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Bios e Thanatos: quale diritto?

Scritto da MarioEs
domenica 19 agosto 2007

Fonte: Repubblica.it

La notizia recente dell'assoluzione dell'anestesista Mario Ricci dall'accusa di "omicidio del consenziente", nell'ambito del caso relativo alla morte di
Piergiorgio Welby, previsto dall'art. 579 del codice penale , mi offre l'occasione di cominciare a parlare di biopolitica e bioetica.

Intanto, vorrei riportare di seguito l'articolo 51 del codice penale in base al quale il Gup Zaira Secchi ha assolto l'anestesista in questione:

"L'esercizio di un diritto o l'adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica Autorita', esclude la punibilita'. Se un
fatto costituente reato e' commesso per ordine dell'Autorita', del reato risponde il pubblico ufficiale che ha dato l'ordine.
Risponde del reato altresi' chi ha eseguito l'ordine, salvo che, per errore di fatto, abbia ritenuto di obbedire a un ordine legittimo.
Non e' punibile chi esegue l'ordine illegittimo, quando la legge non gli consente alcun sindacato sulla legittimita' dell'ordine."

In secondo luogo, riporto gli altri due dettati normativi che, in un difficile "circuito interpretativo", sono stati alla base di questo caso giuridico:

art. 32 della Costituzione Italiana: "La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure
gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso
violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana."

art. 579 del Codice Penale(Omicidio del consenziente):"Chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui e' punito con la reclusione da sei a quindici
anni.
Non si applicano le aggravanti indicate nell'articolo 61.
Si applicano le disposizioni relative all'omicidio se il fatto e' commesso:
1) contro una persona minore degli anni diciotto;
2) contro una persona inferma di mente, o che si trova in condizione di deficienza psichica, per un'altra infermita' o per l'abuso di sostanze alcooliche o
stupefacenti;
3) contro una persona il cui consenso sia stato dal colpevole estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con inganno."

E' evidente, a mio parere, come il dettato costituzionale, che è la fonte prima di ogni diritto, si presti ad una serie di ulteriori e necessarie interpretazioni:

1. Concetto di salute
2. Concetto di persona umana
3. Libertà del cittadino di rifiutare le cure

Intanto, da Repubblica del 24 luglio scorso riporto quanto il Gup Zaira Secchi ha dichiarato:
Il medico non poteva rifiutare la richiesta del malato. Consenso e dissenso sono le facce di uno stesso diritto, garantito dalla Costituzione: per intenderci, se il
paziente ha il diritto di dire sì alle cure deve avere anche quello di dire no.(...) Il reato c'era, ma ho deciso di applicare l'art. 51 perchè secondo me è dovere del
medico assecondare la volontà del paziente di non continuare la terapia".

Sempre nello stesso articolo, si precisa che il Gup ha tenuto conto del "diritto all'autodeterminazione" , che sarebbe tutelato dal diritto internazionale e dal
codice deontologico dei medici.

Fin qui i fatti.

Il fatto vero è che la magistratura in questo campo, ancora decisamente mal regolamentato dalla nostra legislazione, sta applicando le norme che "a suo parere"
sono più giuste.

Inizio adesso una mia riflessione "aperta" e che non so precisamente a quali conclusioni, se ce ne saranno, mi porterà.

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Innanzittutto, ci troviamo in "balia" delle convinzioni del singolo giudice.

Certo, come troppo spesso accade ormai, la certezza del diritto risulta solo una bella teoria giuridica così come il concetto di democrazia, quello di libertà e via
dicendo.

Ci sono troppe norme e non di rado confliggono fra loro o sono suscettibili di interpretazioni estremamente soggettive.

E' inevitabile in tale quadro una riflessione di più ampio respiro, che deve partire necessariamente da considerazioni di tipo filosofico e solo in seconda battuta di
ordine giuridico.

Seguirò intanto il ragionamento che ha fatto Roberto Esposito nel suo "Bios, Biopolitica e Filosofia", che mi sembra particolarmente adatto alla problematica in
questione.

