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Suggestioni entropiche, "mu quantistico" ed altre riflessioni olografiche

Scritto da MarioEs
venerdì 21 agosto 2009

"La pazzia è la terra incognita che circonda il Mythos.


E lui lo sapeva!
Sapeva che la Qualità di cui parlava stava al di fuori del Mythos. (...)
La Qualità è lo stimolo continuo con cui il nostro ambiente ci spinge
a creare il mondo in cui viviamo. Tutto il mondo, fino all'ultima molecola"
Robert Pirsig

"Curiosamente, le fluttuazioni del vuoto quantistico possono causare l'instabilità


dell'universo (vuoto) di Minkowski. Se appare una particella virtuale
di massa superiore ad una determinata soglia
(all'incirca cinquanta volte la massa di Planck), essa innescherà
un meccanismo di cooperazione altamente non lineare.
Questo meccanismo dà il suo senso fisico alla teoria del free lunch".
Ilya Prigogine

"Proprio come nel caso dell'effetto tunnel , questo ci porta ad ammettere che
il vuoto quantistico è un'entità dinamica, capace di esibire fluttuazioni
energetiche non direttamente osservabili, ma significative nello studio dei
comportamenti fisici. Il fatto singolare è come la meccanica quantistica,
partendo da posizioni rigorosamente operativiste, porti a postulare una sub-struttura
invisibile, le cui fluttuazioni, descritte in termini di particelle virtuali,
producono effetti reali ed osservabili"
Ignazio Licata

Passeggiare durante una breve vacanza sulla riva del mare può fare brutti scherzi se contestualmente e
contemporaneamente si stanno leggendo un paio di libri di fisica che parlano di cosmologia, meccanica
quantistica, termodinamica e complessità, ma anche (ri) leggendo un romanzo che parla di Zen e dell'arte
della manutenzione della motocicletta.

Intanto, nel moto ondoso si possono scorgere ad un tempo una ciclicità, ma anche una continua novità:
ogni onda è a ben vedere diversa dall'altra, ma la loro successione le rende al tempo stesso parte di un
ritmo ciclico in continuo divenire.

E poi emerge quell'infrangersi schiumoso in cui ogni onda culmina e termina il suo lungo cammino, come
una sorta di destino già scritto per ognuna di loro, segnato dallo scorrere del tempo e da una "danza"
tanto estetica quanto misteriosa.

Da quel moto ondoso mi è sembrato che potessero emergere le riflessioni filosofiche di Anassagora,
Socrate, Platone, Aristotele, Parmenide ed Eraclito - dei filosofi greci in genere - ma anche quella di
eminenti fisici quantistici come J.A. Wheeler e la sua "schiuma quantistica" o Lee Smolin e Carlo Rovelli
che hanno parlato di "schiuma quantistica gravitazionale": l'Essere, il Divenire, i Principi Eterni, l'Uno ed il
Molteplice, le Idee immutabili ed eterne, la realtà fenomenologica come Apparenza, la Sostanza, il Bene, la
Verità, il Mythos ed il Logos sono tutti concetti che possono riproporsi alla mente mentre si osserva il mare
ed il suo moto ondoso...

Tutto incominciò, almeno per noi occidentali, con la filosofia greca e ancora oggi, come fa dire Robert Pirsig
al suo "Fedro" - il protagonista dello "Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta", citando Coleridge
- "ognuno di noi è un platonico o un aristotelico".

Idealismo o Empirismo? (Neo) Platonici o (Neo) Aristotelici? Dove e come possiamo trovare le risposte alle
domande irrisolte che ci facciamo sulle nostre origini e sulla realtà?

Partire dalle onde del mare per accingersi a parlare, rigorosamente da profano, di entropia e vuoto
quantistico potrà sembrare un volo pindarico e, soprattutto, azzardato non indifferente, ma il nostro
cervello dopotutto sembrerebbe che abbia degli attrattori caotici che, forse, potrebbero tutelarlo (ma non
sempre!) dalla noia e dalla "follia" donandogli fantasia e creatività, gli unici modi però per per scoprire "il
nuovo".

Speriamo di farne buon uso e di dire qualcosa di sensato!


