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I tempi del Tempo

Scritto da MarioEs
INIZIATO il 30 dicembre 2008
CONCLUSO venerdì 10 aprile 2009

Tra poco più di un giorno sarà finito un anno, ma un attimo dopo saremo già immersi nell'anno
successivo.

Per l'essere umano il Tempo ha senso fisico nel momento in cui riesce a misurarne una
porzione: un millennio, un secolo, un anno, un mese, una settimana, un giorno, un'ora, un minuto,
un secondo, un micro secondo (10 exp -6 secondi), fino ad arrivare al "tempo di Planck" della
realtà subatomica (10 exp -43 secondi) dove la teoria della relatività di Einstein comincia a fare le
bizze e che almeno concettualmente può ancora essere dimezzato all'infinito senza mai raggiungere
l'istante "zero".

Ma cosa è il Tempo?

Esiste davvero o è solo un nostro modo di percepire la realtà in cui siamo immersi con (variabile)
coscienza e (dubbia) consapevolezza - un pò come gli atomi sono immersi nello spazio cosmico - e
di cui "subiamo" le leggi fisiche e termodinamiche particolari e "contingenti" al "nostro" universo
fisico-chimico-bio-antropo-psicologico?

Difficile dirlo con scientifica certezza.

Ma non è quello che, anche per mia incompetenza, intendo fare.

Quella che segue sarà, come mia abitudine, una riflessione di ampio respiro sul Tempo, anzi sui
"tempi del Tempo".

Proprio così, i tempi del tempo, perchè il Tempo per sua "natura fisica" non può essere un
concetto assoluto, non fosse altro per il fatto che l'Universo - di cui il tempo è parte costituente
anzi, come vedremo, una dimensione fisica - é osservabile e analizzabile a scale di grandezza
differenti, da quella micro a quella macro con "soggetti", "sistemi", "organizzazioni", "eventi" e
"dimensioni" differenti.

Del resto il buon Albert Einstein con la sua teoria della relatività ristretta e quella generale ce
lo ha dimostrato in maniera pregevole.

I suoi due postulati fondamentali asseriscono che:

1. Le leggi della fisica sono le stesse in qualsiasi sistema di riferimento (inerziale);

2. La velocità della luce è la stessa in qualsiasi sistema di riferimento (inerziale).

Senza addentrarmi nei dettagli, ricordo che nella teoria della relatività ristretta di Einstein il tempo
si dilata con l'aumentare della velocità (quindi dell'accelerazione) di un sistema di
riferimento e lo spazio si comprime.

Famoso, in tale contesto, è il paradosso dei due gemelli in cui uno viaggia su di un'astronave alla
velocità della luce per raggiungere una stella lontana e poi rientrato sulla Terra si ritrova il fratello
più vecchio di svariati anni.

Tags: brain 2 brain Tempo Big Bang Ipercomplessità Multidimensionalità

In questo apparente paradosso, è importante distinguere l'osservatore ed i sistemi di


riferimento, ossia la Terra, l'astronave nel viaggio di andata e in quello di rientro, senza contare
che potrebbe esserci un osservatore alieno sulla stella che misurerà dal "suo punto di vista" il
viaggio.

Tutto ruota attorno alla relatività della simultaneità dell'osservazione ed al concetto di "evento
simultaneo": il risultato finale comunque è che chi ha viaggiato a velocità elevatissime e prossime
alla luce è "invecchiato biologicamente di meno", ossia i due gemelli a causa della loro velocità
relativa differente hanno subito, per così dire, uno sfasamento dei tempi biologici che non sono stati
percepiti da nessuno dei due nel momento in cui erano in differenti sistemi di riferimento, ma
eclatantemente evidenti al momento del loro ricongiungimento sulla Terra.

I due gemelli per il periodo che sono stati separati sono invecchiati nel tempo relativo al
sistema di riferimento: in buona approssimazione hanno vissuti in "tempi diversi".

Sempre secondo la teoria della relatività, il tempo è una dimensione fisica dell'Universo, la
quarta dimensione, strettamente correlata alle tre dimensioni spaziali a noi note: lo spaziotempo,
appunto.

Già questo ci fa intuire che noi esseri umani siamo immersi almeno in una realtà fisica quadri-
dimensionale i cui punti spaziali vengono definiti "eventi" ed in cui la dimensione Tempo è forse
quella più difficilmente spiegabile e percepibile come una sorta di ulteriore dimensione fisico-
spaziale.

Fin qui sarebbe ancora facile, se non ci fosse il fatto che l'Universo, come dicevo, è osservabile a
differenti scale di grandezza dall' infinitamente piccolo all' infinitamente grande.

Noi viviamo nella "scala di mezzo", come direbbe Morin, e siamo vincolati al tempo di questa
scala e del sistema di (eco)riferimento costituito dal nostro pianeta e dal nostro sistema solare.

Come se non bastasse, siamo esseri dotati di coscienza, che sfortunatamente per alcuni e
fortunatamente per altri è una qualità emergente e soggettiva dell'apparato neuro-cerebrale.

La soggettività della coscienza apre, di conseguenza, le porte ad un ulteriore spazio di


complessità multi-dimensionale in aggiunta alla già complessa realtà fisica spazio-temporale.

Viviamo in un mondo iper-complesso ed iper-dimensionale, anche se non possiamo percepirlo


completamente con i nostri sensi e, di conseguenza, possiamo averne un'idea solo soggettivamente
oggettiva attraverso teorie e modelli scientifici sperimentabili e/o falsificabili.

Qualcuno si affida anche alla meditazione ed alla spiritualità per cercare di comprendere meglio
il rapporto che c'è fra l'Io e l'Universo e questa è sicuramente una capacità della Mente da non
sottovalutare, anche se difficilmente misurabile e per questo ancora forse e purtroppo poco
esplorata.

In tutta questa complessità, il Tempo è forse la variabile più misteriosa.

Esso fluisce a prescindere dai nostri orologi digitali ed atomici, esiste come dimensione fisica, ma
non lo vediamo (lo misuriamo), non lo possiamo toccare, ma lo "sentiamo" scorrere fuori e
dentro di noi.

Se fossimo immortali probabilmente il Tempo per noi sarebbe solo un "cambiamento di stati",
come l'essere bagnati quando ci si tuffa nel mare, ma non avrebbe "senso" un "prima" ed un
"dopo" rispetto al sé ma solo rispetto al sistema osservato.

Il Tempo di un immortale sarebbe solo un "divenire" di ciò che immortale non è ed un cambiamento
relativo di stati.

Una domanda che forse ci assilla e forse ci siamo fatti potrebbe essere: che cosa c'era prima che
tutto avesse inizio, magari con il big bang?

Può esistere un prima rispetto ad un' istante zero corrispondente alla nascita del Tutto? E
cosa esisteva in questo prima?

Il Tempo, dunque, è ed è sempre stato il nostro enigma principale...

SECONDA PARTE
Facciamo un "piccolo" salto indietro nel tempo e nella storia del pensiero e arriviamo nella Grecia
del V° secolo a.C., in cui Zenone di Elea formulò il famoso "paradosso di Achille e la tartaruga" , che
dimostra chiaramente nella sua logica come già allora il concetto di tempo fosse correlato a quello
di spazio ed a quello di "finito" ed "infinito".

Molto in breve, Achille viene sfidato da una tartaruga in una improbabile corsa e, generosamente, le
offre dieci metri di vantaggio.

Secondo Zenone, Achille non sarà più in grado di raggiungerla perchè quando lui avrà percorso 10
metri la tartaruga avrà percorso ad es. un altro metro, quando lui avrà percorso quel metro la
tartaruga avrà fatto un altro tratto e così via all'infinito...

