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GIUSEPPE PARINI (vita, opere e poetica)

Giuseppe Parino (che poi preferì modificare il proprio cognome in Parini) nasce nel 1729 a Bosisio in Brianza
da una famiglia di modeste condizioni. Dopo i primi studi, a dieci anni, si trasferisce presso un’anziana prozia
Anna Maria Lattuada che lo supporta anche economicamente e morendo poco dopo gli dà una rendita annua di
cui Parini avrebbe potuto usufruire se fosse diventato sacerdote. Essendo il sacerdozio l’unica via per i ragazzi
poveri per accedere agli studi, nel 1754 fu ordinato sacerdote e studiò per alcuni anni presso le scuole dei padri
Barnabiti anche se non con molto successo anche per motivi di salute e per motivi di adattamento ai metodi
pedagogici utilizzati in quanto troppo duri e anacronistici. Sul problema dell’educazione e della formazione egli
parlerà infatti in alcune sue opere e in alcuni testi. Dopo aver intrapreso la carriera ecclesiastica scrive e
pubblica nel 1752 una raccolta di liriche “Alcune poesie di Ripano Eupilino”. È un’opera di esordio che si rifà
a modelli arcadici, al petrarchismo, ai modello tardo-rinascimentali e alla poesia del Berni. Tuttavia, egli scrive
sotto uno pseudonimo Ripano Eupilio: Ripano è l’anagramma di Parino, suo cognome originale che poi cambiò
in Parini, e sta anche per “Ripa” cioè “riva”, “sponda” e rimanda così al lago di Pusiano su cui sorge Bosisio, di
cui Epili è il nome latino del lago. Grazie alla pubblicazione di quest’opera, Parini entra a far parte
dell’Accademia dei Trasformati nel 1753, centro culturale milanese di rilievo che nasce sulle base dell’omonima
accademia Cinquecentesca che viene poi rinnovata e riformata da Giuseppe Maria Imbonati. All’interno di
questa accademia Parini riuscirà ad affermarsi e ad avere un ruolo di spicco. La sua esperienza in questa
accademia sarà molto importante e formativa. L’Accademia, formata per lo più da nobili e personalità di spicco
come Cesare Beccaria, Pietro e Alessandro Verri, che successivamente passano all’Accademia dei Pugni, era
aperta alle istanze illuministe con posizioni però moderate, a differenza dei membri dell’Accademia dei Pugni
che erano invece su posizioni radicali. Parini si riconosceva perfettamente nei valori e nei principi ideologici e
letterari di questa accademia in quanto i trasformati erano fautori di una cultura che conciliasse sia le esigenze
della cultura moderna sia quelle della cultura classica creando cioè una cultura civilmente impegnata. I
membri di quest’accademia e Parini ritenevano che la cultura dovesse affrontare temi di attualità, temi di
spessore civile e temi scottanti per la società , tutti temi cari alla civiltà dei lumi per risolvere i problemi sociali.
Nello stesso anno in cui entra a far parte dell’Accademia entra anche a servizio della famiglia Serbelloni, e
successivamente della famiglia Imbonati, come precettor dei loro figli e fu proprio grazie a tale servizio che
poté conoscere da vicino il mondo dell’aristocrazia milanese, che rappresenta poi satiricamente nell’opera “Il
Giorno”. Nel frattempo, scrive alcuni odi di argomento civile e aveva già pubblicato due poemetti satirici “Il
Mattino” e il “Mezzogiorno”, che poi vennero raccolti sotto il titolo “Il Giorno”, con i quali si scagliava contro la
nobiltà milanese oziosa e improduttiva. Questi poemetti, per quanto uscirono anonimi, furono subito a lui
attribuiti e gli valsero grande prestigio: gli fu riconosciuto il suo ruolo cittadino e fu nominato poeta del Teatro
Ducale tanto è vero che compose il libretto dell’opera Ascanio in Alba che poi fu messo in musica da Mozart
favore della sua poetica e politica antinobiliare ci fu l’assolutismo illuminato di Maria Teresa d’Austria che,
tendeva a colpire i privilegi eccessivi dei nobili favorendo l’avanzata degli intellettuali affidando loro incarichi
di responsabilità . E così fu, a Parini venne affidato la direzione della “Gazzetta di Milano” e poi l’anno successivo
ottenne la cattedra di “Belle lettere” nelle scuole Palatine istituite da Maria Teresa. Queste scuole, che si
trasferirono nel palazzo del Brera e di cui Parini divenne sovrintendente, avevano un orientamento neoclassico
ispirato ai criteri di armonia, razionalità e perfezione, di “nobile semplicità ” e “quieta grandezza” di
Winckelmann e valori portanti della poetica e dell’estetica illuministica. Al termine dell’assolutismo illuminato
di Maria Teresa, le susseguì Giuseppe II che impose direttive autoritarie sull’organizzazione della cultura e
Parini, ferito e deluso nelle sue più profonde convinzioni si allontanò dal mondo intellettuale milanese. Vide
uno spiraglio nella Rivoluzione Francese che sosteneva gli ideali illuministi di libertà , uguaglianza e fratellanza
ma dopo gli avvenimenti del Terrore, assunse di nuovo posizioni sempre più negative. Inoltre, era membro
della commissione che si occupava della religione e dell’istituzione, ma dopo un dissidio Parini fu allontanato e
sconfortato, vecchio e di malferma salute si ritirò in un isolamento sdegnoso. Morì il 15 di agosto scrivendo
poche ore prima della morte un sonetto “Predaro, i Filistei l’arca di Dio” in cui con immagini bibliche, lodava Dio
per aver restituito Milano all’Austria ma ammoniva i vincitori a non compiere scempi e rapini dopo quelli fatti
dai francesi.
Parini, veniva così a coincidere al pari di Cesare Beccaria e i fratelli Verri, con la figura tipica dell’intellettuale
illuminista milanese, al servizio dello Stato Riformatore. Intellettuale impegnato, con la sua opera letteraria,
in una battaglia civile, teso a combattere in nome del progresso, della razionalità e delle aberrazioni e storture
che affliggono la realtà contemporanea. Egli è disponibile dunque a mettere la sua produzione letteraria a
servizio della società per risolverne problemi concreti e dare il proprio contributo alla rimozione di pregiudizi,
prepotenze, superstizioni e contribuir alla diffusione del bene comune per migliorare la vita sociale e
raggiungere la “Pubblica felicità” che nell’illuminismo era un concetto molto importante, in quanto la parola
felicità si carica di valenze molto importanti. Antonio genovesi scrivono nel 1763 “è legge dell’universo che non
si può far la nostra felicità se non si fa quella degli altri” che sottolinea un elemento essenziale dell’illuminismo,
ossia la collettività : ciò ci fa capire come la felicità individuale e quella pubblica fossero inscindibili e che la
realizzazione di sé appartenga alla realizzazione collettiva. Pietro Verri afferma “la felicità è non è fatta che per
l’uomo illuminato e virtuoso” ossia colui che ha promulgato delle leggi civili, leggi “garanti della civile liberta e
quindi della felicità pubblica” che sostiene che la felicità sia collegata alle condizioni sociali e politiche.
Rispettando le leggi civili si è liberi.

