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GIULIO ANGIONI

A fogu aintru
A fuoco dentro

Scrittori di Sardegna 32

Giulio Angioni

A FOGU AINTRU
A FUOCO DENTRO
nota introduttiva di Franco Manai

Stampa: Lito Terrazzi, Firenze

Copyright 2008 Ilisso Edizioni - Nuoro www.ilisso.it - e-mail ilisso@ilisso.it ISBN 978-88-6202-023-7

NOTA INTRODUTTIVA

A trentanni dalla sua prima pubblicazione A fuoco dentro A fogu aintru ormai un classico della letteratura regionale sarda non solo perch, come voleva Italo Calvino, non ha mai finito di dire quel che ha da dire, ma anche per lalto profilo che la figura del suo autore ha via via acquistato nel corso di questi anni nel mondo letterario e culturale. Questo volumetto, uscito per i tipi della Edes di Cagliari, casa editrice specializzata soprattutto in saggistica antropologica e a diffusione prettamente regionale, raccoglieva dei testi gi pubblicati in rivista tra il 1975 e il 1976 e proponeva a un pubblico pi ampio alcuni altri testi letterari di un autore gi noto agli specialisti per i suoi saggi legati allattivit di docente di antropologia culturale allUniversit di Cagliari. Angioni ha costantemente affiancato alle sue copiose pubblicazioni di carattere scientifico quelle altrettanto numerose di segno letterario, mantenendo beninteso ben distinti i due ambiti di scrittura. stato un modo di partecipare con le parole e con i fatti al dibattito internazionale (si pensi a Clifford Geertz e a James Clifford) sulla natura della scrittura etnografica, cio su come parlare di modi di vita diversi. Tenendo separati i campi, Angioni non riduce (o promuove) il rapporto etnografico a puro racconto, creazione retorica delletnografo, ma dimostra la sua fiducia nel grande e comunque maggiore potenziale comunicativo della letteratura rispetto alletnografia. Tutta lopera di Angioni gravita tematicamente sulla Sardegna, o meglio sul cambiamento epocale e vertiginoso che vi ha avuto luogo a partire dagli anni Cinquanta del Novecento e che in parte continua ancora oggi. Ma il continente Sardegna sempre per Angioni la base e lo spunto per un discorso ben pi ampio, che inserisce le tematiche propriamente sarde allinterno di un contesto nazionale e soprannazionale.
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Come la successiva raccolta Sardonica (Edes, 1983), A fuoco dentro A fogu aintru intimamente legato alla temperie culturale degli anni Settanta, e vi sono infatti evidenti i segni di quello che allora si chiamava lavoro intellettuale impegnato. Non solo i temi trattati sono quelli tipici di una letteratura che vuole analizzare la realt per trovare il modo di cambiarla (condizioni di vita delle classi subalterne, dialettica citt-campagna, problematiche dellemigrazione), ma soprattutto il modo in cui questi temi sono trattati e in specie il linguaggio usato sono caratteristici di una letteratura che rifiuta lortus conclusus degli addetti ai lavori e si pone come terreno di confronto per un pubblico potenzialmente vasto di lettori. In coraggiosa controtendenza Angioni ritiene importante pagare un doveroso tributo ai modelli del verismo e del neorealismo, entrambi ormai lontani e fuori moda. Il suo particolare problema, tuttavia, consiste nel trovare il modo di dare voce a un mondo in fase di trapasso, in cui lui stesso e la sua storia personale erano strettamente implicati. Cera il rischio di dare di questo mondo, contadino e pastorale, una rappresentazione viziata dalla lunga e pervicace tradizione letteraria del bozzettismo e dellidillio agreste. anche vero che il panorama letterario italiano offriva validi esempi di rappresentazioni per niente idilliache del mondo subalterno, dal calabrese Saverio Strati di Noi lazzaroni del 1972, ai sardi Salvatore Mannuzzu di Un Dodge a fari spenti del 1962 e Gavino Ledda di Padre padrone del 1975. Angioni pu essere accostato a tali scrittori per la volont di descrizione antropologica di una realt sociale in via di estinzione, tuttavia non ne condivide le soluzioni narrative, a cominciare dalla scelta dei personaggi narratori, ovviamente determinante rispetto al linguaggio e alla prospettiva del testo. Il carattere distintivo della scrittura di Angioni lironia che investe e coinvolge tutto e tutti, autore e lettore compresi. Anche autoironia dunque e, beninteso, senza compiacimenti. Un modello forte di ironia sicuramente costituito da Emilio Lussu, e Angioni dichiara il suo debito con uno dei maggiori scrittori sardi gi nel titolo della raccolta, il cui significato viene spiegato con il racconto eponimo A fuoco dentro, collocato, con elegante understatement, in posizione debole, al diciottesimo posto del
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volumetto che contiene venti brevi quadri. Tale definizione per i singoli pezzi della raccolta dello stesso Angioni, che evidentemente avverte come problematici i termini racconto o novella. Se molti dei pezzi di A fuoco dentro A fogu aintru potrebbero tranquillamente essere considerati alla stregua di classici racconti, molti altri sfuggono decisamente a questa definizione e daltra parte non possibile neanche farli rientrare nellaltra fattispecie tradizionale del bozzetto. Alla maniera dellAcitrezza di Verga o della Mineo-Rabbato di Capuana, Angioni sceglie di rappresentare la vita sociale, durante il trentennio successivo alla fine della seconda guerra mondiale, di un immaginario paese contadino della Sardegna meridionale, cui d il nome di Nuraddei. Immaginario ma realissimo, improntato com sul paese natale dello stesso Angioni, Guasila. A questo mondo Angioni intende rimanere fedele e non caricarlo di elementi allotri, senza per offrirne unimmagine stereotipa e sterilizzata, appunto bozzettistica. Cos inserisce tra i vari racconti di tipo tradizionale dei quadri che fungono da raccordo non tanto o non solo tra un racconto e laltro, ma soprattutto tra il mondo narrativo della raccolta nel suo complesso e la realt sociale e politica di chi narra e di chi legge. In questi quadri cerniera (4 Chi ha visto il mondo, 7 Il reddito, 8 Lultimo carrettiere, 9 Citt e campagna, 10 Voltaire e il gendarme, 13 Trentanni dopo, 18 A fuoco dentro, 19 Zicchira, 20 Controtempo) viene narrativizzato, in diversi modi e a diversi livelli, il tema della figura dellintellettuale e del suo problematico ruolo nella societ. Allo stesso tempo vi introdotta la figura del narratore, che quindi presenta se stesso come qualcuno che per un verso fa parte di quel mondo rustico e contadino, subalterno e superato, per un altro partecipa a tutti gli effetti della cultura urbana dal cui punto di vista quel mondo superato. In questo modo Angioni evita il pericolo di presentare la sua narrazione come una descrizione oggettiva, impossibile per definizione, senza con ci ricadere in un autobiografismo solipsistico, del tutto e solamente interno alla cultura dominante. significativo che nel titolo della raccolta, A fuoco dentro venga immediatamente glossato col suo originale sardo A fogu aintru e che poi il tutto sia nuovamente glossato da un racconto
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in cui italiano e sardo sono amalgamati in una forma particolare di italiano. Tutta la raccolta, con una notevole eccezione, scritta in questo linguaggio ricchissimo di calchi di luoghi comuni, di espressioni idiomatiche, di regionalismi a tutti i livelli, dalla sintassi, al lessico alla morfologia. Numerosi sono anche gli inserti di espressioni o intere frasi in dialetto basso-campidanese. Lo stile piano, il periodare scorrevole, la lingua non richiama con prepotenza lattenzione su se stessa, anche quando mescola nel suo impasto moduli dellitaliano regionale o addirittura del dialetto. Non si vuole con questo dire che si tratti di una scrittura banale e corriva. Al contrario, siamo in presenza di una scrittura estremamente sorvegliata, che raggiunge altissimi livelli di perspicuit senza per questo cedere in complessit e suggestione. Leccezione linguistica cui si fatto cenno data dal racconto Arrichetteddu, lunico scritto interamente in sardo (campidanese), peculiare anche per la stretta aderenza alla struttura classica della novella, in cui ogni elemento, accuratamente scelto, finalizzato al raggiungimento di un obiettivo rivelato dalla pointe finale. Luso del sardo contribuisce a rafforzare la peculiarit della focalizzazione interna della voce narrativa. Chi parla uno qualunque del paese e il modo in cui racconta la vicenda quello in cui verosimile ci si aspetti che la comunit labbia vista. un discorrere piano, chiaro, che fa un largo uso di frasi brevi e di espressioni colloquiali ma non rifugge alloccorrenza da un periodare un po pi ampio in cui comunque privilegiata la paratassi. Man mano che ci si avvicina alla tragica conclusione, questo periodare si fa pi secco e martellante, fino al climax dellultimo, asciuttissimo, drammatico capoverso, in cui sembra risuonare lellittico finale del Werther goethiano:
Sest cumprendiu ca Arrichetteddu est abarrau cassau aintru [il locale della motocicletta]. In foras hant agattau unu bratzu suu cun sa maniga de fustainu. De cussa arroba ddhad connotu sa mamma.

consapevolezza, senza cio che venga formulata una condanna davvero esplicita contro chi quella violenza ha esercitato. Scrivere in sardo significava per Angioni additare anche unaltra possibilit di soluzione alla questione della lingua in Sardegna, presto diventata questione di identit. Arrichetteddu la prima novella a essere pubblicata in sardo, fino a allora linguaggio letterario riservato ai poeti. Incoraggiata dallistituzione nel 1979 del premio letterario Casteddu de sa fae a essa riservato, la narrativa sarda poi fiorita e ha dato notevoli frutti, a cominciare dal primo romanzo di Lorenzo Puxeddu, Sarvore de sos tzinesos (1982) e poi con Sos sinnos (postumo, 1983) di Michelangelo Pira, Mannigos de memoria (1984) e A tempos de Lussurzu (1985) di Antonio Cossu, Pro cantu Biddanoa di Benvenuto Lobina (1987) e tanti altri. Non ci si pu non rammaricare del fatto che Angioni non abbia voluto proseguire egli stesso, certo accanto a quella che solum sua dellitaliano letterario regionalizzato, quella strada sarda che aveva tanto magistralmente indicato con la sua novella. Si pu sempre sperare che lo faccia in futuro. Nel gioco a incastri che presiede alla composizione della raccolta, tra sardo e italiano, tra narrare spiegato e quadri che contaminano scrittura documentaria e finzione, impegno politico e ripiegamento esistenziale, Angioni mette anche se stesso in gioco, come scrittore e come intellettuale che inevitabilmente fatica a svolgere il proprio ruolo, fatica cio a individuare con chiarezza le linee di sviluppo della societ allinterno della quale egli sarebbe chiamato a svolgere opera di mediazione culturale. Come lio poetico plurale di Montale, egli forse non sa ci che , ci che vuole, ma di certo sa che, nonostante ogni fascinazione, il concentrare lattenzione su particolari staccati del passato e del presente, sui frammenti di una squallida modernit o sui relitti sparsi di uninfanzia irrevocabilmente trascorsa, comporta limpossibilit di cogliere, insieme ai pericoli, le opportunit offerte da un contesto nuovo e in continua evoluzione. Lelegia arcadica e il pianto funebre sono le strade alle quali lautore di A fogu aintru caparbiamente si rifiuta.
Franco Manai
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Contro Arrichetteddu stata esercitata una violenza spaventosa, che per raccontata, perch cos viene vista, quasi senza
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RICERCA SUL CAMPO

La vecchia lo guardava fissa e curiosa, come si divertisse di lui e delle sue domande. Accoccolata per terra placida e comoda, una mano su un sasso piatto e laltra su un ginocchio, le gonne tuttattorno sulla polvere, stava badando a un tubo lungo di plastica gialla che partiva dal rubinetto della fontana pubblica e oltre un muretto scompariva a innaffiare verdure invisibili, dopo una ventina di metri di serpentine nella polvere. Anche lei accenn a Sidoru Friarosu. Era gi la terza persona del paese che gli indicava ziu Sidoru Friarosu come il pi capace di informarlo su come andavano le cose, prima, per la festa annuale di SantIsidoro. Non quello di Siviglia, ma anchegli spagnolo, patrono dei contadini in Sardegna come in Spagna. Prima, in tutti i nostri paesi per questa festa si faceva la benedizione e la processione degli animali da lavoro, ornati di collane ricamate, gutturadas, fiori, limoni e arance piantate in punta delle corna dei buoi, specchietti sulla fronte, briglie multicolori, puliti e strigliati dalla coda agli zoccoli, alle corna. Decise di andare a trovare questo ziu Sidoru Friarosu, vicino alla chiesa, a fianco dellofficina meccanica dove sta ancora scritto fabro con una sola bi. Si trov di fronte un portoncino a steccato, una gecca a costallas, che lo separava da un cortile acciottolato, con molte gibbosit e lordo di immondizie. Alcune galline vi razzolavano e in un angolo grugniva un maialino che lo guard diffidente quando cerc di farsi sentire da qualcuno di casa, sul lato opposto in fondo al cortile.
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Finalmente un femminile e chi sa genti?. Entr e si avvicin verso luscio scolorito e rugoso della lolla tutta chiusa. Aspett finch apparve una vecchietta con una scopa di saggina in mano. Lo guard anche lei placidamente fissa, quando salut, poi lo invit a entrare, borbottando qualcosa su un certo dottorino nuovo. Lo invit a sedere su uno scranno e lei continu a scopare lenta. In un modo strano: raccolta un poco dimmondizia, la spingeva con piccoli tocchi rapidi dentro gli interstizi tra le lastre di pietra che formavano il pavimento della lolla. Ogni tanto lo guardava attenta. Si rese conto, imbarazzato, che lei stava aspettando che dicesse il motivo della visita. Voleva parlare con ziu Sidoru, se era in casa, per sapere da lui ogni cosa sulla festa che si faceva prima per SantIsidoro. Suo marito stava a letto ammalato, gli disse continuando a scopare. Usc e torn subito dopo con un catino slabbrato da cui vers spruzzi dacqua sul pavimento, per non sollevare polvere scopando. Al marito era venuto un colpo, una gutta, quattro giorni prima. Allora era meglio che se ne andasse, per non disturbare. Ma lei non era disposta a lasciarlo andare, quando ancora non era nemmeno entrato in casa sua. Incolp del suo imbarazzo quei paesani che gli avevano indicato ziu Sidoru come informatore. Certamente sapevano della malattia del vecchio, e lo avevano ugualmente mandato in quella casa a parlare di feste. Ma la vecchia scopava sempre pacifica e lenta. Certo che suo marito sapeva tutto della festa di SantIsidoro, diceva con orgoglio. Perch lui stato priore di SantIsidoro per una ventina di volte e obriere per pi di cinquantanni. E quando lui era priore la festa era sempre pi bella delle altre volte: con spari di mine allelevazione della messa grande, con sermone del miglior frate del convento di Sanluri, e fuochi artificiali la sera nellorto grande del parroco, senza contare banchetti e rinfreschi per i membri del comitato organizzatore.
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Improvvisamente tacque e svelta abbandon la scopa in un angolo, senza dirgli nulla entr in una delle tre stanze che davano nella lolla. Riapparve poco dopo e lo invit a seguirla, a entrare con lei di l. Le tenne dietro, e si trov subito in una stanza buia, senza finestre. A poco a poco distinse con sufficiente chiarezza un letto con spalliere alte, di quelli che un tempo avevano la cortina, un com con uno specchio e una sedia vicino al letto. La donna si avvicin al capezzale e vi sistem la sedia, che pul con due colpi del grembiule. Ubbid impacciato al suo invito a sedersi e si trov di fronte un vecchio pallido, faccia di lucertola, con una chioma bianca scarmigliata, un fazzolettone a pallini rossi intorno al collo, riverso su due cuscini grigiastri. Il malato lo guardava in tralice. Gli domand se era il figlio di un tale, uno del paese. No, era forestiero, di un paese vicino, venuto per vedere come stava. E se stava meglio, come gli sembrava, era l per sapere da lui qualcosa sulla festa di SantIsidoro. Si fece ripetere il motivo della visita. Lo guard con attenzione, fisso, e poi senza badare pi a lui si diede a borbottare a lungo cose incomprensibili, con gesti lenti e ampi della destra, come a indicare vaghe lontananze. Il borbottio del vecchio si blocc di colpo, quando la moglie intervenne per dire qualcosa. Divenne brusco: che centrava lei? Ormai nella penombra ci vedeva bene. Sul volto di ziu Sidoru scorse una lacrima che ogni tanto si detergeva col dorso della mano. Improvvisamente, con voce altissima che lo fece sussultare, il malato grid un Peppinedda!. La moglie, ancora l a trafficare col letto e coi cuscini, chiese rude e breve che cosa volesse. Che andasse finalmente a prendere un po di moscato da offrire allospite, che diavolo, non le sembrava ora?
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La vecchia usc sempre calma e lui ricominci il borbottio di prima. Lo studente ritorn nel suo imbarazzo. Di quel farfugliare non capiva n i suoni n il senso. La povert della casa lo feriva. Not come le mattonelle del pavimento, in quella stanza buona, traballassero tintinnando sotto i passi della vecchia che rientrava con una bottiglia e un solo bicchiere di vetro. Glielo mise in mano e lo riemp fino allorlo. Assaggi il moscato. Avvert lattenzione compiaciuta del vecchio che lo guardava bere e lod con entusiasmo, bench il moscato fosse piuttosto asprigno. Ambedue lo sollecitarono a bere ancora e la donna gli riemp il bicchiere appena vuotato, con determinazione quasi minacciosa: poteva fidarsi del loro vino, fatto in casa dal vecchio, senza medicine. Ziu Sidoru incominci a parlare con chiarezza. Che cosa voleva sapere di preciso? Molte erano le cose che si facevano per SantIsidoro. Lo studente incominci con le domande previste dal questionario datogli dallassistente del professore con cui aveva la tesi di laurea sulle feste tradizionali della nostra zona, su quelle religiose e su quelle profane. Man mano che si intrattenevano, la confidenza di ziu Sidoru aumentava. Rinunci a fare mostra ogni tanto di volersene andare, perch ogni volta che lo faceva il vecchio si eccitava e annaspava con le braccia per tenerlo sulla sedia. Lo interrog a lungo e lui rispondeva, spesso divagando sui tempi della sua giovent, sul lavoro duro dei campi e sui viaggi nel Sarcidano per comprare i gioghi di buoi. Ancora del tutto inaspettato il vecchio cacci un altro urlo, chiamando la moglie che non era pi nella stanza. Ricomparve subito, calma, aspettando i desideri del marito. Che portasse subito l le gutturadas che teneva conservate nella cassapanca di l. Perch doveva vederle il giovanotto studente. Ud avvicinarsi un tintinno di campanelle e la vecchia rientr nella stanza con due collane ricamate in modo fitto
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e variopinto. Avevano attaccate le campanelle dei buoi e tante palline gialle, rosse e verdi. Allestremit pendevano fettucce verdi per legare le collane alle cervici dei buoi. Lo studente le prese sulle ginocchia e le osserv. Odoravano di basilico secco. Ziu Sidoru gli spiegava con tutti i particolari che servivano per ornare i buoi per la benedizione e la processione: davanti al santo i cavalli, dietro i buoi, il prete in mezzo con la confraternita del rosario. Il vecchio malato appariva sempre pi stanco, ma non lo lasciava andare. Voleva raccontare tutto, a volte con grande fatica, a volte con una rudezza che non capiva. Tutto, anche i bisticci coi vari parroci su come organizzare la festa. Ed ecco che scoppia in singhiozzi, gli afferra una mano, la tiene stretta a lungo e continua a raccontare, chiamandolo figlio, di quando ai suoi tempi era meglio ed era peggio, era peggio ed era meglio: come un ritornello. Dun tratto cacci un altro dei suoi urli, ma stavolta pi irato, chiamando sua moglie che rientr immediatamente, questa volta preoccupata. Le ordin di porgergli subito i pantaloni perch voleva alzarsi. Lei cercava di dissuaderlo: ma perch mai voleva alzarsi, in quello stato? Lo sapeva ben lui perch, ripeteva scontroso. Bisticciavano, e ziu Sidoru cercava di farlo intervenire a suo favore, contro la donna testarda. Ma infine capirono. Voleva andare ad accudire ai buoi che a quellora dovevano abbeverarsi, dopo aver mangiato paglia e fave tritate. Lo tenevano a forza in letto, mentre lui implorava e imprecava e minacciava la moglie. Finch ricadde di schianto sui cuscini. Da quindici anni ziu Sidoru non aveva pi buoi. Mentre la moglie era via per un momento, ziu Sidoru si riscosse, gli fece capire di avvicinarsi di pi a lui e gli
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domand come in segreto perch mai, secondo lui, essendoci un morto in casa, la moglie non accendesse le candele, non si dicessero le orazioni per i defunti. E chi questo morto? Lui era il morto, no? Non si vedeva? E si mise lui stesso a recitare preghiere per i morti. Poi incominci a implorare SantIsidoro, con uno scarto del capo che diventava sempre pi frequente e stanco. Lo studente si lev e poggi sul letto le gutturadas variopinte. Ziu Sidoru le afferr e se le tenne strette al petto, grattandole con le dita magre. Alla moglie chiese del medico e si offr di andare a chiamarlo. Lei spieg che un dottorino nuovo stava nel paese vicino, a sette chilometri, e doveva badare a quattro paesi, perch i due medici condotti erano in vacanza. Ma tanto era gi stato avvertito. Quando era arrivato lo studente, lei aveva creduto sulle prime che il dottorino nuovo fosse lui. Ma gli passer anche stavolta, lo tranquillizz. Rimase nella stanza a guardare, per la prima volta in vita sua, un malato grave. Gli sembrava che ne fosse anche lui responsabile. Due donne, due vicine di casa certamente, entrarono silenziose nella stanza, richiamate da chiss chi, o da chiss che cosa. Efficienti e svelte si diedero da fare col malato. Nella stanza si diffuse un odore forte di aceto. Ziu Sidoru non mollava le gutturadas, le teneva strette con le due mani e resistette al tentativo di una delle donne di portargliele via. Lo studente stava l come messo da parte. Sulla seggiola stava seduta ora una delle vicine e teneva nelle sue una mano del malato. In piedi dallaltra parte del letto, appoggiato al com, stupidamente inutile guardava, con gesti insoliti in quella casa, ora lorologio, ora il malato, ora le carte dei suoi appunti sulla festa.
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La vicina che stava seduta tenendo la mano di ziu Sidoru chiese di fare silenzio, guard da vicino il malato, ascoltando, e sentenzi che rantolava. Era l gi da pi di tre ore quando si sentirono suonare le campane: is agonias mormorarono le donne. La moglie di ziu Sidoru fece con le mani un gesto come di offerta. Si sistemarono intorno al letto e incominciarono a pregare sommessamente. Una che gli stava pi vicina disse allo studente che stava per arrivare il prete. Non arriv nemmeno il prete, prima che ziu Sidoru morisse, dopo unoretta dallarrivo delle vicine. Lo studente cap subito quando spir, perch le donne incominciarono improvvisamente a piangere a voce alta. Una disse che bisognava avvertire il figlio finanziere a Genova. Ziu Sidoru ora giaceva col viso affilato, le gutturadas allegre e multicolori sul petto. La moglie le prese, le campanelle tintinnarono un poco, prima che le sue mani soffocassero rapide quel suono di festa.

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LULTIMA TRANSUMANZA

Da molto tempo prima aveva progettato di iniziare la sua inchiesta nel Lazio, nel Lazio arido del Viterbese costiero, per andare gradualmente: poi sarebbe salito verso la Toscana e la Liguria, sulle tracce dei molti pastori sardi emigrati con le loro greggi sul Continente. Anzi in Italia. Perch quando va sul continente italiano lui dice di andare allestero, e anche quando va allestero veste di velluto a coste color muschio e porta il bonete. Ottenere questincarico dal direttore del suo giornale non stato facile. Si era dovuto fare una regola di ricordargli ogni settimana che tempo ormai di informare e rendere conto di questo modo nuovo di emigrazione sarda. Il direttore ripeteva di andarci piano, di non esagerare. In Sardegna ci sono tante novit pi grosse: Voi sardi siete come il sonnambulo che viene destato mentre passeggia sul cornicione. Vi accorgete di ci che siete stati quando siete diventati altra cosa. E vi fissate su cose vicine, per non guardare la distanza vertiginosa che vi separa dal suolo Ma non che essere sardi sia pi difficile di una volta. Anzi, diciamo che lo di meno adesso. Lui capiva troppo bene che il direttore petrolifero faceva solo finta di non sapere che da pi di due millenni e mezzo non mai stato agevole essere sardi, nel mezzo di un mare di guai. E tanto meno adesso, quando si vede chiaro e senza vertigini che meglio puzzare di pecora che di petrolio. Ma certo, che un agente coloniale intenda questo, pretendere troppo, si sa. Ora finalmente cera riuscito. Aveva progettato tutto seriamente, con taglio scientifico, dopo aver convinto tutta la redazione della grande importanza di andare a
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rintracciare le scaturigini di quel fiume profondo, che oggi si interra per resistere al deserto che avanza in Sardegna dietro il nuovo Attila, e va ad aprirsi oltremare polle sorgive della nostra cultura pastorale, purificata nel travaglio dellultima transumanza. A volte stato l l per precisare che si tratta del nuovo Attila petrolchimico, ma riuscito sempre a trattenersi, per non compromettere il suo progetto, se avesse qualificato cos male la Propriet del suo giornale, nella tana del lupo. Perch la propriet del giornale passata da tempo dallolio al petrolio, come si sussurra motteggiando in redazione. Distratto e straniero, ma ormai convinto, il direttore del giornale ha commentato, come sempre a sproposito dopo lultima sua perorazione, che s, effettivamente, va bene: diciamo che tempo di andare a vedere se poi vero che i pastori sardi sono come i cavoli, che vengono su meglio quando trapiantati in terra diversa. Daccordo: settembre, andiamo, tempo di migrare. Per il primo servizio ti prometto la foto a colori in prima pagina. Se non ti lasci accecare dallamor di patria, ci pu scappare il Muflone doro per il miglior servizio giornalistico dellanno. A Vetralla riuscito a trovare un cavallo che poteva anche essere cavalcato, e lo ha preso in affitto per andare verso i suoi pastori. Lidea gli venuta l sul posto. Ma andare a cavallo alla ricerca dei pastori sardi ovvio, anche senza pensarci. E un mattino, allalba, partito sulle tracce di alcune greggi che sapeva gi svernanti sulle colline spoglie del Viterbese. Quel giorno, in Sardegna, usciva sul giornale il suo primo articolo introduttivo sui nostri pastori emigrati allestero con tutto il loro apparato produttivo. Vi sono definiti vitali spore vaganti oltre i nostri spazi, che racchiudono in s larchetipo cosciente della sardit, quella coscienza
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innata della propria identit che noi sardi abbiamo sempre contrapposto a tutti i civilizzatori doltremare. Avrebbe voluto scrivere vaganti oltre i nostri confini, se non fosse stato certo che il direttore petrolchimico lavrebbe censurato e anche sgridato. Tuttavia non ha nessuna vergogna a dichiararsi separatista. E siccome cristiano e creazionista, fonda questa sua aspirazione legittima sulla volont manifesta del Creatore, che la Sardegna lha voluta separata. Ma pi ragionata la sua certezza che una qualche forma di indipendenza politica sia condizione necessaria, anche se non sufficiente, per conservare quanto ancora resta del patrimonio culturale sardo. Per questo scopo si pu scendere anche a compromessi e ad autocensure sul giornale e col direttore, che al massimo sogna il trofeo del Muflone doro anchesso sporco di petrolio. Battaglia su fronti arretrati, quella di oggi in Sardegna, premette sempre nelle sue conferenze. Intanto, a edificazione di certa sinistra sarda refrattaria e poco patriottica, ha pronto un saggio inedito dove si dimostra come il sardo Gramsci sia stato separatista fino al suo ultimo respiro (e un suo segreto motivo dorgoglio che il SID lo ha tenuto docchio a lungo come persona pericolosa per lintegrit dello stato italiano). E partecipa in prima fila alla battaglia parziale per promuovere la lingua sarda, questa viva materializzazione dellanima nazionale, a lingua ufficiale dei sardi nella vita privata e pubblica. Anche in quel primo articolo introduttivo sullultima grande transumanza, riuscito a infilarci lidea-forza che la coscienza della propria identit e le grandi strategie di liberazione si aprono spazi espressivi solo col linguaggio ereditato dai padri (autocensura: e non in quello dei patrigni e degli espropriatori dOltretirreno). Ha sentito un nodo alla gola quando lontano, su un colle solitario, ha intravisto il primo gregge nostrano in terra straniera: un gregge per lui inconfondibile con altre
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greggi non sarde. E non si sbagliava: certe cose o si sentono o altrimenti non si capiscono. Il sole del mattino autunnale gettava ombre lunghe del cavallo e del cavaliere su per il colle, verso il tintinnare dei sonagli del gregge per lungo tratto invisibile. Il cavallo tendeva da una parte, dove a un certo punto anche lui ha scorto una buona strada asfaltata. Ma ormai era arrivato. Alla custodia del gregge cera un ragazzotto, che trafficava con la marmitta di una Honda enorme, e ascoltava musica da un radioregistratore appeso in cima a una pertica biforcuta, piantata al suolo. Sardu ses, o zovoneddu? gli ha gridato tutto allegro. Il ragazzo lha guardato di sotto in su, intento alla marmitta della moto luccicante al primo sole, e gli ha fatto un rapido cenno affermativo, montando poi lesto sulla sella dei suoi cinquanta cavalli. De Sardigna ses benniu? ha insistito. Eh. De cantu tempus ses in Continente?. In Continente? A stantro mese sarebbero du anni. Che, pure te sei sardegnolo?. Il ragazzotto ha approfittato del silenzio subitaneo dello strano cavaliere per provare il tuono della marmitta. Il cavallo ha scartato e lui caduto. La sua prima e ultima intervista incomincia e finisce cos.

