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LINGUISTICA ITALIANA 29.11.

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Iscrizione di Commodilla:

NON DICERE ILLE SECRITE ABBOCE

“Non dire quei segreti a voce alta”

Quindi dal latino AD VOCEM abbiamo ABBOCE che si avvicina al volgare, quindi
abbiamo questo raddoppiamento della B, caduta la M dell’accusativo. La scritta
“ABBOCE” prima era scritta separatamente per poi aggiungere una seconda B, una
correzione, importante perché ci fa capire quale fosse la pronuncia dei parlanti. Non è
una iscrizione latina, a meno che non parliamo di latino volgare, perché non è latino
classico, e si denota già dalla mancanza della M finale; e per il “NON DICERE” poiché il
latino classico cosa prevedeva per l’imperativo negativo? Noni, nolite + infinito
oppure ne + congiuntivo.

Primo esempio di scritta esposta, i primi documenti in lingua volgare ci sono arrivati o
grazie a fonti indirette o fissate in quelle che vengono chiamate scritture esposte
ovvero tutte quelle scritte sui muri che in genere vengono prodotte da parlanti e
scriventi non standard. In questo caso abbiamo uno spazio molto ristretto per cui c’è
una scriptio continua perché non si conosce lo spazio tra una parola e l’altra. È scritta
in scrittura capitolina (ovvero quella che noi ora chiamiamo maiuscola), ma nel mezzo
la B è piccola, è evidentemente il frutto di un inserimento successivo. Cosa è successo?
Che lo scrivente-parlante che evidentemente non pratica la scrittura nella quotidianità
deve produrre un testo che sia una norma che vanga per tutti coloro che scendono
nella catacomba a pregare, e pregando formulano delle orazioni che devono restare il
più private possibile e quindi non possono essere pronunciate ad alta voce. Nel
momento in cui scrive questa regola prima scrive A BOCE (e già qui abbiamo un
elemento di metamorfosi importante ovvero il betacismo da V consonante fricativa a B
occlusiva bilabiale) nel momento in cui si accorge che stona, siccome non esiste una
norma a riguardo riproduce qualcosa che gli altri capiscano, non si preoccupa del
latino classico (che è sconosciuto alle sue competenze) e della B.
Quindi il suo ragionamento non avviene secondo il latino classico, avviene in base a
ciò che usa. Il problema principale è mettere due B perché sa che la pronuncia le
richiede, è intensa. Il raddoppiamento non solo si conferma essere un fenomeno molto
antico e che non ha nulla a che fare col meridione.

