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Le (multi) dimensioni della mente

Scritto da MarioEs
sabato 20 dicembre 2008

Quando parliamo di mente molto probabilmente lo facciamo attribuendole una miriade di


significati, che ineriscono alle sue capacità cognitive, immaginative, creative, oniriche,
tecniche, emotive e chissà quanto altro ancora.

Ho iniziato da relativamente poco tempo ad approfondire la conoscenza della


conoscenza, come direbbe Edgar Morin nel suo Metodo 3, cioè a tentare di capire da un lato
cosa conosciamo della realtà e come lo conosciamo e dall'altro cosa è la mente che conosce,
come è emersa nella evoluzione della Vita e come sia possibile che da un "organo" - quale il
nostro cervello è - siano emersi processi cognitivi altamente complessi e, almeno in
apparenza, non strettamente "necessari" alla sopravvivenza di un "mammifero
atipicamente tecnologico" come l'Homo Sapiens Sapiens.

Quelli che seguiranno sono un pò di appunti in ordine sparso, senza pretese di rigore
scientifico, ma derivanti da riflessioni personali e dalle letture in cui giornalmente mi
avventuro spinto dalla mia curiosità di conoscere.

Conoscere la conoscenza, cioè tentare di capirne i meccanismi biologici, chimici, fisici,


culturali, psicologici, sistemici è molto probabilmente la sfida più ambiziosa ed entusiasmante
di questo secolo ed è ancora in una fase molto embrionale.

Tanto per iniziare vorrei prendere le mosse da alcuni concetti che dovrebbero esserci
familiari nel loro significato "ordinario", cioè del linguaggio "naturale" parlato giornalmente
da ciascuno di noi.

Questi concetti sono i seguenti: cervello, mente, coscienza, anima, consapevolezza,


pensiero, inconscio, ragione, intelligenza, sentimento.

Intanto, ci potremmo chiedere se questi concetti derivino da una nostra rappresentazione-


interpretazione-traduzione della realtà interiore ed esteriore senza corrispondere ad una
realtà "oggettiva" o se, invece, siano davvero "cose, capacità e/o processi diversi e
oggettivamente esistenti" per quanto originati dal nostro apparato cerebrale, ossia il
cervello in quanto organo biologico funzionale alla vita al pari dello stomaco o del fegato.

Bella domanda no?

Tags: brain 2 brain Mente Cervello Coscienza Consapevolezza

Non sperate, ovviamente, che io vi possa confortare con una soluzione definitiva ad una
domanda, per così dire"archetipicamente filosofica" e "filosoficamente archetipica", dato
che nessuna scienza ad oggi ci è ancora riuscita in maniera inconfutabile e "scientifica".

Le domande, d'altronde, in quanto espressione di un pensiero profondo e "problematico"


sono a mio parere forse più importanti delle risposte fornite dall'intelligenza razionale della
mente.

Pertanto, quello che, come sempre, mi propongo di fare è di stimolare le mie e le vostre
sinapsi per cercare di riflettere costruttivamente - magari anche "serendipicamente" - sulla
nostra capacità di conoscere la realtà.

Proprio così: la realtà.

Già il filosofo Immanuel Kant ci aveva ammonito sulla impossibilità di conoscere la


"realtà in sé" (il "noumeno"), ma che la conoscenza della realtà parte dal soggetto e dalle
"categorie a priori" della sua mente/ragione.

Per altro, all'epoca di Kant non esistevano strumenti di comunicazione estremamente


sofisticati come quelli di cui disponiamo oggi attraverso i quali, come sappiamo, la "realtà" ci
viene raccontata e narrata (Tv, radio, cinema) o, in una "logica 2.0", ce la raccontiamo
giornalmente in uno streaming continuo in cui l'individuo contribuisce alla formazione ed allo
sviluppo della cosiddetta "mente collettiva" e viceversa quest'ultima contribuisce alla
formazione ed allo sviluppo dell'individuo.

Oggi potremmo parlare, in estrema sintesi, di patterns e di schemi mentali (combinazioni,


interconnessioni complesse di neuroni al livello bio-chimico-elettrico) con i quali il nostro
cervello/mente conosce il mondo esteriore ed interiore in un continuo processo ad anello
ricorsivo (logica circolare) con l' "ambiente" fisico, biologico, chimico, sociale, culturale,
noologico.