Il mio, come sempre, sarà un approccio più "narrativo" e "filosofico" senza alcuna pretesa di scientificità in
senso stretto in cui la lettura di libri come quello di Ilya Prigogine "Fra il tempo e l'eternità" e "Osservando
la Sfinge" di Ignazio Licata, conditi da qualche metafora tratta dal già citato "Lo zen e l'arte della
manutenzione della motocicletta" di Robert Pirsig, cercherà di parlare della sorprendente correlazione fra il
vuoto, l'entropia ed il nostro universo.

Sarà un discorso che partirà dalla cosmologia quantistica, o meglio da una sorta di "filo-cosmo-sofia".

Iniziamo dall'Entropia.

L'entropia è una grandezza fisica presente nei sistemi termodinamici dissipativi e caratterizzati da un
processo irreversibile verso l'equilibrio e nel nostro universo si teorizza costante e maggiore di zero.
In questo concetto della termodinamica (conseguenza del secondo principio della termodinamica ) è
racchiuso il nostro destino di esseri biologici mortali all'interno di questo universo in cui abitiamo, anch'esso
destinato - come "sistema termodinamico chiuso" - alla "morte termica" e, quindi, almeno al livello
termodinamico-fenomenologico, ad uno stato di quiete e di stasi dove non è più possibile lo scambio di
energia e di materia (e di informazioni) tra i sistemi fisici al suo interno.

Ma è proprio così? L'universo morirà "per sempre"?

Intanto, mentre per la vita biologica che conosciamo la morte, sia individuale che globale, in caso di "morte
termica" del cosmo sembra essere un destino inelluttabile ed inevitabile (dipendente in primis dalla vita del
nostro Sole e della Terra), per l'universo fisico esisterebbero delle "ipotesi di salvezza" che potrebbero
avere la loro origine nella sua struttura primordiale subatomica: il vuoto quantistico, la cui prima
dimostrazione sembra risiedere nel famoso effetto Casimir , ma sul quale continuano ipotesi ed
esperimenti.
Come già detto, l'entropia del nostro universo è, in base al "modello standard" della fisica delle particelle,
costante (misurata dal numero dei fotoni del nostro cosmo) e, ovviamente, positiva: si parla infatti di
espansione adiabatica dell'universo, cioè ad energia totale costante.
Quello che cambia e diminuisce con l'espansione è la densità materia-energia e la temperatura media del
cosmo che tende a raffreddarsi.

Dicevamo che la meccanica quantistica ha ipotizzato l'esistenza di un "vuoto quantistico" (l'universo


vuoto di Minkowski) dal quale continuamente si genererebbero e si distruggerebbero "particelle
virtuali" (nel senso che nascono e muoiono all'interno della scala spazio-temporale di Planck) e reali
(cioè "venute ad esistenza" al di fuori della scala di Planck), che è esattamente il contrario del niente o del
nulla che noi tenderemmo ad associare al termine "vuoto".

Il vuoto quantistico sarebbe lo stato primordiale dell'universo in cui "ad un certo istante" una
fluttuazione (in particolare, si ipotizza che sia stata possibile solo ad opera di "mini buchi-neri" con la
massa di Planck pari a 10 exp-5 grammi: "particelle" decisamente pesanti se pensiamo che un protone
pesa 10 exp-23 grammi!) avrebbe determinato la transizione di fase (una lacerazione del "tessuto" non
locale del vuoto quantistico) che avrebbe portato all'emergenza di questo universo in cui noi viviamo.
Questo universo, appunto.

Perchè proprio per la natura della fisica dei quanti "quella fluttuazione" potrebbe non essere stata l'unica,
ma anzi solo una particolare di infinite fluttuazioni e quindi di altrettanti universi paralleli al nostro! Magari
con "leggi fisiche" completamente diverse...

Ora immaginiamo che questo nostro universo, che, per quanto misterioso, conosciamo meglio di tutti i
possibili mondi paralleli, raggiunga un giorno la morte termica (l'equilibrio termodinamico).
Apparentemente sarebbe, a quel punto, un universo statico e sicuramente dal punto di vista termodinamico
(e fenomenologico) lo sarebbe, ma il vuoto quantistico che fine avrebbe fatto in quel momento?

Se ipotizziamo che il vuoto quantistico sia eterno e sia una struttura primordiale (un medium sub-
quantico "originario") in continua attività di generazione ed annichilazione di "particelle virtuali" (fintanto
che non avviene una transizione di fase a causa di una fluttuazione che generi particelle "reali"), allora
potremmo immaginare che nello stato di morte termica o equilibrio termodinamico il nostro universo ritorni
ad essere prevalentemente vuoto quantistico: morto termicamente, ma ancora "vivo"!
Il termine vivo è indubbiamente suggestivo, quindi magari è meglio usare il termine "attivo" o "dinamico".

