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Che cos'è la mente estesa?

di Mario Esposito, 3 aprile 2011

Uno dei problemi fondamentali quando si parla del sistema cervello-mente è sempre
correlato al principio di causalità di cui ho già accennato in questo post (ed in questo,
che è quello successivo) dove parlavo della sovradeterminazione causale di Jaegwon
Kim e delle sue conseguenze teoriche.
In sintesi, sia che ragioniamo in termini di "psicologia ingenua" - ossia in termini
della nostra esperienza comune e delle credenze socio-culturali consolidate - sia che
osserviamo le svariate indagini che si svolgono nel settore delle scienze cognitive e
delle neuroscienze, le domande "Cosa causa cosa" e "Chi causa cosa" sono quelle che
sorgono immediatamente, oltre ovviamente a "Come funziona" e "Come è fatto", e che
ad una attenta analisi finiscono per creare non pochi problemi concettuali. Esiste, cioè,
una ipotesi sottostante che tutto ciò che accade dipende da una causa, per quanto
complessa essa possa essere.
L'idea di una causalità è per esempio alla base della ricerca in fisica delle particelle del
meccanismo di Higgs e del relativo bosone all'LHC di Ginevra: la domanda è da dove
deriva la massa delle particelle elementari e sapendo dal Modello Standard che
dovrebbe "nascere" dal meccanismo di Higgs lo si cerca utilizzando le collisioni ad
alte energie. Se si trova il "bosone di Higgs" allora il Modello Standard è corretto,
dunque se si trova sperimentalmente la "causa" ipotizzata allora il modello descrive
bene la realtà fisica (è una buona mappa del territorio). Come detto altrove, è
evidente che il meccanismo di Higgs in sè è una nostra costruzione fisico-matematica e
quindi non "esiste" in quanto tale, esso piuttosto appartiene alla ontologia materiale
(detta anche locale) della fisica nel senso che è un "ente" specifico di questa disciplina
che è sottoponibile a verifica sperimentale secondo i suoi metodi di verifica specifici.
Questo modo di procedere, dunque, caratterizza il metodo scientifico e pertanto anche
quando si studia il cervello si va alla ricerca delle risposte alle domande "Come
funziona" e "Chi/Cosa causa cosa", dove la seconda domanda è senz'altro
intrinsecamente legata alla prima perchè per dire come funziona un qualsiasi "ente
scientifico" (utilizzo un termine generico, immaginiamo ad es. la cellula o il cervello
stesso nel suo insieme), sia esso un processo fisico, chimico o biologico, occorre
trovare le relazioni fra quelle che si ritengono le sue parti costituenti fondamentali e
fra le relative proprietà da un lato e le eventuali relazioni con "il resto del mondo" -
cioè con ciò che non è definibile come quell'ente specifico di cui stiamo parlando - e
tutte queste relazioni inevitabilmente hanno a che fare, in linea teorica, anche con il
concetto di causa-effetto.
E' inimmaginabile pensare che se aumenta la temperatura di un corpo essa lo possa
fare senza una causa - endogena o esogena che sia - o che se una persona
improvvisamente impazzisce ciò non sia dovuto ad una causa che sia individuabile
nella sua biografia ma anche a livello neurobiologico.
Se è vero, però, che "nonostante la nozione di causalità non sia una nozione 'tecnica',
dotata di una chiara ed univoca definizione codificata nei manuali di qualche teoria
formalizzata, l'analisi causale dei fenomeni sembra parte integrante del ragionamento
scientifico tout court e dunque della fisica" (F. Laudisa, 2007) è altresì vero che esiste
una prospettiva anticausale (cit.) in cui viene data alla nozione di legge un posto
centrale dell'indagine scientifica ed in cui il concetto di causa è di fatto sostituito da
quello di spiegazione, mentre la causa in senso ristretto è assimilata a quella
aristotelica di causa efficiente (cosa ha prodotto cosa).
D'altronde, anche se sposiamo la tesi nomologica (legge fisica) dell'indagine
scientifica è evidente che il concetto di causa ha un proprio valore pratico ed
euristico ed è inoltre legato ad una nostra intrinseca dimensione cognitiva connessa
alla nostra peculiare scala di osservazione e quindi non può essere totalmente escluso
(sappiamo che se tocchiamo il fuoco ci bruciamo, quindi c'è un rapporto causa-effetto
fra il nostro atto e le sue conseguenze). In tal senso, la causalità può essere interpretata
come una relazione emergente tipica dell'agente cognitivo umano e del suo
accoppiamento con l'ambiente (cit.).
In questa ultima accezione, la nozione di causalità diventa un un nostro modo di
conoscere e descrivere la realtà e di farne esperienza e pertanto resta a tutti gli effetti
un tipo di relazione attraverso la quale possiamo spiegare gli eventi ed i processi che
osserviamo, a prescindere dal fatto se essa esista "davvero" nel mondo fisico
(immaginiamo ad esempio, vista l'attualità, la reazione a catena  di un reattore a
fissione nucleare).
La causalità diventa in tal senso, come qualsiasi concetto scientifico, una nozione
epistemologica e non ontologica (non pre-esiste cioè all'osservatore) e si può adattare
ad una descrizione dei processi fisici, chimici, biologici, psicologici e socio-culturali
anche se con non pochi problemi e non di rado con carenze di risultati fecondi o
quanto meno univoci.
Per questo motivo, occorre utilizzare questo concetto chiarendone di volta in volta i
limiti ed il significato (depotenziamento del concetto di causalità). In particolare,
occorre chiarire il rapporto che c'è fra causalità, determinismo e predicibilità.
L'esistenza di un processo deterministico non implica che tale processo sia predicibile
come dimostrano i fenomeni di caos deterministico dei sistemi fisici dinamici non
lineari che, pur essendo deterministici, sono estremamente sensibili alle condizioni
iniziali e quindi non sono predicibili se non sotto specifiche condizioni/limitazioni
(es. i fenomeni meteorologici) e mediante lo studio e la determinazione dei relativi
attrattori.
Inoltre, come insegna la meccanica quantistica, la famosa equazione di
Schrödinger è perfettamente deterministica (associa gli stati al tempo secondo una
data evoluzione matematica) anche se poi è con la misurazione che si "sceglie" un suo
valore di stato specifico (il cosiddetto "collasso della funzione d'onda"), che non è
predicibile in partenza, ma il "mondo dei quanti" è anche descritto dal principio di
indeterminazione di Heisenberg e da quello di non località - dimostrato da
fenomeni come l'entanglement -, per cui in tale ambito occorre ridefinire il concetto
stesso di causalità di cui un esempio può essere quello del filosofo della scienza Tim
Maudlin per il quale "Una coppia di eventi A e B si implicano causalmente a vicenda
quando l'evento B non si sarebbe verificato se l'evento A non si fosse
verificato" (mutua implicazione causale), che presuppone una causa comune (ossia
un evento) pre-esistente nel passato di A e B da cui discende ad esempio la predetta
relazione di entanglement. Ne consegue che la causalità, anche nel mondo quantistico
come in quello classico, non coincide con il determinismo (fra due stati s1 e s2 di un
sistema quantistico c'è solo una legge deterministica e non una relazione causale del
tipo che lo stato s1 causa quello s2) né tanto meno con la predicibilità, ma può
comunque essere ridefinita in altri modi (cioè il mondo quantistico non è
necessariamente a-casuale, come per altro la meccanica di Bohm evidenzia con le
nozioni di causa formale, informazione attiva e di ordine implicito ed esplicito )
con riferimento a concetti probabilistici (come in termodinamica) come quello di rete
causale ideato da Hans Reichenbach. 
Una rete causale sarà, molto in sintesi, la "direzione della maggioranza dei
processi" che avvengono nella rete considerata (Laudisa, cit.).