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DOMINO

Senza la borsetta sente come il fastidio di essere nuda, e di mostrare le sue colpe di fronte alla giustizia, anche quelle che non ha. La faccia impassibile del poliziotto mostra unindifferenza al suo caso, che a Efisietta pare provenire dalla certezza che giusto che chi la fa laspetti. Il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi, e la sua farina va in crusca. Il verbale finalmente terminato: Senza che ci facciamo illusioni, non vero, signorina Murr dice lagente di servizio estraendo il foglio del verbale dalla macchina e sbirciandovi il cognome di Efisietta, ma pronunciandolo sbagliato, con laccento sulla u, come fanno sempre a Roma. Ma Efisietta non sta l a sforzarsi di capire quali siano le illusioni che non deve farsi. Vuole firmare il verbale, qui?. Firmare, io, perch?. Lagente la guarda annoiato: lei che stata scippata, no?. S, io. Ma sembra che lo scippo lo abbia fatto lei. Efisietta ha un brivido. Adesso le sembra che quelluomo in divisa le stia ordinando di firmare la scrittura della storia vera di quelle cinquantamila lire. Vuole leggere, prima di firmare?. Prende il foglio. Mica lha voluto lei, di denunciare lo scippo al commissariato. Passanti e un vigile urbano ce lhanno portata quasi di peso. Lagente la guarda, tamburellando sul tavolo. Per gentilezza verso di lui si mette a leggere il verbale. Ha potuto raccontare ben poco allagente. Ricorda solo lo strappo violento, che lha fatta girare su se stessa,
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laccelerata puzzolente del motorino, e un vecchio, su un tram che passava, mettersi le mani nei capelli con la bocca aperta in un grido che lei non ha sentito. Nel verbale c lelenco delle cose rubate dentro la borsetta: carta didentit, cinquantamila lire, una foto di Bachisio Efisietta si spaventa della sua sbadataggine, per aver ficcato in borsetta quelle cinquantamila lire vicino alla foto di Bachisio. Un Leonardo nuovo aveva detto lavvocato depositando discretamente sul comodino tutti quei soldi che non saspettava: Per il taxi per tornare a casa aveva aggiunto accarezzandola. Le viene voglia di piangere, e lagente se ne accorge: Qualche volta si ritrovano perfino i soldi dice indicandole dove firmare. Anche se illusioni non bisogna farsene. Io quei soldi non li voglio sbotta Efisietta, cercando invano il fazzoletto nella borsetta che stata rubata. Come sarebbe, non li vuole?. Non li voglio ripete con meno forza. Be, anche se li volesse, ormai dice lagente alzandosi per accompagnarla alla porta. Nel caso ci faremo vivi noi, non si preoccupi. Solo appena in strada si rende subito conto della situazione. A piedi, senza un centesimo, dallaltra parte di Roma. E alle cinque deve essere dalla sua Signora, al Villaggio Olimpico. Fin l laveva portata lavvocato sulla sua Jaguar. Si mette in cammino. Se tutto fosse capitato a unaltra ci sarebbe quasi da ridere. Quella cosa con lavvocato laveva fatta, ma solo la prima e lultima volta! laveva fatta per aiutare Bachisio a versare finalmente lacconto per la Cinquecento: per potersi vedere pi spesso, spostandosi su da Ciampino dove fa laviere; e qualche volta uscire magari fuori Roma, il gioved e la domenica pomeriggio.
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Passandogli davanti riconosce il cancello del villino dellavvocato. Solo due ore fa ne uscita confusa e avvilita. Pi siete giovani e fresche di campagna e pi mi piacete, voialtre forosette aveva detto lavvocato. Ciascuno ha il suo debole, io ci ho questo. Efisietta ritorna indietro. Ripassa per tre volte di fronte al cancello del villino dellavvocato e infine si decide a suonare: gli chieder solamente i soldi per il bus.

CHI HA VISTO IL MONDO

Il sindaco, in questo periodo, molto indaffarato. C molto lavoro arretrato, perch stato in vacanza. Questanno andato allestero, per due settimane, in macchina con la famiglia. Ma una vacanza modesta, a basso costo, sul Mar Nero in Romania, dove la lira vale ancora qualcosa. stato anche un viaggio di studio, per lui amministratore e capo di una giunta di sinistra, per vedere un poco le realizzazioni del socialismo reale. Non ha visto molto, bellissimi posti e quasi solo turisti tedeschi e francesi. Qualche volta ha bisticciato con la moglie, che si lamentava del servizio e dello stile dei camerieri romeni: non questione di non ostentare servilismo, ma di fare bene quello che c da fare, rispondeva lei alle sue spiegazioni, che partivano da considerazioni molto generali, sui grandi passi avanti di un paese in via di sviluppo rapido. Ma tutto sommato son tornati contenti. Ora ci sono di nuovo le preoccupazioni ingrate del quotidiano. Stasera c consiglio comunale. Il consiglio sar lungo, e non potr essere a casa per la cena. Prima che incominci la seduta del consiglio, il sindaco fa una capatina alla bottega di Benniu, per mangiare un panino al prosciutto. Che cosa ci preparate oggi al consiglio?. Oggi ci sar battaglia per il regolamento edilizio. Gi ti sei preso un incarico, fratello mio! commenta Benniu, abbondando col prosciutto cotto nel panino. Ci sono le leggi fatte in alto. Non come con te, che mi dai sempre razione doppia di prosciutto, perch sono il sindaco. Be, ma ora che sei stato fuori, un po di rinnovamenti forestieri, di quelli buoni, li metterete anche qui.
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A poco a poco, piano piano, a forza di viaggi a Cagliari. Mentre mangia, entra ziu Mundicu, che si scappella solennemente di fronte al sindaco nuovo: E allora, ce laggiustate presto la strada nostra?. Se dipendesse solo da noi, anche subito. Ma c tutta la burocrazia. Io lo dico cos, per ricordarlo. una cosa necessaria. Dinverno bisogna passare a guado, quando piove. Il sindaco tira fuori i soldi per pagare il panino. Cerca soldi spiccioli, altrimenti Benniu finge di non avere resto, e dice alla prossima volta, anche se sa che il sindaco si dimenticher, con tutto quello che ha in testa. Dalla tasca cade una moneta che rotola fra i piedi di ziu Mundicu. Lui gliela raccoglie, ma la guarda sorpreso, dopo averla tastata un poco: Ma questa che cos? Non pare nemmeno antica, di quelle che si trovano nelle tombe. E gi, guarda un po. una moneta romena, dieci centesimi della Romania. Rimasti in tasca per caso. Della Romania? Allora, aspetta sono dieci bani, no?. Giusto, dieci bani. E come mai voi sapete queste cose?. Eh be, io non sono andato in vacanza in Romania Ma lo so. Prima non erano cos le monete da dieci bani. Prima quando?. Prima, durante la guerra. In guerra siete stato in Romania?. Solo di passaggio. Ma con noi cerano romeni, in Russia, i bani e i lei ce li avevano loro. Ne sa di cose ziu Mundicu scherza Benniu. Aspetta, aspetta Cerano anche ungheresi: quelli avevano i peng. E i volontari spagnoli avevano le pesetas. Ognuno compra i ravanelli coi soldi suoi fa Benniu. E ziu Mundicu pu andare a comprarli dove vuole. Eh, magari non le sapessi, queste cose. Adesso conosco anche i soldi olandesi. Si chiamano gulden. E fra poco
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conoscer anche quelli tedeschi, quando verr in licenza mio figlio Peppinu. Laltro venuto gi due volte dallOlanda. Peppinu pare pi risparmiatore, e viene poco. Star risparmiando per tornare qua per sempre dice il sindaco a bocca piena. Magari fosse. Ma che ci fa qui?. A cercare lumache e germogli dasparagi dice Benniu. Ziu Mundicu si fa serio: Se almeno non stessero cos lontano. Col mestiere che hanno imparato, forse, cercando, potrebbero trovare lavoro pi vicino, in Italia, e forse anche in Sardegna, qui a Villacidro in quelle fabbriche nuove. Ce ne sono di cani pronti per quei posti di Villacidro, come intorno a una macelleria borbotta Benniu. I figli li allevi e poi se ne vanno lontano. peggio della guerra. Tutti scappano da casa, come se ci fosse il terremoto. E come il tempo passa, si dimenticano anche di scrivere, almeno ogni tanto, come questi miei. Qualcuno ogni tanto torna azzarda il sindaco. Pochini. Ma i miei stanno bene dove sono. Guai se tornano qui, adesso. Anzi, io vi dico una cosa, che se avessi qualche anno di meno me ne andrei anchio. E dove volete andare? domanda Eugenio appena entrato, come saluto. In Olanda magari. Mio figlio pi grande dice sempre che non c da paragonare tra qui e lOlanda. L le cose funzionano, tutti hanno il necessario e anche di pi. Le case sono tutte di propriet della regina, e lei le d in affitto a prezzi giusti, stabiliti dal governo, che non vigliacco come il nostro. In Olanda anche le terre sono della regina, e lei le d a gente che se non le fa fruttare come si deve, gliele porta via di nuovo. Ce n di posti migliori di qui sintromette Eugenio con foga. E se non fosse per quellincidente che mi capitato con quellautocisterna, sicuro che qui non sarei tornato nemmeno io. Anche se quando passavo con lautotreno vicino a Civitavecchia, e vedevo scritto sui cartelli
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Traghetti per la Sardegna, mi scendevano le lacrime come chicchi duva di pergolato. E dovero, in Emilia, c la gente pi simpatica dItalia. Che coshanno di speciale? chiede Benniu. Sono gente cordiale da quelle parti. E ti sanno aiutare e consigliare, e poi non rompono sempre le tasche con tutte le storie dei terroni e dei meridionali, che in molte parti non ci possono vedere. Quelli l, in Emilia e Romagna, sono veri compagni. Non come qui. Io nemmeno ci credevo che ci sono padroncini di autocarri, e anche padroni grandi, che sono compagni Anche le donne l sono compagne, dicono pane al pane e vino al vino. E non sono disoneste, come dicono certi ignoranti. Sono altri modi di vivere. Qui le donne vanno ancora poco poco nei bar, ma l si fanno grandi bevute e grandi discussioni, tutti insieme, uomini e donne. E non c la gelosia che c qua. Forse anche in Russia devessere cos, la stessa cosa. Tu la rovesci sempre in politica ride Benniu un poco agro. Tu non puoi parlare, che non hai visto mondo, e conosci solo la strada da casa tua alla bottega replica Eugenio. Lasciamo perdere dice ziu Mundicu per mettere pace che anche Benniu il suo mestiere lo sa fare. In Russia, quando cero io, le donne ci davano da mangiare a noi italiani. S, erano proprio cordiali. Girare e vedere il mondo bisogna. Eugenio si sta scaldando. E io ti dico, Benniu, che se continua cos, anche tu un giorno ti metti un mazzo di lattuga sotto il braccio e te ne vai di l dal mare. L almeno la verdura cresce meglio di queste schifezze che vendi tu. Ne deve girare di mondo il povero, legato alla catena del ricco sintromette ancora ziu Mundicu, pacatamente, da anziano sensato. A poco a poco le cose si devono aggiustare anche qui aggiunge il sindaco. Ma presto per, non con lordinaria amministrazione incomincia Eugenio tutto voglioso di discutere col
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sindaco, non coi cantieri di rimboschimento e basta, che dopo tre mesi il lavoro se lo mangia il fuoco. Ce nhai di fuoco dentro, tu, Eugenio! Benniu si ricorda del suo dovere di bottegaio di fronte ai clienti, anche se sono focosi come Eugenio. Ce nhai di fuoco in petto, tu. Vieni che andiamo qui al bar tutti quanti, a berci una birra: per me ora di chiudere bottega. Ce ne vorrebbero di birrette per spegnere il fuoco che ci ho dentro dice Eugenio quando saluta il sindaco, porgendogli la destra devastata e scolorita dopo lincidente in cui ha rischiato di bruciare insieme con la sua autocisterna bolognese.

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I CONTI DELLA RINASCITA

sicuro che nessuno ha mai detto o pensato che il ragionier Cavalla era fesso perch continentale, o che si dava arie perch piemontese. E bench lui fosse pieno di spirito di patate, solo qualche volta, ma non per offenderlo perch non ne valeva la pena, se lui la tirava troppo per le lunghe storpiando i nomi sardi del paese, qualcuno cercava di rimetterlo in sesto, e notava per esempio che quel suo cognome qui da noi vuol dire puttana. Per lui credeva di non potere accettare la rivalsa spiritosa, perch dalle sue parti la vacca che serve a significare puttana. E bench non perdesse occasione per ricordare che lui veniva da Cuneo, e fin dal primo giorno avesse appeso nel suo ufficio al comune un grande manifesto colorato con montagne verdi e la scritta Visitate Cuneo e le sue valli, una volta sola successo che la donna addetta alle pulizie dei locali comunali gli ha detto che questo non era niente di speciale, perch tutti siamo usciti da quel posto l, per legge di natura; e che non cera bisogno di esporre un manifesto con quella scritta, per invitare la gente di qua a visitare quelle parti, perch cosa che si sempre fatta e quelli sono luoghi noti e frequentati. Siccome non capiva, dovette spiegarglielo il sindaco, che allora era un professore di scuola media. Gli fece una lezione di latino e di etimologia, prendendo a base gli etimi cuneus e cunnus, per poi passare ai relativi esiti italiani e sardi. Ma per queste cose il ragionier Cavalla non aveva il gusto. Del resto il suo parlare lasciava molto a desiderare. Non era solo il sindaco a pregarlo di parlar chiaro, senza troppe piemonteserie di pronuncia e di lessico, quando apriva bocca in seduta di consiglio.
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Peggio era quando parlava al telefono. Ma per quanto riguardava il telefono, c stata la storia dellapparecchio sul suo tavolo. Il comune aveva allora un numero unico in duplex con la segreteria della scuola media, e un solo apparecchio sul tavolo del sindaco. Al ragionier Cavalla sembrava una grave menomazione del suo prestigio non avere anche un apparecchio sul suo tavolo. Non perch dovesse alzarsi e andare a rispondere nellaltra stanza, ogni volta che il sindaco non cera, tanto era sempre qualche altro impiegato che andava a rispondere. Ma perch era questione di importanza delle sue funzioni di segretario comunale. E poi lui ogni tanto doveva comunicare con Cuneo, mentre gli altri al massimo con Cagliari. Il sindaco, pro bono pacis, aveva fatto piazzare sul tavolo del ragioniere un apparecchio di derivazione interna. Ma non bastava, era un contentino quasi offensivo, per lui che per comunicare con Cuneo doveva sempre spostarsi ugualmente nella stanza del sindaco. Alla fine il ragionier Cavalla, di sua e illegittima iniziativa, ha fatto installare sul suo tavolo un apparecchio con numero autonomo. Ma con delibera della giunta, ratificata allunanimit dal consiglio comunale, accompagnata da mozione di censura su iniziativa della minoranza, il ragionier Cavalla fu costretto a pagarsi le spese di quella installazione. Il capo dellopposizione avrebbe voluto o lo smantellamento dellimpianto nuovo, oppure che il segretario vanesio pagasse anche le bollette relative a quel suo nuovo numero di prestigio, oltre che di ogni telefonata a Cuneo. Agli occhi del ragionier Cavalla fu unoffesa aggravata da misconoscenza. Perch lui veniva da quel Nord dItalia che stava per accollarsi le spese del finanziamento del Piano di Rinascita della Sardegna. Era venuto nel Sessanta come segretario comunale ad interim, nel periodo quando era in ballo la questione dei miliardi del Piano di Rinascita, e lui non perdeva occasione per lamentarsi di quel progetto, come se i soldi li dovesse sborsare tutti lui, soldi del Nord regalati al Sud.
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Faceva i conti sulla calcolatrice a manovella, divideva quei quattrocento miliardi per vedere quanto ne spettava a ogni sardo: duecentosessantaseimila a testa, grandi e piccoli. Poi lo moltiplicava per il numero degli abitanti del comune e stabiliva che in totale al paese spettavano duecentosessantaseimila per tremilaquattrocentotrentatr, uguale ottocentonovantadue milioni cinquecentottanta. La volta che ebbe la pensata di calcolare di quanto aumentava la cifra spettante in totale al comune, aggiungendo il numero dei nuovi nati rispetto al suo calcolo precedente basato sul numero non aggiornato degli abitanti, fu la guardia comunale a fargli notare che il suo modo di calcolare non teneva conto del diminuire della quota pro capite collaumentare del numero delle persone con cui spartire i quattrocento miliardi, che restavano sempre quelli. E che si era anche dimenticato di sottrarre il numero dei morti, senza contare quello degli emigrati che avevano cambiato residenza, e che aumentava di giorno in giorno.

LA STRATEGIA DI FEDELE SUCCU

Fin dal giorno della sua assunzione alla OPCV nel Sessantacinque, Fedele Succu ha fatto di tutto per riuscire a farsi trasferire, dalla Macchina Continua numero uno al Reparto Sfibratura, dal chiuso allaperto, dallumido al secco. La Macchina Continua numero uno si chiama Bonaria, come sua moglie, e molte volte le due Bonarie si assomigliano. Ma dalle macchine non peccato divorziare. stato sempre aiuto generico alla cassa dentrata, lanticamera di Bonaria. Bonaria fatta di due parti, umida e secca, cos come la gente e la sua altra Bonaria fatta di polmoni che funzionano a vento e di intestino e vescica che funzionano a spremitura dacqua. Fedele Succu addetto alla parte umida, dove limpasto per la carta perde acqua per sgocciolamento e per risucchio, sulla Tavola Piana. Da un paio danni ha i reumatismi, per colpa della parte umida di Bonaria Meccanica. Ma lacqua dei reumatismi non si spreme n per sgocciolamento n per risucchio. Per questo ha impostato una sua strategia del trasferimento, da Bonaria al Reparto Sfibratura, dove i tronchi di legno assomigliano ancora a tronchi, non sono ancora diventati un intruglio schiumoso, e dove non si sta al chiuso. I giovani e gli operai continentali non vogliono andare al Reparto Sfibratura, perch si sta sempre allaperto, anche quando il freddo si taglia a fette, o il caldo fa sudare come gli spruzzatori orientabili del Parcolegno. Molti sono finiti agli sfibratori per punizione. Gli ingegneri triestini e molti operai credono che stare agli sfibratori non faccia per niente bene alla salute. Ci sono fumi di soda e polveri di caolino. Ma gente che non sa
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nemmeno che cos il vento, se non glielo dicono in televisione alle previsioni del tempo. Fedele Succu le direzioni del vento, della pioggia, i moti delle ombre, in tutte le stagioni, le sa da quando ha imparato da bambino a scegliere il luogo buono per riparare pecore e uomini, a seconda della catena dellanno, per lovile dinverno e per lovile destate, sfruttando una forra, una quercia, un muso di monte o una grotta degli antichi. Fino a ieri non cera riuscito, perch il difficile fare la mancanza giusta e farsi trasferire per punizione al Reparto Sfibratura, magari agli scortecciatori del legname russo e canadese. Se la mancanza troppo piccola ti becchi la solita punizione in denaro, se troppo grande rischi il licenziamento, e addio sicurezza di lavoro e di salario, con una famiglia di cinque bocche. La prima mancanza tattica di Fedele Succu, provenienza Arzana, pendolare, et anni quarantasette, terza elementare, operaio di terza categoria, risulta ben documentata nel suo dossier allUfficio del Personale: Mancanza: fumava maneggiando soda caustica; sanzione: sospensione indennit panino per giorni sei. Allo stesso modo risultano documentate le altre tre mancanze: Non teneva i calzoni allesterno degli stivaletti essendo addetto alla manipolazione di soda caustica; sanzione: sospensione indennit panino per giorni dieci. La terza: Teneva il grembiule sotto la cintura di sicurezza costituendo pericoloso intralcio; sanzione: quindici giorni di sospensione indennit panino. La quarta: Non si agganciava alle strutture della carpenteria durante lo spostamento lungo i ripiani; sanzione: venti giorni di sospensione indennit panino. Ogni giorno di sospensione indennit panino vuol dire settanta lire in meno: venti giorni, millequattrocento lire. A parte lindennit panino, tutte le mancanze erano state di un tipo che andavano a suo rischio, senza danneggiare la produzione, tutte violazioni delle norme
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antinfortunistiche, scritte su molti cartelli in tutti i reparti. Non stata una scelta buona per ottenere il trasferimento per punizione. Chiederlo, il trasferimento al Reparto Sfibratura, voleva dire non ottenerlo. E forse forse avrebbe fatto la figura del fesso davanti a tutti, a chiedere di lavorare nel posto dei puniti e dei lavativi. Ieri mattina, poco prima dello stacco del pranzo il capo turno gli ha detto: Succu, in Direzione. In Direzione?. S, ti vogliono in Direzione, lingegner Costa. Vestito cos ci vado o mi cambio?. Non fare il tonto, gi non ti deve fare gli auguri di Natale. E chi ci ha mai parlato a solo a solo col direttore?. Stavolta ti ha fatto lonore. Sbrigati che non ha tempo da perdere con te. Il direttore ha incominciato a parlare guardando carte sul tavolo: Succu Fedele, bene bene, non ti piace pi lavorare alla Macchina Continua?. Col dovuto rispetto e col suo permesso, signor ingegnere, io questo non lho mai detto. C qualcuno che glielo ha detto, a lei?. Lingegnere ha pigiato un tasto per parlare e ha ordinato chinandosi: La signorina Pauletic! e ha continuato a leggere carte sul tavolo, tornato tranquillo e assente. Fedele Succu rimasto in piedi col berretto in mano, guardando per rispetto fuori dalla finestra. Anche se pareva che si trattava di trasferimento dalla Macchina Continua, non voleva pensare che stava per divorziare da Bonaria per andare a servire uno sfibratore. Di mancanze fresche non ne aveva fatte.
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La signorina Pauletic entrata senza bussare, si messa dallaltra parte del tavolo a fianco dellingegnere, come se Fedele Succu non ci fosse nemmeno. Dunque, Succu, la signorina Pauletic dice che ti sei stufato di stare alla Macchina Continua, e vuoi andare agli sfibratori. Non vero, signorina Pauletic?. La signorina Pauletic ha solo sorriso, ma era un riso malevolo. Fedele Succu non sapeva nemmeno se augurarle il riso della melagrana aperta. Lingegnere firmava carte. Fedele Succu si accorto che le sue scarpe stavano sporcando il tappeto e ha mandato un accidenti al capoturno. Ma che diavolo vuole lingegnere? Per una volta che lo chiamano, in Direzione, se ne deve stare l come nessuno, a rigirare il berretto in mano. Dunque, Succu, tu hai mancato di rispetto alla signorina Pauletic. Ti sei comportato con lei da vero cafone. Io? alla signorina Pauletic?. Non fare lindiano e sbrighiamoci. Intanto sei trasferito al Reparto Sfibratura, sezione Stacker, subito alla ripresa dopo pranzo. E indennit panino sospesa per dieci giorni. E poi adesso mi spieghi perch hai mancato di rispetto alla signorina Pauletic. Dopo le chiedi scusa, altrimenti si provvede diversamente. Come vuole il signor ingegnere. Le scuse le chiedo a tutti e due. Ma. Ci sono ma? Secondo te la mancanza di rispetto non c stata?. C stata, se lo dice lei, e agli sfibratori ci devo andare, ma a me. Come sarebbe, se lo dico io? Vuoi peggiorare la tua situazione o fai finta di non capire?. Come lei dispone, va bene. Ma io il rispetto non lho mai tolto a nessuno. Perch a me non mi dai del tu, di un po, eh? perch?. Del tu allingegnere? E perch? Non me lo permetterei mai, io.
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E perch allora ti permetti di dare del tu alla signorina Pauletic? E ti prendi la libert di trattarla come se fosse pari a te? E di discutere con lei, come se volessi insegnarle il suo mestiere di funzionario dellUfficio Personale?. Signor ingegnere, qui mi devono spiegare. Io il rispetto non lo tolgo a nessuno. Se c da imparare, imparo. Insomma, luned scorso, quando io non cero, la signorina Pauletic ti ha fatto chiamare nel suo ufficio, perch al tuo cartellino mancano molti timbri dingresso. Ti ha fatto un favore, chiamandoti per chiarire, perch sul cartellino cerano solo timbri di fine turno. Poteva considerarti assente per tutte intere le giornate. Ma ti ha chiamato e ti ha chiesto se eri entrato in orario giusto. Perch lo sa che voialtri avete la testa in oca e vi dimenticate sempre di timbrare, come se foste a giornata a zappare. Alla signorina Pauletic non sembrato abbastanza e che bisognasse precisare meglio la mancanza di Fedele Succu: E poi ha storpiato il mio nome, come lo fanno molti qua dentro, di quelli come lui. Mi ha chiamato Pauledda, ha detto che una ragazzina come me deve avere altre cose per la testa, e non cartellini da timbrare. Insomma, signor ingegnere. Va bene, va bene, signorina Pauletic Dunque, Succu, come la spieghi?. Ma, io non saprei Anche lei, anche la signorina mi dava del tu. E io non ti do del tu? Perch allora non dai del tu anche a me?. Ma, signor ingegnere, diverso. Lei pi anziano di me La ragazza, la signorina ha ventanni meno di me, ha let di mia figlia maggiore Se lei mi d del tu, vuol dire che mi d confidenza. Basta cos, Succu. Tu le regole di buona creanza le devi imparare. Qui non come a casa tua. Puoi andare. E alla ripresa ti presenti agli sfibratori.
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Succu se n uscito rinculando. Finalmente ce laveva fatta. Doveva essere contento, per non ci riusciva. Succu, la porta, maledizione! ha gridato da dentro lingegnere. tornato indietro per chiudere, ma gi la porta la stava chiudendo la signorina Pauletic, con un sorriso di trionfo. A casa, alla moglie Bonaria ha spiegato com che riuscito a farsi trasferire agli sfibratori. Le ha detto che bastato dire il fatto suo a una ragioniera dellUfficio Personale, perch gli aveva mancato di rispetto, a un uomo della sua et. E che lingegnere, uomo sperimentato, lo ha trasferito per premio.

