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ALESSANDRO MANZONI

LA VITA
GLI ANNI GIOVANILI
Alessandro Manzoni nacque a Milano nel 1785, dal conte Pietro e da Giulia Beccaria, figlia di Cesare Beccaria, uno dei
più illustri rappresentanti dell'Illuminismo lombardo. Separatisi ben presto i genitori, trascorse la fanciullezza e la
prima adolescenza in collegi dove ricevette la tradizionale EDUCAZIONE CLASSICA. Uscito dal collegio, nutrito di idee
razionalistiche e libertarie, si inserì nell'ambiente culturale milanese e frequentò poeti famosi come Monti e Foscolo.
Nel 1805 lasciò la casa paterna e raggiunse la MADRE a Parigi, con la quale strinse un rapporto affettivo molto
intenso, destinato a segnare profondamente la vita dello scrittore.
A Parigi entrò in contatto con gli IDEOLOGI: un gruppo di intellettuali che erano eredi del patrimonio illuministico,
questi influenzarono le sue idee con le loro posizioni liberali ed il loro rigore morale. Sempre a Parigi, in contatto con
ecclesiastici di orientamento GIANSEISTA incise sulla sua conversione religiosa.

LA CONVERSIONE E IL RITORNO IN ITALIA


Sul suo ritorno alla fede cattolica Manzoni mantenne sempre uno stretto riserbo.
Quando nel 1810 lasciò Parigi ritornando definitivamente a Milano, un profondo rinnovamento si era compiuto nella
sua visione della realtà, che era ormai ispirata al cattolicesimo.
Manzoni abbandonò la poesia classicheggiante e si dedicò alla stesura di una serie di INNI SACRI (1812-15), che
aprivano la strada ad una successiva serie di opere di orientamento romantico, nutrite di interessi storici oltre che
religiosi.
Fu vicino al movimento milanese e ne seguì attentamente gli sviluppi, ma non partecipò direttamente alle polemiche
con i classicisti e declinò l'invito a collaborare al CONCILIATORE. Seguì con entusiasmo gli avvenimenti del 1820-21,
ma non vi partecipò attivamente. Sono questi gli anni di più intenso fervore creativo, in cui nascono le odi civili, la
PENTECOSTE, le tragedie, le prime sue stesure del romanzo, oltre alle OSSERVAZIONI SULLA MORALE CATTOLICA, al
DISCORSO SOPRA ALCUNI PUNTI DELLA STORIA LONGOBARDICA IN ITALIA, ai saggi di teoria letteraria sulle unità
drammatiche e sul Romanticismo.

IL DISTACCO DALLA LETTERATURA


Il periodo creativo di Manzoni si può considerare concluso con la pubblicazione dei PROMESSI SPOSI nel 1827, poiché
da qui un periodo di crisi lo portò a far rimanere incompiuti alcuni suoi successivi tentativi lirici.
Manzoni tendeva sempre di più a rifiutare la poesia, considerandola falsità contro il verso storico e morale.
Successivamente approfondì i suoi interessi storici, filosofici e linguistici, lavorando poi fino al 840 alla terza edizione
del romanzo, con ormai solo intenti linguistici.
Guida intellettuale in questo periodo diventa il filosofo cattolico Antonio Rosmini.
In questi suoi anni di maturità e vecchiaia, la sua vita fu anche colpita da numerosi lutti: la morte della moglie, della
madre e di parecchi figli.
Manzoni però era oramai “figura pubblica” dopo il successo del romanzo in tutta Italia, nonostante il suo
atteggiamento schivo e distaccato. Durante le CINQUE GIORNATE DI MILANO nel 1848 seguì con entusiasmo tutto gli
avvenimenti politici, pur senza parteciparvi direttamente, e pubblicò l’ode patriottica MARZO 1821, tenuta per anni
nascosta.
Fu nominato senatore una volta costituitosi il regno d’Italia nel 1860. Pur essendo cattolico era contrario al potere
temporale della Chiesa e a favore di Roma capitale: nel 1864 votò a favore del trasferimento della capitale da Torino a
Firenze (più vicina a Roma)
Negli ultimi anni della sua vecchiaia diventò una guida morale e politica oltre che letteraria e il suo romanzo diventò
un puto di riferimento insegnato nelle scuole. Morì a Milano nel 1873 ad ottantotto anni e fu sepolto a seguito di
solenni funerali nel cimitero monumentale.