Le scritture esposte che sono state più studiate sono state quelle di Pompei, perché
quando nel 79 d.C. c’è l’eruzione del Vesuvio e Pompei resta sepolta per i successivi
1700 anni la città viene fissata e bloccata in un giorno preciso della sua vita ordinaria e
tutto ciò che in quel momento si stava svolgendo si è cristallizzato che poi verrà
svegliato dagli scavi archeologici. Nel momento in cui vengono portate alla luce le
taverne cominciano ad apparire anche tutte le iscrizioni del periodo di Vespasiano, Tito
ecce cc. Ovvero I secolo. → scritture pubblicitarie, annunci elettorali che già fanno
vedere come la varietà di lingua comunemente diffusa a un uso e consumo della
popolazione non fosse già quella che noi studiamo perché manca ad esempio il
Neutro. Siamo in quella Campania che già Petronio qualche decennio prima aveva
rappresentato linguisticamente attraverso la sua opera (ridicolizzando i liberti
meridionali).
Quindi il cambiamento linguistico che noi stessi studiamo come un fenomeno in
diacronia è vero, perché il cambiamento si stabilizza in diacronia ma non avviene nella
diacronia. Accanto a noi c’è già un’altra lingua, e la scrittura esposta ci rende noto che
è sincronico, perché la lingua è multipla e variabile in sé. Tutte le varietà di lingua in
realtà vivono contemporaneamente e poi vivono in una spinta agonistica nella
comunità e se questa agonisticamente ritiene vincitrice un modo di dire piuttosto che
un altro arrivati ad un certo punto diremo e scriveremo tutti in quel modo vincitore.
(Professore Francesco Sabatini→ fenomeni di linguistica→ “ a me mi” → pazientemente
ha spiegato che a me mi si può dire perché i fenomeni di enfatizzazione di replica del
tema sotto forma di rema sono antichissimi e riguardano casi di pragmatica e di
espressività della lingua che sono quelli che abbiamo visto anche in “SAO KE KELLE
TERRE” cioè con la dislocazione a destre (LE + POSSETTE → riprese anaforiche che
fanno si che la lingua sia veramente parlata, non un prodotto da essere fissato dentro
le grammatiche)). La lingua innanzitutto deve essere qualcosa che funzioni e che poi
sia bello.
(Abbiamo affrontato: aferesi, sincope, apocope, postesi, epentesi, epitesi, cadute
aplologiche, vocalismo e dittongamento, dittongo che qualora possa fare “retromarcia”
per cui a fronte di una situazione fonotattica in cui sono presenti tutti gli elementi che
consentono il verificarsi del fenomeno di dittongamento poi alla fine questo non lo
troviamo, come in Dante con Brieve, rispuose che oggi in italiano non troviamo più
poiché queste forme si sono ri-latinizzate). La ri-latinizzazione sarà un fenomeno che
adesso sentiremo dire spesso. Cosa succede? L’Italia ha una situazione linguistica molto
diversa rispetto agli altri paesi europei, perché noi non abbiamo avuto uno Stato
nazionale che in qualche modo ha dettato una linea di politica linguistica unitaria e
quindi la nostra lingua è diventata unitaria in virtù di quel segmento assolutamente
ristretto di poeti, letterati, scienziati che l’hanno fissata per iscritto condividendo che la
varietà toscana poteva essere quella in qui tutti quanti si ritrovavano. (Es. Ariosto scrive
3 edizioni dell’Orlando furioso tendando di togliere i mantovanismi riconducendoli alla
sfera della toscanità/ Manzoni già in pieno 800). L’italiano quindi ha una vicenda un
po’ diversa, conosce un momento storico-letterario molto particolare: L’UMANESIMO,
che arriva a riscattare un periodo di particolare anarchia linguistica, che è stato il
medioevo, e riproduce modelli linguistici i più vicini possibile al latino e alla latinità, sia
per quanto riguarda i generi (il trattato, elegia) sia per quanto riguarda la lingua.
Questo ritorno alla classicità latina implica che molti fenomeni linguistici che già
avevano mille anni di storia in cui procedevano sono stati rivisti e nella scrittura alta
sono stati modificati e quindi ri-latinizzati. Uno di questi fenomeni riguarda proprio
alcune situazioni di dittongamento, in particolare quelle in cui si verificano delle
presenze consonantiche un po’ complesse, come PR, BR, articolazioni fonetiche
impegnative per cui l’aggiunta del dittongo risulta ulteriormente complessa e quindi da
BRIEVE si ritorna a BREVE.

Abbiamo detto precedentemente che esiste proprio in virtù del fatto che il
dittongamento ha bisogno di condizioni definite il dittongo mobile: paradigmi verbali
in cui troviamo forme dittonganti e non a seconda del contesto (tonicità e sillaba
aperta/ non implicata). Abbiamo detto anche che ci sono dei casi in cui si verificano
dei fenomeni analogici: es. estensione del dittongo per tutte quante le forme anche
laddove il dittongo non dovrebbe andare→ SUONIAMO.
Il fenomeno del vocalismo dittongante è antico e lo troviamo già nel VI - VII sec. d.C.
→ momento in cui tutto quanto comincia a prendere una forma altra. Perché
sappiamo questo? Perché troviamo il dittongo anche in parole longobarde quindi non
latine che evidentemente devono essere state trascinate dentro questo flusso
dittongante→ TRUOGOLO (porcilaia) perché dittonga? Deriva da una fase di vitalità del
fenomeno che viene esteso anche a parole non latine.

Fenomeno toscano-fiorentino: anafonesi


Qualora la professoressa dovesse fare la domanda: quali sono i fenomeni che ci fanno
dire con certezza che a lingua italiana è a base fiorentina? Il dittongamento, ma ancora
di più l’anafonesi. Cos’è? Castellani usa questo termine per definire l’innalzamento
(triangolo vocalico I e U) del timbro vocalico delle vocali toniche latine provenienti
dalle é (ĭ tonica latina e ē latina) e dalla ó (ŭ tonica latina e ō ) in presenza di due
particolari contesti fonetici che fanno si che questa é e ó si innalzino.