IL REDDITO

Nella sezione del partito da parecchie sere c grande afflusso di gente. appena terminata la campagna dei contratti fra i bieticultori e lEridania: questanno 1975 i contadini che hanno scelto il sindacato democratico della CNB sono quasi raddoppiati, a scapito di quello padronale della ANB. Ma gi la sezione del partito ognuna di queste sere si riempie nuovamente di padri di famiglia che devono essere aiutati a compilare il nuovo modulo per la dichiarazione dei redditi delle persone fisiche. Sono tutti un po preoccupati. A me stato affidato un altro compito, e nella confusione cerco di concentrarmi per scrivere un pezzo sul problema della nettezza urbana per il bollettino della sezione. Quello della nettezza urbana un servizio mancante ma indispensabile nel nostro comune. una questione spinosa. Le disposizioni igieniche proibiscono di tenere bestiame nellabitato, ma qui si sempre fatto cos. Ora il prefetto ha proibito non solo di tenere greggi di pecore e branchi di maiali dentro il paese, ma anche galline e i pochi residui buoi da lavoro. E sono probiti anche i letamai. I carabinieri hanno gi fatto sapere che faranno rispettare le disposizioni. Il che significa che faranno pagare tante multe e basta, perch non c rimedio. Le disposizioni non sono mai su misura locale, ha imparato a dire anche il sindaco, allargando le braccia. Davanti a un tavolo, dove siedono tre compilatori dei moduli, sta una fila di una ventina di persone. Nellunico locale il mio trabiccolo fa angolo col tavolo dei compilatori delle dichiarazioni, e la fila dei contribuenti mi si sgrana

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di fianco. Ora tocca a un vecchio bracciante dichiarare i suoi redditi. Meno male che adesso ci siete voi che avete studiato dice come per scusarsi. Qua nessuno ignorante ribatte sbrigativo il compilatore, capo della commissione cultura della sezione. Ma gli altri continuano a discorrere su questo tema. Quando abbiamo incominciato noi qui, dopo la guerra, tutto andava alla me ne fotto, perch non cerano persone istruite con noi. E tutti ci fregavano. Lignoranza cosa brutta. Per molti che studiano, dei nostri figli, si dimenticano da dove sono venuti, o non capiscono nulla lo stesso delle cose nostre. Io quando vedo questi ragazzi che hanno studiato e che si mettono con noi, quasi quasi non ci credo, mi pare che giocano un gioco nuovo. Ma che non me lo aspettavo. Non era da aspettarselo, quando i nostri erano presi a fischi e a sassate proprio dagli studentelli. Ora di teste fini ce ne sono anche dalla nostra parte. E adesso quegli altri hanno anche paura di fare i comizi, perch un liscio e busso se lo buscano sempre quando escono dalla loro tana come conigli impauriti. Ne fa di cose lo studio. Anche di male, per. Perch quelli che sanno tenere la penna in mano credono che le cose si cambiano a tavolino. Come quei cervelloni che hanno inventato questo modo nuovo di far pagare le tasse. Per lignoranza la cosa peggiore. Ritorno ai miei tentativi di scrivere il pezzo sulla nettezza urbana. Laltro ieri sono stato a parlare col medico condotto, che anche il nostro ufficiale sanitario, per documentarmi meglio, perch devo anche riferire in consiglio comunale, e prima ancora nella riunione del gruppo di maggioranza al comune.
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Ah, io, caro signore, devo eseguire gli ordini e le disposizioni vigenti. Io di politica non mi interesso. Qui c lordinanza prefettizia. La legga, la legga. Chiss in che mondo vive, il nostro sanitario. Uno degli attivisti della commissione cultura, che stanno compilando le dichiarazioni, si sta infastidendo: Ma che cosa vuoi dichiarare tu, i nove figli che hai? Tu non devi fare dichiarazione dei redditi. Sei esente. Gli sta davanti Lichixeddu, berretto in mano come per sfottere: Ascolta, giovanotto. Io questa dichiarazione la voglio fare. giusta. Non sono evasore fiscale, io. E voglio far vedere quello che ho: i figli. E che cosa scriviamo come professione? Proletario? Padre di famiglia?. Per me scrivici quello che vuoi. Ma i figli devono esserci tutti e nove. Lascialo perdere sintromette uno che attende. Vuole solo fare lo spiritoso. Certo non assomigli a tuo zio per le trovate, eh, Lichixeddu? fa un altro. Se gli dai retta facciamo prima consiglia uno dei compilatori. Io non condivido linsofferenza per la piccola trovata di Lichixeddu, che continua a sbracciarsi per convincere gli altri; cerco di ricordarmi chi sia questo suo zio spiritoso, ma mi perdo nei grovigli delle relazioni di parentela. Il compilatore spazientito pi che divertito alza la voce: Alla prossima riunione del direttivo io propongo listituzione di un consultorio matrimoniale proclama in modo da farsi sentire. Lichixeddu ride e non si smonta: A me per il come si chiama in disoccupazione non me lo mette nessuno, e nemmeno in cassa integrazione. Dacci sotto con la penna, che dopo vogliamo vedere se la
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testa non te lha scipita lo studio, e se li resisti nove bicchieri, uno per ogni figlio. Allo spaccio ho gi pagato. Ormai ho appallottolato il foglio bianco e rinuncio a scrivere. Chiedo a un vicino chi sia lo zio di Lichixeddu, famoso per le trovate divertenti: Sei diventato cos cittadino che non ti ricordi pi di ziu Affonziu Mereu!. Non ricordare uno come ziu Affonziu significherebbe, per tutti, non avere veramente memoria e forse poca carit di patria. Era infatti una specie di uomo pubblico in paese, un inizio di intellettuale organico. Un ibrido strano e precoce, fra il bello spirito, celebre per le sue arguzie, lintellettuale tradizionale di queste parti, e lostetrico dello spirito di scissione, tutto proteso verso un futuro da millennio, diventato socialista in una delle primissime onde migratorie operaie, quella verso Napoli. Ma non lo si ricorda solo per le sue celie famose. Nei paesi si parla pi dello strano che del normale, come dappertutto, pi dello scemo del paese che ne fa sempre una delle sue, che del medico o del prete che fanno male il loro mestiere. Ziu Affonziu godeva di una celebrit di questo tipo, da giullare impunibile; ma anche di una sua autorevolezza, che senza alcun potere non poteva apparire molto di pi che simpatia popolare per la sua presenza di spirito, e faccia tosta per i suoi bersagli polemici. Il guaio forse che lui era il vero tipo da bozzetto rusticano, amante del bel gesto in mancanza di poter fare meglio. Ma se ha tanti fratelli, e tanto brutti, perch non deve avere un esecutore testamentario?

LULTIMO CARRETTIERE

Affonziu Mereu stato lultimo carrettiere professionista del nostro paese. Quando lui viaggiava ancora con lultimo dei suoi cavalli, tutti non castrati e tutti di nome Baieddu (era arrivato a Baieddu Sestu), gli altri del mestiere avevano rinunciato da un pezzo, oppure avevano comprato un camion. Settimanalmente faceva la spola con Cagliari, distante cinquanta chilometri, per rifornire i bottegai locali di zucchero, candele steariche, sapone, conserva di pomodoro, qualche stoviglia e qualche pezza di stoffa, e in citt portava carichi di grano e di legumi secchi, prodotti in paese. La gente pagava spesso i conti dellannata ai negozianti, dopo il raccolto, coi prodotti locali, e ziu Affonziu era tramite fra i bottegai del paese, i grossisti di citt e i mercanti di granaglie. Un mestiere da furetto. In giovent era stato una specie di giramondo, uno di quelli che allinizio del secolo se lerano presa in Napoli, come si dice da noi, con doppio senso; cio, nel suo caso, era andato a lavorare nelle fonderie della ILVA di Bagnoli, lanno 1904. Questo era allora quasi il solo modo di emigrare da operaio, dalle nostre parti. La guerra del 15-18 fece spostare pi a Nord i nostri emigrati in divisa e poi risped in Sardegna quelli che non sono finiti a Redipuglia. Ma dopo dallora, e fino a questo dopoguerra, solo qualcuno se l presa altrove. Come uno che prima della guerra andato non si sa come nella legione straniera ed tornato un paio danni fa dal Vietnam del Nord, con moglie e quattro figli vietnamiti. Se le donne da quelle parti sono tutte come questa nostra nuova compaesana, si capisce com che le hanno suonate agli americani.
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Lavora pi lei di cinque uomini a scarada. Ha imparato sardo e italiano in un anno e qualche mese fa ha dato una lezione a un mio cugino maestro elementare, che cercava di farle dire male di Ho Chi Min perch lui democristiano: gli ha spiegato che Bac Ho come dire Ziu Ho e che per loro Bac Ho come per noi Giuseppe Garibaldi. Ziu Affonziu non tornato con moglie napoletana, perch rientrava dal fronte. Si sposato in paese e ha tentato di riprendere il mestiere di prima di prendersela in Napoli. Dopo un anno ha per deciso di smettere di fare il contadino e ha incominciato a fare il carrettiere. Perch, spiegava, il mestiere del contadino il peggiore e il pi povero, e lui odiava i poveri, non li poteva soffrire. E allora perch sei socialista? gli chiedeva immancabilmente qualcuno che non conosceva la sua arte di improvvisare facezie. Giusto perch voglio ripulire il mondo da questa schifezza della povert. Non lo si ricorda per solo come un tipo spassoso, che sapeva scherzare su molte cose, anche serie, a incominciare da se stesso. Per esempio, sulla disperazione della moglie e dellintera famiglia paterna, quando decise di fare il carrettiere. Le prime volte che era partito, allalba, schioccando la frusta, lasciava moglie e genitori piangenti, e lui se ne andava stornellando. Ma dopo un paio di settimane, dopo i primi incassi, era la moglie che lo svegliava nel cuore della notte per farlo partire in tempo, perch aveva incominciato a sentire il suono di qualche spicciolo. Un pezzo forte, che sfruttava molto con certi cittadini altezzosi, era il racconto di come fosse riuscito a sfuggire ai banditi, subito dopo questultima guerra, una volta che lo assalirono di notte, nel tratto di mezzo della salita di Vangari, vicino a Monastir. Era sceso dal carro, diceva, facendosi fesso e fingendo di avere una gamba addormentata. Ma mentre si appoggiava zoppicando alla stanga, ficc la
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tabacchiera piena di tabacco da naso nel culo del cavallo, che part al galoppo, e lui insieme attaccato alla stanga, lasciando i banditi a respirare la polvere. Ed ecco il birbante che gli faceva notare come il cavallo non potesse partire al galoppo proprio nella salita di Vangari, ma lui a commiserarlo spiegandogli che lanimale era pi svelto di lui, perch aveva capito che doveva prendere la direzione opposta, in discesa, per evitare di prendersela ancora nel didietro. Dicono che molti carrettieri sono poeti e cantori. Anche la finezza di ziu Affonziu culminava nellabilit di poetare, frutto delle nottate di viaggio solitario. Componeva anche in italiano, cosa molto rara, perch era stato dieci anni a Napoli. E quando beveva (ma sua moglie diceva che era scipito sempre, perch stufa dei suoi scherzi) spesso parlava napoletano, ancora pi ostico filtrato dai suoi pochi denti davanti. Raccontava di come fosse stato guappo, con certi manigoldi napoletani, e di quando in guerra faceva il portaferiti, e piangeva ricordando quanti figli e mamma hannacciso, mannaggia aa morte, mannaggia, confondendo nel pianto quei morti ammazzati e il suo primo figlio morto di favismo a due anni. Anchio ricordo un paio di strofe di una composizione politica di ziu Affonziu. Glielho sentita cantare per ore a un matrimonio di un parente comune, quando ero sui sette anni. La cantava sullaria di Lil Marlen ancora in voga allora: una specie di contrasto fra Truman, Stalin, Churchill e lItalia. Il Truman che minaccia dice a un certo punto cos: Compagno Stalin, se fermo non stai, Con la mia potenza ti metter nei guai. Sai che latomica io ce lho. E se ci vuole la user. Hai visto luccision Che ho fatto nel Giappon? E lItalia, piano e di testa, conclude:
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Fra tanti grandi io sono il piccolin E spero la pace fra Truman e Staln. LItalia senza pi cannon, Ma con miseria e distruzion, Vuol libera restar E in pace lavorar. Ma ziu Affonziu poteva sfogare la sua passione politica quasi solo facendo lattaccabrighe coi ricchi locali. Non gliene perdonava mai una, sfruttando la sua arguzia. Il suo obiettivo polemico permanente era Don Larenzu, il pi ricco del paese, e suo rivale anche come intellettuale. Non poeta ma appassionato di storia locale, Don Larenzu scriveva perfino romanzi storici sulle vicende eroiche dei sardi. In un suo romanzo fiume sulle lotte contro gli invasori romani durante la conquista della Sardegna (titolo: Allombra dei nuraghi e dentro lurne) il duce sardo Amsicora termina cos una sua arringa davanti alle schiere sardo-barbaricine prima della battaglia finale di Cornus: E rammentate, miei prodi, nellora della pugna, che voi siete gli antenati dei gloriosi militi della Brigata Sassari. Caduto il fascismo, tutte le volte che si metteva in viaggio, ancora buio, passando sotto le finestre di Don Larenzu, allora podest e poi sindaco, ziu Affonziu gridava schioccando la frusta: Sveglia, popolo, che non sei pi bambino. Il sol dellavvenire sta sorgendo dalla parte della Russia. A met degli anni Cinquanta ziu Affonziu ha smesso di fare il carrettiere perch ormai i camion avevano soppiantato definitivamente i carri ed ha tentato da vecchio di rifare il contadino. Ma non ce lha fatta. Non gli piaceva. Cos ha finito i suoi giorni facendo piccoli lavori per il nostro merciaio-giornalaio-tabaccaio, un forestiero un po tonto che diventato il bersaglio degli scherzi di ziu Affonziu senza che lui se ne sia mai accorto, perch credeva di essere meglio di uno del paese, dato che veniva dalla citt. Dei suoi ultimi anni di beffe al tabaccaio rimasta ancora famosa quella dellautunno del 56, durante i fatti
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dUngheria. Il figlio del tabaccaio, erede della spocchia e della balordaggine del padre, un bel giorno di quel triste novembre vuot il cassetto del banco di bottega e part verso il Nord, secondo lui a combattere volontario sul Danubio contro i russi, che usavano il grasso degli insorti ungheresi per ungere i cingoli dei loro carri armati. Torn dopo un paio di giorni, spiegando che non era riuscito a passare la cortina di ferro. Si seppe poi che alla frontiera svizzera fu rimandato indietro col foglio di via. Studente di scienze naturali, non aveva forse ancora preparato lesame di geografia politica. E un giorno ziu Affonziu, entrato in bottega per portar via certe scatole vuote, con gi pronte un paio di insolenze per il padre di tanto figlio, si trov invece davanti proprio lui, il figlio, castigato dal padre a rifondere lavorando il mal tolto. Un figlio di Don Larenzu e la nipote del prete, anchessi studenti, lo assistevano nella disgrazia. Ma ziu Affonziu si adatt subito al nuovo caso. Li salut militarmente, si precipit ad abbracciare il reduce dalle battaglie per la libert e stette l a sfotterli finch non li stese tutti e tre, dopo essere riuscito a provocarli nonostante che avessero incominciato col far finta di non accorgersi nemmeno di lui. Prima di andarsene, gi sulla soglia, con una seriet che i tre studenti non gli conoscevano, proclam che hanno fatto bene i russi. L cerano i signorini come voi che stavano rimettendo la cresta e volevano rimontare sul pollaio. Eh no! Meglio i carri, signori miei. Molto meglio i carri armati. Anche qui ci vorrebbe una bella passata di carri, ma di quelli rossi fuoco, come dico io. Ci vorrebbe s una bella passata di carri, e carrista io concluse fissando i tre che non ebbero il coraggio nemmeno di increspare le labbra. Ziu Affonziu morto alla fine degli anni Cinquanta, di un tumore alla testa. Ma ha saputo trar partito anche da quella cosa terribile che gli mangiava il cervello, e ha continuato a scherzare fino alla fine. Seduto sui gradini di casa, davanti alla porta, pallido e rinsecchito, a chi gli chiedeva
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nuove della sua salute rispondeva che gli andava sempre meglio. Che per esempio aveva il cinema gratis e a colori ogni volta che voleva: bastava girare una vitina nel cervello e tac vedeva come dal vero tutta la sua vita passata: gli stabilimenti di Bagnoli, il Festival di Fuorigrotta, la guerra, i viaggi col carretto, le corse di Chilivani e i balli di Santa Maria dagosto. Forse gli credeva anche il medico condotto, se non sapeva che questa era una conseguenza del suo male, diagnosticato solo allultimo stadio. Ma una conseguenza molto meno spassosa di quanto lui volesse dare a intendere agli altri. Solo che lui si credeva in obbligo di darla a intendere, sulle condizioni della sua testa, la risorsa migliore della sua vita.

CITT E CAMPAGNA

Devessere stata mia nonna a farmi ricordare meno recentemente di ziu Affonziu Mereu. Lei era una sua ammiratrice, come molti altri. Anche mia nonna, del tutto analfabeta, aveva capito che gli studenti agli esami devono essere disinvolti, possibilmente brillanti. E che anche una testa mantenuta in funzione a base di pane abbrustolito e di minestra di frgula deve cercare di funzionare allo stesso modo di una testa cittadina che funziona a base di polli arrosto e di caff vero. questione di saper fare la propria parte, una volta imparata. Come la sapeva fare ai suoi tempi lavvocato Jago Siotto, che anche se non andava per strada canta canta e si era allevato a forza di ceci e di fave arrosto, il trallalero lo sapeva ben cantare in tribunale, e quando scriveva sul giornale. Sulla soglia di casa, in partenza per la citt per sostenere lesame di storia, mentre mi metteva dentro il taschino della giacca i soldi per un caff, mia nonna anche quella volta mi raccomand di non essere bruncu in culu. Di essere volpe, non pecora, e di lasciare la vergogna ai ladri, che del resto non ce nhanno. Sono le pecore che se ne stanno bruncu in culu, muso in culo, sicure solo quando nel gregge formano massa compatta, col muso a ridosso del deretano delle compagne. Lei vedeva bene come io mi sentissi piuttosto come un agnello impigliato in un cespuglio di cisto, mentre avrebbe voluto che avessi lanimo di un torello fuggito dal recinto. E tira almeno venticinque, questa volta mi grid quando ero gi in strada. E subito dopo le sentii dire, rivolta a zia Annetta Callella affacciata sulla soglia di casa sua di fronte alla nostra:
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Se almeno assomigliasse un poco a uno come Affonziu Mereu buonanima, per cavarsela bene coi professori dove va a mettersi agli esami. Mia nonna immaginava gli esami come una prova di astuzia e di destrezza, che i numeri dei voti si ottenessero come al gioco del tresette. Oppure come quando un suo antico zio aveva saputo tirare un numero buono per non andare soldato alla guerra di Crimea, a mangiare topi arrostiti sulla punta della baionetta, avanti Savoia!, mezzo topo tres arrialis. Lui e ziu Affonziu Mereu erano i suoi modelli di acume e di destrezza. Gi appena la vidi comparire sulla soglia della stanza dei tormenti per fare lappello dei candidati, la nuova professoressa mi parve persona conosciuta, chiss dove e quando. Ma certamente altrove, in circostanza ben diversa. A lezione mai, non frequentavo. E cos come spesso succede agli esaminandi, massa anonima cementata dalla paura del giudizio, invece di raccogliere le idee e di ripassare la materia desame, incominci subito ad assillarmi lurgenza di ricordare quel quando e quel dove. Il bisogno coatto di ricordare divent allora un diversivo insolito per esorcizzare il timore di quellattesa. Invece della solita conta delle mattonelle del corridoio, con limpegno caparbio e stralunato di mettere i piedi giusto e solo allinterno di una mattonella ogni cinque. Lesorcismo dovrebbe propiziare il buon andamento dellesame, ma non riesce quasi mai per intero: richiede che il conto delle mattonelle torni sia allandata sia al ritorno; ma se anche questo conto quadra, bisogna poi farlo quadrare anche sottraendo il numero delle mattonelle comprese tra i vani delle porte che danno sul corridoio. Quando mi tocc entrare per lesame, lo sforzo che mi impegn maggiormente non fu quello di ricordare quanto dovevo rispondere alle varie domande, ma invece quello di guardare in viso il meno possibile la professoressa. Mi concentravo piuttosto sulla faccia annoiata dellassistente, che
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annuiva solerte quando parlava lei, ma alzava al soffitto gli occhi dilatati sotto la fronte corrugata, con un ghigno stanco, ogni volta che parlavo io. E questo sforzo sciocco si ritorceva contro di me. Sbagliavo bersaglio come il somaro che prende a calci la mola perch non pu prendersela col padrone, come diceva mia nonna. Che a quellora stava certamente recitando un Rosario per me, raddoppiando i Groria Patri ad ogni posta, con pi sacra scaramanzia. A me non sembr affatto di aver riso, tuttal pi avr sorriso, quando a mio dispetto ricordai quel dove e quel quando, e mi interruppi, nel bel mezzo di un tentativo di risposta a una domanda, che lesaminatrice mi aveva posto con enfasi, intorno al riformismo sabaudo sette-ottocentesco in Sardegna. Per, sia lei che il suo assistente mi fecero notare che nessuno aveva trovato ancora nulla di comico in quel riformismo. Mi affrettai a convenire che s, avevano ragione. E quando mai? Soprattutto perch lassistente mi invitava gi, con aria divertita di sfida, a illustrare il lato comico. Certo che non c nulla di comico, pensavo, perdendo mio malgrado minuti preziosi per riuscire a tirare un buon voto. Non c da ridere nemmeno se si considera lidea che dei rapporti coi piemontesi si ha ancora nei nostri paesi. Dove a ogni ragazzo che visiti Cagliari per la prima volta si spiega che quel tale Carlo Felice se ne sta ritto in Piazza Yenne e impugna impettito la sua verga, puntandola per spregio verso la campagna, dopo aver dato le spalle al mare da cui venuto. Oppure se vero che il pi famoso riformatore piemontese in Sardegna, il ministro Bogino, su Buginu, scaduto fino a diventare per noi sardi lunico modo, senza sinonimi, per indicare il boia, su bugnu chi ti stzad in coddus, che ti si possa sedere sulle spalle sulla forca da cui pendi. Naturalmente non vero, perch si tratta di una parola catalana che ha lo stesso significato. Anche se Don Larenzu, il nostro appassionato di storia locale, giura che questa letimologia giusta. Ma non c da
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fidarsi delle etimologie di Don Larenzu. Ci che conta per che non era solo Don Larenzu a credere che il nostro bugnu venga dal nome di quel riformatore illuminato. Ma il mio ricordo era un altro, e ben preciso. E nemmeno a questo ricordo mi sembr allora che fosse il caso di ridere e che comunque avessi riso, al riemergere nella memoria della figura di ziu Affonziu e di come lui aveva apprezzato e salvato il comizio che la professoressa aveva tenuto una dozzina danni prima al mio paese. Quando questa mia esaminatrice venne a fare il comizio, io avevo circa dieci anni, durante una di quelle campagne elettorali del dopoguerra, infuocate e pittoresche, per le politiche del 48 o per le regionali del 49. Lei era venuta per tenere un comizio socialista, giovanissima ed elegante nel suo insolito vestito cittadino. Con una di quelle gonne strette, che allora sembravano tanto corte. E contro le quali tuonava ogni domenica il parroco nelle sue prediche, sostenendo che oltre tutta la loro indecenza erano anche scomode e assurde; tanto che le ragazze che osavano indossarle, secondo lui, pativano il freddo e non potevano muovere passi sufficienti nemmeno per salire i gradini di casa, e non potevano inginocchiarsi in chiesa se non tirandosele ancora pi su, vergogna e scandalo nella casa di Dio! Le maniche corte, poi, in paese non serano mai viste, e tanto meno il rossetto e le calze velate trasparenti. Veramente una volta cera stata una signorina che vestiva in un modo cos scandaloso. Una maestrina delle elementari, che per dur solo tre mesi e poi se ne and perch trasferita, a portare la sua disonest altrove, lontano dal gregge del canonico che reggeva la nostra santa parrocchia. Ziu Affonziu quel giorno era l sulla piazza subito dopo pranzo, e per ingannare lattesa del comizio faceva ogni tanto visita alla bettola vicina. La nuova della signorina comiziante si sparse subito in tutto il paese, il concorso fu straordinario. Ci si aspettava
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che parlasse dal balcone del palazzotto di Don Larenzu, come avevano fatto sempre tutti i comizianti, eccetto naturalmente i comunisti, che allora riuscivano a stento a incominciare a parlare, ma a basso livello, raso terra o al massimo su una pietra liscia. Questa volta Don Larenzu rifiut di metterlo a disposizione, e ora se ne stava lass, affacciato lui al suo balcone, seduto su una sedia ridendo sotto i baffi. A te, quando vinciamo noi, ti mettiamo a raccogliere merda secca di bue nelle aie. E ti chiederemo anche conto delle pietre di granito squadrato che hai fregato dal vecchio monte granatico, gli grid dal basso ziu Affonziu, riferendosi allusanza che consentiva ai pi poveri di procurare cos del combustibile, e a certe malefatte di quando Don Larenzu era podest. Per tenere il suo comizio lavevano piazzata su un tavolo, preso dalla bettola l accanto alla piazza. Proprio allaltezza della situazione. Il padrone del cinema, che per i suoi spettacoli aveva in affitto un magazzino di Don Larenzu, rifiut anche lui di prestare il suo impianto di amplificazione, come invece aveva sempre fatto. Il giovane militante socialista, che ebbe il coraggio di presentarla al pubblico curiosissimo, si lasci scappare una formidabile gaffe finale, asserendo che la compagna avrebbe fatto sentire la voce del socialismo anche senza minchiofono. Un coro di nitriti si alz dal gruppo di giovanotti che si consideravano avversari politici della comiziante, e si erano radunati al centro delladunata, giusto pronti a fare cagnara. La signorina incominci presentandosi, con nome e cognome. Risult chiamarsi Almeriga, nome che tutti deciframmo come America. Poi pass ai saluti. Ma nel salutare si rivolse ai compagni di un altro paese. Un avversario grid, coprendo un inizio di rumoreggiare del pubblico: qui che dobbiamo scoprire lAmerica, non a Sanluri. Abbiamo diritto anche noi di scoprirla, aggiunse un altro.
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Io preferisco coprirla, concluse un terzo. Il gruppo avversario nitriva sempre pi forte. La signorina non capiva nulla di quel dialetto, ma appariva molto incoraggiata dalla partecipazione delle masse contadine. E part con slancio, credendo sempre di rivolgersi a quelli di Sanluri, facendo cos scoppiare ogni volta, come fuochi dartificio, i botti e i ribotti dei frizzi salaci, in gara estemporanea di arguzie alternate, gara al rialzo in cui da queste parti ci si esercita fin da bambini, possibilmente in prosa, che vuol dire in rima. Noi ragazzini, riuniti in bande rionali, punteggiavamo con alti strilli ogni pausa delloratrice. Sul sagrato il parroco passeggiava nervoso, tallonato dal presidente dellAzione Cattolica, senza degnare duno sguardo la comiziante. Aveva appena finito la sua predica domenicale pomeridiana; si era lasciato un po andare, e aveva terminato presentando ai fedeli i due corni del dilemma di fronte al quale la coscienza di ognuno aveva da scegliere: O Roma o Mosca. Alcune donne, fermatesi in cappannello nellangolo pi remoto della piazza, guardavano accigliate leccitazione dei loro uomini. Come ogni pomeriggio festivo, le ragazze passavano e ripassavano nello spazio riservato al passeggio, ma stavolta invano. Nessun giovanotto badava a loro, e loro facevano commenti acidi. Un gruppo di ragazzini di un altro rione aveva inventato un modo nuovo per canzonarle: passavano di corsa davanti ai grappoli di ragazze, che camminavano lente e altere tenendosi a braccetto, e urlavano la frase canzonatoria Custa gii ca ndi porta de pbiri in bucicca, ostrus scetti musca! Espressione che nel linguaggio locale significa che questa s, la comiziante, aveva in abbondanza ci che oggi si direbbe sex-appeal, mentre loro si davano solo arie. La ragazza vacill a un tratto sul tavolino che la innalzava sulluditorio. Troppi si precipitarono a sorreggerla e nessuno la trattenne. Si decise di sistemarla su un tavolo pi grande e pi fermo. La bella Almeriga voleva riprendere
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subito il discorso, che per nessuno forse capiva. Socialismo, democrazia, nozze tra luno e laltra, il senso della storia. Il parroco continuava a battere il granito del sagrato, seguito sempre pi a stento dal capo degli uomini cattolici. Certamente non capiva nemmeno Don Larenzu, sempre lass a sogghignare, vecchio gufo che un tempo era stato falco, appollaiato in cima al suo palazzotto di aspetto cittadino, con le iniziali del suo nome in ceramica blu al centro del frontone ad arco. Forse, invece, stava ricordando le allocuzioni che faceva da podest, quando costringeva i suoi servi di campagna a radunare tutto il paese, per ascoltarlo ripetere impettito gli slogan che Mussolini aveva gi gridato al balcone di Piazza Venezia. O forse, in occasioni come questa, di festa per gli avversari dei suoi pari, rimpiangeva i tempi quando la sua casa era come un confessionale di venerd santo, mentre adesso al massimo era come di mercoled delle ceneri. Finalmente loratrice fu issata sul nuovo tavolo, e tutti tacquero, dopo un mormorio di approvazione. E in quel momento un battimani lento e solitario scese dal balcone di Don Larenzu. Hai finito di scaldarti le grinfie, o Donna Elenetta non vuole pi prepararti la borsa dellacqua calda?, gli grid ziu Affonziu. Facci il sunto di quello che ha detto gli rispose Don Larenzu. Non riesce a mandarla gi che loro una cos non lhanno mai avuta disse ziu Affonziu rivolto al pubblico. Lasciacene un po anche a noi del tuo socialismo preg qualcuno degli avversari per canzonarlo. Andate a cercarvela, una cos, se la trovate comiziava ziu Affonziu. Cane abbaia e maiale mangia mormoravano gli scettici. Gi si sapeva che tu non ti getti sul vinello, Affonziu gli disse un simpatizzante, mentre lui si avvicinava al tavolo e invitava la ragazza a continuare.
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Lasciatele riprendere il volo alla bella tortorella. Ci fu un applauso spontaneo, e lei ripart con foga, rossa in viso, con ampi gesti di quelle braccia nude, accentuando londa del seno. Un ragazzotto del mio rione ci radun per dirci qualcosa. Aveva scoperto ziu Affonziu, che se ne stava l davanti tutto estasiato, perduto in sue fantasie, e con una vistosa prominenza sul davanti dei pantaloni, molto sensibile alloratoria della compagna cittadina. E alcuni pi piccoli ne approfittarono subito per inventare il gioco della scoperta dellAmerica, che consisteva nel passare nel breve spazio fra il tavolo delloratrice e la prima fila degli uditori, dove stava lui, e scoppiare rumorosamente a ridere, accennando col braccio alla protuberanza della patta di ziu Affonziu, troppo occupato per accorgersi di s e del loro gioco. Finito il discorso, lui, raggiante, aiut la signorina a scendere dal tavolo e si congratul a lungo nel suo misto di italiano e di napoletano: bellissima parlata, proprio quella giusta. Poi si avvi con lei, aiutandola a fendere la folla. Falla salire sul tavolo la sorella del canonico disse al segretario dei democristiani locali, fratello del presidente degli uomini cattolici, quando gli pass di fronte e quello sogghignava allo stesso modo di Don Larenzu. Falla salire, cos vediamo se oggi che domenica i baffi se li tagliati. Cittadine tutte due sono, no?. Bravo, Affonziu grid uno l vicino, gi non ti bevi un brodo a forchetta. Lasciateli passare!. E passava glorioso, col suo trofeo cittadino, frastornato e ignaro, simbolo del socialismo di citt. Lui aveva capito subito che la ragazzina entusiasta, se non ci si fosse messo anche lui, sarebbe stata solo un pretesto insolito per i frizzi mordaci e scurrili dei paesani. Senza ziu Affonziu, a quellesame, a quel comizio che forse era la sua prima uscita, tentata in campagna per correre meno rischi, la signorina non avrebbe tirato un buon voto, giusto come me.
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VOLTAIRE E IL GENDARME