PRIMA DELLA CONVERSIONE: LE OPERE CLASSICISTICHE


Tra il 1801 e il 1810, Manzoni compone opere perfettamente allineate con il gusto classico dominante. Si tratta di
opere scritte in linguaggio aulico, fitte di rimandi mitologici e dotti, nello stile della poesia foscoliana e montiana.
Nel 1801 scrive una "visione" allegorica in terzine, il TRIONFO DELLA LIBERTÀ. Nella materia il poemetto risente del
clima del tempo: colmo di spiriti libertari, inneggia la rivoluzione francese e si scaglia contro la tirannide politica e
religiosa. A questa seguono l'ADDA, poemetto idillico, indirizzato a Monti, e quattro SERMONI, in cui il poeta
polemizza contro aspetti del costume contemporaneo.
Nel 1805 scrisse il CARME IN MORTE DI CARLO IMBONATI. In questo, Manzoni, immagina che Imbonati gli appaia in
sogno dandogli nobili ammaestramenti di vita e di poesia. In questo componimento si può vedere nascere l'ideale del
"GIUSTO SOLITARIO", che si ritrae davanti al caos della storia contemporanea e si rifugia nella propria virtù e nella
propria solitudine, dedicandosi al culto delle lettere.
Nel 1809 compone un altro poemetto, URANIA, che tratta il valore incivilitore della bellezza e delle arti. A
PARTENEIDE è invece una risposta al poeta danese Baggesen, con cui Manzoni si scusa di non poter tradurre il suo
idillo borghese. Però appena pubblicata l'opera Manzoni se ne pente, definendola una raccolta di sciocchezze
caratterizzate da una forte mancanza di interesse. Questo è il simbolo di un distacco da parte dell'autore dal gusto e
dalla cultura classicisti.

MICROSAGGIO: IL GIANSENISMO
Il giansenismo è la dottrina esposta dal teologo Cornelio Giansenio. Si tratta di un tentativo di RIFORMA RELIGIOSA
attraverso il recupero delle tesi di Sant’Agostino intorno alla GRAZIA: secondo Giansenio il PECCATO ORIGINALE ha
privato l’uomo della libera volontà e lo ha inclinato al male, rendendolo incapace del bene. Per questo l’uomo non
può raggiungere la salvezza con le sue sole forze: solo Dio può concedere la grazia ad alcuni eletti. Il giansenismo si
contrapponeva alla morale dei gesuiti, secondo i quali la salvezza è sempre possibile all’uomo, se vive con la Chiesa
ed è sorretto da buona volontà. Il giansenismo si diffuse in Europa dalla metà del 1600 fino al 1800 e fu difeso da un
gruppo di intellettuali, tra cui Pascal. Manzoni non fu propriamente un giansenista, ma subì l’influenza di alcuni
orientamenti della corrente: il rigorismo morale, il profondo senso del peccato originale, che ha contaminato
irreparabilmente la storia umana. A differenza dei giansenisti Manzoni era convinto della RESPONASBILITÀ
DELL’UOMO, del fatto che egli si può riscattare dal male con un libero atto della volontà.

