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Biforcazioni pericolose

Scritto da MarioEs
giovedì 18 settembre 2008

Per avere una epistemologia complessa occorre una teoria della complessità , che oggi esiste e sta
permeando gradualmente il modo di pensare scientifico e umanistico tentando anche una sorta di
riconciliazione fra i due diversi modi di descrivere la realtà.

In base alla teoria della complessità, le modalità in cui avviene l'evoluzione e, quindi, il cambiamento
dei sistemi adattivi complessi (la società e la cultura costituiscono indubbiamente un sistema "molto
complesso") sarebbero caratterizzate dalla formazione di biforcazioni in "momenti particolari" in cui
da uno stato di "stabilità" (sempre relativamente temporaneo e comunque complesso) si comincia a
creare una turbolenza caotica (detta instabilità critica, che corrisponde ad un aumento di
disordine) sempre più marcata che determina l'innesco di un processo di"reazione a catena"
complesso (auto-organizzazione, emergenza dal basso, causalità circolare, apprendimento ed
evoluzione try and learn, ologrammaticità, ecc.), che porta il sistema ad evolvere verso un nuovo stato
di (temporanea) stabilità una volta superato un punto di discontinuità (la predetta biforcazione) nei cui
pressi il sistema si trova nella possibilità di imbocccare "strade divergenti".

Tali punti di biforcazione sono caratterizzati da :

1. Irreversibilità
2. Casualità
3. Disordine
4. Non linearità
5. Mancanza di equilibrio

Inoltre, un altro caposaldo della teoria della complessità è che il futuro è imprevedibile (impossibilità
di fare previsioni sul futuro, anche se ovviamente si possono ipotizzare scenari differenti), ma che
tramite un approccio multidisciplinare è possibile conoscere e dare una spiegazione alla realtà in cui
viviamo nelle sue varie dimensioni, ossia quella fisica, biologica, chimica, sociale, antropologica,
politica, culturale.

L'imprevedibilità (pensiamo ad esempio al principio di indeterminazione di Heisenberg nella


meccanica quantistica) è, in definitiva, la vera dimensione in cui siamo "costretti a vivere" ed agire
ed alla quale i teorici della complessità ci dicono che dobbiamo non solo abituarci, ma considerare come
un'opportunità.

Tags :brain 2 brain teoria della complessità biforcazioni auto-eco-organizzazione

Il fatto è che l'uomo per sua natura non ama l'imprevisto e, anzi, il nostro stile di vita e la nostra
cultura (occidentale) sono improntati in massima parte a cercare di anestetizzare il senso
dell'imprevisto che da sempre ci chiude in una morsa di dubbi, incertezze e, soprattutto, di paure
ancestrali.

Ecco allora che la società dei consumi ci tranquillizza e ci protegge da un lato con le sue fantasiose
soluzioni creative ad ogni nostro bisogno o desiderio (spesso indotto in un processo di causalità
circolare) e dall'altro con le sue mode ed i relativi meccanismi di identificazione tribale.
Del resto, già molto tempo fa Lorenzo il Magnifico asseriva che "Chi vuol esser lieto sia, del diman
non c'è certezza. Quant'è bella giovinezza che si fugge tuttavia!", una frase in cui è un pò
riassunto il dramma umano e la sua intrinseca dimensione tragica: da una parte l'imprevedibilità del
futuro e dall'altra la caducità e l'incessante divenire della vita, due temi vecchi quanto l'Homo sapiens
sapiens (ed anche più, ma ne mancava la coscienza ...).

Ci troviamo oggi, invece, come non pochi asseriscono, proiettati a forte velocità ed in
accelerazione progressiva verso l'orlo del caos dove una miriade di variabili interagiscono fra di
loro dando origine ad un "cocktail" potenzialmente esplosivo se non addirittura letale per la nostra
specie.

