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Sul filo della Paura

Scritto da MarioEs
lunedì 20 ottobre 2008

Tempo fa, come non di rado mi capita in tarda serata, guardavo History Channel su Sky dove in
particolare si parlava dell'evoluzione dell'essere umano, della scomparsa dell'Homo
Neanderthaliensis circa 20.000 anni fa e del contestuale predominio di Homo Sapiens anche in
Europa.

Nella simulazione del racconto, veniva ipotizzato che a seguito delle migrazioni di Homo
Sapiens questo sia approdato anche in Nord Europa dove fino a quel momento vigeva una
sorta di predominio dell'Homo Neanderthaliensis.

Premesso che Sapiens e Neanderthal non sono l'uno l'evoluzione dell'altro, ma due specie ben
distinte anche se dall'origine comune, è molto interessante immaginare cosa sia successo
quando si sono incontrati faccia a faccia per la prima volta: stupore e poi ... paura e di
conseguenza l'attivazione di una serie di meccanismi istintuali misti ad aggressività e fuga.

Infine, la rivalità e la guerra e la supremazia definitiva di Homo Sapiens.

Pensiamo al fatto che queste due specie erano molto simili, che non si erano mai incontrate
prima e che avevano sviluppato separatamente livelli di coscienza abbastanza complessi anche
se pare che Homo Sapiens avesse sviluppato una tecnologia degli utensili e delle armi
più evoluta, che gli avrebbe consentito letteralmente di sterminare l'Homo Neanderthaliensis
nella lotta per la sopravvivenza in un ambiente molto poco generoso di risorse e di cibo.

Da quel lontano giorno Homo Sapiens ne ha fatta di strada fino a diventare il dominatore
incontrastato del pianeta Terra grazie soprattutto alla sua straordinaria capacità di adattamento
e di realizzazione di tecniche sempre più evolute con le quali ha sopperito in maniera
eccellente alla sua strutturale carenza biologica ed istintualerispetto agli altri animali.

In questa vicenda della nostra avventura evolutiva è racchiusa una sorta di concentrato della
nostra avventura esistenziale, sociale e culturale: sviluppo del cervello, organizzazione sociale,
linguaggio, costruzione e manipolazione di utensili e loro utilizzo in funzione di sopravvivenza, di
progresso, di difesa e di offesa.

Alla base di questo processo evolutivo un meccanismo fondamentale senza il quale molto
probabilmente non ci saremmo evoluti: la Paura.

Può sembrare una considerazione marginale nel contesto dell'immagine che noi abbiamo di noi
stessi e del nostro modo di vivere, ma è un'angolazione che voglio proporre per i molti aspetti
interessanti che essa presenta.

Il neuroscienziato Paul D. MacLean ha ipotizzato, in base agli esperimenti condotti sul cervello
umano, l'esistenza di un cervello triunico così composto:

Tags: brain 2 brain Paura Evoluzione Coscienza Umana

a) il paleoncefalo, erede del cervello dei rettili, fonte dell'aggressività e delle pulsioni primarie;

b) il mesencefalo, erede del cervello degli antichi mammiferi in cui l'ippocampo lega lo
sviluppo dell' affettività e quello della memoria a lungo termine;

c) la corteccia, poco sviluppata in rettili e mammiferi, che avvolge tutto l'encefalo e forma i
due emisferi cerebrali. Fondamentale nel suo ambito la neo-corteccia iper-sviluppata (per
Maclean "madre dell'invenzione e padre dell'astrazione") che è la sede delle capacità analitiche,
logiche e strategiche.

Questa sorta di "evoluzione a strati" del nostro cervello e la contestuale intima e profonda
integrazione della nostra "animalità" con la nostra "umanità" è alla base del
ragionamento che andrò a fare sulla Paura e sulla sua fondamentale importanza e presenza
nella nostra vita e nella determinazione della nostra identità sociale, culturale e individuale.

Nel suo ultimo libro "Paura Liquida", Zygmunt Bauman osserva che:

"La modernità doveva essere un grande balzo in avanti: via dalla paura, verso un mondo
liberato dal fato cieco ed imperscrutabile, che è la serra di tutte le paure. Nelle meditazioni, dai
toni talvolta nostalgici e lirici, di Victor Hugo la scienza avrebbe inaugurato un'epoca in cui
sarebbero scomparse sorprese, calamità e catastrofi, illusioni parassitismi...un'epoca, dunque,
priva di tutto ciò di cui sono fatte le paure. Quella che doveva essere una via di fuga si è rivelata
invece una lunga deviazione".

