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Cernisevskij/Dobroljubov/Pisarev

ESTETICA NICHILISTA
I primi fermenti per la libertà e l'uguaglianza
nella Russia autocratica del secolo scorso
Cernisevskij/Dobroljubov/Pisarev

Estetica nichilista

A cura e con introduzione di Melina Di Marca

Centrolibri
Estratto da:
N. Tchernychewski/N. Dobrolioubov/D. Pisarev,
Les nihilistes russes
a cura di Wanda Bannour
Ed. Aubier Montaigne - Paris, 1974.

Traduzione italiana di Melina Di Marea

Stampato nel Gennaio 1984,


per conto della CENTROLIBRI,
vico Rao, 8 - 95124 Catania,
dalla Alfa Grafica Sgroi,
via S. M. della Catena, 87 95124 Catania
Introduzione

Accerrimi critici di ogni tradizionalismo, rivoluzionari all' "ul-


timo sangue", dissacratori e dissacrati, i nichilisti lavorarono e si impe-
gnarono per tirar fuori la vita dalla morte, l'azione dall'indolenza
riuscendo a dare uno slancio vivo e positivo ad una Russia sopita
e bigotta, sottomessa intellettualmente alle direttive storiche e poli-
tiche che venivano fuori dalla situazione instaurata dalla fittizia li-
beralizzazione delle riforme di Alessandro II.
Già la fioritura di una "letteratura accusatoria" aveva avuto ini-
zio ai tempi di Nicola I. Pisemskij si era occupato del problema del-
la donna e di quello dei contadini; Herzen aveva scritto nel 1847
Il Dottor Krùpov, Soroka-vorockna (La gazza ladra) e Kto vinovat?
(Di chi la colpa?) affrontando anch'egli sia il problema femmini-
le che quello dell'organizzazione sociale.
Al problema della servitù della gleba, Herzen dedicò in modo par-
ticolare il giornale "Kolokol" (La campana) da lui pubblicato a
Londra dal 1857 al 1863.
Anche Concarov cominciò la sua attività di denuncia sociale nel
1847 con il romanzo Obynovenna istorija (Una storia comune)
e la portò avanti con un altro romanzo, Oblomov (1857), dove viene
tracciato, tramite l'atteggiamento del protagonista, il comportamen-
to abulico e sonnolento della società russa dell'epoca.
Sempre nel 1847, Belinski aveva scritto la Risposta a Gogol, do-
ve, con la veemenza che gli è propria, affronta la situazione di
asservimento in cui si trovano i contadini condannando contempo-
raneamente anche quella forma di paternalismo che alla fine serve
a più ben sfruttare i contadini, annullandone la personalità e ripor-
tandoli alla completa situazione di oscurantismo sia intellettuale
che di vita quotidiana.
Il "realismo", figliuol prodigo del romanticismo russo che aveva
caratterizzato tutta un'epoca, si affaccia alla scena intellettuale
russa con la sua "scuola naturale" ponendosi il compito di compren-
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dere tutte le opere presenti, ma anche passate, che mostravano la


realtà e le sue contraddizioni.
Ma, come ogni movimento intellettuale, nemmeno la nascita della
scuola naturale può essere collocata in modo temporale, perché pri-
ma che Belinski ne avesse enunciato i principi, Dalh, e altri insieme
ad esso, avevano cominciato a narrare una forma di realtà russa,
principalmente rifacendosi allo studio dei costumi e delle tradizioni.
La morte di Nicola I porta una certa liberalizzazione della criti-
ca letteraria. Si affaccia quella "critica radicale" aspra e incisiva che
si servirà di strumenti come i giornali "Sovramennik" (Il contem-
poraneo) e "Russkoe Slovo" (La parola russa).
Questi scossoni non riguardano certo solo il campo letterario,
semmai in questo settore sono una conseguenza di quanto quoti-
dianamente continua ad accadere nelle campagne e nelle università.
Gli anni '40 avevano già visto un intensificarsi delle rivolte dei
contadini. Le parziali e timide riforme di Nicola I avevano fatto au-
mentare le speranze di libertà.
Fra il '54 e il '55, l'entroterra è in subbuglio, le sommosse dei
contadini non hanno più tregua. In ogni villaggio, al grido di terra e
libertà!, i contadini rifiutano di servire i signori, vogliono la terra.
L'insubordinazione e la protesta si estende dovunque. I nobili han-
no paura.
Il 19 febbraio 1861, la critica situazione della guerra di Crimea e
la pressione delle rivolte contadine, spingono Alessandro II, succe-
duto a Nicola I, a pubblicare un manifesto per l'abolizione della
servitù della gleba.
Ai contadini, che chiedevano terra e libertà, viene dato un surro-
gato delle due cose: la terra a riscatto e l'assoggettamento, non
più direttamente al signore, ma ad una serie di organi amministrativi
e burocratici che sostanzialmente prendono il suo posto. Lo Stato si
sostituisce alla nobiltà, anche se continua ad essere da questa influen-
zato e diretto.
Nel campo studentesco, l'ingresso nelle università di una classe
formata più o meno dalla piccola borghesia e da studenti poveri
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( la raznotchintsy) porta una ventata di idee nuove e un nuovo modo


di vedere le cose e di vivere l'università.
Questi giovani si conquistano una certa possibilità di movimento
in seno agli atenei stessi. In molti casi riescono perfino ad imporre
che un docente reazionario venga licenziato e al suo posto venga
assunto uno più liberale. Si tratta all'inizio di manifestazioni di carat-
tere incontestabilmente corporativo. Le prime avvisaglie di una mo-
dificazione che porta il movimento studentesco su un piano sociale
di protesta contro il governo si hanno nel 1861 e le prime manife-
stazioni di questa maturazione si hanno appunto nel marzo di quell'
anno a Pietroburgo dove una delegazione di studenti partecipa alla
messa in requiem per i caduti nei disordini di Varsavia. Trecento
studenti confermano con la loro firma la loro presenza a questa ce-
rimonia. Pure a Kazan si celebra una messa per i contadini caduti
a Bezdna1 sotto il piombo dei soldati. Anche là la cerimonia assume
un carattere di protesta sociale. Il problema della nazionalità e quello
dei contadini entrano così anche nelle università.
Ma ad una ulteriore presa di coscienza degli studenti portano pure
le decisioni radicali prese da Alessandro li che, dopo aver aperto le
università, vista la piega che prendono gli avvenimenti, nomina una
commissione per redigere uno statuto che annulla praticamente
tutte le libertà interne alle università stesse.
Gli studenti cominciano adesso la loro conquista delle università.
Gli scontri con la polizia si susseguono, la famigerata Terza Sezione2
è onnipresente, e il movimento passa quasi totalmente alla clande-
stinità. Ma, in effetti, il movimento nelle sue caratteristiche genera-
li conserva caratteri corporativi e accademici.

1
Bezdna era un villaggio appartenente alla circoscrizione di Kazan'. Nella
notte fra 1*11 e il 12 aprile 1861 vi era stata una sommossa dei contadini i
> piali intendevano opporsi all'arresto di Anton Petrov considerato dalla poli-
zia un "sobillatore". Alcune fonti portano che nei disordini morirono 51 con-
Lidini ed altri 77 vennero feriti.
1
La Terza Sezione era l'organo di polizia politica preposto alla repressione
delle attività rivoluzionarie nonché al controllo e alla censura preventiva sulla
stampa.
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Solo parte di questi giovani riescono ad andare al di là e a creare


quel significativo movimento sociale che caratterizzerà la Russia
fino a tutti gli anni '70: il populismo.
Miriadi di piccoli gruppi si formano, vere e proprie società segrete.
Congiure e attentati prendono vita. Ma ogni azione è studiata perché
possa essere "capita" dal popolo e di questa massa enorme, compo-
sta principalmente da contadini, viene analizzata la reazione ad
ogni azione armata condotta. L'oggetto principale del lavoro mili-
tante dei populisti è quindi questo popolo sfruttato e oppresso, da
sempre schiavo e rimasto servo anche dopo 1' "abolizione" della
servitù della gleba.
La parola d'ordine è Vnarod! (andare al popolo) ed è questo il
tema centrale che si dibatte nelle riunioni. Come andare verso il po-
polo? Una delle prime cose da fare sembra essere quella di vivere
insieme ad esso la sua vita di ogni giorno. Per questo motivo i giovani
si recano a lavorare nei villaggi come medici, scrivani o anche sempli-
ci lavoratori della terra, come fabbri o boscaioli, cercando di vivere
sempre in contatto con i contadini. Lo stesso fanno le ragazze.
A centinaia vanno nei villaggi, fanno le infermiere, le levatrici, met-
tendo da parte i loro diplomi e cercando di essere utili a quella parte
più povera della popolazione. Il loro desiderio è quello di parlare
con queste masse, insegnare loro a leggere e a scrivere, utilizzare
insomma tutti i mezzi per farle uscire dalla loro secolare ignoranza e
cercare di capire da esse stesse quali possano essere gli ideali di una
vita migliore.
La situazione non è certo semplice, l'ignoranza predomina, la ri-
vendicazione di tutta la terra ai contadini era rimasta solo qualche
voce isolata nelle rivolte del 1861 e, cosa ancora più grave, lo zar
continua ad essere sostanzialmente visto dai contadini come il "gran-
de padre" che solo può elargire quella "seconda libertà" tanto attesa.
Il tentativo di portare avanti il germe di una prossima rivolu-
zione sociale si rivela abbastanza complesso e comunque quel sovver-
timento che le condizioni oggettive e le lotte contadine avevano pro-
messo non riuscirà a fare il salto decisivo.
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E' all'interno del populismo russo che ha una sua precisa funzio-
ne il fenomeno del nichilismo che sintetizzò in esso l'atteggiamento
morale e le idee della giovane generazione degli anni '60.
Il termine nichilismo era già stato usato da Bauer e da Stirner,
e Katkov lo riprende nel 1861 in senso polemico contro gli scrit-
tori de "Il contemporaneo". Ma è nel 1862, quando Turgenev pub-
blica il suo romanzo Padri e figli, che diviene popolare. L'autore rie-
sce a sintetizzare nel romanzo l'atteggiamento morale e le idee della
giovane generazione degli anni '60. Il protagonista, Bazarov, viene
appunto denominato "nichilista". Bazarov "è un uomo che non si
piega davanti a nessuna autorità, per quanto possa essere venerata,
e non accetta nessun principio senza averlo prima provato". Quindi
un personaggio che rigetta tutte le convenzioni sociali e che assume
un atteggiamento negativo di fronte a tutte le istituzioni vigenti.
Sincero fino all'asprezza più assoluta, il "nichilista" Bazarov rap-
presenta una delle due voci nuove di quel conflitto tra due generazio-
ni che occupa la Russia dell'epoca.
Ma il termine non era stato in ogni caso ben scelto. Dal latino
nihil infatti, la parola nichilista significa nulla, niente. Per tal moti-
vo molti sostengono che i nichilisti erano "negatori" di tutto e che
si fermavano a questa negazione radicale senza dare delle alternati-
ve alle istituzioni e credenze che volevano distruggere. In effetti, da
questo punto di vista, il termine è poco appropriato. I nichilisti in-
fatti portarono avanti idee ben precise e il loro positivismo e il loro
materialismo non era certo né indifferentismo, né scetticismo.
A tale appellativo i populisti fecero diverse proteste e rettifiche.
Addirittura, su "Il contemporaneo" uscì una lunga recensione a
Padri e figli dove Turgenev veniva sostanzialmente condannato
per aver falsato la realtà.
Nonostante tutto, il termine rimase, e si diffuse principalmente
in occidente dove riusciva ad esprimere quel senso di mistero da cui
erano circondati i populisti e principalmente i nichilisti russi.
Sarà Pisarev ad accettare la definizione "nichilista" utilizzata da
I urgenev con intento polemico, a considerarla un elogio e a riven-
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dicarla per se stesso. In tal modo "Ksarev intendeva dire che l'in-
telligencija rivoluzionaria aveva innanzi tutto una funzione corro-
siva e critica, e che gli ostacoli da abbattere in Russia erano tanto
grandi che anche un compito puramente negativo sarebbe bastato
ampiamente a riempire la vita della sua generazione" 3 .
Ecco che la critica, nelle mani dei nichilisti, diviene un'arma mi-
cidiale e il materialismo un'espressione di lotta contro il regime che
diffonde l'idealismo filosofico per i suoi fini ed interessi. Ed è meri-
to di questi uomini se in quella Russia si cominciarono a leggere con
più attenzione Owen, Rousseau ed altri scrittori avanzati.
Essenziali nella loro attività divengono la ricerca, l'analisi, la spie-
gazione, l'informazione. Una lotta quindi anche e principalmente
per la liberazione intellettuale, per il risveglio dall'apatia tradizionale
dei russi. UOblomov di Concarov diviene il simbolo di questa a-
bulia e Dobroljubov applicherà il termine oblomovismo alla classe
intellettuale russa.
In Cernisevskij, la lotta diviene ancora più dura e radicale, egli po-
ne le basi di una vita nuova fondata sulla libertà e la lealtà, rivendi-
cando contemporaneamente l'uguaglianza dell'uomo e della donna;
continua nella denuncia dell'oppressione familiare della donna
iniziata da Dobroljubov col suo articolo "Un raggio di luce", lottan-
do perla liberazione sessuale della donna e la sua partecipazione al
mondo del lavoro.
Pisarev, l'unico di estrazione nobile, attacca in modo particolare
1' "arte per l'arte". Rompendo brutalmente col culto della "bellez-
za artistica" e, rivoltandosi contro l'estetica ufficiale, mette sullo
stesso piano l'arte della cuoca con le belle arti, riducendo i giudizi
estetici a giudizi di gusto e facendo della pretesa scienza del bello
un dipartimento della fisiologia e dell'igiene. In questo solidarizza
col Bazarov di Turgenev il quale affermava che, in fatto d'arte, egli
non conosceva e non stimava che l'arte di guarire le emorroidi e di
fabbricare stivali.

3
F. Venturi, Il pupulismo russo, voi II, p. 216, Torino 1972.
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Anche un'aspra corrente di pensiero, dunque, che non tralascia


niente al caso. Tutti i valori vengono attaccati, tutto viene posto in
discussione: la rassegnazione che grava silenziosa su milioni di servi
e schiavi, la schiavitù domestica della donna, la schiavitù coniugale,
la frustrazione dei fanciulli, l'uccisione della personalità, il paterna-
lismo, l'ingiustizia, la disonestà, la cupidigia. Le lacrime purificatri-
ci e salvatrici di Dostoevskij non sono più sufficienti. Non più pian-
gersi addosso, ma versare lacrime di rabbia e di rivolta.

***

Una breve panoramica, adesso, degli scritti che presentiamo in


questo libro.
Un'acerrima critica viene portata avanti da Cernisevskij nel pri-
mo articolo che proponiamo, "Sui rapporti fra l'arte e la realtà",
ad essere attaccata è principalmente l'arte visiva, la pittura, ma
anche quella narrativa non si sottrae alla critica. Le arti vengono
viste solo come surrogato, e cattivo surrogato, della realtà, qualcosa
di falso che "alletta il nostro gusto dell'artificiale". In tal modo ci si
ritrova estatici davanti ad un quadro che mostra un tramonto, quan-
do nella natura, nella realtà, un tramonto è ancora più maestoso e
soprattutto più vero e reale di quello rappresentato da un quadro
anche se bellissmo come riproduzione e come colori, ma, tuttavia,
falso.
"L'Utopia", ovvero "Il quarto sogno di Vera Pavlovna" sempre di
Cernisevskij è tratto dal romanzo Che fare?. Di questo libro abbiamo
scelto proprio questa parte perché in essa, o meglio in questo sogno
della protagonista, vive, in tutti i suoi particolari, il tipo di società
preconizzato dai nichilisti russi. Vivo e vero il ruolo della protago-
nista che, nel racconto, riesce a liberarsi man mano da tutte le schia-
vitù impostele dal modo di vita e dalla cultura vigente. "L'Utopia"
si colloca quasi alla fine del romanzo e le regine rappresentano, di
volta in volta, gli aspetti dei problemi, il superamento di essi e gli
sforzi stessi di Vera Pavlovna nell'acquisizione della coscienza dei
vari problemi e nel superamento di essi.
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Il romanzo racchiude in sé tutta la problematica degli anni "ses-


santa". Anche se non tocca direttamente tutte le questioni del tem-
po, le riaggancia partendo dai rapporti tra uomo e donna. E' svisce-
rando questo problema che nel romanzo vanno, man mano, emergen-
do le concezioni filosofiche, morali ed estetiche del tempo, nonché
il progetto di un nuovo assetto societario basato sull'autogestione.
Per Cernisevskij è stato anche il tentativo di dare un saggio agli au-
tori "sbrodoloni" di come un romanzo dev'essere scritto.
Pétr Kropotkin ebbe a rilevare che "nessun romanzo di Turgenev,
nessuna opera di Tolstoj, o di qualsiasi altro scrittore, ha esplicato
nella gioventù russa un influsso tanto vasto e profondo quanto il
romanzo di Cerniàevskij. E in ogni caso il romanzo, scritto dall'
autore in meno di quattro mesi in una cella del fossato di Alessio,
nella fortezza di Pietro e Paolo, lasciò la sua impronta nel movimen-
to rivoluzionario successivo in Russia.
Nell'articolo di Dobroljubov, "Un raggio di luce", l'esaltazione
della natura e della verità raggiunge il suo apice. Una netta differen-
ziazione viene posta all'interno della categoria degli scrittori. Gli uni-
ci che hanno un significato positivo sono coloro che traggono le loro
opere dalle constatazioni della natura e dagli accadimenti identi-
ficando questi scrittori come "uomini d'azione che hanno diffuso
idee talmente alte che, né gli uomini d'azione che hanno agito per
il bene dell'umanità, né gli uomini della scienza pura saprebbero
superarli". Al letterato viene quindi affidato un compito speciale,
non più quello di narrare racconti fittizi che stanno bene al modus
vivendi della società così com'è organizzata, ma racconti che partano
dalla verità logica e dalla conformità reale con gli accadimenti. Que-
sto metodo, per Dobroljubov, ma in generale per tutti i nichilisti
russi, è il solo mezzo perché gli scrittori possano avvicinarsi al po-
polo, capirlo, rendersi conto delle sue esigenze e lavorare per esso.
In Pisarev, "Estetica e ideologia", viene affrontato in modo ta-
gliente il rapporto tra l'organismo, le sue necessità e le sue sensazio-
ni e il condizionamento esterno.
Anche in "Che cos'è un poeta? dello stesso Pisarev viene affron-
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tato il ruolo dello scrittore, nel caso specifico del poeta, in seno alla
società e le possibilità che questo ruolo ha o meno di modificare
la realtà.
Una critica serrata e brillante anche nell'altro articolo di Pisarev,
"Dei giudizi estetici come giudizi di gusto", dove l'autore fa una net-
ta distinzione fra artisti di varia risma e, per esempio, il ragguarde-
vole Breem che illustra in modo utile e significativo un libro di
zoologia.
E' lo stesso Pisarev ad affrontare in "Arte e società" il rapporto,
appunto, tra arte e società, ma più in particolare tra lo scrittore e
la società.
In tutti comunque la ricerca dell' "uomo nuovo", dell'uomo dai
sentimenti nobili e dalla estrema sincerità, "purificato" dai condizio-
namenti della società. Uomini nuovi che, moltiplicandosi all'infini-
to, dovrebbero riuscire a modificare definitivamente la società.
Ma quale può essere, e vi è oggi un'attualità della problematica
nichilista?
Secondo noi, due gli aspetti principali da considerare.
E' chiaro che oggi le possibilità di comunicazione si sono sempre
più allargate con le nuove risorse tecnologiche e non si tratta nemme-
no (o solo) di fare della controinformazione. I mass-media incancre-
niscono i cervelli della "massa" portandoli alla più assurda coabita-
zione con un Potere garantista, con una forza di aggregazione social-
democratica di tipo inglobativo.
Ma il ruolo dell'artista (scrittore, pittore, poeta, ecc.) conserva in
ogni modo una sua significazione.
Relativamente più semplice nella metà dell'800 il bersaglio con-
tro cui i nichilisti dirigevano la loro critica serrata: l'opera dello scrit-
tore era, tutto sommato, o l'acquiescenza al Potere o la mina che po-
teva comprometterne la stabilità. E se anche i mugik russi non erano
certo i fruitori diretti delle opere del primo Gogol, lo erano certa-
mente la piccola borghesia e gli studenti, cioè coloro che, appunto
perché in grado di leggere e scrivere, potevano avere la possibi-
lità di capirne l'essenza e il messaggio. L'attenzione dei niellili-
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sti si puntò principalmente contro l'estetica che, allora, rappresen-


tava tutti i mass-media di oggi (anche se parzialmente diversa era la
collocazione di classe dei fruitori).
Certo, guardando nell'ottica di oggi il problema dell'educazione
delle masse, dobbiamo considerare che se da un lato è vero che mas-
se istruite sono più diffìcili da sfruttare e da opprimere, è altrettanto
vero che il Potere, in quanto tale, è multiforme e tentacolare, acco-
modante, recuperatore. Oggi esistono Stati dove vi è un minutissimo
numero di analfabeti. E' stata per questo motivo superata ed annul-
lata la contrapposizione di classe? Certamente no. Per il solo fatto
che lo Stato esiste ancora e che ancora esiste lo sfruttamento.
Non una forma di umanesimo quindi deve spingere lo scrittore
o, in senso più generale l'artista, nella formulazione della sua opera
ma la coscienza appunto dei reali rapporti di produzione e la co-
scienza che esiste, non ancora superata né tantomeno distrutta, una
contrapposizizione di classe e quindi uno scontro di classe. Non te-
nendo presente ciò, si può cadere appunto in quella forma di umane-
simo e di pedagogismo che lo Stato contemporaneo stesso oggi pro-
duce, proprio perché gli serve. Non a caso, più socialdemocratico è
lo Stato, più si allunga l'itinerario della cosiddetta scuola dell'obbligo.
Al Potere moderno servono tecnici, serve gente ben preparata da
poter utilizzare, tramite opportuna selezione, per i posti di comando
o comunque di gestione.
Quindi l'artista, nel senso più vasto di cui dicevamo prima, an-
che oggi gioca il suo ruolo, anche se non determinante come poteva
esserlo un secolo fa.
Nel caso in cui l'artista si pone dalla parte degli sfruttatori, per
sostenere il Potere, egli con le sue fantasticherie e le sue distrazioni
non fa altro che sviare l'attenzione degli sfruttati da quella che è
la loro oggettiva situazione di classe.
Nell'altro caso, ponendosi dalla parte degli sfruttati e contro il
Potere, egli può contribuire a sviluppare e a chiarire la problematica
proletaria, inserendovisi egli stesso senza paura di sporcarsi le mani,
per la spinta di una presa di coscienza dello sfruttamento.
15 Introduzione

Il secondo aspetto, ma che poi non si scinde dal primo, è quindi


il modo di porsi nei confronti degli sfruttati, il cosa significa an-
dare verso il popolo. Andare verso il popolo può divenire un aspet-
to limitato e deformante del ruolo dell'artista. Andare verso può
significare anche restare al di fuori del popolo, se non al di sopra.
Se l'artista si assume un compito rivoluzionario deve tendere alla ricer-
ca della strada che lo porti tra il popolo. Solo in tal modo, come qualsia-
si altro lavoratore, può svolgere il suo intervento di classe. Poiché
l'arte è un fatto storico, in quanto condizionata dai rapporti di pro-
duzione e quindi da tutta la problematica inerente alla contrappo-
sizione di classe, l'artista non può collocarsi al di fuori della storia,
ma essere lavoratore fra lavoratori, e collocandosi tra gli sfruttati, può
avere la sua parte nello scontro di classe in atto e portare avanti il suo
contributo alla presa di coscienza, alla creatività e alla rivoluzione.

In Appendice proponiamo la "Lettera ad un proprietario fondia-


rio" di Gogol da cui risulta una chiara visione della situazione sociale
dell'epoca. I consigli dati dall'autore "ex illuminato" ad un proprieta-
rio fondiario che doveva trasferirsi nella sua tenuta di campagna dove,
oltre la magione, possedeva un significativo numero di "anime".
Il paternalismo più bieco viene consigliato, con dovizia di partico-
lari, unito ad un'accuratissima analisi psicologica dei mugik, per por-
tare gli stessi al più rigido e imperscrutabile servilismo e aggiogamen-
to. E' una perla di precisioni e di minuzie, di astuzie e furberie, dove
le torture psicologiche e quelle fìsiche, sublimate dalla ragione del
padrone e dalla santità del suo ruolo, vengono esposte con compia-
cimento e dovizia di particolari.
In seguito riportiamo la "Risposta a Gogol" che venne pubblica-
ta da Belinski nel 1855 nella rivista "La stella polare". In questa let-
tera, che è poi appunto un articolo, egli risponde a Gogol: "No, non
si può tacere quando, sotto le sottintese parole della ragione e della
frusta, si insegna la menzogna e l'immoralità come se fosse la verità e
la virtù". Belinski attacca ancora più forte Gogol in quanto egli,
persona colta e intelligente, è divenuto "predicatore della frusta e
apostolo dell'ignoranza".
16 Introduzione

Segue quindi un lucido saggio di Stepniak dal titolo "Il nichili-


smo" e il saggio "I nichilisti russi contro l'estetica" di Wanda Ban-
nour che ha curato l'edizione francese de Les nihilistes russes.

Catania, 18 o t t o b r e 1983
MELINA DI M A R C A
Cenni biografici

Nicolas Cernisevskij nasce nel 1828. Dedica per otto anni i suoi sfor-
zi all'attività scientifica e letteraria. Nel 1862 viene arrestato con un
futile pretesto, ma in realtà per avere ispirato idealmente e diretto,
dalla metà degli anni cinquanta la tendenza democratico-rivoluzio-
naria del movimento antifeudale e antiassolutista. Sconta 27 anni fra
carcere, lavori forzati e confino. Passa i primi due anni nella fortezza
di Pietro e Paolo, poi otto anni di lavori forzati ad Alexandrovsk,
per i successivi undici anni viene mandato al confino in Siberia e
infine sconta altri sei anni di soggiorno obbligato ad Astrakhan.
Nel 1889 ottiene di poter tornare a Saratov, sua città natale, dove
muore all'età di 61 anni, nel 1889.
Come possiamo constatare dai dati sopra riportati, Cernisevskij
viene "tolto dalla circolazione" molto presto, proprio agli inizi di
quegli anni "sessanta" che tante novità porteranno nel campo let-
terario e sociale russo.
Ma anche durante i lunghi anni di prigione e di confino, l'atti-
vità di Cernisevskij non conosce soste. Egli continuò infatti le sue
letture e le sue meditazioni. Riuscì, a costo di estenuanti esercizi
fisici, a mantenersi lucido, nonostante le continue vessazioni che eb-
be a sopportare da parte della polizia.
Le 1500 pagine di lettere ai familiari e agli amici ce lo dimostra-
no sempre vigile e attento ai problemi sociali.
A parte i suoi articoli di carattere critico e la sua collaborazione
a "Il contemporaneo", ci resta di lui un'opera letteraria, il romanzo
Cto delat'? (Che fare?), dove Cernisevskij ha voluto dare un saggio
di quale dev'essere il modello narrativo della nuova concezione. A
parte il fatto puramente estetico, il romanzo, per le tematiche af-
frontate e per il loro sviluppo riuscì ad essere un punto di riferi-
mento per tutto il movimento rivoluzionario russo.

Nikolaj Aleksandrovic Dobroljubov ha una vita molto breve,


nasce a Nijni-Novgorod nel 1836 e muore di tubercolosi nel 1861,
all'età di soli 25 anni. A dodici anni viene messo in seminario. Ha
inizio una vita di lavoro e di esercizio alla pietà. Pur non essendo
omosessuale, ha una forte passione per uno dei suoi professori, ma
18 Cenni biografici

un carattere molto timido e riservato lo porta a sublimarla con un


lavoro continuo e faticoso. A tredici anni compone una raccolta di
proverbi e canti popolari.
Dopo il seminario, entra nell'Istituto pedagogico di Pietroburgo,
nel dipartimento di storia e filosofia, passando il tempo libero fra
biblioteche, musei e teatro.
A diciotto anni perde la madre e si ritrova a dover badare a sette
fratelli e sorelle, tutti più piccoli di lui.
E' nello stesso anno che comincia la sua lotta contro 0 regime.
Sotto lo pseudonimo di Anastase Belinski, pubblica un pamphlet
in occasione della morte di Nicola I.
Nel 1856 conosce Cernisevskij il quale lo fa entrare nella schiera
dei collaboratori de "Il contemporaneo", l'idea socialista lo accomu-
na agli altri redattori del giornale.
Dobroljubov riesce a dare un nuovo orientamento alla critica
sia nel campo sociale che politico. La sua critica è una denuncia con-
tinua e spietata della repressione in Russia e la sua è la lotta per la
verità, la giustizia, la fratellanza.

