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GIUSEPPE PARINI

Nasce nel nel 1729 e muore nel 1799, era originario della Lombardia, di Bosisio, ora Bosisio Parini. La sua
famiglia non era molto agiata e per studiare dovette intraprendere la carriera ecclesiastica. Culturalmente
fu vicino all’accademia dei trasformati, che porta avanti in modo moderato le idee dell’illuminismo, in
Lombardia vi era già l’accademia dei pugni, che sosteneva fermamente le idee illuministiche. Gli
atteggiamenti dell’accademia dei trasformati tendevano a conciliare la nuova cultura illuministica con
quella tradizionale. Una volta diventato prete inizia a dedicarsi all’istuzione privata delle famiglie nobili, le
due famiglie presso le quali lavorò sono quelle del duca Serbelloni e gli Imbonati. Dalla prima famiglia si
licenziò dopo una lite con la moglie e andò a lavorare dagli Imbonati, il cui capofamiglia aveva dato maggior
lustro all’accademia dei trasformati, qui si occupa dell’educazione di Carlo Imbonati, che sarà poi l’amante
di Giulia Beccaria, madre di Manzoni, che poi scrisse un componimento intitolato “in morte di Carlo
Imbonati”. Parini fu vicino alle idee di un illuminismo moderato e appoggiò la politica di riforme portata
avanti da Maria Teresa d’Austria, sovrana che si lasciò influenzare dalle idee illuministe per migliorare la
vita dei sudditi, Parini la appoggiò e la sovrana lo ricompensò dandogli la direzione di un giornale e dandogli
una cattedra di lettere nelle Scuole Palatine, ubicate nel palazzo di Brera dove c’era anche l’Accademia di
Belle Arti, questo diede la possibilità a Parini di conoscere da vicino anche gli artisti dell’Accademia e di
venire a contatto con la cultura neoclassica. Alla morte di Maria Teresa subentra il figlio Giuseppe II, più
autoritario e attento a controllare gli intellettuali, ciò non piacque a Parini, che si allontanò dalla politica.
Quando scoppiò la rivoluzione francese a Parigi Parini si entusiasmò molto, ma, quando vede che la
rivoluzione francese prese una piega violenta, Parini si ritira definitivamente dalla vita pubblica e muore nel
1799.

Parini non condivide molto dell’illuminismo francese, soprattutto la critica alla religione, gli illuministi erano
deisti, vi era un principio divino che non aveva un’entità, per lui la religione ha due funzioni fondamentali:

- È importante per il singolo individuo perché può offrire salvezza all’anima


- È importante per la società perché tiene a freno gli istinti violenti dell’uomo

Parini apprezza una religiosità intima e privata, non apprezza la religione esibita ed ostentata.
Dell’illuminismo francese condivide i principi rivoluzionari, credeva che gli uomini fossero tutti uguali, ciò lo
porta a criticare la classe aristocratica, in questo la posizione di Parini è molto simile a quella di Goldoni, per
lui gli aristocratici erano attaccati ai titoli nobiliari, definisce l’aristocratico come colui che da tutti servito a
nullo serve, colui che viene servito da tutti ma non serve a nulla. Parini critica in maniera molto precisa la
figura del cicisbeo, chiamato anche cavalier serviente, era colui che quando una donna sposata usciva la
accompagnava in tutti i luoghi, (ma proprio TUTTI), questo comportamenti finiva per legittimare l’adulterio.
C’è un opera che si intitola “dialogo sulla nobiltà”, dove Parini critica la nobiltà, lui però non vuole eliminare
l’aristocrazia, ma voleva che essi guardassero ai loro antenati, che erano uomini valorosi, e comportarsi
come loro.

Nei confronti degli illuministi lombardi Parini è decisamente più moderato, non condivide l’interesse che gli
illuministi hanno per la cultura estera, in particolare francese, perché teme che la cultura straniera possa
alterare quella italiana, e dal punto di vista linguistico appoggia l’accademia della Crusca. Inoltre non
accetta l’idea che la cultura debba essere utile, è convinto che la letteratura debba anche recare piacere al
lettore, è vicino al principio di Orazio del “miscere utile dulci”; inoltre non condivide l’idea che la ricchezza
di una terra si fondi su commercio ed industria, per Parini la ricchezza principale è l’agricoltura perché si
identifica con valori positivi, il contadino sarà sempre attaccato alla sua terra, alla sua famiglia e alle sue
radici, questa idea appartiene alla scuola FISIOCRATICA, una corrente di pensiero secondo la quale la
ricchezza di una nazione si fonda sull’agricoltura.