Crisi geopolitiche sempre più frequenti (la recente guerra in Georgia e la crisi diplomatica Nato-
Russia sono solo gli ultimi di una serie numerosa di eventi drammatici dalla caduta del muro di
Berlino), cambiamenti climatici ed ambientali, crisi economico-finanziaria internazionale
ormai conclamata (vedi dichiarazioni di Bernanke e del nostro Draghi ), tensioni dovute al continuo
flusso immigratorio dai paesi sottosviluppati, sono solo alcune delle emergenze più evidenti che
incombono come la famosa spada di Damocle sulle nostre teste.

Come reagisce il nostro complesso sistema socio-culturale e politico-economico a questa turbolenza


caotica in cui sembra che ormai siamo immersi fino al collo?

Quali sono i segnali deboli che dobbiamo osservare al fine di non restare letteralmente schiacciati
sotto il peso del prossimo cambiamento che dovrebbe seguire all'attuale "orlo del caos"?

Quali le auspicabili azioni politiche ed economiche?


E' davvero gestibile tutto questo caos che abbiamo innescato?

I dubbi sono tanti e come sempre si tende a vivere guardando non molto lontano dall'orizzonte del
proprio orticello, sperando che qualcosa accada.
I "potenti della Terra" dovranno pur risolvere questo casino!, pensiamo più o meno tutti secondo un
approccio tipicamente "top down".
Del resto cosa altro si può fare? ...

Il caos (o la estrema complessità se si preferisce) imperante dei nostri giorni è e sarà, a mio parere, un
vero e proprio test per l'efficacia e l'efficienza dei nostri sistemi democratici e la loro capacità di
rispondere positivamente al "punto del caos", come lo ha chiamato Ervin Laszlo nel suo recente libro
"Il punto del caos" (di cui ho parlato tempo fa) dai toni quasi "profetici".

Ma come sono cambiati questi sistemi democratici negli ultimi 20 anni, ossia dalla caduta del muro di
Berlino?
Siamo più democratici o meno democratici? Siamo più conservatori o più tesi verso il cambiamento?
Siamo più fiduciosi nel futuro o più sfiduciati?

Tutte domande che indubbiamente richiederebbero dati statistici documentati per poter delineare una
risposta "tradizionale", ma non è quello che farò nei prossimi post.

La Rete è piena di analisi e di dati, di cui magari mi avvarrò "qui e là", ma quello che intendo proporre
è unariflessione personale - decisamente meno "formale" - attraverso una breve "biografia storica",
che cercherà di delineare molto sinteticamente i principali cambiamenti (politici, socio-economico-
culturali, noologici) che , a mio parere, hanno caratterizzato questi 20 anni post 1989 (prenderò il
crollo del muro di Berlino come evento epocale), per tentare di capire (parola grossa ...) da un lato
come siamo arrivati a questo stato di turbolenza caotica e di cercare di ipotizzare dall'altro, senza per
altro pretese scientifiche di sorta, se siamo vicini o meno ad una biforcazione del nostro sistema
auto-eco-organizzato, come lo definisce Edgar Morin, o se, invece, magari la biforcazione c'è già
stata e ... non ce ne siamo accorti...

to be continued ...

Note:

Per chi volesse approfondire gli spunti teorici relativi alla complessità presenti in questo post segnalo
che essi sono tratti in massima parte dal libro Prede o Ragni, Uomini ed organizzazioni nella
ragnatela della complessità,di Luca Comello e A. De Toni
SECONDA PARTE

(L'orlo del caos, nda) E' una zona di conflitto e di scompiglio,


dove il vecchio ed il nuovo si scontrano in continuazione.
Trovare il punto di equilibrio è una faccenda delicatissima:
se un sistema vivente si avvicina troppo al margine,
rischia di precipitare nell'incoerenza e nella dissoluzione;
ma se si ritrae troppo diventa rigido, immobile,totalitario.
Entrambe queste evenienze portano all'estinzione.
L'eccessivo cambiamento è letale quanto l'eccessivo immobilismo.
I sistemi complessi prosperano solo al margine del caos.
Ian Malcolm

La caduta del muro di Berlino nel 1989 è un esempio "da manuale" di come da uno stato di apparente
"stabilità" e di solido ordine costituito, nella fattispecie il bipolarismo Usa-Urss costituitosi dopo la
seconda guerra mondiale, si possa verificare un evento apparentemente improvviso ed imprevisto dal
quale poi si innesca un processo a catena, che, attraverso un aumento del disordine, porta il sistema
verso un nuovo stato ed un nuovo ordine o, meglio, un nuovo "disordine ordinato" (che viviamo
evidentemente ancora oggi ...).