Le virt di ziu Affonziu erano note e pubbliche e lui stesso sapeva di essere un uomo pubblico, con una sua funzione. Ci sono anche le virt occulte, tra il popolo, che vanno riconosciute. I casi della vita portano qualche volta a riconoscimenti postumi anche qui. Sapere come con ziu Tatanu Melis siamo diventati amici non interessante. Eravamo vicini di casa, ma la vera ragione forse che io per lui ero un intellettuale, un suo simile ma professionista, mentre lui si riteneva solo un dilettante. Questo suo modo di considerarsi nei miei confronti aveva inconvenienti, per quanto mi riguardava. Soprattutto perch pretendeva che io dovessi sapere tutto, specialmente quello che non sapeva lui. Anche mio nonno era cos, con me, ma pi tollerante con le mie ignoranze. Io di regola badavo a non dare troppa corda a ziu Tatanu, e spesso ho cercato di evitarlo. Lui per conosceva e studiava le mie abitudini, e quando voleva parlarmi mi aspettava seduto sul gradino di casa nostra, nella sua posa sempre pi meditativa man mano che invecchiava. A bruciapelo mi faceva domande come: qual il nome italiano della radice del ficodindia? Una volta mi ferm per strada, subito dopo che avevo tenuto il mio primo comizio in paese, e mi domand se fosse vero che i russi avevano inventato come gettare un ponte fra la Sardegna e il Continente, ma che gli americani non volevano perch a loro non conveniva. Era il tempo dei primi sputnik. Ma problemini cos erano cose da passatempo per lui. Forse perch era un outsider sul piano economico, con la sua pensione gi dai quarantanni, il suo grande problema filosofico era quello dei bisogni, di come nascono e di come mutano. A forza di guardare vivere gli altri si era fatta
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una sua filosofia, e certamente era per questo che il parroco lo considerava un agguerrito miscredente, non solo perch era un anticlericale arrabbiato, come un carbonaro daltri tempi. Tatanu Melis non era nato e cresciuto in paese, ma in un altro, un po lontano. Ci era venuto da carabiniere, e dopo il congedo c rimasto. Si pu dire per che ai miei tempi quasi nessuno si ricordasse pi di quella sua professione. Del carabiniere non aveva pi nemmeno il passo, ma solo la statura, alta per le nostre parti. Che avesse deciso di vivere solo della pensione e di starsene a guardare il mondo e la vita altrui non proprio esatto, perch per un lungo periodo ziu Tatanu stato il pescivendolo del paese. Ogni marted e ogni venerd vendeva un paio di cassette di gerri alla gente normale e alcuni chili di muggini ai benestanti. Per le feste qualche cassetta di muggini in pi, a volte anche un paio di cassette di anguille, come la vigilia della festa dellAssunta, che prima era giorno di magro, ma da noi gi festivo. Durante il fascismo aveva fatto alcuni mesi di confino in Calabria. Si era rifiutato di fare listruzione premilitare ai ragazzotti del paese. Il segretario del fascio glielo aveva chiesto perch era stato carabiniere. Non che si considerasse antifascista. Solo che aveva gi deciso da tempo che gli interessava di pi stare a guardare vivere il prossimo. Pi fai, meno ci pensi diceva. Tutti corrono e brigano. E quando arriva lora non sanno cosa hanno fatto e dove sono andati. Sapere che si muore aiuta a vivere. Ma, per quanto riguarda il suo rifiuto di giocare a fare la guerra coi fucili finti di legno, c da pensare che il suo filosofare avesse gi sviluppato in lui un certo senso del ridicolo, nonostante che fosse stato ventidue anni nellarma. Avrebbe potuto fare il tabaccaio, perch gli ex carabinieri allora erano preferiti dallamministrazione dei monopoli di stato. Ma non voleva vendere cose inutili in un posto dove manca il necessario, mi spieg una volta.
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la cosa migliore che ricorder di lui: il rifiuto di fare il tabaccaio e la scelta di fare a tempo perso il pescivendolo. Da noi lalimentazione umana si sempre basata sul pane di grano duro, e in tempi di carestia sul pane dorzo. I tempi grami vengono ricordati come quelli del pane dorzo o del pane nero. Una volta che era caduto uno Stuka tedesco nelle nostre campagne, prima del Quarantatr, furono trovate delle provviste di Pumpernickel, che molti si portarono a casa credendo che fosse cioccolata. Ma nessuno ne mangi quando si scopr che era una specie di pane nero, il pane della miseria, che allora da noi non era ancora cos nera come quel pane di segale della Westfalia, che oggi invece i nostri emigrati incominciano ad apprezzare dopo anni di diffidenza. Lalimentazione a base di pane veniva integrata dalluso di legumi freschi e secchi, secondo lo schema millenario di alimentazione povera dei contadini mediterranei, dediti alla cerealicoltura asciutta. Grano, leguminose, poca carne e pochi grassi animali. Si cos sviluppata una sapienza alimentare che funziona, traendo le sue materie prime dalla cerealicoltura, secondo un meccanismo perfetto, che prevede anche i margini di tolleranza. Pane e legumi corrispondono sotto laspetto alimentare alluso prevalente della terra per coltivare grano e alcune leguminose per lalimentazione umana e degli animali da lavoro. Le macchie verdi estive, che rompono la monotonia gialla del paesaggio, suggeriscono quali sono stati, fino a pochi anni fa, i modi di integrare questa dieta a base di farinacei: qualche vigneto (un po di calorie rapidamente utilizzabili bevendo ogni giorno un po di vinello); qualche orto ai margini dellabitato (un po di vitamine dalle ortaglie); qualche piccolo oliveto (un po di grassi vegetali). Infine quelli come ziu Tatanu, che ogni tanto contribuivano a far mangiare un poco pi di quelle proteine, la cui mancanza spiega forse la taglia e la gracilit della nostra gente, dove lui era leccezione, selezionata dallo stato per farne uno strumento della sua forza.
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Non ho mai notato che qualcuno lo considerasse stravagante. Ricordo per la volta che a casa mia, da ragazzino, i grandi a tavola parlarono di lui in termini di condanna perch si era comportato male con un frate nostro compaesano, venuto in vacanza dal Gabon dovera missionario. A quanto ho capito, pare che tra il serio e il faceto gli avesse detto che i preti vanno bene soprattutto l dove la gente ha pi bisogni e paure. Il giorno che nessuno avr pi tanta paura, non ci sar pi bisogno di preti e di frati. Anche ziu Tatanu era noto come uno di quelli buoni a mettere canzoni. Ce nerano parecchi altri, e qualcuno c ancora. Delle sue canzoni la pi famosa quella che compose per ziu Micheli Stasiu, che una volta, ubriaco perduto in una baracca, il giorno della festa di San Pasquale Baylon patrono dei pastori, aveva detto che con la moglie, adesso che stava invecchiando, ce la faceva solo se lei al momento buono gli diceva concitata presto Micheli che sta arrivando mio babbo. Come i tempi quando lamore lo rubava alla vigilanza dei suoceri. Nel Quarantasei, quando si fece un grande carnevale per celebrare la pace e il ritorno dei soldati, si era mascherato anche lui (perch non era un misantropo) e sui trampoli appariva come un gigante bello grasso che mangiava tutto ci che gli capitava. Mangiare per non la parola giusta, perch apriva una specie di porticina sul petto e ci buttava dentro sassi, terra, erba, merda di bue e foglie di fico dIndia. Cos rappresentava il suo ideale di liberazione dal bisogno pi imperioso. Un po per caso divenni suo fornitore di libri. In una decina danni gliene avr prestato una ventina. Una sera stava raccontando storielle alle donne del rione sedute al fresco sulla strada e mi sembr di riconoscere la fonte di qualcuna nel Lazarillo de Tormes. Ma non laveva letto, e glielo prestai. Quelle avventure divennero a poco a poco parte integrante della vita vissuta di ziu Tatanu, che certamente non sapeva pi di raccontare frottole tanto riconoscibili anche a me.
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Gli piaceva formulare giudizi sulla gente, specialmente a caldo, dopo una morte o una disgrazia. Mi venne in mente di prestargli lAntologia di Spoon River e ziu Tatanu ne rimase sconvolto. Fu cos che un bel giorno mi diede da leggere un quaderno di suoi brutti sonetti in sardo sui morti del nostro cimitero. Il sonetto una forma metrica della poesia popolare tradizionale, in Sardegna, dai tempi in cui lo divulgarono certi poeti arcadi settecenteschi. Ultimamente, da queste nostre parti il sonetto si specializzato come forma delle lettere anonime di argomento politico. Altri libri che lo affascinarono furono le favole di Fedro e le avventure di Bertoldo, cose per le quali aveva gi lorecchio preparato. Non gli piacquero altri libri, come certe storielle di Brecht. Almeno cos mi diceva restituendomeli. Per nelle meditazioni di ziu Tatanu ha sempre continuato a prevalere il problema del sorgere e del mutare dei bisogni. Soprattutto il loro mutare gli sempre apparso un segno dellumana debolezza, perch aveva deciso da tempo che i bisogni vanno ingannati, il pi possibile ignorati, come la morte e le disgrazie che non sono ancora venute, ma che uno deve sempre aspettarsi. Degli ultimi anni del mio vicinato con ziu Tatanu la sua scoperta dellecologia e il suo innesto sul tronco portante della vecchia problematica dei bisogni. Lui pensava comunque che il mondo andasse di male in peggio, un po alla maniera dei vecchi, o forse, meglio, secondo un modulo del senso comune di quelle fasce sociali che non sono mai state raggiunte da ideologie progressiste come lilluminismo, il positivismo, il socialismo. Nei suoi discorsi tornava ossessiva la nozione vaga di un prima. Ma quando era questo prima? gli chiesi una volta. Ci pens su un poco: Prima che io nascessi e riflett ancora. Nel medioevo aggiunse. Ma anche quando ero molto piccolo io. Nel medioevo?. S, nellantichit.
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E guardandolo tacere assorto mi parve di capire come quel prima fosse per lui unoscura et iniziale, laldiqu del caos primogenio, un tempo indeterminato, ma appena prima della memoria dei viventi, appena prima della sua memoria, o il tempo quando non cera tempo. Mi posi il compito di aiutarlo a fendere questo velame fitto fra passato e presente, in modo che si formasse un qualche suo senso della storia. Ma non trovai letture adatte a questo scopo. Avevo gi quasi dimenticato questa mia preoccupazione pedagogica nei suoi confronti, quando un giorno di punto in bianco, avvicinando la faccia furba alla portiera dellauto che avevo fermato per salutarlo, mi disse: Se i contadini di qua sapessero la storia, si arrabbierebbero. Ma la questione pi grossa sapere contro chi bisogna arrabbiarsi. Non potei chiedergli nulla perch si accorse di mia moglie, che mi sedeva vicino, e le domand se aspettasse un bambino. Lo domandava sempre. Lui non aveva avuto figli. Una volta ebbi modo di ricordare a ziu Tatanu questa sua opinione sui contadini. Dapprincipio fece unalzata di spalle, poi disse: Chi lavora la terra sempre lultima ruota del carro. Forse sempre stato cos. Figuriamoci poi quando uno sempre lultimo in un posto come la Sardegna, che per gli altri di fuori sembra non essere nemmeno parte di questo mondo. E invece il mondo una cosa tutta dun pezzo, e sta insieme per questo. Solo che per capirlo bisogna guardarlo dal punto giusto, come da un satellite. E poi magari arrabbiarsi aggiunsi per provocarlo ancora. Di questo non c bisogno, per arrabbiarsi, perch tanto arrabbiati siamo da quando si incomincia a capire chi sono gli altri e chi siamo noi sulla terra. Quando ziu Tatanu era nel pieno dei suoi interessi ecologici, aiutato in questo dalla televisione, io me ne andai dal paese.
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E quando tornavo in visita mia madre mi informava spesso che ziu Tatanu chiedeva di me, per parlarmi e farmi leggere qualcosa. Ma io facevo quasi sempre finta di niente, temendo che il vecchio non intendesse smettere labitudine di usarmi come un perito giurato che stimasse la qualit delle sue produzioni scritte, per me sempre bassa, nonostante il progresso in quantit. Ora Tatanu Melis da qualche mese sta in compagnia dei personaggi dei suoi sonetti cimiteriali, nel campo santo rimesso a nuovo. Tempo prima avevamo fatto la scommessa che la nostra nuova amministrazione di sinistra lo avrebbe rimesso a nuovo, perch lui diceva che non si sarebbe fatto nemmeno questo, tanto gli era estranea lidea del mutamento progressivo. Qualche giorno fa sono ritornato in paese. Mentre ero in casa venuta la vedova di ziu Tatanu a cercare di me. Aveva notato la mia macchina davanti al portone. Dopo i convenevoli e le condoglianze, da sotto il grembiulone nero dove teneva le mani come per conservarle calde, ha tolto fuori un librone decrepito col dorso in pelle. Veniva a restituirmelo, dato che la buonanima si era dimenticato di farlo. Apro il libro. Mai visto prima. una vecchissima edizione del Dizionario filosofico di Voltaire, le pagine gialle e zeppe di annotazioni di pugno di ziu Tatanu, e di una mano precedente sconosciuta. Chiedo alla donna se non si fosse mai accorta che la buonanima lo possedeva da tempo. Nemmeno lei laveva mai visto, fino al giorno che ha riordinato certe cose del marito morto. Mi sono sentito tradito dal vecchio perdigiorno. Quale strana concezione stregonesca della carta stampata ha indotto ziu Tatanu a tenere nascosta a tutti, come i segreti di unantica arte magica, proprio quellopera fondamentale dellilluminismo? Ma il lascito involontario di ziu Tatanu non aveva finito ancora di sorprendermi. Recentemente ho curiosato tra le scartoffie di cui imbottito il libro, ormai rimasto a me. Si tratta quasi solo di composizioni in versi sardi.
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Quasi solo, perch in mezzo a tutta quella cianfrusaglia avvoltolata nei complicatissimi metri della nostra tradizione cantata e non cantata, su un foglio doppio protocollo ho scoperto un pezzo in prosa, in prosa italiana. Lho decifrato con la pazienza di un filologo che scopre il frammento dunopera perduta. A fatica finita mi sono sentito davvero beffato da ziu Tatanu. Il titolo del pezzo suona: Il campione mondiale dei capitalisti. Sottotitolo: Storia moderna alla moda antica, di Melis Gaetano. Sfrondata di certo sovrappi, rimessa solo un poco in sesto e ripulita grammaticalmente (col permesso dei teorici moderni della pedagogia linguistica), ne viene fuori una favoletta brecht-esopiana. Questa che segue, che va pietosamente divulgata, e resti a me il merito di lasciarne memoria ai sopravvissuti e ai posteri, e forse documento per una storia pi accorta.

IL CAMPIONE MONDIALE

Nel mare del Continente cera una volta un pescecane che era famoso come grande capitalista. Ma un giorno un altro pescecane gli disse, per umiliarlo un po, che per diventare il campione mondiale dei capitalisti bisogna riuscire a vendere la cosa pi inutile a chi ne ha meno bisogno. Allora questo pescecane ha pensato di andare a vendere una maschera antigas a un muggine di stagno. Siccome anche da quelle parti si sa che i muggini migliori sono negli stagni della Sardegna, questo pescecane venuto nello stagno di Cabras e ha offerto a un muggine la sua maschera antigas: Oggigiorno tutti i muggini stanno comprando maschere antigas diceva. Qui lacqua buona e pulita gli ha risposto il muggine di Cabras. E non se n fatto nulla. Allora il pescecane andato nello stagno di Marcedd, ma compratori non ne ha trovato nemmeno l. disceso gi fino allo stagno di Santa Gilla, ma nemmeno stavolta ha avuto fortuna. Si guardato bene intorno e ha pensato. Il giorno dopo ha mandato i suoi avvocati alla Regione per chiedere i contributi, e dopo meno di un mese ha incominciato a fabbricare un grande stabilimento, proprio in riva allo stagno, a Macchiareddu. Dallo stabilimento sono incominciati a uscire rifiuti schifosi e i muggini non sapevano come difendersi. Ma il muggine che aveva rifiutato la maschera del pescecane andato a cercarlo: Ce lhai ancora quella maschera antigas?. Ce nho giusto una fiammante di prima qualit. Costa tanto.
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Ma il muggine non aveva i soldi. Il pescecane gli ha detto: Tu vieni a lavorare nella mia fabbrica, io ti pago e cos puoi comprare la maschera antigas. Cos ha fatto e come lui molti altri muggini. Lungo le strade dacqua dello stagno il pescecane ha fatto mettere grandi fotografie di belle mugginesse con maschere antigas. Un giorno venuto in visita a parenti un muggine di Cabras e si molto meravigliato della nuova moda. Ma i mugginetti piccolini gli andavano dietro e lo canzonavano perch era senza maschera. Anche lui allora ne ha comprato una. Prima di andarsene ha chiesto ai parenti: A proposito, che cosa producete in questa vostra fabbrica?. Nessuno lo sapeva. E tutti hanno incominciato a chiederselo, specialmente quelli che ci lavoravano. E un giorno il sindaco dei muggini andato in delegazione dal pescecane e ha chiesto di sapere che cosa si produce nel grande stabilimento. Maschere antigas ha risposto il pescecane. Per la vostra salute.

