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LIBERA UNIVERSIT MARIA SS.

ASSUNTA DIPARTIMENTO DI GIURISPRUDENZA

CORSO DI LAUREA MAGISTRALE IN GIURISPRUDENZA CLASSE LMG/01


CATTEDRA DI FILOSOFIA DEL DIRITTO Neuroscienze e libero arbitrio: riflessioni filosofico-giuridiche. Neuroscience and free will: philosophical and legal considerations.

RELATORE
Prof.ssa Laura Palazzani

CORRELATORE
Prof. Roberto Zannotti

CANDIDATO
Melissa Palumbo Matricola 05788/400

ANNO ACCADEMICO 2011-2012

NEUROSCIENZE E LIBERO ARBITRIO:


RIFLESSIONI FILOSOFICO-GIURIDICHE
INTRODUZIONE LIBERO ARBITRIO: CONTESTO FILOSOFICO - I nemici della libert e della mente: determinismo e riduzionismo - Dal dualismo cartesiano al materialismo neuroscientifico ETICA E NEUROSCIENZE - La nascita della neuroetica e del neurodiritto Lidentit dellIo e il concetto di persona Autonomia, autocontrollo e autodeterminazione: le decisioni tra emozioni e razionalit

NEUROSCIENZE E DIRITTO - Una relazione complessa LE NEUROSCIENZE IN AMBITO CIVILISTICO - Lindividuo come soggetto di diritto: capacit giuridica e capacit dagire - Paternalismo giuridico e diritto allautodeterminazione - Gli istituti di tutela dei soggetti non autonomi - Il modello neuroscientifico della capacit di agire e la sua valutazione neuropsicologica - Rilievi critici LE NEUROSCIENZE IN AMBITO PENALISTICO - Il diritto penale italiano tra categorie consolidate e nuove sfide - Il sistema penale: caratteristiche generali e ispirazioni di fondo - Lazione umana dal punto di vista giuridico: suitas, responsabilit e colpevolezza - Limputabilit e linfermit secondo il nuovo modello neuroscientifico - La prova neuroscientifica: le tecniche di lie e memory detection - Alcune considerazioni sul paradigma neuroscientifico LE NEUROSCIENZE IN PRATICA: SENTENZE ITALIANE RECENTI - La sentenza di Trieste - La sentenza di Como - Rilievi critici CONCLUSIONI BIBLIOGRAFIA 2

Introduzione
La coscienza regna, ma non governa. (Paul Valry) Per secoli il tema della libert stato un argomento di elezione di filosofia ed etica; oggigiorno esso viene affrontato anche nellambito della ricerca scientifica, in particolare alla luce degli apporti delle scienze cognitive e delle neuroscienze. Lumanit da sempre si affanna nel cercare di capire il significato del suo agire, impegnando filosofi e religiosi. Una parte degli uomini sembra quasi rifiutare la propria libert, negandone addirittura lesistenza e la possibilit, forse alla ricerca di giustificazioni del proprio agire o di ragioni superiori delle proprie esistenze. stata attribuita la responsabilit di azioni ed eventi ad altro-da-s: divinit, destino, passioni, leggi della Natura, societ. Unaltra parte dellumanit, invece, ha rivendicato costantemente la propria libert: di agire, di pensare, di essere. Il sentimento sotteso alla formula homo faber fortunae suae di MarcAurelio ha resistito al passare dei secoli, non cedendo mai di fronte ad istanze deterministiche di ogni sorta. La lotta tra i sostenitori del libero arbitrio e i suoi detrattori, che ne predicano lillusoriet, continua ancora oggi, moltiplicando i suoi campi di battaglia, da quelli storici della filosofia e delletica a quello nascente delle neuroscienze. Le discipline della mente e del cervello portano avanti lo studio di come i processi cerebrali e quelli cognitivi si integrino e modellino a vicenda. La sfida neuroscientifica impegna filosofi e scienziati nel gravoso compito di dare risposte a quesiti millenari. Anzi, oggi vediamo le due figure confondersi: filosofi che si occupano di discipline scientifiche e scienziati che discutono su questioni etiche. Soprattutto, ci sfidano a sciogliere un dubbio antico: se siamo liberi; in particolare, se siamo liberi da noi stessi. Molti sperano che le indagini neuroscientifiche portino a comprendere chi sia a prevalere tra cervello e mente, stabilendo in tal modo chi ha ragione tra deterministi e indeterministi, tra riduzionisti e antiriduzionisti.

In realt, lerrore proprio nella domanda. Non ci si deve chiedere chi sia a comandare, se la mente o il cervello, in maniera rigidamente alternativa, come se lindipendenza delluno provocasse automaticamente la dipendenza dellaltra. Il vero dualismo da superare questo persistente chiedersi chi prevale tra mente e cervello?. La risposta che sta emergendo dalle neuroscienze vanifica la domanda stessa: mente e cervello sono un tuttuno. La mente complementare al cervello e viceversa, in uninterazione fondamentale e imprescindibile. Entrambi si modellano a vicenda e condividono la guida delluomo. Ancora di pi: dal combinarsi di mente e cervello emerge lindividuo, la persona nella sua interezza, in identit con essi. Individuo, mente e cervello sono un unicum inestricabile. Possiamo evocare una suggestiva immagine per rendere lidea: la carta dei tarocchi del Carro, in cui luomo allo stesso tempo guida e viene condotto da due creature, due sfingi, che possiamo paragonare luna alla sua mente e laltra al suo cervello. Ma mentre queste domande vengono poste, il diritto non pu stare fermo a guardare. Anchesso deve inserirsi nella discussione neuroscientifica e rivolgersi i medesimi dubbi. E i giuristi si sono mossi: assistiamo ad una ricca e fertile profusione di articoli, libri, conferenze, incontri tra esperti. Una disciplina nuova nata, il neurodiritto, appositamente per affrontare i temi etici relativi alla mente e al cervello. Sono sorti nuovi dubbi e, in certi casi, si sono incrinate antiche certezze: si pu punire un uomo che non libero? Se in molte azioni e decisioni interviene la parte inconscia del cervello, si pu parlare di piena responsabilit? O il concetto stesso di responsabilit a dover essere abbandonato? Come stabilire quando un uomo capace di agire? Se interviene una lesione o una patologia a livello cerebrale, quanto di quellindividuo rimane? Se luomo nella sua interezza (come fisicit, ma anche come mente e comportamento) il risultato di processi evolutivi, cosa fare con quei soggetti che pongono in essere condotte anti-sociali, e quindi in un certo senso anti-evolutive? Il criminale un reo da punire e

reintegrare oppure un malato da curare o, nellipotesi pi estrema, da neutralizzare? Possiamo ancora sperare di possedere il libero arbitrio? O dobbiamo rassegnarci ad essere le marionette del pi subdolo dei tiranni, il nostro cervello? Nella trattazione che segue, il mio scopo di presentare lattuale stato di conoscenze a cui giunta la ricerca neuroscientifica e le conseguenze che potrebbero riflettersi sul diritto. Nel primo capitolo, Libero arbitrio: contesto filosofico, ripercorro quella che si pu definire la storia del concetto di libero arbitrio, nonch levoluzione sul piano filosofico della nozione di mente, a partire dalla filosofia antica fino ai pensatori contemporanei. Nel secondo capitolo, Etica e neuroscienze, espongo alcuni dei temi che rappresentano gli ambiti di ricerca pi ardui delle scienze cognitive, con in particolare i rilievi emersi dalla cosiddetta disciplina neuroetica. Nel terzo capitolo, Neuroscienze e diritto, delineo come si sta attuando il confronto tra neuroscienze e diritto, due discipline che ancora faticano a comprendersi e ad integrarsi, in ragione della diversit a livello stesso di linguaggio e categorie. Nel quarto capitolo, Le neuroscienze in ambito civilistico, riporto quelli che sono i risultati raggiunti dallinterazione tra la branca neuroscientifica della neuropsicologia forense e il diritto civile, esaminando soprattutto come possono essere arricchite alcune categorie giuridiche fondamentali, quali la capacit giuridica e la capacit dagire. Nel quinto capitolo, Le neuroscienze in ambito penalistico, esamino come vengano messi alla prova gli istituti fondativi del diritto penale alla luce delle recenti scoperte sul sistema nervoso, ossia la colpevolezza, la responsabilit e limputabilit. Nel sesto capitolo, Le neuroscienze in pratica: due sentenze italiane, riporto come la nostra giurisprudenza si avvalsa, per prima in Europa, della perizia di tipo neuroscientifico e genetico.

Libero arbitrio: contesto filosofico

I nemici della libert e della mente: determinismo e riduzionismo


La questione della libert delluomo uno dei temi principali del dibattito filosofico, di ogni tempo e luogo. Iniziamo da una definizione (o meglio ancora una delimitazione) del concetto di libert. Secondo il senso comune, un individuo libero quando si trova nella condizione di poter scegliere quale azione compiere tra tante. Dunque, unazione per essere libera deve essere nella piena disponibilit di scelta di un individuo. Questi si pone, perci, come causa di tale azione. A questo punto, per, ci troviamo di fronte a due diverse accezioni di libert, ossia libert di agire e libert di volere. La prima si qualifica come la possibilit di agire senza linfluenza di vincoli fisici o la coercizione di altri individui; la seconda, invece, una condizione interiore, che consiste nella libert di scegliere tra diverse opzioni secondo, appunto, la nostra volont. Questa seconda accezione corrisponde al concetto di libero arbitrio, che si pu riassumere con la formula della capacit di autodeterminarsi.1 Si pone un problema, per. Queste infatti sono le condizioni del singolo uomo, ma un individuo vive e agisce in un contesto indipendente da lui, ossia il mondo. Ed qui che affiora la vera e propria diatriba filosofica: quali sono le regole che governano il mondo? E come dovrebbe essere il mondo affinch luomo possa essere definito libero? Sono due le posizioni principali che si contrappongono, da un lato il determinismo e dallaltro lindeterminismo. Entrambe tentano di rispondere alla domanda luomo libero?. I sostenitori del primo postulano che ogni evento ed ogni azione siano il risultato di una serie di antecedenti, una sequenza inevitabile e immodificabile nel suo

M. De Caro, A. Lavazza, G. Sartori, Introduzione. La frontiera mobile della libert, in M. De Caro, A. Lavazza, G. Sartori (a cura di), Siamo davvero liberi? Le neuroscienze e il mistero del libero arbitrio, Codice edizioni, Torino, 2010, p. IX-XI.

corso, che segue rigidamente le leggi naturali. Il libero arbitrio sarebbe perci unillusione. Gli indeterministi, invece, semplicemente si oppongono a tale visione, concependo lesistenza di un fattore indeterminabile e, per molti autori, casuale, che pu mutare il corso degli eventi.2 Allinterno di queste due fazioni filosofiche, si articolano poi diverse correnti, qualificabili come declinazioni delle due linee di pensiero, alcune pi morbide, altre pi drastiche.3 Ad un estremo, abbiamo il determinismo radicale, che nega in maniera assoluta il libero arbitrio, mentre allaltro estremo si situa il libertarismo, anche detto indeterminismo radicale, che non solo afferma lesistenza della libert esclusivamente in un contesto indeterministico, ma anche che non possibile ricondurre ogni evento ad una causa. Alcuni libertari, invece, pur negando la causalit rigida di ogni evento, ritengono che le azioni umane si distinguano non essendo eventi, bens scelte, causate dallagente. Una corrente recente, influenzata dai principi della meccanica quantistica, suppone che esista una causalit indeterministica, secondo cui vi sono degli antecedenti che non determinano in modo rigido gli eventi, ma che si limitano ad aumentarne le probabilit di verificazione. Tra i deterministi, inoltre, si trovano i sostenitori del compatibilismo, secondo cui luomo pu essere libero anche in un mondo determinato, poich la causalit degli eventi non si configura come inevitabile. Interessante, sempre tra le correnti deterministiche, la concezione del consequenzialismo, che, riferendosi allambito giuridico, ritiene lattribuzione di biasimo e merito una forma di regolazione sociale: il diritto non dovrebbe preoccuparsi dellesistenza o meno di libert di scelta, ma solo fornire norme e sanzioni che corrispondano ai valori dei consociati. In tal senso, si contrappone

G. Corbellini, Quale neurofilosofia per la neuroetica?, in A. Santosuosso (a cura di), Le neuroscienze e il diritto, Ibis, Como-Pavia, 2009, p.74-75. 3 I. Merzagora Betsos, Colpevoli si nasce? Criminologia, determinismo, neuroscienze, Raffaello Cortina editore, Milano, 2012, p. 932.

alla visione retribuzionistica della pena, per la quale invece il colpevole merita di essere punito proprio perch ha scelto liberamente di commettere una violazione. Vi sono poi diverse posizioni, in particolare la corrente neo-positivista (che trova come precursore John Stuart Mill e tra i suoi esponenti Carl Gustav Hempel), che propongono una soluzione mediata al problema della causalit di eventi e azioni: il mondo naturale governato da cause, mentre il mondo delle azioni umane non legato a cause, bens a motivazioni e ragioni.4 Perci, luomo si distingue dagli altri esseri viventi per la sua capacit di scegliere i propri obiettivi e finalizzare ad essi le proprie azioni. In un quadro simile, si pone la teoria della causalit creativa o immanente: il passato, le circostanze e i condizionamenti ambientali influenzano luomo, in modo tale da inclinarlo (ma non obbligarlo) verso certe azioni, lasciando cos impregiudicata una complessiva capacit di autodeterminarsi.5 Forse la cosa pi interessante che risulta da questa disamina di correnti che in realt luomo non sarebbe libero n in un mondo deterministico, n in un mondo indeterministico. Lungi dallessere dimostrata luna o laltra concezione, possiamo per immaginare le condizioni cui sarebbe sottoposto lindividuo in mondi simili. Se infatti vivessimo in un universo determinato, la libert (o meglio la capacit di scegliere il corso delle nostre vite) esulerebbe dal nostro potere dazione, dato che subiremmo gli esiti di cause remote. Il passato determinerebbe il presente, che a sua volta determinerebbe il futuro: noi saremmo meri spettatori del flusso degli eventi. Potremmo prevederli, ma non saremmo in grado di modificarli. Ma anche in un mondo indeterministico saremmo ridotti a semplici spettatori. Se infatti intervenisse un fattore del tutto casuale in ogni evento, rendendolo perci imprevedibile sia nel suo originarsi sia nel suo evolversi, qualunque nostra azione avrebbe un influsso minimale, se non addirittura superfluo. Anche qui saremmo vittime di cause al di l del nostro controllo. Lunica differenza che in tal caso non sarebbero nemmeno prevedibili.

C. De Rose, Il soggetto situato. La spiegazione delle azioni umane tra liberta individuale e determinismi sociali, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2001, p. 84-90. 5 M. De Caro, Il libero arbitrio. Una introduzione, Laterza, Roma-Bari, 2004.

Forse per queste ragioni che alcuni autori hanno preferito tirarsi fuori dalla discussione e aderiscono a quello che stato definito scetticismo epistemico, che postula limpossibilit di dimostrare sia una tesi sia laltra, cio non siamo in grado di stabilire se siamo liberi o no.6 Pi di recente, vi anche chi ha preso atto, come Noam Chomsky, che il libero arbitrio un concetto per noi irrinunciabile, ma allo stesso tempo inconciliabile con ci che la scienza ci dice sul mondo e sugli organismi biologici: parliamo della concezione del misterianismo, perch la libert umana e sar sempre un mistero insolubile.7 Il quadro appena descritto piuttosto drammatico. E forse per la gente comune anche poco credibile. Chiunque percepisce di avere il controllo delle proprie scelte, decisioni e azioni. Ma se la discussione tra deterministi e indeterministi pu apparire astratta e slegata dalla realt quotidiana, di tuttaltro spessore unulteriore questione filosofica di cui ci occupiamo ora. Il libero arbitrio, infatti, viene messo a dura prova anche dalla posizione del riduzionismo. Con questultimo ci si riferisce alle correnti di pensiero che sanciscono la riduzione della mente alla materia del corpo. Troviamo differenti declinazioni dellistanza riduzionistica, ma possiamo dire che tutte sono accomunate dal dogma secondo cui non esiste la dimensione mentale come ente a s, distinto dal corpo. Al pari del tema della libert, le questioni della natura della mente e del suo rapporto con il corpo hanno occupato un posto di primo piano nella discussione filosofica e, parallelamente, nella ricerca scientifica. Un primo approccio alla dimensione mentale pu partire anche in questo caso dalla concezione del senso comune. Luomo, di norma, percepisce la mente come distinta dal corpo, dotata di una propria autonomia e dignit ontologica: mentre lintelletto capace delle pi mirabili abilit, dallautocoscienza alluso della logica fino alla creativit artistica, il corpo invece spesso declassato a macchina sensoriale, preposto alla percezione degli stimoli esterni, nonch a mera sede contenitore della mente e, nel caso, dellanima. Lessere umano, infatti, vive

I. Merzagora Betsos, Colpevoli si nasce? Criminologia, determinismo, neuroscienze, cit.,

p. 14.
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M. De Caro, Libero arbitrio e neuroscienze, in A. Lavazza, G. Sartori (a cura di), Neuroetica, il Mulino, Bologna, 2011.

momento per momento su due piani: quello fisico e quello intellettivo. Entrambi i piani hanno la capacit di assumere nuove informazioni: di tipo sensoriale attraverso il corpo, di tipo cognitivo attraverso la mente. Ci che distingue la mente dal corpo, per, la peculiare capacit di elaborare tali informazioni e modellarle, ma soprattutto la capacit di pensare il corpo (qualit che evidentemente manca alla materia fisica) e addirittura di concepire se stessa. Questa semplice intuizione port, difatti, Cartesio a distinguere la realt in res extensa, ossia la materia fisica (dotata esclusivamente di qualit dimensionali che la estendono), e in res cogitans, la mente (in grado, per lappunto, di cogitare, di pensare la realt). Pi sinteticamente, si pu affermare che la mente dotata di coscienza, al contrario del corpo. Ed con la coscienza che spesso in filosofia si fa coincidere sia la nostra identit, sia la mente di per s. Ma proprio lintangibilit della dimensione mentale ha messo a dura prova la discettazione filosofica, in modo tale che si spesso preferito analizzare le sue singole funzioni, piuttosto che la sua natura. La questione che cos la coscienza e di cosa fatta rimane tuttora aperta, nonostante filosofi e scienziati continuino a ricercarne la soluzione. Quello che noi oggi sappiamo per certo, grazie alle discipline neurologiche e alla psicologia (nellambito di questultima, un immenso contributo venuto dalla psicoanalisi), che la mente si suddivide in parte conscia e parte inconscia. La prima viene chiamata anche livello personale, che corrisponde alla coscienza e alle facolt intellettive di cui possiamo disporre secondo la nostra volont. La seconda, invece, detta livello subpersonale e corrisponde allinsieme di meccanismi automatici, la cui attivazione non dipende da noi e, per alcuni di essi, addirittura non siamo consapevoli della loro esistenza.8 Sullinconscio non il caso di entrare nello specifico, data la presenza di diverse scuole di pensiero, nonch la mancanza di teorie empiricamente dimostrate. Quello che a noi interessa lassunto secondo il quale, in diverse situazioni, decisioni e comportamenti dipendono non dalla nostra volont, bens da meccanismi inconsci, attivati in maniera indipendente dal cervello. Sul punto torneremo in seguito, analizzando ci che risulta dalle attuali scoperte neuroscientifiche.
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N. Levy, Neuroetica. Le basi neurologiche del senso morale, Apogeo editore, Milano, 2009, p. 26-27.

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Come dicevamo, a proposito della mente, filosofi e scienziati si dividono generalmente in riduzionisti e antiriduzionisti. In entrambe le posizioni, si sono distinte diverse correnti. La principale contrapposizione vede da una parte i dualisti, dallaltra i monisti. Il dualismo, la cui paternit va a Cartesio, predica la coesistenza pi o meno autonoma di due sostanze, una materiale ed una mentale. Tale concezione, poi, si distingue in un dualismo epifenomenico (per cui la mente non produce effetti sugli eventi fisici) e in un dualismo interazionista (che invece sostiene linfluenza della mente sul mondo materiale). Il monismo, invece, sancisce lesistenza di una sola sostanza. Per gli idealisti, tale sostanza di natura mentale. Per i materialisti, essa esclusivamente di natura materiale, per lappunto.9 Ed proprio questultima a rappresentare la posizione riduzionistica per eccellenza: la mente si identifica con il suo substrato fisico, ossia il cervello. Ed qui che viene sfidata di nuovo la libert umana: le nostre decisioni le prendiamo a livello interiore (dunque, mentale), ma se la nostra mente coincide con il cervello, e questo risponde a leggi fisiche naturali, allora la nostra mente a sua volta determinata da tali leggi fisiche. Ci ritroviamo di fronte al dilemma deterministico. Ed qui che intervengono le neuroscienze: se la mente determinata dal cervello, di conseguenza lo studio del sistema nervoso ci pu permettere di stabilire lidentit di un individuo e di prevederne i comportamenti. Ma, nonostante lapparenza, le stesse neuroscienze non si configurano come un insieme di dottrine esclusivamente riduzionistiche. Al loro interno, vi sono neuroscienziati che sostengono opinioni alquanto differenti. utile fare una piccola digressione: un conto discutere di riduzionismo ontologico, affermando lidentit degli stati mentali con gli stati cerebrali, un altro se si parla di riduzionismo metodologico, che invece consiste nello scomporre un ente complesso nelle sue parti pi piccole. In tal senso, nellambito delle ricerche neuroscientifiche, vengono applicati due approcci metodologici: quello

riduzionista (lo studio del cervello a partire dai suoi componenti elementari) e
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I. Merzagora Betsos, Colpevoli si nasce? Criminologia, determinismo, neuroscienze, cit.,

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quello olistico (la ricerca dei correlati neurali delle funzioni mentali e dei comportamenti).10 Infatti ad oggi le spiegazioni materialistiche di stampo riduzionistico non hanno ancora trovato una soluzione a diversi problemi. In particolare, non hanno saputo dare una risposta scientificamente dimostrabile alla domanda fondamentale: come sia possibile che da strutture fisiche, quali sono quelle cerebrali, possa emergere la mente. Parimenti insoluta, laltra domanda fondamentale di come avviene il passaggio da uno stato mentale allaltro, da unesperienza qualitativa allaltra, cio la coscienza di emozioni, colori, sapori e via dicendo (ossia i cosiddetti qualia). Per questa ragione, diversi neuroscienziati e filosofi della mente hanno ripreso un approccio dualistico. Non un dualismo delle sostanze, ormai superato, bens due tipologie differenti di dualismo: alcuni adottano una prospettiva dualistica delle propriet, secondo cui pur esistendo solo enti fisici essi sono dotati sia di propriet fisiche sia di propriet non fisiche; altri ricorrono invece ad un dualismo epistemologico, ovvero riconoscono lirriducibilit dei fenomeni mentali a quelli fisici.11 E partendo da questi approcci, si distinguono altre correnti di pensiero. Lemergentismo ritiene che la mente emerga quando la materia raggiunge un certo grado di complessit e che gli stati mentali non siano osservabili da alcun mezzo, perch accessibili solo dallindividuo che li esperisce. Lesternismo o esternalismo, pur considerando il cervello il punto di partenza dei fenomeni mentali, afferma che i contenuti dei pensieri sono determinati principalmente dal mondo esterno, o meglio dalla conoscenza degli oggetti e delle loro propriet su cui i pensieri vertono. Il funzionalismo, invece, postula che uno stato mentale va definito semplicemente alla luce della funzione che svolge e soprattutto che la natura dei fenomeni mentali non corrisponde a quella fisica della loro controparte materiale, facendo un parallelismo tra il rapporto mente-cervello di un essere umano con il rapporto

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E. R. Kandel, Psychiatry, Psychoanalisis and the New Biology of Mind , American Psychiatric Publishing, Washington, DC., 2005. 11 I. Merzagora Betsos, Colpevoli si nasce? Criminologia, determinismo, neuroscienze, cit., p. 28.

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software-hardware di un computer. Dunque, pur essendo dotati di una composizione diversa, mente e cervello mantengono una corrispondenza funzionale tra gli stati delluno e gli stati dellaltro. Ma come nella discussione tra deterministi e indeterministi, anche nello scontro tra riduzionisti e antiriduzionisti vi il rischio di giungere ad estremizzazioni concettuali eccessive. Se alcuni riduzionisti radicali arrivano a sostenere un determinismo biologico, in cui i comportamenti delluomo vengono decisi esclusivamente da meccanismi cerebrali, certi antiriduzionisti finiscono per predicare non solo lassoluta soggettivit degli stati mentali (per esempio, come percepisco io un colore non lo potr percepire nessun altro), data limpossibilit di osservarli e studiarli oggettivamente, ma anche addirittura lincapacit di comunicarli, di condividerne lesperienza con altri. E difatti tale posizione antiriduzionistica viene definita solipsistica.12 Come si detto per la questione deterministica, cos pure per la tesi riduzionistica nessun esperimento o ricerca scientifici sono riusciti a dimostrarne lincontrovertibile fondatezza. Non riescono a trovare risposta le due domande fondamentali: se siamo liberi o determinati; e se la mente e il cervello sono un tuttuno o autonomi. Possiamo scoprire (e cos stiamo facendo), grazie alle neuroscienze e alle scienze cognitive in generale, come interagiscono stati mentali e stati fisici, come gli uni influenzano gli altri, cosa succede a livello cerebrale quando prendiamo una decisione o proviamo unemozione, ma siamo ancora lontani dallo stabilire una volta per tutte se noi siamo il nostro cervello e chi a comandare tra noi e lui.

Dal dualismo cartesiano al materialismo neuroscientifico


La storia del libero arbitrio ha origini antiche. Fin dallet classica ci si poneva il quesito se luomo ad essere padrone di se stesso o se invece vittima di altre forze a lui estranee.
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Ivi, p. 31.

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Nel pensiero greco, il tema della libert intreccia saldamente filosofia, etica e religione. In epoca arcaica, si riteneva che la condizione fondamentale per essere liberi fosse lappartenenza ad un popolo, ad una polis, e vivere seguendone leggi e costumi.13 Ma luomo greco, oltre ad obbedire al nomos umano, doveva seguire e sottostare al Nomos divino: confrontarsi con le entit sovrannaturali della Necessit, del Destino e del Fato, il cui volere imperscrutabile si impone persino agli dei.14 Perci, il dovere morale delluomo greco consiste nellobbedire in primis allOrdine naturale delle cose, in secundis alla legge umana. Il dramma etico delluomo greco si profila quando la seconda in contrasto con la prima e per seguire una deve violare laltra; emblematica su tale contrapposizione la tragedia Antigone di Euripide. Con il V secolo a.C. assistiamo a riflessioni filosofiche sulla libert pi raffinate e complesse. Con Socrate, accanto allobbedienza alla Natura, abbiamo lintroduzione del concetto di spontanea inclinazione al bene, che deve essere guidata dalla conoscenza. Per evitare il male ed essere liberi nel bene, luomo deve dominare con la ragione le passioni e gli impulsi: Socrate sancisce cos il primato dellanima sul corpo. Lautodominio razionale e la conoscenza del bene superiore costituiscono la libert del logos umano.15 E proprio con Socrate abbiamo una dimostrazione dello stretto legame che unisce diritto e filosofia: egli, filosofo e non giurista, concepisce per primo il concetto di responsabilit in capo alluomo, anche se in un modo che rispecchia il senso religioso dellepoca. Nella Repubblica di Platone, Socrate racconta infatti come siano gli uomini ad essere responsabili della propria vita: le anime, dopo la morte, si presentano innanzi a Lachesi, una delle Parche, che decide le sorti degli uomini, affinch prima di reincarnarsi ognuna scelga il proprio modello di vita futuro. E afferma: Non sar il demone a scegliere voi, ma voi il demone. Non ha padroni la virt: quanto pi ciascuno di voi lonora, tanto pi ne avr; quanto pi ciascuno

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F. Botturi, voce Libert, in Aa. Vv., Enciclopedia filosofica, Bompiani, Milano, 2010, p. Ivi, p. 6387. Platone, Protagora (a cura di F. Adorno), Laterza, Roma, 1997, 356 e.

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di voi la disonora, meno ne avr. La responsabilit, pertanto, di chi sceglie. Il dio non ne ha colpa.16 Tale modello di libert, fondato sulla virt e sul dominio razionale di s, viene ripreso da Platone. Questi definisce libera lanima che raggiunge non lindipendenza, bens lautarchia, intesa come decisione non turbata dalle passioni.17 Egli, sulla scorta di Socrate, afferma che luomo da solo, senza lintervento di un dio, a decidere se raggiungere la virt; una sua libera scelta perseguire la conoscenza del bene. Platone svincola cos luomo dalla visione di un Destino cieco e ne sancisce la responsabilit morale delle proprie azioni. Aristotele, invece, propone non solo unanalitica distinzione tra azioni volontarie (lagire con conoscenza) e involontarie (lagire per costrizione o ignoranza), ma esamina anche il compimento di una scelta, composta sia dalla deliberazione razionale sia dalle tendenze.18 Vedremo in seguito come curiosamente a conclusioni simili giunger il neuroscienziato Antonio Damasio ben 2500 anni dopo. Il concetto filosofico del libero arbitrio riceve poi unanalisi sistematica da parte dei Padri della Chiesa. Prima ancora, con lavvento stesso delle religioni del Libro, Giudaismo, Cristianesimo ed Islamismo, che viene concepita la libert delluomo come dono di Dio. Non vi una rigida predestinazione o la sottomissione al volere divino, bens la libera scelta delluomo di aderire al progetto escatologico di Dio. Lebreo, il cristiano e il musulmano, infatti, godono della pi ampia libert: essi possono decidere se seguire il Bene o compiere il Male. Non senza conseguenze, per. Luomo rimane responsabile delle proprie azioni dinnanzi a Dio, ma il suo giudizio interviene solo in seguito: fino allultimo istante della sua vita, lessere umano in grado di rivedere le sue scelte. SantAgostino uno dei maggiori esponenti del pensiero cristiano medievale. Egli dedica allargomento un intero libro, intitolandolo difatti De Libero Arbitrio, in cui condensa buona parte delle sue riflessioni. Secondo SantAgostino, Dio ha

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Id., Republica (a cura di G. Reale), Bompiani, Milano, 2009, 617 d-e. Id., Fedone (a cura di N. Marziano), Garzanti, Milano, 2008, 108 a-b. Aristotele, Etica Nicomachea (a cura di C. Mazzarelli), Bompiani, Milano, 2000, 1111a

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creato il mondo senza il male: questo in realt frutto della volont delluomo, che proprio in virt della sua libert pu decidere anche di peccare. Solo che compiere il male corrompe luomo, non solo allontanandolo da Dio, ma anche indebolendo il suo libero arbitrio sempre pi votato al peccato. Per salvarsi e redimersi, luomo necessita perci dellintervento della Grazia divina.19 Unobiezione che spesso viene rivolta alla dottrina cristiana lapparente inconciliabilit del libero arbitrio umano con la prescienza di Dio. A tale questione diede risposta San Tommaso dAquino, che concepisce il libero arbitrio sia come presupposto della morale sia come conseguenza della natura razionale delluomo.20 Secondo San Tommaso, infatti, la libert umana compatibile con la Provvidenza divina e con la predestinazione alla salvezza: Dio ha creato luomo dotandolo di una naturale tendenza e conoscenza al Bene, nonch della capacit di orientare la sua volont al raggiungimento di fini. Dato che il fine ultimo delluomo il Bene in s, che coincide con lo scopo della Provvidenza divina, egli orienta la sua volont verso di esso, in modo tale da coincidere con lo stesso progetto teleologico di Dio.21 Durante il Medioevo, la riflessione teologica prosegue concentrandosi sulle condizioni di libert delluomo e sulla sua capacit di scegliere il Bene. Il protestantesimo e in particolare Martin Lutero infiammano la disputa affermando limpossibilit delluomo di liberarsi del peccato solo con le proprie opere e quindi il necessario intervento della Grazia.22 Parallelamente allo scontro tra le confessioni cristiane, la filosofia secolare affronta il tema del libero arbitrio alla luce della nuova visione offerta dalla scienza: come pu la libert essere compatibile con un mondo governato dalle leggi della causalit? Ed qui che assistiamo ad un punto di svolta epocale per la questione del rapporto mente-corpo: il pensiero di Cartesio e la sua concezione dualistica delluomo.

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Agostino dIppona, Il libero arbitrio (a cura di R. Melillo), Citt Nuova, Roma, 2011. Tommaso dAquino, Quaestiones disputatae de Veritate (a cura di R. Spiazzi), Marietti editore, Milano, Vol. 1, 2000. 21 Id., Summa theologiae (a cura di P. Caramello), 3 voll., Marietti editore, Milano, 1986. 22 Martin Lutero, La libert del cristiano (1520) Lettera a Leone X (a cura di P. Ricca), Claudiana, Torino, 2005.

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Cartesio, infatti, considerato il padre del dualismo, la dottrina metafisica che predica luomo come composto da due sostanze: il pensiero, o res cogitans, e la materia, o res extensa. Tra questi due elementi vi assoluta diversit e opposizione: il pensiero non ha una dimensione spaziale, consapevole di s ed libero; mentre la materia ha sempre unestensione, inserita nello spazio, non ha coscienza di s e non libera, bens determinata meccanicamente.23 Lunico punto di incontro tra le impressioni sensibili del corpo e la mente individuato nella ghiandola pineale, situata nel cervello. Indagando sul rapporto anima-corpo, Cartesio precorre la psicologia affermando: Che cosa una cosa che pensa? una cosa che dubita, che vede, che vuole e che non vuole, che immagina e che sente.24 E questa idea della mente pensante e dubitante lo porta alla straordinaria formulazione: Cogito, ergo sum25. Per Cartesio lintelletto spesso equiparato alla mente e compie due tipi di atti naturali: lintuito e la deduzione. Con questultimi, esso il primo motore della conoscenza: Nulla pu essere conosciuto prima dellintelletto, perch da questo dipende la conoscenza di tutte le altre cose.26 Il difetto maggiore della concezione dualistica cartesiana si rivela proprio affrontando il concetto di libert: concependo libera soltanto la res cogitans, luomo si configura autonomo a livello spirituale, ma asservito al meccanicismo del corpo. Ed su questo punto che la posizione di Cartesio viene criticata aspramente da Spinoza, fervente assertore del determinismo. Secondo Spinoza27, infatti, la sensazione di essere liberi pura illusione, dovuta al fatto che gli uomini sono consci esclusivamente delle loro azioni e sono ignoranti della catena di cause che li precede. Non solo nel corpo, ma anche nella mente vi una serie infinita di cause, che determinano la volont stessa delluomo verso certi desideri anzich altri. Per Spinoza, lunica sostanza libera quella divina, perch non sottoposta ad alcuna necessit superiore ad essa: Dio libero dato che agisce secondo le proprie leggi.
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R. Descartes, Meditationes de prima philosophia, Parigi, 1647. Id., Les passions de lme, Parigi-Amsterdam, 1649. Id., Principia philosophiae, 1, 7 e 10, 1644. Id., Regulae ad directionem ingenii, Amsterdam, 1684. B. Spinoza, Ethica Ordine Geometrico Demonstrata, Amsterdam, 1677.

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Allo stesso modo, il libero arbitrio esula anche dal pensiero del filosofo inglese Thomas Hobbes28: la realt obbedisce ad un rigido nesso di causalit, in un meccanicismo a cui non sfuggono nemmeno il corpo e la mente. Hobbes usa significativamente il termine latino ratio, che ha tra i suoi significati calcolo, per indicare la mente: dalluomo al mondo, tutto obbedisce a rigorose leggi matematiche. Sulla natura delluomo e delle sue funzioni psichiche pi elevate, ritiene che la mente sia essenzialmente matematica e le operazioni mentali un puro calcolo aritmetico, con addizioni e sottrazioni di concetti. La stessa volont si qualifica come un appetito, che risponde al meccanismo di attrazione o repulsione delle esigenze vitali del corpo. Per Hobbes, luomo libero colui che non impedito a compiere le azioni che realizzano la sua volont. Ai suoi occhi, ogni evento ha una causa esterna, perch niente ha origine da se stesso, cos pure la volont umana dipende da cause al di l del potere delluomo: le azioni volontarie sono in realt determinate e necessitate.29 Pi complessa la concezione del tedesco Gottfried Leibniz. La libert non consiste nel libero arbitrio, ma rinvenibile nella spontaneit delle nostre azioni: esaminandole esse avranno sempre una causa antecedente che le ha determinate. A differenza di Hobbes, per, Leibniz ritiene che lagire delluomo s determinato da ragioni, ma non necessariamente destinato ad accadere: una determinata azione pu avvenire o non avvenire, lunica cosa di cui siamo certi che se avvenuta, vi un motivo anteriore. Leibniz concepisce una sorta di determinismo morbido: dal momento in cui Dio ha creato il mondo, ha avuto inizio una determinata concatenazione di eventi, che corrisponde alla storia universale. Luomo libero di agire, ma le sue azioni si inseriscono in un disegno preformato. Tale sviluppo della creazione viene chiamata da Leibniz mathesis universalis, che caratterizza sia lorganizzazione del mondo, sia la capacit delle funzioni intellettuali umane di cogliere tale mathesis.30 La mente possiede un potere conoscitivo autonomo maggiore rispetto a quello dei sensi e facolt non

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T. Hobbes, Leviathan, Londra, 1651. Id., Of Liberty and Necessity, Londra, 1654. G. Leibniz, Monadologie, Parigi, 1714.

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derivabili dalla semplice esperienza empirica: Nulla nellintelletto che non fu prima nei sensi, se non lintelletto stesso.31 Con il Saggio sullintelletto umano32, John Locke (privatamente detestabile: approvava la schiavit e si arricch con la tratta degli schiavi) si rivela fondamentale nellanalisi della mente e delle implicazioni di questa sul libero arbitrio. Locke convinto che non esista un determinismo meccanicistico, come lo intendeva Hobbes, bens un determinismo psicologico. Innanzitutto, egli sostiene che non vi siano idee innate: partendo dalla mente incontaminata di un neonato, tutto nasce e si sviluppa in base allesperienza. La mente delluomo costituita da idee, trasmesse dal mondo esterno attraverso i sensi allintelletto, poi elaborate appunto dalla mente. Il complesso psico-cognitivo umano dunque prodotto dalla collaborazione tra i sensi e lintelletto. Da ci deriva il complesso di desideri: la volont persegue precisi scopi, la cui scelta per sfugge alluomo. La volont non solo determinata, ma addirittura necessitata: Locke allinizio indica come obiettivo ultimo delluomo la felicit, in seguito invece individua come motore dellazione il disagio del desiderio da soddisfare. Luomo, perci, determinato dalla sua mente, dai suoi desideri, e pu dirsi libero soltanto se non impedito ad agire in accordo alla sua volont. Anche lo scozzese David Hume ritiene che la libert consista solo nel potere di agire o non agire, secondo la determinazione della volont.33 Nella sua concezione empirista, la volont un processo naturale, necessitata dallinsieme di motivi e desideri delluomo. In virt di ci, il comportamento umano prevedibile, una volta analizzati motivi, carattere e situazioni. Ma proprio per il legame con i moventi e il carattere personale, Hume ritiene conciliabile limputabilit soggettiva dellazione e la responsabilit con una visione deterministica, ponendosi perci nella corrente del compatibilismo: luomo subisce la necessit della scelta, ma libero di non agire.34

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Id., Essais de Thodice sur la bont de Dieu, la libert de lhomme et lorigin du mal , Amsterdam, 1710. 32 J. Locke, An Essay Concerning Human Responsibility, Londra, 1690. 33 D. Hume, Enquiries Concerning Human Understanding and Concerning the Principles of Morals, Londra, 1751. 34 Id., Treatise of Human Nature, Londra, 1739-1740.

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A proposito della mente, egli distingue tra impressioni, che sono sentimenti e immagini gi presenti nella mente, e idee, che delle impressioni sono soltanto copie. Le idee si associano secondo tre principi: di somiglianza, di contiguit nello spazio e nel tempo, di rapporto tra causa ed effetto. La mente una specie di teatro, dove le diverse percezioni appaiono una di seguito allaltra, rapidamente, in un perpetuo flusso e movimento. A dare una certa consistenza alla mente sono solo la memoria e labitudine, anche se talvolta possono essere ingannevoli.35 Nella Critica della ragion pura36, Immanuel Kant coglie la contraddizione intrinseca nel predicare azioni libere sottoposte per ad una concatenazione di cause antecedenti. Secondo Kant, la realt si distingue nel mondo fenomenico, il piano materiale, osservabile e determinato, e nel mondo noumenico, il piano trascendentale, inintelligibile. La libert una condizione di possibilit che si pone ad un livello trascendentale, slegata da tutto ci che empirico. Nella Critica della ragion pratica37, Kant sostiene che essa sia un postulato della ragion pura pratica, in base al quale determinare la propria volont per obbedire alla legge morale. In tal senso, la libert coincide con la volont: luomo possiede il libero arbitrio, concepito come facolt tra il bene e il male, con cui luomo pu elevare le proprie azioni alluniversale o abbassarle allindividuale. Contrariamente a Kant, Arthur Schopenhauer nega in maniera assoluta la libert: ogni cosa, organica o inorganica, sottomessa ad una causalit deterministica, dovuta a fattori esterni o interni. In particolare, luomo costituito da un carattere, stabile e immodificabile, a cui non pu sfuggire. Tale carattere determina la volont attraverso la motivazione. La libert di scelta rimane pura illusione: non esercizio del libero arbitrio, bens solo il confronto dei numerosi motivi personali. Dal loro scontro, emerge la motivazione pi forte, che determina necessariamente la volont. La ragione pu soltanto scegliere i mezzi con cui attuarla, in modo tale che luomo rimane pur sempre responsabile delle sue azioni.38

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Id., Enquiries Concerning Human Understanding and Concerning the Principles of Morals, Londra, 1751. 36 I. Kant, Kritik der rainen Vernunft, Riga, 1781. 37 Id., Kritik der praktischen Vernunft, Riga, 1788. 38 A. Schopenhauer, Die Welt als Wille und Vorstellung, Leipzig, 1819.

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Parallelamente, nellambito scientifico, predomina la concezione materialistica, tra i cui esponenti maggiori vi il medico e filosofo francese Julien De La Mettrie. Forte contestatore del dualismo cartesiano, egli sostiene non solo che lanima sia indistinta dal corpo, ma che essa sia un principio attivo diffuso nella sostanza midollare, con sede nel cervello. Per molti versi vicino al pensiero empiristico moderno, egli afferma che lunica conoscenza valida sia quella sperimentale e che solo i medici possono comprendere appieno la natura delluomo, paragonato ad una macchina.39 Sempre da una prospettiva materialistica, interessante la corrente illuministica dellideologismo, affermatosi in Francia tra Settecento e Ottocento, che vede tra i suoi rappresentanti il medico francese Pierre Cabanis. Egli si occupa del rapporto mente-corpo e dellanalisi di sensazioni e idee. Cabanis ritiene le facolt intellettuali legate alla struttura fisica delluomo. In particolare, afferma che le impressioni possono avere origine in due modi diversi: o giungere alla psiche da oggetti esterni oppure essere generate da organi interni. Nel secondo caso, le impressioni, spesso molto intense, non sono coscienti.40 Cabanis pose in tal modo le basi per la futura concettualizzazione del subconscio. Unesaltazione del determinismo proviene dal movimento filosofico del positivismo, che privilegia lo studio della realt concreta sperimentabile. Da riconoscere il vasto contributo allo studio della mente dato dai positivisti: molti analizzarono le interrelazioni tra mente e cervello, il modus essendi e il modus operandi della mente, linfluenza della volont e dei sentimenti nellattivit

cognitiva. Il pi noto John Stuart Mill, che individua due tipi di ragionamento: quello induttivo, che va dal particolare alluniversale, e quello deduttivo, dal generale al particolare.41 Egli anche difensore dei tre diritti fondamentali delluomo: la libert di coscienza, pensiero e parola; la libert dei gusti e dei desideri; la libert di associazione.42 Il francese Henri Bergson, anchegli determinista, reputa che la libert non consista nel libero arbitrio, ma nellautodeterminazione della propria totalit

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J.O. de La Mettrie, Histoire de lme, Parigi, 1745. P.J.G. Cabanis, Rapports du physique et du moral de lhomme, Parigi, 1802. J. Stuart Mill, A System of Logic, Londra, 1843. Id., On Liberty, Londra, 1859.