Chi lo aveva previsto? Eppure è accaduto ... e soli 2 anni dopo l' Urss, il grande nemico dell'Occidente,
si è dissolta dando origine ad un processo di "balcanizzazione" che avrebbe interessato
drammaticamente le sue ex repubbliche e la zona d'influenza dell'Europa orientale (ex Jugoslavia in
primis).

Nella storia, dunque, accadono degli "eventi di rottura" (quasi sempre le guerre), che rimescolano gli
equilibri internazionali e nazionali, che sono in molti casi inattesi e le cui conseguenze sono ancora più
imprevedibili (una sorta di "effetto butterfly").

La caduta del muro di Berlino, pertanto, può essere considerata come una biforcazione epocale le cui
implicazioni sulla sfera politica, economica, socio-culturale, psicologica e noologica sono state talmente
dirompenti (qualche studioso ha infatti ritenuto che il XX° secolo - il cosiddetto "secolo breve" - si sia
in realtà chiuso con essa ), da avviare le premesse per una fase di crisi più che di stabilità.

Il crollo del comunismo "reale" e, di pari passo, il trionfo del capitalismo (neo-liberista) non sono stati
eventi senza ripercussioni sulla coscienza collettiva e sull' "inconscio collettivo" , oltre che su quelli
individuali : è stata la vittoria schiacciante di un paradigma ideologico su un altro paradigma ideologico
concorrente.

Il paradigma capitalistico è stato, dunque, "premiato" dalla Storia, che ha sancito che comunismo e
marxismo sono "il Male" e regimi politici ed ideologie destinati a distruggere qualsiasi stato, essendo
sinonimi di anti-democraticità, ingiustizia, illiberalità, totalitarismo, sfruttamento, e, soprattutto, di
grave inefficienza economica.

La storia la fanno i vincitori, questo si sa, per cui il paradigma capitalista - l' "highlander" - ha potuto
dal 1989 ergersi ad unica forma di possibile organizzazione giusta, efficace ed efficiente del mondo:
non esistevano più "alternative".

La profonda interconnessione fra sociosfera, psicosfera e noosfera, riproponendo lo schema sistemico di


Edgar Morin, ha di conseguenza determinato una intima interiorizzazione di questo nuovo status quo
in cui, improvvisamente, veniva a mancare il Nemico ed il Male ed in cui il vero vincitore non era tanto
il blocco occidentale, inteso come entità politico-militare omogenea, quanto la sua rappresentazione
simbolica e paradigmatica espressa da Tecnica (la mente) ed Economia (il braccio), entrambe unite
sotto l'egida del Mercato (la forma).

Fukuyama all'epoca parlò di fine della Storia, ipotesi che gli ha sicuramente provocato "qualche" ironica
critica relativa alle sue capacità previsionali visti poi gli accadimenti "tristemente storici" successivi, ma
indubbiamente il concetto di "fine" inteso piuttosto come "discontinuità" e mutazione genetica rispetto
al passato è innegabile, tanto che anche linguisticamente dal 1989 abbiamo una proliferazione di "post-
qualcosa" (post-moderni, post-ideologici, post- industriali, post-guerra fredda, ecc...), perché in tutti i
settori si delinea una discontinuità rispetto al passato.
Il concetto di "fine", in qualche modo, ha anche a che fare con quello di "disincanto del mondo", che
ormai davvero non può più riservare sorprese essendo accaduta l'inconcepibile ed inimmaginabile
sconfitta dell' "Impero del Male".