MARTIRIO OSCURO

Dopo alcuni calci in pancia Luisicu continuava a dormire. Sognava di essere travolto da una motocicletta della polizia nelle terre dei Lampis. Ma ziu Fadaricu, il capo dei servi, insisteva colpendolo con tutte le forze, con le scarpe chiodate. Luisicu non riusciva a uscire dal suo incubo. Ziu Fadaricu prese un loru, una correggia di cuoio per legare i buoi al giogo, e incominci a frustare Luisicu su tutto il corpo, con metodo: Alzati, demonio, e vieni a vedere la valentia che hai fatto, disgraziato. I colpi di loru sulla faccia lo risvegliarono e riconobbe il capo dei servi: perch ziu Fadaricu lo stava picchiando cos, per svegliarlo? Era tempo di semina, i buoi mangiavano nelle stalle, non doveva portarli pi lui al pascolo prima dellalba. Luisicu si alz a sedere sulla stuoia, proteggendo il viso con le braccia, appallottolato come un riccio riscosso dinverno. Vai alle stalle, figlio di puttana. Corri, demonio, che ieri ne hai fatto molto di pane bianco. Luisicu si butt fuori dal deposito degli attrezzi. Era buio pesto e pioveva. Ziu Fadaricu lo raggiungeva ogni tanto con un calcio. Aveva le ossa rotte, come non le aveva sentite mai, e qualcosa nel fondo della memoria che non ricordava abbastanza. Nelle stalle dei buoi da lavoro avevano acceso una lampada a carburo. Guarda, disgraziato. Guardalo quel bue gagliardo, che cosa ne hai fatto, farabutto gridava spingendolo ziu Fadaricu.
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Cerano quasi tutti gli altri servi e il figlio maggiore del padrone. Lultima spinta di ziu Fadaricu lo fece quasi inciampare sopra No ndi FatzUsu, coricato fuori della lettiera, di traverso nella caminera, ma ancora legato alle corna. Soffiava e si lamentava, con la bava alla bocca. Visto, delinquente? Hai visto bene la giornata che ti sei fatto ieri? latrava sempre ziu Fadaricu. Se muore questo bue, nemmeno tre anni di lavoro ti bastano a ripagarlo. Gli altri stavano tutti intorno a guardare. Poi ziu Antonicu, il vicecapo, cerc di far bere al bue una tazza di vino caldo. Non ci riuscirono in quattro. Bisogna andare a Guasila a chiamare il veterinario disse il figlio maggiore del padrone a ziu Fadaricu. E lui ricominci subito coi calci: Vai e prendi la cavalla vecchia, demonio. A piedi dovresti andare, se non fosse la fretta per questa povera bestia. Luisicu scapp sotto la pioggia del cortile a prendere la cavalla vecchia. Ogni passo erano fitte. Mise i piedi in una pozzanghera e si accorse di essere scalzo. Ma non and al deposito degli attrezzi, dove dormiva, a cercare le scarpe nel buio. Prosegu verso la scuderia, stacc la cavalla, le mise un morso, una coperta di pelo dasino sulla groppa e mont. Sedersi in groppa era come sedersi sul fuoco. Vicino al portone lo aspettava nascosto Paulinu, il bovaro che dormiva con lui nella stanza degli attrezzi. Usc dal buio con un sacco di orbace da pastore sul braccio: Mettitelo sulla testa. Altrimenti crepi tu prima del bue. Luisicu lo prese e si copr col sacco a capanna sulla testa. Rimani sullo stradone, non andare di traverso. gi piovuto molto. Paulinu apr il portone, poi tenne la cavalla per il morso e disse piano a Luisicu: Quello che successo ieri, loro non lo sanno. Io la spia non la faccio. Luisicu spinse la cavalla al trotto nel buio, sotto la pioggia.
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Solo una cosa era chiara. Che No ndi FatzUsu stava molto male perch il giorno prima aveva mangiato quasi uno starello di fave, di fave intiere da seme, quando lui e Paulinu erano scappati allarrivo della polizia sulle terre occupate dei Lampis. E Luisicu ne aveva fatta di strada, in salita e in discesa, correndo alla disperata su per le coste del Monte. Sul ponte di Riu Arai un lampo fece scartare la cavalla, che quasi metteva le zampe sul parapetto del ponte. Luisicu sent il dolore per le ferite che il giorno prima gli avevano fatto le scarpe sui calcagni. Il rivo era in piena. Bisognava fare in fretta. Altrimenti gli toccava ripagare il bue, se moriva. Ma di chi era la colpa? Che cosa era successo nemmeno lui lo sapeva bene. Era tutta colpa della giustizia e della polizia, che rincorrevano quelli che erano andati a occupare le terre dei Lampis, per seminarci i ceci. Il veterinario non voleva venire e imprecava come se lo volessero portare via tutti i diavoli. Luisicu aspettava fuori, sotto la pioggia. Quando stava per salire sul calesse, il veterinario not il suo stato e lo fece sedere vicino a lui sotto il soffietto. La cavalla lattaccarono dietro il calesse. Ma il malato sei tu o il bue? chiese il veterinario. Quanti anni hai?. Diciassette e mezzo. Il veterinario gli diede un sorso di acquardente da una piccola borraccia. Quando arrivarono, No ndi FatzUsu respirava fischiando. Il veterinario si fece dare un coltello e gli apr un fianco per fargli uscire laria cattiva. Luisicu grid brevemente, poi ammutol. Ziu Fadaricu gli moll un calcio e tutti lo guardarono. Aveva sempre addosso quel sacco di orbace, i piedi scalzi e tremava come se ballasse. Ziu Antonicu, il bastanti mannu, gli disse di tornare sulla sua stuoia, ma ziu Fadaricu ordin, sempre arrabbiato:
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Non gli fa male vedere la fine della sua opera. Luisicu non staccava gli occhi dal bue morente. Il veterinario se ne and dicendo che non cera pi nulla da fare, e tutti restarono l a vederlo morire come se fosse un cristiano. Gli altri buoi muggivano e scalciavano impauriti. Dopo che il bue fu spirato, ziu Fadaricu port Luisicu dal padrone, nella cucina grande. Il padrone era malato e non era potuto uscire nelle stalle. Lo teneva informato il figlio maggiore. Stava l davanti al fuoco del camino, in mutandoni bianchi e mantello, attizzando e soffiando come Lucifero. To, disse quando lo vide comparire, ancora coperto con quel sacco gocciolante, nomini il molente, e subito presente!. Ma non rideva. Sissi, su meri, rispose Luisicu, affascinato da quel grande fuoco di sarmenti. Ma il padrone non lo invit ad avvicinarsi. E adesso ci vai tu, questanno, alla fiera di Santa Lucia di Serri, a comprare un altro bue, eh? Oppure vuoi andare a quella di Isili, dove c pi scelta? Ce li hai tu i soldi?. Nossi, su meri. Certo che non li hai. Lo sai che ti devo scontare il danno dalla paga dellanno, disgraziato?. Sissi, su meri. Adesso il bue morto bisogna venderlo per bassa macelleria. Tocca a te metterti daccordo con un macellaio. Sono affari tuoi. Se ne ricavi almeno quarantamila lire, pu darsi che per pagare il danno ti basti la paga in natura e in denaro che ti spetta per questanno. Hai capito?. Sissi, su meri. Stanotte s che sei tutto sissi e nossi su meri, ma ieri al tuo dovere non ci hai pensato, eh?. Nossi, su meri. E Luisicu raccont tutto per filo e per segno come erano andate le cose, pur di restare ancora in quel caldo.
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Bravo, bravo, commentava il padrone. Non c male, incominci presto, tu, a buttarti dalla parte sbagliata. Non c male, non c male, incominci proprio bene. Il figlio maggiore guardava Luisicu e rideva come un tonto. Cos impari a metterti con quei pazzi, con gli scomunicati, faccia di scemo!, concluse il padrone. Era gi da pi di un mese che in paese stavano preparandosi per occupare le terre incolte dei Lampis, vicino al Riu Mannu. Terre buone, ma senza seme gi da molto tempo prima che i Lampis se nandassero a Roma, chiss da quanti anni. Non se ne ricordava quasi pi nessuno. La domenica prima i braccianti disoccupati avevano fatto un raduno nella piazza del municipio e poi erano sfilati con le bandiere, gridando: Pane e lavoro. Le terre a chi le lavora!. Ma se quelle terre non le lavora nessuno, dicevano molti. Veramente, spiegava ziu Antonicu, le terre le possono ottenere secondo la legge. La legge stabilisce che le terre incolte devono andare a quelli che non ce nhanno e formano una societ, una cooperativa. Sono i capi dei comunisti di Cagliari che li spingono a occuparle con la forza. Se quelli non li incitano, i giornalieri di qua non si muovono a fare queste cose. Sono partiti in pi di duecento a occupare le terre dei Lampis. Volevano fare come quelli di Sa Zeppara, che avevano occupato le terre incolte, erano riusciti a comprare anche un trattore e facevano scioperi alla rovescia. Luisicu stava gi sulla collina de Is Corongius, a seminare le fave con Paulinu, il bovaro di dodici anni. Era un terreno scosceso, una costera piccola che bastavano due giorni a un giogo per riempirla di seme. Ziu Fadaricu, il capo dei servi, aveva incaricato lui e Paulinu: lui arava e Paulinu gettava le fave a una a una nel solco, e ogni tanto
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una spruzzata di nitrato. Incarichi cos importanti Luisicu ne aveva avuto quellanno per la prima volta. Non era pi bovaro, lotto settembre era stato ingaggiato come servo di campagna. Per questo durante la semina riceveva perfino un pezzo di formaggio, insieme col pane. Ma lui si portava anche un paio di fiammiferi per arrostire un po di fave insieme con Paulinu. Tanto le fave non le aveva contate nessuno a una a una. Poi, destate, quellanno Luisicu avrebbe mietuto, oppure avrebbe fatto il carradore. Da quando era bastanteddu ziu Fadaricu non lo aveva nemmeno pi preso a calci. Ma quella notte di calci gliene aveva dato una razione da ricordarsene per quanto campava. Luisicu e Paulinu stavano gi sulla collina a seminare le fave, quando hanno visto arrivare tutta quella gente, con bandiere, cantando pieni di entusiasmo. Avevano due gioghi di buoi e tre cavalli presi in affitto, per seminare i ceci nelle terre dei Lampis. Appena arrivati, divisa tutta la terra in quattro parti, per segno di divisione hanno piantato le bandiere rosse e tricolori. Sembravano a una festa, come quando si andava al monte a portare la legna per il fal di San Sebastiano. Solo che cerano anche le donne, che camminavano tutte vicine, tenendosi a braccetto e cantando alla trallalero. Gli animali per arare erano pochi. Allora uno, per scherzo, ha chiamato Luisicu e Paulinu che stavano lavorando sulla collina, e gli ha gridato di scendere con buoi e aratro a lavorare le terre del popolo. Ma loro non sono scesi, naturalmente. Se no, chiss che cosa sarebbe successo, col padrone e con ziu Fadaricu. Quel giorno dovevano finire la semina su quel campo, che era a mezzadria col padre di Paulinu. Ogni tanto quelli di sotto li chiamavano. E li hanno chiamati soprattutto quando si sono fermati per mangiare a mezzogiorno. Avevano portato del vino e stavano allegri. Allora Luisicu si deciso, ha convinto Paulinu e sono scesi per mangiare il loro pranzo insieme con tutta quella gente.
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Hanno staccato i buoi dallaratro, li hanno legati al carrello e sono andati gi con la bisaccia delle cibarie. Quelli di sotto li hanno ricevuti con grandi feste. Ma la vera festa doveva incominciare. Mentre stavano ancora mangiando, a un certo punto due che montavano di sentinella su due alture incominciano a sventolare i fazzoletti e a gridare. Stava arrivando la polizia. Alcuni dicevano di restare l, fermi, a difendere i loro diritti su quella terra. Ma quando apparve un nuvolone di polvere e chiss quanti camion e motociclette, allora molti si levarono e scapparono da tutte le parti. I poliziotti sulle motociclette correvano a zig zag sui campi duri non ancora dissodati. Altri prendevano la gente e la buttavano dentro i cassoni come se caricassero bestiame. Luisicu e Paulinu si trovarono la strada sbarrata. Luisicu ordin al suo compagno di starsene l fermo. A lui non avrebbero fatto nulla, era piccolo. Lui scapp verso il Monte. Voleva arrivare lass e aspettare che tutto fosse finito. Poi riprendere a lavorare. Un motociclista arriv su una nube di polvere e grid lalt a Luisicu che scapp a correre disperatamente senza voltarsi mai, finch non cadde come morto sul pendio. Di sotto fu sparata una raffica in aria e Luisicu riprese la corsa. Quando si ferm, dallaltra parte del Monte, non sapeva dove fosse finito. Forse era uscito dal territorio del paese, verso Gesico? Ma la bisaccia laveva ancora con s. Tanto cos non ricordava di essersi mai stancato, nemmeno due anni prima, quando era scoppiato lincendio del grano e lui aveva lavorato per pi di dieci ore a spegnere, come se fosse stata tutta roba sua e non dei padroni. Quando riusc a ritornare sulla collina doverano i buoi e gli attrezzi, il sole stava gi per tramontare. Sulle terre dei Lampis non cera pi nessuno. Paulinu lo stava aspettando piangendo sommessamente. Lo vide arrivare e corse ad abbracciarlo. Disse subito che nessuno lo aveva toccato. Ai poliziotti aveva detto un
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sacco di storie col suo italiano porcellino. Uno gli aveva dato una sigaretta e lui ad alcuni il vino che gli occupanti avevano lasciato scappando. A un tratto si fece serio e triste e mostr a Luisicu il sacco delle fave da seme quasi vuoto. No ndi FatzUsu aveva rotto la corda, aveva raggiunto il sacco e se le era mangiate quasi tutte. Adesso aveva gi la pancia gonfia. Attaccarono i buoi al carrello e si affrettarono verso il paese. Dovettero fare tutto il tragitto a piedi per non appesantire il giogo. La strada era come arata dai mezzi della polizia. I buoi faticavano a tirare avanti. Il bue di destra, No ndi FatzUsu, si ferm alcune volte e non voleva pi proseguire. Sulla salita di Pedru Murriaxi il petto gli tremava come preso da attacco nervoso. Arrivati alla sorgente di Pitzianti, Luisicu bagn il sacco vuoto delle fave e lo stese sulla groppa del bue gonfio. Prima di entrare in paese tolsero via il sacco bagnato dalla schiena di No ndi FatzUsu, perch la gente e poi i servi a casa del padrone non capissero che il bue stava male. Ci mancava solo questa. Quella sera non toccava a Luisicu dare da mangiare ai buoi da lavoro. Era di turno a macinare le fave in magazzino. E non disse nulla agli altri. Appena pot, and a dormire sulla sua stuoia nel deposito degli attrezzi e si addorment subito. Due ore dopo lo svegli la tempesta di ziu Fadaricu. Gli altri servi quella notte lo aiutarono a macellare il bue. Luisicu era morto di stanchezza, quando la mattina prima dellalba and a svegliare ziu Loi Carnazzeri per contrattare il prezzo di vendita della carne del bue: Io ti do tutto quello che ne ricavo, meno il mio guadagno, disse ziu Loi. Porta qua in bottega la carne. Luisicu and a casa sua a prendere il somaro per trasportare la carne. Quando suo padre lo vide e seppe cosera successo, si mise a gridare che sembrava un maiale punto. La madre gli prepar il somaro con due ceste sul basto.
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Al sorgere del sole Luisicu si stava gi avviando di nuovo verso la collina de Is Corongius, con Paulinu, per finire di seminare le fave. Tre giorni dopo torn dal macellaio, che gli diede ventimila lire e gli disse di portarsi via la carne vecchia, che gi puzzava: Se fosse stato almeno sabato o domenica, o giorno di festa, gli spieg il macellaio, si sarebbe potuto venderla quasi tutta, la carne. Ma cos, dentro la settimana, anche se a prezzo di bassa macelleria, chi la compra la carne?. Luisicu non disse nulla, intasc le ventimila e le port subito al capo dei servi. Torn a casa sua a prendere il somaro con le ceste, dopo che ebbe tritato le fave in casa del padrone. Era gi buio pesto. Caric la carne fetida e and a seppellirla in campagna, appena fuori dal paese. Riport il somaro a casa sua, lav le ceste sporche alla fontana, conserv un corno del bue morto e si mise a letto. Non torni stanotte a casa del padrone, disgraziato?, gli chiese il padre. Luisicu non rispose perch stava aspettando che gli venisse su il vomito. Quel giorno era la terza volta. Dopo quattro giorni che vomitava ogni volta che tentava di alzarsi, gli dava fastidio la luce e non riusciva pi a levare la testa dal cuscino, sua madre and a chiamare il medico. Per me questa meningite, disse il medico. Andate a chiamare la macchina di Scarmonati e portatelo a Cagliari. E scrisse il foglio per il ricovero urgente. Mentre lo caricavano sulla macchina di Scarmonati per portarlo allospedale, pass il padrone che tornava dalla caccia, con una bella fila di lepri che gli pendevano dalla cintura e dalla sella del cavallo. Tolse una quaglia dal carniere e la diede alla madre di Luisicu, quasi senza fermare il cavallo. Se non guarisce presto, questo scriteriato ci perde lanno disse come se stesse salutando. Deus si ddu paghid gli grid dietro il padre di Luisicu.
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Lo stesso giorno che in paese tornarono di prigione gli arrestati per loccupazione delle terre, con loro torn anche Luisicu, dentro una bara di zinco. A Cagliari certuni avevano fatto una colletta per pagare bara e trasporto. Quel giorno in paese stazionavano, come per caso o di passaggio, autoblindo e camionette della Celere, che se ne andarono senza far troppo rumore quando fu buio. Da Cagliari, cogli arrestati accompagnati da alcuni dirigenti di citt, arriv anche la maniera nuova di raccontare la storia della morte di Luisicu. Luisicu si era ammalato alla testa di quella malattia mortale dopo le manganellate della Celere sulle terre dei Lampis, mentre presidiava con gli altri contadini le conquiste legittime del popolo e si opponeva alla prepotenza poliziesca. Per questo al funerale non cera molta gente. Solo quelli che stavano dalla parte di ci che significava ormai la morte di Luisicu. Il prete fece funerale svelto. Appena il prete se ne and dal cimitero con la confraternita, uno degli arrestati tir fuori una grande bandiera rossa e lavvolse intorno alla bara di Luisicu. Il padre di Luisicu piangeva come muggendo aggrappato alla bandiera rossa. Un dirigente venuto da Cagliari parl del sacrificio di Luisicu. Parl poco perch si mise a piovere. Disse della vittima del braccio armato dei padroni assenteisti. E termin dicendo che sulla tomba di Luisicu bisognava piantare i primi garofani rossi della Trexenta, perch il martirio oscuro di Luisicu sarebbe stato seme per la crescita della coscienza dei contadini e dei braccianti del suo paese.

TRENTANNI DOPO

Eugenio per certe cose ha memoria tenace, e gusto per le belle frasi che riassumono i grandi avvenimenti. Gli avvenimenti belli e brutti degli anni duri del dopoguerra li ha tutti ordinati secondo una sua gerarchia di importanza. E per tutti ha il suo frasario, fatto di brandelli dei discorsi di allora, cuciti insieme dalla sua passione. Quelle parole pronunciate trentanni fa dal dirigente venuto di citt, davanti alla bara di Luisicu avvolta nella bandiera rossa, ieri sera se le ricordava bene, a modo suo. E le ha ripetute tutte, per dare forza alla sua proposta, perch altri sembravano non capirne il significato. Il problema era di dare nomi nuovi a strade nuove del paese, nomi dei capi delle lotte popolari, nomi della resistenza, nomi del rinnovamento. La proposta di Eugenio era di dare a una strada il nome di Luisicu, che morto giovane nella lotta per le terre. O che almeno bisognava chiamarne una con la data della prima occupazione delle terre dei Lampis: via Ventotto Settembre. Non c forse in molte citt una via Venti Settembre? E che cosa mai questo Venti Settembre? Lascia perdere ha detto uno studente. Gi, perch nemmeno tu lo sai. Ma questa data delloccupazione la devono sapere tutti, se la scriviamo su una targa di una via. Ma come diavolo la chiamiamo questa strada, secondo te, la chiamiamo Via del Martirio Oscuro? s messo a gridare Augusto col suo vocione da sergente. Efisio, il segretario della sezione, per sdrammatizzare ha cercato di spiegare che in fondo questa del Martirio Oscuro non era una cattiva idea. Mi pare che suona molto bene ha aggiunto Eugenio.
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Gi, e anche molto comunista, come quellaltra via di Roma s rimesso a predicare Augusto, sogghignando perch lui socialista. Efisio ha cercato di riprendere le redini della discussione, per non lasciare liniziativa alla foga di Eugenio: Qui il problema principale di riuscire a trovare di comune accordo quattro nomi che richiamino momenti e idee progressisti. State tranquilli che i nostri avversari i loro nomi bigotti e reazionari li hanno gi tutti pronti. E sicuramente non hanno bisticciato per la scelta. Per forza, con tutti i santi che hanno ha detto uno. ritornata la concordia nellantipatia per lavversario. Eugenio tornato alla carica. Io non ci sto. Punto e basta. E che siamo, al paese di Don Camillo? gridava Augusto. La proposta di dare a una via del paese il nome di Luisicu Pistis, Eugenio lha fatta di punto in bianco, senza concordarla prima cogli altri, quando diventato chiaro che stentava troppo a passare la proposta di dare il nome di Via Ventotto Settembre a una delle vie nuove. Quello il giorno pi importante delloccupazione delle terre, quando Luisicu scese dalla collina per mangiare cogli occupanti. Come al solito Eugenio ha peggiorato la situazione con la sua foga. Il segretario aveva fatto una bella introduzione alla proposta, che comprendeva anche una Piazza Antonio Gramsci, subito accettata, e una Via Giuseppe Di Vittorio riuscita in salita anche nella discussione. Efisio nella sua relazione aveva citato Gramsci sulla necessit di contrapporre lo spirito di scissione al complesso formidabile di trincee e di fortificazioni della classe dominante, a tutto ci che influisce e pu influire sullopinione pubblica direttamente o indirettamente: le biblioteche, le scuole, i circoli e clubs di vario genere, fino allarchitettura, alla disposizione delle vie e ai nomi di queste.
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Si fatto un poco di silenzio e quasi di raccoglimento solo quando Paulinu, il bovaro che aveva dato il sacco di orbace a Luisicu, ha detto che a lui la proposta di Eugenio sembrava giusta e non esagerata. Forse che i democristiani non hanno proposto di dare a una via il nome di Maria Goretti? Che differenza c tra Maria Goretti e Luisicu Pistis? Ma Augusto ha ripreso per primo a fare casino. Cos alla fine non passata nemmeno la proposta di Via Ventotto Settembre. In estremis Efisio ha tentato con molto tatto di riguadagnare il terreno fatto perdere da Eugenio con un bel predicozzo sullistinto di classe, fase iniziale della coscienza di classe, con riferimento a Luisicu. Il colpo di grazia lo ha dato Carmelo, il professore di lettere siciliano, che a un certo punto se n andato dicendo che era stufo di tutta quella agiografia rusticana. Cos, anche ieri sera finita colla millesima replica del racconto di quei giorni di settembre di quasi trenta anni fa. Era gi notte alta quando ziu Barra, accompagnando il segretario a casa, brillo, ha finito di raccontargli davanti al portone come fischiavano le palle di fucile tra gli ulivi, la notte che alcuni proprietari avevano tentato, di nascosto, di tracciare un solco tuttintorno a certe loro terre incolte da millenni, per dimostrare che le coltivavano.

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COMPONIMENTO

Nuraddei, 23 aprile 1969. Pistis Orlando, terza b, Scuola Media Statale G.M. Angioj. Tema Nel ventennio di concreta esperienza dellautonomia regionale la nostra Isola si trasformata profondamente sotto i pi importanti punti di vista. Porta qualche esempio di cui sei stato testimonio. Svolgimento Della regione sarda se ne dicono di cotte e di crude, io ne voglio dire una nuda e cruda e senza tanti affreschi. Molti anni fa quando io avevo solo sei o sette anni a Nuraddei arrivato il presidente regionale assieme al vescovo per dare la benedizione allinaugurazione del matatoio comunale e anche del ammulatorio che era vecchio ma ci avevano fatto il riscaldamento con una stuffa bella di terracotta colore brocca nuova. Il presidente regionale era alto moretto e coi baffi neri e ha detto davanti a tutti che il matatoio era una presa di misura per igiene e il riscaldamento nellammulatorio era un ristorante per le povere malate e per il dottore. E siccome siamo in tempi di contestazione studentesca io mi rischio a scrivere una cosa che di sicuro non mi fa vincere il premio della regione per il tema scritto meglio. Io dico che sono passati quasi dieci anni e nel matatoio non hanno ammazzato mai nessuno,
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restato sempre chiuso anche per i giochi di noi ragazzini. E la stuffa dellammulatorio non lhanno accesa mai. Certamente la popolazione sarda aumentata un poco grazie agli sforzi personali dei presidenti regionali ma veramente non diventata pi benestante, anzi s ne andata via per guadagnarsi il pane in altri posti lontani dallaltra parte del mare e fuori di stato.

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PESCA DI FRODO

Poca gente andata in visita a casa del morto, anche se era morto giovane e morto di disgrazia, ammazzato per sfortuna. La casa quasi fuori del paese, delle pi vicine allo stagno, di quelle ancora segnate dallacqua dellalluvione del dicembre del Sessanta, lanno del subbuglio per la legge regionale trentanove. A casa del morto c andato pi il ricco che il povero, persino il sindaco nella sua qualit, e altre autorit, per cose della giustizia e per cose loro, di gente che mangia dello stagno. In mezzo alla lolla cera la bara con dentro il morto. Dentro la bara e tutto coperto, perch gli avevano fatto lautopsia, si vedeva solo il volto, nero come quelli che muoiono asfissiati. Poche donne giravano piangendo per casa, altre si davano da fare. Un bambino dormiva dentro una carrozzella vecchia, fuori nellorto sotto il fico. Certuni, fatta la visita e date le pazienze alla vedova e ai parenti, si fermavano nel cortile davanti, guardie giurate colleghi del morto, servi di peschiera e pescatori a contratto. Gli altri uscivano dalla lolla e se nandavano, senza fermarsi con quelli che facevano gruppo nel cortile davanti e parlavano tra di loro: Ancora non lhanno portato a Oristano Paolo Aramu. Quello si busca galera a vita. Fucilarlo bisognerebbe grid quasi il capo delle guardie dello stagno, che a ogni ripresa del processo contro gli abusivi sempre il supertestimone, come scrivono i giornali. Ogni volta ha testimoniato anche contro Paolo Aramu, che prima stava nella cooperativa buona e poi si messo a capo di quella degli scioperanti e degli abusivi.
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Il fatto per era semplice. Paolo Aramu la notte prima aveva ucciso una guardia giurata dello stagno, Antimo Piras, che se ne stava di l nella lolla dentro una bara, fatto a pezzi dai dottori. Questa era la notizia, e non cera nulla da aggiungere. Era chiaro che Paolo Aramu era stato colto a pescare di frodo. I giornali scrivevano e inventavano, di provocazione, di legittima difesa, di abuso di potere, di cose che presto o tardi dovevano succedere di nuovo. Sta a vedere che finisce che la colpa di tutto se la prende il morto e il re di Spagna. Ma Paolo Aramu noto abusivo, e testa calda. Antimo Piras lo voleva fermare, sequestrargli il carico di muggini pescati di notte nello stagno. Tanto pi grave se si trattava di novellame preso vicino al canale, o nel canale, come ha detto Paolo Aramu ai carabinieri. Lunica cosa strana era che Paolo Aramu si era presentato lui di persona alla casa di peschiera, con il morto in spalla, e al capo guardia, al pesargiu e a tutti quelli che stavano in peschiera aveva detto una cosa che nessuno dei servi di peschiera e dei pescatori a contratto e delle guardie giurate, radunate l nel cortile davanti a commentare, aveva voglia di ripetere. Ma tutti ce lavevano fissa dentro il cervello quella cosa che aveva detto Paolo Aramu scaricando il morto sui gradini della casa di peschiera. Verso mezzogiorno arrivata la vecchia zia Daffina con un pentolino sotto il grembiale: Prendi, figlia, che Dio ci paga tutto ha detto alla figlia maggiore del morto, mettendole il pentolino in mano, in un angolo della lolla. E non s fermata nemmeno a dire le orazioni al morto, perch in quel momento cerano in visita quelli venuti da Oristano. Se n uscita pi china di quando entrata, senza dare le spalle al morto e a quelli venuti da Oristano. Bisogna dare garanzie a questa gente, che cose cos non capitino pi ha detto uno di quelli di Oristano,
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rivolgendosi al sindaco che li accompagnava. Il sindaco ha fatto di s con tutto il corpo. Bisogner provvedere a dovere ha detto un altro degli oristanesi. I dipendenti di peschiera e i vagantivi dello stagno sono entrati in molti dietro quelli venuti da Oristano, e mormoravano minacciosi dietro il sindaco. Il capo delle guardie giurate ha fatto due passi avanti e ha detto a voce pi alta di tutti, rivolto a quelli di Oristano: Io lo sapevo che un giorno o laltro quel Paolo Aramu doveva arrivare al sangue. Gli cuoceva la galera che ha fatto per pesce rubato. Questo lha detto chiaro, davanti al morto, e la vedova ha ricominciato a piangere forte. Lo ha detto chiaro anche perch aveva riconosciuto tra i presenti un giornalista, e per dire la sua davanti a quelli venuti da Oristano. Ma tutti sono stati zitti, meno la vedova. Solo un vecchio ha mormorato, proprio dietro il giornalista: Ma guarda che cosa si deve sentire da certe bocche, e il giornalista si voltato a guardarlo. Voi non siete daccordo con quello che dice il capo delle guardie? ha domandato al vecchio. Il vecchio lha guardato un poco e non ha risposto nulla. Uno a un certo punto pieno e ci vuole poco a farlo scoppiare, come scoppiato Paolo Aramu ha mormorato pi tardi il vecchio, ancora alle spalle del giornalista, fuori nel cortile davanti, mentre il giornalista stava facendo domande a quelli di Oristano e annotava le risposte in un libretto. Il giornalista si sbrigato con le sue domande e con la sua scrittura, uscito fuori dal cerchio di quelli che stavano coi venuti da Oristano: Voi sembrate saperne molto su questa disgrazia ha detto al vecchio, con aria dintesa, a voce bassa.
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Il vecchio s fatto pi indietro: Io ero l laltra notte ha detto senza guardare in faccia il giornalista. Al giornalista mancato il fiato e ha messo in tasca penna e libretto: Anche voi eravate l a pescare di frodo?. Il vecchio lo ha guardato, e s fatto ancora pi indietro verso la porta della cucina, a testa bassa e mani dietro la schiena. A pescare di frodo? A pescare stavo, fuori stagione, perch sono bogheri, e la stagione del bogheri finita, questanno. A pescare stavo, e ho visto tutto, con questi occhi da vecchio, anche se non cera luna. Il vecchio bogheri entrato in cucina, nella cucina del morto, e il giornalista dietro: Sono parente stretto qui. Sono lo zio del morto, buonanima ha detto offrendo una sedia al giornalista. E seduti luno di fronte allaltro nella cucina del morto, il vecchio gli ha raccontato il fatto, come lui laveva visto. Aveva visto e sapeva tutto. Solo una cosa non sapeva il vecchio, perch il nipote quella notte fosse andato in perlustrazione da solo lungo lo stagno, e non almeno in coppia, come usano le guardie, specialmente nelle notti senza luna. Ma su tutto quello che ha raccontato c da credergli, perch uno zio non parla a sfavore del nipote morto ammazzato, nella cucina di casa sua, seduto al tavolo dove con moglie e figli ha fatto la sua ultima cena. Chi Paolo Aramu nel paese lo sanno tutti, come lo sanno a Riola e a Santa Giusta e a Marcedd, e la giustizia di Oristano e tutti quelli che mangiano dallo stagno. Perch Paolo Aramu, quello che ha ucciso la guardia, stato per molto tempo pescatore a contratto, sciaigoteri; i padroni non gli hanno rinnovato pi il contratto, da quando si messo a far funzionare una cooperativa nuova, per arrivare al riscatto dello stagno secondo la legge trentanove. Per questo uno che ride poco. Si sa come queste cose sono
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andate a finire qui. Per non cedere, i padroni preferiscono chiudere uno o anche due occhi sugli abusivi, tanto per non far succedere quello che successo anni fa, e continuare a tenersi lo stagno. Ma chi pu decidere chi che pesca di frodo? Nemmeno i giudici in dieci giudizi sono riusciti a stabilirlo. Le guardie ci sono, ma anche loro chiudono un occhio, uno solo, tanto perch non si possa esagerare, dicono loro. Solo che questo nipote del vecchio era uno che ci credeva troppo al suo mestiere. Lo faceva solo da quattro settimane, era una recluta, sapeva solo il regolamento, nessuno glielo aveva ancora interpretato bene. E Paolo Aramu uno che fa presto a fare occhi di fuoco. ancora troppo giovane per aver gi preso labitudine di inghiottire ogni torto. Quattro anni fa, i padroni a Paolo Aramu non gli hanno rinnovato il contratto, proprio la settimana che si doveva sposare, come regalo di nozze, e per fargli capire che per il primo figlio non era il caso che cercasse uno di loro per padrino. Ma il morto era uno anche pi disgraziato, che capiva poco di come sono gli uomini, specialmente i pescatori, perch era stato contadino, ma capiva troppo di come deve essere una guardia dello stagno. Qualcuno gli aveva riempito la testa col bisogno e col dovere di stare attenti, di essere duri con chi si fa prendere in flagrante. E il capo delle guardie, per farsi vedere di fronte ai padroni, fa come se fossimo come dieci anni fa, ai tempi del subbuglio. Ogni volta che parlava il capo delle guardie, questo poveraccio morto faceva tre volte di s con la testa, prima che quello terminasse di parlare, e poi diceva che era giusto. Diventare guardia lo credeva la sua fortuna. Disgrazia ha voluto anche che le altre guardie lo hanno messo su contro Paolo Aramu, e Paolo Aramu le cose non le manda a dire e nemmeno a fare. Antimo Piras, che se ne stava l, dentro la bara col viso nero, laltra notte verso le tre era ben sveglio e fresco, quando faceva la posta a Paolo Aramu, che tornava a casa,
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dopo aver pescato chiss dove: per Antimo Piras poteva anche essere stato in mare vivo a pescare quel cesto di muggini che portava sul portapacchi della bicicletta. Antimo Piras si piantato in mezzo al sentiero e ha gridato senza togliere gli occhi dal cesto di pesci: Scarica e lascia tutto per terra. Paolo Aramu si pulito il sudore col dorso della mano, senza smettere di spingere la bicicletta: Se invece di gridare saluti come si deve, dopo forse si pu anche ragionare, non ti pare anche a te, Antimo Piras?. Scarica ti dico, Paolo Aramu, altrimenti c anche denunzia. Lascia passare, non fare il fanatico, Antimo Piras. Non sarai tu a proibirmi di andare per questo sentiero fino a casa mia, stanotte. La guardia ha fatto un gesto, verso la pistola, ma si contenuto: Ricordati che in galera ci sei gi stato. Scarica, e poi vai dove ti pare, lontano dallo stagno. Paolo Aramu ha levato il capo alla luna, che un poco si stava mostrando prima di tramontare, e gli occhi gli sono diventati di brace. Si fermato, appoggiato al manubrio. Ma ha detto solo, conciliante: Lo sai anche tu, Antimo Piras, che i pesci li ho pescati dove Dio li ha messi per chi fa la fatica di prenderli. Non preghiamo lo stesso santo, noi due. Io so il mio dovere, tu non sai il tuo. Con me, lo devi rispettare. Scarica, ti dico. Paolo Aramu ha ripreso calmo a spingere la bicicletta, spostandosi verso il ciglio del sentiero. Antimo Piras ha perso i sentimenti: O scarichi qui e subito, o scarichi in caserma, coi ferri ha gridato. In quel momento bisognava vedere, per capire chi Paolo Aramu e chi era Antimo Piras. Paolo Aramu forte come un bue e alto come un cipresso.
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Rimaniti con Dio, Antimo Piras, e buon lavoro per il resto del tuo servizio. Lasciami passare e gli passato vicino a testa alta, spingendo nel fango la bicicletta pesante del carico di muggini. Antimo Piras ha allargato le gambe attraverso il sentiero e ha fatto per togliere la pistola dal fodero. Stai attento con larma, Antimo Piras gli ha detto Paolo Aramu passandogli a fianco, voltandogli le spalle nel suo cammino. Questo stato lo sbaglio, dargli le spalle. Antimo Piras ha sparato un colpo che voleva essere in aria. E invece ha ferito di striscio la spalla di Paolo Aramu. Ma la guardia non ha potuto fare altro, perch gi Paolo Aramu lo teneva stretto al collo con la destra, e con la sinistra gli fermava la mano armata. Dopo un poco Antimo Piras crollato a terra come un sacco, tra gli stivaloni di Paolo Aramu, con gli occhi puntati verso un luogo vago. Dalla spalla ferita di Paolo Aramu il sangue gocciolava sul caduto. Ha lasciato l bicicletta e pesci sparsi sul sentiero. Paolo Aramu si caricato il morto sulla spalla ferita e ha preso la strada verso la peschiera, a passo buono. arrivato alle prime luci. Il guardiano di turno gli ha dato lalt. Ma lui ha proseguito oltre il portone, fino alla casa dellabitante, fra i latrati dei cani infuriati. E quando a quello strepito il pesargiu e il capo guardia sono usciti dalla casa di peschiera, Paolo Aramu ha posato piano il morto sui gradini, ai piedi del capo guardia. Lo ha guardato in faccia e allora ha detto quella cosa che nessuno dei dipendenti di peschiera vuole ripetere: Chi pu prendere in peschiera non fa buona pesca nello stagno. Questo ha raccontato il vecchio. E quando poco dopo entrato in cucina il capo guardia cercando fuoco, il vecchio non lha nemmeno guardato, ha tolto di bocca il sigaro e se l rovesciato a fuoco dentro, resistendo alla voglia di sputare, per rispetto al giornalista.
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ARRICHETTEDDU

