticato questa mia preoccupa- zione pedagogica nei suoi confronti, quando un giorno di

punto in bianco, avvicinando la faccia furba alla portiera dell’auto che avevo fermato per salutarlo, mi disse:

«Se i contadini di qua sapessero la storia, si arrabbie-

E quando tornavo in visita mia madre mi informava

spesso che ziu Tatanu chiedeva di me, per parlarmi e farmi leggere qualcosa. Ma io facevo quasi sempre finta di nien-

te, temendo che il vecchio non intendesse smettere l’abitu-

dine di usarmi come un perito giurato che stimasse la qua- lità delle sue produzioni scritte, per me sempre bassa, nonostante il progresso in quantità. Ora Tatanu Melis da qualche mese sta in compagnia dei personaggi dei suoi sonetti cimiteriali, nel campo san-

to rimesso a nuovo. Tempo prima avevamo fatto la scom-

messa che la nostra nuova amministrazione di sinistra lo avrebbe rimesso a nuovo, perché lui diceva che non si sa- rebbe fatto nemmeno questo, tanto gli era estranea l’idea del mutamento progressivo.

rebbero. Ma la questione più grossa è sapere contro chi bisogna arrabbiarsi».

«Chi lavora la terra è sempre l’ultima ruota del carro.

Qualche giorno fa sono ritornato in paese. Mentre ero

Non potei chiedergli nulla perché si accorse di mia mo-

in

casa è venuta la vedova di ziu Tatanu a cercare di me.

glie, che mi sedeva vicino, e le domandò se aspettasse un bambino. Lo domandava sempre. Lui non aveva avuto figli. Una volta ebbi modo di ricordare a ziu Tatanu que- sta sua opinione sui contadini. Dapprincipio fece un’al- zata di spalle, poi disse:

Forse è sempre stato così. Figuriamoci poi quando uno è sempre l’ultimo in un posto come la Sardegna, che per gli altri di fuori sembra non essere nemmeno parte di questo mondo. E invece il mondo è una cosa tutta d’un pezzo, e sta insieme per questo. Solo che per capirlo bisogna guar-

Aveva notato la mia macchina davanti al portone. Dopo i convenevoli e le condoglianze, da sotto il grembiulone nero dove teneva le mani come per conser- varle calde, ha tolto fuori un librone decrepito col dorso in pelle. Veniva a restituirmelo, dato che la buonanima si era dimenticato di farlo. Apro il libro. Mai visto prima. È una

vecchissima edizione del Dizionario filosofico di Voltaire, le pagine gialle e zeppe di annotazioni di pugno di ziu Tata- nu, e di una mano precedente sconosciuta. Chiedo alla donna se non si fosse mai accorta che la buonanima lo possedeva da tempo. Nemmeno lei l’aveva mai visto, fino

darlo dal punto giusto, come da un satellite…». «E poi magari arrabbiarsi» aggiunsi per provocarlo an-

al

giorno che ha riordinato certe cose del marito morto. Mi sono sentito tradito dal vecchio perdigiorno. Qua-

cora.

le

strana concezione stregonesca della carta stampata ha

«Di questo non c’è bisogno, per arrabbiarsi, perché

indotto ziu Tatanu a tenere nascosta a tutti, come i segreti

tanto arrabbiati siamo da quando si incomincia a capire

di

un’antica arte magica, proprio quell’opera fondamenta-

chi sono gli altri e chi siamo noi sulla terra».

le

dell’illuminismo?

Quando ziu Tatanu era nel pieno dei suoi interessi ecologici, aiutato in questo dalla televisione, io me ne an- dai dal paese.

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Ma il lascito involontario di ziu Tatanu non aveva fi- nito ancora di sorprendermi. Recentemente ho curiosato tra le scartoffie di cui è imbottito il libro, ormai rimasto a me. Si tratta quasi solo di composizioni in versi sardi.

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Quasi solo, perché in mezzo a tutta quella cianfrusaglia av- voltolata nei complicatissimi metri della nostra tradizione cantata e non cantata, su un foglio doppio protocollo ho scoperto un pezzo in prosa, in prosa italiana. L’ho decifrato con la pazienza di un filologo che scopre il frammento d’un’opera perduta.

A fatica finita mi sono sentito davvero beffato da ziu

Tatanu.

Il titolo del pezzo suona: Il campione mondiale dei ca-

pitalisti. Sottotitolo: Storia moderna alla moda antica, di Melis Gaetano. Sfrondata di certo sovrappiù, rimessa solo un poco in sesto e ripulita grammaticalmente (col permesso dei teorici moderni della pedagogia linguistica), ne viene fuori una favoletta brecht-esopiana. Questa che segue, che va pieto- samente divulgata, e resti a me il merito di lasciarne me- moria ai sopravvissuti e ai posteri, e forse documento per una storia più accorta.

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IL CAMPIONE MONDIALE

Nel mare del Continente c’era una volta un pescecane che era famoso come grande capitalista. Ma un giorno un altro pescecane gli disse, per umiliarlo un po’, che per di- ventare il campione mondiale dei capitalisti bisogna riusci- re a vendere la cosa più inutile a chi ne ha meno bisogno. Allora questo pescecane ha pensato di andare a vende- re una maschera antigas a un muggine di stagno. Siccome anche da quelle parti si sa che i muggini mi- gliori sono negli stagni della Sardegna, questo pescecane è venuto nello stagno di Cabras e ha offerto a un muggine la sua maschera antigas:

«Oggigiorno tutti i muggini stanno comprando ma- schere antigas» diceva. «Qui l’acqua è buona e pulita» gli ha risposto il mug- gine di Cabras. E non se n’è fatto nulla. Allora il pescecane è andato nello stagno di Marceddì, ma compratori non ne ha trovato nemmeno lì. È disceso giù fino allo stagno di Santa Gilla, ma nemmeno stavolta ha avuto fortuna. Si è guardato bene intorno e ha pensato. Il giorno dopo ha mandato i suoi avvocati alla Regio- ne per chiedere i contributi, e dopo meno di un mese ha incominciato a fabbricare un grande stabilimento, proprio in riva allo stagno, a Macchiareddu. Dallo stabilimento sono incominciati a uscire rifiuti schifosi e i muggini non sapevano come difendersi. Ma il muggine che aveva rifiutato la maschera del pe- scecane è andato a cercarlo:

«Ce l’hai ancora quella maschera antigas?». «Ce n’ho giusto una fiammante di prima qualità. Co- sta tanto».

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Ma il muggine non aveva i soldi. Il pescecane gli ha detto:

«Tu vieni a lavorare nella mia fabbrica, io ti pago e co- sì puoi comprare la maschera antigas». Così ha fatto e come lui molti altri muggini. Lungo le strade d’acqua dello stagno il pescecane ha fatto mettere grandi fotografie di belle mugginesse con maschere antigas. Un giorno è venuto in visita a parenti un muggine di Cabras e si è molto meravigliato della nuova moda. Ma i mugginetti piccolini gli andavano dietro e lo canzonavano perché era senza maschera. Anche lui allora ne ha compra- to una. Prima di andarsene ha chiesto ai parenti:

«A proposito, che cosa producete in questa vostra fab- brica?». Nessuno lo sapeva. E tutti hanno incominciato a chie- derselo, specialmente quelli che ci lavoravano. E un giorno il sindaco dei muggini è andato in delega- zione dal pescecane e ha chiesto di sapere che cosa si pro- duce nel grande stabilimento. «Maschere antigas» ha risposto il pescecane. «Per la vo- stra salute».

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MARTIRIO OSCURO

Dopo alcuni calci in pancia Luisicu continuava a dor- mire. Sognava di essere travolto da una motocicletta della polizia nelle terre dei Lampis. Ma ziu Fadaricu, il capo dei servi, insisteva colpendolo con tutte le forze, con le scarpe chiodate. Luisicu non riusciva a uscire dal suo incubo. Ziu Fadaricu prese un loru, una correggia di cuoio per legare i buoi al giogo, e incominciò a frustare Luisicu su tutto il corpo, con metodo:

«Alzati, demonio, e vieni a vedere la valentia che hai fatto, disgraziato». I colpi di loru sulla faccia lo risvegliarono e riconobbe il capo dei servi: perché ziu Fadaricu lo stava picchiando così, per svegliarlo? Era tempo di semina, i buoi mangia- vano nelle stalle, non doveva portarli più lui al pascolo prima dell’alba. Luisicu si alzò a sedere sulla stuoia, proteggendo il viso con le braccia, appallottolato come un riccio riscosso d’in- verno. «Vai alle stalle, figlio di puttana. Corri, demonio, che ieri ne hai fatto molto di pane bianco». Luisicu si buttò fuori dal deposito degli attrezzi. Era buio pesto e pioveva. Ziu Fadaricu lo raggiungeva ogni tanto con un calcio. Aveva le ossa rotte, come non le aveva sentite mai, e qualcosa nel fondo della memoria che non ricordava ab- bastanza. Nelle stalle dei buoi da lavoro avevano acceso una lam- pada a carburo. «Guarda, disgraziato. Guardalo quel bue gagliardo, che cosa ne hai fatto, farabutto» gridava spingendolo ziu Fadaricu.

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C’erano quasi tutti gli altri servi e il figlio maggiore del padrone. L’ultima spinta di ziu Fadaricu lo fece quasi in- ciampare sopra No ’ndi Fatz’Usu, coricato fuori della lettie- ra, di traverso nella caminera, ma ancora legato alle corna. Soffiava e si lamentava, con la bava alla bocca. «Visto, delinquente? Hai visto bene la giornata che ti sei fatto ieri?» latrava sempre ziu Fadaricu. «Se muore questo bue, nemmeno tre anni di lavoro ti bastano a ripagarlo». Gli altri stavano tutti intorno a guardare. Poi ziu An- tonicu, il vicecapo, cercò di far bere al bue una tazza di vino caldo. Non ci riuscirono in quattro. «Bisogna andare a Guasila a chiamare il veterinario» disse il figlio maggiore del padrone a ziu Fadaricu. E lui ri- cominciò subito coi calci: «Vai e prendi la cavalla vecchia, demonio. A piedi dovresti andare, se non fosse la fretta per questa povera bestia». Luisicu scappò sotto la pioggia del cortile a prendere la cavalla vecchia. Ogni passo erano fitte. Mise i piedi in una pozzanghera e si accorse di essere scalzo. Ma non andò al deposito degli attrezzi, dove dormiva, a cercare le scarpe nel buio. Proseguì verso la scuderia, staccò la cavalla, le mise un morso, una coperta di pelo d’asino sulla groppa e montò. Sedersi in groppa era come sedersi sul fuoco. Vicino al portone lo aspettava nascosto Paulinu, il bo- varo che dormiva con lui nella stanza degli attrezzi. Uscì dal buio con un sacco di orbace da pastore sul braccio:

«Mettitelo sulla testa. Altrimenti crepi tu prima del bue». Luisicu lo prese e si coprì col sacco a capanna sulla testa. «Rimani sullo stradone, non andare di traverso. È già piovuto molto». Paulinu aprì il portone, poi tenne la cavalla per il mor- so e disse piano a Luisicu:

«Quello che è successo ieri, loro non lo sanno. Io la spia non la faccio». Luisicu spinse la cavalla al trotto nel buio, sotto la pioggia.

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Solo una cosa era chiara. Che No ’ndi Fatz’Usu stava molto male perché il giorno prima aveva mangiato quasi uno starello di fave, di fave intiere da seme, quando lui e Paulinu erano scappati all’arrivo della polizia sulle terre oc- cupate dei Lampis. E Luisicu ne aveva fatta di strada, in salita e in discesa, correndo alla disperata su per le coste del Monte. Sul ponte di Riu Arai un lampo fece scartare la cavalla, che quasi metteva le zampe sul parapetto del ponte. Luisi- cu sentì il dolore per le ferite che il giorno prima gli aveva- no fatto le scarpe sui calcagni. Il rivo era in piena. Biso- gnava fare in fretta. Altrimenti gli toccava ripagare il bue, se moriva. Ma di chi era la colpa? Che cosa era successo nemmeno lui lo sapeva bene. Era tutta colpa della giustizia e della polizia, che rincorre- vano quelli che erano andati a occupare le terre dei Lam- pis, per seminarci i ceci.

Il veterinario non voleva venire e imprecava come se lo volessero portare via tutti i diavoli. Luisicu aspettava fuori, sotto la pioggia. Quando stava per salire sul calesse, il veterinario notò il suo stato e lo fece sedere vicino a lui sotto il soffietto. La cavalla l’attaccarono dietro il calesse. «Ma il malato sei tu o il bue?» chiese il veterinario. «Quanti anni hai?». «Diciassette e mezzo». Il veterinario gli diede un sorso di acquardente da una piccola borraccia. Quando arrivarono, No ’ndi Fatz’Usu respirava fi- schiando. Il veterinario si fece dare un coltello e gli aprì un fianco per fargli uscire l’aria cattiva. Luisicu gridò breve- mente, poi ammutolì. Ziu Fadaricu gli mollò un calcio e tutti lo guardarono. Aveva sempre addosso quel sacco di orbace, i piedi scalzi e tremava come se ballasse. Ziu Anto- nicu, il bastanti mannu, gli disse di tornare sulla sua stuoia, ma ziu Fadaricu ordinò, sempre arrabbiato:

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«Non gli fa male vedere la fine della sua opera». Luisicu non staccava gli occhi dal bue morente. Il vete- rinario se ne andò dicendo che non c’era più nulla da fare, e tutti restarono lì a vederlo morire come se fosse un cristia- no. Gli altri buoi muggivano e scalciavano impauriti.

Dopo che il bue fu spirato, ziu Fadaricu portò Luisicu dal padrone, nella cucina grande. Il padrone era malato e non era potuto uscire nelle stalle. Lo teneva informato il figlio maggiore. Stava là davanti al fuoco del camino, in mutandoni bianchi e mantello, attizzando e soffiando co- me Lucifero. «To’», disse quando lo vide comparire, ancora coperto con quel sacco gocciolante, «nomini il molente, e subito presente!». Ma non rideva. «Sissi, su meri», rispose Luisicu, affascinato da quel grande fuoco di sarmenti. Ma il padrone non lo invitò ad avvicinarsi. «E adesso ci vai tu, quest’anno, alla fiera di Santa Lu- cia di Serri, a comprare un altro bue, eh? Oppure vuoi andare a quella di Isili, dove c’è più scelta? Ce li hai tu i soldi?». «Nossi, su meri». «Certo che non li hai. Lo sai che ti devo scontare il danno dalla paga dell’anno, disgraziato?». «Sissi, su meri». «Adesso il bue morto bisogna venderlo per bassa ma- celleria. Tocca a te metterti d’accordo con un macellaio. Sono affari tuoi. Se ne ricavi almeno quarantamila lire, può darsi che per pagare il danno ti basti la paga in natu- ra e in denaro che ti spetta per quest’anno. Hai capito?». «Sissi, su meri». «Stanotte sì che sei tutto sissi e nossi su meri, ma ieri al tuo dovere non ci hai pensato, eh?». «Nossi, su meri». E Luisicu raccontò tutto per filo e per segno come era- no andate le cose, pur di restare ancora in quel caldo.

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«Bravo, bravo», commentava il padrone. «Non c’è male, incominci presto, tu, a buttarti dalla parte sbagliata. Non c’è male, non c’è male, incominci proprio bene». Il figlio maggiore guardava Luisicu e rideva come un tonto. «Così impari a metterti con quei pazzi, con gli scomu- nicati, faccia di scemo!», concluse il padrone.

Era già da più di un mese che in paese stavano prepa- randosi per occupare le terre incolte dei Lampis, vicino al Riu Mannu. Terre buone, ma senza seme già da molto tempo prima che i Lampis se n’andassero a Roma, chissà da quanti anni. Non se ne ricordava quasi più nessuno. La domenica prima i braccianti disoccupati avevano fatto un raduno nella piazza del municipio e poi erano sfi- lati con le bandiere, gridando:

«Pane e lavoro. Le terre a chi le lavora!». Ma se quelle terre non le lavora nessuno, dicevano molti. «Veramente», spiegava ziu Antonicu, «le terre le posso- no ottenere secondo la legge. La legge stabilisce che le terre incolte devono andare a quelli che non ce n’hanno e for- mano una società, una cooperativa. Sono i capi dei comu- nisti di Cagliari che li spingono a occuparle con la forza. Se quelli non li incitano, i giornalieri di qua non si muo- vono a fare queste cose». Sono partiti in più di duecento a occupare le terre dei Lampis. Volevano fare come quelli di Sa Zeppara, che avevano occupato le terre incolte, erano riusciti a compra- re anche un trattore e facevano scioperi alla rovescia.