Dopo la "morte di Dio", la morte del Male.

Adesso la cultura occidentale è per la prima volta (almeno così sembrava...) padrona del suo futuro e di
un progresso che si intravede lineare e continuo.

D'altro canto, emerge "improvvisamente" un mondo globalizzato ed in accelerazione tecnologica ed


economica in cui l'imperativo è la libera e veloce circolazione di merci, servizi, capitali, informazioni e
persone ed in cui si cominciano ad affacciare nuove realtà "minacciose" come la Cina e l'India (in
misura minore ed "amichevole" il Brasile).

Se ipotizziamo il mondo come sistema complesso costituito dai seguenti (sotto) sistemi:

1. Antropo-socio-culturale, costituito dai sottosistemi:

a. Tecnologico
b. Politico
c. Economico
d. Sociale ed etico-estetico

2. Psicologico

3. Noologico,

tutti compresi in un sistema più ampio che è la biosfera, possiamo provare a delineare i principali
aspetti del cambiamento e andare alla ricerca di eventuali altre biforcazioni intercorse dal 1989 ad oggi.

to be continued ...

TERZA PARTE

"Diffidate della verità, commette sempre errori"


Romain Gary

Il più grande cambiamento dopo il 1989 in ambito tecnologico è lo sviluppo e la diffusione del World
Wide Web, cioè in sintesi di Internet.

Tanto si è scritto e tanto si scriverà ancora su Internet, per cui non mi dilungo se non per osservare in
prima battuta che questo innovativo strumento di comunicazione rappresenta indubbiamente una forte
discontinuità con il passato del mondo della comunicazione e della narrazione umana.

Paragonabile a questa svolta epocale, ma in campo bio-tecnologico, è senza dubbio il sequenziamento


del genoma umano avvenuto nel 2000 ad opera della equipe (privata) guidata da Craig Venter e di
quella (pubblica) di Francis Collins.

In politica, dopo la caduta del muro di Berlino, ci sono fondamentalmente due periodi a mio avviso ben
distinti ma al tempo stesso intimamente correlati: quello della "balcanizzazione" dell'ex impero
sovietico e poi la grande cesura rappresentata dall'attentato alle torri gemelle dell' 11 settembre 2001
e le relative guerre che ne sono scaturite sotto l'egida di Bush figlio.
Mentre la NATO sopravvive "stancamente" a sé stessa, l'ONU entra in una profonda crisi, assieme a
quella conclamata degli stati-nazione (che devono anche fronteggiare regionalismi emergenti) da un
lato e, paradossalmente (ma anche qui, nemmeno troppo), della Unione Europea dall'altro.

In ambito economico, la globalizzazione irrompe soprattutto nei mercati finanziari e nelle


comunicazioni, mentre il commercio di merci e servizi avviene sotto forma di un arcipelago globalizzato
in cui buona parte degli scambi avviene con i partner dell'arcipelago (es. Nafta, UE).
Fenomeni come la delocalizzazione produttiva e la forte concentrazione della ricchezza sono sintomatici
della nuova economia neo-liberista, accompagnati da una crescente inadeguatezza delle istituzioni
internazionali come il FMI, la Banca Mondiale ed il WTO a risolvere le sempre più frequenti crisi.
Emergono la Cina e l'India non solo come come grandi potenze politiche regionali, ma come grandi
player economici globali.

Il sistema economico mondiale si basa sui consumi (e non sulla produzione) e sulla loro continua
produzione.

Ne consegue il potente (ma pericoloso) business dell' industria dell'indebitamento dei consumatori e del
settore immobiliare, che porterà gradualmente il sistema ad una serie di bolle speculative di cui quella
immobiliare, dopo quella azionaria, è in fase di "sboom" a detta di diversi esperti (notizia di ieri la
nazionalizzazione di Freddie Mac e Fannie Mae negli Usa del libero mercato ...).