A questo punto, avendo introdotto e distinto le nozioni di determinismo (es. equazione


di Schrödinger), causalità (relazione cognitiva emergente osservatore - mondo
osservato, "mutua implicazione causale", "rete causale probabilistica", "ogni evento è
l'effetto di qualche causa", "causalità circolare", "causalità non lineare" ecc.) e
predicibilità (es. quella dei fenomeni meteorologici), possiamo farci la domanda che si
è fatto Alva Noe nel suo "Perchè non siamo il nostro cervello. Una teoria radicale
della coscienza", ossia da cosa deduciamo che la mente sia "causata" dal cervello,
cioè che sia un processo assimilabile alla digestione per lo stomaco e che in quanto
tale avvenga esclusivamente dentro il cervello e che pertanto sia solo quest'ultimo
il luogo dove avvengono i fenomeni mentali.
Da quello che si legge in numerosi articoli e ricerche dei neuroscienziati sembrerebbe
che la mente sia causata dai suoi stati neuronali e che quindi il cervello e la mente
siano la stessa cosa: tra i due ci sarebbe totale identità e un presunto "rapporto di
causalità esclusivo tra neuroni cerebrali e coscienza".
Secondo tale accezione, la coscienza è dentro il cervello e i suoi correlati sono solo (o
quasi esclusivamente) quelli fisici e neurobiologici dentro il cervello.
Nel prossimo post cercheremo di vedere come Alva Noe smonti tale idea "ingenua" e
come affronti il tema del confine fra il cervello, il corpo ed il mondo e proponga una
teoria - se vogliamo "eretica" - di cosa sia e come si causi la mente, la nostra
coscienza e, quindi, la nostra identità di esseri umani.