Nel momento esatto in cui avverrebbe la morte termodinamica, contestualmente, in quell'istante,


cesserebbe di esistere il tempo, o meglio la freccia del tempo associata ai fenomeni termodinamici
irreversibili?
Ilya Prigogine, nel suo "Fra il tempo e l'eternità", ritiene che la freccia del tempo continuerebbe ad esistere
"in potenza", precedendo l'esistenza di un futuro universo. Ma ci torneremo.
E lo spazio?
Immaginiamo il nostro universo in quel momento in cui raggiunge la morte termica... Sarà molto
probabilmente composto dallo spazio che la sua espansione avrà generato nel tempo (a meno che si
verifichi la prevalenza di forze di attrazione, che contraddicano questo scenario prevalendo su quelle di
espansione attualmente dominanti - utilizzo termini generici- e quindi generino uno scenario di "big
crunch", ossia di contrazione) e quindi resterebbe uno spazio "occupato" in forma, però, di vuoto
quantistico (alla scala di Planck) e di un universo "buio", in cui cioè non avvengono processi termodinamici,
a livello "macro".

Ritorniamo al tempo.

Se il vuoto quantistico continua ad essere "dinamico" all'interno della scala spazio-temporale di Planck
senza che emergano particelle reali, ma "solo" virtuali, possiamo ragionevolmente dire che non esista il
tempo?

Ipotizziamo che il tempo continui ad "esistere", ma venga per così dire diluito all'interno della scala di
Planck assieme allo spazio in modo da costituire una sorta di "plasma" indistinto con lo spazio stesso.
Un tempo "potenziale"... o, secondo l'ipotesi di Hartle-Hawking, un tempo immaginario (descrivibile cioè
con i numeri complessi)...

Questa visione sarebbe in buona sostanza una "visione geometrica" del vuoto quantistico e del cosmo in cui
il tempo emergerebbe (o si separerebbe dallo spazio come entità/dimensione "autonoma") come tale solo
con la venuta ad esistenza di un universo "reale" a seguito di una fluttuazione spontanea (detta anche "free
lunch") del vuoto quantistico.

Ma perchè il vuoto quantistico dovrebbe fluttuare spontaneamente?

Se immaginiamo - ci dice Prigogine -, come fece Edward Tryon nel 1973, che il nostro universo possa
avere un valore energetico globale nullo in cui tutte le forze o interazioni di un segno siano compensate
dalla (interazione di) gravità (che avrebbe segno negativo) nell'altro senso, allora questo sarebbe il caso in
cui tra vuoto quantistico (anch'esso, per definizione, ad energia totale ed entropia nulla) ed il nostro
universo non ci sarebbero differenze energetiche e sarebbero sostanzialmente due "realtà equivalenti" e
potenzialmente "intercambiabili" senza "costi energetici".

Il prezzo della venuta ad esistenza di un universo sarebbe , però, "pagato" - come scrive sempre Ilya
Prigogine - in termini di entropia, che da nulla diventerebbe positiva e dalla apparizione della freccia del
tempo.

L' "esistenza" per divenire "reale" ha un costo che si chiama "entropia" ...

Le fluttuazioni del vuoto che producono particelle virtuali non sarebbero, invece, sottoposte al principio di
conservazione dell'energia bensì unicamente a quello quantistico di indeterminazione.

Se consideriamo tale bilancio energetico di pareggio fra un universo "vivente" come il nostro ed il vuoto
quantistico, allora resta solo da immaginare una fluttuazione "diversa" dalle altre che rompa il "tessuto
non locale del vuoto quantistico" (al livello della scala di Planck) e faccia esplodere un universo "reale".
Questo fenomeno potrebbe accadere infinite volte e continuamente ed essere nella "natura del vuoto", in
tal senso paragonabile ad un "atomo eccitato" che per ritornare allo stato di equilibrio emette un fotone.

Potrebbe, dunque, accadere che il nostro universo sia parte di un ciclo di "eterno ritorno" al vuoto
quantistico per poi "ri-esplodere entropicamente", magari con leggi fisiche completamente diverse da
quelle precedenti...

Una ipotesi quanto meno affascinante e suggestiva.

