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IL ‘600 IL BAROCCO

Il Barocco si estende a tutti i campi dell’arte, in architettura le Chiese romaniche erano molto semplici e
lineari, con l’avvento del Barocco, invece, è quasi eccessivo, vistoso per le troppe decorazioni, colonne e
porticati.

L’origine della parola Barocco: secondo alcuni studiosi nasce da una parola portoghese che indica una perla
non regolare, non liscia. Per altri studiosi invece si rifà al termine francese che indica un sillogismo
(ragionamento deduttivo) imperfetto, in cui il metodo deduttivo non funziona perfettamente. In tutti e due
i casi, il concetto di base è l’irregolarità che si oppone fortemente al I ‘500, il Rinascimento, che si fondava
sull’imitazione dei grandi Classici e quindi, sull’eleganza, perfezione e armonia dell’arte di quel tempo.

Il ‘500 quindi è regole, perfezione, armonia ed eleganza

Il ‘600 è irregolarità, stravaganza, come con Gian Battista Marino, il cui scopo era quello di meravigliare il
lettore, di stupirlo, con l’uso di molte figure retoriche e metafore.

Emanuele Tesauro scrisse il Cannocchiale Aristotelico in cui parla delle figure retoriche e della metafora
troppo usate in questo periodo.

I critici: Francesco de Sanctis (‘800), lui scrisse una storia della letteratura italiana e considerava i poeti
seicenteschi strani. Benedetto Croce (‘900), snobba la produzione del ‘600, solo nel ‘900 alcuni critici
iniziano a tener conto della produzione artistica di questa epoca.

LA QUESTIONE DELLA LINGUA

Nel ‘500 ci sono 3 posizioni:

1. Bembo = la lingua da usare è il fiorentino del ‘300.

2. Macchiavelli = la lingua da usare è il fiorentino del ‘500, quello della sua epoca

3. Trissino = prendere il meglio delle lingue delle corti e creare una lingua.

Nel ‘600 la questione della lingua non si risolve e per scrivere i poeti seguivano ancora i consigli di Bembo,
ma gli intellettuali usavano i dialetti nei discorsi parlati, la Chiesa utilizzava ancora il latino e le persone
comuni, analfabete non capivano quasi nessuna delle due lingue.

Alla fine del ‘500 nasce l’accademia della Crusca, un gruppo di intellettuali, che a Firenze si riunivano e
dialogavano dei problemi linguistici (lo fanno tutt’ora), nel 1612 l’Accademia della Crusca pubblica un
vocabolario di parole fiorentine del ‘300 ma con l’aggiunta di parole create dai poeti successivi che si
rifacevano ai modelli trecenteschi. Ci furono 2 fazioni:

1. I CRUSCANTI, volevano usare la lingua pura del ‘300 e apprezzavano il vocabolario della Crusca

2. GLI ANTICRUSCANTI, secondo loro bisognava guardare al fiorentino attuale.

Ci sono altre Accademie: l’Arcadia (fine del ‘600), che influenzò la diffusione della poesia pastorale, Lincei,
non letterale, ma scientifica (esiste tutt’ora).

COMMEDIA DELL’ARTE

È un fenomeno seicentesco, è detta anche COMMEDIA DELL’IMPROVVISO, perché si basa


sull’improvvisazione, il copione, infatti, non c’è ed esiste solo il canovaccio, una trama di base con 2
innamorati, 2 vecchi che gli ostacolano, 2 servitori (detti Zanni) e poi ci sono personaggi secondari.
L’abilità degli attori era proprio quella di improvvisare e di interagire tra di loro in modo fluido, tra questi ci
sono alcuni personaggi tipo come: Arlecchino, Balanzone, Pulcinella, adesso gli attori sono considerati come
veri professionisti e viene considerato un mestiere, pagato con un contratto e per la prima volta fu aperto
anche alle donne.