Come non condividere questa osservazione...

Basta sintonizzarsi su un qualsiasi telegiornale o accendere la radio e, come d'incanto,


improvvisamente lo streaming edonistico e ludico delle trasmissioni si spezza per
lasciare posto alla Paura e all'Ansia, sua madre e figlia prediletta: morti ammazzati,
incidenti, guerre, crisi economica, cataclismi naturali...

I mass media ci nutrono con i loro "bollettini dell'orrore" e della paura, mentre magari noi
mangiamo comodamente con la nostra famiglia a pranzo o a cena (se ci pensiamo è una cosa
davvero abominevole...), ricordandoci che "lì fuori" c'è pericolo, che non c'è da fidarsi nemmeno
del vicino di casa ...

Dopo la "mezz'oretta di terrore allo stato puro", però, riprende lo streaming anestetico
e sostanzialmente "demens", come lo definirebbe Edgar Morin.

Eccoci lì nella nostra confortante dimensione di spettatori a veder aprire pacchi sorpresa ed a
vivere l'emozione della vincita di un mega - premio: finalmente un pò di buone notizie ... e di
sano divertimento!

E che dire di quelle splendide veline e di quei due "simpaticoni" di Striscia la Notizia: sul
malessere e le malefatte bisogna riderci su mentre osserviamo le curve sinuose di due
ragazzine, mica riguardano noi!

Tutto è spettacolo, dunque, tutto è rappresentazione finalizzata all'intrattenimento: la nostra


natura "demens" è quella che fa notizia e quindi fa anche guadagnare soldi.

Ma ne parleremo.

Sempre Bauman parla di due tipi di paura: la paura di primo grado e la paura di secondo
grado.

La prima è la "paura primordiale", quella profonda da rettili e mammiferi quali noi esseri umani
siamo come ho detto prima nel nostro profondo, la seconda è quella che si manifesta come
indipendente da una minacciaprecisa ed immediata e che "orienta il comportamento
dell'essere umano dopo aver modificato la sua percezione del mondo e le aspettative che ne
guidano le scelte".

La paura è associata ai concetti di pericolo, di minaccia e di rischio, quindi è fortemente


legata alla nostranoosfera da tempi ancestrali.

I pericoli, le minacce ed i rischi sono ovunque, pensiamoci un pò: uragani, cambiamenti


climatici, criminalità, malattie, povertà, il posto di lavoro, concorrenza sleale di aziende rivali,
colleghi malfidati, rivali in amore, invalidità e vecchiaia e così via.

E' il continuo filo della Paura sul quale, come equilibristi provetti, ognuno di noi deve
procedere cercando di non cadere nel baratro sottostante che ci ridurrebbe a quello stato
indesiderabile che non vorremmo mai divenire: quello dei rifiuti.

to be continued...

SECONDA PARTE
Si chiama amigdala , è grande poco più di una noce ed è collocata all'interno del nostro cervello,
in particolare all'interno del lobo temporale nella parte anteriore della circonvoluzione
dell'ippocampo .

E' a lei ed ai neuroni che ne promanano che dobbiamo la "gestione" della paura e la sua
memoria.

L'amigdala è coinvolta nell'apprendimento emotivo e nel ricordo delle paure.

Una recente ricerca della Rutgers University di Newark ha stabilito che l'amigdala regola anche
la memoria della paura evitando che la paura diventi uno stato permanente ed incontrollabile:
questo compito è svolto dai neuroni intercalari dell'amigdala (ITC), detti anche "cancella-paure".

Nei topi a cui sono stati distrutti questi neuroni si è riscontrato un comportamento
eccessivamente fobico.

Esiste, dunque, nel cervello - anche in quello umano - un meccanismo di rimozione della paura
che mira a tenere l'individuo in uno stato "tranquillizzante" fino a che non si presenta uno
stimolo esterno giudicato pericoloso.

Ecco lì forse il piccolo "trucco", che ci impedisce di avere coscienza del pericolo quando questo
non è immediato ma esiste o, viceversa, che ci fa ingigantire un pericolo - magari inesistente -
pur non avendone diretta percezione ma solo una sua narrazione "mediatica".

Viviamo in un'epoca di paure, di immense - spesso immotivate - paure, ma anche in un'epoca di


grandi indifferenze e di comportamenti narcotizzati e narcotizzanti.