Esordisce pubblicando da giovane una raccolta che segue la moda arcadica, che nasce come reazione agli
eccessi barocchi ma ancora molto orientata al passato poiché guarda alla poesia pastorale e a Petrarca,
infatti tale raccolta non ebbe molto successo. Parini continua a scirvere poesie per tutta la vita,
principalmente ODI, un componimento che usa versi brevi, settenari, e che tratta argomenti molto
importanti, lo stile di conseguenza è molto elevato. Abbiamo 3 gruppi di odi:

- Le odi illuministiche,1750-1760, dei componimenti in cui si affrontano problemi di stretta attualità,


ce lo conferma il fatto che sul caffè vengono pubblicati gli stessi argomenti affrontati da Parini. Tra
queste odi ricordiamo “la vita rustica”, che è dedicata all’agricoltura; parini in accordo con la scuola
fisiocratica considera l’agricoltura come la principale fonte di ricchezza della nazione e il lavoro del
contadino ha molti aspetti positivi, “la salubrità dell’aria”, in cui contrappona la campagna a una
città inquinata, in particolare Milano, dove l’inquinamento è causato dalla voglia di guadagno di
pochi, “l’innesto del vaiolo”, che parla del vaccino contro il vaiolo, una malattia debellata qualche
decennio fa, il vaccino era una novità assoluta nel ‘700, poiché in questi anni stavano uscendo i
primi di essi, Parini sosteneva che la scienza poteva essere un mezzo per allungare la vita e
migliorarla, era quindi una oda a favore della scienza, “il bisogno”, qui Parini affronta il problema
della pena di morte, e afferma che quando una persona delinque a volte lo fa non perché è cattivo
ma per necessità, il compito di chi governa non è punire queste persone ma prevenire il reato,
facendo delle leggi per stabilire degli aiuti economici per chi non ce la fa da solo, “la musica” o
“l’evirazione”, la castrazione era una pratica molto diffusa nel 1700, molti lirici venivano castrati
per raggiungere dei toni di voce più femminili, Parini giudica barbara la pratica di evirare i lirici, al
tempo si faceva perché chi andava a teatro apprezzava molto questo tipo di canto, Parini sottolinea
che queste persone venivano sottoposte a questa tortura per compiacere i nobili. La poesia di
Parini era molto moderna per i suoi tempi, la letteratura fin’ora si era occupata principalmente di
amore, politica e azioni eroiche. Trattando argomenti nuovi dovrò anche usare un linguaggio
nuovo, in ciò parini era vicino a Locke, che affermava che la vita spirituale dell’individuo si fondava
su piacere e dolore, applicando ciò alla letteratura Parini ritiene che le opere devono essere in
grado di suscitare delle sensazioni nel lettore, il linguaggio deve essere molto concreto e plastico
per suscitare delle sensazioni visive, olfattive, per ottenere questo effetto bisogna usare dei termini
molto ricercati, ci sono parole mai usate nella poesia in Parini, tuttavia lui non è un rivoluzionario,
questo atteggiamento moderato lo ha anche in poesia, non spinge la rivoluzione del linguaggio
poetico fino in fondo, è comunque legato al classicismo, accanto ai termini scientifici ci sono molti
latinismi e la sintassi è quella tipica latina

PAG.293 LA SALUBRITà DELL’ARIA

Le prime 4 strofe sono dedicate alla campagna, descritta in modo molto preciso con dei riferimenti
geografici, gli aggettivi usati sono tutti positivi, ci sono anche aggettivi negativi usati però in opposizione
per dire che queste cose in realtà non ci sono nella sua campagna. Ci sono dei latinismi.