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spirituale. Le azioni veramente volontarie sono solo quelle che esprimono la personalit intera. Bergson, inoltre, esamina le facolt di istinto, intelligenza e intuizione. Le prime due rappresentano soluzioni diverse, entrambe efficaci, allo stesso problema. Ma la modalit migliore in assoluto lintuizione, ossia quel momento luminoso in cui lintelligenza si fonde nellistinto.43 Affrontando il dibattito filosofico del Novecento, ai nostri fini conviene concentrarsi sulle correnti filosofiche e scientifiche che hanno analizzato in maniera stringente il problema della mente e del cervello, nonch le implicazioni sul libero arbitrio. Il XX secolo, infatti, si pu affermare che sia il periodo storico in cui il cosiddetto mind-body problem stato studiato in ogni suo aspetto. Ed proprio nel Novecento che viene coniato il termine neuroscienze, indicando linsieme di discipline scientifiche che si occupano dello studio del sistema nervoso e degli stati mentali, ognuna con una propria prospettiva e con differenti approcci. Filosofi e scienziati adottano un metodo di indagine interdisciplinare, che include in un quadro unitario le risultanze delle pi diverse branche: la neurobiologia, la neuropatologia, la neuropsicologia, la

neuropsicanalisi e infine la neurofilosofia. Nel mondo anglosassone, in particolare, si sviluppa la filosofia della mente, che, privilegiando questioni di natura teoretico-fondazionale ed epistemologica, studia la natura dei fenomeni mentali e il ruolo che occupano nella struttura causale della realt. La problematica che tuttora persiste dello studio degli stati mentali data dalla loro natura, sperimentabile solo nellesperienza cosciente soggettiva, non valutabile scientificamente. I fenomeni mentali possono essere osservati indirettamente attraverso gli effetti che essi provocano come cause mentali. Negli Anni 30, il filosofo neoempirista Herbert Feigl 44 stato il primo a ricorrere allespressione the mind-brain problem o mind-body problem, ossia il problema del rapporto tra mente e corpo. Feigl cercava una caratterizzazione della mente rigorosamente scientifica, eliminando ogni concezione metafisica della mente concepita in modo metafisico e riportandola in un ambito fisico-naturale, indispensabile per giungere a una conoscenza scientifica dei fenomeni mentali.

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H. Bergson, Essai sur le donnes immdiates de la conscience, Parigi, 1889. H. Feigl, The Mental and the Physical, Minneapolis, 1958.

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Con lo studioso australiano David Malet Armstrong45, Feigl elabora la teoria dellidentit, per cui i fenomeni mentali sono identificabili con fenomeni neurocerebrali. Stati mentali come lintenzione e la volont hanno un ruolo causale, ma non perch esista una realt mentale autonoma, bens perch gli stati mentali sono identici agli stati fisici. I processi mentali agiscono sul comportamento fisico perch sono uguali ai processi neuronali nel cervello. Per Feigl e Armstrong, dunque, la scienza della mente si identifica con la scienza dei processi neurocerebrali. Contemporaneamente, in psicologia lamericano John Broadus Watson fonda il comportamentismo, che avrebbe avuto un ruolo preminente per tutta la prima met del Novecento. Watson riduce le funzioni della mente a semplici comportamenti esterni, esaminabili con procedure sperimentali.46 Suo oppositore Gilbert Ryle, che con il suo The concept of mind del 194947 segna una rivalutazione dei processi mentali e della loro efficacia causale. Ryle ritiene che per spiegare e prevedere unazione umana non basta la semplice descrizione del comportamento umano. necessario presupporre lesistenza e lefficacia causale di stati e processi mentali non osservabili quanto i comportamenti fisici. Ryle d inizio a quella che stata definita rivoluzione cognitiva, riportando dattualit la questione metafisica della natura degli stati mentali. In ambito filosofico, si affermano cos due posizioni fondamentali: il dualismo psicofisico e le teorie dellidentit. Il dualismo psicofisico ritiene che esista una realt mentale, non fisica. Gli stati mentali o psichici, per, appaiono incompatibili con la realt fisica. Emerge di conseguenza la concezione dellinterazionismo causale che predica il dualismo di propriet: pur esistendo solo una realt, essa possiede propriet sia fisiche sia non fisiche, correlate tra loro. Linterazionismo causale si fonda sul principio per cui gli eventi mentali hanno un effetto causale sugli eventi fisici e gli stati fisici lo hanno sugli stati mentali. La maggior obiezione allinterazionismo il principio di

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D.M. Armstrong, A Materialist Theory of Mind, Londra, 1968. J.B. Watson, Psychology as the Behaviorist Views, in Psychological Review, n. 20, 1913, p. 158-177; Id., Behaviorism, University of Chicago Press, Chicago, 1930. 47 G. Ryle, The Concept of Mind, University of Chicago Press, Chicago, 1949.

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chiusura causale del mondo fisico, secondo il quale gli eventi fisici possono essere causati solo da eventi fisici. Tuttavia, un argomento a favore proviene dalla teoria dei quanti: in un processo fisico, a livello micro, avviene una indeterminazione, che potrebbe essere provocata da cause mentali. In tal caso, le cause mentali potrebbero aver effetto sul mondo fisico senza violare alcuna legge. In contrapposizione, negli Anni 60, il viennese Paul Kail Feyerabend, con altri studiosi, elabora la teoria eliminativa, o teoria della scomparsa48: egli rifiuta sistematicamente di identificare la realt mentale con la realt cerebrale e intende eliminarla del tutto. Per Feyerabend, la scienza seria (in questo caso, la scienza neurocerebrale) deve smascherare la pseudoscienza della mente ed eliminarla. Sempre negli anni 60, numerosi filosofi della mente reagiscono criticamente alle teorie identitiste ed eliminazioniste, unendosi sotto il nome di mentalisti, ma dividendosi subito dopo in varie correnti: le due principali hanno, come capofila, una il filosofo Karl Raimund Popper e il neurofisiologo e Premio Nobel John Carew Eccles (che proseguono lungo il filone del dualismo interazionista), laltra i filosofi americani Hilary Putnam e Jerry Fodor (che danno vita al mentalismo funzionalistico, che si riavvicina per molti versi alle teorie dellidentit). In Lio e il suo cervello49, Popper e Eccles affermano che la mente un vero e proprio mondo autonomo, distinto da altri due mondi; insieme, i tre mondi costituiscono luomo. Il primo mondo di natura fisica e comprende tutti i processi neurofisiologici; il secondo di natura mentale e riguarda tutti i fenomeni desperienza delluomo in quanto essere senziente e pensante; il terzo racchiude linsieme dei concetti e delle teorie intellettuali ed autonomo nei confronti sia della dimensione corporeo-oggettiva, sia di quella psico-soggettiva. Karl Popper e John Eccles difendono, con la dottrina dei tre mondi, lautonomia della realt mentale da quella fisica, inquadrando il loro pensiero nella corrente dellinterazionismo causale. Eccles ipotizza che linterazione tra realt mentale e realt fisica si realizzi nella struttura micro del cervello, poich i processi indeterministici dei quanti lascerebbero spazio allintervento di cause mentali. A
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P.K. Feyerabend, Explanation, reduction, and empiricism, in H. Feigl, G. Maxwell, Minnesota studies in the philosophy of science: Scientification explanation, space and time , Vol. 3, Minneapolis, 1962, p. 28-97. 49 K. Popper, J. Eccles, The Self and its Brain: An Argument for Interactionism , Springer International, Berlino-Heidelberg-Londra-New York, 1977.

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livello di questi micro-processi sarebbe possibile uninterazione tra mente e corpo, che non implichi la violazione del principio di conservazione dellenergia. La realt mentale che interagisce causalmente con la realt fisica sarebbe costituita dai cosiddetti psiconi, entit mentali elementari, che influirebbero sullattivit dei neurotrasmettitori. Tuttavia la teoria di Eccles puramente speculativa e non fornisce dati empirici che confermino lesistenza degli psiconi. Per interagire con i neurotrasmettitori, le entit mentali dovrebbero necessariamente occupare un luogo determinato nello spazio-tempo: ci per non compatibile con la caratteristica della realt mentale di non avere estensione nello spazio e nel tempo. Laltra corrente mentalistica, fondata da Putnam50 e Fodor51 e chiamata funzionalismo, propone una radicale trasformazione del concetto di mente: non pi una res, una cosa, bens una funzione. Per i due filosofi, la funzione-mente pu essere realizzata in vari modi, ma rimane sempre la funzione. Il mentalismo funzionalistico ha trovato uno stimolante riscontro nella computer science: in ogni sistema di computer si opera la distinzione tra software e hardware, entrambi indispensabili, ma con funzioni assolutamente diverse; cosicch si potuto ragionevolmente azzardare la proporzione la mente sta al software come il cervello sta allhardware. La mente si pu dunque considerare come un insieme aperto delle pi diverse funzioni, tutte per sottoposte al vincolo della compatibilit con il cervello-hardware. Fodor si poi spostato dal funzionalismo verso il cognitivismo e il modularismo. Per il cognitivismo, nessuno studio dellumano pu prescindere dalla mente; tale studio va concepito come ricerca ed elaborazione di dati per aumentare le conoscenze del soggetto; lo studio deve realizzare sia linventario di strutture e funzioni nelle attivit psichiche, sia la costruzione di modelli per spiegare il funzionamento del sistema-mente. Secondo Fodor, nella mente c un numero ampio ma non infinito di moduli, capaci sia di interpretare i messaggi giunti al cervello sia di aggregarsi in maniera cos varia da giustificare la complessit del rapporto pensiero-azione.52 In seguito Fodor rivolger forti critiche contro il non
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H. Putnam, Mind, Language and Reality. Philosophical Papers, Vol. 2, Cambridge University Press, Cambridge, 1975. 51 J. Fodor, The Language of Thought, Harvard University Press, Cambridge, 1975. 52 Id., The Modularity of Mind: An Essay on Faculty Psychology, MIT Press, Cambridge, 1983.

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realistico linguaggio mentalistico, gli altrettanto non realistici principi della scienza cognitiva e le eccessive ambizioni del computazionalismo. Molti studiosi, tra cui Margaret Boden (fondatrice allUniversit del Sussex della School of Cognitive and Computing Sciences), Roger Schank e John Haugeland, hanno ripensato i fenomeni mentali attraverso la novit della computer science, dando vita alla filosofia computazionale della mente: la mente viene trattata come un vero computer naturale, come un sistema le cui operazioni sono spiegabili con modelli ricavati da operazioni di computer. Il filosofo californiano Hubert Dreyfus53 ha confutato questa teoria, rilevando i limiti del computer rispetto alluomo dotato di una mente. Anche Joseph Weizenbaum54, pur essendo uno studioso della computer science, ha espresso riserve sui rapporti tra il computer, luomo e la sua mente: dopo aver costruito un computer particolarmente sofisticato, Weizenbaum ha interrotto la sua attivit tecnologica e ha scritto un saggio contro le erronee analogie tra uomo e computer. Posizioni molto critiche nei confronti di certe interpretazioni della computer science sono state assunte da John Searle55, che negli anni 70 passato dagli studi sugli atti linguistici alla filosofia della mente. Secondo Searle luomo con la sua mente si configura come un ente biologico e semantico, capace di produrre, con i propri atti biologico-intenzionali, azioni impossibili per i sistemi computazionali. Nel 1976, nel saggio Cognition and reality56, il filosofo americano dorigine tedesca Ulric Neisser, che nel decennio precedente aveva definito luomo come un elaboratore di informazioni, volle fare autocritica, ammettendo che si tendeva troppo a interpretare la mente con costruzioni astratte e modelli solo ipotetici, incapaci di cogliere gli stati mentali reali e le interazioni mente-mondo. Per lo psicologo svizzero Jean Piaget57, la mente non pu essere in alcun modo cancellata: non ha una essenza sua propria, ma una componente dellumano
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H. Dreyfus, What Computers Cant Do, MIT Press, New York, 1972. J. Weizenbaum, Computers Power and Human Reason, W.H. Freeman, San Francisco,

1976.
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J. Searle, Minds, Brains and Programs, in Behavioral and Brain Sciences, n. 3, Cambridge, 1984, p. 417-457. 56 U. Neisser, Cognition and Reality: Principles and Implications of Cognitive Psychology , W.H. Freeman, San Francisco, 1976. 57 J. Piaget, La construction du rel chez lenfant, Delachaux et Niestl, Parigi, 1937; Id., Biologie et connaissence; essai sur les relations entre les regulations organiques et les processus cognitifs, ditions de la Pliade, Parigi, 1967.

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correlata non solo col cervello, ma almeno tendenzialmente con lintero organismo, rispetto al quale ha una funzione unificatrice e organizzatrice. La mente agisce e si evolve secondo leggi costanti e autonome rispetto allindividuo e allambiente. Dopo aver ricevuto nel 1972 il premio Nobel per i suoi studi sul sistema immunitario, Gerald M. Edelman si occupato delle relazioni mente-cervello. Respinte le tesi mentalistiche e quelle materialistico-neurocomputazionali, afferma che i fenomeni mentali vanno affrontati in una prospettiva biologiconaturalistica ed elabora il cosiddetto darwinismo neurale58: le funzioni psichiche superiori non si spiegano con modelli uniformi e costanti di localizzazione e azione neuro-cerebrale, ma tenendo conto di una selezione competitiva tra gruppi neuronali. Edelman, insieme con lo psichiatra e neuroscienziato italiano Giulio Tononi, nega lidentit tra tipi di eventi mentali e fisici sostenuta dal riduzionismo. Insieme, hanno accertato che alla realizzazione di unesperienza cosciente contribuiscono gruppi di neuroni che si trovano in aree del cervello molto distanti; e che non lecito parlare di identit o correlazione fra un determinato tipo di attivit neurale e un determinato tipo mentale. Levidenza scientifica contraddice il riduzionismo: lordine temporale dei processi fisici nel cervello e la loro distribuzione spaziale negano la possibilit che ci siano strutture fisiche identificabili con stati mentali. Thomas Nagel, filosofo americano dorigine serba, professore di Filosofia del Diritto alla New York University, si occupato in particolare di filosofia della mente e di filosofia morale ed uno dei maggiori esponenti della teoria internista, convinto che la coscienza e lesperienza soggettiva non possano essere ridotti ad unattivit cerebrale basata su impulsi e sensazioni. La sua fama mondiale dovuta a un suo saggio del 197459 e al suo felicissimo titolo, Che cosa si prova ad essere un pipistrello?, nel quale egli critica le pretese riduzionistiche di ricondurre gli stati mentali ai processi oggettivamente rilevabili allinterno del cervello. Nel 2008, a Roma, ha ricevuto dal presidente Giorgio Napolitano il
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G. Edelman, Neural Darwinism. The Theory of Neuronal Group Selection, Basic Books, New York, 1987. 59 T. Nagel, What Is It Like to Be a Bat?, in The Philosophical Review, Vol. 83, n. 4, 1974, p. 435-450; Id., What Is It Like to Be a Bat?, in Id., Mortal Questions, Cambridge University Press, Cambridge, 1979, p. 166.

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Premio Balzan. A proposito del libero arbitrio, ha affermato con ironia: Cambio idea sul problema del libero arbitrio ogni volta che ci penso, e quindi non posso proporre alcun punto di vista, neanche con sicurezza moderata; ma la mia opinione attuale che nulla che possa essere una soluzione stato finora descritto. Lo studioso americano Daniel Dennett ha elaborato una concezione, ispirata a un realismo intenzionale debole, in cui la mente, la coscienza e lintenzionalit sono modi per organizzare e dare un senso a funzioni e comportamenti reali; perci non vanno cancellati, ma neppure sono realt oggettive. Nel suo libro Brainstorms del 197860, Dennett ritiene che l'intenzionalit si basa su nozioni che possono essere definite pseudospiegazioni, poich le convinzioni, i desideri o gli atti volitivi a cui essa fa riferimento, non costituiscono la vera causa del comportamento umano, ma sono semplici etichette per descrivere ed, eventualmente, prevedere il comportamento stesso. L'intenzionalit, che deriva dalla psicologia del senso comune, non rappresenta un adeguato concetto esplicativo, dal momento che non pu fare a meno di evocare una sorta di homunculus, posto alla base del nostro agire intenzionale e cosciente. Riguardo alla coscienza, in una prospettiva chiaramente funzionalistica, non ritiene che ci sia una sostanziale differenza tra il modo di operare di un calcolatore e quello del cervello umano. In entrambi i casi si tratta di sistemi fisici (composti da un certo numero di sottosistemi). La qualit dell'essere coscienti, per Dennett deriva unicamente da un certo tipo di organizzazione funzionale e non dal fatto che si abbia a che fare con un cervello organico piuttosto che con un cervello costituito da un calcolatore elettronico. Le esperienze coscienti si identificano totalmente con gli eventi portatori di informazione al loro interno.61 Negli anni 80, prosegue la corrente della filosofia computazionale della mente, con il contributo del neuroscienziato e psicologo inglese David Marr. Egli lautore dellimportante saggio Vision: A Computational Investigation into the Human Representation and Processing of Visual Information, pubblicato nel

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D. Dennett, Brainstorms: Philosophical Essays on Mind and Psychology , MIT Press, Cambridge, 1981. 61 Id., D. Hofstadter, The Minds I, Bantam Books, New York, 1982.

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198262, purtroppo solo dopo la sua prematura scomparsa (a 35 anni, ucciso da una leucemia). In esso Marr compie unanalisi dei sistemi cognitivi utile per ricostruire la relazione tra processi mentali e fisici nel modello

rappresentazionale-simbolico della mente: al primo livello si ha la sequenza degli stati mentali proposizionali; la sequenza si realizza al secondo livello, il livello algoritmico delle relazioni inferenziali-sintattiche, dove si esprimono le regole formali che governano la computazione degli stati cognitivi; al terzo livello si ha la realizzazione fisica di questa connessione sintattica. Fra i tre livelli c una relazione di implementazione: i processi del secondo livello implementano quelli del primo e i processi fisici del terzo livello implementano quelli algoritmici del secondo. La brillante costruzione di Marr presenta per un problema. C una radicale differenza fra il primo livello della sequenza degli stati mentali propositivi e il terzo livello dellimplementazione fisica. Nella sua struttura fisica, la mente umana non un computer che elabora le informazioni in serie: piuttosto una rete neuronale, in cui lelaborazione di informazioni distribuita parallelamente. Il problema sembra risolto con il connessionismo, i cui maggiori esponenti sono David Rumelhart e James McClelland63, in cui il modello computazionale la rete neuronale. Rumelhart e McClelland hanno immaginato il connessionismo al secondo livello, algoritmico, dello schema di Marr. Tale corrente studia i processi cognitivi attraverso lelaborazione di modelli astratti e di programmi implementabili su elaboratore che, essendo dotati di una struttura analoga a quella delle reti neurali, sono in grado di simulare il funzionamento del sistema nervoso. Il connessionismo ricrea il processo di elaborazione e trasferimento delle informazioni. costituito da tre strati: uno strato di unit di input trasmette linformazione allo strato delle unit nascoste, che trasmettono allo strato delle unit di output. La trasmissione di uninformazione da ununit allaltra dipende anche dal suo stato di attivazione e dal suo peso. Tale peso, secondo Paul

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D. Marr, Vision: A Computational Investigation into the Human Representation and Processing of Visual Information, Freeman and Co., New York, 1982. 63 D.E. Rumelhart, J. McClelland, Parallel Distributed Processing: Explorations in the Microstructure of Cognition, MIT Press, Cambridge, 1987.

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Smolensky, professore di scienze cognitive alla Johns Hopkins University di Baltimora, non fisso ma pu variare per diverse cause. Alcuni studiosi aderenti al connessionismo sostengono che esso sia incompatibile con la cosiddetta folk psychology, la psicologia del senso comune. William Ramsey, Stephen Stich e Joseph Garon64 ritengono che la folk psychology, come teoria sullo svolgimento dei processi cognitivi, richiederebbe stati funzionali discreti con efficacia causale anche a livello algoritmico. Ma in un sistema a elaborazione parallela distribuita non esistono entit del genere. Perci, negando lefficacia causale degli stati mentali, il connessionismo diviene incompatibile con la folk psychology. Ne consegue che le entit presupposte nella folk psychology non avrebbero un fondamento nella realt cognitiva. Paul Churchland e Patricia Smith Churchland, marito e moglie canadesi naturalizzati statunitensi, sono i maggiori esponenti di una forma estrema di materialismo: il materialismo eliminativista o eliminativismo. I Churchland sostengono che i fenomeni mentali semplicemente non esistono e che i discorsi sulla mente riflettono una illegittima psicologia popolare, la folk psychology, di cui gi si detto, che semplicemente non ha alcuna base fattuale. Secondo Paul Churchland65, tutte le osservazioni empiriche sono un sovraccarico di teoria, e tali sono anche i nostri giudizi percettivi provenienti dal senso interno, ossia dallintrospezione; e poich la folk psychology interpreta i dati del senso interno alla luce di una concezione delluomo che frutto di una particolare tradizione storico-culturale, se ci liberassimo da questa immagine potremmo considerare i nostri stati mentali in termini completamente nuovi. Churchland sviluppa la sua critica in due punti essenziali: la psicologia del senso comune una teoria, probabilmente falsa, che non ha compiuto alcun progresso e non riesce a spiegare la maggior parte dei fenomeni psicologici come il sonno, il coordinamento senso-motorio, le malattie mentali, l'intelligenza, la creativit. Essendo la psicologia del senso comune una teoria falsa, essa non pu costituire la base della psicologia scientifica. Inoltre presumibile che anche le entit che
64

W. Ramsey, S. Stich, J. Garon, Connectionism, Eliminativism, and the Future of Folk Psychology, in J. Tomberlin (a cura di), Action theory and philosophy of mind philosophical , Atascadero, 1990, p. 499-533. 65 P.M. Churchland, Reduction, Qualia and Direct Introspection of Brain States , in Journal of Philosophy, Vol. 82, n. 1, 1985, pp. 8 -28.

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costituiscono i riferimenti dei suoi concetti teorici (desideri, opinioni, intenzioni, passioni) siano inesistenti. Patricia Smith Churchland66, distinguendosi dal marito, si concentrata soprattutto sul rapporto fra neuroscienze e filosofia: per capire il mentale dobbiamo comprendere il funzionamento del cervello. Alvin Goldman67 e Robert Gordon68 hanno messo sotto accusa leliminativismo dei coniugi Churchland. Per loro la psicologia del senso comune non affatto da eliminare, anche se non pu essere messa sullo stesso piano di una teoria scientifica: la capacit di spiegare e prevedere il comportamento umano consiste in meccanismi di carattere non teorico. Per Goldman e Gordon si possono ottenere risultati migliori ricorrendo allempatia, la forma di immedesimazione negli stati psicologici altrui, per spiegarne il comportamento. Lempatia stata accolta nella filosofia della mente grazie a una tesi di Willard van Orman Quine 69, il quale aveva ipotizzato che lattribuzione dei cosiddetti atteggiamenti proposizionali o stati intenzionali (opinioni, desideri, speranze), attraverso i quali la psicologia del senso comune spiega il comportamento dei nostri simili, si basi essenzialmente su una simulazione di tipo empatico. Tale simulazione empatica costituisce per Quine una modalit conoscitiva naturale con la quale normalmente, e spesso inconsciamente, immedesimandoci in unaltra persona, le attribuiamo pensieri e atteggiamenti che avremmo noi se ci trovassimo al suo posto. Lo psichiatra italiano Giovanni Jervis, che stato professore di psicologia dinamica allUniversit La Sapienza, ha criticato sia gli eccessi riduzionistici di molti psicologi e neurofilosofi, sia il modularismo di Fodor. Jervis ritiene, infatti, che non si possa parlare di teorie modulari della mente, dato che lidea di modularit stata scoperta a livello strettamente neurologico, non psicologico, ossia che il cervello a funzionare per moduli. Jervis ha anche analizzato il tema
66

P. Smith-Churchland, Neurophilosophy: Toward a Unified Science of the Mind-Brain, MIT Press, Cambridge, 1986. 67 A.I. Goldman, Simulating Minds: The Philosophy, Psychology and Neuroscience of Mindreading, Oxford University Press, New York, 2006. 68 R.M. Gordon, Sympathy, Simulation, and the Impartial Spectator, in Ethics, Vol. 105, n. 4, University of Chicago Press, 1995, p. 727-742; Id., Simulation and Reason Explanation: The Radical View, in Philosophical Topics, n. 29, University of Arkansas, 2001, p. 175 -192. 69 W. Van Orman Quine, Quantifiers and Propositional Attitudes, in Journal of Philosophy, Vol. 53, n. 5, 1956, p. 177 -187; ristampato in Id., The Ways of Paradox and Other Essays, Harvard University Press, Cambridge, 1976, p. 185-196.

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dell'autorit, della depressione, delle illusioni, dellidentit. Nel suo saggio La conquista dell'identit del 199770, sostiene che la ricerca dellidentit va collegata al quadro storico attuale, che vede il dissolversi dei modelli ereditati dalla famiglia e dalla tradizione. Il filosofo australiano David John Chalmers, nel suo libro The Conscious Mind del 199671, si concentra soprattutto sui problemi della coscienza, che divide in facili e difficili. Un easy problem, un problema facile, lindividuazione di modelli neurobiologici della coscienza. Un hard problem, un problema difficile, la spiegazione degli aspetti qualitativi e soggettivi dellesperienza cosciente, che sfuggono ad unanalisi fisicalista e materialista. La tesi di Chalmers si inserisce nel filone dellantiriduzionismo, affermando che lesperienza cosciente non riducibile ai fenomeni elettrochimici che hanno luogo nel cervello. Lo spiega con un paradosso, ipotizzando la possibilit teorica dellesistenza degli zombi, creature identiche agli esseri umani, sia nellaspetto fisico che nel comportamento, tanto da essere indistinguibili da questi. Ma lo zombi non un uomo perch manca completamente di esperienza cosciente: agisce meccanicamente senza la minima consapevolezza di ci che fa. Chalmers ammette che gli zombi ovviamente non esistono, ma potrebbero esistere, da un punto di vista logico; e ci prova che le esperienze coscienti non sono riducibili agli stati fisici del cervello. David Chalmers e Andy Clark, nel loro articolo The Extended Mind del 199872, descrivono i confini della mente ed elaborano la cosiddetta teoria della mente estesa, rientrante nella posizione dellesternalismo. Secondo Chalmers e Clark, la mente non contenuta solo nel cervello, ma si estende oltre la scatola cranica: essa si compone di tutto ci che larricchisce, dallambiente al linguaggio ai libri, e via dicendo. Ogni strumento che potenzia le capacit intellettive diventa parte integrante della mente stessa, ossia un veicolo cognitivo.

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G. Jervis, La conquista dellidentit: essere se stessi, essere diversi, Feltrinelli, Milano,

1997.
71

D.J. Chalmers, The Conscious Mind: In search of a Fundamental Theory , Oxford University Press, Oxford, 1996. 72 D.J. Chalmers, A. Clark, The Extended Mind, in Analysis, n. 58, Blackwell Publishing, 1998, p. 7-19.

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Il neuroscienziato portoghese Antonio Rosa Damasio, attraverso losservazione di diversi casi clinici, ha rivalutato il valore delle emozioni e dei sentimenti, ipotizzando nel saggio del 1994 Lerrore di Cartesio73 la tesi secondo cui in molti processi decisionali forniscono una sorta di percorso abbreviato, bypassando i dubbi e la ragione. Il processo decisionale non sempre unanalisi minuziosa dei pro e contro, ma spesso ricorre ad una strategia semplificata. Si fa riferimento agli esiti di passate esperienze, analoghe con la situazione presente. Dette esperienze hanno lasciato delle tracce, non necessariamente coscienti, che richiamano in noi emozioni e sentimenti, con connotazioni negative o positive. Damasio chiama queste tracce marcatori somatici. In tale processo, la scelta quindi condizionata dalle risposte somatiche emotive, avvertite a livello soggettivo, utilizzate, non necessariamente in maniera consapevole, come indicatori del possibile esito delle varie opzioni. In altre parole, i sentimenti fanno parte del contrassegno posto sulle varie opzioni; in tal modo i marcatori somatici fungono da strumento automatico che facilita il compito di fare la scelta giusta dal punto di vista biologico. Oggi, dunque, il panorama neuroscientifico presenta un variegato insieme di approcci filosofici. Nonostante ancora molti tra ricercatori e studiosi adottino posizioni materialistiche, sempre pi ampia ladesione ad un approccio metodologico che non neghi la consistenza della realt mentale. Anzi, i pi recenti studi fanno emergere come la tesi interazionista avesse colto nel segno: i processi psichici influenzano e vengono influenzati dagli stati fisici, sia in condizioni patologiche sia in condizioni normali. Ricerche sulla cura della depressione, sulle modalit dellapprendimento, sulla formazione dei giudizi morali, sulla neuroplasticit dimostrano la nostra capacit di influenzare non soltanto la nostra dimensione mentale, ma addirittura la conformazione anatomica del cervello. Anche solo in forma indiretta, manteniamo un controllo su noi stessi ad ogni livello, identitario, psichico, cerebrale. E ci si traduce, in altri termini, in libero arbitrio.

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A. Damasio, Descartes Error: Emotion, Reason, and the Human Brain, Putnam Publishing, New York, 1994.

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Etica e neuroscienze

La nascita della neuroetica e del neurodiritto


La neuroetica nasce come una branca specializzata della bioetica74, occupandosi delle questioni etiche emergenti dai progressi nello studio del cervello umano. Ovviamente, le neuroscienze rappresentano il campo di maggior rilievo per i cosiddetti neuroeticisti, date le loro implicazioni prettamente pratiche. Oggi assistiamo allintroduzione in ambito biomedico di innovative terapie

psicofarmacologiche, interventi di nanochirurgia neurologica e tecnologie di neuroimaging allavanguardia. Lo studio dei correlati neurali ha condotto ad una rivisitazione del ruolo delle diverse funzioni cognitive: gli stati di coscienza sia in soggetti sani sia in soggetti malati; lintervento delle emozioni; la formazione di giudizi morali; il funzionamento della memoria; la correlazione tra lesioni cerebrali e comportamenti; e via dicendo. Non solo i progressi neuroscientifici hanno riportato alla ribalta alcuni vecchi interrogativi filosofici (uno per tutti: dove inizia la nostra libert e finisce quella del nostro cervello?), ma ci hanno anche reso consapevoli di quanto queste pratiche necessitino di un insieme di regole etiche. Data la giovinezza delle neuroscienze e delle tecnologie pi recenti, i limiti morali di intervento sono ancora vaghi e poco definiti. In ragione di ci, la comunit scientifica e il mondo accademico hanno mostrato la loro sensibilit al tema: nellultimo decennio, intorno allargomento sorta una vasta letteratura, hanno avuto luogo convegni e raduni di esperti e sono stati fondati comitati e associazioni. La stessa nascita del termine neuroetica coincide con la conferenza Neuroethics: mapping the field, svoltasi il 13-14 giugno 2002 a San Francisco, su iniziativa della Stanford University e della University of California. Gli
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J. Illes, Neuroethics: Defining the Issues in Theory, Practice and Policy, Oxford University Press, Oxford, 2006.

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organizzatori della conferenza definirono la neuroetica come: Lo studio delle questioni etiche, giuridiche e sociali che sorgono quando le scoperte scientifiche sul cervello vengono portate nella pratica medica, nelle interpretazioni giuridiche e nella politica sanitaria e sociale. Queste scoperte stanno avvenendo nel campo della genetica, del brain imaging e nella diagnosi e predizione delle malattie. La neuroetica ha il compito di esaminare come i medici, i giudici e gli avvocati, gli assicuratori e i politici, cos come il pubblico si occupano di questi temi.75 In seguito, William Safire, editorialista del New York Times, diede questa definizione di neuroetica: Lesame di ci che giusto o sbagliato, di ci che buono o cattivo in relazione al trattamento, al perfezionamento, alle intrusioni indesiderate e alle preoccupanti manipolazioni del cervello umano.76 Intorno al 2002, dunque, possiamo localizzare temporalmente la presa di coscienza, di cui accennavo, sulla necessit di una organica riflessione etica in ambito neuroscientifico. Curiosamente, per, molto prima del termine neuroetica fu coniato quello di neuroeticista: Roland Cranford lo utilizz nel 1989 per riferirsi a quei neurologi che, presenti nei comitati etici ospedalieri, ricoprivano il ruolo di consulenti per affrontare diversi dilemmi etici, quali la morte cerebrale, la locked-in syndrome, lo stato vegetativo persistente e luso di respiratori artificiali per il trattamento delle malattie neurodegenerative.77 Similmente alla bioetica, lo scopo originario della neuroetica era di affrontare i problemi relativi alle applicazioni pratiche delle neuroscienze. Come dicevamo, alcuni di essi sono ad esempio gli interventi di psicofarmacologia e di neurochirurgia, la cosiddetta privacy cerebrale, nonch il potenziamento cerebrale tramite farmaci (ossia la loro somministrazione in soggetti sani non a scopo terapeutico). Ben presto, per, la riflessione neuroetica si allargata a tematiche pi speculative, pertinenti tradizionalmente alla filosofia e al diritto: dallesistenza del libero arbitrio allo statuto della coscienza fino alla concezione stessa della persona
75

S.J. Marcus, Neuroethics. Mapping the Field, atti della Dana Foundation Conference, University of Chicago Press, Chicago, 2002. 76 W. Safire, The but-what-if factor, in The New York Times, 16 maggio 2002. 77 R.E. Cranford, The neurologist as ethics consultant and as a member of the institutional ethics committee, in Neurologic clinics, n. 7, 1989, p. 697-713.

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e della natura umana. Le scienze cognitive, infatti, si pongono lobiettivo pi elevato di scoprire le basi fisiologiche di ogni comportamento umano e di dimostrare la connessione tra le aree cerebrali e le funzioni intellettive delluomo. Appaiono alla portata sperimentale concetti e qualit astratte che fino a poco tempo fa si reputavano peculiari della sola personalit individuale: i giudizi morali, lidea di libert, le scelte e i comportamenti, i mutamenti dumore, laltruismo, lempatia, la menzogna, la fede in una divinit. Una distinzione dei campi dindagine della neuroetica, che ha incontrato un diffuso consenso nella comunit internazionale, quella proposta dalla filosofa e neuroscienziata Adina Roskies, sempre nel 2002: letica delle neuroscienze e le neuroscienze delletica.78 Letica delle neuroscienze si prefigge di sviluppare un quadro di riferimento etico in base al quale regolare la condotta della ricerca scientifica. Le neuroscienze delletica, invece, riguardano gli effetti che la conoscenza neuroscientifica ha sulletica stessa. La peculiarit degli studi neuroscientifici, infatti, consiste non solo nellapprestare nuovi strumenti con cui intervenire materialmente sul corpo umano, ma anche nel fornire una maggiore comprensione dellinterazione mente-cervello-

comportamento e, di conseguenza, una nuova prospettiva della natura umana sul piano etico. Come suggeriscono Andrea Lavazza e Giuseppe Sartori, la ricerca delle scienze della mente ci offre il punto di partenza per una nuova immagine dellessere umano. Si pu affermare dunque che la questione diventa non tanto ci che possiamo fare sulla base di progressi tecnici nelle abilit manipolative e di intervento, ma ci che veniamo a sapere circa il nostro stesso funzionamento.79 Le neuroscienze delletica possono cos offrirci le loro riflessioni sulle basi neurali dellagire morale. Possono spiegare come desideri ed azioni vengano controllati e quando questo controllo pu sfuggire.

78 79

A. Roskies, Neuroethics for the new millennium, in Neuron, n. 35, 2002, p. 21 -23. A. Lavazza, G. Sartori, Introduzione, in A. Lavazza, G. Sartori (a cura di), Neuroetica, cit., p. 11.

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Come dice Blakemore80: Al progredire della comprensione delle funzioni cerebrali, certamente ragionevole chiedersi in che modo tale conoscenza illumini temi che in passato sono stati espressi, formulati o spiegati in modi diversi. Lepistemologia, i principi legali, i concetti sociali e politici dei diritti e della responsabilit, le credenze e il comportamento religiosi, i presupposti filosofici della scienza: tutto ci un prodotto dei nostri cervelli e necessita una riconsiderazione della cornice costituita dalla nostra conoscenza del cervello. Ma a cosa possono portare questi contributi della scienza? Mentre le nuove tecnologie e le conoscenze prettamente pratiche possono essere controllate, o con il libero consenso o attraverso normative ad hoc, le acquisizioni neuroscientifiche di stampo filosofico (dal su cosa siamo al come decidiamo di agire) una volta acquisite producono effetti inevitabili sul piano sociale, politico e giuridico. Come afferma Gilberto Corbellini81, attraverso la neuroetica si pu recuperare una tra le diverse ispirazioni culturali che stimolarono lemergere della bioetica: la riflessione circa la possibilit che le innovazioni scientifiche e tecnologiche entrassero in conflitto con i valori morali tradizionali. Molti filosofi, infatti, temono che lindividuazione delle basi neurali del comportamento volontario e del senso morale potrebbe diffondere la convinzione che tutto sia determinato e quindi condurre ad una crisi della morale e minare la nostra visione di individui autonomi e responsabili. Ma altrettanti autori ritengono che tale preoccupazione sia eccessiva e che anzi le nozioni delle neuroscienze (per esempio, gli studi sulle predisposizioni morali umane) possono rivelarsi utili per elaborare innovative strategie educative e un miglior funzionamento della societ. Adina Roskies fa notare come le neuroscienze non siano state di certo le prime a mettere in discussione la nozione di libero arbitrio: una discussione che impegna teologia e filosofia da millenni. Inoltre, Roskies sostiene che i nostri giudizi sulla responsabilit morale non verrebbero influenzati pi di tanto se le neuroscienze e
80

C. Blakemore, Foreword, in J. Illes, Neuroethics. Defining the Issues in Theory, Practice, and Policy, Oxford University Press, Oxford, 2006. 81 G. Corbellini, Quale neurofilosofia per la neuroetica?, in A. Santosuosso (a cura di), Le neuroscienze e il diritto, cit., p. 64.

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la filosofia dimostrassero che le nostre menti funzionano in maniera meccanicistica e che le nostre scelte sono determinate. In un suo esperimento, condotto in collaborazione con Shaun Nichols, chiese ai soggetti se reputavano che il nostro universo fosse determinato da leggi fisiche di base. Questi rispondevano positivamente sia alla prima domanda, sia al quesito successivo, ossia sulla possibilit di essere liberi, e quindi responsabili moralmente, nel nostro universo. Curiosamente, il giudizio dei soggetti cambiava completamente quando gli si chiedeva se fosse possibile essere responsabili in un universo parallelo deterministico: in quel caso, i soggetti dellesperimento rispondevano che in un tale universo non sarebbe possibile essere liberi. Questo per evidenziare come le persone (o almeno i soggetti esaminati in tale esperimento) ritengono in ogni caso persistente la responsabilit delle proprie azioni, a prescindere dal fatto che il nostro universo sia determinato o indeterminato.82 Eddy Nahmias invece sostiene che le neuroscienze potrebbero minare le nostre nozioni di libert non tanto con la dimostrazione che il nostro cervello determinato, quanto con una diversa spiegazione di come prendiamo le nostre decisioni. In altre parole, ci che ci porterebbe a negare la responsabilit morale sarebbe limpressione che a controllare la nostra vita mentale cosciente siano le cause cerebrali del comportamento. Perci, il vero nemico del libero arbitrio sarebbe il riduzionismo e non il determinismo, in quanto non lascerebbe alcuno spazio per gli stati mentali consapevoli. Per il senso comune, sarebbe pi importante la nozione di controllo delle singole azioni, rispetto a quella di libert in un quadro pi generale.83 Pi drastico sullargomento il filosofo americano Robert Kane84, il cui pensiero inquadrabile nella corrente incompatibilista libertaria, secondo il quale semplicemente le neuroscienze non potranno mai dimostrare se il nostro universo sia deterministico o indeterministico. Esse per possono dimostrarci (e cos stanno facendo) che la fisiologia del cervello caratterizzata da fenomeni probabilistici e che il cervello un sistema deterministico in termini di possibilit: le azioni future
82

A. Roskies, S. Nichols, Bringing Moral Responsability Down to Earth , in Journal of Philosophy, n. 105 (7), 2008, p. 371 -388. 83 E. Nahmias, Folk fears about freedom and responsability: determinism vs. reductionism , in Journal of Cognition and Culture, n. 6, p. 215-237, 2006. 84 R. Kane, The Oxford Handbook on Free Will, Oxford University Press, Oxford, 2002.

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di un individuo sono percepite come imprevedibili, in ragione della complessit delle interazioni tra le diverse parti cerebrali, la cui integrazione d luogo agli output del cervello. Il discorso etico nascente dalle scoperte neuroscientifiche ha investito numerosi campi delle scienze sociali, portando allemergere di nuovissime discipline che si occupano del retroscena cerebrale dei pi disparati comportamenti umani: la neuropolitica (le ragioni delle scelte politiche), il neuromarketing (il successo o il fallimento delle campagne pubblicitarie), la neuroeconomia (lanalisi psicologica dellazione economica), la neuroestetica (le conseguenze prodotte dallarte e dalla musica), la neurocultura (lorigine e limpatto delle diversit culturali), la neuroteologia (gli effetti delle differenze religiose). Lemergere di tutti questi diversi campi dindagine manifesta come sia in atto una confluenza tra il pensiero scientifico e il pensiero umanistico. In tale contesto, non poteva mancare ovviamente una presa di coscienza anche da parte del mondo del diritto, che anzi si mostra un terreno particolarmente fertile per molte delle suggestioni proposte da neuroscienziati e filosofi della mente. Sempre intorno ai primi anni 2000, assistiamo alla nascita di quello che viene definito neurodiritto, termine mutuato dal pi risalente biodiritto (o biogiuridica), nato in seno alla bioetica. Perci, in perfetto parallelismo, dalla neuroetica si distaccata la riflessione giuridica sulle neuroscienze, ritagliandosi un proprio territorio di studio, dai confini molto ampi. Il neurodiritto, innanzitutto, si incentra sullanalisi di come il cervello forma e utilizza i concetti giuridici, quali il dovere, la giustizia, la responsabilit personale e via dicendo (in modo simile a come in neuroetica vengono studiate le basi cerebrali dei giudizi morali), nonch i correlati neurali del comportamento umano, sia in individui sani sia in condizioni patologiche. In tale contesto, prendono corpo diverse problematiche che vanno a toccare molti rami del diritto: per esempio, in ambito civile, come stabilire la maturit mentale di un adolescente; in ambito penale, quali siano i caratteri e i limiti dellimputabilit e dellinfermit mentale;

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o, ancora, in ambito processuale, quando si possa dire attendibile un testimone o quanto valore oggettivo si possa dare alle cosiddette prove neuroscientifiche.85 In secondo luogo, il neurodiritto riguarda il diritto positivo vero e proprio, ossia la normativa concernente gli utilizzi pratici delle neuroscienze: i neurofarmaci, gli interventi di chirurgia cerebrale, le metodologie di brain imaging, ecc.86 Pur essendo ancora esigua la letteratura sullargomento, non mancano i tentativi da parte di diversi autori di dare una configurazione sistematica al neurodiritto e di delinearne meglio i caratteri. A tale proposito, Henry T. Greely87, docente di diritto alla Stanford University, nel 2005 ha proposto una suddivisione del neurodiritto (in inglese, neurolaw) in tre categorie dindagine: il diritto delle neuroscienze (the law of neuroscience), che riguarda temi come il consenso informato, i doveri dei medici e la tutela della salute; la scienza del pensiero e del comportamento (the science of thought and behaviour), di interesse per il diritto, che studia i fenomeni criminali, anormali e patologici, nonch la base mentale di valori e concetti quali lonest, il rispetto della propriet, la buona fede, ecc.; la neuroscienza del diritto (the neuroscience of law), ossia quali sono i processi cognitivi e cerebrali coinvolti quando ci rapportiamo con il diritto (dalla percezione della legge alle regole giuridiche che utilizziamo nel giudicare il nostro comportamento). Unaltra ipotesi su come strutturare le interazioni tra il diritto e le neuroscienze quella proposta da Luca Sammicheli e Giuseppe Sartori, due esponenti di rilievo degli studi neuroscientifici in Italia, che ricorrono innanzitutto alla definizione di neuroscienze giuridiche per indicare i diversi filoni di ricerca accomunati dalla applicazione delle metodologie neuroscientifiche allo studio e alla pratica del diritto88. Partendo da ci, hanno elaborato tre categorie fondamentali: le neuroscienze forensi, che si occupano della prova neuroscientifica nel processo;
85

E. Picozza, Neuroscienze, scienze della natura e scienze sociali, in E. Picozza, L. Capraro, V. Cuzzocrea, D. Terracina, Neurodiritto. Una introduzione, Giappichelli editore, Torino, 2011, p. 8. 86 Ivi, p. 9. 87 H. T. Greely, Frontier Issues: Neuroscience, presentato al Where are Law, Ethics & the Life Sciences Headed? Frontier Issues, University of Minnesota Law School, in data 20 maggio 2005. 88 L. Sammicheli, G. Sartori, Neuroscienze giuridiche: i diversi livelli di interazione tra diritto e neuroscienze, in A. Bianchi, G. Gulotta, G. Sartori (a cura di), Manuale di neuroscienze forensi, Giuffr editore, Milano, 2009, p. 15-16.