SECONDA PARTE

"Il nostro problema consiste nel fatto che abbiamo cercato la coscienza dove non
c'è. Dovremmo invece cercarla dove essa si trova. La coscienza non è qualcosa che
accade dentro di noi. Piuttosto, è qualcosa che facciamo o creiamo. Meglio: è
qualcosa che realizziamo. La coscienza assomiglia più alla danza che alla
digestione" (Alva Noe, 2010).

Fonte: http://
www.humanconnect
omeproject.org/
Possiamo iniziare da queste parole il nostro viaggio alla ricerca della "mente estesa",
ossia della coscienza che si realizza non solo e non tanto dentro il nostro cervello per
effetto dell'azione dinamica delle complesse connessioni neurali, ma come incontro e
profonda compenetrazione fra corpo, cervello e mondo (dove, ovviamente, corpo,
cervello e ambiente sono inscindibili).
La coscienza, in tale accezione, è fondamentalmente la nostra esperienza, che non è
solo il frutto delle "firme neurali" all' interno del cervello, pur sempre presenti ed
importanti, ma è sicuramente qualcosa di molto più complesso che attiene alla vita nel
suo insieme e nel suo dispiegarsi all'interno della rete articolata di relazioni con i
nostri simili.
Infatti, Alva Noe a tal riguardo afferma che "Per progredire nella comprensione della
coscienza occorre rinunciare alla microanalisi neurale interna. Il luogo della
coscienza è la vita dinamica dell'intera persona o dell'intero animale (quindi non solo
l'essere umano, nda) immersi nel loro ambiente. E' solo assumendo una prospettiva
olistica sulla vita attiva della persona e dell'animale che possiamo cominciare a
rendere intellegibile il contributo che il cervello da' all'esperienza cosciente" (cit.).
Occorre, dunque, uscire dalla visione di un cervello nella vasca e mettere al primo
posto dell'analisi l'essere vivente nel suo insieme. Quello che molte ricerche dei
neuroscienziati e degli scienziati cognitivi sembrano far emergere come assunto di
base è che il nostro corpo è una sorta di protesi robotica agli ordini di un cervello
"autonomo" (materialismo cartesiano) e quindi la verità sarebbe che "siamo cervelli
immersi in vasche riempite di liquido nutriente. Le nostre teste sarebbero le vasche ed
i nostri corpi i sistemi di supporto vitale che ci consentono di sopravvivere" (cit.).
E' davvero così? Siamo certi che questo tipo di analisi sia feconda di risultati?
Secondo Alva Noe decisamente no. "La coscienza non accade nel nostro cervello.
Questa è la ragione per cui non siamo ancora riusciti a dare una buona spiegazione
delle sue basi neurali" (A. Noe, 2010 cit.). Ed io concordo in buona parte con Alva
Noe, in quanto l'analisi dominante delle neuroscienze e delle scienze cognitive sembra
ancora essere variamente dominata da un riduzionismo di fondo che, seppur utile per
capire i singoli meccanismi neurologici e le connesse patologie, non può spiegare
l'emergenza ed il funzionamento della coscienza come proprietà complessa degli esseri
viventi e l'auto-coscienza come peculiare proprietà cognitiva degli esseri umani.
Aggiungerei che capire il funzionamento dei meccanismi della circuiteria
elettrochimica neurale non basta nemmeno per capire l'origine di una patologia
per poi curarla, come per esempio può essere la depressione (una delle malattie
sociali del nostro tempo), ma è altresì evidente come lo studio "riduzionista" di tipo
bio-chimico sia comunque molto importante per trovare delle terapie
farmacologiche, che si rivelano spesso (ma non sempre e comunque) un buon
supporto per cure psicologiche e comportamentali di più ampia portata.
Entra qui in gioco il più ampio discorso della causalità, al quale ho accennato nel
precedente post e dei correlati concetti di determinismo e predicibilità: l'idea
(neo)riduzionista si fonda essenzialmente sul principio di chiusura causale del
mondo fisico, sul quale occorre mettersi ben d'accordo essendo in ultima istanza
comunque un principio metafisico (non fisico come può essere la legge di
conservazione dell'energia) di tipo materialista. 
Esistono diversi modi di descrivere tale principio, i cui principali sono i seguenti:

1. Nessun evento fisico può avere una causa al di fuori del dominio fisico (Jaegwon
Kim, neo-riduzionismo);
2. Tutti gli effetti fisici possono essere in ultima istanza ridotti a cause fisiche
(versione riduzionista forte);
3. Qualsiasi evento fisico che ha una causa ha una causa sufficiente di tipo fisico;
4. Tutti gli effetti fisici hanno cause sufficienti di tipo fisico;
5. Tutti gli effetti fisici hanno una completa causa fisica;
6. Qualsiasi effetto fisico ha una storia fisica autentica e pienamente significativa;
7. Qualsiasi effetto fisico ha la sua occorrenza determinata solo da eventi fisici;
8. Nessun effetto fisico ha una causa non fisica;
9. Effetti fisici hanno solo cause fisiche;
10. Qualsiasi volta in cui qualche evento fisico ha una causa, esso ha una causa
sufficiente di tipo fisico;
11. Se non si da' il caso che accade A, allora B non accade (logica controfattuale).

Inoltre, dobbiamo intendere per :


a. causa necessaria : Se x è causa necessaria di y, allora la presenza di y
necessariamente implica la presenza di x. La presenza di x, comunque, non implica
che y si presenterà.

b. causa sufficiente: Se x è causa sufficiente di y, allora la presenza di x


necessariamente implica la presenza di y. Comunque un'altra causa z può può
alternativamente causare y. Così, la presenza di y non implica la presenza di x.
Si può notare che nei vari modi di enunciare il principio di chiusura causale, tranne in
quello forte al punto 2. dove si parla esplicitamente di riduzione sempre e comunque a
cause fisiche, alcuni (versione "debole") menzionano la causa sufficiente per cui se
con y intendiamo la coscienza come "effetto fisico" e con x i "correlati neurali" non si
può escludere a priori che possa esistere un'altra causa z (non strettamente fisica),
diversa da x, che possa causare y, mentre gli altri più in generale tendono in diversa
maniera ad escludere che la coscienza possa essere causata da cause non fisiche,
essendo la coscienza stessa un evento fisico (p.e. Jaegwon Kim). Più generale e
"alternativa" è la versione controfattuale di cui ho già parlato nel post precedente, che
non fa ipotesi sulla natura - fisica o meno - della relazione causale, ma solo sul
manifestarsi contestuale (mutua implicazione causale) di x e di y.
L'obiettivo, in fin dei conti, è quello di escludere il mistero e principi metafisici di
tipo "spirituale" dalla spiegazione della coscienza, per cui se partiamo da questo
assunto anche noi, ossia se facciamo una ipotesi di tipo naturalistico e materialista
(non solo nel senso fisico di materia-energia-informazione, ma anche di tipo socio-
culturale), possiamo continuare a parlare di coscienza in senso più ampio seguendo
Alva Noe e il suo riferimento a due tipi fondamentali di correlati della mente:
quello del corpo-cervello e quello dell'ambiente-mondo.

Siamo ormai abituati a parlare del cervello sulla base di quanto emerge dalle ricerche
effettuate con tecniche come la fMRI, la PET, la TAC, l'EEG o la recente e
promettente optogenetica, quindi assumendo che i dati forniti da tali tecnologie
possano corrispondere ai correlati neurali della mente e quindi dimostrare che uno
stato di coscienza dipenda causalmente ed esclusivamente dall'attivazione di una certa
area cerebrale: queste tecnologie rappresenterebbero, in ultima istanza, delle
"macchine leggi-pensieri" e ci potrebbero spiegare tutto ciò che c'è da sapere sulla
mente. In tal senso, Alva Noe ci mette in guardia dalla potenziale nascita di una nuova
frenologia in cui si ipotizzi che ci sia una perfetta corrispondenza fra i dati del "brain
imaging" e gli stati mentali e di coscienza. L'esempio che il nostro autore fa è quello
degli stati vegetativi permanenti, dicendo che "i pazienti che si trovano in uno stato
vegetativo permanente mostrano una marcata riduzione del metabolismo cerebrale
globale, così come avviene per i soggetti che si trovano nella fase del sonno cosiddetta
'a onde lente' o per i pazienti sottoposti ad anestesia. Tuttavia questi ultimi si
svegliano e sono in grado di riacquistare un normale stato di coscienza, mentre i
pazienti in stato vegetativo permanente raramente lo fanno. Vale la pena ricordare
che, in un piccolo numero di casi in cui sono stati studiati con visualizzazioni cerebrali
pazienti che avevano recuperato dallo stadio vegetativo permanente, riacquistando
piena coscienza, è risultato che i livelli metabolici (rilevati con il "brain imaging",
nda) rimanevano bassi anche dopo il pieno recupero. Inoltre, stimoli esterni quali
suoni e punture producevano (nello stato vegetativo, nda) un significativo aumento
dell'attività neuronale nelle cortecce percettive primarie. Nuove ricerche condotte in
Belgio da Steven Laureys e dai suoi colleghi mostrano sorprendentemente che nei
pazienti in stato vegetativo sono presenti danni alle connessioni funzionali tra aree
corticali distanti e tra strutture corticali e subcorticali. Inoltre, le stesse ricerche
mostrano che anche nei casi in cui la coscienza viene riacquistata, fermo restando un
generale abbassamento dell'attività metabolica, le connessioni funzionali tra aree
cerebrali sono ristabilite" (A. Noe, cit.).
Ne emergono questioni molto serie sulla nostra capacità di dedurre tramite il
"brain imaging" cosa davvero accada alla coscienza di una persona: "Un paziente
che si trovi in uno stato vegetativo permanente sente dolore fisico? Per esempio,
quello legato alla sete, alla fame, alla puntura di uno spillo? Può udire il rumore di
una porta che sbatte? Sappiamo che egli muove la testa in risposta a un suono e che
ritira la mano dopo la puntura di uno spillo. Sappiamo inoltre che tali stimoli
producono nel paziente una significativa attività neuronale a livello delle cortecce
percettive primarie. Il paziente in uno stato vegetativo è forse un robot in grado di
rispondere in modo automatico agli stimoli esterni, senza però provare alcuna
sensazione? E ancora più importante, tutto questo è qualcosa che le tecniche di
visualizzazione cerebrale possono aiutarci a decidere? Non sappiamo come
rispondere a queste domande" (A. Noe, cit.).