In ogni caso, quando si parla di conoscenza si torna inevitabilmente ad una dicotomia fra
soggetto conoscente ed oggetto conosciuto (e/o da conoscere), in un processo laddove
lo stesso soggetto per conoscersi deve diventare oggetto, ossia deve creare una "distanza"
fra l' io ed il sé e fra sè stesso e l' "altro".

Un problema, dunque, vecchio come il pensiero filosofico quello della conoscenza e della sua
"realtà oggettiva".

Ma partiamo per gradi.

Intanto, ci possiamo chiedere cosa è il cervello e se esso coincide con la mente, dopo aver
cercato di capire cosa è la mente.

Citando Edgar Morin, potremmo chiederci:

" Questa massa gelatinosa (il cervello, nda), che cosa ha a che vedere con l'idea, la
religione, la filosofia, la bontà, la pietà, l'amore, la poesia, la libertà? Questa massa molle,
sorprendente al pari dell'addome della regina delle termiti, come può sfornare senza tregua
discorsi, meditazioni, conoscenza? Come accade che questa sostanza indolore ci arrechi
dolore? Cosa ne sa questo magma insensibile della felicità e dell'infelicità che ci fa
conoscere? Inversamente, cosa sa la mente del cervello? Spontaneamente, nulla. La mente è
di una cecità naturale inaudita nei confronti di questo cervello senza il quale non avrebbe
esistenza (...) La mente non sa nulla, da sola, del cervello che la produce ed il cervello non
sa nulla della mente che lo concepisce".

Ed ancora:

"Ci sono ad un tempo abisso ontologico e reciproca opacità fra un organo cerebrale
costituito da decine di miliardi di neuroni legati da reti, animati da processi elettrici e chimici,
da una parte, e, dall'altra, l'Immaginazione, l'Idea, il Pensiero. Eppure è insieme, anche
senza conoscersi, che essi conoscono".

Un abisso ontologico, appunto, che al tempo stesso divide e lega il cervello e la mente senza
che sia ancora stato possibile davvero capire dove, come e perché il cervello produca la
mente che a sua volta interagisce e modifica il cervello in un processo circolare continuo e
alquanto "misterioso".

Quello che intanto possiamo ipotizzare è che la mente possa essere una "proprietà
emergente" del complesso sistema-apparato cerebrale.

Il cervello, come dice Gerald M. Edelman nel suo "Seconda natura", :

"...pesa all'incirca 1300 grammi. E' uno degli oggetti più complicati dell'universo conosciuto.
La connettività cerebrale incute timore e meraviglia: il manto corticale pieno di solchi ha
pressappoco 30 miliardi di cellule nervose, o neuroni, e circa un milione di miliardi di
connessioni. Il numero delle possibili vie attive di tale struttura supera di gran lunga il
numero di particelle elementari dell'universo conosciuto".

E, aggiungo io, da tutto ciò emerge anche la coscienza e la coscienza della coscienza ("io
sono me").

Ma cervello, mente e coscienza sono la stessa cosa?

Oppure ha forse senso parlare di una "pluralità di livelli cognitivi dell'apparato


cerebrale", che si sono sviluppati secondo una "auto(eco)organizzazione" tipica dei sistemi
fisici e di quelli viventi?

E la consapevolezza cosa è? Si identifica con la coscienza/mente?

In proposito, Jean Didier Vincent nella prefazione al suo "Viaggio straordinario al centro del
cervello" asserisce che:

"Il cervello è il luogo dove risiede l' "io del corpo". (...) Spesso si crede di rompere con il
vecchio dualismo corpo/anima limitandosi a sostituire quest'ultima con il cervello, come se la
sede della nostra intelligenza, della nostra identità, della nostra grandezza, isolata nel cranio,
non fosse parte integrante del corpo; come se non fosse prima di tutto la chiave della nostra
incarnazione. Un dualismo dei cui miasmi spero di aver sgombrato completamente questo
libro. Per questo, come vedremo, ho preferito insistere su ciò che nel cervello ha a che fare
con le funzioni vitali più elementari, piuttosto che con le <<facoltà intellettuali >>".

Citando Auguste Forel, psichiatra svizzero di fama, J.D. Vincent afferma che "l'anima e
l'attività del cervello sono una cosa sola" e ci informa - a scapito di fraintendimenti -
che il suo libro è basato su questo assunto.

In buona sostanza, a suo avviso tutto ciò che la nostra mente "produce" e che dalla nostra
mente "emerge" deriva né più né meno che da processi organici e cellulari: è il tipico
"riduzionismo biologico", che analizza e spiega un sistema a partire dalle sue singole
componenti strutturali.