Dimitrij Ivanovic Pisarev, come Dobroljubov, ha una vita molto


breve. Vive solo 28 anni. Provenendo dalla nobiltà e non avendo
quindi vissuto nella sua infanzia una vita di stenti, egli conosce mol-
to meno il popolo russo, infatti le sue posizioni sono meno popu-
liste di quelle di Cernisevskij e di Dobroljubov. Egli vuole innanzi-
tutto lo sviluppo dell'intelletto che, solo, può combattere i grandi
mali della Russia che sono la povertà e l'ignoranza. Biologia, fisio-
logia, fisica, chimica, sono per lui le armi dello sviluppo del pensiero
che, sole, possono dissipare i pregiudizi.
Più raffinato nel modo di scrivere che Cernisevskij e Dobroljubov,
Pisarev viene un po' considerato l'enfant terrible del nichilismo
russo.
Anch'egli giornalista, collabora a "La parola russa", che viene
considerato generalmente il giornale "organo" del nichilismo, e i
suoi articoli sono pieni di calore e di eloquenza.
Anch'egli subisce il carcere e viene internato nella fortezza di
Pietro e Paolo.
Molto provato da una psicosi maniaco-depressiva, muore nel
1868 e non è ancora chiarito se per suicidio o altro.
Cernisevskij/Dobroljubov/Pisarev

Estetica nichilista
19 Cernisevskij

Sui rapporti tra l'arte e la realtà*

Le ragioni avanti citate della nostra parzialità nei riguardi dell'


arte meritano rispetto perché sono naturali: come potrebbe l'uomo
non stimare il lavoro dell'uomo, come potrebbe non amare l'uomo,
non apprezzare le opere che attestano la sua intelligenza e la sua po-
tenza? Ma la terza ragione della preminenza che attribuiamo all'ar-
te merita poco rispetto. L'arte alletta il nostro gusto dell'artificia-
le. Oggi comprendiamo molto bene fino a che punto fossero arti-
ficiali gli usi, i costumi, la maniera di pensare dell'epoca di Luigi
XIV. Oggi, noi siamo più vicini alla natura, la comprendiamo e 1'
apprezziamo molto di più di quanto non si facesse nel XVII seco-
lo. Tuttavia, siamo ancora molto lontani dalla natura; i nostri costu-
mi, i nostri usi, tutta la nostra maniera di vivere, e conseguentemente
tutto il nostro modo di pensare, restano molto artificiali. E' certa-
mente difficile sceverare i difetti del proprio secolo, soprattutto
quando questi difetti sono meno grandi di quanto non lo fossero
prima; invece di notare quanto vi sia in noi di artifizio e di ricerca,
consideriamo semplicemente che, sotto questo rapporto, il XIX
secolo è superiore al XVII e che noi comprendiamo la natura meglio
di quanto questo non la comprendesse. Dimentichiamo che una ma-
lattia in regressione non è ancora la perfetta salute. La nostra arti-
ficialità si vede in tutto, tanto dai vestiti di cui tutti si burlano e
che tutti continuano a portare, che dagli alimenti insaporiti con o-
gni sorta di condimenti che modificano totalmente il sapore natura-
le dei piatti; dalla ricerca della nostra lingua parlata fino alla ricerca
della nostra lingua letteraria che continua ad ornarsi di antitesi,
di belle parole, di luoghi comuni, di ragionamenti profondi su temi
ribattuti e di osservazioni profonde sul cuore umano alla maniera
di Cornelio e di Racine... Le opere d'arte deridono le nostre esi-

* Da N. Cernisevskij, Esteticeskie otnosenija iskusstva k dejstvitel'nosti


(Rapporti estetici tra l'arte e la realtà), 1855.
22 Cernisevskij

genze più meschine derivanti dall'amore per l'artifizio. Non parliamo


nemmeno del fatto che, fino ad oggi, noi amiamo ancora "rendere
pulita" la natura come si faceva nel XVII secolo; questo ci trasci-
nerebbe nel lungo ragionamento sulla questione di sapere ciò che è
sporco e in quale misura questo deve apparire nelle opere d'arte.
In esse domina fino ad oggi la rifinitura meschina dei dettagli il cui
scopo non è di porre questi dettagli in armonia con la totalità,
ma di fare in modo che ciascuno di essi, preso a parte, sia il più
interessante o il più bello possibile, e ciò quasi sempre a detrimento
dell'effetto generale prodotto dall'opera, della sua verosimiglianza e
della naturalezza; ciò che domina è la meschina caccia agli effetti
isolati, la ricerca di episodi completi, la variegatura dei personaggi e
degli avvenimenti con colori per niente naturali ma vivi. L'opera
d'arte è più mediocre di quanto vediamo nella vita e nella natura
e tuttavia essa fa più effetto: com'è possibile che essa sia più bella
della natura e della vita reale dove vi è cosi poco artifizio e che non
fa niente per stimolare il nostro interesse?
La natura e la vita sono superiori all'arte; ma l'arte si sforza di
soddisfare le nostre inclinazioni, mentre la realtà non può essere
sottomessa al nostro desiderio di vedere tutto nel colore e nel!'
ordine che ci piacciono o che corrispondono alle nostre concezio-
ni spesso limitate... (...).
...La verità, è che un uomo artificialmente sviluppato ha molte
esigenze artificiali, snaturate fino alla menzogna, fino al fantastico,
e che non è possibile soddisfare pienamente, perché in fondo queste
non sono le esigenze della natura ma i sogni di un'immaginazione
pervertita ai quali è pressoché impossibile compiacere senza correre
il rischio d'essere beffati e disprezzati dall'uomo stesso cui noi ci
sforziamo di piacere, in quanto lui stesso sente istintivamente che
la sua esigenza non vale la pena di essere soddisfatta. E' così che il
pubblico e, al suo seguito, gli esteti reclamano personaggi "conso-
lanti", sentimento; questo stesso pubblico canzonerà le opere d'ar-
te che soddisfano questi desideri. Compiacere i capricci dell'uomo
non significa soddisfare i bisogni dell'uomo. Il primo di questi bi-
sogni è la verità.

Abbiamo visto che l'impressione prodotta dalle creazioni dell'


arte dev'essere molto più forte dell'impressione prodotta dalla real-
Sui rapporti tra l'arte e la realtà 23

tà vivente e non crediamo sia necessario dimostrarlo. Tuttavia,


da questo punto di vista, l'opera d'arte si trova in condizioni molto
più favorevoli di quanto non lo siano i fenomeni della realtà: que-
ste condizioni possono obbligare un uomo non abituato ad analiz-
zare le ragioni delle sue sensazioni, a supporre che l'arte produca,
di per sé, un ben più grande effetto sull'uomo di quanto non faccia
la realtà vivente. La realtà si presenta ai nostri occhi indipendente-
mente dalla nostra volontà, la maggior parte delle volte in modo
inopportuno e a sproposito. Molto spesso ci presentiamo di fronte
alla società non per ammirare la bellezza umana, non per osservare i
caratteri o per seguire il dramma della vita; andiamo, la testa piena
di dubbi, il cuore chiuso alle impressioni. Chi, invece, si reca ad una
mostra di pittura se non per gioire della bellezza dei quadri? Chi in-
traprende a leggere un romanzo se non per penetrare il carattere
dei personaggi che vi sono rappresentati e seguire lo sviluppo del sog-
getto? Normalmente è quasi coattivamente che noi prestiamo atten-
zione alla bellezza, alla maestà della realtà. Essa stessa, per quanto
lo può, quando attira i nostri occhi affascinati da oggetti differenti,
penetra con forza nel nostro cuore occupato da tutt'altra cosa,
noi trattiamo la realtà come un ospite inopportuno che cerca di im-
porsi, ci sforziamo di liberarcene. Ma vi sono delle ore in cui il no-
stro cuore resta vuoto a causa della mancanza di attenzione verso
la realtà: allora ci indirizziamo all'arte supplicandola di riempire
questo vuoto. Giochiamo noi stessi, davanti all'arte, il ruolo dei sol-
lecitatori ossequiosi. Sul cammino della nostra vita sono sparpagliati
pezzi d'oro, ma non li notiamo perché non pensiamo che alla fine del
viaggio, non prestiamo alcuna attenzione alla strada che si stende
sotto i nostri piedi. E quando notiamo i pezzi d'oro, non possiamo
chinarci a raccoglierli, perché il "veicolo della vita" ci porta imman-
cabilmente avanti. Ecco qual è il nostro comportamento verso la
realtà. Ma eccoci arrivati al riposo; facciamo i cento passi nel fasti-
dioso raggiungimento dei cavalli; allora ci tuffiamo nell'attenta con-
templazione del minimo pezzetto di ferro bianco che tuttavia non
merita la nostra attenzione; ecco il nostro comportamento verso
l'arte. Non parliamo nemmeno del fatto che ciascuno dovrebbe
apprezzare in sé i fenomeni della vita, in quanto per ognuno di noi
preso a parte la vita offre aspetti particolari che gli altri non vedono
e che, per questa ragione, sfuggono al verdetto della società presa
24 Cernisevskij

nel suo insieme, mentre le opere d'arte sono apprezzate da un giu-


dizio universale. La bellezza e la maestà della vita si presentano
raramente a noi con il loro titolo di nobiltà. Ora, le cose non glori-
ficate dal rumore pubblico, ben pochi sono in grado di notarle e di
apprezzarle. I fenomeni della realtà sono i lingotti d'oro senza 1'
etichetta; per questa ragione molta gente li rifiuterà non sapendoli
distinguere da un pezzetto di cuoio; un'opera d'arte è un biglietto
di banca che ha un debolissimo valore intrinseco ma il cui valore
convenzionale è garantito da tutta la società. La si apprezza per
questa ragione e ben poca gente si rende veramente conto che
tutto il suo valore viene unicamente dal fatto che essa è la rappresen-
tante di un pezzetto d'oro.
Quando guardiamo la realtà, essa ci occupa di per sé come qual-
cosa di completamente indipendente, essa ci lascia raramente la pos-
sibilità di ricacciarci col pensiero nel nostro mondo soggettivo,
nel nostro passato. Ma quando guardo un'opera d'arte, essa dà libe-
ro corso ai miei ricordi soggettivi, e normalmente essa è per me un
pretesto per fantasticherie e ricordi coscienti e incoscienti. Se una
scena tragica si svolge in mia presenza nella realtà, io non penso a
me; ma se leggo in un romanzo l'episodio della morte di un uomo,
nella mia mente si riaffacciano, chiaramente o confusamente, tutti
i pericoli ai quali io stesso sono stato esposto, tutti i casi in cui sono
periti esseri che mi erano vicini. La forza dell'arte, soprattutto della
poesia, risiede in generale nella forza del ricordo. Già per il suo carat-
tere sconosciuto, indefinito, precisamente perché essa non è, normal-
mente, che un luogo comune e non l'immagine particolare, viva, di
un avvenimento, un'opera d'arte è particolarmente atta a risveglia-
re i nostri ricordi. Datemi il ritratto finito di un uomo, esso non
mi ricorderà nessuno dei miei amici ed io mi girerò freddamente di-
cendo "Non è male". Ma mostratemi, un buon momento, un ab-
bozzo vago, appena schizzato, in cui nessun uomo possa ricono-
scervisi positivamente: per poco che questo abbozzo debole, pietoso,
mi ricordi i tratti di qualcuno che mi è caro e subito, allorché guardo
freddamente un viso pieno di bellezza e di espressione, contemplerò
con ebbrezza lo schizzo insignificante che mi parla di un essere che
mi è vicino e che, tramite il ricordo delle mie relazioni con lui, mi
parla di me stesso.
La forza dell'arte è la forza dei luoghi comuni. In più, vi è nelle
Sui rapporti tra l'arte e la realtà 25

opere d'arte qualcosa che fa sì che, agli sguardi inesperti e alla vista
corta, appaia superiore ai fenomeni della vita e della realtà; tutto
vi è messo in rilievo, commentato dall'autore, mentre la natura e la
vita dobbiamo indovinarle con i nostri propri mezzi. La forza del-
l'arte è la forza del commento.

L'opera d'arte è un succedaneo della vita: tutta la sua potenza le


viene dalla realtà che riproduce.
Il mare è bello; guardandolo non sogniamo nemmeno di esserne
scontenti dal punto di vista estetico. Ma non tutti gli uomini vivono
vicino al mare: molti sono coloro che, in tutta la loro vita, non lo
vedono una sola volta. Ora, essi vorrebbero ben ammirare il mare
e per loro i marinai sono seducenti, interessanti. Certo, è molto me-
glio guardare il mare che la sua immagine; ma in mancanza di meglio,
l'uomo si accontenta del peggio, in mancanza della cosa, si acconten-
ta del surrogato. Coloro che vogliono ammirare il mare nella sua
realtà, non possono sempre guardarlo quando lo desiderano. Allora
lo ricordano; ma l'immagine è debole, ha bisogno di un sostegno,
di un richiamo, e per ravvivare il loro ricordo del mare, per rappre-
sentarlo più chiaramente nella loro immaginazione, guardano un
quadro che lo rappresenta. Ecco l'unico scopo e la soddisfazione
apportata da molte — dalla maggior parte — delle opere d'arte:
permettere alla gente che non ha la possibilità di gioirne effettiva-
mente di prendere conoscenza, in una certa misura, del bello nella
realtà, servire da richiamo, svegliare e ravvivare il ricordo della bellez-
za della realtà in gente che la conosce per esperienza e ama ricordar-
sene.

Dunque, la prima funzione dell'arte, che è quella di tutte le opere


d'arte senza eccezioni, è di riprodurre la natura e la vita. Il loro rap-
porto nei confronti degli aspetti e dei fenomeni corrispondenti della
realtà è uguale al rapporto dell'incisione nei confronti del quadro di
cui è la copia, lo stesso che il rapporto del ritratto nei confronti del
viso che esso rappresenta. L'incisione copia il quadro, non perché il
quadro è brutto, ma giustamente perché è molto bello; è così che
la realtà è riprodotta dall'arte, non per attenuare i suoi difetti, non
perché non è sufficientemente bella di per sé, ma giustamente perchè
26 Cernisevskij

è bella. Un'incisione non è più bella del quadro di cui è la copia,


è molto meno bella di questo dal punto di vista artistico; allo stesso
modo, un'opera d'arte non raggiunge mai la bellezza o la maestà del-
la realtà, ma il quadro, in sé, è unico. Possono ammirarlo solo le
persone venute alla galleria di cui esso è l'ornamento. L'incisione
è diffusa nel mondo in centinaia di esemplari, ognuno può ammirar-
la quando gli piace, senza uscire dalla sua camera, senza alzarsi dal
suo divano, senza togliersi la vestaglia. Un bell'oggetto della realtà
non è invece accessibile a tutti e a ciascuno; riprodotto (debolmente,
in modo grossolano, senza rilievi è vero, ma comunque riprodotto)
dall'arte, esso è accessibile sempre e a tutti. Noi facciamo fare il
ritratto di una persona amata e cara, non per attenuare i difetti
del suo viso (poco importano questi difetti, non li notiamo nem-
meno o li troviamo affascinanti) ma per avere la possibilità di ammi-
rare il suo viso anche quando questa non è sotto i nostri occhi;
lo stesso è lo scopo delle opere d'arte. Esse non correggono la real-
tà, non l'abbelliscono, ma la riproducono, servono da surrogato.
In tal modo, dunque, il primo scopo dell'arte è la riproduzione
della realtà.

... il significato essenziale dell'arte è la riproduzione di tutto ciò che,


nella vita, rappresenta un interesse per l'uomo: molto spesso, soprat-
tutto nelle opere poetiche, la spiegazione della vita, il giudizio sui
fenomeni, vengono anche in primo piano. L'arte si comporta verso
la vita esattamente come fa la storia; la differenza del contenuto
consiste semplicemente nel fatto che la storia narra la vita dell'
umanità curandosi soprattutto della verità del fatto; l'arte, narrando
la vita degli uomini, rimpiazza la verità del fatto con la verità psico-
logica e morale. 11 primo compito della storia è di riprodurre la vita;
il secondo che non tutti gli storici assolvono, è di spiegarla; se non
si cura del secondo compito, lo storico resta un semplice cronista
e la sua opera semplice materiale per il vero storico, o una lettura
che serve a soddisfare la sua curiosità. Se lo storico si consacra al
secondo impegno, diviene allora un pensatore, e la sua opera acqui-
sisce, per tal motivo, un valore scientifico. Bisogna dire altrettanto
dell'arte. La storia non pretende rivalizzare con il reale svolgimento
storico, essa confessa che i suoi quadri sono pallidi, incompleti, più
o meno inesatti, o nondimeno unilaterali. L'estetica deve confessare
Sui rapporti tra l'arte e la realtà 27

che anche l'arte, e per gli stessi motivi, non deve illudersi di compa-
rarsi alla realtà e, a maggior ragione, di superarla in bellezza.

Fare l'apologia della realtà paragonata alla fantasia, impegnarsi


a dimostrare che le opere d'arte non possono assolutamente soste-
nere il paragone con la realtà vivente, ecco il proposito di questo
studio. Ma, si dirà, parlare dell'arte come fa l'autore di queste te-
si, non è degradare l'arte? Se degradare l'arte vuol dire sostenere che
essa è, per il grado di perfezione artistica delle sue opere, inferiore
alla vita reale, sì. Ma io penso che non sia essere detrattori dell'ar-
te elevarsi contro i facitori di panegirici. La scienza non pretende di
essere al di sopra della realtà, ed essa non concepisce questa inferio-
rità come qualcosa di vergognoso. Lo stesso l'arte non deve preten-
dere di essere al di sopra della realtà e, in questa confessione, non vi
è niente di umiliante per essa. La scienza non prova nessuna vergo-
gna nel dire che il suo scopo è di comprendere e spiegare la realtà
per applicare in seguito queste spiegazioni al bene dell'uomo. L'ar-
te, da parte sua, non deve vergognarsi a confessare il suo scopo:
per risarcire l'uomo, mancando il godimento estetico integrale pro-
dotto dalla realtà, riprodurre, nella misura delle sue forze, questa
preziosa realtà e spiegarla per il bene dell'uomo.
Che l'arte si accontenti della sua alta e magnifica destinazione:
in mancanza della realtà, essere un certo surrogato e costituire per
l'uomo un manuale di vita.
La realtà è superiore al sogno e il senso essenziale superiore alle
pretese fantastiche.
Cernisevskij

L'Utopia
ovvero II quarto sogno di Vera Pavlovna *

E Vera Pavlovna ebbe un sogno. Giunge a lei una voce nota, oh,
se le è nota, adesso! Lontana prima, poi più vicina:

Wie Herrlich leuchtet


Mir die Natur!
Wie glànzt die Sonne!
Wie lacht die Fluì!'

E Vera Pavlovna vede che è così, proprio così... Di iridescenze


dorate risplende un campo di grano; un prato è coperto di fiori;
centinaia, migliaia di fiori sbocciano sulla siepe che attornia il prato;
verdeggia e mormora oltre la siepe un bosco cosparso di fiori; un
intenso aroma esala dalla pianura, dal prato, dalla siepe, dai fiori che
colorano il bosco; sui rami saltellano uccelli, e migliaia di voci sorgo-
no dai rami insieme all'aroma; e oltre il campo, il prato, la siepe, il
bosco, si vedono altri campi risplendenti d'oro, altri prati coperti
di fiori, fino alle falde dei monti lontani, avvolti nel bosco illuminato
dal sole; sulle vette dei monti nubi radiose, argentee, dorate, scar-
latte, diafane sfumano delicatamente, con le loro iridescenze, l'az-
zurro chiaro dell'orizzonte; il sole si leva radioso e rallegra la natura,
versa luce e tepore, profumi e canti, amore e voluttà nel petto;
sgorgano dal petto canti di gioia e di voluttà, d'amore e di bene: "O

* "L'Utopia" ovvero "Il quarto sogno di Vera Pavlovna" è tratto dal ro-
manzo di Cernisevskij, Che fare?. Scritto nel 1863, in soli quattro mesi in un
fossato della fortezza di Pietro e Paolo dove Cernisevskij si trovava carcerato,
il romanzo vide la luce sul giornale "Il contemporaneo". Fino al 1905, il testo
potè essere diffuso in Russia solo in modo clandestino.
1
Da Maììied (1771) di Goethe: "Come vivida riluce per me la natura! Co-
me splende il sole! Come ride la pianura!". Anche i versi in tedesco citati più
avanti sono tratti dalla stessa fonte.
L'Utopia 29

mondo! O sole! O gioia! O voluttà! O amore! O amore, splendore


dorato, come nuvole mattutine su quelle alture!":

O Erd'! O Sonne!
O Glück! 0 Lust!
O Lieb', O Liebe,
So goldenschön,
Wie Morgenwolken
Auf jenen Höh'n!

— Ora mi riconosci? Ora sai che sono bella? Ma no, non mi co-
nosci, nessuno di voi ancora mi conosce in tutta la mia bellezza.
Guarda che cosa sono stata, che cosa sono, che cosa sarò. Guarda e
ascolta:
Wohl perlet im Glase der purpurne Wein,
Wohl glänzen die Augen der Gäste 2 .

Sulla falda di un monte, al margine di un bosco, tra le siepi in


fiore di grandi viali alberati, sorge un castello.
— Andiamo.
Volano.
Uno sfarzoso banchetto. Spumeggia il vino nei bicchieri, scintil-
lano gli occhi dei convitati. Un intenso sussurro si spande tra il chias-
so e l'ilarità, mani si stringono in segreto e furtivi si odono appena
baci sommessi.
— Una canzone! Una canzone! L'allegria non è completa senza
canzoni!
Si alza il poeta. La sua fronte è illuminata dall'ispirazione. La na-
tura gli rivela i suoi segreti. La storia gli svela il suo arcano. La vita
millenaria scorre nei suoi canti come una serie di quadri.

Risuonano le parole del poeta, ed ecco il primo quadro. Tende


di nomadi. Intorno pascolano pecore, cavalli, cammelli. Lontano un
bosco di ulivi e di fichi. Ancora più lontano, sull'orlo dell'orizzonte,

2
Da Die vier Weltalter (1802) di Schiller: "Spumeggia nei bicchieri il pur-
pureo vino, scintillano gli sguardi dei convitati".
30 Cernisevskij

verso nord-est, una duplice catena di alte montagne. Le cime dei


monti sono coperte di neve, i pendii coperti di cedri. Ma più robu-
sti dei cedri sono questi pastori, più agili delle palme queste donne,
e la loro vita spensierata scorre in un'oziosa voluttà. Hanno un solo
pensiero, l'amore, e tutti i loro giorni li vivono, l'uno dopo l'altro,
tra carezze e canzoni amorose.
— No, — dice la donna radiosa, — non sono io. A quel tempo non
esistevo ancora. La donna di allora era una schiava. E, se non c'è
uguaglianza, non c'è posto per me. Quella regina si chiamava Astarte.
Eccola.
Una donna splendida. Pesanti monili d'oro le ornano le braccia
e le gambe, una pesante collana di perle e coralli, incastonati nell'
oro, le cinge il collo. I suoi capelli stillano mirra. Voluttà e pigrizia
ha dipinte sul volto, voluttà e stoltezza negli occhi.
"Obbedisci al tuo signore, diletta i suoi ozi nelle pause delle guer-
re. Devi amarlo perché ti ha comprata, e, se non l'amerai, lui ti uc-
ciderà", dice Astarte a una donna distesa ai suoi piedi nella polvere.
— Come vedi, non sono io, — dice la donna radiosa.

Di nuovo risuonano le parole ispirate del poeta. Ed ecco un nuo-


vo quadro.
Una città. Lontano, a nord e a est, monti; lontano, a est e a sud, e
poi ad ovest, il mare. Una città meravigliosa. Le sue case non sono
né grandi né sfarzose. Ma quanti templi meravigliosi, dappertutto
e più ancora sulla collina, a cui conduce una scalinata con archi di
straordinaria bellezza e grandiosità. L'intera collina è coperta di tem-
pli e pubblici edifici cosi mirabili che uno solo di essi già bastereb-
be ad accrescere oggi la bellezza e la gloria della più famosa delle
capitali. Migliaia di statue si ergono nei templi e nelle vie, e sono
statue cosi splendide che una sola di esse basterebbe a far oggi di
un museo il primo museo del mondo. E com'è bella la gente che
si affolla nelle piazze e nelle strade: ogni giovane, uomo o donna,
potrebbe essere stato il modello di queste statue. E' un popolo atti-
vo, vivace e allegro, un popolo la cui vita è tutta luce e bellezza. Le
case, non sono lussuose all'esterno ma rivelano al loro interno una
straordinaria eleganza ed una raffinata capacità di godere. Ogni mo-
bile, ogni vaso, è una cosa incantevole. E tutti questi uomini, cosi
belli, che tanto comprendono cosa significhi la bellezza, vivono
L'Utopia 31

per l'amore, per servire il bello. Ecco il tiranno rientrare nella cit-
tà che l'ha deposto e scacciato: lui ritorna per spadroneggiare, tutti
10 sanno; perché, dunque, nessuna mano si leva contro di lui? Sul
carro, accanto all'esiliato, additandolo al popolo, chiedendogli di
accettarlo e dicendogli che ne è la protettrice, siede una donna,
straordinariamente bella pur tra tante bellezze. E il popolo, inchinan-
dosi alla sua bellezza, si sottomette al potere di Pisistrato e della
sua amante. Ecco il tribunale. I giudici sono vecchi dall'aria tetra,
che non si fanno incantare, come il popolo. L'areopago si gloria della
sua implacabile severità e della sua inflessibile imparzialità. Gli
dèi stessi gli hanno affidato la soluzione delle loro contese. Ed ecco
davanti ai giudici una donna, che tutti ritengono colpevole di delitti
terribili: questa donna che ha mandato in rovina Atene deve morire,
pensa in cuor suo il giudice, e Aspasia, l'imputata, compare, e tutti
le cadono ai piedi gridando: "No, non puoi essere giudicata, sei
troppo bella!".
Non è questo il regno della bellezza? Non è questo il regno dell'
amore?
— No, — dice la donna radiosa, — neanche allora esistevo. A quei
tempi gli uomini s'inchinavano dinanzi alla donna, ma non la con-
sideravano una loro pari. S'inchinavano davanti a lei, ma solo perché
era una fonte di piacere, non perché le riconoscessero dignità umana!
E, se non c'è uguale rispetto per la donna e per l'uomo, non c'è po-
sto per me. Quella regina aveva nome Afrodite. Eccola.
La regina non ha ornamenti: è cosi bella che i suoi ammiratori
non le consentirebbero di nascondere con una veste le sue forme
meravigliose ai loro occhi estasiati.
Che dice la regina alla donna, bella quasi quanto lei, che brucia
incenso sul suo altare?
"Sii fonte di piacere per l'uomo. E' lui il tuo signore. Tu non vi-
vi per te stessa, ma per lui."
Nei suoi occhi splende solo la voluttà del piacere fisico. Il suo
portamento è altero, il suo volto superbo, ma in lei c'è solo l'orgo-
glio della sua bellezza. A quale vita era condannata la donna sotto
11 dominio di questa regina? L'uomo segregava le donne nel gineceo,
perché nessuno, tranne lui, il signore, potesse godere della bellezza
che gli apparteneva. La donna non era libera. C'erano, sì, donne che
si dicevano libere, ma esse vendevano il godimento della propria bel-
32 Cernisevskij

lezza, vendevano la propria libertà. No, neanche loro erano libere.


— Questa regina era una semischiava. E, se non c'è libertà, non c'è
neanche felicità, e quindi non ci sono io.