Siamo di fronte, in questo caso, ad un tipico "errore della mente" in cui la realtà viene modellizzata
- in particolare lo spazio reale viene fatto coincidere con lo spazio geometrico euclideo fatto di
infiniti punti - e pertanto le conclusioni cui si perviene sono manifestamente in contraddizione con
l'esperienza.

Come vedremo successivamente, la stessa meccanica quantistica è dovuta ricorrere ad una


concezione "finita" alla scala microscopica sia dello spazio (i quanti, appunto, e la distanza di
Planck ) che del tempo (il già citato tempo di Planck).

Nel caso di Zenone, il suo errore è stato nel voler attribuire una lunghezza infinita ad un percorso
che invece nella realtà della scala fisica osservata è "finito" secondo i nostri criteri di misurazione e
di osservazione.

Ma già in questo paradosso, come dicevo, si nota come i concetti di tempo, spazio e di movimento
siano intimamente correlati (in merito è d'esempio anche il "paradosso della freccia", sempre di
Zenone ).

Un pò prima di Zenone, Eraclito di Efeso (Efeso, 535 a.C. – 475 a.C.) aveva parlato di Divenire con
il suo famoso "panta rei" (tutto scorre...) affermando l'impermanenza delle cose e la loro identità
illusoria.

"Nessun uomo può bagnarsi nello stesso fiume per due volte, perché né l'uomo né le acque del
fiume sono gli stessi", diceva il nostro.

Con Eraclito il tempo è associato ai concetti di identità e di realtà (in contrapposizione al concetto di
"illusione"), di essere e divenire (il divenire è inteso come sostanza dell'essere), ma anche a quello
di ciclicità (in futuro Nietsche parlerà di "eterno ritorno" ) e di dialettica dell'universo come
contrapposizione di forze di produzione e distruzione da cui ha origine la vita.

In qualche modo Eraclito è stato, sotto questo ultimo profilo, un precursore della teoria della
complessità contemporanea.

Decisamente opposta alla visione di Eraclito era quella di Parmenide (Parmenide di Elea , 515 a.C. –
450 a.C.), il filosofo dell'Essere, per il quale il molteplice ed il divenire sono illusori.

L'Essere di Parmenide - immaginato come una sfera perfetta - è unico, eterno, statico e ... senza
tempo.

In Parmenide emerge il concetto di Eterno come realtà "senza-Tempo" ed il tempo è solo una
illusione della percezione umana.

Il Tempo, in tale fase del pensiero umano, estrinseca la sua caratteristica principale ossia quella di
inerire alle categorie filosofiche dell'Essere e del Divenire ed alla loro dialettica forse mai più
"ricomposta", nemmeno dalla tecno-scienza dei nostri giorni, in maniera "definitiva".

Platone cerca di risolvere la dicotomia Essere-Divenire, Eterno-Finito, Statico-Mutevole, attribuendo


il Divenire e, quindi, lo "scorrere del Tempo" solo agli Enti del mondo fisico da noi percepito, mentre
attribuisce all'Iperuranio , il mondo delle idee, il carattere di eternità e di perfezione.
Nasce una "nuova dimensione", l'unica che può essere eterna e che secondo Platone dà forma al
mondo fisico imperfetto e trasformato dal continuo divenire.

Per Platone, inoltre, conoscere è ricordare (la reminiscenza - anamnesis).

Ne consegue l'esistenza di un'anima immortale e di un corpo mortale: la dicotomia che ci


porteremo dietro per i successivi duemila anni e chissà per quanto altro tempo ancora.

Il processo mentale è quello che partendo dalla osservabilità della molteplicità e della caducità delle
cose e degli esseri viventi (il mistero e la consapevolezza della morte) cerca di superare questo
"dato percettivo" attraverso la "creazione" di dimensioni eterne ed immutabili.

Platone, probabilmente, si rende conto che solo le idee possono sopravvivere - magari per sempre -
alla mortalità degli esseri viventi e, quindi, postula la loro non appartenenza alla nostra dimensione,
collocandole nell' Iperuranio.

Una grande intuizione, quella di Platone, che come ho detto altrove, citando Morin e Teillard de
Chardin, andrebbe oggi riletta e riconfigurata alla luce di una "Noologia" come disciplina di studio
delle idee e della loro dinamica complessa con la nostra società, la nostra cultura e la nostra mente.

Chi è strumento di chi?

Ancora una riflessione: Platone colloca l'eterno ed il perfetto in un "luogo" sopra-sensibile, ossia il
predetto Iperuranio.
L'eterno per esistere ha perciò bisogno in ogni caso di uno spazio, di una (nuova) dimensione che
ne consenta la stessa "pensabilità".

Ma tale spazio è però a-spaziale (in senso fisico tridimensionale) ed a-temporale.

Una dimensione che non può per Platone essere fisica, ma che deve necessariamente avere natura
"spirituale" e non corporea.
Ma questo spazio di che cosa è fatto? Evidentemente di anima ... di puro pensiero.

Uno spazio metafisico in cui e da cui il Demiurgo ha creato il mondo sensibile.

Per Platone quindi il nostro universo fatto di spazio e di tempo è frutto di un atto creativo di una
entità metafisica, al di fuori dello spazio e del tempo.

Aristotele cerca di evitare il ricorso ad una entità metafisica creatrice dello spazio e del tempo,
immaginando uno spazio finito anche se suddividibile all'infinito ed un tempo che seppure
potenzialmente infinito esiste in quanto misurabile.

"Questo, in realtà, è il tempo: il numero del movimento secondo il prima e il poi ", asserisce
Aristotele nella sua Fisica.

Esso diventa un predicato del movimento e - quindi - un aspetto "secondario" della realtà.

Il Tempo, il suo mistero, in base a quanto visto ha a che fare sin dai tempi della filosofia greca (e
ancora prima) con concetti quali: il Divenire, il Movimento, lo Spazio, l'Eternità, l'Infinito (attuale o
potenziale), il Finito, la Ciclicità, la Creazione, Dio, l'Anima, la Mente, il Corpo, la Vita, la Morte.

TERZA PARTE

E’ inesatto dire che i tempi sono tre: presente, passato e futuro.


Forse sarebbe meglio dire che i tempi sono tre: il
presente del passato, il presente del futuro e il presente del presente.
Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo
e non vedo altrove, il presente circa il passato
costituendo la memoria, il presente circa il presente l’intuizione,
e il presente circa il futuro l’attesa. Mi si permettano queste espressioni,
e allora ammetto e vedo tre tempi, e tre tempi cisono.”.
S. Agostino
"Analogamente (alle ombre su un piano bidimensionale, nda) la
lunghezza di un oggetto in moto è la proiezione su uno spazio tridimensionale
di un insieme di punti dello spazio tempo quadridimensionale;
essa è diversa in sistemi di riferimento diversi.
Ciò che è vero per le lunghezze è vero anche per gli intervalli di tempo.
Anch'essi dipendono dai sistemi di riferimento..."
Fritjof Capra

L'altro giorno ero in macchina ed ascoltavo distrattamente la radio in sottofondo, quando sento
l'annuncio dell'ultima degli AC/DC che, nel fluire in tutta la sua energia "hard-rockettara", mi ha
fatto pensare "Però, sono passati tanti anni e non sono proprio cambiati!".

In effetti lo stile degli AC/DC è rimasto quello nel tempo, o almeno la voce del cantante Brian
Johnson! In qualche modo per loro il tempo ... si é fermato.

Memoria e stili musicali a parte, torniamo al nostro discorso in termini più filosofici.

Sant' Agostino tra il IV° ed il V° secolo d.C. ha riflettuto a fondo sul concetto di tempo e, in
particolare, alla domanda su cosa facesse Dio prima di creare l'Universo rispose nella "Città di Dio"
in maniera davvero originale concludendo che "il mondo non è stato creato nel tempo ma con il
tempo".