Alla base della poetica di Parini vi è infatti la funzione sociale e civile della letteratura. Egli credeva che le
opere letterarie dovessero essere utili alla risoluzione di problemi sociali e collettivi e che tali temi dovevano
essere affrontati servendosi di un linguaggio raffinato e di una forma ricercata ossia “il bello poetico”.

Parini, come gli altri membri dell’Accademia dei trasformati, ritiene che bisognasse effettivamente conciliare
l’utile al dilettevole: la letteratura deve trattare argomenti di attualità (utile) e poi avere una forma piacevole
(dilettevole) in modo da poter divulgare l’utile nella maniera più giusta (“il lusinghevol canto” come definisce la
forma gradevole, piacevole e curata nell’ultima strofa dell’ode “La salubrità dell’aria”). Parini e gli altri
accademici si ispiravano a un concetto di Orazio “miscuit utile dulci”, mescolare l’utile al dolce, veicolare
contenuti utili ma in modo anche piacevole. La poesia migliore era dunque quella che soddisfaceva queste
caratteristiche e che contribuisse al meglio al “Bello poetico”, in quanto questa forma è gradevole al lettore e
induce il lettore ad andare avanti nella lettura del testo e a capirne contenuti che di solito non erano oggetto di
poesia. Parini infatti non è d’accordo sul produrre una letteratura esclusivamente utile: la letteratura deve
insegnare, formare, giovare, ma allo stesso tempo dilettare attraverso un linguaggio che può sublimare questi
nuovi contenuti. Ad esempio, nelle “Odi”, una raccolta di 7 componimenti che scrisse tra la fine del 1700 e
l’inizio del 800 “La salubrità dell’aria”, “La vita rustica” e “L’innesto del vaiuolo”, “l’impostura”, “La musica”,
“L’educazione”, “Il bisogno”. I componimenti presentano per lo più strofe di settenari con rima alternata e ria
baciata. Egli si interessa dell’aria malsana di Milano, dei problemi igienico sanitari comparando Milano con altre
città, usando sempre però una forma raffinata e curata, seguendo i canoni formali della tradizione classica che
volevano che la letteratura avesse comunque una forma alta e ricercata, al di là del tema trattato. Ed elemento
importante e l’explicit dell’ode “La salubrità dell’aria”, nell’ultima strofa dunque, in cui il poeta scrive:
“Va per negletta via
Ognor l’util cercando La mia fantasia poetica va per una strada dritta che
La calda fantasìa, è felice solo quando può unire l’utile al merito di un
canto lusinghevole.
Che sol felice è quando
L’utile unir può al vanto
Di lusinghevol canto”

Qui troviamo il “miscuit utile dulci” rinnovata in chiave illuminista e fa sì che essa costituisse un manifesto di
poetica in quanto racchiude tutto il concetto della poetica dell’illuminismo, degli ideali dell’Accademia dei
Trasformati e di Parini stesso. A queste odi iniziali seguono un altro gruppo di odi scritte nel periodo maturo in
occasione di eventi celebrativi coe “La laurea”, “La gratitudine” e altre.

Parini, grazie al suo servizio presso le famiglie nobili, era entrato cin contatto con i valori dell’illuminismo
francese e respinge le idee antireligiose e edonistiche di Voltaire e Rousseau, di cui parla in un passo del
“Mezzogiorno”. Egli è ostile a ogni forma di fanatismo religioso, si scaglia contro l’oscurantismo e per certi
aspetti esalta una religione intima vicina al deismo illuministico. È nell’ode “L’educazione” che Parini affronta e
critica infatti i metodi pedagogici dei padri Barnabiti. Da un laro respinge le posizioni antireligiose
dell’illuminismo francese ma dall’altro è a favore degli ideali di umanitarismo ed egualitarismo, l’amore per
l’umanità e lo sdegno per tutto ciò che offende l’uomo e prova in lui umiliazione e sofferenza. E questo che lo
spinge ad impegnarsi nella battaglia civile per il bene comune e della società . Da questo nucleo di idee e
sentimenti scaturiscono anche le posizioni di Parini nei confronti della nobiltà che danno vita alla satira “Il
Giorno” in cui racconta la giornata di un “giovin signore”, un nobile, evidenziandone e criticandone l’ozio e la
vacuità dei valori e la loro improduttività : innanzitutto sul piano economico in quanto sperpera le proprie
ricchezze che derivano dalle proprie rendite ma dal lavoro altrui; poi sul piano intellettuale poiché i nobili non
dedicano i loro ozio a coltivare gli studi e poi sul piano civile in quanto nella loro vita vacua tutta protesa a una
frivola ricerca del piacere, non si curano del bene comune ricoprendo cariche e magistrature. Ne critica infine
l’immoralità dei costumi criticando l’uso del “cavalier servente” che non è altro che una legalizzazione
dell’adulterio, che distrugge uno dei valori, ai suoi occhi più sacri, indispensabili alla convivenza civile. Nel
“Dialogo sopra la Nobiltà” pubblicato nel 1757 si avvicina alla sua opera il “Giorno”. Parini confronta la
nobiltà della sua epoca con quella passata evidenziando come la nobiltà passata su era impegnata nella difesa
della “cosa pubblica”, nel difendere la patria in guerra, nel dedicarsi agli studi e così via. Sottolinea quindi che la
nobiltà della sua epoca sia in netta decadenza e che si sia abbandonata ad attività frivole. Parini, tuttavia non è
ostile alla nobiltà ma alla sua decadenza e degenerazione e non auspica all’eliminazione di quella classe ma a
una sua rieducazione affinché la nobiltà potesse di nuovo riottenere quella funzione civilmente utile che
possedeva nelle epoche passate. Il dipinto del 1791 di Domenico…raffigura uno dei principali svaghi della
nobiltà .

