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RIZOM@, Convergenze fra Arte e Scienza

interventi di Ignazio Licata, Chiara Passa, Claudio Catalano


Scritto da MarioEs
venerdì 30 aprile 2010

Con RIZOM@ è iniziato al Brain 2 Brain Club su Second Life un ciclo aperiodico di
appuntamenti in cui parleremo delle convergenze e delle connessioni fra Scienza ed
Arte.

Come è stato già detto nella presentazione dell'evento, il termine rizoma è stato scelto
per la sua origine biologica e quindi per la sua inerenza alla Vita - Gilles Deleuze
direbbe in proposito che "il mondo non è né vero né reale, ma vivente" - e per la sua
straordinaria adattabilità ad una semantica della cultura basata sul concetto di "rete" e
sulle sue connessioni agerarchiche, sul suo sviluppo con dinamiche "bottom-up" e
con emergenze di nuovi significati e vettori di senso come quello della condivisione,
della cooperazione e del dono.

La serata è iniziata con l'intervento di Ignazio Licata, che, oltre alla formula dei
"creatori di mondi" già presentata anche nel libro "Le connessioni inattese-Crossing fra
arte e scienza" (2009), ha individuato nell'analogia una nozione fertile per poter
trovare i punti in comune fra scienza ed arte e per tentare di superare le "dicotomie
della logica occidentale".

Riprendendo le sue parole, "l'analogia non è una formula predefinita, ma è lo studio di


due territori di sapere e la ricerca di relazioni biunivoche dove l'elemento nuovo
interessante che le accomuna - quello della creatività - nasce quando la biunivocità non
viene rispettata e a quel punto emerge qualcosa di nuovo che è il mondo che ci stimola
a fare nuove domande e a dare nuove risposte" e dunque "il tessuto comune di scienza
ed arte è dato dall'atto creativo, che dipende dalla storia del soggetto, dai suoi
qualia e dalle sue conoscenze individuali che si innestano su un corpus di
conoscenze storicizzate".

In merito Ignazio Licata ha precisato come "non esiste scienza e non esiste arte senza
accettare questo corpus per poi eventualmente riscriverlo o rinnegarlo".

Importante è poi la scelta di un punto di vista e di una prospettiva per potere dare una
forma al mondo attraverso l'opera d'arte o il modello teorico: in tal senso "si gioca un
gioco applicando delle regole" (importanza delle regole) per poi "inventarne sempre di
nuovi".

Un altro elemento è poi il "medium", che per il fisico può essere la matematica e per
l'artista i materiali e citandoRosalind Krauss "una matrice generativa di convenzioni
derivate dalle condizioni materiali, uno spazio disciplinato di possibilità che si apre
all'esplorazione del mondo da parte dell'artista e dello scienziato".

Ignazio poi ha tenuto subito a precisare che "la realizzazione di un frattale o la


trasformazione delle radiofrequenze delle stelle lontane in suoni non è né arte né
scienza, ma sono attività ludiche, interessanti e con un valore fascinativo, ma non
hanno quella coerenza e quella continuità stilistica che ha a che fare sia con le scelte
individuali che con il corpus di conoscenze storicizzato" ed in questo si delineano già le
visioni di scienza ed arte basate su "un incontro a valle determinato dall'uso di una
particolare tecnologia ed uno, invece, a monte basato sul gesto cognitivo e su scelte
di descrizione del mondo".

Lo zoom, quindi, va piuttosto puntato sul "peso della semantica" (la visione del
mondo, la scelta di approccio, il punto di osservazione, la coerenza, la continuità
stilistica) nel cui ambito possono essere trovate le analogie fra l'artista, il musicista e lo
scienziato.

Attraverso il dipinto "Las meninas" (1656) di Diego Velázquez, Ignazio Licata ci ha


introdotto al tema a lui caro come fisico teorico ed epistemologo del rapporto fra
osservatore ed osservato evidenziando, in rapporto critico ad un certo "scientismo di
maniera" oggi anche abbastanza diffuso, che il costruttore di modelli è sempre dentro
al suo modello proprio come nel dipinto in questione l' "occhio dell'artista dirige il
nostro" - citando Michel Foucault de"Le Parole e le cose" (1966).