Indubbiamente, occorre "lasciar cadere completamente l'idea che possa esistere un


fenomeno psichico indipendente da un fenomeno bio-fisico" (Morin), ma come mai il
tutto, ossia le molteplici facoltà del cervello/mente, non sembrano essere l'esatto risultato
derivante dalla "somma delle singole parti"?

C'è una "differenza" fra l'attività bio-chimica-elettrica delle cellule cerebrali (i neuroni), quella
ormonale e fra queste e la coscienza umana, che ancora nessuna teoria scientifica è riuscita
a definire "oggettivamente".

La coscienza è soggettiva e, come dice Edelman, è un processo (emergente) non una


regione specifica del nostro cervello.

Parlare di una "differenza ontologica" fra cervello e mente ci riporterebbe a due metafisiche
antagoniste, come ben dice Morin: il Materialismo e lo Spiritualismo.

Ma dopo una prima apparente vittoria, dovuta allo straordinario sviluppo delle "scienze
esatte" (fisica, termodinamica, biologia, chimica) nel 19° secolo, il materialismo comincia
a vacillare nelle sue certezze con la nascita della meccanica quantistica, con il principio di
indeterminazione di Heisenberg e con la concezione stessa della materia della fisica sub-
atomica in cui "la particella è al tempo stesso un'onda" (ad es. i fotoni di luce), che
collide in maniera paradossale con la logica deduttivo-identitaria di tipo classico (principi di
identità, non contraddizione e terzo escluso) che aveva permeato e tuttora permea il metodo
scientifico.

Dunque siamo di fronte ad un "neo-dualismo" (entità materiali da un lato, come i neuroni


e l'organo cervello, e entità trans - materiali dall'altro come i simboli, le informazioni ed i
valori), che molto probabilmente deriva dalle nostre conoscenze ancora "primitive" sul
funzionamento del cervello e della mente e che altrettanto evidentemente deve essere
ricomposto almeno ad un concetto di "uni-dualità complessa" (Morin parla di paradosso
del non identico fra cervello e mente/spirito, che comunque si riferiscono ad una stessa
identità, definendolo "circolarità paradossale").

In proposito, il paradosso di cui sopra si può enunciare così:

"Che cos'è uno spirito che può concepire il cervello che lo produce? E che cos'è un cervello
che può produrre uno spirito che lo concepisce?".

Resta il fatto che come diceva Gregory Bateson già nel 1972:

"La mente dopo aver spiegato tutto, è divenuta ciò che deve essere spiegato".

Io partirò da due concetti - che mi sembrano fondamentali e che Morin ha introdotto nel suo
Metodo 3 - La conoscenza della conoscenza - : la computazione e la cogitazione.

to be continued...

SECONDA PARTE

Computare, da un punto di vista semantico, può indicare in prima battuta la capacità (quindi
anche la "potenza") e l'attività di calcolare (in senso logico-matematico) e può inerire, come
vedremo, sia a sistemi viventi che a sistemi artificiali (eventualmente anche a sistemi
"ibridi").

La computazione, in particolare, sembra presupporre una serie più o meno complessa di


"operazioni" svolte da un sistema - vivente o artificiale - per analizzare delle informazioni in
ingresso (input esterni), quindi esterne al sistema, che combinate ad informazioni
provenienti dal sistema stesso (input interni) danno luogo ad un risultato finale (output).

Fin qui la cosa non modifica molto la nostra comprensione dell'attività computante con
riferimento ai sistemi viventi.

E' molto interessante, invece, associare questo tipo di attività/capacità "calcolante", che
magari tenderemmo a riferire solo alle macchine artificiali come i computers, ai sistemi
viventi - a partire da quelli più semplici - perché come dice Edgar Morin nel suo Metodo, in
particolare nel 3° (La conoscenza della conoscenza) e nel 5° volume (L'Identità umana), la
vita nasce, si basa e si sviluppa grazie all'attività/capacità computante delle cellule ed alla
loro "misteriosa" auto-eco-organizzazione in sistemi via via sempre più complessi.

Esiste una biologia della conoscenza prima ancora di qualsiasi altra forma di conoscenza
(antropologia della conoscenza, conoscenza della conoscenza o "epistemologia complessa").

Ma cerchiamo adesso di fornire qualche chiarimento in più.

In prima battuta, Morin definisce la computazione come un "complesso organizzatore/


produttore di carattere cognitivo che comporta una istanza informazionale, una istanza
simbolica (manipolazione di segni e simboli, nda), una istanza di memoria (e quindi di
esperienza, nda) ed una istanza software (quest'ultima tipica dei calcolatori, nda)".