Quali sono le domande che potremmo farci relativamente a questa sorta di racconto/riflessione poggiante
su concezioni cosmologiche ancora non dimostrate empiricamente e che escluderebbero il "famoso"
concetto di Big Bang e della "singolarità" iniziale (infinità densità di massa energia e sua concentrazione in
un punto)?

Proviamo ad elencarne qualcuna:

1. L'effetto Casimir rappresenta una prova sperimentale certa dell'esistenza del vuoto quantistico?
Le fluttuazioni del vuoto saranno mai osservabili ?

2. L'ipotesi di Tryon che il bilancio energetico globale del nostro universo sia (o possa essere) nullo al pari
del bilancio energetico dell'ipotetico vuoto quantistico è verosimile?

3. L'eternità del vuoto quantistico implica che il (la freccia del) tempo "nascerebbe" e "morirebbe" con un
universo "reale", ossia che sarebbe una dimensione legata alla venuta ad esistenza reale di un universo.
Ora, se è immaginabile ipotizzare un ciclo eterno di esplosioni entropiche è molto più difficile immaginare il
primo istante del primo universo venuto ad esistenza: questo primo istante implica un "prima" temporale in
cui mai nessun altro universo era venuto ad esistenza a causa di una fluttuazione del vuoto...

Ciò premesso:

3a. Perchè fino a quel "momento" non si erano verificate fluttuazioni di quel tipo se il vuoto era dinamico?

3b. Se, invece, si verificano continuamente (ad ogni "istante") fluttuazioni e ne emergono infiniti universi
"reali", ne conseguirebbe che lo stato di vuoto è sempre stato solo "virtuale" e limitato alla scala di Planck,
ma che lo stesso vuoto ha dato sempre e continuamente luogo ad infiniti universi con un tempo ed uno
spazio. In tal caso, il tempo sarebbe "nato" con il vuoto che a sua volta è "eterno" per cui il tempo sarebbe
eterno a sua volta, ossia sempre esistito come dimensione per quanto differenziato in universi paralleli
diversi.
Può esistere un tempo eterno? E cosa vuol dire? Non è una contraddizione con la sua natura emergente che
presuppone un "prima"?

3c. Infine, le lacerazioni del vuoto quantistico potrebbero avvenire non "con continuità", ma
"discretamente" solo quando il vuoto dovesse generare nel "turbinio della sua perenne attività" i
sopraccitati mini buchi neri con la massa di Planck. Tale eventualità sarebbe "casuale" e di "natura
probabilistica", ma in ogni caso non eliminerebbe il problema dell'istante precedente al primo istante del
primo universo.

In definitiva, il "tempo assoluto" resterebbe un enigma... una aporia irrisolvibile per la logica che
stiamo usando, come dice il buon Prigogine.
Accontentiamoci allora per il momento di ipotizzare che il tempo preceda "in potenza" l'esistenza in quanto
tutt'uno con il vuoto quantico.

Dicevo della "logica che stiamo usando": una logica in cui utilizziamo una concezione essenzialmente
lineare del tempo in cui c'è un prima ed un dopo ed in cui un "ente fisico" o esiste o non esiste.

Indubbiamente una logica "binaria"! Ossia del tipo "si", "no", "zero", "uno"...

Robert Pirsig, nel suo "Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta", parla del "mu" giapponese:
una parola che viene usata per rispondere a domande che non hanno come risposta né si né no. "Mu"
significa "nessuna cosa" e quando si interroga la natura con domande con una logica binaria ci si può
imbattere in un "mu"...

Mi viene, in tal senso, da pensare al vuoto quantistico ed al suo significato misterioso...

Pensiamoci un attimo:
il vuoto quantistico genererebbe continuamente particelle virtuali e reali, le prime non soggette al principio
termodinamico di conservazione dell'energia e le seconde, invece, si (quindi sottoposte anche al principio di
equivalenza relativistica tra massa ed energia).

Il primo concetto che viene scalfito dall'ipotesi del vuoto quantistico è quello di "esistenza" e subito dopo
quello di "realtà".

A livello logico (binario) un ente o esiste o non esiste, ma l'ipotesi delle particelle virtuali - come lo stesso
vuoto che le genera - è l'ipotesi di una sorta di "mu quantistico" (nessuna cosa...) nel senso che essi non
sono simili a nessuna cosa noi possiamo al momento osservare nel nostro mondo fenomenico, essendo
come imprigionati all'interno della scala di Planck.