Fonte: http://
www.med.harvard.ed
u/AANLIB/
home.html

Ancora sull'uso di PET e fMRI Alva Noe asserisce che:


"PET e fMRI forniscono come prodotti finali delle immagini colorate. Ogni colore
corrisponde ad un preciso livello di attività neurale; la configurazione dei colori
indica le aree del cervello dove si ritiene che sia presente un'attività neurale. Zone più
luminose indicano livelli di attività maggiori. E' abbastanza facile misconoscere che le
immagini prodotte da fMRI e PET non sono effettivamente delle istantanee del
cervello in azione. Il lavoro dello scanner e dello scienziato assomigliano molto di più
all' identikit di un ricercato che un poliziotto traccia ricorrendo all'ausilio di diversi
testimoni che allo scatto di una fotografia o di un'immagine ai raggi X. Un identikit
fornisce certamente delle informazioni sul ricercato. Tuttavia, non rappresenta
direttamente il volto del criminale; si tratta piuttosto di rendering grafico basato su
resoconti potenzialmente conflittuali di quello che individui diversi sostengono di aver
visto. Più che una vera e propria raffigurazione del ricercato, un simile profilo riflette
congetture ed ipotesi avanzate rispetto alla sua identità. In realtà, anche ammettendo
che l' identikit in nostro possesso sia verosimile, nulla ci garantisce che ci sia un
ricercato. Allo stesso modo, le immagini prodotte attraverso l'impiego di PET e fMRI
non possono in alcun modo essere considerate tracce dirette di fenomeni
psicologici. Piuttosto, esse rappresentano una congettura, o un'ipotesi, riguardo a ciò
che noi pensiamo stia accadendo nel cervello di un soggetto. Per comprendere questo
punto vale la pena tenere presente il problema che ci si trova ad affrontare nel
momento in cui si desidera determinare quale attività neurale sia rilevante rispetto ad
un dato fenomeno mentale. Gli scienziati iniziano assumendo che ad ogni compito
mentale - ad esempio, giudicare se due parole siano in rima o meno - corrisponda un
processo neurale. Come possiamo decidere quale specifica attività cerebrale tra quelle
che si manifestano in concomitanza con un compito mentale sia l'effettiva attività
neurale responsabile della capacità che ci interessa analizzare? Per questo
occorre innanzitutto avere una chiara idea di come starebbero le cose se lo stesso
compito non fosse stato eseguito; occorre cioè disporre di una 'baseline' rispetto alla
quale valutare se una certa deviazione da essa corrisponda all'atto mentale in
questione. Un modo per ottenere una simile condizione consiste nel confrontare
l'immagine del cervello a riposo con l'immagine del cervello che esegue uno specifico
compito, come per esempio la formulazione di un giudizio" (A. Noe, 2010).