Alla base della computazione ci sono "operazioni di associazione e di separazione" che


possono avvenire in virtù di principi e regole stabilite (software) o in base a criteri biologici
emersi dall'azione combinata del caso e della selezione naturale.

Ad ogni modo, dice Morin, la computazione vivente - ed é qui il nocciolo del discorso - non
deve essere ridotta al mero calcolo numerico né al concetto di informazione.

Computare per un sistema vivente significa "con-siderare, com-parare, con-frontare, com-


prendere", oltre che calcolare, ed è una capacità/attività preesistente rispetto
all'informazione, che presuppone per poter essere considerata tale (cioè con un "valore") di
essere stata computata da un soggetto/sistema.

L'essere cellulare è, dunque, una "macchina computante vivente".

Esso computa con un "fine" (da non intendere in senso teleologico e ontologico-metafisico)
che è quello di sopravvivere e di "contrastare/resistere" al secondo principio della
termodinamica, che, come sappiamo, fa tendere qualsiasi essere vivente (l'universo fisico
stesso) verso la sua disgregazione e morte (l'entropia di un sistema chiuso aumenta,
inesorabilmente).

In buona sostanza, la materia vivente si è data una (auto)organizzazione volta a garantire la


propria integrità e sopravvivenza avvalendosi della attività/capacità computante "di sè, per
sé" - come dice bene Morin - consistente nello scambio continuo e computante di input/
output con l'ambiente esterno e con sé stessa.

Ma la "computazione vivente" non è la stessa cosa della "computazione digitale" dei


computers, dicevamo.

I computers sono stati programmati da noi, "il programma del batterio si trasmette di
batterio in batterio senza che se ne conosca o se ne concepisca l'origine".

I computers (ad oggi) non si ri-producono e non si auto-producono (ad es. la capacità di
rigenerazione continua e di auto-riparazione delle cellule), a differenza dei sistemi viventi che
lo fanno dai loro albori.

I computers dipendono in tutto e per tutto da un "deus ex machina" (cioè l'Uomo-creatore)


mentre i sistemi viventi si auto-organizzano.

La computazione digitale, in tale ottica, è "ontogeneticamente" e "filogeneticamente" diversa


in quanto deriva da un programma "esogeno" al sistema mentre quella vivente è emersa
casualmente e si è evoluta generando sistemi sempre più organizzati e complessi che hanno
lo "scopo" primario di preservarsi e di riprodursi.

La computazione vivente proprio per questo è "auto-eso-referente", in quanto è in grado di


distinguere soggetto e oggetto, il sé ed il non-sé, e proprio grazie a questa forma di
conoscenza biologica primordiale i batteri si sono evoluti nel tempo fino ai livelli inauditi di
complessità rappresentati oggi da Homo Sapiens.

I computer (sempre ad oggi), in sintesi, non sono capaci di auto(eco)organizzarsi


spontaneamente e non computano in maniera auto-eso-referente per sopravvivere e
riprodursi.

La differenza fra digitale (calcolo numerico binario) e vivente appare sostanziale, nonostante
il tentativo sempre più evidente dell'Uomo di replicare i meccanismi della computazione
vivente in forma digitale, in particolare con le nanotecnologie e la robotica.

La computazione digitale tenta di imitare quella vivente, ma non è qualificabile come


"vivente".

to be continued...

TERZA PARTE

Viviamo nella "scala di mezzo" (dal nostro punto di vista...), racchiusi fra l'infinitamente
piccolo della misteriosa scala sub-atomica e l' infinitamente grande dell'universo
cosmologico.
Ma anche in questa scala di mezzo, in cui è nata la Vita, possiamo spingere lo zoom, grazie
alla Tecnica ed alle scienze umane, dalla dimensione biologico-cellulare a quella organica fino
a quella psico-antropologica e socio-culturale.

Sembrerebbe, dunque, che la Realtà sia come stratificata in una successione di molteplici
dimensioni che acquisiscono via via una sempre maggiore complessità organizzativa in base
alla scala osservata.

Il cervello-mente non dovrebbe fare eccezione.

Esso, come tutto ciò che esiste, deriva dall'origine dell'universo ed è fatto della stessa
materia primordiale, che si è auto-organizzata nel corso di miliardi di anni in maniera sempre
più complessa.
Abbiamo visto come la Vita presupponga una biologia della conoscenza, cioè una attività di
computazione cellulare che è caratterizzata dall' autopoiesi e dall'auto-eco-organizzazione.