La società gradualmente, ma nemmeno tanto, si "ri-tribalizza" e tende contestualmente a disgregarsi


verso forme di atomizzazione individuale e di chiusure solipsistiche.
Nascono "nuovi miti" (l'accelerazione impressa dalla tecnologia informatica, la cultura cyberpunk,
quella degli hacker...) e "nuovi totem" (i prodotti della tecnica), l'identità si dissolve nell'identificazione
nei modelli proposti dalla società dei consumi (i marchi commerciali, i gruppi musicali...).
Dilaga l'Homo consumens e allo sviluppo tecnologico spesso si affianca il sottosviluppo psicologico e
culturale.

Appare sempre più netta la divisione fra tecno-oligarchie e consumatori (sempre meno "cittadini"), utili
alle prime per perpetuare il proprio potere tecno-economico, l'unico che davvero conta.
L' iper-specializzazione è la dimensione socio-culturale dominante ed il suo risvolto negativo è
rappresentato da una "devitalizzazione del pensiero" e da un inesorabile processo di normalizzazione.

Ma, come direbbe Hegel, la ragione è astuta e trova sempre una breccia per poter aggirare le gabbie in
cui può venirsi a trovare.
Il "neo-tribalismo" come fenomeno etico ed estetico ne è una dimostrazione e ne ho parlato in post
precedenti a cui rimando.

Qui ricorderò come questo riaffiorare del dionisiaco (quindi della parte "demens", come direbbe Edgar
Morin, dell'Homo Sapiens) nelle relazioni sociali e cyber-sociali sia una sorta di naturale reazione al
formalismo razionalistico (tecno-scientifico-capitalistico) di cui è ormai saturo il paradigma culturale
occidentale.

In poche parole, dopo il 1989 il mondo si fluidifica ed accentua la sua complessità in maniera
esponenziale di pari passo all'intensificarsi di una sempre maggiore interdipendenza globale di tipo
tecnico - economico - finanziario - informazionale.

Non è chiaro, a mio parere, se gli accadimenti dell' 11/9 siano da considerarsi una ulteriore biforcazione
epocale rispetto al 1989 o, piuttosto, un grave, ma pur sempre episodico, evento della storia successiva
al crollo del bipolarismo USA-URSS.

Diciamo che, probabilmente, si potrebbe trattare di una "biforcazione di livello inferiore" o di pari livello
rispetto a quella dell' 89, in grado però di generare una maggiore perturbazione negli equilibri
internazionali.
Ma, tutto sommato, ha una importanza relativa il grado della biforcazione essendo comunque un
evento di grande rilevanza geopolitica.

Indubbiamente, l'impatto scioccante sulla psicologia individuale e collettiva è stato fortissimo tanto da
causare un ulteriore ripiegamento su sè stessa della già provata (e alienata) coscienza dell'uomo
occidentale e dare il via libera ad una fase di "iper -securizzazione" e di conservatorismo
"immunologico".

L'influsso sul sistema psico-noologico è stato dirompente.

Un crollo delle ultime certezze, già per altro offuscate dall'incertezza intrinseca del sistema di vita
basato su tecnica e capitalismo e caratterizzato da quello che Gunther Anders definiva "gap
prometeico" (cioè distanza e inadeguatezza) rispetto alla tecnica (ricordo che Anders definiva, tra
l'altro, l'uomo non più come pastore dell'essere - definizione di Heidegger - ma come "pastore delle
macchine").

Ma quale è l'imprinting culturale di questa nebulosa caotica seguita ai predetti eventi epocali?

to be continued ...

QUARTA PARTE
"Tutte le vostre paure sono paure di mortali,
ma tutti i vostri sogni sono sogni da immortali"
Seneca

E' notizia di questi giorni il fallimento della banca d'affari Lehman Brothers e dell'intervento della FED
americana per il salvataggio del colosso assicurativo American International Group (Aig) con ben 85
miliardi di dollari di prestito.
Altri colossi sembrano vacillare, le Borse crollano.

Fulmini a ciel sereno?