Giovan Battista Marino, imitato da molti poeti, detti marinisti, lui nacque a Napoli, viaggiò molto, visse
anche a Parigi, fu sempre al centro di molti scandali, queste cose alimentavano la sua fama perché spesso si
parlava di lui, egli era molto ambizioso, voleva diventare famoso e ricco, capì che il pubblico era stanco
della poesia petrarchesca, che nel ‘500 era andata molto di moda, quindi c’era questa abitudine di
riprodurre lo stile del monolinguismo (utilizzo di un linguaggio privo di aspetti eccentrici, concentrato su un
lessico piuttosto limitato) e i temi amorosi petrarcheschi. Marino si rende conto che il pubblico è stanco di
questa poesia troppo ripetitiva, lui invece ritiene che lo scopo del poeta debba essere la meraviglia, dice: “il
fine del poeta è la meraviglia e chi non sa ottenere questo scopo è meglio che vada a strigliare i cavalli”, a
fare quindi un altro lavoro. Vuole rinnovare la poesia petrarchesca e che il pubblico apprezzerà le sue opere
per questo.

COME LA RINNOVA

Cambia sia lo stile che i contenuti di Petrarca, lo stile che usa è quello delle figure retoriche, moltissime
allitterazioni e metafore, portate quasi livelli esagerati, fino a sfociare nel “concettismo”, una metafora
spinta alle estreme conseguenze, in cui il livello letterale contrasta molto con il livello allegorico. I temi,
invece, viene anch’esso rinnovato, le poesie petrarchesche erano con temi amorosi, in cui la donna era
descritta come terrena, umana, descritta con bellissimi aggettivi; nelle poesie di marino ci sono donne di
tutti i generi, vecchie, brutte, storpie, senza denti, tutte le possibili donne, anche quelle che sono
completamente impoetiche. Ciò significa che marino allarga il campo del poetabile, anche ciò che prima era
escluso, adesso entra nella poesia, si parla anche di pidocchi e di pulci (questo atteggiamento già lo
vedemmo con gli anticlassicisti in cui si descrivevano anche donne brutte, come fece Berni). Oltre alle
donne anche altri oggetti, il pettine e lo specchio, quest’ultimo è importante perché spesso simboleggia il
trascorrere del tempo, sia nelle poesie che nei quadri, in cui i personaggi si specchiano e vedono la loro
figura trascurata e invecchiata, lo stesso vale per l’orologio, che indica il trascorrere del tempo e
l’avvicinarsi della morte (Ciro di Pers, scrivere orologio da rote). Tra i vari poeti marinisti c’è Gabriello
Chiabrera, che cerca di rinnovare la poesia, ma mentre Marino si concentra sullo stile e sui temi, egli si
concentra sulla metrica, a lui si lega il successo della canzonetta (un componimento più snello della
canzone-endecasillabi e settenari, con strofe divise in sirma e fronte, divisa in piedi) la ricerca di una
metrica più agile, con versi brevi, settenari o ottonari, strofe brevi e soprattutto una notevole musicalità e
fluidità.

Marino LE OPERE:

• POESIE- LA LIRA

• POESIE- GALERIA (poesie che descrivono opere d’arte

• POEMA MITOLOGICO- ADONE (1623, il più importante) Venere che si innamora di questo ragazzo,
Adone, ma il dio Marte, geloso di Venere, fa sbranare Adone da un cinghiale. Questa storia viene
raccontata da Ovidio in 70 versi, Marino invece impiega 40mila versi, perché la storia, molto lineare, viene
arricchita da tanti episodi mitologici che fanno da cornice (Amore e Psiche) e tantissime descrizioni che
allungano l’opera, egli descrive gli abiti, le acconciature, i gioielli, i paesaggi, dei congegni meccanici; si
compiace di rappresentare tutto ciò che è materiale e che si più percepire attraverso i sensi. Adone non
compie nessuna grande impresa, si compiace di provare tutte queste sensazioni piacevoli che vengono
descritte dal poeta, una poetica sensistica, in cui sensi vengono messi in risalto. Quest’opera fu inclusa
nell’Indice dei Libri Proibiti proprio per quest’ultimo aggettivo.
le critiche:

o Giovanni Getto considera questa opera, l’opera del lusso e della lussuria.

o Giovanni Pozzi, disse che questo poema era anti-narrativo, in cui si verifica l’estinzione del racconto,
perché alla fine la storia è fin troppo banale e semplice, ma Marino descrive troppe cose che
appesantiscono la vicenda.