Parini è dunque un moderato riformista, lontano dalle posizioni radicali di Pietro Verri dell’Accademia dei
Pugni, fondata a Milano nel 1761 e di cui entrarono a far parte anche i fratelli Verri e Cesare Beccaria che prima
erano dei Trasformati. Con quest’accademia, le cui riunioni furono ritratte da Antonio Perego nel 1776, egli
aveva numerosi punti di dissenso o addirittura radicale e aperto contrasto. Innanzitutto, Parini non
condivideva il cosmopolitismo. di quegli intellettuali: erano molto aperti alle culture straniere, soprattutto a
quella francese in quanto facevano capo all’illuministi francesi. Inoltre, non condivideva il fatto che essi
respingessero il classicismo tradizionale, accademico e retorico e volevano che la poesia dovesse essere solo
efficace nella trasmissione del contenuto senza curarne particolarmente la forma. Erano contro il rispetto del
purismo linguistico, e contro i principi dell’Accademia della Crusca di cui troviamo traccia nel “Rinunzia avanti
notaio degli autori del presente foglio periodico al vocabolario della Crusca”, documento di rinuncia a
sottostare ai principi linguistici di perfezione ed equilibrio del vocabolario della Crusca, pubblicato su “Il Caffè”,
giornale fondato dai Pugni in cui sono raccolti tutti gli articoli che vanno dal giugno 1764 fino al 1765. Essi
ritenevano che anche la lingua italiana si potesse aprire ad apporti provenienti da altre lingue particolarmente
ai francesismi, abbandonando il modello di perfezione della lingua definita però asfittica e non in evoluzione
che proponeva la Crusca. I redattori del “Il Caffè” e in particolar Alessandro Verri rivendica la volontà sua e dei
suoi contemporanei di arricchire la lingua. Parini invece, fedele a un’ideale classico della letteratura, era
animato da un vero e proprio culto della dignità formale e dei modelli antichi, perciò gli ideale dei Pugni gli
apparivano quasi blasfemi. Egli era fedele alla lingua proposta dalla Crusca che però era una lingua ferma al
500 ed era il lessico delle 3 corone, degli autori del 300 di Dante, Petrarca e Boccaccio e poi arricchita dal
lessico cinquecentesco di Ariosto. Nel frattempo, erano venuti fuori nuovi significati, erano stati scoperti nuovi
oggetti e c’era bisogno di nuovi significati per poterli identificare e quindi c’era la necessità di trovare
neologismi, nuovi vocaboli e nuovi costrutti, che il vocabolario non aveva. Era quindi importate ricorrere a
forestierismi, secondo i Pugni, che rendevano possibile veicolare contenuti nuovi. Alessandro Verri rivendica
tale diritto per poter uscire dagli stretti confini del toscano illustre che del resto era la lingua utilizzata dai
Cruscanti. E il vocabolario della Crusca del 1612 non contiene ancora tutti i vocaboli giusti per attribuire nuovi
significati alle idee dei Lumi e fu così che i Pugni ricorrevano a francesismi e proponevano uno svecchiamento
della lingua. Tuttavia, Parini sosteneva che dovessero essere apportati con moderazione e per necessità
“RINUNZIA AVANTI AL NOTAIO DEGLI AUTORI DEL PRESENTE ARTICOLO AL VOCABOLARIO
DELLA CRUSCA” (pag 287)
Il brano ha un valore esemplare sia per quanto riguarda la funzione del giornalismo del tempo che era chiamato
a intervenire sulle questioni importanti dal punto di vista culturale sia per quanto riguarda un tema
estremamente moderno che era quello del rinnovo della lingua e dell’esigenza della comunicazione in una
maniera rinnovata nei contenuti e nella forma. Gli autori dell’articolo sono pronti a chiedere lo svecchiamento
del linguaggio, veicolo del processo civile che però ancora si basava sulla lingua del 500 e del 300 che
contrastava con la modernità e con l’idea dell’immediatezza dell’espressione capace di mettere in contatto il
lettore con la vera sostanza delle cose senza troppi giri di parole. È scopo primario della lingua esprimere l’utile
in una forma quanto più possibile diretta. È per questo che l’ideale dei Pugni entra in contrasto con le idee di
Parini che invece era a favore della poetica dell’ “Utile dulci”. Per supportarsi gli autori si appellano all’autorità
di autori classici come Orazio. Non manca all’interno del testo il taglio del testo “leggero” e antiaccademico
dell’argomentazione che pone in primo piano il concetto dell’utile e la libera circolazione delle idee rinnovatrici
e il concetto secondo cui “le parole servono alle idee ma non le idee alle parole”. Il testo è inoltre piuttosto
ironico e si fa uso di formule tipiche del linguaggio della Giurisprudenza, e mentre usa queste formule solenni
dall’altro nega queste formule rigide e il formalismo.
Cum sit che gli autori del «Caffè» siano estremamente portati a preferire le idee alle parole, ed essendo inimicissimi d’ogni
laccio ingiusto che imporre si voglia all’onesta libertà de’ loro pensieri e della ragion loro, perciò  sono venuti in parere di
fare nelle forme solenne rinunzia alla pretesa purezza della toscana favella, e ciò per le seguenti ragioni.

1. Perché se Petrarca, se Dante, se Boccaccio, se Casa e gli altri testi di lingua hanno avuta la facoltà d’inventar parole
nuove e buone, così pretendiamo che tale libertà convenga ancora a noi; conciossiaché abbiamo due braccia, due
gambe, un corpo ed una testa fra due spalle com’ eglino l’ebbero,

Alessandro Verri presenta una serie di punti a favore della sua tesi di rinunzia al Vocabolario della Crusca la cui
lingua viene definita “toscana favella”. Egli sostiene nel primo punto che se agli autori del passato era stata data
la libertà di modificare la lingua, perché questa libertà non può essere data anche agli autori contemporanei?

[…] quid autem?
Caecilio, Plautoque dabit Romanus, ademptum
Virgilio, Varioque? ego cur adquirere pauca,
Si possum invideor? quum lingua Catonis et Enni
Sermonem patrium ditaverit ac nova rerum

E rivendica questo diritto appellandosi all’autorità di Orazio, autore classico, per difendersi contro i Pedanti che
difendono strenuamente il lessico della lingua della Crusca.

Una lingua finché utilizzata da una comunità di parlanti non è un organismo ormai compiuto e imbalsamato un
una forma ma dove crescere e migliorarsi, deve essere modificata e arricchita in quanto non è una lingua morta,
le lingue morte sono quelle che non vengono più parlate da nessuna comunità . Sostiene quindi la facoltà a
“inventar parole nuove e buone” così come fecero i classici ai tempi loro. La lingua italiana veicolava messaggi.
Alessandro Verri sostiene nel punto 3 che non avevano nessun obbligo a sottostare alle verità della Crusca.

2. Perché, sino a che non sarà dimostrato che una lingua sia giunta all’ultima sua
perfezione, ella è un’ingiusta schiavitù il pretendere che non s’osi arricchirla e migliorarla.

3. Perché nessuna legge ci obbliga a venerare gli oracoli della Crusca ed a scrivere o
parlare soltanto con quelle parole che si stimò bene di racchiudervi.

Di nuovo nel punto 4 atteggiamento ironico verso la Crusca. Alessandro Verri è contro il formalismo e
ironicamente sostiene di non dover sottostare ai principi della Crusca, e non deve avere nessuna devozione ai
principi di questa. Egli sostiene che a volte con una lingua troppo formale e retorica si possa perdere di vista
l’utile dando importanza solo alla forma. E si finisce per non rendere utile la letteratura e per non far fruire i
lettori di un messaggio importante. E fa l’esempio ironico al limite del paradossale della “carrozza” in cui dice
che nessuno avrebbe avuto la lucidità di inventare la carrozza se tutti si fossero sempre sottomessi al rigore

formare della lingua piuttosto che alla sua utilità.

In una realtà cosmopolita in cui le idee circolano sempre più rapidamente a livello europeo è necessario
accoglierle italianizzando anche le parole straniere senza perdersi dietro ai formalismi retorici e grammaticali
contrario allo sviluppo del progresso e della scienza. In questo passo si dice che i presenti autori sono pronti a
trarre vocaboli da altre lingue, da qualunque altra lingua, in particolar dal francese perché è quella più in voga
durante l’illuminismo, se una lingua può esprimere meglio di un’altra lingua un concetto perché non utilizzarla?