Ciò significa che, incredibilmente, S. Agostino anticipò di quasi 1.500 anni le attuali concezioni
relativistiche e della meccanica quantistica in base alle quali spazio e tempo costituiscono un'unica
realtà quadridimensionale ed ebbero entrambi inizio simultaneamente con il "big bang" (o quasi
simultaneamente, come vedremo in base alla meccanica quantistica).

Corollario del ragionamento di Agostino è che prima dell'inizio del tempo esisteva solo Dio (per chi
ci crede), ma in una dimensione aspaziale ed atemporale (immaginiamo una dimensione di puro
spirito, anima, mente, "energia", ammesso che riusciamo a dare un senso spaziale intellegibile a
questi concetti metafisici), oppure - più prosaicamente - che non essendo esistiti momenti
precedenti all'inizio dell'Universo non potevano esistere né materia né spazio.

Come ben osserva Fritjof Capra nel suo "Tao della fisica" il grosso problema di concepire la realtà in
cui viviamo come quadrimensionale è dovuto al fatto che noi percepiamo fisicamente solo le 3
dimensioni spaziali e misuriamo, invece, il tempo con i nostri orologi avvertendone "fisicamente" la
ciclicità nello scorrere del giorno e della notte, nell'alternarsi delle stagioni e nel processo di
mutamento e del divenire di tutte le cose, soprattutto nel ciclo di vita-morte di tutti gli esseri
viventi.

Sempre Fritjof Capra, direi in maniera semplice e chiara, spiega come il tempo nella teoria della
relatività di Einstein sia un concetto solo, manco a dirlo, "relativo" al sistema inerziale di riferimento
ed all'osservatore di tale sistema.

Non esiste un Tempo assoluto, ma solo il tempo di quello specifico sistema osservato. Più aumenta
la velocità del sistema osservato più accadono delle cose sorprendenti a tale sistema: il tempo si
"dilata" (trascorre più lentamente) e lo spazio si "contrae".

Questo non significa che chi si trovi a viaggiare per pura ipotesi a velocità molto vicine a quelle
della luce avverta questi fenomeni di "rallentamento temporale", in quanto fa parte integrante del
sistema inerziale e non ha altri parametri di osservazione diretta che il sistema stesso.

Eppure tutte le sue funzioni biologiche saranno rallentate a confronto di un osservatore "fermo"
rispetto a lui , il suo orologio - che sia meccanico o atomico poco importa - andrà "più piano" e al
suo ritorno in quiete assieme all'osservatore "fermo" il nostro viaggiatore sarà "più giovane"
rispetto a lui (ricordiamoci del paradosso dei due gemelli).

Inutile dirlo: un risultato concettuale, avvalorato dagli esperimenti negli acceleratori di particelle,
incredibile.

Il tempo fisico, dunque, in base alla teoria della relatività non esiste se non assieme allo spazio ed il
suo fluire ha senso solo in rapporto all'osservatore ed al sistema di riferimento: il Tempo assoluto
non esiste.

Esiste, però, questo "immenso blocco spazio-temporale" quadrimensionale in cui le galassie si


allontano fra di loro, in cui la gravità dovuta alla massa dei "corpi celesti" deforma lo spazio-tempo
curvandolo, in cui i pianeti ruotano su sé stessi e attorno alle stelle, ed in cui la luce ha sempre la
stessa velocità costante.

Il fatto che la luce abbia una velocità costante, quindi finita per quanto elevatissima, è denso di
implicazioni affascinanti.

Intanto, quando noi puntiamo i nostri potenti telescopi verso lo spazio stiamo osservando il
"passato".

Dire che una stella è a 10 anni luce significa che l'immagine di questa stella che noi vediamo ha
impiegato 10 anni luce per arrivare fino a noi, per cui noi non potremmo mai osservarla come
"davvero è adesso".

Non solo, ma considerato che le galassie si stanno allontanando sempre più a causa dell'espansione
dell'universo sta accadendo che c'è una parte di esse che si è allontanata già oltre "il nostro
orizzonte degli eventi ", ossia la loro luce non potrà mai arrivare da noi per renderle visibili (si
allontanano più velocemente di quanto la luce possa impiegare a raggiungere i nostri telescopi).

Eppure esistono, nel passato oltre l'orizzonte degli eventi ... quel punto dello spazio che
caratterizza anche i famosi "buchi neri", dai quali non arrivano segnali di alcun tipo a causa della
infinita forza gravitazionale che li caratterizza e che causa una curvatura infinita dello spaziotempo.

Ma il tempo scorre anche nei buchi neri, anche se noi non siamo più in grado di misurarlo!

Come dice F. Capra:

"La contrazione della stella (in buco nero, nda) avviene in un tempo infinito. Tuttavia la stella non
"avverte" nulla di particolare quando si contrae oltre l'orizzonte degli eventi. Il tempo continua a
scorrere normalmente e la contrazione è completata dopo un periodo finito di tempo, quando la
stella si è contratta in un punto di densità infinita".

E ancora:

"Non solo sono relative tutte le misure riguardanti lo spazio ed il tempo, poiché dipendono dallo
stato di moto dell'osservatore,ma l'intera struttura dello spazio-tempo è inestricabilmente legata
alla distribuzione della materia. Lo spazio è curvo in misura diversa e il tempo scorre diversamente
in punti diversi dell'universo".

Anche i mistici orientali e non solo il nostro già citato S. Agostino avevano intuito la profonda unità
dello spaziotempo.

Nel suo libro Capra ne dà ampia testimonianza in una miriade di esempi molto sorprendenti perché
posti in parallelo con le attuali teorie cosmologiche e fisiche.

Ad esempio Capra cita lo studioso contemporaneo di buddhismo D.T. Suzuki in merito all'esperienza
dell' "eterno presente":

"Dimentichiamo il trascorrere del tempo; dimentichiamo i contrasti di opinioni. Facciamoci assorbire


dall'infinito e occupiamo il nostro posto in esso (...) L'assoluta tranquillità è il momento presente.
Sebbene sia in questo momento, questo momento non ha limiti e quivi è eterno diletto" (...) In
questo mondo spirituale non ci sono suddivisioni di tempo come passato, presente e futuro; esse si
sono contratte in un singolo istante del presente nel quale la vita freme nel suo vero senso. Il
passato e il futuro sono entrambi racchiusi in questo momento presente di illuminazione e questo
momento presente non è qualcosa che sta in quiete con tutto ciò che contiene, ma si muove
incessantemente".

Ed ancora, il maestro Zen Dogen Zenji :

"La maggior parte delle persone crede che il tempo trascorra; in realtà esso sta sempre là dov'è.
Questa idea del trascorrere può essere chiamata tempo, ma è un'idea inesatta; infatti, dato che lo
si può vedere solo come un trascorrere, non si può comprendere che esso sta proprio dov'è".

Se poi pensiamo che i diagrammi spazio-tempo della fisica relativistica subatomica, di cui
parleremo, utilizzati per rappresentare le interazioni fra le varie particelle, sono matematicamente
simmetrici rispetto al tempo rendendo teoricamente concepibile una loro lettura a ritroso nel
tempo, la nostra idea del trascorrere del tempo "in avanti" e della sua linearità comincia davvero a
dare segni di grande confusione.

Il fatto che l'idea di tempo fornita dalla relatività di Einstein sia difficile da comprendere a fondo ha
un caso emblematico nel famoso incontro-scontro con il filosofo Henri Bergson il 6 aprile 1922 alla
Société française de Philosophie dove erano stati invitati.

Bergson parlava del tempo della coscienza e psicologico mentre Einstein parlava di quello fisico e,
ovviamente, non si capirono mai o non si vollero capire.

Eppure che la mente abbia un tempo interiore non misurabile è abbastanza intuitivo se pensiamo
alle nostre emozioni che non di rado possono alterare la nostra stessa percezione del tempo o ai
casi più "complicati" dei mistici.