DOPO LA CONVERSIONE: LA CONCEZIONE DELLA STORIA E DELLA LETTERATURA


Per Manzoni, la conversione ha investito a fondo tutti gli aspetti della sua personalità; ne sono una prova le
Osservazioni sulla morale cattolica, scritte per controbattere le tesi esposte dallo storico Sigismondi, e dalle quali
traspare una fiducia assoluta nella religione come fonte di tutto ciò che è buono e vero, come punto di riferimento
per ogni tipo di scelta, nel campo morale, politico, intellettuale.
Quindi è inevitabile che la svolta interiore segnata dalla sua conversione, giochi un ruolo determinante nella sua
svolta letteraria. Ciò può essere in primo luogo verificato dalla concezione della storia. La visione classica, considerava
il mondo Romano un modello supremo di civiltà in tutti i campi, politico, civile, letterario, artistico. L’adozione di una
prospettiva cristiana, induce invece Manzoni, ad un atteggiamento anticlassico: i Romani per lui erano un popolo
violento, feroce ed oppressone, animato da superbia e disprezzo per il resto del genere umano. Nasce in lui un nuovo
interesse per il Medio Evo cristiano, e scaturisce in lui un rifiuto della concezione eroica ed aristocratica che celebra
solo i potenti vincitori; nasce invece un interesse per i vinti e gli umili.
La nuova ottica cristiana influenza anche la concezione manzoniana della letteratura. Per Manzoni Diventa centrale il
problema della caduta, del male presente nella storia e della miseria dell’uomo incline al peccato. Si forma in lui una
visione tragica del reale che non tollera più la serenità classica. Nasce il bisogno di una letteratura che guardi al vero
della condizione storica dell’uomo al di là delle finzioni. Per questo c’è il rifiuto del formalismo retorico, dell’arte
come esercizio ornamentale e c’è inoltre il bisogno di un’arte che affronti contenuti vivi nella coscienza e che sia utile
nel campo morale e civile e non come diletto.
Questi motivi matureranno negli intellettuali milanesi che daranno poi vita alla scuola romantica. Manzoni traccerà i
principi che muovono la ricerca letteraria sua e degli altri intellettuali; quindi realizza le esigenze di rinnovamento
letterario del gruppo romantico e teoricamente e concretamente elabora una nuova concezione della letteratura.
Tutta la produzione manzoniana: lirica, drammatica e narrativa si presenta con un aspetto innovatore rispetto alla
letteratura italiana del periodo neoclassico.

TESTO- LA FUNZIONE DELLA LETTERATURA. RENDER LE COSE ‘’UN PO’ PIÙ COME DOVREBBONO ESSERE’’
La lettera, del 9 febbraio 1806, inaugura una corrispondenza con Claude Fauriel che continuerà negli anni. Fauriel, conosciuto da
Manzoni durante il suo soggiorno a Parigi, erano studioso di letteratura, di filologia e di storia. Manzoni stinse con lui
un'affettuosa amicizia, e nelle lettere indirizzategli affidò RIFLESSIONI SUL SUO LAVORO LETTERARIO.
ANALISI DEL TESTO. La lettera scritta da Manzoni delinea già quella concezione della letteratura a cui lo scrittore poi si ispirerà
nella grande stagione creativa delle liriche, delle tragedie, del romanzo. I buoni scrittori non devono solo rivolgersi all'élite dei
letterati, ma alla MOLTITUDINE. Gli scrittori devono avere un ATTEGGIAMENTO CRITICO nei confronti della realtà esistente e
devono assumere un COMPITO EDUCATIVO, diffondendo tra la moltitudine il "bello" e "l'utile". In questo modo possono
contribuire a cambiare le cose, rendendole un po' più come dovrebbero essere. La letteratura per Manzoni deve essere UTILE,
agire sulla realtà e trasformarla. Questa è una concezione che si collega a quella dell'Illuminismo Lombardo (difatti il modello di
scrittore proposto è Parini). Illuministica è anche l'idea che, per riformare la società, occorra "illuminare" le menti degli uomini,
diffondendo le IDEE VERE, perché sono le "nozioni" a guidare le "azioni" degli uomini.
Questa idea della funzione riformatrice della letteratura si colloca nel quadro della situazione italiana, dalla cui arretratezza
sociale e culturale Manzoni traccia una diagnosi precisa. In una situazione così difficile lo scrittore è costretto a rivolgersi a POCHI.
Manzoni si rende conto del fatto che il carattere elitario della letteratura, nelle condizioni presenti dell'Italia, deriva anche da
FATTORI LINGUISTICI. Non c’è comunicazione tra lo scrittore e la moltitudine perché la lingua italiana è una LINGUA MORTA,
compresa e usata solo da una ristretta minoranza. Si delinea così l'esigenza di una letteratura che usi un LINGUAGGIO
COMPRENSIBILE dalla popolazione, che sarà uno dei motivi centrali dell'attività manzoniana.