Luisicu stava già sulla collina de Is Corongius, a semi- nare le fave con Paulinu, il bovaro di dodici anni. Era un terreno scosceso, una costera piccola che bastavano due giorni a un giogo per riempirla di seme. Ziu Fadaricu, il capo dei servi, aveva incaricato lui e Paulinu: lui arava e Paulinu gettava le fave a una a una nel solco, e ogni tanto

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una spruzzata di nitrato. Incarichi così importanti Luisicu

ne aveva avuto quell’anno per la prima volta. Non era più

bovaro, l’otto settembre era stato ingaggiato come servo

di campagna. Per questo durante la semina riceveva per-

fino un pezzo di formaggio, insieme col pane. Ma lui si

portava anche un paio di fiammiferi per arrostire un po’

di fave insieme con Paulinu. Tanto le fave non le aveva

contate nessuno a una a una. Poi, d’estate, quell’anno Luisicu avrebbe mietuto, oppure avrebbe fatto il carrado- re. Da quando era bastanteddu ziu Fadaricu non lo aveva

nemmeno più preso a calci.

Ma quella notte di calci gliene aveva dato una razione

da ricordarsene per quanto campava. Luisicu e Paulinu stavano già sulla collina a seminare

le fave, quando hanno visto arrivare tutta quella gente,

con bandiere, cantando pieni di entusiasmo. Avevano due

gioghi di buoi e tre cavalli presi in affitto, per seminare i ceci nelle terre dei Lampis. Appena arrivati, divisa tutta la terra in quattro parti, per segno di divisione hanno piantato le bandiere rosse e tricolori. Sembravano a una festa, come quando si andava

al monte a portare la legna per il falò di San Sebastiano.

Solo che c’erano anche le donne, che camminavano tutte vicine, tenendosi a braccetto e cantando alla trallalero. Gli animali per arare erano pochi. Allora uno, per scherzo, ha chiamato Luisicu e Paulinu che stavano lavo- rando sulla collina, e gli ha gridato di scendere con buoi e aratro a lavorare le terre del popolo. Ma loro non sono scesi, naturalmente. Se no, chissà che cosa sarebbe succes- so, col padrone e con ziu Fadaricu. Quel giorno dovevano finire la semina su quel campo, che era a mezzadria col

padre di Paulinu. Ogni tanto quelli di sotto li chiamavano. E li hanno chiamati soprattutto quando si sono fermati per mangiare a mezzogiorno. Avevano portato del vino e stavano allegri. Allora Luisicu si è deciso, ha convinto Paulinu e sono scesi per mangiare il loro pranzo insieme con tutta quella gente.

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Hanno staccato i buoi dall’aratro, li hanno legati al carrel- lo e sono andati giù con la bisaccia delle cibarie. Quelli di sotto li hanno ricevuti con grandi feste. Ma la vera festa doveva incominciare. Mentre stavano ancora mangiando, a un certo punto due che montavano di sentinella su due alture incomincia- no a sventolare i fazzoletti e a gridare. Stava arrivando la polizia. Alcuni dicevano di restare lì, fermi, a difendere i loro diritti su quella terra. Ma quando apparve un nuvolo- ne di polvere e chissà quanti camion e motociclette, allora molti si levarono e scapparono da tutte le parti. I poliziotti sulle motociclette correvano a zig zag sui campi duri non ancora dissodati. Altri prendevano la gente e la buttavano dentro i cassoni come se caricassero bestiame. Luisicu e Paulinu si trovarono la strada sbarrata. Lui- sicu ordinò al suo compagno di starsene lì fermo. A lui non avrebbero fatto nulla, era piccolo. Lui scappò verso il Monte. Voleva arrivare lassù e aspettare che tutto fosse fi- nito. Poi riprendere a lavorare. Un motociclista arrivò su una nube di polvere e gridò l’alt a Luisicu che scappò a correre disperatamente senza voltarsi mai, finché non cadde come morto sul pendio. Di sotto fu sparata una raffica in aria e Luisicu riprese la corsa. Quando si fermò, dall’altra parte del Monte, non sa- peva dove fosse finito. Forse era uscito dal territorio del paese, verso Gesico? Ma la bisaccia l’aveva ancora con sé. Tanto così non ricordava di essersi mai stancato, nem- meno due anni prima, quando era scoppiato l’incendio del grano e lui aveva lavorato per più di dieci ore a spegne- re, come se fosse stata tutta roba sua e non dei padroni. Quando riuscì a ritornare sulla collina dov’erano i buoi e gli attrezzi, il sole stava già per tramontare. Sulle terre dei Lampis non c’era più nessuno. Paulinu lo stava aspettando piangendo sommessamen- te. Lo vide arrivare e corse ad abbracciarlo. Disse subito che nessuno lo aveva toccato. Ai poliziotti aveva detto un

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sacco di storie col suo italiano porcellino. Uno gli aveva

Gli altri servi quella notte lo aiutarono a macellare il

Al sorgere del sole Luisicu si stava già avviando di nuo-

dato una sigaretta e lui ad alcuni il vino che gli occupanti

vo

verso la collina de Is Corongius, con Paulinu, per finire

avevano lasciato scappando. A un tratto si fece serio e triste e mostrò a Luisicu il sacco delle fave da seme quasi vuoto.

di

seminare le fave. Tre giorni dopo tornò dal macellaio, che gli diede ven-

No ’ndi Fatz’Usu aveva rotto la corda, aveva raggiunto il sacco e se le era mangiate quasi tutte. Adesso aveva già la

timila lire e gli disse di portarsi via la carne vecchia, che già puzzava:

pancia gonfia. Attaccarono i buoi al carrello e si affrettarono verso il paese. Dovettero fare tutto il tragitto a piedi per non ap-

«Se fosse stato almeno sabato o domenica, o giorno di festa», gli spiegò il macellaio, «si sarebbe potuto venderla quasi tutta, la carne. Ma così, dentro la settimana, anche

pesantire il giogo. La strada era come arata dai mezzi della

se

a prezzo di bassa macelleria, chi la compra la carne?».

polizia. I buoi faticavano a tirare avanti. Il bue di destra, No ’ndi Fatz’Usu, si fermò alcune vol- te e non voleva più proseguire. Sulla salita di Pedru Mur- riaxi il petto gli tremava come preso da attacco nervoso.

Luisicu non disse nulla, intascò le ventimila e le portò subito al capo dei servi. Tornò a casa sua a prendere il somaro con le ceste, do- po che ebbe tritato le fave in casa del padrone. Era già

Arrivati alla sorgente di Pitzianti, Luisicu bagnò il sac- co vuoto delle fave e lo stese sulla groppa del bue gonfio.

buio pesto. Caricò la carne fetida e andò a seppellirla in campagna, appena fuori dal paese. Riportò il somaro a ca-

Prima di entrare in paese tolsero via il sacco bagnato

sa

sua, lavò le ceste sporche alla fontana, conservò un cor-

dalla schiena di No ’ndi Fatz’Usu, perché la gente e poi i servi a casa del padrone non capissero che il bue stava ma- le. Ci mancava solo questa. Quella sera non toccava a Luisicu dare da mangiare ai buoi da lavoro. Era di turno a macinare le fave in magaz- zino. E non disse nulla agli altri. Appena poté, andò a dormire sulla sua stuoia nel de- posito degli attrezzi e si addormentò subito. Due ore dopo lo svegliò la tempesta di ziu Fadaricu.

bue. Luisicu era morto di stanchezza, quando la mattina prima dell’alba andò a svegliare ziu Loi Carnazzeri per contrattare il prezzo di vendita della carne del bue:

no del bue morto e si mise a letto. «Non torni stanotte a casa del padrone, disgraziato?», gli chiese il padre. Luisicu non rispose perché stava aspettando che gli venisse su il vomito. Quel giorno era la terza volta. Dopo quattro giorni che vomitava ogni volta che ten- tava di alzarsi, gli dava fastidio la luce e non riusciva più a levare la testa dal cuscino, sua madre andò a chiamare il medico. «Per me questa è meningite», disse il medico. «Andate a chiamare la macchina di Scarmonati e portatelo a Cagliari». E scrisse il foglio per il ricovero urgente. Mentre lo caricavano sulla macchina di Scarmonati per portarlo all’ospedale, passò il padrone che tornava dalla cac-

«Io ti do tutto quello che ne ricavo, meno il mio gua- dagno», disse ziu Loi. «Porta qua in bottega la carne». Luisicu andò a casa sua a prendere il somaro per tra- sportare la carne. Quando suo padre lo vide e seppe cos’era successo, si mise a gridare che sembrava un «maiale punto». La madre gli preparò il somaro con due ceste sul basto.

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cia, con una bella fila di lepri che gli pendevano dalla cintu-

ra e dalla sella del cavallo. Tolse una quaglia dal carniere e la diede alla madre di Luisicu, quasi senza fermare il cavallo. «Se non guarisce presto, questo scriteriato ci perde l’an- no» disse come se stesse salutando. «Deus si ddu paghid» gli gridò dietro il padre di Luisicu.

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Lo stesso giorno che in paese tornarono di prigione gli arrestati per l’occupazione delle terre, con loro tornò an- che Luisicu, dentro una bara di zinco.

A Cagliari certuni avevano fatto una colletta per paga-

TRENT’ANNI DOPO

re

bara e trasporto. Quel giorno in paese stazionavano, come per caso o

di

passaggio, autoblindo e camionette della Celere, che se

Eugenio per certe cose ha memoria tenace, e gusto per

ne

andarono senza far troppo rumore quando fu buio.

le

belle frasi che riassumono i grandi avvenimenti. Gli av-

Da Cagliari, cogli arrestati accompagnati da alcuni di- rigenti di città, arrivò anche la maniera nuova di raccon-

venimenti belli e brutti degli anni duri del dopoguerra li

ha tutti ordinati secondo una sua gerarchia di importanza.

tare la storia della morte di Luisicu.

quelli che stavano dalla parte di ciò che significava ormai

E

per tutti ha il suo frasario, fatto di brandelli dei discorsi

Luisicu si era ammalato alla testa di quella malattia mortale dopo le manganellate della Celere sulle terre dei

di

allora, cuciti insieme dalla sua passione. Quelle parole pronunciate trent’anni fa dal dirigente

Lampis, mentre presidiava con gli altri contadini le con- quiste legittime del popolo e si opponeva alla prepotenza

venuto di città, davanti alla bara di Luisicu avvolta nella bandiera rossa, ieri sera se le ricordava bene, a modo suo.

poliziesca.

E

le ha ripetute tutte, per dare forza alla sua proposta,

Per questo al funerale non c’era molta gente. Solo

perché altri sembravano non capirne il significato. Il problema era di dare nomi nuovi a strade nuove del

la

morte di Luisicu.

paese, nomi dei capi delle lotte popolari, nomi della resi-

 

Il

prete fece funerale svelto.

stenza, nomi del rinnovamento.

Appena il prete se ne andò dal cimitero con la confra-

La proposta di Eugenio era di dare a una strada il no-

ternita, uno degli arrestati tirò fuori una grande bandiera rossa e l’avvolse intorno alla bara di Luisicu.

Il padre di Luisicu piangeva come muggendo aggrap-

pato alla bandiera rossa. Un dirigente venuto da Cagliari parlò del sacrificio di Luisicu. Parlò poco perché si mise a piovere. Disse della vittima del braccio armato dei padroni assenteisti. E ter- minò dicendo che sulla tomba di Luisicu bisognava pian- tare i primi garofani rossi della Trexenta, perché il martirio oscuro di Luisicu sarebbe stato seme per la crescita della

coscienza dei contadini e dei braccianti del suo paese.

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me di Luisicu, che è morto giovane nella lotta per le terre.

O che almeno bisognava chiamarne una con la data della

prima occupazione delle terre dei Lampis: via Ventotto Settembre. Non c’è forse in molte città una via Venti Set- tembre? E che cosa è mai questo Venti Settembre? «Lascia perdere» ha detto uno studente. «Già, perché nemmeno tu lo sai. Ma questa data del- l’occupazione la devono sapere tutti, se la scriviamo su una targa di una via». «Ma come diavolo la chiamiamo questa strada, secon- do te, la chiamiamo Via del Martirio Oscuro?» s’è messo a gridare Augusto col suo vocione da sergente. Efisio, il segretario della sezione, per sdrammatizzare ha cercato di spiegare che in fondo questa del Martirio Oscuro non era una cattiva idea. «Mi pare che suona molto bene» ha aggiunto Eugenio.

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«Già, e anche molto comunista, come quell’altra via

di Roma» s’è rimesso a predicare Augusto, sogghignando

perché lui è socialista. Efisio ha cercato di riprendere le redini della discus- sione, per non lasciare l’iniziativa alla foga di Eugenio:

«Qui il problema principale è di riuscire a trovare di comune accordo quattro nomi che richiamino momenti e

idee progressisti. State tranquilli che i nostri avversari i lo-

ro nomi bigotti e reazionari li hanno già tutti pronti. E si-

Si è fatto un poco di silenzio e quasi di raccoglimento solo quando Paulinu, il bovaro che aveva dato il sacco di orbace a Luisicu, ha detto che a lui la proposta di Euge- nio sembrava giusta e non esagerata. Forse che i democri- stiani non hanno proposto di dare a una via il nome di Maria Goretti? Che differenza c’è tra Maria Goretti e Lui- sicu Pistis? Ma Augusto ha ripreso per primo a fare casino. Così alla fine non è passata nemmeno la proposta di Via Ventot-

curamente non hanno bisticciato per la scelta».

to Settembre. In estremis Efisio ha tentato con molto tatto

«Per forza, con tutti i santi che hanno» ha detto uno.

di

riguadagnare il terreno fatto perdere da Eugenio con un

È ritornata la concordia nell’antipatia per l’avversario. Eugenio è tornato alla carica. «Io non ci sto. Punto e basta. E che siamo, al paese di

bel predicozzo sull’istinto di classe, fase iniziale della co- scienza di classe, con riferimento a Luisicu. Il colpo di grazia lo ha dato Carmelo, il professore di

Don Camillo?» gridava Augusto.

lettere siciliano, che a un certo punto se n’è andato dicen- do che era stufo di tutta quella agiografia rusticana.

La proposta di dare a una via del paese il nome di Lui- sicu Pistis, Eugenio l’ha fatta di punto in bianco, senza concordarla prima cogli altri, quando è diventato chiaro che stentava troppo a passare la proposta di dare il nome di

Così, anche ieri sera è finita colla millesima replica del racconto di quei giorni di settembre di quasi trenta anni fa. Era già notte alta quando ziu Barra, accompagnando

Via Ventotto Settembre a una delle vie nuove. Quello è il

il segretario a casa, brillo, ha finito di raccontargli davanti

giorno più importante dell’occupazione delle terre, quando

al

portone come fischiavano le palle di fucile tra gli ulivi,

Luisicu scese dalla collina per mangiare cogli occupanti.

la

notte che alcuni proprietari avevano tentato, di nasco-

Come al solito Eugenio ha peggiorato la situazione con la sua foga. Il segretario aveva fatto una bella introduzione alla proposta, che comprendeva anche una Piazza Antonio Gramsci, subito accettata, e una Via Giuseppe Di Vittorio riuscita in salita anche nella discussione. Efisio nella sua relazione aveva citato Gramsci sulla necessità di contrap- porre lo «spirito di scissione» al «complesso formidabile di trincee e di fortificazioni della classe dominante», a «tutto ciò che influisce e può influire sull’opinione pubblica di- rettamente o indirettamente…: le biblioteche, le scuole, i circoli e clubs di vario genere, fino all’architettura, alla di- sposizione delle vie e ai nomi di queste…».

sto, di tracciare un solco tutt’intorno a certe loro terre in- colte da millenni, per dimostrare che le coltivavano.

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COMPONIMENTO

Nuraddei, 23 aprile 1969.

Pistis Orlando, terza b, Scuola Media Statale G.M. Angioj.

Tema

«Nel ventennio di concreta esperienza dell’autonomia regionale la nostra Isola si è trasformata profondamente sotto i più importanti punti di vista. Porta qualche esem- pio di cui sei stato testimonio».