Il suo scopo è sempre quello di stupire il lettore con anche troppe figure retoriche, spesso fu accusato di
plagio (copiare agli autori), in realtà in una lettera ad un suo amico lui spiega che utilizza il “rampino”, con
cui prende le espressioni che gli piacciono di più, le annota e quando gli servono le usa.

A UNA ZANZARA- GIANFRANCESCO MARIA MATERDONA

Viene definita come rumore animato, perché il suo suono è fastidioso quando passa accanto a noi, già
questa è una metafora, anche tromba vagante, che quando passa è molto fastidiosa e quando si ferma lo fa
solo per ferire turbando il sonno, con le ali produce il rumore che ci fa percepire la sua presenza. –si mette
in luce il fatto che la zanzara dà fastidio, usa molto l’allitterazione della “r” e della “s”, un fonosimbolismo
con cui ci fa sentire il suono che fa anche solo leggendo questa poesia. Al v.9 c’è un chiasmo e un
enjambement, al v.11 c’è lo stesso modo di comporre la frase con il verbo come primo membro. Gli chiede
di andare dalla donna che non lo ama, così da vantarsi di colpire chi amore non è riuscita a scoccare le sue
frecce.

LA SECCHIA RAPITA DI ALESSANDRO TASSONI (endecasillabi-alternata primi 6, baciata ultimi 2)

È un poeta eroicomico, eroico e comico e racconta di una guerra che si svolse tra Modena e Verona (Emilia-
Romagna) per il furto di un secchio da parte dei modenesi. La cosa è sciocca e proprio per questo fa ridere il
lettore. Quindi è come se l’autore stesse ironizzando sull’Iliade, per cui si fa guerra per il rapimento di
Elena, come il rapimento di questo secchio di legno. Il protagonista è il: Conte di Culagna, non è il tipico
protagonista, ma quando sfida a duello sviene dalla paura, quindi non è come un eroe epico. Un altro
episodio famosissimo è l’episodio in cui il Conte cerca di avvelenare la moglie per spassarsela con l’amante,
ma i piatti vengono scambiati e lui beve questo piatto, si sente male e se la fa sotto davanti a tutti.

DON CHISCIOTTE- CERVANTES

L’autore è spagnolo e con lui il poema epico entra definitivamente in crisi e viene sostituito dal romanzo
moderno. Don Chisciotte viene pubblicato in 2 parti, la prima volta nel 1605 e 10 anni dopo la seconda.
Cervantes dice che questo è un manoscritto di un arabo, che funge da primo autore, il secondo è sempre un
arabo che traduce dall’arabo allo spagnolo e lui è il terzo che decide semplicemente di pubblicarlo.

Don Chisciotte è un nobile decaduto, impoverito, che è appassionato di avventure cavalleresche e passa le
sue giornate e nottate a leggere questi testi, a furia di leggere, si era prosciugato il cervello e si era convinto
anche lui di essere un cavaliere, immedesimandosi. Don Chisciotte diventa un cavaliere errante, che va in
cerca di battaglie e avventure cavalleresche, recupera un’armatura e un cavallo, trova un vecchio puledro e
gli vuole dare un nome importante, ma alla fine lo chiama Ronzinante (simile a ronzino, un cavallo
vecchietto), ha bisogno di una dama a cui dedicare le sue avventure, prende una contadina, Aldonza
Lorenzo, il suo nome in spagnolo allora faceva ridere perché ricorda un termine volgare sul carattere di
questa donna; Don Chisciotte la ribattezza come Dulcinea del Toboso, così che suoni più nobile e gli dedica
tutte le sue avventure.si procura anche uno scudiero/aiutante, un contadino che è Sancio Panza, va a
cavallo di un asino e rappresenta l’opposto di Don Chisciotte, sia fisicamente perché Don è alto e magro e
l’altro è basso e grasso, Sancio Panza è un contadino con molto spirito, che ha sempre una soluzione ai
problemi, molto concreto, vede la realtà in modo disincantato, rispetto a Don Chisciotte che vuole cercare
avventure e non si preoccupa di nulla e vede avventure anche dove non ci sono, va sempre anche incontro
al fallimento e quando viene sconfitto, da delle spiegazioni molto comiche, autogiustificandosi sempre.
Quest’opera mostra che gli ideali cavallereschi non hanno più modo di esistere, è un mondo che appartiene
al passato. Anche Orlando taglia la testa ai contadini, sdradica gli alberi e abbandona il suo ruolo epico, un
vero cavaliere si comporta diversamente, anche perché si spoglia degli attributi tipici del cavaliere,
lasciando per terra tutte le parti dell’armatura; Don pensa di essere un cavaliere, che va per avventure, ma
queste avventure finiscono sempre male, ad esempio, lui combatte contro i mulini a vento, pensava che
fossero dei giganti, Sancio Panza cerca di spiegarglielo, ma lui cerca di combatterlo con la spada, ma viene
gettato a terra dalla forza del vento, non accetta la sconfitta e si convince che un mago ha fatto un
incantesimo che li rende potentissimi.