Ma a questo punto la domanda è "Come decidiamo a cosa assomiglia un cervello a


riposo?", si chiede A. Noe, visto che anche nel sonno ci sono fasi in cui esso lavora
ancora di più di quando è in stato di veglia?
Come hanno argomentato Guy Van Orden e Kenneth R. Paap "il metodo
comparativo assume che non vi sia alcuna reciproca influenza tra ciò che il cervello fa
quando compiamo un giudizio di rima e quello che fa quando percepiamo le parole.
Nel caso tale influenza esistesse, ne seguirebbe allora che alla sovrapposizione di
regioni nelle immagini non corrisponderebbe necessariamente un fattore neurale
comune. Oggi sappiamo che tale influenza esiste. L'attività neurale nel cervello
durante la percezione, per esempio, non è un processo a senso unico. E' caratterizzata
piuttosto da processi circolari e bidirezionali. Esistono, infatti, vie neurali che dai
sensi si dirigono verso il cervello, così come ne esistono altre che compiono il
percorso inverso." (A. Noe, cit.).
Ne consegue che l'esistenza di processi complessi di feedback neurali non consente
di "isolare con precisione" con il "brain imaging" quale sia il correlato neurale di una
specifica attività mentale.
Esiste, inoltre, un problema del "quando gli eventi neurali stiano accadendo" in
quanto gli eventi cellulari si realizzano alla scala del millesimo di secondo, "ma
occorrono scale di tempo molto più lunghe (nell'ordine di un minuto) per rilevare ed
elaborare i segnali necessari a produrre immagini. Per queste ragioni gli scienziati
sono giunti a sviluppare tecniche di normalizzazione dei dati. Tipicamente, si calcola
la media dei dati provenienti da soggetti diversi. Ciò implica la perdita di una
considerevole quantità di informazioni. Dopotutto, i cervelli differiscono l'uno
dall'altro non meno di quanto accada con i volti e le impronte digitali. Proprio come il
contribuente medio americano non ha un peso ed un'altezza fissati, così un'attività
neurale media non possiede alcuna localizzazione fissata all'interno di un cervello
particolare. Per questo gli scienziati proiettano le proprie scoperte su un cervello
ideale. Le immagini che vediamo nelle riviste scientifiche non sono fotografie del
cervello in azione di una data persona".
Infine, occorre tener presente - come dice A. Noe - che le scansioni cerebrali
rappresentano l'attività mentale ad una tripla distanza (quindi sono molto indirette
rispetto alla attività neurale in senso stretto): "rappresentano la grandezza fisica
correlata al flusso sanguigno; il flusso sanguigno è a sua volta correlato all'attività
neurale; l'attività neurale, infine, è considerata correlata all'attività mentale" (cit.).
Esaminato, molto in sintesi, come l'idea di poter vedere il cervello in azione e nel
mentre pensa sia molto approssimativa e vada presa "cum grano salis" e quindi avendo
stabilito come non esista una causalità diretta fra attività mentale e brain
imaging (che va quindi ridimensionato come strumento disponibile alla comprensione
della mente, pur essendo di certo un ottimo ausilio), quanto piuttosto una sorta di
predicibilità media di tipo statistico e di tipo a "grana grossa" (non si può inferire
con certezza che non ci siano sovrapposizioni di attività mentali allo stesso tempo e
reciproche influenze, nonché non è possibile essere certi che quanto accade in
laboratorio sia identico al "cervello in azione" nella realtà quotidiana), possiamo
procedere con più agevolezza nel percorso di comprensione verso la "extended
mind". 

TERZA PARTE

Quando Alva Noe asserisce che il cervello non pensa e che la coscienza non accade
(solo) dentro il cervello è evidente che lo dice in maniera provocatoria e, come
ammette lui stesso, in chiave "politica" rispetto alla visione neurobiologica dominante
che ritiene di poter suddividere il cervello in tanti piccoli pezzi attribuendo a ciascuno
di essi una funzione mentale (i cd. "correlati neurali della coscienza") in assenza, per
lo più, di un ambiente in cui l'individuo nel suo insieme - e non soltanto il suo cervello
- è immerso. 
E' il problema del cervello nella vasca di cui parlavo nel post precedente.
Se, invece, osserviamo con occhio critico tale paradigma ci dovremmo accorgere che
esso rappresenta una visione eccessivamente "intellettualistica" della mente, dato che
identifica nel cervello il suo elaboratore e "generatore" principale o addirittura unico. 