Con il famoso teschio di Hans Holbein (1533), I. Licata ci introduce il concetto di


anamorfosi (ri-generazione) ossia l'elemento creativo dell'osservazione stimolato nel
dipinto di Holbein da una "perturbazione emotiva, intellettuale e concettuale".

Nella fisica quantistica i twistors (una unità discreta di spazio-tempo) di Roger


Penrose possono sembrare delle"trottole" e sono stati rappresentati da Teresa Iaria
in un'opera intitolata appunto "Twistors" (2008) presente nel libro di I. Licata "La logica
aperta della mente" (2008).

Nell'opera di T. Iaria ovviamente non abbiamo a che fare né con un twistor né con una
trottola (entra in gioco l'elemento analogico) e - dice Ignazio - "proprio in questo non-
essere alcuna delle due cose ma qualcosa delle due cose assieme, che apre il gioco
della logica aperta sia al creatore che all'osservatore".

Ignazio ci ha poi parlato di un artista italiano contemporaneo forse poco noto, Gino De
Dominicis, affascinato dai temi dell'entropia e del tempo, che con le opere "Tentativo
di far formare dei quadrati invece che dei cerchi attorno ad un sasso che cade
nell’acqua" e "Tentativo di volo" del 1969 ha creato un rapporto "esemplarmente
analogico fra arte e scienza" proponendosi di superare "i gradi di libertà concettuali
della scienza, aspirando a fermare l'attimo, all'immortalità e alla reversibilità
dell'entropia".

Era il periodo di "Le due culture" (1963) di Charles Percy Snow sulla separazione fra
scienze esatte e scienze umanistiche: quanto ancora oggi gli scienziati sanno di arte o
quanto gli artisti conoscono il secondo principio della termodinamica?

Ignazio cita poi una intervista su Il Foglio del 1997 di De Dominicis in cui gli si
domanda "Che cosa veramente la interessa nella costruzione di un quadro?" e lui
risponde “Che una volta terminato mi sorprenda e mi rimandi più energie di quante ne
ho messe per realizzarlo. Così l’opera essendo ‘antientropica’ contraddice il ‘secondo
principio della termodinamica’ e si riappropria del problema della morte e
dell’immortalità del corpo, che è sempre stata l’istanza principale dell’arte visiva, senza
delegarlo alla scienza e agli scienziati, il che sarebbe pericoloso.” Ma l’opera d’arte
obbedisce, secondo lei, a criteri oggettivi o soggettivi? “Per metà la faccio io e per
metà si autodetermina” (il meccanismo dell'anamorfosi, della sorpresa e della
creatività).

L'arte si contraddistingue per una "soggettività radicale", ma anche la scienza non è


"ingenuamente oggettiva", ma è sempre "la scelta di un punto di vista sul mondo che
deve raccordarsi con una tradizione storica che ha creato degli strumenti e dei modi di
osservare".

Ad esempio, nella fisica quantistica i concetti di "particella" ed "onda" trovano una


sorta di convergenza e molto probabilmente cederanno il passo al concetto di"modi del
campo quantistico".
Nella stessa storia della fisica quantistica l'elemento soggettivo è tale che tra "il 1926
ed il 1927 nascono ben tre forme di meccanica quantistica", quelle di
Heisenberg per il quale contavano solo gli osservabili e le loro relazioni formali
tramite la matematica (una fisica "astratta"), quella di Dirac che estremizza l'approccio
matematico di Heisenberg e attribuisce valore fisico solo a ciò che si può calcolare sulle
cose e quella, infine, diSchrödinger che credeva che "la sua funzione
d'onda" (applicata sia nel campo molecolare che in cosmologia quantistica) esistesse
"realmente" nello spaziotempo. Le tre teorie sono equivalenti come è stato dimostrato
daPauli, a prescindere dall'approccio e dalla filosofia sottostante.

Infine, in campo letterario I. Licata cita la trilogia di Samuel Beckett "Molloy",


"Malone muore" e "L'innominabile" (pubblicati tra il 1951 ed il 1953) come esempio di
"scrittore quantistico" in cui "i personaggi sono in stato di sovrapposizione, permutano
secondo statistiche che violano il principio d’identità, fino a sovvertire i rapporti causali
spazio-temporali" e in cui "tutte le possibilità dell'esistenza diventano un io narrante".