Abbiamo, dunque, rapidamente intravisto alcuni concetti di tempo : tempo lineare, tempo fisico,
"tempo metafisico", tempo relativistico (addirittura tempo "a ritroso"), tempo della mente, tempo
circolare (ciclico), tempo soggettivo e tempo "oggettivo".

Nei prossimi post proseguiremo in questo viaggio trasversale alla ricerca dei "tempi del Tempo", che
potremmo immaginare insieme alle (multi)dimensioni dello spazio come parti di un "tutto"
estremamente complesso.

QUARTA PARTE

Era inevitabile, parlando del tempo, incappare nel "dilemmatico" rapporto tra tempo oggettivo
(cosmologico, fisico) e tempo soggettivo (quello della coscienza).

Del resto, lo stesso tempo oggettivo, ossia quello misurabile e teorizzato dai modelli della fisica, è
soggettivamente oggettivo in quanto la sua concezione teorica e la sua misurazione dipende da
esseri senzienti e dotati di coscienza e da convenzioni comunemente accettate.

Diciamo, quindi, per semplificare, che si può parlare di un "tempo dell'oggetto" inteso come sistema
bio-fisico-chimico (prevalenza dell'elemento quantitativo) osservato e un "tempo del
soggetto" (prevalenza dell'elemento qualitativo) inteso come sistema psico-antopologico, oltre che
socio-storico-culturale.

Il nostro cervello, in base a quanto ci dicono le neuroscienze, percepisce il tempo attraverso l'azione
combinata di più aree cerebrali, in particolare il cervelletto, i gangli della base e la corteccia
prefrontale.

Secondo Carlo Caltagirone, per durate temporali molto brevi (nell'ordine di centinaia di
millesecondi, 10 exp -3 secondi) è il cervelletto a percepire gli intervalli di tempo mentre per
intervalli superiori interviene la corteccia prefrontale.

Immaginiamo, ad esempio, una ballerina che deve coordinare nello spazio e nel tempo
innumerevoli e complicati movimenti: in tali casi è il cervelletto a essere determinante nella
percezione del tempo e nella conseguente azione coordinata nello spazio.

Laddove la percezione del tempo non necessita di discriminare intervalli così piccoli è la corteccia
prefrontale ad occuparsi dell' "analisi del tempo".

E' chiaro, dunque, come la stessa vita biologica sia intrinsecamente predisposta ad un "ritmo
temporale", che presuppone una ciclicità ed un adeguamento delle funzioni vitali a questa ciclicità.

La Vita, infatti, da quando si è sviluppata sul pianeta Terra si è stabilizzata ed evoluta in base al
ciclo vita-crescita-riproduzione-invecchiamento-morte, che almeno teoricamente potrebbe durare
all'infinito, in stretta connessione con l'ambiente (auto-eco-organizzazione).

Come tutti sappiamo, le donne hanno il cosiddetto "ciclo mestruale" che si ripete per tutto il periodo
fertile ad intervalli di tempo regolare e la nostra giornata, ad esempio, è scandita in una ripartizione
temporale in cui il cosiddetto "bioritmo" è determinante.

La notte, almeno sei-otto ore, è destinata al sonno per motivi prettamente biologici e prolungati
periodi di insonnia forzata possono risultare estremamente dannosi per la salute.

Si parla, in questi casi, di "ritmi circadiani" degli esseri viventi, a partire dai batteri per arrivare fino
ad Homo Sapiens.

Negli animali, ad esempio, l'orologio circadiano è stato individuato all'interno dell'ipotalamo (nel
cosiddetto nucleo soprachiasmatico ) e il ritmo luce-buio è quello che determina la sua regolazione
attraverso la produzione di ormoni fondamentali come la melatonina.

E', perciò, evidente che al livello biologico il tempo sembra esprimersi soprattutto in fenomeni ciclici
regolati attraverso l'interazione sistemica degli esseri viventi con l'ambiente: cicli di riproduzione
sessuale, cicli vita-morte e relativa durata per le varie specie, cicli veglia-sonno in relazione al ciclo
luce-buio, cicli ormonali, cicli della pressione sanguigna e numerosi altri ancora.

I ritmi della vita sono così importanti che esiste una disciplina ad "hoc", la cronobiologia , che è
quella branca della biologia che studia i bioritmi della vita e degli esseri viventi.

Esistono, pertanto, oltre ai tempi delle particelle subatomiche, quelli della materia organizzata in
forma di esseri viventi con caratteristiche molto differenti.

E' come se a scale diverse la materia si organizzasse in maniera sempre più "ordinata" e con un
"suo tempo", fino ad arrivare al tempo (ai tempi, in verità) della mente e della coscienza.

E' evidente, quindi, che in qualche modo il tempo dipende dalla dimensione della scala osservata e
dalle sue qualità intrinseche.

Il tempo di una particella subatomica non è quello di una stella come il nostro Sole, di un essere
vivente o di una singola specie animale o vegetale.

Ma il vero "problema" si ha con la coscienza umana e la sua peculiarità nell'universo conosciuto di


percepire lo scorrere del tempo, di averlo ripartito in passato, presente e futuro, di avere raccontato
il tempo con la Storia, con la letteratura, di averlo descritto con la fisica, misurato con la tecnica, di
averci giocato con la fantascienza e la fantasia.

Newton, Leibniz e lo stesso Kant credevano in un tempo oggettivo ed assoluto mentre S. Agostino
aveva "relegato", per così dire, il tempo all' io interiore (alla coscienza), cosa che in altri termini
ripropose David Hume con la sua critica serrata delle idee di sostanza ed identità personale e di
rapporto causa-effetto in base ai quali concluse che il tempo è una categoria della nostra mente e
non della realtà esterna ad essa.

Hume fu il primo, dunque, ad affermare il fatto che la rappresentazione della realtà potesse avere
un rapporto di conoscenza probabilistico con la realtà stessa, la cosiddetta "realtà in sé", il
"noumeno" kantiano.

Ma il sogno umano e la sua aspirazione all'Assoluto non si fermeranno con Hume, ma proseguiranno
sotto altre forme fino ai giorni nostri, dove la fisica è ancora alla ricerca della "teoria del tutto" e sta
cercando di unificare in una sola soltanto le quattro forze o interazioni fondamentali dell'universo
(elettromagnetismo, gravità, interazione nucleare debole e interazione nucleare forte).

L'idealismo di ascendenza (neo)platonica lo ritroviamo in Henri Bergson, già citato in precedenza, e


nel suo concetto di durata dove il filosofo non vede una contraddizione tra i "tempi relativi" al
sistema di riferimento inerziale postulati dalla relatività, che egli considera "fittizi", e la sua idea di
un "Tempo universale" del quale partecipano tutte le coscienze individuali.

Con Bergson, dunque, il tempo è una realtà metafisica, una caratteristica profonda della coscienza,
che è irrimediabilmente distinta dal tempo o, meglio, dallo spaziotempo di matrice einsteiniana.
La filosofia ad un certo punto si è dovuta inevitabilmente focalizzare sul linguaggio, attraverso il
quale noi esprimiamo i nostri pensieri e raccontiamo le nostre esperienze e sensazioni.

Un punto cruciale dell'analisi del tempo attraverso il linguaggio è stato probabilmente raggiunto da
John Mc Taggart nel 1908 distinguendo gli enunciati in due tipi: quelli atensionali e quelli
tensionali.

Gli enunciati atensionali sono quelli del tipo "il giorno X è accaduto nel posto Y che..." e, come si
nota subito, sono indipendenti dal tempo nel senso che sono una sorta di "verità eterne" - o sempre
veri o sempre falsi - perchè mancano di ulteriori elementi informativi di contesto per poterli
collocare realmente nel tempo del parlante, gli elementi che Mc Taggart definisce tensionali e che
nel caso citato potrebbero essere "noi ci troviamo nel posto Y e oggi è il giorno X+1".