Il problema che il filosofo pone è quello del rapporto tra norma e vita e si rifà a Baruch Spinoza che è quel filosofo che ha saputo "destabilizzare gli apparati
concettuali del pensiero contemporaneo".

Roberto Esposito, prima di arrivare ad affermare quale rapporto ci dovrebbe essere tra norma e vita, conduce una approfondita analisi sul nazismo e sulla
biopolitica nazista in cui è prevalsa, drammaticamente, la normativizzazione della vita, anzi la "normativizzazione assoluta della vita".

La normativizzazione assoluta della vita, secondo R. Esposito, combina due prospettive apparentemente in antitesi:la normativizzazione stessa della vita e la
biologicizzazione della norma.

Il nazismo le attuò entrambe.

La questione può essere compresa in queste righe:

"A sua volta, però, questa biologicizzazione del diritto è l'esito di una precedente giuridicizzazione della vita: da dove altrimenti sarebbe derivata, se non
da tale decisione giuridica, la suddivisione del bios umano in zone di differente valore?

E' proprio questo scambio continuo tra causa e conseguenza, motivazione e risultato, che la macchina biopolitica del nazismo sperimentò il suo più potente
effetto mortifero. Perchè la vita potesse costituire il riferimento oggettivo, concreto, fattizio, del diritto, doveva essere stata già precedentemente
normativizzata secondo precise cesure giuridico-politiche.

Ciò che ne risulta è un sistema a doppia determinazione incrociata.

Come emerge anche dalla concorrenza combinata tra il potere dei medici e quello dei giudici nell'applicazione delle leggi biopolitiche, e cioè
tanatopolitiche, nel nazismo biologia e diritto, vita e norma, si afferrano reciprocamente in una duplice presupposizione incatenata: se la norma presuppone la
fatticità della vita come suo contenuto provilegiato, a sua volta la vita presuppone la cesura della norma come sua definizione preventiva. Solo una vità già 'decisa'
secondo un determinato ordine giuridico può costituire il criterio naturale di applicazione del diritto.(...)

Applicandosi direttamente alla vita, il diritto nazista la sottoponeva a una norma di morte che al contempo la assolutizzava e la destituiva. (...)

Cos'altro è il biodiritto nazista se non una miscela esplosiva tra un eccesso di normativismo e un eccesso di naturalismo? Se non una norma sovrapposta
alla natura ed una natura sovrapposta alla norma? Si può dire che in quella circostanza 'norma di vita' sia stata la formula tragicamente paradossale in cui vita e
norma si sono strette in un nodo che poteva essere tagliato solo all'annientamento di entrambe".

Si tratta, dunque, di trovare una politica della vita esattamente rovesciata rispetto a quella nazista e, secondo R. Esposito, a tale scopo risultano
inadeguati il positivismo giuridico, il giusnaturalismo, il normativismo ed il decisionismo .

Bisogna, secondo il filosofo, "tornare" (o "ripartire") a Spinoza e "bypassare" il formalismo hobbesiano e ilsostanzialismo biologico nazista.

La parola chiave è "reciproca immanenza", cioè vita e norma "non possono presupporsi a vicenda perchè fanno parte di un'unica dimensione in
continuo divenire".

La norma non è trascendente, in questa visione, rispetto alla vita, cioè non la regola dall'esterno assegnandole diritti e doveri, ma è la "regola immanente che la vita
dà a sè stessa per raggiungere il punto massimo della sua espansione".

Ne consegue che "ogni forma di esistenza, anche deviante o difettiva (...) ha pari legittimità di vivere secondo le proprie possibilità nell'insieme di
relazioni in cui è inserita".

Roberto Esposito parla di "naturalismo giuridico spinoziano" in cui "l'ordine giuridico si configura come un sistema metastabile di reciproche contaminazioni in
cui la norma giuridica si radica in quella biologica riproducendone la mutazione".

L'obiettivo è la "vitalizzazione della norma" e R. Esposito ci indica due pensatori contemporanei come punto di partenza: Georges Canguilhem e Gilles
Deleuze , di cui parlerò brevemente nel prossimo post assieme ad alcune prime "conclusioni", che sono per me un punto di partenza in questo ragionamento sulla
vita.