Polmon: termine mai incontrato in poesia

Dice di essere tornato da Milano a Bosisio e parla direttamente alla sua terra, quando si va in campagna
si dilatano i polmoni perché l’aria è pura, quell’aria vivace già scende nel suo polmone, è come se lui
immaginasse gli atomi di aria che urtano mentre scendono nei polmoni. Quell’aria ha molti effetti
positivi e ci dice anche perché l’aria è così pulita, perché il vento non porta lì l’inquinamento e il suo
paese è protetto da un’alta catena di monti , non ci sono paludi che dal loro fondo mandino una nuvola
infetta di esalazioni e il sole del pomeriggio asciuga i colli.

Fino al verso 42 si parla della città, anche qui ci sono delle parole strane in poesia, come il fango
puzzolente e la melma. Il poeta si augura che possa morire colui che ha esposto la sua città al fango e alle
acque puzzolenti, stava accusando chi aveva portato le risaie a ridosso della sua città, che per guadagno
ha considerato di poca importanza la salute dei suoi concittadini. Il poeta immagina che questa persona
sia immersa nelle acque del fiume stige, tra il fango per cui alzando la faccia bestemmia il fango e le
acque che aveva portato così vicino alla città di Milano. Dice agli abitanti di Milano di guardare i
contadini che lavorano nelle risaie, con il viso pallido perché lavorano in un ambiente malsano, e deve
tremare perché ha queste scene vicino a sé.

Fino al verso 66 parla della campagna usando si nuovo aggettivi positivi, mentre in città c’è quella scena,
il poeta nel clima dei suoi colli passerà felice i giorni con le persone che, nonostante fatichino, sono sane
e robuste, i contadini della campagna sono vispi e agili, non si stancano anche se lavorano tanto sono
sani e robusti, se quelli hanno un viso pallido, loro hanno un bel volto abbronzato. Nelle risaie si coltiva
un riso maledetto, in campagna si coltiva il grano, l’aria non è stagnante ma sempre tenuta pulita dai
ruscelli e dalla campagna. L’immagine del poeta che sta all’ombra e compone i suoi canti viene usata da
più poeti, in particolare Virgilio.

Dal verso 67 si parla di nuovo della città dicendo che la natura fu molto generosa dando aria pura alla
città, ma essa è superba, pensa più al guadagno che alla salute, chi conserva quei doni ora che gli uomini
sono pigri e disinteressati alla natura. Non bastò che la città avesse intorno degli stagni, i milanesi hanno
portato dentro la città le marcitè, dei preti che venivano allagati per aumentare la produzione di fieno
per i cavalli, i fiumi sono definiti scellerati, poiché anche questa abitudine porta al ristagno dell’acqua,
sacrificando la salute dei cittadini per i cavalli che trainavano le carrozze dei nobili, cavalli che schiacciano
i pedoni per le strade.

La strofa successiva è dedicata alla campagna, la parola atomi è completamente nuova in poesia, si
rivolge agli abitanti della campagna dicendo che il timo, lo zafferano e la menta spargono il loro profumo
nell’aria, e questo profumo punge le narici.

Si torna a parlare della città dicendo che ai piedi dei palazzi vi è il letame e che ammorbava l’aria di
esalazioni, nelle case dei plebei i contenuti dei vasi da notte venivano rovesciti dalla finestre. Ci sono
animali morti abbandonati per le vie popolate che riempiono l’aria della loro puzza. Appena tramonta il
sole i carri che devono raccogliere i contenuti dei vasi da notte percorrono i confini della città e al mattino
questi odori si sentono ancora nell’aria. È vero che ci sono le leggi che vietano ciò e la dea della giustizia
guarda storto chi fa queste cose, ma le persone sono disinteressate al bene comune e al loro bene
personale.

Le ultime due strofe sono una dichiarazione poetica di Parini chiedendosi perché sta indugiando nella
descrizione sgradevole della città quando può descivere il bel mondo della compagna e si risponde
dicendo che la sua fantasia va per una strada trascurata dagli altri poeti perché cerca sempre l’utile ed è
felice solo quando può unire l’utile ad un canto piacevole, il punto di riferimento di Parini è Orazio con
l’unire l’utile al dilettevole.