TESTO- TRA IL ROMANZESCO E IL REALE


Con questa lettera Manzoni risponde alle critiche di Joseph-Joachim-Victor Chauvet, che in un articolo esprime il suo disprezzo
per i principi romantici ai quali Manzoni si era respirato, in particolare la violazione delle unità drammatiche.
IL ‘’VERO’’ E IL ‘’ROMANZESCO’’
Manzoni esige che la letteratura si ispiri al VERO, che è "ciò che è stato", la storia. I fatti realmente accaduti hanno in sé una forza
drammatica che non può essere eguagliata da alcuna invenzione. Il TEMPO, costringendo a concentrare l'azione nel breve arco
di una giornata, costringe anche ad esagerare le passioni, che vengono denaturalizzate sopprimendo gradazioni e sfumature.
Quindi si cancellano i caratteri individuali nella varietà infinita delle loro passioni, che vengono sostituiti da tipi astratti.
Di qui nasce il "romanzesco" nella tragedia che è il FALSO, che soffoca l'individualità.
Il bersaglio polemico è l'arte classicistica, aristocratica e di corte, quella espressa dal Rinascimento e ancora di più dalla
letteratura francese dell'epoca del Re Sole.
LA POLEMICA CONTRO IL CLASSICISMO
Tale letteratura tendeva ad una rappresentazione idealizzata. Si rifiutava da ciò che era concreto, individuale, legato ad un
particolare tempo e luogo, e rappresenta solo ciò che era universale, tipico.
Al contrario l'arte che è espressione della borghesia moderna (fine Settecento e primi dell'Ottocento), punta il suo interesse
proprio su ciò che è individuale e concreto: i personaggi sono rappresentati in un legame organico, inscindibile, con un
particolare momento della storia e con un particolare ambiente.
A questo gusto realistico moderno si rifà la nozione manzoniana dì letteratura che traspare dalle pagine della LETTRE. Una
nozione ancora legata come genere alla tradizione classica, si affermerà soprattutto nel romanzo.

TESTO- STORIA E INVENZIONE POETICA


Il passo si concentra sul problema fondamentale delle lettere: il rapporto tra poesia e storia.
ANALISI DEL TESTO. La sua poetica del “vero” porta Manzoni a produrre fedelmente i caratteri drammatici degli eventi storici.
Molto evidente in questo passo risulta la distinzione netta tra poesia e storia.
Il poeta riporta la dinamica dei fatti così come si presentano nella storia, ma gli resta comunque una sfera di creazione: il poeta
con la propria invenzione ricostruisce i moventi psicologici dei fatti, i pensieri e i sentimenti dei personaggi che non sono
conservati nei documenti.

TESTO- L’UTILE, IL VERO, L’INTERESSANTE


Il passo è tratto dalla lettera a Cesare d’Azeglio (padre del genero di Manzoni, Massimo d’Azeglio) in cui lo scrittore traccia un
bilancio del Romanticismo.
Questo quadro si articola in due momenti: nel primo viene esposta la parte negativa, cioè le critiche dei romantici ai principi della
letteratura classica (mitologia e regole); nel secondo tratta del positivo romantico, ovvero i principi poetici e i loro programmi
letterari.
ANALISI DEL TESTO. Il passo è tratto dalla lettera a Cesare D’Azeglio in cui lo scrittore traccia un bilancio del romanticismo. Il
quadro del romanticismo tracciato da Manzoni si articolata in due momenti:
1. Nel primo viene esposta la parte negativa, le critiche rivolte dei romantici ai principi della letteratura classicistica, cioè
all’uso della mitologia e alle regole;
2. Nel secondo si tratta del POSITIVO ROMANTICO, cioè della parte propositiva, i principi di poetica professati dai romantici
e i loro programmi letterari.
Il passo fissa in forma sintetica i principi fondamentali del romanticismo:
 “L’UTILE PER ISCOPO”: I romantici ereditano la concezione utilitaria ed educativa della letteratura, già propria della
generazione illuministica del "Caffè”. Alla letteratura sono assegnati figli di diffusione dei lumi, di educazione morale, di
sollecitazione civile e politica;
 “IL VERO PER SOGGETTO”: Manzoni riconosce che il concetto di vero non è facilmente definibile. Si definisce più che
altro in negativo, come rifiuto dei contenuti e delle forme della letteratura del passato, sentita come falsa, artificiosa e
vuota. Il principio del vero è un’indicazione generale di tendenza, l’espressione di un bisogno;
 “L’INTERESSANTE PER MEZZO”: Anche questo principio suona polemico nei confronti della letteratura del passato. La
letteratura deve rivolgersi non solo ai pochi, ma alla maggioranza delle persone. Per questo non può più adottare gli
argomenti cari al classicismo, ma deve rivolgersi ad argomenti più attuali, che siano vivi nella coscienza contemporanea
e più vicini all’esperienza quotidiana. Un esempio può essere costituito dalla materia religiosa, sentita dalla maggioranza
dei moderni, a differenza della mitologia antica. La letteratura deve individuare forme più aderenti agli interessi reali del
pubblico, più accessibili.