L'autopoiesi si distingue dall'auto-organizzazione in quanto inerisce il sistema nel suo


complesso e la sua attività protesa alla sopravvivenza nell'ambiente mentre l'auto-
organizzazione inerisce ai singoli elementi costitutivi del sistema ed alla loro continua
interazione.

Avendo realizzato che il Bios è una "realtà computante", resta da capire come si arrivi
dall'apparato neuro-cerebrale, afferente alla Physis, alla mente/coscienza/spirito afferente
alla Psiche, che è una "realtà cogitistica".

Si tratta, cioè, di unire res extensa e res cogitans attraverso una visione complessa del
rapporto fra apparato neuro-cerebrale e mente/coscienza.

Intanto, occorre dire che alla base della cogitazione c'è sicuramente una computazione, ma
che la cogitazione è una proprietà emergente della computazione cerebrale, che si distingue
per la capacità di riflessione (la coscienza), di astrazione (il pensiero e la rappresentazione),
di azione/decisione (l'intelligenza "strategica"), di emozione (l' "intelligenza emotiva"), di
creatività e di "irrazionalità" (fino alla "lucida" follia).

Morin in proposito parla di unidualità cervello-mente per sottolineare il fatto che sono due
dimensioni diverse ma intrinsecamente unite.

Inoltre, la coscienza di sè e del mondo diventa consapevolezza, ossia la capacità della


coscienza di assumere un meta-punto di vista e di attribuire un "senso" ed un "significato"
alla realtà.
Questo senso è necessariamente di natura soggettiva.

La coscienza, cioè, non può essere osservata con il metodo oggettivo di tipo scientifico
perché inerisce al soggetto, quindi la sua natura non è solo geno-tipica (la componente
"genetica", il programma del DNA) ma feno-tipica (l' "hic et nunc", l'unicità individuale e la
sua interazione con il sè e con il "fuori").
La coscienza sfugge alle scienze esatte perchè le scienze esatte hanno escluso il soggetto
dalla loro analisi e con ciò hanno escluso la "vita della e dalla vita".

La cogitazione si esprime attraverso il pensiero, la coscienza e l'intelligenza e la relazione


ricorsiva che intercorre tra esse.
Essa è legata al "senso" e quindi inevitabilmente associata alla interpretazione del mondo e
di sè stessi sempre in continuo divenire.

Sempre Morin, ci dice che la computazione si svolge attraverso due operazioni fondamentali:
la associazione e la separazione.
La logica della computazione è però differente da quella della cogitazione nello svolgere
queste due operazioni.
Nella attività di separare:
a. La computazione è caratterizzata da : dissociazione, selezione, rifiuto, opposizione,
disgiunzione (analisi), delimitazione, distinzione fra il sè ed il non sè, elaborazione delle pre-
classi e delle pre-categorie;
b. La cogitazione è caratterizzata da: sintesi, affermazione, negazione, contraddizione,
analisi attraverso il linguaggio, distinzione fra soggetto ed oggetto, elaborazione di categorie
e classi.
Nella attività di associare:
a. La computazione è caratterizzata da: relazione, dipendenza, coordinazione
(interdipendenza, interazione, assemblaggio), sintetizzazione (gerarchia, nucleazione),
identificazione (somiglianza, equivalenza), associazione condizionale;
b. La cogitazione è caratterizzata da: congiunzione, causalità, coordinazione delle parole e
delle idee in un discorso, sistemizzazione delle idee, principio di identità, il "se ...
allora" (implicazione logica).

In estrema sintesi, la computazione percepisce il diverso nel medesimo ed il medesimo nel


diverso attraverso una auto-conoscenza biologica (auto-computazione) mentre la cogitazione
percepisce l'unità nel diverso e nel molteplice ed il diverso ed il molteplice nell'uno attraverso
il linguaggio (auto-computazione ed auto-cogitazione).

Ci rendiamo quindi conto di come da una dimensione inerente il bios (apparato neuro-
cerebrale) emerga una dimensione complessa inerente la psiche e la mente/coscienza/spirito
costituita da "oggetti immateriali", ossia le idee (e purtroppo le ideologie...), i pensieri, le
rappresentazioni, i miti, i simboli che finiscono con il trascendere l'individuo per assurgere a
"vita propria" tanto da divenire così potenti da dominare la psiche stessa, sia individuale che
collettiva (comunitaria, sociale).
Quella sfera particolare che fu individuata per primo da Pierre Teilhard de Chardin : la
noosfera.

