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IL SETTECENTO

Nel ‘700 continuano ad essere attive le accademie, sia la Crusca che pubblica una nuova edizione del
vocabolario, ma soprattutto l’Arcadia (1690), fondata a Roma, importantissima perché diffonde in Italia la
moda della poesia pastorale, nel ‘700 far parte dell’Accademia dell’Arcadia era un obbligo per i poeti, per
contare dovevano farne parte, per essere apprezzati e amati, sorgono così le COLONIE, altre sedi
dell’accademia.

Qui c’è una moda, utilizzare un linguaggio che fa sempre riferimento ai pastori, anche quando entravano i
poeti in accademia dovevano avere un nome d’arte, un nome da pastori, l’Arcadia è una regione della
Grecia, considerata la patria dei pastori, abitata dal dio Pan.

I poeti prendevano il nome dei pastori e quando le dedicavano alle donne amate i loro testi, anche i loro
nomi erano quelli di pastorelle o di ninfe (perché le ninfe vivono nei boschi).

-Il capo dell’accademia era il custode (come il custode die pastori).

-Il luogo dove si riunivano, veniva chiamato Bosco Parrasio.

-Il protettore dell’Accademia era Gesù Bambino, perché era stato visitato dai pastori.

-Il simbolo dell’Accademia era la Siringa di Pan, era il flauto.

All’interno di questa Accademia c’è un genere diverso da quello marinista, con le tante figure retoriche,
artificiose, la loro poesia è molto semplice, si torna alla razionalità, rispetto agli eccessi del Barocco e questa
poesia ha due modelli, da una parte la poesia di Petrarca per sopperire gli eccessi di Marino, dall’altra la
poesia Bucolica (è la poesia pastorale, perché in greco bucolos è pastore, i due modelli della poesia bucolica
sono Teocrito e Virgilio, il primo è un poeta siciliano, che scrive in greco, vissuto nel III secolo a.C. ed è stato
l’iniziatore della poesia greca pastorale, ambientato in un locus amoenus; Virgilio scrive sempre poesia
bucolica, vive nel I sec a.C. ed è autore di una raccolta chiamata Bucoliche.)

Le poesie arcaiche sono molto musicali e cantabili, ed utilizzano lo schema della canzonetta (inventata da
Gabriello Chiabrera, che è un componimento formato da strofe brevi di versi brevi, settenari e ottonari, che
hanno rime molto semplici all’orecchio, spesso ottenute con versi tronchi, ha quindi un ritmo veloce,
ripetitivo); gli autori più importanti della lirica arcaica sono Paolo Rolli e Pietro Metastasio, quest’ultimo il
più importante perché fu poeta ufficiale della corte viennese, ricordato come un creatore dei melodrammi,
un librettista famosissimo.

Pag 163 Rolli SOLITARIO BOSCO OMBROSO

Scritto in ottonari, tronchi v2 e 4 con quindi 7 sillabe (si elimina l’ultima vocale).

Nel testo si descrive l’amante abbandonato dalla donna che si conduce nei posti in cui loro erano abituati
ad incontrarsi e che quando morirà verrà sepolto lì e che la donna andrà a trovarlo nel momento della sua
morte (come in Chiare Fresche e Dolci Acque di Petrarca che era un modello all’epoca).

Il ritmo è molto veloce e musicale, il poeta si rivolge al bosco per trovare pace nei silenzi e nel buio di
questo,( e tutte le cose che agli altri piacciono non sono lieti per me e ho perso la mia pace e mi detesto), la
fanciulla viene indicata con il nome Fille (una ninfa), la sua fanciulla è il suo bel fuoco, dice, perché la donna
è la fiamma d’amore, termine frequente e chiede alle piante se la sua donna si trovi lì, le chiama fronde
gradite e dice che tante volte la loro ombra li aveva coperti mentre amoreggiavano, ma quel tempo così
felice adesso è svanito, chiede alle fronde se mai rivedrà la sua donna, ma l’eco del bosco sembra
rispondergli di no.
C’è una forte presenza della lettera “r”, che hanno un effetto fonosimbolico, che indica le acque del ruscello
che lo accompagnano nel suo pianto, rassegnato dal fatto che la sua amata non tornerà e se proprio
dovesse tornare il suo ritorno sarà vano e tardo, perché il suo dolce sguardo si poserà sulla sua tomba.