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le neuroscienze criminali, ossia lo studio neuroscientifico del soggetto criminale; le neuroscienze normative e della cognizione morale, ovvero lanalisi neuroscientifica del senso di giustizia e del ragionamento morale.89 Come dicevamo, il neurodiritto ancora una disciplina giovane, dai confini labili, le cui tematiche si sono affacciate solo di recente nella realt giuridica pratica: alcune, in particolare le questioni attinenti ai profili processuali, hanno gi messo alla prova il diritto; altre, invece, appaiono de jure condendo, ma obbligano sin da ora i giuristi a riflettere e a mettere in discussione istituti e categorie, per mantenere il diritto al passo con le scoperte e le acquisizioni delle neuroscienze.

Lidentit dellIo e il concetto di persona


Lidentit dellIo uno, se non il fondamentale, tra i maggiori misteri che le neuroscienze e le scienze cognitive in generale cercano di risolvere. LIo, in altre parole la coscienza, ha messo in difficolt ogni teoria scientifica fino ad oggi proposta in virt della caratteristica pi lampante: la sua esperibilit esclusivamente in prima persona, non sottoponibile a verifiche empiriche. Per il senso comune, la percezione immediata di noi stessi ci dice che siamo possessori di una coscienza, concepita come una sorta di centro di controllo (un homunculus, in termini filosofici), adibito allo smistamento di sensazioni, emozioni, idee e decisioni. Con la coscienza tendiamo ad identificare la nostra personalit, la nostra identit, prodotta dallinsieme di ricordi, esperienze, gusti e aspirazioni. Infine, il senso comune ci dice che il cervello e le sue lesioni possono s influenzare la mente, addirittura menomarla, ma questa rimane pur sempre distinta da esso. Abbiamo consapevolezza dei nostri pensieri, vi siamo immersi, mentre non percepiamo il nostro cervello: la sua esistenza un dato acquisito a livello cognitivo, non a livello sensoriale. Le scienze cognitive e le neuroscienze negano questa concezione monistica e astratta della mente. Al quesito che cos la coscienza sono state offerte diverse spiegazioni, nessuna delle quali per raggiunge un assoluto grado di
89

Ivi, p. 17.

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certezza. Come afferma il filosofo J. Levine, pur raggiungendo una conoscenza completa del funzionamento del sistema nervoso centrale, non saremmo in grado di spiegare il perch proviamo un certo stato mentale in una certa situazione: sappiamo che in relazione ad ogni stato mentale cosciente ha luogo un processo neurofisiologico, detto correlato neurale, ma ci sfugge il legame funzionale tra i due.90 Diverse correnti riduzionistiche hanno risolto il problema semplicemente negando lesistenza autonoma della mente: stata descritta come una mera illusione, prodotta dallattivit neuronale allo scopo di permettere unanalisi centralizzata delle informazioni acquisite. Una spiegazione che in realt si limita ad evitare il problema, anzich risolverlo. Altri, invece, hanno concepito la mente come un epifenomeno: gli stati fisici del cervello sono causa di quelli mentali, mentre questi ultimi sono privi di efficacia causale. Tale teoria, per, si scontra con levidenza che noi invece esperiamo ogni giorno gli effetti degli stati mentali su oggetti fisici (ad esempio, la semplice intenzione di muoversi attiva i neuroni della corteccia motoria adibiti al movimento).91 Oggi, una delle certezze raggiunte che lIo affonda le sue radici nellinterazione tra fattori genetici e ambientali: essi modellano il sistema nervoso centrale e di conseguenza producono effetti sia a livello psicologico, sia a livello anatomicocerebrale.92 Lestrema plasticit del sistema nervoso centrale consente ad ogni individuo di possedere un cervello unico, con specifiche conformazioni fisiche delle aree cerebrali e delle reti neuronali: quello che si pu definire una sorta di individualismo cerebrale. Le aree cerebrali, soprattutto quelle sensoriali e motorie, si modificano con il loro utilizzo e il ripetuto esercizio e questi cambiamenti influiscono sulle nostre capacit. Ad esempio, con tecniche di neuroimaging si osservato che chi suona strumenti ad arco ha una rappresentazione corticale pi dettagliata delle dita della mano sinistra, di modo che possiedono una maggiore sensibilit e precisione rispetto a persone che invece
90

J. Levine, Materialism and qualia: The explanatory gap , in Pacific Philosophical Quarterly, n. 64, 1983, p. 354-361. 91 A. Oliverio, Prima lezione di neuroscienze, Editori Laterza, Roma-Bari, 2011, p. 80. 92 Ivi, p. 67.

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non suonano93; un altro studio ha mostrato come i tassisti londinesi abbiano la porzione posteriore dellippocampo (che immagazzina linformazione spaziale) pi ampia rispetto a guidatori comuni94. LIo si rivela, perci, il derivato degli stadi di formazione dellindividualit, a loro volta legati allo sviluppo del cervello e del comportamento. Gerald Edelman afferma che gi dalle prime fasi dello sviluppo i segnali dal corpo al cervello e quelli tra aree cerebrali creano la possibilit dellemergere della coscienza, che si manifesta come un processo graduale. Il legame tra coscienza e cervello perci biunivoco: le modificazioni delluno si rispecchiano nellaltro. Ma possibile localizzare anatomicamente un centro della coscienza? Alla luce delle attuali conoscenze, la risposta no. I pi recenti studi sulle funzioni esecutive che sono assimilabili allIo (memoria, apprendimento, decisioni, linguaggio, senso di gratificazione, formulazione di obiettivi) mostrano come un ruolo fondamentale ricoperto dalla corteccia frontale e prefrontale.95 Altri studi per ci dicono anche che aree cruciali per la coscienza sono quelle maggiormente coinvolte nelle emozioni, ossia le strutture subcorticali, di cui il sistema limbico (talamo, amigdala, ippocampo).96 Ci che emerge dunque che il manifestarsi di stati mentali coscienti richiede lattivazione simultanea di diverse aree cerebrali. La coscienza non qualificabile come una singola funzione mentale, bens essa interseca differenti funzioni psicologiche: si pu distinguere una coscienza uditiva, visiva, e via dicendo, ma sono tutti meri aspetti specifici di un fenomeno pi ampio e irriducibile.97 Secondo Daniel Dennet, gli stati mentali di cui siamo coscienti sono quelli che hanno conquistato lattenzione consapevole a discapito di altri: nel suo modello delle molteplici versioni, vi sono una miriade di agenzie cognitive subpersonali parallelamente attive che competono per guadagnare il centro della consapevolezza. Chi vince quel contenuto mentale
93

E. R. Kandel, Psychiatry, Psychoanalisis and the New Biology of Mind , American Psychiatric Publishing, Washington, DC., 2005. 94 N. Levy, Neuroetica. Le basi neurologiche del senso morale, cit.. 95 A. Oliverio, Prima lezione di neuroscienze, Editori Laterza, Roma-Bari, 2011, p. 82. 96 M. Marraffa, A. Paternoster, Persone, menti, cervelli, Mondadori, Milano, 2012, p. 185186. 97 Ivi, p. 177.

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che ha una maggiore capacit di influenzare altri contenuti, entrando in diversi processi. Per Dennet, perci, la coscienza non una propriet dei processi cerebrali, ma la misura dei contenuti mentali pi influenti ed distribuita nei circuiti cerebrali preposti alle varie funzioni cognitive.98 Un approccio interessante alla mente e allo sviluppo dellidentit quello del cosiddetto esternismo: esso postula che la coscienza, pur avendo unorigine neurologica, costruisce lIo attraverso linterazione con il mondo esterno, sia fisico sia sociale. Per questo, si utilizza lespressione di estensione della mente nel mondo. Sia Gerald Edelman99, sia Antonio Damasio100 hanno elaborato tesi molto simili sui livelli della coscienza, in cui il linguaggio ricopre un ruolo cruciale. Entrambi distinguono una coscienza primaria o nucleare, che non richiede una componente linguistica e d un senso di s nel momento presente, ed una coscienza estesa, che invece emerge nel momento in cui si acquisisce un linguaggio e consente un elaborato senso di s, unidentit, perch fornisce la consapevolezza sia dei momenti passati, sia di quelli futuri. Il linguaggio permette narrazioni verbali su un piano interiore (lautonarrazione) e su un piano sociale: linterazione con gli altri individui consente di distinguere meglio noi stessi, di conseguenza un livello maggiore di autocoscienza. Il neuroscienziato italiano Giulio Tononi, che ha collaborato per molto tempo con Edelman, ha proposto che lemergenza dellesperienza cosciente sia strettamente associata allintegrazione delle informazioni, la caratteristica che determina il senso di unit dellesperienza e del sistema stesso.101 Un modello esternista che sta raccogliendo molti consensi nella comunit internazionale la tesi della mente estesa, elaborata da David Chalmers e Andy Clark, delineata in un loro articolo, The Extended Mind.102 In tale modello, vengono ripensati i confini della mente: essa non completamente contenuta
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Ivi, p. 181. G. Edelman, The Remembered Present, Basic Books, New York, 1989. 100 A. Damasio, The Feeling of What Happens, Harcourt Brace, New York, 1999. 101 G. Tononi, The information and integration theory of consciousness, in M. Velmans, S. Schneider (a cura di), The Blackwell Companion to Consciousness, Blackwell, Oxford, 2007, p. 287-299. 102 D. Chalmers, A. Clark, The Extended Mind, in Analysis, n. 58, cit., p. 7-19.

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allinterno della scatola cranica, bens la trascende e si riversa nel mondo. Secondo Chalmers e Clark, la mente si compone di tutto ci che larricchisce: ne diventano parte integrante lambiente con cui interagiamo ed ogni strumento utilizzato. Dal linguaggio ai calcolatori, dai libri ai computer, ciascuno contribuisce a formare e potenziare i processi cognitivi: permettendo una rappresentazione esterna dei nostri pensieri, possiamo ulteriormente elaborarli, in modo tale da consentire un rientro dellinformazione, che modifica la loro originaria rappresentazione interna. Lintelletto delluomo si configura come una macchina cognitiva distribuita103: lutilizzo di strumenti porta a pensare con essi104. Inoltre, secondo Clark, luomo un animale che per natura vive in societ, dunque, per comprendere le dinamiche mentali umane bisogna tener conto anche del contesto socio-culturale di appartenenza. In tale ottica, le comunit e le strutture della societ in generale si rivelano ambienti cognitivi105, in cui la conoscenza viene accumulata e condivisa tra i membri che vi partecipano. Di simile opinione Alva No, secondo il quale la coscienza non sopravviene al solo cervello, ma alla complessa struttura di relazioni dinamiche tra cervello, corpo e mondo.106 Negli ultimi anni, si delineata la cosiddetta psicologia evoluzionisticoculturale, che ipotizza uninfluenza sullidentit, con effetti a livello neurologico, da parte della cultura da cui si proviene. Si ritiene che la variazione culturale abbia effetti sui processi cognitivi preposti allutilizzo delle strategie per svolgere una data funzione psicologica (luso di categorie, il ragionamento induttivo, ecc.). Dato che ogni strategia non adatta a qualsiasi tipo di ambiente, gli individui ricorrono a strategie pi efficienti a seconda del contesto ambientale. Membri di differenti culture fanno uso di strategie diverse, in quanto pi adatte a svolgere una determinata funzione nellambiente dorigine.

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A. Clark, Being There, Cambridge, MA, MIT Press, 1997. N. Levy, Neuroetica. Le basi neurologiche del senso morale, cit., p. 47. 105 Ivi, p. 50. 106 A. No, Out of our Heads. Why You Are Not your Brain and Other Lessons from the Biology of Consciousness, MacMillan, New York, 2009.

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Recenti ricerche hanno evidenziato due principali strategie di elaborazione di informazioni: lo stile olistico (che comporta lattenzione per il contesto in cui un oggetto collocato, la focalizzazione sulle relazioni fra gli oggetti, il ricorso alla somiglianza per la classificazione e il ragionamento) e lo stile analitico (che invece comporta lestrapolazione delloggetto dal suo contesto, la focalizzazione sulle propriet del singolo oggetto, il ricorso a regole per la classificazione e il ragionamento). emerso dalle ricerche di Norenzayan, Choi e Peng che mentre le societ occidentali ricorrono di preferenza allo stile analitico, la maggior parte delle culture del resto del mondo ricorre tendenzialmente allo stile olistico.107 Uno studio di Hedden e colleghi, utilizzando la Risonanza Magnetica funzionale, ha osservato che vi sono dei correlati neuronali specifici della variabilit culturale. I soggetti sottoposti allesperimento (asiatici orientali e americani di origine europea) hanno mostrato, nel risolvere test che prevedevano la formulazione di giudizi, una maggiore attivit prefrontale e parietale quando ai soggetti veniva chiesto di risolvere i compiti con la strategia non culturalmente preferita. Viceversa, vi era un minor utilizzo di risorse neuronali quando i soggetti ricorrevano alla strategia culturale di preferenza.108 In altri studi, sono emerse differenze culturali anche nella concezione di s: soggetti provenienti da culture analitiche definiscono il proprio Io in base a caratteristiche individuali e indipendenti, mentre chi proviene da culture olistiche possiede concetti di s legati al ruolo e ai rapporti sociali, in termini di interdipendenza.109 Perci, la variazione culturale non solo modella lidentit di un individuo su un piano psicologico, ma anche a livello neuronale, con leffetto di approcci cognitivi e abitudini di pensiero preferenziali a seconda della cultura dorigine. La coscienza, perci, ha s unorigine biologica, ma si sviluppa grazie a fattori esterni: emerge in un contesto relazionale e si modella attraverso

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A. Norenzayan, I. Choi, K. Peng, Cognition and perception, in S. Kitayama, D. Cohen (a cura di), Handbook of Cultural Psychology, Guilford, New York, 2007, p. 569-594. 108 T. Hedden, S. Ketay, A. Aron, H.R. Markus, D.E. Gabrieli, Cultural influences on neural substrates of attentional control, in Psychological Science, n. 19, 2008, p. 12-17. 109 M. Marraffa, Evoluzione, cognizione e cultura, in A. Lavazza, G. Sartori (a cura di), Neuroetica, cit., p. 180-188.

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leducazione, le abitudini personali, le relazioni sociali e il contesto culturale.110 Neuroscienze e senso comune rimangono divergenti su come la mente sia configurata strutturalmente: composta da pi meccanismi, consci e inconsci, per le prime; un unico ente omogeneo, per il secondo. Assistiamo, per, ad un riavvicinamento tra scienze cognitive e senso comune per quanto riguarda la costruzione dellidentit: la nostra mente subisce gli influssi di eventi e condizioni ambientali che sono al di l del nostro controllo, dandoci un certo carattere e determinate abilit, ma possiamo con atti di volont intervenire per apportare cambiamenti. Lesercizio fisico o mentale, listruzione, le terapie di cura, e via dicendo, sono strumenti che ci permettono di avere un potere modificativo sulla coscienza e persino sullinconscio. Una serie di ricerche hanno dimostrato che persino la psicoterapia ha unazione sulla corteccia prefrontale, in grado di alterare la trasmissione di serotonina (neurotrasmettitore il cui deficit causa la depressione) e comportare un rimodellamento sinaptico.111 In definitiva, la nostra identit, pur essendo un risultato temporaneo, in continua evoluzione, data dallinsieme integrato delle funzioni cognitive di cui disponiamo: emozioni, ricordi, valori, decisioni, sensazioni. Sia che siamo noi a guidarle a livello conscio, sia che siano loro a guidare noi a livello inconscio, le nostre funzioni cognitive integrate sono le manifestazioni del nostro Io pi profondo e autentico. Ma, per lappunto, la condizione indispensabile per lautenticit del nostro S lintegrazione dei processi cognitivi: in mancanza di essa, siamo di fronte al fenomeno detto esaurimento o scomparsa dellIo, individui che non sono in grado di pianificare e perseguire uno scopo (come avviene, secondo Neil Levy, nei tossicodipendenti, in cui lunit dellagente andata distrutta112) oppure, nei casi pi estremi, incapaci di avere una visione unitaria o reale del mondo esterno (come avviene nelle patologie di dissociazione della coscienza, quali la anosognosia o il delirio di Capgras). Si ritiene che il nostro comportamento coordinato e il funzionamento coerente della coscienza
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M. Di Francesco, LIo tra neuroni e mente estesa, in A. Lavazza, G. Sartori (a cura di), Neuroetica, cit., p. 64. 111 S. Ferracuti, P. Scarciglia, Prospettive future di sviluppo della psichiatria forense, in M.G. Ruberto, C. Barbieri (a cura di), Il futuro tra noi. Aspetti etici, giuridici e medico-legali della neuroetica, Franco Angeli editore, Milano, 2011, p. 45-61. 112 N. Levy, Neuroetica. Le basi neurologiche del senso morale, cit., p. 35.

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siano dovuti allevoluzione: un organismo che agisce in maniera non casuale ha maggiori probabilit di sopravvivenza. A causa di un processo adattivo filogenetico, si sarebbero cos configurati meccanismi mentali che permettono un lavoro allunisono dei diversi moduli e aree cerebrali in cui vengono integrate informazioni e rappresentazioni.113 Una dimostrazione sperimentale della necessaria coordinazione tra aree cerebrali rintracciabile nei casi di split brain, dove per necessit mediche ad un soggetto stato rimosso il corpo calloso (che collega e permette la comunicazione tra emisfero destro e sinistro): le informazioni vengono elaborate parallelamente da entrambi gli emisferi, ma non potendo comunicare tra loro diventano dei vicoli ciechi, elaboratori indipendenti di informazioni, dando luogo alla possibilit in qualche modo dellesistenza di due Io (si veda per esempio il caso del conflitto tra le mani, in cui una mano esegue unazione e laltra la ostacola). Lorigine e la sede dellidentit personale non va posta esclusivamente nella mente o esclusivamente nel cervello, bens nel binomio inscindibile di entrambi. Jean-Pierre Changeux affermava Noi siamo il nostro cervello, ma da correggere in Noi siamo il nostro cervello e la nostra mente. In un futuro ancora lontano, le tecnologie di neuroimaging potrebbero svilupparsi a tal punto da permettere non solo rappresentazioni grafiche di aree cerebrali attivate (come oggi possibile), ma effettuare un backup delle informazioni, dei processi cognitivi, dei pensieri, addirittura delle emozioni, contenuti nel nostro cervello. Si potrebbe effettuare quello che si pu definire un download della nostra identit. Le implicazioni giuridiche sono evidenti: si potrebbe estendere il diritto di propriet ai nostri stati mentali; forse una sorta di diritto dautore cerebrale. Nella giurisprudenza italiana, stato elaborato il cosiddetto diritto allidentit personale, ossia il diritto di un individuo ad una descrizione di s veritiera nella dimensione sociale, una rappresentazione non distorta della propria personalit, dei tratti e dei comportamenti che la distinguono. Forse un giorno sar pi corretto definirlo diritto alla giusta rappresentazione dellidentit personale, mentre si

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Ivi, p. 196.

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parler di diritto allidentit personale in relazione al possesso e alla propriet effettivi di questultima. Se queste sono prospettive ai limiti della fantascienza (per ora), gi si cominciato a parlare di un diritto alla privacy cerebrale in relazione alle attuali tecnologie di scansione cerebrale. Sono stati elaborati, per esempio, test cognitivi che permettono di evidenziare la presenza di giudizi razzisti inconsci, anche in soggetti che nella vita quotidiana non pongono in essere atteggiamenti discriminatori ( da aggiungere che sullaffidabilit di tali test vi sono opinioni discordanti nella comunit internazionale). Secondo alcuni autori, queste tecniche invasive possono attentare alla privacy del nostro cervello.114 Alcuni rivendicano la preservazione di un diritto alla libert cognitiva.115 In vista di future metodologie di lettura della mente, c da chiedersi se sia il caso di estendere la libert di espressione anche alla dimensione mente/cervello. Una questione ulteriore rappresentata da quale ruolo si debba attribuire al concetto di persona116, categoria cara al pensiero etico e giuridico, con cui si esprime la particolare dignit riconosciuta alluomo e il dovere di apprestarne una adeguata tutela.117 La distinzione tra persone e non persone alla base del nostro intuitivo modo di concepire il mondo: il concetto di persona viene inevitabilmente
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M.J. Farah, P.R. Wolpe, New neuroscience technologies and their ethical implications, in Hasting Center Report, n. 34, 2004, p. 35 -45. 115 W. Sententia, Neuroethical considerations: cognitive liberty and converging technologies for improving human cognition, in Annals of The New York Academy of Sciences, n. 1013, 2004, p. 221-228. 116 Per unintroduzione allargomento, si segnalano i seguenti testi: M. Buber, Ich und Du, Insel, Lipsia, 1923; M. Scheler, Die Stellung des Menschen im Kosmos, Otto Reichl, Darmstadt, 1928 (in cui viene coniata lespressione di antropologia filosofica); A. Carlini, Il problema della personalit nella storia della filosofia, in Id., Il mito del realismo, Sansoni, Firenze, 1936; G. Marcel, Homo viator, Aubier, Parigi, 1945; G. La Pira, Il valore della persona umana, Istituto di Propaganda Libraria, Milano, 1947; E. Mounier, Le Personnalisme, PUF, Parigi, 1949; J. Maritain, La personne et le bien commun, Descle de Brouwer, Parigi, 1949; L. Stefanini, Metafisica della persona e altri saggi, Libreria Liviana, Padova, 1950; E. Levinas, Totalit et infini. Essai sur lextriorit, La Haye, M. Nijhoff, 1961; P. Ricur, Meurt le personnalisme, revient la personne, in Esprit, n.1, 1983, p. 113 119, poi ristampato in Id., Lectures 2. La contre des philosophes, Seuil, Parigi, 1992; A. Rigobello (a cura di), Lessico della persona umana, Studium, Roma, 1986; V. Melchiorre (a cura di), Lidea di persona, Vita e Pensiero, Milano, 1996.
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A. Da Re, L. Grion, La persona alla prova delle neuroscienze, in A. Lavazza, G. Sartori (a cura di), Neuroetica, cit., p. 109.

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messo in crisi dalle prospettive empiriste degli studi neuroscientifici, in cui lidentit viene fatta coincidere con una cosa quale il cervello. Martha J. Farah e Andrea S. Heberlein118 hanno ipotizzato due alternative: o una naturalizzazione del concetto di persona o un suo definitivo abbandono. La prima prevede lindividuazione di una categoria reale di cose a cui far corrispondere la nozione di persona, con la necessit di determinare specifici criteri. La seconda opzione invece ritiene che il concetto di persona non indichi un ente reale, ma sia una mera modalit di interpretazione della realt. Farah e Heberlein aderiscono a questultima ipotesi, sostenendo che linnata tendenza umana a distinguere tra persone e cose sia dovuta a processi istintuali, programmati geneticamente e fissati dallevoluzione. In particolare, le due autrici indicano la presenza di un person network, un sistema neuronale automatico preposto allelaborazione degli stimoli sensoriali che ci indicano la presenza di nostri consimili, e lo pongono come sede nelle aree cerebrali dedicate al riconoscimento dei volti. Questultimo processo cognitivo effettivamente del tutto distinto e indipendente rispetto al sistema di riconoscimento delle cose. Questa distinzione funzionale si ritiene che si sia formata in ragione della sua efficacia come strategia adattativa, per favorire i vincoli sociali e la natura gregaria delluomo. Alla distinzione dei due network di riconoscimento, Farah e Heberlein riconducono perci la nostra attitudine a separare nettamente le persone dalle cose. Mentre le due autrici si impegnano a dimostrare linconsistenza della nozione di persona, invece il caso di sottolineare un dato confortante di questa ricerca: levoluzione ci ha programmato favorendo la propensione al legame sociale e alla tutela reciproca. Possiamo interpretarla come la base filogenetica della compassione verso i nostri simili; la dimostrazione che un senso etico insito in noi, ad un livello assolutamente intimo quale pu essere la conformazione di unarea cerebrale. dunque innata in noi la tendenza ad accudire gli altri esseri umani, a riconoscere come persona anche chi si trovi in condizioni patologiche estreme, come lo stato vegetativo: per il nostro istinto ancestrale, meglio che una

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M.J. Farah, A.S. Heberlein, Personhood and Neuroscience: Naturalizing or Nihilating?, in American Journal of Bioethics, Neuroscience, n. 7, 2007, p. 37 -48.

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non persona venga accudita come se fosse ancora una persona, piuttosto che correre il rischio che una persona possa essere privata delle cure necessarie.119 Un utilizzo in chiave moderna del termine persona suggerito da William Grey, Wayne Hall e Adrian Carter, che propongono di ricorrere a criteri naturalistici per individuare il suo referente reale: ossia la categoria di quegli esseri razionali e autocoscienti consapevoli di se stessi come agenti con una storia e capaci di forgiare il proprio futuro.120 In unottica simile, Walter Glannon propone come criteri il possesso di autocoscienza, la capacit di interagire con gli altri e di comportarsi in conformit a norme sociali comuni.121 Queste prospettive per rimangono nellambito della naturalizzazione del concetto di persona, dove ad essere concreti ed esistenti sono i criteri, non la nozione. Inoltre, possono essere contestati con laccusa riduzionistica che la distinzione persone-cose si tratti in ogni caso di un illusione. Unipotesi che sembra sfuggire alle istanze fisicaliste una versione di riduzionismo soft: la teoria della costituzione di Lynne Rudder Baker. Secondo Baker, la caratteristica peculiare di un essere personale proprio la capacit di avere una prospettiva in prima persona. Lessere umano ha una natura animale, ma possiede un qualcosa in pi rispetto a qualsiasi altro animale: lunicit umana consiste nellessere in grado di porsi la domanda Chi sono io?. La persona costituita da un corpo, pur non essendo identica ad esso: essa dunque un essere materiale con una prospettiva soggettiva, in prima persona.122 In questottica, si pu cos rivendicare non solo la valenza concettuale della persona, ma anche una sua dimensione ontologica, che impone di riconoscere la sua dignit e di fondare la sua tutela, etica e giuridica.

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A. Da Re, L. Grion, La persona alla prova delle neuroscienze, in A. Lavazza, G. Sartori, Neuroetica, cit., p. 116. 120 W. Grey, A. Carter, W. Hall, Persons and Personification, in American Journal of Bioethics, n. 7, 2007, p. 57-58. 121 W. Glannon, Persons, metaphysics and ethics, in American Journal of Bioethics, n. 7, 2007, p. 68-69. 122 L.R. Baker, Person and Bodies. A Constitution View, Cambridge University Press, Cambridge, 2000.

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Autonomia, autocontrollo e autodeterminazione: le decisioni tra razionalit ed emozioni


Nel precedente capitolo, abbiamo cercato di fare chiarezza sulla coscienza e sullidentit, presentando le maggiori teorie che tentano di rispondere alla domanda se esista una coscienza, come si esplichi e come dia forma allidentit personale. Ma, operando una scelta, lassunto a cui siamo giunti, ossia che possediamo un Io cosciente, non d una risposta diretta ad un altro quesito: chi o cosa prende le decisioni riguardo alle nostre azioni e scelte in generale. Il timore che provocano alcune scoperte delle neuroscienze che a decidere non siamo noi, ma il nostro cervello, con i suoi meccanismi automatici e inconsci. Un timore solo in parte fondato, poich, al contrario, altre ricerche neuroscientifiche dimostrano che manteniamo un libero potere sul nostro agire. Ci che innovano, semmai, il modo in cui dobbiamo intendere il concetto di libero arbitrio. Una serie di esperimenti condotti da Benjamin Libet viene presentata come una prova dellinesistenza del libero arbitrio. Libet fu il primo ad utilizzare metodi di indagine neurofisiologica per studiare la relazione tra lattivit cerebrale e lintenzione cosciente di un determinato movimento volontario. Libet scopr che, pochi istanti prima di compiere un movimento volontario (tra i 500 e 1000 millisecondi prima), si manifesta unonda di attivit cerebrale, il cosiddetto potenziale di prontezza. Libet si propose di trovare in quel lasso minuscolo di tempo listante preciso in cui prendiamo la decisione cosciente. Misur lattivit del cervello dei soggetti con la tecnica dellERP, ossia i potenziali evocati (o legati allevento), nellistante in cui essi muovevano la mano in modo volontario e cosciente. Come compito, il soggetto doveva osservare un orologio, costituito da un cursore luminoso, e decidere in un momento liberamente scelto di piegare il polso, memorizzando la posizione del cursore nellistante in cui avevano sentito limpulso di compiere il movimento. Libet avrebbe poi correlato la risposta del soggetto con il potenziale di prontezza registrato. Libet scopr in tal modo che le regioni cerebrali legate al movimento erano attive prima ancora che il soggetto prendesse coscienza per la prima volta della decisione di muovere la mano. Il potenziale di prontezza era gi presente nellarea

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della corteccia supplementare (zona coinvolta nella preparazione del movimento) e lintervallo di tempo tra linizio della sua attivazione e il momento della decisione cosciente era di circa 300 millisecondi. Ne trasse la conclusione che se il potenziale di prontezza inizia prima della consapevolezza di prendere una decisione, allora il nostro cervello sa gi quali saranno le nostre intenzioni. Inoltre, dato che il tempo intercorso tra linizio del potenziale e il movimento effettivo della mano di circa 500 millisecondi e che limpulso dal cervello alla mano ne impiega circa 50-100, ne dedusse che lIo cosciente ha a disposizione solo 100 millisecondi per proseguire con la decisione inconscia o per impedirla. Libet, infatti, pur negando che possediamo la libera presa di decisione originaria, attribuisce allindividuo un potere di veto sullattuare o no una scelta.123 Le critiche agli esperimenti di Libet sono state numerose e fondate. Innanzitutto, viene contestato che il risultato di Libet possa avere una valenza continua. Libet, infatti, present come dati la media dei risultati di numerose prove. Se vi in media un potenziale di prontezza prima dellimpulso al movimento, non significa che tale circostanza intervenga in ogni singola prova, un dato che invece sarebbe necessario per stabilire una connessione costante.124 In secondo luogo, gli esperimenti di Libet indagano soltanto i segnali provenienti dalle regioni cerebrali preposte al movimento. Non viene considerato in che modo altre zone del cervello potrebbero modificare la presa di decisioni, quando invece molte ricerche dimostrano un coinvolgimento di diverse aree della corteccia prefrontale nelle situazioni di libera scelta.125 In terzo luogo, in tali esperimenti ai soggetti in realt non viene chiesto di decidere se compiere o meno unazione, bens di stabilire il quando metterla in atto. La decisione conscia viene presa dal soggetto nel momento stesso in cui aderisce allesperimento.126 Sappiamo infatti che, nel preciso istante in cui

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M.S. Gazzaniga, La mente etica, Codice Edizioni, Torino, 2010, p. 101-102. J.D. Haynes, Posso prevedere quello che farai, in M. De Caro, A. Lavazza, G. Sartori, Siamo davvero liberi? Le neuroscienze e il mistero del libero arbitrio, cit., p. 7. 125 Ivi, p. 8. 126 M. De Caro, Libero arbitrio e neuroscienze, in A. Lavazza, G. Sartori, Neuroetica, cit., p. 74.

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immaginiamo di realizzare un movimento, si attiva la corteccia premotoria, allo scopo di preparare allazione i muscoli.127 Inoltre, grazie agli studi di Giacomo Rizzolatti e della sua equipe 128, stato individuato nel nostro cervello un meccanismo imitativo, che si suppone abbia origini dovute allevoluzione: la corteccia premotoria si attiva anche quando ci limitiamo ad osservare i movimenti compiuti da altri individui, anche se noi non abbiamo alcuna intenzione di muoverci. Ci allo scopo di copiare e memorizzarne lo schema. Tale meccanismo messo in atto dai cosiddetti neuroni specchio, presenti nella corteccia premotoria anche dei primati. Sappiamo, dunque, che la mente suddivisa in una parte cosciente, la consapevolezza, e in una parte inconscia, linsieme dei processi automatici. Una condizione essenziale dellagire con consapevolezza lesperienza della volont cosciente. Quotidianamente, per, viviamo situazioni in cui azione e volont di agire possono essere separate. Sono possibili quattro situazioni di base del rapporto azione-volizione cosciente: la corrispondenza tra azione e sensazione di agire (compiamo un movimento e ne siamo coscienti), linazione (non facciamo nulla e ne siamo consapevoli), gli automatismi (compiamo azioni allapparenza volontarie, in cui invece assente la volont di agire) e infine lillusione del controllo (espressione utilizzata da Ellen Langer129 per indicare le situazioni in cui si convinti di agire mentre non si sta compiendo alcuna azione).130 In particolare, la maggiore manifestazione della volont cosciente la capacit di rappresentare obiettivi e di perseguirli con corsi di azione. In altre parole, gli individui hanno la sensazione di essere agenti causali, data la percezione del legame tra pensiero e azione.131 Molti esperimenti dimostrano come il cervello compia diverse attivit neurali prima che noi ce ne rendiamo conto, ma non per questo la nostra libert decisionale risulta menomata. Ad esempio, il campo visivo ci appare unitario e
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A. Oliverio, Prima lezione di neuroscienze, cit., p. 45-47. G. Rizzolatti, L. Craighero, The mirror neuron system, in Annual Review Neuroscience, n. 27, 2004, p. 169-192. 129 E.J. Langer, The Illusion of Control, in Journal of Personality and Social Psychology, n. 32, 1975, p. 311-328. 130 D.M. Wegner, Lillusione della volont cosciente, in M. De Caro, A. Lavazza, G. Sartori, Siamo davvero liberi? Le neuroscienze e il mistero del libero arbitrio, cit., p. 21-27. 131 Ivi, p. 31.

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continuo grazie allintegrazione delle informazioni, effettuata dai due emisferi (ci che posto alla destra del punto di osservazione viene proiettato alle aree visive nellemisfero sinistro, viceversa ci che si trova a sinistra viene proiettato alle aree visive di quello destro). Tale processo di integrazione per avviene ad un livello sub personale: ad esempio, durante la lettura di un testo, gli emisferi effettuano uno scambio di informazioni al fine di integrarle e solo dopo 80 millisecondi linformazione integrata arriva alla coscienza e si visualizzano, nellesempio, le parole intere.132 Perci, si pu dire che la sensazione di continuit nella lettura, e nel campo visivo in genere, sia effettivamente unillusione, per facilitare la successiva elaborazione cosciente. In realt, la maggior parte delle informazioni percepite, non solo quelle visive, viene elaborata inizialmente da meccanismi sub personali. Un controllo realmente consapevole lo esercitiamo solo su una minoranza delle nostre azioni.133 La presenza di meccanismi inconsci, per, non deve essere utilizzata a sostegno di una tesi che neghi la nostra autonomia. Secondo le teorie evoluzionistiche neodarwiniane, essi sono un prodotto filogenetico della nostra capacit di adattamento allambiente. Nel corso dellevoluzione, gli organismi pi adatti alla sopravvivenza si sono rivelati quelli i cui processi di adattamento funzionavano in termini di efficienza: efficienza nel consumo di energia, efficienza nel rispondere rapidamente a stimoli esterni, e via dicendo. Levoluzione ha fatto in modo che la coscienza (intesa come lo stato di consapevolezza) venga percepita dal cervello come una risorsa limitata , da non sprecare con comportamenti dispendiosi. Le azioni che poniamo in essere con consapevolezza e volont sono pi precise, ma anche pi lente rispetto alle azioni che avvengono in maniera automatica. Le azioni automatiche, infatti, richiedono una minore elaborazione di dati e consentono una maggiore rapidit di reazione agli stimoli. I meccanismi sub personali che le attivano hanno la funzione di permettere allorganismo una capacit di reazione pi veloce in determinate situazioni

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M.S. Gazzaniga, La mente etica, cit., p. 103. J.A. Bargh, T.L. Chartrand, The Unbearable Automaticity of Being, in American Psychologist, n. 54, 1999, p. 462-479.

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ambientali. Inoltre, si occupano anche delle azioni pi semplici che lindividuo ha appreso.134 Un esempio semplice e diretto la guida di unautomobile: allinizio, si fa fatica a coordinare tutto linsieme di azioni da compiere (frizione, controllo della strada, specchietti, volante, ecc.). Con lesercizio, viene appreso come eseguirle contemporaneamente, poich alcune di queste azioni vengono demandate a processi automatici (nellesempio, coordinare frizione e cambio o frenare davanti ad un pedone), consentendo di concentrare lattenzione su altri stimoli che invece richiedono consapevolezza. Il nostro sistema nervoso ragiona tuttora in termini di sopravvivenza: gli automatismi, frutto di processi di adattamento allambiente, si attivano in occasione di eventi riconosciuti come pericolosi oppure nel porre in essere azioni gi ampiamente acquisite. Ci non toglie che la consapevolezza intervenga in varie occasioni; semplicemente, il cervello vi ricorre per affrontare compiti pi complessi ed impegnativi, soprattutto quando si tratta di risolvere problemi nuovi. Solo quando un dato comportamento stato pienamente appreso, esso pu essere demandato a meccanismi automatici in unottica di maggiore efficienza e risparmio.135 Dallintegrazione dei diversi meccanismi sub personali, emerge lagente personale, in grado di comporre e unificare desideri, volont e azioni secondo una pianificazione a lungo termine. Caratteristica peculiare dellagente soprattutto lautonomia. Questultima richiede diverse condizioni di competenza: uno stato minimo di salute, la capacit di pensiero razionale, autocontrollo, lelusione dellautoinganno. Nonch, condizioni di autenticit: la capacit di riflettere sui propri desideri e di aderire ai propri valori.136 Secondo Neil Levy, un esempio di agente disgregato il tossicodipendente, che seppur sinceramente intenzionato a smettere di assumere droga, non riesce perch

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N. Levy, Neuroetica. Le basi neurologiche del senso morale, cit., p. 26-30. Ibidem. A. Lavazza, Che cosa la neuroetica, in A. Lavazza, G. Sartori, Neuroetica, cit., p. 28.

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incapace di estendere la sua volont nel tempo e ai sotto-agenti che lo costituiscono, portandolo dunque a cambiare continuamente propositi.137 A tale proposito, recentemente si scoperto che la forza di volont, un concetto percepito dal senso comune come astratto, una risorsa disponibile in quantit limitata nel tempo e diminuisce a seguito di un suo sforzo prolungato.138 Si osservato, per, in relazione alla capacit di autocontrollo che, mentre dopo un uso intenso si esaurisce nel breve termine, il suo esercizio ne fa crescere la diponibilit sul lungo termine.139 Alcune ricerche recenti mostrano il dato interessante secondo cui i processi consci alla base di azioni volontarie sarebbero sensibili alle fluttuazioni di glucosio nel sangue, molto di pi rispetto ai processi automatici.140 In particolare, si scoperto che, tra i processi consapevoli, lo sforzo di autocontrollo dipende fortemente dalla disponibilit di glucosio e ne comporta un consumo impressionante.141 Il fenomeno del cosiddetto esaurimento dellIo142 (espressione con cui ci si riferisce alla perdita di controllo di s) potrebbe perci dipendere da cadute di glucosio nel sangue. Inoltre, con lutilizzo della tomografia a emissione di positroni e la risonanza magnetica funzionale, si ipotizzato quale possa essere la sede cerebrale della forza di volont, ossia la corteccia del cingolo anteriore e la corteccia prefrontale (attive durante test di autocontrollo, inerti invece durante comportamenti automatici).143 Nel caso della tossicodipendenza, una sua interpretazione organica stata offerta da David Redish: a suo parere, la dipendenza da droghe, come cocaina ed eroina, provoca un deragliamento del sistema dopaminergico. Il rilascio di dopamina avviene in occasione di esperienze gratificanti ed ogni nuova scarica di questo neuromodulatore provoca un rafforzamento nel cervello della valutazione
137 138

N. Levy, Neuroetica. Le basi neurologiche del senso morale, cit., p. 35; 210-214. A. Lavazza, Che cosa la neuroetica, in A. Lavazza, G. Sartori, Neuroetica, cit., p. 33. 139 B.J. Schmeichel, R.F. Baumeister, Self-regulatory strength, in R.F. Baumeister, K.D. Vohs, Handbook of Self-Regulation, Guilford Press, New York, 2004, p. 84-98. 140 S.H. Fairclough, K. Houston, A metabolic measure of mental effort, in Biological Psychology, n. 66, 2004, p. 177-190. 141 M.T. Gailliot, R.F. Baumeister, C.N. DeWall, J.K. Maner, E.A. Plant, Self-control relies on glucose as limited energy source: willpower is more than a metaphor, in Journal of Personality and Social Psychology,n. 92, 2007, p. 325 -336. 142 R.F. Baumeister et al., Ego-depletion: is the active self a limited resource?, in Journal of Personality and Social Psychology, n. 74, 1998, p. 1252-1265. 143 J. Zhu, Locating volition, in Consciousness and Cognition, n. 13, 2004, p. 302 -322.

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positiva di quel determinato evento gratificante. Secondo Redish, perci, ad ogni nuova assunzione di sostanze psicotrope il cervello del tossicodipendente rilascia ulteriore dopamina, accrescendone la preferenza rispetto ad altri stimoli e diminuendo in tal modo la volont di smettere dellindividuo.144 da chiedersi se i casi in cui assistiamo ad un esaurimento dellIo, tra i quali la tossicodipendenza il pi esemplificativo, possano portare ad una esclusione totale di responsabilit. Secondo Neil Levy, la dipendenza e le altre ipotesi di scarso autocontrollo possono condurre al massimo ad una riduzione della responsabilit: ogni individuo, anche il tossicodipendente, mantiene comunque la possibilit, seppur per brevi periodi di tempo, di modificare lambiente circostante, allo scopo di favorire una reintegrazione del suo autocontrollo.145 Nel pensiero occidentale, radicata la convinzione che, nellaffrontare problemi e prendere decisioni, si ricorra a valutazioni razionali e deliberate. Oggi, invece, stato assodato che nei processi di giudizio, di decisione e previsione del rischio un ruolo fondamentale ricoperto dalla componente emozionale. Le emozioni sono definibili come stati complessi dellorganismo, caratterizzati da modificazioni dellattivit del sistema nervoso autonomo associate a specifiche tendenze allazione, distinte espressioni comportamentali e determinate esperienze affettive soggettive.146 Nella letteratura di settore, si tende a distinguere due categorie di emozioni: gli stati emozionali incidentali e le risposte affettive integrali. I primi non sono specificamente legati alloggetto del giudizio o della decisione, bens corrispondono allo stato danimo, al temperamento, alle disposizioni emozionali o a fattori contestuali. Le seconde, invece, sono stati affettivi suscitati dalle caratteristiche (reali o anche solo immaginate) delloggetto del giudizio o della decisione.147

144

D. Redish, Addiction as a computational process gone awry , in Science, n. 306, 2004, p. 1944-1947. 145 N. Levy, Neuroetica. Le basi neurologiche del senso morale, cit., p. 214-220. 146 K.T. Strongman, The psychology of emotion, Wiley, New York, 1987 (la definizione tradotta ripresa da R. Rumiati, L. Lotto, Decisioni e decisioni morali, tra razionalit ed emozioni, in A. Lavazza, G. Sartori, Neuroetica, cit., p. 201). 147 J.B. Cohen, M.T. Pham, E.B. Andrade, The nature and role of affect in consumer judgement and decision making, in C.P. Haugtvedt, P.M. Herr, F.R. Kardes, Handbook of Consumer Psychology, Erlbaum, Mahwah (New Jersey), 2007.