Se ci pensiamo, come diceva Changeux, i miliardi di neuroni che abbiamo nella corteccia
cerebrale non si differenziano affatto dagli altri neuroni, eppure ... fanno la differenza.

Siamo di fronte ad un processo di complessificazione in cui la somma è superiore ai singoli


addendi, un fenomeno ancora tutto da comprendere.

to be continued...

QUARTA PARTE

"La mente emerge e si sviluppa nella relazione fra attività cerebrale e cultura"
(...)
"Il computer ed il cervello sono due macchine, ma l'una è prodotta, fabbricata,
organizzata dalla mente umana, nata da una macchina cerebrale inerente
ad un essere dotato di sensibilità, affettività e di coscienza di sé.
Nessuna mente emerge dal computer, anche all'interno di una cultura,
mentre il cervello ha la capacità, tramite la mente, di riconoscersi
come macchina e anche di sapere che è più di una macchina".
(...)
"Il computo diviene cogito non appena accede alla riflessività
del soggetto capace di pensare il suo pensiero pensando sè stesso,
cioè non appena accede correlativamente alla coscienza di ciò che sa
ed alla coscienza di sè stesso. Il linguaggio e l'idea trasformano
la computazione in cogitazione.
La coscienza trasforma il computo in cogito".
Edgar Morin

Dicevamo, dunque, che la complessità con cui la realtà fisico-biologico-chimico-elettrica-


cerebrale-cosciente-spirituale si auto(eco)organizza è tale da determinare una sequenza di
"dimensioni emergenti" che si distaccano qualitativamente dalla dimensione immediatamente
precedente pur inglobandola.

Vorrei, a questo punto, provare a fare una sorta di sintesi di quelle che, a mio parere e sulla
base del "Morin-pensiero", sono le multi-dimensioni della mente:

1. Dimensione computistica (bio-fisico-chimico-elettrica) e auto-computazione (le cellule


sono "soggetti biologici", che distinguono il "sè" dal "fuori");

2. Dimensione Cogitistica (pensiero, coscienza, intelletto) e auto-cogitazione


(consapevolezza), così suddivisibile:

a. Dimensione dell'illusione e dell'errore ("self deception" o la menzogna a sè stessi,


razionalizzazioni abusive, tabù culturali, norme sociali, imprinting e paradigmi ideologici, fino
alla ..."follia");

b. Dimensione analogica e dimensione digitale;

c. Dimensione del Mythos (pensiero magico-simbolico);

d. Dimensione del Logos (pensiero razionale-logico);

e. Dimensione del linguaggio (denotativo e connotativo);

f. Dimensione creativa (che implica anche il sapersi distaccare dall' "imprinting culturale");

g. Dimensione spirituale - meditativa (dal "fai da te" fino alla dimensione religiosa "ufficiale",
che diventa invece Mythos);

h. Dimensione identitaria (siamo esseri multi-identitari);

i. Dimensione del "Senso" (etica, estetica, giustizia, valori, ecc.);

l. Dimensione emozionale (paura, felicità, motivazione ecc, la cd. "intelligenza emozionale").

Tags: brain2brain mente coscienza cervello relianza entropia

3. Dimensione Noologica (sociale, storica e culturale; "le idee" vivono di vita propria e si
servono delle energie psichiche umane per tramandarsi e sopravvivere nel tempo);

4. Dimensione inconscia (tra "computo" e "cogito", dimensione onirica, dimensione


pulsionale, la stessa dimensione computistica),

da cui :

possiamo dire con Morin che nell'Uomo si può parlare di una Dimensione Uni-Duale Cervello-
Mente (Bios-Physis-Psiche), per comprendere la quale occorre un PENSIERO COMPLESSO.

Il pensiero complesso è un pensiero in grado di accogliere le innumerevoli contraddizioni e


dicotomie (per la nostra logica tradizionale) della realtà considerandole in modo dialogico e
come una caratteristica profonda della complessità del nostro mondo.

"Il verbo complectere", infatti, come dice Morin nel volume dedicato all'Etica, "da cui deriva
complexus, significa <abbracciare>. Il pensiero complesso è il pensiero che abbraccia il
diverso e riunisce il separato. Il pensiero complesso stabilisce la relianza cognitiva; apre una
via che va e viene dalla relianza cognitiva alla relianza etica".

Relianza appunto. Ma di cosa si tratta?