Si ritorna sul concetto di “Buono”, che consiste nell’idea di trarre il buono da ogni dove se necessario e se una
lingua può meglio esprimere un concetto meglio di quella italiana senza nessun condizionamento. A tal
5. Consideriamo ch’ella è cosa ragionevole che le parole servano alle idee, ma non le idee alle parole, onde noi
vogliamo prendere useremo
7. Protestiamo che il buono quand’anche fosse
ne’ fogli nostri ai confini
di quella dell’universo,
lingua e se dall’inda o
che s’intende dagli dall’americana
uomini colti da Reggio dilingua ci si
fornisse
Calabria qualche
sino allevocabolo
Alpi; tali ch’esprimesse un’idea
sono i confini che nostra meglio
vi fissiamo, che facoltà
con ampia colla lingua italiana,
di volar taloranoi
di lo adopereremo,
là dal mare e dai
sempre
monti a però con quel
prendere giudizio
il buono chedove.
in ogni non muta
A taliarisoluzioni
capriccio lacilingua, ma l’arricchisce
siamo noi indotti perché e la fa migliore.
gelosissimi di quella
poca libertà che rimane all’uomo socievole dopo tante leggi, tanti doveri, tante catene ond’è caricato;  e se
dobbiamo sotto pena dell’inesorabile ridicolo vestirci a mò  degli altri, parlare ben spesso a mò degli altri,
vivere a mò degli altri, far tante cose a mò degli altri, vogliamo, intendiamo, protestiamo di scrivere e
pensare con tutta quella libertà che non offende que’ principii che veneriamo. E perché abbiamo osservato
che bene spesso val più l’autorità che la ragione, quindi ci siamo serviti di quella di Orazio per mettere la
novità de’ nostri pensieri sotto l’egida della veneranda antichità, ben persuasi che le stesse stessissime cose
dette da noi e da Orazio faranno una diversa impressione su di coloro che non amano le verità se non sono
del secolo d’oro.

Per ultimo diamo amplissima permissione  ad ogni genere di viventi, dagli insetti sino alle balene, di
pronunciare il loro buono o cattivo parere su i nostri scritti. Diamo licenza in ogni miglior modo di
censurarli, di sorridere, di sbadigliare in leggendoli, di ritrovarli pieni di chimere, di stravaganze, ed anche
inutili, ridicoli, insulsi in qualsivoglia maniera. I quali sentimenti siccome ci rincrescerebbe assaissimo
qualora nascessero nel cuore de’ filosofi, i soli suffragi de’ quali desideriamo, così saremo contentissimi, e
l’avremo per un isquisito elogio, se sortiranno dalle garrule bocche degli antifilosofi.

A. [Alessandro Verri]

proposito egli lo dichiara con forza e convincimento in quanto sostiene che l’uomo che vive in società non ha
libertà e Alessandro Verri fa dello svecchiamento della lingua una battaglia per la libertà espressiva, dato che la
libertà già è limitata da leggi e altro, ed essi rivendicano almeno la libertà espressiva. Ritorna nella parte
conclusiva la figura di Orazio, che rappresenta l’antichità e gli autori di tale articolo se ne servono per affermare
la propria autorità in quanto tutto, se sottomesso alle figure del classicismo o alle idee dell’età classica, ha un
altro valore e avrà maggiore presa. Dunque, si rivolge particolarmente a coloro che in effetti non fanno altro che
sostenere la validità del vocabolario della Crusca. Facendo ironia, tutti dagli insetti alle balene, hanno diritto
assolutamente di esprimersi e di criticare il loro operato e le loro idee che vanno diffondendo e di metterle in
discussione. Verri non esclude le critiche e non rinuncia al confronto, anzi lo chiede a condizione che esso
coinvolga i veri “filosofi”. Egli dice di essere aperto a qualunque critica ed è aperto al dialogo anche con coloro
che attaccano (di censurarli, di sorridere, di sbagliare) però dice che gli rincrescerebbe molto ricevere critiche
dall’intellettuale illuminista dai quali egli vuole ricevere approvazione appoggio e pareri favorevoli in quanto a
loro interessa il giudizio degli intellettuali illuministi che sono per loro modello. Gli antifilosofi, coloro che si
oppongono alla diffusione delle idee dei lumi, sono presentati in senso dispregiativo, ossia chiamati filosofi
dalle garrule bocche. Al rinnovamento spirituale, culturale, politico e sociale deve corrispondere anche il
rinnovamento linguistico.
DIALOGO SOPRA LA NOBILTÀ
Nobile: Tu m’hai così confuso, ch’io non so dove io m’abbia il capo. Io son rimasto oggimai come la
cornacchia d’Esopo, senza pure una piuma dintorno. Se per questo, per cui io mi credeva di meritar tanto,
io sono ora convinto di non meritar nulla, ond’è adunque che quelle bestie che vivevan con noi,
facevanmi tante scappellate, così profondi inchini, davanmi tanti titoli e idolatravanmi sì fattamente ch’io
mi credeva una divinità ? e voi altri autori, e voi altri poeti, ne’ vostri versi e nelle vostre dediche, mi
contavate tante magnificenze dell’altezza della mia condizione, della grandezza de’ miei natali, e il
diavolo che vi porti, gramo e dolente ch’io mi sono rimasto!

Poeta: Coraggio, Signore; ché voi siete giunto finalmente a mirare in viso la bella verità . Pochissimi sono
coloro che veder la possono colassù tra’ viventi; e qui solo tra queste tenebre ci aspetta a lasciarsi vedere
tutta nuda com’ella è. Coraggio, Eccellenza.

Nobile: Dammi del tu in tua malora, dammi del tu; ch’io trovomi alla fine perfettamente tuo eguale, se
non anzi al disotto di te medesimo, dappoiché io non trovomi aver più nulla per cui mi paia di poter
esiggere segni di rispetto e di riverenza di sorta alcuna.

Poeta: Come! Credete voi forse che i titoli che vi si davano e gl’inchini che vi si facevano là sopra, fossero
segnali d’ossequio e di venerazione, che altri avesse per voi? Oh, voi la sbagliate di molto, se ciò vi credete