Licata conclude con con la seguente riflessione "Scienza ed Arte: Sono la stessa cosa?
Evidentemente NO!
Sono due cose totalmente diverse? No, ma non è così evidente. Dunque: <<Sono
spazi disciplinati in cui la soggettività radicale incontra il mondo, le regole e la loro
storia; in entrambe la teoria e l’opera realizzano
"concrezioni del mondo" (cit. E. Bloch e N. Goodman...)>>".

In tutto questo, resta quello che lo stesso Ignazio Licata ha definito come "la resistenza
del mondo" a farsi descrivere una volta per tutte e, quindi, arte e scienza costituiscono
quella "coppia semantica" attraverso la quale l'essere umano può tentare di costruire e
inventare nuovi mondi sulla base di quelli "pre-esistenti".

Se è condivisibile quello che dicevano Maturana e Varela, ossia che "il mondo che
ognuno vede non è il mondo, ma un mondo che noi facciamo emergere assieme agli
altri", scienza ed arte ci offrono l'opportunità ed il piacere di osservare e descrivere da
prospettive diverse ma non antitetiche il mondo sempre "nuovo" in cui siamo immersi.

Un ringraziamento di cuore ad Ignazio Licata per la sua disponibilità, che devo dire non
è affatto comune e che gli fa onore come uomo di scienza e di cultura.

Nelle prossime note ci sarà la sintesi degli interventi degli altri relatori, a presto!
Chiara Passa - studi artistici, Accademia di belle arti e un master in nuovi media
audiovisivi - progetta le sue opere combinando vari mezzi e si occupa di net art.

Parte dall' animazione, proseguendo con la video installazione interattiva, soprattutto


in spazi pubblici e la net art(progetti interattivi, geomapping, blog art).

Nel 1997 inizia con l'animazione con esperimenti di decontestualizzazione del mezzo in
cui il rapporto con l'arte è sempre fortemente collegato alla tecnologia per poi
approdare alla video installazione dove si cerca il coinvolgimento dello spettatore
spingendolo a confrontarsi con un'altra spazialità e proiettandolo anche all'interno del
computer stesso.

Il luogo di queste video installazioni è autonomo e si muove oltre le proprie funzionalità


(Chiara lo definisce "super-luogo" in antitesi al non-luogo) e lo spettatore ne diventa
il protagonista.

Un esempio di arte digitale portata negli spazi pubblici è quella attivabile su chiamata
nelle cabine telefoniche che espongono un apposito adesivo di un progetto di Chiara
dove sono indicati i numeri telefonici attraverso i quali poter ascoltare una decina di
storie relative all'arte digitale.
Un altro esempio è la proiezione di un filamento di DNA sulla torre di Pisa, un'opera
interattiva ("Replicating architecture") in cui la texture si autoreplica generando vari
patterns grazie all'utilizzo di feed relativi a vari siti di net art che si trasforma in questa
texture di dna.

In un'altra video installazione - "Speaking at wall" - lo spettatore può creare la propria


personale dimensione attraverso la voce che rimodella lo spazio attorno a lui (il
risultato è autogenerato dalla voce).

In "Over the limbo" Chiara combina il mondo reale con quello di Second Life in un'unica
dimensione dove gli utenti possono dialogare con gli avatar.

Dal 2005 Chiara Passa porta avanti il progetto "Ideasonair" (blog art) dove lei ogni
mese posta un'idea per la realizzazione di opere d'arte inerenti a questa idea.

Le opere di ideasonair si possono trovare sul sito in 3 fasi: una in cui l'idea è
compiuta, contrassegnata dal colore verde, arancione quando l'idea non è ancora
matura, rosso per lo stato primordiale.
Per ideasonair le idee "girano attorno alla Terra" attraverso una "factory virtuale" e
vengono condivise; in tal senso, ideasonair è un'opera d'arte concettuale in progress e
che si può trasmettere proprio come il pensiero.

Chiara ci ha detto che il suo rapporto con la scienza non è diretto, anche se ci sono
state delle "suggestioni" - dalla teoria quantistica a quella delle stringhe (le micro-
dimensioni) - mentre attinge molto di più dalla filosofia e dal linguaggio minimale e
concettuale.

Ideasonair vuole far emergere una figura dell'artista che "esce fuori" dal suo studio e
condivide le sue opere.