FAMĬLIAM→ dovremmo dire FAMÉGLIA con la é chiusa → perché invece diciamo


famiglia? Perché si è verificato in quelle aree geografiche che sono una parte della
toscana ( in particolare Firenze, Pisa, Livorno, Prato, Pistoia= settentrione) il fenomeno
dell’anafonesi, ovvero innalzamento del timbro. Quindi effettivamente c’è stato un
momento in cui si è detto faméglia ma per effetto di anafonesi si è tornati a dire
famiglia. Quindi abbiamo avuto FAMILIAM→ FAMEGLIA→ FAMIGLIA. Cosa è successo?
Che il passaggio da L+ IOD a GL c’è un suono nuovo palatale che ha portato la E a
palatizzarsi ancora di più, a spingersi in avanti, trascinata dallo sviluppo consonantico.
Questo cosa ci porta a dire? Sino a quando LIAM/LIA è rimasto tale con la laterale
dentale si è detto FAMEGLIA, nel momento in cui c’è stato lo sviluppo consonantico
questo ha prodotto un ulteriore sviluppo vocalico che si chiama anafonesi. Quindi 1°
fenomeno che si è realizzato: vocalismo tonico toscano: la Ĭ latina latina ha prodotto
una É. Da FAMĬLIAM→ FAMELIA.
2° Cambiamento consonantico: da FAMELIA → FAMEGLIA.
3° anafonesi.
Perché abbiamo questa certezza? Perché se non ci fosse stato il
cambiamento da FAMELIA a FAMEGLIA la E sarebbe rimasta
tale.
Quindi l’anafonesi è: una spia linguistica inequivocabile della toscanità ( in particolare
la alta) della lingua italiana, ed è un fenomeno fonetico che si realizza solo
successivamente ad uno sviluppo consonantico che prevede il passaggio da L+IOD da
una pronuncia dentale ad una palatale (GL). Questo fenomeno è un fenomeno di
innalzamento timbrico e vale per il primo contesto fonetico che è GL.
Poi c’è un secondo contesto che è un suono sconosciuto alla romanità: GN. Il
digramma GN in latino classico si leggeva G-N, quindi pur mantenendo il digramma
noi non lo pronunciamo più come i latini. Apparentemente sembra tutto come nella
latinità (come la C→ pronunciata velare) anche se noi abbiamo cambiamo la
corrispondenza tra il loro grafema e il nostro fonema. Questo cambiamento e
palatalizzazione della nasale palatale che deriva da N+IOD produce lo stesso genere di
cambiamento.
GRAMINEAM subisce un innalzamento per IATO e diventa GRAMINIAM→ GRAMĬNIA
diventa GRAMÉNIA, poi quel N+IOD→ GRAMIGNA.

LĬG-NUM→ LEGNO→ perché noi pronunciamo GN come GRAMIGNA ma sono due


strade diverse. Non c’è stato il passaggio da L+IOD. Quindi vuol dire che LIG-NUM ha
continuato ad essere pronunciato in quel modo sino a dopo che si era verificata
l’anafonesi.

C’è un terzo contesto, VELARE che viene da OUNC/OUNG/ENC/ENG. Mentre per il


contesto palatale GN/GL a prevedere l’anafonesi è soltanto la vocale palatale, in questo
contesto velare tocca sia le E che le O. ES: LĬNGUAM→ dovremmo avere LENGUA.
Quindi questa parola LINGUA non è una parola latina che ha avuto un fenomeno di ri-
latinizzazione ma è effetto di un particolare effetto che si chiama anafonesi e che
riguarda la presenza delle velari. Abbiamo comunque attestazioni dell’uso della parola
lengua quindi il passaggio c’è stato, e per quanto riguarda la vocale velare l’esempio
canonico che di solito fa è quello di : FUNGO. FŬ NGUM→ FONGO ma in quell’area
della toscana questa O chiusa si innalza fino a diventare U. Laddove qualora si dovesse
trovare sfogliando il vocabolario o parlando parole che hanno ENG (es. marengo) vuol
dire che non sono parole toscane.