In tutta l’opera appare l’ironia e il fatto che il mondo cavalleresco è ormai tramontato, tutti i valori
appartengono al passato e hanno prosciugato il cervello di Don Chisciotte. Alla fine dell’opera Don
Chisciotte rinsanisce.

Galileo Galilei

Galilei nasce a Pisa, insegnò matematica per 18 anni a Padova, questi sono gli anni più felici che gli
garantiscono sia una felicità economica, ma anche di conoscere tanti scienziati, come Sagredo di cui parlerà
anche in una sua opera. IL SAGGIATORE 1623

Nel 1609 inventa il Cannocchiale, scopre alcuni satelliti e le macchie lunari, le novità assolute che scopre,
nel 1610 le scrive nell’opera “sidereus nuncius” (avviso astronomico), quest’opera è ovviamente solo rivolta
ai dotti e fa sua la teoria eliocentrica, elaborata da Copernico (astronomo polacco). In Toscana Cosimo de
Medici, lo invita nella sua corte, lascia Padova e si trasferisce a Firenze, ma intellettualmente in Toscana
c’era una forte influenza dei gesuiti e dell’inquisizione, che non consentivano una libertà di pensiero; ci
furono anche accuse contro di lui ed egli scrisse le lettere copernicane, in cui ribadisce il pensiero di
copernico e il rapporto tra scienza e fede, ma peggiorarono la situazione e Galileo fu accusato di essere
eretico e gli fu impedito di continuare a diffondere le sue idee (1616), anni dopo diventa papa, Papa Urbano
8°, egli aveva già mostrato interesse per Galileo che si sente incoraggiato a scrivere con il Papa al potere,
scrive nel 1632 “Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”, ma non ottiene successo e l’anno dopo
viene processato, condannato ad abiurare (rinnegare la propria fede) e umiliato in pubblico, costretto a
riconoscere che le sue opere erano false, viene esiliato in una villa, da solo, finché non muore, quasi cieco a
causa dell’uso del cannocchiale. Lui è sepolto nella chiesa di Santa Croce a Firenze (qui sono sepolti molti
uomini e donne importanti). -La colpa di Galileo agli occhi della Chiesa era quella di rendere libera la scienza
a prescindere dalla chiesa, cerca di cancellare il principio di auctoritas, che riconosce ai testi sacri di aver
rivelato la verità, Galileo la distrugge.

Con Galileo Galilei è stato introdotto il metodo scientifico sperimentale: esso si basa su una prima
osservazione, seguita da un esperimento, sviluppato in maniera controllata, in modo tale che si possa
riprodurre il fenomeno che si vuole studiare. L’esperimento ha lo scopo di convalidare o confutare l’ipotesi
che lo scienziato ha formulato, ipotesi che ha lo scopo di spiegare i meccanismi alla base di quel particolare
evento.