Svolgimento

Della regione sarda se ne dicono di cotte e di crude, io ne voglio dire una nuda e cruda e senza tanti affreschi. Molti anni fa quando io avevo solo sei o sette anni a Nu- raddei è arrivato il presidente regionale assieme al vescovo per dare la benedizione all’inaugurazione del matatoio co- munale e anche del ammulatorio che era vecchio ma ci avevano fatto il riscaldamento con una stuffa bella di ter- racotta colore brocca nuova. Il presidente regionale era al- to moretto e coi baffi neri e ha detto davanti a tutti che il matatoio era una presa di misura per igiene e il riscalda- mento nell’ammulatorio era un ristorante per le povere malate e per il dottore. E siccome siamo in tempi di con- testazione studentesca io mi rischio a scrivere una cosa che di sicuro non mi fa vincere il premio della regione per il tema scritto meglio. Io dico che sono passati quasi dieci anni e nel matatoio non hanno ammazzato mai nessuno,

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è restato sempre chiuso anche per i giochi di noi ragazzi- ni. E la stuffa dell’ammulatorio non l’hanno accesa mai. Certamente la popolazione sarda è aumentata un poco grazie agli sforzi personali dei presidenti regionali ma ve- ramente non è diventata più benestante, anzi s’è ne anda- ta via per guadagnarsi il pane in altri posti lontani dall’al- tra parte del mare e fuori di stato.

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PESCA DI FRODO

Il fatto però era semplice. Paolo Aramu la notte pri- ma aveva ucciso una guardia giurata dello stagno, Anti- mo Piras, che se ne stava di là nella lolla dentro una bara,

fatto a pezzi dai dottori. Questa era la notizia, e non c’era nulla da aggiungere. Era chiaro che Paolo Aramu era sta-

to colto a pescare di frodo. I giornali scrivevano e inven-

Poca gente è andata in visita a casa del morto, anche se era morto giovane e morto di disgrazia, ammazzato per sfortuna. La casa è quasi fuori del paese, delle più vicine allo

«Ancora non l’hanno portato a Oristano Paolo Aramu».

tavano, di provocazione, di legittima difesa, di abuso di potere, di cose che presto o tardi dovevano succedere di nuovo. Sta a vedere che finisce che la colpa di tutto se la prende il morto e il re di Spagna. Ma Paolo Aramu è no-

stagno, di quelle ancora segnate dall’acqua dell’alluvione

to

abusivo, e testa calda. Antimo Piras lo voleva fermare,

del dicembre del Sessanta, l’anno del subbuglio per la leg- ge regionale trentanove. A casa del morto c’è andato più il ricco che il povero, persino il sindaco nella sua qualità, e altre autorità, per co-

sequestrargli il carico di muggini pescati di notte nello stagno. Tanto più grave se si trattava di novellame preso vicino al canale, o nel canale, come ha detto Paolo Ara- mu ai carabinieri.

se della giustizia e per cose loro, di gente che mangia dello stagno. In mezzo alla lolla c’era la bara con dentro il morto.

L’unica cosa strana era che Paolo Aramu si era presen- tato lui di persona alla casa di peschiera, con il morto in

Dentro la bara e tutto coperto, perché gli avevano fatto l’autopsia, si vedeva solo il volto, nero come quelli che muoiono asfissiati. Poche donne giravano piangendo per casa, altre si davano da fare. Un bambino dormiva dentro

spalla, e al capo guardia, al pesargiu e a tutti quelli che sta- vano in peschiera aveva detto una cosa che nessuno dei servi di peschiera e dei pescatori a contratto e delle guardie giurate, radunate lì nel cortile davanti a commentare, ave-

una carrozzella vecchia, fuori nell’orto sotto il fico.

va

voglia di ripetere. Ma tutti ce l’avevano fissa dentro il

Certuni, fatta la visita e date le «pazienze» alla vedova e ai parenti, si fermavano nel cortile davanti, guardie giurate

cervello quella cosa che aveva detto Paolo Aramu scarican- do il morto sui gradini della casa di peschiera.

colleghi del morto, servi di peschiera e pescatori a contrat- to. Gli altri uscivano dalla lolla e se n’andavano, senza fer-

Verso mezzogiorno è arrivata la vecchia zia Daffina

marsi con quelli che facevano gruppo nel cortile davanti e parlavano tra di loro:

con un pentolino sotto il grembiale:

«Prendi, figlia, che Dio ci paga tutto» ha detto alla fi- glia maggiore del morto, mettendole il pentolino in mano,

«Quello si busca galera a vita».

in

un angolo della lolla. E non s’è fermata nemmeno a di-

«Fucilarlo bisognerebbe» gridò quasi il capo delle guar-

re

le orazioni al morto, perché in quel momento c’erano

die dello stagno, che a ogni ripresa del processo contro gli

in

visita quelli venuti da Oristano. Se n’è uscita più china

abusivi è sempre il supertestimone, come scrivono i gior-

di

quando è entrata, senza dare le spalle al morto e a quelli

nali. Ogni volta ha testimoniato anche contro Paolo Ara- mu, che prima stava nella cooperativa buona e poi si è messo a capo di quella degli scioperanti e degli abusivi.

venuti da Oristano. «Bisogna dare garanzie a questa gente, che cose così non capitino più» ha detto uno di quelli di Oristano,

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rivolgendosi al sindaco che li accompagnava. Il sindaco ha fatto di sì con tutto il corpo. «Bisognerà provvedere a dovere» ha detto un altro de- gli oristanesi.

I dipendenti di peschiera e i vagantivi dello stagno

sono entrati in molti dietro quelli venuti da Oristano, e mormoravano minacciosi dietro il sindaco. Il capo delle guardie giurate ha fatto due passi avanti e ha detto a voce più alta di tutti, rivolto a quelli di Oristano:

«Io lo sapevo che un giorno o l’altro quel Paolo Ara-

mu doveva arrivare al sangue. Gli cuoceva la galera che ha fatto per pesce rubato». Questo l’ha detto chiaro, davanti al morto, e la vedova ha ricominciato a piangere forte. Lo ha detto chiaro anche

perché aveva riconosciuto tra i presenti un giornalista, e per dire la sua davanti a quelli venuti da Oristano. Ma tut-

ti sono stati zitti, meno la vedova.

Solo un vecchio ha mormorato, proprio dietro il gior- nalista:

«Ma guarda che cosa si deve sentire da certe bocche»,

e il giornalista si è voltato a guardarlo. «Voi non siete d’accordo con quello che dice il capo delle guardie?» ha domandato al vecchio. Il vecchio l’ha guardato un poco e non ha risposto nulla.

«Uno a un certo punto è pieno e ci vuole poco a farlo scoppiare, come è scoppiato Paolo Aramu» ha mormora-

to più tardi il vecchio, ancora alle spalle del giornalista, fuori nel cortile davanti, mentre il giornalista stava facen- do domande a quelli di Oristano e annotava le risposte in un libretto.

Il giornalista si è sbrigato con le sue domande e con la

sua scrittura, è uscito fuori dal cerchio di quelli che stava-

no coi venuti da Oristano:

«Voi sembrate saperne molto su questa disgrazia» ha detto al vecchio, con aria d’intesa, a voce bassa.

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Il vecchio s’è fatto più indietro:

«Io ero là l’altra notte» ha detto senza guardare in fac-

cia il giornalista.

Al giornalista è mancato il fiato e ha messo in tasca penna e libretto:

«Anche voi eravate là a pescare di frodo?».

Il vecchio lo ha guardato, e s’è fatto ancora più indie-

tro verso la porta della cucina, a testa bassa e mani dietro la schiena. «A pescare di frodo? A pescare stavo, fuori stagione,

perché sono bogheri, e la stagione del bogheri è finita, que- st’anno. A pescare stavo, e ho visto tutto, con questi occhi

da vecchio, anche se non c’era luna».

Il vecchio bogheri è entrato in cucina, nella cucina del

morto, e il giornalista dietro:

«Sono parente stretto qui. Sono lo zio del morto, buo- nanima» ha detto offrendo una sedia al giornalista.

E seduti l’uno di fronte all’altro nella cucina del mor-

to, il vecchio gli ha raccontato il fatto, come lui l’aveva vi- sto. Aveva visto e sapeva tutto. Solo una cosa non sapeva il vecchio, perché il nipote quella notte fosse andato in perlustrazione da solo lungo

lo stagno, e non almeno in coppia, come usano le guardie,

specialmente nelle notti senza luna. Ma su tutto quello

che ha raccontato c’è da credergli, perché uno zio non par-

la a sfavore del nipote morto ammazzato, nella cucina di

casa sua, seduto al tavolo dove con moglie e figli ha fatto la sua ultima cena. Chi è Paolo Aramu nel paese lo sanno tutti, come lo

sanno a Riola e a Santa Giusta e a Marceddì, e la giustizia

di Oristano e tutti quelli che mangiano dallo stagno. Per-

ché Paolo Aramu, quello che ha ucciso la guardia, è stato per molto tempo pescatore a contratto, sciaigoteri; i padro-

ni non gli hanno rinnovato più il contratto, da quando si è

messo a far funzionare una cooperativa nuova, per arrivare

al riscatto dello stagno secondo la legge trentanove. Per

questo è uno che ride poco. Si sa come queste cose sono

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andate a finire qui. Per non cedere, i padroni preferiscono chiudere uno o anche due occhi sugli abusivi, tanto per non far succedere quello che è successo anni fa, e conti- nuare a tenersi lo stagno. Ma chi può decidere chi è che pesca di frodo? Nemmeno i giudici in dieci giudizi sono

riusciti a stabilirlo. Le guardie ci sono, ma anche loro chiu- dono un occhio, uno solo, tanto perché non si possa esa- gerare, dicono loro. Solo che questo nipote del vecchio era uno che ci credeva troppo al suo mestiere. Lo faceva solo

da quattro settimane, era una recluta, sapeva solo il regola-

mento, nessuno glielo aveva ancora interpretato bene. E Paolo Aramu è uno che fa presto a fare occhi di fuoco. È ancora troppo giovane per aver già preso l’abitu- dine di inghiottire ogni torto. Quattro anni fa, i padroni a Paolo Aramu non gli hanno rinnovato il contratto, pro- prio la settimana che si doveva sposare, come regalo di

nozze, e per fargli capire che per il primo figlio non era il caso che cercasse uno di loro per padrino. Ma il morto era uno anche più disgraziato, che capiva poco di come sono gli uomini, specialmente i pescatori, perché era stato contadino, ma capiva troppo di come de- ve essere una guardia dello stagno. Qualcuno gli aveva riempito la testa col bisogno e col dovere di stare attenti,

di essere duri con chi si fa prendere in flagrante. E il capo

delle guardie, per farsi vedere di fronte ai padroni, fa co- me se fossimo come dieci anni fa, ai tempi del subbuglio. Ogni volta che parlava il capo delle guardie, questo poveraccio morto faceva tre volte di sì con la testa, prima che quello terminasse di parlare, e poi diceva che era giu- sto. Diventare guardia lo credeva la sua fortuna. Disgrazia ha voluto anche che le altre guardie lo hanno messo su

contro Paolo Aramu, e Paolo Aramu le cose non le man-

da a dire e nemmeno a fare.

Antimo Piras, che se ne stava là, dentro la bara col viso nero, l’altra notte verso le tre era ben sveglio e fresco, quando faceva la posta a Paolo Aramu, che tornava a casa,

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dopo aver pescato chissà dove: per Antimo Piras poteva anche essere stato in mare vivo a pescare quel cesto di muggini che portava sul portapacchi della bicicletta. Antimo Piras si è piantato in mezzo al sentiero e ha gridato senza togliere gli occhi dal cesto di pesci:

«Scarica e lascia tutto per terra». Paolo Aramu si è pulito il sudore col dorso della ma- no, senza smettere di spingere la bicicletta:

«Se invece di gridare saluti come si deve, dopo forse si può anche ragionare, non ti pare anche a te, Antimo Piras?». «Scarica ti dico, Paolo Aramu, altrimenti c’è anche de- nunzia». «Lascia passare, non fare il fanatico, Antimo Piras. Non sarai tu a proibirmi di andare per questo sentiero fi- no a casa mia, stanotte». La guardia ha fatto un gesto, verso la pistola, ma si è contenuto:

«Ricordati che in galera ci sei già stato. Scarica, e poi vai dove ti pare, lontano dallo stagno». Paolo Aramu ha levato il capo alla luna, che un poco si stava mostrando prima di tramontare, e gli occhi gli so- no diventati di brace. Si è fermato, appoggiato al manu- brio. Ma ha detto solo, conciliante:

«Lo sai anche tu, Antimo Piras, che i pesci li ho pe- scati dove Dio li ha messi per chi fa la fatica di prenderli». «Non preghiamo lo stesso santo, noi due. Io so il mio dovere, tu non sai il tuo. Con me, lo devi rispettare. Scari- ca, ti dico». Paolo Aramu ha ripreso calmo a spingere la bicicletta, spostandosi verso il ciglio del sentiero. Antimo Piras ha perso i sentimenti:

«O scarichi qui e subito, o scarichi in caserma, coi fer- ri» ha gridato. In quel momento bisognava vedere, per capire chi è Paolo Aramu e chi era Antimo Piras. Paolo Aramu è forte come un bue e alto come un cipresso.

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«Rimaniti con Dio, Antimo Piras, e buon lavoro per

il resto del tuo servizio. Lasciami passare» e gli è passato

vicino a testa alta, spingendo nel fango la bicicletta pesan- te del carico di muggini. Antimo Piras ha allargato le gambe attraverso il sentie- ro e ha fatto per togliere la pistola dal fodero. «Stai attento con l’arma, Antimo Piras» gli ha detto Paolo Aramu passandogli a fianco, voltandogli le spalle nel suo cammino.

Questo è stato lo sbaglio, dargli le spalle. Antimo Pi- ras ha sparato un colpo che voleva essere in aria. E invece ha ferito di striscio la spalla di Paolo Aramu. Ma la guardia non ha potuto fare altro, perché già Pao- lo Aramu lo teneva stretto al collo con la destra, e con la si- nistra gli fermava la mano armata. Dopo un poco Antimo Piras è crollato a terra come un sacco, tra gli stivaloni di Paolo Aramu, con gli occhi puntati verso un luogo vago. Dalla spalla ferita di Paolo Aramu il sangue gocciola- va sul caduto. Ha lasciato lì bicicletta e pesci sparsi sul sentiero. Pao- lo Aramu si è caricato il morto sulla spalla ferita e ha pre- so la strada verso la peschiera, a passo buono. È arrivato alle prime luci. Il guardiano di turno gli ha dato l’alt. Ma lui ha proseguito oltre il portone, fino alla casa dell’abitante, fra i latrati dei cani infuriati. E quando

a quello strepito il pesargiu e il capo guardia sono usciti

dalla casa di peschiera, Paolo Aramu ha posato piano il morto sui gradini, ai piedi del capo guardia. Lo ha guar- dato in faccia e allora ha detto quella cosa che nessuno dei dipendenti di peschiera vuole ripetere:

«Chi può prendere in peschiera non fa buona pesca

nello stagno».

Questo ha raccontato il vecchio. E quando poco dopo

è entrato in cucina il capo guardia cercando fuoco, il vec-

chio non l’ha nemmeno guardato, ha tolto di bocca il si- garo e se l’è rovesciato a fuoco dentro, resistendo alla vo- glia di sputare, per rispetto al giornalista.

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ARRICHETTEDDU

Candu calencuna borta sa genti indi chistionad, custu-

mad a nai ca Arrichetteddu fìad distinau, ca hìad arratzau

a sa familia de sa mamma: tresi tzius mudus e una tzia

macocca, su mesu futus e su mesu faddius. Arrichetteddu puru, de cosa futa chi parìad, cumprìus is dex’annus si faid un’annettu de spidali. Malacadupu, hìant nau sa genti, sa propiu cosa de is fradis de sa mam- ma. De spidali indi torrad biancu che su nenniri, is ogus sentza luxi, a lingua impastada, cun is sentidus de unu pipìu de cinc’annus. Scimpru non si podid nai, cumenti e una criatura crèscia sa metadi de s’edadi sua. Ammanniau

a crastu e pagu o nudda a conca. «A istadu ’onu mi ’ndi se’ torrau, fillu miu» hìad nau sa mamma a sa essida de su spidali. «Scimmillottau mi dd’hanti ’n Casteddu custu fillu».

E su babbu: «Mancai ti dda pòngia sa fracci ’n manu’

custu istadi, ge’ ses a postu, scedadeddu» hìad nau sa di’ chi

si ddu hìad biu beniu a su sartu, a in ca fìad pascendi, po

ddi portai pani e ingaùngiu po fintzas a sa di’ de quindixi.