L'esistenza, quindi, sarebbe caratterizzata in prima battuta da due stati, quello "virtuale" e quello "reale",
regolati da principi fisici diversi...

Di conseguenza un ente fisico elementare, che possiamo chiamare particella elementare per comodità, può
esistere realmente, esistere virtualmente o non esistere.
Ma anche la non esistenza sarebbe una sorta di "esistenza potenziale" se consideriamo che il vuoto
quantico sarebbe in continua attività di generazione di particelle virtuali di ogni tipo.

Potremmo dire che una "particella fisica elementare" (reale o virtuale) può:
a. esistere realmente;
b. esistere virtualmente;
c. esistere potenzialmente;
d. non esistere.

Siamo a questo punto giunti a 4 ipotetici stati dell'esistenza... rispetto all'essere ed al non essere classici.

In questo scenario da "sfinge", come molto bene lo ha definito Ignazio Licata, il vuoto quantistico
esisterebbe sempre e da sempre: potrebbe essere quello che Parmenide chiamava l'Essere, anche se il
vuoto quantico sarebbe estremamente dinamico (uno stato "eccitato" dello spaziotempo) ed in continuo
divenire "eracliteo"...Una realtà eterna, in eterno divenire ed in eterna attività "creatrice".

Ed eccoci dunque arrivati ad un vuoto che non è vuoto e che al tempo stesso crea tutto! Un Vuoto che
genera il Tutto...Un "Mu" quantistico, appunto!

La nostra logica binaria, a questo punto, è completamente disorientata.

L'esistenza deriverebbe da "un vuoto che è pieno" e che genererebbe infinite particelle virtuali ed infiniti
universi reali.

"La mente dualistica tende a pensare che il verificarsi del mu in natura sia una
specie di imbroglio contestuale, o comunque un fatto non pertinente,
ma il mu lo si trova dappertutto nell'indagine scientifica e la natura non imbroglia:
nessuna risposta della natura è non pertinente. E' un grave errore,
una specie di disonestà, sbarazzarsi delle risposte mu della natura.
Riconoscerle e valutarle sarebbe di grande aiuto nell'avvicinare la teoria
logica alla pratica sperimentale. (...)
L'affermazione che la scienza cresce più grazie alle risposte
mu che non grazie a quelle si-no è assolutamente fondata"
Robert Pirsig

Seguendo la metafora dello Zen, potremmo chiamare il vuoto "mu quantistico" (mi viene da fare una
similitudine con il Tao...) e sembrerebbe quasi che si generi una visione mistica o, comunque, metafisica
della fisica (neo-platonica), un ritorno ad una "divinità creatrice", che però in tal caso dovrebbe essere
inconsapevole della sua attività, la quale risulterebbe pertanto anche a-finalistica.

L'inconsapevolezza e l'a-finalismo devono essere "postulati" (o semplicemente la consapevolezza ed il


finalismo devono essere "scartati", anche perchè non c'è niente che possa vietarci di ipotizzarli...) in quanto
esulano dalle ipotesi scientifiche prese in considerazione dalla fisica.

La "certezza" (si fa per dire...) sarebbe la "necessità" di questa creazione continua a causa della "natura
eccitata" del "vuoto-mu quantistico".

Come non vedere, inoltre, nel "mu quantistico" il Principio Eterno di cui erano alla ricerca i filosofi greci!
Questo "mu" è sia essere che divenire, sia sostanza che apparenza, sia uno che molteplice.
Restano, però, fuori i concetti di Bene e Verità, che vengono "sostituiti" da quelli di Necessità e
Probabilità.

Ecco che i fisici ed i cosmologi contemporanei hanno ritrovato con un altro linguaggio e con un metodo
scientifico che in questo caso non consente ancora del tutto la prova sperimentale e che quindi è molto
simile ad un "approccio platonico" quello che per i filosofi greci era l'Archetipo, il Principio Immortale di
tutte le cose.

Davvero un risultato "singolare" come si sia ritornati a questo tipo di convergenza a distanza di 2.500 anni!

Un'altra conseguenza dell'ipotesi di generazione della realtà dal vuoto è quello di nutrire dei dubbi sulla
"consistenza" stessa della realtà, la cui matrice informazionale profonda ci è ancora ignota, come ha
detto Ignazio Licata in una recente intervista rilasciata a Brain 2 Brain.