Nel dialogo ci sono due personaggi, defunti, uno ricco pieno di boria e alterigia convinto di essere importante e
superiore agli altri, l’altro un poeta povero che per caso fortuito si trova nella stessa fossa dell’aristocratico
ricco e si trovano a condividere la fossa. L’aristocratico disprezza il povero, pretende rispetto e vuole che si
tenga a distanza da lui e continua a disprezzarlo e ammetterlo in difficoltà . L’aristocratico è infastidito dalla
presenza e dall’intrusione del poeta povero. Il poeta riesce però a convincere l’aristocratico che in realtà non
esiste un’aristocrazia di sangue ma esiste soltanto una nobiltà dello spirito che scaturisce dalle virtù dai meriti
e dalle doti umane e non dalla classe sociale di appartenenza né tantomeno dalla situazione economica.
Nessuno è superiore all’altro per motivi economici o sociali ma esiste un’aristocrazia dello spirito. Il poeta
mostra quindi all’aristocratico che il rispetto e la riverenza nasce dall’interesse e dalla paura e dal timore in
quanto generalmente i nobili avevano molto potere nel microcosmo in cui operavano e spesso erano rispettosi
nei loro confronti o per paura di essere puniti o per ipocrisia e per interessi propri, questo rispetto non
scaturiva da sentimenti autentici e da un vero e proprio rispetto nei loro confronti. Il poeta smonta quindi
l’alterigia di questo nobile e il nobile arriva a credere ciò che dice il poeta e si rende conto che la sua pretesa di
superiorità sono infondate. Riflettendo sul passato viene fuori anche che alcuni degli avi nobili non si erano
distinti per virtù e per valore ma si erano arricchiti e avevano conservato le loro posizioni con l’uso della
violenza, eppure l’aristocratico di vanta di avere nel proprio albero genealogico di avere questi avi andandone
fieri, ma in realtà non bisognava andare fieri di chi aveva ottenuto tutto solo grazie alla forza e alla violenza.: il
dialogo è ispirato alla orma del dialogo di Luciano la stessa a cui si ispira Leopardi per la stesura dei dialoghi
delle operette morali. Il nobile si sente come la Cornacchia d’Esopo in cui il nobile si rende conto che tutto ciò
che ha sostenuto non ha più senso. Ma si chiede il perché di tata riverenza allora in precedenza ma il poeta gli
dice che spesso era dovuto anche al mecenatismo e quindi a rendere omaggio ai nobili e a esaltare l’aristocrazia
in cambio di favori e del sostentamento. L’aristocratico comprende grazie al poeta povero che per è molto
saggio, che tutto quel rispetto nasceva dall’interesse della paura e dalla necessità . Ormai due anime, il poeta
dice che nel mondo dei vivi non si scorge ma nel mondo dei morti essa può venir fuori, “tutta nuda com’ella è” la
verità si rivela nell’aldilà ma nel mondo dei vivi si nega spesso e molti vanno avanti in maniera ipocrita e
fingendo. L’aristocratico che aveva vissuto nella menzogna scopre la verità e il poeta gli da coraggio.
L’aristocratico e il poeta sono quindi uguali, egli si rende conto che non ha più nulla per cui essere superiore e
lo dimostra chiedendo al poeta di dargli del tu. Anzi sostiene che il poeta sia addirittura superiore in quanto era
stato saggio nello scoprire tutti ciò prima di lui. Crollano le pretese di superiorità e arriva a credere che esiste
davvero l’aristocrazia dello spirito e che possiamo distinguere dagli altri grazie alle scelte, alle virtù ma non
perché apparteniamo a un'altra classe sociale. Dietro questo dialogo ci sono gli scritti degli illuministi francesi
che avevano affrontato il tema dell’uguaglianza e che Parini conosce molto bene.
IL GIORNO
L’opera “Il Giorno” è un poema didascalico definito eroicomico, genere particolarmente diffuso nella cultura
illuministica che aveva fatto dell’insegnamento e della divulgazione un vero e proprio abito mentale. Il poeta
presentandosi come “Precettore d’amabil rito” afferma di voler insegnare al “giovin signore”, giovane
aristocratico fannullone, come riempire piacevolmente i vari momenti della giornata, vincendo la noia che lo
affligge. È un poema in endecasillabi sciolti più narrativo che descrittivo. Esso si collega all’impegno civile e
illuministico delle prime odi e che fanno di Parini un poeta civile e battagliero. Il poema doveva essere
articolato inizialmente in 3 parti: Il Mattino pubblicato nel 1763, Il Mezzogiorno pubblicato nel 1765 e la Sera
che poi si è sdoppiata in “Il vespro” e “La notte” che si presentano frammentari e incompiuti. All’opera Parini
continuò a lavorare fino agli ultimi giorni della sua vita senza però terminare il lavoro.

 IL MATTINO: il nobile viene colto nel momento in cui si corica, all’alba dopo aver passato la notte a
teatro o al tavolo da gioco. Viene descritto il suo risveglio, la colazione, la lunga e laboriosa toeletta con
un ‘indugio minuzioso su tutti gli oggetti che lo circondano. Alla fine, è pronto a uscire per recarsi dalla
sua dama.
 IL MEZZOGIORNO: il precettore prende il nome di “umil cantore” il nobile viene seguito in visita alla
dama con tutte le schermaglie amorose che ne derivano, poi durante il pranzo si intrecciano vari
argomenti come temi filosofici. Dallo spazio interno al palazzo si passa agli spazi esterni
 IL VESPRO: il precettore che ha però quasi del tutto smesso di impartire i precetti di comportamento al
suo allievo si è trasformato in un semplice narratore e descrittore e accompagna il giovin signore e la
sua dama in visita ad un amico malato e ad un’amica che ha avuto un attacco di nervi, suscitando nel bel
mondo infiniti pettegolezzi. Si centra sul passeggio serale
 LA NOTTE: i due amanti si recano ad un ricevimento serale a casa di un’anziana signora. Il narratore
passa in rassegna i vari personaggi che popolano il salone, ponendo l’accento sulle loro sciocche manie.
Descrive le figure di due amanti che ormai anziani, esprimono nel gioco da tavola e nelle carte la loro
vacuità e la loro noia.

“Il Mattino” e “Il Mezzogiorno” vengono portati da lui stesso in tipografia mentre il resto del testo viene
pubblicato da un suo allievo che pubblica il testo a partire dai manoscritti dell’autore e poi nel 900 esce una
seconda edizione critica di Dante Isella che ci permette di ricostruire il processo di gestazione e creazione
dell’opera. L’opera che è lunga e ha una struttura e un linguaggio ricercato richiede molto tempo.

Le posizioni di Parini nei confronti della nobiltà danno vita ad una satira antifrastica in cui ciò che si
afferma è il contrario di ciò che si vuole affermare e in cui racconta la giornata di un “giovin signore”, un nobile,
evidenziandone e criticandone in maniera dura e irreversibile l’ozio e la vacuità dei valori e la loro
improduttività : ciò viene evidenziato attraverso un ritmo di narrazione lento e la descrizione di una giornata
tipo, uguale a infinite altre dove non succede mai nulla di importante e uno spazio quasi sempre chiuso che
simbolizza un mondo morto ormai privo di energie vitali in atteggiamento fermo, sdegnato e negativo:
innanzitutto condanna sul piano economico in quanto sperpera le proprie ricchezze che derivano dalle proprie
rendite ma dal lavoro altrui; poi sul piano intellettuale poiché i nobili non dedicano i loro ozio a coltivare gli
studi e poi sul piano civile in quanto nella loro vita vacua tutta protesa a una frivola ricerca del piacere, non si
curano del bene comune ricoprendo cariche e magistrature. Ne critica infine l’immoralità dei costumi
criticando l’uso del “cavalier servente” che non è altro che una legalizzazione dell’adulterio, che distrugge uno
dei valori, ai suoi occhi più sacri, indispensabili alla convivenza civile. Parini, tuttavia non è ostile alla nobiltà
ma alla sua decadenza e degenerazione e non auspica all’eliminazione di quella classe ma a una sua
rieducazione affinché la nobiltà potesse di nuovo riottenere quella funzione civilmente utile che possedeva
nelle epoche passate. È chiaro che non tutta l’aristocrazia si può indentificare col “giovin signore” protagonista
dell’opera di Parini. Ma la maggior parte di questa classe era parassitaria e quindi tendeva a non produrre più
né a livello sociale, né culturale ed era quindi in grande decadenza. Egli aderendo a quello che era la politica del
governo illuminato di Maria Teresa d’Austria credeva nel rinnovamento di questa classe e credeva che se
rieducata potesse ancora dare il proprio contributo al tessuto sociale. Su tali posizioni si scontra con Alfieri
che, suo contemporaneo aristocratico, riteneva che questa classe fosse in una crisi ormai irreversibile. Credeva
che non ci fosse nessuna possibilità di reinserimento nel tessuto produttivo sociale. E metteva in discussione
quelle che erano le strutture sociali dell’Ancien Regime.