GLI INNI SACRI


La prima opera scritta dopo la conversione, gli Inni sacri, è un primo esempio concreto di una nuova poesia, prima
che che scoppi la polemica tra innovatori romantici e conservatori classicisti. In questi anni, il modello poetico
dominante era fondato sul culto del mondo antico e classico, delle sue forme e linguaggio, e sull’adozione della
mitologia classica come argomento per eccellenza; Manzoni rifiuta tutto ciò, sentendo la mitologia classica come
repertorio “falso” e ormai morto di temi, e decide quindi di cantare temi “veri” e vivi nella coscienza contemporanea.
Ne deriva quindi una poesia rivolta al popolo (non solo ai letterati) che tratta argomenti da esso sentiti. Il poeta
rinuncia quindi all’aristocratico egocentrismo della poesia precedente e si propone come un semplice interprete
corale della coscienza cristiana.
Ciò si traduce nella configurazione della forma poetica: Manzoni ricorre a metri dal ritmo agile (settenari, ottonari,
decasillabi), questi rendono il senso di fervore delle masse dei fedeli e appaiono lontani dalla solennità
dell’endecasillabo classico. Anche linguaggio si libera dalle forme auliche del classicismo.
Manzoni aveva progettato dodici inni, che cantassero le principali festività dell’anno liturgico, ma ne scrisse quattro
pubblicati nel 1815: la Resurrezione, il Natale, la Passione, il nome di Maria. Il quinto inno, la Pentecoste, fu condotto
a termine nel 1822. Il modello per gli Inni era offerto al poeta dall’iconografia cristiana, che andava dai Vangeli agli
scritti dei padri della Chiesa. I primi quattro inni sono costruiti su uno schema fisso: enunciazione del tema,
rievocazione dell’episodio centrale, commento che affronta le conseguenze dottrinali e morali dell’evento. La
Pentecoste rompe lo schema. Eliminando i motivi teologici e l’episodio e insistendo sul rivolgimento portato dallo
Spirito nella sua discesa nel mondo, questo culmina con un’invocazione affinché lo spirito scenda ancora
sull’umanità.

LA LIRICA PATRIOTTICA E CIVILE


Dopo due tentativi infelici di canzoni, "Aprile 1814" e "Il proclama di Rimini", lasciate interrotte, nel 1821 Manzoni
compone l'ode "MARZO 1821", dedicata ai moti di quell'anno e alla speranza che l'esercito piemontese si riunisse agli
insorti lombardi, e "IL CINQUE MAGGIO", ispirato la morte di Napoleone. Anche qui non resta più nulla del repertorio
di immagini mitologiche, di riferimenti storici antichi, di figure retoriche della poesia civile classicheggiante. Invece, i
fatti contemporanei sono visti nella PROSPETTIVA RELIGIOSA. In "Marzo 1821" Dio stesso soccorre la causa dei popoli
che lottano per la loro indipendenza, perché opprimere un altro popolo è contrario alle sue leggi. Nel "Cinque
maggio", l'alternanza di glorie e sconfitte della vicenda napoleonica è valutata dalla prospettiva dell'eterno.
Anche i cori inseriti nelle due tragedie rientrano nella poesia lirica e ne prendono anche le caratteristiche innovatrici.
Vicino alle forme di Marzo 1821 è il CORO DEL CARMAGNOLA, che è una deprecazione delle lotte che dividevano il
popolo italiano nel quattrocento.
Il primo coro dell'ADELCHI è un esempio di poesia della storia: la ricostruzione delle vicende di quelle masse che la
storia ha sempre ignorato, i Latini dell'VIII secolo, divisi tra due dominatori, Longobardi e Franchi. Il passato è usato in
queste opere da Manzoni per discutere i problemi politici dell'oggi.
A parte si colloca il secondo coro, dedicato alla MORTE DI ERMENGARDA: è la ricostruzione dei tormenti interiori
dell'infelice eroina, ripudiata dal marito Carlo Magno, che cerca di soffocare la passione amorosa, ma è sopraffatta
dalla sua forza devastante. Compare anche qui la poesia della storia, nella rievocazione di sue scene tipiche della vita
medievale, la caccia e il ritorno del re dal campo di battaglia; me è soprattutto POESIA DRAMMATICA E PSICOLOGICA.