E se la realtà fosse, invece, il frutto di un "sogno quantistico" di una super-mente posta ad un livello
superiore rispetto alla nostra scala? Ritroveremmo qui intatte le ipotesi di inconsapevolezza e di afinalismo
fatte sopra. I sogni dopotutto sono processi della mente ancora abbastanza misteriosi.

Fred Alan Wolf, noto anche come Dr. Quantum, ha formulato in merito un'ipotesi ai limiti del surreale ossia
quella dell'universo sognante...

SECONDA PARTE

Le metafore sono molto probabilmente lo strumento più potente per veicolare un pensiero, una teoria, un
modello o una visione molto tecnici e/o densi di formule matematiche.

Fred Alan Wolf , dicevo - noto anche come Dr. Quantum - ha formulato nel suo libro "The dreaming
Universe" (1993) una ipotesi che potremmo definire surreale, ma che non sembrerebbe avere meno dignità
speculativa di tante altre (ad esempio l'ipotesi di una realtà-simulazione frutto di una intelligenza superiore
analizzata dal filosofo della scienza Nick Bostrom in Anthropic Bias, 2002) relativamente al tentativo di
spiegare l'origine del nostro universo.
In questo articolo potete trovare un' ottima sintesi dell'ipotesi formulata dal Dr. Quantum.

In particolare, fermiamoci ad analizzare alcuni passi salienti dell'articolo relativi a quella che potremmo
sintetizzare come un'ipotesi di "cervello olografico", che a guisa di un antenna rice-trasmittente capterebbe
e de-codificherebbe tridimensionalmente un sogno quantistico di una "mente superiore" appartenente ad
una realtà pluri - dimensionale:

"Il punto cruciale del mio discorso è l’esistenza del mondo di mezzo, da cui sorgono tanto la
consapevolezza di veglia quanto quella onirica. La mia ipotesi è che la nostra vita, i nostri pensieri e
sentimenti, e persino il mondo fisico della materia e dell’energia, provengono da questo mondo
immaginale. Voglio anche suggerire che quelli che chiamiamo sogni sono immagini emergenti da questo
mondo attraverso un meccanismo olografico implicante onde quantiche di informazioni che sorgono nel
passato e nel futuro",

e ancora :

"Un sistema quantistico, in genere, esiste in una sovrapposizione di stati. Tali stati corrispondono agli
attributi osservabili, e quindi misurabili, della nostra esperienza del mondo" (...),

"(...) una volta che uno stato è noto (osservabile e misurabile, nda), la sua onda di probabilità deve
diventare singolare, “infilzata” in un luogo e un tempo, piuttosto che essere diffusa e sparsa nello spazio e
nel tempo. Quando nell’onda accade questo “picco”, l’oggetto assume una forma fisica e il suo osservatore
ha un’esperienza cognitiva.
Ma nessuno sa in che modo si formi questa improvvisa realtà “a picchi”. Nella stessa fisica quantistica non
c’è nulla che preannunci questo fenomeno.
Tale improvviso “picco di realtà” è la base del principio di indeterminazione di Heisenberg, e ha dato origine
a molte interpretazioni, le quali richiedono tutte, tranne una, la fede in un sistema metafisico posto al di là
delle leggi della Fisica. L’unica eccezione è forse la spiegazione meno accettabile, sebbene sia l’unica che
rimanga all’interno della Fisica quantistica. Questa spiegazione sostiene che il collasso di un “picco” non si
verifica.
Tale concezione è chiamata “l’interpretazione dei molti mondi della meccanica quantistica”, e dice molto
chiaramente che tutte le possibilità esistono simultaneamente",

"(...) Data questa interpretazione (a molti mondi, nda), come si forma l’esperienza del mondo, sia quello
onirico che quello della consapevolezza desta?";

ed ecco che arriviamo al nocciolo della ipotesi olografica di Wolf:

"La percezione della realtà come accade nel nostro cervello e nel sistema nervoso è, credo, una sequenza
di ologrammi che si susseguono gli uni dopo gli altri, man mano che l’esperienza si manifesta “nel tempo”.
Nel cervello, le onde quantistiche producono eventi e allo stesso tempo sono la percezione e l’illuminazione
di quegli eventi. In tal modo, nel cervello si crea l’ologramma";

"L’immagine si forma olograficamente nello stesso modo della sensazione della percezione. Così, secondo
me, il concetto olografico spiega come ricreiamo non solo la realtà visiva, ma tutte le percezioni della
realtà.
Ricostruiamo la realtà producendo un ologramma visivo, sonoro e sensorio nel nostro cervello, sulla base
dei dati forniti dai sensi. In tal modo, il mondo sperimentato, il mondo “oggettivo”, esiste nel nostro
cervello. Nessuno sa esattamente cosa ci sia “là fuori”."