Candu calencuna borta sa genti indi chistionad, custumad a nai ca Arrichetteddu fad distinau, ca had arratzau a sa familia de sa mamma: tresi tzius mudus e una tzia macocca, su mesu futus e su mesu faddius. Arrichetteddu puru, de cosa futa chi parad, cumprus is dexannus si faid unannettu de spidali. Malacadupu, hant nau sa genti, sa propiu cosa de is fradis de sa mamma. De spidali indi torrad biancu che su nenniri, is ogus sentza luxi, a lingua impastada, cun is sentidus de unu pipu de cincannus. Scimpru non si podid nai, cumenti e una criatura crscia sa metadi de sedadi sua. Ammanniau a crastu e pagu o nudda a conca. A istadu onu mi ndi se torrau, fillu miu had nau sa mamma a sa essida de su spidali. Scimmillottau mi ddhanti n Casteddu custu fillu. E su babbu: Mancai ti dda pngia sa fracci n manu custu istadi, ge ses a postu, scedadeddu had nau sa di chi si ddu had biu beniu a su sartu, a in ca fad pascendi, po ddi portai pani e ingangiu po fintzas a sa di de quindixi. E sa di de quindixi su babbu de Arrichetteddu frriad a bidda e ndad a domu de su meri suu a pregontai, a bortas no ddhessid pigau in accordiu po fai calencuna cosa. Ddheus a provai had nau su meri. Podid ssi chi ndid beni po fai su boinargiu custu eranu. Su tempus had a ssi mastu. Arrichetteddu, cun su tempus, in cantu a traballu fad su mellus de tottus, sendu a essiri cun is atrus. A no ddu firmai, sighad sempiri sentza mancu saccinnu a sabarrai. Palas gei ndi portda, mancai no hessid tentu conca meda. E toccnt a issu sempiri is fainas prus bscias e traballosas. In domu de su meri, sarti de pinnigai donnia merda, de
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pratza e de is istaddas; in su sartu, sarti de su molenti, a tragai donnia pesu; a sora de pappai, sarti de su brentuxu, donnia arrefudu po issu, e prexau puru ca indi ddi toccda. Tottus a ddu cumandai e issu a tottus a ponni in menti. Su meri nard ca ddu tenad po caridadi, casi ca no portd sali in conca. Ma Arrichetteddu fadad su traballu de tres ominis, candu fad controllau, o si nou indi fadad de prus puru. Su spassiu suu fad sa musica. Sempiri chiriellendi o murrungendi cumenti a unu gattu pappendi prumoni, donnia cosa chi hessid fattu. Prus de tottu ddi praxad a cantai muttettus, ma scirad puru cantzonis a sa moda: Luna rossa, poi Verde Luna (sa canzoni chi cantd Rita Egua in Sangue e arena sannu chi hant fattu su cinematografu in pratza de sa cresia sa di de Santa Maria de Astu), cosas de cresia cumenti e su Santumergu e tottu is arratzas de Itemissaest, de sa prus curtza de sa missa de mortus a sa prus longa de sa missa de pasca manna, cun tres alleluias; e acciungad sempiri su Deogratias. A richiesta, Arrichetteddu movad a ogus serrus: candu cantd no arrescad nimmancu cun su fueddu. Ma sa cosa chi ddi prazad de prus, birendi is arterus arriendi intendendiddu, fad a cantai sa torrada de is goggius de sa cenabura santa: Sa mamma, sa mamma, dolorida; su fillu, su fillu, crucefissau, ma issu dda strupid aicci: Sa mamma, sa mamma, conca frida; su fillu, su fillu, scurtzu e pisciau. De cancunu contzillau, strambeccu e fragellau, ma issu prexau che unu puxi. Donnia dominigu e di nodida shad pigau sincarrigu de tirai is marcis de su suadori de sorganu de cresia a sa missa cantada. Una borta su sagrestanu ddhad tzaccau una bella bussinada, poita ca fad certendi cun picioccheddus prus piticus, gherrigendi po biri a chi toccd a tirai is marcis de sorganu. E Arrichetteddu, po trria, had lassau sorganu sentza de suidu giustu a tretu de mesu de su Gloria de sa missa de sArrimediu.
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No est chin sa bidda hessid fattu burdellu meda, sempiri in domu de su meri cumenti fad. Ma una cosa dda scirant totus: sa timoria manna chi tenad Arrichetteddu po is motociclettas e po is divisas militaris. Bai e circaddu e poita. Cosa chi si fad postu in conca. Una borta sceti had fattu abarrai genti meda timendi, sa di fad artziau fintzas a sa punta de su campanili a indi spiccai unu niu de tzrapadderis. Insandus tenad giai dixiottannus e si spassid ancora cumenti e is pippius notzentis. Arribau a pitzus, bai e circa e cumenti, ddi pigad sa tremuina, simprassad a sa gruxi e no si cinnid prus. De indi calai a basciu, mancu sa idea. Sa genti a itzerrius e certunus accapiendi cun funis scalas a pari. Tziu Barracellu, guardia comunali e interramortus, artziad a su popolinu de cresia po apporri una funi a Arrichetteddu. Aicci ddhessid fattu luegus. Apenas chi Arrichetteddu appbad cussomini in divisa, mancu ddu cstiad e sindi strobddad che unu fusu, scarscid sa timoria, indarrmbulad a bsciu cumenti e una calixerta e fuid facci a su sartu cumenti e unu lpiri. Had a timi, poberiteddu! Tziu Barraccellu andd sempiri in divisa cun dunimponentzia de coronellu a pitzus de sa moto Guzzi de su comunu. E po brullai, sigundissu, a Arrichetteddu ddu fadad sempiri a timi. Cuaddu friau sa sedda si timid. Duas dis apustis is carabineris de su cuartieri de Mandas ddagtant in su sartu de Gesigu, dormiu a sumbra de una matta. Is carabineris indi ddu sciumbuliant a furconadas de pei e Arrichetteddu circad de si fuiri, disisperau, poi singenugad a manus giuntas in su pettus e si ponid a pregai: Sinniora giustitzia mia bella, no ddu fatzu prusu. Giuru ca isi tzrapadderi de su campanibi ddusu lassu n paxi. A bortas, candu fiant traballendu in su sartu, calencunu po giogu fadad: Ssst, citei pagu pagu: intendiu? Motocicretta de carabineris.
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E Arrichetteddu fuad a sa disisperada a si culai in mesu de su trigu o a palas de unu muru a bullu. Ma in su traballu no tenad bisongiu de nisciunu controllu. Scetti in sora de pappai e buffai toccd a donai attentzioni chi no shessid alluppau cumenti e unu pipiu suendi. Candu tenad sidi fad capassu de si buffai tottu sacqua de su barrili po cincu cristianus. Tontidadis si podid nai ca no ndi nard e ca no ndi fadad. Una vera tontidadi Arrichetteddu ddad narada sa di chi si fad mortu su babbu: Mottu babbu e mobent angiau: no heus ni pedriu ni guadangiau. Difattis, sa notti e tottu sa molenta insoru had angiau e fad mortu su babbu. Sintzillu che pipiu, tottus a sindapproffittai, poita ca ponad in menti che unu cani e traballd che unu burrincu. Tottu ddu fatzu? domandda. E fadad sempiri tottu su chi ddi narnta, po una stoia in sa domu de is anas e unu mussiu de pani, sentza de una vera paga, cun sa scusa ca su meri ddu tenad po caridadi. Unannu, in sistadi, giai passaus is bintannus, Arrichetteddu tottu in dunu si faid cumenti a unarteru, cumenti chi fessid camibau, e sogu puru incumentzad a ddi luxi. Una piciocca, neta de su meri, fad benida de Roma a passai is vacantzas in bidda. E Arrichetteddu, de su primu momentu chi dda biri, abarrad a bucca aberta, incantau, e de sa di a circai donnia modu po dda biri, sa piciocca continentali de sexannus, is ogus birdis e is pilus de oru. Una borta arrennescid a si ddu accostai, a sa romana, e si ponid a fai una specie de dantza tottu a giru de issa, cantendi unu chirielleisn, e parad in puntu de si bolai. Acabada sa dantza, artziad a pitzus de unu murixeddu e spiccad unu lillu aresti de unarratza chi ddui crescad a cresura. Ma po disgratzia sua, de custamori de Arrichetteddu sindest acatau su fillu minori de su meri, studenti in Casteddu e insaras issu puru in bidda in tempus de vacantza.
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Arrichetteddu a custu fillu piticu de su meri ddu timad che su dimoniu, poita ca fad sempiri a trevessu a motocicletta. E su merixeddu studenti a pagu a pagu arrennescid a si fai donai cunfiantza de Arrichetteddu poberittu, e in finis a ddu cunbinci ca sa piciocca romana fad inamorada de issu, de Arrichetteddu. Fattu fattu su merixeddu circd a Arrichetteddu in sa pratza de is bois e fadad cumenti chi ddi hessid portau novas de parti de sa romana: Oi puru sorresta mia ti faid isci ca ti pentzad e oid isci chi tui puru dda pentzas ddi nard seriu cussu fragellau, maschingannas. A mengianu chitzi, apenas chi sindi pesd po is bois, Arrichetteddu andd a iscusi in su giardinu de sa meri, in sa pratza de aranti, e furd unus cantu froris, arrosas e gravellus, e poi muru muru artzid a susu fintzas a sa ventana de sa romana, a ponnir is froris aranti de is birdis. Una di a maigama Arrichetteddu fad in sortu mannu a palas de sacorru de is brebeis, cumandau de su sotzu a fai sonu cun duna lamiera po isciuidai is pillonis a largu de sortalitzia. Alloddu su merixeddu studenti, arrisu frassu e manus in busciacca: Oioi, Arrichetteddu, tui scoffau che predi! Arrennesciu ci sesi. Sorresta mia ma nau a di fai sci ca ti oi bi. Arrichetteddu si faid seriu. Ti oi chistionai, tappu nau, tontatzu! Femminarxu mau sesi. E macca de tui. Arrichetteddu no arrespundid nudda, imbriagu perdiu de cuntentesa. Peus po tui si no mi creis, machillottu. Gras a meri issa taspettad innoi in sortu mannu, accant e sa matte sa figu manna. Po ti chistionai, apustis chi ha allichidiu sa lolla e is istaddas. Arrichetteddu citiu, ma sentza perdi unu fueddu de su merixeddu. Su mericeddu infattu faid allestru su doveri suu, a iscusi andad a domu sua, si pulid, si pettonad, si ponid sa
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bistimenta bona de fustainu e sempiri a iscusi ci torrad a domu de su meri, si ponid aintru de sa domu de sa palla e faa e aspettad chi tottus sarretirint in logu issoru. Fad unu grandu lugori de luna prena candu Arrichetteddu indest bessiu in sa pratza de is bois, cun in manus tres gravellus biancus. Intrad in sortu mannu e impunnad a sa figu manna, a bellu, cumenti chi hessid tentu timoria. In su puntu de oberri bucca po tzerriai sa romana, de a palas de sa matta lompid unu stragatzu mannu de motocicletta ponendi in motu, a isperrai sa paxi de su lugori. Alt, polizia! Fermo dove sei! tzerriad una boxi. Arrichetteddu sallullurad e fuid disisperau. In sintenis chi sa boxi de su merixeddu studenti fad sighendi a itzerrius, issu sartad su muru de sortu e poi a tottu fua facci a su sartu. Su merixeddu ddu sighid a motocicletta, ddu ponid in fattu cun sarroda in carronis, sempiri aboxinendi. Poi su merixeddu sest fadiau e ddhad lassau andai. Po sa notti e po sa di infattu Arrichetteddu no si bid e mancu sa notti e sa di apustis. Nisciunus indi scirad mancu spera. Sa terza est istetia notti curtza in domu de su meri. In puntu de mesu notti, unu scoppiu segad su sonnu a tottus, meris e serbidoris. Fogu asullu e fragu de gomma abbruxada essad de sa domu de sa motocicletta de su merixeddu studenti, a portalittu sfundau. Had postu fogu a sa domu de is dimonius. Sest cumprendiu ca Arrichetteddu est abarrau cassau aintru. In foras hant agattau unu bratzu suu cun sa maniga de fustainu. De cussa arroba ddhad connotu sa mamma.

LESORCISMO

Meglio di tutti la storia del furto a Chettu Marrocu la conosce ziu Loi Petza. Nellazienda di Chettu Marrocu entrato a lavorare a undici anni, e ci ha fatto pi di cinquantanni, trenta come capo dei servi di campagna, col grado di sotzu. Quando successo il furto ziu Loi era sotzu, subito dopo questa guerra, comandava a cinque servi fissi tutto lanno e a molti giornalieri. Comandare la parola giusta, perch sapeva ordinare e fare rispettare gli obblighi di tutti sotto di lui. Di questi servi di campagna, due erano giovanottini sui diciotto, quellanno del furto. Il padrone e ziu Loi erano contenti di Seppi e di Ceccu, buoni lavoratori, pensieri grossi non ne davano mai. Ma loro, sotto sotto, avevano un progetto per smettere di fare i servi. Bene davvero lavevano pensata, si lamenta ancora adesso ziu Loi, quando racconta la storia. Perch limpresa incominciata proprio col coglionare lui. In trenta anni solo quei due pivelli gli hanno sporcato il luogo. Seppi e Ceccu avevano organizzato tutto per la notte della festa grande, quando la gente radunata in piazza e quasi tutti hanno la testa perduta nel vino. A ziu Loi toccava restare a guardare tutto. Il padrone con la moglie e la serva se nerano andati in piazza ad ascoltare is cantadoris. Seppi e Ceccu dovevano dare il pasto al bestiame e abbeverarlo, non erano di libera uscita. Col suo toscanello a fuoco dentro, ziu Loi ufficiale di picchetto cercava di ascoltare in lontananza is cantadoris, seduto sulla pietra liscia del cantone. Canticchiando sul tono de is cantadoris ecco si avvicina Seppi:

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I buoi sono a posto per stanotte. Rimane solo da abbeverarli Bravi questanno is cantadoris, cosa ne dite voi?. Anche se non ho pi le tue orecchie, me ne sono accorto anchio. Sono i migliori di questi tempi. Se io potessi, come potete voi, me ne andrei ad ascoltarli da vicino, in piazza, invece di stare qui a fare la guardia alla luna, mentre tutti fanno festa. Ciascuno ha il suo dovere. A me non pare giusto, che proprio voi non facciate festa, dopo che vi siete rotto la schiena per tutto lanno. Ma un bicchiere ve lo voglio invitare io, stasera, qui alla bottega di Arritacca. Sono andati a bere, e parla e parla, quel Seppi che sembrava un adulto con tutti i sacramenti a posto, di bicchieri ne vanno gi molti, invitando a turno. E ziu Loi si lascia convincere a mancare alla consegna, ad andare in piazza ad ascoltare is cantadoris. In tempo di guerra cera la fucilazione, per una mancanza cos. Ma quello sbarbatello era pi furbo della tentazione. E sapeva dove voleva arrivare. Lavevano pensata bene. Si erano messi daccordo col figlio di Coatrotta, che doveva fare il palo e smerciare a Cagliari la refurtiva, siccome lui era pratico di queste cose, essendo venuto di citt, da sfollato, e poi rimasto in paese. La famiglia di Coatrotta non tagliava la fame a fette molto grosse, come gli altri sfollati; come quel vecchio impiegato di citt sfollato in casa del segretario comunale, che tutte le mattine si alzava presto per vedere andare al pascolo i buoi di Chettu Marrocu, e si leccava le labbra, perch per lui i buoi erano solo bistecche che camminano. La famiglia di Coatrotta invece viveva di mercato nero, un paio di scarpe tre quintali di grano, e suole di cartone. Coatrotta fa un fischio. Potevano incominciare limpresa. Seppi e Ceccu scassinano e frugano, trovano dolci e ne mangiano, liquori e ne bevono; ma trovano anche tutti i soldi, e loreria e largenteria. Poi, passando giro giro attorno al paese, vanno a casa loro. Seppi nasconde la sua
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parte nellorto di casa, sotto un albero dalloro, e Ceccu in un buco dellincannucciata di cucina. Ritornano quatti nel cortile del padrone, e se ne vanno nel pagliaio a fingere di dormire. Verso mezzanotte, ziu Loi ritorna a casa dei padroni. Si era buttato sulla stuoia, quando sente fuori la padrona gridare: aveva visto la scala a pioli sotto la finestra della stanza da letto. Tutto il paese era ancora in piedi, i carabinieri sono arrivati subito. Nessuno si arrischiava a entrare in casa, temendo che i ladri fossero ancora dentro, forse di quei pastori barbaricini che destate venivano a pascere nelle stoppie. I carabinieri si guardavano attorno, nel buio, fiutando e scrutando. Ziu Loi andato nel pagliaio a svegliare Seppi e Ceccu. E subito loro si mostrano coraggiosi: uno con un tridente e laltro con un picco entrano nelle stanze dei padroni, gridando e minacciando i ladri di infilzarli, loro avanti e i carabinieri dietro. E hanno scoperto il furto. Allora Ceccu, furioso, sceso gi a cercare i ladri nel cortile, col tridente, e proprio nel pagliaio. stato allora che a ziu Loi venuto un dubbio, ma non ha detto nulla, fino al giorno del processo. I carabinieri fanno un po dindagini, poi tutto tace. Il padrone sembrava rassegnato. Tutti convinti che fossero stati i barbaricini. Intanto arriva lotto settembre, quando scadono e si fanno i contratti dei servi. Seppi e Ceccu non cercano padrone, ma non rimangono nemmeno nellazienda di Chettu Marrocu. Passa un po di tempo, Seppi se ne va in Continente e Ceccu a Cagliari. A fare acquisti straordinari. Una sorella di Seppi, sartina, si presa la clientela migliore, col suo ferro da stiro elettrico regalato da Seppi. Le altre sartine hanno continuato per anni ancora a ravvivare il fuoco dei ferri girando e rigirando, come il prete con lincensiere,
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davanti alla porta di bottega. Seppi aveva dato molti dei soldi in consegna a una sua zia, che cos si fatta la casa nuova. A unaltra zia unaltra parte dei soldi, e anche lei ben presto si piastrella di lusso tutte le stanze di casa, compresa la cucina. E la famiglia di Ceccu, lo stesso, a un certo punto tutto quel gregge di fratelli, da come andavano fin allora col fondo dei pantaloni rattoppato, ecco che di punto in bianco incominciano a girare con pantaloni di saia buona, che sembravano figli di proprietari. Chettu Marrocu, anche se non andava in giro vantandosi, di roba ne aveva in casa quellanno: i soldi di pi di trecento starelli di fave, di pi di cinquecento starelli di grano, le entrate delle pecore, degli affitti dei terreni e delle mezzadrie, e gli interessi dei prestiti pagati alla raccolta. Ma non c che fare il pidocchio resuscitato, per lasciar capire a tutti com che un poveraccio si rimette di colpo dalla fame. La giustizia stava ancora allerta, e teneva docchio anche i due giovanotti. Carabinieri in borghese gli stavano dietro, controllando ogni passo e ogni soldo speso. Le cose cos andavano maturando. E il padre di Seppi, malato da molto di male di testa e di nervi, ma una specie di profeta che sentiva le cose a venire come un gatto la pioggia, una notte si sveglia tremando come una canna al maestrale, la bava a fiumi dalla bocca, e dice alla moglie che la giustizia stava per piombare nella loro casa. Unaltra volta, seduto in cortile, di colpo alza la voce e grida Seppi, guardati le spalle!. E il figlio era in Continente. Ma tutto incominciato col tradimento di quel delinquente di Coatrotta, che non era contento della parte avuta, e li ha denunciati alla giustizia. Giusto a un anno dal furto, Seppi e Ceccu tornano in paese per la festa grande, e la giustizia li lega e li porta in galera. Negavano tutto, dicevano che Coatrotta era matto e farabutto. Ma i carabinieri hanno incominciato a trattarli
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come sanno loro, a litri di acqua gasata gi con limbuto, e scarabei stercorari nellombelico sotto un bicchiere. A questo punto confessano, dicono che i soldi e le cose preziose le avevano consegnate ai genitori. E tutta la giustizia viene in paese, per confrontarli coi genitori, e anche ziu Loi di mezzo, e parecchi altri. Tutti avevano paura della rete tesa dalla giustizia, ma cera chi stava dalla parte dei due, e chi dalla parte del padrone e della giustizia. I genitori non hanno rivelato nulla sul fatto dei nascondigli. Le cose andavano per le lunghe. E Chettu Marrocu non vedeva lora di riavere i beni rubati, un giorno andato a prendere la spiritata di Samassi e lha portata in paese, per trovare i nascondigli della roba rubata. Ha sistemato la spiritata in casa di una sua figlia, che abitava proprio vicino alle case dei due arrestati. E adesso incomincia il gioco vero. Di notte un lungo fischio frusciante passava nellaria verso le case dei carcerati. In casa di Ceccu lo spirito della spiritata di Samassi appariva come un grandissimo calabrone, un ronzio profondo tormentava tutta la famiglia, una specie di busibusi dinferno, che faceva un colpo alluno e un colpo allaltro. Finito il volo del calabrone, incominciava un grande galoppo di cavalli sul tetto di cucina. Il padre di Ceccu prendeva il fucile, e pim pam sul tetto. Ma era peggio di prima. In casa di Seppi lo spirito era ancora pi potente. La madre di Seppi, una notte, stava in compagnia di una vicina di buon cuore, a dire il Rosario, fino a tardi, recitando per ogni grano un Pater Ave e Gloria, per tirarla per le lunghe e passare con Dio gran parte della notte. Fuori si sentiva lo spirito fischiare, che cercava di entrare, e il padre di Seppi recitava i brebus contro le cose cattive. Ma appena le donne terminano il Rosario, il fischio penetra nella casa. La madre di Seppi fa per gridare di spavento, e subito sente un nodo alla gola, lo spirito le entra dentro gorgogliando. La donna incomincia a fremere, a dimenarsi come presa dal mal caduco. La vicina, un po
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sorda e lenta, prende la poveretta e la distende sul letto. Ma il tremore non le passava, e la vicina ha pensato di avvisare il medico. Chiama altre donne del vicinato, che vengono con candele benedette a far compagnia alla malata, e lei va per il medico. Una delle vicine, vedendo la disperazione della madre di Seppi, le ha messo sul petto una medaglia della Madonna. Non lavesse mai fatto. La donna si raddrizza girando come un fuso e rimbalza contro il soffitto, ululando come un lupo alla luna. Una delle vicine corre a casa sua, ritorna con una boccetta di olio di San Salvatore da Horta, versa e unge la fronte della poveretta. Quando arriva il medico, la trova un po calma. Questa donna non ha nulla dice, fatele un po di caff e lasciatela dormire in pace. Non state qui a toglierle laria. Tornate a casa. Il figlio maggiore uscito nellorto, a pescare dalla cisterna acqua per il caff, con un rosario intorno al collo, recitando le Dodici Parole Sante di San Martino. Come fa per ripescare il secchio pieno, un fruscio fischiante si leva dal fondo della cisterna. Lascia cadere secchio e tutto e scappa gridando Maria Santissima mia. La vicina che aveva chiamato il medico andata in cucina ad accendere il fornello a carbone per bollire lacqua, insieme col figlio minore della malata, per compagnia. Tutti avevano paura. Il padre di Seppi teneva gli occhi fissi oltre le cose e la bava gli correva fino a terra. Appena la donna e il bambino entrano in cucina, accendono la luce e uno scoppio lungo come di scorreggia esce dallinterruttore, con puzza insopportabile. In mezzo a una luce azzurrognola, proprio al centro del pavimento della cucina, stava una campana, ritta con la bocca allins, dondolandosi in equilibrio sulla culatta, col battacchio che mandava rintocchi da morto. E il bambino, solo lui, vedeva sotto il tavolo per fare il pane una vecchiettina tutta raggrinzita e vestita di nero, con occhi rossi di carboni ardenti, e lo chiamava ridendo
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senza denti. Il bambino si teneva alle gonne della vicina, piangendo e gridando. Ma quella non aveva ancora capito nulla. E il bambino a stridere come una civetta, e a scappare disperato dalla cucina, tirandola per la gonna. Alla fine ha incominciato a capire anche lei, ha pensato che quella era faccenda per il prete. E va a chiamare il prete. La madre di Seppi faceva come se sentisse arrivare il prete, pi quello si avvicinava e pi diventava furiosa, e invece che in sardo, parlava in italiano con la voce dei giudici e dei carabinieri che perseguivano il figlio. Buttava fumo dal naso. Il padre di Seppi, otto anni che non camminava, si alza e si avvicina al letto della moglie, si inginocchia e incomincia a cantare il Dies Irae, e in quel momento compare il prete e si sente anche il suono dellorgano. La madre balza a sedere sul letto, con una faccia non sua, apre la bocca e sta per dire, accennando col braccio, che sotto lalbero dalloro nellorto c loro di Chettu Marrocu, ma il prete alza la mano destra e ordina silenzio. La donna si adagia e non dice pi parola. Il prete le passa un dito sulle labbra, le fa il segno della croce sulla bocca. Poi se ne va e si porta dietro i due fratellini minori di Seppi. Arrivati in chiesa, cos nel cuore della notte, ha acceso le candele, ne ha dato quattro accese ai bambini, una per ogni mano, e ha detto la messa per le anime. Il giorno dopo il fratello grande di Seppi e il padre di Ceccu sono andati dai frati di Sanluri e hanno regalato molto oro al convento. Per un paio di notti le cose si sono un po calmate. Tre notti dopo la spiritata riesce di nuovo a mandare gli spiriti nelle case di Seppi e di Ceccu. In casa di Ceccu appariva una grandissima strige con occhi di fuoco grandi come mezze angurie e ali come stuoie. In casa di Seppi sentivano un fracasso, un macinare, un trebbiare per tutta la notte, e il mattino dopo trovarono lorto tutto arato e forato, come da una mandria di tori selvaggi in lotta.
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Ma il prete sera accorto che nel paese ci doveva essere qualcuno che comandava gli spiriti. E capiva anche perch. Per questo aveva ordinato silenzio e sigillato la bocca alla madre di Seppi. Incarica una donna pia di stare attenta a scoprire da dove partiva di notte il fischio degli spiriti. E la donna lha scoperto. Allora il prete si mette i paramenti, prende un secchio dacqua santa e un paniere dincenso e scende in quel vicinato. Incomincia a benedire, a pregare, a incensare intorno alla casa della figlia di Chettu Marrocu, e alla fine riesce a far scappare la spiritata di Samassi. Lodore dincenso non andava alla spiritata. Da quel giorno nelle case dei carcerati non hanno pi n visto n sentito nulla. E sul posto della refurtiva nessuno ha aperto bocca. Al processo Seppi e Ceccu si sono presi ciascuno cinque anni. E da allora al paese non li ha pi rivisti nessuno. Ma certo poveri erano e poveri son rimasti. A lavorare sono andati fuori, sotto altri padroni. Tutti, padrone, carabinieri e giudici, ladri, diavoli e anime dannate, il prete e la spiritata si sono dati tanto da fare. Ma le cose sono rimaste come prima. I ricchi ricchi e i poveri poveri. Siccome questa una storia vera, non finisce bene. Ma non finisce nemmeno male. Finisce e basta, conclude ziu Loi.