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Secondo M.T. Pham, le emozioni svolgono un ruolo primario quando le scelte razionali di comportamento coinvolgono obiettivi sociali, principi morali e in generale motivazioni altruistiche.148 Confermando un assunto gi acquisito a livello di senso comune, gli stati emozionali incidentali di particolare intensit possono pregiudicare la capacit di ragionamento logico o di percezione delle qualit di un oggetto. Ad esempio, individui ansiosi hanno pi difficolt a ricordare e organizzare informazioni149 e a valutare la validit dei ragionamenti150. Le risposte emozionali integrate hanno una funzione significativa nella capacit di valutazione: giudizi e decisioni basati su di esse richiedono un minore impiego di risorse cognitive e vengono prese pi rapidamente151; i comportamenti attuati sono pi intensi quando linformazione ha un impatto emozionale forte152. Valutazioni e decisioni emotive tendono, per, a distorcere il modo in cui soppesiamo punizioni e ricompense nel breve e nel lungo termine: si preferisce compiere una scelta, anche costosa, per goderne benefici immediati, piuttosto che posticipare nel tempo, pur sapendo che i costi diminuirebbero. Si ritiene che sia dovuta alla difficolt di percepire unesperienza affettiva nel futuro. Inoltre, le risposte con una forte componente emozionale sono insensibili alle variazioni di grandezza e probabilit: ad esempio, la consapevolezza di una minaccia imminente crea un livello di stress identico a prescindere dal fatto che le possibilit effettive che si realizzi siano del 5%, del 50% o del 100%.153 Uno dei contributi maggiori allo studio delle emozioni nei processi decisionali offerto dal neuroscienziato portoghese Antonio Damasio, che ha condotto ricerche
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M.T. Pham, Emotion and rationality: A critical review and interpretation of empirical evidence, in Review of General Psychology, n. 11, 2007, p. 155 -178. 149 J.H. Mueller, Anxiety and cue utilization in human learning and memory , in M. Zuckerman, C.D. Spielberger, Emotions and anxiety: New Concepts, methods and applications , Erlbaum, Potomac (MD), 1976. 150 S. Darke, Effects of anxiety on inferential reasoning task performance , in Journal of Personality and Social Psychology, n. 55, 1988, p. 499-505. 151 S. Epstein, Cognitive-experiential self-theory, in L.A. Pervin, Handbook of Personality: Theory and Research, Guilford Press, New York-London, 1990. 152 R. Nisbett, L. Ross, Human Inference: Strategies and Shortcoming of Social Judgement, Prentice Hall, Englewood (NJ), 1980. 153 A. Monat, J.R. Averill, R.S. Lazarus, Anticipatory stress and coping reactions under various conditions of uncertainty, in Journal of Personality and Social Psychology, n. 24, 1972, p. 237-253.

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su pazienti con danni alla corteccia prefrontale ventromediale. In particolare, si dedicato allo studio del caso di Phineas Gage, operaio rimasto ferito in un incidente ferroviario nel 1848, nel corso del quale una sbarra di ferro si conficc nel suo cranio. Sopravvissuto, si riprese in salute, ma riport un drastico cambiamento di personalit: da lavoratore coscienzioso divenne dissoluto e incapace di portare avanti piani a lungo termine. Dai recenti studi di Damasio, emerso che mutamenti di carattere sono una conseguenza tipica nei soggetti con lesioni ventromediali, individui la cui capacit di prendere decisioni con effetti a lungo termine fortemente menomata. Il dato interessante, per, che ad essere danneggiata non la razionalit, bens il rapporto tra cervello e corpo. A seguito di un esperimento, in cui i soggetti dovevano partecipare ad un gioco di carte e contemporaneamente venivano misurate le risposte di conduttanza elettrica dei loro corpi (una risposta somatica autonomica a stimoli esterni, troppo tenue perch noi possiamo esserne coscienti), Damasio ha mostrato come le loro decisioni venissero guidate da intuizioni, prese dal cervello prima che raggiungessero la consapevolezza. Nellesperimento, erano le risposte galvaniche, antecedenti allintuizione, ad indirizzare verso decisioni con un minor fattore di rischio. Nel valutare una situazione, la scelta pi vantaggiosa viene suggerita dal corpo, attraverso le risposte somatiche, prima ancora che un individuo abbia una comprensione esplicita del contesto. Nello stesso esperimento, emerso che pazienti con lesioni ventromediali, invece, non cambiavano comportamento, a differenza dei soggetti sani, come se non percepissero il fattore di rischio. Questo perch, nonostante il sistema autonomico non fosse danneggiato (dato che mostravano risposte galvaniche quando durante il gioco perdevano), a non funzionare correttamente era la risposta galvanica in anticipo, cio non ricevevano i segnali di preavviso che invece sono presenti nei soggetti normali e che inducono a non compiere certe azioni.154 Bechara ipotizza che ci sia dovuto al fatto che la corteccia prefrontale ventromediale immagazzina la conoscenza che riflette le inclinazioni del soggetto; conoscenza che attiva parti del cervello preposte al corretto funzionamento del sistema autonomico. Perci,
154

A. Damasio, Descartes Error: Emotion, Reason, and the Human Brain , cit..

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tali pazienti sono privi di una fonte di informazione vitale, che li porta ad incontrare molta pi difficolt ad avere intuizioni verso le scelte pi vantaggiose.155 A seguito di questi dati, Damasio ha teorizzato la somatic-marker hypothesis, lipotesi degli indicatori somatici, in base alla quale le risposte sensoriali del corpo vengono da noi utilizzate nel valutare nuovi modi di agire e ci permettono di individuare le decisioni pi vantaggiose da prendere. Esiste un contesto in cui razionalit ed emozioni possono entrare in conflitto e rendere difficoltosa una decisione: si tratta del giudizio morale, che implica valutazioni etiche su fatti e comportamenti. Tradizionalmente, il modello di giudizio morale era quello kantiano, in cui la formulazione del giudizio era basato in modo preminente sulla razionalit. Ad esempio, secondo Kohlberg156 sono i processi di ragionamento a generare il ragionamento morale, da cui deriva il giudizio morale; le emozioni morali non ricoprono alcun ruolo, tranne quello di stimolare il processo di ragionamento. Attualmente, invece, sempre grazie al contributo di Damasio, stata rivalutata la valenza delle emozioni, dellaffettivit e delle intuizioni. Secondo il nuovo orientamento, il giudizio morale il prodotto di intuizioni automatiche rapide e i ragionamenti morali sono spesso costruzioni a posteriori, dopo che il giudizio stato gi formulato. Quando si trovano di fronte a decisioni con implicazioni etiche, gli individui avvertono innanzitutto una reazione emozionale e solo in seguito tentano di giustificarla con argomentazioni razionali. Greene e altri neuroscienziati157 hanno ricercato i meccanismi neuronali alla base delle decisioni morali, concentrandosi sulle aree cerebrali preposte allelaborazione delle emozioni. Utilizzando come test i dilemmi morali discussi da Thomson158, Greene ha osservato che i giudizi morali variano a seconda che essi prospettino situazioni personali o situazioni impersonali. Le prime consistono
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A. Bechara, H. Damasio, D. Tranel, A. Damasio, Deciding advantageously before knowing the advantageous strategy, in Science, n. 275, 1997, p. 1293-1295. 156 L. Kohlberg, The Psychology of Moral Development, Harper & Row, San Francisco, 1987. 157 J.D. Greene, R.B. Sommerville, L.E. Nystrom, J.M. Darley, J.D. Cohen, An fMRI Investigation of emotional engagement in moral judgment , in Science, n. 293, 2001, p. 2105 2108. 158 J.J. Thomson, Rights, Restitution, and Risk, Harvard University Press, Cambridge, 1986.

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in situazioni in cui il soggetto deve immaginare di causare un danno grave, verso una o pi persone specifiche, in maniera diretta (ossia, senza la mediazione di strumenti). Nelle seconde, invece, manca uno dei tre elementi (danno grave, verso persone, diretto). Dallo studio di Greene emerso che in situazioni impersonali prevale una logica costo/beneficio di tipo utilitaristico, per cui la violazione del principio morale giustificabile (ad esempio, tirare una leva per deviare un treno e provocare la morte di una persona per salvarne cinque). Nelle situazioni personali, invece, i soggetti provano un senso di disagio e incertezza, in cui prevale la reazione emotiva ed emerge un atteggiamento compassionevole (ad esempio, per fermare un carrello in corsa, spingere gi da un ponte un uomo grasso). Si manifesta, in altre parole, lempatia. Alcuni studi distinguono la componente emozionale in emozioni di base (paura, disgusto, ecc.) e in emozioni morali (colpa, vergogna, orgoglio, simpatia/empatia, gratitudine, ecc.). Questultime si caratterizzano per il loro legame con linteresse e il benessere della collettivit o di altri individui.159 Le emozioni sono in tal modo linnesco della capacit morale a livello neurobiologico.160 Gli studi di Rizzolatti sui neuroni specchio indicano che lempatia sorge ad un livello neurobiologico inconscio, ossia quello dellassociazione passiva del corpo di un soggetto e di quello di un altro nellazione o espressione percepita.161 Lempatia potrebbe diventare perci un nuovo fondamento delletica, in ragione delle sue implicazioni intersoggettive e sociali.162 Alla luce di tutto ci, il nostro libero arbitrio deve essere riletto. Innanzitutto, abbiamo sfatato il timore che siano i meccanismi inconsci a comandare il nostro comportamento: i processi automatici sono preposti soltanto alle azioni pi semplici o a quelle abitudinarie. Decisioni complesse e con effetti a lungo termine sono devolute dal cervello stesso alla coscienza, proprio perch non
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J. Moll, R. De Oliveira-Souza, R. Zahn, J. Grafman, The cognitive neuroscience of moral emotions, in W. Sinnot-Armstrong (a cura di), Moral Psychology, vol. 3, The Neuroscience of Morality: Emotion, Brain Disorders, and Development, MIT Press, Cambridge, 2008, p. 1-33. 160 L. Boella, La morale e la natura, in A. Lavazza, G. Sartori (a cura di), Neuroetica, cit., p. 103. 161 G. Rizzolatti, L. Craighero, The mirror neuron system, in Annual Review Neuroscience, n. 27, cit., p. 169-192. 162 L. Boella, La morale e la natura, in A. Lavazza, G. Sartori (a cura di), Neuroetica, cit., p. 104.

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richiedono unelaborazione istantanea. Esempi di scelte di questo tipo vanno dalluniversit in cui studiare al tipo di macchina da acquistare. Nessun meccanismo inconscio comanda decisioni del genere; a guidarle sono le preferenze personali, sviluppate nel corso degli anni in relazione alle esperienze vissute e ai valori individuali. In secondo luogo, abbiamo avuto la conferma del ruolo delle emozioni nel formulare giudizi e scelte. Si pu dire, come conseguenza negativa, che possono portarci a compiere gesti avventati, sullonda di sentimenti intensi. Ma si pu proporre una suggestiva alternativa: essere liberi consiste nello scegliere in base ad una volizione fredda e puramente logica o in base al nostro vero S? A mio parere, corretto affermare che gli ideali e i valori di un individuo, in condizioni normali di salute, vanno ad incidere su tutte le componenti del suo Io, in primo luogo la componente emozionale. Una persona mossa da convinzioni altruistiche portata a giudicare con compassione e comprensione altri individui e determinati eventi; unaltra, pi incline a scopi utilitaristici, pi probabile che davanti alla medesima situazione guardi al suo tornaconto personale. In entrambi i casi, i differenti giudizi esprimono comunque lidentit individuale. Altro discorso se parliamo di individui in stati patologici, di natura mentale o cerebrale: in questi casi, il libero arbitrio effettivamente menomato e a seconda del tipo di malattia o lesione potrebbe essere solo ridotto o del tutto escluso. Per quanto riguarda le azioni che pongono in essere un crimine, ne parleremo pi avanti, ma utile introdurre un concetto: la correlazione non causazione. Il compimento di unazione e lattivazione di unarea cerebrale non comporta necessariamente un nesso causale. Le cause intese deterministicamente non vanno identificate con i fattori che possono aver contribuito allesplicarsi di un comportamento. Anche in psicopatologia stata accolta la nozione di multifattorialit e lanomalia biologica viene intesa come un fattore di rischio, in termini di probabilit, non di certezza assoluta.163 Parlare di illusione del libero arbitrio ha senso solo nel significato che lessere umano non gode di una libert assoluta. Esiste esclusivamente una libert

163

I. Merzagora Betsos, Colpevoli si nasce? Criminologia, determinismo, neuroscienze, cit.,

p. 99.

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condizionata e i fattori che condizionano sono innumerevoli: stato di salute, eredit biologica, istruzione, categoria sociale, benessere economico,

appartenenza a sottoculture, e via dicendo. Un maggiore o minor grado di condizionamento vale per ogni decisione e comportamento. Luomo libero, ma nelle situazioni concrete in cui si viene a trovare ha limitate possibilit di scelta: pi il numero delle possibilit ampio, pi grande la sua libert. Ma le sue scelte, i suoi sforzi di volont, possono aumentare la quota di libert di cui disporre.164 In tal senso si esprime anche Geymonat, quando afferma che la libert costituita dallo stato di cose, ossia i condizionamenti biologici, fisici, sociali, situazionali. Lagire delluomo rimane allinterno delle iniziative compatibili con lo stato di cose: guadagnare la libert consiste nel lottare per ampliare il campo di iniziative possibili.165 Tutti questi condizionamenti sono fattori che per si limitano appunto a condizionare, non a causare le decisioni delluomo: diminuiscono le possibilit, ma non le annullano. Luomo deve dunque rinunciare alla presunzione che libert significhi potere assoluto e accettare invece che essere liberi consista nel poter scegliere e nel poter ampliare con la sua volont le possibilit di scelta.

164 165

F. Mantovani, Il problema della criminalit, CEDAM, Padova, 1984. L. Geymonat, La libert, Rusconi, Milano, 1988.

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Neuroscienze e diritto

Una relazione complessa


Il confronto tra diritto e neuroscienze cui oggi assistiamo deriva dallidentit delloggetto dindagine di entrambi: lessere umano e il suo comportamento. Non la prima volta che il diritto si trova ad affrontare le risultanze della ricerca scientifica: gi la teoria dellevoluzione di Darwin prima, la psicoanalisi di Freud dopo, avevano ribaltato le convinzioni comuni sulla natura e le ragioni della condotta umana. Nessuno sconvolgimento, per, ne era derivato per la costruzione giuridica. Al contrario, il sapere neuroscientifico contemporaneo pone in crisi assunti fondamentali per lordinamento giuridico. Il confronto, che sfocia in conflitto per molti aspetti, nasce infatti dalla diversa immagine dellessere umano che diritto e scienza possiedono. Limmagine giuridica si basa su una concezione intuitiva delluomo e del suo comportamento, con ipotesi e presunzioni tipiche della cosiddetta psicologia del senso comune, che fa affidamento su entit inosservabili (ad esempio, la mente). Limmagine scientifica, invece, si basa su concetti empirici, dimostrabili sperimentalmente, e per certi versi controintuitivi (ad esempio, lassenza di un s integrato o la riduzione degli stati mentali a processi fisici). Perci, proprio a livello concettuale che visione giuridica e visione scientifica si contrappongono. Luomo scientifico viene spiegato in base al funzionamento cerebrale, in cui la mente coincide con il substrato materiale. La coscienza come centro uniforme ed unico viene definita unillusione, a fronte di un modello del s frammentato, incoerente e mutevole: ne deriva una soggettivit indebolita. Azioni e decisioni non sono attribuibili con certezza ad un individuo, dato che la maggior parte di esse frutto di processi non controllabili. Molte posizioni scientifiche riprendono e affermano un rigido nesso di causalit fisica, in cui svanisce ogni spazio di autonomia; lindividuo viene ridotto e studiato nei suoi minimi termini,

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esaminando patrimonio genetico e correlati neurali. La stessa lucidit del processo decisionale viene messa in dubbio, a causa del forte ruolo delle emozioni, risposte innate, spontanee e preriflessive. Soprattutto, lapproccio scientifico si distingue per la intrinseca peculiarit di studiare il comportamento limitandosi a descrizioni e a classificazioni, e non ricorrendo a valutazioni. Luomo giuridico, al contrario, ha tra i suoi presupposti la presenza di una mente autonoma (in senso funzionale) dal cervello, pur essendo questo necessario per la sua sussistenza e potendola influenzare. Ogni persona dotata di un s unitario e stabile, capace di discernere e guidare il suo agire. Tipicamente, il diritto concepisce le decisioni e le azioni di un soggetto come il prodotto di una rappresentazione mentale razionale, anteriore al loro compimento, e sulle quali manteniamo il controllo: in altre parole, un modello di agentivit cosciente. La regola luomo capace, in grado di dominare e di imporre la sua signoria sulle proprie linee di condotta; si manifesta come eccezione, invece, luomo incapace di intendere e di volere. Significativa, inoltre, la previsione in diritto penale dellininfluenza degli stati emotivi e passionali sullimputabilit (art. 90 c.p.), pur essendo configurate alcune fattispecie emotive, quali per esempio le attenuanti della provocazione o della suggestione di una folla in tumulto. Perci, il diritto presume che ogni individuo adulto sano di mente sia libero, o meglio abbia la possibilit di scegliere tra differenti corsi di azione. La presunzione giuridica si estende anche al possesso di capacit razionali critiche verso le proprie decisioni in ogni essere umano maggiorenne. Da ci, deriva la responsabilit personale per la propria condotta. Infine, il diritto ha la funzione caratteristica di non fermarsi a mere descrizioni dei comportamenti umani, bens di valutarli alla luce di ci che lecito o illecito.166 Lattacco mosso dai sostenitori della prospettiva scientifica consiste nellevidenziare come molti assunti del modello giuridico siano falsi e infondati, soprattutto oggi di fronte alle pi recenti scoperte neuroscientifiche. In molti, tra neuroscienziati e giuristi, auspicano unintroduzione massiccia delle neuroscienze nel diritto ed una conseguente rivisitazione di categorie ed istituti giuridici (se non addirittura una rivoluzione dellintero ordinamento). Il rischio, per, di giungere
166

A. Lavazza, L. Sammicheli, Il delitto del cervello. La mente tra scienza e diritto , Codice edizioni, Torino, 2012, p. 15.

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a conclusioni non sufficientemente ponderate, nellatmosfera di un entusiasmo che nei suoi eccessi si tramuta in una pericolosa neuromania. Una regola insita nello spirito della ricerca scientifica il principio per cui essa in continua evoluzione: concetti e dati oggi considerati fondamentali potrebbero essere stravolti e negati un domani. Negli ultimi due secoli abbiamo assistito a diverse rivoluzioni copernicane, dalla teoria evoluzionistica di Darwin alla psicoanalisi di Freud fino al modello della relativit di Einstein e alla meccanica quantistica. Si potrebbe dire che la scienza cerca sempre di contraddire se stessa: la sete di progresso e il metodo sperimentale portano alla creazione di modelli concepiti ab origine per essere validi fino a prova contraria, fino a quando non vengono smentiti da ipotesi e costruzioni pi affidabili. proprio questo il concetto chiave: la scienza ricerca una certezza in chiave di maggior affidabilit allo stato attuale delle conoscenze, non una certezza assoluta, che una volta scoperta data una volta per tutte. La scienza presuppone la possibilit di progresso, in qualsiasi suo ambito. Perci, ricollegandoci con le neuroscienze, legittimo suggerire di usare molta cautela nellaccogliere certe risultanze odierne: un domani potrebbero essere a loro volta negate. Se effettivamente il diritto ricorre ad un modello psicologico umano semplicistico (paragonato ad altri), ci non vuol dire che ricorrervi sia totalmente sbagliato. Quella che si pu definire psicologia del diritto postula che lessere umano sia un agente razionale, capace di scegliere autonomamente sulla base delle proprie credenze, desideri ed intenzioni167. Quello che a molti sfugge, o che fingono di non notare, che il ragionamento giuridico possiede necessit nettamente differenti da quelle della mentalit scientifica. La scienza votata alla ricerca continua di nuovi assunti, come dicevamo, pi affidabili. Il diritto, al contrario, ha come scopo la predisposizione di stabili modelli di riferimento per la societ. Il diritto deve essere un punto fermo e sicuro, che assicuri chiarezza sul quadro normativo e certezza nellapplicazione della legge. La scienza deve ricercare la verit ultima sulla natura del Tutto, e nel farlo inevitabile che incorra in errori o incertezze. Il diritto, invece, deve mantenere
167

A. Bianchi, Introduzione. Neuroscienze e diritto: spiegare di pi per comprendere meglio, in A. Bianchi, G. Gulotta, G. Sartori (a cura di), Manuale di neuroscienze forensi, cit., p. XX.

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lequilibrio e larmonia tra i consociati attraverso lapplicazione delle norme, in una continua aspirazione alla giustizia. Pur potendosi configurare concettualmente come una ricerca, nella realt fattuale il diritto tenta di avvicinare lapparato normativo e le esigenze della collettivit al principio di giustizia. Ma non si pu parlare (ed legittimo domandarsi se sar mai possibile) di una totale identificazione tra Legge e Giustizia. Sicuramente, per, permane come aspirazione. Unaltra differenza fondamentale tra modello scientifico e modello giuridico delluomo la si trova sul piano lessicale e concettuale. Il diritto opera con concetti, quali responsabilit e imputabilit, che non appartengono alla realt scientifica: sono costrutti strumentali di un procedimento conoscitivo volto a stabilire linnocenza o la colpevolezza di un individuo. Un procedimento che spetta unicamente alla valutazione del giudice. Il concetto di responsabilit, per esempio, sfugge alla comprensione delle neuroscienze e delle scienze naturali in generale. Esse conoscono la nozione di responsabilit solo nellaccezione di causazione (ad esempio, il fattore genetico x responsabile/ causa della predisposizione y). Tale categoria in senso giuridico, invece, va oltre; ha unampiezza di significato molto pi vasta, cui possono s contribuire le neuroscienze, la psicologia, la sociologia, e via dicendo, ma solo in minima parte. Il diritto richiede responsabilit in termini di appartenenza di certe azioni ad un determinato individuo, non solo in un semplice senso naturalistico (attribuibilit causale), ma anche in un orizzonte etico. Posto il caposaldo fondamentale che il diritto non pu atteggiarsi a codice etico (ossia, non deve imporre linee di condotta riguardanti ambiti che esulano dalla sua sfera), il giudice non una mera bouche de la loi168, ma esprime una valutazione, il suo giudizio, pregnante del senso etico minimo della collettivit cui appartiene. Non deve inficiare il suo pensiero e le sue decisioni con proprie opinioni o convinzioni, ma deve pur sempre rappresentare il contesto culturale del suo ordinamento giuridico. E un senso etico minimo presente innegabilmente in ogni manifestazione del diritto. Si pu dire di pi: proprio questa matrice etica viscerale ad umanizzare il diritto.
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C.-L. de Montesquieu, LEsprit des Lois, Ginevra, 1748.

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Le neuroscienze hanno dimostrato e mostrato lesistenza di unintuizione morale primordiale, comune ad ogni essere umano. Nonostante le scuole di pensiero di indirizzo neopositivista (secondo cui il diritto dovrebbe disinteressarsi delle motivazioni ideologiche o culturali della legge; dovrebbe, in un certo senso, disumanizzarsi)169, il diritto forgiato da uomini ed diretto a uomini (sia come singoli, sia come gruppi). Non solo: il suo scopo ultimo e deve essere lavvicinarsi il pi possibile a ci che giusto e non fermarsi semplicemente a ci che lecito. Uno scopo, la Giustizia, che richiede inevitabilmente un ragionamento etico. Non un giudizio materialistico, di mera causa-effetto, di responsabilit oggettiva; meno che mai un accertamento scientifico. Forse proprio questo il punto che segna il confine invalicabile per le neuroscienze: esse non possono scoprire la sede cerebrale di ci che giusto e di ci che sbagliato. Possono descriverci cosa succede a livello neurologico quando assistiamo ad uningiustizia o quando la commettiamo, oppure quale regione cerebrale si attiva mentre formuliamo un giudizio. Ma sfugge dal loro orizzonte conoscitivo, dalla loro stessa terminologia, la Giustizia. Un meccanismo neuronale non giusto o sbagliato: semplicemente avviene. Sono le azioni ad essere predicabili in termini simili (teoricamente, anche i pensieri, ma il diritto deve essere rivolto ai comportamenti esterni, realizzati o anche solo tentati; in questo caso, deve s disinteressarsi ad una componente umana, ossia lintenzione rimasta fantasia). E il diritto possiede lapparato terminologico e le categorie per poter esprimere un giudizio in tal senso. Inoltre, proprio nellambito delle scienze cognitive sono state avanzate diverse ipotesi a favore di unorigine evoluzionistica del diritto e di un suo radicamento a livello cerebrale. Nellambito dellantropologia giuridica, lantropologo Alan P. Fiske170 ha sostenuto che esistono quattro forme elementari di socialit, tra le quali figura la gerarchia secondo autorit171, le quali, secondo il ricercatore, sono radicate nella

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H. Kelsen, Reine Rechtslehre. Einleitung in die rechtswissenschaftliche Problematik, Franz Deuticke, Vienna, 1934. 170 A.P. Fiske, Structures of Social Life. The Four Elementary Forms of Human Relations, The Free Press, New York, 1991. 171 Le altre tre relazioni sociali fondamentali sono: la condivisione di beni comuni; la valutazione secondo il mercato; la comparazione secondo uguaglianza.

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struttura dellarchitettura cognitiva umana. Ci si ricollega in tal modo allipotesi dellorigine evoluzionistica del diritto, elaborata nellambito della prospettiva neodarwiniana della natura umana: le norme e i valori accolti emergono allesito di un processo di adattamento allambiente naturale e, soprattutto, sociale.172 Il diritto si risolverebbe ad essere una caratteristica relazionale, un meccanismo adattivo vantaggioso come tecnica di comportamento e di interazione intersoggettiva.173 A dimostrazione di questo assunto, in biologia e in psicologia evoluzionistica si afferma che gli esseri umani, in quanto animali sociali, avrebbero la predisposizione naturale a tre regole fondamentali di comportamento: il dovere di mantenere promesse reciproche (un concetto primordiale di contratto); la necessaria volontariet degli scambi reciproci (una base grezza per il diritto civile e il diritto penale); il desiderio di punire le violazioni dei due principi precedenti (una sorta di istinto sanzionatorio).174 Alcuni autori175 riconnettono lorigine del diritto al senso morale: comuni a tutte le culture sono tre principi di base, ossia la cura dei propri interessi, la cooperazione e la reciprocit; da essi derivano i precetti morali, declinati diversamente a seconda di ogni societ. A loro volta, i precetti morali danno vita alle norme, il cui scopo principale il mantenimento della coesione sociale e la punizione di chi viola i codici etici. Perci, i sistemi legali si sviluppano a partire da intuizioni morali generali condivise. Linclinazione umana alla cooperazione e alla reciprocit avrebbe unorigine evoluzionistica come risposta allambiente: chi coopera trae vantaggio in un contesto ostile. La cooperazione, pur nascendo come mezzo, diventata un fine in s, a seguito della sua interiorizzazione dovuta alla forte pressione selettiva verso linterazione sociale.176 Anche il concetto di sanzione deriverebbe da meccanismi evolutivi dovuti alla selezione. Essa nasce come punizione moralistica, provocando un

peggioramento della posizione sociale di chi viola la legge. Dapprima esercitata


172

S. Rose, H. Rose, Alas, Poor Darwin: Arguments against Evolutionary Psychology , Jonathan Cape, Londra, 2000. 173 M.B. Hoffman, The Neuroeconomic Path of Law, in S. Zeki, O.R. Goodenough (a cura di), Law and the Brain, Oxford University Press, Oxford, 2004, p. 3-19. 174 Ibidem. 175 R.A. Hinde, Law and the Sources of Morality, in S. Zeki, O.R. Goodenough (a cura di), Law and the Brain, cit., p. 37-55. 176 S. Bowles, H. Gintis, A Cooperative Species: Human Reciprocity and Its Evolution , Princeton University Press, Princeton, 2011.

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da singoli individui, viene poi istituzionalizzata, affidando la coercizione ai capi prima e allo Stato poi, al fine di impedirne lutilizzo privilegiato da parte di sottogruppi.177 Molte ricerche neuroscientifiche sembrano indicare la naturale disponibilit delle persone a punire le violazioni di leggi (pur non ottenendone alcun vantaggio personale)178, ma hanno anche mostrato, con luso della risonanza magnetica funzionale (fMRI), le regioni del cervello che si attivano quando si giudicano le punizioni per diverse violazioni. emerso che la corteccia prefrontale dorsolaterale destra larea maggiormente coinvolta nellassegnazione di responsabilit per i crimini; invece, lamigdala e altre zone subcorticali, legate alle emozioni, sono correlate al grado di punizione assegnato (curiosamente, maggiore lattivazione, pi severa la sanzione). Tuttavia, la regione corticale opera un controllo sullamigdala, in modo tale che ad una prima risposta emotiva intervenga poi una seconda valutazione, effettuata per lappunto dalle zone corticali (formatesi pi di recente nellevoluzione). Gli autori della ricerca, per, tengono a sottolineare che tale reazione cerebrale non costante nel tempo, n uguale in ogni soggetto e in ogni situazione.179 Sarebbe interessante un esperimento dalle modalit simili, ma avendo come soggetti dei magistrati, avvezzi a porsi super partes e in uno stato danimo di imparzialit, anzich individui comuni. Si pu ipotizzare, dunque, che la concezione retributiva sia un istinto interiorizzato, un comportamento adattativo verso il rispetto delle norme, prodotto da meccanismi darwiniani, poi modellato dallambiente socio-culturale. Tra le diverse linee di pensiero che si stanno formando nellambito del neurodiritto, si scontrano da una parte i promotori di una modificazione dellassetto del diritto, dallaltra coloro che sostengono fermamente che sarebbe un azzardo maladattivo180 o, pi semplicemente, una proposta irrealizzabile.
177

A. Lavazza, L. Sammicheli, Il delitto del cervello. La mente tra scienza e diritto , cit., p. 216-218. 178 J. Haushofer, E. Fehr, You Shouldnt Have: Your Brain on Others Crimes, in Neuron, n. 60, 2008, p. 738-740. 179 J.W. Buckholtz, C.L. Asplund, P.E. Dux, D.H. Zald, J.C. Gore, O.D. Jones, R. Marois, The Neural Correlates of Third-Party Punishment, in Neuron, n. 60, 2008, p. 930-940. 180 A. Lavazza, L. Sammicheli, Il delitto del cervello. La mente tra scienza e diritto , cit., p. 220.

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Tra i primi, troviamo gli scienziati cognitivi Joshua Greene e Jonathan Cohen181, fermi assertori del determinismo radicale, secondo i quali ogni scelta individuale non nientaltro che il risultato di processi cerebrali, a loro volta determinati, ed ogni azione linevitabile prodotto finale dellinterazione tra geni e ambiente. A loro dire, il diritto retributivo dovrebbe lasciare il posto al consequenzialismo. Mentre il retribuzionismo concepisce luomo come dotato di libero arbitrio e quindi meritevole di essere punito quando realizza un crimine, il consequenzialismo parte da presupposti contrari. Nella sua forma pura, di matrice utilitaristica, la prospettiva consequenzialista (che trova come suoi antecedenti Bentham, Hobbes, Feuerbach e Franz Liszt) ritiene che il criminale privo di autonomia, razionalit e libert di scelta, perci la pena trova la sua giustificazione nel mero raggiungimento del suo fine, qualunque esso sia.182 Lobiettivo devono essere gli effetti benefici futuri: la prevenzione con il deterrente della pena, la sicurezza e il conforto della societ con il contenimento dei soggetti pericolosi, lemenda del reo tramite la sanzione e la soddisfazione delle vittime.183 Il problema tipico emergente in una tale prospettiva la sproporzione tra pena e reato: condotte dallesiguo effetto lesivo vengono punite con sanzioni esorbitanti. Spesso, inoltre, tale concezione si disinteressa delleffettiva colpevolezza di un individuo, avendo pi importanza immolarlo come esempio per gli altri consociati.184 Un altro fautore del rinnovamento radicale dei sistemi giuridici Robert Sapolsky185, il quale afferma che sia inevitabile, nonch la soluzione pi adeguata, la sottoposizione a isolamento e cure di soggetti antisociali con lesioni alla corteccia prefrontale. A tale conclusione giunge a seguito delle sue ricerche sul ruolo della corteccia prefrontale (una complessa area cerebrale preposta allesecuzione di comportamenti articolati, tra i quali il controllo delle risposte emotive, delle reazioni automatiche e dellimpulsivit in generale; secondo
181

J.D. Greene, J. Cohen, For the Law, Neuroscience Changes Nothing and Everything , in S. Zeki, O.R. Goodenough (a cura di), Law and the Brain, cit., p. 207-226. 182 A. Lavazza, L. Sammicheli, Il delitto del cervello. La mente tra scienza e diritto, cit., p. 102-105. 183 Ibidem. 184 Ibidem. 185 R. Sapolsky, The Frontal Cortex and the Criminal Justice System, in S. Zeki, O.R. Goodenough (a cura di), Law and the Brain, cit., p. 227-243.

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Sapolsky, essa potrebbe corrispondere al concetto freudiano di Super-io). In particolare, in caso di lesione di questa regione corticale, un individuo pu presentare deficit delle funzioni esecutive e limpulsivit pu degenerare in sociopatia acquisita, manifestandosi in comportamenti antisociali. Secondo lo studioso, persone con lesioni simili non sono in grado di compiere scelte giuste, pur sapendo quali esse siano: la loro perdita di autocontrollo dipende da ragioni organiche, perci non ha senso ritenerle libere e la neutralizzazione appare la strada pi efficace (anche se allapparenza disumana, come lo stesso autore ammette). Sul fronte opposto, invece, alcuni giuristi e scienziati cognitivi continuano a sostenere la validit della concezione retributiva. Tra questi, vi sono Paul H. Robinson, Robert Kurzban e Owen D. Jones186, secondo i quali la maggior parte dei giudizi relativi alla responsabilit legale e alla pena per gravi reati sarebbe di natura intuitiva e non razionale. I giudizi morali, oltre ad avere una base biologica, rifletterebbero i processi evolutivi cerebrali e anche le intuizioni circa la giustizia sarebbero esito di meccanismi darwiniani. Perci, lipotesi di Robinson, Kurzban e Jones consiste nel ritenere che le idee di responsabilit, colpevolezza e punizione siano sorte in virt dei vantaggi da loro offerte in termini di stabilit delle interazioni sociali. In altre parole, sarebbe impossibile scardinare le intuizioni retributive innate tramite riforme giuridiche, che verrebbero percepite dalla collettivit come controintuitive. Le idee sulla giustizia radicate negli individui sarebbero inattaccabili sia dalle influenze culturali, sia da

argomentazioni razionali; tali intuizioni, infatti, verrebbero percepite dalle persone come dati di fatto, non come conclusioni di un ragionamento. doveroso, per, annotare che, nei confronti del neurodiritto e delle neuroscienze in generale, permane forte una linea di pensiero che rifiuta un approccio neuroscientifico ai fondamenti del diritto.187 Di tale atteggiamento, si possono distinguere due tipologie: un rifiuto giuridico, secondo il quale le neuroscienze non sono sufficientemente consolidate per dare loro rilievo nel diritto (tranne che
186

P.H. Robinson, R. Kurzban, O.D. Jones, The Origins of Shared Intuitions of Justice, in Vanderbilt Law Review, n. 60, 2007, p. 1633 -1688; Id., Realism, Punishment, and Reforms, in University of Chicago Law Review, n. 77, 2011, p. 1611-1632. 187 A. Lavazza, L. Sammicheli, Il delitto del cervello. La mente tra scienza e diritto , cit., p. 112-115.

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per pochi casi eccezionali ed esclusivamente per un loro uso strumentalediagnostico); un rifiuto filosofico, il quale respinge il determinismo in ogni sua variante e sostiene la validit sia di un fondamento metafisico della libert, sia del presupposto che gli esseri umani siano agenti razionali, responsabili e, dunque, imputabili.188 Tra gli esponenti della seconda linea di pensiero, possiamo portare ad esempio il giurista Francesco DAgostino e alcuni suoi rilievi sullevoluzionismo neuroscientifico in rapporto al diritto.189 Egli distingue due categorie del paradigma evoluzionistico: una versione debole e una versione forte. Nella sua versione debole, levoluzionismo pone s come proprio fondamento il fatto storico dellevoluzione, ma ritiene che possano esservi propriet emergenti (quale la mente o il diritto) non riducibili al piano meramente materiale. Inoltre, rimanendo entro i confini del proprio campo conoscitivo, mantiene i caratteri di una teoria biologica, che pu cos convivere con teorie antropologiche, tra le quali si pone il diritto.190 Al contrario, il paradigma evoluzionistico nella sua versione forte prettamente riduzionistico e qualifica come emergenze casuali meramente psichiche ogni dimensione umana, come moralit e senso di giustizia, eliminandone ogni radice metafisica. In particolare, DAgostino critica la pretesa di dare un fondamento neuro-biologico allaltruismo, poich, qualificandolo come strettamente comportamentale, il paradigma evoluzionistico lo svuota di ogni connotato etico, soprattutto del connotato etico dellintenzionalit. Ma i sostenitori di tale modello cadono in contraddizione nel momento stesso in cui distinguono gli atteggiamenti animali da quelli umani: mentre dei primi non si pu parlare di malvagit per la loro natura predatoria (semmai una ferocia amorale), agli esseri umani gli evoluzionisti attribuiscono la qualit della crudelt morale. Un giudizio che tradisce il riconoscimento di uno specifico senso morale, che evidentemente deve avere anche un fondamento metafisico, oltre a quello biologico.191
188 189

Ibidem. F. DAgostino, Lezioni di Filosofia del Diritto, G. Giappichelli editore, Torino, 2006, p. Ibidem. Ibidem.

47-61.
190 191

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Inoltre, DAgostino osserva come la difficolt maggiore si proponga sul tema della responsabilit. Essendo irriducibile a categorie scientifiche il concetto di libert, evoluzionisti e neuroscienziati non sono in grado di comprendere la nozione di responsabilit. E anche fondando tale concetto nel senso morale (di cui si predica una base neurobiologica), lo svuotano di ogni matrice etica: di conseguenza, lindividuo che volesse essere irresponsabile non sarebbe realmente rimproverabile per questa sua scelta. Semmai, risulterebbe intollerabile a livello sociale. In tal caso, poich egli porrebbe in atto condotte incoerenti evoluzionisticamente (e, quindi, sarebbe percepito come un soggetto anomalo), lunica soluzione sarebbe la sua neutralizzazione al fine della difesa sociale.192 Le neuroscienze, dunque, pur non distruggendo i valori umani, ma studiandoli come dei dati, porterebbe il diritto penale a trasformarsi in un diritto di intervento o, meglio ancora, di trattamento.193 La domanda che sorge spontanea a questo punto : chi stabilirebbe quale sia il modello di essere umano normale, a cui il trattamento deve riportare lindividuo anomalo? Come dice DAgostino, a stabilire tali criteri sarebbe chi sta al governo. Ma se a salire al potere fossero i razzisti? Unequipe di scienziati avrebbe indicato che il razzismo avrebbe origine da unalterazione della zona cerebrale dellamigdala. I razzisti al governo potrebbero imporre tale amigdala alterata come modello di normalit.194 Per DAgostino, dunque, solo la teoria tradizionale del diritto permette una concezione della responsabilit collegata al concetto di merito e di espiazione della colpa, al fine di un reinserimento sociale del reo.195 In conclusione, tenendo conto delle pi diverse opinioni in merito, sbaglia sia chi propugna una radicale rivoluzione neuroscientifica, la cosiddetta naturalizzazione del diritto, che porterebbe in extremis ad una sostituzione del giudice con il perito, sia chi allopposto mostra disinteresse o addirittura ostilit alle nuove frontiere scientifiche.

192 193

Ibidem. F. DAgostino, Jus quia justum. Lezioni di filosofia del diritto e della religione, G. Giappichelli editore, Torino, 2012, p. 70-75. 194 Ibidem. 195 F. DAgostino, Lezioni di Filosofia del Diritto, cit., p. 47-61.

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Sarebbe invece pi corretto parlare di integrazione del sapere giuridico con il sapere scientifico. Il diritto necessita di mantenersi aggiornato con le odierne scoperte sulla natura delluomo, data la sua essenza di scienza del comportamento umano, nelle sue pi diverse estrinsecazioni. Se il diritto si mantenesse distaccato dai contributi offerti dalla scienza, rimarrebbe fossilizzato in modelli artificiosi eccessivamente lontani dalla realt. Si dovrebbe pertanto non eliminare le categorie del diritto, quanto aggiornarle a livello di contenuto e di applicazione pratica. Le neuroscienze possono aiutare a definire meglio i confini tra normalit psichica e patologia mentale grazie alle neuroimmagini; consentire un accertamento della veridicit di un testimone attraverso tecniche di lie e memory detection; fondare certi assunti giuridici su basi empiriche, come la capacit di agire; predisporre una tutela pi efficace per i cosiddetti soggetti fragili, quali i tossicodipendenti o i malati di demenza; delineare trattamenti pi attenti e personalizzati nellapplicazione delle misure di sicurezza. Le possibilit sono molteplici. Il diritto dovrebbe fruire dei contributi neuroscientifici che hanno ottenuto il riconoscimento da parte della comunit scientifica internazionale, in unottica di arricchimento. In questa complessa relazione tra neuroscienze e diritto, alcune branche giuridiche vengono coinvolte in misura maggiore di altre, ovviamente. Il diritto civile e il diritto penale possono trarre maggior profitto dagli studi neuroscientifici rispetto ad ambiti come il diritto amministrativo o il diritto commerciale. In diritto pubblico, per esempio, alcuni autori196 hanno avanzato diverse ipotesi innovative. In particolare, si potrebbe dare valenza sul piano giuridico alle tesi neuroscientifiche sul riconoscimento attraverso i neuroni specchio, sullesistenza di pi intelligenze (razionale, sociale, emotiva, ecc.), sullempatia, sulla neuroplasticit e sul rapporto mente-ambiente. In sinergia con gli studi di neuropolitica e neuromarketing, si potrebbe apprestare una disciplina giuridica pi attenta delle tecniche di manipolazione e persuasione mass-mediatiche che fanno leva sulla componente emozionale dellelettorato e delle categorie dei consumatori. In un possibile futuro, si
196

E. Picozza, Problemi di carattere applicativo, in E. Picozza, L. Capraro, V. Cuzzocrea, D. Terracina, Neurodiritto. Una introduzione, G. Giappichelli Editore, Torino, 2011, p. 87-126.

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potrebbe esaminare neurologicamente lidoneit e la competenza dei candidati politici a ricoprire ruoli di potere, mettendo alla prova la loro capacit di empatia, fondamentale per meccanismi come la leale collaborazione e la cooperazione. Nei concorsi pubblici, accanto ai titoli e agli esami sulla preparazione individuale, si potrebbero introdurre test cognitivi per stabilire lo sviluppo delle diverse forme di intelligenza; nello stesso contesto concorsuale, per, si dovrebbe vietare lassunzione di neurofarmaci (ad esempio, quelli che aumentano il livello di attenzione o che inibiscono la sensazione di stanchezza), i quali alterando le prestazioni cognitive possono configurare una sorta di doping cerebrale. Troverebbero conferme da parte delle neuroscienze le ultime generazioni di diritti e doveri, sia quelli di terza (tra cui, per esempio, il diritto allambiente e al godimento di beni immateriali, come la cultura) sia quelli di quarta (tra i quali i cosiddetti diritti della specie, esemplificati dal biodiritto con i limiti della manipolazione degli embrioni, il divieto di clonazione umana, le problematiche legate alleutanasia, ecc.). Lattuale conoscenza neuroscientifica smentisce la scissione delluomo dallambiente e dagli altri suoi simili; anzi, presenta un quadro di stretta e necessaria relazione tra lindividuo e il contesto ambientale (in tal senso, le teorie della mente estesa) e tra il singolo e la collettivit (le teorie sui neuroni specchio e le scoperte sullempatia e sul senso di solidariet umana). Quello che possiamo definire una sorta di umanesimo neuroscientifico pu fondare biologicamente ed empiricamente quelle intuizioni su cui il diritto gi si basa: unumanit che condivide la medesima dignit e che richiede il rispetto per ogni suo membro. Dalle neuroscienze viene fondato empiricamente il riconoscimento delluguaglianza di tutti (come membri della stessa specie) e dellindividualit di ognuno (in base alla mutevole ed unica conformazione cerebrale). Si mostra limportanza fondamentale del rapporto con laltro, come momento di costruzione del s (lempatia e lapprendimento per imitazione tramite i neuroni specchio).197

197

E. Picozza, Problematiche di diritto pubblico e di diritto privato, in E. Picozza, L. Capraro, V. Cuzzocrea, D. Terracina, Neurodiritto. Una introduzione, cit., p. 87-126.