In particolare, F.A.W. ipotizza che "esiste un mondo fondamentale da cui proviene tutto ciò e lo collega al
mondo immaginale. Nel mondo immaginale non esiste tempo né spazio. Ma da esso provengono tutte le
possibilità e gli osservatori. In esso l’oggettivo viene sperimentato come spazio, il soggettivo come tempo.
Ciò avviene perché quello che intendiamo con oggettivo è “là fuori”, mentre il soggettivo è sperimentato
“nel tempo”, ma non ha una componente spaziale".

Quindi in questa speculazione di F.A. Wolf la realtà originaria e fondamentale è quella immaginale
quadrimensionale (un mix indistinto di spazio e tempo, dove possiamo ravvedere senza ombra di dubbi una
forte componente platonica!)- ed il sogno del "Grande Spirito" degli aborigeni australiani ne è una valida
metafora -, che prenderebbe la forma a noi nota con uno spazio ed un tempo in base alla ipotesi del
cervello olografico.

Dovendo arrivare al concetto di coscienza Wolf asserisce che:

"L’assemblaggio dei dati sensoriali dal mondo immaginale crea nel cervello un’azione che chiamiamo
consapevolezza. L’«io-consapevolezza» degli eventi non è nulla di più che la mappatura dell’esperienza nel
tempo; la consapevolezza “di veglia” degli eventi è la mappatura dell’esperienza nello spazio; la
consapevolezza onirica è la mappatura dell’esperienza nel mondo immaginale.
La consapevolezza onirica e quella di veglia accadono simultaneamente; quando siamo svegli, la
consapevolezza onirica è semplicemente sopraffatta da quella conscia, e viceversa quando siamo
addormentati."

Se siete ancora lì e se non siete scappati in preda ad un rifiuto categorico delle metafore "wolfiane"
possiamo andare avanti!

Nell'articolo F.A.W. parla delle sue esperienze nella giungla peruviana con gli sciamani "sotto l'influsso della
pianta ayahuasca".

Queste esperienze sono state descritte molto analiticamente da Graham Hancock nel suo "Sciamani" e ci
consentono un collegamento dell' universo sognante di Wolf con le culture preistoriche ed il loro rapporto
religioso con il "mondo dei sogni".

L' ayahuasca è una pianta allucinogena che, dice Hancock, è una parola composta che significa "pianta dei
morti" o "pianta delle anime" e "allude alla capacità dell'infuso del Sud America di proiettare chi lo beve in
regni soprannaturali e spirituali in cui molto spesso si incontrano i propri antenati defunti".

Graham Hancock inizia il suo viaggio nel mondo degli sciamani e delle piante delle anime a seguito della
lettura delle teorie neuropsicologiche dell'antropologo David Lewis Williams sull'arte del Paleolitico
Superiore presente nelle grotte preistoriche (come Pech Merle, Lascaux, Chauvet e Altamira) e sulla genesi
della religione.

Secondo D.L. Williams e il suo aiuto ricercatore Thomas Dawson, in uno studio pubblicato nel 1988 su
Current Anthropology, le religioni e le forme artistiche della preistoria avrebbero una origine
neuropsicologica dovuta all'assunzione da parte in primis degli sciamani e poi dei membri delle tribù di
piante allucinogene come l'ayahuasca in Sud America e l' iboga in Africa.

Hancock conobbe Williams e gli propose di assumere assieme la pianta delle anime per poterne
sperimentare in prima persona gli effetti, ma Williams gli rispose così:

"Non voglio friggermi il cervello e francamente non sono minimamente interessato a questo tipo di
esperienze".

Allora Hancock "protestò che dal massimo sostenitore della teoria visionaria dell'arte del Paleolitico
superiore si sarebbe aspettato un estremo interesse per esperienze del genere, ma il professore ribadì con
forza che non era così. (...) Non c'era nulla da guadagnare da un tour personale nell' oltremondo degli
sciamani, che altro non è - lo sappiamo benissimo a differenza dei nostri antenati - se non una stupida
illusione".