Parini, pur con atteggiamento di condanna, crede fermamente nella dignità naturale e nell’uguaglianza, in virtù
degli ideali umanitaristi e ad ogni modo, in maniera anche piuttosto ambigua, mostra tra le righe un certo
fascino e compiacimento per l’eleganza, la grazia e la raffinatezza di quel mondo. Le linee, i colori, i riti e i tratti
sono presentati con raffinatezza pur essendo in un certo qual modo oggetto di condanna, e l’impressione di un
accarezzamento sensuale degli oggetti e di un vagheggiamento affascinato dell’eleganza di quel mondo nasce
anche nelle scelte stilistiche di Parini, in nome di quel “Bello poetico” che è alla base della sua poetica. Egli
utilizza un linguaggio eletto, prezioso, aulico, attinto sapientemente dalla tradizione più illustre per poter
trasferire in poesia una materia contemporanea e realistica dettata dall’impegno civile e polemico ma
trasmessa con un linguaggio letterario. Egli fa ampio uso di aggettivi in funzione esortativa che accompagnano
e definiscono e innalzano l’oggetto a cui si riferiscono, e ampie perifrasi. Ciò fanno del suo linguaggio anche un
linguaggio parodico. Inoltre, fa uso di immagini che fanno parte della poesia sensista.

Nelle ultime due parti dell’opera, l’ironia, la satira e lo spirito critico si attenuano e si rafforza il
vagheggiamento affascinato del lusso, della grazia e dell’eleganza. La denuncia sociale si stempera quasi in una
tematica esistenziale. Scompare la volontà pedagogica e correttiva e il proposito di rigenerare e rieducare una
classe in decadenza, riportandola alla sua antica dignità e originaria funzione sociale.

Non mancano all’interno dell’opera i riferimenti classici e mitologici fatti in lunghe sequenze narrativo-
descrittive, veri e propri epilli, infatti nel “Mattino” troviamo l paragone con i grandi guerrieri che si
preparavano per i duelli, mentre nel “Mezzogiorno” troviamo sfilate di dei e guerrieri
ANALISI vv 1-100 da “Il Mattino”
Ne “Il Mattino” il nobile viene colto nel momento in cui si corica, all’alba dopo aver passato la notte a teatro o al
tavolo da gioco. Viene descritto il suo risveglio, la colazione, la lunga e laboriosa toeletta con un ‘indugio
minuzioso su tutti gli oggetti che lo circondano. Alla fine, è pronto a uscire per recarsi dalla sua dama.
Il poeta si presenta come il “precettor d’amabil rito”, narratario dell’opera, che intende insegnare
all’aristocratico allievo il modo di riempire i giorni vuoti e noiosi dai ritmi sempre uguali. Il giovine ormai
dedicato solo al gioco e al piacere respinge con orrore l’idea di dedicarsi alle armi o agli studi, trincerandosi
dietro alibi pacifisti o dietro la critica contro la durezza della scuola e dei metodi pedagogici (tratto
autobiografico del Parini che aveva più volte criticato i metodi estremamente duri e anacronistici del tempo).
Il giovin signore, tipico fannullone aristocratico, si contrappone completamente alle altre classi sociali che
comunque contribuiscono al suo sostentamento, ma che vivono nell’indigenza e che hanno ritmi
completamente diversi dalla giornata del giovin signore. Ciò dietro il velo dell’ironia viene utilizzato dall’autore
per colpire la corruzione e l’inutilità della classe sociale e la sua incapacità di intraprendere occupazioni utili
come le armi o gli studi che gli potessero assicurare una funzione nella società.

Il testo, in cui l’autore mescola l’utile al dilettevole, è composto da endecasillabi piani (versi da 12 sillabe con
l’accento tonico che cade sulla penultima sillaba della parola in clausola) e alcuni versi caratterizzati da parole
non piane che però per esigenze metriche vengono letti come piani, un esempio sono i versi 71 “tenèbre”
anziché “tènebre” parola sdrucciola e “coltrìci” al verso 85 anziché “cò ltrici”. Gli endecasillabi sono sciolti,
forma metrica che nasce nel 500 come imitazione dell’esametro latino ma prende piede soprattutto nel 700 in
quanto gli autori sono desiderosi di una certa libertà espressiva; i versi non obbediscono a nessuno schema
rimico e ciò permette all’autore una maggiore libertà .

Il testo è fortemente ironico e antifrastico: l’ironia del Parini si fonda essenzialmente sulla figura dell’antifrasi,
una figura di tipo logico che consiste nell’affermare esattamente l’opposto di ciò che si vuole dire. Qui il poeta
mira a mettere in luce la vacuità insulsa, la pochezza ridicola del nobile ma non lo fa in maniera diretta. Egli
finge di essere colmo di ammirazione per il nobile e di volerlo celebrare con immagini iperboliche. Ma è
proprio l’utilizzo di immagini iperboliche che crea una sproporzione tra il linguaggio utilizzato e la realtà di cui
si sottolinea la negatività . Il precettore presenta infatti queste banali e futili occupazioni del giovane come delle
gesta eroiche. La lettura tra le righe è quella di cogliere l’idea della messa in discussione delle occupazioni della
classe nobiliare. Accanto all’ironia e strettamente collegata ad essa è l’iperbole, figura retorica dell’esagerazione
come il racconto delle attività del nobile celebrate come “gesta eroiche”.: un esempio sono le sue
“preoccupazioni” al verso 13, preoccupazioni che in realtà non ha; i suoi giochi e le serate presso le case di
piacere e le case da gioco definite come “are a Vener sacre” al verso 16; “La parca mensa” al verso 57, definita
povera e spogli per sottolinearne l’abbondanza; la sua stanchezza al rientro a casa come se avesse fatto chissà
quale battaglia o “alta impresa” e infine lo stesso rientro a casa in cui la carrozza viene paragonata al carro di
Pluto del rapimento di Proserpina al verso 76: l’immagine aulica e grandiosa fa esaltare la reale meschinità di
quella corsa inutile dopo una giornata trascorsa nell’ozio. Il linguaggio sublime del classicismo permette di
innalzare a gesta eroiche le imprese futili del giovane creando uno sfasamento tra la realtà del nobile e quella
della classe sociale lavoratrice.

Parini dal verso 33 al verso 52 propone un’idealizzazione del contadino e dell’artigiano in cui si paragona il
risveglio del nobile e quello del contadino e dell’artigiano. I due appaiono portato di una serie di valori positivi
quali gli affetti familiari, la moralità e la laboriosità . Qui l’autore non fa uso dell’ironia o dell’antifrasi ma
presenta la realtà per quella che è, tutti gli aggettivi attribuiti al contadino o all’artigiano quali “buon villano”
“caro letto”, “fedel sposa” non sono antifrastici. L’obbiettivo dell’autore è quello di sottolineare il contrasto tra
la laboriosità della classe sociale lavoratrice, che procura sostentamento alla nobiltà e invece la vacuità e
la pochezza del nobile che trascorre le sue giornate nell’ozio e senza preoccupazioni. Importante è anche
la descrizione del paesaggio luminoso della campagna, un quadretto campestre in un certo qual modo,
contrastandolo con quello del mondo artificioso e artefatto della nobiltà . Alla base di queste contrapposizioni vi
è l’ideale dell’egualitarismo, espresso anche nel “Dialogo sopra la nobiltà ”, ispirato alle teorie dei filosofi
illuministi francesi come Rousseau e Voltaire. Parini esalta quindi il valore del singolo individuo conquistato
attraverso l’operosità utile al corpo sociale.