Il contatto diretto con lo stimolo reale esterno della paura è sempre più raro, mentre è sempre
più dipendente da quello che ci raccontano i mass media ed i new media : in sintesi, la paura è
molto spesso mediata da chi ce la racconta e quindi ce la trasmette inconsciamente o
consciamente.

D'altro canto, il nostro cervello per auto-difesa cerca anche di cancellare se non di rifiutare le
paure che gli vengono raccontate dai mezzi di informazione chiudendosi in una dimensione non
di rado atomistica e solipsistica in cui dominano la soddisfazione di breve periodo di matrice
consumistica se non una vera e propria fuga dalle fonti di dolore o di "fatica".

La nostra vita, in tale particolare ottica, si svolge nel delicato equilibrio fra ciò che ci fa paura
(da evitare, rimuovere ecc.) e ciò che invece ci rassicura o, meglio, ci dà piacere (da ricercare,
anche ossessivamente).

Ora il problema è capire il senso che la nostra società ed i suoi individui danno alle proprie
paure, se gliene attribuiscono uno ovviamente.

Quali sono le nostre paure? Proviamo a pensarci un attimo.

Paura di perdere qualcosa (lavoro, amore ecc.), paura di non avere qualcosa (riconoscimento
sociale, lavorativo, beni materiali, affetti ecc.), paura di morire, paura di avere paura, fobie di
numerosi tipi, ansie e depressioni, paura del proprio capo, paura dei propri rivali, paura della
guerra, paura delle malattie, della vecchiaia.

E chissà quante altre paure ancora...

Il predetto studio della Rutgers University stima che ogni anno nei soli Stati Uniti ben 40 milioni
di persone soffrono di disturbi d'ansia, fobie, attacchi di panico e dei "post - traumatic stress
disorder" (PTSD, che interessano almeno il 15% dei soldati di rientro da Iraq e Afghanistan).

Stando ai numeri e considerato che il resto del mondo occidentale non è che possa vantare una
situazione molto differente dagli Usa, direi che il "fenomeno paura" è tra quelli che possono
essere considerati di maggiore diffusione sociale, culturale ed individuale.
Evidentemente la nostra amigdala è messa giornalmente a dura prova...

Altrettanto evidentemente i mass media ed i politici "sfruttano" la nostra sensibile ghiandola


situata nelle profondità cerebrali a loro uso e consumo, iniettando di continuo dei "warning" che
ci danno anche la priorità delle paure: bisogna avere paura dei rom, degli extra-comunitari, dei
camorristi e dei mafiosi, dei maniaci, dei pedofili, del cambiamento climatico e via dicendo.

Là fuori, dunque, tutto o quasi ci minaccia e la crisi finanziaria mondiale di questi giorni rincara
la dose per chi avesse nutrito dei dubbi.

Dovremmo tutti essere terrorizzati da queste minacce incombenti ma... ma c'è un "ma": questo
ma è la parte anestetica ed anestetizzante svolta dai media in generale (digitale compreso),
dalle "evasioni consumistiche", dalle soluzioni chimiche facilmente reperibili in farmacia (c'è una
pillola per tutte le esigenze pronta a placare le nostre emozioni) e dal nostro stesso cervello (il
rifiuto del pericolo).

I tempi di reazione agli stimoli negativi esterni sono sempre più dilatati e rarefatti (se
assistiamo ad atti di "violenza" attorno a noi come reagiamo?), a meno che non si tratti di
combattere con le unghie e con i denti per il proprio "orticello" direttamente minacciato.

Anche rispetto alla paura emerge la nostra natura "bipolarizzata" (sapiens/demens) - come la
definisce Morin - per cui alla fine finiamo con il relegarla nel nostro io più profondo evitando di
farne qualsiasi analisi, ma divenendone pressoché schiavi quando improvvisamente emerge alla
nostra coscienza : paura e narcosi - possibilmente edonistica - si danno il cambio continuamente
in un gioco che ci rende sempre più oggetti piuttosto che soggetti delle nostre vite.

Quello che manca è la consapevolezza di tutto ciò, presi come siamo da una infinita serie di
azioni-reazioni quasi di tipo pavloviano sul lavoro come nella vita privata.

to be continued ...