Ovviamente Hancock non concordò con l'antropologo e obiettò quanto segue:

"Possiamo essere sicurissimi che non ci sia un'altra realtà materiale oltre a quella che viviamo, ma non
possiamo dimostrare che sia così. In teoria potrebbero esserci altri regni, altre dimensioni, come
sostengono sia la fisica quantistica sia tutte le tradizioni religiose. Il cervello potrebbe essere sia ricettore
che generatore di coscienza e perciò lo si potrebbe sintonizzare sugli stati alterati per ricevere lunghezze
d'onda cui normalmente non riusciamo ad accedere. A seconda del nostro punto di vista e delle nostre
esperienze, possiamo valutare più o meno improbabile che questi mondi "ultraterreni" siano reali, ma è
importante prendere atto che non esistono prove empiriche che ne escludano l'esistenza a priori".

E così Graham Hancock si avviò nel suo viaggio straordinario nei "mondi degli sciamani" che rappresenta
all'inizio del libro anche attraverso i dipinti di Pablo Ameringo , un artista sciamano peruviano (adesso in
verità solo artista da quanto si desume dal suo sito web).

Ecco una sua prima descrizione:

"Se dovessi indicare la qualità precipua delle visioni che ho sperimentato sotto l'influenza dell' ayahuasca,
la individuerei nella loro eccezionale capacità di sembrare vere, per quanto "soprannaturali". E' piuttosto
sorprendente incontrare qualcosa di così inverosimile come un essere di luce, o un serpente gigante e
intelligente che si trasforma in un giaguaro, o un ibrido uomo coccodrillo, o uomini insetto come i miei
"alieni", specie quando a tutto si pensa, di solito, che a esseri del genere. Ma incontrarli in tutta la loro
stravaganza, rafforzati da una persuasiva apparenza di realtà e solidità, disorienta ed inquieta il doppio.
Così, alcuni mesi prima di incontrare David Lewis Williams, quello che avevo imparato dall'esperienza
personale in Amazzonia aveva già cominciato a convincermi della forza dei suoi argomenti. Se i nostri
antenati del Paleolitico superiore avessero consumato piante psicoattive - e vedremo che in Europa, ai
tempi dell'Era Glaciale era diffuso un eccellente candidato in grado di produrre effetti simili a quelli dell'
ayahuasca - allora, dal momento che condividiamo la stessa neurologia, si può dire con sicurezza che essi
avrebbero vissuto esperienze molto simili alle mie".
Ma ritorniamo ai nostri giorni ed al "principio olografico".

In una recente intervista pubblicata su Scienza e Conoscenza, Ervin Laszlo - noto filosofo ed esperto in
teoria dei sistemi nonchè teorico del "campo akashico", ossia un campo informazionale profondo che
starebbe all' origine della realtà quantistica, parlando della similitudine di tale campo con l'Ordine Implicito
del grande fisico David Bohm, asserisce che:

"Bohm ha suggerito l'esistenza di un ordine implicito nel quale le cose esistono virtualmente e solo in
seguito esse "emergono" nella realtà, dove possiamo percepirle; così si ha un movimento di andata e
ritorno continuo tra l'Ordine Implicito e l'Ordine Esplicito.(...) Quello che io suggerisco, invece, è che la
realtà sia tutt'uno, non c'è separazione.(...)...una realtà molto più profonda di quello che possiamo rilevare
con i mezzi fisici a nostra disposizione. E' un aspetto dello spazio che "sta al di sotto" dello spazio comune,
un Iperspazio, che è il fondamento di tutto lo spazio che esiste nell'universo. Questo spazio contiene tutte
le informazioni; tutte le informazioni che poi si esplicano nel mondo manifesto, che non è altro che un
livello differente della medesima realtà."

e continua:

"Abbiamo per questa ragione bisogno di utilizzare il modello olografico per spiegare questi aspetti della
realtà. Considero il "Piano Olografico" come la parte più profonda della realtà, quello che percepiamo è solo
la punta di un immenso iceberg".

Si ripropone, dunque, il concetto di ologramma associato alla conoscenza ed alla descrizione della realtà a
sottolineare, riproponendola con un altro linguaggio, l'idea delle tradizioni filosofiche orientali come
l'induismo ed il taoismo di una "conoscenza illusoria" della mente e dell'esistenza di una realtà eterna,
generatrice e ciclica (Brahman, il Tao), senza trascurare come abbiamo visto lo Spirito Sognante delle
antiche religioni sciamaniche.