E sa di’ de quindixi su babbu de Arrichetteddu fùrriad

a bidda e àndad a domu de su meri suu a pregontai, a bor-

tas no dd’hessid pigau in accordiu po fai calencuna cosa. «Dd’heus a provai» hìad nau su meri. «Podid èssi’ chi àndid beni po fai su boinargiu custu ’eranu. Su tempus had a èssi maìstu». Arrichetteddu, cun su tempus, in cantu a traballu fìad su mellus de tottus, sendu a essiri cun is atrus. A no ddu

firmai, sighìad sempiri sentza mancu s’accinnu a s’abarrai. Palas gei ’ndi portàda, mancai no hessid tentu conca meda.

E toccànt’ a issu sempiri is fainas prus bàscias e traballosas.

In domu de su meri, s’arti de pinnigai donnia merda, de

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pratza e de is istaddas; in su sartu, s’arti de su molenti, a tragai donnia pesu; a s’ora de pappai, s’arti de su brentuxu, donnia arrefudu po issu, e prexau puru ca indi ddi toccàda. Tottus a ddu cumandai e issu a tottus a ponni in menti. Su meri naràd’ ca ddu tenìad po caridadi, casi ca no portàd’ sali in conca. Ma Arrichetteddu fadìad su traballu de tres ominis, candu fìad controllau, o si nou indi fadìad de prus puru.

Su spassiu suu fìad sa musica. Sempiri chiriellendi o murrungendi cumenti a unu gattu pappendi prumoni, donnia cosa chi hessid fattu. Prus de tottu ddi praxìad a cantai muttettus, ma scirìad puru cantzonis a sa moda:

Luna rossa, poi Verde Luna (sa canzoni chi cantàd’ Rita Egua in Sangue e arena s’annu chi hìant fattu su cinemato- grafu in pratza de sa cresia sa di’ de Santa Maria de Aùstu), cosas de cresia cumenti e su Santumergu e tottu is arratzas de Itemissaest, de sa prus curtza de sa missa de mortus a sa prus longa de sa missa de pasca manna, cun tres alleluias; e acciungìad sempiri su Deogratias. A richiesta, Arrichetted- du movìad a ogus serràus: candu cantàd’ no arrescìad nim- mancu cun su fueddu. Ma sa cosa chi ddi prazìad de prus, birendi is arterus arriendi intendendiddu, fìad a cantai sa torrada de is gog- gius de sa cenabura santa: «Sa mamma, sa mamma, dolo- rida; su fillu, su fillu, crucefissau», ma issu dda strupiàd’ aicci: «Sa mamma, sa mamma, conca frida; su fillu, su fil- lu, scurtzu e pisciau». De cancunu contzillau, strambeccu e fragellau, ma issu prexau che unu puxi. Donnia dominigu e di’ nodida s’hìad pigau s’incarrigu de tirai is marcis de su suadori de s’organu de cresia a sa missa cantada. Una borta su sagrestanu dd’hìad tzaccau una bella bussinada, poita ca fìad certendi cun piciocched- dus prus piticus, gherrigendi po biri a chi toccàd a tirai is marcis de s’organu. E Arrichetteddu, po tìrria, hìad lassau s’organu sentza de suidu giustu a tretu de mesu de su Glo- ria de sa missa de s’Arrimediu.

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No est ch’in sa bidda hessid fattu burdellu meda, sem- piri in domu de su meri cumenti fìad. Ma una cosa dda scirìant totus: sa timoria manna chi tenìad Arrichetteddu po is motociclettas e po is divisas militaris. Bai e circaddu e poita. Cosa chi si fìad postu in conca. Una borta sceti hìad fattu abarrai genti meda timen- di, sa di’ fìad artziau fintzas a sa punta de su campanili a indi spiccai unu niu de tzrapadderis. Insandus tenìad giai dixiott’annus e si spassiàd’ ancora cumenti e is pippius notzentis. Arribau a pitzus, bai e circa e cumenti, ddi pigad sa tremuina, s’imprassad a sa gruxi e no si cinnid prus. De indi calai a basciu, mancu sa idea. Sa genti a itzerrius e certunus accapiendi cun funis scalas a pari. Tziu Barracel- lu, guardia comunali e interramortus, artziad a su popoli- nu de cresia po apporri una funi a Arrichetteddu. Aicci dd’hessid fattu luegus. Apenas chi Arrichetteddu appùbad cuss’omini in divisa, mancu ddu càstiad e s’indi strobèd- dad che unu fusu, scarèscid sa timoria, ind’arrùmbulad a bàsciu cumenti e una calixerta e fuid facci a su sartu cu- menti e unu lèpiri. Hìad a timi, poberiteddu! Tziu Barraccellu andàd sempiri in divisa cun d’un’imponentzia de coronellu a pitzus de sa moto Guzzi de su comunu. E po brullai, si- gund’issu, a Arrichetteddu ddu fadìad sempiri a timi. Cuaddu friau sa sedda si timid. Duas dis apustis is carabineris de su cuartieri de Mandas dd’agàtant in su sartu de Gesigu, dormiu a s’umbra de una matta. Is carabineris indi ddu sciumbuliant a furconadas de pei e Arrichetteddu circad de si fuiri, disisperau, poi s’inge- nugad a manus giuntas in su pettus e si ponid a pregai:

«Sinniora giustitzia mia bella, no ddu fatzu prusu. Giu- ru ca isi tzrapadderi’ de su campanibi ddusu lassu ’n paxi». A bortas, candu fiant traballendu in su sartu, calencu- nu po giogu fadìad:

«Ssst, citei pagu pagu: intendiu? Motocicretta’ de cara- bineris».

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E Arrichetteddu fuìad a sa disisperada a si culai in me- su de su trigu o a palas de unu muru a bullu. Ma in su traballu no tenìad bisongiu de nisciunu con- trollu. Scetti in s’ora de pappai e buffai toccàd a donai at- tentzioni chi no s’hessid alluppau cumenti e unu pipiu suendi. Candu tenìad sidi fìad capassu de si buffai tottu s’acqua de su barrili po cincu cristianus. Tontidadis si podid nai ca no ’ndi naràd’ e ca no ’ndi fadìad. Una vera tontidadi Arrichetteddu dd’ìad narada sa di’ chi si fìad mortu su babbu:

«Mottu babbu e mobent’ angiau: no heus ni pedriu ni guadangiau». Difattis, sa notti e tottu sa molenta insoru hìad angiau e fìad mortu su babbu. Sintzillu che pipiu, tottus a s’ind’approffittai, poita ca ponìad in menti che unu cani e traballàd’ che unu burrincu. «Tottu ddu fatzu?» domandàda. E fadìad sempiri tottu su chi ddi narànta, po una stoia in sa domu de is aìnas e unu mussiu de pani, sentza de una vera paga, cun sa scusa ca su meri ddu tenìad po caridadi.

Un’annu, in s’istadi, giai passaus is bint’annus, Arri- chetteddu tottu in d’unu si faid cumenti a un’arteru, cu- menti chi fessid camibau, e s’ogu puru incumentzad a ddi luxi. Una piciocca, neta de su meri, fìad benida de Roma a passai is vacantzas in bidda. E Arrichetteddu, de su primu momentu chi dda biri, abarrad a bucca aberta, incantau, e de sa di’ a circai donnia modu po dda biri, sa piciocca continentali de sex’annus, is ogus birdis e is pilus de oru. Una borta arrennescid a si ddu accostai, a sa romana, e si ponid a fai una specie de dantza tottu a giru de issa, can- tendi unu chirielleisòn, e parìad in puntu de si bolai. Acaba- da sa dantza, artziad a pitzus de unu murixeddu e spiccad unu lillu aresti de un’arratza chi ddui crescìad a cresura. Ma po disgratzia sua, de cust’amori de Arrichetteddu s’ind’est acatau su fillu minori de su meri, studenti in Ca- steddu e insaras issu puru in bidda in tempus de vacantza.

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Arrichetteddu a custu fillu piticu de su meri ddu timìad che su dimoniu, poita ca fìad sempiri a trevessu a moto- cicletta.

E su merixeddu studenti a pagu a pagu arrennescid a

si fai donai cunfiantza de Arrichetteddu poberittu, e in fi-

nis a ddu cunbinci ca sa piciocca romana fìad inamorada

de issu, de Arrichetteddu. Fattu fattu su merixeddu circàd

a Arrichetteddu in sa pratza de is bois e fadìad cumenti

chi ddi hessid portau novas de parti de sa romana:

«Oi puru sorresta mia ti faid isci’ ca ti pentzad e ’oid

isci’ chi tui puru dda pentzas» ddi naràd’ seriu cussu fra- gellau, maschingannas.

A mengianu chitzi, apenas chi s’indi pesàd’ po is bois,

Arrichetteddu andàd’ a iscusi in su giardinu de sa meri, in

sa pratza de aranti, e furàd’ unus cantu froris, arrosas e gravellus, e poi muru muru artziàd’ a susu fintzas a sa ven- tana de sa romana, a ponnir is froris aranti de is birdis. Una di’ a maigama Arrichetteddu fìad in s’ortu man- nu a palas de s’acorru de is brebeis, cumandau de su sotzu

a fai sonu cun d’una lamiera po isciuidai is pillonis a largu

de s’ortalitzia. Alloddu su merixeddu studenti, arrisu frassu

e manus in busciacca:

«Oioi, Arrichetteddu, tui scoffau che predi! Arrenne- sciu ci sesi. Sorresta mia m’a’ nau a di fai sci’ ca ti ’oi’ bi’». Arrichetteddu si faid seriu. «Ti ’oi’ chistionai, t’appu nau, tontatzu! Femminarxu mau sesi. E’ macca de tui». Arrichetteddu no arrespundid nudda, imbriagu perdiu de cuntentesa. «Peus po tui si no mi creis, machillottu. Gras a meri’ issa t’aspettad innoi in s’ortu mannu, accant’ ’e sa matt’e

sa figu manna. Po ti chistionai, apustis chi ha’ allichidiu sa lolla e is istaddas». Arrichetteddu citiu, ma sentza perdi unu fueddu de su merixeddu. Su mericeddu infattu faid allestru su doveri suu, a iscusi andad a domu sua, si pulid, si pettonad, si ponid sa

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bistimenta bona de fustainu e sempiri a iscusi ci torrad a domu de su meri, si ponid aintru de sa domu de sa palla ’e faa e aspettad chi tottus s’arretirint in logu issoru. Fìad unu grandu lugori de luna prena candu Arrichet-

teddu ind’est bessiu in sa pratza de is bois, cun in manus tres gravellus biancus. Intrad in s’ortu mannu e impunnad

a sa figu manna, a bellu, cumenti chi hessid tentu timoria. In su puntu de oberri bucca po tzerriai sa romana, de

a palas de sa matta lompid unu stragatzu mannu de mo-

tocicletta ponendi in motu, a isperrai sa paxi de su lugori. «Alt, polizia! Fermo dove sei!» tzerriad una boxi. Arrichetteddu s’allullurad e fuid disisperau. In s’intenis chi sa boxi de su merixeddu studenti fìad sighendi a itzer- rius, issu sartad su muru de s’ortu e poi a tottu fua facci a su sartu. Su merixeddu ddu sighid a motocicletta, ddu ponid in fattu cun s’arroda in carronis, sempiri aboxinendi. Poi su merixeddu s’est fadiau e dd’had lassau andai. Po sa notti e po sa di’ infattu Arrichetteddu no si bid

e mancu sa notti e sa di’ apustis. Nisciunus indi scirìad mancu spera. Sa terza est istetia notti curtza in domu de su meri. In puntu de mesu notti, unu scoppiu segad su sonnu a tottus, meris e serbidoris. Fogu asullu e fragu de gomma abbruxada essìad de sa domu de sa motocicletta de su merixeddu studenti, a portalittu sfundau. Hìad postu fogu a sa domu de is di- monius. S’est cumprendiu ca Arrichetteddu est abarrau cassau aintru. In foras hant agattau unu bratzu suu cun sa maniga de fustainu. De cussa arroba dd’had connotu sa mamma.

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L’ESORCISMO

Meglio di tutti la storia del furto a Chettu Marrocu la conosce ziu Loi Petza. Nell’azienda di Chettu Marrocu è entrato a lavorare a undici anni, e ci ha fatto più di cin- quant’anni, trenta come capo dei servi di campagna, col grado di sotzu. Quando è successo il furto ziu Loi era sot- zu, subito dopo questa guerra, comandava a cinque servi fissi tutto l’anno e a molti giornalieri. Comandare è la pa- rola giusta, perché sapeva ordinare e fare rispettare gli ob- blighi di tutti sotto di lui. Di questi servi di campagna, due erano giovanottini sui diciotto, quell’anno del furto. Il padrone e ziu Loi era- no contenti di Seppi e di Ceccu, buoni lavoratori, pensie- ri grossi non ne davano mai. Ma loro, sotto sotto, aveva- no un progetto per smettere di fare i servi. Bene davvero l’avevano pensata, si lamenta ancora adesso ziu Loi, quando racconta la storia. Perché l’impresa è incominciata proprio col coglionare lui. In trenta anni solo quei due pivelli gli hanno sporcato il luogo. Seppi e Ceccu avevano organizzato tutto per la notte della festa grande, quando la gente è radunata in piazza e quasi tutti hanno la testa perduta nel vino. A ziu Loi toc- cava restare a guardare tutto. Il padrone con la moglie e la serva se n’erano andati in piazza ad ascoltare is cantadoris. Seppi e Ceccu dovevano dare il pasto al bestiame e abbe- verarlo, non erano di libera uscita.

Col suo toscanello a fuoco dentro, ziu Loi ufficiale di picchetto cercava di ascoltare in lontananza is cantadoris, seduto sulla pietra liscia del cantone. Canticchiando sul tono de is cantadoris ecco si avvici- na Seppi:

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«I buoi sono a posto per stanotte. Rimane solo da abbe-

parte nell’orto di casa, sotto un albero d’alloro, e Ceccu

verarli… Bravi quest’anno is cantadoris, cosa ne dite voi?».

in

un buco dell’incannucciata di cucina. Ritornano quatti

«Anche se non ho più le tue orecchie, me ne sono ac-

ne

vanno giù molti, invitando a turno. E ziu Loi si lascia

nel cortile del padrone, e se ne vanno nel pagliaio a finge-

corto anch’io. Sono i migliori di questi tempi». «Se io potessi, come potete voi, me ne andrei ad ascol-

re

di dormire. Verso mezzanotte, ziu Loi ritorna a casa dei padroni.

tarli da vicino, in piazza, invece di stare qui a fare la guar-

Si

era buttato sulla stuoia, quando sente fuori la padrona

dia alla luna, mentre tutti fanno festa». «Ciascuno ha il suo dovere». «A me non pare giusto, che proprio voi non facciate festa, dopo che vi siete rotto la schiena per tutto l’anno. Ma un bicchiere ve lo voglio invitare io, stasera, qui alla bottega di Arritacca». Sono andati a bere, e parla e parla, quel Seppi che sem- brava un adulto con tutti i sacramenti a posto, di bicchieri

gridare: aveva visto la scala a pioli sotto la finestra della stanza da letto. Tutto il paese era ancora in piedi, i carabinieri sono arrivati subito. Nessuno si arrischiava a entrare in casa, te- mendo che i ladri fossero ancora dentro, forse di quei pa- stori barbaricini che d’estate venivano a pascere nelle stop- pie. I carabinieri si guardavano attorno, nel buio, fiutando e scrutando. Ziu Loi è andato nel pagliaio a svegliare Seppi e Cec-

convincere a mancare alla consegna, ad andare in piazza ad ascoltare is cantadoris. In tempo di guerra c’era la fucilazio- ne, per una mancanza così. Ma quello sbarbatello era più furbo della tentazione. E sapeva dove voleva arrivare.

cu. E subito loro si mostrano coraggiosi: uno con un tri- dente e l’altro con un picco entrano nelle stanze dei pa- droni, gridando e minacciando i ladri di infilzarli, loro avanti e i carabinieri dietro. E hanno scoperto il furto. Al-

L’avevano pensata bene. Si erano messi d’accordo col figlio di Coatrotta, che doveva fare il palo e smerciare a

lora Ceccu, furioso, è sceso giù a cercare i ladri nel cortile, col tridente, e proprio nel pagliaio. È stato allora che a ziu Loi è venuto un dubbio, ma non ha detto nulla, fino al

Cagliari la refurtiva, siccome lui era pratico di queste cose, essendo venuto di città, da sfollato, e poi rimasto in paese.

giorno del processo.