TERZA PARTE

"There have been seven disasters since humans came on the earth,
very similar to the one that's just about to happen.
I think these events keep separating the wheat from the chaff.
And eventually we'll have a human on the planet that really does
understand it and can live with it properly.
That's the source of my optimism."
"Enjoy life while you can.
Because if you're lucky it's going to be
20 years before it hits the fan."
James Lovelock
(Intervista a The Guardian, 1 marzo 2008 )

Nel suo libro "Paura liquida" Zygmunt Bauman distingue 4 tipi principali di paura: la paura della
morte, la paura del male, l'orrore dell' ingestibile ed il terrore del globale.

Il collante di tutte queste paure è il Futuro con le sue infinite variabili e le sue innumerevoli
minacce.

La paura del Futuro, di ciò che verrà, è tanto forte e radicata nell'essere umano che intere civiltà
hanno cercato di esorcizzarla arrivando fino alla pratica di riti sacrificali di altri esseri umani per
propiziarsi la benevolenza degli dei.

Un esempio su tutti: i Maya, una civiltà che all'apice del suo splendore si estendeva dallo
Yucatan messicano all' Honduras (comprendendo anche El Salvador) e che era composta da
circa 29 etnie che parlavano altrettanti linguaggi.

I Maya, come dicevo, erano soliti praticare sacrifici umani che consistevano, sotto effetto del
Balche (una bevanda inebriante), nell'estrarre il cuore delle vittime procedendo poi alla loro
cannibalizzazione (a volte i sacerdoti scuoiavano i malcapitati e ne indossavano la pelle, cfr.
Hera n. 104, settembre 2008).

Tutto ciò per "garantirsi" la fertilità della terra ed il favore degli dei.

In definitiva, si trattava di veri e propri "bagni di sangue collettivo" che finirono con il minare la
coesione sociale (le masse non amavano evidentemente tali riti "paurosi") e contribuire a dare
origine dal IX sec. d.C. all'inizio del "collasso Maya", che culminerà circa sette secoli dopo con la
loro scomparsa.

La natura umana, d'altro canto, è una natura bipolarizzata, come afferma Edgar Morin, e si
estrinseca nelle seguenti dialettiche:

1. Homo Sapiens / Demens


2. Homo Faber / Ludens / Imaginarius
3. Homo Oeconomicus / Consumans / Estethicus
4. Homo Prosaicus / Poeticus

Pertanto, la paura fa parte della nostra "doppia natura" ed ha una sua "razionalità" ed una sua
precisa funzione psico-biologica e socio-culturale, oltre che politico-economica.

Quando però essa diventa uno stato patologico a causa della sua persistenza dobbiamo
cominciare a chiederci cosa è che non va, che cosa non è funzionato.

Le recenti vicissitudini (cadute vertiginose seguite da rialzi tanto "stratosferici" quanto


improbabili) delle Borse mondiali a seguito della crisi delle banche a livello internazionale e la
bancarotta di un Paese "insospettabile", ossia l'Islanda, in pratica da oggi sotto
"commissariamento" del FMI, la dicono lunga sui meccanismi "emozionali" in cui paura ed
euforia si susseguono in un anello ricorsivo (una sorta di ciclo/spirale della paura) ed in cui
appare smarrita ogni logica ed ogni buon senso tanto passato quanto presente e futuro.

Il capitalismo virtuale, come lo ha definito Loretta Napoleoni in un articolo su Internazionale di


questa settimana, è rimasto vittima della sua "euforia irrazionale" ed adesso è in preda alla
paura più nera.

Come la società ed i suoi individui lo sono dai mass media, così l'economia è stata narcotizzata
e drogata da una finanza oltremodo "creativa", che è arrivata a speculare con strumenti derivati
come le mortgage backed securities sui debiti "spazzatura" (i mutui facili concessi a molti
americani).

In questa droga "a suon di speculazione finanziaria" del sistema economico, non possiamo non
ravvedere l'ennesimo rito propiziatorio - magico che i moderni stregoni del capitalismo neo
liberista hanno praticato per creare ricchezza dal nulla, cioè senza la produzione di alcun bene
economico.

Abbiamo fatto un pò come i Maya, accollando l'onere del sacrificio per una presunta ricchezza
futura (al posto del sangue i "sudati risparmi") alle masse contro la loro consapevolezza e
volontà.

Ma anche in economia e finanza la realtà è bipolarizzata e, come osserva Slavoj Zizek (sempre
su Internazionale di questa settimana), Wall Street e Main street sono legate a doppio filo, ossia
senza la ricchezza di Wall Street niente benessere per Main Street.