Altri fenomeni fonetici vocalici che riguardano la lingua italiana a base toscana:
la chiusura delle vocali in iato→ cioè laddove ci sia una contiguità tra due vocali la
prima subisce un innalzamento timbrico.
L’esempio più classico→ IO. Qual è la parola latina? EGO→ sincope di G → EO →
perché la E è contigua alla O si innalza per effetto dello iato.
MĚ UM→ dovrebbe portare ad una é→ méo→ ma per effetto di innalzamento in iato
abbiamo MIO.
BOVEM→ BOE e invece abbiamo un innalzamento verso la U→ BUE.

PAG.54 par. 3.4→ trattamento della E protonica.

Il sistema atono non è quello che abbiamo visto noi perché abbiamo parlato solo del
sistema vocalico tonico mentre la E protonica non ha accento quindi è atona, che
dovrebbe restare E. Quindi a fronte di una parola latina come DECEMBER noi
dovremmo avere DECEMBRE. Invece la e protonica anch’essa produce un innalzamento
di timbro vocalico e passa ad I. decembre→ dicembre.
Es.: riguarda tutti i monosillabi: ME, TE, DE ecc ecc. → VIRTUDE DE CAVALIERI →
VIRTUDE non lo diciamo per aplologia → DE cosa ci fa capire della cronologia? Che
prima è caduto il DE e poi la E si è trasformata in I. perché e si fosse invertito
avremmo potuto dire VIRTUDE DI. Esistono anche ME e TE che sono dei recuperi di ri-
latinizzazione che spesso hanno una funzione morfologica diversa per cui posso dire
“parla con ME” e non con “MI” perché il MI lo uso solo se è direttamente collegato ad
un verbo (o prima o dopo)→ c’è stata una specializzazione morfologica di queste due
particelle pronominali.
Ci sono parole che come per il dittongamento toscano prima hanno subito questa
corretta trafila e poi sono tornate indietro per il fenomeno di ri-latinizzazione: è il caso
dell’aggettivo FELICE→ la e è protonica → dovremmo dire FILICE→ però diciamo felice
e ne abbiamo tracce perché c’è stato un ritorno alla parola latina.
DELICATO→ che in siciliano si dice DILICATU→ arrivati ad un certo punto si è tornati
alla parola latina. EGUALE→ IGUALE→ UGUALE= Labializzazione della vocale protonica.
Molte parole che troviamo con la E e non con la I pur essendo una vocale protonica le
possiamo incasellare come dei veri e propri cultismi/latinismi (parole che sono state
riesumate in epoca tardo-medievale.) Es.: NEGOZIO→ che dovrebbe essere NIGOZIO;
RECEDERE→RICEDERE;
DELIRARE→ dovrebbe essere DILIRARE. Etimologicamente questa parola significa:
LIRA/LIRE= solco che viene tracciato dall’aratro quindi è una parola che deriva dal
lessico tecnico-agricolo, de-lirare significa uscire fuori dal solco e spargere i semi in
posti che poi non daranno frutti. Quindi de-lirare significa fare uscire fuori il seme dal
solco. Connotativamente è passato ad indicare tutti quei tipi di comportamento che
non stanno dentro il solco, dentro una strada tracciata.

*****Anema→ anima → questa I postonica non finale dovrebbe produrre una E anche
in toscano quindi dovremmo dire anema (fenomeno anch’esso toscano).
FEMĬNAM→ FEMMENA→ invece in toscano si è tornati a femmina.