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Infine, sembra che stia emergendo un ultimo nuovo diritto: lautonomia cognitiva o habeas mentem198, intesa come la capacit degli individui di resistere alla pressione subliminale dei grandi mezzi di comunicazione di massa199 o in termini pi specifici come capacit del soggetto di controllare, filtrare e interpretare razionalmente le comunicazioni che riceve200. Norberto Bobbio201 lha definita autonomia intellettuale, posta alla base della garanzia giuridica dei diritti di libert e dei diritti politici, affermando che nelle attuali societ occidentali in corso uninversione del rapporto fra controllori e controllati, in cui grazie alluso spregiudicato dei mass media sono gli eletti a controllare gli elettori. Tale autonomia viene minacciata dal potere persuasivo dei mezzi di comunicazione, dalle loro tecniche di stimolazione cognitiva ed emotiva e, in generale, dalla manipolazione dellinformazione. Ad esserne inficiati sono la costituzione di identit personali, lautonomia individuale, la formazione dellopinione pubblica e i meccanismi decisionali democratici. Lautonomia cognitiva pu trovare un suo sviluppo concettuale prendendo in considerazione gli studi sulla neuroplasticit: il sistema nervoso centrale, data la sua estrema modificabilit, estremamente sensibile al contesto ambientale, in modo tale da essere modellato dalle esperienze vissute e dalle nozioni acquisite. Per la tutela dellautonomia cognitiva, dunque, diviene ancor pi fondamentale il ruolo formativo rivestito non solo dalla famiglia, ma anche e soprattutto dai diversi gradi di istruzione. Si configura come un obbligo dello Stato lapprestare un servizio pubblico che consenta il miglior sviluppo possibile delle capacit personali e la libera formazione delle opinioni individuali, attraverso listruzione, la libera informazione ed unauspicabile maggior attenzione alla personalit del singolo.

198

D. Zolo, Nuovi diritti e globalizzazione, in Enciclopedia del XXI secolo, vol. II, Norme e idee, Istituto della Enciclopedia Giuridica, Roma, 2010, p. 33-34. 199 Ibidem. 200 Ibidem. 201 N. Bobbio, Let dei diritti, Einaudi, Torino, 1990, p. XV.

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Le neuroscienze in ambito civilistico

Lindividuo come soggetto di diritto: capacit giuridica e capacit dagire


Allinterno dellordinamento giuridico italiano, lindividuo qualificato come soggetto di diritto, status che consegue alla cosiddetta capacit giuridica.202 Tale capacit una qualit astratta a priori, di carattere generale, che connota lindividuo al momento stesso della nascita (art. 1 c.c.): ogni soggetto, in virt del principio di uguaglianza, potenzialmente destinatario di tutte le norme dellordinamento giuridico. Nello specifico, con lacquisto della capacit giuridica si diviene titolari di diritti e doveri; in particolare, allart. 2 della Carta costituzionale viene statuito il riconoscimento e la garanzia, da parte della Repubblica, dei diritti inviolabili delluomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalit. Lutilizzo del termine riconoscimento, inoltre, rivela che lordinamento non ha la facolt di attribuire allindividuo i suoi diritti inviolabili, bens che li riconosce come gi esistenti.203 Ne deriva che la capacit giuridica una qualit propria di ogni individuo, non il risultato di unattribuzione da parte dellordinamento.204 Allart. 22 Cost., essa viene addirittura affiancata alla cittadinanza e al nome nello statuire il divieto di privarne un individuo per motivi politici; la norma, dunque, sembra suggerire che lessere privi di capacit giuridica equivarrebbe allessere privi di identit (non a caso, storicamente, si definiva morte civile lo status di chi veniva privato della capacit giuridica, come pena accessoria ad una condanna penale).205

202

F. Gazzoni, Manuale di diritto privato, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2007, p. 121-122. 203 Ibidem. 204 Ibidem. 205 Ibidem.

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In tale ambito, come stato suggerito206, gli studi sul cervello umano, nella loro declinazione di neuroscienze giuridiche (riprendendo lespressione coniata da Giuseppe Sartori e Luca Sammicheli207), intervengono nel ricercare il fondamento supremo della capacit giuridica e si allineano con la posizione filosofica del giusnaturalismo, nellottica del riconoscimento (e non dellattribuzione) della capacit giuridica come qualit quasi intrinseca dellessere umano. Seguendo una prospettiva neuroscientifica, si potrebbe giungere ad affermare che tale capacit propria dellindividuo in virt della sua stessa appartenenza al genere umano, ricollegandosi ad una cosiddetta dignit della specie. Inoltre, strettamente collegato con la categoria della capacit giuridica, il concetto di soggettivit: lapproccio olistico alla globalit dellessere umano, tipico delle scienze cognitive, evidenzia lintima interconnessione tra la dimensione neurobiologica delluomo (ossia, il substrato materiale) e la dimensione prettamente funzionale (esplicantesi nelle diverse abilit istintive, emozionali e logico-analitiche). Una tale visione delluomo conduce ad operare un cambiamento di prospettiva: da un lato, il sostrato materiale della persona reale non pi individuabile con i tradizionali parametri giuridici; dallaltro, la qualificazione di soggetto di diritto non pu pi basarsi esclusivamente su mere astrazioni logiche, quali sono limputazione di una posizione giuridica complessiva o di singole situazioni giuridiche soggettive. Il neurodiritto porta ad una definizione della soggettivit che si collega direttamente con la realt materiale delluomo, in un modello che lo definisce come essere incarnato, prendendo in considerazione la sua totalit ontologica nel mondo e nel tempo.208 Una visione che trova tra i suoi ascendenti il filosofo tedesco Martin Heidegger, che ha elaborato una sua ontologia delluomo e ne ha predicato il suo essere nel

206

E. Picozza, Problemi di carattere applicativo, in E. Picozza, L. Capraro, V. Cuzzocrea, D. Terracina, Neurodiritto. Una introduzione, cit., p. 103-107. 207 L. Sammicheli, G. Sartori, Neuroscienze giuridiche: i diversi livelli di interazione tra diritto e neuroscienze, in A. Bianchi, G. Gulotta, G. Sartori (a cura di), Manuale di neuroscienze forensi, cit., p. 15-36. 208 Ibidem.

80

mondo209, e tra i suoi attuali sostenitori Andy Clark, con il suo modello dellembodied, embedded and extended mind210. Lapproccio innovativo proposto dalle neuroscienze giuridiche non di per s rivoluzionario per quanto riguarda il piano sostanziale, bens offre una giustificazione empirica, una base reale, a quelle che sono state finora categorie giuridiche astratte. Laffermazione che luomo possiede una capacit giuridica a priori, ricorrendo semplicemente ad un ragionamento logico (per usare termini del linguaggio comune, una decisione presa a tavolino), stata unanimemente accettata fino ad oggi, data la sua utilit pratica di tutela dei diritti umani. Ma tale affermazione diventa pi pressante e maggiormente fondata se si sostiene che essa deriva da una qualit ontologica quale lappartenenza alla specie umana. Questultima, infatti, non necessita di inferenze logiche o dimostrazioni empiriche: in altri termini, si dimostra da s. Perci, compiendo una traslazione etimologica, la persona ha diritto di essere tutelata giuridicamente perch appartiene al genere umano e, in quanto tale, gode della dignit peculiare della specie umana. Accanto alla capacit giuridica, il nostro ordinamento configura unaltra categoria fondamentale, ossia la cosiddetta capacit di agire (art. 2 c.c.). Essa consiste nella possibilit di porre in essere atti giuridici capaci di incidere sia sul piano personale sia su quello patrimoniale; per certi versi, essa corrisponde allesplicazione pratica dellinsieme di diritti e doveri conseguenti alla capacit giuridica. Mentre la capacit giuridica si acquisisce al momento della nascita, la capacit di compiere atti giuridici viene riconosciuta al compimento della maggiore et (art. 2 c.c.). Si presume infatti che, con il raggiungimento dei 18 anni, lindividuo sia pienamente capace di intendere e di volere, ossia che matura la cosiddetta piena capacit naturale.211 A tale regola generale sono previste delle eccezioni: alcuni atti, infatti, possono essere compiuti anche dal minorenne ultrasedicenne (ad esempio, riconoscere il figlio naturale, art. 250 c.c., oppure contrarre matrimonio previa autorizzazione giudiziale, art. 84 c.c., e via dicendo).
209 210 211

M. Heidegger, Sein und Zeit, Max Niemeyer, Halle, 1927. A. Clark, Being There, cit.. F. Gazzoni, Manuale di diritto privato, cit., p. 132.

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Nello specifico, la capacit dagire si fonda su determinati presupposti psicologici, legati al pieno sviluppo della personalit e della capacit dellindividuo di comprendere la realt esterna e di esprimere scelte autonome nei confronti di essa212. Tra questi presupposti, si inseriscono: la comprensione delle norme e la loro applicazione; la valutazione delle conseguenze giuridiche, economiche e morali dei propri atti; la capacit di esprimere il proprio comportamento in maniera coerente con le norme e le esigenze dellambiente, adattandolo alle situazioni concrete e finalizzandolo al conseguimento dei propri obiettivi.213 La capacit dagire, per, non una qualit che, una volta acquisita, r imane immutabile nel tempo: pu infatti risultare diminuita (temporaneamente o permanentemente) o addirittura essere persa. Certi individui, invece, fin dal principio sono considerati non autonomi, in tutto o in parte. Proprio entrando nel campo delle situazioni in cui la capacit dagire risulta carente o mancante, possiamo individuare concetti ed espressioni che ne sono sinonimi o, ancor meglio, che ne rivelano diversi livelli di significato. Capacit di autodeterminazione, autonomia, competenza, capacit decisionale: sono tutti termini la cui origine ed uso sono trasversali a diversi campi, da quello del diritto a quello sanitario fino a quello filosofico. In particolare, il diritto allautodeterminazione un argomento che impegna da vicino la filosofia del diritto. Assistiamo, infatti, ad una contrapposizione tra due diverse esigenze: lautonomia e la libert degli individui, da una parte, e lintervento limitativo dellordinamento, dallaltra. Questultimo si traduce nellimposizione di limiti alla libert individuale, allo scopo precipuo di garantire che la libert di un soggetto non attenti a quella di altri.214 Unaltra ragione che pu motivare lintervento limitativo dellordinamento quella di restringere la libert di un soggetto nellinteresse di quello stesso individuo (ad esempio, le norme di sicurezza che prevedono luso del casco su motoveicoli); in tal caso, si configura quello che viene definito paternalismo giuridico.
212

T. Bandini, G. Rocca, Fondamenti di psicopatologia forense, Giuffr editore, Milano, 2010, p. 212. 213 P. Arbarello, e Coll., Medicina legale, Minerva Medica, Torino, 2005. 214 R. Caterina, Paternalismo e autonomia, in A. Bianchi, P.G. Macr (a cura di), La valutazione delle capacit di agire, CEDAM, Padova, 2011, p. 3.

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Le due domande fondamentali classiche sul punto sono: fino a che punto lecito lintervento paternalistico dellordinamento e quando esso diventa uninterferenza nellautonomia individuale? Altre due se ne aggiungono, in ragione degli studi neuroscientifici: se si dimostra che lessere umano sottoposto a limiti neurobiologici, che lo privano di un pieno ed effettivo controllo delle sue azioni, allora diventa legittimo, se non addirittura necessario, un pi ampio intervento dellordinamento? Dato che i limiti al controllo decisionale sono di diversa entit a seconda dellindividuo, forse opportuno creare una pluralit di categorie di soggetti capaci, abbandonando la dicotomia capace-incapace e preferendo una sorta di scala di autonomia, formata da altrettante gradazioni differenti di capacit? Prima di articolare una risposta a tali quesiti, necessario riportare sia lodierna disciplina dellincapace nel nostro ordinamento, sia ci che effettivamente dicono e, soprattutto, dimostrano le neuroscienze in tale ambito.

Paternalismo giuridico e diritto allautodeterminazione


Il concetto di paternalismo giuridico si distingue in due forme principali: una procedurale (in termini anglosassoni, soft paternalism) ed una sostanziale (hard paternalism). Il paternalismo procedurale reputa legittima linterferenza con la scelta di un individuo solo quando esistono ragioni per dubitare che quella scelta sia pienamente libera, informata e consapevole215. Il paternalismo sostanziale, invece, reputa legittima linterferenza con la scelta di un individuo anche quando essa pienamente libera, informata e consapevole, se quella scelta obiettivamente dannosa per lindividuo216. Il paternalismo procedurale parte dal presupposto che la volontariet, libert e consapevolezza di una scelta sono soggette a diverse gradazioni e dallaltro presupposto per cui, in determinate circostanze, un individuo non in grado di

215 216

Ivi, p. 4. Ibidem.

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valutare correttamente il proprio interesse, al momento della scelta. Perci, le scelte viziate da una conoscenza inesatta o da uno stato mentale alterato non rappresentano la vera volont di un soggetto. In tali casi, si ritiene opportuno avvertire la persona o indurla ad una maggior riflessione; in situazioni in cui ci non sia possibile, invece, si considera ammissibile una violazione della sua autonomia. La regola generale comunque impone che se un individuo nel pieno delle sue facolt mentali, ogni sua scelta, anche dannosa per se stesso, va rispettata.217 Al contrario, il paternalismo sostanziale prevede che si possa limitare o disattendere la scelta di un individuo sulla base di una valutazione sostanziale dei risultati di tale scelta: lindividuo non libero di recare danno a se stesso e nemmeno di correre volontariamente dei rischi.218 Sono varie le modalit in cui si esplicano entrambe le forme di paternalismo. Una forma lampante avviene attraverso limposizione di divieti che precludono il raggiungimento di certi risultati: ad esempio, lart. 5 c.c., che vieta atti di disposizione del proprio corpo che ledano lintegrit fisica, oppure lart. 644 c.p., che vieta e punisce la corresponsione di interessi ad un tasso superiore al limite legale. In questi casi, le norme rispondono ad unispirazione paternalistica sostanziale. Un altro modo in cui si manifesta il paternalismo (in questo caso, per, procedurale) lattenzione posta sul procedimento di formazione della scelta e di manifestazione della volont. Ne un esempio la disciplina codicistica in materia di contratti.219 Negli ultimi decenni, un altro esempio di paternalismo procedurale nel nostro ordinamento rappresentato dalla accentuata tutela dei consumatori, attraverso lintroduzione con il d.lgs. n. 206/2005 (cosiddetto Codice del Consumo) di meccanismi volti a garantirne una decisione ponderata e consapevole.220 Infine, ne espressione la specificazione di determinate categorie di soggetti, che lordinamento reputa da proteggere anche da se stesse e a cui sottrae la possibilit di regolare in maniera autonoma i propri interessi. Ne sono esempi le norme

217 218 219 220

Ivi, p. 4-7. Ibidem. Ibidem. Ivi, p. 9.

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relative al minore e allinfermo di mente. Si afferma, per, che il paternalismo verso certe categorie di soggetti potrebbe portare ad una loro esclusione dal mercato: lart. 1425 c.c., infatti, prevede che i contratti stipulati dalla persona incapace siano annullabili, perci la norma potrebbe scoraggiare gli eventuali contraenti.221

Gli istituti di tutela dei soggetti non autonomi


In riferimento agli individui non autonomi, il nostro ordinamento configura ben tre istituti di tutela: linabilitazione, linterdizione e lamministrazione di sostegno (recentemente introdotta dalla l. 9 gennaio 2004, n. 6). Essi sono disciplinati allo scopo di sostenere, limitare o annullare la capacit dagire di un soggetto, il quale non abbia conseguito o abbia perso una piena maturit mentale. Tutti e tre, inoltre, hanno come finalit comune la protezione adeguata dei diritti e degli interessi delle persone prive, in tutto o in parte, della propria autonomia. La loro disciplina posta nel Titolo XII del codice civile, Delle misure di protezione delle persone prive in tutto od in parte di autonomia, cos modificato dallart. 2 della l. n. 6/2004. Seguendo un ordine diverso da quello di trattazione del codice, iniziamo dai due istituti codicistici storici. Linterdizione trova la sua principale sede codicistica allart. 414 c.c. ed diretta al maggiore det e al minore emancipato, che si trovino in condizioni di abituale infermit di mente tale che li rende incapaci di provvedere ai loro interessi. Il giudice tutelare provvede con sentenza a nominare un tutore. Linterdetto non pu compiere atti n di amministrazione ordinaria, n di quella straordinaria: ci si traduce nellimpossibilit di contrarre matrimonio, riconoscere il figlio naturale, fare testamento, esprimere un valido consenso a trattamenti sanitari, ecc. Linabilitazione, posta allarticolo seguente, lart. 415 c.c., si configura per la tutela del maggiore det infermo di mente, il cui stato non talmente grave da richiedere linterdizione. prevista anche per coloro che espongono s o la loro
221

Ivi, p. 8.

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famiglia a gravi pregiudizi economici, per prodigalit o per uso abituale di bevande alcoliche o di stupefacenti. Infine, possono essere inabilitati il sordomuto e il cieco dalla nascita o dalla prima infanzia, qualora non abbiano ricevuto uneduzione sufficiente, salvo lapplicazione della misura dellinterdizione qualora lincapacit sia totale. Il giudice tutelare, sempre con sentenza, provvede alla nomina di un curatore. Linabilitato pu porre in essere autonomamente gli atti di ordinaria amministrazione, mentre necessita dellassistenza di un curatore per quelli di straordinaria amministrazione. Il terzo istituto, lamministrazione di sostegno, pur essendo stato introdotto solo recentemente, nel 2004, stato posto per primo nella trattazione codicistica, allart. 404 c.c. Come dice la norma, lamministrazione di sostegno diretta a tutelare quei soggetti che, per effetto di una infermit ovvero di menomazione fisica o psichica, si trovano nellimpossibilit, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi. Il giudice tutelare provvede con decreto motivato a nominare lamministratore di sostegno. La peculiarit dellistituto consiste nella previsione allart. 405 c.c., comma 5, nn. 3-4, secondo cui il giudice, allinterno del medesimo decreto di nomina, deve indicare sia la durata dellincarico (eventualmente anche a tempo indeterminato), sia specificatamente gli atti che lamministratore ha il potere di compiere in rappresentanza del beneficiario, nonch gli atti che il soggetto amministrato pu porre in essere solo con lassistenza dellamministratore di sostegno. Permane in tal modo in capo al beneficiario la capacit dagire, che opera in termini residuali per tutti gli atti non indicati nel provvedimento giudiziale. Pi interessante, per, riportare il testo dellart 1 della l. n. 6/2004, in cui si esplicita come finalit quella di tutelare, con la minore limitazione possibile della capacit di agire, le persone prive in tutto o in parte di autonomia nellespletamento delle funzioni della vita quotidiana, mediante interventi di sostegno temporaneo o permanenti. Si comprende cos maggiormente la portata dellistituto e il suo pi profondo significato: lintenzione del Legislatore di introdurre forme di tutela meno rigide e

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penalizzanti rispetto allinterdizione e allinabilitazione, valorizzando gli spazi residui di autonomia e di scelta222 dellindividuo. Come affermato da Paolo Cendon (tra i promotori dellistituto fin dagli anni 80 e autore della bozza Cendon 2007, divenuta proposta di legge), lamministrazione di sostegno un regime di protezione tale da comprimere al minimo i diritti e le possibilit di iniziativa della persona disabile, ma atta ad offrire tutti gli strumenti di assistenza o di sostituzione che possano occorrere volta a volta colmare i momenti pi o meno lunghi di crisi, di inerzia, di inettitudine del disabile stesso223. Lamministrazione di sostegno trova, dunque, unapplicabilit di grandissima ampiezza: tutti quei casi in cui un individuo, pur non soffrendo di una malattia in senso stretto, presenti una semplice menomazione fisica o psichica che si ripercuota sulle sue facolt intellettive. La cerchia dei soggetti che necessitano tutela risulta in tal modo ampliata, potendo esserne beneficiari quegli individui che non richiederebbero lapplicazione dellinterdizione o dellinabilitazione. In giurisprudenza, si affermato che tra i beneficiari rientrerebbero soggetti affetti da patologie mentali transitorie o cicliche, quelli in condizioni di mera debolezza psichica anche se non affetti da patologie mentali, i soggetti depressi, gli alcolisti, i tossicodipendenti, i lungodegenti, i portatori di handicap fisici, i disadattati sociali, gli anziani in situazione di disagio anche soltanto fisico, ecc.224. Allo stesso tempo, per, il soggetto amministrato conserva la propria capacit dagire e divengono leccezione gli atti che richiedono la rappresentanza esclusiva o lassistenza necessaria dellamministratore. Si sgretola cos la precedente dicotomia tra pienamente capaci e incapaci e si impone, invece, un giudizio meno stilizzato sulle capacit cognitive e decisionali dei soggetti e sulle specifiche difficolt insite nei diversi compiti cognitivi e

222 223

T. Bandini, G. Rocca, Fondamenti di psicopatologia forense, cit., p. 214. P. Cendon, Infermi di mente e altri disabili in una proposta di riforma del codice civile, in Politica del diritto, 1987, p. 624. 224 Tribunale di Pinerolo, decreto 4/11/2004, in collana Nuova Giurisprudenza di Diritto civile e commerciale, vol. I, n. 1, Utet, Torino, 2005, p. 3.

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decisionali225. Si pu, quindi, affermare che potenzialmente ogni individuo pu ritrovarsi, in alcune circostanze, in uno stato di semicapacit, in cui si configura un bisogno di protezione, ma non si perde il diritto di autodeterminazione. La l. n. 6/2004 non solo ha introdotto il nuovo istituto, ma ha rivisto anche la disciplina dellinterdizione e dellinabilitazione. In una norma comune ad entrambi gli istituti, lart. 427 c.c., comma 1 (questultimo introdotto dalla l. n. 6/2004), previsto che lautorit giudiziaria pu stabilire la possibilit per linterdetto di compiere alcuni atti di ordinaria amministrazione senza lintervento del tutore e per linabilitato alcuni atti di straordinaria amministrazione senza lassistenza del curatore. Grazie a tale previsione, anche linterdetto e linabilitato possono godere di un maggiore spazio di autonomia. Al centro dellattuale normativa di tutela posto il principio di autodeterminazione e la scelta concreta dellamministratore, nonch del tutore e del curatore, avviene con esclusivo riguardo alla cura ed agli interessi della persona del beneficiario (art. 408 c.c.). Sul punto intervenuta anche la Corte Costituzionale226, chiamata ad esprimersi sulla costituzionalit dellesistenza di misure concorrenti, prive di indici di selezione: veniva rilevato nella questione di legittimit che lampiezza della sfera di applicazione dellamministrazione di sostegno la rende sovrapponibile agli altri due istituti e per tale motivo sembrerebbe configurarsi uneccessiva

discrezionalit del giudice nella scelta della misura da applicare. La Corte ha dichiarato infondata la questione, statuendo che linterdizione opera in termini esclusivamente residuali, trattandosi di una misura pi invasiva e incapacitante, a cui ricorrere, ai sensi dellart. 414 c.c., solo quando ci sia necessario per assicurare una protezione adeguata alla persona. In tal modo, lamministrazione di sostegno si configura come la misura ordinaria e preferibile di tutela delle persone non autonome.

225

R. Caterina, Paternalismo e autonomia, in A. Bianchi, P.G. Macr (a cura di), La valutazione delle capacit di agire, cit., p. 12. 226 Corte Costituzionale, sentenza 9 dicembre 2005, n. 440.

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Il modello neuroscientifico della capacit di agire e la sua valutazione neuropsicologica


Nellambito della valutazione della capacit di agire, le neuroscienze non sono le prime a poter offrire un loro contributo. Nel corso degli anni, sono gi intervenute altre branche extragiuridiche con i rispettivi contributi, in modo tale da realizzare un approccio interdisciplinare alla valutazione della capacit di agire. La medicina legale, la criminologia, la psicologia giuridica, la psichiatria forense, e via dicendo, arricchiscono il corredo di conoscenze dei giuristi gi da alcuni decenni (se non addirittura secoli, nel caso della medicina legale). In ambito civile, il giudice (cos come gli avvocati delle parti e il Pubblico Ministero), infatti, ha il potere di disporre lesecuzione di indagini di carattere peritale, la consulenza tecnica (dufficio o di parte), qualora sia necessario acquisire dati o valutazioni che richiedono cognizioni tecniche riguardanti specifiche scienze o arti. Pur rimanendo una prerogativa del giudice il giudizio conclusivo (egli ricopre sempre la funzione di peritus peritorum), pu integrare le proprie conoscenze con lapporto di figure esterne al mondo giuridico, che entrano a far parte della dinamica del processo solo in maniera occasionale. Ritornando allargomento in questione, la capacit di agire un costrutto di natura giuridica, ma possibile trovare un suo parallelismo con le ricerche neuroscientifiche. Traducendosi nella facolt di esercitare autonomamente i propri diritti e doveri, la capacit di agire presuppone lintegrit e lesercizio efficace di un insieme di abilit e funzioni cognitive, emozionali e sociali,227 riassunte normalmente con la locuzione di capacit di intendere e di volere. Laccertamento di questultima viene riservata di solito a figure professionali biomediche, anche se il giudizio finale relativo al venir meno di essa spetta esclusivamente al giudice. La capacit di agire viene comunemente considerata in relazione alle circostanze concrete in cui se ne richiede lutilizzo: la cura di s, la capacit di provvedere ai propri interessi patrimoniali, la capacit di autodeterminazione in ambito
227

A. Bianchi, C. Beni, A. Magi, Neuropsicologia cognitiva delle capacit di agire, in A. Bianchi, P.G. Macr (a cura di), La valutazione delle capacit di agire, cit., p. 157-185.

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sanitario, ecc.228 Perci, si sta facendo largo in dottrina, perlopi in quella angloamericana, la convinzione che sia pi corretto parlare non di una capacit, unica e monolitica, bens di pi capacit, tutte indispensabili per la gestione e lo svolgimento della vita quotidiana, ma isolabili e indipendenti.229 Da parte loro, gli studi neuroscientifici non possono che confermare la concezione dellindividuo che emerge dalla disciplina dellamministrazione di sostegno: la capacit dagire non si pone in unalternativa binaria di presenza-assenza, bens il risultato di una serie di abilit, o, in termini neuroscientifici, di unampia rete di funzioni cognitive modulari, indipendenti ma interconnesse, soggette a molteplici fonti di vulnerabilit (sia di tipo biologico, sia di tipo psico-sociale).230 Ci che viene evidenziato dagli studi neuroscientifici e biomedici in generale che al decadere di una capacit non vengono necessariamente meno anche le altre (gi qui appare unassoluta coerenza con lapparato normativo dellistituto dellamministrazione di sostegno). A titolo esemplificativo, un elenco di capacit stato redatto da Moye e Marson231: la capacit di vivere in modo indipendente; di gestire le proprie finanze; di dare il consenso ad eventuali trattamenti medici; di redigere un testamento, di gestire una vita sentimentale e sessuale; di votare; di guidare. A mio parere, per, tale elenco pecca di una ricerca di tassativit impossibile da raggiungere, dato che andrebbe inserita ogni capacit relativa a ciascun ambito della vita di un individuo, perdendo in termini di utilit pratica. Pi interessante, invece, il possibile parallelismo che gli attuali studi sul cervello umano consentono tra le capacit individuali e le funzioni cognitive. Possiamo affermare che, in linea generale, la capacit di agire dipende da ci che comunemente chiamiamo razionalit232; questultima viene frazionata dalle neuroscienze e identificata con il funzionamento efficace ed integrato di una

228

A. Bianchi, P.G. Macr, Introduzione, in A. Bianchi, P.G. Macr (a cura di), La valutazione delle capacit di agire, cit., p. XIX. 229 M. Zettin, M. Zorniotti, Capacit e competenze residue nelle gravi cerebrolesioni acquisite, in A. Bianchi, G. Gulotta, G. Sartori (a cura di), Manuale di neuroscienze forensi, cit., p. 351-358. 230 F. Bilotta, A. Bianchi, Lamministrazione di sostegno e gli altri istituti di tutela giuridica , in A. Bianchi, P.G. Macr (a cura di), La valutazione delle capacit di agire, cit., p. 22. 231 J. Moye, D.C. Marson, Assessment of decision making capacity in older adults: an emerging area of practice and research, Psychological Sciences, n. 62 B, 2007, p. 3 -11. 232 A. Bianchi, C. Beni, A. Magi, Neuropsicologia cognitiva delle capacit di agire, in A. Bianchi, P.G. Macr (a cura di), La valutazione delle capacit di agire, cit., p. 157-185.

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vasta famiglia di capacit, tra loro funzionalmente ed anatomicamente indipendenti, ancorch interconnesse233. Al pari di una concezione modulare del sistema nervoso centrale, cos si configura un quadro delle capacit a sua volta dai connotati modulari: ogni settore della vita quotidiana richiede un insieme di azioni, che fanno capo a distinte capacit. Le funzioni cognitive umane possono essere suddivise in 6 classi principali, che corrispondono alle fasi logiche dellelaborazione dellinformazione.234 Va premesso che, come risulta dalle attuali risultanze scientifiche, ogni funzione trova s una sede cerebrale principale, ma pu coinvolgere anche aree adiacenti e in certi casi pure regioni anatomicamente distanti. Abbiamo, perci, le seguenti classi distintive 235: funzioni ricettive, adibite alla raccolta, riconoscimento ed organizzazione degli stimoli in entrata; corrispondono alle funzioni percettive sensoriali e alla comprensione del linguaggio; la sede neuroanatomica principale sono le cortecce retrorolandiche ed ampie porzioni dei lobi occipitali, parietali e temporali laterali; funzioni attenzionali o attentive, ossia lattenzione come capacit di distribuire le risorse cognitive in funzione del compito da realizzare; il substrato neuroanatomico diffuso (ampie regioni neocorticali, diencefaliche e del tronco dellencefalo); essa si distingue in 3 componenti: mantenimento dello stato di veglia e attivazione per la risposta agli stimoli; orientamento verso fonti specifiche di stimoli; selezione tra stimoli confliggenti; funzioni di memoria, implicate nella codifica, conservazione e recupero dellinformazione; si distingue in memoria a breve e a lungo termine; in neuropsicologia, si suddividono le memorie inconsce da quelle consce: le prime compongono la cosiddetta memoria implicita o procedurale, le seconde invece la memoria dichiarativa (a sua volta distinta in autobiografica, episodica e semantica); in ambito clinico, si parla di
233 234 235

Ibidem. Ibidem. Ibidem.

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memoria retrograda per i ricordi precedenti ad un trauma e di memoria anterograda per quelli successivi; per il consolidamento dei ricordi sono coinvolte le cortecce temporali mediali (ippocampo e regioni entorinali), mentre per la conservazione a lungo termine le cortecce associative retrolandiche; funzioni di elaborazione, implicate nello svolgimento di operazioni superiori, corrispondono alle classiche capacit di ragionamento e al concetto di intelligenza; le regioni cerebrali coinvolte sono le cortecce associative prerolandiche e retrorolandiche; funzioni espressive, adibite alla realizzazione delle risposte in uscita, costituiscono nel loro insieme il comportamento; ne fanno parte le abilit di comunicazione verbale (orale e scritta) e non verbale (gestuale, mimica, ecc.) e le abilit di controllo della motricit volontaria; le zone cerebrali preposte sono le aree motorie e premotorie dei lobi frontali; funzioni esecutive, impiegate nel monitoraggio cosciente, nel

coordinamento e nella realizzazione del comportamento; le abilit concretamente coinvolte sono un insieme eterogeneo, che va dallattenzione esecutiva alla memoria di lavoro; un elenco esaustivo di tali funzioni ancora oggetto di studio. A capo di tutte le funzioni cognitive, la possibilit di avere consapevolezza del proprio vissuto soggettivo e la sensazione di un certo grado di controllo volontario sulle proprie azioni costituiscono gli aspetti di livello gerarchico pi elevato, nonch i fenomeni mentali di maggior complessit strutturale e funzionale. Il loro substrato anatomico viene individuato nelle regioni prefrontali di entrambi gli emisferi, aree evolutivamente pi recenti e pi sviluppate, e sono forse il carattere distintivo dellessere umano rispetto al mondo animale.236 La consapevolezza e limpegno volontario, per, vengono percepite dal cervello come risorse limitate e dispendiose di energia: perci pu accadere che, se il controllo cosciente protratto nel tempo o molto elevato, lazione di un individuo

236

Ibidem.

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possa sfuggire al suo controllo e portarlo o ad agire impulsivamente o secondo schemi rigidi abitudinari oppure conformandosi alle pressioni ambientali.237 Accanto alle funzioni cognitive, ricoprono un ruolo fondamentale i processi emozionali: diversi studi, in primis quelli condotti da Antonio Damasio, hanno mostrato come la capacit decisionale dipenda non solo dai processi cognitivi logici, ma anche e soprattutto dai processi emozionali, che incidono attraverso il sistema dei markers somatici. Viceversa, negli individui con lesioni delle aree cerebrali preposte allemozione, risulta menomata la capacit di prendere decisioni a lungo termine e coerenti, nonch di controllare i propri impulsi. Inoltre, come sostenuto dagli psicologi cognitivi Herbert Simon e Daniel Kahneman, lagire delluomo tuttaltro che allinsegna della massima razionalit: in realt, il concreto esercizio della razionalit umana caratterizzato da una serie di vincoli, limitazioni e distorsioni. La razionalit presenta dei limiti non per stati patologici, ma per la natura stessa dei processi cognitivi che ne sono alla base. Fra le fonti di disturbo della razionalit, emergono sia quelle di natura prettamente cognitiva (ossia, i limiti strutturali dellattenzione, della memoria e delle altre funzioni), quelle di natura emozionale (i connotati emotivi della situazione, dellazione, ecc.) e quelle di natura contestuale (il modo in cui si presenta la situazione). Da ci, si deduce che lindividuo viene perturbato continuamente nelle sue scelte: anche un individuo sano pu presentare una capacit decisionale temporaneamente diminuita. In tale ottica, dunque, non da pretendere un comportamento umano perfettamente razionale, bens sufficientemente ragionevole.238 Appare dimostrata dagli studi sul sistema nervoso anche la scelta ordinamentale di considerare i minori come incapaci dagire per presunzione assoluta (tranne il caso del minore emancipato, conseguenza automatica allautorizzazione giudiziale a contrarre il matrimonio prima dei diciotto anni; in tal caso, il minore viene affiancato da un curatore per gli atti di straordinaria amministrazione). , infatti, ormai un assunto acquisito e riconosciuto che il cervello completa la sua maturazione soltanto tra i 20 e i 25 anni. Soltanto con il raggiungimento di questa et si sviluppano appieno le fibre nervose che pongono in contatto la
237 238

Ibidem. Ibidem.

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corteccia frontale con le altre aree cerebrali.239 Ossia, soltanto in tarda adolescenza lindividuo avr un completo controllo di ogni funzione cognitiva: movimenti corporei, reazione alle sensazioni, elaborazione di linguaggio parlato e scritto, organizzazione delle nozioni apprese, uso del pensiero astratto, comprensione e, soprattutto, governo delle emozioni.240 In particolare, si spiegherebbe in tal modo perch nella maggior parte degli adolescenti sarebbe pi instabile, rispetto ad un adulto, la capacit di regolare limpulsivit e il discernimento tra rischi e vantaggi.241 Come stato definito, il cervello di un adolescente sarebbe come una macchina con un ottimo acceleratore ma con dei freni deboli. Tale metafora stata usata precisamente dal professor Laurence Steinberg e, ai nostri fini, pi che il contenuto rilevante il contesto in cui stata espressa: egli lha utilizzata nel suo rapporto per la Suprema Corte statunitense nel 2005, in relazione alla richiesta di un parere specialistico concernente la legittimit o meno della pena capitale per reati commessi da individui al di sotto dei 18 anni.242 Diverse ricerche, infatti, hanno mostrato come sia possibile visualizzare, tramite risonanza magnetica funzionale (fMRI), qual il grado effettivo di maturit (in termini neuroanatomici) del cervello di un adolescente.243 E proprio in ragione di ci, la Corte Suprema federale degli Stati Uniti ha escluso la pena di morte per i rei minorenni, facendo esplicito riferimento nel testo della sentenza allo sviluppo cerebrale delladolescente.244 Perci, molti autori245 considerano le neuroscienze e le tecnologie di brain imaging un ottimo strumento per stabilire il grado di maturit di un adolescente, soprattutto per quanto riguarda il contesto penale, al fine di dimostrare limpossibilit di considerare pienamente responsabile un minorenne. Tornando al discorso generale, la lesione di unarea cerebrale pu portare ad una conseguente disabilit cognitiva, pi o meno grave e pi o meno estesa,
239 240

A. Oliverio, Prima lezione di neuroscienze, cit., p. 27. Ibidem. 241 G. Gulotta, G. Zara, La neuropsicologia criminale e dellimputabilit minorile , in A. Bianchi, G. Gulotta, G. Sartori (a cura di), Manuale di neuroscienze forensi, cit., p. 109-148. 242 Ivi, p. 136, nota a pi di pagina. 243 A.A. Baird, J.A. Fugelsang, The Emergence of Consequential Thought: Evidence from Neuroscience, in S. Zeki, O.R. Goodenough (a cura di), Law and the Brain, cit., p. 245-258. 244 US Supreme Court, Roper v. Simmons, n. 03-633, 1 marzo del 2005. 245 M. Beckman, Crime, culpability, and the adolescent brain, in Science, n. 305, 2004, p. 596-599.

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eventualmente inficiante una o pi specifiche abilit funzionali (componenti della capacit di agire). Da una o pi disabilit cognitive, pu derivare un handicap, ossia la limitazione nello svolgimento delle prestazioni sociali e lavorative della persona, anche se leffetto invalidante di una disabilit neurologica condizionata da numerosi ed eterogenei fattori (clinici, socio-culturali ed ambientali).246 Le condizioni neurologiche e psichiatriche causanti una compromissione cognitiva sono molteplici, per non parlare del numero di condizioni mediche generali, non neurologiche, invalidanti a livello cognitivo. Al di l degli stati patologici, lo stesso invecchiamento provoca un declino cognitivo.247 In molti casi, patologie neurologiche provocano conseguentemente una menomazione della capacit di agire: la demenza alcolica, la malattia di Alzheimer, il disturbo bipolare, lo stato confusionale acuto, la depressione maggiore, la malattia di Parkinson, la schizofrenia, lictus, il trauma cranico, la demenza vascolare, ecc. Con riferimento ai pazienti con disabilit cognitiva, la valutazione

neuropsicologica della capacit di esprimere scelte autonome e consapevoli richiede alcuni parametri fondamentali: capacit di manifestare una scelta, di comprendere le informazioni relative a tale scelta, di dare un giusto peso alla situazione e alle sue possibili conseguenze, di utilizzare razionalmente le informazioni.248 La valutazione procede con dapprima unanalisi dello stato cognitivo generale, che include la somministrazione di test di screening; poi, con lanalisi della capacit specifica, attraverso test selezionati per le singole aree cognitive. In unottica pi generale, i disturbi patologici della capacit di agire possono essere riassunti in tre categorie principali: i disturbi da dipendenza ambientale; i disturbi dellautocontrollo; i disturbi del ragionamento sociale.249 Nella prima categoria, rientrano forme di diversa gravit, tutte attivate da stimoli ambientali. Vi sono alcuni quadri clinici gravi, spesso riscontrabili nelle forme pi
246

A. Stracciari, La disabilit cognitive di origine neurologica, in A. Bianchi, P.G. Macr (a cura di), La valutazione delle capacit di agire, cit., p. 157-185. 247 Ibidem. 248 L. Ganzini, L. Volicer, W. Nelson, A. Derse, Pitfalls in assessment of decision-making capacity, in Psychosomatics, n. 44, 2003, p. 237 -243. 249 A. Bianchi, C. Beni, A. Magi, Neuropsicologia cognitiva delle capacit di agire, in A. Bianchi, P.G. Macr (a cura di), La valutazione delle capacit di agire, cit., p. 157-185.

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gravi di deterioramento demenziale o post-traumatico, ad esempio, il comportamento di utilizzazione e di imitazione (compimento di azioni incontrollate in relazione ad uno stimolo esterno, in cui assente la coscienza del comportamento) o la sindrome della mano anarchica (un arto sfugge al controllo volontario e agisce in maniera indipendente; la coscienza presente e vi la volont di fermare lazione). Alcune forme meno gravi di decadimento cognitivo sono i lapsus comportamentali (dimenticanze notevoli, ma con mantenimento dellautonomia). Infine, le forme pi lievi in assoluto, presenti quotidianamente, sono le azioni compiute in automatico secondo schemi abitudinari. Tra i disturbi dellautocontrollo, vi sono le diverse forme di automatismo (sonnambulismo, epilessia, trance da sostanze o da ipnosi, ecc.), in cui lazione totalmente priva di coscienza; i disturbi ossessivo-compulsivi (in cui la coscienza presente, ma incapace di resistere allimpulso); tutti gli altri disturbi comportamentali, come alcuni disturbi dellalimentazione e le dipendenze. Infine, i disturbi del ragionamento sociale racchiudono tutte quelle patologie che incidono su aspetti prettamente cognitivi dellazione (come lanticipare conseguenze future, ipotizzare corsi dazione differenti, ecc.) e che risultano in unaccentuata vulnerabilit sociale. Vi rientrano i ritardi mentali congeniti o della prima infanzia, le forme di autismo, i disturbi psicotici, molte patologie neurologiche acquisite (traumi cranici, deterioramento demenziale e sindromi neuropsicologiche focali), ecc. In tali casi, la capacit dagire va valutata di volta in volta.250 Nella valutazione della capacit di agire, il consulente del giudice tutelare deve compiere unindagine di tipo clinico della disfunzionalit, con losservazione e la misurazione dei concreti impedimenti e delle difficolt, che riducono lautonomia della persona, nel compimento degli atti funzionali ai diversi ambiti della vita quotidiana.251 Soprattutto, deve avere ad oggetto le capacit individuali, individuando i deficit (psicologici, fisici o sociali) ed evidenziando le capacit residue: la capacit finanziaria, di fare testamento, di fare donazioni, di dare un

250 251

Ibidem. T. Bandini, G. Rocca, Fondamenti di psicopatologia forense, cit., p. 220-223.

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valido consenso per il matrimonio, per i trattamenti sanitari, di guidare un autoveicolo, di svolgere una professione, ecc.252 Lobiettivo finale del consulente deve essere quello di indicare gli atti o le categorie di atti la cui esecuzione preclusa in maniera assoluta oppure resa soltanto difficoltosa dalla menomazione o dallinfermit253 del soggetto. Deve essere attuata unindagine volta alla rilevazione non solo delle debolezze, ma anche dei punti di forza del soggetto e del suo contesto quotidiano. In particolare, per una valutazione neuropsicologica della capacit dagire, i tradizionali strumenti di indagine neuropsicologica devono essere affiancati da una valutazione funzionale di ci che lindividuo effettivamente in grado di fare in situazioni concrete. La procedura da seguire generalmente dovrebbe prevedere tre momenti distinti.254 Innanzitutto, un colloquio approfondito con il soggetto ed altri informatori attendibili; il dato raccolto di tipo propriamente clinico, basato su un resoconto soggettivo ed unosservazione parziale del comportamento, perci non sufficiente da solo per una stima affidabile delle capacit. Per il consulente, sono disponibili molte rating scales, utili per raccogliere informazioni dal soggetto, da suoi familiari o altre figure vicine: la Iowa Scale of Personality Change, il Neuropsychiatric Inventory e il Dysexecutive Questionnaire. In secondo luogo, una valutazione neuropsicologica formale, con la selezione di test psicometrici per indagare specifiche funzioni cognitive (ragionamento, memoria, funzioni esecutive, ecc.). Infine, una valutazione funzionale per rilevare aspetti circoscritti della capacit di agire, legati alle esigenze specifiche del caso concreto (capacit di vivere autonomamente in casa propria, capacit di dare un valido consenso a trattamenti sanitari proposti, ecc.). Gli strumenti a disposizione sono solitamente di natura osservativa diretta oppure basati sulla prestazione di compiti determinati.