Intanto, una breve digressione sul concetto di entropia, che deriva dal secondo principio
della termodinamica che afferma, in estrema sintesi, che un sistema termodinamico chiuso è
destinato a vedere aumentare il suo grado di disordine ed è "condannato" alla morte
(termodinamica).

La Vita, infatti, può sopravvivere proprio contrastando l'entropia grazie all'energia che può
assumere dal sistema in cui si è auto(eco)organizzata.

La Vita si nutre di neghentropia, ossia di entropia negativa e lo può fare perchè è un sistema
aperto termodinamicamente, cioè scambia energia ed informazioni con il proprio eco-
sistema, mentre l'Universo nel suo complesso è destinato, per quanto se ne sa, alla morte
termodinamica (l'Universo in sè è un sistema chiuso a meno di sorprese...).

Se consideriamo questa neghentropia come un processo che si contrappone all'entropia


capiamo in prima battuta cosa può essere, in una forma primordiale, la relianza.

La relianza è una forza che aggrega e che unisce a livello ancestrale la materia e quindi è alla
base della Vita.

In proposito, Morin afferma che:

"Lo spazio ed il tempo, grandi separatori, apparvero con il mondo, il nostro mondo. (...) Ma
quasi simultaneamente nell'agitazione iniziale sono apparse le forze di relianza, debolissime
all'origine, che provocarono la formazione dei nuclei di idrogeno ed elio, la genesi dei primi
aggregati giganti ed informi di particelle - le proto galassie. A partire dall'agitazione termica
primaria si verifica una dialogica indissociabile tra ciò che separa, disperde, annichilisce e ciò
che lega, associa, integra. Le interazioni fra particelle si traducono in collisioni e distruzioni
(così le particelle di materia sembrano aver compiuto un "genocidio" dell' anti-materia) ma
anche in associazioni ed unioni. Quattro (o tre) grandi tipi di interazioni permettono, nel
cuore del disordine dell'agitazione, di far sorgere un ordine fisico nella e con la formazione di
organizzazioni - nuclei, atomi, astri:

- le interazioni nucleari forti, che assicurano la formazione e la coesione dei nuclei atomici;

- le interazioni elettromagnetiche, che assicurano la formazione e la coesione degli elettroni


attorno ai nuclei;

- le interazioni gravitazionali, che raggruppano le polveri delle particelle in galassie ed in


stelle, le quali si formano quando la loro concentrazione gravitazionale raggiunge il calore di
accensione".

Per Morin, il nostro universo si costituisce in un "tetragramma dialogico" costituito dal


seguente anello ricorsivo: ordine, disordine, interazione e organizzazione.

Dicevamo della relianza.

Al livello dimensionale della coscienza umana, la relianza assume la forma dell'unione fra
soggetti/individui/persone tramite gli affetti, i sentimenti, le passioni, l'amore, il "sentire
comune", i miti, le magie, i totem, i paradigmi, le ideologie, le "visioni del mondo".

Società, culture, comunità, gruppi, tribù, famiglie, religioni, filosofie, metodo scientifico.

La relianza si esprime in molteplici modi e forme, ma sempre con il "fine" di opporsi al


disordine ed alla disgregazione.

to be continued ...

QUINTA PARTE
Dicevamo delle forze di relianza e di delianza, dell' entropia e della neghentropia e della loro
circolarità ricorsiva funzionale alla vita ed all'esistenza.

Ebbene, è proprio in questa "uni-dualità" che, secondo Morin, risiede il "segreto" della Mente
e, in generale, della Vita.

Il termine uni-dualità vuole proprio rappresentare il tentativo concettuale di riportare ad


unità la complessità multidimensionale della realtà, che in apparenza appare separata ed
iper-classificata dalla razionalità e dalla logica del metodo analitico scientifico.

Ad esempio, il nostro mondo emozionale appare, a partire dalle connessioni cerebrali, diviso
dal mondo razionale.