La

famiglia di Coatrotta non tagliava la fame a fette molto

I carabinieri fanno un po’ d’indagini, poi tutto tace.

grosse, come gli altri sfollati; come quel vecchio impiegato

Il padrone sembrava rassegnato. Tutti convinti che fosse-

di

città sfollato in casa del segretario comunale, che tutte

ro

stati i barbaricini.

le

mattine si alzava presto per vedere andare al pascolo i

Intanto arriva l’otto settembre, quando scadono e si

buoi di Chettu Marrocu, e si leccava le labbra, perché per lui i buoi erano solo bistecche che camminano. La fami-

fanno i contratti dei servi. Seppi e Ceccu non cercano pa- drone, ma non rimangono nemmeno nell’azienda di Chet-

glia di Coatrotta invece viveva di mercato nero, un paio di scarpe tre quintali di grano, e suole di cartone.

tu

Marrocu. Passa un po’ di tempo, Seppi se ne va in Continente e

Coatrotta fa un fischio. Potevano incominciare l’im-

Ceccu a Cagliari. A fare acquisti straordinari. Una sorella

presa. Seppi e Ceccu scassinano e frugano, trovano dolci e

di

Seppi, sartina, si è presa la clientela migliore, col suo

ne mangiano, liquori e ne bevono; ma trovano anche tut-

ti i soldi, e l’oreria e l’argenteria. Poi, passando giro giro

attorno al paese, vanno a casa loro. Seppi nasconde la sua

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ferro da stiro elettrico regalato da Seppi. Le altre sartine hanno continuato per anni ancora a ravvivare il fuoco dei ferri girando e rigirando, come il prete con l’incensiere,

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davanti alla porta di bottega. Seppi aveva dato molti dei soldi in consegna a una sua zia, che così si è fatta la casa nuova. A un’altra zia un’altra parte dei soldi, e anche lei ben presto si piastrella di lusso tutte le stanze di casa, compresa la cucina. E la famiglia di Ceccu, lo stesso, a un certo punto tut-

to quel gregge di fratelli, da come andavano fin allora col

fondo dei pantaloni rattoppato, ecco che di punto in bian-

co incominciano a girare con pantaloni di saia buona, che

sembravano figli di proprietari. Chettu Marrocu, anche se non andava in giro vantan- dosi, di roba ne aveva in casa quell’anno: i soldi di più di

trecento starelli di fave, di più di cinquecento starelli di gra- no, le entrate delle pecore, degli affitti dei terreni e delle mezzadrie, e gli interessi dei prestiti pagati alla raccolta. Ma non c’è che fare il pidocchio resuscitato, per lasciar capire a tutti com’è che un poveraccio si rimette di colpo dalla fame. La giustizia stava ancora all’erta, e teneva d’oc- chio anche i due giovanotti. Carabinieri in borghese gli stavano dietro, controllando ogni passo e ogni soldo speso. Le cose così andavano maturando. E il padre di Seppi, malato da molto di male di testa e di nervi, ma una specie

di profeta che sentiva le cose a venire come un gatto la

pioggia, una notte si sveglia tremando come una canna al maestrale, la bava a fiumi dalla bocca, e dice alla moglie che la giustizia stava per piombare nella loro casa. Un’altra

volta, seduto in cortile, di colpo alza la voce e grida «Sep-

pi, guardati le spalle!». E il figlio era in Continente. Ma tutto è incominciato col tradimento di quel delin-

quente di Coatrotta, che non era contento della parte avu-

come sanno loro, a litri di acqua gasata giù con l’imbuto, e scarabei stercorari nell’ombelico sotto un bicchiere. A que- sto punto confessano, dicono che i soldi e le cose preziose

le avevano consegnate ai genitori.

E tutta la giustizia viene in paese, per confrontarli coi

genitori, e anche ziu Loi di mezzo, e parecchi altri. Tutti avevano paura della rete tesa dalla giustizia, ma c’era chi stava dalla parte dei due, e chi dalla parte del padrone e della giustizia. I genitori non hanno rivelato nulla sul fatto dei nascondigli. Le cose andavano per le lunghe.

E Chettu Marrocu non vedeva l’ora di riavere i beni

rubati, un giorno è andato a prendere la spiritata di Sa-

massi e l’ha portata in paese, per trovare i nascondigli della roba rubata. Ha sistemato la spiritata in casa di una sua fi- glia, che abitava proprio vicino alle case dei due arrestati.

E adesso incomincia il gioco vero. Di notte un lungo

fischio frusciante passava nell’aria verso le case dei carcera- ti. In casa di Ceccu lo spirito della spiritata di Samassi ap- pariva come un grandissimo calabrone, un ronzio profon- do tormentava tutta la famiglia, una specie di busibusi d’inferno, che faceva un colpo all’uno e un colpo all’altro. Finito il volo del calabrone, incominciava un grande ga- loppo di cavalli sul tetto di cucina. Il padre di Ceccu pren- deva il fucile, e pim pam sul tetto. Ma era peggio di prima. In casa di Seppi lo spirito era ancora più potente. La madre di Seppi, una notte, stava in compagnia di una vici- na di buon cuore, a dire il Rosario, fino a tardi, recitando per ogni grano un Pater Ave e Gloria, per tirarla per le lunghe e passare con Dio gran parte della notte. Fuori si

sentiva lo spirito fischiare, che cercava di entrare, e il padre

ta,

e li ha denunciati alla giustizia.

di

Seppi recitava i brebus contro le cose cattive.

Giusto a un anno dal furto, Seppi e Ceccu tornano

in

paese per la festa grande, e la giustizia li lega e li porta in

Ma appena le donne terminano il Rosario, il fischio

galera.

penetra nella casa. La madre di Seppi fa per gridare di spa-

Negavano tutto, dicevano che Coatrotta era matto e farabutto. Ma i carabinieri hanno incominciato a trattarli

vento, e subito sente un nodo alla gola, lo spirito le entra dentro gorgogliando. La donna incomincia a fremere, a dimenarsi come presa dal mal caduco. La vicina, un po’

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sorda e lenta, prende la poveretta e la distende sul letto. Ma il tremore non le passava, e la vicina ha pensato di av- visare il medico. Chiama altre donne del vicinato, che vengono con candele benedette a far compagnia alla mala- ta, e lei va per il medico. Una delle vicine, vedendo la disperazione della madre di Seppi, le ha messo sul petto una medaglia della Madon- na. Non l’avesse mai fatto. La donna si raddrizza girando come un fuso e rimbalza contro il soffitto, ululando come un lupo alla luna. Una delle vicine corre a casa sua, ritorna con una boccetta di olio di San Salvatore da Horta, versa e unge la fronte della poveretta. Quando arriva il medico, la trova un po’ calma. «Questa donna non ha nulla» dice, «fatele un po’ di

caffè e lasciatela dormire in pace. Non state qui a toglierle l’aria. Tornate a casa».

Il figlio maggiore è uscito nell’orto, a pescare dalla ci-

sterna acqua per il caffè, con un rosario intorno al collo, recitando le Dodici Parole Sante di San Martino. Come fa per ripescare il secchio pieno, un fruscio fischiante si leva dal fondo della cisterna. Lascia cadere secchio e tutto e scappa gridando «Maria Santissima mia». La vicina che aveva chiamato il medico è andata in cu- cina ad accendere il fornello a carbone per bollire l’acqua, insieme col figlio minore della malata, per compagnia. Tutti avevano paura. Il padre di Seppi teneva gli occhi fissi oltre le cose e la bava gli correva fino a terra. Appena la donna e il bambino entrano in cucina, ac- cendono la luce e uno scoppio lungo come di scorreggia esce dall’interruttore, con puzza insopportabile. In mezzo a una luce azzurrognola, proprio al centro del pavimento

della cucina, stava una campana, ritta con la bocca all’in- sù, dondolandosi in equilibrio sulla culatta, col battacchio che mandava rintocchi da morto.

E il bambino, solo lui, vedeva sotto il tavolo per fare il

pane una vecchiettina tutta raggrinzita e vestita di nero, con occhi rossi di carboni ardenti, e lo chiamava ridendo

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senza denti. Il bambino si teneva alle gonne della vicina, piangendo e gridando. Ma quella non aveva ancora capito nulla. E il bambino a stridere come una civetta, e a scap- pare disperato dalla cucina, tirandola per la gonna. Alla fi- ne ha incominciato a capire anche lei, ha pensato che quella era faccenda per il prete. E va a chiamare il prete.

La madre di Seppi faceva come se sentisse arrivare il

prete, più quello si avvicinava e più diventava furiosa, e in- vece che in sardo, parlava in italiano con la voce dei giudi-

ci e dei carabinieri che perseguivano il figlio. Buttava fumo

dal naso. Il padre di Seppi, otto anni che non camminava, si al-

za e si avvicina al letto della moglie, si inginocchia e inco- mincia a cantare il Dies Irae, e in quel momento compare

il prete e si sente anche il suono dell’organo. La madre bal-

za a sedere sul letto, con una faccia non sua, apre la bocca

e sta per dire, accennando col braccio, che sotto l’albero

d’alloro nell’orto c’è l’oro di Chettu Marrocu, ma il prete alza la mano destra e ordina silenzio. La donna si adagia e

non dice più parola. Il prete le passa un dito sulle labbra,

le fa il segno della croce sulla bocca. Poi se ne va e si porta

dietro i due fratellini minori di Seppi. Arrivati in chiesa,

così nel cuore della notte, ha acceso le candele, ne ha dato quattro accese ai bambini, una per ogni mano, e ha detto

la messa per le anime.

Il giorno dopo il fratello grande di Seppi e il padre di Ceccu sono andati dai frati di Sanluri e hanno regalato molto oro al convento. Per un paio di notti le cose si sono un po’ calmate. Tre notti dopo la spiritata riesce di nuovo a mandare gli spiriti nelle case di Seppi e di Ceccu. In casa di Ceccu appariva

una grandissima strige con occhi di fuoco grandi come mezze angurie e ali come stuoie. In casa di Seppi sentivano

un fracasso, un macinare, un trebbiare per tutta la notte, e

il mattino dopo trovarono l’orto tutto arato e forato, come da una mandria di tori selvaggi in lotta.

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Ma il prete s’era accorto che nel paese ci doveva essere qualcuno che comandava gli spiriti. E capiva anche perché. Per questo aveva ordinato silenzio e sigillato la bocca alla madre di Seppi. Incarica una donna pia di stare attenta a scoprire da dove partiva di notte il fischio degli spiriti. E la donna l’ha scoperto. Allora il prete si mette i paramenti, prende un secchio d’acqua santa e un paniere d’incenso e scende in quel vicinato. Incomincia a benedire, a pregare, a incensare intorno alla casa della figlia di Chettu Marro- cu, e alla fine riesce a far scappare la spiritata di Samassi. L’odore d’incenso non andava alla spiritata. Da quel giorno nelle case dei carcerati non hanno più né visto né sentito nulla. E sul posto della refurtiva nessu- no ha aperto bocca. Al processo Seppi e Ceccu si sono presi ciascuno cin- que anni. E da allora al paese non li ha più rivisti nessuno. Ma certo poveri erano e poveri son rimasti. A lavorare so- no andati fuori, sotto altri padroni. Tutti, padrone, carabi- nieri e giudici, ladri, diavoli e anime dannate, il prete e la spiritata si sono dati tanto da fare. Ma le cose sono rimaste come prima. I ricchi ricchi e i poveri poveri. Siccome questa è una storia vera, non finisce bene. Ma non finisce nemmeno male. Finisce e basta, conclude ziu Loi.

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A FUOCO DENTRO

Ieri sera, a tre anni di distanza dalla sua morte, sono andato a una commemorazione di Emilio Lussu. Dei molti oratori, ciascuno lo ha dipinto a suo modo, ognuno lo ha tirato dalla sua parte. Io avevo ricordi miei, più vivi di letture di lui e su di lui. Forse ricordi simili a quelli di molti altri delle parti nostre. Fino a una domenica di trent’anni fa io ho creduto che il nome Lussu fosse solo il soprannome di ziu Scanniu, e che significasse qualcosa di poco bello, se lo si usava co- me nomignolo di questo vecchietto un po’ strano. Ziu Scanniu però non aveva l’aria di aversela a male. Quella domenica ho capito anche perché. Per quel mattino di festa, pascolati i buoi, mio padre aveva dato tre ordini, all’uscire di casa. Almeno ai primi due non potevo fare a meno di essere ubbidiente. Per prima cosa andare in barbieria per farmi fare una bella umberta, non una mascagna, come avrei preferito io per apparire più grande dei miei quasi nove anni. Poi andare alla messa cantata a fare il chierichetto. E in- fine rientrare subito a casa, dopo la messa cantata, senza fermarmi per il comizio a fare gazzarra con gli avversari, con quelli che noi chiamavamo scomunigaus, mentre loro ci chiamavano democretinus. Questo ordine di mio padre era il risultato della mia rissa di un paio di domeniche prima col figlio di Luigi- neddu Comunista, quando avevo partecipato alla sas- saiola per salutare la partenza del comunista Torrente che aveva tenuto un comizio molto disturbato. Ero tornato a casa col naso sanguinante, credendo di essere una specie di eroe.

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Dal barbiere però mi conveniva andare, così avrei po- tuto ereditare un basco blu smesso da mio nonno, che ven- deva stoffe in giro col carretto e si poteva permettere copri- capi sempre buoni. In chiesa dovevo andarci, perché anche mio padre doveva andare alla messa cantata, e avrebbe po-

tuto notare la mia assenza sui banchi dei fanciulli cattolici. Veramente ero già così stufo di stare in chiesa, per tut-

te le quarantore che si facevano quella primavera. Dal ve-

nerdì prima avevo passato lì al chiuso troppo tempo, con la mia classe, colle fiamme verdi, con mia madre. A prega-

re e cantare per salvare l’Italia e Roma dall’Anticristo.

L’Anticristo era un maligno mascherato da Garibaldi, che diventava però Stalin se si guardava la figura a rovescio. Certe volte invidiavo i figli di quelli che stavano con l’Anticristo, perché essere democristiano comportava que- sta grande seccatura, dover stare in chiesa tanto tempo per preparare il diciotto aprile, quando si doveva decidere la vittoria tra il bene e il male. «Che cosa farai tu in paradiso, se stare qui davanti al Signore a pregare ti annoia?» mi aveva chiesto una volta

sgridandomi la suora, perché mi ero appisolato. E io cercai

di consolarmi pensando che forse era questione di allena-

mento anche il piacere del paradiso.

Ma andare dal barbiere era meno noioso. Qualche vol-

ta era anche divertente. Gli uomini in attesa parlavano di

sport, di politica, raccontavano storie divertenti. Se qual- cuno ti scocciava perché piccolino gli si poteva rispondere con qualche parolaccia da grande, di quelle proibite in ca-

sa nostra.

Le due panche lungo le pareti della barbieria erano già tutte occupate e gli uomini stavano discutendo di politica, giusto perché era l’ultima domenica prima del diciotto aprile. Dicevano di un certo Cerioni, che di pomeriggio doveva tenere un comizio democristiano, e di un comizio sardista dopo la messa cantata. Ma non si sapeva ancora chi avrebbe parlato per il sardismo.

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Proprio mentre ziu Albinu incominciava a sforbiciare per dare forma alla mia umberta, vidi nello specchio en- trare ziu Scanniu e lo udii salutare con un gagliardo Fortza paris. Era allegro, e annunciò che per il sardismo avrebbe parlato Emilio Lussu, il suo capitano. Incominciarono tutti a parlare di Lussu e del sardismo. Alcuni dicevano che il sardismo era per il Fronte Popolare, altri dicevano di no. Ma il più informato era ziu Scanniu, che a suo tempo era stato ordinanza del tenente Lussu, portava il pizzetto come lui e cercava di imitarlo a suo mo- do, scandendo slogan che dicevano di una Caporetto che non tornerà più, della Brigata Sassari, di altre cose strane come Bainsizza, e frasi belle e incomprensibili come «in- sorgere per risorgere». «Roma doma! Italiani in piedi! Chi è fesso resti a casa» disse a voce alta ziu Gustinu Strupiau, per difendere il fa- scismo. Ma nessuno ci fece caso.

A me ziu Scanniu era simpatico, specialmente da quan- do l’estate prima mi aveva difeso contro certi miei com- pagni bovari, che mi avevano giocato lo scherzo brutto di farmi sparire una bella cinghia ornata con venti stellette militari, un giorno che si stava pascolando i buoi da lavoro nei campi di stoppie dopo il raccolto sui terreni de su par- du. Lui era un porcaro e stava coi suoi maiali da quelle parti. Mi era simpatico, anche se una volta per colpa sua mi ero buscato un ceffone da mio nonno, perché avevo riso molto a una sua battuta, una mattina che stavamo andan- do a mietere. Quella mattina ziu Scanniu stava mietendo un suo campicello, vicino a uno nostro che avevamo in affitto da Don Larenzu. «E spigolatrice non ce n’hai?» gli chiese passando mio nonno, per salutarlo. «Come no?» rispose lui. «È già per via la mia spigola- trice».