Nuovamente risuonano le parole del poeta. Ed ecco un nuovo


quadro.
Un'arena davanti a un castello. Intorno una brillante folla di
spettatori. Nell'arena i cavalieri. Sul balcone del castello siede una
fanciulla. Ha in mano una sciarpa. Il vincitore avrà in premio la
sciarpa e potrà baciarle la mano. I cavalieri si battono all'ultimo san-
gue. Toggenburg3 vince. "Cavaliere, io l'amo come una sorella. Non
mi chieda di più. Il mio cuore non batte quando lei viene qui, non
batte quando lei si allontana." "Il mio destino è deciso", dice lui e
parte per la Palestina. Tutta la cristianità conosce ormai le sue ge-
sta gloriose. Ma lui non può vivere senza rivedere la regina della
sua anima. Cosi ritorna: non ha trovato l'oblio nelle battaglie. "E'
vano bussare, cavaliere, lei è in monastero." Il cavaliere si costruisce
una capanna, dalla cui finestra, a lei invisibile, può vederla al mat-
tino, quando spalanca la finestra della sua cella. E per tutta la vita
aspetta che lei compaia alla finestra, lei, bella come il sole. A nuli'
altro aspira se non a rivedere la regina della sua anima, a null'altro
aspira fin quando non si sarà estinta in lei ogni vita; e quando in
lei la vita si sarà spenta, lui se ne starà accanto alla finestra della
sua capanna e continuerà a pensare: potrò ancora rivederla?
— No, no, non sono affatto io, - dice la donna radiosa. - Lui
l'amava fino a quando non fosse riuscito a toccarla. Ma se fosse
diventata sua moglie, l'avrebbe ridotta in stato di sudditanza. Lei
doveva temerlo, e lui, dopo averla segregata, avrebbe smesso di
amarla. Se ne sarebbe andato a caccia, in guerra, a banchettare
con i suoi compagni, a violentare le sue vassalle. La moglie sarebbe
stata messa da parte, rinchiusa, disprezzata. L'uomo di quel tempo
non amava la donna che riusciva a far sua. No, allora non esistevo.
Quella regina aveva nome Immacolata. Eccola.
Modesta, mite, tenera, bella, è più bella di Astarte, più bella della

3
Viene qui esposta la vicenda della ballata di Schiller II cavaliere di Tog-
genburg, tradotta in Russia, nel 1818, da Vasilij Zukovskij.
L'Utopia 33

stessa Afrodite, ma è pensosa, mesta, addolorata. Dinanzi a lei tut-


ti si genuflettono, le recano ghirlande di rose, e lei dice:
"La mia anima è triste di una sofferenza mortale. Una spada mi
ha trafitto il cuore! Addoloratevi! Siate infelici! La terra è una valle
di lacrime".
— No, no, allora non esistevo, — dice la donna radiosa.

No, quelle regine non mi rassomigliano. Regnano ancora oggi,


ma i loro regni sono tutti in declino. Con la nascita di ogni nuova
regina cominciò a decadere il regno della precedente. Anch'io nacqui
solo quando prese a declinare il regno dell'ultima di loro. Da quel
tempo i loro regni cominciarono a decadere in fretta, in gran fretta.
Nessuna nuova regina riusci a sostituire le altre, che rimasero cosi
accanto a lei, ma io le sostituirò tutte, loro svaniranno, ed io rimar-
rò sola a regnare su tutto il mondo. Tuttavia, non potevano non
precedermi: senza i loro regni non sarebbe venuto il mio.
Gli uomini erano come animali prima che cominciassero ad ap-
prezzare la bellezza femminile. La donna era più debole dell'uomo,
e l'uomo era un bruto. Tutto allora si risolveva con la forza. L'uo-
mo si prese la donna, di cui aveva cominciato ad apprezzare la bellez-
za, e ne fece un oggetto di sua proprietà, una cosa. Fu il regno di
Astarte. Quando l'uomo divenne più evoluto, cominciò ad apprez-
zare più di prima la bellezza femminile e si inchinò dinanzi ad essa.
Ma la coscienza della donna non era ancora sviluppata. L'uomo ap-
prezzava in essa soltanto la bellezza. La donna riusciva ancora a
pensare soltanto ciò che aveva sentito dire dall'uomo. E lui diceva
che soltanto l'uomo è un essere umano, e lei prese a considerarsi
come un tesoro di bellezza, che apparteneva a lui. Lei stessa non si
riteneva ancora un essere umano. Fu il regno di Afrodite.
Ma ecco che nella donna cominciò a ridestarsi la coscienza della
propria natura umana. Quanto dolore fu costretta a sopportare
ogni volta che le balenava l'idea della propria dignità umana! Non
era ancora riconosciuta come un essere umano. L'uomo la voleva
amica, sì, ma schiava. E la donna disse: non voglio esserti amica!
Allora la passione costrinse l'uomo ad essere docile e mite, e lui,
dimenticando di avere sempre pensato che la donna non è un essere
umano, prese ad amarla come una vergine inaccessibile, inviolabile,
pura. Ma, non appena lei prestava fede alle preghiere dell'uomo,
34 Cernisevskij

non appena gli cedeva, erano dolori! La donna cadeva nuovamente


nelle mani dell'uomo, che erano più forti delle sue, e lui la trattava
brutalmente, ne faceva la sua schiava, la disprezzava. Lei infelice!
Fu quello il triste regno della Vergine.
Ma passarono i secoli, e mia sorella, la conosci, no?, quella che ti
apparve per prima, cominciò ad operare. C'era sempre, era la prima
di tutti, era come erano gli uomini, lavorava instancabile. Spossante
fu il suo lavoro, lento il suo progredire, ma lei lavorò sodo, e il suc-
cesso venne. L'uomo si fece più razionale, la donna acquisì sempre
maggiore coscienza della sua parità con l'uomo, e venne così il tem-
po della mia nascita.
Non è lontano quel tempo, oh, no, è tutt'altro che lontano.
Sai chi per primo s'è accorto della mia nascita e l'ha comunicata
agli altri? E' stato Rousseau nella Nuova Eloisa. Là, da lui, gli uomini
hanno sentito parlare per la prima volta di me.
E da quel tempo il mio regno si estende. Per molti non sono an-
cora la regina. Ma il mio regno si espande in fretta, e tu puoi preve-
dere il tempo in cui regnerò su tutta la terra. Soltanto allora gli
uomini sapranno quanto sono bella. Oggi coloro che riconoscono il
mio potere non possono ancora accettare per intero la mia volontà.
Sono attorniati da una folla ostile alla mia volontà. Questa massa
li dilanierebbe, ne avvelenerebbe l'esistenza, se essi conoscessero
e adempissero per intero la mia volontà. E io ho bisogno di felici-
tà, non voglio sofferenze, e perciò dico: non fate ciò per cui vi tor-
turerebbero, accogliete la mia volontà soltanto nella misura in cui
non può nuocervi!
— Ma io posso conoscerti per intero?
— Tu sì. La tua posizione è molto fortunata. Non hai nulla da
temere. Puoi fare tutto quello che vuoi. E, se conoscerai per intero
la mia volontà, non ne ricaverai alcun danno: tu non devi desiderare,
e non vorrai, nulla di ciò per cui ti torturerebbero coloro che non mi
conoscono. Sei pienamente contenta di ciò che hai, non devi pensa-
re, né penserai, ad altro o ad altri. Io posso rivelarmi a te per intero.
— Dimmi il tuo nome. Finora mi hai detto come si chiamavano
le altre regine, ma non mi hai rivelato il tuo nome.
— Vuoi che te lo dica? Guardami, ascoltami!
L'Utopia 35

— Guardami, ascoltami! Riconosci la mia voce? Riconosci il mio


volto? L'hai già visto?
No, non aveva mai visto quel volto né quella donna. Perché allo-
ra le sembrava di conoscerla? Dal giorno in cui aveva parlato con lei,
dal giorno in cui lui l'aveva contemplata e baciata, Vera Pavlovna
aveva guardato spesso quella donna radiosa, che non le si nasconde-
va, come Vera Pavlovna non si nascondeva a lui. Quella donna le si
era mostrata tutta 4 .
— No, non ti ho visto, non ho visto il tuo volto. Tu mi apparivi,
e io ti guardavo, ma tu eri cinta da una luce abbagliante, e io non riu-
scivo a vederti, vedevo soltanto che eri la più bella di tutte. La tua
voce l'ascoltavo, ma udivo soltanto che era la più bella di tutte.
— Guardami: per un istante attenuerò per te il fulgore della mia
aureola, per un istante la mia voce perderà il suo fascino consueto,
per un solo istante non sarò per te una regina. Hai visto, hai udito?
Mi hai riconosciuta? Basta, ora sarò di nuovo una regina e per sem-
pre.
Di nuovo si cinse del fulgore della sua aureola, di nuovo la sua
voce diventò ineffabilmente deliziosa. Ma nell'istante in cui aveva
smesso di essere regina per farsi riconoscere che cos'era successo?
Aveva Vera Pavlovna mai visto quel volto e udito quella voce?
Volevi sapere chi sono e l'hai saputo, — disse la regina. — Volevi
conoscere il mio nome e ora sai che non ho un nome diverso da
quello della persona a cui appaio, che il mio nome è il suo nome.
Hai visto chi sono. Nulla è più sublime dell'essere umano. Io sono
colei a cui appaio, colei che ama ed è riamata.
Si, Vera Pavlovna ha visto: quella donna è lei stessa, Vera Pav-
lovna, lei stessa, fatta dea, però. Quel volto è il suo stesso volto,
quel suo volto vivace e cosi lontano dalla perfezione e di cui tanti
altri sono più belli, quel suo volto che risplende della luce abbaglian-
te dell'amore e che è più bello di tutti i modelli ideali tramandatici
dagli scultori dell'antichità e dai grandi pittori della grande età della
pittura. Si, è lei stessa, Vera Pavlovna, ma risplendente della luce ab-

4
Si riferisce al terzo sogno di Vera Pavlovna quando questa donna, tanto
radiosa da non poterle vedere nemmeno il volto, la spinse a prendere coscien-
za della non completezza del suo rapporto col primo marito, Lopuchov. Il di-
scorso qui si incrocia entrando di scorcio il secondo marito, Kirsanov.
36 CernisevskiJ

bagliante dell'amore, e, se centinaia di donne sono più belle di lei a


Pietroburgo, con la sua modesta bellezza lei è più bella dell'Afrodi-
te del Louvre 5 , e più bella di tutte le belle.
— Nello specchio ti vedi come sei per te stessa, senza di me. In
me ti vedi come appari a colui che ti ama. Per lui io mi fondo con
te. Per lui non c'è essere più bello di te, per lui tutti i modelli ideali
impallidiscono di fronte a te.
Non è così?
Oh, sì, è così.
Ora sai chi sono, sappi allora che cosa sono...
In me è la voluttà dei sensi che c'era in Astarte: è lei l'iniziatrice
di tutte noi, delle regine che sono venute dopo di lei. In me è l'ine-
briante culto del bello che c'era in Afrodite. In me è la venerazione
per la purezza che c'era nell'Immacolata.
Ma in me tutto è più pieno, più sublime, più forte che in loro.
Ciò che era proprio dell'Immacolata si fonde in me con ciò che era pro-
prio di Astarte e di Afrodite. E, fondendosi in me con le altre forze,
ognuna di queste forze diventa più possente, migliore. Ma una po-
tenza ancora più vigorosa, un fascino ancora più grande sono dati ad
ognuna di esse da una forza nuova, che è in me e che non esisteva
nelle altre regine. Questa forza, che mi distingue da loro, è l'ugua-
glianza tra coloro che si amano, l'uguale rapporto tra loro come es-
seri umani, e per questa sola forza nuova tutto in me è molto più
bello che in loro.
L'uomo, riconoscendo alla donna la parità dei diritti, rinuncia
a considerarla una sua proprietà. Allora lei lo ama, come lui la ama,
soltanto perché vuole amarlo: perché, se lei non vuole, lui non ha
alcun diritto da far valere su lei, e viceversa. In me quindi è la libertà.
Dall'uguaglianza e dalla libertà anche ciò che ho ereditato dalle
altre regine ha ricevuto un carattere nuovo, un fascino sublime,
un incanto sconosciuto prima di me e dinanzi al quale è nulla tutto
ciò che si sapeva in passato.
Prima di me non si conosceva la vera voluttà dei sensi, perché
senza una libera attrazione gli amanti ignorano le delizie più soavi.
Prima di me non si conosceva il vero culto del bello, perché, se la

s
Si riferisce alla Venere di Milo.
L'Utopia 37

bellezza non si disvela per libera inclinazione, si ignora la vera esta-


si della contemplazione. Senza libera attrazione e inclinazione, la
voluttà dei sensi e il culto del bello hanno un che di tetro.
La mia immacolatezza è più pura di quella di colei che si chiama
Immacolata e che parlava soltanto di purezza del corpo. In me è la
purezza del cuore. Io sono libera, perché in me non c'è inganno,
né ipocrisia: non dico quel che non sento, non bacio chi non amo.
Ma il nuovo che è in me e che rende immensamente incantevole
l'eredità delle altre regine è di per sé il mio fascino più sublime. Il
signore si sente oppresso di fronte al servo, il servo si sente oppres-
so di fronte al signore: soltanto tra uguali l'uomo è pienamente li-
bero. Con i subalterni l'uomo si annoia, soltanto con gli uguali
è davvero allegro. Ecco perché, prima della mia nascita , neanche 1'
uomo, non solo la donna, conosceva la vera felicità dell'amore. Il
suo sentimento non era felicità, ma solo effimera ebbrezza. E la don-
na, oh, come soffriva la donna prima che io nascessi! Era un essere
asservito, una schiava, aveva sempre paura e sapeva appena che cosa
fosse l'amore: là dove c'è paura non ci può essere amore.
Se vuoi dire con una sola parola che cosa sono, devi chiamarmi:
uguaglianza. Senza di essa la voluttà dei sensi e il culto del bello so-
no noiosi, tetri, infami; senza di essa non c'è la purezza del cuore,
ma solo l'inganno della purezza del corpo. Dall'uguaglianza nasce in
me la libertà, senza la quale non esisto.
Ti ho detto tutto ciò che puoi dire agli altri, tutto ciò che sono
ora. Ma il mio regno è ancora piccolo, devo tuttora difendere i miei
dalle calunnie di chi non mi conosce, e non posso rivelare per intero
a tutti la mia volontà. Lo farò quando il mio regno si sarà esteso
a tutti gli uomini, quando tutti saranno belli nel corpo e puri di cuo-
re. Soltanto allora svelerò tutta la mia bellezza. Ma la tua sorte è
particolarmente felice: io non ti turbo, non ti arreco danno, di-
cendoti che cosa sarò quando non pochi uomini, come oggi, ma tut-
ti gli uomini saranno degni di accogliermi come loro regina. A te
sola svelerò i segreti del mio avvenire. Giurami che non li svelerai
a nessuno e ascolta!

- Oh, cara, adesso conosco la tua volontà fino in fondo, so che


si avvererà, ma come sarà allora la vita degli uomini?
38 Cernisevskij

- Da sola non posso dirtelo, ho bisogno dell'aiuto di mia sorel-


la: è più adulta di me e ti è apparsa in sogno tanti anni fa. E' la mia
padrona e la mia schiava: io posso essere solo ciò che lei mi fa es-
sere, e, tuttavia, lavora per me. Sorella, accorri in mio aiuto!
Apparve la sorella delle sorelle, la fidanzata dei fidanzati.
— Salute, sorella, — dice alla regina. — Anche tu qui, sorella?
— dice poi a Vera Pavlovna. — Vuoi vedere come vivranno gli uomini
quando la regina, educata da me, regnerà su tutti? Guarda!
Un edifìcio grandissimo, immenso, come oggi ne esiste qualcuno
soltanto nelle grandi capitali o, forse come oggi non ne esiste in al-
cun luogo! Sorge tra campi di grano e prati, tra giardini e boschi.
Nei campi fluttuano le messi, ma non come le nostre, bensì più
fitte e copiose. E' grano? Chi ha mai visto tali spighe? Questi chic-
chi? Soltanto nelle serre possono crescere oggi spighe così. 1 pra-
ti sono come i nostri, ma fiori come questi da noi nascono soltanto
nelle aiuole. Giardini, alberi di limoni e arance, di pesche e di albi-
cocche: come mai crescono all'aperto? Sì, sono circondati da colon-
ne, ma d'estate sono all'aperto: sono serre che in estate si spalanca-
no. Anche i boschi sono come i nostri; querce, tigli, aceri e olmi;
sì, i boschi sono proprio come i nostri; molto curati, è vero, non c'è
in essi neppure un albero malato, ma sono gli stessi, solo i boschi
sono rimasti come quelli di oggi. E qual è l'architettura dell'edifi-
cio? Oggi non c'è nulla di simile, ce ne è forse un accenno nel pa-
lazzo di Sydenham 6 : ghisa, vetro e basta. No, non basta: questo è
soltanto l'involucro, l'esterno dell'edifìcio; all'interno c'è la vera casa,
l'imponente casa, racchiusa nella costruzione di ghisa e di cristallo,
come in una custodia; lungo tutti i piani corrono spaziose gallerie.
Com'è leggera la sua architettura, come sono sottili gli spazi fra le
finestre, che sono immense, larghe e alte quanto tutto un piano!
I muri di pietra sono come una fila di pilastri che incorniciano le
finestre aperte sulla galleria. Come sono i soffitti e i pavimenti? Di
quale materiale sono costruiti i telai delle finestre e le porte? D'ar-
gento? Di platino? 1 mobili sono quasi tutti uguali; quelli di legno

6
Allusione al noto Crystal Palace, costruito da J. Paxton nel 1851 per l'E-
sposizione universale di Londra e poi smontato e ricostruito a Sydenham, do-
ve, nel 1936, venne distrutto da un incendio.
L'Utopia 39

sono quasi un capriccio, servono solo per variare l'insieme; ma di


cosa sono fatti gli altri mobili, i pavimenti, i soffitti?
— Prova a sollevare questa poltrona, — dice la sorella maggiore.
Questi mobili di metallo sono più leggeri dei nostri mobili di no-
ce. Ma di che metallo si tratta? Ah, lo so, Sasa7 me l'ha mostrato:
era leggero come vetro, e oggi già lo usano per gli orecchini e le spil-
le. Si, Sasa me lo ha detto che presto o tardi l'alluminio sostituirà
il legno e forse anche la pietra. Ma quanta ricchezza! Alluminio da
ogni parte, e specchi enormi negli spazi tra le finestre. E che tappeti
su questi pavimenti! Ecco, in una sala, una metà del pavimento è
scoperta: anche il pavimento è di alluminio!
— Come vedi, qui è opaco, perchè non si scivoli troppo: qui gio-
cano i bambini, e insieme con loro gli adulti; nell'altra sala non ci
sono tappeti: è il salone per il ballo.
E dappertutto alberi e fiori dei paesi caldi. Tutta la casa è un
grandioso giardino d'inverno.
Ma chi vive in questo edificio, molto più maestoso di un castello.
— Qui vivono molte persone, moltissime. Vieni e lo vedrai.
Eccole affacciarsi sulla balconata dell'ultimo piano. Come mai Ve-
ra Pavlovna non l'ha notato prima?
— Nei campi sono sparsi gruppi di persone: uomini, donne, vec-
chi, giovani, bambini. Più numerosi sono i giovani, pochi i vecchi,
pochissime le vecchie; i bambini più numerosi dei vecchi, ma non so-
no moltissimi. Una parte dei ragazzi è rimasta a casa ad occuparsi
delle faccende domestiche, che sbrigano con amore insieme a qual-
che donna anziana. I vecchi e le vecchie sono pochissimi, perché qui

7
Sasa, diminutivo di Aleksand Matveic Kirsanov, secondo marito di Vera
Pavlovna. Dopo la presa di coscienza avvenuta durante il terzo sogno di Vera,
Lopuchov si rende conto che diviene necessaria la separazione. Anche se Vera
rifiuta irrazionalmente tutto questo, in realtà essa, ne prenderà coscienza; ama
Lopuchov perché egli sposandola l'aveva salvata dalla sua famiglia d'origine. E-
ra questo un costume molto in uso presso i nichilisti russi: sposare una ragazza
per il solo scopo di trarla dall'autorità della famiglia.
Vera e Lopuchov avranno infatti rapporti sessuali molto tempo dopo il
matrimonio, quando tra loro era nato qualcosa di più.
La correttezza e la solidarietà sono delle prerogative dei nichilisti e Lopu-
chov scomparirà dalla scena (solo per l'opinione pubblica) fingendo il suicidio
per lasciare la possibilità a Vera di sposare liberamente Kirsanov.
40 Cernisevskij

si invecchia molto tardi, la vita è sana e tranquilla qui, e si conserva


a lungo la propria freschezza.
I gruppi di persone che lavorano nei campi cantano, ma qual è
il loro lavoro? Ah, sì, raccolgono il grano, ma con che rapidità! Co-
me fanno a lavorare così in fretta e, per di più, a cantare? In realtà,
solo le macchine lavorano: mietono, legano i covoni e li portano via,
gli uomini si limitano a camminare e a guidare le macchine. E come
tutto è organizzato a meraviglia! Il sole scotta, il caldo è soffocante,
ma non per loro: sulla parte del campo dove stanno lavorando è
steso un telone enorme, che viene spostato man mano che loro si
spostano. Ecco come si procurano il fresco! Ecco perché non potreb-
bero lavorare più in fretta e con maggiore alacrità! Ecco perché
cantano! In tali condizioni mieterei anch'io! E poi che canzoni,
sconosciute, nuove! Ecco ora ne cantano una nostra, la conosco:

Vivremo con te da signori;


sono questi gli amici
che la tua anima vuole,
e io vivrò sempre con loro 8

II lavoro è ormai finito, tutti si avviano verso l'edifìcio.


— Entriamo di nuovo nella sala, per assistere al loro pranzo, di-
ce la sorella maggiore.
Eccole nella più grande di quelle enormi sale. Una metà della sa-
la è occupata dalle tavole, già imbandite, oh, quante tavole! E quan-
te persone sono qui per pranzare? Mille o forse più!
— Non ci sono tutti, chi vuole può pranzare nella sua stanza.
Il pranzo è stato preparato dalle vecchie, dai vecchi e dai ragaz-
zi rimasti in casa.
— Preparare il mangiare, sbrigare le faccende, rimettere in ordi-
ne le camere è un lavoro troppo facile per gli altri, — dice la sorella
maggiore, — perciò deve occuparsene chi non può ancora o non può
più fare altro.
Che stupendo vasellame! Tutto d'alluminio e di cristallo. Lungo la
linea centrale delle larghe tavole sono disposti grandi vasi di fiori.

8
Dalla Fuga di Aleksej Koltsov, 1838.
L'Utopia 41

11 pranzo è già servito. Entrano coloro che lavorano nei campi e


prendono posto.
— Ma chi servirà il pranzo?
— Che domande! In tutto ci sono cinque o sei portate, e quelle
calde sono conservate in luoghi in cui non si raffreddano. Se guardi
bene, vedi le cassette con l'acqua bollente, — dice la sorella maggiore.
— Tu vivi discretamente e ti piace la buona tavola. Ti capita spesso
un pranzo così?
— Poche volte all'anno.
Per loro, invece, questo è un pranzo normale: chi vuole pietan-
ze migliori può averle, ma allora c'è un computo speciale. Per chi
non vuole niente di diverso dagli altri non ci sono conti. E' sempre
così: ciò che tutti possono ottenere con i mezzi della comunità
non viene computato. Solo per le cose particolari o per i capricci
c'è da fare un calcolo.
Siamo noi queste persone? E' questa la nostra terra? Ho sentito
una nostra canzone, parlano russo.
Vedi il fiume qui accanto? E' l'Oka. E queste persone siamo
noi, sono russi, come me e te.
— E sei stata tu a fare tutto questo?
Tutto questo è stato fatto per me, io ho ispirato tutte le inizia-
tive, io incito a perfezionare tutto, ma quella che lavora in concreto
è la mia sorella maggiore, io non faccio che goderne.
— E tutti vivranno così?
Tutti, risponde la sorella maggiore. — Per essi è un'eterna pri-
mavera, un'eterna estate, una gioia eterna. E ancora non ti abbiamo
mostrato che la fine della mattinata di lavoro e l'inizio del pomerig-
gio; Resta ancora da vedere la sera, due mesi più tardi.

I fiori sono appassiti; le foglie cominciano a cadere dagli alberi. Il


quadro diventa malinconico.
— Vedi, sarebbe triste guardare queste cose, sarebbe triste vivere
qui, - dice la sorella minore, e io non voglio.
Le sale sono deserte, nei campi e nei giardini non c'è più nessuno,
dice la sorella maggiore, — ho agito secondo la volontà di mia
sorella, la regina.
E' possibile che il palazzo sia realmente vuoto?
Sì, perché qui il clima è freddo e umido, perché continuare a vi-
42 Cernisevskij

verri? Di duemila persone ne sono rimaste dieci o venti, tutte un po'


strambe, attratte dal piacevole diversivo di restare qui, nella solitu-
dine più assoluta, a contemplare l'autunno nordico. Tra qualche
mese, d'inverno, in turni continui, a piccoli gruppi, verranno qui
a passare alcuni giorni gli amanti delle gite invernali.
— Ma dove sono adesso?
— Dove fa caldo e si sta bene, — dice la sorella maggiore. D'
estate, quando qui c'è molto lavoro e si sta bene, un gran numero
di ospiti viene dal sud. Gli abitanti della casa che hai già visto erano
tutti dei vostri, ma un gran numero di edifici è stato costruito
per gli ospiti; in altri, poi, gli ospiti, che sono di varie nazionalità,
abitano insieme con i padroni di casa: ognuno sceglie la comunità
che più gli piace. Ma, dopo aver accolto, d'estate, tanti ospiti che vi
aiutano nel lavoro, voi stessi per i sette o otto mesi cattivi dell'anno
vi recate nel sud, dove meglio vi piace. C'è nel sud una regione par-
ticolare, in cui si trasferisce la maggior parte di voi. Questa regione
si chiama Nuova Russia.
— Vicino a Odessa e a Cherson?
— Ai tuoi tempi, sì, ma guarda ora dov'è la Nuova Russia.
Monti ammantati di giardini. Tra i monti strette vallate e larghe
pianure.
— Questi monti erano un tempo nude rocce, — dice la sorella
maggiore. — Ora li copre uno spesso strato di terra e su di essi tra i
giardini si levano boschi, rigogliosi alberi d'alto fusto. In basso, ne-
gli umidi avvallamenti, piantagioni di caffè; in alto, palme da dat-
tero e alberi di fichi; ai vigneti si alternano piantagioni di canna da
zucchero; nei campi c'è grano, ma soprattutto riso.
— Ma che terra è mai questa?
— Saliamo per un attimo più in alto, e ne vedrai i confini.
Lontano, a nord-est, due fiumi scorrono fondendosi verso orien-
te, rispetto al punto d'osservazione di Vera Pavlovna;più lontano, a
sud, in direzione sud-est, si apre un golfo lungo e largo; a sud la ter-
ra si estende, allargandosi sempre più, tra quel golfo e un altro gol-
fo lungo e stretto, che ne forma il confine occidentale. Tra lo stretto
golfo occidentale e il mare, che si trova a nord-est, c'è un istmo
sottile.
— Ma siamo nel centro del deserto! - esclama meravigliata Ve-
ra Pavlovna.
L'Utopia 43

— Sì, nel centro di quello che era un deserto; oggi come vedi,
tutta la superfìcie a sud del grande fiume di nord-est è stata muta-
ta in una terra fertilissima, simile a quella che si stende tuttora lun-
go il mare a nord di essa e di cui nell'antichità si diceva che "ribol-
liva di latte e miele". Come vedi, non siamo molto lontane dal con-
fine meridionale della superficie coltivata. La parte montuosa della
penisola è ancora una sterile steppa sabbiosa, com'era ai tuoi tempi
tutta la penisola, ma di anno in anno voi russi spostate sempre più
il confine del deserto verso sud. Altri lavorano in altri paesi: C'è
tanto posto per tutti e tanto lavoro, libertà, abbondanza. Sì, dal
grande fiume nord-orientale fino a metà della penisola, la terra ver-
deggia e fiorisce; anche qui, ovunque sorgono edifici enormi, distanti
fra loro tre o quattro verste, come immense pedine senza numero
su una scacchiera gigantesca. Visitiamone uno, — dice la sorella mag-
giore.
Un grande palazzo di cristallo, con bianche colonne.
Sono d'alluminio perché qui fa molto caldo, - dice la sorella
maggiore, - e il bianco si scalda meno al sole. L'alluminio costa
più della ghisa, ma è più adatto.
Ecco cos'altro hanno ideato: entro una certa area intorno al pa-
lazzo di cristallo corrono lunghe file di pilastri esili e altissimi, su
cui poggia un telone bianco, che copre l'intero palazzo e la zona cir-
costante per una versta e mezzo.
— Sul telone viene spruzzata acqua continuamente, — dice la so-
rella maggiore: — come vedi, su ogni pilastro c'è una fontana, da cui
l'acqua viene effusa come pioggia, ed ecco l'aria farsi più fresca.
Lo vedi tu stessa, qui modificano la temperatura come vogliono.
— E a chi piace il sole caldo e splendente?
— Come vedi, più lontano ci sono padiglioni e tende. Ognuno
può vivere come meglio crede: a questo io miro e solo per questo
lavoro.
— Ma è rimasta qualche città per chi desidera viverci?
— Non sono più molti coloro che vogliono vivere in città. Rispet-
to al passato si è ridotto il numero delle città che sono ormai divenu-
te quasi tutte centri di rapporti e scambi commerciali, accanto ai
porti migliori, ma anche queste città sono più grandi e belle delle
vecchie. In esse si va per qualche giorno, ma solo per un diversivo;
44 Cernisevskij

la maggior parte di coloro che ci vivono cambia continuamente,


e si trova li solo per lavoro, per un breve periodo.
— E chi vuol viverci stabilmente?
— Ci vive, come vivete voi a Pietroburgo, a Parigi, a Londra:
nessuno glielo impedisce, ognuno vive come vuole. Ma la stragrande
maggioranza, il novantanove per cento, vivono come ti abbiamo mo-
strato mia sorella ed io, perché cosi preferiscono. Entriamo nel
palazzo, è già sera, ormai.
— No, prima vorrei sapere come è avvenuto tutto ciò.
— Che cosa vuoi sapere?
— Come uno sterile deserto sia divenuto una terra fecondissima,
dove quasi tutti trascorrono due terzi dell'anno.
Com'è avvenuto? Niente di più facile! Certo, tutto ciò non è
avvenuto né in uno né in dieci anni, ma in modo graduale. Da nord-
est, dalle rive del grande fiume, e da nord-ovest, dal litorale del gran-
de mare, con potentissime macchine, abbiamo portato argilla e sab-
bia, scavato canali, irrigato: in tal modo è comparso il verde e l'atmo-
sfera si è caricata di umidità. Un passo dopo l'altro, abbiamo conqui-
stato qualche versta, una all'anno talvolta: che c'è di tanto straordina-
rio in tutto questo? Nulla, solamente che gli uomini sono divenuti
intelligenti ed hanno rivolto a loro vantaggio una grossissima quan-
tità di forze e di mezzi che un tempo non sapevano usare o usava-
no solo per danneggiarsi a vicenda. Non invano io lavoro e insegno.
E' stato diffìcile far capire agli uomini che cosa fosse per loro più
utile; al tuo tempo erano ancora selvaggi, rozzi e crudeli, irragione-
voli, ma io li ho educati con tenacia e, quando hanno cominciato
a capire, tutto è diventato facile. Non chiedo mai nulla che sia im-
possibile, e tu lo sai. Anche tu stai realizzando qualcosa a modo mio,
per me: ebbene, ti sembra difficile.