Il problema è che questo approccio non tiene sufficientemente conto del fatto che il
cervello è solo una parte della nostra mente e che quest'ultima è molto più probabile
che emerga come processo complesso attraverso l'interazione e lo scambio continuo
con l'ambiente esterno ed interno dell'individuo.
In termini filosofici, potremmo dire che la visione della mente estesa si distacca con
una certa forza dal "neokantismo" e dai suoi schemi a priori (che ha una certa
influenza anche nelle scienze cognitive) attraverso cui l'individuo percepisce e
costruisce la realtà in termini soggettivi ed in cui, come noto, il "noumeno" (l'ente in
sè) è sempre inconoscibile (in Kant l'epistemologia assorbe l'ontologia), per
abbracciare una fenomenologia che potremmo far risalire sotto certi aspetti ad
Heidegger ed al suo esser-ci , essere-nel-mondo e essere-gettati nel mondo, di
chiara natura anti-psicologista e in contrasto con la fenomenologia di Husserl invece
basata sulla coscienza "pura" e la sua intenzionalità, ma ancora di più a Maurice
Merleau Ponty e alla sua analisi della percezione che Alva Noe stesso cita con un suo
noto aforisma: "Gli uomini sono teste vuote puntate su un unico mondo evidente".
Ovviamente, il significato di quel "teste vuote" va esplicitato meglio in quanto, come
giustamente osserva Steven Pinker nel suo "Tabula rasa", non possiamo negare che
ci siano dei fattori genetici che strutturano il cervello e che possiamo considerare
innati della specie Homo Sapiens. 
Occorre, pertanto, evitare di cadere in una facile e comoda "ideologia della testa
vuota" e quindi propagandare una sorta di plasticità totale del cervello e della mente
in modo da evitare questioni spinose legate alle differenze genetiche, che pur esistono
ma che si cerca di azzerare anche alla luce degli orrori che l'umanità ha commesso in
nome di un mal interpretato biologismo evoluzionista e "darwinista".
La "testa vuota", in realtà, dovrebbe essere interpretata come l'accesso
fondamentale ed immediato che abbiamo al mondo e il modo principale in cui il
mondo entra dentro di noi. Ci troviamo di fronte, in sintesi, ad un paradigma
cognitivo che possiamo identificare come sensomotorio, in cui la mente emerge come
attività e non come un "qualcosa che accade dentro di noi": anche le stesse
percezioni, come la visione, non accadrebbero dentro il nostro cervello ma sarebbero
piuttosto un'attività, "un modo di esplorazione dell'ambiente" (A. Noe, cit.) e
contestualmente un "un modo in cui il mondo si dà all'esperienza" (cit.), facendolo in
maniera sempre diversa attraverso i meccanismi sensomotori del nostro corpo e del
nostro cervello.
Come scrive in maniera illuminante Paternoster (2010), con il paradigma
sensomotorio si esce da una rigida schematizzazione di tipo funzionalista in cui si
ipotizzano tre strati della mente, ossia percezione, cognizione e azione, in cui il
cervello rappresenta il momento di elaborazione finalizzato alla "scelta del
comportamento più appropriato", ma piuttosto - anche sulla scia degli studi sui
neuroni specchio - "è andata delineandosi una visione in cui percezione ed azione
vengono considerate un sistema unico e la cognizione stessa, anzichè essere
considerata un'attività simbolica, è profondamente radicata nelle capacità
sensomotorie".
Il problema cruciale è il concetto di confine: dove si trova il confine fra mente e
mondo? Per quale motivo dobbiamo considerare la mente dentro il cervello e non
anche fuori? Quali sono i dati "oggettivi" che ci consentono una tale inferenza?
E', invece, evidente come lo studio del cervello delle neuroscienze postuli per
"comodità sperimentale" che la mente sia ed accada nel cervello. La comodità è nel
fatto che il metodo di studio, così come è impostato oggi e basato sulle tecniche di
"brain imaging", parte da un vero e proprio postulato metafisico in cui si pone
l'identità cervello-mente, che come ho spesso detto è una relazione di identità di tipo
"ingenuo" e tipicamente riduzionista.
Perchè dobbiamo accettare un tale postulato quando è evidente che la mente,
soprattutto attraverso le tecnologie della comunicazione (vere e proprie protesi del
corpo-mente), è palesemente proiettata all'esterno (il mondo viene a noi in tempo reale
e noi al tempo stesso siamo immersi nel mondo e comunichiamo istantaneamente con
esso)? Da dove vengono i contenuti mentali? Siamo certi che accadono dentro di noi?
E perchè?
Spesso non ci rendiamo conto che non di rado alla base del metodo scientifico ci sono
precise scelte di tipo metafisico, che presuppongono una visione predefinita della
realtà che poi si cerca di verificare sperimentalmente (quello che nel campo