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«E chi è questa tua spigolatrice poco mattiniera?» con- tinuò mio padre. «Ma non lo andate a dire» confidò lui avvicinandosi

entrare a benedire nemmeno le case dei sardisti, non solo quelle dei socialcomunisti. La nuora di ziu Scanniu mi die- de un manrovescio, quando io scaraventai contro il muro

come per dire un segreto: «è Donna Elenetta, e chi ha da

di

casa sua tre uova messe a forza nel cestino apposito, che

essere?». Donna Elenetta era la moglie di Don Larenzu, lei che

io

benedire le case. Si era avvicinata di nascosto dal prete e

come chierichetto portavo accompagnando il parroco a

di

spigolatrici ne aveva ogni anno una ventina sui suoi

aveva detto che se non le benedicevamo la casa, voleva al-

campi e le davano un quinto del grano spigolato. Ma sicu- ramente anche mio nonno e mio padre, nonostante lo schiaffo, provarono piacere a quella irriverenza verso Don-

meno fare l’offerta per la chiesa. E fare il suo dovere, da parte sua, come tutti gli altri.

na

Elenetta, che ogni anno riceveva in casa l’affitto delle

Pensavo di aver fatto bene a non cercare scuse per non

molte cose ascoltando gli uomini nella barbieria. Che Lus-

terre che noi lavoravamo. Coi brontolii e i mali auguri, dopo che lei augurava a atrus annus. Per lei l’annata era

andare dal barbiere, quella domenica. Stavo imparando

sempre sicura.

su

era un capitano sardista, col pizzetto come ziu Scanniu

Ma la mia simpatia per ziu Scanniu era anche in con-

e medaglie d’oro, che aveva combattuto contro gli austria-

ci

e contro i fascisti nella Spagna. E pensavo alla bugia da

traddizione col nostro essere democraticus, cioè democri- stiani e rispettosi della religione. Lui invece no. Non era miscredente, ma non aveva la solita dimistichezza della

gente del nostro paese con le cose di chiesa: quelli dei pae- si vicini dicono che da noi siamo tutti bigotti perché pro- prio in alto, al centro del paese, c’è un chiesone che sem- bra una grande chioccia che tiene d’occhio i suoi pulcini. Un anno il gelo si era portato via tutto, grano, fave, vigne e ulivi, mandorli e ortaglie. Il mattino di Pasqua, quando si fa la processione dell’Incontro, e si porta in gi-

ro

la Madonna alla ricerca del Figlio risorto, ziu Scanniu

dire in casa a mio padre, perché avevo deciso di stare a sentire il comizio sardista di Lussu. Gli uomini continuavano a parlare di lui e di politica. «Ma questo Lussu che cosa vuole adesso?» chiese a un certo punto ziu Sarbadorangiu, proprietario grosso. «I co- munisti vogliono dividere tutto, ma Lussu che cosa vuole?». Un giovanotto rispose che anche Lussu voleva divide-

re. E aggiunse, serio, che a lui dividere conveniva: gli spet- tava di più di quello che aveva, al giovanotto. Una cosa disse ziu Scanniu a questo punto: che Lussu era un uomo

se

ne stava là a guardare, mani in tasca e berretto in testa.

di

fegato che combatteva per la Sardegna. Ormai ero di-

Nel momento culminante, quando la Madre scorge il Fi- glio e quelli che la portano si piegano per farle fare un in-

ventato tifoso di Lussu. Ma poi scoppiò un bisticcio tra ziu Scanniu e Gustinu

chino e si sparano i mortaretti, lui si rivolge serio ai vicini:

Strupiau, che aveva perso tutt’e due le gambe nella guerra

 

«Sua madre lo cerca qui. Ma voi lo sapete dove se n’è

di

Spagna, volontario coi fascisti, e per questo si chiamava

andato questo povero Cristo? Andate a vedere nei campi, che cosa ha combinato stanotte. Non è qui che lo deve cercare sua Madre. È ancora in giro per le vigne di Riu Arai, a portarsi via gli ultimi ceppi». E poi, quell’anno delle prime elezioni politiche, pro- prio in campagna elettorale, il parroco non era voluto

Strupiau. Capii che ziu Gustinu ce l’aveva con Lussu e con ziu Scanniu, perché Lussu aveva combattuto in Spa- gna contro di lui, insieme coi comunisti, che gli avevano rotto le gambe e non facevano altro che uccidere preti e incendiare chiese. Erano arrabbiati tutti e due, lo storpio come un gallo e ziu Scanniu con un’aria di disprezzo.

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«Per lui la perdita delle gambe è stata la sua fortuna» disse ziu Scanniu rivolgendosi a tutti. «Strambo com’è, senza la pensione di mutilato che gli ha dato Mussolini, non se la sarebbe cavata bene come adesso, con un bel

tanto sicuro tutti i mesi. Fascista per la pensione è, fasci-

sta per i soldi di Mussolini».

Ziu Gustinu gli si scagliò contro brandendo una stam- pella e riuscì a colpirlo con rapidità inaspettata, anche se

alcuni si alzarono per trattenerlo. La mia simpatia era già passata alla vittima dei comu- nisti di Spagna, ma ritornò tutta intera a ziu Scanniu, ri- masto immobile come a ricevere un castigo meritato. Poi cercò di scusarsi col mutilato che continuava a inveire. Intanto ero già stato servito e ziu Albinu barbiere mi

spinse fuori con una pedata, perché volevo restare a goder-

mi ancora lo spettacolo. Andai alla messa cantata a fare il chierichetto e sbagliai

quando mi toccò suonare la campanella dell’elevazione. Con la testa stavo ancora nella barbieria. E in Spagna, alla battaglia di Guadalajara dove ziu Gustinu aveva perso le gambe. Lo immaginavo come Enrico Toti, e vedevo Lussu come Garibaldi. Era difficile decidere chi aveva ragione e

da che parte stare. Mentre ci stavamo svestendo dei paramenti, finita la

messa, in sagrestia entrò trafelato il delegato dei giovani cattolici, per annunciare al parroco che Lussu stava per tenere un comizio, per il Fronte, forse dal balcone di Don Larenzu. Il parroco incominciò subito a dare ordini. Fece chia- mare in sagrestia Donna Elenetta, per dirle che Don La- renzu non doveva prestare il suo balcone per il comizio di Lussu. Intanto aveva proibito ai chierichetti di andarcene, perché aveva ordini anche per noi. Diede disposizioni a

un seminarista, allora in paese in vacanza elettorale: di-

sturbare il comizio e distribuire propaganda buona. Il seminarista ci inquadrò e ci consegnò copie del gior- nalino dei fanciulli cattolici, stavolta fatto anche per i

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grandi che dovevano votare. C’era anche il racconto di Pi- nocchio che è indeciso per chi votare, se seguire i consigli buoni del grillo parlante, la sua coscienza, oppure i cattivi consigli di LuPCIgnolo, che lo vuole traviare col miraggio del rosso paese degli Allocchi.

Ma fuori, sulla piazza, io non mi tenni alle consegne e me ne andai per conto mio, per vedere Lussu da vicino. Gironzolai alla ricerca di un buon posto di osservazio-

ne. Lussu stava parlando, ma si sentiva male a stare lontani.

A mezzogiorno il sagrestano suonò a lungo le campa-

ne. Alcuni giovanotti sardisti volevano andare a tirar giù il campanaro, ma Lussu li tenne buoni. Aspettò che ziu Aro-

niu Brigaderi si stancasse, chiacchierando coi vicini, e ziu Scanniu era tra i più appresso al comiziante. Quando il comizio riprese molti gridarono Fortza paris!

E Lussu a un certo punto chiamò per nome e cogno-

me proprio ziu Scanniu, chiamandolo a testimonio della verità di una cosa che aveva appena finito di dire, qualcosa sui combattenti della guerra del ’15-18, sui combattenti sardi della Brigata Sassari. Anch’io dal mio posto sentii ziu Scanniu gridare si- gnorsì, e lo vidi scattare sull’attenti. Se qualcuno rideva, io non me ne accorsi, tutto mi sembrava molto bello e serio, come nelle storie di guerra. Poi ziu Scanniu si dev’essere rimesso sul riposo, a fu- mare come al solito il suo mezzo toscano a fogu aintru. Perché a un tratto Lussu lo interpellò di nuovo. Gli do- mandò se avesse ancora come un tempo il vizio di fumare il sigaro a fuoco dentro, come i ladri di pecore e i guastato- ri della Brigata Sassari in azione notturna. È stato a questo punto che Lussu ha detto qualcosa che anche a me per la prima volta ha fatto sentire dalla parte sinistra il fuoco del- la passione politica. Alzando la voce, con una violenza che anche a me sembrava adeguata a quello che voleva dire, Lussu diceva, fingendo di rivolgersi solo a ziu Scanniu, che è tempo di tirarlo fuori quel fuoco che tutti noi sardi ci portiamo dentro, nascosto, a bruciarci dentro, come tutti i

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poveracci che devono abituarsi a tenersi l’inferno in corpo, senza che di fuori lo possano notare quelli che lo tengono acceso: a foras su fogu, goppai, chi abbruxid tottu sa burrum- balla de su mundu. Ci fu un boato d’approvazione, con nitriti e Fortza paris! Improvvisamente mi arrivò un cazzotto del tutto ina- spettato, a fund’ ’e origa. Mi voltai giusto mentre mio pa- dre mi afferrava per un orecchio, sempre quello destro maledizione! Allora mi resi conto che stavo gridando a squarciagola Fortza paris! Come facevano tanti altri, per approvare quello che diceva Lussu. Seguii mio padre per qualche passo, poi mi liberai di scatto e scappai, mi infi- lai nel fitto dell’uditorio e andai a collocarmi proprio a fianco di ziu Scanniu, che stava in prima fila, a pochi passi da Lussu, e piangeva come un agnello svezzato.

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ZICCHIRÌA

Tutte le sere, dopo che se ne andava mio nonno con l’ultimo carico di covoni, e con lui le spigolatrici, zia Giuannetta e la figlia Aléne, io potevo andarmene per conto mio, in cima alla collina di Mont’ ’e Craddaxius, in esplorazione tra i cespugli fitti di craccuri. Era un accordo tacito con mio padre. Del resto non era giusto che io spigolassi da solo, quando non c’erano le altre due spigolatrici. Le spighe erano per tutti e tre, e io non dovevo approfittarne. In cima alla collina diventavo cacciatore. Cercavo di stanare animali, sempre con la speranza di incontrare una quaglia, una pernice, o magari una lepre. Per questo mi portavo dietro Fonnesu, il cane di ziu Prameriu, e cercavo di insegnargli l’arte della caccia. Ma valeva anche meno di me. Saltellava brevemente dietro farfalle e cavallette, men- tre io speravo sempre di poter fare una bella figura con mio padre e con ziu Prameriu, se una volta fossi sceso da lassù con selvaggina da arrostire per la cena. Mio padre mi canzonava, ma ziu Prameriu mi dava consigli di caccia. Ziu Prameriu era il nostro mietitore, ingaggiato a sca- rada per la metà della quantità di grano seminato e mietu- to, e dormiva con noi in campagna, all’aperto. Era un lavoratore terribile e mio padre me lo portava sempre ad esempio. Anche se molti mietitori ormai lavoravano a giornata, per un salario in denaro, ziu Prameriu preferiva la scarada, forse perché poteva portarsi dietro due spigolatrici, zia Giuannetta, sua moglie, e la figlia Aléne, che poi aiutava- no nei lavori sull’aia. Ma in tutta quell’estate riuscii solo a portar giù dalla collina incolta un proiettile inesploso di mortaio. Quando

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lo vide, mio padre impallidì, me lo prese adagio, lo posò al suolo e mi mollò un ceffone. Con passo pesante andò a seppellirlo ai margini del campo, dove non passava mai l’aratro, giù nel profondo. Quando feci per avvicinarmi mi lanciò un sasso. Finita l’operazione, tornò sfregandosi le mani. Io dissi per ridere:

«Nix kaputt!». «Non fare lo scemo di guerra» brontolò lui ancora spa- ventato. Della ricerca di selvaggina però mi stancavo presto. Fi- niva sempre che mi mettevo a sedere sul punto più alto a guardare come avanzavano, giù dalle colline intorno, le ombre della sera, che sembravano nubi sulla terra. Stabilivo punti di riferimento, come l’ovile dei Simbula in Santa Bo- napasca, o il pianoro di Fraus, e scommettevo con Fonnesu su quale ombra sarebbe arrivata prima a scurirli. Ci sedeva- mo vicino, io e il cane, che a poco a poco smetteva di af- fannare con la lingua fuori, e diventavamo seri seri tutti e due, come le ombre della sera.

Come spigolatore non valevo niente, specialmente a confronto con la furia di zia Giuannetta, che ogni giorno riempiva il sacco e la sacchetta fino a scoppiare, i gambi tagliati col falcetto rasente alle spighe. Nemmeno messo in confronto ad Aléne valevo molto, anche se lei si preoccu- pava molto di difendersi dal sole, per non abbronzarsi. L’abbronzatura allora non si usava, e una ragazza abbron- zata non avrebbe fatto bella figura a ballare per la festa del- l’Assunta. Aléne tutti gli anni il primo maggio faceva la medicina contro l’abbronzatura: la mattina prima dell’alba andava a lavarsi con la rugiada dei campi, per rimanere bianca come il grano dei sepolcri del giovedì santo. Non mi importava molto di non essere bravo in un lavoro di donne. Questo lo sapevano tutti. E ziu Prame- riu, per consolarmi, perché mio padre mi incitava gridan- do ogni volta che si raddrizzava per assestare i mannelli, ziu Prameriu diceva che però ero una buona testa. Infatti

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sapevo dov’erano tutti i posti che lui aveva conosciuto in guerra, poi come guardia regia e infine come volontario obbligato in Africa Orientale. Ogni volta che si andava in paese, al termine della set- timana, io mi procuravo pezzi del Quotidiano sardo, coi

resoconti del processo al generale Graziani, e glieli legge- vo. Così lui dopo si metteva a raccontare le sue avventure

di soldato, finché non si addormentava sotto il suo om-

brellone verde, frugandosi il naso. Una volta che ero stanco di trasportare covoni al muc-

chio, e mi ero seduto su un sasso mentre loro continuava-

no quel lavoro, mio padre mi sgridò duro per la mia pigri-

zia. Ziu Prameriu mi chiese:

«Ti piace di più la massaritzia oppure lo studio?». «Questo lo sa anche Pipottu», risposi io imbronciato. Pipottu era l’asino di mio nonno. E quella mia sentenza

rimase celebre per tutta quell’estate. Era chiaro che preferi-

vo lo studio.

Una mia aspirazione di allora era di poter scendere una volta nella gola di Intra Montis. Non me lo permet- tevano perché era un luogo impervio. Quell’anno però riuscii a farla franca. Alcune sere prima avevo scoperto un gregge di pecore che pascolavano giù per i fianchi di In-

tra Montis, ed ero sceso a curiosare. Colle pecore c’era solo un pastorello di Villamar, rosso e pieno di lentiggini. Da lui seppi che al suo paese le spighe si chiamano cabìt- za, non spiga, come diciamo noi. Tutti e due ci meravi- gliammo di questa diversità e di come era grande e diver-

so il mondo. Ma non ci prendemmo in giro, come si

faceva coi ragazzini di Guamaggiore, dove si parla in mo- do diverso anche se siamo distanti meno di due chilome- tri. E per meravigliarlo di più io dissi, con importanza, che alla fine dell’estate sarei andato a studiare in Conti- nente, in Piemonte. «E come fai ad arrivarci?». «Con la littorina, e poi con la nave».