SECONDA PARTE

Rappresentazione artistica di un "buco nero", Fonte:Wikipedia.it

"Se dunque in natura qualcosa appare a noi ridicolo, assurdo o cattivo, ciò deriva

dal fatto che conosciamo le cose solo in parte e ignoriamo l'ordine dell'intera

natura e la coerenza del tutto e che vogliamo che tutto sia direttamente

secondo la prescrizione della nostra ragione:e invece ciò che la ragione

stabilisce esser male, non è male rispetto all'ordine

e alle leggi della natura universale ma unicamente

rispetto alle leggi della nostra sola natura".

Baruch Spinoza, da "Il Trattato Teologico-Politico"

Partiamo dunque da Georges Canguilhem, che, cito sempre R. Esposito, attua "il più esplicito tentativo filosofico di vitalizzazione della norma".

Il pensiero di Canguilhem intende "contestare quella riduzione della vita a semplice materia, a vita bruta, che proprio il nazismo aveva spinto alle più forti
conseguenze" ed a fondare una "filosofia della biologia" facendo della vita "l'orizzonte di pertinenza della filosofia" e sottraendo la vita stessa ad "un paradigma
oggettivista che, in ragione di una pretesa scientificità, finisce per cancellarne il carattere drammaticamente soggettivo".

Con Canguilhem la filosofia si interroga sul concetto di salute e di malattia e, quindi, su ciò che è "normale" da un punto di vista biologico rispetto a ciò che non lo è.

Per Canguilhem "la salute non è per niente un'esigenza di ordine economico da far valere nel quadro di una legislazione, ma è l'unità spontanea delle condizioni di
esercizio della vita": in sintesi, afferma da un lato la"soggettività della dimensione biologica" e dall'altro istituisce uno "scarto dinamico tra la vita ed il suo
concetto" nel senso che "il vivente è colui che eccede sempre i parametri oggettivi della vita".

Salute e malattia, pertanto, diventano Norma che "non si sovrappone alla vita, ma ne esprime una specifica situazione".

Si capisce meglio la posizione di Canguilhem quando dice che "la norma di vita di un organismo è data dall'organismo stesso, contenuta nella sua esistenza(...)la
norma di un organismo umano è la sua coincidenza con sè stesso".

Inoltre, è interessante la riflessione in base alla quale "l'anormale, logicamente secondo, è esistenzialmente primo", cioè la norma esiste solo in rapporto alla sua
infrazione e, quindi, la salute ("le potenzialità fisiologiche dell'organismo") si "definisce" solo in rapporto alla malattia.

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R. Esposito poi introduce l'innovatività del pensiero di Canguilhem, ovvero la distinzione tra normalità e normatività :

"La normalità biologica non sta nella capacità di impedire variazioni, o anche malattie, dell'organismo, ma in quella di integrarle all'interno di un diverso tessuto
normativo" per cui "l'uomo normale è l'uomo normativo, l'essere in grado di istituire nuove norme".

Canguilhem, cioè, va oltre il "paradigma immunitario" della cultura occidentale, basato sul potere di "conservazione" della vita ("trattenere in vita la vita") e
sulla "protezione negativa" (attraverso le norme statuali, che ne negano il "potere espansivo"; l'esempio più calzante dell'interpretazione della civiltà in termini di
auto-conservazione immunitaria è quello della vaccinazione, che introducendo un elemento patogeno nell'organismo lo difende contro l'elemento stesso) della vita.
Da quanto detto, direi che innanzittutto possiamo concludere in prima battuta che per Canguilhem:

1. Salute e malattia sono due concetti intimamente connessi e sotto certi aspetti difficilmente scindibili;

2. Il concetto di "normalità" della vita umana dipende dalla soggettività della vita stessa e, quindi, non è un dato oggettivo;

3. Il "tessuto normativo" è ciò che consente all'uomo di "essere normale": la norma, così, viene "vitalizzata" oltre la dimensione meramente biologico-
materialista e cerca di superare in senso affermativo ("biopolitica affermativa") la funzione immunitaria e "negativa" tipica degli ordinamenti giuridici.