Ha uno stile semplice, cantabile, i luoghi sono un locus amoenus, è quasi lezioso, stucchevole, grazioso,
sdolcinato, sembra che lui descriva il dolore, ma che non soffra veramente, è solo una situazione letteraria
che scrive dell’abbandono dell’uomo e ciò non vuol dire, quindi, che quell’uomo sia lui.

ACCADEMIA DEI PUGNI

1761-1766 fondata da Pietro e Alessandro Verri (coloro che con questa accademia diffondono le idee
dell’illuminismo francese), ma fu piuttosto breve. Il nome è particolare, perché all’interno di questa
accademia le discussioni erano accese, molto vivaci. Il più importante momento è quando fondano un
giornale “il caffè” 1764 e fu pubblicato ogni 10 giorni fino al 1766, il fondatore fu Pietro Verri e questa
rivista aveva 2 obiettivi, diffondere conoscenze utili alla società: medicina, astronomia, agricoltura, il mondo
del lusso; ma anche di combattere i pregiudizi, un compito tipico dell’illuminismo, abbattere il superstizioso,
grazie alla luce della ragione umana.

STORIA DEL NOME: Fu chiamato il caffè perché un greco (Demetrio), soffrendo la schiavitù degli ottomani,
abbandonò il suo paese, vagò e si stabilì in Italia e a Milano aprì una bottega, in questa si beveva caffè, una
specie di bar, in cui i clienti quando bevono il caffè anche se sono addormentati, almeno per mezz’ora si
risvegliano e diventano ragionevoli (parola illuminista), qui si può anche leggere il giornale di paesi stranieri
(per informarsi del mondo), così non sono più legati unicamente alla loro regione di origine e sono più
europei interessandosi a quello che succede all’estero. Qui si parla, si scherza e Pietro, che va nel caffè
ascolta tutti i discorsi e li riporta nel giornale, riportando le conversazioni più interessanti e più belle.

Nasce anche un’altra rivista, la Frusta Letteraria, nel 700, il cui autore è Giuseppe Parini, che firmava i suoi
testi come Scannabue, lui se la prende con l’arretratezza della cultura italiana e la considera il flagello dei
cattivi libri.

Pietro Verri si occupò del tema della tortura, scrive “osservazioni sulla tortura” fu pubblicato postumo, lui si
occupa di ricostruire cosa fecero gli untori nel periodo della peste, gli untori furono oggetto di dicerie,
superstizioni e spesso furono torturati o condannati a morte. Pietro Verri si occupa di un presunto untore,
Guglielmo Piazza, che fu torturato durante il processo.

IL TESTO OSSERVAZIONI SULLA TORTURA

In una processione si pensava che la pestilenza sarebbe diminuita, ma si ottenne l’effetto opposto, due
donne chiacchieravano di Guglielmo Piazza fu accusato di essere stato visto appoggiarsi a un muro, ma
pioveva e lui si stava solo riparando, non avrebbe fatto l’untore di giorno, davanti a tutti, nonostante queste
chiacchiere lui fu arrestato, la sua casa su perquisita e non si trovò nulla, fu interrogato dal giudice e disse
che non sapeva niente, fu torturato fino a volersi far ammazzare, e dicendo che se avesse saputo qualcosa
l’avrebbe detto, con voce debole dopo lunghissime torture fu riportato in carcere.

CESARE BECCARIA

Questo argomento, la tortura fu affrontato anche da Cesare Beccaria (illuministi: Verri e Beccaria), anche lui
fondò l’accademia dei Pugni, un altro centro attivo fu anche Napoli, oltre Milano. Egli scrisse DEI DELITTI E
DELLE PENE del 1764, prima di Verri, alcuni governanti un po’ più illuminati si lasciarono influenzare
positivamente e mitigarono i sistemi giudiziari di pena di morte e di tortura. Beccaria sarà anche il nonno di
Alessandro Manzoni, la pubblicazione del suo saggio lo rese famoso, soprattutto i francesi che lo invitarono
a Parigi, si recò qui con Alessandro Verri, perché i fratelli l’avevano aiutato a scrivere, però quando arrivano
a Parigi, fu oggetto di attenzioni sì, ma Beccaria che era abbastanza riservato si stancò di tale mondanità e
presto tornò a Milano, questa decisione fece rompere con i Verri, già infastiditi dal fatto che non gli fossero
stati riconosciuti i meriti della stesura del saggio.