L'enunciato tensionale è strettamente dipendente dal contesto spazio temporale, a differenza di


quello atensionale, che o è sempre vero o sempre falso.

Mc Taggart dimostrò che gli enunciati tensionali, ossia dipendenti dallo spazio e dal tempo, che
fanno riferimento a passato, presente e futuro, sono intrinsecamente contraddittori da ciò
conseguendo che i soli enunciati atensionali e quindi "privi del tempo" sono coerenti.

McTaggart ne concluse l' "irrealtà del tempo" da un punto di vista logico.

Il tempo sarebbe dunque, in tale analisi, epistemicamente aperto, ma ontologicamente chiuso (cioè
statico): il divenire sarebbe una pura illusione.

QUINTA PARTE

"L'essenza assoluta non é né ciò che é esistenza né ciò che


non é esistenza, né ciò che è ad un tempo esistenza e
non esistenza, né ciò che non é ad un tempo
esistenza e non esistenza"
Asvaghosa

Immaginiamo che per un attimo tutto l'universo si fermi, ossia che tutti i movimenti e le dinamiche
dal livello macroscopico a quello subatomico si interrompano d'incanto: esisterebbe ancora il tempo
in tale situazione?

Nell'immobilità assoluta, ossia senza il divenire continuo tipico di materia ed energia, il tempo molto
probabilmente non esisterebbe nemmeno nella sua forma relativa, a meno del tempo percepito
dall'osservatore se la sua coscienza continuasse ad essere viva, ossia in "movimento fisico-bio-
chimico-psichico".

Ovviamente, se anche la coscienza si fermasse nell'immobilità assoluta nulla potrebbe più esistere
pur essendo di fatto esistito fino ad un attimo prima ed essendo immaginabile ancora per pura
immaginazione la sua esistenza in questa fase di "assoluta staticità".

Questo esempio molto teorico ci fa capire che il tempo è intimamente collegato alla natura dinamica
della materia, dell'energia e della coscienza umana che osserva i fenomeni.

Tutto, dunque, è movimento e divenire continuo.

La materia, infatti, in base alla fisica subatomica quantistica può essere intesa come una
"configurazione dinamica" uni-duale, ossia interpretabile sia come particella sia come onda di
probabilità, caratterizzata dal principio di indeterminazione (posizione e velocità/quantità di moto
non sono determinabili con precisione contemporaneamente a meno di un errore maggiore della
scala spazio temporale di Planck) e dalla equivalenza relativistica con l'energia.

La materia, dunque, non è mai inerte al suo livello subatomico ed è "equivalente" all'energia in
base alla nota equazione di Einstein E=M* c exp2.
Come dice Fritjof Capra:

"La scoperta che la massa non é altro che una forma di energia ci ha costretti a modificare in modo
sostanziale il nostro concetto di particella. Nella fisica moderna, la massa non è più associata ad
una forma materiale e quindi le particelle non sono più viste come costituite da un qualche
<<materiale>> fondamentale, bensì sono viste come pacchetti di energia",

ed ancora:

"Le particelle subatomiche sono figure dinamiche che hanno un aspetto spaziale ed un aspetto
temporale. Il loro aspetto spaziale le fa apparire come oggetti con una certa massa, il loro aspetto
temporale come processi ai quali prende parte l'energia equivalente della loro massa".

Questa ultima affermazione, inoltre, ci fa comprendere l'intima correlazione fra tempo ed energia.

Ancora Fritjof Capra, parlando di "danza cosmica" in riferimento a questa natura dinamica della
realtà subatomica, dice:

"Oggi conosciamo più di duecento particelle, la maggior parte delle quali vengono create
artificialmente in processi d'urto (negli acceleratori di particelle, nda) e vivono solo per un intervallo
di tempo estremamente breve, molto meno di un milionesimo di secondo! E' quindi del tutto
evidente che queste particelle dalla vita così breve rappresentano soltanto forme transitorie di
processi dinamici".

Negli urti ad alta velocità si formano le cosiddette particelle virtuali ossia configurazioni della
materia che possono esistere solo per un intervallo di tempo non superiore a quello concesso dal
principio di indeterminazione di Heisenberg e, in particolare, tutte le interazioni fra particelle nei
cosiddetti campi quantistici sono interpretate come scambio di queste particelle virtuali.

Quindi, ci rendiamo conto di come ciò che alla nostra scala di grandezza spazio temporale appare in
una certa configurazione sia in qualche modo l'emergenza di una realtà molto più profonda e
"fluida" come quella subatomica, in cui la logica classica perde ogni efficacia e in cui i concetti di
spazio, tempo, materia ed energia sono intimamente correlati in forma uni-duale.

Come dicevo in precedenza, i fenomeni sub atomici possono essere rappresentati con i diagrammi
spazio-temporali di Feynman che possono essere letti matematicamente indifferentemente rispetto
al tempo, ossia sia come evoluzioni lineari del tempo (dal passato al futuro) sia a ritroso (dal
"futuro" al "passato") come fenomeni dinamici delle antiparticelle di materia.

Ma allora il tempo può essere una realtà bidirezionale, che noi percepiamo solo in un senso a causa
della nostra particolare natura bio-chimica e termodinamica?

Secondo Ilya Prigogine no.

Per l'illustre scienziato russo, studioso di termodinamica e dei sistemi da lui definiti dissipativi
(ispiratore anche della evoluzione della teoria della complessità), la "freccia del tempo" esiste ed è
una profonda caratteristica del nostro universo, ciò che dà sensatezza al cosmo.

In una intervista , egli asserisce:

"C'é una freccia perchè c'è una evoluzione nel cosmo, un principio che orienta e dà ordine al
molteplice. Nella biologia si va dall'organismo monocellulare al multicellulare, a livelli sempre più
complessi: si procede nel senso di un'evoluzione, si va avanti. La freccia è, io ritengo, e credo di
averlo anche provato con le mie ricerche ed il supporto dei miei collaboratori, l'unica via della
complessità. Perchè le particelle sono già inserite in un contesto di complessità, quale è il sistema
biologico. Francois Jakob disse <<Il sogno delle particelle elementari è rimanere stabili>>. Per
rimanere stabili è necessario un sistema estremamente complesso, una struttura molto complessa.
In un certo senso così si può dire che esiste una storia della complessità in ogni dimensione. La
freccia del tempo , per altro, la troviamo in tutte le entità presenti del cosmo, piccolissime e
immense".

Il nostro universo, come sappiamo, è caratterizzato dall'entropia che è un fenomeno termodinamico


irreversibile che lo porta ad un graduale e fatale destino di "morte termica": questa può essere una
immagine efficace della freccia del tempo di Prigogine.
L'entropia dell'universo, inoltre, è un altro argomento a favore del fatto che l'universo in cui viviamo
non può sempre essere esistito, almeno nella forma che conosciamo.

Ecco perchè è nata la teoria del big bang che cerca di spiegarci come si è originato ciò che oggi
possiamo osservare, con tutte le aporie che la nostra logica ci induce a ritenere incomprensibili
legate al "cosa esisteva prima" e "cosa c'è fuori".

SESTA PARTE

Cosa c'era prima del Big Bang dunque?

Una domanda del genere, se adottiamo una visione del tempo "lineare" in cui è sempre possibile
immaginare un prima ed un dopo, un pò come è possibile immaginare l'asse dei numeri reali in cui
esistono infiniti numeri prima e dopo lo "zero" ed infiniti numeri tra zero ed un numero qualsivoglia
piccolo, scelto a piacere, tra zero ed 1 o fra zero e -1, potrebbe apparire "normale" e "naturale".

Diciamo "matematicamente" logico.

Ma quale è la logica della fisica, invece?

Nel modello standard, che descrive la fisica subatomica attraverso la meccanica quantistica e la
relatività, come scrive Paul Davies, "l'universo ha origine in uno stato singolare di densità infinita e
di curvatura spaziotemporale infinita".