Non esprimo ancora opinioni personali perchè sto riflettendo sui concetti di "natura umana", di "salute", di "malattia" e di "libertà" della e sulla vita.

Al prossimo post dove partirò da Gilles Deleuze per finire chissà dove...

TERZA PARTE

Fonte: Wikipedia.it

Dopo la visione di vitalizzazione della norma di Canguilhem, proseguiamo con Gilles Deleuze.

La strada "iniziata" da Canguilhem nel "segno di una biopolitica affermativa" si può dire che con Deleuze trova un ulteriore sviluppo, tale che si può partire dalle
sue conclusioni per gettare le basi di una politica della vita cherovescia la logica di morte nazista.

Il filosofo francese vede nell'immanenza assoluta della vita (similmente a Spinoza) la categorizzazione del bios: non ci sono reali dicotomie nella vita, come nella
visione cartesiana di res cogitans e res extensa, ma piuttosto la differenza è fra la vita ed una vita, cioè, come dice R. Esposito, "il passaggio dall'articolo
determinativo a quello indeterminativo ha la funzione di segnare la rottura del tratto metafisico che connette la dimensione della vita a quella della
coscienza individuale: c'è una modalità del bios non inscrivibile nei confini del soggetto cosciente e perciò non riconducibile alla forma
dell'individuo o della persona".

L'esempio fatto dal filosofo è quello del romamzo di Dickens Our mutual Friend in cui il personaggio di Riderhood in coma tra la vita e la morte emerge non più
per il suo passato , ma per la sua "grana biologica" : non è più l' individuo che tutti hanno odiato, ma una vita che si sta spegnendo e, al contempo, la vita che va
verso la morte, cioè rappresenta per tutti il proprio comune destino di esseri mortali.

La vita di Deleuze è una vita al di là del bene e del male (come per Nietsche) di pura immanenza, neutra, perchè solo il soggetto che l'incarna la può rendere
"buona o malvagia".

Una vita, diversamente da "la vita", è singolare ma non individuale e pertanto si dirige nel territorio dell'impersonale o di "una persona che non coincide con
nessuna di quelle in cui siamo soliti declinare il soggetto: io, tu, egli" .

Deleuze in questa visione si rifà ai concetti di Gilbert Simondon di preindividuale e transindividuale in cui "il vivente vive al limite di sè stesso, sul suo limite",
"vale a dire in una piega in cui si sovrappongono soggetto ed oggetto, interno ed esterno, organico ed inorganico".

L'immanenza, appunto.

In Deleuze la norma non deve trascendere la vita, ma deve esserne l'impulso immanente.

Al tempo stesso c'è una esaltazione del molteplice, del diverso e del divenire.

Mi rendo conto che il discorso che precede non è forse dei più comprensibili, ma il concetto di fondo da comprendere è che per affermare una politica della vita
bisogna, a parere dell'autore di Bios, Roberto Esposito, uscire fuori dalla logica di dicotomia tra vita e norma, che la storia ha insegnato essere foriera di tristi
degenerazioni che hanno portato alla tanatopolitica nazista.

Una norma che trascende la vita può portare quasi fatalmente ad affermare la morte.

Ma cosa vuol dire vitalizzare la norma e cosa possiamo intendere per immanenza della vita?

Probabilmente, per l'autore, vuol dire uscir fuori da un diritto che ponga al suo centro il concetto di persona, che implica quello di non-persona, per entrare in un
diritto che si basi sull'impersonale.

Infatti, Roberto Esposito ha recentemente pubblicato un libro dal titolo "Terza persona. Politica della vita e filosofia dell'impersonale", che ho cominciato a
leggere e di cui vi parlerò appena lo avrò ultimato.

Preannuncio solo che per R. Esposito il concetto di persona finisce, paradossalmente, per legare religione cristiana e laici portando ad effetti perversi e
necessariamente "dualistici" il rapporto tra biologia (l' "animalità") e coscienza individuale (la ragione, la volontà).