LE TRAGEDIE
LA NOVITÀ DELLA TRAGEDIA MANZONIANA
Come la lirica, anche la tragedia di Manzoni si colloca in posizione di rottura rispetto alla tradizione del genere. La
novità si manifesta in due direzioni: la SCELTA DELLA TRAGEDIA STORICA e il RIFIUTO delle UNITÀ ARISTOTELICHE. La
tragedia classicheggiante, quando metteva in scena personaggi ed eventi storici, isolava l'azione in modo assoluto.
Osservava l'unità di tempo, di luogo e di azione. I fatti si svolgevano nell'arco di una giornata, non c'erano
cambiamenti di scena e non si intrecciavano fra loro le azioni. Manzoni invece, con il suo teatro tragico, vuole
collocare i CONFLITTI dei suoi PERSONAGGI in un determinato CONTESTO STORICO, ricostruito con fedeltà.
I principi che lo guidano sono esposti in un ampio saggio, la "Lettre à M. Chauvet su l'unité de temps et de lieu dans la
tragédie (=Lettera al Signor Chauvet sull'unita di tempo e di luogo nella tragedia)".
In obbedienza al suo culto del VERO, Manzoni afferma di NON voler INVENTARE DEI FATTI per ADATTARVI DEI
SENTIMENTI, ma di voler SPIEGARE CIÒ CHE GLI UOMINI HANNO SENTITO, VOLUTO E SOFFERTO, MEDIANTE CIOÈ
CHE ESSI HANNO FATTO.
Non c'è bisogno di inventare fatti perché in ciò che gli uomini hanno fatto, vi è per Manzoni un repertorio di soggetti
drammatici. Per creare la poesia drammatica bisogna ricostruire un fatto storico con le sue cause e i sui svolgimenti.
Ciò che lo distingue dello storico, è che egli COMPLETA i fatti tramandati, investigando con l'invenzione poetica i
pensieri e i sentimenti di chi è stato protagonista di quegli avvenimenti.
La convinzione dell’eccellenza dei soggetti tratti dalla storia era stata radicata in Manzoni dalla lettura dei drammi
storici di Shakespeare, un autore che era stato esaltato dalla cultura romantica europea. A confermare le convinzioni
manzoniane contribuì la lettura di Schiller e di Goethe. Questo culto manzoniano del “vero” storico esclude
l’osservanza delle unità classiche. Chiudere lo sviluppo di un’azione in limiti di tempo e di luogo, per Manzoni,
costringe il poeta ad esagerare le passioni, per far sì che i personaggi giungano subito alla risoluzione decisiva. Da
questo nasce il “falso” della tragedia classicistica, ciò che Manzoni chiama il ROMANZESCO, una forzatura artificiosa
dei caratteri e delle passioni che non corrisponde alla maniera di agire degli uomini nella realtà. Solo la libertà dalle
regole per Manzoni consente di riprodurre il vero, di costruire caratteri autentici e individuali. La falsità della tragedia,
a deleteri effetti morali, poiché gli uomini finiscono per applicare nella vita reale i sentimenti falsi visti sulla scena. Lo
scrittore è perciò preoccupato dell’influenza che il teatro può esercitare. Per Manzoni quindi solo un teatro ispirato al
vero può avere influssi positivi sul pubblico.