Questo fatto sorprendente è molto ben spiegato dallo psicologo Daniel Goleman nel suo
"Intelligenza emotiva" dove parla di "sequestro emozionale" per descrivere la connessione,
immediata e "privilegiata" dall'evoluzione biologica, tra l'amigdala e le altre parti del cervello
prima che la neocorteccia, deputata ad una analisi più approfondita e "razionale" delle
informazioni, possa farci prendere una decisione ponderata. Dice Goleman:

"Quando scatta l'allarme della paura, ad esempio, l'amigdala invia messaggi di emergenza a
tutte le parti principali del cervello: stimola la secrezione degli ormoni che innescano la
reazione di combattimento o fuga, mobilita i centri di movimento e attiva il sistema
cardiovascolare, i muscoli e l'intestino (...) I segnali che prendono la via diretta passante per
l'amigdala corrispondono ai sentimenti più primitivi e potenti(...) Le Doux ha scoperto che,
oltre alla via che dal talamo va alla neocorteccia, esiste un fascio più sottile di fibre nervose
che vanno direttamente all'amigdala. Questa via, più sottile e più breve, una sorta di "vicolo
neurale", permette all'amigdala di ricevere input direttamente dagli organi di senso; essa
può così cominciare a rispondere prima che quegli stessi input siano stati completamente
registrati dalla neocorteccia".

L'evoluzione biologica, dunque, ha fatto in modo di garantire una risposta immediata al


"pericolo" di tipo emozionale e "profondo" secondo connessioni privilegiate e solo in seconda
battuta sottoposte in Homo Sapiens al vaglio della neocorteccia "pensante": esiste un
"dualismo" già a livello biologico.

L'emozione, dunque, precede il pensiero razionale e cosciente.

Ecco perchè nell'essere umano sotto una parvenza di civilizzazione, sempre secondo Morin (e
io condivido, ovviamente), la vera natura è quella della barbarie della coscienza e della sua
preistoria.

Siamo ancora in balia delle nostre emozioni più profonde, sostanzialmente incapaci sia a
livello individuale che collettivo di saperle interpretare e gestire, "prigionieri" di miti e
religioni, di ideologie e luoghi comuni.

La preistoria della coscienza, in cui ci troviamo, è questo: siamo schiavi da un lato delle
nostre emozioni più profonde ormai del tutto inadeguate alla nostra realtà socio-culturale
iper-tecnologica e "civilizzata" e dall'altro siamo posseduti dalle nostre ideologie e dai nostri
paradigmi culturali dominanti.

Non di rado una dimensione cerca di soffocare l'altra, quando invece dovrebbero cercare una
reciproca armonia.

Siamo, altresì, degli analfabeti delle emozioni e della mente in quanto pensiero riflessivo ed
auto-riflessivo.

In qualche modo siamo "vissuti" dalle nostre emozioni e non abbiamo alcuna cognizione della
realtà tecnologica, in cui operiamo come funzionari sempre più inconsapevoli.

In una parola, siamo quasi del tutto inconsapevoli di ciò che siamo dentro e di ciò che ci
circonda fuori e le nostre risposte sono per lo più contestualizzate allo stato d'animo del
momento ed a paradigmi normativi che ci hanno insegnato a scuola o nella vita in modo più
o meno meccanico.

La complessità e la multidimensionalità della mente, in tal modo, viene ridotta da una cultura
cieca e normalizzatrice in una sorta di groviglio caotico di emozioni e pensieri in progressiva
implosione su sé stesso ed incapace di avere la benché minima comprensione del mondo.

La Preistoria della Mente, lo ripeto.

Dal singolo individuo alla comunità internazionale.

Come uscirne?

Difficile dirlo.

Il problema del nostro destino è molto complesso e, soprattutto, funzionale ad una idea di
"salvezza" inculcataci ormai nel profondo dalla religione prima e dalla scienza poi, che in tal
modo cerca di soddisfare il bisogno di speranza che c'è in ognuno di noi.

C'è sempre un Nemico contro il quale dobbiamo combattere e salvarci, oggi come tre milioni
di anni fa quando la prima scimmia "decise" di alzarsi sulle zampe e diventare eretta, dando
origine ad un percorso evolutivo ancora oggi "misterioso" e sorprendente.

Oggi questo Nemico è diventato l'Uomo stesso.

L'Uomo che inquina, che danneggia il Pianeta e che sta preparando l'Apocalisse con le sue
stesse mani, almeno confidando in ciò che ci dicono gli "esperti".

Un barlume di presa di coscienza sembra, d'altronde, prendere corpo anche grazie alle nuove
tecnologie della comunicazione.

Il centro nodale di questo processo è il Pensiero e la sua trasformazione in senso


paradigmatico.

Ancora una volta la lotta ancestrale tra Vita e Morte forse produrrà "il miracolo", ma
occorrerebbe capire se in questa contingente prevalenza della Vita sul nostro Pianeta ci sarà
posto per la nostra specie.

Eppure, la Mente sono convinto che ne avrebbe la capacità.

Occorre, però, invertire la sua "regressione", che purtroppo mi sembra ancora in atto.