La ricerca di un diritto e di una politica per la vita, e quindi per la morte, è solo all'inizio.

QUARTA PARTE

"E' la vita, molto più del diritto, che è diventata allora la posta

in gioco delle lotte politiche, anche se queste si formulano

attraverso affermazioni di diritto."

Michel Focault

Ho appena terminato di leggere "Terza Persona - Politica della vita e filosofia dell'impersonale" di Roberto Esposito e posso quindi tracciare alcune prime
riflessioni sul discorso in itinere di quale diritto applicare a bios e thanatos.

Intanto, il libro in questione, lungi dal fornire "soluzioni", delinea invece un quadro storico del pensiero filosofico relativo alla vita ed agli influssi che hanno avuto
su di esso, a partire dall' 800, lo sviluppo di scienze come labiologia e l'antropologia, fino ad approdare, attraverso l' analisi della drammatica degenerazione
tanatopolitica del nazismo, alla visione di una filosofia dell' impersonale come possibile cambiamento di paradigma concettuale per poter finalmente
unificare bios e diritto in una sorta di "immanenza" in continua evoluzione che possa superare la dicotomia tra persona e vita, tra zoè (vita animale-biologica) e
bios (vita umana).

L'assunto di base è che proprio il fatto che il nostro diritto, a partire da quello romano, basandosi sul concetto di persona abbia portato ad un "effetto perverso"
definendo di conseguenza i sui opposti ed i differenti modi di "non essere persona".

Infatti, dice R. Esposito che "si parta dall'inizio o dalla fine, la persona veramente tale occupa solo la sua fascia centrale (tra zoè e bios n.d.a.), quella
degli uomini adulti e in salute, prima e dopo della quale si stende la terra di nessuno della non-pesona (il feto), della quasi-persona (l'infante),
della semi-persona (il vecchio non più valido mentalmente o fisicamente), della non-più-persona (il malato in stato vegetativo) e infine dell'anti-
persona (lo stolto)".

Ciò implica che nella nostra cultura giuridica il concetto di persona consolidatosi con la Dichiarazione Universale dei diritti umani del 1948, nata e concepita in
funzione di risposta anti-nazista (il nazismo aveva "schiacciato" l'uomo nel suo bios riducendolo ad esso e portando quindi al concetto di razza superiore), crea una
netta cesura tra chi è persona e chi non lo è e, in buona sostanza, tra diritto e Vita, fino a rappresentare nei suoi effetti un paradigma concettuale inidoneo a
regolamentare la Vita stessa senza creare discriminazioni e implicite "ingiustizie".;br />
Possiamo immaginare il dispositivo concettuale di persona come un territorio statuale con tanto di confini al cui esterno ci sono non-persone, anti-persone, quasi-
persone e semi-persone con diritti "diversi" e comunque soggetti ad un altro tipo di status rispetto alla Vita di cui comunque fanno parte.

Questa difformità di trattamento a parere del filosofo porta ad uno scarto tra Uomo e Cittadino che necessita di essere ricomposto con una filosofia giuridica
diversa, che potrebbe essere quella dell'impersonale.

Nel cercare di delineare cosa sia questo impersonale egli parte (in realtà il libro si "conclude" con loro) da filosofi come Focault e Deleuze, inviduando soprattutto
in quest'ultimo un fondamentale passaggio nella sua concezione di reale e virtuale.

QUINTA PARTE

(Solo in questo modo si arriverà) "ad una messa in comune dei problemi

letterari, filosofici, politici e sociali così come si pongono nella determinazione

di ogni lingua ed in ogni contesto nazionale. Il che presuppone che

ognuno rinunci a un diritto esclusivo di proprietà e di sguardo sui propri problemi,

riconosca che i propri problemi appartengono anche a tutti gli altri

e accetti così di considerarli nella prospettiva comune."

Maurice Blanchot

La filosofia dell'impersonale e la relativa biopolitica dovrebbero avere la funzione di "trascendere" il singolo per accedere ad un concetto della Vita come
"realtà comune" a tutti i membri del genere umano - e non solo - al di là di visioni nazional-nazionalistiche, identitarie e quindi giuridicamente diverse quali si
stanno sempre più creando per effetto e per contrasto alla globalizzazione.