E' questo il Rito del Capitale contemporaneo.

Oltre a quella dei redditi, è in atto palesemente una redistribuzione delle paure (Bauman)
perché è ormai chiaro che non sono certo le banche (almeno quelle di grandi dimensioni) a
doversi preoccupare più di tanto, poiché tra un piano Paulson, una nazionalizzazione ed una
garanzia statale dei depositi saranno ancora i "poveri consumatori a debito" (dal mutuo alla
spesa quotidiana ...) e gli incauti piccoli investitori a doversi leccare le ferite e a dover vivere il
peso della paura del futuro.
Abbandoniamo per un attimo la triste dipendenza dell'Uomo dal capitale finanziario e passiamo
a cose più serie : il mutamento climatico.

E qui ancora si scommette, chi al rialzo chi al ribasso.

In una intervista di qualche tempo fa pubblicata da The Guardian, l'autore di Gaia (il pianeta
vivente, ossia la Terra come sistema vivente complesso interconnesso ed interdipendente) -
James Lovelock - asseriva "enjoy life while you can" manifestando esplicitamente la sua
convinzione che la catastrofe è inevitabile e la vita etico/ecologica rappresenti nient'altro che
una mera truffa.

Secondo Lovelock, che aveva già previsto negli anni '60 che il principale problema nel 2000
sarebbe stato l'ambiente, abbiamo ampiamente superato quello che Ervin Laszlo chiama il punto
del caos ("breakthrough" o "breakdown", ne ho parlato qui ) ed entro il 2100 oltre l'80% della
popolazione umana mondiale semplicemente non esisterà più.

In questa ottica, l'Uomo avrebbe già compiuto il proprio Destino e la "nuova Storia" la
scriveranno i superstiti del XXII° secolo, se avranno capito la lezione ...

D'altronde, se seguiamo ciò che ci dice Bauman, in qualche modo l'uomo ha bisogno della Paura
per andare avanti quasi come una sorta di profondo meccanismo psico-biologico che ci costringe
a vivere con la continua paura della fine per poterla poi scongiurare con le nostre azioni.

Profetizzare in maniera "appassionata e rumorosa" (Bauman) la "catastrofe inevitabile" (Dupuy)


sarebbe, in tal senso, "l'unica opportunità che abbiamo per evitare l'inevitabile e forse per
rendere impossibile l'ineluttabile".

La paura sarebbe così una sorta di "immunizzazione attiva" nei confronti del destino tragico che
molti temono ci potrebbe caratterizzare come specie e, come tutte le paure, si poggia sulla
speranza che si possa superare il pericolo.

La spirale della paura potrebbe in tal caso diventare un circolo virtuoso in cui la paura stessa
diventerebbe la forza motrice per provare a modificare il proprio (apparente?) destino.

Avremmo, dunque, bisogno di un Nemico, vero o ipotetico, per poter dare il meglio di noi stessi.

L'idea di Salvezza e di una immortalità impersonale del genere umano in quanto tale è forse ciò
che muove questo modus pensandi.

to be continued ...

QUARTA PARTE

Ciò che i reality raccontano è il destino.


Per quel che ne sapete l'eliminazione è un destino inevitabile.
Come la morte che potete cercare di tenere a distanza per un pò,
ma non potete fermare quando, alla fine, colpisce.
Le cose stanno così e non chiedetevi perché... (...)
Le eliminazioni continue non si verificano perché c'è sempre qualcuno
che viene considerato indegno di restare in gioco.
E' vero il contrario: le persone vengono dichiarate indegne
di restare perché c'è un certo numero di eliminazioni da effettuare (...)
Siete liberi di scegliere la vittima (...)
Zygmunt Bauman

Precedentemente mi sono chiesto se c'è, o meglio, se attribuiamo un "senso" alla Paura che
viviamo giornalmente e alle "nuove paure" (es. terrorismo, criminalità, povertà) o se, viceversa,
è uno stato psicologico ormai endemico, persistente e "funzionale" al nostro sistema socio-
culturale e politico-economico, oltre che alla nostra più profonda natura di "animali coscienti".