FUTURO:
AMARE ABBEO→AMAREO→AMARÒ→ AMERÒ
L’ultimo passaggio con AR che è diventato ER→ AR inter-tonico e postonico in toscana
si trasforma in ER. Eppure anche se questo è un fenomeno pienamente italiano
esistono ancora nella nostra lingua dei fenomeni di AR. Es.: sigARetta; mozzARella→ è
un AR protonico allora perché non si è trasformato? Perché sono parole che non sono
toscane, ma prestiti interni o dialettismi (cioè parole che l’italiano ha fatto sue in virtù
di tutti quegli affluenti che concorrono alla costruzione del lessico dell’italiano e che
sono tutti i volgari d’Italia. Infatti mozzarella è una parola presa dal luogo da dove esse
vengono prodotte). Attraverso spie linguistiche noi riusciamo a capire dove sono nate
alcune parole e i rapporti commerciali come in questo caso.
Hamburgaria o Hamburgheria? ERIA→ ARIA che è il suffisso originario è sempre anche
nei neologismi ERIA perché ormai si è stabilizzato questo suffisso. Idem per il suffisso
ARECCIO/ERECCIO es.: mangereccio – ARELLO/ERELLO es.: acquarello/acquerello→ ci
sono differenze regionali, la parola toscana è con ERELLO es.: fatterello;
per la parola UGUALE (eaqualis) → iguale→ eguale→ oggi diciamo uguale. E abbiamo
parlato del fenomeno della labializzazione della vocale protonica, cioè ci sono alcune
parole in cui una vocale palatale si labializza (quando abbiamo la O e la U abbiamo un
fenomeno di protrusione delle labbra ovvero le arrotondiamo e portiamo in avanti)
ovvero si modifica completamente la selezione vocalica, dal segmento della palatali si
deve passare necessariamente a quello delle velari. Es.: debē re→ devere→ DOVERE
(quindi c’è stata questa labializzazione della vocale protonica).
Demandare (Dante stesso dice “dimandare”→ cioè l’esito corretto) ma poi deve essere
intervenuto un altro fenomeno che ha portato a DO-mandare.
Es.: LUMACA→ LIMAX→ non diciamo lemaca come dovrebbe essere ma con la U.
questa U non è etimologica però non si è modificata a caso ma all’interno di questo
ulteriore fenomeno che riguarda il vocalismo toscano.

Labiovelare→ quel suono che può essere sia sordo che sonoro seguito dalla semi-
consonate wau→ Q. In italiano ci sono molte parole costituite così e se n’è già parlato
con il Placito Capuano→ sao ko kelle terre → ancora non è il “quelle” che subisce la
toscanità, in sicliano non si sviluppa nessun tipo di labio-velarità (chiddiquiddi)

LABIOVELARI SONORE
Ne abbiamo incontrata una parlando di anafonesi: LINGUA, questa labiovelare sonora è
dentro il corpo di parola. Esistono parole latine che iniziano per GU? No. In italiano ci
sono ma il latino conteneva la labiovelare sono all’intero del corpo di parola, mai
all’inizio ciononostante l’italiano conosce molte parole che iniziano con GUA/GUE, es.:
guanto, guancia, guerra→ queste infatti non sono parole latine ma sono tutte parole
che derivano dal longobardo o parole germaniche. [… quaderno]

LABIOVELARI SORDE
Si mantengono tutte quante quelle labiovelari che in latino sono seguite dalla A. Es.:
quat(t)ŭ or→ quattro; Quantum→ quanto; Quando→ quando; nel momento in cui il
latino ha una labiovelare seguita da una vocale medio-bassa (a) si mantiene inalterato.
Le cose cambiano quando ci sono altre vocali, come la i, quid→che, si perde la labio-
velarità, e abbiamo un suono pre-velare. Es.: Quaerere→ chiedere; Quomo(do)→ come.

FENOMENI DI CONSONANTISMO
LABIALE SONORA INTERVOCALICA→ B → stabat mater iuxta crucem lacrimosa→ basta
qualunque forma del nostro imperfetto per vedere come la B intervocalica si fricativizza
e spirantizzi diventando una V. es.: fabulam→ favola→ si spirantizza all’interno del
corpo di parola se in posizione intervocalica. Se si trovano casi di conservazione della B
come NOBILE→ perché? è un cultismo, come ABITARE, SUBITO.
PLEBE= ri-latinizzazione perché abbiamo attestazioni dell’utilizzo della parola volgare
PIEVE→ PL latino diventa P, la B si spirantizza quindi nasce PIEVE, che sparisce per dare
posto al cultismo.
Alcune di queste B intervocaliche sono cultismi, es.: ABILE; altre sono germanismi/
sicilianismi es.: roba.