A FUOCO DENTRO

Ieri sera, a tre anni di distanza dalla sua morte, sono andato a una commemorazione di Emilio Lussu. Dei molti oratori, ciascuno lo ha dipinto a suo modo, ognuno lo ha tirato dalla sua parte. Io avevo ricordi miei, pi vivi di letture di lui e su di lui. Forse ricordi simili a quelli di molti altri delle parti nostre. Fino a una domenica di trentanni fa io ho creduto che il nome Lussu fosse solo il soprannome di ziu Scanniu, e che significasse qualcosa di poco bello, se lo si usava come nomignolo di questo vecchietto un po strano. Ziu Scanniu per non aveva laria di aversela a male. Quella domenica ho capito anche perch. Per quel mattino di festa, pascolati i buoi, mio padre aveva dato tre ordini, alluscire di casa. Almeno ai primi due non potevo fare a meno di essere ubbidiente. Per prima cosa andare in barbieria per farmi fare una bella umberta, non una mascagna, come avrei preferito io per apparire pi grande dei miei quasi nove anni. Poi andare alla messa cantata a fare il chierichetto. E infine rientrare subito a casa, dopo la messa cantata, senza fermarmi per il comizio a fare gazzarra con gli avversari, con quelli che noi chiamavamo scomunigaus, mentre loro ci chiamavano democretinus. Questo ordine di mio padre era il risultato della mia rissa di un paio di domeniche prima col figlio di Luigineddu Comunista, quando avevo partecipato alla sassaiola per salutare la partenza del comunista Torrente che aveva tenuto un comizio molto disturbato. Ero tornato a casa col naso sanguinante, credendo di essere una specie di eroe.
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Dal barbiere per mi conveniva andare, cos avrei potuto ereditare un basco blu smesso da mio nonno, che vendeva stoffe in giro col carretto e si poteva permettere copricapi sempre buoni. In chiesa dovevo andarci, perch anche mio padre doveva andare alla messa cantata, e avrebbe potuto notare la mia assenza sui banchi dei fanciulli cattolici. Veramente ero gi cos stufo di stare in chiesa, per tutte le quarantore che si facevano quella primavera. Dal venerd prima avevo passato l al chiuso troppo tempo, con la mia classe, colle fiamme verdi, con mia madre. A pregare e cantare per salvare lItalia e Roma dallAnticristo. LAnticristo era un maligno mascherato da Garibaldi, che diventava per Stalin se si guardava la figura a rovescio. Certe volte invidiavo i figli di quelli che stavano con lAnticristo, perch essere democristiano comportava questa grande seccatura, dover stare in chiesa tanto tempo per preparare il diciotto aprile, quando si doveva decidere la vittoria tra il bene e il male. Che cosa farai tu in paradiso, se stare qui davanti al Signore a pregare ti annoia? mi aveva chiesto una volta sgridandomi la suora, perch mi ero appisolato. E io cercai di consolarmi pensando che forse era questione di allenamento anche il piacere del paradiso. Ma andare dal barbiere era meno noioso. Qualche volta era anche divertente. Gli uomini in attesa parlavano di sport, di politica, raccontavano storie divertenti. Se qualcuno ti scocciava perch piccolino gli si poteva rispondere con qualche parolaccia da grande, di quelle proibite in casa nostra. Le due panche lungo le pareti della barbieria erano gi tutte occupate e gli uomini stavano discutendo di politica, giusto perch era lultima domenica prima del diciotto aprile. Dicevano di un certo Cerioni, che di pomeriggio doveva tenere un comizio democristiano, e di un comizio sardista dopo la messa cantata. Ma non si sapeva ancora chi avrebbe parlato per il sardismo.
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Proprio mentre ziu Albinu incominciava a sforbiciare per dare forma alla mia umberta, vidi nello specchio entrare ziu Scanniu e lo udii salutare con un gagliardo Fortza paris. Era allegro, e annunci che per il sardismo avrebbe parlato Emilio Lussu, il suo capitano. Incominciarono tutti a parlare di Lussu e del sardismo. Alcuni dicevano che il sardismo era per il Fronte Popolare, altri dicevano di no. Ma il pi informato era ziu Scanniu, che a suo tempo era stato ordinanza del tenente Lussu, portava il pizzetto come lui e cercava di imitarlo a suo modo, scandendo slogan che dicevano di una Caporetto che non torner pi, della Brigata Sassari, di altre cose strane come Bainsizza, e frasi belle e incomprensibili come insorgere per risorgere. Roma doma! Italiani in piedi! Chi fesso resti a casa disse a voce alta ziu Gustinu Strupiau, per difendere il fascismo. Ma nessuno ci fece caso. A me ziu Scanniu era simpatico, specialmente da quando lestate prima mi aveva difeso contro certi miei compagni bovari, che mi avevano giocato lo scherzo brutto di farmi sparire una bella cinghia ornata con venti stellette militari, un giorno che si stava pascolando i buoi da lavoro nei campi di stoppie dopo il raccolto sui terreni de su pardu. Lui era un porcaro e stava coi suoi maiali da quelle parti. Mi era simpatico, anche se una volta per colpa sua mi ero buscato un ceffone da mio nonno, perch avevo riso molto a una sua battuta, una mattina che stavamo andando a mietere. Quella mattina ziu Scanniu stava mietendo un suo campicello, vicino a uno nostro che avevamo in affitto da Don Larenzu. E spigolatrice non ce nhai? gli chiese passando mio nonno, per salutarlo. Come no? rispose lui. gi per via la mia spigolatrice.
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E chi questa tua spigolatrice poco mattiniera? continu mio padre. Ma non lo andate a dire confid lui avvicinandosi come per dire un segreto: Donna Elenetta, e chi ha da essere?. Donna Elenetta era la moglie di Don Larenzu, lei che di spigolatrici ne aveva ogni anno una ventina sui suoi campi e le davano un quinto del grano spigolato. Ma sicuramente anche mio nonno e mio padre, nonostante lo schiaffo, provarono piacere a quella irriverenza verso Donna Elenetta, che ogni anno riceveva in casa laffitto delle terre che noi lavoravamo. Coi brontolii e i mali auguri, dopo che lei augurava a atrus annus. Per lei lannata era sempre sicura. Ma la mia simpatia per ziu Scanniu era anche in contraddizione col nostro essere democraticus, cio democristiani e rispettosi della religione. Lui invece no. Non era miscredente, ma non aveva la solita dimistichezza della gente del nostro paese con le cose di chiesa: quelli dei paesi vicini dicono che da noi siamo tutti bigotti perch proprio in alto, al centro del paese, c un chiesone che sembra una grande chioccia che tiene docchio i suoi pulcini. Un anno il gelo si era portato via tutto, grano, fave, vigne e ulivi, mandorli e ortaglie. Il mattino di Pasqua, quando si fa la processione dellIncontro, e si porta in giro la Madonna alla ricerca del Figlio risorto, ziu Scanniu se ne stava l a guardare, mani in tasca e berretto in testa. Nel momento culminante, quando la Madre scorge il Figlio e quelli che la portano si piegano per farle fare un inchino e si sparano i mortaretti, lui si rivolge serio ai vicini: Sua madre lo cerca qui. Ma voi lo sapete dove se n andato questo povero Cristo? Andate a vedere nei campi, che cosa ha combinato stanotte. Non qui che lo deve cercare sua Madre. ancora in giro per le vigne di Riu Arai, a portarsi via gli ultimi ceppi. E poi, quellanno delle prime elezioni politiche, proprio in campagna elettorale, il parroco non era voluto
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entrare a benedire nemmeno le case dei sardisti, non solo quelle dei socialcomunisti. La nuora di ziu Scanniu mi diede un manrovescio, quando io scaraventai contro il muro di casa sua tre uova messe a forza nel cestino apposito, che io come chierichetto portavo accompagnando il parroco a benedire le case. Si era avvicinata di nascosto dal prete e aveva detto che se non le benedicevamo la casa, voleva almeno fare lofferta per la chiesa. E fare il suo dovere, da parte sua, come tutti gli altri. Pensavo di aver fatto bene a non cercare scuse per non andare dal barbiere, quella domenica. Stavo imparando molte cose ascoltando gli uomini nella barbieria. Che Lussu era un capitano sardista, col pizzetto come ziu Scanniu e medaglie doro, che aveva combattuto contro gli austriaci e contro i fascisti nella Spagna. E pensavo alla bugia da dire in casa a mio padre, perch avevo deciso di stare a sentire il comizio sardista di Lussu. Gli uomini continuavano a parlare di lui e di politica. Ma questo Lussu che cosa vuole adesso? chiese a un certo punto ziu Sarbadorangiu, proprietario grosso. I comunisti vogliono dividere tutto, ma Lussu che cosa vuole?. Un giovanotto rispose che anche Lussu voleva dividere. E aggiunse, serio, che a lui dividere conveniva: gli spettava di pi di quello che aveva, al giovanotto. Una cosa disse ziu Scanniu a questo punto: che Lussu era un uomo di fegato che combatteva per la Sardegna. Ormai ero diventato tifoso di Lussu. Ma poi scoppi un bisticcio tra ziu Scanniu e Gustinu Strupiau, che aveva perso tutte due le gambe nella guerra di Spagna, volontario coi fascisti, e per questo si chiamava Strupiau. Capii che ziu Gustinu ce laveva con Lussu e con ziu Scanniu, perch Lussu aveva combattuto in Spagna contro di lui, insieme coi comunisti, che gli avevano rotto le gambe e non facevano altro che uccidere preti e incendiare chiese. Erano arrabbiati tutti e due, lo storpio come un gallo e ziu Scanniu con unaria di disprezzo.
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Per lui la perdita delle gambe stata la sua fortuna disse ziu Scanniu rivolgendosi a tutti. Strambo com, senza la pensione di mutilato che gli ha dato Mussolini, non se la sarebbe cavata bene come adesso, con un bel tanto sicuro tutti i mesi. Fascista per la pensione , fascista per i soldi di Mussolini. Ziu Gustinu gli si scagli contro brandendo una stampella e riusc a colpirlo con rapidit inaspettata, anche se alcuni si alzarono per trattenerlo. La mia simpatia era gi passata alla vittima dei comunisti di Spagna, ma ritorn tutta intera a ziu Scanniu, rimasto immobile come a ricevere un castigo meritato. Poi cerc di scusarsi col mutilato che continuava a inveire. Intanto ero gi stato servito e ziu Albinu barbiere mi spinse fuori con una pedata, perch volevo restare a godermi ancora lo spettacolo. Andai alla messa cantata a fare il chierichetto e sbagliai quando mi tocc suonare la campanella dellelevazione. Con la testa stavo ancora nella barbieria. E in Spagna, alla battaglia di Guadalajara dove ziu Gustinu aveva perso le gambe. Lo immaginavo come Enrico Toti, e vedevo Lussu come Garibaldi. Era difficile decidere chi aveva ragione e da che parte stare. Mentre ci stavamo svestendo dei paramenti, finita la messa, in sagrestia entr trafelato il delegato dei giovani cattolici, per annunciare al parroco che Lussu stava per tenere un comizio, per il Fronte, forse dal balcone di Don Larenzu. Il parroco incominci subito a dare ordini. Fece chiamare in sagrestia Donna Elenetta, per dirle che Don Larenzu non doveva prestare il suo balcone per il comizio di Lussu. Intanto aveva proibito ai chierichetti di andarcene, perch aveva ordini anche per noi. Diede disposizioni a un seminarista, allora in paese in vacanza elettorale: disturbare il comizio e distribuire propaganda buona. Il seminarista ci inquadr e ci consegn copie del giornalino dei fanciulli cattolici, stavolta fatto anche per i
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grandi che dovevano votare. Cera anche il racconto di Pinocchio che indeciso per chi votare, se seguire i consigli buoni del grillo parlante, la sua coscienza, oppure i cattivi consigli di LuPCIgnolo, che lo vuole traviare col miraggio del rosso paese degli Allocchi. Ma fuori, sulla piazza, io non mi tenni alle consegne e me ne andai per conto mio, per vedere Lussu da vicino. Gironzolai alla ricerca di un buon posto di osservazione. Lussu stava parlando, ma si sentiva male a stare lontani. A mezzogiorno il sagrestano suon a lungo le campane. Alcuni giovanotti sardisti volevano andare a tirar gi il campanaro, ma Lussu li tenne buoni. Aspett che ziu Aroniu Brigaderi si stancasse, chiacchierando coi vicini, e ziu Scanniu era tra i pi appresso al comiziante. Quando il comizio riprese molti gridarono Fortza paris! E Lussu a un certo punto chiam per nome e cognome proprio ziu Scanniu, chiamandolo a testimonio della verit di una cosa che aveva appena finito di dire, qualcosa sui combattenti della guerra del 15-18, sui combattenti sardi della Brigata Sassari. Anchio dal mio posto sentii ziu Scanniu gridare signors, e lo vidi scattare sullattenti. Se qualcuno rideva, io non me ne accorsi, tutto mi sembrava molto bello e serio, come nelle storie di guerra. Poi ziu Scanniu si devessere rimesso sul riposo, a fumare come al solito il suo mezzo toscano a fogu aintru. Perch a un tratto Lussu lo interpell di nuovo. Gli domand se avesse ancora come un tempo il vizio di fumare il sigaro a fuoco dentro, come i ladri di pecore e i guastatori della Brigata Sassari in azione notturna. stato a questo punto che Lussu ha detto qualcosa che anche a me per la prima volta ha fatto sentire dalla parte sinistra il fuoco della passione politica. Alzando la voce, con una violenza che anche a me sembrava adeguata a quello che voleva dire, Lussu diceva, fingendo di rivolgersi solo a ziu Scanniu, che tempo di tirarlo fuori quel fuoco che tutti noi sardi ci portiamo dentro, nascosto, a bruciarci dentro, come tutti i
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poveracci che devono abituarsi a tenersi linferno in corpo, senza che di fuori lo possano notare quelli che lo tengono acceso: a foras su fogu, goppai, chi abbruxid tottu sa burrumballa de su mundu. Ci fu un boato dapprovazione, con nitriti e Fortza paris! Improvvisamente mi arriv un cazzotto del tutto inaspettato, a fund e origa. Mi voltai giusto mentre mio padre mi afferrava per un orecchio, sempre quello destro maledizione! Allora mi resi conto che stavo gridando a squarciagola Fortza paris! Come facevano tanti altri, per approvare quello che diceva Lussu. Seguii mio padre per qualche passo, poi mi liberai di scatto e scappai, mi infilai nel fitto delluditorio e andai a collocarmi proprio a fianco di ziu Scanniu, che stava in prima fila, a pochi passi da Lussu, e piangeva come un agnello svezzato.

ZICCHIRA

Tutte le sere, dopo che se ne andava mio nonno con lultimo carico di covoni, e con lui le spigolatrici, zia Giuannetta e la figlia Alne, io potevo andarmene per conto mio, in cima alla collina di Mont e Craddaxius, in esplorazione tra i cespugli fitti di craccuri. Era un accordo tacito con mio padre. Del resto non era giusto che io spigolassi da solo, quando non cerano le altre due spigolatrici. Le spighe erano per tutti e tre, e io non dovevo approfittarne. In cima alla collina diventavo cacciatore. Cercavo di stanare animali, sempre con la speranza di incontrare una quaglia, una pernice, o magari una lepre. Per questo mi portavo dietro Fonnesu, il cane di ziu Prameriu, e cercavo di insegnargli larte della caccia. Ma valeva anche meno di me. Saltellava brevemente dietro farfalle e cavallette, mentre io speravo sempre di poter fare una bella figura con mio padre e con ziu Prameriu, se una volta fossi sceso da lass con selvaggina da arrostire per la cena. Mio padre mi canzonava, ma ziu Prameriu mi dava consigli di caccia. Ziu Prameriu era il nostro mietitore, ingaggiato a scarada per la met della quantit di grano seminato e mietuto, e dormiva con noi in campagna, allaperto. Era un lavoratore terribile e mio padre me lo portava sempre ad esempio. Anche se molti mietitori ormai lavoravano a giornata, per un salario in denaro, ziu Prameriu preferiva la scarada, forse perch poteva portarsi dietro due spigolatrici, zia Giuannetta, sua moglie, e la figlia Alne, che poi aiutavano nei lavori sullaia. Ma in tutta quellestate riuscii solo a portar gi dalla collina incolta un proiettile inesploso di mortaio. Quando
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lo vide, mio padre impallid, me lo prese adagio, lo pos al suolo e mi moll un ceffone. Con passo pesante and a seppellirlo ai margini del campo, dove non passava mai laratro, gi nel profondo. Quando feci per avvicinarmi mi lanci un sasso. Finita loperazione, torn sfregandosi le mani. Io dissi per ridere: Nix kaputt!. Non fare lo scemo di guerra brontol lui ancora spaventato. Della ricerca di selvaggina per mi stancavo presto. Finiva sempre che mi mettevo a sedere sul punto pi alto a guardare come avanzavano, gi dalle colline intorno, le ombre della sera, che sembravano nubi sulla terra. Stabilivo punti di riferimento, come lovile dei Simbula in Santa Bonapasca, o il pianoro di Fraus, e scommettevo con Fonnesu su quale ombra sarebbe arrivata prima a scurirli. Ci sedevamo vicino, io e il cane, che a poco a poco smetteva di affannare con la lingua fuori, e diventavamo seri seri tutti e due, come le ombre della sera. Come spigolatore non valevo niente, specialmente a confronto con la furia di zia Giuannetta, che ogni giorno riempiva il sacco e la sacchetta fino a scoppiare, i gambi tagliati col falcetto rasente alle spighe. Nemmeno messo in confronto ad Alne valevo molto, anche se lei si preoccupava molto di difendersi dal sole, per non abbronzarsi. Labbronzatura allora non si usava, e una ragazza abbronzata non avrebbe fatto bella figura a ballare per la festa dellAssunta. Alne tutti gli anni il primo maggio faceva la medicina contro labbronzatura: la mattina prima dellalba andava a lavarsi con la rugiada dei campi, per rimanere bianca come il grano dei sepolcri del gioved santo. Non mi importava molto di non essere bravo in un lavoro di donne. Questo lo sapevano tutti. E ziu Prameriu, per consolarmi, perch mio padre mi incitava gridando ogni volta che si raddrizzava per assestare i mannelli, ziu Prameriu diceva che per ero una buona testa. Infatti
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sapevo doverano tutti i posti che lui aveva conosciuto in guerra, poi come guardia regia e infine come volontario obbligato in Africa Orientale. Ogni volta che si andava in paese, al termine della settimana, io mi procuravo pezzi del Quotidiano sardo, coi resoconti del processo al generale Graziani, e glieli leggevo. Cos lui dopo si metteva a raccontare le sue avventure di soldato, finch non si addormentava sotto il suo ombrellone verde, frugandosi il naso. Una volta che ero stanco di trasportare covoni al mucchio, e mi ero seduto su un sasso mentre loro continuavano quel lavoro, mio padre mi sgrid duro per la mia pigrizia. Ziu Prameriu mi chiese: Ti piace di pi la massaritzia oppure lo studio?. Questo lo sa anche Pipottu, risposi io imbronciato. Pipottu era lasino di mio nonno. E quella mia sentenza rimase celebre per tutta quellestate. Era chiaro che preferivo lo studio. Una mia aspirazione di allora era di poter scendere una volta nella gola di Intra Montis. Non me lo permettevano perch era un luogo impervio. Quellanno per riuscii a farla franca. Alcune sere prima avevo scoperto un gregge di pecore che pascolavano gi per i fianchi di Intra Montis, ed ero sceso a curiosare. Colle pecore cera solo un pastorello di Villamar, rosso e pieno di lentiggini. Da lui seppi che al suo paese le spighe si chiamano cabtza, non spiga, come diciamo noi. Tutti e due ci meravigliammo di questa diversit e di come era grande e diverso il mondo. Ma non ci prendemmo in giro, come si faceva coi ragazzini di Guamaggiore, dove si parla in modo diverso anche se siamo distanti meno di due chilometri. E per meravigliarlo di pi io dissi, con importanza, che alla fine dellestate sarei andato a studiare in Continente, in Piemonte. E come fai ad arrivarci?. Con la littorina, e poi con la nave.
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Che cos la littorina?. un treno che porta solo gente. Per questo non fa fumo. Parte da Senorb e arriva fino a Cagliari, vicino alle navi del porto. Ma io poi vado fino a Olbia, per imbarcarmi. Tu lo hai gi visto il mare?. No. E tu?. Nemmeno io. Ma non ho paura lo stesso. Perch vai a studiare?. Perch mi piace di pi. E perch non vai a Cagliari a studiare?. In Piemonte vado in un istituto di preti che non vogliano soldi per studiare. Perch non vogliono soldi?. Perch noi abbiamo promesso a padre Rosa di fare i missionari nelle Isole Filippine. Di paese ce ne vengono anche altri. E tu vuoi fare il prete?. No. Sei matto? Adesso sono anche fidanzato con una di paese. Ma forse nelle Isole Filippine ci vado lo stesso. L ci sono i selvaggi con le frecce, e i bambini neri della Santa Infanzia. A me diventare prete non mi piace. Portano la gonna come le donne. Quando era venuto padre Rosa, in paese, per reclutare aspiranti, molti ragazzini che stavamo per finire le elementari ci eravamo radunati in casa di uno che a studiare dai preti cera gi da tre anni. Fu allora che venne fuori la faccenda che chi andava l a studiare quasi gratis doveva promettere di diventare prete e poi andare missionario. Missionario, mi andava bene, ma prete, no. Quel giorno mi rintanai dietro la cupola del forno del pane, dove le galline si nascondevano per fare luovo, e ci pensai su parecchie ore. Bisognava stabilire se avevo la vocazione. Non riuscii a stabilirlo, ma decisi intanto che era meglio andarci. Padre Rosa, tra laltro, aveva detto che si giocava al pallone; e magari con un pallone vero, di cuoio, le scarpe coi tacchetti e le magliette coi numeri.
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Poi, dopo, se uno non vuole andare nelle Isole Filippine, pu andare anche nel Messico, che pi vicino. Cos il Messico?. Non lo sai? il paese di Pancho Villa e di Pecos Bill. Boh!. Quello di paese, che c gi da tre anni a studiare in Piemonte, mi ha insegnato una canzone del Messico. Fa cos: Guadalajara es un llano Mxico es una laguna. He de comer la tuna Aunque me espine la mano. Bella. Assomiglia a un muttettu. Lui stava sminuzzando un fiore ispido di zicchira. E tu la sai la canzone della zicchira?, chiese tutto allegro. No. Cantamela. Zicchira zicchira, Candu femu in bidda mia Ci fiad pbiri e ganella, Moi ca seu in bidda allena Pappu donnia schivora.1 Il pastorello si mise a mangiare pane e formaggio e me ne fece parte. Lo sai come si fa a tenere lontane le zanzare, quando si dorme in campagna?, gli chiesi. Io no. facile. Lho inventato io. Per funziona solo durante la mietitura, perch allora si mangia bene, ciascuno col suo piatto di pastasciutta. Dopo mangiata la pasta, il piatto non
1. Fiore daneto, fiore daneto, / quando ero al mio paese / cera pepe e cannella. / Ora che sono in paese altrui / mangio ogni schifezza. 115