Davies rappresenta per semplicità questo "inizio" come il vertice di un cono rovesciato (l'universo in
espansione) e prima del vertice c'è il "nulla", ossia non esistono regioni fisiche e quindi non esiste
né spazio né tempo.

Sono i "misteri" della logica quantistica.

Tenendo ferma questa immagine del cono rovesciato, esiste poi un'altra ipotesi suggestiva, nota
come ipotesi di Hartle-Hawking , in cui i due scienziati adottano il concetto di sfocatura quantistica
fra spazio e tempo, per cui il tempo sfocherebbe gradualmente in spazio fino a confondersi in esso
in prossimità del Big Bang: il vertice del cono, che abbiamo adottato come rappresentazione
analogica, diventa "arrotondato" come una sorta di ciotola.

Il tempo nascerebbe in tale ottica, in base al principio di indeterminazione, all'esterno della scala
spaziotemporale di Planck (10 exp-43 secondi dopo il big bang e 1,6 × 10 exp-35 metri).

Ma cosa ci sarebbe sotto questa ciotola?

Secondo Hartle e Hawking proprio niente, si tratta di una domanda senza significato fisico.

Certamente, però, resta la forte aporia del meccanismo del big bang e della sua presunta "unicità".

Perchè ci sarebbe dovuto essere un solo big bang?

Indubbiamente, già immaginare una singolarità dello spaziotempo con densità e curvatura infinite,
direi, che è alquanto difficile, ma la cosmologia è andata oltre fino ad ipotesi di un multiverso e dei
cosiddetti "universi-tasca" continuamente generati da fenomeni di "inflazione caotica perpetua", che
potrebbero essere eterni cioè non aver mai avuto un "inizio".

Una analisi molto particolare del tempo la dobbiamo al fisico Nikolai Alexander Kozyrev ed alle sue
"onde torsionali" ed ai relativi "campi torsionali".

Intanto, occorre premettere che esiste in base alla fisica quantistica una "energia del vuoto", detta
anche Zero Point Energy , i cui valori sono molto elevati se, come ritengono i fisici John Wheeler e
Richard Feynman "in una lampadina ad incandescenza in cui il filamento è posto sotto vuoto, c'è
abbastanza energia per far bollire tutti gli oceani del pianeta" (cfr. Scienza e Conoscenza, n.18 -
ottobre 2006).
Negli esperimenti condotti il Vuoto è realizzato eliminando ogni traccia di aria e raffreddando lo
spazio fino a -273 gradi sotto zero e isolandolo da ogni campo elettromagnetico attraverso una
gabbia di Faraday.

Gli esperimenti di Kozyrev all'interno del "vuoto" con oggetti in rotazione (es. giroscopi) portarono a
risultati sorprendenti: se veniva impressa una variazione qualsiasi su oggetti abbastanza vicini ai
giroscopi (es. vibrazioni, riscaldamento ecc.) questi ultimi reagivano con variazioni del loro peso ed
il tutto avveniva "a distanza".

Kozyrev ne concluse che si trattasse dell'effetto dell'assorbimento delle onde torsionali (associate
alla "energia del vuoto") all'interno del campo del punto zero detto anche "physical vacuum".

La estrapolazione del fenomeno all'Universo fu che la rivoluzione/rotazione degli astri non può non
creare onde torsionali, che interagiscono con l'Universo e con l'essere umano stesso (cfr. cit.
Scienza e Conoscenza).

Arriviamo, infine, al tempo di Kozyrev.

Secondo lo scienziato russo, il tempo ha una intensità o, anche, densità (una energia) e non solo un
oggetto può influenzarne un altro "attraverso il tempo", ma anche che esiste una forte correlazione
ad anello fra rotazione e tempo (si influenzano a vicenda, ad esempio il corso del tempo può
modificare la rotazione e viceversa).

Considerando che le variazioni di peso di cui sopra avvenivano "a salti" Kozyrev ne dedusse che
anche il tempo è "discreto", ovvero che esiste un "tempo quantico".

In estrema sintesi, Kozyrev credette di aver dimostrato che esiste una "energia del tempo",
correlata alle onde torsionali, e che tale energia riguarderebbe anche la nostra coscienza che
sarebbe in grado di agire a distanza (e quindi attraverso il tempo) attraverso l'emissione delle
predette onde torsionali.

Kozyrev, inoltre, asseriva che le onde torsionali hanno una forma "a spirale" che segue il rapporto
aureo e che il numero aureo è alla base della "legge del tempo".

Un altro fenomeno che ha dell'incredibile e che ha una relazione straordinaria con il tempo è
l'entanglement quantistico.

In tale particolarissimo fenomeno dimostrato dagli esperimenti, è possibile che due atomi identici
siano correlati istantaneamente a prescindere dalla loro distanza e che la variazione dello stato
quantico dell'uno si trasmetta immediatamente all'altro.

Tale particolarità ha le sue applicazioni nell'informatica quantistica grazie al teletrasporto


quantistico, anche se al momento la velocità della luce rappresenta sempre il limite alla
trasmissione delle informazioni.

La cosa sorprendente del fenomeno di entanglement è che aggira, almeno in apparenza, la logica
causale dei processi fisici, trasmettendosi all'istante a prescindere dalla distanza degli atomi in
"stato entagled".

Lasciamo, per il momento, le suggestive teorie quantistiche per passare al tempo ed al suo stretto
rapporto con la memoria.

Parlare di memoria significa, di primo acchitto, pensare alla memoria del nostro cervello e, dunque,
ai nostri ricordi e alla loro, fin troppo spesso, caratteristica di caducità.

Ma la memoria può essere, come vedremo, fisica e bio-chimica, oltre che psicologica, storica,
narrativa (testimoni, scrittori, ecc.), sociale, tribale, può sfociare in miti, leggende, credenze, può
essere manipolata, può essere immagazzinata su supporti cartacei e, oggi, digitali.

Ne parleremo nei prossimi post.

SETTIMA PARTE
"Ancora più stupefacente, quando confrontiamo i genomi degli Archaea,
dei batteri, dei funghi, delle piante, degli animali, troviamo circa 500 geni
che sono presenti in tutte le divisioni dei viventi.
Dai resti fossili sappiamo che gli eucarioti (macro-regno a cui
appartengono anche gli esseri umani, nda) esistono almeno da 1,8 miliardi di anni
e che gli Archaea e i batteri da più di due miliardi di anni. I geni che tutti
questi organismi condividono hanno resisitito a più di 2 miliardi di anni
di continuo bombardamento da parte delle mutazioni e sono costituiti
da frammenti di testo la cui sequenza e significato non hanno subito
cambiamenti significativi nonostante le enormi differenze esistenti
fra le specie in cui si trovano. Questi sono geni immortali"
Sean B. Carroll

Quando parliamo di memoria la prima cosa che immaginiamo è la memoria come facoltà del
cervello o, anche, la memoria storica di un popolo da cui derivano la sua identità, i suoi miti ed il
suo "sentimento di unità nazionale".

La memoria, come vedremo, può assumere numerose conformazioni abbracciando la sfera


neurofisiologica, psicologica, biologica, chimica, fisica, storico-sociale e, non ultima, quella digitale e
quella dei sistemi cognitivi artificiali (es. reti neurali, intelligenza artificiale distribuita, vita
artificiale).

Essa è, dunque, una proprietà "profonda" dell'universo.

La memoria è, in qualche modo, quella facoltà di "immagazzinare" dei dati accumulandoli ed


adattandoli nel tempo in una continua interazione con l'ambiente fisico-chimico-psichico.