— No.
— E' naturale. Ricordi il tuo laboratorio? Avevate forse molti
mezzi? Ne avevate più degli altri?
— No, che mezzi avevamo?
— Eppure, le tue sarte conducevano una vita dieci volte più agia-
ta, venti volte più allegra delle altre, che pure avevano i vostri stessi
L'Utopia 45

mezzi 9 . Tu stessa hai dimostrato che anche ai tuoi tempi gli uomini
potevano vivere una vita molto più libera. Basta essere ragionevoli,
sapersi organizzare, conoscere il modo di impiegare meglio le pro-
prie risorse.
- E' cosi, è così! Lo so bene.
- Vieni, dunque, a vedere come vivono gli uomini qualche tem-
po dopo che hanno cominciato a capire ciò che tu hai capito da un
pezzo.

Entrano nel palazzo. Un salone immenso, magnifico. Sono passa-


te tre ore dal tramonto del sole: è tempo di allegria. Il salone ri-
splende a giorno. Come mai? Non si vedono candelabri, né lampada-
ri. Ah, ecco, nella cupola del salone c'è una grande piastra di vetro o-
paco, da cui filtra la luce; sì dev'essere questa la sorgente; che
luce chiara, vivida e dolce, proprio come quella solare; ma sì, è la
luce elettrica! Nella sala è presente un migliaio di persone, ma po-
trebbe contenerne anche il triplo.
- Infatti, — dice la donna radiosa, — quando vengono gli ospi-
ti, contiene molta più gente.
- Ma di che si tratta? E' una festa da ballo? O una serata come le
altre?
- Una serata come le altre.
- Ma oggi una serata così sarebbe un ballo a corte! E come sono
lussuose le acconciature femminili! Sì, sono tempi diversi dai miei,
si vede dalla foggia degli abiti. Alcune indossano vestiti come i no-
stri, però si vede bene che li portano solo per divertimento, per gio-
co; altre indossano vesti di tutte le specie, di foggia orientale e meri-
dionale; ma tutti gli abiti hanno più grazia dei nostri. L'indumento
più diffuso è quello che le donne indossavano nel periodo più raffi-
nato di Atene: è una veste molto leggera e libera. Gli uomini porta-
no anch'essi una veste larga, lunga, senza punto di vita, una specie di

* Si riferisce qui ai riuscito esperimento portato avanti da Vera Pavlovna,


u na e poi due grandi sartorie autogestite e in cui vige un sistema di vita comu-
nitario.
46 Cernisevskij

tunica: è il loro abito di tutti i giorni: semplice e bello! Quanta


eleganza e morbidezza danno questi abiti alle forme del corpo e
come accentuano la grazia dei movimenti! E che orchestra, più di
cento artisti, e che coro!
— Sì, — dice la radiosa regina, — da voi, in tutta l'Europa, non c'e-
ra una decina di tali voci! Qui ne trovi un centinaio per sala. Col
nuovo modo di vita, più sano e più elegante, il torace è diventato
più robusto, e la voce più bella.
Ma gli orchestrali e i coristi cambiano senza posa: alcuni escono,
altri ne prendono il posto, gli uni si danno alle danze, gli altri escono
dal ballo.
E' una serata normale, come le altre, ogni sera qui si balla e ci
si diverte. Ma quando mai mi è capitato di conoscere un'allegria co-
sì vigorosa? E come non avere la loro allegria con la forza che essi
hanno e che è a noi ignota? Al mattino lavorano. Chi non lavora a
sufficienza non prepara i propri nervi a percepire l'allegria in tutta la
sua pienezza. Anche oggi l'allegria degli uomini semplici, quando ca-
pita loro di godere, è più gioiosa, più viva, più genuina della nostra;
però ai nostri uomini semplici mancano i mezzi per godere, mentre
qui c'è grande abbondanza di mezzi; e poi, l'allegria dei nostri uomi-
ni semplici è sempre offuscata dal ricordo della miseria e delle priva-
zioni, dei guai e delle sofferenze, è turbata dal presentimento di un
futuro non diverso dall'oggi, l'allegria è così solo un'ora di oblio
della miseria e del dolore, ma possono la miseria e il dolore essere
dimenticati del tutto? E forse la sabbia del deserto non continua
a spargersi? e i miasmi della palude non infettano anche il pezzet-
to di terra buona che s'incunea tra il deserto e la palude? Qui,
invece, non esiste né il ricordo né il pericolo della miseria o del
dolore; qui si ricorda soltanto il libero lavoro, compiuto di buona
lena; qui si ricorda soltanto l'abbondanza, il bene, il piacere; qui si
aspetta soltanto un futuro non diverso dall'oggi. Che differenza! E
ancora: il sistema nervoso dei nostri operai è ben saldo, e quindi
sa reggere all'allegria, ma è anche rozzo, poco sensibile. Qui, invece,
il sistema nervoso è ben saldo, come quello dei nostri operai, ma an-
che educato e sensibile, come il nostro. La tendenza all'allegria,
la sana e forte sete di allegria, che noi non abbiamo, e che è data
soltanto da una salute vigorosa e dal lavoro fisico, si associa in questi
L'Utopia 47

' uomini con la nostra finezza di sensazioni; in loro, la nostra evolu-


I /.ione morale si fonde con la robustezza fisica dei nostri operai: è
[ chiaro, quindi, che le loro gioie, le loro passioni, i loro piaceri sono
I più vivi e più forti, più liberi e più dolci dei nostri. Uomini felici!
No, oggi non si conosce la vera allegria, perché non vi è ancora
la vita di cui essa ha bisogno, perché non vi sono ancora questi uo-
mini. Ed essi soltanto possono godere con pienezza e conoscere
tutta l'estasi della gioia! Come fiorisce la loro forza, la loro salute,
come sono robusti e belli, come sono energici ed espressivi i loro
tratti! Tutti questi uomini e donne, che vivono la libera vita del la-
voro e della gioia, sono veramente felici, febei!
Una metà di loro si diverte e fa baldoria nell'immenso salone, ma
dov'è l'altra metà?
— Dove sono gli altri? — dice la radiosa regina. — In vari luoghi:
molti a teatro, e sono attori, orchestrali o spettatori, come meglio
preferiscono; altri sono sparsi nelle aule, nei musei, nelle biblioteche;
alcuni nei viali del giardino, altri nelle loro stanze, per riposarsi in soli-
tudine o con i figli; ma poi, soprattutto, vi è il mio mistero. Hai visto
nel salone come si accendono le gote e brillano gli sguardi? Li hai
visti uscire ed entrare? Escono perché io li attiro: qui vi è la stanza
di ognuno, ed ogni stanza è il mio asilo, qui i miei misteri sono in-
violabili, le tende alle porte e i lussuosi tappeti attutiscono ogni ru-
more, qui tutto è silenzio, e mistero. Ora ritornano, perché io li
richiamo dal regno dei miei misteri al mondo della serena allegria.
Qui regno io. Questo è il mio regno. Tutto qui è per me! Il lavoro pre-
para sentimenti ed energie per me, l'allegria è preparazione a me.
A me segue il riposo. Qui io sono il fine della vita, qui sono io tut-
ta la vita.

— In mia sorella, la regina, è la suprema felicità della vita, — di-


ce la sorella maggiore, — ma, come vedi, qui ognuno ha la sua felici-
tà. Qui tutti vivono come per loro è meglio vivere, qui esiste per
lutti il libero volere, la vera libertà. Ciò che ti abbiamo mostrato
non si avvererà subito nella forma che hai visto. Molte generazioni
dovranno passare prima che si avveri quanto ti abbiamo mostrato.
No, non molte generazioni: il mio lavoro procede in fretta, sempre
più rapido di anno in anno, ma tu non entrerai nel regno di mia so-
[ rella, e però tu l'hai visto e conosci l'avvenire. E' radioso, bellissimo.
48 Cernisevskij

Parlane a tutti: fa loro sapere che un avvenire radioso e bellissimo


li aspetta. Amate il futuro, auspicatelo, lavorate per esso, affretta-
telo, trasfondetelo nel presente! Tanto più luminosa, buona, ricca
di gioia e di piacere sarà la vostra vita, quanto più sarete riusciti a
trasfondervi l'avvenire. Tendete al futuro, lavorate per esso, affret-
tatelo, trasfondetelo nel presente quanto più potete!
Dobroljubov

Un raggio di luce*

Bisogna rendere giustizia ad alcuni critici: hanno saputo compren-


dere la controversia che ci separa. Ci rimproverano di avere adottato
un cattivo metodo, quello consistente nell'analizzare l'opera di un
autore e in seguito, come risultato di questa analisi, dire quello che
essa contiene e qual è il suo significato. Essi adottano un metodo
completamente differente: dicono prima quello che deve essere con-
tenuto in un'opera (secondo le loro concezioni, ovviamente) e in
quale misura quello che vi si deve trovare vi si trova effettivamente
i sempre secondo le loro concezioni). E' chiaro che un tale disaccor-
do nei punti di vista fa sì che essi considerino con furore le mie ana-
lisi... Ma noi siamo contenti che la differenza sia infine svelata e sia-
mo pronti a sostenere qualsiasi paragone.

In tutte le epoche e in tutte le sfere dell'attività umana vi è sta-


ta gente così sana, così ben dotata dalla natura che le aspirazio-
ni naturali parlavano in essa molto forte, in maniera invincibile. Nelle
.attività pratiche questa gente diveniva spesso martire delle proprie
aspirazioni, ma mai spariva senza lasciare traccia, mai queste persone
restavano dei solitari. Nell'attività sociale esse formavano un partito,
nella scienza pura facevano scoperte, nelle arti, in letteratura, fonda-
vano una scuola. ...Senza parlare qui dei promotori in materia di
attività sociale... notiamo che nel campo della scienza e dell'arte, le
grandi personalità manifestavano sempre questo carattere che sotto-
lineiamo, cioè la forza delle aspirazioni vive e naturali. La deforma-
zione di queste aspirazioni nella massa corrisponde all'influenza delle
molte assurde concezioni del mondo e dell'uomo; queste concezioni,
a loro volta, nuocciono al bene pubblico. Senza andare a cercare lon-
tano, ricordiamo tutto il male che all'umanità hanno provocato le
assurdità del feticismo e di tutte le varie divagazioni cosmogoniche, e

In "Il c o n t e m p o r a n e o " , 1860.


50 Dobroljubov

più tardi i misteri astrologici e cabalistici di ogni specie. Gli uomini


della scienza pura che avevano fatto scoperte in astronomia o in fisi-
ca, instaurarono nuovi principi in filosofìa, seppero ascoltare la voce
delle sane esigenze dello spirito e aiutarono l'umanità a sbarazzarsi
di questa o quella combinazione artificiale che nuoceva alla promo-
zione del benessere pubblico. Con ciascuno di questi uomini, l'uma-
nità faceva un passo avanti nello sviluppo delle concezioni giuste e
naturali; l'importanza di questi passi permette di determinare il meri-
to di ognuna di queste personalità. La stessa cosa può dirsi degli uo-
mini delle scienze applicate, tecnici, meccanici, agronomi, medici,
ecc.... Lo stesso ancora nel dominio dell'arte e della letteratura.
Fino ad oggi, al letterato si attribuiva un modesto ruolo in quel
progresso dell'umanità verso i principi naturali da cui essa si era al-
lontanata. La letteratura, di per sé, non ha significati pratici, essa
si contenta di proporre ciò che bisognerebbe fare o di immagina-
re ciò che è già fatto o che si fa. Nel primo caso, cioè quando es-
sa propone un'attività futura, impronta i suoi materiali e i suoi fonda-
menti alla scienza pura; nel secondo caso, ai fatti della vita. In tal
modo, parlando in maniera generale, la letteratura rappresenta di
per sé una forza suscettibile di essere messa al servizio della propa-
ganda; la sua dignità risiede in ciò che essa diffonde e nella ma-
niera in cui vi si impegna. In letteratura, fra parentesi, si sono avuti
fino ad oggi uomini d'azione che hanno diffuso idee talmente alte
che, né gli uomini d'azione che agiscono per il bene dell'umanità,
né gli uomini della scienza pura, saprebbero superarli. Questi scritto-
ri erano così riccamente dotati dalla natura che hanno saputo avvi-
cinarsi istintivamente alle concezioni e alle aspirazioni naturali
che i filosofi della loro epoca ricercavano appoggiandosi su una
scienza rigorosa. Ancora di più, le verità che i filosofi riuscivano
solo a supporre nelle loro teorie, gli scrittori geniali sapevano affer-
rarle nella vita e presentarle negli atti. Si trovavano in tal modo ad
essere rappresentanti più completi del più alto grado della scienza
umana in una data epoca e contemplando da questa altezza la vita
degli uomini e la natura, essi ce li descrivevano: si elevavano al di
sopra della letteratura concepita come serva e si piazzavano allo
stesso livello degli uomini attori della storia o che conducevano
l'umanità ad una coscienza più chiara delle forze vive e delle incli-
nazioni naturali. Così Shakespeare; molti dei suoi scritti possono
Un raggio di luce 51

essere considerati come scoperte nel dominio del cuore umano. La


sua attività letteraria ha elevato di parecchi gradi la coscienza collet-
tiva degli uomini ad un'altezza che nessuno aveva raggiunto fino ad
allora e che alcuni filosofi avevano solamente indicato da lontano.
Ecco perché Shakespeare ha un significato universale; per mezzo
suo, si è andati avanti di alcuni gradi nella storia dell'umanità. Ciò
perché egli è al di fuori del genere abituale degli scrittori. 1 nomi di
Dante, di Goethe, di Byron vengono spesso associati al suo, ma sa-
rebbe diffìcile affermare che ognuno di essi incarni una fase nuova
e totale dello sviluppo dell'umanità come avviene per Shakespeare...
Per quanto riguarda i talenti ordinari, in essi troviamo quel ruolo
servile di cui parlavamo prima. Non apportando al mondo niente
di nuovo o di sconosciuto, non indicando nuovi sviluppi al cammino
dell'umanità, non portando nemmeno su una strada già tracciata,
devono limitarsi ad un tipo di funzione più particolare, più specia-
le. Essi portano alla coscienza delle masse quello che è stato scoper-
to dai leaders d'avanguardia dell'umanità, svelano e chiariscono
agli uomini quanto vive in essi in maniera confusa e incerta. Nor-
malmente non succede che il letterato impronta al filosofo le sue
idee per esporle in seguito nelle sue opere. No, tutti e due agiscono
in maniera autonoma, partendo da una stessa origine — la vita rea-
le - ma si mettono al lavoro per strade differenti. Il pensatore che
osserva fra la gente, per esempio, l'insoddisfazione suscitata dalla lo-
ro vita attuale, mette insieme tutti i fatti e tenta di trovare dei
principi suscettibili di soddisfare le esigenze nascenti. Lo scrittore
poeta, utilizzando questa stessa insoddisfazione, ne traccia un ri-
tratto cosi vivo che l'attenzione generale, arrestandosi su di esso,
dà alla gente l'idea di ciò che le è necessario. Il risultato è lo stes-
so e l'importanza dei due uomini sarebbe identica se la storia della
letteratura non ci mostrasse che, a parte alcune eccezioni, gli scrit-
tori in generale arrivano sempre con ritardo. I pensatori, attaccan-
dosi agli indizi più insignificanti e girando intorno senza stancarsi al
pensiero che si è impadronito di essi fino alle loro viscere, notano
si ivente un nuovo orientamento anche allo stato iniziale — anche se
la maggior parte degli scrittori non sono molto intuitivi: essi notano
r descrivono un movimento nascente solo se esso è sufficientemente
\ isibile ed intenso. Per contro, essi sono più vicini alla comprensione
delle masse ed hanno più successo presso di queste, simili a baro-
52 Dobroljubov

metri di cui ciascuno può fare uso quando non vuol sapere niente
delle conclusioni e delle previsioni della metereologia e dell'astro-
nomia. In tal modo, accordando alla letteratura la sua principale
funzione che è quella di mettere in luce le manifestazioni della vita,
noi esigiamo da essa una sola qualità, al di fuori della quale essa
non avrebbe alcun merito, la verità. E' necessario che i fatti che l'au-
tore utilizza e ci presenta siano trasmessi con fedeltà. Se ciò non av-
viene, l'opera perde ogni suo significato, e diviene perfino nociva,
perché non è al servizio della chiarificazione delle conoscenze uma-
ne, ma al contrario, contribuisce al loro oscuramento. E in tal caso,
è inutile cercare nell'auiore qualche talento, ad eccezione del talento
di mentire. Nelle opere di carattere storico, la Verità deve portare ai
fatti. Nella letteratura, in cui gli avvenimenti sono fittizi, essa è
rimpiazzata dalla verità logica, cioè da una verosimiglianza razionale
e dalla conformità al corso reale degli avvenimenti.
Ma se la verità è una condizione indispensabile, essa non costitui-
sce di per sé il valore dell'opera. Questo valore lo giudichiamo in
funzione dell'ampiezza del punto di vista dell'autore, dell'esattezza
della sua comprensione e della sua vivacità nella descrizione dei fe-
nomeni di cui si è occupato. Prima di tutto, in funzione del criterio
che abbiamo adottato, distinguiamo gli autori che rappresentano
le aspirazioni naturali e legittime del popolo di cui non sono che
gli strumenti da ogni sorta di tendenze e di esigenze artificiali.
Abbiamo già visto che, associazioni collettive artificiali, conseguenza
di un'incompetenza originaria della gente ad organizzare il proprio
benessere, non hanno potuto soffocare la coscienza delle esigenze
naturali. Nella letteratura di tutti i popoli incontriamo un buon nu-
mero di scrittori totalmente asserviti agli interessi artificiali e che
non si preoccupano per niente delle normali esigenze della natura
umana. Questi scrittori possono non essere degli imbroglioni; ma non
per questo le loro opere sono meno menzognere e noi non possiamo
loro attribuire il minimo valore se non sul piano della forma. E' co-
sì per esempio per tutti i cantori dell'ispirazione, delle imprese
guerresche, della carneficina e del saccheggio effettuati su ordini di
alcuni ambiziosi, dei produttori di ditirambi adulatori e di madri-
gali: ai nostri occhi essi non hanno la minima importanza, tanto
sono lontani dalle aspirazioni e dalle esigenze popolari. In lettera-
tura essi sono, rapportati agli scrittori autentici, quello che nelle j
Un raggio di luce 53

scienze sono gli astrologhi e gli alchimisti nella considerazione dei


veri naturalisti, le chiavi dei sogni in rapporto ad un corso di fi-
siologia, i libri degli indovinelli paragonati alla teoria delle pro-
babilità. Fra gli autori che non si allontanano dalle concezioni na-
turali distinguiamo uomini penetrati più o meno profondamente
dalle esigenze quotidiane dell'epoca, che abbracciano con uno
sguardo più o meno ampio il movimento che si compie in seno
all'umanità e che simpatizzano più o meno con esso. Qui i gradi pos-
sono essere un numero infinito. Un autore può risolvere una questio-
ne, un altro, poi un terzo possono mettere insieme tutto questo in
un problema di carattere più elevato che cercheranno di risolvere, un
quarto indicare le risposte a questo grande problema, ecc.... L'uno
può esporre i fatti freddamente, in maniera epica, il secondo attac-
care con una potenza lirica la menzogna e celebrare il bene e il vero.
L'uno può considerare superficialmente il problema e indicare la ne-
cessità di rettificazioni esteriori e particolari; l'altro può considerare
le cose alla radice e chiarire la mostruosità interna e l'inconsistenza
del soggetto o sottolineare la potenza interiore e la bellezza del nuo-
vo edificio costruito partendo dalla nuova avanzata dell'umanità. E'
in funzione dell'ampiezza della visione e della forza del sentimento
dell'autore che differirà l'una dall'altra la maniera di esporre e 1'
esposizione stessa dei soggetti. Determinare il rapporto fra la forma
esteriore e la forza interna non è allora così difficile; la cosa più
importante per la critica è decidere se l'autore è all'altezza di queste
aspirazioni naturali che sono già sveglie o che presto si sveglieranno
nel popolo in funzione del corso delle cose ; successivamente di vede-
re in quale misura esso ha saputo comprenderle ed esprimerle, se
ha compreso le cose nella loro essenza, cioè dalla radice, se ha con-
cepito il soggetto nella sua generalità o solamente da qualcuno dei
suoi lati.

Non pensiamo affatto che un autore debba costruire le sue opere


in funzione di una teoria determinata; egli può essere di qualsiasi
avviso purché il suo talento sia sensibile alla verità della vita. Un'o-
pera artistica può essere l'espressione di un'idea, non perché l'autore
si è consacrato a quest'idea nel creare la sua opera ma perché egli
è colpito da fatti reali da cui l'idea procede spontaneamente. In tal
modo, ad esempio, la filosofia di Socrate e le commedie di Aristofa-
54 Dobroljubov

ne esprimono, in rapporto alla dottrina religiosa dei greci, una sola


idea comune, cioè la distruzione delle antiche credenze. Ma non bi-
sogna affatto credere che Aristofane nelle sue commedie si propo-
nesse precisamente questo scopo: questo scopo, egli lo raggiunse
semplicemente facendo il quadro dei costumi greci della sua epoca.
A leggere le sue commedie, comprendiamo che, all'epoca in cui scri-
veva, il regno della mitologia greca era finito; egli ci porta in manie-
ra pratica a ciò che Socrate e Platone dimostreranno in maniera fi-
losofica. Questa è in linea di massima la differenza dei mezzi usati
dalle opere poetiche e dalle opere teoriche. Essa corrisponde a una
differenza che risiede nella maniera di pensare dell'artista e del pen-
satore: l'uno pensa in maniera concreta, non perdendo mai di vista
i fenomeni e gli aspetti singolari, l'altro aspira a generalizzare tutto,
a riassumere singole manifestazioni sotto una forma generale. Ma non
può esistere una differenza fondamentale fra una conoscenza veridi-
ca e una poesia veridica: il talento è proprio della natura umana, e
ciò perché, incontestabilmente, esso ci garantisce una certa forza e
una certa ampiezza di aspirazioni naturali in colui che noi riconoscia-
mo per geniale. Di conseguenza, le sue produzioni devono essere
concepite sotto l'influenza di queste esigenze naturali e giuste;
la presa di coscienza di un normale ordine di cose deve essere dentro
di lui chiara e viva, il suo ideale deve essere semplice e sensato. Egli
non si metterà al servizio dell'assurdità, non perché non lo vuole, ma
perché non lo può: se forza il suo talento non ne uscirà niente di
buono. Così come Balaam, anche se avesse voluto maledire Israele,
nel momento trionfante dell'ispirazione e contro la sua volontà,
le sue labbra emisero delle benedizioni al posto delle maledizioni. E
se fosse arrivato ad emettere una maledizione, essa sarebbe stata
svuotata da ogni calore interno, sarebbe stata debole e inverosimile.
Non abbiamo affatto bisogno di andare a cercare i nostri esempi
molto lontano; la nostra letteratura probabilmente ne fornisce più
di qualsiasi altra. Prendete, per esempio, Puskin e Gogol: come sono
deboli e stridenti i poemi composti da Puskin su ordinazione!
Come sono pietosi i tentativi ascetici di Gogol nel campo letterario!
Essi avevano molta buona volontà ma l'immaginazione e il sentimen-
to non fornivano loro il materiale necessario per comporre un'opera
autenticamente poetica su soggetti commissionati e artificiali. E
ciò non ha niente di sbalorditivo: la realtà nella quale il poeta attin-
Un raggio di luce 55

ge i suoi materiali e la sua ispirazione possiede un significato natura-


le; trasgredendovi, è la vita stessa del soggetto che si trova alterata,
non resta più che il suo scheletro disseccato. E gli scrittori si riduco-
no a questo scheletro tutte le volte che, invece di attribuire ai feno-
meni un senso naturale, gliene conferiscono un altro, di senso contra-
rio.
Ma, come abbiamo già detto, le aspirazioni naturali dell'uomo e
le concezioni sane e semplici delle cose sono in molti deformate e
quasi soffocate. In funzione di un anormale sviluppo, la gente consi-
dera spesso come normale e naturale ciò che è l'effetto di un'assurda
negazione della natura. Col passare del tempo, l'umanità si libera
sempre più dalle deformazioni artificiali e si avvicina alle esigenze
e alle concezioni naturali. Abbiamo smesso di vedere all'opera forze
misteriose in ogni foresta, in ogni lago, nei tuoni, nei lampi, nel so-
le e nelle stelle. Noi non interveniamo in rapporto ai sessi alla manie-
ra dei popoli dell'Oriente. Non pensiamo che una classe di schiavi
debba essere proprietà effettiva del governo, come fu per i greci ed
i romani. Rifiutiamo i principi dell'Inquisizione che regnavano nel-
l'Europa del Medioevo 1 . Se tutto ciò si incontra ancora in alcuni luo-
ghi, non è che a titolo di eccezione; la situazione generale si è modifi-
cata in senso positivo. Ma, ancora ai nostri giorni, la gente è lontana
dall'essere pervenuta ad una chiara coscienza delle esigenze naturali e
non è nemmeno d'accordo su ciò che per l'uomo è naturale e su ciò
che non lo è. Essa accetta la formula generale, secondo la quale l'es-
sere umano mira al meglio, ma il disaccordo sorge su che cosa è il
meglio. Così, noi supponiamo che il benessere è nello sforzo, e con-
sideriamo lo sforzo naturale per l'essere umano.
Ma 1' "Indicatore economico" 2 assicura che la pigrizia è natura-
le nell'individuo e che il bene è nell'uso del capitale. Noi pensiamo
che il furto è un mezzo artificiale di ottenimento delle cose al quale
l'uomo è costretto quando si trova agli estremi. Ma Krylov ci dice
i lie è una qualità di alcune persone e che
"anche se dai un milione al ladro
egli non smetterà di rubare."