si pulisce bene dal sugo, anche se la parte pi buona. Quando ci si mette a dormire, si piazza il piatto vicino alla testa, e allora le zanzare vanno sul piatto, rimangono appiccicate al sugo e lasciano dormire i cristiani. Ma questa non arte da pastori. E tu lo sai come si fa a tenere la coda sporca delle pecore lontano dal secchio del latte, quando si mungono?. No. Dimmelo. Te lo faccio vedere io per bene. Acchiapp una pecora, chiamandola per nome, le si mise a cavalcioni, con il dorso verso la parte anteriore dellanimale; la spinse un poco con un paio di pacche sul deretano, si fece la croce, sput sul palmo delle mani e le sfreg un poco; si chin con le mani verso le poppe, prese la coda con la sinistra, lappoggi al fianco della pecora e la tenne ferma col gomito destro, infine fece latto di mungere dentro un secchio che non cera. E tu sei buono a mietere dei veri mannelli grandi?. No. Io s. Ci vuole molta arte. E se uno ci ha larte, non conta avere le mani piccole. Bisogna saperli allacciare bene. Tu ne hai visti di agnelli quando nascono?. No. Tu ne hai viste di lepri, da queste parti?. Molte. E anche conigli selvatici e pernici. Ne hai presi, senza fucile?. Io s. E come hai fatto?. Al mio paese si fa cos. Ci si avvicina piano piano, si mette un po di sale sulla coda della lepre o della pernice, e si acchiappa. Ridemmo. Da noi cos si prendono i tordi. Anche quella sera io salii sulla cima di Mont e Craddaxius, a snidare selvaggina con Fonnesu. Su un alberello di pero selvatico trovai un nido vecchio di cornacchie.
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Salii in cima per esaminare il nido e da lass scorsi lontano, in direzione del paese, una colonna di fumo nero. Scesi gi a rotta di collo, flagellandomi le gambe nude, verso mio padre e ziu Prameriu che stavano ancora mietendo. Hai stanato una lepre?, mi chiese ziu Prameriu. O un topo?, mi canzon mio padre. L c il fuoco. Il grano brucia vicino al paese. Ma loro non volevano credermi. Poi ci sembr di udire lontano le campane a martello. E infine incominci a scorgersi la colonna di fumo, anche da laggi. Mi ordinarono di restare l a custodire le nostre cose e loro scesero alla disperata verso il paese. La notte venne gi dalle colline. Lontano, a sette chilometri, si scorgeva il chiarore dellincendio. Anche il cane se nera andato con loro. Nella zona non si vedeva nessuno. Ero proprio solo, ma non avevo paura per questo. Ero spaventato per quel fuoco che aveva messo le ali ai piedi gi stanchi di mio padre e di ziu Prameriu. Chiss dove stava bruciando. Forse nei campi di grano di Santu Milanu. L noi avevamo gi mietuto, per primi. Ma gli altri no. Mi sembrava di sentire lodore dellincendio, incendio di grano. Il rumore dei grilli stava attorno assordante. Ma sentivo anche il brontolio dei vermi sotto terra. Molto tardi nella notte ritorn ziu Prameriu solo con Fonnesu, morto di stanchezza. Che cosa bruciato?. Le aie vicino al ponte di Guamaggiore. Anche il nostro grano?. Tutto no. E mio padre?. rimasto a finire di spegnere. Si butt a terra. E tu non potevi almeno preparare i giacigli di stoppie per la notte?.
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Me ne sono dimenticato. Preparammo due giacigli e ziu Prameriu si sdrai sul suo. Subito incominci a tremare violentemente, come se morisse dal freddo. Speriamo che non sia la malaria. Ci manca solo quella. bruciato molto?. Il nostro no. Ma il grano dei Demontis, dei Bertellini e di molti altri se n andato quasi tutto. Lo dicevo io che era fuoco di grano. Gi, fuoco maledetto. Non riuscivamo a dormire. Ziu Prameriu si prendeva a schiaffi per le zanzare e io mi resi conto che eravamo rimasti a digiuno. Ci avete pensato che non abbiamo cenato, stanotte?. No. Perch non mangi tu?. Non ne ho voglia. Mi dispiace solo che non possiamo farci le trappole per le zanzare, coi piatti. Hai avuto paura quando sei rimasto solo nella notte?. No, paura no. E voi avreste avuto paura?. Io alla tua et avevo paura di portare i buoi al pascolo, prima dellalba, specialmente quando pioveva e cerano tuoni e lampi. Dove eravate servo?. Nellazienda di Pisug, la pi grande che cera allora. Vi trattava male questo Pisug?. Come gli altri padroni. Ci siete stato molti anni?. Tra una guerra e laltra, dopo il congedo e tolti gli anni dAfrica. Pisug aveva la specialit di essere molto religioso, ma lo faceva per i suoi interessi. Per queste cose io non devo dirtele. Tuo padre non vuole. Mio padre non fa mica le parti dei padroni come Pisug. Non per questo. per il modo di certi padroni di servirsi della religione. Pisug diceva che tutto volont di Dio, ma lo diceva solo quando gli faceva comodo.
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Cos eravamo di pi nelle sue mani. Lui era come il nostro destino, che ci comandava in tutto, e noi zitti. Altro che volont di Dio. Non avevo mai sentito ziu Prameriu parlare cos. Ma era come se non parlasse a me. Forse aveva veramente la febbre della malaria. Io vado a studiare. Cos non star sotto un padrone. Fai bene, te lo dico sempre. Vai e non tornare. In vacanza ci torno. Quelli che ci sono gi, tornano destate. Tutta la settimana in campagna, senza vederci lun laltro se non controllati dal padrone o dal sotzu. E la domenica ti prende in consegna il prete per insegnarti la rassegnazione, la fiducia in Dio, specialmente ai giovani che non sono ancora rassegnati. Cos quando si entra sotto padrone per tutto lanno. Tu hai scelto bene Uno qua e uno l, e per incontrarci solo la chiesa. Dal padrone al prete e poi, quando c guerra, sotto le armi. Gli altri fanno sempre di te quello che vogliono, delle nostre braccia e della nostra testa. Anche il prete?. Specialmente il prete, che sa come convincere: il suo mestiere. Ma anche ai preti insegnano cos, la rassegnazione. Anche a me insegneranno a fare rassegnare la gente?. In fondo giusto, insegnare la rassegnazione. Ma io non mi sono lasciato mettere sempre i piedi sul collo. Come facevate?. Il padrone ci fregava con la religione. E io, una volta lho fregato io, a lui, con la religione Ma queste cose non devo dirtele. Aspettai che riprendesse. Continu: Eravamo di settimana santa. Allora si faceva anche digiuno, oltre che magro, e il padrone ne approfittava per darci da mangiare peggio del solito. Pentoloni di fave dure, a volte senza nemmeno sale. Una sera mi toccava il servizio nelle stalle, ma ero troppo stanco. Ci ho pensato un
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po, poi sono andato dal padrone e gli ho detto che dovevo andare a confessarmi e comunicarmi, per lobbligo pasquale. Ci vai domani mattina, mi dice lui. Ma domani mattina non c prete per confessarmi, dico io, oggi c anche il prete di Ortacesus. Lui cercava scuse, ma l per l non ne ha trovate. C il tale che mi sostituisce, dico. E va bene, termina lui arrabbiato. La stanchezza mi passata subito. Sono andato a casa, ho mangiato due uova anche se allora in quaresima erano proibite, e ho dormito con mia moglie, dopo due settimane, hai capito? Il mattino dopo ho poltrito in letto fino alle sette e verso le otto tutto fresco e allegro sono andato a casa del padrone. Sia lodato Ges Cristo, dico come se venissi di chiesa. E lui mi manda in cucina a prendere il caff offerto dalla padrona in persona, come era lusanza, tutti gli anni quando si faceva lobbligo pasquale. E la comunione non lavete fatta?. Unaltra volta. Come facevo, se ho dormito fino alle sette?. Prima di addormentarsi, ziu Prameriu, forse senza accorgersene, mi disse anche che mio padre era rimasto in paese perch si era sentito male per la furia di spegnere lincendio, con rami di mandorlo e di fico. Il mattino dopo ho voluto mietere anchio, con la falce di mio padre. Ziu Prameriu non voleva, ma poi mi diede le istruzioni. Mi allacciai il grembiule di panno azzurro di mio padre, me lo arrotolai per non inciamparci, e mi infilai le mezze maniche. Ma quasi subito mi tagliai profondamente il mignolo della sinistra. Ziu Prameriu si mise a imprecare e mi ordin di pisciare sulla ferita. Non mi lasci pi mietere, e me ne andai sotto lombrello verde a soffiare sul mignolo sanguinante. Intanto riflettevo. Quando arrivarono zia Giuannetta e Alne, mi misi con loro a spigolare con impegno. Le due donne parlarono tutto il giorno dellincendio nelle aie. Cercavano di non farmi capire ci che io avevo gi capito.
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Alla fine della giornata avevo il mio sacco pieno, per la prima volta. Mio padre torn il giorno seguente. Con una faccia come quando aveva la malaria. Per fortuna avevamo ancora grano da mietere. Ogni giorno riuscii ad avere anchio il sacco pieno. Avevo fatto i miei calcoli. Adesso eravamo pi poveri. Io volevo spigolare tanto grano da comprarmi scarpe nuove e farmi un cappotto per linverno del Piemonte. Quellanno i buoi pascolarono pi a lungo del solito nelle aie, dopo il raccolto. Cera tanto grano semibruciato da mangiare per loro. Ma bisognava stare attenti che non mangiassero anche cenere, perch si sarebbero ammalati. Il cappotto per linverno del Nord riuscii a comprarmelo solo di roba americana, ma le scarpe me le feci nuove, basse. Le mie prime scarpe non chiodate. Il giorno che partii, anche le scarpe erano nella valigia di cartone. Quando arrivai a Cagliari non riuscivo a camminare sulle strade asfaltate, con le mie solite scarpe chiodate. Ma avevo quelle buone per le strade del Piemonte. Mio padre e mia madre mi avevano raccomandato molto di badare sempre alla mia valigia. Nel Quarantasette, quando mio padre era andato a Roma per un convegno degli uomini cattolici, al ritorno sul molo di Civitavecchia gli avevano rubato la valigia, coi ricordi di Roma e i ritratti del papa e di Luigi Gedda. Ma io legai una cordicella per un capo al manico della valigia e per laltro capo alla cinghia dei pantaloni non pi ornata di stellette militari.

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CONTROTEMPO

specialmente se durano poco, in modo che sia solo un gioco che non stanchi. A casa cera una novit che mincuriosiva. Mentre ero via, mi avevano scritto che mio fratello Ottavio ha tirato su le strutture della sua casa perch sta per sposarsi. Sapevo gi del progetto: un parallelepipedo che avrebbe occupato tutto lo spazio del nostro vecchio cortile rustico, dalla stalla vuota dei buoi da lavoro, al letamaio, al forno a cupola, fino al pozzo e al pagliaio. Ottavio lunico, di noi dodici fratelli e sorelle, rimasto a lavorare la terra. Terra degli altri. Ed anche il solo, per ora, che metter su casa in paese con una del paese. Gli altri siamo tutti sparpagliati in dintorni pi nordici, da Roma a Stoccarda. Cos, fra poco, mio padre e mia madre, quando rifaranno lelenco dei loro generi e delle nuore, dei coniugi dei propri figli, come fanno spesso con un poco di tristezza, potranno annoverare anche una nuora delle nostre parti, insieme con una del Varesotto, una bresciana, una calabrese e una della Romania; insieme con un genero emiliano, uno cagliaritano, uno mezzo napoletano e, come diciamo noi fratelli scherzando, insieme con uno di tutte le parti, perch la nostra sorella maggiore suora e perci sposa del Cristo di tutti i posti. Nellultimo tratto di viaggio, verso il paese, ho cercato di immaginare leffetto del non trovare pi, in casa, cose e ambienti di prima della nostra diaspora familiare, cancellati dalla casa di Ottavio. Una questione di affetti privati ed esclusivi. Ma mi sentivo ancora in polemica verso certi rimpianti di lusso, ambigui, pessimismi culturali neoarcadici e forme morbose di rammarico: contro la coscienza distorta del mutamento, sopravvenuto nel trentennio passato, che ricerca salvezza nella riconquista di unautenticit di comportamenti e di sentimenti, che sarebbe propria di un mondo contadino, scomparso anche da noi in Sardegna.
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Non sono stato via per anni di seguito, come un paio di altre volte. Ma ho avuto ancora voglia di tornare a casa. E come le altre volte sono state buone le sensazioni del ritorno, con un poco di pudore e di nuova meraviglia per questo mio ritrovare tutto amichevole e armonioso, le cose e le persone. Al Brennero mi ha sorpreso uneleganza, mai notata prima, dei nostri finanzieri, carabinieri, poliziotti, che so di non avere imparato da nessuno ad amare. E a Civitavecchia, in attesa del traghetto per il Golfo degli Aranci inesistenti, ho impiegato la lunga attesa ammirando i modi e i visi dei sardi in transito verso il Natale di casa, gli adulti maschi con la faccia lorda di barba non fatta, le donne e i giovani segnati in modo vario dalla mutazione del trentennio, ma tutti riconoscibili e non trasfigurati. Comunissima aria di casa, che ubriaca come vino dopo una lunga astinenza. Per tutto si riproporziona a poco a poco, reimparando a respirare laria di casa. Fino al momento di ripartire, quando tutto diventa di nuovo buono, e si riscopre, come allarrivo, lagio del metter mano nelle proprie tasche. Il figlio di zia Ciccitta, da ventanni in Olanda, lultima volta che venuto a Natale, arrivato il mattino della ripartenza si seduto un momento davanti al camino, e si messo a piangere in silenzio, mentre sua madre piangeva con lui e suo padre fingeva di canzonarli entrambi. Non voleva pi ripartire, non perch non volesse tornare in Olanda, dove si sta meglio, ma perch non possibile restare a casa, col meglio dellOlanda. Tornare a casa una festa, non la ferialit quotidiana di prima di andarsene. Le rimpatriate sono sempre dolci,
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Com che diceva a suo tempo Fontenelle? lagrment des bergries consiste noffrir aux yeux que la tranquillit, dont on dissimule la bassesse: on en laisse voir la simplicit, mais on en cache la misre. Se nera accorto perfino uno come lui, e ai suoi tempi, figurarsi chi da quel mondo uscito perch ci si stava male. Ma in fondo temevo che tutte quelle dolci sensazioni del tornare a casa avrebbero potuto ingigantire e distorcere questo mio sentire, verso dimensioni pubbliche e di coscienza dunepoca, di crisi naturalmente. Mi preoccupava, insomma, il timore che la mia personale nostalgia dei tempi e delle cose passate, ora non pi testimoniati nemmeno da ci che la casa di Ottavio cancellava, diventasse rimpianto per tutto un mondo e una condizione che non pi, che la mia infanzia divenisse la trasfigurazione dellinfanzia agreste del mondo. Sono temi e sentimenti nuovamente di moda, e aspetti di nuovi conformismi. Questo rimuginare aveva per anche una ragione recente. Qualche tempo prima, a Copenhagen, avevo incontrato certi folkloristi bifolchi di quelle parti, e mi ero trovato costretto a dire cose che ora mi sembravano molto dure, contro il dilagare di vagheggiamenti di arcadie perdute. E poi, in quellautunno scandinavo, in una nordica citt che non ricordo, avevo capito dai titoli dei giornali che in Italia era stato ucciso Pier Paolo Pasolini, e avevo sentito un senso di colpa, nonostante il mio alibi di ferro. A Copenhagen ero capitato un po per caso, col mio amico Rudolf, studioso di cultura popolare europea, tedesco, ma un tedesco notevole, perch il suo tema preferito di studio non lamore germanico per i boschi e le belle che vi si addormentano, ma la sua idea che i tedeschi da qualche tempo a questa parte lavorano per rimorso, e che hanno tirato su quel bel po di Germania per dimostrare che non sono solo cattivi. Emigranti per lavoro essi pure. Rudolf ha tenuto una serie di conferenze agli studiosi danesi di cultura popolare. Un uditorio singolare: professori,
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assistenti e dottorandi di quellistituto scientifico, sporchi e puzzolenti di stalla e di un ottimo formaggio danese, fetido come gorgonzola, malvestiti e irsuti di barbe e di capelli. Il medesimo fetore di stalla e di formaggio ristagnava in tutti i locali dellistituto. Le donne vestivano larghi e informi calzoni di tela azzurra e vecchie camicie contadine senza colletto, arrivavano e se ne andavano sotto ombrelloni verdi come quelli dei contadini delle mie parti, chi con scarponi, chi con vecchi zoccoloni di legno, ma tutte le calzature maschili e femminili erano ornate e profumate, apposta e ad arte diceva Rudolf, con resti di strame. Intellettuali travestiti da contadini che lass non ci sono pi a quel modo da ben pi di mezzo secolo. Ho domandato a uno di loro se tutti fossero di origine contadina. Nessuno lo era, ma tutti si erano trasferiti in villaggi intorno a Copenhagen, in ambienti agricoli riportati alle condizioni del secolo scorso, prima met. Un loro rimpianto era non poter fare la spola tra fattoria e universit a cavallo, o magari col carro a buoi e in slitta. Mi hanno dimostrato molta simpatia, quando hanno saputo che sono sardo. Io li ho ricambiati ricordando un etnologo danese che stato il miglior studioso dellantico strumento sardo a fiato, le launeddas. Per sembravano dispiaciuti del mio modo di vestire normalizzato. C del marcio in Danimarca, ripeteva Rudolf fra il puzzo di letame. Lui riusciva a divertirsi, mentre il mio sentimento pi benevolo era la meraviglia. Loro, i danesi, mi hanno sollecitato spesso a dire la mia, su questo mondo che perde ogni dimensione umana. Ero tentato di partire da unosservazione fatta in quei giorni in citt: labbondare di porno-shops rusticani, dove si vende ai pi raffinati documentazione sul sesso villereccio di una volta. Ma sono riuscito solo malamente a richiamare la loro attenzione sul fatto che i prezzi che si pagano al progresso e al mutamento sono anche e soprattutto prezzi che si pagano a forme distorte di progresso, non al progresso in quanto tale; che perci non hanno molto senso i rimpianti
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per forme di vita definitivamente sostituite. Loro mi ascoltavano calmi e amichevoli, democraticamente disponibili, mentre io inciampavo e mindispettivo per la difficolt di dover dire cose a loro tanto estranee in una lingua estranea. Insistevano, una volta, che parlassi della Sardegna. Ho detto loro dellatteggiamento di lamento e di ironia dei contadini e dei pastori sardi verso la loro esperienza di vita, e invece delle nostalgie di drappelli di piccola borghesia intellettuale, urbana e campagnola, per il mondo rurale scomparso. Reagivano con placidi cenni di assenso, anche quando mi lasciai scappare che per il mondo delle campagne non si fa nulla scimmiottandone usi e costumi. Avrei voluto dire le stesse cose con quel loro stile. Uno con una barba bionda, che sembrava un Marx vichingo, commentava con soavit francescana che gli italiani, da Machiavelli in poi, vedono il mondo deformato dalla politica; e ricordava lopinione di Marx che le tappe del progresso sono scritte negli annali dellumanit a tratti di sangue e di fuoco. Gi, ma una volta fatti certi sforzi e pagati certi prezzi, per favore non chiedete a nessuno di tornare indietro, di rinunciare agli antibiotici per gli impiastri e al frigorifero per il pozzo. Ci ho dato sotto, anche se mi sembrava che loro mi guardassero come un piccolo rimorchiatore asmatico che cerca di tirare in porto il bastimento del capitalismo. Rivincita degli affetti, vendetta della nostalgia, c stata davvero, a cominciare da quando ho visto scardinato e messo da parte il vecchio portone, che ventanni prima mio nonno e io avevamo dipinto di azzurro, come era di moda allora; e troneggiare lo scheletro di un edificio cubico l dove prima era il cortile coi suoi annessi rustici e antichi, i luoghi delle scoperte della mia infanzia, gli archetipi del mio mondo. Senza farmi accorgere da nessuno in casa, ho girato pi volte silenzioso attorno alla struttura in blocchetti di calcestruzzo.
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Con pudore istintivo stavo mimando il ritorno da un lungo girovagare, alla ricerca delle memorie dellinfanzia come memoria del mondo. In privato celebravo con partecipazione il rito stantio dellestetica decadente, quasi tutto dentro lorizzonte mitico dellinfanzia stagione della poesia e delle esperienze basilari. Non poteva anche essere, questo, uno di quei momenti di grazia della maturit in cui si riducono a chiarezza le rivelazioni prime delle cose? Ma ecco qua, distrutti, trasformati, abbozzati, ma fusi insieme, i segni del contrasto mio privato fra citt e campagna, tra infanzia e maturit, tra spontaneit primigenia e fredda ragione culta. Uno scroscio di pioggia mi ha spinto dentro casa, la vecchia casa scuriosa dai muri panciuti che vorrei raddrizzare a ogni rivederli, ma che stavolta ho amato cos storti e lordi di umidit, senza bisogni di pareggiare, adattare, correggere, trasformare. E poi per, quando mia madre insolitamente loquace ed eccitata, mi ha spiegato per bene come sar, quando finita, la casa di Ottavio, allora ho capito con sollievo che i miei sentimenti erano miei esclusivi. Le ho chiesto se a lei non dispiacesse un po che tante cose di prima adesso non erano pi. Lei mi ha guardato come chi dice cose fuori luogo, forse con quella medesima meraviglia con cui io guardavo i villani rifatti di Copenhagen. Ho cercato di spiegarle che la cancellazione delle testimonianze di quella parte della nostra vita passata mi faceva malinconia. Come sei tonto mi ha canzonato. Dio ce ne scampi dal ritornare a quei tempi. Ha riflettuto un poco e poi ha concluso: Si vede che ti ricordi male, a forza di stare lontano da qui. Deus sindi campid a torrai cussus tempus. Lo so anchio che vede giusto mia madre. Non perch lei partecipi di ci che chiamano saggezza contadina. Perch invece i suoi pensieri e i suoi sentimenti si prolungano in sintonia dai
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pensieri e dalle preoccupazoni di tutti i suoi figli, che vivono le sollecitudini del presente e non hanno occasione di rimpiangere un passato di maggiore miseria. Miseria per lo meno materiale. Ma chi non ha memoria storica non ha nemmeno il senso della fine, o degli inizi, o della crisi come transeunte, e si appaesa sempre fuori dal presente storico? E fa sua sempre la morale del servo hegeliano, il cui destino di vivere e di fuggire inutilmente dalla morte e da tutto ci che la ricorda? Certamente hanno ragione pure gli scettici, che notano come tutti i tempi sono di crisi. Ma, qui dietro, ci sono trentanni di storia che non sembra tumultuosa, che invece sono stati per tutta la nostra gente lingresso rapido e definitivo nella storia moderna, la fase finale di una grande trasformazione. Trentanni che si aprono anche qui con le lotte per la terra, il pane e il lavoro, la riforma agraria, e per la democrazia e il progresso civile; e ora si chiudono, veramente sul calare di una parabola, con un ritorno parziale e non voluto, come non era voluta la partenza in massa e dolorosa verso altri luoghi e altre dimensioni di vita. Un presente che non lascia molto tempo per fare conti di perdite e di ricavi, ma forse alla mente meno oscuro del passato. Ha ragione anche mia madre, quando dice che non ricordo bene, perch ricordo a modo mio, diverso forse molto dal suo: navigando sugli stessi mari siamo approdati in porti diversi, con modi diversi di tenere un giornale di bordo. Eppure sia lei che io ci sentiamo al termine di una vicenda che ne genera unaltra, quando i casi degli individui appaiono fatti anche di interi gruppi di uomini. Alle schermaglie ultime di una strategia secolare di conquista di questo nostro mondo che dicono contadino, con poche battaglie in campo aperto, ma di lunghe manovre di infiltrazione e di accerchiamento, anche su queste porzioni
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arretrate del fronte, agli occhi dei manovrati incominciano a risaltare i lineamenti delle strategie, dei lenti movimenti di massa, non pi solo le tattiche e gli espedienti per la sopravvivenza individuale nella precariet quotidiana. E mentre bizzarri capitani, sconfitti o a capo di niente, fanno i loro canti del cigno, la truppa si sta gi muovendo per nuove strategie, con nuovi capitani, anche se continuano a fare notizia le bravate degli sbandati e i bei gesti degli irregolari. Non so abbastanza quanto valga la pena di tentare, col mezzo antico del raccontare, un contributo a far crescere la consapevolezza di ci che siamo diventati. Siamo per certamente in tanti, dentro questOccidente industriale, contadini di fatto o di estrazione, ma nuovi, senza molte buone occasioni per considerare il senso di questa nostra storia particolare, limportanza di un processo di cui siamo variet specifiche di figli e di eredi. Ma eredi che dobbiamo accogliere il lascito col beneficio dellinventario. Anche se abbiamo mille ritegni solo a ricordare, perch lo facciamo col filtro di almeno un paio di conformismi, e la memoria si offusca per il riemergere di sedimenti spessi di pudore per il nostro essere venuti di campagna. E per chi ricorda narrando, la memoria si offusca anche per il riemergere di sedimenti di popolarismo e di memorialistica rusticana, simplicia simplicissima. Soprattutto per colpe non nostre, la nostra terra dorigine terra di molti rimorsi. Forse lecito versare un tributo ai molti vezzi del bozzettismo di tono popolare, e alla moda della carit culturale per il popolare rustico, ma riuscendo a pagare solo quel tanto di pedaggio che autorizzi a tentare uno sberleffo a certe voghe, male invecchiate e rimesse a nuovo. I conti vanno fatti comunque per trarne profitto, anche con durezze sgradevoli a molte orecchie, quando non bene dare esca nuova ai ruralismi salvifici, ma necessario far emergere il mondo contadino recente e remoto dallidillio agreste
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nuovamente ricorrente; e bisogna deludere la simpatia trepida di molti per i buoni villici delle proprie contrade, resistendo alle nostalgie cosmiche della decadenza, alle speranze ingenue di ritorni e arresti impossibili, che da queste parti non si ha modo di sognare, senza rimpianti, ma con qualche rancore. Difficile alludere al futuro che si teme, ma possibile usare il timore come forza positiva, per vincere la tentazione dellanticipo, della fuga in avanti, sciocca come la fuga allindietro, perch vuol dimenticare il peso del passato e della continuit. possibile, se vero che questa paura di oggi anche un bisogno stravolto di trasformazione e di novit. Conti dellinventario che dobbiamo fare, questi venti quadri contano gli spiccioli, ma vogliono alludere alle grandi cifre del trentennio ultimo scorso.

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INDICE

5 Nota introduttiva 11 Ricerca sul campo 18 Lultima transumanza 22 Domino 25 Chi ha visto il mondo 30 I conti della rinascita 33 La strategia di Fedele Succu 39 Il reddito 43 Lultimo carrettiere 49 Citt e campagna 57 Voltaire e il gendarme 65 Il campione mondiale 67 Martirio oscuro 77 Trentanni dopo 80 Componimento 82 Pesca di frodo 89 Arrichetteddu 95 Lesorcismo 103 A fuoco dentro 111 Zicchira 122 Controtempo

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