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«Che cos’è la littorina?». «È un treno che porta solo gente. Per questo non fa fumo. Parte da Senorbì e arriva fino a Cagliari, vicino alle navi del porto. Ma io poi vado fino a Olbia, per imbar- carmi. Tu lo hai già visto il mare?». «No. E tu?». «Nemmeno io. Ma non ho paura lo stesso». «Perché vai a studiare?». «Perché mi piace di più». «E perché non vai a Cagliari a studiare?». «In Piemonte vado in un istituto di preti che non vo- gliano soldi per studiare». «Perché non vogliono soldi?». «Perché noi abbiamo promesso a padre Rosa di fare i missionari nelle Isole Filippine. Di paese ce ne vengono anche altri». «E tu vuoi fare il prete?». «No. Sei matto? Adesso sono anche fidanzato con una di paese. Ma forse nelle Isole Filippine ci vado lo stesso. Là ci sono i selvaggi con le frecce, e i bambini neri della Santa Infanzia». «A me diventare prete non mi piace. Portano la gonna come le donne». Quando era venuto padre Rosa, in paese, per reclutare aspiranti, molti ragazzini che stavamo per finire le elemen- tari ci eravamo radunati in casa di uno che a studiare dai preti c’era già da tre anni. Fu allora che venne fuori la fac- cenda che chi andava lì a studiare quasi gratis doveva pro- mettere di diventare prete e poi andare missionario. Mis- sionario, mi andava bene, ma prete, no. Quel giorno mi rintanai dietro la cupola del forno del pane, dove le galline si nascondevano per fare l’uovo, e ci pensai su parecchie ore. Bisognava stabilire se avevo la vocazione. Non riuscii a stabilirlo, ma decisi intanto che era meglio andarci. Padre Rosa, tra l’altro, aveva detto che si giocava al pallone; e magari con un pallone vero, di cuoio, le scarpe coi tac- chetti e le magliette coi numeri.

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«Poi, dopo, se uno non vuole andare nelle Isole Filip- pine, può andare anche nel Messico, che è più vicino». «Cos’è il Messico?». «Non lo sai? È il paese di Pancho Villa e di Pecos Bill». «Boh!». «Quello di paese, che c’è già da tre anni a studiare in Piemonte, mi ha insegnato una canzone del Messico. Fa così:

Guadalajara es un llano México es una laguna. He de comer la tuna Aunque me espine la mano».

«Bella. Assomiglia a un muttettu».

Lui stava sminuzzando un fiore ispido di zicchirìa.

«E tu la sai la canzone della zicchirìa?», chiese tutto al-

legro. «No. Cantamela».

«Zicchirìa zicchirìa,

Candu femu in bidda mia

Ci fiad pìbiri e ganella,

Moi ca seu in bidda allena Pappu donnia schivorìa». 1

Il pastorello si mise a mangiare pane e formaggio e me ne fece parte.

«Lo sai come si fa a tenere lontane le zanzare, quando si dorme in campagna?», gli chiesi. «Io no».

«È facile. L’ho inventato io. Però funziona solo durante

la mietitura, perché allora si mangia bene, ciascuno col suo piatto di pastasciutta. Dopo mangiata la pasta, il piatto non

1. «Fiore d’aneto, fiore d’aneto, / quando ero al mio paese / c’era pepe e cannella. / Ora che sono in paese altrui / mangio ogni schifezza».

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si pulisce bene dal sugo, anche se è la parte più buona. Quando ci si mette a dormire, si piazza il piatto vicino alla testa, e allora le zanzare vanno sul piatto, rimangono ap- piccicate al sugo e lasciano dormire i cristiani. Ma questa non è arte da pastori». «E tu lo sai come si fa a tenere la coda sporca delle pe- core lontano dal secchio del latte, quando si mungono?». «No. Dimmelo». «Te lo faccio vedere io per bene». Acchiappò una pecora, chiamandola per nome, le si mise a cavalcioni, con il dorso verso la parte anteriore del- l’animale; la spinse un poco con un paio di pacche sul de- retano, si fece la croce, sputò sul palmo delle mani e le sfregò un poco; si chinò con le mani verso le poppe, prese la coda con la sinistra, l’appoggiò al fianco della pecora e la tenne ferma col gomito destro, infine fece l’atto di munge- re dentro un secchio che non c’era. «E tu sei buono a mietere dei veri mannelli grandi?». «No». «Io sì. Ci vuole molta arte. E se uno ci ha l’arte, non conta avere le mani piccole. Bisogna saperli allacciare bene». «Tu ne hai visti di agnelli quando nascono?». «No. Tu ne hai viste di lepri, da queste parti?». «Molte. E anche conigli selvatici e pernici». «Ne hai presi, senza fucile?». «Io sì». «E come hai fatto?». «Al mio paese si fa così. Ci si avvicina piano piano, si mette un po’ di sale sulla coda della lepre o della pernice, e si acchiappa». Ridemmo. «Da noi così si prendono i tordi».

Anche quella sera io salii sulla cima di Mont’ ’e Crad- daxius, a snidare selvaggina con Fonnesu. Su un alberello di pero selvatico trovai un nido vecchio di cornacchie.

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Salii in cima per esaminare il nido e da lassù scorsi lonta- no, in direzione del paese, una colonna di fumo nero. Scesi giù a rotta di collo, flagellandomi le gambe nude, verso mio padre e ziu Prameriu che stavano ancora mie- tendo. «Hai stanato una lepre?», mi chiese ziu Prameriu.

«O un topo?», mi canzonò mio padre.

«Là c’è il fuoco. Il grano brucia vicino al paese».

Ma loro non volevano credermi. Poi ci sembrò di

udire lontano le campane a martello. E infine incominciò a scorgersi la colonna di fumo, anche da laggiù.

Mi ordinarono di restare lì a custodire le nostre cose e

loro scesero alla disperata verso il paese. La notte venne giù dalle colline. Lontano, a sette chi-

lometri, si scorgeva il chiarore dell’incendio. Anche il ca- ne se n’era andato con loro. Nella zona non si vedeva nes- suno. Ero proprio solo, ma non avevo paura per questo. Ero spaventato per quel fuoco che aveva messo le ali ai piedi già stanchi di mio padre e di ziu Prameriu. Chissà dove stava bruciando. Forse nei campi di gra- no di Santu Milanu. Lì noi avevamo già mietuto, per pri- mi. Ma gli altri no. Mi sembrava di sentire l’odore dell’in- cendio, incendio di grano. Il rumore dei grilli stava attorno assordante. Ma senti- vo anche il brontolio dei vermi sotto terra. Molto tardi nella notte ritornò ziu Prameriu solo con Fonnesu, morto di stanchezza. «Che cosa è bruciato?».

«Le aie vicino al ponte di Guamaggiore».

«Anche il nostro grano?». «Tutto no». «E mio padre?». «È rimasto a finire di spegnere». Si buttò a terra. «E tu non potevi almeno preparare i giacigli di stoppie per la notte?».

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«Me ne sono dimenticato». Preparammo due giacigli e ziu Prameriu si sdraiò sul suo. Subito incominciò a tremare violentemente, come se morisse dal freddo. «Speriamo che non sia la malaria. Ci manca solo quel-

la». «È bruciato molto?». «Il nostro no. Ma il grano dei Demontis, dei Bertellini

e di molti altri se n’è andato quasi tutto». «Lo dicevo io che era fuoco di grano». «Già, fuoco maledetto». Non riuscivamo a dormire. Ziu Prameriu si prendeva

a schiaffi per le zanzare e io mi resi conto che eravamo ri- masti a digiuno. «Ci avete pensato che non abbiamo cenato, stanotte?». «No. Perché non mangi tu?». «Non ne ho voglia. Mi dispiace solo che non possia- mo farci le trappole per le zanzare, coi piatti». «Hai avuto paura quando sei rimasto solo nella notte?». «No, paura no. E voi avreste avuto paura?». «Io alla tua età avevo paura di portare i buoi al pasco-

lo, prima dell’alba, specialmente quando pioveva e c’erano

tuoni e lampi».

«Dove eravate servo?». «Nell’azienda di Pisugù, la più grande che c’era allora». «Vi trattava male questo Pisugù?». «Come gli altri padroni». «Ci siete stato molti anni?». «Tra una guerra e l’altra, dopo il congedo e tolti gli an-

ni d’Africa. Pisugù aveva la specialità di essere molto reli-

gioso, ma lo faceva per i suoi interessi. Però queste cose io

non devo dirtele. Tuo padre non vuole». «Mio padre non fa mica le parti dei padroni come Pisugù». «Non è per questo. È per il modo di certi padroni di

servirsi della religione. Pisugù diceva che tutto è volontà

di Dio, ma lo diceva solo quando gli faceva comodo.

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Così eravamo di più nelle sue mani. Lui era come il nostro destino, che ci comandava in tutto, e noi zitti. Altro che volontà di Dio». Non avevo mai sentito ziu Prameriu parlare così. Ma era come se non parlasse a me. Forse aveva veramente la febbre della malaria. «Io vado a studiare. Così non starò sotto un padrone». «Fai bene, te lo dico sempre. Vai e non tornare». «In vacanza ci torno. Quelli che ci sono già, tornano d’estate». «…Tutta la settimana in campagna, senza vederci l’un l’altro se non controllati dal padrone o dal sotzu. E la do- menica ti prende in consegna il prete per insegnarti la ras- segnazione, la fiducia in Dio, specialmente ai giovani che non sono ancora rassegnati. Così è quando si entra sotto padrone per tutto l’anno. Tu hai scelto bene… Uno qua e uno là, e per incontrarci solo la chiesa. Dal padrone al prete e poi, quando c’è guerra, sotto le armi. Gli altri fan- no sempre di te quello che vogliono, delle nostre braccia e della nostra testa». «Anche il prete?». «Specialmente il prete, che sa come convincere: è il suo mestiere. Ma anche ai preti insegnano così, la rasse- gnazione». «Anche a me insegneranno a fare rassegnare la gente?». «In fondo è giusto, insegnare la rassegnazione. Ma io non mi sono lasciato mettere sempre i piedi sul collo». «Come facevate?». «Il padrone ci fregava con la religione. E io, una volta l’ho fregato io, a lui, con la religione… Ma queste cose non devo dirtele». Aspettai che riprendesse. Continuò:

«Eravamo di settimana santa. Allora si faceva anche di- giuno, oltre che magro, e il padrone ne approfittava per darci da mangiare peggio del solito. Pentoloni di fave du- re, a volte senza nemmeno sale. Una sera mi toccava il ser- vizio nelle stalle, ma ero troppo stanco. Ci ho pensato un

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po’, poi sono andato dal padrone e gli ho detto che dove-

vo andare a confessarmi e comunicarmi, per l’obbligo pa-

squale. “Ci vai domani mattina”, mi dice lui. “Ma doma-

ni mattina non c’è prete per confessarmi”, dico io, “oggi

Alla fine della giornata avevo il mio sacco pieno, per la prima volta. Mio padre tornò il giorno seguente. Con una faccia come quando aveva la malaria. Per fortuna avevamo anco-

c’è

anche il prete di Ortacesus”. Lui cercava scuse, ma lì

ra

grano da mietere.

fatto i miei calcoli. Adesso eravamo più poveri. Io vole-

per lì non ne ha trovate. “C’è il tale che mi sostituisce”, dico. “E va bene”, termina lui arrabbiato. La stanchezza

vo

Ogni giorno riuscii ad avere anch’io il sacco pieno. Ave-

mi

è passata subito. Sono andato a casa, ho mangiato due

vo

spigolare tanto grano da comprarmi scarpe nuove e far-

uova anche se allora in quaresima erano proibite, e ho dormito con mia moglie, dopo due settimane, hai capito?

mi

un cappotto per l’inverno del Piemonte.

Il

mattino dopo ho poltrito in letto fino alle sette e verso

Quell’anno i buoi pascolarono più a lungo del solito

le

otto tutto fresco e allegro sono andato a casa del padro-

nelle aie, dopo il raccolto. C’era tanto grano semibruciato

ne. Sia lodato Gesù Cristo, dico come se venissi di chiesa.

da

mangiare per loro. Ma bisognava stare attenti che non

E

lui mi manda in cucina a prendere il caffè offerto dalla

mangiassero anche cenere, perché si sarebbero ammalati.

melo solo di roba americana, ma le scarpe me le feci nuo-

padrona in persona, come era l’usanza, tutti gli anni quando si faceva l’obbligo pasquale».

Il cappotto per l’inverno del Nord riuscii a comprar-

«E la comunione non l’avete fatta?». «Un’altra volta. Come facevo, se ho dormito fino alle

ve,

basse. Le mie prime scarpe non chiodate. Il giorno che partii, anche le scarpe erano nella valigia

sette?».

di

cartone. Quando arrivai a Cagliari non riuscivo a cam-

Prima di addormentarsi, ziu Prameriu, forse senza ac- corgersene, mi disse anche che mio padre era rimasto in paese perché si era sentito male per la furia di spegnere l’incendio, con rami di mandorlo e di fico.

minare sulle strade asfaltate, con le mie solite scarpe chio- date. Ma avevo quelle buone per le strade del Piemonte. Mio padre e mia madre mi avevano raccomandato molto di badare sempre alla mia valigia. Nel Quarantaset-

te,

quando mio padre era andato a Roma per un conve-

 

Il mattino dopo ho voluto mietere anch’io, con la falce

gno degli uomini cattolici, al ritorno sul molo di Civita-

di

mio padre. Ziu Prameriu non voleva, ma poi mi diede

vecchia gli avevano rubato la valigia, coi ricordi di Roma e

le

istruzioni. Mi allacciai il grembiule di panno azzurro di

i ritratti del papa e di Luigi Gedda.

mio padre, me lo arrotolai per non inciamparci, e mi infi-

Ma io legai una cordicella per un capo al manico del-

lai le mezze maniche. Ma quasi subito mi tagliai profondamente il mignolo

della sinistra. Ziu Prameriu si mise a imprecare e mi ordinò

di pisciare sulla ferita. Non mi lasciò più mietere, e me ne

andai sotto l’ombrello verde a soffiare sul mignolo sangui- nante. Intanto riflettevo. Quando arrivarono zia Giuannet-

ta e Aléne, mi misi con loro a spigolare con impegno. Le

due donne parlarono tutto il giorno dell’incendio nelle aie.

Cercavano di non farmi capire ciò che io avevo già capito.

120

la valigia e per l’altro capo alla cinghia dei pantaloni non

più ornata di stellette militari.

121

CONTROTEMPO

specialmente se durano poco, in modo che sia solo un gio-

co che non stanchi.

A casa c’era una novità che m’incuriosiva. Mentre ero

via, mi avevano scritto che mio fratello Ottavio ha tirato

su le strutture della sua casa perché sta per sposarsi. Sapevo

 

Non sono stato via per anni di seguito, come un paio

già del progetto: un parallelepipedo che avrebbe occupato

di

altre volte. Ma ho avuto ancora voglia di tornare a casa.

tutto lo spazio del nostro vecchio cortile rustico, dalla stal-

E

come le altre volte sono state buone le sensazioni del ri-

la

vuota dei buoi da lavoro, al letamaio, al forno a cupola,

torno, con un poco di pudore e di nuova meraviglia per questo mio ritrovare tutto amichevole e armonioso, le cose e le persone. Al Brennero mi ha sorpreso un’eleganza, mai notata prima, dei nostri finanzieri, carabinieri, poliziotti, che so di non avere imparato da nessuno ad amare. E a

fino al pozzo e al pagliaio. Ottavio è l’unico, di noi dodici fratelli e sorelle, rima- sto a lavorare la terra. Terra degli altri. Ed è anche il solo, per ora, che metterà su casa in paese con una del paese. Gli altri siamo tutti sparpagliati in dintorni più nordici, da

e,

come diciamo noi fratelli scherzando, insieme con «uno

Civitavecchia, in attesa del traghetto per il Golfo degli Aranci inesistenti, ho impiegato la lunga attesa ammiran-

Roma a Stoccarda. Così, fra poco, mio padre e mia ma- dre, quando rifaranno l’elenco dei loro generi e delle nuo-

do i modi e i visi dei sardi in transito verso il Natale di ca- sa, gli adulti maschi con la faccia lorda di barba non fatta,

re, dei coniugi dei propri figli, come fanno spesso con un poco di tristezza, potranno annoverare anche una nuora

le

donne e i giovani segnati in modo vario dalla mutazione

delle nostre parti, insieme con una del Varesotto, una bre-

del trentennio, ma tutti riconoscibili e non trasfigurati. Comunissima aria di casa, che ubriaca come vino do- po una lunga astinenza.

sciana, una calabrese e una della Romania; insieme con un genero emiliano, uno cagliaritano, uno mezzo napoletano

Però tutto si riproporziona a poco a poco, reimparan-

di

tutte le parti», perché la nostra sorella maggiore è suora

do a respirare l’aria di casa. Fino al momento di ripartire,

e perciò sposa del Cristo di tutti i posti.

quando tutto diventa di nuovo buono, e si riscopre, come

 

Nell’ultimo tratto di viaggio, verso il paese, ho cercato

all’arrivo, l’agio del metter mano nelle proprie tasche.

di

immaginare l’effetto del non trovare più, in casa, cose e

Il figlio di zia Ciccitta, da vent’anni in Olanda, l’ulti-

ambienti di prima della nostra diaspora familiare, cancel-

ma volta che è venuto a Natale, arrivato il mattino della ri- partenza si è seduto un momento davanti al camino, e si è messo a piangere in silenzio, mentre sua madre piangeva con lui e suo padre fingeva di canzonarli entrambi. Non voleva più ripartire, non perché non volesse tornare in Olanda, dove si sta meglio, ma perché non è possibile re- stare a casa, col meglio dell’Olanda. Tornare a casa è una festa, non è la ferialità quotidiana

di prima di andarsene. Le rimpatriate sono sempre dolci,

122

lati dalla casa di Ottavio. Una questione di affetti privati

ed esclusivi. Ma mi sentivo ancora in polemica verso certi

rimpianti di lusso, ambigui, pessimismi culturali neoarca- dici e forme morbose di rammarico: contro la coscienza distorta del mutamento, sopravvenuto nel trentennio pas- sato, che ricerca salvezza nella riconquista di un’autenti- cità di comportamenti e di sentimenti, che sarebbe pro- pria di un mondo contadino, scomparso anche da noi in Sardegna.