La persona è densa di confini come abbiamo visto nel post precedente, mentre l'impersonale, pur così difficilmente definibile e "pensabile", è la Vita così com'è :
l'evento di Deleuze.

Rispetto a questo evento quindi non sarà più possibile esprimere un diritto diverso e aprioristico rispetto ad esso, ma sarà possibile solo un diritto che è esso
stesso la vita che vuole regolamentare.

La vitalizzazione della norma e la biopolitica affermativa di cui parla Roberto Esposito.

Il possibile, per Gilles Deleuze, diventa reale nel senso che la virtualità di un evento (es. la nascita o la non nascita dell'embrione) non è una mera ipotesi, ma una
realtà attuale anche se virtuale nella sua concreta realizzazione.

Pertanto la vita è sempre reale e, aggiungo io, va regolamentata in questa ottica.

Emerge così il fatto che definire giuridicamente chi è persona e, quindi, chi non lo è o lo è solo in parte, risulta una discriminazione aprioristica nei confronti della
realtà della vita e della sua "impersonalità".

La vita, mi pare di dover dire, deve essere oggetto di norme impersonali e, in quanto tali, realmente aderenti alla sua realtà, attuale o virtuale che sia.

Così in Deleuze l'uomo "diviene animale" nel senso che "l'animalità" diviene la nostra natura più intima e tangibile "a patto che per reale si intenda il mutamento
cui la nostra natura è da sempre sottoposta".

L'animalità di Deleuze non è però la persona schiacciata sulla sua natura biologica tipica della tanatopolitica nazista, ma l'uomo che si inserisce nella Natura e
nella Vita che lo circonda come parte di essa.

"La differenza sta nel fatto che, al contrario delle filiazioni di sangue e delle appartenenze di razza, esso mette in rapporto termini completamente eterogenei come
un uomo, un animale, un microrganismo.Ma anche un albero, una stagione, un'atmosfera. Perchè ciò che conta in esso, prima ancora del rapporto con l'animale, è
soprattutto il divenire di una vita che si individua solo spezzando le catene ed i divieti, le barriere ed i confini che l'uomo vi ha inciso".

L'uomo diventa animale nel senso di "persona vivente", "non separata dalla o impiantata nella vita, ma coincidente con essa come sinolo inscindibile di forma e
forza, di esterno e d'interno, di bios e di zoè".

L'immanenza, cioè, di cui si è parlato in precedenza.

L' impersonalità del diritto è evidentemente ben lungi dall'essere una realtà visto che è proprio il concetto di persona e di diritti umani che con la
Dichiarazione Universale del 1948 ha permeato l'intera costruzione giuridica occidentale e non, ovviamente in funzione di risposta anti-nazista.

D'altronde, come afferma R. Esposito, niente forse come i diritti umani sono oggi quelli più disattesi e violati nel mondo.

Questo ha portato il filosofo a concludere che la personalizzazione del diritto, per quanto comprensibile storicamente, non è stata e non è in grado di
dare "giustizia vera" al genere umano.

La persona e i suoi confini sono, invece, purtroppo il punto di partenza per la diseguaglianza e per le aberrazioni che la storia fino ad oggi ci ha mostrato.

Ripartire dall'impersonale, ossia dal collettivo più che dal singolo, ma più ancora dalla Vita così come è, forse potrebbe sconvolgere i nostri parametri di giudizio
consolidati, ma potrebbe aprire uno "spiraglio" verso "una persona aperta, ciò che non è ancora mai stata" e quindi verso una regolamentazione della Vita in
quanto tale e non in base a visioni ideologiche, scientifiche o pseudo-scientifiche.

La Vita come immanenza, come virtuale ed attuale, come "essere uguali nella molteplicità".

Potremmo rifletterci tutti quando ci chiediamo se e quando l'embrione è persona e se è giusto o meno che Welby avesse diritto o meno a scegliere di morire.

Ma ne parleremo ancora in futuro.