SONORIZZAZIONE CONSONANTICA
La regola fonetica toscana vuole che tutte quante le occlusive sorde in posizione
intervocalica si mantengano, quindi T, P e K rimangono tali. Da LOCUM=luogo→ Ŏ
tonica latina in sillaba libera sia diventata wuo ci convince che il volgare latino toscano
trecentesco che ha la regola del dittongo in sillaba libera viene confermata, però la /k/
dovrebbe rimanere tale e quindi dovrebbe essere LUOCO.
LŎ CU(M)- FUŎ CU(M)→ Tranne che per l’attacco consonantico della parola la struttura
rimane identica, OCUM doveva trasformarsi in UOCO, ma abbiamo LUOGO, quindi la
/k/ che è la consonante occlusiva sorda intervocalica che si doveva mantenere non si è
mantenuta sempre. Es.: AMICU(M)→ AMICO, non ha subito nessun tipo di
sonorizzazione.
HOSPITALEM→ T = consonante occlusiva dentale sorda intervocalica che si trasforma
in ospeDale→ si è sonorizzata.
RIPA(M)→ la P ha perso l’occlusività e si è sonorizzata e si è trasformata in una fricativa
→ RIVA.
SPICA(M)→ spiga.
In questo campo delle occlusive sorde intervocaliche che cosa è successo? Ci sono due
leggi fonetiche, quella toscana che vuole che tute le consonanti occlusive
intervocaliche sorde si mantengano e poi la legge della varietà linguistica
settentrionale la quale vuole che tutte le occlusive sorde intervocaliche si sonorizzino.
Quindi è successa una cosa ovvia, ovvero che i popoli si siano scambiati la lingua, e si
sono influenzati a vicenda. Questo fenomeno della sonorizzazione è settentrionale ed
esiste tutt’oggi e va dalla sonorizzazione fino alla scomparsa di alcuni elementi.
Sonorizzazione= lenizione, indebolimento vocalico che passa dalla fricativizzazione fino
al dileguo del suono. È un fenomeno gallo-romanzo/gallo-italico: es. dal francese,
lingua che rispetto all’italiano perde pezzi molto più evidentemente, che procede per
lenizione e sonorizzazione e ciò accade anche nei dialetti settentrionali dell’Italia→ I
toscani sentivano questa pronuncia più sonora come più bella, elegante. Nella lingua
succede anche questo: noi assorbiamo più facilmente lingue che ci sembrano di
maggiore prestigio e raffinatezza. SCUTELLAM→ scoDella, non scoTella.

*** STRADA→ in latino VIA→ le vie più importanti della latinità sono le vie lastrate,
quelle vie che vengono lastricate con della pietra che consenta il passaggio di carri.
Queste vie lastrate erano quelle dei commerci (via Salaria, via Appia, Flaminia ecc.).
Sono quelle che per noi coincidono con le autostrade odierne. Queste vie lastrate
vengono chiamate con un unico sintagma, la parte iniziale “via” diventa quasi inutile
perché la differenza è tra quelle lastrate e non, cosa succede? Nel frattempo nascono
gli articoli, e uno degli articoli è LA, dato che morfologicamente è un elemento nuovo
e anche “lastrata” è un ana parola abbastanza nuova, LA lastrata subisce un’ulteriore
decurtazione attraverso la discrezione dell’articolo→ la prima sillaba viene sentita come
estranea al corpo di parola ma viene considerata il sostegno, l’articolo. La + strata→ in
siciliano funziona. Ma in toscano visto che la T sembrava poco elegante si è
trasformata in D= La + straDa.
A proposito di cadute: la parola OSPEDALE come ci porta alla parola HOTEL? Per
effetto di tutti quei fenomeni di caduta che non sono propri dell’italiano ma del
francese e lingue settentrionali. Es.: ostello→ si conservano S e T. HOTEL ci torna
indietro come parola in prestito dal francese quando essa stessa deriva da una parola
italiana; oltretutto il significato rimane quasi del tutto lo stesso, perché è sempre un
luogo dove un viandante alloggia.
Se tutte queste parole che si sono trasformate per avere più eleganza vengono dette
in siciliano come dovrebbe fare il vero e proprio toscano→ lu spiatali = discrezione
dell’articolo; spica, amicu, focu, locu. La sonorizzazione consonantica da la possibilità di
vedere come anche il toscano non si una lingua immobile, subisce le sue influenze e
ha le sue insicurezze linguistiche. Ogni effetto di cambiamento che venga da fuori
nasce o da un’assenza (perché non esiste una parola che indica quella cosa) o da
un’insicurezza.

Se in Dante troviamo una parola come FOCO cosa si può pensare? O che sia un
latinismo o che sia un sicilianismo; come core, perché i siciliani dicevano così.

Riprendiamo da minuto 40.33