Sicuramente no (come sempre i segnali, nemmeno tanto deboli, c'erano...), ma si tratta certamente di
un grave colpo per il sistema economico e per i sempre più "disgraziati" consumatori americani (e non
solo...), che cominciano a questo punto a preoccuparsi davvero per il loro futuro.

Il mercato dei prestiti alla fine, dunque, ha fatto "sboom": con i sentiti ringraziamenti della Lehman ai
propri dipendenti per i meravigliosi anni trascorsi assieme ...

Ecco l'aspetto culturale : è stato bello vivere "alla grande" finché è durato.

Parto dalla cronaca di questi giorni per evidenziare come sia palese la logica sottostante la vicenda dei
mutui americani e della crisi attuale: sfruttare il più possibile l'onda del momento perché del "diman
non v'è certezza".

Logica di breve periodo ed edonismo finanziario (chiamiamola anche euforia irrazionale alla R. Shiller
maniera) da un lato e sfruttamento dei risparmiatori e dei lavoratori dall'altro.

Sembrerebbe, quindi, che la formula dell' "homo homini lupus" - nonostante lo sviluppo tecno-
economico e socio-culturale occorso nei millenni - sia il grande leit motiv che accompagna la specie
Homo Sapiens (Sapiens) dalla sua comparsa - circa 40-50.000 anni fa - su questo ameno pianeta
Terra.

Eppure siamo convinti che sia Prometeo a fare dell' Homo Sapiens quella "specie speciale" che
crediamo di conoscere, che prevede il futuro e, quindi, lo domina con la tecnica.

Ma Prometeo oggi ha fallito, forse per sempre.

Tutto è incerto, tutto è sottoposto ad un divenire esasperato, il "caos" sembra essere la dimensione di
coltura delle nostre esistenze in cerca di senso e di stabilità, ma sempre più senza speranze e senza
slanci ottimistici.

Come dicevo nei post precedenti, il "disincanto del mondo" imperat.

Nel lavoro dominano la mobilità, il precariato, i contratti a termine, nella scuola diventa una novità
rimettere i voti come era nei "favolosi anni sessanta e settanta" (quindi il passato che ricompare come
formula rinnovatrice e "salvifica" del presente), i mass media ci bombardano con l'informazione
contradditoria del "tutto e del contrario di tutto" in uno streaming di eventi sconnesso, ansiogeno, ma
al tempo stesso anestetico (la crisi renderà l'Italia più forte, dice il ministro Tremonti ...) , dove prevale
il gusto per l'orrido e per la violenza e dove la realtà è creata a tavolino in funzione della sua narrazione
mediatica.

Non è un mondo molto convincente quello che si osserva in questi anni, ma molto probabilmente il
mondo non è mai stato "convincente", men che mai giusto.

Quella che certamente è aumentata esponenzialmente è la complessità della realtà in cui ci muoviamo
sempre più a fatica: un "piccolo" particolare, ma con enormi ripercussioni.

La natura umana, quella di Homo Sapiens dicevo, sembra essere rimasta immutata, ma costretta ad
adattarsi a condizioni mutevoli determinate in buona parte dalla Tecnica, dai suoi sviluppi e dalla sua
interazione circolare con società, cultura, specie ed individuo.
Un adattamento che vede i sistemi sociali, le culture e gli individui sempre più in balia degli eventi
contingenti e sempre meno capaci di costruire e programmare il proprio futuro, anzi forse sempre più
impegnati nella mera lotta per la sopravvivenza.

Un occhio attento al mondo ci farebbe scoprire che le "isole infelici" sono sicuramente maggiori di
quelle "felici" e che nello stesso "regno del benessere" occidentale la ricchezza è nelle mani di pochi ed
i molti sono quelli che si devono "arrangiare".

Non è pessimismo, ma dati di fatto determinati da povertà, guerre, criminalità, ideologie, nazionalismi,
fondamentalismi religiosi, tribalismi ed etno-centrismi.

Ho iniziato questa serie di post con il crollo del muro di Berlino come esempio di biforcazione epocale,
ma è evidente come la complessità abbia origini ben più lontane, come essa sia intrinseca alla stessa
organizzazione della Natura: noi non potevamo certo fare eccezione.