DEI DELITTI E DELLE PENE 196

Non c’è libertà se l’uomo diventa una cosa e non più una persona. La tortura rendeva le persone solo un
fascio di nervi da torturare e non è possibile ridurre una persona a cosa. Questo saggio sveglia le coscienze
di alcuni governatori e che con delle leggi mitigarono le torture.

GOLDONI

Vive nel 700, lui nasce nel 1707, morto nel 1793, la sua città di nascita è Venezia, proprio per questo si
interessa al teatro, la famiglia lo aveva indirizzato verso legge, ma Venezia era ricca di Teatri, ce n’erano 7,
nascere qui lo spinge a interessarsi molto del teatro, una prima svolta importante avviene quando conosce
il capocomico (quello che guidava una compagnia teatrale, impresario), chiamato Giuseppe Imer e gli
propone di lavorare per San Samuele (teatro) e inizia così la sua produzione. Il suo scopo era quello di
superare la commedia dell’arte (commedia all’improvviso) che faceva affidamento sull’improvvisazione
dell’attore. Sia il pubblico che gli autori dovettero adeguarsi gradualmente alla rivoluzione del teatro
comico, non fu facile perché gli impresari si resero conto che questa forma di spettacolo poteva non piacere
al pubblico. Con i lavori per il teatro di S. Samuele non divenne ricco, anzi si rifugiò in Toscana per i
problemi economici e si unì all’arcadia, qui conosce un altro impresario, Medepac, e gli propone di lavorare
sempre a Firenze, al teatro Sant’Angelo con un contratto che prevedeva che Goldoni dovesse scrivere 8
commedie all’anno, così egli divenne un intellettuale che aveva un nuovo status, in grado di mantenersi con
la propria produzione e attività di scrittore. Non era usuale che un poeta guadagnasse, altri poeti erano
chierici, perché questo gli garantiva di accedere a rendite economiche riservate al clero, ma dal 500 in poi i
poeti lavoravano nelle corti ed erano protetti da un signore, ma entrambi temevano di perdere la loro
indipendenza, perché dovevano scrivere ciò che al signore piaceva. Goldoni scriveva e guadagnava, ma si
doveva adeguare a ciò che piaceva al pubblico. Dal 1748 al 1753, Goldoni lavora per il Sant’Angelo e per la
compagnia Medepac e furono anni di intensa produzione e rivalità con Pietro Chiari, un fallimento di una
sua opera fu un punto di lancio di una sfida di raddoppiare il suo impegno e scrivere all’anno 16 commedie,
egli riuscì a rispettare questa sfida, che comportava un lavoro febbrile, scrivere più di una commedia al
mese, tuttavia nel 1753, il suo sodalizio con Medepac si rompe per motivi economici e Goldoni accetta il
lavoro al San Duca fino al 1764, (9anni), ma aveva tanta concorrenza lui cerca di superare questa
concorrenza, ambientando le sue commedie in contesti esotici. Alla fine si trasferisce a Parigi dove scrive
commedie italiane e qui pensava di trovare una città moderna, perché era la capitale dell’illuminismo, ma la
situazione del teatro comico era arretrata, il pubblico era legato alla commedia dell’arte e dovette ritornare
a scrivere per far nascere il suo nuovo stile. Scrive il Memoires, racconto della sua vita, muore nel 1793.

Goldoni non fa mai riferimento a Dio è ancorato alla realtà terrena, condivide con l’illuminismo il rifiuto dei
privilegi del clero. Nella Locandiera, due esponenti del clero vengono ridicolizzati, perché legati ai loro titoli,
ostentano la ricchezza e sono spendaccioni e dei parassiti, borghese col suo lavoro aiuta la sua famiglia e
perché aiuta a far girare l’economia, i nobili non servono in questo senso, perché servono solo a sé stesse.
A Goldoni piace il borghese che si impegna a far funzionare la sua famiglia e il paese.