252 253

Ibidem. Ibidem. 254 A. Bianchi, C. Beni, A. Magi, Neuropsicologia cognitiva delle capacit di agire, in A. Bianchi, P.G. Macr (a cura di), La valutazione delle capacit di agire, cit., p. 157-185.

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Ancora meglio, una valutazione in concreto della capacit di agire potrebbe essere ulteriormente articolata in cinque elementi di indagine, con la previsione del ricorso ai diversi strumenti messi a disposizione dalle neuroscienze cognitive.255 Il primo elemento di valutazione consiste nellanalisi clinica delle condizioni mediche del soggetto, previsto dalla legge allart. 404 c.c. (infermit o menomazione fisica o psichica). La condizione medica rileva, per, soltanto in quanto capace di determinare una condizione di disabilit decisionale, non quindi in senso nosografico astratto. Fra quelle in grado di compromettere la capacit decisionale, psichiatriche. Il secondo elemento di valutazione riguarda il funzionamento cognitivo, ossia linsieme di abilit di raccolta, elaborazione ed utilizzo dellinformazione, di cui abbiamo trattato in precedenza le sei aree principali rilevanti per la capacit di agire. Esistono diversi strumenti basati su test diretti a indagare su ogni specifica competenza cognitiva. Il terzo elemento di valutazione il funzionamento emozionale, il cui scopo una descrizione dei sintomi psicopatologici e dei disturbi comportamentali che possono interferire con la capacit di autodeterminazione. Gli aspetti considerati maggiormente rilevanti sono: pensiero disorganizzato, allucinazioni, deliri, ansia, mania, umore depresso, mancanza di consapevolezza, impulsivit, apatia, inadeguata compliance e aggressivit. Il quarto aspetto riguarda la valutazione delle attivit di vita quotidiana che la persona in grado di porre in essere. Questo un criterio fondamentale, dato che vi sono soggetti che, pur presentando un grave deterioramento cognitivo o un ritardo mentale, sono in grado di condurre una vita autonoma. Un esempio di aree relative al funzionamento nella vita quotidiana da valutare prevede: la cura di s; lambito finanziario; larea sanitaria; la vita indipendente; larea giuridico -legale; luso di trasporti. Esistono anche per la valutazione di questo elemento diversi indici e scale, quali lIndice di Barthel, la scala delle attivit di base di Katz, il Disability Assessment Schedule e il MacArthur Competence Assessment Tool. risaltano le condizioni neurologiche, neuropsicologiche e

255

S. Cantelli, C. La Mastra, S. Peruzzi, Strumenti tecnici per la valutazione delle capacit , in A. Bianchi, P.G. Macr (a cura di), La valutazione delle capacit di agire, cit., p. 239-266.

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Il quinto ed ultimo elemento da valutare consiste nel rilevare la presenza di coerenza tra le scelte attuali del soggetto e i suoi valori e preferenze precedenti. Il compito del consulente non di esprimere un giudizio di valore sulle credenze dellindividuo esaminato, ma solo di assicurarsi che egli agisca libero da condizionamenti esterni o interni patologici. Infine, si pu aggiungere che un elemento di valutazione a posteriori ad un concreto accertamento di capacit di agire ridotta il rischio di danno o di abuso, in cui possono incorrere i soggetti rivelatesi fragili. Pu tradursi, infatti, in rischi di sfruttamento o di maltrattamenti a danno sia di giovani, sia di anziani.256 La nuova prospettiva cos delineata mira a verificare ci che concretamente la persona in grado di fare, al fine di contribuire alla realizzazione di un progetto di tutela realmente diretto alla persona. Si scongiura in tal modo il ricorso alle misure classiche di tutela, che finiscono per incidere spesso in maniera invalidante sulla dimensione esistenziale dellindividuo. Inoltre, proprio nel panorama neuroscientifico, stata elaborata una forma di riabilitazione neuropsicologica, che porta al massimo grado di significato lattenzione per la persona. ormai acquisizione comune che individui con lesioni cerebrali gravi, causate da trauma cranico o da altre patologie, possono aspirare ad un recupero totale, o almeno parziale, attraverso percorsi riabilitativi specifici e mirati.257 La neuropsicologia cognitiva ci ha reso edotti di alcune caratteristiche peculiari del tessuto cerebrale: la modularit, ossia la divisione del cervello in moduli, separati ma interdipendenti, ognuno preposto ad una funzione; la corrispondenza tra lorganizzazione funzionale della mente e quella neurologica del cervello; la costanza con cui le prestazioni del paziente riflettono lattivit di tutte le componenti cognitive, tranne quella danneggiata dalla lesione.258 Infine, la pi importante e fondamentale: la plasticit cerebrale, grazie alla quale il cervello in grado di modificarsi strutturalmente e funzionalmente, in modo

256 257

Ibidem. M. Zettin, M. Zorniotti, Capacit e competenze residue nelle gravi cerebrolesioni acquisite, in A. Bianchi, G. Gulotta, G. Sartori (a cura di), Manuale di neuroscienze forensi, cit., p. 366-371. 258 Ibidem.

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naturale o con lesercizio. Ci si traduce nella possibilit di compensazione delle funzionalit perse durante tutta la vita, non solo nellinfanzia e nella giovinezza. Sia la compensazione, sia il recupero dei deficit sensoriali, motori e cognitivi possono essere attuate tramite unadeguata stimolazione mirata: un input sensoriale strutturato, infatti, pu accrescere il numero di connessioni dei circuiti neuronali, aumentandone lattivazione259 I meccanismi neuroplastici possono operare in diversi modi: attraverso la riorganizzazione funzionale (circuiti neuronali differenti, anche lontani, riproducono la funzione lesa) oppure con una modificazione dellattivit sinaptica (i neuroni sopravvissuti alla lesione sviluppano dendriti per ricollegarsi ad altri neuroni). In caso di lesioni parziali del tessuto, possibile assistere ad un recupero della funzione compromessa. In caso di danno totale, invece, impossibile un recupero e si deve mirare piuttosto ad una compensazione.260 Nella pratica riabilitativa odierna, si tende comunque ad utilizzare entrambi i metodi, date alcune evidenze cliniche che hanno mostrato come con lapplicazione di tecniche di compensazione sia poi seguito un recupero funzionale. La prassi riabilitativa consiste nellaiutare il paziente ad esercitare i meccanismi del processo di apprendimento, piuttosto che quelli di attenzione o memoria: invece di tentare di far ricordare al cervello una certa funzione, si fa in modo che la impari di nuovo.261 In alcuni casi, invece, il processo di stimolazione deve provvedere a ridurre lattivazione di determinati circuiti neuronali, poich un loro rinforzo potrebbe provocare connessioni non ecologiche (ad esempio, lafasia fluente con anosognosia, in cui lindividuo parla in maniera fluente, ma fa discorsi insensati senza rendersene conto).262 Per unintegrazione delle tecniche di compensazione e recupero, Robertson e Murre263 hanno elaborato un programma di riabilitazione strutturato su due approcci operativi: il training Bottom-up e il training Top-down. Il primo rivolto

259 260

Ibidem. Ibidem. 261 Ibidem. 262 Ibidem. 263 I.H. Robertson, J.M.J. Murre, Rehabilitation of brain damage: brain plasticity and principles of guided recovery, in Psychological Bolletin, n. 125, 1999, p. 544 -575.

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a stimolare processi specifici di un singolo modulo, per riattivare ciascuna funzione in modo settoriale. Il secondo, invece, diretto ai centri cerebrali superiori, nel lobo frontale e nel talamo, predisposti alla selezione dellinformazione e al suo indirizzamento verso aree specifiche, in maniera tale da rafforzare i processi dellattenzione, fondamentale per qualsiasi altro compito. Il percorso riabilitativo ha come punto di partenza il soggetto nella sua interezza: dopo unaccurata valutazione neuropsicologica della persona (la medesima con cui si rileva la capacit di agire), viene preparato anche il suo contesto ambientale e relazionale, ossia la famiglia e gli altri individui appartenenti alla sua vita.264 Quello che avviene un percorso di reintegrazione, sia dellindividuo nel suo corpo, nelle sue capacit e nella sua quotidianit, sia delle persone della sua vita familiare e sociale, che dovranno affrontare insieme a lui situazioni difficili e stressanti emotivamente.

Rilievi critici
A mio parere, alla luce delle scoperte sul sistema nervoso, piuttosto che creare nuove categorie soggettive di capaci o di incapaci, invece opportuno cogliere loccasione per rivisitare quelle categorie gi acquisite, per dare maggior profondit e significato ad istituti propri del diritto. Inoltre, in ambito civilistico, le neuroscienze possono dare un contributo non solo al giudice di per s, ma anche e soprattutto al consulente tecnico, come abbiamo visto. Possono aiutare a scoprire e a delineare meglio le abilit indebolite o assenti di un soggetto incapace, ma ancor pi importante possono individuarne i punti di forza delle capacit rimaste; in tal modo, i provvedimenti giudiziali di nomina dellamministratore di sostegno (lunico istituto che non cancella in toto la capacit di agire di una persona) godrebbero di una ancor maggiore personalizzazione e, soprattutto, di una ulteriore umanizzazione, necessaria per quei soggetti definiti significativamente fragili.
264

M. Zettin, M. Zorniotti, Capacit e competenze residue nelle gravi cerebrolesioni acquisite, in A. Bianchi, G. Gulotta, G. Sartori (a cura di), Manuale di neuroscienze forensi, cit., p. 351-358.

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Come sopra esposto, gli studi sul cervello possono suggerire nuovi modi di attuare il trattamento riabilitativo, nel segno di terapie mirate a far riemergere capacit perse o rafforzare quelle di cui si ancora in possesso. In tal senso, risultano di straordinario contributo per il futuro le scoperte sui neuroni specchio, nonch sul ruolo formativo della componente emozionale. Ragionando in tal modo, ci si rende conto che le ricerche neuroscientifiche non minacciano il diritto: al contrario, gli offrono nuovi livelli di profondit concettuale ed applicativa, nonch una calibrazione umana dei suoi istituti. Si pu accennare, ovviamente, a quelli che sono gli spauracchi evocati dalle neuroscienze nellimmaginario collettivo, panorami su cui ci hanno gi messo in guardia la letteratura e il cinema di fantascienza. Ad esempio, unorribile prospettiva pu essere lidea di un ordinamento giuridico che, da figura paterna che aiuta i suoi figli pi deboli, si trasformi in un controllore assoluto, con la facolt di imporre discriminazioni giuridiche in base non al credo religioso o al colore della pelle (come in un recente passato), bens alla configurazione anatomica del cervello e al corredo genetico. Si potrebbe venir a creare una societ a caste, ognuna con laccesso a professioni specifiche (solo i migliori in termini di standard cerebrali alle cariche di vertice). Teoricamente, sarebbero caste non rigidamente chiuse, data la capacit plastica e flessibile del cervello; si creerebbero, semmai, discriminazioni in fatto di accesso alle possibilit di educazione e forgiatura cerebrali, in base allo status economico (anche se c chi sostiene che, in un certo qual modo, gi avviene una tale discriminazione e si arriva a parlare di digital apartheid265). Si verrebbe a formare una sorta di meritocrazia neurobiologica. Lontani da scenari simili, nel nostro presente possiamo invece attuare e favorire questo intreccio tra scienze naturali e scienze umane, traendo spunti di riflessione e miglioramenti per le une e le altre. Sembra profilarsi una sorta di nuovo umanesimo, in cui la ricerca scientifica addirittura conferma molti assunti del senso comune: la visione di un uomo in parte razionale, in parte emotivo, in parte

265

E. Picozza, Problematiche di diritto pubblico e di diritto privato , in E. Picozza, L. Capraro, V. Cuzzocrea, D. Terracina, Neurodiritto. Una introduzione, cit., p. 153-160; D. Zolo, Nuovi diritti e globalizzazione, in Enciclopedia del XXI secolo, vol. II, Norme e idee, cit., p. 33-34.

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istintivo, dotato di molteplici capacit, in grado di imparare dalle proprie esperienze, indissolubilmente legato agli altri membri della sua specie. Quella che deve essere auspicata una visione antropologicamente integrale266 delluomo e della sua relazione corpo-mente, che unisce scienza, etica, medicina, diritto, psicologia e filosofia.

266

T. Bandini, G. Rocca, Fondamenti di psicopatologia forense, cit., p. 268.

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Le neuroscienze in ambito penalistico

Il diritto penale italiano tra categorie consolidate e nuove sfide


Il diritto penale sicuramente lambito giuridico in cui le neuroscienze possono non solo contribuire ad una migliore conoscenza delluomo, ma soprattutto condurre a rivedere, in una visione aggiornata, categorie ed istituti a fondamento del sistema. Tuttavia, se da un lato sono contributi di grande valore sia la conoscenza dei correlati neurali delle capacit umane, sia la possibile rilevazione a livello neurobiologico di una patologia, dallaltro si profila linquietante ipotesi di un determinismo cerebrale della condotta umana. In altre parole, le posizioni neuroscientifiche pi radicali negano il libero arbitrio, non solo degli individui in condizioni di malattia, ma anche delle stesse persone cosiddette sane. Viene, in tal modo, frantumato quello che un cardine, se non addirittura una ragion dessere, del diritto: la capacit di compiere scelte libere e consapevoli, che potendo tramutarsi in condotte criminose sono suscettibili di rimprovero e punizione. Il diritto penale nasce, infatti, con unoriginaria funzione sanzionatoria: la condotta che lede o pone in pericolo un bene, considerato meritevole di tutela, deve essere punita. Ma se luomo non libero di decidere quale scelta compiere, quale corso dazione perseguire, se egli obbligato a comportarsi in un certo modo, allora perde senso la pena in se stessa. Il diritto penale ha tra i suoi fondamenti la responsabilit personale, la colpevolezza, la volont e la coscienza dellagire, nonch lintenzionalit della condotta. Ne conseguono poi i concetti di rimproverabilit, di imputabilit e, non ultimo, la rieducazione del reo. Ma alla base, come premessa implicita, vi la libera autodeterminazione delluomo. Affermando lillusoriet del libero arbitrio, vi chi giunge ad affermare che gli uomini non possono essere oggetti di biasimo o di lode pi di quanto lo possa

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essere un mattone267. Viene a perdersi la stessa possibilit di giudicare un individuo. Al che, viene da chiedersi: il libero arbitrio una qualit umana, che richiede di conseguenza uno strumento di guida e di tutela quale il diritto, o il diritto, insieme con filosofia ed etica, a costruirlo artificialmente, in risposta ad un disperato bisogno delluomo di reputarsi libero? Come abbiamo gi affrontato in precedenza, sono diversi gli orientamenti, sia in filosofia, sia specificatamente nelle scienze cognitive, che si scontrano sul tema; e sembrano essere attualmente in vantaggio le opinioni a favore di una libert decisionale, almeno parziale, delluomo; almeno fino a quando non sar dimostrata con certezza la tesi a favore del determinismo. Data la sua natura di scienza del comportamento umano, il diritto non pu ignorare le scoperte extragiuridiche sulluomo e sui fattori che incidono la sua condotta. Proprio in ragione del suo essere una scienza che nasce dalluomo ed a lui rivolta, non pu esimersi dalladeguarsi alla nuova prospettiva che si sta delineando: un modello comportamentale dellindividuo in cui confluiscono molteplici cause e variabili, di origini genetiche, ambientali, culturali e cerebrali. Possiamo, perci, analizzare le basi concettuali del nostro sistema giuridico, come esse possano reggere il confronto con lipotesi di un determinismo neurobiologico ed eventualmente in che modo possano essere rivisitate alla luce del modello neuroscientifico.

Il sistema penale: caratteristiche generali e ispirazioni di fondo


Innanzitutto, il nostro diritto penale assume un modello cosiddetto misto, ossia in cui vengono presi in pari considerazione sia il fatto materiale costituente reato, sia lelemento psicologico caratterizzante il reo al momento in cui ha posto in essere la condotto criminosa.268 Si configura, in tal modo, un diritto penale del
267

J.D. Greene, J. Cohen, For the Law, Neuroscience Changes Nothing and Everything, in Philosophical Transactions of the Royal Societies B, n. 359, 2004, p. 1775-1785. 268 A. Lavazza, L. Sammicheli, Il delitto del cervello. La mente tra scienza e diritto, cit., p.38-39.

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fatto (nel senso di fatto che sia espressione di consapevole, rimproverabile contrasto con i valori della convivenza, espressi dalle norme penali 269). In concreto, ad essere rilevanti ed oggetto di giudizio sono sia la capacit di intendere e di volere (presupposto dellimputabilit), sia la pericolosit sociale dellindividuo: in presenza della prima, vi sar assoggettabilit alla pena; in presenza della seconda, vi sar lapplicazione di una misura di sicurezza. Questa descrizione a grandi linee delinea la logica del cosiddetto sistema del doppio binario, schema fondamentale in cui si articola il nostro diritto penale. Per comprendere come si giunti a tale architettura necessario rievocare le due scuole di pensiero che hanno principalmente caratterizzato la storia della scienza penalistica italiana a cavallo tra Ottocento e Novecento: la Scuola Classica e la Scuola Positiva. Secondo la Scuola Classica, sviluppatasi nella seconda met del XIX secolo, il reato un ente concettuale giuridico (e non un mero fenomeno empirico o sociale), consistente in unazione umana prodotta dalla libera volont di un soggetto moralmente responsabile o pienamente imputabile. Luomo viene considerato, di principio, come dotato di libero arbitrio, perci il delitto non pu essere la conseguenza di circostanze casuali o ambientali, bens sempre il frutto di una scelta personale e, di conseguenza, colpevole. La valutazione del diritto penale deve indirizzarsi non alla personalit del reo, ma al singolo fatto delittuoso, nella sua oggettiva gravit commisurata alla rilevanza del bene leso. In tale ottica, la maggior parte degli esponenti della Scuola Classica aderivano ad una concezione della pena retribuzionistica (a differenza, per, di Francesco Carrara, il quale, rifiutando la commistione di valutazioni etiche e giuridiche, poneva come scopo principale della pena il ristabilimento dellordine sociale).270 Per la Scuola Positiva (in riferimento al positivismo criminologico), sorta negli ultimi trentanni dellOttocento, il delitto deve essere concepito come un fenomeno naturale, bio-psicologico e sociale, e luomo stesso appare esposto ai pi diversi condizionamenti, che arrivano ad annullarne una volont libera. Il delinquente non pu scegliere n discriminare tra bene e male o giusto e sbagliato,
269 270

Corte Cost., sent. 24 marzo 1988, n. 364. G. Fiandaca, E. Musco, Introduzione. Origine ed evoluzione del diritto penale moderno, in Id., Diritto penale. Parte generale, Zanichelli editore, Bologna, 2008, p. XXI-XXIII.

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poich soggetto ad un determinismo naturale che lo costringe senza scampo a tenere una condotta criminosa. Il reato rappresenta la manifestazione esplicita della naturale pericolosit dellindividuo. Non esistendo la possibilit del libero arbitrio, vengono meno i principi di imputabilit e colpevolezza individuale; non solo: la stessa pena non pu pi essere retributiva. Viene, perci, predicata una responsabilit sociale della propria condotta e, soprattutto, la cosiddetta pericolosit sociale dellindividuo, di cui il reato rappresenta una

manifestazione esplicita; sul piano sanzionatorio, la pena retributiva lascia il posto alla misura di sicurezza, di durata temporale indeterminata. Il diritto penale non pu che essere uno strumento di difesa sociale, atto a neutralizzare i criminali, e da scienza normativa si tramuta in una scienza empirico-sociale. Da giudicare, perci, non tanto il fatto, quanto la personalit del soggetto, da cui la societ deve difendersi. In aiuto del diritto penale, vengono realizzati diversi studi criminologici delluomo delinquente, in particolare quelli di Cesare Lombroso e di Enrico Ferri, giungendo a classificazioni dei fattori causali e a suddivisioni per tipi dei soggetti criminali.271 Per molti versi, un compromesso tra le prospettive delle due scuole si ebbe con la codificazione penale del 30, il codice Rocco, dal nome del Guardasigilli dellepoca, il giurista Alfredo Rocco, aderente allindirizzo del tecnicismo giuridico. Pur essendo presenti in alcune sue parti inevitabili influenze del regime fascista, il codice presenta ascendenze culturali e ideologiche diverse (in particolare quella liberale) e, nel corso dei decenni, stato sottoposto a numerosi interventi riformatori allinsegna, prima, della coerenza con i principi costituzionali e, in tempi recenti, della depenalizzazione di molti illeciti, nel solco di una tendenziale umanizzazione del diritto penale. Le principali caratteristiche del nostro codice e del sistema penale italiano sono: i tre principi del reato (materialit, necessaria offensivit e colpevolezza), nonch la sua concezione bipartita (elemento soggettivo ed elemento oggettivo) o tripartita (tipicit, antigiuridicit e colpevolezza); lispirazione al principio di colpevolezza (con il dolo e la colpa come criteri di imputazione); il carattere personale della responsabilit (nonostante la sopravvivenza di alcune ipotesi di responsabilit
271

Ibidem, p. XXIV-XXIX.

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oggettiva); la tutela dei beni giuridici costituzionalmente orientata; sul piano sanzionatorio, il sistema del doppio binario (unassoluta novit al tempo della sua introduzione nel 30), articolato in pena e misura di sicurezza, e la finalit rieducativa e risocializzante della sanzione. Non potendoci soffermare approfonditamente su ognuna delle caratteristiche del diritto penale, prendiamo in considerazione solo quelle categorie e quegli istituti rilevanti ai fini della nostra trattazione.

Lazione umana dal punto di vista giuridico: suitas, responsabilit e colpevolezza


Ancor prima di addentrarsi nel concetto di colpevolezza, da rilevare come il diritto penale opera una scelta filosofica di fondo, ossia ladesione ad una concezione delluomo come capace di autodeterminarsi. Pur non entrando apertamente nella disputa etica al riguardo, il sistema penale concepisce lindividuo come dotato di libero arbitrio, in grado di scegliere tra diversi corsi dazione, e lo pone come fondamento a priori del concetto di responsabilit personale. Il diritto si accontenta del semplice dato esperienziale che ognuno fa nel corso della sua vita cosciente, senza pretenderne alcuna dimostrazione empirica. Addirittura, il diritto penale si rende garante della libert di scelta personale, richiedendo ai fini della punibilit la presenza di coefficienti soggettivi, ossia il dolo e la colpa. Chiunque verr chiamato a rispondere penalmente soltanto delle azioni da lui controllabili e mai per comportamenti che solo casualmente hanno prodotto conseguenze penali.272 A partire da queste premesse, il diritto penale costruisce un proprio modello dellessere umano e dellazione rilevante giuridicamente, prendendo in considerazione proprio ci che accade nella mente del soggetto attivo del reato273.

272 273

Corte Cost., sent. 24 marzo 1988, n. 364. D. Terracina, Problematiche del diritto penale, in E. Picozza, L. Capraro, V. Cuzzocrea, D. Terracina, Neurodiritto. Una introduzione, cit., p. 206.

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Il diritto penale tiene in alta considerazione ci che avviene a livello mentale di un individuo. La mente del soggetto che pone in essere unazione criminosa, infatti, deve avere tre requisiti fondamentali: essere presente (art. 42, comma 1, c.p., nessuno pu essere punito per una azione od omissione preveduta dalla legge come reato, se non lha commessa con coscienza e volont), essere rimproverabile (art. 43 c.p., che disciplina lelemento psicologico del reato nelle forme di dolo, colpa e preterintenzione, in particolare il delitto doloso o secondo lintenzione, quando levento dannoso o pericoloso, che il risultato dellazione od omissione [], dallagente preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione) ed essere sana (art. 85 c.p., comma 1, nessuno pu essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se, al momento in cui lo ha commesso, non era imputabile, e comma 2, imputabile chi ha la capacit di intendere e di volere). Nellambito del processo, avvengono infatti tre valutazioni delle condizioni psichiche dellindividuo, corrispondenti ai richiami codicistici appena fatti: nellalveo dellaccertamento della colpevolezza, devono avvenire innanzitutto laccertamento della suitas e laccertamento dellimputabilit. Con il termine di suitas, ci si riferisce allindagine sulla riconducibilit o attribuibilit di una condotta materiale al suo autore274, ossia il porre in essere unazione o unomissione con la partecipazione effettiva della coscienza e volont. Con questultima espressione (concettualmente distinta dalla capacit di intendere e di volere) viene utilizzata per indicare la presenza di un minimo coefficiente di mente umana allinterno di un accadimento275, per distinguerlo da meri fenomeni naturali. La condotta, ancora prima che essere dolosa o colposa, deve essere umana ed tale solo quella rientrante nella signoria della volont, ci che la differenzia dagli accadimenti naturali e dalle mere inerzie meccaniche.276

274

A. Lavazza, L. Sammicheli, Il delitto del cervello. La mente tra scienza e diritto, cit., Ibidem. F. Mantovani, Diritto penale. Parte generale, CEDAM, Padova, 2007.

p.38-41.
275 276

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Si badi bene: la suitas si riferisce esclusivamente allattribuibilit dellazione e non agli effetti da essa prodotti (considerati, invece, in sede di giudizio di colpevolezza). Ci che a noi interessa , ovviamente, il caso in cui sia assente il requisito di coscienza e volont. Definita come mancanza del nesso psichico, essa viene ricondotta tra le cause di esclusione del reato, dato che, facendo venir meno lelemento soggettivo, la condotta non integra il fatto tipico previsto dalla legge. Secondo lAntolisei277, le circostanze che eliminano il nesso psichico appartengono a tre categorie: forza maggiore; costringimento fisico; incoscienza indipendente dalla volont. Nelle prime due, il nesso psichico tra volont e comportamento spezzato da una forza fisica (naturale nel primo caso, umana nel secondo). La terza, invece, configura tutte quelle situazioni in cui un soggetto commette un reato in uno stato mentale patologico non derivante da infermit (sonnambulismo, ipnosi, ecc.). Secondo Romano278, invece, si pu parlare di presenza del nesso psichico (e si pu, dunque, ancora parlare di comportamento umano): fatti compiuti in stato emotivo; atti semiautomatici, compiuti per una certa parte in forma inconsapevole, ma di per s dominabili (quelli che, in termini freudiani, si definiscono preconsci). Vi invece assenza del nesso psichico nei casi di: atti o movimenti corporei indotti da forza maggiore o costringimento fisico irresistibile (ossia, una violenza che annulla ogni volont); atti o movimenti corporei in stato di piena incoscienza (sonno, ipnosi, svenimento, ecc.); puri atti o movimenti riflessi, indotti da una stimolazione diretta del sistema nervoso. Parliamo, quindi, in generale, di comportamenti forzati dallesterno oppure dallinterno. Basandoci su ci che affermano le neuroscienze, ossia che la maggior parte delle nostre azioni viene originata da meccanismi inconsci, sfuggenti dunque sia a volont sia a coscienza, sembra corretto ipotizzare che si potrebbero configurare casi molto pi numerosi di assenza del nesso psichico. Ricordiamo gli esperimenti
277 278

F. Antolisei, Manuale di diritto penale, Giuffr, Milano, 1991, p. 357. M. Romano, Commentario sistematico del codice penale, Vol. 1, Giuffr, Milano, 2004,

p. 422.

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di Libet (tralasciando momentaneamente le obiezioni ai suoi studi, esposte nel II capitolo della trattazione), secondo il quale lintenzione di compiere una qualsiasi azione provoca unattivit a livello cerebrale ancor prima della decisione di porla in essere: potremmo ancora parlare di coscienza e volont dellazione? Libet sostiene che possediamo solo un potere di veto sullazione, cio decidere se proseguire il movimento o meno: dovremmo forse mutare la suitas in una indagine per constatare se il soggetto aveva o no posto resistenza allintenzione cerebrale di agire? Lo stesso neuroscienziato Michael Gazzaniga279 afferma che sarebbe pi opportuno parlare di libero veto, anzich di libero arbitrio: luomo libero non perch capace di autodeterminarsi, quanto per la facolt di bloccare e controllare i suoi impulsi deterministicamente generati. Vi gi chi ipotizza che, considerate le recenti scoperte sulla correlazione tra comportamenti violenti incontrollati e compromissioni di circuiti cerebrali inibitori, il criminale non sia altro che un individuo che ha perso la sua capacit di veto.280 Il diritto gi chiarisce che solo le azioni dotate di intenzionalit sono rilevanti giuridicamente e che riflessi ed automatismi non rientrano tra i fatti umani. I comportamenti del cervello sarebbero, quindi, fatti naturali, paragonabili allesempio di scuola della tegola che cade dal tetto? Dobbiamo forse cercare nuovi criteri per stabilire quando un atto appartiene realmente al suo autore? da aggiungere, per, una riflessione: limputazione penale si configura solo quando un individuo sia in grado di dominare gli eventi. Detto in altri termini, configurabile ogni volta che un soggetto ha la possibilit di agire diversamente: potremmo incastonare in questo assunto giuridico il potere di veto di cui parla Libet e reinterpretarlo come la possibilit di fare altrimenti. Affrontiamo ora il tema della colpevolezza e della responsabilit personale. Lelemento psicologico del reato, la colpevolezza, consiste nel concorso della volont al fatto materiale. Essa si pu anche definire come il parametro valutativo della relazione psicologica fatto-autore281, presentando due forme
279 280

M.S. Gazzaniga, La mente etica, cit.. P. Pietrini, V. Bambini, Homo Ferox: il contributo delle neuroscienze alla comprensione dei comportamenti aggressivi e criminali, in A. Bianchi, G. Gulotta, G. Sartori (a cura di), Manuale di neuroscienze forensi, cit., p. 60. 281 G. Fiandaca, E. Musco, Diritto penale. Parte generale, cit., p. 309.

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diverse di partecipazione interiore al fatto: la distinzione tra dolo, ossia la volontariet del fatto, e colpa, cio linvolontariet di esso. Inoltre, lart. 27 Cost. afferma il carattere personale della responsabilit penale, limitando questultima al fatto proprio e colpevole e rendendo rimproverabile la condotta illecita. Trattandosi della partecipazione psicologica al compimento del fatto, il giudizio di colpevolezza si risolve in una valutazione etico-normativa dellatteggiamento psicologico del reo.282 Analizzando pi specificatamente listituto cardine del sistema penale, la categoria della colpevolezza rappresenta lespressione del convincimento, da parte del diritto, che luomo sia dotato di libero arbitrio. Latteggiamento in relazione ad un comportamento rimproverabile solo nella misura in cui tale atteggiamento nasce libero (in ci consiste la base della concezione retributiva della pena). Di fondamentale importanza ricordare che il giudizio di colpevolezza rimane un giudizio sul fatto, e non sullautore: ad essere valutato latteggiamento in relazione ad una certa condotta, non la personalit del soggetto. Essendo il nostro un diritto penale del fatto, inammissibile la figura della colpa dautore, come colpevolezza per il carattere o per la condotta di vita.283 Il principio espresso allart. 220, comma 2, c.p.p., con il divieto di perizia psicologica o criminologica, salvo quanto previsto ai fini dellesecuzione della pena o della misura di sicurezza. Il giudizio di colpevolezza un giudizio psicologico di assoluta competenza del giudice: non deve mai essere permesso ad un perito o a un consulente di andare oltre la valutazione della capacit di intendere e di volere, sconfinando in una valutazione del dolo e della colpa. In capo al giudice, vi il difficile compito di stabilire se il soggetto innanzi a lui responsabile e, dunque, colpevole per la condotta posta in essere: entrambi i concetti sono costrutti giuridici e sociali che non hanno una controparte fisica nel mondo empirico.

282

A. Lavazza, L. Sammicheli, Il delitto del cervello. La mente tra scienza e diritto, cit., G. Fiandaca, E. Musco, Diritto penale. Parte generale, cit., p. 310.

p.38-47.
283

112

Il compito del giudice di natura prettamente epistemologica, una ricerca della verit riguardo ad un fatto storico e alla persona-agente che ha leso o posto in pericolo un bene giuridico. A rilevare, in tale contesto, non sono dati meramente empirici, bens valori. Per questo motivo futile qualsiasi confronto tra la concezione normativa di responsabilit e qualsiasi tentativo, da parte di altri saperi, di elaborare una versione neurologica, genetica o genericamente biologica della responsabilit. Ad impedire ci la natura ontologica del concetto, imperniato di valenze eticofilosofiche e normative sconosciute e insondabili per le scienze (cognitive e non). Si possono cercare le sedi neurologiche del giudizio morale e dellempatia, per spiegare il disprezzo o la compassione. Ma non possono andare oltre e ricercare parimenti le basi biologiche di singoli concetti e costrutti. Come stato fatto notare dal neuroscienziato Neil Levy, e rimarr impossibile riuscire a rilevare il correlato neurale distintivo di un singolo pensiero.284 Come si pu pretendere di riuscirvi con un concetto etico quale la responsabilit personale? E lesito di un giudizio confermativo di colpevolezza , allo stesso modo, intriso di eticit e valore: linflizione della pena avviene allinsegna della rieducazione del reo ai valori sociali condivisi, in vista del suo futuro ritorno nella societ, come sancito allart. 27, comma 2, della Costituzione. Ci su cui possono illuminarci i saperi extragiuridici, quali le neuroscienze, , semmai, in fase di esecuzione della pena, quale pu essere il trattamento pi adatto per il reo, in una visione di personalizzazione della pena. Se e quale potrebbe essere una misura alternativa migliore della detenzione, dando spazio ad una maggior comprensione delle problematiche individuali. Possono qui rivelarsi utili le recenti acquisizioni sulla componente emotiva dei processi decisionali: un eventuale deficit emotivo potrebbe richiedere unassistenza mirata al fine di rieducare ai valori sociali. Senza dimenticare le dinamiche che vedono protagonisti sia i neuroni specchi di emulazione del comportamento dellAltro, sia lempatia come sensazione umana di base. Quelle che si offrono sono prospettive di ampliamento e umanizzazione di un dialogo, spesso trascurato, con il reo.
284

N. Levy, Neuroetica. Le basi neurologiche del senso morale, cit., p. 143-148.

113

Sono ovvi e palesi gli attuali problemi della carcerazione in Italia, da risolvere con pi urgenza rispetto allintroduzione di metodiche di trattamento umane. Ritengo, comunque, che il Legislatore dovrebbe non solo esser sempre consapevole della necessaria funzione rieducativa della pena, ma anche aspirare a trovare concrete attuazioni di tale principio, nellottica di un diritto penale umano.

Limputabilit neuroscientifico

linfermit

secondo

il

nuovo

modello

Limputabilit si configura come il presupposto della colpevolezza, nonch della rimproverabilit individuale. Nessuno, infatti, pu essere punito per un fatto che, al momento in cui lo ha commesso, non era imputabile. La possibilit di muovere un rimprovero ha senso solo se rivolto ad un individuo dotato della capacit di determinarsi in modo libero, autonomo e consapevole. Dal punto di vista sostanziale, il nostro ordinamento prevede, allart. 85 c.p., che imputabile chi ha la capacit di intendere e di volere al momento della commissione del fatto. Vi chi ha affermato che il Legislatore avrebbe accolto un concetto di imputabilit psicologica, ravvisabile quando esiste autonomia psichica, come processo cognitivo e volitivo non inficiato da cause psicopatologiche.285 Secondo la giurisprudenza di legittimit, come capacit di intendere da ritenersi lidoneit psichica del soggetto a rendersi conto del valore delle proprie azioni, ad orientarsi nel mondo esterno secondo una percezione non distorta della realt, e quindi di rendersi conto del significato del proprio comportamento e di valutarne conseguenze e ripercussioni.286 La capacit di volere, invece, viene definita come la libert di scegliere in modo selettivo fra due o pi azioni egualmente attuabili e come il potere di controllare

285 286

R.A. Frosali, Sistema penale italiano, Utet, Torino, 1958. Cass. pen., sez. I, 1 giugno 1990, n. 13202.

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gli impulsi ad agire e di determinarsi secondo il motivo che appare pi ragionevole e preferibile.287 Nel rapportarsi con i precedenti istituti esaminati, la colpevolezza e la suitas, sono rilevabili delle incertezze e delle contraddizioni in ambito applicativo.288 In rapporto alla colpevolezza, spesso si crea una confusione inammissibile tra lesame dellelemento psicologico del reato e lindagine sullo stato di mente del reo: il perito pu far vertere la sua valutazione su una capacit del soggetto di compiere il reato o, addirittura, sullo stesso elemento soggettivo.289 In relazione alla suitas, invece, da evidenziare quella che pu sembrare una contraddizione: lassenza del nesso psichico in unazione determinata dal cervello non viene ritenuta neppure un fatto umano; lazione frutto di una mente malata comunque reputata umana, seppur priva di libero arbitrio. Mentre alla seconda lordinamento pu prevedere lirrogazione di una misura di sicurezza, per la prima invece non prevista alcuna forma di reazione.290 Lordinamento prevede, accanto ad una presunzione di imputabilit per ogni individuo maggiorenne, una serie di cause tipiche di esclusione della capacit di intendere e di volere: la minore et, il vizio di mente parziale o totale, la cronica intossicazione sordomutismo. Tuttavia, tale elenco non tassativo, essendo considerate altrettanto escludenti limputabilit anche altre cause che abbiano in concreto leffetto di escludere la capacit di intendere e di volere. In tal senso, lindagine sullimputabilit richiede un accertamento sulla presenza delle capacit richieste dalla legge e su qualsiasi fenomeno che le faccia venir meno. Il giudizio di imputabilit costruito su due piani: uno patologico e laltro psicologico-normativo.291 da alcool o stupefacenti, lubriachezza accidentale, il

287 288

Ibidem. A. Lavazza, L. Sammicheli, Il delitto del cervello. La mente tra scienza e diritto, cit., p.

52-54.
289 290

Ibidem. Ibidem. 291 M. Bertolino, Il breve cammino del vizio di mente. Un ritorno al paradigma organicistico?, in A. Santosuosso (a cura di), Le neuroscienze e il diritto, cit., p. 121-136.

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Il primo livello rappresenta il momento diagnostico, di accertamento e inquadramento del disturbo psichico. Il secondo, invece, attiene allindagine sulla rilevanza da attribuire al disturbo psichico, ossia la sua effettiva incidenza sulla capacit di intendere e di volere. A sua volta, il piano psicologico-normativo si articola nelle due fasi: psicopatologica e normativa. La fase psicopatologica vede protagonista lesperto, il quale deve offrire al giudice, in base alle proprie conoscenze scientifiche, una spiegazione relativa alle caratteristiche dellinfermit mentale e alla sua idoneit ad annientare o solo compromettere la capacit di intendere e di volere dellimputato. La fase normativa, invece, spetta esclusivamente al giudice, che dovr risolvere la questione della responsabilit del soggetto alla luce della perizia. Fondamentale ai fini del giudizio dellimputabilit una pronuncia delle sezioni unite della Corte di Cassazione, la sentenza n. 9163 del 25 gennaio 2005, che ha ampliato i confini dellinfermit mentale, accogliendo anche le ipotesi pi controverse: i disturbi della personalit, dando rilievo in tal modo anche alle psicopatie, alle nevrosi e ai disturbi affettivi. La loro rilevanza ai fini dellimputabilit, per, subordinata allaccertamento, da parte del giudice, della loro gravit e intensit, tali da escludere o far scemare grandemente la capacit di intendere e di volere e il nesso eziologico con la specifica azione criminosa. Non solo: la giurisprudenza di legittimit, nella medesima sentenza, afferma che lidoneit a far venir meno la capacit di intendere e di volere pu essere rilevata anche in uno stato emotivo e passionale, nel caso particolare dovuto allo stress conseguente alla crisi del rapporto coniugale, associato ad uno status patologico anche transitorio. In tal modo, si permette alla categoria dellimputabilit di divenire propriamente la condizione dellautore, che rende possibile la rimproverabilit del fatto. Limportanza di tale pronuncia va ancora oltre: affermando la presenza di un collegamento aperto con un sapere scientifico in evoluzione, vengono riconosciuti la necessaria collaborazione tra giuristi e scienziati, il principio di decisioni scientificamente fondate per il giudice, nonch quello di pareri ad alta

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affidabilit scientifica per lesperto.292 Inoltre, viene sottolineato il duplice piano dellimputabilit, empirico e normativo, e il dovere di valorizzare, per una sua ridefinizione, le pi aggiornate acquisizioni scientifiche, nonostante la pluralit di paradigmi interpretativi psichiatrici esistenti. Il giudice deve considerare le acquisizioni scientifiche che siano, da un lato, quelle pi aggiornate e, dallaltro, quelle pi generalmente accolte e condivise, con una prassi generalizzata dei loro protocolli.293 Tra le cause di esclusione dellimputabilit, il concetto di vizio di mente rappresenta la pi controversa e dibattuta. Previsto a livello normativo allart. 88 c.p., il vizio di mente derivante da infermit pu rendere non imputabile soltanto qualora sia di tale entit da escluderne la capacit di intendere e di volere. Il problema che si profilato in sede di accertamento che il concetto di malattia mentale non univoco, dato che i disturbi che integrano una patologia possono mutare a seconda del paradigma psichiatrico adottato dallesperto. Nel corso del Novecento, la stessa scienza psicopatologica ha operato diversi cambiamenti di paradigma, causando unulteriore confusione in ambito giuridico in relazione al suo accertamento.294 Originariamente, la nozione di malattia mentale faceva riferimento al modello medico, che la delineava secondo criteri clinico-organicistici e, dunque, si aveva malattia mentale solo in presenza di un substrato biologico. A questo paradigma si era ispirato il Legislatore del 30. In seguito, si impose un modello psicologico, che offriva un concetto di malattia mentale pi ampio, ricomprendente anche disturbi psichici a carattere non patologico. Tale paradigma nasceva dal progressivo processo di

demedicalizzazione del disturbo psichico, sganciato da cause organico-genetiche. Si profilava in tal modo una prospettiva pluricausale della malattia mentale, non pi monocausale.295 Parallelamente, anche in ambito giurisprudenziale il concetto di infermit assumeva un significato pi ampio di quello di malattia, considerando ai fini
292

M. Bertolino, Imputabilit: scienze, neuroscienze e diritto penale, comunicazione personale con il prof. Roberto Zannotti. 293 Ibidem. 294 Ibidem. 295 Ibidem.

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dellimputabilit anche le cosiddette anomalie psichiche, disturbi non psichiatrici e di natura transitoria, ma riconducibili alla psicopatologia clinica. Tuttavia, rimaneva il dubbio se le nevrosi, le psicopatie e, in generale, le abnormit psichiche avrebbero potuto essere ricondotte al concetto di infermit di mente. Il paradigma psicologico, infatti, non riconosceva loro una condizione di patologicit: venivano considerate mere anomalie del carattere o della sfera affettiva, perci irrilevanti per il giudizio di imputabilit.296 A sua volta, il modello psicologico venne messo in crisi dal modello successivo, definito diagnostico-sintomatologico, basato sul Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM), redatto nel 1952 dallAmerican Psychiatric Association (APA). Aggiornato nel corso dei decenni, prevista la sua quinta edizione, il DSM-V, per il 2013. La peculiarit di tale paradigma labbandono della ricerca delle cause del disturbo psichico, limitandosi a prenderne in considerazione i sintomi statisticamente riconosciuti. Il pregio del DSM, per, si rivela anche il suo difetto maggiore: la connotazione meramente descrittiva e la ateoreticit non gli permette di offrire sufficienti garanzie di scientificit in ambito forense. La sua utilit a livello operativo non integra le necessit presenti, invece, in un giudizio di imputabilit, in cui richiesta una spiegazione causale della malattia mentale.297 Contemporaneamente, emerge un ulteriore modello interpretativo della malattia mentale, cosiddetto integrato, secondo il quale il disturbo psichico viene originato da pi fattori (biologici, sociali, psicologici, relazionali), secondo una prospettiva multifattoriale integrata. Infine, giungiamo al pi recente paradigma esplicativo della malattia mentale, ossia quello delle neuroscienze, definito scientifico-tecnologico. La visione neuroscientifica del disturbo psichico possiede un alto coefficiente di scientificit, dato che in grado di identificare le zone del cervello che, in presenza di una neuropatologia, funzionano in maniera anomala. In particolare, gli attuali studi delle neuroscienze sembrano in grado di individuare un substrato cerebrale anche per i disturbi della personalit, come nel caso del criminale psicopatico.298
296 297 298

Ibidem. Ibidem. Ibidem.