Un'opera ancora in itinere è la "Mappa delle idee" fatta con le API (Application
programming interface) di Google Earth, che rileva per il mondo dei "pensieri random"
generati automaticamente dai post tramite twitter per 12 ore al giorno a partire dalla
mezzanotte.
Tali pensieri si "mescolano" ad un database di parole chiave.

Infine, Chiara ci ha parlato di esperimenti con la realtà aumentata - "Live


architecture - Meta Motus" - un'installazione che reagisce ai movimenti dello
spettatore, ispirata alla teoria delle micro-dimensioni (teoria della super-stringhe).

Grazie a Chiara per la sua entusiastica partecipazione e per la sua disponibilità!

Claudio Catalano, architetto, nel suo intervento ci ha parlato di architettura, simbolo e


scienza e di visione ecologica contrapposta ad una visione meccanicistica. Il simbolo, ci
ha detto Catalano, può essere considerato un mezzo per generare dei significati e delle
metafore e nella sua accezione più semplice è un "mettere insieme" delle parti e quindi
costituisce un ponte fra ambiti di rappresentazione diversa del reale. Il simbolismo
scientifico rappresenta il substrato ed il linguaggio dove delle intuizioni vengono
formalizzate ed analogamente avviene per quanto concerne l'edificazione del nostro
ambiente.

Alla base di ogni processo creativo, sia esso nel campo scientifico che in quello
architettonico piuttosto che in quello artistico, vi è l'intuizione che attraverso un
apparato simbolico viene riportata al mondo e resa fruibile. La scienza, oltre ad essere
"cultura del fare" (o eresia come direbbe Licata) è soprattutto generatrice di "visioni
del mondo" che sono molto importanti per il nostro modo di relazionarci alla realtà
stessa.

Catalano ha evidenziato che oggi il nostro ambiente costruito risente di una profonda
separazione fra spazi e significati, dove gli spazi stessi obbediscono a leggi basate su
speculazioni economiche e ingabbiamenti schematici che risalgono ad una concezione
cartesiana e meccanicistica del mondo.

Concepire il simbolo come punto di unione fra ambiti diversi del sapere significa
ridefinire i nostri rapporti con il mondo stesso, anzi con mondi che hanno i loro
significati abbastanza ben definiti che come delle bolle di sapone, però, possono
entrare in collisione compenetrandosi e dando vita ad intermondi che possono fornire
ulteriori significati.

Lo spazio costruito dell'antichità è stato espressione simbolica dell'ordine del mondo; la


correlazione al cosmo mediante l'imitazione, ad esempio, è una caratteristica non
esclusiva degli edifici ma anche degli agglomerati urbani.

Nella foto sottostante è rappresentata la pianta di Palmanova, classico esempio di città


di fondazione, dove questa struttura platonica è ben definita.
Il simbolo architettonico è dato in relazione a modelli del mondo definiti secondo teorie
sulla natura dell'universo, quindi l'edificio ha in tal modo una funzione di ponte fra la
percezione sensibile e quella sovra-sensibile.
La forma costruita delimitata secondo rapporti dimensionali e definiti si contrappone
alle forme naturali, quindi diventa misura della natura stessa.

Nell'antichità lo spazio generato dalla costruzione, separato dallo spazio esterno,


contapponeva l'ordine al caos e gli astri stessi erano dei simboli che rappresentavano
l'eternità nel loro movimento ciclico attorno ad un punto fisso.
La volta celeste quindi delimitava lo spazio e il movimento degli astri ne misurava il
tempo.
Il simbolo è una rappresentazione schematica di un'insieme di idee, quindi ogni
simbolo fa parte di una trama di interrelazioni.

Un edificio è un simbolo in senso metafisico quando il suo aspetto fisico e la sua forma
sensibile sono similitudini di paradigmi metafisici che derivano da principi che stanno
oltre la capacità dei sensi. L'atto della creazione di un concetto procede di pari passo
con l'atto del fissarsi in qualche simbolo.

Ma come entrano in contatto il linguaggio simbolico della scienza, dell'arte e


dell'architettura e come possono influenzarsi?
La risposta è forse banale: abbiamo bisogno di ritrovare un'unità perduta fra noi e la
natura, fra noi ed il creato.
Galimberti nel suo libro "La terra senza male" parla di nostalgia di un cosmo separato
dal Logos dove però c'è stato un tempo in cui l'essere umano si sentiva intimamente
connesso con l'universo mentre oggi "l'uomo non è più di casa sulla terra".