Ad esempio, come ho riportato in premessa, esistono ben 500 geni che noi esseri umani abbiamo in
comune con tutti gli esseri viventi, batteri compresi, quelli che Sean B. Carroll ha chiamato i "geni
immortali" e che dimostrano inconfutabilmente la nostra origine primordiale da un unico
"progenitore" e avvalorano, se ce ne fosse bisogno, la teoria dell'evoluzione - geniale intuizione di
Darwin di cui quest'anno ricorre il bicentenario della nascita, della quale si ravveddono sempre più
mistificazioni se non confutazioni a sfondo religioso-metafisico.

Il DNA, ossia questo avviluppamento chimico elicoidale di quattro basi (adenina, guanina, citosina e
timina), contiene il codice genetico di ogni essere vivente e rappresenta ad un tempo la sua
memoria passata ed il suo potenziale futuro.
Nel DNA è infatti racchiusa la memoria delle specie e della loro evoluzione attraverso il tempo (i
500 geni "immortali" ne sono l'emblema!) e la cosa che stupisce è la tendenza alla "conservazione"
delle informazioni operata da quella che è definita la selezione naturale o "purificatrice" che, a
dispetto delle mutazioni (casuali) cosiddette "non sinonime" (che statisticamente dovrebbero essere
oltre il 70%) - ossia quelle che modificano i significati del codice - tende a favorire in un rapporto di
3 a 1 le "mutazioni sinonime", ossia quelle che pur modificando le triplette di basi producono lo
stesso amminoacido (ogni tripletta di basi costituisce un amminoacido, che a loro volta in sequenze
di circa 400 danno luogo ad una proteina, nda).

La selezione naturale, pertanto, ha un effetto conservatore delle sequenze genetiche "migliori" e in


tal senso ha una memoria ed attribuisce un "valore vitale" a questa memoria.
La Natura si evolve in tale ottica avendo memoria di sè, facoltà che le consente di contrastare in
maniera efficace la generale tendenza entropica dell'universo e di auto-organizzarsi in sistemi
sempre più complessi.

La memoria è alla base della Vita!

Immaginiamo adesso di rilasciare un pendolo da una certa altezza ed angolazione: se non ci fosse
attrito esso oscillerebbe per l'eternità della medesima ampiezza, mentre in presenza di attrito
compirà delle orbite sempre più piccole fino a fermarsi.

Possiamo considerare l'andamento del pendolo come il frutto della "memoria del suo stato iniziale",
che raggruppa le informazioni relative a materia, energia, spazio e tempo, e del flusso di memoria
successivo che ad ogni istante condiziona lo stato di memoria seguente fino allo stato finale di
quiete.

Emerge da quanto detto la stretta correlazione fra il concetto di memoria e quello di informazione
ed il loro profondo significato nell'universo fisico, tanto che un sistema termodinamico aperto (in cui
l'entropia è "contrastata" dalla neghentropia, immaginiamo gli esseri viventi ad esempio) è definito
come un sistema che scambia con l'esterno materia, energia ed informazione.
Secondo l'astronauta dell'Apollo Edgar Mitchell (cfr. Scienza e Conoscenza n.27, gennaio 2009) "le
informazioni fanno parte della sostanza stessa dell'universo: sono parte di una <<diade>> di cui
l'altra metà è l'energia".

Per Mitchell esiste una vera e propria "esperienza storica della materia" a partire dalla sua continua
generazione ed annichilazione dal "vuoto quantistico" (noi siamo e vediamo la materia "stabile"
generata dal vuoto quantistico, ma esso genera ed annichilisce di continuo le "particelle virtuali").

In questo campo unificato quantistico le "onde emesse dagli oggetti si propagano creando modelli
complessi di interferenze. Tali modelli, come quelli d'interferenza di due raggi laser nei comuni
ologrammi, contengono informazioni. Quando le onde s'incontrano, le informazioni da esse
contenute non si sovrascrivono, in quanto le onde si sovrappongono l'una all'altra (...) Dunque il
campo unificato trasporta informazioni, dunque connette tutte le cose fra loro".

L'universo sarebbe in tale quadro un campo di informazioni in cui ogni parte è connessa
contemporaneamente con tutto il resto!

Ervin Laszlo ha ravvisato in questo concetto la straordinaria similitudine con il concetto di Akasha
della filosofia indiana, l'elemento che contiene le proprietà di tutti gli altri quattro elementi: aria,
terra, fuoco, acqua.

"Akasha è l'utero da cui è emerso tutto ciò che percepiamo con i nostri sensi e nel quale ogni cosa
alla fine tornerà. Il registro akashico (o cronaca akashica) costituisce la registrazione duratura di
tutto ciò che accade ed è mai accaduto nell'universo intero".

Laszlo continua affermando che:

"Il campo-A (akashico) è il più fondamentale dei campi fondamentali della natura implicando il
campo-G (gravitazionale), il campo EM (elettromagnetico), e i campi nucleari (interazione debole e
forte) e quantistico (quello del punto zero del vuoto quantistico)".

Il filosofo e scienziato ungherese va' ancora oltre parlando di "esperienze akashiche" e, quindi,
ipotizzando la realtà fisica delle "esperienze extra-sensoriali", intese come connessioni profonde
della coscienza con il campo akashico universale (la metafora di questa connessione potrebbe
essere quella delle onde del mare...).

Da questa connessione emergerebbero "improvvisamente" idee nuove, creative, nuovi punti di vista
originali su problemi che si stanno esaminando.

Nella visione akashica di Laszlo, l'energia è l' "hardware dell'universo" mentre le informazioni ne
costituiscono il "software".

Ancora:

"Se qualcosa e non il nulla esiste, è perchè pacchetti e configurazioni di energia "decorano" lo
spazio cosmico ed il tempo: ma le cose sono nel modo in cui sono perchè questi pacchetti e
configurazioni di energia sono sempre e precisamente <<informati>>. Quella che consideriamo
materia è un'illusione creata dalla nostra osservazione dei pacchetti e delle configurazioni di energia
informata che co-evolve nello spazio e nel tempo".

Noi, dunque, saremmo nient'altro che una configurazione di energia informata che assume a livello
fenomenico la struttura di materia grazie alla "memoria" dell'universo bio-fisico-chimico!

Un biologo molto originale (cfr. Scienza e Conoscenza citato), Rupert Sheldrake, propone una
visione molto interessante della memoria della Natura attraverso il concetto di "campi morfici",
ossia di campi portatori di informazioni.
Secondo Sheldrake, la Memoria è inerente alla Natura e "la maggior parte delle cosiddette leggi di
natura sono in realtà delle abitudini...".

Il concetto di campo morfico non è di natura fisica (né quantistico, né elettromagnetico ecc.), ma è
di natura informazionale ed inerisce la crescita e lo sviluppo evolutivo di ogni cosa, "campi che
sottendono al perchè ed alla disposizione delle cose, al perchè forme simili seppure mai identiche si
ripetono in natura come ad esempio nei cristalli e nelle piante... I campi morfici di ogni sistema
esercitano la loro influenza su sistemi successivi mediante un processo chiamato risonanza
morfica".

Sheldrake ritiene che i campi morfici "siano collegati fra loro e lo sono in un tempo al di fuori di
quello lineare, un tempo della memoria presente che porta con sè informazioni necessarie al
disegno creativo delle cose".

Con Sheldrake il DNA diventa solo una componente della evoluzione della vita, per altro "rozza",
mentre per comprendere il funzionamento di un sistema vivente bisogna fare ricorso ai campi
morfici ed alla predetta risonanza morfica.

L'importanza attribuita da Sheldrake alla memoria della Natura, come ho detto, lo porta a
considerare le leggi della natura come delle semplici visioni antropomorfe, mentre in realtà esse
sarebbero solo una memoria dell'universo, anche se si tratta di una memoria dinamica in cui c'è
ampio spazio per la creatività.

Il tempo, attraverso queste considerazioni, sarebbe connesso dinamicamente a questa memoria


universale multidimensionale che pervaderebbe a livello profondo ogni cosa, vivente e non, dandole
forma e consistenza.