118

La caratteristica pi rilevante del modello neuroscientifico consiste proprio nellimpiego neuroimaging. di


299

tecnologie

allavanguardia

di

scansione

cerebrale,

Ad esempio, attraverso la tomografia ad emissione di positroni (PET) e la risonanza magnetica funzionale (fMRI), si pu misurare lattivit cerebrale in vivo di un individuo mentre svolge un determinato compito cognitivo. La misurazione si basa sulla scoperta che le regioni cerebrali in cui aumenta lattivit sinaptica (perch impegnate in un certo compito) richiedono maggior energia (glucosio e ossigeno) e, di conseguenza, aumenta il flusso ematico in quelle zone. Unaltra tecnologia di brain imaging la Voxel Based Morphometry (VBM), che permette di studiare la densit della materia grigia e bianca nel cervello, individuando alterazioni anatomiche anche minime.300 Inoltre, accanto a tecniche prettamente di indagine cerebrale, sono stati ideati diversi test neurocognitivi diretti a mostrare i meccanismi psicologici e cerebrali sottostanti le funzioni di interesse. Ricorrendovi nellambito di un esame neuropsicologico, tali compiti cognitivi possono essere applicati per valutare la presenza di complessi stati mentali o di abilit: simulazione/dissimulazione, capacit di pianificazione, capacit di comprendere e provare emozioni, abilit di ragionamento e giudizio morale.301 Il modello neuroscientifico potrebbe rivelarsi utile per una rivisitazione del concetto di capacit di intendere. Abbiamo gi visto la teoria dei markers somatici di Antonio Damasio e la sua dimostrazione sullimportanza della componente emotiva nel processo decisionale. Sulla medesima linea di ricerca, una tematica interessante la cosiddetta intelligenza sociale, cio linsieme delle capacit che permettono allindividuo di tenere un comportamento adeguato in un contesto sociale. Se consideriamo la capacit di intendere come la facolt di prevedere le conseguenze delle proprie azioni e di fare altrimenti, allora tale capacit risulta gravemente menomata in diversi disturbi psichici nei quali, pur mantenendosi integre le abilit logico-razionali, si presentano alterazioni dellintelligenza
299 300 301

A. Stracciari, A. Bianchi, G. Sartori, Neuropsicologia forense, cit., p. 117-149. Ibidem. Ibidem.

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sociale. Esse possono tradursi o in una carenza (per esempio, un deficit dellempatia) o in un eccesso (ipersocialit).302 Tra gli aspetti dellintelligenza sociale, quello che riveste un ruolo maggiore lempatia. Ci che emerso da numerosi studi che tale abilit permette il riconoscimento, la comprensione e lapprendimento dei sentimenti altrui.303 Possedere capacit empatiche minime fondamentale per costruire relazioni interpersonali e per mantenere un comportamento sociale adeguato. Labilit di comprendere la sofferenza altrui permette di guidare le proprie azioni allo scopo di evitare azioni che provochino sofferenza. Lempatia la si pu apprezzare meglio se consideriamo i soggetti che invece ne risultano sprovvisti (per patologie congenite o acquisite): questi, infatti, non sono in grado di interpretare in maniera adeguata i segnali di sofferenza e disagio nellaltro e non riescono ad adattare il proprio comportamento al fine di diminuire la sofferenza dellaltro. Inoltre, si ritiene che, quando si assiste ad una riduzione dellempatia, viene a mancare la controspinta inibitoria della risposta aggressiva e impulsiva. Alcune patologie, pur diversissime tra loro, sono caratterizzate da ridotte capacit empatiche: autismo, schizofrenia, psicopatia e degenerazione fronto-temporale. Si osservato che in tali soggetti siano presenti delle anomalie strutturali o funzionali delle regioni cerebrali preposte alla mediazione dei comportamenti empatici. Per esempio, negli individui con psicopatia congenita stata trovata una riduzione del volume dellamigdala.304 In tal modo, sarebbe preclusa la facolt di porre in essere comportamenti prosociali e verrebbe, invece, favorito il mantenimento di una condotta aggressiva e violenta. Perci, il reo portatore di una malattia psichica e con una ridotta empatia pu non comprendere lo stato emotivo delle vittime e, di conseguenza, impossibilitato a fermarsi davanti a sofferenza e paura.305 Un altro aspetto dellintelligenza sociale il pensiero morale, inteso come la capacit di identificare il disvalore sociale di una certa condotta. Attraverso la registrazione tramite fMRI, sono state individuate quelle che sarebbero le aree

302 303 304 305

Ibidem. Ibidem. Ibidem. Ibidem.

120

cerebrali sedi dei giudizi morali. In particolare, effettuando studi su pazienti con lesioni nelle medesime aree, emerso che tali individui possiedono un pensiero morale eccessivamente utilitaristico e una ridotta sensibilit alle informazioni emotive, che incidono sui processi di decisione di tipo etico.306 Unulteriore facolt dellintelligenza sociale quella del cosiddetto ragionamento controfattuale, ossia di rappresentarsi mentalmente possibili comportamenti e scenari alternativi. Mentre normalmente con tale espressione ci si riferisce al processo di ricostruzione a posteriori dellevento criminoso da parte del giudice, in questo contesto essa indica lo stesso meccanismo di pensiero ma rivolto al futuro. Nella psichiatria forense, il suo accertamento un aspetto critico dellintera valutazione, poich il ragionamento controfattuale indica la capacit nel soggetto di alterare intenzionalmente gli eventi.307 Se a causa di una patologia tale facolt risulta carente, la conseguenza pratica sar un individuo che immagina un numero inferiore al normale di alternative comportamentali e la sua scelta ricadr su un numero pi ristretto di possibilit. In altre parole, uno spazio ridotto di libero arbitrio. Tra le regioni cerebrali coinvolte, in particolare vi larea orbito-frontale (situata nella corteccia prefrontale), coinvolta anche nelle funzioni di controllo esecutivo e nellintegrazione di emozioni e processi cognitivi durante la pianificazione di una condotta. Lesioni a tali regioni producono nellindividuo una diminuita produzione spontanea di pensieri controfattuali e lincapacit di anticipare le eventuali conseguenze negative delle loro azioni. Alterazioni del ragionamento controfattuale si riscontrano in numerosi disturbi psichiatrici: ad esempio, un suo eccesso presente nei disturbi dansia e nella depressione, mentre un deficit riscontrabile nella schizofrenia.308 Unabilit, invece, che il modello neuroscientifico riconduce alla capacit di volere la facolt di controllo volontario sulle proprie azioni, o meglio di blocco. In diverse patologie risulta gravemente compromessa, se non assente, (ad esempio il disturbo ossessivo-compulsivo o il disturbo borderline di personalit) e si manifesta, al contrario, impulsivit in ogni azione e lincapacit di bloccarla.
306 307 308

Ibidem. Ibidem. Ibidem.

121

In relazione alla citata sentenza della Cassazione del 2005 e allinclusione dei gravi disturbi di personalit nella categoria di infermit mentale, il paradigma neuroscientifico potrebbe rivelarsi anche in questo caso utile, allo scopo di rilevare i correlati anatomo-funzionali dei disturbi di personalit. Nella loro forma grave, i disturbi di personalit hanno, infatti, una maggior probabilit di avere dei correlati microstrutturali (pi intensa la sintomatologia, pi alta la possibilit di alterazioni microstrutturali), individuabili tramite la Voxel Base Morphometry (VBM). Nella loro forma lieve, invece, non rilevabile alcunch. Potrebbe rivelarsi un approccio molto utile, ai fini della dimostrazione della presenza o meno dello stato di malattia, soprattutto in quei casi in cui manchi unanamnesi significativa e storica.309 Anche gli Event-Related Potentials (ERP) e la risonanza magnetica funzionale, altri due strumenti di neuroimmagine, potrebbero essere utilizzati in relazione ai disturbi della personalit, ma a differenza della VBM non si basano su una immagine di risonanza magnetica standard e richiedono unanalisi molto pi complessa. In definitiva, il paradigma neuroscientifico rappresenta un valido supporto per lesame psicopatologico forense tradizionale. Risulta molto utile per laccertamento del rapporto tra disfunzioni mentali e capacit di intendere e di volere e consente lidentificazione con una maggior precisione delle conseguenze di una patologia sia sul piano cognitivo, sia sul piano comportamentale. Inoltre, nellambito della genetica molecolare, lindividuazione di polimorfismi, che determinano unaumentata vulnerabilit psichiatrica nel soggetto, ha condotto ad ipotizzare spiegazioni di causazione probabilistica del comportamento patologico.310 Come abbiamo visto, la capacit di intendere e di volere, tradizionalmente dotata di connotati prettamente logico-razionali, pu essere declinata, secondo lapproccio neuroscientifico, in un insieme di abilit funzionali che rispecchiano le diverse componenti mentali delluomo, come si fatto in ambito civile in relazione alla capacit dagire.

309 310

Ibidem. Ibidem.

122

da notare, inoltre, che le funzioni che configurano la capacit di intendere e di volere sono tutte riconducibili alla funzionalit del lobo frontale, la zona cerebrale evolutivamente pi recente e caratterizzante lessere umano rispetto al mondo animale. Gi attualmente, molte delle patologie neurologiche e psichiatriche che si rilevano ai fini dellimputabilit implicano delle disfunzioni di tali aree cerebrali. Di conseguenza, potrebbero diventare altrettanto rilevanti per un giudizio di non imputabilit altre patologie che parimenti alterino i lobi frontali.311 Allo stesso modo, il paradigma neuroscientifico pu contribuire ad una valutazione di unaltra capacit, ossia quella di stare in giudizio. In tal caso, viene considerato sufficiente, per ritenere un individuo in grado di assistere consapevolmente al processo e di comprendere gli atti compiuti, il possesso nella norma delle abilit cognitive di attenzione, funzioni esecutive, espressione e comprensione verbale, cognizione spaziale e percezione visiva.312 Un invito alla prudenza , per, necessario: rimane un dato empirico confermato che il grado di correlazione anatomo-clinica di condizioni patologiche del cervello non produce necessariamente disfunzioni cognitive. In altre parole, non sempre e non tutte le lesioni cerebrali producono un vizio di mente. Inoltre, un difetto delle tecniche di neuroimmagine quello di mettere in relazione unarea specifica ad una funzione, trascurando il ruolo svolto anche da altre zone cerebrali che, preposte ad operazioni comuni a pi compiti, possono influenzare lesito finale.313 quindi imprescindibile una valutazione accurata caso per caso, non essendo sufficiente basarsi su dati statistici ricorrenti.

La prova neuroscientifica: le tecniche di lie e memory detection

311 312

Ibidem. Ibidem. 313 P. Legrenzi, C. Umilt, Neuromania. Il cervello non spiega chi siamo , il Mulino, Bologna, 2009.

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Uno dei pi grandi desideri dellumanit sarebbe sicuramente la capacit di leggere il pensiero altrui, sia per motivi nobili (prevenire un omicidio), sia per motivi pi bassi (scoprire gli intimi segreti di una persona). La ricerca neuroscientifica sembrerebbe aver compiuto i primi passi verso la lettura della mente. Sono state create, infatti, diverse metodiche di lie-detection (rilevazione della menzogna) e memory-detection (rilevazione della memoria), basate sulle tecnologie di brain-imaging. Premettiamo che vi sono degli storici antecedenti delle macchine della verit. Cesare Lombroso aveva inventato uno strumento, lidrosismografo, con cui si poteva rilevare laumento della pressione sanguigna e della frequenza cardiaca, sul presupposto che un individuo menzognero sarebbe identificabile dallansia che prova mentre parla.314 Un altro italiano, lo scienziato Vittorio Benussi, mise a punto una metodologia con cui registrava le variazioni dellattivit respiratoria, sempre al fine di identificare la persona bugiarda.315 Un terzo antenato il pi conosciuto (e altrettanto criticato) poligrafo, una macchina che consente di misurare i valori di una serie di parametri

neurofisiologici (pressione sanguigna, frequenza di respirazione, battito cardiaco, sudorazione). Anchesso, fondamentalmente, uno strumento atto a rilevare la presenza non della menzogna in s, ma dellemozione (ansia, paura, panico) manifestata durante il colloquio. Ad essere criticabile proprio il presupposto di partenza: si suppone che ansia e paura dovrebbero essere provate soltanto da un individuo colpevole, mentre un innocente non dovrebbe temere alcunch. E per chi in grado di mentire con un assoluto sangue freddo? , infatti, molto alto il rischio di manipolazione delle risposte del poligrafo. Per queste ragioni, la sua validit gi stata messa in dubbio da vari esperti, nonostante venga ancora utilizzato negli Stati Uniti, in Canada e altri paesi. Si pu aggiungere una semplice osservazione: per superare un test al poligrafo sufficiente assumere prima una dose di Valium.

314

A. Lavazza, L. Sammicheli, Il delitto del cervello. La mente tra scienza e diritto, cit., p. 183-184. 315 G. Sartori, S. Agosta, Menzogna, cervello e lie detection, in A. Bianchi, G. Gulotta, G. Sartori (a cura di), Manuale di neuroscienze forensi, cit., p. 164.

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Tornando al discorso principale, il tema della memoria e delle sue alterazioni un campo di grande interesse per le discipline neuroscientifiche, perseguendo sia obiettivi clinico-terapeutici, sia ipotetiche applicazioni pratiche differenti. La memoria, per, lesempio pi evidente del divario tra la percezione di uninformazione e la sua rielaborazione mentale: spesso i ricordi sono soltanto ombre delle esperienze originarie.316 Infatti, da diversi studi317 emerso che il meccanismo del ricordo non paragonabile alla consultazione di un libro da uno scaffale, in cui viene poi riposto tale e quale. Ogni volta che ricordiamo un certo evento, una persona, un oggetto e via dicendo, parte del ricordo viene ricostruito, a partire dagli indizi che ne avevano favorito la memorizzazione, e viene influenzato dal contesto (motivi, emozioni, ecc.) della sua rievocazione. In altri termini, ogni volta che ricordiamo, il ricordo passato viene influenzato e modificato dai fatti presenti. Potrebbe, perci, essere messa in dubbio la reale validit della testimonianza come prova di un certo fatto. Sono numerosi i casi di testimoni convinti della veridicit dei loro ricordi, poi rivelatisi difettosi o addirittura falsi. Questo perch il cervello tendenzialmente utilizza la memoria in maniera selettiva, efficiente e riassuntiva, tralasciando di norma i dettagli e fondendo i ricordi di situazioni simili. Su questa linea, Daniel Schacter ha svolto studi approfonditi sugli errori e le distorsioni della memoria. Egli ha delineato i principali errori di omissione (la dimenticanza o lesclusione di parte dellinformazione) e di commistione (laggiunta di una falsa informazione) del ricordo. Schacter ha stilato un elenco dei, cos da lui definiti, sette peccati della memoria: labilit (evanescenza nel tempo), distrazione (dimenticanza dovuta a scarsa attenzione), blocco

(impedimento temporaneo), errata attribuzione (confusione su soggetti, cose o luoghi), suggestionabilit (distorsione del ricordo da parte di fattori esterni), distorsione (influenza dei pregiudizi) e persistenza (richiamo costante di ricordi indesiderati).318 Lesito del suo studio si rivela essere una guida pratica su come
316 317

A. Oliverio, Prima lezione di neuroscienze, cit., p. 56. D.L. Schacter, Searching for the memory: The Brain, the Mind, and the Past, Basic Books, New York, 1996. 318 D. Schacter, The Seven Sins of Memory: How the Mind Forgets and Remembers , Houghton Mifflin, Boston, 2001.

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condurre linterrogatorio di un testimone oculare, al fine di non influenzarne la memoria. Errori della memoria sono spesso dovuti a mancanza di informazione, perch andata persa nel tempo, non codificata adeguatamente oppure ostacolata da uninformazione antagonista. La distorsione del ricordo di norma causata dalla sua labilit, che lo inizia a consumare da subito. Anche eventi rilevanti o connotati da emozioni vengono erosi dal tempo. Per questo motivo, la deposizione di una testimonianza oculare dovrebbe avvenire il prima possibile dopo lepisodio e non dopo anni, come spesso avviene in processi che si dilatano per anni. Nel blocco (il cosiddetto effetto della parola sulla punta della lingua), si ritiene che ad impedire il ricordo di una parola o di un evento possa essere un termine o un fatto correlato che si pone in antagonismo. Nella raccolta della testimonianza, la prima deposizione su determinati dettagli di un fatto potrebbe bloccare il ricordo di altri durante una seconda deposizione. Il ricordo dei primi inibirebbe il ricordo dei secondi.319 Lerrata attribuzione consiste in false aggiunte che si infiltrano nella memoria, ricordando cose mai accadute. Elizabeth Loftus, professoressa di psicologia e criminologia allUniversit della California a Irvine, ha mostrato come chiedere ai soggetti di immaginare un evento aumenta la probabilit che essi in seguito lo ricordino come realmente accaduto. I soggetti tendono a confondere la fonte del ricordo e la semplice ripetizione dellinformazione erronea ne rafforza la convinzione.320 Un esempio di falsa attribuzione lo studio sullinnesto di falsi ricordi di H.L. Roediger e K.B. McDermott, da cui hanno sviluppato il paradigma DRM (DeeseRoediger-McDermott): consiste nel far memorizzare ad un soggetto un elenco di termini correlati tra loro (ad esempio, letto, riposo, sveglio, sogno, coperta, sonno); i termini nella lista evocano una parola, detta critica (nellesempio, dormire), che pur essendo assente dallelenco, viene ricordata falsamente dai
319

W. Koutstall, D.L. Schacter, M.K. Johnson, L. Galluccio, Facilitation and Impairment of Event Memory Produced by Photograph Review, in Memory and Cognition, n. 27 (3), 1999, pp. 478-493. 320 A. Koriat, M. Goldsmith, A. Pansky, Toward a Psychology of Memory Accuracy, in Annual Review of Psychology, n. 51, 2000, pp. 481-537.

126

soggetti. Maggiore il numero di parole correlate, maggiore la probabilit del falso richiamo della parola critica.321 La falsa attribuzione pu influire sulla testimonianza oculare soprattutto per quanto riguarda lidentificazione dei volti. Una ricerca ha mostrato come testimoni che hanno materialmente visto solo parte del viso di un presunto criminale spesso ricordano di averlo visualizzato per intero. Ci avviene per un meccanismo cerebrale automatico che completa le parti mancanti di uninformazione, integrandola con limmaginazione oppure con dati gi archiviati.322 Un altro errore tipico della memoria dovuto alla suggestionabilit, ossia la tendenza ad incorporare informazioni fornite da altri mezzi o persone nel ricordo di certi eventi. Una ricerca in tal senso di Elizabeth Loftus indica come persino ricordi dinfanzia possono essere alterati a seguito di suggestione. Chiese ai familiari dei soggetti sottoposti allesperimento (a loro insaputa ovviamente) di raccontare un falso evento, risalente allinfanzia, in tono convincente; circa il 25% dei soggetti finiva per crederci e diceva di ricordarselo. In uno studio simile, sempre la Loftus falsific alcune fotografie dei soggetti, che mostravano loro bambini in posti dove non erano mai stati; dopo tre sessioni in cui gliele mostrava, il 50% dei soggetti era in grado di descrivere il ricordo dellevento con dovizia di particolari. Uno studio di A. Koriat ha riscontrato che anche solo il porre una domanda in modo allusivo instilla nella persona il falso ricordo oppure ne altera laccuratezza. Perci, sconsigliabile durante un interrogatorio porre una domanda quale Che tipo di pistola aveva il rapinatore?: il testimone potrebbe visualizzare un revolver, anche se in realt era un coltello. Cosa succede a livello cerebrale quando inganniamo altre persone stato oggetto di ricerca di Daniel Langleben323, che nel 2002 ha riferito al congresso annuale
321

H.L. Roediger, K.B. McDermott, Tricks of Memory, in Current Directions in Psychological Science, n. 9, 2000, pp. 123-127. 322 M.A. Foley, H.J. Foley, A Study of Face Identification: Are People Looking Beyond Disguises?, in M.J. Intons, D.L. Best (a cura di), Memory Distortions and Their Prevention, Erlbaum Mahwah, 1998. 323 D. Langleben, L. Schroeder, J. Maldjian, R. Gur, S. McDonald, J. Ragland, C. OBrien, A. Childress, Brain Activity during Simulated Deception: An Event-Related Functional Magnetic Resonance Study, in NeuroImage, n. 15, 2002, p. 727 -732.

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della Society for Neuroscience di aver rilevato differenze di attivazione del cervello delle persone che mentivano rispetto a quando dicevano la verit. I soggetti venivano sottoposti al Guilty Knowledge Test, il test del riconoscimento della colpevolezza, mentre si osservava il loro cervello con la risonanza magnetica. Il test richiedeva che il soggetto rubasse una carta da gioco e che poi, durante la risonanza, rispondesse alle domande del ricercatore. Le risposte da dare erano di tre tipi, veritiere, false e ingannevoli, false ma non ingannevoli. I risultati ottenuti hanno mostrato che durante le risposte ingannevoli si attivano cinque aree del cervello (la corteccia anteriore del cingolo, il giro superiore frontale e le cortecce premotoria, motoria e parietale anteriore). Invece, durante le risposte veritiere e quelle false non ingannevoli tali aree risultavano a riposo. Inoltre, Langley ha ipotizzato che per porre in essere linganno volontario sia necessario inibire la risposta sincera, ipotesi basata sul fatto che vi era unattivit maggiore nelle aree inibitorie del giro del cingolo anteriore. Sarebbe cos verificabile a livello cerebrale latto di mentire. Lo psicologo Paul Ekman, invece, ha studiato dettagliatamente le espressioni facciali delle persone che mentono e i suoi risultati verranno utilizzati da Terry Sejnowski, studioso di neurocomputazione, che sta sviluppando un processore con videocamera integrata, allo scopo di rivelare i minimi movimenti facciali e di conseguenza la sincerit di una persona.324 Per quanto riguarda le moderne tecnologie neuroscientifiche, esse si distinguono in due classificazioni: tecniche di lie-detection, indirizzare a valutare la risposta del soggetto come veritiera o menzognera, e di memory-detection, finalizzate ad identificare una traccia di memoria.325 Le metodologie utilizzate sono quelle di neuroimmagine strutturale326 e funzionale327, nonch le tecniche di registrazione dellattivit elettrica del cervello328.

324

P. Wen, Scientist Eyeing High-Tech Upgrade for Lie Detectors, in Boston Globe, 16 giugno 2001. 325 G. Sartori, S. Agosta, Menzogna, cervello e lie detection, in A. Bianchi, G. Gulotta, G. Sartori (a cura di), Manuale di neuroscienze forensi, cit., p. 168. 326 Visualizzano le strutture anatomiche cerebrali; esse sono la tomografia assiale computerizzata (TAC) e la risonanza magnetica (RM).

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Il presupposto che i pensieri abbiano correlati neurali e, di conseguenza, che anche una menzogna dovrebbe avere una propria correlazione neurologica individuabile. Il problema che non ogni tipo di pensiero possiede necessariamente un distinto correlato neurale.329 Alcune delle tecnologie oggi disponibili cercano di aggirare il problema evidenziando non il correlato neurale di una singola bugia, ma i correlati neurali dellintera classe delle bugie deliberate. Una delle pi note la brain fingerprinting, che mira ad individuare non la bugia intenzionale, bens la conoscenza colpevole. Il vantaggio consisterebbe nel rilevare la risposta cerebrale dellinganno, senza che sia necessaria la risposta verbale del soggetto. Altrimenti nota come Computerized Knowledge Assessment (CKA), la valutazione computerizzata della conoscenza, essa misura con lelettroencefalogramma laumento e la diminuzione dellonda cerebrale P300 (il nome deriva dal fatto che si verifica 300 millisecondi dopo la presentazione dello stimolo). I dati vengono poi rielaborati dal software MERMER (memory and encoding related multifaced electroencephalographic response). Londa P300 fu scoperta gi negli anni 60 e la sua ampiezza varia quando riconosciamo un suono, un odore o unimmagine a noi familiare. Tale tecnica pu essere utilizzata durante linterrogatorio di un sospettato, per verificare la sua familiarit con una scena del delitto, con un altro sospettato o addirittura con una organizzazione criminale. Lattivit del cervello del soggetto viene misurata, mentre a questi vengono poste domande o mostrate fotografie. Se il soggetto riconosce come familiare il contenuto, mostra una risposta caratteristica, ossia lampliamento dellonda P300. Se il soggetto non riconosce, lampiezza dellonda rimarr piccola. La CKA e il software MERMER sono stati sviluppati negli anni 80 dal dottor Lawrence Farwell330, che lha commercializzata attraverso la sua azienda Brain Fingerprinting Laboratories. I vantaggi rispetto al poligrafo sono la non
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Consentono di visualizzare lattivazione di aree cerebrali durante lesecuzione di certi compiti; esse sono la tomografia a emissione di positroni (PET), la tomografia a emissione di fotone singolo (SPECT), la risonanza magnetica funzionale (fRMI). 328 Tra esse, le pi importanti sono lelettroencefalogramma (EEG) e le tecniche di misurazione dei potenziali evento evocati (ERP). 329 N. Levy, Neuroetica. Le basi neurologiche del senso morale, cit., p. 137-160. 330 L. A. Farwell, S.S. Smith, Using brain MERMER testing to detect concealed knowledge despite efforts to conceal, in Journal of Forensic Sciences, n. 46 (1), 2001, p. 1 -19.

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necessaria collaborazione del soggetto (londa involontaria), che si deve limitare a stare seduto immobile, e la sua non manipolabilit (londa non controllabile). La brain fingerprinting ha destato linteresse di FBI e CIA e dal 2004 lIndia ha introdotto la tecnologia in tribunale. Nel 1993, in collaborazione con il Bureau, Farwell ha usato la CKA per identificare (correttamente) 11 agenti dellFBI e 4 impostori, misurando le risposte di P300 ad immagini conoscibili solo da chi era stato addestrato dallFBI. Nel 2001, la CIA ha cominciato a servirsene. Nel 1998, Farwell e i suoi collaboratori hanno fornito alla polizia del Missouri la prova a sostegno della condanna di James Grinder per uno stupro con omicidio del 1984 (anche se la tecnologia non era presente materialmente in tribunale). 331 Nel 2000, limpronta cerebrale stata ammessa dal giudice Timothy OGrady della Corte distrettuale della Contea di Pottawattamie (Iowa), in unudienza sulla richiesta di rivedere il processo di Terry Harrington (condannato allergastolo per un delitto del 1997). Ricorrendo al criterio Daubert (un precedente giuridico statunitense che permette lammissione di prove scientifiche solo dopo che siano state verificate e approvate dalla comunit scientifica), lammissione della prova stata giustificata dal giudice OGrady in base allattendibilit dei dati delle onde P300, specificando che non si esprimeva invece sullattendibilit della tecnica CKA in s. In seguito, il giudice avrebbe stabilito che le prove presentate dagli avvocati non erano sufficienti per mutare lesito del processo di primo grado, negando la richiesta di un nuovo dibattimento.332 In ogni caso, lammissione dei dati P300 come strumento probatorio in unaula di tribunale ha creato il precedente giudiziario. Negli Stati Uniti, la tecnica della CKA sta riscuotendo molto interesse e in diversi ne auspicano lutilizzo contro il terrorismo. Steven Kirsch, politico e filantropo della Silicon Valley, ne ha suggerito luso combinato con la scansione delliride per identificare i terroristi negli aeroporti. Con Kirsch si trova daccordo Howard Simon, direttore esecutivo dellAmerican Civil Liberties Union della Florida, affermando che la tecnologia CKA di certo meno lesiva delle libert civili di altri tipi di controlli gi in atto, facendo dipendere i propri risultati dalla
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B. Feder, Truth and Justice, by the Blip of a Brain Wave , in New York Times, 9 ottobre M.S. Gazzaniga, La mente etica, cit., p. 120.

2001.
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registrazione di attivit cerebrale, e non da criteri quali razza, nazionalit o lingua.333 Tale tecnologia presenta per alcuni problemi. Innanzitutto, il metodo di analisi privato e segreto. Le poche prove esistenti provengono dai laboratori dellazienda di Farwell, mentre sarebbero necessarie osservazioni indipendenti. Secondo, il campione offerto di dimensioni troppo piccole per assicurarne la certezza. Terzo, vi sono difficolt riguardo alla validit ecologica di questa tecnica; essa infatti richiede situazioni sperimentali molto controllate, in particolare che lo sperimentatore sia a conoscenza dellinformazione di cui si deve stabilire se il soggetto ha familiarit. Inoltre discutibile il grado di accuratezza: se un soggetto produce un aumento dellonda in relazione alla foto di un campo di addestramento per terroristi, niente ci pu confermare che non abbia visto foto simili in televisione o sul web.334 Inoltre, contro laffermazione di Farwell della non manipolabilit della sua tecnica, Rosenfeld335 ha ideato un metodo per falsarne gli esiti. Londa P300 una risposta a stimoli che hanno un significato per il soggetto. Rosenfield riuscito a dimostrare che possibile rendere significativi per i soggetti quelli che sono stimoli irrilevanti: muovere le dita dei piedi, premere una mano contro la gamba e immaginare che lo sperimentatore li stia schiaffeggiando sufficiente per alterare londa P300. Unaltra tecnica di memory detection rappresentata dal Brain electrical oscillations signatur (Beos), ideato dal neurologo indiano Champadi Raman Mukundan. Tale metodologia utilizza lelettroencefalogramma per rilevare non londa P300, ma lattivit di alcune aree cerebrali, corrispondenti al ricordo di un soggetto. La lettura ad alta voce della descrizione di un evento e dei suoi dettagli, per esempio un crimine, attiverebbe alcune zone del cervello, che indicherebbero la presenza di ricordi specifici e quindi lesperienza diretta di tale evento. La tecnologia del Beos tuttora molto controversa, dato che i risultati dei test non sono ancora stati sottoposti al vaglio della comunit scientifica per una revisione
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Ibidem. Y. Miyake, M. Mizutani, T. Yamamura, Event-related potentials as an indicator of detecting information in field polygraph examinations, in Polygraph, n. 22, 1993, p. 131-149. 335 J.P. Rosenfeld, M. Soskins, G. Bosh, A. Ryan, Simple effective countermeasures to P300based tests of detection of concealed information, in Psychophysiology, n. 4, 2004, p. 205 -219.

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paritaria. Luso di tali risultanze stato alla base di diverse sentenze indiane, in particolare, la recente condanna allergastolo nel 2008 di Aditi Sharma, 23 anni, accusata dellomicidio per avvelenamento del suo ex fidanzato; nel secondo grado di giudizio, per, la donna stata scarcerata dalla Corte dAppello per insufficienza di prove. Recentemente, stato sviluppato dal neuroscienziato italiano Giuseppe Sartori uno strumento di rilevazione del ricordo autobiografico, lautobiographical-IAT (a-IAT), attualmente sottoposto al vaglio della comunit scientifica internazionale.336 Basandosi sullImplicit Association Test (IAT) di Greenwald, McGhee e Schwartz337, esso utilizza la latenza delle risposte per stabilire la forza dellassociazione tra concetti: registra i diversi tempi di reazione di un soggetto, che classificare una serie di frasi davanti ad un computer, permettendo di identificare quale sia la conoscenza fattuale riguardo a determinati eventi biografici.338 Per quanto riguarda invece la rilevazione di stati mentali e disposizioni emotive, non vi sono grandi passi avanti. Phelps339 nel 2000 ha usato la fMRI per studiare come soggetti bianchi valutassero facce di individui afroamericani e hanno rilevato una correlazione tra lattivazione dellamigdala e la valutazione negativa dei volti. Al di l dei limiti e dei difetti strutturali di tali strumenti, il quesito che ci dobbiamo porre in che modo tali tecnologie possono essere compatibili con il sistema processuale italiano. Nel nostro codice di procedura penale, allart. 188 viene sancita la libert morale della persona nellassunzione della prova, tutelata con il divieto secondo cui: Non possono essere utilizzati, neppure con il consenso della persona interessata, metodi o tecniche idonei ad influire sulla libert di autodeterminazione o ad
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G. Sartori, S. Agosta, C. Zogmaister, S.D. Ferrara, U. Castiello, How to accuratly detect autobiographical events, in Psychological Science, n. 19, 2008, p. 772-780. 337 A.G. Greenwald, D.E. McGhee, J.K.L. Schwartz, Measuring Individual Differences in Implicit Cognition: The Implicit Association Test, in Journal of Personality and Social Psychology, n. 74, 1998, p. 1464 -1680. 338 A. Lavazza, L. Sammicheli, Il delitto del cervello. La mente tra scienza e diritto, cit., p. 206-207. 339 E.A. Phelps, K.J. OConnor, Cunningham et al., Performance on indirect measures of race evaluation predicts amygdala activity, in Journal of Cognitive Neuroscience, n. 12, 2000, p. 1-10.

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alterare la capacit di ricordare e di valutare i fatti. Inoltre, allart. 189 viene indicato che, quando richiesta una prova non disciplinata dalla legge, il giudice pu assumerla se essa risulta idonea ad assicurare laccertamento dei e non pregiudica la libert morale della persona. Il giudice provvede allammissione, sentite le parti sulle modalit di assunzione della prova. Tali norme hanno spesso in passato impedito lingresso nel nostro processo di diversi mezzi di prova, quali il poligrafo e lipnosi.340 Ma, in riferimento alle tecniche di memory e lie-detection, si potrebbe parlare di unalterazione della memoria o di un intervento inopportuno sullautodeterminazione della persona? Ossia, di una violazione della sua libert morale? Effettivamente, tali tecnologie si limitano a individuare e a registrare tracce di memoria, in modo non invasivo (molte si esplicano attraverso lapplicazione di elettrodi) e senza modificare il ricordo specifico. Sono, come dire, strumenti di visualizzazione, per certi versi descrittivi. Proprio in ragione di ci, come tipo di prova esse non possono essere qualificate come testimonianza, data lassenza di una dichiarazione volontaria da parte del soggetto. Potrebbero, semmai, essere paragonate ai prelievi di campioni biologici, traducendosi in prelievi di campioni mnestici, rientranti perci nelle perizie che richiedono il compimento di atti idonei ad incidere sulla libert personale, allart. 224bis c.p.p. Al pari del sangue e del DNA, diverrebbero una prova i pattern neuronali di un ricordo.341 Riguardo ad uno degli strumenti esaminati, lautobiographical-IAT di Giuseppe Sartori stato non solo ammesso in un processo, ma addirittura utilizzato tra le prove daccusa per giungere alla condanna di un imputato. Nel 2010, davanti al giudice per ludienza preliminare Guido Salvini del Tribunale di Cremona si present il caso di una ragazza, vittima delle molestie sessuali di un commercialista, presso il quale la donna svolgeva uno stage. Il magistrato convoc il dottor Giuseppe Sartori in qualit di perito, al fine di verificare se

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C. Intrieri, Le neuroscienze ed il paradigma della nuova prova neuroscientifica , in A. Bianchi, G. Gulotta, G. Sartori (a cura di), Manuale di neuroscienze forensi, cit., p. 210. 341 A. Lavazza, L. Sammicheli, Il delitto del cervello. La mente tra scienza e diritto, cit., p. 208.

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la **** da un lato avesse dentro di s il ricordo di quanto aveva ripetutamente narrato e daltro lato quella di verificare se tale evento fosse stato potenziale causa di un danno post-traumatico da stress, soddisfacendo in tal modo non solo unesigenza di approfondimento ma anche, se del caso, quella di una pi precisa valutazione della richiesta di risarcimento formulata dalla parte civile.342 Il magistrato concluse per la condanna dellimputato, facendo esplicito riferimento alla perizia di Sartori. In particolare, riguardo al test IAT e ad altri cui fu sottoposta la ragazza, afferm che non provano di per s la verit storica di un fatto ma hanno il compito pi limitato di far emergere, grazie ad una metodologia scientifica e controllabile e non in base ad apprezzamenti soggettivi, quale sia il ricordo cio la verit propria di un soggetto in merito ad un determinato fatto.343 Inoltre, da evidenziare che il GUP, a proposito della validit del test IAT, fa riferimento ai criteri fissati dalla sentenza statunitense Daubert v. Merrell Dow Pharmaceuticals del 1993, utilizzata negli Stati Uniti come canone di verifica epistemologica per lammissibilit di una prova scientifica: precedenti verifiche e cio falsificabilit della teoria in senso popperiano e quindi resistenza del metodo a tentativi di smentita, controllo dei lavori pubblicati da parte di revisori qualificati (peer review), accettabilit dei limiti di errore, accoglimento da parte della comunit scientifica.344

Alcune considerazioni sul paradigma neuroscientifico


Il modello neuroscientifico, perci, pu essere accolto con grande favore, in ragione della elevata scientificit di metodo e per lalto grado di individualizzazione della valutazione del singolo caso. In relazione alle neuroscienze e alle loro scoperte, ritengo che si possa condividere una riflessione piuttosto nota: non sono gli strumenti ad essere buoni o cattivi, ma luso che se ne fa. Perch le discipline cognitive sono questo: uno strumento a
342 343 344

Tribunale di Cremona, sent. 19 luglio 2011. Ibidem. Ibidem.

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disposizione del diritto. Spetta al giurista, allavvocato, al giudice e al Legislatore ricorrervi con assennatezza e prudenza. Il loro contributo marcatamente esplicativo, al pari di altre discipline scientifiche, che permettono di descrivere quei fenomeni che sfuggono al conoscitore del diritto per ragioni di strumenti pratici e di specificit dei saperi. Le discipline cognitive risultano spesso utili per fornire una spiegazione descrittiva delle ragioni neurobiologiche e antecedenti dei comportamenti umani, ma deve essere ben chiaro che ogni loro contributo non deve necessariamente oltrepassare il confine speculativo e tradursi in una rivisitazione di regole sociali o giuridiche. Al pi, si pu dire che, di quelle risultanze neuroscientifiche non ancora pienamente condivise dalla comunit scientifica internazionale, il giurista pu tenerne conto per comprendere, ma non di certo per valutare. Non si pu pretendere che il giurista abbia una conoscenza approfondita di ingegneria biomolecolare o di psichiatria. Si pu, invece, richiedere che egli interpelli gli esperti di tali materie in qualit di consulenti, sottoponendo le loro perizie alla propria valutazione normativa. Ma tutto ci gi avviene. La novit neuroscientifica di per s non cambia nulla a livello strutturale del sistema giuridico. Al pari di altre scienze del comportamento umano, esse ampliano la conoscenza delluomo che il diritto esperisce. Sta al giurista non farsi sopraffare da valutazioni descrittive meccanicistiche. Come il giudice non deve rinchiudersi in una scienza giuridica autoreferenziale e a rischio di eccessiva astrazione, non deve nemmeno immergersi esclusivamente nel sapere neuroscientifico. Proprio la possibilit di avere pi interlocutori extragiuridici, gli consente di tirare le fila di un processo di valutazione che tiene conto della multifattorialit allorigine di una condotta criminosa. Tra gli stessi neuroscienziati, si conferma che in ogni azione umana vi la pari influenza di geni, conformazione cerebrale, ambiente e vissuto personale. Il tutto, per, nella tipica prospettiva del metodo scientifico: ossia, ogni elemento interviene e incide in termini di probabilit e non di certezza. Il possesso di un gene che predispone ad esplosioni aggressive in situazioni di stress incrementa le possibilit che ci avvenga. Una compromissione della corteccia frontale aumenta le probabilit che un individuo abbia un minor

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controllo degli impulsi. Nascere in un quartiere malfamato accresce le possibilit che un ragazzino intraprenda una carriera criminale. Un tracollo finanziario e il fallimento della propria impresa possono aumentare le probabilit che un uomo compia un gesto disperato, contro altri o contro se stesso. Rimane, perci, compito del giudice dare una valutazione etico-normativa delle risultanze della perizia neuropsicologica. In riferimento a ci, opportuno fare un appello al giudice: si sta affermando un modello integrato di causazione del comportamento umano, in cui rilevano fattori di varia natura. Di conseguenza, diventa ancor pi forte lesigenza che una prospettiva integrata e interdisciplinare venga assunta nel bagaglio conoscitivo e metodologico del giurista. Le scienze cognitive possono operare per un ampliamento della visione del mondo del diritto e, in specifico, del giudice. Le neuroscienze rappresentano lennesimo caso in cui discipline extragiuridiche invocano lattenzione dei giuristi. In passato, gi la psicologia, la sociologia, la dottrina evoluzionistica, la psicoanalisi, e cos via (lelenco corrisponderebbe a tutte le branche che studiano luomo), hanno rivendicato dei risvolti giuridici per le loro teorie e supposizioni, alcune con pi successo di altre; forse il riconoscimento mancato o solo parziale degli assunti di certe discipline dovuto alla mancanza di dimostrabilit empirica e di certezza, elementi invece fondamentali per il diritto (un esempio per tutti: il concetto di inconscio in termini prettamente psicoanalitici un assunto fondamentale, ma tuttora solamente ipotizzato, lungi dal poter essere verificato in una dimensione empirica e sensibile). Il messaggio implicito dellinteresse suscitato dalle neuroscienze dunque il seguente: il giurista, studioso delle norme e, necessariamente, del comportamento umano, e pi nello specifico il giudice, che non solo esamina e giudica un comportamento umano, ma ricopre anche il ruolo di peritus peritorum, devono ampliare i loro orizzonti conoscitivi e assumere i risultati delle altre scienze come strumenti ulteriori del loro operato. Il diritto non altro che una specifica sfaccettatura del comportamento umano: come la medicina rappresenta quello che possiamo definire il momento terapeutico dello studio delluomo, operante pi incisivamente nella sfera

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individuale, il diritto rappresenta un momento sociale dello studio delluomo, quando questultimo entra in relazione con lAltro (un altro individuo o una persona giuridica o lo Stato) oppure compie un atto comunque dotato di riflessi e conseguenze sugli altri consociati. Il giurista, dunque, allo stesso tempo uno scienziato; in ragione di ci ha il dovere di non rinchiudersi in una metaforica Citt proibita del Diritto. Azzardando un discorso dai toni utopistici, il giurista dovrebbe atteggiarsi a uomo rinascimentale: un esperto del diritto che allo stesso tempo conoscitore dei fondamenti delle altre branche dello scibile, che pongono al loro centro luomo e il suo agire. Non in termini di onniscienza, ma di capacit di riconoscere e dialogare con i nuovi saperi che entrano a far parte delle dinamiche del diritto. In risposta, invece, ai timori che si affermi un neuroriduzionismo, legittimante la prospettiva di un determinismo delluomo, interessante riportare una riflessione sul libero arbitrio offerta dal neuroscienziato e filosofo Neil Levy345. Egli afferma, molto laconicamente, che vero, noi non siamo liberi nelle nostre scelte e decisioni. Il suo ragionamento si pone su un piano prettamente filosofico e non giuridico, ma risulta comunque illuminante sulla prospettiva da assumere. Egli lo argomenta, premettendo che ogni nostra scelta viene presa ed ogni nostra pi banale azione viene compiuta in base ad una riflessione (pi o meno superficiale, a seconda del caso) sui nostri valori, sulle condotte passate, sui desideri attuali e sulle aspettative a lungo termine. Perci, ogni nostra decisione viene, in effetti, determinata da ci che siamo al momento e da ci che siamo stati, nel senso pi intimo possibile. Ed qui che Levy ci espone un pensiero suggestivo: dato che ogni nostra scelta pregna di noi stessi, ogni nostra azione (tranne quelle derivate da stati patologici, ovviamente) rappresenta il nostro Io pi vero ed autentico. Quale modo di essere liberi pi effettivo dellessere noi stessi? Perch se davvero potessimo essere totalmente liberi di scegliere quale azione compiere, prescindendo da qualsiasi fattore, decideremmo in base a criteri che non ci apparterrebbero per davvero. Forse li sceglieremmo caso per caso, con una preferenza per il calcolo utilitaristico. Sceglieremmo in base, per esempio, alla
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N. Levy, Neuroetica. Le basi neurologiche del senso morale, cit., p. 231-237.