giornalistico è il "giornalismo a tesi").
Allora, in tale quadro, il concetto di mente estesa ci consente di "uscire fuori" da
quello che potremmo definire, un pò sarcasticamente, un ingenuo "solipsismo neuro-
qualcosa", con il quale ci cerca di spiegare ogni attività umana con l'attività di questo
o quel gruppo neuronale, che, ben inteso, c'è, ma come potrebbe non esserci! (è
evidente che se leggo, parlo ecc. nel mio cervello si verificheranno delle scariche
neuronali sincronizzate), ma altresì si ammette che la mente sia un processo molto più
complesso di come si cerca di descriverlo e soprattutto non è un processo esclusivo
del cervello, ma chiama in causa tutto l'individuo e il suo costante accoppiamento
dinamico con il mondo (che dobbiamo considerare nella duplice forma di biologia e
cultura), che non è una dimensione statica ed ininfluente, ma anzi è spesso l'origine
stessa dell'attività mentale e dei suoi contenuti (si parla in tal senso di esternismo
attivo, di cui sono rappresentanti autorevoli David Chalmers e Andy Clark). 
In tale approccio, troviamo un recupero deciso del corpo nel suo insieme (un corpo
"intelligente", detto "mindful body") e dell'ambiente come correlato esterno della
mente.
Spesso si pensa all'auto-coscienza, tipica dell'essere umano, come una sorta di auto-
interazione con sé stessi o - nei casi migliori - come l'interazione del sé con l'immagine
di sé e della relativa rappresentazione del mondo, ma questo processo, che
verosimilmente esiste, non basta nel contesto della mente estesa a spiegare l'auto-
coscienza in quanto siamo ancora troppo ancorati e "sbilanciati" sul cervello del
singolo individuo. 
L'auto-coscienza sarebbe, invece, un processo esteso molto più ampio e molto più
"corporeo" in cui è l'immediato accesso sensomotorio al mondo e del mondo a noi che
innesca le semantiche che poi noi chiamiamo coscienza e auto-coscienza.
Una obiezione al concetto di mente estesa può essere espressa con le parole di Diego
Marconi e del suo "Contro la mente estesa" (Sistemi intelligenti, n. 3, dicembre
2005): "non esiste un codice genetico del sistema organismo-ambiente; il codice
genetico è una proprietà dell'organismo ed è per questo fondamentalmente che anche
la mente è una proprietà dell'organismo; anche se il codice genetico è quello che è
anche a causa delle proprietà dell'ambiente".
Si nota subito l'irrigidimento sul fattore genetico, ossia l'elemento biologico, ma è
altresì evidente la "lieve dimenticanza" dell'elemento culturale in base al quale,
ripetendo le parole di Paolo Virno, "l'uomo è un animale naturalmente artificiale,
ovvero un organismo il cui tratto biologico distintivo è la cultura" (Virno, 2010) e
ancora "per un'antropologia materialista è irragionevole negare l'identità di biologia
e cultura, ma non lo è meno disconoscere la differenza che sussiste fra esse: quel che
davvero conta è l'inseparabilità di unità e divaricazione" (cit.).
Dunque, lo stimolo provocatorio di Alva Noe è, a mio parere, da accogliere anche se
con una inevitabile soggettiva "metabolizzazione critica", che dipenderà
necessariamente da come si è disposti a collocare l'ambiente e il mondo nel processo
di generazione della mente e dei relativi processi.
Concludo questa esposizione, inevitabilmente non esaustiva, con le parole del nostro
autore:
"In questo libro ho attaccato l'ortodossia, cercando allo stesso tempo di delineare una
concezione alternativa. Non sono l'unico a fare questo. Le neuroscienze e le scienze
cognitive sono un mosaico formato da posizioni diverse. Per quanto l'ortodossia sia
diffusa in modo capillare, le posizioni più eterodosse cercano di uscire dall'ombra. Gli
ultimi venticinque anni testimoniano il graduale sviluppo di un approccio incarnato,
situato, alla mente. Questo approccio è fiorito in alcuni settori delle scienze cognitive
come la filosofia e la robotica, ma è stato pressocché ignorato nelle neuroscienze,
nella concezione dominante della linguistica e, più in generale, nella sfera degli studi
della coscienza. Se intendiamo comprendere la coscienza - il fatto che pensiamo,
proviamo sensazioni e che un mondo si mostri davanti a noi -, dobbiamo voltare le
spalle alla concezione ortodossa secondo la quale la coscienza è qualcosa che avviene
dentro di noi, come la digestione. E' ora chiaro, ammesso che non lo fosse anche
prima, che la coscienza, al pari dell'improvvisazione musicale, è realizzata nell'azione,
da noi, grazie alla nostra situazione nel mondo e al nostro accesso al mondo che
conosciamo intorno a noi. Siamo nel mondo e siamo parte di esso. Questa è la nostra
'casa, dolce casa'.