1
E' alla Russia che Dobroljubov pensa quando parla di schiavi-servi e di in-
i|iiisizione-polizia.
1
Pubblicazione governativa.
56 Dobroljubov

E tuttavia Krylov è un grande favolista e 1' "Indicatore economi-


co" è edito da Vernadskij, dottore e consigliere di Stato. Non si può
disprezzare la loro opinione. Cosa fare, cosa decidere? Io penso
che nessuno possa prendere su di sé il peso di una risposta definiti-
va. Ognuno può considerare giusta la sua opinione ma la sua decisio-
ne dev'essere, più che mai, sottomessa al pubblico. Questo affare
concerne il pubblico, ed è solamente a suo nome che possiamo con-
fermare le nostre posizioni. Noi diciamo al pubblico: "Ecco, ci sem-
bra, cosa siete capaci di fare, cosa provate, cosa vi scontenta, cosa de-
siderate". Compito della società è dirci se ci sbagliamo o no.

Diteci chi altri potrebbe giudicare la giustezza delle nostre parole,


se non questa società di cui si parla e a cui ci si indirizza? La sua de-
cisione dev'essere ugualmente importante e definitiva e per noi e
per l'autore che analizziamo.
l'isarev

I Estetica e ideologia*

L'ignominia di tutti i decreti in materia d'estetica risiede in ciò


che essi hanno enunciato, non in seguito a matura riflessione, ma
sotto l'effetto di ciò che si chiama la voce dell'istinto o del sentimen-
to. Ho gettato un colpo d'occhio, mi è piaciuto — ebbene, è buono,
è bello, è elegante. Un altro colpo d'occhio, non mi è piaciuto, 1'
affare è chiuso — è cattivo, ripugnante, mostruoso. Ma perché una
cosa mi è piaciuta oppure no, questo nessun esteta riuscirà a spie-
garvele. Ogni spiegazione consisterà solo a rinviarvi alla voce in-
teriore di un sentimento inconscio. Certo, l'esteta vi esporrà tut-
to un sistema di leggi accessorie ma per dare a tutta questa im-
palcatura un qualsiasi fondamento logico, egli si riferirà, in fin dei
conti, ad un sentimento incoscio. Ora, questo riferimento deve ne-
cessariamente avere un senso fisiologico preciso, nel caso contrario,
esso non avrà assolutamente alcun senso. Per esempio, alcuni non
possono mangiare nessun pesce e svengono non appena un pezzetti-
no di questa sostanza, per essi intollerabile, penetra nel loro eso-
fago, allorché, per la maggior parte della gente, questa è ritenuta un
nutrimento' sano e succulento. In questo caso, la ripugnanza è un
fatto legittimo. Ciò significa che nel loro esofago o nel loro condotto
intestinale vi è una particolarità individuale che rifiuta il pesce. O-
gni fisiologo coerente vi dirà, alla maniera di Lewis, che bisogna sot-
tomettersi alla voce dello stomaco, perché non è possibile farla ragio-
nare, in quanto non è possibile fare appello ad alcuna istanza che la
riguardi e che lottare contro di essa non porta ad altro che a provo-
care nausea ed altre manifestazioni dolorose. Un altro esempio:
il soffio brutale di una locomotiva è sgradevole in assoluto o, per e-
sprimersi in un altro linguaggio, inelegante, ripugnante mostruoso
perché la sua risonanza stridente disturba i nervi auditivi. La causa
fisiologica esiste e, a quanto sembra, l'affare è risolto in maniera

* In " L a parola russa", 1864.


58 Pisare v

definitiva. Terzo esempio: la donna A prova una ripugnanza fisica


irreprimibile per l'individuo B. Il contatto della sua mano la disgusta,
quanto ad abbracciarlo, ciò sarebbe per essa un vero sforzo. Que-
sti fenomeni esistono realmente nella natura e, sembra, abbiano qual-
che fondamento fisiologico, anche se la scienza contemporanea non
può stabilirne con esattezza la causa. In questo caso, è inutile, for-
zare la natura. La signora A si comporterà in maniera molto irragio-
nevole, se, a dispetto di questa repulsione fisica, si costringe per de-
duzioni di carattere razionale a sposare il signor B.
Il nostro organismo ha le sue leggi ineluttabili e le manifesta,
esso non tollera che le si trasgrediscano. Ma ditemi, ve ne prego,
quale legge dell'organismo manifestava, per esempio, il pubblico
francese all'epoca di Voltaire quando fischiava sistematicamente o-
gni tragedia in cui non vi era un amoureux e une amoureusel1. Qua-
li leggi dell'organismo possono ben esprimersi nel fatto che le nostre
signorine di provincia di trenta o quaranta anni ammiravano, quasi
esclusivamente, le fulgide divise e gli eroi disincantati? 2 . Riconosce-
rete che, in questo caso, non si può emettere la più tenue ipotesi su
una speciale organizzazione dei nervi ottici, auditivi, stomacali, o al-
tri. Queste signorine e il pubblico parigino si rifacevano vigorosa-
mente ad un sentimento inconscio ed erano pronti a giurare che la
natura li aveva fatti in modo tale che non potessero provare o ragio-
nare altrimenti, che avessero un impulso innato per certi oggetti e
una ripugnanza innata per altri. Strana storia! Si contano a migliaia
le signorine di provincia ed i teatri di Parigi avevano anch'essi, dai
tempi di Voltaire, migliaia di spettatori. Queste migliaia di organismi
particolari presentavano le più grandi varietà individuali. Vi erano fra
essi furbi e sciocchi, sanguigni e deboli, irritabili e apatici e cosi
via all'infinito. Ed ecco che tutti questi organismi differenti presen-
tavano un tratto comune, dei più sottili e inafferrabili, in funzione
del quale i francesi non amavano che le tragedie amorose e le signo-
rine i militari disincantati. Lo vogliate o no, una tale ipotesi è ancora
più inverosimile che supporre che tutti i nostri bambini nascano con

1
Un amante e un'amante, in francese nel testo.
2
Allusione agli eroi romantici delle opere di Puskin e di Lermontov e
comunque a tutti gli eroi della letteratura romantica russa.
Estetica e ideologia 59
u n a m a c c h i a b r u n a al di sopra dell'occhio sinistro. U n a tale m a c c h i a non
presenta in sé niente di sbalorditivo e p u ò facilmente trovare posto sopra
l'occhio sinistro, c o m e in qualsiasi altro posto, m a che essa compaia in
u n sol colpo in tutti i neonati di u n a data località,impossibile! C h e u n a
t a l e p a r t i c o l a r i t à i n n a t a si m a n t e n g a c o s t a n t e m e n t e p e r d u e d e c e n n i e
che in seguito scompaia senza lasciare traccia, rimpiazzata, nelle gene-
razioni successive da un'altra particolarità innata, questo è completa-
m e n t e i n v e r o s i m i l e . E' c h i a r o c h e la n a t u r a n o n h a n i e n t e a c h e v e d e r e
c o n tutto ciò e c h e la v o c e interiore del s e n t i m e n t o i n c o n s c i o n o n fa c h e
r i p e t e r e c o m e u n p a p p a g a l l o c i ò c h e c i h a n n o i n c u l c a t o fin d a l l a n o s t r a
t e n e r a i n f a n z i a . Il f r a n c e s e d e l X V I I I s e c o l o v e d e v a c o s t a n t e m e n t e t r a -
gedie p i e n e d'ardore a m o r o s o e sentiva c o s t a n t e m e n t e dire c h e le trage-
die d e v o n o essere considerate d e g n e di nota; allora esigeva tragedie di
questo genere e provava effettivamente nei loro confronti una simpatia
particolare. L a fanciulla, dai tre ai quindici anni, v e d e c o s t a n t e m e n t e le
sue parenti più anziane fare complimenti agli ufficiali impettiti e sente
direin c o n t i n u a z i o n e c h e le r a g a z z e in età d'essere corteggiate t r o v a n o -
q u e s t i u f f i c i a l i i r r e s i s t i b i l i . E ' n a t u r a l e c h e n o n a p p e n a i n d o s s i il s u o
p r i m o vestito lungo, questa ragazza aspiri a dimostrarsi civettuola con
quegli stessi ufficiali e provi u n o specifico languore del cuore alla vista
di un'eccitante divisa. Un'abitudine passiva — consistente nel giudicare
un qualsiasi soggetto buono e desiderabile — diviene così talmente po-
tente che finisce effettivamente per trasformarsi in sentimento reale e in
desiderio attivo.
Q u e s t o g e n e r e d i m e t a m o r f o s i si e f f e t t u a i n o g n i m o m e n t o n e l n o s t r o
m o n d o interiore. In questo caso l'abitudine è certo una b u o n a cosa, n o n
in quanto abitudine m a perché porta degli effetti utili,indspensabili usa-
b i l i p e r il b e n e s s e r e d e l l ' u m a n i t à . A m m e t t e n d o e f a v o r e n d o gli e f f e t t i
dell'abitudine q u a n d o essa ci è favorevole, n o n a b b i a m o tuttavia r a g i o n e
di sottometterci davanti le nostre abitudini in generale e di giudicarle in-
tangibili anche nel caso in cui esse siano dannose, irragionevoli coatte o
i n c o m o d e . Q u a n d o la v o c e interiore di u n s e n t i m e n t o i n c o n s c i o comin-
cia ad esporci qualcosa, noi p o s s i a m o ascoltarla m a n o n siamo per
niente obbligati a prendere questi consigli c o m e u n d o g m a di fede senza
aver fatto delle ulteriori ricerche critiche. Credere sulla parola a questa
ventriloquia, significa condannarsi ad un eterno immobilismo mentale.
60 Pisare v

I nostri istinti, i nostri impulsi inconsci le simpatie e antipatie senza


causa, in una parola tutti i movimenti del nostro mondo interiore, di
cui non possiamo fare un rendiconto lucido e severo e che non pos-
siamo ricondurre ai nostri bisogni o alle nozioni di nocivo e di utile,
tutti questi movimenti, affermo, sono improntati al passato, si radi-
cano nel suolo che ci ha nutrito, nelle concezioni della società in
seno alla quale ci siamo sviluppati e abbiamo vissuto. E' questa
eredità che costituisce la forza e 0 fondamento di tutte le nostre
concezioni estetiche. Ciò che ci piace incondizionatamente ci piace
solo perché vi siamo abituati. Se questa simpatia incondizionata non
può essere giustificata dal ragionamento del nostro pensiero criti-
co, allora, chiaramente, questa simpatia frena il nostro sviluppo men-
tale. Se in questo scontro vince il buon senso, allora progrediremo
nella direzione di una più sana visione delle cose, cioè a dire delle
cose più utili alla società. Se è il sentimento estetico a trionfare,
faremo un passo indietro nel regno della routine, dell'incapacità, del-
la nocività e dell'oscurantismo mentale.
L'estetica, l'incoscienza, la routine, l'abitudine, sono in tal modo
delle nozioni rigorosamente equivalenti. Il realismo, la coscienza,
l'analisi, la critica, il progresso mentale sono anch'esse nozioni equi-
valenti, rigorosamente opposte alle prime. Più spazio diamo alle no-
stre tendenze inconscie, più intensamente si sviluppa il nostro sen-
timento estetico, e più passive sono le nostre reazioni alle condizio-
ni del mondo che ci circonda, più definitivamente e irreversibilmente
la nostra autonomia mentale sprofonda nelle influenze insensate
del nostro ambiente e vi si asservisce. Gli adoratori della bellezza e
dell'estetica ragionano d'abitudine così: questo mi piace, quindi è
bene. Essendosi consolidati nell'asserzione: questo è bello, comincia-
no a mettere insieme delle condizioni di second'ordine in funzione
delle quali può e deve svilupparsi la piena bellezza del soggetto dato.
A quest'assemblaggio si limita la timida agitazione dei cervelli bat-
tezzata analisi estetica. Il pensiero si rinchiude nei limiti di questo
minuscolo cerchio che è tracciato attorno ad esso anticipatamente.
Ritornerà in circolo, sposterà da un luogo all'altro alcuni granelli
di polvere e si placherà. I contemporanei di Voltaire si sono persuasi
una volta per tutte che una bella tragedia deve ad ogni costo in-
cludere un intrigo amoroso. Questa tragedia è bella perché ci piace
— questo il loro assioma di base. Questo assioma giustifica la loro
Estetica e ideologia 61

analisi e tende a dimostrare sotto quali condizioni una tale tragedia


dev'essere particolarmente bella. Questa analisi dimessa e pietosa si
compiva beninteso tramite la soppressione di infimi dettagli e costi-
tuiva una deduzione totalmente inutile benché logica, partendo da
un'idea di base completamente vuota e falsa. Voltaire volge in deri-
sione le ristrettezze delle teorie estetiche in corso, ma così facendo
si rinchiude anch'esso in un cerchio molto limitato e appena più
largo del precedente. Voltaire viene afferrato d'orrore estetico
quando uno dei suoi contemporanei, La Motte-Houdart, comincia
a dimostrare che le tragedie possono essere belle anche se non si
rispetta la regola delle tre unità (di tempo, di luogo e di azione) e
se sono scritte in prosa. Voltaire ammette che una tragedia possa
essere bella senza intrigo amoroso, ma non riuscirebbe ad ammettre
l'eresia di La Motte e le opere drammatiche di Shakespeare lo spa-
ventano per le loro irriverenze barbare. Ma La Motte-Houdart stes-
so, nonostante la sua audacia, sarebbe stato preso dall'orrore se Be-
linski gli avesse dimostrato che le tragedie di Cornelio e di Racine
non valgono niente e che è ridicolo volerli paragonare a Shakespeare.
Anche Belinski, malgrado il suo genio, sarebbe terrorizzato se Ba-
zarov gli avesse detto che "Raffaello non vale un soldo" e che gli
uomini possono vivere molto bene anche senza tragedia.
I francesi adorano la tragedia amorosa, così come Voltaire, La
Motte e Belinski, malgrado la disparità dei loro punti di vista, sono
prima di tutto degli esteti, e questa circostanza traccia una fron-
tiera molto netta e indelebile fra questi uomini e i rappresentanti
del puro realismo. La differenza fondamentale non risiede nel fatto
che gli uni riconoscono e gli altri rifiutano l'arte; queste non sono
che conclusioni secondarie. Si può essere esteti senza uscire dalla
slera degli interessi puramente pratici e si può essere realisti studian-
do con amore Shakespeare e Heine in quanto esseri geniali e grandio-
i La differenza fondamentale risiede molto più in profondità,
(.li esteti si arrestano sempre su questo argomento: questo mi piace-,
spesso nemmeno loro arrivano ad esprimerlo. 1 realisti, al contrario,
sottomettono ad analisi quest'ultimo argomento. Questo mi piace,
pensa il realista. Bene. Ma per conoscere il valore delle mie simpa-
tie è necessario che mi chieda prima qual è quella cosa, l'io, che e-
niincia con tanta gravità le sue sanzioni definitive. Fra i miei con-
temporanei vi erano molti imbecilli e farabutti. 1 miei istitutori
62 Pisare v

mi fustigavano secondo le loro ispirazioni e mi obbligavano a menti-


re, a commettere delle bassezze; i miei genitori vivevano e vivono di
benefici innocenti; i miei parenti confondono Gogol e Paul de Rock,
dicono che uno scrittore, in quanto maldicente pericoloso 3 , non de-
ve varcare l'uscio di una dimora onorevole. La mia personalità si
è formata e sviluppata in seno a queste ed altre influenze analoghe.
Vi sono state, certo, altre impressioni di tutt'altra specie, grazie
alle quali ho potuto gettare uno sguardo critico sulla polvere diversa
dalla mia isba natale. Vi erano le conversazioni di un piccolo numero
di persone intelligenti e la lettura di molte opere intelligenti. Non è
insolente e stupido ammettere come una verità assoluta che l'effetto
positivo di questi uomini e di queste letture ha ripulito definitiva-
mente la mia personalità da tutti i componenti impuri che formava-
no la sua sostanza? E' chiaro oggi che è esattamente l'esistenza di
questa idea direttrice nel realista conseguente e la sua assenza nell'e-
steta che costituiscono la differenza fra queste due categorie di
individui.
Qual è dunque questa idea? E' l'idea del bene comune o della
solidarietà universale. Come tutti gli esseri umani, e tutti gli animali
in generale, l'esteta e il realista sono dei completi egoisti. Ma l'egoi-
smo dell'esteta rassomiglia all'egoismo inconscio del bambino pron-
to in ogni momento ad ingozzarsi di cattive caramelle e di dolciu-
mi. L'egoismo del realista è l'egoismo lucido e profondamente ra-
gionato dell'uomo maturo, pasciutosi per tutta la vita di provviste
di fresco diletto.
L'idea della solidarietà universale è conosciuta da molti esteti,
ma questi si comportano al suo riguardo come se si trattasse di un
qualsiasi problema messicano 4 . Sì, la mia fede è una buona idea e
a suo proposito si scrivono interessanti cose. Perché non leggere
le cose rapportandosi a questa idea? E perché anche, se si presenta

3
Pisarev si riferisce senza dubbio a Gogol il quale, dopo la pubblicazione
del suo romanzo Le anime morte, era stato messo all'indice. La sua impietosa
critica della nullità, della bestialità e dell'ingiustizia dei notabili di provincia
era stata qualificata come ignobile pettegolezzo.
4
Si tratta della spedizione messicana degli anni 1861-1867 fatta congiun-
tamente dagli inglesi, dagli spagnoli e dai francesi allo scopo di schiacciare il
movimento d'indipendenza messicano.
Estetica e ideologia 63

l'occasione, non dichiarare per iscritto che homo sum et nihil hu-
rnani... In poche parole, perché gli esteti non amano prendere in
considerazione questa idea come amano raccogliere i fiori di questo
mondo che è il migliore di tutti i mondi possibili? In tal modo essi,
non partecipando per niente alla chiarificazione e al trionfo pratico
di quest'idea, prendendone possesso, se ne dilettano, com'è loro
abitudine, in modo piacevole e l'introducono in maniera artificiale
e invisibile nel circolo chiuso delle loro inamovibili simpatie: la sot-
tomettono incondizionatamente al loro principio dominante — an-
che se nascosto — al loro argomento grandioso: "perché mi piace".
In queste circostanze, un'idea grandiosa regnante in maniera dispoti-
ca sugli spiriti di genio mondani, diviene il grazioso ninnolo che si
è abituati a deporre sulla scrivania come si farebbe con un simpatico
fermacarte perché ricordi allo scrittore che, la sua fede, quella sì
che lavora per l'umanità. E come potrebbe non essere per l'umanità?
Qualunque sia la bestialità che scrive, i suoi lettori sono degli uomini,
non dei cavalli.
Tutti i miei sarcasmi sono diretti verso gli esteti della nostra epo-
ca. Negli esteti dei periodi precedenti, in gente del tipo di Voltaire
o di Belinski, l'idea della solidarietà universale maturava lentamente
sotto l'involucro dell'estetica. Oggi, quest'idea è arrivata a matura-
zione e si manifesta sotto le forme più diverse in tutti i campi del-
l'attività umana. Ne risulta che, colui il quale, ai giorni nostri, si
distoglie da quest'idea o manipola, pieno di autosoddisfazione,
l'involucro aperto, è cieco o distoglie deliberatamente gli occhi.
Quanto a ridere della cecità intellettuale di gente che viene presa
per la quintessenza dell'umanità, non solo è permesso, ma è anche
necessario per chiarire e purificare una grande idea trasformata in
decorazione da salotto.
Pisarev

Che cos'è un poeta?*

Il vero poeta, il poeta utile, deve conoscere e comprendere tutto


ciò che, in un dato momento, interessa i rappresentanti migliori,
i più intelligenti e i più istruiti del suo secolo e del suo popolo.
Comprendendo perfettamente il senso profondo di ogni pulsazione
della vita sociale, il poeta, in quanto uomo appassionato e sensibile,
deve assolutamente amare con tutte le forze del suo essere ciò che
gli sembra buono, vero e bello, ed odiare di un odio potente ed in-
finito quella massa enorme di bestialità derisorie e vili che impedi-
sce all'idea del buono, del vero e del bello di trasformarsi in carne
e sangue e di incarnarsi nella realtà vivente. Quest'amore, legato
indissolubilmente a quest'odio, costituisce e deve assolutamente
costituire per il vero poeta l'anima della sua anima, il senso unico
e definitivo di tutta la sua esistenza e di tutta la sua attività. "Non
ti scrivo con l'inchiostro come gli altri, dice Berne, ti scrivo col san-
gue del mio cuore e col midollo dei miei nervi." E' così, e solamente
così, che deve scrivere ogni scrittore. Chi scrive altrimenti è solo
buono solo per fabbricare stivali e cucire kulbiakis.
Il poeta, che di tutti gli scrittori è il più appassionato e il più
sensibile, non potrebbe certo fare eccezione a questa regola. Ma
per scrivere veramente col sangue del suo cuore e col midollo dei
suoi nervi, é necessario che egli ami e odi infinitamente e con una
profonda lucidità. Ora, per amare e odiare, e perché quest'amore
e quest'odio siano esenti da qualsiasi legame di interesse personale
e di vanità, è necessario meditare molto e molto apprendere. Quando
tutto questo sarà compiuto, quando il poeta avrà afferrato dal suo
spirito pulsante tutto il profondo significato della vita umana,
della lotta e delle angustie umane, quando avrà svelato le cause,
quando avrà scoperto lo stretto legame che unisce i fenomeni separa-
ti, quando avrà compreso ciò che bisogna fare e ciò che si può fare,

* In " L a parola russa", 1867.


Che cos'è un poeta? 65

in quale direzione e quali sono le molle per agire sugli spiriti dei let-
tori, allora una creazione senza scopo e senza coscienza diverrà
per lui impossibile. Lo scopo generale della sua vita e della sua atti-
vità non gli darà un minuto di riposo; questo scopo lo incanta e lo
attira. Egli è felice quando lo vede davanti a lui, più distinto e più
vicino; è pieno di entusiasmo quando vede gli altri uomini compren-
dere la sua passione divorante e quando anche questi, contagiati
dallo spirito ardente, guarderanno lontano, verso lo stesso scopo.
Soffre e si irrita quando lo scopo si dissipa nella nebbia delle stupi-
daggini umane e quando gli uomini che lo circondano errano a ta-
stoni facendosi deviare gli uni e gli altri fuori dalla retta via.
E voi, Signori esteti, pretendereste che un uomo di tal genere,
prendendo la penna, si trasformasse in un bebé balbettante che non
sa cosa le sue labbra rosa balbettano e a quale scopo! Vorreste che
godesse in maniera insensata delle immagini screziate della sua im-
maginazione, esattamente in quei momenti grandiosi e profondi in
cui il suo spirito potente, spiegandosi nei processi della creazione,
versa nello spirito degli uomini semplici e ignari torrenti di luce e di
calore! Questo non accade e non può mai accadere. L'uomo che ha
toccato con mano l'albero della conoscenza del bene e del male
non saprà mai, e, cosa ancora più importante, non potrà mai ritor-
nare allo stato vegetativo dell'innocenza iniziale. Chi ha compreso
e sentito fin nel profondo della sua anima sconvolta la differenza
fra la verità e l'errore, costui, volontariamente o involontariamente,
immetterà in ciascuna delle sue creazioni idee, sentimenti e slanci
propri all'eterna lotta per la vittoria della verità.
In tal modo, a mio avviso, il vero poeta che prende in mano la
penna si rende conto, con precisione e chiarezza, dello scopo comu-
ne verso cui sarà diretta la sua nuova opera, sa quale impressione fari
sugli spiriti dei lettori, quale fondata verità dimostrerà tramite vive
immagini, quale malefico errore estirperà alle radici. Il poeta, o è
un grandioso combattente del pensiero, un cavaliere dello spirito
"senza macchia e senza paura", come dice Heine, oppure un paras-
sita insignificante che diverte altri parassiti insignificanti con piccoli
giri di parole che rivelano l'arte del buffone. Non ci sono vie di mez-
zo. 0 il poeta è un titano che scala le montagne del male secolare o
un insetto che succhia il polline dei fiori. Queste non sono parole,
è la più implacabile delle verità psicologiche. E' vero che ogni e-
66 Pisare v

steta sarà d'accordo con me se dico che la sincerità è la qualità


indispensabile al poeta. Il dramma, il poema, la poesia lirica, se vi si
scorge un minimo di tensione e di costrizione del poeta nei confron-
ti del suo soggetto, non possono in alcun modo essere qualificate
opere poetiche. Sono esercizi retorici su temi imposti. Il retore ed
il poeta non hanno certamente niente in comune. Vi sia sufficiente
evocare a titolo di esempio le odi di Lomonosov, Parachka la sibé-
rienne di Polevoi, il romanzo di Kljusnikov, Marevo, e altre meravi-
glie di questo genere 1 .
La sincerità è indispensabile; ma il poeta può essere sincero, sia
nell'ampiezza di una razionale visione del mondo, sia nel carattere
limitato dei suoi pensieri, delle sue conoscenze, dei suoi sentimenti
e delle sue aspirazioni. Il primo è il caso di Shakespeare, Dante,
Byron, Goethe, Heine. Il secondo è il caso del Signor Fet 2 . Nel pri-
mo caso, egli porta in sé i pensieri e le tristezze del mondo contem-
poraneo. Nel secondo caso, celebra con un filo di voce i riccioli pro-
fumati e con una voce ancora più toccante si lamenta sui giornali del-
l'operaio Semione 3 . Non pensate, Signori, che il clan dei giornalisti "fi-
schiettali" 4 se la sia presa cosi fortemente per il lavoratore Semio-
ne per un infantile eccesso d'ira o per un ghigno sterile. Il lavorato-
re Semione è un personaggio ragguardevole. Egli resterà certamente
nella storia della letteratura russa perché a lui è stato assegnato il
compito di mostrarci il rovescio della medaglia del più veemente
rappresentante del lirismo languido. Grazie al lavoratore Semione,
noi abbiamo scoperto nel tenero poeta che vola di fiore in fiore un
proprietario calcolatore, un solido borghese e un uomo da poco.

1
Opere didattiche, emotivamente povere e bersaglio dei nichilisti.
2
Afanàsij Sensin-Fet, poeta lirico partigiano dell' "arte per l'arte"che
venne deriso nelle opere dei nichilisti, principalmente nel Che fare? di Cer-
nisevskij.
3
In queste opere, intitolate Ecrit à la campagne (Natura), Fet si lamentava
della pigrizia e della grossolanità dei contadini, vizi, secondo lui, conseguenti
alle riforme del 1861. Vi si parla di un certo Semione che egli fu costretto a
scacciare per la sua incuria. La sua conclusione era che gli interessi dei pro-
prietari fondiari erano insufficientemente garantiti dalla legge.
4
Dobroljubov era redattore dello "Sviskok" ("Il fischietto"), supplemento
satirico a "Il contemporaneo". Da qui l'appellativo di *fischiettari" attribuito
ai nichilisti.
Che cos'è un poeta? 67

Abbiamo riflettuto su questi fatti e ci siamo rapidamente convinti


che non vi era niente di fortuito. Questo doveva essere l'involucro di
ogni poeta che canta "il mormorio, il timido respiro e i gorgheggi
dell'usignolo" 5 .
Colui che è capace di soddisfarsi pienamente delle microscopiche
quisquiglie del pensiero e del sentimento, colui che si è reso celebre
mettendo insieme queste quisquiglie, costui dev'essere misero in
tutti gli aspetti particolari della sua vita privata e della sua vita pub-
blica. Non abbiamo né il diritto né la possibilità di entrare nel domi-
nio della vita privata, ma se il poeta stesso vuole pavoneggiarsi davan-
ti al pubblico in abiti intimi, allora dobbiamo dire un gran grazie,
da una parte al poeta che sa ben recitare la commedia, dall'altra al
celebre Semione per essere riuscito a suscitare nel suo proprietario
un cotal pathos di disprezzo lirico. Contempliamo gli interessanti
abiti intimi e ne traiamo la feconda conclusione secondo la quale
coloro che portano tali abiti, che devono portarli, sono dei poeti
che non comprendono niente degli aspetti grandiosi, veridici e seri
della vita dell'umanità. Furono dei bambini e resteranno sempre tali,
creature meschine, capricciose ed arcigne, avendo perso contempo-
raneamente la grazia dell'infanzia ed ogni speranza di divenire col
tempo uomini forti, sani, generosi e pensanti.