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compassione? Ma dato che sappiamo che essa deriva da un meccanismo evolutivo, perfezionatosi poi in quadri etici pi complessi, non interverrebbe, perch si configurerebbe in ogni caso come un fattore dinfluenza esterno alla scelta. Compiremmo, in altri termini, delle scelte amorali (non immorali, si badi bene). In tal modo, per, perderemmo la nostra autenticit e la possibilit di esprimere noi stessi. inutile paventare un libertarismo senza confini: noi siamo il nostro carattere, i nostri ricordi, le nostre esperienze, i nostri valori. In ogni azione e decisione, noi traduciamo il bagaglio personale e culturale che abbiamo costruito nel tempo. E in particolare con questultima riflessione il diritto ci si confronta ogni giorno: il padre musulmano che uccide la figlia, perch lei vuole adeguarsi ai costumi occidentali, sceglie di compiere un gesto in base ad un retroterra culturale ben preciso, ma responsabile di ci che ha compiuto, senza scusanti. Non solo per la scelta del gesto pi estremo che esista, ma soprattutto perch altri individui come lui, padri e musulmani, non arrivano a compiere un atto del genere. Se il contesto culturale delinea la cornice valoriale di un uomo, rimane pur sempre la possibilit per lindividuo sia di apprendere nuove regole morali, sia pi in generale di agire altrimenti, salvo il caso della presenza di uno stato patologico che infici la sua volont. In realt, le neuroscienze possono aiutare ad individuare le cause ulteriori che portano al compimento di un reato. In nessun modo le scienze cognitive arrivano a giustificare azioni criminose. Anzi, per certi versi, aggravano la situazione di un individuo che agisce illecitamente: se un uomo sano compie un reato, questazione gli appartiene ancor pi profondamente come scelta. Lunica ipotesi in cui le neuroscienze possono scusare il comportamento di una persona solo il caso in cui siano presenti lesioni o danni alla sua integrit psico-fisica.

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Le neuroscienze in pratica: due sentenze italiane

Negli Stati Uniti dal 1981 che le neuroscienze hanno fatto il loro ingresso in unaula di tribunale con il caso Hinckley, lattentatore del presidente Ronald Reagan, che fu dichiarato non colpevole per infermit mentale, grazie a una Tac che rivelava latrofizzazione di una determinata parte del suo cervello. Nel 1994, invece, fu la volta della genetica comportamentale, sia pure con una sconfitta, nel caso Stephen Mobley, in un tribunale della Georgia. Lavvocato difensore dimostr che Mobley, assassino di un pizzaiolo durante una rapina, era geneticamente portato alla violenza: il giudice, per, rifiut di considerarla una valida attenuante, la giuria lo ritenne colpevole e fu condannato a morte. In seguito sei dei giurati si pentirono e presentarono unistanza perch la sentenza fosse commutata in una pena detentiva. La richiesta fu respinta e Mobley fu giustiziato con uniniezione letale il 1 marzo 2005, dopo aver trascorso oltre dieci anni nel braccio della morte della prigione di Jackson. Da allora latteggiamento nei confronti della genetica comportamentale cambiato completamente: accettata nei tribunali e addirittura citata con disinvoltura nelle pi popolari serie di telefilm. In Italia entrata da protagonista in due casi giudiziari, a Trieste nel 2009 e a Como nel 2011. Il caso di Trieste ebbe una risonanza mondiale: la rivista Nature, nellottobre 2009, pubblic un articolo con il titolo Una sentenza pi lieve per un assassino con cattivi geni, in cui si sottolineava che era la prima volta che in Europa la genetica comportamentale riesce a influenzare una sentenza al punto da consentire una significativa riduzione di pena a un condannato per omicidio.346 I magistrati italiani, dunque, hanno aperto la strada ai colleghi di tutta lEuropa.
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E. Feresin, Lighter sentence for murdered with bad genes, in Nature, Macmillan, Londra, 30 ottobre 2009.

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La sentenza di Trieste
Il fatto. Una vicenda di cronaca nera, una rissa tra extracomunitari, che si conclude con una coltellata mortale: assomiglia purtroppo a tante altre, che non si meritano pi di qualche riga nelle brevi di cronaca sui giornali locali. Questa, invece, destinata a diventare un caso mondiale, con articoli, commenti, saggi, dibattiti. Il protagonista un cittadino algerino, Abdelmalek Bayout, che da molti anni vive in Italia, a Udine. Abdelmalek ha unesistenza tormentata, stato ricoverato diverse volte per problemi psichiatrici (ha allucinazioni, sente delle voci). un musulmano fervente e per motivi religiosi, come spiega, solito truccarsi col kajal gli occhi. Ma viene schernito da un gruppo di sudamericani, che non credono alla sua religiosit; in particolare, un boliviano lo accusa di essere omosessuale. Abdelmalek, offeso, si allontana, ma non considera chiuso lincidente. Va ad acquistare un coltello e torna indietro, per colpire chi lo aveva insultato. Ma si sbaglia e invece del boliviano accoltella una persona che gli somiglia, il giovane colombiano Walter Felipe Novoa Perz. Il ferito muore, lalgerino viene arrestato e subito confessa il delitto. Nel corso del giudizio di primo grado, lavvocato difensore Tania Cattarossi, dato che il suo assistito reo confesso, chiede una perizia che non pu essere volta a determinare la responsabilit di Bayout, ma a stabilire un quadro pi preciso sul suo stato mentale al momento del delitto. I periti riscontrano una patologia psichiatrica di tipo psicotico, nonch un disturbo psicotico di tipo delirante in un soggetto con disturbo della personalit con tratti impulsivi-asociali e con ridotte capacit cognitive-intellettive. Limputato viene giudicato persona socialmente pericolosa e parzialmente incapace dintendere e di volere (non viene accolta la richiesta dalla difesa di quella totale). Limputato condannato alla pena di 22 anni e 6 mesi di reclusione, ridotta per le attenuanti generiche a 18 anni, con unulteriore riduzione per la diminuita imputabilit a 13 anni e 6 mesi di reclusione, aumentata per la ritenuta continuazione a 13 anni e 9 mesi di reclusione e con unultima riduzione per il rito prescelto. La pena finale consiste in 9 anni e 2 mesi di reclusione.

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Lavvocato Cattarossi ricorre in appello, adducendo come motivo lerronea valutazione in ordine alla capacit di intendere e di volere e la mancata applicazione della riduzione della pena per la seminfermit mentale nel suo massimo, non essendo stato conferito rilievo adeguato alla gravit della patologia da cui affetto limputato. Il presidente della Corte dappello di Trieste il dottor Pier Valerio Reinotti, scrittore oltre che magistrato, pronto a richiedere nuove perizie pi approfondite, chiamando ad esprimersi sulla capacit di intendere e di volere dellimputato due periti di particolare valore: il professor Giuseppe Sartori, ordinario di neuroscienze cognitive e di neuropsicologia clinica all'Universit di Padova, e il professor Pietro Pietrini, ordinario presso il dipartimento di patologia sperimentale, biotecnologie mediche, infettivologia ed epidemiologia

dell'Universit di Pisa. La valutazione finale dei periti presenta una capacit di intendere e di volere dellimputato grandemente scemata, in ragione di un quadro psichiatrico caratterizzato da una tipologia di personalit di tipo dipendente-negativistico, con un importante disturbo ansioso-depressivo, accompagnato da pensieri deliranti ed alterazione del pensiero, associata a disturbi cognitivi di interpretare correttamente la situazione nella quale si trova, pur non risultando tali deficit di livello talmente grave da abolire la capacit di intendere. In sede di valutazione normativa, la Corte ravvisa che la vulnerabilit genetica risultante dalla perizia aveva reso limputato particolarmente reattivo in termini di aggressivit - e, conseguentemente, vulnerabile - in presenza di situazioni di stress. Il giudice reputa applicabile la riduzione della pena nella misura massima di un terzo, per la parziale incapacit di intendere e di volere. Le attenuanti generiche non vengono concesse nella misura massima, in ragione dellefferatezza della condotta dellimputato, avendo avuto questi uno spazio di tempo non trascurabile per riflettere, pur tenuto conto dei limiti in ordine alla sua capacit, sullazione che andava a compiere. Inoltre, in relazione al differente contesto religioso e sociale a cui limputato apparteneva, la Corte afferma che non potevano in alcun modo essere considerate fondamento giustificativo per unaggressione a fini omicidi.

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Limputato condannato alla pena di 22 anni e 6 mesi di reclusione, ridotta a 18 anni per le concessione delle attenuanti generiche e con unulteriore riduzione a 12 anni per diminuita imputabilit. Vengono aggiunti 3 mesi per la contravvenzione data dal possesso, fuori dalla sua abitazione, del coltello acquistato al fine di commettere lomicidio. Infine, la pena ulteriormente ridotta per il rito prescelto, giungendo ad una pena finale di 8 anni e 2 mesi di reclusione. In sede di motivazione della sentenza, la Corte afferma che le indagini peritali svolte si sono dimostrate particolarmente accurate ed immuni da illogicit sul piano procedimentale o di argomentazioni antinomiche. Inoltre, qualora lindagine psichiatrica abbia evidenziato una importante patologia di stampo psicotico, in un soggetto con disturbo di personalit con tratti impulsivi-asociali e con capacit cognitivo-intellettive ai limiti inferiori della norma, possono risultare importanti ulteriori indagini (diagnosi descrittiva, diagnosi di sede, diagnosi di natura) tali da restituire un quadro coerente e credibile della condizione mentale dellimputato. A tal fine pu essere utile la somministrazione di test neuropsicologici ed il ricorso alla risonanza magnetica funzionale dellencefalo. Particolarmente indicative possono risultare le indagini genetiche, alla ricerca di polimorfismi genetici significativi per modulare le reazioni a variabili ambientali, fra i quali quello che interessa, nel caso di specie, lesposizione ad eventi stressanti ed a reagire agli stessi con comportamento di tipo impulsivo. La sentenza della Corte dAssise dAppello di Trieste del 1 ottobre 2009, n. 5, entrata nella storia, suscitando entusiasmi e critiche, perch rappresenta il primo caso in Italia, e in Europa, in cui viene fatto ricorso anche a indagini genetiche e tecniche di imaging funzionale del cervello, al fine di determinare il grado di incapacit di intendere e di volere dellimputato. Giuseppe Sartori spiega che la riduzione della pena stata data sulla base di una perizia che comprendeva anche unanalisi genetica Questa non la prima volta in cui usiamo la cassetta degli attrezzi delle neuroscienze - genetica pi tecniche di imaging e neuropsicologia -, per vero che mai una sentenza aveva fatto riferimento in modo cos esplicito al contributo della genetica. Ma se il giudice della Corte dAppello di Trieste si rivolto a me, e al collega Pietro Pietrini, era perch voleva qualcosa in pi rispetto alle perizie presentate in primo

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grado - che pure avevano accertata la seminfermit mentale -, qualcosa che le oggettivasse maggiormente. Chiariamo per: la perizia servita per inquadrare in modo pi preciso l'infermit dell'imputato e non per giustificare deterministicamente il reato. Cos si svolto lesame: Intervista clinica e test psicodiagnostici, che ci hanno permesso di confermare un quadro psicotico. E poi: esame neuropsicologico con cui abbiamo diagnosticato livello cognitivo basso, deficit d'attenzione, impulsivit. Poi: Risonanza magnetica e risonanza funzionale: abbiamo esaminato il paziente mentre si sottoponeva a un test che valuta la capacit di bloccare le azioni impulsive e abbiamo visto che le carenze nel rispondere al test erano accompagnate da unalterata funzione frontale tipica dei quadri psicotici. stata una conferma oggettiva di quanto gi diagnosticato. Noi dovevamo escludere ogni possibilit di simulazione: il paziente diceva di sentire gli angeli, come sapere se mentiva? Per escluderlo locchio clinico non basta, servono anche neuroimaging e genetica. Genetica: la parola a Pietro Pietrini, psichiatra e ordinario di biochimica clinica all' universit di Pisa. Non vedo perch scandalizzarsi per questo ricorso a unindagine sul DNA. Come la genetica ci serve per individuare meglio una patologia, o per impostare trattamenti farmacologici diversi per persone geneticamente diverse, pu venirci in aiuto in unaula di tribunale. Si indagato su cinque geni: Due legati alla trasmissione serotoninergica che regola il tono dellumore e due per il metabolismo delle catecolamine, neurotrasmettitori cerebrali legati anche alla risposta allo stress. In tutti i casi nel paziente erano presenti varianti sfavorevoli di questi geni. Ad esempio, la variante MAOA che determina livelli dell' enzima monoaminossidasi pi bassi della media. Pi studi hanno dimostrato che livelli ridotti, se lambiente negativo, facilitano laggressivit... Abbiamo analizzato anche quello che codifica per il recettore della dopamina DRD4 e abbiamo verificato la presenza della variante legata a iperattivit e aggressivit La presenza di certi geni non condizione n necessaria, n sufficiente perch si presenti una malattia o un comportamento, ma aumenta significativamente la possibilit che si manifesti, specie se lindividuo

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cresce in un ambiente sfavorevole e vive in isolamento sociale, come il nostro paziente.347 Di fronte alle polemiche e a certe paure suscitate, Giuseppe Sartori puntualizza: Quella perizia non ha giustificato deterministicamente il comportamento deviante, ma ha detto che si pu avere un cervello senza sicura, ovvero con predisposizione genetica, e col colpo in canna, ovvero con alterazioni cerebrali conseguenti. Se per non arriva un dito a premere il grilletto (particolari eventi della vita) la psicopatologia non si manifesta.

La Sentenza di Como
La sentenza emessa dal Gup di Como Luisa Lo Gatto, il 25 maggio 2011, rappresenta il secondo caso in cui un tribunale italiano si avvale, oltre che di accertamenti psichiatrici tradizionali, anche di analisi neuroscientifiche, che hanno rivelato la morfologia del cervello e il patrimonio genetico dellimputato, portando ad una riduzione di pena, da trentanni a venti, sulla base della parziale incapacit di intendere e di volere dellimputato. Il caso quello di T.B., ventottenne, arrestata nellottobre 2009, mentre cercava di uccidere la madre.348 La tempestivit con cui i carabinieri erano intervenuti, salvando la vittima in extremis era dovuto al fatto che B. era sospettata di avere gi ucciso la sorella, ed era pertanto monitorata attraverso intercettazioni ambientali. I carabinieri, insomma, avevano potuto assistere al tentato matricidio in diretta. Per anni limputata aveva sottratto fondi allazienda di famiglia, causandone il dissesto, cercando poi di far ricadere la colpa sulla sorella C. Le incongruenze della denuncia e una falsa confessione con cui aveva tentato di incolparla avevano, per, insospettito gli inquirenti.349 Una perquisizione effettuata in una casa di propriet della famiglia aveva quindi consentito di rinvenire il cadavere carbonizzato della sorella: le condizioni del
347

D. Natali, I colpevoli del crimine sono i geni cattivi? , in Corriere della Sera, Milano, 8 novembre 2009, pag. 55. 348 I. Merzagora Betsos, Colpevoli si nasce? Criminologia, determinismo, neuroscienze, cit., pag. 203. 349 Ibidem.

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corpo non permettevano di determinare le cause della morte, ma le analisi tossicologiche rilevavano tracce di benzodiazepine, la cui presenza poteva aver influito sulle capacit psicomotorie e reattive della vittima. Non bastasse, T.B. aveva anche effettuato un tentativo, peraltro piuttosto maldestro, di omicidio nei confronti di entrambi i genitori, incendiando lautovettura su cui li aveva fatti salire.350 La donna viene sottoposta a una prima perizia psichiatrica, che sulla base di due colloqui accerta una parziale infermit mentale, senza fornire per una diagnosi specifica. Il tribunale chiede quindi una ulteriore perizia e un secondo psichiatra fornisce un parere opposto, dichiarando la donna sana di mente. Per la difesa, lavvocato Guglielmo Gulotta di Milano chiede allora una terza perizia, che viene affidata a Giuseppe Sartori, psicologo dellUniversit di Padova, e a Pietro Pietrini, psichiatra, docente di biochimica a Pisa ed esperto di genetica comportamentale. Lo staff di Sartori e Pietrini sottopone limputata a nove colloqui ed effettua un preciso lavoro di riscontro tra ci che limputata racconta e ci che stato accertato dallindagine per verificare quanto la donna sia attendibile. A tutto ci, i periti affiancano una valutazione neuropsicologica, che dimostra come limputata abbia difficolt di memoria e soprattutto di planning e di valutazione del rischio. Sottoposta allIowa Gambling Test (un test in cui il soggetto viene invitato a partecipare a un gioco dal quale si traggono vantaggi sul lungo termine se si accetta di perdere nellimmediato), limputata dimostra di non avere nessuna capacit di rimandare nel tempo la ricompensa, pensa solo al beneficio immediato. Al test di Hayling, che misura limpulsivit di un soggetto, limputata appare incapace di controllarsi. A prove di teoria della mente (test che richiedono di interpretare emozioni e pensieri altrui), la donna ottiene risultati al di sotto della norma, perch priva di empatia (non in grado di classificare sulla base della gravit alcune violazioni di comuni norme morali). I due periti concludono quindi che la donna affetta da psicosi dissociativa e che sia legittimo riconoscerle un parziale vizio di mente. Per corroborare la propria diagnosi aggiungono altri tre esami.
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Ibidem.

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Dato che la donna afferma di non ricordare nulla del crimine, la sottopongono allo IAT (Implicit Association Test), tecnica che, misurando i tempi di reazione di un soggetto di fronte a unaffermazione, in grado di discriminare con una buona precisione se esistono, nei confronti di quella affermazione, dei meccanismi di difesa. Lo IAT (ideato per studiare le reazioni di piacere e disgusto, oppure i pregiudizi impliciti) viene qui utilizzato per uno scopo ancora sperimentale: verificare se una certa informazione codificata nel cervello come traccia mnestica oppure no. I periti sono in grado di confermare che quando la donna afferma di non ricordare i particolari del crimine, dice la verit, perch non vi alcun rallentamento nei suoi tempi di reazione (un rallentamento che sarebbe lecito aspettarsi se mentisse scientemente). Questo test dimostra che la donna ha davvero una amnesia dissociativa e non una simulatrice. Limputata sottoposta a una risonanza magnetica per verificare la morfologia del suo cervello: risulta avere una riduzione del volume del cingolo anteriore, unarea importante per il controllo degli impulsi. Infine sottoposta a unanalisi genetica, da cui risulta portatrice di una variante di tre geni: quello per la serotonina, quello delle monoaminossidasi e quello per il metabolismo delle catecolamine, noti perch associati a un aumento del rischio di comportamenti violenti. Nella sentenza emessa dal giudice Luisa Lo Gatto, con cui si condanna limputata a ventanni (ma con il successivo ricovero in una casa di cura per almeno tre anni), si sottolinea che lindagine svolta dai consulenti della difesa si composta di procedure valutative complesse e, a conforto, anche di procedure maggiormente fondate sull'obiettivit e sull'evidenza dei dati perch corroborate dalle risultanze dell'imaging cerebrale e di genetica molecolare e, per ci stesso, in grado di ridurre la variabilit diagnostica e di offrire risposte meno discrezionali rispetto a quelle ottenibili col solo metodo di indagine tradizionale clinico. Ma, se della perizia psichiatrica il giudice non pu fare a meno visto e considerato che l'imputabilit di un soggetto pu essere esclusa o grandemente scemata a cagione di una infermit mentale, allo stesso tempo le conclusioni psichiatriche costituiscono un parere tecnico che non fornisce verit ma solo conoscenza, comprensione dell'accaduto e, spesso, tentativi di comprensione dell'accaduto e,

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nella vigenza dell'attuale quadro normativo, esercita una funzione di supporto della decisione giudiziaria che il prodotto di una valutazione complessiva, logica e coordinata delle emergenze psichiatriche e di quelle processuali. Alla fine, una volta ottenuto l'ausilio della scienza psichiatrica che individua i requisiti biopsicologici di una eventuale anomalia mentale, resta al giudice il compito di valutare la rilevanza giuridica dei dati forniti dalla scienza ai fini della rimproverabilit dei fatti commessi al suo autore, sulla base del complesso delle risultanze processuali e della valutazione logica e coordinata di tutte le emergenze. Inoltre, tiene a precisare il giudice Lo Gatto, richiamandosi alle riflessioni del neuroscienziato Michael Gazzaniga, fra i primi della comunit scientifica internazionale a occuparsi di problemi di neuroetica, non si tratta di introdurre una rivoluzione copernicana in tema di accertamento, valutazione e diagnosi della patologie mentali, n tantomeno di introdurre criteri deterministici da cui inferire automaticamente che ad una certa alterazione morfologica del cervello conseguono certi comportamenti e non altri, bens di far tesoro delle condivise acquisizioni in tema di morfologia cerebrale e di assetto genetico, alla ricerca di possibili correlazioni tra le anomalie di certe aree sensibili del cervello ed il rischio, ad esempio, di sviluppare comportamenti aggressivi o di discontrollo dell'impulsivit, oppure tra la presenza di determinati alleli di geni ed il rischio di maggiore vulnerabilit allo sviluppo di comportamenti socialmente inaccettabili perch pi esposti all'effetto di fattori ambientali stressogeni. Prosegue la Sentenza: Tutto questo consente di concludere, in armonia con quanto rilevato dai consulenti tecnici della difesa, che l'imputata nel periodo in cui ha commesso i crimini, fosse affetta da problemi psichiatrici, e che questi problemi psichiatrici, abbiano, almeno in parte, avuto diretta efficienza causale sui crimini commessi, facendo scemare la capacit critica sui gesti compiuti e inibendo in parte il controllo sul proprio comportamento. Al che, sia le emergenze psichiatriche, completate dalle risultanze dell'imaging cerebrale e di genetica molecolare, che quelle processuali consentono di rilevare gravi segni di disfunzionalit psichica,

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eterogenei ma convergenti nell'indicare un nesso causale tra i disturbi dell'imputata ed i suoi comportamenti illeciti.351 Si pu infine notare una curiosit: che i periti scelti sono stati gli stessi al tribunale di Trieste e a quello di Como. Ma con una differenza: a Trieste erano periti del tribunale, a Como della difesa.

Rilievi critici
Una prima osservazione da compiere che entrambe le sentenze appena esposte danno una loro risposta alla domanda le prove neuroscientifiche dimostrano che siamo uomini innocenti con cervelli e geni colpevoli?. Nel dibattito degli ultimi decenni riguardante le scienze del cervello e, soprattutto, le conseguenze delle loro scoperte, si era insinuato il timore che, in relazione a chi commette un reato, non si potesse pi parlare di criminali e rei, ma che si dovesse accettare levidenza che in realt si trattasse di incapaci e malati di mente. Ci si poneva (e tuttora ci si pone) un quesito dalla rigida dicotomia: chi compie un illecito, un criminale libero nel volere o una persona malata con menomazioni cognitive e a volte anche genetiche? I rei sono liberi o determinati? Compiono azioni illecite perch ci che vogliono o perch devono? Riassumendo, dunque, la querelle gira intorno a questi due poli, che ricordano a tratti lo scontro filosofico tra determinismo e indeterminismo e le varianti di essi. Come ogni scoperta che possiede pi nature (nel caso di quelle neuroscientifiche, una natura scientifica e una etico-filosofica), limpatto che pu avere nella realt quotidiana tende ad essere ingigantito e vengono persi di vista i reali confini empirici ed epistemologici. Anzich pretendere (o temere) che neuroscienze e genetica comportamentale possano dimostrare la nostra schiavit biologica e trasporre per intero su un piano filosofico le loro ipotesi, dobbiamo renderci conto che entrambe le discipline si limitano ad indagare le reali dimensioni della patologia e dei suoi

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M. Mozzoni, Neuroscienze in tribunale: la sentenza di Como, in Brainfactor, Brainfactor cervello e neuroscienze, Milano, 8 settembre 2011.

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effetti sul comportamento umano e non sono idonee a risolvere da sole alcune delle pi grandi questioni della filosofia e delletica. A mio avviso, sono da considerare in questa linea di pensiero sia la sentenza di Trieste, sia quella di Como. ravvisabile tale orientamento nelle motivazioni di entrambe le sentenze: indagini neuroscientifiche e genetiche possono aiutare il giudice a comprendere i confini della malattia, senza sostituirlo nel valutare se e quanto sia colpevole un individuo. Le due pronunce, anzich destare clamore e proteste, avrebbero dovuto far riflettere non tanto lopinione pubblica, quanto la giurisprudenza e la dottrina di altri paesi. Nella giurisprudenza e dottrina statunitensi, infatti, molti sono giunti a conclusioni radicali ed opposte tra loro. Vi chi afferma la scusabilit di psicopatici e altri malati mentali, poich non in grado di comprendere appieno ci che stanno facendo.352 Altri, invece, ne affermano laccresciuta pericolosit, in ragione della quasi impossibilit di curarli. Come esempio, si veda il caso Penry v. Lynaugh del 1989: a seguito della perizia psichiatrica presentata dalla difesa, la Corte distrettuale del Texas aveva dichiarato s una diminuita capacit di intendere e di volere dellimputato, ma si era avvalsa della perizia per fondare laggravante della sua pericolosit sociale, che aveva portato alla condanna a morte di Penry. La Corte Suprema, investita del caso dalla difesa di Penry, conferm la sentenza, definendo la perizia una spada a doppia lama (two-edged sword).353 La nostra giurisprudenza, invece, non ha accettato tali posizioni estreme e ha scelto (almeno per ora) una pi corretta soluzione mediana: entrambe le sentenze, infatti, si concludono con una dichiarazione di semi-imputabilit e con delle riduzioni della pena detentiva. A mio parere, i giudici in questione sono riusciti a comprendere e ad utilizzare al meglio le evenienze delle due perizie e, pi in generale, ci che ci dicono neuroscienze e genetica: se presenti certi fattori (neurologici e genetici), un individuo si ritrova con uno spazio di libero arbitrio ulteriormente diminuito,
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S.J. Morse, Psychopathy and the Law: The United States Experience , in L. Malatesti, J. MacMillan (a cura di), Responsibility and Psycopathy, Oxford University Press, Oxford, 2010, p. 41-61. 353 A. Santosuosso, B. Bottalico, Neuroscienze e diritto: una prima mappa, in A. Santosuosso, Le neuroscienze e il diritto, cit., p. 35-36.

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poich gi in condizioni normali una persona si trova ad affrontare fattori ambientali, culturali e, aggiungiamo pure, caratteriali, nel tentativo di limitarne linfluenza causale. La nostra giurisprudenza (sempre, per ora) non ha sposato n un giudizio di assoluta scusabilit, n uno di aggravata pericolosit, bens ha scelto di comprendere meglio quali potessero essere i limiti della loro responsabilit. Un individuo nelle stesse condizioni dei due imputati s in parte svantaggiato e di conseguenza pi vulnerabile rispetto ad una persona normale, ma rimane pur sempre colpevole (almeno in parte) della sua condotta. Il suo comportamento influenzato dal suo status neuro-genetico, ma anche dovuto alla sua volont. E infatti in entrambi casi la pena detentiva stata inflitta, seppur ridotta, e, nel caso dellimputata di Como, accompagnata pure dalla misura di sicurezza dellospedale psichiatrico (che, come sappiamo, temporalmente determinata nel minimo, ma non nel massimo, ed riapplicabile pi volte). E tali conclusioni sono coerenti con il modello integrato che ha preso piede in varie discipline scientifiche: esistono pi fattori causali di ogni evento (nel nostro caso, di ogni comportamento), che intervengono in termini di maggiori probabilit (e non di certezza!) che tale evento (o comportamento) si realizzi. Si parla, dunque, di una concatenazione di fattori, al cui centro viene a trovarsi lindividuo.

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Conclusioni

Abbiamo analizzato il fenomeno delle neuroscienze e delle loro scoperte pi rilevanti. Abbiamo visto anche come la relazione tra scienze cognitive e diritto sia ancora ai suoi albori. Vari campi di ricerca che intersecano le due discipline si stanno delineando. Pur mantenendo dei confini ancora vaghi, sono stati posti diversi obiettivi: indagare il senso morale della Giustizia, rivelare la personalit criminale, ampliare gli attuali strumenti giuridici e crearne di nuovi, e altro ancora. Tirando le fila del nostro discorso, non posso che iniziare dal dilemma oscillante tra determinismo e indeterminismo. Abbandonando la pura speculazione filosofica, bisogna trovare quale potrebbe essere la soluzione pragmatica di questa eterna lotta e come potrebbe profilarsi una sua applicazione reale. Il libero arbitrio il presupposto fondamentale per la maggior parte delle esplicazioni esistenziali delluomo e in particolare, dal punto di vista giuridico, del concetto di responsabilit. A mio parere, lerrore di filosofi e scienziati consiste nel voler definire lintero universo come un sistema o determinato o indeterminato, con le conseguenze gi osservate che discendono dalla scelta delluna posizione o dellaltra. Forse lerrore sta proprio nel ritenere luniverso come un sistema unico. ravvisabile nellessere umano, infatti, una tipica ed intrinseca tendenza allunificazione: distinguere e concepire eventi e cose attraverso lo schema mentale di semplice e complesso e ricorrere alla logica deduttiva per ridurre ogni cosa dal complesso al semplice e a quella induttiva per il processo inverso. In altre parole, luomo tende a vedere un tutto, un insieme, in cui far ricomporre le singole parti. Lungi da me criticare questa nostra pratica mentale: probabilmente il miglior metodo di comprensione, sicuramente il pi pratico. Ma pu portare a delle incongruenze epistemologiche. Non detto che pi cose od eventi, per il fatto che siano simili, mentalmente accomunabili in un insieme, ed appartenenti al medesimo universo, debbano necessariamente obbedire alle medesime leggi fisiche. A dimostrazione di ci, basti pensare alle teorie della

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meccanica classica e della meccanica quantistica: pur essendo incompatibili concettualmente, esse sono entrambe valide nella realt fisica. Mentre la prima trova la sua applicazione nel macrocosmo (dalla biosfera in poi), laltra rappresenta un modello ottimale e funzionante per il microcosmo (il livello subatomico). Come possibile ci? Forse la ragione potrebbe essere che luniverso sia composto da pi sistemi paralleli indipendenti, non soltanto con differenze quantitative di grandezza. Ogni sistema risponde a proprie regole fisse e ricorrenti, che lo rendono determinato (o quanto meno determinabile). Ma ogni sistema entra inevitabilmente in contatto con gli altri, in una reciproca influenza: o provocando la modificazione di un corso di eventi gi in atto o addirittura dando vita ad uno nuovo. Ed qui che si crea lelemento di indeterminazione: casuale (o comunque soltanto probabile) quando e come un sistema entrer in contatto con un altro. In tal modo, concependo un universo multisistemico, entrambe le concezioni, determinismo ed indeterminismo, si mantengono valide ed operanti: perci, possiamo prevedere gli eventi delle singole componenti delluniverso, fino a quando non vi sar su di loro lintervento di altre, ma di certo non possiamo prevedere il corso universale degli eventi. E quindi, ritornando ad un livello umano, se non prevedibile con certezza la catena di eventi delluniverso, come possiamo pretendere di prevedere come un uomo agir? Oltretutto, come abbiamo gi detto, luomo agisce ad un livello di realt in cui i fattori causali o, comunque, le fonti di influenza sono innumerevoli. Abbiamo potuto rendere scienza lo studio di tutti questi elementi: contesto culturale, corredo genetico, stato di salute, condizioni economiche, accesso alleducazione, ambiente familiare, cerchia di amici, esperienze, e via dicendo. Ma permane sempre un approccio probabilistico: anche il miglior criminologo, pur in possesso di una vasta conoscenza interdisciplinare, non potr mai dire con certezza se un uomo compir un delitto. Ogni disciplina ha formato il proprio insieme di regole e di casi ricorrenti a partire da unosservazione a posteriori e tuttora si spiega un delitto ricercandone a ritroso le cause e i motivi. E questo un metodo progressivo di rivelazione, di indagine in senso puro: la cosiddetta ricerca della verit, intrinseca del processo, si

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riferisce al doveroso atteggiamento epistemologico del giudice e dei suoi collaboratori. Se fosse possibile una previsione certa di ogni gesto umano, il diritto stesso sarebbe configurato in modo completamente diverso. Attualmente, le norme giuridiche seguono lo schema basilare del quando avviene tale evento o quando un uomo compie tale azione, ne deriva come conseguenza tale risposta da parte dellordinamento. Se invece fosse tutto prevedibile con certezza, le norme seguirebbero un altro schema, ossia date queste condizioni antecedenti, avverr questo evento o un uomo compir tale azione. Il diritto sarebbe configurato come una scienza matematica, composto da una serie di a priori. Al contrario, il diritto rappresenta la raccolta delle pi ricorrenti situazioni in cui si inquadrano certi eventi o in cui pu versare un individuo e delinea quali sono le risposte consequenziali dellordinamento: il sistema giuridico stato costruito tramite unosservazione a posteriori della realt. La stessa creazione di leggi avviene tenendo conto dei mutamenti della sensibilit culturale e della prassi dopo che si sono affermati nella societ. un processo di costruzione che mira a disciplinare gli effetti di eventi ed azioni. in questo che consiste il diritto vivente: adeguarsi alla collettivit umana cui diretto e disciplinarla ai fini di ordine ed equit nel rispetto dei valori di tale collettivit. Arriviamo ora al nocciolo della questione: le neuroscienze davvero possono minare lattuale concezione del diritto? Possono tramutarlo, nei termini anzidetti, da scienza sociale a scienza matematica? Effettivamente, prendendo alla lettera le scoperte sul cervello, sulla sua natura deterministica e sulle conseguenze del possesso di certe modifiche strutturali (congenite o patologiche), sembrerebbe di trovarsi di fronte ad una vecchia conoscenza del diritto: Cesare Lombroso e la sua Scuola Positiva. Le premesse di entrambi (neuroscienze e Lombroso) appaiono simili: in base a precise conformazioni fisiche, si pu determinare il carattere ed il comportamento degli individui. Tralascio di elencare le specifiche convinzioni di Lombroso, dato che sfociavano in una concezione razzista e misogina ai limiti dellinverosimile. Quelle che, invece, ci interessano (e potrebbero preoccuparci) sono per lappunto le somiglianze concettuali: Lombroso considerava tratti del viso e

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conformazioni del corpo; le neuroscienze, invece, lanatomia delle regioni cerebrali. Inoltre, ad assomigliarsi sono anche le conclusioni giuridiche riguardo al trattamento sanzionatorio: come gi abbiamo visto, molti neuroscienziati propongono, come Lombroso, labbandono della concezione retributiva della pena a favore di una concezione trattamentale, nonch preventiva. Il reo non salvabile (o meglio, il malato non curabile), perci bisogna solo preoccuparsi di difendere la societ da un suo ritorno a delinquere: e quale modo migliore della neutralizzazione, con la pena capitale o la reclusione a vita? Nonostante queste similitudini, davvero corretto parlare, in riferimento alle neuroscienze, di un neopositivismo, di un neolombrosianesimo o ancora di un neuroriduzionismo? Le definizioni e i nomi si sprecano, ma il timore lo stesso. Un timore che, invero, si accompagna ad una conoscenza superficiale della materia. assolutamente fuori luogo paragonare le neuroscienze a quelli che sono stati abbagli o vere e proprie aberrazioni della psichiatria, come furono la frenologia o la pratica della lobotomia. Innanzitutto, discutibile la reazione di sgomento che molti esprimono ad ogni scoperta neuroscientifica: dimenticano, infatti, che elemento tipico del progresso scientifico il non avere limiti di ricerca (tranne limiti di matrice etica). La scienza non ama oziare su scoperte solide e valide: una volta acquisite, le mette alla prova, le critica, le pone in dubbio e le supera, cercandone altre pi solide e valide. Il metodo scientifico si esplica non tanto in termini di costruzione, quanto semmai di esplorazione. Perci, va presa con il dovuto senso critico e con scrupolosa prudenza ogni scoperta dai tratti sensazionali. In particolare, il giurista, per stabilire la validit di unipotesi scientifica, non pu che servirsi innanzitutto dellapprovazione di essa da parte della comunit scientifica internazionale, e in seguito, nel caso concreto, dei suoi strumenti logici di deduzione e induzione per stabilirne linerenza e lapplicabilit. In secondo luogo, Lombroso e la sua Scuola si differenziano dalle attuali neurodiscipline per quello che potremmo chiamare approccio semantico: essi, infatti, parlavano in termini di certezza assoluta, ossia se una persona aveva un certo elemento fisico, era destinata ad essere un criminale, senza alcuna via di

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scampo. I neuroscienziati, invece, persino quelli pi radicali, si esprimono e ragionano in un quadro di probabilit che ad una certa causa consegua un certo effetto. La differenza tra un neuroscienziato e laltro consiste proprio nella diversa quantit di possibilit che attribuisce a tale nesso di causalit (dove, ovviamente, i pi rigidi la considerano elevatissima). Ma comunque si mantiene, seppur ridotto, uno spazio di alternativa: che ad una certa causa non consegua alcun effetto o ne derivi uno diverso. Per spiegare meglio in quale prospettiva operano gli studi sul cervello umano, possiamo fare un paragone: come da unanalisi genetica pu emergere una predisposizione ad una certa malattia (ad esempio, cardiologica o tumorale), cos pu esservi una predisposizione allaggressivit o alla perdita di freni inibitori. Voglio riportare i dati del documentario Il gene dellultraviolenza (in originale, Explorer: Born To Rage), della Edge West Productions, in collaborazione con National Geographic Television, in cui diversi individui sono stati sottoposti a vari test e ad unindagine genetica, al fine di individuare il gene MAOA. Questo gene, infatti, coinvolto nella regolazione del tono dellumore e nella modulazione del comportamento e, se la sua attivit eccessiva, pu portare a sviluppare comportamenti violenti. Nel documentario, in particolare, tra i vari soggetti sono stati selezionati una gang di motociclisti e tre monaci buddisti (la cui diversit stata scelta, molto probabilmente, per motivi di appeal sul pubblico). Ci che emerso che, tra i motociclisti, avvezzi quasi tutti a condotte al limite del lecito (alcuni di essi addirittura con un passato criminale), soltanto due erano in possesso del gene MAOA. Invece, la presenza di tale gene stata riscontrata in tutti e tre i monaci buddisti. Che cosa se ne deduce? La conclusione, a cui giungono anche gli autori del documentario, che non solo non detto che un individuo dalla personalit aggressiva possieda una predisposizione genetica a tali comportamenti, ma che, se anche la si possieda, non detto che le proprie scelte di vita ne saranno condizionate. forse da suggerire che, come quando si scopre una vulnerabilit a certe patologie si devono prendere i dovuti provvedimenti per prevenirne linsorgere,

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chi scopre una propria predisposizione a reazioni aggressive in situazioni di stress debba sviluppare una maggior difesa, un rafforzamento, del proprio carattere? Ma, per fare ci, diventa allora lecito parlare di screening genetici di massa a scopo preventivo? La motivazione potrebbe essere il consentire ai singoli individui una maggior consapevolezza di s e dei propri limiti. Ma su un piano etico? Esiste, o dovrebbe esistere, una privacy del proprio genoma e della propria configurazione cerebrale? Anche presupponendo il segreto professionale del medico in relazione a tali indagini, quali sarebbero i limiti di disponibilit di tali informazioni? Che fine farebbero queste informazioni? Sarebbe possibile e, se s, giusto che uno Stato crei una sorta di archivio delle condizioni neuro-genetiche della sua popolazione? E a livello esistenziale del singolo individuo? Non si creerebbe la paura di essere (nel senso pi profondo possibile) una bomba ad orologeria o, riprendendo la metafora di Sartori, una pistola senza sicura e con il colpo in canna? Le proprie scelte di vita, uno dei diritti pi intimi che si possano concepire (si veda il nostro stesso testo costituzionale quando parla di sviluppo e svolgimento della personalit umana, agli artt. 2 e 3 Cost., e di cui comunque imperniata lintera Parte I, sui Diritti e doveri dei cittadini), non ne risulterebbero inficiate? Potrebbe una persona in tali condizioni sentirsi moralmente costretta ad evitare, per esempio, di avere una famiglia, per timore di trasmettere le sue vulnerabilit ai propri figli? I quesiti etici potrebbero continuare. Spostandoci in campo penale e adottando una prospettiva fantascientifica, si possono immaginare possibili conseguenze terrificanti. Premettiamo che le lesioni cerebrali pi profonde non possono essere curate completamente attraverso trattamenti riabilitativi e, nel caso di alcune configurazioni cerebrali congenite, non possibile intervenire per modificarle. Potrebbe allora uno Stato predisporre, come misure preventive, dei luoghi di detenzione ad vitam per chi possiede un certo genoma o un certo cervello? O, forse, obbligare tali persone a vivere in comunit distinte, impedendogli di mescolarsi con i cittadini normali, e con un divieto di procreazione? O ancora, nellipotesi pi estrema, attuare una selezione eugenetica ed eucerebrale alla nascita?

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Prima di azzardare una risposta, non posso che ricordare il film Minority Report del 2002, tratto dallomonimo racconto di Philip K. Dick, in cui a legittimare lintervento dellautorit era il fatto stesso di pensare di commettere un delitto: in tal caso, non era unindagine neuro-genetica, ma la telepatia a rivelare le intenzioni dei futuri criminali. Il nesso con la mente, per, ci induce a paragonarle. Quello che mi preme sottolineare proprio la scelta del titolo, che tradotto suona come rapporto di minoranza. Ci di cui si rendono conto i protagonisti della vicenda che, anche allesito di unindagine telepatica, esiste, per lappunto, un rapporto di minoranza, una percentuale di casi, in cui il delitto non viene effettivamente commesso. Non vi , dunque, la certezza che un gesto criminoso venga poi realmente posto in essere. Non detto che si dia seguito ad ogni pensiero, anche se accompagnato da un solido convincimento razionale o dotato di un forte coinvolgimento emotivo. Possiamo, perci, trarne un monito: se anche una predisposizione genetica o una data configurazione cerebrale possono indurci verso certi pensieri (consci o inconsci), non detto che impronteremo su di essi le nostre scelte di vita o le nostre azioni. In particolare, vi una schiera di neuroscienziati che negano il libero arbitrio attribuendo a meccanismi inconsci, attivati a livello cerebrale, lorigine di ogni decisione e comportamento umani. In tal modo, eliminano qualsiasi rilevanza della coscienza e trattano lindividuo come un paziente da studiare solo a livello neurobiologico. Rimandando ai capitoli precedenti le diverse opinioni sulla coscienza, mi preme di suggerire una riflessione: ammesso che sia vera questa visione delluomo come mero insieme di automatismi, come possibile che quotidianamente ci troviamo in dubbio di fronte alle pi diverse scelte? Pu un meccanismo inconscio dubitare? Pu un cervello avere incertezze? Teoricamente, il dubbio non dovrebbe emergere a livello di coscienza, ma essere risolto ad un livello inconsapevole. Non penso, dunque, che si possa parlare di un determinismo cerebrale da parte dei nostri automatismi. Mi sembra, invece, che lincertezza e il dubitare siano qualit proprie di una mente cosciente, dotata di volont e raziocinio propri.

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lecito, perci, adeguandoci allo spirito del nostro ordinamento, concedere il beneficio del dubbio, fino a quando non verr dissipato dal compimento effettivo di una certa condotta (o dal tentativo attraverso atti idonei a porla in essere). Non dimentichiamoci, inoltre, che il nostro diritto penale pone, tra i caratteri necessari del reato, il principio di materialit. La risposta punitiva ha ragion dessere soltanto in relazione a condotte reali, e non ipotetiche, che possano ledere o mettere in pericolo i beni giuridici protetti. Gli esami neurologici e le indagini genetiche, perci, possono mostrare la presenza di fattori ulteriori, che potrebbero portare un individuo a compiere un gesto non accettabile dalla societ. Neuroscienze e genetica comportamentale sono degli indicatori di una condizione biologica. Sono esclusivamente degli strumenti, a cui il giudice pu ricorrere per comprendere meglio un individuo e giudicarlo in unottica pi personale e umana. Possono aiutarlo nella sua ricerca della verit. Lesortazione che dobbiamo fare nostra , dunque, quella di adottare una visione antropologica integrata, al fine di umanizzare il pi possibile il diritto, in ogni suo aspetto, soprattutto nella sua declinazione penale. Senza dimenticare che la Giustizia va oltre a geni e cervello.

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