In tale contesto, la coscienza umana finisce quasi per essere lacerata da una intima dicotomia : da un
lato la sua naturale esigenza di "chiudere il cerchio", di dare senso alle cose, di inscrivere sè stessa ed
il mondo in un progetto "salvifico", dall'altro la coscienza sempre più chiara dell'andamento afinalistico
degli eventi, della loro intricata interconnessione, della loro sempre più mutevole e temporanea
interpretazione (quando non la totale incomprensione), ma soprattutto della loro crescente
imprevedibilità.

Su tutto domina la Tecnica ed i suoi effetti alienanti per chi - purtroppo molti - ne sono dominati
quando non ignorati ed emarginati (e asserviti).

La scienza stessa, dal suo canto, per certi versi ha "fatto cilecca".

Il fallimento della scienza riguarda il suo paradigma classico, quello della riduzione di un sistema alla
somma delle sue componenti, quello del metodo oggettivo ed impersonale, quello del progresso
lineare, quello del dominio dell'uomo sulla Natura e della previsione del futuro attraverso leggi
meccaniche.

C'è bisogno di un nuovo paradigma, ma quale?

Il grande puzzle sociale e culturale del mondo sembra procedere per inerzia e, sia a livello macro che
micro, con dei percorsi evolutivi estremamente differenziati e sconnessi fra di loro in quanto a
performance e logiche interne: una sorta di tendenza entropica generalizzata in cui il collante è
paradossalmente rappresentato dalla globalizzazione della finanza, dei commerci e delle comunicazioni.

Su tutto regna il "nuovo" dominatore globale di campo : il Dubbio.

Un dubbio rinnovato, un dubbio che nelle fasce di reddito meno abbienti diventa sconforto, apatia, o al
contrario aggressività e violenza in quelle meno alfabetizzate, mentre nelle elite culturali emerge
sempre più lampante la "fine di un'epoca" senza che però sia chiaro dove si diriga questo
complicatissimo fenomeno della natura chiamato genere umano.

Ecco che la scienza della complessità invoca una sorta di "l'unione fa la forza", con riferimento ad un
approccio interdisciplinare ed olistico e con una quasi-esaltazione dell'incertezza e del disordine come
fonti di vitalità e di opportunità.

Ma la Paura (con la p maiuscola) aumenta e con essa le reazioni "immunologiche" e "restauratrici" da


parte di chi detiene il potere economico e politico e da parte della società benpensante (e benestante).

La Paura diviene, pertanto, una utile alleata della politica per l'ottenimento del suo scopo principale: la
conservazione del potere, spesso fine a sè stesso e dominato da interessi di lobby.

Il percorso si fa camminando, diceva il poeta spagnolo Antonio Machado, ma aggiungerei io che quello
che fa o dovrebbe fare la differenza è lo spirito con cui si procede.

E quale sia questo spirito, è cosa davvero arduo saperlo.

Lo cerco, però, ogni giorno negli sguardi della gente e mi sembra ... uno spirito complesso ... molto
complesso!

Che sia arrivato il momento di lavorare sullo "spirito" e sull' "anima" (e cosa sono)?
Forse, anzi sicuramente, si dovrebbe ripartire dal sistema educativo che invece, mi perdonino gli
addetti ai lavori, mi sembra più che altro un sistema di allevamento per polli e quindi per
"acefali" (pensiero unico e normalizzazione sono dominanti) con tanto di sorpresa finale: la Vita, questa
grande sconosciuta.

Non ne parliamo, poi, sulla selezione e la formazione della classe dirigente.

Concludo questo tema sulle biforcazioni auspicando una "vera biforcazione", ossia quella culturale e
paradigmatica: ma ho dei dubbi, in verità troppi.

Di qui in avanti le biforcazioni sono e saranno sempre più pericolose e dense di insidie.

Prepariamoci, se possibile, ad affrontarle.

Magari a gestirle.