Sono fermamente convinto che il vero poeta, nato nel XIX seco-
lo, e che ha ricevuto un'educazione sana e umana, non può essere
né un retrogrado, né un indifferente. Se accade che nelle opere di
un uomo dotato si rivelino tendenze antidiluviane o una fredda
indifferenza alle vive esigenze della vita contemporanea, la critica
realista ha il dovere di esaminare con estrema cura le cause di una
manifestazione cosi anormale e nociva. Se si esaminerà l'affare da
vicino, si scoprirà sempre qualcosa, nella scelta del soggetto, nell'
aborto dello sviluppo, nella debolezza del pensiero, in un carattere
taciturno, qualcosa capace di guastare e di stornare le migliori di-
sposizioni letterarie. Questi risultati di un esame acutissimo, la cri-
tica realista deve esibirli chiaramente affinché la folla smetta di la-
sciarsi affascinare da quegli oracoli che le propinano filastrocche

!
Primi versi di un poema di Fet.
68 Pisare v

pericolose o che, in ogni caso, distolgono la sua attenzione da un


compito più importante. Nella nostra epoca, si può essere realisti, e
conseguentemente lavoratori utili, senza essere poeti. Ma essere poe-
ta senza essere nello stesso tempo un realista profondo e cosciente,
è assolutamente impossibile. Chi non è realista, non è poeta, ma sem-
plicemente uno sprovveduto o un abile ciarlatano o ancora un mi-
nuto moscerino intriso di amor proprio. La critica realista deve accu-
ratamente proteggere gli spiriti e i portafogli dei lettori da questa
gente importuna.
l'isarev

Dei giudizi estetici come giudizi di gusto*

Sin dall'inizio di questo articolo non mi sono dedicato che alla


poesia. Sopra tutte le altre arti, sia plastiche che musicali e mimiche,
mi pronuncierò in maniera molto breve e perfettamente chiara.
Nutro nei loro riguardi la più profonda indifferenza. Non credo asso-
lutamente che queste arti, in qualsiasi maniera, concorrano al perfe-
zionamento mentale e morale dell'umanità. I gusti umani sono infi-
nitamente vari. L'uno desidera bere, prima di mangiare, un bicchieri-
no di vodka di buona qualità; l'altro fumare, dopo pranzo, una pipa-
ta di grosso tabacco; il terzo divertirsi la sera con un violino o un
flauto; il quarto si entusiasma per gli acuti di Olridge nel ruolo di
Otello. E così via. Che si divertano dunque! Li comprendo benis-
simo. Comprendo anche che due amatori di buona vodka o di
Olridge o di violoncello amino intrattenersi con le qualità del loro
soggetto preferito e con i mezzi che conviene loro utilizzare per por-
tare questo soggetto preferito ad un più alto punto di perfezione.
Da questi incontri specializzati possono nascere associazioni specia-
lizzate. Per esempio l'associazione amatori della vodka, amatori
della caccia col cane, amatori del teatro, dei pasticcini di pasta frol-
la, amatori della musica, e così via. Queste associazioni possono a-
vere i loro statuti, le loro elezioni, i loro dibattiti parlamentari,
le loro convinzioni, i loro giornali. Da queste associazioni possono
essere rilasciati diplomi di genialità. Al seguito di ciò possono venire
alla luce uomini celebri di differenti specie: il grande Beethoven,
il grande Raffaello, il grande Canova, il grande giocatore di scacchi
Murphy, il grande cuoco Dussault, il grande intenditore di pedine
Turia. Non possiamo che gioire di questa profusione di genialità
umana e passare con precauzione dinanzi a tutte queste associazioni
d'amatori nascondendo con cura il sorriso che si disegna sulle nostre
labbra e che può molto irritare gli sciocchi. Certo non contesteremo

* In " L a parola russa", 1864.


70 Pisare v

radicalmente l'utilità pratica delle arti plastiche. Disegnare progetti


è indispensabile all'architettura. In quasi tutti i manuali di scienza
naturale sono necessari dei disegni. In questo momento ho sotto
gli occhi il ragguardevole libro di Breem, Illustriertes Tierleben ( Vi-
ta illustrata degli animali) e questo libro mi dimostra nella maniera
più eclatante fino a qual punto un pittore dotato e colto può, con
l'aiuto della sua penna, aiutare il naturalista a diffondere delle cono-
scenze utili. Ma né Rembrandt né Tiziano avrebbero accettato di
disegnare delle illustrazioni per un'opera di volgarizzazione di zoo-
logia o di botanica. Quanto a sapere come Mozart o Fanny Elssler,
Talma o Rubini si sarebbero arrangiati per consacrare le loro consi-
derevoli possibilità a qualche impresa ragionevole, non posso nean-
che immaginarlo.

Gli amatori di ogni specie di belle arti non devono irritarsi contro
di me per il tono leggero di questo scritto. Libertà e pazienza prima
di tutto! A loro piace soffiare in un flauto o calarsi nel ruolo di Amle-
to, principe di Danimarca, oppure imbrattare una tela con della pit-
tura ad olio; a me piace dimostrare con un tono canzonatorio che,
facendo questo, essi non fanno niente di utile e che non vi è perciò
alcun motivo di porli su un piedistallo. Quanto a divertirsi, nessuno
lo proibisce. Nessuno li tira per il colletto verso un compito utile.
Se ciò vi diverte, ebbene divertitevi, cari ragazzi!
Pisarev

Arte e società*

L'indifferenza e l'incomprensione del pubblico non costituiscono


un ostacolo insormontabile. Se questa indifferenza e questa incom-
prensione attenesse tutta la letteratura senza eccezioni, cioè se il
pubblico non fosse per niente attratto dalla letteratura e se non
traesse alcun'idea dai piaceri intellettuali, allora l'ostacolo sarebbe
veramente serio e al di sopra delle forze non solamente di un solo
scrittore ben dotato ma anche di tutta una generazione di scrittori
di talento. Ma dal momento in cui le occupazioni della letteratu-
ra contemporanea sono divenute un bisogno quotidiano per la socie-
tà che si considera e si qualifica colta, non è difficile, per lo scrittore
di talento, formare in breve tempo lettori capaci di intendere e pie-
ni di appassionata attenzione. Se la società è indifferente alla politi-
ca e non comprende la storia contemporanea, non è probabilmente
indifferente al teatro e comprende perfettamente le bellezze micro-
scopiche del lirismo vacuo e del sentimentalismo romanzesco. Più
la società è indifferente alle grandi idee vive e più appassionatamen-
te essa si attacca alle forme del bello, la cui concezione d'altronde si
deforma e degenera sotto l'influenza del torpore intellettuale. E'
accaduto sempre cosi in Europa. Le epoche di ristagno politico e
di abbrutimento sono sempre state le età d'oro dell'arte pura che si
è impadronita rapidamente di tutte le forze intellettuali della società
per imbastardirsi subito dopo fino a raggiungere gli ultimi gradi
del barocchismo e della mostruosa affettazione. Se il titano dell'
immaginazione vuole, in queste condizioni, captare l'attenzione della
società, gli è sufficiente utilizzare le forme che piacciono ai suoi con-
temporanei, ripulirle, limarle, dar loro uno splendore nuovo, fanta-
sticamente abbagliante, e infondervi quindi quel contenuto vivo
tratto dalla vita e dalla letteratura nel corso dei diffìcili anni dell'
inerzia mentale. I contemporanei si getteranno prima sulla forma più

* In " L a parola russa", 1867.


72 Pisare v

abbagliante di una pentola di rame, ma il processo di riflessione si


dirigerà verso interessi più vicini e più importanti e sui problemi
della vita (cosa che è per tutti e in tutti i tempi dotata di un'attrat-
tiva irresistibile e seducente) e trarrà la noce fuori dal suo guscio;
cosi le discussioni accalorate sulle bellezze e i difetti del guscio ce-
deranno presto il posto a implacabili dibattiti sul carattere nutriti-
vo o velenoso del contenuto. Il risveglio di una società debole e de-
moralizzata inizia generalmente con la purificazione delle sue conce-
zioni estetiche, non perché queste concezioni siano più importanti
delle altre ma perché una società indebolita e demoralizzata non
può essere richiamata alla riflessione in modo differente. E' a questo
livello che essa è meno impregnata di ufficialità sciocca e immorale.
Ancora di più, è solo a questo livello che il pubblico conserva le pos-
sibilità di vedere, sentire, provare, comprendere, interessarsi, entu-
siasmarsi. Lasciandosi guidare da questo istinto proprio dei titani,
Lessing in Germania e Belinski in Russia hanno cominciato a rinno-
vare la società tramite concezioni estetiche che, al momento di un
ulteriore sviluppo intellettuale, indietreggeranno fino all'ultimo pia-
no. Anche Heine ha molto abilmente saputo lottare contro l'indif-
ferenza del pubblico e vincere la sua incomprensione. Così come
Lessing e Belinski si sono fatti teorici dell'estetica allo scopo di met-
tere fine al suo regno illimitato, anche Heine, ridicolizzando e di-
struggendo il vuoto romanticismo, ha cosparso la sua vita di forme
romantiche la cui selvaggità fantastica e disordinata meravigliò i
suoi contemporanei.
La grande disgrazia di Heine non risiedeva nell'abiezione intel-
lettuale del pubblico tedesco.
La grande disgrazia, la disgrazia fatidica, molto più invincibile
di Metternich e del filisteismo1, risiedeva nel fatto che il sale stesso
della terra era imbarazzato e non sapeva con certezza cosa salare

1
Pisarev era impietoso sia nei riguardi dei grandi diplomatici come Taille-
rand e Metternich che considerava sofisti privi di un vero pensiero e brillanti
solo nelle dispute, sia nei riguardi dei filistei tedeschi i quali, sotto entusiasmi
estetici che dissimulavano i loro pensieri porcini, nascondevano la più pro-
fonda abiezione: "Lui (Goethe) e Schiller hanno incoronato per l'eternità la
testa porcina del filisteismo tedesco con le foglie d'alloro della poesia immor-
tale. Grazie a questi due poeti, il filisteo tedesco ha la possibilità di riconcilia-
Arte e società 73

e come salarlo. I migliori uomini, i più intelligenti, i più onesti e i


più appassionati cercavano attorno a loro e in loro stessi un punto
d'appoggio solido e non riuscivano a trovarlo. Ciò che li tormentava
era l'assenza di fede nel senso più profondo e più largo di questo
termine. Essi non sapevano cosa sperare e desiderare. Da questo pun-
to di vista, gli uomini migliori della prima parte del XIX secolo fu-
rono molto più disgraziati dei loro predecessori e dei loro successori.
I predecessori credevano in un mutamento politico; i successori cre-
devano ad un rinnovamento economico. Nel mezzo si stende un
buio fitto, pieno di delusioni, di dubbi e di pensieri confusamente
inquieti.

re i più alti godimenti estetici con l'ignominia incolore."


A proposito del termine filisteo, riportiamo dal Grande dizionario enci-
clopedico, Utet, 1968, il seguente chiarimento di Giuseppe Corradi: "... nel
linguaggio studentesco delle università tedesche Philister significa colui che
non è studente, e, a un tempo, il borghesuccio pedante e dalle vedute piccine e
limitate : significati l'uno e l'altro che non sembrano tuttavia trovare conforto in
ciò che oggi consta sul terreno storico circa l'antico popolo filisteo."
Appendice
Gogol

Lettera ad un proprietario fondiario*

L'importante è che tu sia già arrivato in campagna e che ti sia pro-


posto formalmente di essere un proprietario fondiario; il resto ver-
rà a suo tempo. Non rattristarti al pensiero che gli antichi legami
che univano il proprietario ai contadini siano spariti definitivamente
(è vero che sono spariti; ma è altrettanto vero che la colpa è dei
soli proprietari). Ma che siano scomparsi per i secoli dei secoli, spu-
ta su queste parole! Solamente colui che vede solo la punta del suo
naso può dire questo. Quest'uomo russo che sa essere così ricono-
scente per il bene che puoi fargli, quest'uomo russo, sarebbe così
difficile legarlo a te? Lo allaccerai a te così forte che in seguito avrai
solo il problema di come staccarlo. Se farai esattamente ciò che io
ora ti dirò di fare, vedrai che ho ragione. Accostati al problema del
proprietario fondiario come conviene farlo ai nostri giorni, positi-
vamente e legalmente. Prima di ogni cosa, riunisci i mugik e spiega
loro chi sei tu e chi sono loro. Dì loro che sei il proprietario, non
perché vuoi comandare ed essere proprietario, ma perché proprieta-
rio lo sei nei fatti, perché sei nato proprietario e Dio ti punirà se mo-
difichi questo appellativo con un altro, perché ciascuno deve servire
Dio nella posizione in cui si trova e non al posto di un altro; così

* N. Gogol, Vybranne mesta iz perepiski s druz'jami (Brani scelti dalla


mia corrispondenza con gli amici), 1847.
Nikolaj Vasìl'evic Gogol (1809-1852), viene considerato il fondatore della
"Scuola naturale", poiché nei suoi romanzi egli resta sempre fedele alla realtà,
ogni suo personaggio è preso dalla vita reale e le sue fedeli descrizioni sono
quasi etnografiche. Manco a dirlo, le sue opere furono perseguitate dalla cen-
sura perché considerate "molto dannose".
Fu solo verso la fine della sua vita che Gogol cadde sotto l'influenza dei
"pietisti" pervenendo ad una profonda crisi religiosa. Fu allora che cominciò
a considerare i suoi scritti precedenti come una colpa. Abiurò tutti i suoi lavori
e pubblicò i Brani scelti della mia corrispondenza con gli amici da cui è tratta
la lettera che pubblichiamo. Un libro profondamente reazionario che si com-
menta da sé e che fu anche l'ultimo suo lavoro.
78 Appendice

come coloro che sono nati sotto il potere devono sottomettersi ad


esso, poiché non vi è potere che non viene da Dio. Mostra loro tut-
to questo nel Vangelo, ch'essi possano verificarlo fino all'ultimo.
In seguito dì loro che se li obblighi a penare e lavorare, non è perché
tu hai bisogno del denaro per i tuoi piaceri (e per confermarlo,
brucia sotto i loro occhi del denaro) e fa in modo che possano vera-
mente vedere che per te i soldi non hanno alcun valore. Ma dì loro
che se li obblighi a lavorare è perché Dio ha ordinato che così essi
devono guadagnarsi il pane e leggi loro tutto questo nelle Sacre Scrit-
ture, in modo ch'essi possano constatarlo. Dì tutta la verità: che Dio
ti chiederà conto per tutti i farabutti del villaggio, e che è per questo
motivo che li sorveglierai molto da vicino affinché essi lavorino o-
nestamente, e non solamente per te ma anche per loro stessi.
In quanto tu sai bene, e anch'essi lo sanno altrettanto bene, che,
lasciato nell'ozio, il mugik è capace di tutto — di diventare ladro,
ubriacone, di perdere l'anima e diventare colpevole di fronte a Dio.
E tutto ciò che dirai confermalo con le Sacre Scritture. Mostra col
dito le parole dove tutto questo si trova scritto. Obbliga ciascuno a
segnarsi di fronte a queste parole, a fare un grande inchino e ad ab-
bracciare il libro dove tutto questo è scritto. In una parola, — che
capiscano chiaramente che in tutto ciò che li riguarda tu sei d'ac-
cordo con la volontà di Dio e non con non so quale progetto euro-
peo o altro. Il mugik lo comprenderà; egli non ha bisogno di molte
parole. Dì tutta la verità: che ciò che l'uomo ha di più prezioso
sulla terra è la sua anima, e che, per prima cosa, tu veglierai affinché
nessuno perda la propria anima votandola alle sofferenze eterne.
Ln tutti i rimproveri e in tutti i sermoni che farai a colui che si sarà
reso colpevole di furto, pigrizia o ubriachezza, ponilo sotto lo sguar-
do di Dio e non sotto il tuo. Mostragli che pecca contro Dio e non
contro di te. E non accusarlo da solo, ma chiama la sua donna, la
sua famiglia, convoca i vicini. Rimprovera la sua donna perché
non ha distolto dal male il marito, e non lo ha minacciato della
collera di Dio; rimprovera i vicini perché hanno permesso che il
loro fratello, che vive con loro, si riducesse ad una vita da cane e
perdesse la sua anima; prova loro che avranno da risponderne davanti
a Dio. Fa' in modo che la responsabilità si stenda su tutti e che tutti
coloro che circondano l'uomo lo richiamino e non gli permettano
di lasciarsi andare. Concentra la forza dell'influenza e della respon-
Appendice 79

sabilità sulla testa dei capi esemplari e dei migliori mugik. Spiega che
non sono là solamente per vivere bene, ma per insegnare agli altri
a vivere bene, che l'ubriacone non può educare l'ubriacone, e che
questo è il loro compito. Ordina ai farabutti e agli ubriaconi di ri-
spettare i buoni mugik come rispettano il sindaco, l'intendente, il
pope, e te stesso. Che appena scorgano da lontano un mugik modello
o il padrone, i berretti volino in aria e che si scostino per lasciar
loro la strada. E se qualcuno si permette di mancar loro di rispet-
e di non dare ascolto alle loro parole sagge allora ammoniscilo
sul campo davanti a tutti. Digli: "Tu, sporco villano! Sei sporco al
punto che non ti si distinguono nemmeno gli occhi e non vuoi ren-
dere onore alla gente onesta! Prostrati fino a terra e chiedi di ripor-
tarti alla ragione: poiché se non torni alla ragione creperai come un
cane." Quanto ai mugik modello, convocali, e se sono vecchi, fal-
li sedere accanto a te e discuti con loro per vedere come essi rie-
scono ad esporre il bene e insegnarselo gli uni agli altri, compiendo
in tal modo ciò che Dio stesso ci ha ordinato. Fa' tutto ciò per un
anno e vedrai che tutto andrà bene; anche l'economia domestica
ne godrà. Occupati delle cose più importanti, il resto verrà da sé.
Non è per niente che Cristo ha detto: "E tutto quaggiù vi sarà ac-
cordato". Nella vita di villaggio, questa verità è ancora più manifesta
che nella nostra. Là, il ricco padrone e l'uomo buono sono tutta una
cosa. E nel villaggio dove si manifesta la vita cristiana — là, i conta-
dini portano denaro a iosa.
Infine ecco un consiglio in materia di economia di villaggio.
Fai continuamente del bene, guadagnerai di più. Vi sono già due
uomini che mi ringraziano; uno dei due tu lo conosci, è K.... Non ti
dico di cosa occuparti né come occupartene in questo campo; sai
tutto ciò meglio di me. In più io non conosco il tuo villaggio come
il palmo della mia mano. Per quanto riguarda tutte le innovazioni,
tu sei furbo e hai ben saputo notare che non si tratta solamente
di conservare tutto l'antico ma di riesaminarlo a fondo per apportar-
vi dei miglioramenti. Là dove io ti consiglierei, è sui rapporti del
proprietario con i contadini in materia di economia rurale e di lavo-
ro: attualmente, è questo che importa di più. Ricordati dei rapporti
dei padroni-proprietari con i loro contadini: sii un patriarca, prendi
in tutto l'iniziativa e sii esemplare in ogni cosa. Fai in modo che all'
inizio di ogni lavoro collettivo: semina, falciatura e raccolta del gra-
80 Appendice

no, vi sia un festino in tutto il villaggio; che vi sia una tavola comune
per tutti i mugik della contrada com'è d'uso per il glorioso giorno
della Resurrezione. Mangia con essi, recati al lavoro con essi, e nel
lavoro sii il primo, incitando ciascuno a lavorare con vigore, felici-
tandoti con il vigoroso e rimproverando il fannullone. Quando in
autunno arriverà la fine dei lavori nei campi, fai allo stesso modo e
celebra con più pompa ancora la fine dei lavori e aggiungi un Te
Deum riconoscente e solenne. Non picchiare il mugik: un colpo sul
grugno non rivela un'arte speciale. Questo potranno farlo meglio di
te il commissario di polizia rurale, l'assessore popolare ed anche il
sindaco. Il mugik vi è abituato; il risultato sarà che si gratterà legger-
mente la nuca, niente di più. Ma sappi impressionarlo com'è necessa-
rio tramite le parole: sii un padrone che sa scegliere le parole adegua-
te. Strapazzalo di fronte a tutti in modo che nessuno lo tenga più
in considerazione. Questo sarà ben più utile di qualsiasi schiaffo.
Appronta una riserva di tutti i sinonimi di bravo per colui che bi-
sogna incoraggiare e di donnicciuola per colui che bisogna ammoni-
re; e che tutto il villaggio senta dire che tutti gli scansafatiche e gli
ubriaconi sono donnicciuole e farabutti. Trova un insulto ancora più
forte, in una parola, trattalo con tutti gli epiteti che un uomo russo
non vorrebbe mai sentirsi dire. Non stare mai in casa ma mostrati
ai lavoratori della fattoria e, in qualunque posto ti fai vedere, fai in
modo che al tuo arrivo tutto appaia più vivo e più gaio, mostrati
in gamba e sii pronto al compito. Grida con tutte le tue forze le pa-
role: "Afferriamo questo in un sol colpo, ragazzi, tutti insieme!".
Prendi da te stesso, nelle tue mani, l'ascia o la falce: ti farà bene e
sarà per la tua salute preferibile a tutte le Marienbad, ricette medi-
che e lente passeggiate.
Le tue considerazioni concernenti la scuola sono interamente e-
satte. Insegnare a leggere ai mugik significa dar loro la possibilità
di conoscere i libretti vuoti e privi di senso che i filantropi editano
per il popolo. Prima di ogni cosa, bisogna dire che il mugik non ha
il tempo per farlo. Dopo tutto il lavoro, nessun libretto entrerà
nel suo cranio e la sera, al ritorno a casa, egli si addormenterà come
morto, di un sonno di piombo. E anche tu farai lo stesso quando
andrai a lavorare. Un curato di campagna può dire ai mugik molte
verità più utili di quante non ve ne siano in quei libretti. Se qualcu-
no ha veramente voglia di istruirsi per leggere i libri in cui Dio ha
Appendice 81

dettato all'uomo la sua legge — allora è un altro affare. Educalo


come un figlio e spendi per lui solo quanto avresti speso per tutta
una scuola. Il nostro popolo non è così stupido quando sfugge come
il diavolo ogni carta coperta di scrittura: esso sa che quella è la fonte
di ogni cavillo, di ogni imbroglio e di ogni intrigo. In verità, esso non
ha affatto bisogno di sapere che esistono altri libri all'infuori dei li-
bri santi.
A proposito del prete. E' inutile che tu faccia dei passi per farlo
rimpiazzare e che ti prepari a chiedere all'arcivescovo di procurar-
tene uno più informato e più sperimentato: non potrà mai fornirte-
ne uno di tal fatta perché ve ne è una grande richiesta. Escludi dal
tuo cervello l'idea che si possa trovare un prete che corrisponda al
tuo ideale. Nessun seminario, nessuna scuola può produrre un tale
prete. In seminario, egli riceve solo i fondamenti della sua educazio-
ne, si istruisce poi a contatto con la vita di ogni giorno. Sii tu il suo
istruttore, tu che hai compreso esattamente i doveri di un curato di
campagna. Se il prete è cattivo, la colpa è quasi sempre dei suoi si-
gnori. Invece di riceverlo a casa loro come un parente, di spingerlo ad
una conversazione migliore, capace di insegnargli qualcosa, essi 1'
abbandonano, giovane ed inesperto, nell'ambiente dei mugik, quan-
do egli non sa ancora nemmeno cos'è un mugik. Lo pongono in una
tale situazione che si trova costretto a dar prova d'indulgenza nei lo-
ro confronti, a render loro dei servizi invece d'avere, sin dall'inizio,
un'autorità su di essi; e dopo tutto questo si dice che i nostri preti
sono cattivi, che hanno acquisito i modi dei mugik e che non si di-
stinguono da questi. Ed io ti chiedo: quanti fra noi, anche i più pre-
parati e i più educati, non diverrebbero rozzi in queste condizioni?
Allora, ecco come devi fare. Fai in modo che il prete mangi con te
tutti i giorni. Leggi insieme a lui libri spirituali. Anche per te questa
lettura sarà utile, ti occuperà e ti nutrirà più di ogni altra. Ma ecco
la cosa più importante: conduci il prete con te, in qualsiasi posto
tu andrai, sul posto di lavoro; che sin dall'inizio egli ti assista in qua-
lità di aiutante, che veda con i suoi occhi come ti comporti con i
mugik. Allora comprenderà chiaramente cos'è un proprietario, co-
s'è un mugik, e quali devono essere i loro rapporti reciproci. E,
fra l'altro, egli sarà più rispettato dai mugik stessi dal momento che
essi si accorgeranno che cammina con te, mano nella mano. Fai in
modo che, nella sua casa, non si trovi mai nel bisogno, che sia sgra-
82 Appendice

vato da tutto quanto concerne i propri bisogni in modo che possa


essere continuamente con te. Credimi, si abituerà talmente a te che
senza la tua presenza si annoierà. E, abituandosi a te, senza nemme-
no accorgersene, verrà a conoscenza delle cose, degli uomini e di
molti fatti piacevoli perché, grazie a Dio, tu hai tutto in abbondanza
e sai ben esprimerli tanto che egli assimilerà non solo i tuoi pensieri
ma anche la tua maniera di esprimerli e le tue stesse parole.
Per quanto riguarda il sermone: tu credi sia utile. Ecco ciò che
ti dico a questo proposito. Sarei piutttosto dell'avviso che per un
prete appena nominato e che non conosce la gente che lo circonda,
sia meglio non pronunciare alcun sermone. Hai mai pensato quanto
è difficile pronunciare un sermone intelligente e soprattutto diretto
ai mugik? No, è meglio pazientare un po', 0 tempo che il prete si
renda un po' meglio conto della situazione e anche tu. Per questo,
ti consiglio ciò che ho già consigliato ad un proprietario e che,
credo, gli sia ben giovato. Prendi i Padri della Chiesa e in particola-
re San Giovanni Bocca d'Oro. Parlo di San Giovanni Bocca d'Oro
perché ha avuto a che fare con gente rozza, che aveva adottato il
cristianesimo solo esteriormente e che all'interno rimaneva rozza
e pagana; egli tentava di essere accessibile alle concezioni di un uomo
semplice e grossolano. Parlava in maniera viva e talvolta anche mol-
to elevata dei soggetti di cui voleva trattare; si possono utilizzare
interi frammenti dei suoi sermoni, il nostro mugik li comprenderà
abbastanza bene. Prendi San Giovanni Bocca d'Oro e leggilo insieme
al tuo prete, matita alla mano per segnare tutti i passi di questo ge-
nere; ve ne sono a dozzine per ogni sermone. E ch'egli legga al popo-
lo questi passi: non è affatto necessario che siano troppo lunghi,
una pagina o anche mezza pagina, più sono corti, meglio è.
Ma è necessario che, prima di pronunciarli davanti alla gente,
il prete li legga parecchie volte insieme a te, in modo che li sappia
pronunciare non solo col cuore ma anche con una voce talmente
convincente che se si occupasse di un qualche profitto personale da
cui dipende la riuscita della sua vita. Vedrai che questo sarà più ef-
ficace dei suoi sermoni personali. Al popolo bisogna parlare poco
ma chiaramente — esso non può abituarsi al sermone come vi si è
abituata l'alta società che va ad ascoltare i celebri predicatori euro-
pei come se andasse all'opera o ad uno spettacolo. Da K. K..., il
prete non pronuncia mai alcun sermone, e conoscendo a fondo gli
Appendice 83

uomini, li attende alla confessione. E' durante la confessione che li


rimprovera in tal modo che l'uomo ne esce rammollito come a ba-
gnomaria. Z... ha inviato a bella posta, per farli confessare, 30 uomi-
ni della sua fabbrica, ubriaconi e ladri di prima categoria, e lui stesso
è rimasto sulla soglia della Chiesa per vedere il loro volto quando
ne uscivano. E tuttavia il prete non li ha tenuti molto tempo in con-
fessione: li confessava a 4 o 5 alla volta. Dopo di ciò, a dire di Z...
stesso, non si è visto, per due mesi, uno solo di loro recarsi alla bet-
tola tanto che i vicini non arrivavano a comprendere cosa fosse suc-
cesso.
Basta. Lavora assiduamente per un anno e le cose prenderanno
una tale piega che non dovrai più preoccupartene. Diventerai ricco co-
me Creso contrariamente a quanto dicono quegli uomini ciechi i
quali sostengono che gli interessi del proprietario sono opposti
a quelli dei contadini. Proverai loro, nei fatti e non con le parole, che
mentono e che se il proprietario sa guardare come si deve negli oc-
chi dei contadini, allora non solamente potrà consolidare gli anti-
chi legami di cui si racconta e che si vuole siano spariti, ma potrà
allacciarli con nuovi legami più solidi — i legami in Cristo che niente
può sorpassare in forza. E tu, senza competere in nessun campo in
particolare, avrai reso più servigi allo zar nella tua funzione di pro-
prietario di quanto possa rendergliene un funzionario di alto grado.
Qualunque cosa tu ne dica, formare 800 uomini che ti siano devoti, e
che per la loro vita esemplare possano essere un esempio per coloro
che li circondano — non è affare da niente; è un servigio vero, giu-
sto e grande.
Belinski

Risposta a Gogol*
(15 luglio 1847)