Goldoni sente da subito un forte interesse per il teatro, il pubblico veneziano apprezza molto questa forma
d’arte e quando inizia a dedicarsi al teatro la forma più diffusa era quella della commedia dell’arte /
commedia dell’improvviso, non esisteva un copione da imparare a memoria, ma esisteva solo un
canovaccio, una trama di massima su cui recitare e improvvisare. Questa forma di spettacolo richiedeva un
attore molto bravo, tutti fra di loro dovevano adattarsi e modellarsi, Goldoni si mostra molto critico a
riguardo di questo tipo di spettacolo, riteneva che a furia di recitare così a volte si scadesse nella volgarità,
recitare con la maschera che copriva le espressioni non permetteva di sfruttare la mimica molto
importante, quindi Goldoni riteneva che la commedia dell’arte fosse ripetitiva e gli spettatori conoscevano
ormai quali erano le situazioni e come improvvisavano questi, più o meno sapevano già come sarebbe finita
e a furia di improvvisare a volte le trame erano incoerenti, inverosimili, perché certi dettagli sfuggivano tra i
personaggi, Goldoni si rende conto che la commedia dell’arte aveva tanti punti critici e vuole riformarla, la
studia sul “libro del mondo” e il “libro del teatro”, significa che vuole rappresentare storie verosimili, simili
alla realtà, vicende simili a quelle che accadono nella quotidianità, sul libro del teatro vuol dire che si vuole
rappresentare verosimilmente, ma in modo tale che piaccia al pubblico, lui deve rispettare i gusti del
pubblico perché sennò nessuno lo guarderà e non guadagnerà, le maschere erano i protagonisti (pulcinella,
arlecchino, balanzone) che si comportavano sempre nello stesso modo, come steriotipi, secondo Goldoni si
deve passare dalla maschera al teatro in cui si indaga l’indole del personaggio e il carattere e si passa quindi
dalla maschera al carattere, bisogna abbandonare i tipi fissi e passare a personaggi verosimili, abolire la
maschera come oggetto anche perché non permetteva di vedere la mimica dell’attore, cosa fondamentale
invece.

Secondo Goldoni i caratteri dei personaggi sono finiti nel numero, ma infiniti nella specie, finiti nel numero
vuol dire che i personaggi non sono infiniti (il geloso, l’avaro, il servo), possono essere 20 30 tipologie, ma
infiniti nella specie, perché il geloso ha 1000 sfaccettature e così anche dell’avaro ecc…

Goldoni può rappresentare il geloso, ma lui si comporterà diversamente a seconda della classe sociale in cui
vive, se è di ceto basso non nasconde generalmente ciò che prova, invece uno che appartiene alla classe
elevata lo spinge a non evidenziare questi sentimenti per l’etichetta e così via. Non è importante solo il
carattere quindi del personaggio ma anche il luogo da cui viene.

Il fatto di passare dalla commedia dell’arte a questa riforma trova molti ostacoli, sia negli attori, che non
erano abituati a studiarsi un copione, ma anche il pubblico apprezzava molto la commedia dell’arte e
cambiare radicalmente fu uno shock, anche gli impresari non erano sicuri, perché non sapevano se sarebbe
piaciuto al pubblico e se così non fosse stato non avrebbero guadagnato.

L’aristocrazia veneziana era oligarchica, governavano il doge e gli aristocratici, Goldoni vede negli
aristocratici dei parassiti, attaccati ai loro titoli nobiliari e non collaborano per il bene comune, proprio per
questo motivo, nei suoi testi li attacca, ma ambientandoli non a Venezia, dove gli si sarebbero ritorti contro,
bensì in altre città, per tenersi buona la classe aristocratica veneziana. La sua riforma è graduale, procede
per tappe, 1738, quando Goldoni scrive una commedia “momolo cortesan” (cortigiano), solo il protagonista
aveva la parte scritta, tutti gli altri improvvisavano, a distanza di 5 anni nel 1743, la riforma è pienamente
realizzata ne “la donna di garbo” tutte le parti sono scritte sul copione, ha eliminato le parti
dell’improvvisazione molto lentamente scrivendo il copione. Lui lasciò in scena inizialmente le maschere
(arlecchino), poi pian piano le eliminò, cambia quindi anche la finalità, non voleva solo divertire come la
commedia dell’arte, con le sue commedie realistiche vuole suggerire modelli positivi di persone per creare
anche un insegnamento negli ascoltatori.