L'essere umano rappresenta la forma di evoluzione della mente e della coscienza più elevata fino ad
oggi conosciuta e attraverso il sistema mente-corpo si relaziona, interagisce e conosce il mondo
esterno ed interno a sé.

La memoria rappresenta per noi un elemento imprescindibile alla nostra esistenza e ci caratterizza
come specie, come individui e come società.

Il nostro cervello è costituito da schemi o pattern che si basano sulla memoria e la


"valorizzano" (es. la memoria del dolore che può anche diventare in casi estremi una abitudine
patologica del pensiero a livello cosciente), la nostra vita psichica è un continuo flusso di pensieri
che si basano su un rapporto complesso fra un passato/memoria fatto di esperienze, sogni,
immagini, emozioni ecc. ed un futuro fatto di progetti, paure, credenze, certezze, incertezze ecc., la
nostra vita sociale è dominata da schemi ed imprinting culturali evolutisi e consolidatisi nel tempo e
"memorizzati" dalla collettività.

Gene e meme si combinano fra loro in un rapporto complesso e caratterizzato dalla mem-oria.

OTTAVA PARTE

Non basta il tempo per parlare del tempo...

Questo piccolo viaggio iniziato circa quattro mesi fa deve pur avere una fine, anche se provvisoria.

Come tutte le (presunte) fini, mi fermerò con questo post, anche se una innegabile componente
ciclica, come si è visto, pervade il ritmo danzante della vita a tutti i livelli, da quello biologico fino
forse a quello fisico (immagino le possibili esplosioni entropiche cicliche dell'universo nel ritmo
vuoto quantistico - big bang - espansione - vuoto), una sorta di "eterno ritorno" di nietschiana
memoria la cui decodifica è ancora molto lontana.

Al livello antropologico e culturale la memoria è una "misura del tempo" fondamentale ed è stata
tramandata da sempre come imprescindibile patrimonio identitario individuale e collettivo.

Bisogna ricordare per avere la dimensione cosciente del sè e degli altri, nonché "scrivere" la propria
storia possibilmente cadenzandola con delle tappe significative e simboliche.
Ecco ad esempio allora le iniziazioni all'età adulta, spesso cruente, delle popolazioni primitive nelle
quali si può intravedere la volontà della comunità di ripetere ciclicamente un rituale per confermarlo
e ri-scriverlo nella propria memoria rafforzando la propria unità tribale.

La memoria serve per contrastare l'entropia che altrimenti dissolverebbe il gruppo in poco tempo e
necessita di una organizzazione sociale per poter essere perpetuata: occorre innanzitutto un capo
politico-militare, uno stregone che gestisce i rituali e un insegnamento continuo tra "vecchi" e
"giovani".

In poche parole, occorre che la comunità si dia un paradigma culturale (per i primitivi basato sul
mito e sui simboli) che si possa perpetuare nel tempo consentendo di fornire certezze e senso di
identità ed appartenenza.
La memoria, dunque, fornisce certezza.

Non è possibile confutarla, almeno in linea di principio.

Ovviamente di per sè la mem-oria non è nulla se non viene interpretata dal soggetto e questa
interpretazione è inevitabilmente soggettiva perchè il ricordo riguarda l'esperienza mentale del
singolo e nella sua formazione e sedimentazione profonda incide, spesso in maniera determinante,
l'aspetto emozionale.
Ecco che un racconto, una legenda, una esperienza possono penetrare nella nostra mente in
maniera emotiva e conservarsi nella memoria come "emozione".

Se questa memoria, positiva o negativa, viene diffusa e comunicata può diventare patrimonio
collettivo di un gruppo e di una collettività, fino a pervadere una intera società.
La memoria diventa un meme culturale e nelle sue mille sfaccettature costruisce la "noologia" di
una cultura.

Quello che si può affermare è che l'essere umano ha un continuo bisogno di "fermare" la memoria
quasi cristallizzandola a comprova del fatto che quella tal cosa è davvero accaduta.

La memoria è prova di vita e del suo valore. E' essa stessa il Valore.
Senza memoria non ci sarebbe alcun senso, sarebbe il caos.

Ecco allora che sin dagli albori dell'umanità con forme e strumenti di comunicazione sempre in
evoluzione la memoria è stata tramandata e diffusa.
La memoria, però, può giocare anche dei brutti scherzi, può essere anche manipolata ad arte come
ci insegna il buon George Orwell nel suo 1984.

Il rapporto della memoria con la coscienza e la cultura è decisamente complessificato dalla natura
intenzionale della mente umana e dalla dominanza in un certo periodo storico di credenze, miti ed
ideologie.

Spesso la mente è "ostaggio" di queste credenze e con esse della loro memoria che tende a
perpetuarsi quasi come un "software-pattern" autonomo rispetto ai singoli che ne divengono una
sorta di hardware di propagazione che ne garantisce l'esistenza e la riproduzione fisica.

L'Era digitale in cui viviamo è il Regno della Memoria.

Il Web è oggi la più grande Memoria di cui l'essere umano disponga, una memoria a cui si può
accedere in ogni momento con "l'accesso alla Rete".
Chi non può accedere alla Rete è escluso dalla Memoria collettiva, quella viva e pulsante.

Ecco che il primitivo rito della cerimonia tribale con la quale si tramandava la memoria e si
suggellavano i ruoli dei membri della comunità tribale, viene riconfigurato oggi dal rito quotidiano di
accesso alla Rete, che conferma giornalmente il nostro essere-nel-mondo e la possibilità di ri-
vedere e ri-vivere la memoria.

La persistenza dei blog e dei social network è una certezza che conforta.

Clicchiamo sui nostri feed rss, sui nostri link nei preferiti del browser, visitiamo le pagine di
Facebook ed ecco che abbiamo accesso alla Grande Memoria dell'Umanità.
Immaginiamo se improvvisamente questa Memoria fosse annullata, cosa ne sarebbe di noi? Cosa
accadrebbe alla nostra identità? Cosa sarebbe della nostra vita sociale, oggi diventata cyber-
sociale?

La Memoria con il digitale ha fatto il suo salto qualitativo assumendo la forma di una rete connettiva
potente che lascia tracce ben visibili fatte di bit durante il suo cammino nel tempo.
Certo, le tracce possono essere cancellate, alterate, modificate, ma l'enormità del loro numero e le
tante possibilità di "storage" offrono una garanzia di perpetuazione della memoria contro ogni
tentativo di "attacco orwelliano".
E' quasi una forma di "selezione bio-digitale" che garantisce alle informazioni - grazie alla relativa
ridondanza - la loro sopravvivenza e la loro riproduzione.

Solo una dittatura autoritaria potrebbe manipolare la memoria intervenendo dall'esterno del
processo di memorizzazione ed è da questa che dobbiamo sempre difenderci facendo attenzione
agli attacchi ai fianchi.
Purtroppo, la memoria nella nostra società dell'incertezza e delle paure che si difende di
conseguenza con i piaceri di breve periodo e spesso si rifugia in paradisi artificiali per "dimenticare"
è in costante pericolo.

Il flusso di informazione esorbita di gran lunga quella che è la capacità di assimilazione dei singoli e
questo facilita la falsificazione continua di chi può giocare sui "vuoti di memoria".
Ecco allora l'imperare di fondamentalismi e violenze di varia natura, attraverso i quali i vuoti di
memoria vengono riempiti ad arte con la dottrina imposta da nuovi sacerdoti e aspiranti stregoni e
con ricordi ri-creati in funzione delle necessità del potere.

Ricordiamoci, dunque, che la Memoria è Vita e cerchiamo di rafforzarla attraverso la connessione


reciproca e lo scambio di idee, di cultura e di esperienza.

Perchè la Memoria è anche Libertà, soprattutto di cambiare in meglio.