Accanto all’atteggiamento di condanna e critica Parini risulta però alquanto ambiguo: se da un lato l’autore si
sforza di criticare la corruzione e l’artificiosità di quel mondo, in realtà quel mondo lo affascina. La grazia, la
raffinatezza e la bellezza esercita su di lui un irresistibile fascino che traspare tra le righe attraverso
l’attenzione a tutti i dettagli con i quali descrive il mondo nobiliare e ne sono un esempio i vv 79-87. Appare
quindi in piena luce quell’ambiguità di fondo nell’atteggiamento del poeta verso il mondo nobiliare tra
condanna e segreta attrazione.

FIGURE RETORICHE RICORRENTI NEL TESTO

All’interno del testo vi sono una serie di figure retoriche ricorrenti che caratterizzano quasi l’intero testo. Esse
sono:

 ANASTROFE: è una figura retorica di sintassi che consiste nell’inversione dell’ordine sintattico abituale
della frase. Percorre tutto il testo del “Mattino”.
 IPERBATO: è una figura retorica di sintassi che consiste nel separare elementi che costituiscono
sintatticamente un unico sintagma, come l’aggettivo e il sostantivo, ponendo al centro altri elementi che
determinano quindi una struttura irregolare della frase. Con l’iperbato si distrugge la sintassi della
frase. Questa figura retorica viene utilizzata soprattutto per motivi metrici o per motivi fonici o per
mettere in evidenza delle parole creando un focus.
 ENJAMBMENT: è una figura retorica di sintassi che deriva dalla parola francese che significa
“scavalcare” e si ha quando l’unità metrica e l’unità sintattica non coincidono e la fine del verso non
coincide con la fine della frase semanticamente autonoma. È un’inarcatura che fa sì che il verso si
prolunga nel verso successivo e parole dello stesso sintagma o contigue si dividono tra la fine del verso
e l’inizio del successivo spesso anche con intenzione stilistica oltre che sintattica. Si crea quindi una
scavalcatura per cui l’enunciato “scavalca” il verso e continua in quello successivo. È un fenomeno molto
comune in poesia e soprattutto nei sonetti e percorre molti versi del “Mattino di Parini” come ai vv 9-10
“noiosi e lenti giorni”; vv 33-34 “appare su l’estremo orizzonte”; vv 56-57 “cadente sol” e tantissimi
altri.

Giovin Signore, o a te scenda per lungo


Di magnanimi lombi ordine il sangue
Purissimo celeste, o in te del sangue
Emendino il difetto i compri onori
E le adunate in terra o in mar ricchezze
Dal genitor frugale in pochi lustri,
Me Precettor d’amabil rito ascolta.

Giovane signore, sia che a te il sangue purissimo divino discenda da una serie di magnanimi antenati, sia che gli onori
discendano da una lunga serie di nobili antenati sia che siano acquistati e le ricchezze adunate in mare o in terra dal
parsimonioso padre che in pochi lustri correggano in te il difetto del sangue ascolta me maestro d’un amabile stile di vita

VV 1- 7: il precettore si rivolge al nobile e gli chiede di ascoltarlo perché lui gli può insegnare un nuovo stile di
vita ed è disposto a insegnargli sia che questo giovin signore sia un aristocratico che ha acquisitivo il titolo
recentemente grazie al genitore definito “frugale” che per antifrasi si riferisce al fatto che egli sia stato
parsimonioso e che ha accumulato ricchezze e ha acquistato per lui un titolo nobiliare, o che appartenga a una
famiglia di antica nobiltà .

Nei versi 1-7 troviamo già l’uso dell’iperbato ai versi 1-2 “per lungo di magnanimi lombi ordine il sangue” in cui
il sostantivo “ordine” è separato dall’aggettivo “lungo” e poi ai versi 3-4 “del sangue emendino il difetto” in cui
“del sangue”, specificazione del sostantivo, è separato da “il difetto”. Inoltre, troviamo l’uso dell’ironia nella
parola “frugale” in cui si vuole sottolineare l’avarizia del genitore.
Come ingannar questi noiosi e lenti
Giorni di vita, cui sí lungo tedio
E fastidio insoffribile accompagna,
Or io t’insegnerò . Quali al Mattino,
Quai dopo il Mezzodí, quali la Sera
Esser debban tue cure apprenderai,
Se in mezzo a gli ozi tuo ozio ti resta
Pur di tender gli orecchi a’ versi miei

Ora io ti insegnerò come ingannar questi giorni così noiosi e lenti che una così lunga noia e insopportabile irrequietezza
accompagnano. Da me apprenderai quali debbano essere le tue occupazioni al mattino, quali dopo il mezzogiorno, quali la
sera, seppur in mezzo ai tuoi ozi ti resta quell’ozio necessario ti consenta di tendere gli orecchi ai miei versi.

VV8-15: il precettore si offre di fornirgli delle indicazioni su come evitare il “tedium”, concezione di noia, tipico
anche in Leopardi, con cui l’autore vuole sottolineare qualcosa di più profondo rispetto alla semplice noia. Il
precettore vuole aiutarle il giovin signore a uscire infatti da questa fastidiosa inquietudine che accompagna
tutta la giornata del nobile. Egli gli chiede di dedicare del tempo ad ascoltare i suoi insegnamenti perché gli
indicherà quali sono le attività da fare nelle varie ore del giorno. A tal proposto allude al Mattino, al Mezzodì e
alla Sera, le 3 parti del suo poemetto e all’idea iniziale di voler scrivere anche una parte dedicata alla sera che
poi non sarà completata.

Già l’are a Vener sacre e al giocatore


Mercurio ne le Gallie e in Albïone
Devotamente hai visitate, e porti
Pur anco i segni del tuo zelo impressi:
Ora è tempo di posa. In vano Marte
A sé t’invita; ché ben folle è quegli
Che a rischio de la vita onor si merca,
E tu naturalmente il sangue aborri.

In passato (già ) hai visitato in Francia e in Inghilterra devotamente gli altari sacri a Venere e gli altari sacri al giocatore
Mercurio (dio del gioco)e porti ancora i segni del tuo zelo: adesso è tempo di posa. Invano Marte (dio della guerra) ti invita
a sé; perché per te è folle e colui che si guadagna l’onore mettendo a rischio la vita e tu sei terrorizzato dal sangue

VV16-23: qui si fa riferimento al Grand Tour che era un’esperienza formativa per i nobili in cui essi potevano
studiare e visitare le capitali europee. I nobili potevano quindi formarsi anche dal punto di vista culturale,
economico e politico. Ma per lui tali viaggi sono stati improduttivi: egli non ha imparato nulla in quanto si è
dedicato solo ad attività futili frequentando donne e sale da gioco perdendo (bordelli e bische) e portando i
segni di ciò anzitutto perché non ha aggiunto niente alle sue conoscenze né in senso spirituale né in senso fisico
perché si ammala.