Forse potremmo ipotizzare di scoprire il senso che attribuiamo alla Paura partendo dal senso che
attribuiamo ad un suo "quasi-opposto", che a mio parere è il Gioco, inteso nelle sue mille
sfaccettature - da quelle meramente individuali a quelle sociali aggreganti, di divertimento e
ludiche in cui, se anche c'è aspra competizione, si sa a priori che non ci si può spingere "oltre" e
causare danno ad altri senza incorrere in penalità.

Ad esempio, il pensatore francese Blaise Pascal giudicava negativamente il gioco ed il


divertimento che per lui rappresentava la peggiore "piaga" in quanto aveva l'unica funzione di
distrarre gli esseri umani, queste "canne al vento" dotate di pensiero, dalla loro realtà di esseri
mortali.

Il Gioco diventa in tal senso una sorta di "fuga dalla realtà" ed un modo di "occupare il tempo
spensieratamente" dimenticando le proprie responsabilità.

Roger Caillois (1913-1978), scrittore e sociologo francese del secolo scorso, distingueva
notoriamente i giochi in quattro categorie:

- Giochi di competizione (agon): In genere tutte le competizioni, sia sportive che mentali
- Giochi di azzardo (alea) : Tutti i giochi dove il fattore primario è la fortuna
- Giochi di simulacro (mimicry): I cosiddetti "giochi di ruolo" dove si diventa "altro"
- Giochi di vertigine (ilinx): Tutti quei giochi in cui si gioca a provocare noi stessi

considerando i vari giochi di una società come segni intimamente e profondamente legati alla
"visione del mondo" espressa dalla società stessa.

Partendo dal Gioco potremmo, dunque, individuare il senso profondo che una cultura da alla Vita
ipotizzando un rapporto di causalità circolare fra realtà e simulazione.

Se ci riflettiamo, al Gioco è però quasi sempre correlato il concetto di "rischio" (la "paura di
perdere le risorse investite" o di subire danni anche se in teoria "calcolati" e non letali) e quello
di "strategia" (molto genericamente, la capacità di scegliere tra possibilità alternative in maniera
da vincere o minimizzare i danni).

Il Gioco, pertanto, può sotto tale profilo essere considerato intimamente legato alla Paura in una
sorta di ciclo ricorsivo in cui cerchiamo, attraverso di esso, di esorcizzare le nostre ansie
quotidiane e quelle più profonde legate alla nostra natura di esseri umani rappresentandole e
narrandole attraverso di esso.

La stessa matematica ha elaborato la "teoria dei giochi", in cui, postulate le regole del gioco si
cercano delle soluzioni logiche individuali di tipo competitivo e/o cooperativo che, in generale,
permettano di vincere o di non perdere la partita.

I rapporti socio-economici, la politica, i conflitti militari possono essere in qualche modo


interpretati, sotto tale profilo, come dei "giochi complessi".

Ma, ahimè, il Senso del Gioco è quello di vincere e non quello "decubertiano" di partecipare,
almeno nella nostra società della performance e dei profitti.

Come, a mio parere giustamente, osserva Zygmunt Bauman parlando del "Grande Fratello",
l'obiettivo del gioco e di questa raccapricciante "rappresentazione ritual - mediatica di noi stessi"
è quello di eliminare gli altri.

E di farlo con tutti i mezzi e senza mezzi termini.

Senza scrupoli e senza pentimenti.

Il Gioco diventa (o amplifica tale "status") fine a sè stesso ed il suo senso si identifica
unicamente con il successo o, meglio, nel decretare un vincitore ed uno o più perdenti.

Non di rado, il gioco esprime aggressività e violenza (ad es. il calcio) e diventa il pretesto per far
emergere e "sfogare" l'Homo Demens, oltre che Ludens, che è in noi.

In tale quadro socio-culturale sempre più dominato dai "giochi ad eliminazione", dove in palio
finiamo spesso con il mettere la nostra stessa umanità - più mitizzata che reale - la Paura
assume il suo senso forse più inquietante, che intravedo nella coscienza della totale impotenza
degli individui di essere "giocatori alla pari", ma di essere in qualche modo invece "giocati": dai
potenti, dagli affetti e dalla famiglia, dal lavoro, dalla politica, dalla stessa cultura e, in ultima
istanza, dalla Vita.

Il senso della Paura dei nostri giorni è probabilmente "tutto qui": sapere di far parte di un
"gioco" in cui si è destinati a perdere comunque vada ed in cui i maggiori rischi li corrono
sempre e forse soltanto i più deboli (economicamente, culturalmente, socialmente,
tecnologicamente...).