123

Com’è che diceva a suo tempo Fontenelle? «… l’agré- ment des bergéries consiste à n’offrir aux yeux que la tran-

quillité, dont on dissimule la bassesse: on en laisse voir la simplicité, mais on en cache la misère». Se n’era accorto perfino uno come lui, e ai suoi tempi, figurarsi chi da quel mondo è uscito perché ci si stava male. Ma in fondo temevo che tutte quelle dolci sensazioni del tornare a casa avrebbero potuto ingigantire e distorce-

re questo mio sentire, verso dimensioni pubbliche e di

coscienza d’un’epoca, di crisi naturalmente. Mi preoccu- pava, insomma, il timore che la mia personale nostalgia dei tempi e delle cose passate, ora non più testimoniati nemmeno da ciò che la casa di Ottavio cancellava, diven- tasse rimpianto per tutto un mondo e una condizione che non è più, che la mia infanzia divenisse la trasfigurazione dell’infanzia agreste del mondo. Sono temi e sentimenti nuovamente di moda, e aspetti di nuovi conformismi. Questo rimuginare aveva però anche una ragione re- cente. Qualche tempo prima, a Copenhagen, avevo in- contrato certi folkloristi bifolchi di quelle parti, e mi ero trovato costretto a dire cose che ora mi sembravano molto dure, contro il dilagare di vagheggiamenti di arcadie per- dute. E poi, in quell’autunno scandinavo, in una nordica città che non ricordo, avevo capito dai titoli dei giornali che in Italia era stato ucciso Pier Paolo Pasolini, e avevo sentito un senso di colpa, nonostante il mio alibi di ferro.

assistenti e dottorandi di quell’istituto scientifico, sporchi e puzzolenti di stalla e di un ottimo formaggio danese, feti-

do come gorgonzola, malvestiti e irsuti di barbe e di capel-

li. Il medesimo fetore di stalla e di formaggio ristagnava in

tutti i locali dell’istituto. Le donne vestivano larghi e infor-

mi calzoni di tela azzurra e vecchie camicie contadine sen-

za colletto, arrivavano e se ne andavano sotto ombrelloni verdi come quelli dei contadini delle mie parti, chi con scarponi, chi con vecchi zoccoloni di legno, ma tutte le calzature maschili e femminili erano ornate e profumate,

apposta e ad arte diceva Rudolf, con resti di strame. Intel- lettuali travestiti da contadini che lassù non ci sono più a quel modo da ben più di mezzo secolo.

Ho domandato a uno di loro se tutti fossero di origine

contadina. Nessuno lo era, ma tutti si erano trasferiti in villaggi intorno a Copenhagen, in ambienti agricoli ripor- tati alle condizioni del secolo scorso, prima metà. Un loro

rimpianto era non poter fare la spola tra fattoria e univer- sità a cavallo, o magari col carro a buoi e in slitta.

Mi hanno dimostrato molta simpatia, quando hanno

saputo che sono sardo. Io li ho ricambiati ricordando un

etnologo danese che è stato il miglior studioso dell’antico strumento sardo a fiato, le launeddas. Però sembravano di- spiaciuti del mio modo di vestire normalizzato. C’è del marcio in Danimarca, ripeteva Rudolf fra il puzzo di letame. Lui riusciva a divertirsi, mentre il mio sentimento più benevolo era la meraviglia. Loro, i danesi,

 

A Copenhagen ero capitato un po’ per caso, col mio

mi

hanno sollecitato spesso a dire la mia, su questo mon-

amico Rudolf, studioso di cultura popolare europea, tede- sco, ma un tedesco notevole, perché il suo tema preferito

do

tire da un’osservazione fatta in quei giorni in città: l’ab-

che perde ogni dimensione umana. Ero tentato di par-

di

studio non è l’amore germanico per i boschi e le belle

bondare di porno-shops rusticani, dove si vende ai più

che vi si addormentano, ma la sua idea che i tedeschi da qualche tempo a questa parte lavorano per rimorso, e che

raffinati documentazione sul sesso villereccio di una volta. Ma sono riuscito solo malamente a richiamare la loro at-

hanno tirato su quel bel po’ di Germania per dimostrare che non sono solo cattivi. Emigranti per lavoro essi pure.

tenzione sul fatto che i prezzi che si pagano al progresso e al mutamento sono anche e soprattutto prezzi che si paga-

Rudolf ha tenuto una serie di conferenze agli studiosi

no

a forme distorte di progresso, non al progresso in

danesi di cultura popolare. Un uditorio singolare: professori,

quanto tale; che perciò non hanno molto senso i rimpianti

124

125

per forme di vita definitivamente sostituite. Loro mi ascoltavano calmi e amichevoli, democraticamente dispo- nibili, mentre io inciampavo e m’indispettivo per la diffi- coltà di dover dire cose a loro tanto estranee in una lin- gua estranea. Insistevano, una volta, che parlassi della Sardegna. Ho detto loro dell’atteggiamento di lamento e di ironia dei

contadini e dei pastori sardi verso la loro esperienza di vi-

ta, e invece delle nostalgie di drappelli di piccola borghesia

intellettuale, urbana e campagnola, per il mondo rurale scomparso. Reagivano con placidi cenni di assenso, anche quando mi lasciai scappare che per il mondo delle campa- gne non si fa nulla scimmiottandone usi e costumi. Avrei voluto dire le stesse cose con quel loro stile. Uno con una barba bionda, che sembrava un Marx vi- chingo, commentava con soavità francescana che gli ita- liani, da Machiavelli in poi, vedono il mondo deformato dalla politica; e ricordava l’opinione di Marx che le tappe

del progresso sono scritte negli annali dell’umanità a tratti

di sangue e di fuoco. Già, ma una volta fatti certi sforzi e

pagati certi prezzi, per favore non chiedete a nessuno di tornare indietro, di rinunciare agli antibiotici per gli im- piastri e al frigorifero per il pozzo. Ci ho dato sotto, anche se mi sembrava che loro mi guardassero come un piccolo rimorchiatore asmatico che cerca di tirare in porto il bastimento del capitalismo.

Rivincita degli affetti, vendetta della nostalgia, c’è stata davvero, a cominciare da quando ho visto scardinato e messo da parte il vecchio portone, che vent’anni prima

mio nonno e io avevamo dipinto di azzurro, come era di moda allora; e troneggiare lo scheletro di un edificio cubi-

co là dove prima era il cortile coi suoi annessi rustici e an-

tichi, i luoghi delle scoperte della mia infanzia, gli archeti-

pi del mio mondo. Senza farmi accorgere da nessuno in

casa, ho girato più volte silenzioso attorno alla struttura in

blocchetti di calcestruzzo.

126

Con pudore istintivo stavo mimando il ritorno da un lungo girovagare, alla ricerca delle memorie dell’infanzia come memoria del mondo. In privato celebravo con par- tecipazione il rito stantio dell’estetica decadente, quasi tutto dentro l’orizzonte mitico dell’infanzia stagione della poesia e delle esperienze basilari. Non poteva anche esse- re, questo, uno di quei momenti di grazia della maturità in cui si riducono a chiarezza le rivelazioni prime delle co- se? Ma ecco qua, distrutti, trasformati, abbozzati, ma fusi insieme, i segni del contrasto mio privato fra città e cam- pagna, tra infanzia e maturità, tra spontaneità primigenia e fredda ragione culta. Uno scroscio di pioggia mi ha spinto dentro casa, la vecchia casa scuriosa dai muri panciuti che vorrei raddriz- zare a ogni rivederli, ma che stavolta ho amato così storti e lordi di umidità, senza bisogni di pareggiare, adattare, cor- reggere, trasformare. E poi però, quando mia madre inso- litamente loquace ed eccitata, mi ha spiegato per bene co- me sarà, quando finita, la casa di Ottavio, allora ho capito con sollievo che i miei sentimenti erano miei esclusivi. Le ho chiesto se a lei non dispiacesse un po’ che tante cose di prima adesso non erano più. Lei mi ha guardato come chi dice cose fuori luogo, forse con quella medesima meravi- glia con cui io guardavo i villani rifatti di Copenhagen. Ho cercato di spiegarle che la cancellazione delle testi- monianze di quella parte della nostra vita passata mi face- va malinconia. «Come sei tonto» mi ha canzonato. «Dio ce ne scampi dal ritornare a quei tempi». Ha riflettuto un poco e poi ha concluso:

«Si vede che ti ricordi male, a forza di stare lontano da qui».

Deus s’indi campid a torrai cussus tempus. Lo so anch’io che vede giusto mia madre. Non perché lei partecipi di ciò che chiamano saggezza contadina. Perché invece i suoi pensieri e i suoi sentimenti si prolungano in sintonia dai

127

pensieri e dalle preoccupazoni di tutti i suoi figli, che vi- vono le sollecitudini del presente e non hanno occasione

di rimpiangere un passato di maggiore miseria. Miseria

per lo meno materiale. Ma chi non ha memoria storica non ha nemmeno il

senso della fine, o degli inizi, o della crisi come transeun-

te, e si appaesa sempre fuori dal presente storico? E fa sua

sempre la morale del servo hegeliano, il cui destino è di vivere e di fuggire inutilmente dalla morte e da tutto ciò che la ricorda?

Certamente hanno ragione pure gli scettici, che nota-

no come tutti i tempi sono di crisi. Ma, qui dietro, ci so-

no trent’anni di storia che non sembra tumultuosa, che

invece sono stati per tutta la nostra gente l’ingresso rapido

e definitivo nella storia moderna, la fase finale di una

grande trasformazione. Trent’anni che si aprono anche qui con le lotte per la terra, il pane e il lavoro, la riforma agraria, e per la democrazia e il progresso civile; e ora si chiudono, veramente sul calare di una parabola, con un ritorno parziale e non voluto, come non era voluta la par- tenza in massa e dolorosa verso altri luoghi e altre dimen- sioni di vita. Un presente che non lascia molto tempo per fare conti di perdite e di ricavi, ma forse alla mente meno oscuro del passato.

Ha ragione anche mia madre, quando dice che non

arretrate del fronte, agli occhi dei manovrati incomincia- no a risaltare i lineamenti delle strategie, dei lenti movi- menti di massa, non più solo le tattiche e gli espedienti per la sopravvivenza individuale nella precarietà quotidia- na. E mentre bizzarri capitani, sconfitti o a capo di nien- te, fanno i loro canti del cigno, la truppa si sta già muo- vendo per nuove strategie, con nuovi capitani, anche se continuano a fare notizia le bravate degli sbandati e i bei gesti degli irregolari.

Non so abbastanza quanto valga la pena di tentare, col mezzo antico del raccontare, un contributo a far crescere la consapevolezza di ciò che siamo diventati. Siamo però cer- tamente in tanti, dentro quest’Occidente industriale, con- tadini di fatto o di estrazione, ma nuovi, senza molte buo- ne occasioni per considerare il senso di questa nostra storia particolare, l’importanza di un processo di cui siamo va- rietà specifiche di figli e di eredi. Ma eredi che dobbiamo accogliere il lascito col beneficio dell’inventario. Anche se abbiamo mille ritegni solo a ricordare, perché lo facciamo col filtro di almeno un paio di conformismi, e la memoria si offusca per il riemergere di sedimenti spessi di pudore per il nostro essere venuti di campagna. E per chi ricorda narrando, la memoria si offusca anche per il riemergere di sedimenti di popolarismo e di memorialistica rusticana, simplicia simplicissima. Soprattutto per colpe non nostre, la nostra terra d’origine è terra di molti rimorsi.

ricordo bene, perché ricordo a modo mio, diverso forse molto dal suo: navigando sugli stessi mari siamo approda-

Forse è lecito versare un tributo ai molti vezzi del boz-

ti

in porti diversi, con modi diversi di tenere un giornale

zettismo di tono popolare, e alla moda della carità culturale

di

bordo. Eppure sia lei che io ci sentiamo al termine di

per il popolare rustico, ma riuscendo a pagare solo quel

una vicenda che ne genera un’altra, quando i casi degli in- dividui appaiono fatti anche di interi gruppi di uomini. Alle schermaglie ultime di una strategia secolare di conqui- sta di questo nostro mondo che dicono contadino, con poche battaglie in campo aperto, ma di lunghe manovre di infiltrazione e di accerchiamento, anche su queste porzioni

tanto di pedaggio che autorizzi a tentare uno sberleffo a certe voghe, male invecchiate e rimesse a nuovo. I conti vanno fatti comunque per trarne profitto, anche con du- rezze sgradevoli a molte orecchie, quando non è bene dare esca nuova ai ruralismi salvifici, ma è necessario far emerge- re il mondo contadino recente e remoto dall’idillio agreste

128

129

nuovamente ricorrente; e bisogna deludere la simpatia tre- pida di molti per i buoni villici delle proprie contrade, resi- stendo alle nostalgie cosmiche della decadenza, alle speran- ze ingenue di ritorni e arresti impossibili, che da queste parti non si ha modo di sognare, senza rimpianti, ma con qualche rancore.

Difficile è alludere al futuro che si teme, ma è possibi- le usare il timore come forza positiva, per vincere la tenta- zione dell’anticipo, della fuga in avanti, sciocca come la fuga all’indietro, perché vuol dimenticare il peso del pas- sato e della continuità. È possibile, se è vero che questa paura di oggi è anche un bisogno stravolto di trasforma- zione e di novità. Conti dell’inventario che dobbiamo fare, questi venti quadri contano gli spiccioli, ma vogliono alludere alle grandi cifre del trentennio ultimo scorso.

130

INDICE

5

Nota introduttiva

11

Ricerca sul campo

18

L’ultima transumanza

22

Domino

25

Chi ha visto il mondo

30

I conti della rinascita

33

La strategia di Fedele Succu

39

Il reddito

43

L’ultimo carrettiere

49

Città e campagna

57

Voltaire e il gendarme

65

Il campione mondiale

67

Martirio oscuro

77

Trent’anni dopo

80

Componimento

82

Pesca di frodo

89

Arrichetteddu

95

L’esorcismo

103

A fuoco dentro

111

Zicchirìa

122

Controtempo

SCRITTORI DI SARDEGNA

Volumi pubblicati

1.

D.H. Lawrence, MARE E SARDEGNA

2.

E. Costa, GIOVANNI TOLU

3.

G. Spano, PROVERBI SARDI

4.

S. Satta, CANTI

5.

G. Dessì, LEI ERA L’ACQUA

6.

Valery, VIAGGIO IN SARDEGNA

7.

S. Atzeni, PASSAVAMO SULLA TERRA LEGGERI

8.

O. Bacaredda, CASA CORNIOLA

9.

G. Fiori, VITA DI ANTONIO GRAMSCI

10.

A. Bernardini, LE BACCHETTE DI LULA

11.

Montanaru, CANTOS

12.

C. Gallini, INTERVISTA A MARIA

13.

S. Cambosu, UNA STAGIONE A OROLAI

14.

B. Bandinu - G. Barbiellini Amidei, IL RE È UN FETICCIO

15.

A. Carta, ANZELINU

16.

B. Zizi, ERTHOLE

17.

P. Casu, LA VORAGINE

18.

A. Cossu, I FIGLI DI PIETRO PAOLO

19.

G. Pinna, IL PASTORE SARDO E LA GIUSTIZIA

20.

C. Nivola, MEMORIE DI ORANI

21.

P. Rombi, IL RACCOLTO

22.

P. Casu, GHERMITA AL CORE

23.

E. Lussu, IL CINGHIALE DEL DIAVOLO

24.

G. Deledda, CHIAROSCURO