IL CONTE DI CARMAGNOLA
La tragedia Il conte di Carmagnola si incentra sulla figura di un capitano di ventura del '400, Francesci Bussone: al
servizio del duca di Milano ottiene molte vittorie e giunge a sposare la figlia; passa poi al servizio di Venezia,
assicurandole una clamorosa vittoria su Milano nella battaglia di Maclodio. Ma, sospettato di tradimento dai
Veneziani per la sua clemenza verso i prigionieri, viene attirato a Venezia con un falso pretesto, incarcerato e
condannato a morte. Manzoni era convinto dell'innocenza del Conte. La tragedia si regge sul conflitto tra l'uomo
d'animo elevato e la ragion di Stato.
Affronta dunque un tema centrale della visione manzoniana, la STORIA UMANA COME TRIONFO DEL MALE, a cui si
contrappongono invano esseri incontaminati, destinati inevitabilmente alla sconfitta.

L’ADELCHI
La seconda TRAGEDIA di Manzoni è l'ADELCHI. La tragedia mette in scena il crollo del regno longobardo in Italia nel
VIII secolo. Manzoni era da sempre stato affascinato da quel periodo storico. Infatti le ricerche storiche da lui
compiute avevano dato luogo ad un vero e proprio passaggio storico, il DISCORSO SOPRA ALCUNI PUNTI DELLA
STORIA LONGOBARDICA IN ITALIA.
ERMENGARDA, figlia di Desiderio re dei Longobardi, è stata ripudiata dal marito Carlo Magno, e torna dal padre.
Questi vuole vendicarsi costringendo il papa Adriano a incoronare re dei Franchi i figli di Carlo Magno rifugiatisi
presso di lui. Giunge a Desiderio un messo di Carlo Magno che gli intima di restituire le terre sottratte al papa.
Desidero rifiuta e la guerra è dichiarata. Tuttavia i duchi longobardi sono disposti a tradire. Carlo è bloccato alle
Chiuse di Susa, ma il diacono Martino gli rivela un passaggio ignorato, che gli permette di aggirare le postazioni
longobarde. Vani sono i tentativi di Adelchi di opporsi ai Franchi: i duchi traditori passano dalla parte di Carlo, e
l'esercito longobardo è in rotta. Ermengarda si è nel frattempo ritirata nel convento di Brescia, per dimenticare
l'amore tremendo per il marito; alle notizie delle nuove nozze di Carlo è assalita dal delirio e muore.
Svarto, un soldato ambizioso e traditore, fa entrare le truppe dei Franchi a Pavia, capitale del regno lombardo.
Adelchi resiste ancora a Verona, Desiderio è preso prigioniero, giunge la notizia che Verona è caduta, Adelchi ferito e
morente, chiede con le sue ultime parole al vincitore di essere pietoso verso il vecchio padre e muore cristianamente.
La tragedia si incentra su 4 PERSONAGGI:
- Desiderio, animato dalla volontà di vendicarsi di Carlo, e avido di potere e conquiste.
- Adelchi, suo figlio, che sogna gliria in nobili imprese, ma non riesce a realizzarle in un mondo dove dominano forza e
ingiustizia.
- Ermengarda, che vorrebbe distaccarsi dalle passioni terrene, ma muore devastata dal suo forte amore per il marito.
- Carlo, che ha ripudiato Ermengarda e si presenta come “campione di Dio” in difesa del papa aggredito dai
Longobardi.
È evidente e tragica la contrapposizione fra i personaggi POLITICI, Desiderio e Carlo, animati solo dall’interesse della
ragion di Stato e dalla passione di dominio, e i personaggi IDEALI, Adelchi es Ermengarda che, nella loro purezza, sono
destinati alla sconfitta nel mondo e a trovare solo in un’altra vita la soluzione dei loro tormenti.

I CORI
Manzoni introduce il CORO, una novità nel teatro tragico moderno. Nelle tragedie antiche il coro era la
personificazione dei pensieri e dei sentimenti che l'azione doveva ispirare (sorta di spettacolo ideale, che filtrava e
idealizzava liricamente le passioni del pubblico). Invece, il coro manzoniano costituiva un cantuccio dove l'autore
poteva parlare in PERSONA PROPRIA, un momento lirico in cui lo scrittore poteva esprimere la propria visione e le
proprie reazioni soggettive di fronte ai fatti tragici.
Così facendo, l’autore era sottratto dalla tentazione di introdursi nell’azione e di prestare ai personaggi i proprio
sentimenti. Per Manzoni la tragedia non deve essere soggettiva, ma deve rappresentare caratteri e conflitti
oggettivati, in nome sempre del VERO.