- osservazione del fenomeno con occhio critico

- scelta delle grandezze fisiche interessate del fenomeno

- formulazione dell'ipotesi

- verifica dell'ipotesi

- formulazione della legge


SIDERIUS NUNCIUS

Siderius Nuncius (avviso astronomico) 1610, un’opera scritta in latino, rivolta a persone dotte, con cui
Galileo informa la società scientifica delle se scoperte fatte con il Cannocchiale (non inventato da lui, ma
perfezionato, perché nasce in Olanda), con il Cannocchiale vede le macchie lunari e solari, soprattutto
scoprì 4 satelliti di Giove, chiamati da lui pianeti medicei, in onore di Cosimo II de Medici che lo assunse a
corte. (utilizza anche immagini in quest’opera)

Pag 97

Galileo è entusiasta della sua opera e delle sue scoperte, usa l’aggettivo “grande”, anche con “cose mai
sentite”, “novità”, “bellissima cosa”, ”meraviglia”, infatti, si meraviglia anche di vedere la Luna così da
vicino. La “sensata esperienza” è l’esperienza che attraverso la prova sperimentale, attraverso ipotesi e
attraverso i sensi si afferma; mette a confronto la superficie della Luna con quella della Terra, così come la
Terra è irregolare, così anche la Luna, non è liscia, ma è ricca di sporgenze e cavità. Al verso 30, Galileo dice
di aver scoperto queste novità grazie al Cannocchiale, che lui ha inventato grazie all’illuminazione divina,
con questa espressione pone sia in luce la scienza, ma che anche la fede ed è grazie a Dio che lui è riuscito a
fare queste scoperte scientifiche. Si dice anche fiducioso che grazie al cannocchiale si faranno nuove
scoperte.

IL SAGGIATORE (1623)

Nel 1618 erano apparse in cielo 3 comete, noi oggi sappiamo cosa sono e la loro conformazione fisica, che
appaiono ogni miliardi di anni, ma nel passato, sia in Grecia che a Roma, non si sapeva nulla a riguardo e la
apparizione di una cometa suscitava molta paura e si credeva che portasse sventura. Quando apparvero nel
1618, ci fu una discussione animata fra Galileo e Orazio Grassi (gesuita), loro si scambiarono osservazioni
sulla natura delle comete, Orazio scrisse un’opera in latino, “libra” (la bilancia), mentre Galileo rispose nel
1623 con “il saggiatore”, un titolo ironico, perché è un bilancino di precisione per pesare i grammi di oro;
con questo titolo Galileo prende in giro l’opera dell’avversario, insinuando che la sua opera fosse più
raffinata e precisa, proprio come il bilancino di precisione, invece la libra si usa per qualcosa di più
grossolano, le idee di Grassi quindi sono molto più banali e le sue più precise. Galilei fa una sorta di copia e
incolla, traducendolo dal latino al volgare, ma lui sotto commenta con i suoi pensieri, secondo lui era
importante la distinzione tra le qualità soggettive e oggettive di un corpo, le oggettive si misurano con uno
strumento (lunghezza, larghezza, peso), quelle soggettive sono legate alla percezione di una singola
persona (il profumo, il tatto, il gusto) ed era anche importante l’esperimento per verificare ciò che si pensa.

LA FAVOLA DEI SUONI P 111 Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo tolemaico

1632 opera importante di Galileo, Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo tolemaico, la scrive
dopo che Papa Urbano 4° gli aveva dato il consenso, lui era abbastanza favorevole a Galileo e gli chiede di
scrivere quest’opera per enunciare sia la teoria eliocentrica, in contrapposizione alla teoria geocentrica che
le descrivesse in modo disinteressato senza prenderne parte. Nel momento in cui inizia a scrivere però,
diventa una difesa della teoria eliocentrica, si presenta come un dialogo, ambientato a Venezia, città
culturalmente molto aperta, si svolge in 4 giorni fra 3 personaggi: Simplicio, un personaggio inventato da
Galileo, che rappresenta il tipico filosofo aristotelico, legato alle vecchie idee del passato, che si fonda
sull’ipse dixit di Aristotele. Il suo è un nome parlante, dandogli del “sempliciotto”, che rimane alle vecchie
idee aristoteliche e che non si mette al passo coi tempi. C’è anche Salviati Filippo, che rappresenta le idee di
Copernico, le nuove idee e quelle che erano portate avanti da Galileo. Per ultimo c’è Sagredo (realmente
esistente, uno scienziato veneto) lui non sta né da una parte né dall’altra, perché vuole capire come stanno
le cose e alla fine prende le parti di Salviati.
Quest’opera mostra molto bene le sue caratteristiche e le sue qualità di scrittore, usa molto l’ironia e vuole
essere molto chiaro nelle spiegazioni delle sue teorie.