C'è da chiedersi in tal senso come possono le teorie scientifiche avere un ruolo nella
nostra "ripresa" dell'ambiente abitato.
L'architettura del Novecento, ci dice Catalano, è stata caratterizzata da una
separazione molto forte fra uomo ed ambiente dove prevale la fruizione funzionale ed
utilitaristica dello spazio costruito rendendo l'ambiente metafora di una macchina.
Questa visione della realtà ha portato alla creazione di agglomerati urbani senza alcun
legame con il "mondo esterno", il contesto naturale è scomparso per dare spazio
all'artificio.

Nell'antichità scienza, architettura e religione erano in stretta relazione, mentre l'arte e


l'architettura del XX secolo hanno generato un simbolismo che deve molto alla scienza,
come ad esempio una nuova visione dello spazio dovuta alla teoria della relatività.
Nel cubismo, ad esempio, l'apparato simbolico rende visibile quasi in modo didascalico
la portata della teoria della relatività che con altri sistemi descrittivi non potrebbe
essere agevolmente interiorizzata.

Il simbolismo contemporaneo che lega scienza e mondo sensibile può essere


rappresentato dal concetto di rete assimilabile ad una connessione infinita di cause (es.
la Torre dei venti di Toyo Ito del 1986 che prende forma in rapporto al mondo esterno).

La fisica quantistica, invece, non ha avuto influenza nei modi di fruizione dello spazio
costruito con la sua visione di una interconnessione profonda.
Sappiamo che l'osservatore non può essere separato dal mondo osservato e quindi
misurato, per cui ne consegue che:
1. in primis non siamo separati dal nostro ambiente ma la nostra interazione con esso
contribuisce a definirlo e a cambiarlo e
2. osservando la realtà secondo un rapporto soggetto-oggetto ne privilegiamo delle
parti a scapito di altre per poterle comprendere e ciò comporta una progettazione del
territorio disorganica.

Bisogna concepire l'ambiente come un organismo in trasformazione, ma come


trasferire i concetti di interdipendenza fra uomo e ambiente, fra osservatore ed
osservato nel settore dell'edificazione dello spazio abitato?

Gli insediamenti antichi sono dei sistemi naturali auto-organizzati dove uomo ed
ambiente sono in stretta correlazione e i materiali da costruzione provenivano dal
contesto naturale e i metodi costruttivi dalla tradizione e quindi dei veri e propri
ambienti ecologici (es. Shibam nello Yemen organizzata in funzione della possibilità di
smaltire i rifiuti tramite un apposito sistema idraulico, trasformare le sabbie in terreno
fertile che a sua volta serve a costruire la città stessa- una autopoiesi del sistema).

Altri esempi sono i trulli in Puglia e i nuragi in Sardegna, veri e propri organismi
viventi.

La concezione sistemica della vita conduce ad una concezione di ecologia profonda che
non separa gli esseri umani dall'ambiente naturale (come dice Fritjof Capra nel suo "La
scienza della vita") e non separa gli uomini fra di loro.
Per "riconquistare" la nostra umanità occorre ri-connettersi con la "trama della vita"
distaccandosi dall'antropocentrismo.
Catalano poi ci ha parlato di un suo progetto del 2009 intitolato "Jungle Town" (a
Dubai), un esperimento di approccio eco-sostenibile per la realizzazione di una vita
comunitaria basata sull'interazione uomo-ambiente attraverso la progettazione di un
organismo complesso dove sono predominanti i flussi di energia che lo rendono una
struttura con proprietà emergenti simili ad un organismo vivente secondo un approccio
progettuale sistemico che tiene conto dell'evoluzione che un insediamento ha nel
tempo.

Non più, quindi, il progetto razionalista che prevede di dare forme e regole che si
applicano in un dato momento ideale di partenza.
In questo progetto predomina l'aspetto locale su quello globale e naturale ed artificiale
sono in intima connessione.

Per quanto concerne le nostre città, già in qualche modo "condizionate dalla loro
evoluzione", Catalano suggerisce di superare l'approccio "retinocentrico" a favore di
un'immersione polisensoriale anche supportata dalla rete e dalla nuove tecnologie della
"augmented reality" al fine, in ultima battuta, di viverle pienamente e non come una
"cartolina".

Un sentito grazie di cuore a Claudio e a risentirci presto!