Non avevate affatto torto pensando che il mio articolo fosse il


proposito di un uomo arrabbiato 1 . Questo epiteto è ancora troppo
debole e troppo dolce per esprimere lo stato nel quale mi ha pro-
strato la lettura del vostro libro. Ma dove non avete affatto ragione
è quando imputate il mio articolo alle reazioni, effettivamente po-
co adulatrici, provocate da questo libro fra gli ammiratori del vostro
talento. No, nel caso che ci occupa, la ragione è ben più importante.
Si può, essendovene la necessità, sopportare un sentimento d'amor
proprio ferito'e avrei saputo dare sufficiente prova d'intelligenza nel
passare tutto sotto silenzio, se non si fosse trattato che di questo.
Ma ciò che non è sopportabile è l'attentato al sentimento del vero e
della dignità umana. No, non si può tacere quando, sotto le sottinte-
se parole della religione e della frusta, si insegna la menzogna e l'im-
moralità come se fosse la verità e la virtù.
Si vi amavo! Vi amavo con tutta la passione di un uomo che, uni-
to al suo paese da legami di sangue, ama il suo spirito, il suo onore,
la sua gloria, ama uno dei grandi capi che lo conducono sul cammi-
no della presa di coscienza, dell'evoluzione, del progresso. Avendo
perduto il vostro diritto a quest'amore, avete il dovere di perdere,
sia pure per un istante, la vostra serenità. Se dico questo, non è per-
ché considero il mio amore come ricompensa ad un grande talento,

* V. Belinski, Opere complete, Mosca 1953-1959, voi. XIII. La lettera


qui riportata, scritta da Belinski mentre si trovava in Svizzera, venne stampata
per la prima volta da Herzen nella rivista "La stella polare", 1855.
1
Belinski risponde qui alla lettera che gli ha inviato Gogol intorno al 20
giugno 1847, da cui riprende le seguenti parole: "Ho letto, gli scrive Gogol,
l'articolo che mi avete dedicato su 'Il contemporaneo' con una profonda af-
flizione; non che sia rimasto ferito dall'umiliazione che avete voluto inflig-
germi di fronte a tutti, ma perché vi ho scorso il senso della vostra irritazione
nei miei confronti."
Appendice 85

ma perché in questo campo, io non rappresento un individuo, ma


una moltitudine di cui la maggior parte vi è sconosciuta, così come
a me, d'altronde, e che, da parte sua, anch'essa non vi ha mai visto.
Sono completamente incapace di darvi anche una minima idea dell'
indignazione sollevata dal vostro libro fra tutti i cuori nobili e del
clamore di gioia selvaggia venuto da tutti i vostri nemici sia non let-
terati (i Cìcikov, i Nozdriov, i governatori...)2 che letterati di cui
conoscete i nomi. Vi renderete conto che anche gente aderente allo
spirito del vostro libro ne ha preso le distanze. Se questo libro fos-
se stato scritto sotto l'effetto di una convinzione profondamente
sincera, non avrebbe provocato sul pubblico un'impressione meno
forte. Se tutti (ad eccezione di un piccolissimo numero che bisogna
vedere e conoscere per non godere della sua approvazione) l'hanno
accolto come una manovra astuta anche se non troppo sottile messa in
atto allo scopo di raggiungere per vie celesti fini abbastanza terrestri,
tutta la colpa incombe su di voi. E questo non ha niente di sbalordi-
tivo: ciò che è sbalorditivo è che voi troviate straordinario tutto
questo. Io penso che tutto questo derivi dal fatto che la vostra cono-
scenza così profonda della Russia è la conoscenza di un artista 3 e
non di un pensatore, ruolo che avete assunto senza successo nella
vostra opera fantastica. E non perché non avete la stoffa del pensa-
tore ma perché, ormai da tanti anni, avete preso l'abitudine di pren-
dere in considerazione la Russia dalla vostra ammirevole lontanan-

2
Allusione a personaggi de Le anime morte che Gogol ha tratteggiato con
tanta verità e vita da divenire talmente umani che basta menzionarli perché
acquistino forma nell'immaginazione del lettore (come gli eroi di Balzac).
Cìcikov. eroe de Le anime morte, avventuriero astuto e che aveva montato
l'affare dell'acquisto dei servi morti. Personaggio furbo, abile nel manovrare
i russi della campagna.
Nozdriov ("il naso"): individuo pieno di fantasia e di fiuto, fanfarone e
imbroglione, spaccone, provocatore di scandali, esperto in intrighi e ricatti.
Il governatore : uno degli eroi de L'Ispettore generale, borgomastro corrot-
to come la maggior parte dei funzionari del regime zarista, imbrogliato da
Clilestakov che si fa passare per un ispettore.
3
Gogol dà ragione a Belinski scrivendogli il 10 agosto 1847 : "...mi è parso
che dire di non conoscere affatto la Russia fosse una verità indiscutibile; vi
sono stati di quei cambiamenti durante la mia assenza che mi ritrovo oggi a
dover imparare a conoscere tutto quanto accade ai nostri giorni."
86 Appendice

za 4 . E tutti sanno che non vi è niente di più facile che prendere in


considerazione le cose da lontano se vogliamo che esse siano confor-
mi ai nostri desideri.
E voi, in quell'invidiabile lontananza, vivete estraneo al vostro
paese, vivete in voi stesso, all'interno di voi stesso, o vivete all'in-
terno di una cerchia omogenea che condivide le vostre disposizioni
e che non ha la forza di opporsi all'influenza che su di essa esercita-
te. E' per tal motivo che non siete riuscito a comprendere che la
Russia vede la sua vita, non nel misticismo o nell'ascetismo, o ancora
nel pietismo, ma nell'avanzata della civiltà, nell'apertura, nell'umane-
simo. Ciò che occorre non sono i sermoni (ne ha già troppo intesi!),
non sono le preghiere (ne ha accumulate a sufficienza!) ma il risve-
glio nel popolo del sentimento della dignità umana, gettato ormai
da tanti secoli nel fango e nel letame: ciò che occorre, sono diritti
e leggi conformi, non agli insegnamenti della chiesa, ma al buon sen-
so e alla giustizia; ed è anche necessario che queste leggi siano ri-
gorosamente applicate. Mancando ciò, essa presenta lo spaventoso
spettacolo di gente che sfrutta i propri simili, non disponendo nem-
meno, per far ciò, della giustificazione di cui fanno uso con tanta
malizia i piantatori d'America quando affermano che un negro non
è un essere umano; lo stesso spettacolo odioso in cui la gente non
viene nemmeno chiamata col proprio nome ma interpellata con so-
prannomi: Vanki, Vasski, Palachki5 ; di un paese, infine, in cui
non solo la persona umana non dispone di alcuna garanzia, non di-
co l'onore o il diritto alla proprietà, ma ove non esiste alcun ordi-
ne nemmeno poliziesco; nient'altro che immense corporazioni di
ladri e di spoliatori ufficiali. Anche il governo lo sa (esso sa molto
bene ciò che i proprietari terrieri fanno dei loro contadini e quanti
fra loro sono ogni anno assassinati da questi stessi contadini), e que-
sta convinzione è testimoniata dalle mezze misure, timide e sterili

4
Belinski parafrasa qui un celebre passaggio de Le anime morte: "Russia!
Russia! Io ti vedo dai miei meravigliosi e splendidi luoghi lontani...". Dal
1836 al 1848. a parte interruzioni di breve durata, Gogol visse all'estero.
s
Allusione al modo volgare e sprezzante cui venivano interpellati i contadi-
ni senza interessarsi del loro vero nome. Una contadina era "una Matriona"
un contadino "uno Stepka". Cosi come in Africa del Nord, nel periodo co-
loniale. una donna araba era "una Fatma", un uomo "il Mohammed", ecc.
Appendice 87

a profitto dei negri-bianchi e della comica sostituzione della fru-


sta con la verga a tre code 6 . Ecco i problemi che agitano la Russia
nell'apatia del suo dormiveglia. Ed è in questa situazione che un
grande scrittore, il quale con le sue opere di grande bellezza artisti-
ca e di profonda verità ha potentemente contribuito alla presa di
coscienza della Russia offrendole la possibilità di guardarsi nelle
sue opere come in uno specchio, — questo scrittore dunque si fa a-
vanti brandendo un libro il quale, in nome di Cristo e della Chiesa,
insegna al barbaro pomestchik la maniera di sottrarre ancora più
soldi ai contadini, e incita a trattarli da "zoticoni"! E questo non do-
vrebbe sdegnarmi? Anche se aveste attentato alla mia vita non avrei
potuto odiarvi più intensamente di quanto vi odio per aver sostenu-
to queste ignobili idee... E vorreste che dopo tutto questo si creda
alla sincerità di quanto scrivete nel vostro libro? No, se foste stato
veramente penetrato dalla verità del Cristo e non dagli insegnamenti
del diavolo, non è assolutamente questo che avreste scritto ad un
pomestchik della vostra cerchia. Gli avreste scritto che i contadini
sono suoi fratelli in Cristo, che un uomo non può essere schiavo del
proprio fratello, che egli deve accordare libertà ai suoi fratelli o, in
ogni caso, utilizzare il loro lavoro nel modo più vantaggioso per
essi, riconoscendo, nel profondo della sua coscienza, il carattere
menzognero del rapporto che lo unisce ad essi. Quanto all'espres-
sione: "Va zoticone...", usata da quel Nozdriòv, da quel Sobakèvic 7 ,
l'avete utilizzata per trasmettere al mondo una scoperta così grande
e così edificante per il mugik russo? Non è questo certamente che
l'aiuterà ad uscire dalla sua ignoranza, in quanto, ad ascoltare i suoi
padroni, esso non può certo essere considerato un essere umano.
E cosa pensare delle vostre idee sul giudizio e sul tribunale del popo-
lo il cui ideale avete scoperto nella buona stupida donna delle novel-
le di Puskin decretando che bisogna bastonare il colpevole e l'inno-
cente? 8 . E' proprio così che si procede normalmente da noi, ben-

6
Un articolo del Codice Penale datato 1845 "addolciva" le sanzioni
rurporali rimpiazzando un tipo di frusta con un altro.
1
L'ingordo, cinico e profittatore Nozdriòv e il pesante e accorto Soba-
kèvic, ambedue personaggi de Le anime morte.
8
Allusione a un passaggio tratto dal capitolo XXI dei Brani scelti dalla
mia corrispondenza con gli amici riguardante il giudizio di Dio cui devono
88 Appendice

ché, in generale, ci si accontenti di bastonare l'innocente s'egli non


è in grado di pagare il prezzo del suo crimine - che consiste nell'es-
sere colpevole di non aver fatto niente! E un libro di tal fatta sarebbe
stato il risultato di un doloroso processo interiore, di un'alta illu-
minazione spirituale! Non è possibile! Oppure voi siete malato e bi-
sogna affrettarsi a curarvi, o allora... — non oso nemmeno formulare
il mio pensiero... 9 .
Predicatore della frusta, apostolo dell'ignoranza, difensore dell'o-
scurantismo e delle tenebre dello spirito, sostenitore di costumi in-
fernali, ma che fate dunque! Guardate sotto i vostri piedi: ondeggia-
te nel vuoto... Che al limite garantiate il vostro insegnamento alla
chiesa ortodossa, questo posso ancora comprenderlo: essa è stata
sempre sostenitrice della frusta e serva del dispotismo. Ma perché
mischiare il Cristo in tutto ciò? Cosa avete mai potuto trovare di
comune fra lui e una qualsiasi chiesa — e a maggior ragione la chiesa
ortodossa? E' stato LUI per primo ad insegnare agli uomini la libertà,
l'uguaglianza, la fratellanza suggellando questi insegnamenti col suo
martirio e confermando in tal modo la verità del suo insegnamento.
Questi principi sono stati la vita per gli uomini fino al giorno in cui
sono stati incarnati nella chiesa e sono serviti da fondamento per
l'ortodossia. La chiesa si è costituita in gerarchia, è divenuta paladi-
na dell'ineguaglianza, cortigiana del potere, nemica e persecutrice
dell'uguaglianza fra gli uomini, — così come essa continua ad essere
fino ai nostri giorni. Ma il senso degli insegnamenti del Cristo si è
rivelato negli insegnamenti filosofici dell'ultimo secolo. Ed è perciò
che un qualsiasi Voltaire, che con l'arma dell'ironia ha spento in
Europa il rogo del fanatismo e della grossolanità, è ben più il figlio
del Cristo, la carne della sua carne, le ossa delle sue ossa, che tutti
voi popi, arcivescovi e patriarchi d'Oriente e d'Occidente. Possibile

sottomettersi l'innocente ed il colpevole. A questo proposito Gogol ricorda


La figlia del capitano di Puskin in cui il comandante "inviando un luogotenen-
te a sedare il litigio tra una guardiana e una donna che ha litigato ai bagni
pubblici a proposito di una panca di legno, gli dà le seguenti istruzioni: Vedi
un po' chi ha ragione e chi ha torto e puniscile tutte e due."
9
Belinski sottintende qui che Gogol sarebbe stato comprato dal governo
per giustificare l'oppressione dei contadini da parte dei loro padroni.
Appendice 89

che ignoriate tutto questo? Tuttavia non è una novità ai nostri gior-
ni, nemmeno per l'ultimo dei liceali...
Possibile che voi, autore de L'Ispettore generale e de Le anime
morte, abbiate intonato con sincerità e dal più profondo del cuore
un inno al sinistro clero russo, piazzandolo infinitamente più in alto
del clero cattolico? Ammettiamo pure che voi ignoriate che questo
fu già qualcosa, mentre il primo non è mai stato nient'altro se non
il servitore e lo schiavo del potere civile; ma è veramente possibile
che ignoriate che il vostro clero è l'oggetto di un disprezzo generale
da parte della società e del popolo russo? Che fra il popolo si rac-
contano su di esso delle storie sporche? Il pope, la popessa, la
figlia del pope e il domestico del pope. Chi il popolo chiama razza
stupida, violentatori di donne? Il pope. In Russia, il pope non è
per tutti i russi l'emblema dell'ingordigia, dell'avarizia, del servili-
smo, della spudoratezza? Non mi direte che non lo sapevate! Sareb-
be molto strano! A sentire voi, il popolo russo è il più pio dei popoli
del mondo: menzogna! Il fondamento della pietà è il sentimento
religioso, l'adorazione e il timore di Dio. Ma il popolo russo il nome
di Dio non lo pronunzia che grattandosi il culo. Parlando dell'icona,
dice: se può servire, preghiamo — altrimenti utilizziamola per copri-
re i nostri orinali. Osservatelo attentamente, noterete che, per natu-
ra, il popolo russo è profondamente ateo. Sono presenti in esso delle
superstizioni ma non vi è traccia di fede. La superstizione scompare
col trionfo della civiltà, ma civiltà e fede possono coesistere. Esem-
pio vivente ne è la Francia dove attualmente vi sono molti sinceri
e fanatici fra la gente colta e istruita e in cui numerosi sono coloro
che, essendosi allontanati dal cristianesimo, restano fermamente at-
taccati a qualche dio. Il popolo russo non è come quello francese:
l'esaltazione mistica non fa assolutamente parte della sua natura; ha
troppo buon senso per ciò, la sua intelligenza è troppo chiara e posi-
t iva. Possibilmente è in questo che risiede l'immensità dei suoi de-
simi storici dell'avvenire. La pietà non è nemmeno una prerogativa
del clero, poiché le poche personalità isolate ed eccezionali che si
distinguono per la loro vita contemplativa ed ascetica 10 non prova-

10
Belinski pensa probabilmente agli eremiti dei deserti o delle foreste, ai
u ri dei monasteri o ai Startsy - quelli di Otino conosciuti per la loro chiaro-
90 Appendice

no niente. La maggioranza del nostro clero si è sempre distinta per la


grossa pancia, per il suo pedantismo ideologico e per la sua grossola-
nità. E' peccato accusarlo d'intolleranza e di fanatismo religioso: ci
si può piuttosto felicitare per la sua indifferenza in materia di fede.
La pietà si è manifestata, fra noi, solo nelle sette scismatiche11 mol-
to distanti per il loro spirito dalla massa e quantitativamente insigni-
ficanti in rapporto ad essa.
Non mi dilungherò sulla tiritera riguardante il legame d'amore che
unirebbe il popolo russo ai signori. Dirò solamente che questa tiritera
non ha trovato eco e vi ha fatto scadere anche agli occhi di coloro
che, sotto altri punti di vista, sono molto vicini a voi. Per quanto
mi riguarda personalmente, suggerirei alla vostra coscienza di dilet-
tarsi della divina beltà dell'autocrazia (questa assicura, dicono,
agi e profitti) 1 2 , a condizione tuttavia di contemplarla dalla vostra
meravigliosa lontananza, poiché da vicino essa non è né bella né inof-
fensiva... Mi contenterò di sottolineare questo: quando lo spirito
religioso si impadronisce degli europei, in particolare dei cattolici,
esso diviene alla maniera dei profeti ebrei l'accusatore del potere in-
giusto. Essi accusano in effetti di illegalità i potenti di questo mon-
do. Da noi, al contrario, se un uomo particolare si trova colpito da
questa malattia che i psichiatri chiamano religiosa mania, piuttosto
che il dio celeste, egli adorerà il dio terrestre. E, a questo punto, e-
gli supererà presto i limiti, a un punto tale che anche se il dio terre-
stre volesse ricompensarlo del suo zelo servile, saprebbe che, facen-
dolo, egli si comprometterebbe agli occhi della società... In tutto
simile al nostro fratello, l'uomo russo!
Mi viene in mente che nel vostro libro affermate come una veri-
tà grandiosa e incontestabile che per l'uomo semplice l'istruzione
è non solamente inutile ma nociva. Cosa rispondere a questo?

veggenza e la loro santità. Dostoevskij ne I demoni e ne / fratelli Karamazov,


Tolstoi ne Otec Sérgij (Padre Sergio) ce ne danno delle efficaci immagini.
" In Russia vi erano molte tendenze scismatiche: raskolniki, staro-obriad-
tsy, ecc., tutte più o meno perseguitate dal regime e dalla chiesa ufficiale. Co-
storo rimproveravano agli ortodossi le loro collusioni con il potere ed il loro
asservimento al temporale.
12
Si riferisce sempre alle voci secondo le quali Gogol sarebbe stato com-
prato dal potere al prezzo dell'abiura de Le anime morte.
Appendice 91

Che il vostro dio bizantino vi perdoni quest'idea bizantina se scri-


vendola sulla carta non sapevate quello che facevate...
"Sia, direte voi, ammettiamo che mi sia ingannato e che tutti i
miei pensieri siano errati; ma perché togliermi il diritto di sbagliarmi
e non credere alla sincerità dei miei sentimenti?". Perché, vi rispon-
derò, una tendenza di questo genere non è per niente nuova in Rus-
sia. Anche recentemente, essa è stata sfruttata da Buratchok e C. 13 .
Certo, nel vostro libro vi è più intelligenza e più talento (benché
all'occorrenza non si distingua né l'una né l'altro) di quanto ve ne sia
nei loro scritti. Per contro, essi hanno messo più energia e più coeren-
za nell'esposizione dell'insegnamento che avete in comune. Essi sono
andati con arditezza fino alle ultime conclusioni, hanno tutto immo-
lato al dio bizantino non lasciando niente a Satana. Mentre che voi,
desideroso di accendere un cero all'uno e all'altro, siete caduto nel-
le contraddizioni. Avete preso la difesa della letteratura e del teatro
di Puskin che dal vostro punto di vista e se almeno aveste l'onestà di
essere conseguente, non possono far niente per contribuire alla salute
dell'anima ma possono, al contrario, servire enormemente alla sua
perdita. Qual è il cervello capace di digerire l'idea del trionfo dei
Signori Gogol e Buratchok associati? Voi siete piazzato troppo in
alto nell'opinione del pubblico perché esso possa credere alla since-
rità di tali convinzioni. Ciò che può sembrare naturale presso gli
sciocchi non lo è presso un essere geniale. Alcuni avranno pensato
che il vostro libro sia il risultato di un momentaneo sballamento
mentale vicino alla completa demenza. Ma hanno presto scartato
questa conclusione, in quanto è chiaro che il vostro libro non è stato
scritto in un giorno, una settimana o in un mese, ma in uno, due o
Ire anni. Esso non manca affatto di coerenza; attraverso una espo-
sizione negligente si mette in luce una matura riflessione. Quanto
;i«li inni indirizzati all'autorità regnante, essi favoriscono la situazio-
ne terrestre di uno scrittore bigotto. Ecco perché a Pietroburgo cir-
• ola la voce secondo la quale voi avreste scritto quel libro per essere
nominato precettore presso il figlio del delfino. Già da prima si era
venuti a conoscenza a Pietroburgo di una lettera che avete scritto

13
Buratchok era l'editore del giornale oscurantista "Il faro"
92 Appendice

a Uravov 14 , nella quale vi dite dispiaciuto che in Russia si attribui-


sca un senso snaturato alle vostre opere. Di più, vi dichiarate insod-
disfatto delle vostre opere precedenti e dichiarate che non ne sarete
soddisfatto che il giorno in cui colui... ecc.... 15 .
Giudicate voi: ci si può sbalordire del fatto che il vostro libro vi
abbia fatto scadere agli occhi del pubblico in quanto scrittore, e,
cosa ancora peggiore, in quanto uomo?
Da tutto ciò posso ben giudicare che voi non comprendete il
popolo russo. Il suo carattere porta il marchio della situazione del-
la società russa nella quale si muovono e sgorgano delle forze vive.
Ma schiacciate da una pesante repressione, non trovando una via d'u-
scita, esse cadono nell'abbattimento, nella tristezza, nell'apatia.
Solo nella letteratura, malgrado una censura tartara, si manifesta
ancora la vita e la spinta in avanti. Ecco perché l'appellativo di scrit-
tore è presso di noi così onorato, ecco perché il successo letterario
viene elargito a piene mani anche a chi non dispone che di un debole
talento. Il titolo di poeta, la qualificazione di uomo di lettere, han-
no già da molto tempo soppiantato il luccichio delle spalline e delle
divise multicolori. Ecco perché presso di noi si accorda un'attenzione
particolare ad ogni tendenza detta liberale (anche quand'essa è ac-
compagnata da un talento anemico) e perché decresce così in fretta
la popolarità dei grandi poeti che, sinceramente o ipocritamente, si
mettono al servizio dell'ortodossia, dell'autarchia e della narod-
nost16. Un esempio significativo ne è Puskin cui è stato sufficiente
scrivere due o tre poesie dense di devozione verso il monarca e in-
dossare la divisa del luogotenente preposto al palazzo per perdere in
un solo momento tutto l'amore del popolo 1 7 . Vi sbagliate enorme-

14
S.S. Uvarov, ministro della Pubblica Istruzione cui Gogol indirizzò,
nel 1845, una lettera con la quale lo ringraziava del suo aiuto finanziario; in
questa lettera egli menzionava incidentalmente le sue opere precedenti.
Is
Si tratta probabilmente dello zar: Gogol sottomette i suoi scritti all'ap-
provazione del monarca.
16
Narodnost: popoliti (vicina alla parola tedesca Volkstum). Questo ter-
mine era corrente presso gli Slavofili con cui Belinski polemizzava costante-
mente, considerandoli, in buona o cattiva fede, complici dell'ideologia regnan-
te. Costoro utilizzavano il termine in rapporto con quello di patriottismo in-
dissociabile dall'alleanza al potere zarista.
II
Durante l'ultimo decennio della sua vita, alcuni versi di Puskin per esem-
Appendice 93

mente se pensate, senza ridere, che il vostro libro ha fatto fiasco per
il fatto che in esso erano espresse tendenze perniciose, ma perché
vi annunciate crudelemente verità destinate a tutti e ad ognuno.
Ammettiamo abbiate potuto pensarlo degli scribacchini, ma qual è
il pubblico che prende in considerazione questa categoria di persone?
Ne L'Ispettore generale e n e Le anime morte avete p e r caso p r o f e r i t o
verità meno amare, l'avete fatto con meno brutalità, chiarezza e
talento? Con quelle opere avete veramente scatenato la furiosa irri-
t a z i o n e del p u b b l i c o , m a L'Ispettore generale e Le anime morte non
ne hanno sofferto mentre il vostro ultimo libro è vergognosamente
sprofondato sotto terra. E il pubblico ha ragione, poiché considera
gli scrittori russi come le sue uniche guide, i suoi difensori e i suoi
salvatori dalle tenebre dell'autocrazia, dell'ortodossia e della narod-
nost. E' per tal motivo che se è sempre pronto a perdonar loro, un
cattivo libro non perdonerà un libro nocivo. Tutto questo prova fi-
no a che punto la nostra società possiede, anche se allo stato di ger-
me, del fresco e sano buon senso e che, per tal motivo, l'avvenire
le è aperto. Se amate la Russia, allora godete con me del fallimento
del vostro libro!
Senza alcuna vanità, vi dirò che mi sembra di conoscere, almeno
un po', il popolo russo. Il vostro libro mi ha spaventato per l'effetto
disastroso che avrebbe potuto avere sul governo, sulla censura, non
sul popolo. Quando a Pietroburgo è corsa voce che il governo si ap-
prestava a pubblicare il vostro libro in molte migliaia di esemplari
e a venderlo a basso prezzo, i miei amici sono rimasti costernati; ho
detto loro che, contro tutto e tutti, il libro non avrebbe avuto alcun
successo e sarebbe stato dimenticato. E in verità, se talvolta ancora
se ne parla, è più per gli articoli che ha suscitato che per il libro in sé.
Tanto è profondo presso l'uomo russo, anche se ignorante, il senso
della verità!
La vostra conversione può anche, a rigore, essere stata sincera. Ma
l'idea di portarla a conoscenza del pubblico è stata una delle più
disgraziate. I tempi della devozione ingenua sono ben finiti, anche

pio le Stanze ("Nello spirito della gloria e del bene"..., 1826 e Agli amici ("No,
non sono un simulatore"..., 1828) furono considerati come dedicati al potere
regnante. Le scoperte ulteriori riguardanti le simpatie di Puskin per i decabri-
sti scossero quest'opinione che sembra essere stata ripresa da Belinski.
94 Appendice

per la nostra società. Essa ha già ben compreso che si può pregare do-
vunque e che il Cristo viene cercato solo a Gerusalemme 18 solo da co-
loro che non l'hanno mai avuto nel cuore o che l'hanno perduto. Co-
lui che è capace di soffrire alla vista della sofferenza altrui, colui cui
è doloroso lo spettacolo dell'oppressione di individui che non co-
nosce, costui porta il Cristo nel suo cuore e non ha nessun bisogno
di fare a piedi il pellegrinaggio a Gerusalemme. Quanto alla rassegna-
zione che voi predicate, come prima cosa essa non ha niente di nuo-
v o , e poi denota contemporaneamente un terribile orgoglio e un i-
gnobile avvilimento del senso della dignità umana. L'idea di raggiun-
gere non so quale perfezione astratta, di piazzarsi al di sopra di tut-
ti tramite la rassegnazione, non può essere che frutto di orgoglio
e di debolezza di spirito; in ogni caso essa porta all'ipocrisia, alla
tartuferia, all'autorità arbitraria e soffocante. Di più, vi siete permes-
so di esprimervi con un cinismo salace, non solo per quanto concerne
gli altri (cosa che sarebbe già stata sporca) ma anche riguardo voi
stesso, cosa che è veramente schifosa; in quanto, se un uomo che
schiaffeggia gli altri suscita collera, uno che bastona se stesso suscita
il disprezzo. No! Voi non siete per niente illuminato, vi muovete nel-
le tenebre. Non avete compreso né lo spirito né le forme del cristia-
nesimo contemporaneo. Dal vostro libro emana, al posto di un inse-
gnamento autenticamente cristiano, un soffio demoniaco e inferna-
le. E quale lingua, quali frasi! "Ai nostri giorni chi è l'uomo che non
è una canaglia o uno straccione?". Credete veramente che l'utiliz-
zazione di un termine arcaico 19 conferisca alle vostre parole un sen-
so biblico? E' una verità profonda che, quando un uomo si lascia
andare alla menzogna, l'intelligenza e il talento l'abbandonano. Se
il libro che avete scritto non portasse il vostro nome, se non conte-
nesse passi in cui parlate di voi stesso come di uno scrittore, chi po-
trebbe credere che questa zozzeria gonfia e sporca sia uscita dalla
penna dell'autore de L 'Ispettore generale e de Le anime morte?
per quanto mi riguarda, ve lo ripeto: vi siete sbagliato pensando

18
fare a piedi un pellegrinaggio a Gerusalemme, senza dubbio per riscattarsi dai
suoi peccati.
Appendice 95

che il mio articolo fosse il frutto del dispetto che avrebbe suscitato
in me la vostra opinione secondo la quale io farei parte di coloro
che vi criticano. Se fosse stato questo ad irritarmi, il mio dispetto
sarebbe stato solo su questo punto; per tutto il resto, mi sarei
espresso con calma, senza passione. Ma in verità, la vostra opinione
per quanto riguarda i vostri ammiratori è doppiamente aberrante. Ca-
pisco che a volte sia necessario fustigare uno sciocco che si rende ri-
dicolo per le lodi che ci prodiga e per l'entusiamo che suscitiamo in
lui. Ma questa necessità è in se stessa penosa perché, sul piano uma-
no, è fastidioso rispondere con l'inimicizia ad un amore anche se
aberrante. Ma voi, voi avete avuto a che fare con gente che, anche se
non era notevole, non era affatto sciocca. Queste persone, soggioga-
te dalle vostre opere, hanno probabilmente più ben saputo dare in
esclamazioni ammirative che ben parlare. Comunque sia, il loro entu-
siasmo emana da una sorgente così pura e così nobile che non vi
conveniva affatto abbandonarle ai vostri comuni amici, e ancora
peggio, accusarle di dare un senso preconcetto alle vostre opere.
Sicuramente avete agito in modo sconsiderato e con imprudenza;
ma Viazemsky 20 , questo principe dell'aristocrazia e letterato in-
colto e volgare, ha sviluppato il vostro pensiero e ha fatto pubblica-
re una pura e semplice denuncia a carico dei vostri ammiratori (me
in testa). Senza dubbio lo ha fatto per gratitudine verso di voi che
l'avete promosso, dal rango di poetastro in cui si trovava, a quello
di grande poeta, e questo, se ben ricordo, per i suoi "versi rimbambi-
ti e raso terra" 2 1 . Oh, tutto questo non è affatto bello! Che, come
si dice, attendeste il momento in cui poter rendere giustizia agli am-
miratori del vostro talento (avendolo già reso con una fiera sottomis-
sione ai vostri nemici), questo io non lo sapevo né potevo saperlo;

20
Belinski considera come un'accusa l'articolo di P.A. Viazemsky, anti-
camente amico di Puskin, passato più tardi nel campo della reazione (articolo
"Yazvkov e Gogol"). Questo articolo conteneva non solo un apprezzamento
entusiasta dei Brani scelti..., ma anche un appello alla giustizia contro i critici
che volevano piazzare Gogol "alla testa di non so quale nuova scuola letteraria,
farne la personificazione di non so quale oscuro emblema".
21
Nei suoi Brani scelti..., Gogol scrive a proposito della poesia di Via-
zemsky: "Quel verso pesante, come se lo trascinasse raso terra, di Viazemsky,
risente di una tristezza russa piena di causticità e che stringe il cuore."
96 Appendice

a dire il vero non avrei avuto nemmeno piacere di saperlo, perché


davanti a me vi era il vostro libro, non le vostre intenzioni. Io lo leg-
gevo e lo rileggevo centinaia di volte senza trovarvi niente di più di
quanto effettivamente vi si trova mi ha profondamente indignato e
ha umiliato il mio animo.
Se avessi dato pieno sfogo ai miei sentimenti, questa lettera si sa-
rebbe trasformata in un grosso quaderno. Mai avrei pensato di aver-
vi dovuto scrivere a questo proposito, benché lo desiderassi doloro-
samente e benché abbiate dato a tutti il diritto di scrivere su di voi
senza alcuna cerimonia e senza alcun altro scopo che quello della
verità 22 . Se vivessi in Russia, non avrei potuto farlo in quanto gli
Stchepkine 23 locali stampano le lettere di altre persone non per pia-
cere personale ma per necessità del loro incarico e solo a scopo di
denuncia. Ma questa estate, un inizio di tubercolosi mi ha costret-
to a partire per l'estero e N. mi ha inviato la vostra lettera a Sal-
tzbriinn da cui parto oggi stesso con Annenkov per Parigi, via Fran-
coforte sul Meno. La vostra lettera inattesa mi ha offerto la possi-
bilità di dirvi quanto covavo nel mio cuore contro di voi a proposi-
to del vostro libro. Non so dire le cose a metà, non so mentire;
non è nella mia natura. Se voi stesso o la storia mi mostreranno che
mi sono sbagliato nelle mie conclusioni, sarò il primo a gioirne, ma
non mi pentirò di quanto vi ho scritto. Non si tratta qui della vostra
personalità o della mia, ma di un argomento che, non solamente su-
pera infinitamente me, ma che supera anche voi. Ne va qui della ve-
rità, della società russa, della Russia. E in guisa di conclusione, ec-
co le mie ultime parole: se disgraziatamente, e con un sentimento
di orgogliosa sottomissione, avete sconfessato le vostre opere gran-
diose e veritiere, allora dovete oggi, con una sincera contrizione,
sconfessare il vostro ultimo libro. Il grosso peccato che costituisce la
sua pubblicazione dovete riscattarlo con nuove produzioni che ri-
cordino le antiche.

22
Nei suoi Brani scelti..., Gogol supplicava i suoi lettori di farlo venire a
conoscenza di tutte le obiezioni e critiche che avrebbero suscitato in essi la
lettura di queste lettere. Pregava di scrivergli direttamente alle Università di
Mosca e di Pietroburgo.
23
Stchepkine: personaggio de L'Ispettore generale, portalettere che aveva
l'abitudine di aprire la posta degli altri.
Stepniak*

Il nichilismo

La parola nichilismo, come la intendiamo, fu introdotta nella no-


stra lingua da Turgenev che battezzò con questo nome una certa
corrente intellettuale e morale che si sviluppò nella classe intellet-
tuale russa alla fine degli anni '50 inizio anni '60.
Quest'appellativo non era né più spirituale né più adeguato di al-
tri inventati dallo stesso Turgenev anche senza parlare di Scedrìn 1 .
Ma si può veramente dire che questo termine, a differenza di altri
venuti fuori nella stessa epoca, ebbe successo. Sin dalla comparsa
del grande romanzo di Turgenev, non ancora valutato al suo giu-
sto merito, questa parola passò rapidamente nel linguaggio corrente.
Il termine nichilista ottenne diritto di citazione, prima come insul-
to, poi come etichetta finalmente adottata da una scuola filosofi-
ca che, in un certo momento, occupò il posto più significativo nel-
la vita intellettuale russa.
Da una quindicina d'anni 2 , il vero nichilismo ha lasciato la sce-
na russa ed è stato pressocché dimenticato, questo termine è rinato

* Stepniak, pseudonimo di Sergej Mikhajlovic Kravcinskij, in La Russia sot-


terranea, Milano, 1882.
Rivoluzionario e scrittore politico russo. Ben presto cominciò a militare nel
movimento rivoluzionario russo e venne arrestato e condannato ad alcuni me-
si di carcere. Uscito di prigione, continuò la sua militanza socialista e venne
nuovamente arrestato, nel 1874. Riuscì ad evadere e riparò in Italia. Prese
parte, insieme a Malatesta, Cafiero, Ceccarelli, per citarne solo alcuni, ai Mo-
ti del Matese. Anche in Italia venne arrestato e internato nel carcere di Bene-
vento. Tornato in Russia, uccide un capo della polizia e riesce a sottrarsi alla
cattura, ritorna nuovamente in Italia e collabora con la stampa periodica ita-
liana con una serie di articoli sul movimento socialista e nichilista in Russia,
ecc. Furono proprio questi articoli ad essere riuniti nel volume La Russia
sotterranea,
1
Saltikov, detto Scedrìn, scrittore satirico russo dell'epoca.
2
Stepniak situa la data di nascita del nichilismo europeo alla fine degli an-
ni '70.
98 Appendice

e ha cominciato la sua carriera all'estero dove si è tanto profonda-


mente radicato 3 che oggi sembra non si possa più sradicare.
Il vero nichilismo, così come lo conoscemmo in Russia, fu una
lotta per liberare il pensiero da ogni genere di tradizione, lotta che
marciò mano nella mano, insieme alla lotta per liberare le classi la-
voratrici dalla schiavitù economica.
Alla base di questo movimento, vi era un individualismo radica-
le. Una negazione, esercitata in nome della libertà personale, di tut-
te le repressioni imposte all'uomo dalla società, dalla famiglia e dalla
religione.
Il nichilismo fu una reazione appassionata e sana contro il dispo-
tismo, non politico ma morale, opprimente la personalità nella sua
vita intima e privata.
Bisogna tuttavia riconoscere che i nostri predecessori, soprattutto
all'inizio, seppero far penetrare in questa lotta completamente paci-
fica quello spirito sedizioso di protesta e quella vivacità che carat-
terizzarono il movimento ulteriore. Questo periodo merita di essere
tratteggiato perché costituì nel suo genere un prologo4 al grandioso
dramma che in seguito ebbe vita.
La prima lotta fu svolta nel campo religioso, ma essa non fu né
durevole né ostinata. La vittoria fu subitanea perché, nei fatti, non
vi è alcun paese del mondo in cui la religione sia così poco radicata
come lo è nelle classi colte russe. La generazione precedente, ancora
invischiata nel senso delpeccato, restava a un mezzo attacco alla chie-
sa, più per decenza che per convinzione. Ma non appena una falange
di giovani scrittori, armati dei dati delle scienze naturali, della filo-
sofia positiva, pieni di talento, di fuoco, e del fervore del proseliti-
smo partì all'attacco, il cristianesimo sprofondò, così come un edi-
ficio pericolante metà in rovina che sta in piedi solo perché nessuno
ha pensato di dargli una spallata.
La propaganda del materialismo si effettuava in due direzioni che
si prestavano reciprocamente appoggio e si completavano. Da una
parte si componevano e si traducevano opere contenenti argomenti

3
Ci è sufficiente qui citare Nietzsche.
4
Prologue, titolo di un romanzo di Cernisevskij che si situa alla vigilia della
promulgazione delle riforme.
Appendice 99

incontestabili contro ogni religione e, in generale, contro qualsiasi


forma di soprannaturale. Per evitare le persecuzioni della censura, i
pensieri assumevano un aspetto un po' indeterminato, brumoso, ma
che, tuttavia, non ingannavano nessuno. Un lettore attento aveva
familiarità col linguaggio di Esopo assimilato dai rappresentanti
d'avanguardia della letteratura russa 5 . Parallelemente, si portava
avanti una propaganda orale. Questa propaganda si basava sui dati
provenienti dalle scienze: ne traeva le conseguenze definitive, sen-
za l'ineluttabilità di scontrarsi col mondo della censura con la qua-
le dovevano invece fare i conti gli scrittori 6 . L'ateismo si mutò in
una specie di religione, e i seguaci di questa fede sciamavano alla
maniera dei predicatori su strade e cammini, ricercando dappertut-
to anime viventi per salvarle dai malefici cristiani. Si fece ricorso alla
stampa clandestina. Venne editata una traduzione litografica del li-
bro di Biichner, Forza e materia1, che godeva di un enorme succes-
so. Si leggeva il libro in segreto senza preoccuparsi dei rischi che
questo comportava. Questo libro venne diffuso in migliaia di esem-
plari.
Un giorno ebbi tra le mani una lettera di Zai'tsev, uno dei colla-
boratori de "La parola russa" che era il principale organo del vecchio
nichilismo. In questa lettera, destinata ad essere pubblicata clande-
stinamente, l'autore, parlando della sua epoca e delle accuse mosse
dai suoi contemporanei nichilisti8 contro i vecchi, scrive: "Vi giu-
ro su ciò che ho di più sacro che non eravamo gli egoisti che dite.
Era un errore, ne convengo 9 , ma eravamo fermamente persuasi
di lottare per la felicità dell'umanità intera; ognuno di noi sarebbe
salito volentieri sul patibolo e avrebbe posato la sua testa sul ceppo
per Moleschott e Darwin."
Queste parole mi farebbero sorridere, ma senza alcun dubbio es-
se erano pienamente sincere. Se le cose fossero arrivate a questo pun-

5
Principalmente V. Belinski.
6
Le loro opere dovevano essere sottoposte, prima di essere edite, ad un co-
mitato di censura.
7
E' uno dei lavori preferiti di Bazarov, personaggio del romanzo Padri e
figli di Turgenev.
8
Quelli degli anni '70.
9
Difendere le tesi dell'egoismo razionale.
100 Appendice

to, allora il mondo avrebbe assistito ad uno spettacolo tragicomico:


gente che andava al supplizio per provare che Darwin aveva ragione
e che Cuvier aveva torto, alla maniera dell'arciprete Avakkum che
con i suoi fedeli, cento anni fa, posava la testa sul ceppo e si lasciava
avvolgere dalle fiamme per avere il diritto di scrivere il nome di Ge-
sù 10 con I semplice e non doppia come i greci e di dire l'Alleluia
due volte invece di tre come si pratica nella chiesa ufficiale. Questo
comportamento appassionato che poteva andare fino al fanatismo,
riguardo a problemi che nella maggior parte di noi avrebbero susci-
tato solo una semplice espressione di approvazione o di disapprova-
zione, è molto caratteristico della natura russa. Nessuno si presenta-
va a difendere gli altari degli dei che venivano scossi. Presso di noi
il clero — fortunatamente! — non ha mai avuto alcuna influenza
morale sul popolo. Per quanto riguarda il governo, cosa poteva fare
contro un movimento puramente intellettuale che non si esprime-
va in alcuna manifestazione esteriore?

Così la lotta era vinta quasi senza sforzo, vinta definitivamente,


irreversibilmente. Ed è veramente necessario sottolineare l'importan-
za che ebbe per lo sviluppo ulteriore del movimento rivoluzionario la
soppressione di tutti i pregiudizi religiosi?
Ma il nichilista dichiara guerra non solamente alla religione ma a
tutto ciò che non è fondato sulla ragione pura e positiva. Questa ten-
denza, per quanto legittima in sé, fu spinta fino all'assurdo dai ni-
chilisti degli anni sessanta. In tal modo arrivarono a negare comple-
tamente l'arte in quanto manifestazione dell'idealismo. A questo
proposito i negatori raggiunsero le colonne d'Ercole, enunciando
tramite uno dei loro profeti 11 la celebre tesi secondo la quale un
calzolaio è superiore a Raffaello perché fa cose utili, mentre che i
quadri di Raffaello non servono a niente in senso stretto. Agli occhi
di un nichilista ortodosso, la natura stessa non sarebbe che una for-
nitrice di materiali per la chimica e la tecnologia: "La natura non è

' 0 Che in russo si dice Issouss.


11
Si tratta di Pisarev che d'altro canto non ha mai scritto questo, conten-
tandosi di dire che è meglio un buon panettiere che un cattivo poeta.
Appendice 101

un tempio ma un'officina e l'uomo è un operaio" diceva il Bazarov


turgeniano.

* * *

Il nichilismo ha reso un servizio considerevole alla Russia su un


punto molto importante, quello della questione femminile: ha rico-
nosciuto la piena uguaglianza della donna e dell'uomo.
Come in tutti i paesi in cui non esiste vita politica, il salotto
è il solo luogo dove la gente può discutere di ciò che la interessa.
In tal modo la padrona di casa occupa una posizione che le spetta
di diritto nella vita intellettuale di un colto nucleo avanzato che si
pone il problema dell'eguaglianza sociale. Questa circostanza, e forse
più ancora la decadenza della nobiltà dopo la liberazione dei conta-
dini, diede un forte impulso al problema dell'emancipazione delle
donne assicurando loro una vittoria quasi totale.
E' in nome del matrimonio che la donna viene asservita. Da ciò
si deduce che elevando la voce per la difesa di questi diritti essa ri-
vendica la libertà in amore e nel matrimonio. Avvenne così nel mon-
do antico; avvenne allo stesso modo anche nella Francia del XIX
secolo all'epoca di George Sand. E fu così anche in Russia.
Ma presso di noi, la questione femminile non ha avuto certi li-
miti: "la libertà in amore" non si fermò all'esigenza dello sceglier-
si il marito. Molto presto le donne compresero che la cosa più im-
portante era ottenere la libertà in sé, e abbandonarono il problema
dell'amore alla decisione individuale. Dato che la libertà è incon-
cepibile senza l'indipendenza economica, la lotta assunse un altro
aspetto: il suo scopo fu quello di permettere alle donne di accedere
all'istruzione e alle professioni superiori alle quali gli uomini poteva-
no accedere con l'istruzione.
Questa lotta fu lunga e accanita; trovò sulla sua strada l'ostacolo
della nostra famiglia patriarcale e antidiluviana. Le donne russe mo-
strarono in questo campo molta più abilità ed eroismo e conferiro-
no a questa lotta lo stesso carattere appassionato che ha caratteriz-
zato i nostri movimenti sociali dagli ultimi tempi. Alla fine vinse la
donna ed anche il governo fu obbligato a riconoscerlo.
Nessun padre oggi taglierebbe le treccie alla figlia insubordinata
perché vuole andare a Pietroburgo a studiare medicina e ad assiste-
102 Appendice

re a certe conferenze. La ragazza non si trova più nella necessità


di fuggire, per questo rimane con i genitori. I suoi amici nichilisti
non devono più ricorrere al matrimonio fittizio 12 per permetterle
di divenire indipendente.
Il nichilismo ha vinto su tutta la linea e non gli resta che riposare
sugli allori. I due principi primi della trinità dell'ideale nichilista,
proclamati nel romanzo Che fare? — la libertà di pensiero e una com-
pagna colta per l'uomo erano ormai divenuti effettivi. Non restava
che il terzo: un lavoro razionale. Ma dato che il nichilista è un uo-
mo intelligente e che la Russia ha un gran bisogno di gente istruita,
egli può tranquillamente trovarsi un lavoro di suo gradimento.

13
Costume in uso presso i nichilisti che consisteva nel chiedere in sposa
una ragazza per liberarla dalla tutela della famiglia. In seguito i giovani si se-
paravano senza che il matrimonio venisse consumato. Nel Che fare? Vera
Pavlovna e Lopuchof si danno l'una all'altro parecchie settimane dopo il ma-
trimonio.
Wanda Bannour

I nichilisti e la lotta contro l'estetica

La lotta di Cernisevskij contro l'estetica - più precisamente con-


tro una certa estetica, l'estetica detta "idealista" di Th. Fischer, nella
quale Cernisevskij vede una ripresa delle tesi di Hegel — dev'essere
rapportata alla sua filosofia empirista, materialista ed utilitarista. Hu-
me, Feuerbach, Mill, questi sono i pensieri che hanno nutrito la sua
riflessione e suscitato la sua adesione.
Quando scrive le sue tesi, nel 1854, Cernisevskij sogna ancora
l'insegnamento. Queste tesi gli permetteranno di ottenere una cat-
tedra. Esse non devono tuttavia dare un'idea errata della visione
del mondo che si elabora in lui; la sua lotta sociale e politica può
sembrare estranea a queste ricerche universitarie. E tuttavia la scel-
ta dell'estetica non fu accidentale. Prima di Marx, Cernisevskij
fiuta, nelle idee estetiche il mezzo, per l'ideologia regnante, di assi-
curare il suo dominio sugli spiriti. Il professor Pletnev che presie-
deva la commissione di Cernisevskij non si è sbagliato quando ha
criticato il lavoro dello studente considerandolo come un mimare
la grandezza, fino ad allora incontestata, di Hegel.
Il trono zarista, ancora stabilito sul diritto feudale, cerca la sua
giustificazione e il suo sostegno nell'ideologia spiritualista invocando
a suo sostegno ortodossia ed hegelismo. Un Hegel mal letto, mal
compreso, mal digerito, manipolato grossolanamente e cinicamente
dai cani da guardia del regime. Tutto quanto fiorisce vicino o lonta-
no al materialismo e all'ateismo è visto come qualcosa di suscettibi-
le di impatto rivoluzionario. Da qui la reticenza, la sfiducia, l'avver-
sione che accolsero le tesi di Cernisevskij.
A leggerle oggi, ci viene da sorridere pensando al carattere minac-
cioso che è stato loro imputato. Cosa vi troviamo? Una difesa ap-
passionata della realtà e della vita, un'affermazione della loro prio-
rità su quella "rappresentazione" o su quella "riproduzione" che cer-
nisevskij considera come l'essenza dell'arte.
Cernisevskij ha letto Hegel troppo rapidamente; ovvero quello
104 Appendice

che egli ha letto è l'opera di Th. Fischer: Aesthetik oder Wissen-


schaft des Schöne.
Avendo avuto conoscenza di ciò che Hegel scrisse per scartare
la tesi secondo la quale l'arte sarebbe imitazione della realtà, l'es-
senziale dell'argomentazione di Cernisevskij avrebbe perso consi-
stenza. Senza dubbio.
Ma i suoi propositi consistevano nell'affermare con vigore che il
carattere subalterno e soprattutto secondario dell'arte si sarebbe
mantenuto. Ciò che troviamo in Cernisevskij sono i primi bagliori
di ciò che fiorirà in Russia sotto il nome di realismo socialista e che
porterà ad un'arte di decalcomanie e di calendari delle Poste. Meta-
morfosi procedente da un controsenso sull'arte, errore di cui i futu-
risti e i costruttivisti russi faranno le spese!
E tuttavia Cernisevskij è lontano dall'essere il boétiano, il baluardo
cui potrebbero ben far pensare alcuni passaggi delle sue tesi. Si ri-
trova in lui l'ardore di Platone o del Gorgia che vedeva nella cucina e
nel cesso la degradazione e la perversione della medicina — conce-
pita come igiene — e della ginnastica. Ciò che circonda Cernisevskij
non è l'arte, ma l'arte falsificata, la caricatura dell'arte. E' allo stes-
so modo che più tardi Pisarev congederà, non i poeti, ma i cattivi
poeti — gli sdolcinati e i sussurratori — in auge nella società raffina-
ta. Congederà egualmente i romanzieri delle "ragazze vestite di tul-
le" che considererà come complici dell'impostura e della menzogna
portata avanti dall'ideologia regnante.
Quella che combatte Cernisevskij, è un'arte di classe, l'arte della
preziosità e dell'artifizio, la stessa che combatteva Rousseau — Rous-
seau che fu uno dei maestri di pensiero di Cernisevskij.
Certamente la cultura artistica di Cernisevskij presenta molte
lacune. Ed egli lo sapeva bene; parlando di sé, scriveva infatti: "sono
un artista molto mediocre... tutta la mia forza viene dalla potenza
del mio pensiero". L'interesse di Cernisevskij è molto più di carattere
politico e sociale, di carattere "antropologico", che metafisico o
estetico.

* * *

Pisarev ha assimilato le tesi estetiche e le ha lungamente esposte


in uno dei suoi articoli. Tuttavia da Cernisevskij a Pisarev non vi è
Appendice 105

ripresa o progresso, ma approfondimento e trasformazione. Pisarev


è altamente conscio dell'importanza del dibattito sull'estetica,
del carattere politico delle opzioni estetiche. Egli ha compreso che
i teorici dell'arte per l'arte non sono degli idealisti disinteressati, che
le loro scelte fanno il gioco del regime, e che, in quanto tali, i canti
dell'usignolo e sulla rosa sono strumenti di menzogna e di sfrutta-
mento. Questo è necessario sapere per comprendere il carattere am-
biguo che la storia letteraria ha conferito al nichilismo pisareviano.
E' in effetti al nome di Pisarev che si trova attaccata l'etichetta
del nichilismo, impiegata nel suo senso degradato e imbastardito,
significante non so quale gusto perverso per la distruzione. E, infatti,
uno degli articoli di Pisarev si intitola "La distruzione dell'estetica".
Non ci lasciamo prendere dalle parole. Ciò che Pisarev vuole di-
struggere non è l'estetica, né, a maggior ragione, l'arte. Ciò che vuole
distruggere è un tipo di pensiero procedente da una certo tipo di
politica.
Ciò che la critica pisareviana combatte è l'ideologia reazionaria
di coloro che nel nome dell'arte per l'arte camuffano, sotto una teo-
ria estetica che nasconde lo pseudo-interesse per l'arte, il più ignobile
conservatorismo. Ci è sufficiente riportare l'esempio di Fet, celebra-
tore del canto dell'usignolo e delle rose odorose, oppressore dei mu-
gik, denunciatore e schernitore dei rivoluzionari. L'arte eterna, sub-
strato dei casi della storia, offre un delicato rifugio a tutti coloro
che, contro le forze ascendenti del socialismo democratico, si abbar-
bicano all'ideologia del diritto feudale che garantisce e mette al si-
curo i loro privilegi. La tradizione conserva l'esempio degli stivali
— ricordando la frase del nichilista Bazarov nel romanzo di Turge-
nev, il quale afferma che un calzolaio è più utile di un Raffaello,
frase ripresa ironicamente da Dostoevskij ne I demoni. Se Pisarev
parla di stivali e di macchie d'inchiostro 1 non è in nome di un uti-
litarismo limitato, ma soprattutto per precisare che il calzolaio è
preferibile, non ad un poeta, ma ad un cattivo poeta. Questo nel sen-
so del pensiero pisareviano, ammiratore di quei "titani del pensiero
e dell'immaginazione che furono Dante, Shakespeare, ecc". Su que-
sto punto, egli è già nell'ottica di Cechov che ne La cicala descrive

1
Cfr. il nostro estratto "Che cos'è un poeta?"
106 Appendice

questa specie di Madame Verdurin che si estasia su tutto quanto è


ARTE — e che, in effetti, non è che paccottiglia e snobismo — ma
che è anche così stupida e impietosa nella sua vita priva di giudi-
zio e di vero talento artistico.
Certo, abbiamo pieno diritto di sorridere nel leggere il passo in
cui Pisarev, confondendo giudizio estetico e giudizio di gusto — sen-
za dubbio non ha ben letto Kant — mette nello stesso sacco Beetho-
ven e un grande cuoco di fama 2 . Questi dice, sappiamo riconoscere
la sottigliezza e la pertinenza delle sue analisi dal carattere sogget-
tivo e ideologico dei pretesi giudizi estetici, la denuncia del dispo-
tismo dei dettati estetici diffusi dalla classe dominante. Pisarev scri-
ve a chiare lettere la parola politica per designare la funzione dell'
arte. Ma non inganniamoci. Non si tratta di jdanovismo, ma dell'af-
fermazione secondo la quale la vera arte è quella che sa penetrare il
reale nella sua profondità e dare non una visione parziale ed astrat-
ta ma un'espressione totale, profonda, cosa che è d'altronde prero-
gativa di tutti coloro cui l'umanità ha dato l'appellativo di geni. La
forza titanica del poeta, per riprendere un'espressione di Pisarev,
è in questa espressione che sa svelare i germi e il dinamismo del rea-
le — cosa che fu propria sia a Shakespeare che ad Heine.

2
Cfr il nostro estratto "Dei giudizi estetici come giudizi di gusto".
Indice

Introduzione 5
Cenni biografici 17

Cernisevskij, Sui rapporti tra l'arte e la realtà M


Cernisevskij, L'Utopia ovvero II quarto sogno di Vera Pavlovna .'H
Dobroljubov, Un raggio di luce 4l)
Pisarev, Estetica e ideologia S7
Pisarev, Che cos'è un poeta? <>4
Pisarev, Dei giudizi estetici come giudizi di gusto (•>')
Pisarev, Arte e società 71

Appendice
Gogol, Lettera ad un proprietario fondiario 77
Belinski, Risposta a Gogol (15 luglio 1847) «4
l
Stepniak, Il nichilismo >7
Bannour, I nichilisti e la lotta contro l'estetica 103
Cernisevskij/Dobroljubov/Pisarev

ESTETICA NICHILISTA
I primi fermenti per la libertà e l'uguaglianza
nella Russia autocratica del secolo scorso

Acerrimi critici di ogni tradizionalismo, rivoluzionari all' "ul-


timo sangue", dissacratori e dissacrati, i nichilisti lavorarono e si
impegnarono per tirar fuori la vita dalla morte, l'azione dall'indo-
lenza, riuscendo a dare uno slancio vivo e positivo ad una Russia
sopita e bigotta, sottomessa intellettualmente alle direttive stori-
che e politiche che venivano fuori dalla situazione instaurata dal-
la fittizia liberalizzazione delle riforme di Alessandro II.
Tutti i valori vengono attaccati, tutto viene posto in discus-
sione: la rassegnazione che grava silenziosa su milioni di servi e
schiavi, la schiavitù domestica della donna, la schiavitù coniugale,
la frustrazione dei fanciulli, l'uccisione della personalità, il paterna-
lismo, l'ingiustizia, la disonestà, la cupidigia. Le lacrime purifica-
trici e salvatrici di Dostoevskij non sono più sufficienti. Non più
piangersi addosso, ma versare lacrime di rabbia e di rivolta.

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