L’antifrasi dal v 20 si riferisce al fatto che il nobile non ha nessun’intenzione di partecipare alla vita militare.
Con ciò sottolinea come l’aristocrazia in passato invece si sia dimostrata valorosa in campo militare e come
invece ora sia improduttiva e vigliacca e implicitamente in contrasto con un ideale di eroismo guerriero.
È presente una dittologia sinonimica “noiosi e lenti” che è l’associazione di due aggettivi dallo stesso
significato e di alcune volte di forme verbali. Questa figura retorica è molto tipica in Petrarca e Parini e
successivamente di Leopardi che si rifà a Petrarca. Questa figura retorica serve per enfatizzare il concetto
espresso.

Né ti sono meno odiosi gli studi che arrecano tristezza: ti resero troppo avverso agli studi le prigioni piene di pianto (le
aule) dove le arti e le scienze migliori trasformate in qualcosa di mostruoso e in orrendi fantasmi
Né i mesti de la dea Pallade studi
Ti son meno odïosi: avverso ad essi
Ti feron troppo i queruli ricinti
Ove l’arti migliori e le scïenze,
Cangiate in mostri e in vane orride larve,
Fan le capaci volte eccheggiar sempre
Di giovanili strida. Or primamente
Odi quali il Mattino a te soavi
Cure debba guidar con facil mano

fanno sempre echeggiare gli ampi soffitti di lamenti giovanili (scolari). Ascolta adesso quali occupazioni a te soavi il
mattino debba guidare a te con un tocco piacevole

VV 24-32: Il precettore non usa più l’ironia ma è l’autore stesso che mette ii discussione gli stessi metodi
pedagogici utilizzati in quel tempo. Parini porta quindi un’esperienza personale il quale non aveva avuto un
rapporto sereno con l’ambiente scolastico e pedagogico. Alla scuola dei Barnabiti egli considera i loro metodi
troppo duri e coercitivi e sostiene di aprire la scuola ai metodi più moderni dell’illuminismo. È per questo che le
aule vengono assimilate a prigioni piene di pianto, per sottolineare le costrizioni degli scolari che troppo
costretti non riuscivano ad amare le discipline. Come nella strofa precedente, Parini nomina un dio o una a
seconda delle attività che presenta. Per ciascuna attività nomina il dio protettore. Qui troviamo la Dea Pallade
protettrice degli studi.

Il mattino sorge accompagnando dall’alba prima del Sole, che poi appare grande all’orizzonte più lontano a rallegrare gli
animali e le piante e i campi e le acque. Il buon contadino si alza dal caro letto che la sposa fedele i suoi figli più piccoli gli
hanno intiepidito durante la notte. Poi portando sul collo gli attrezzi agricoli che furono inventati da Cerere e Pale, va col
bue che cammina lentamente davanti e lungo il piccolo sentiero che deve percorrere scuote da i rami curvi le gocce di
rugiada, che come gemme rinfrangono i raggi del sole nascente

Sorge il Mattino in compagnia dell’Alba


Innanzi al Sol che di poi grande appare
Su l’estremo orizzonte a render lieti
Gli animali e le piante e i campi e l’onde.
Allora il buon villan sorge dal caro
Letto cui la fedel moglie e i minori
Suoi figlioletti intiepidîr la notte;
Poi sul collo recando i sacri arnesi
Che prima ritrovâ r Cerere e Pale,
Va col bue lento innanzi al campo, e scuote
Lungo il picciol sentier da’ curvi rami
Il rugiadoso umor che, quasi gemma,
I nascenti del Sol raggi rifrange.

VV 33-45: in questa strofa inizia l’idealizzazione della classe sociale lavoratrice. Si parla del risveglio mattutino
del contadino con un’immagine di vita campestre: l’alba, i campi e le gocce di rugiada sulle foglie. Il contadino
deve andare a lavorare nei campi il cui lavoro procura sostentamento anche all’aristocrazia. Inizia qui il
confronto tra le classi: il contadino definito buono si contrappone al nobile fannullone che invece dopo una
serata tra piacere e gioco si addormenta all’ora in cui il contadino si sveglia.
Al verso 36 troviamo un’ enumerazione per polisindeto con la presenza della congiunzione E tra i vari
sostantivi
Allora si alza il fabbro e riapre l’officina rumorosa (dai
Allora sorge il fabbro, e la sonante rumore dei martelli) e ritorna al lavoro non portato al
Officina riapre, e all’opre torna termine il
L’altro dí non perfette, o se di chiave giorno precedente, sia che costruisca una chiave ardua sia
Ardua e ferrati ingegni all’inquïeto che invece produca dei congegni di ferro per rendere
Ricco l’arche assecura, o se d’argento sicuri i forzieri all’inquieto ricco, sia che voglia incidere
E d’oro incider vuol gioielli e vasi gioielli e vasi d’argento e d’oro per gli ornamenti di spose
Per ornamento a nova sposa o a mense. novelle o tavole imbandite

VV46-52: qui viene presentata un’altra figura, quella del fabbro che come il contadino lavora tutto il giorno
cercando di produrre chiavi sicure che non si possono contrastare e con le quale gli aristocratici possono
serrare le loro casseforti. È qui che dunque anche il lavoro dell’artigiano, qui del fabbro, procura sostentamento
o giovamento all’aristocrazia. È il popolo che consente all’aristocrazia quindi di mantenerne i privilegi.

Ma che? Tu inorridisci, e mostri in capo,


Qual istrice pungente, irti i capegli
Al suon di mie parole? Ah non è questo,
Signore, il tuo mattin. Tu col cadente
Sol non sedesti a parca mensa, e al lume
Dell’incerto crepuscolo non gisti
Ieri a corcarti in male agiate piume,
Come dannato è a far l’umile vulgo.

Ma come? Tu inorridisci e mostri i capelli irti come gli aculei di un istrice al suolo delle mie parole? Ah, non è questo
Signore il tuo mattino. Tu non ti sedesti a una sobria mensa al tramonto del sole e ieri non sei andato a coricarti in un
giaciglio scomodo alla luce incerta del crepuscolo come è condannato a fare l’umile popolo

VV53-60: il precettore si rivolge al nobile dopo aver presentato due esponenti delle classi sociali lavoratrici: il
contadino e il fabbro. A questo punto invece ci presenta il giorno del giovane aristocratico: egli si sveglia molto
tardi quando il sole già è alto in quanto fa tardi la sera girando per le sale da gioco, frequenta il teatro
impegnato fino a notte fonda. L’autore mette quindi in evidenza l’incapacità di comprendere le sofferenze e gli
sforzi della povera gente.

Con l’uso dell’ironia e dell’antifrasi descrive il suo ritorno a casa sottolineato dalla “parca mensa”, mensa
povera, ma in realtà tutt’altro che povera. Dopo il narratore fa ironia anche sulla sua stanchezza dato che è
dedito alla vita mondana e solo a divertimenti. Al v 57 vi è un’ipallage, ossia l’attribuzione a una parola di una
caratteristica che dal punto di vista logico-semantico dovrebbe essere attribuita a un'altra parola: La luce è
incerta, non il crepuscolo. Ma il poeta attribuisce l’incertezza al tramonto piuttosto che alla luce.

A voi, celeste prole, a voi, concilio


Di Semidei terreni, altro concesse
Giove benigno: e con altr’arti e leggi
Per novo calle a me convien guidarvi.
   Tu tra le veglie e le canore scene
E il patetico gioco oltre piú assai
Producesti la notte; e stanco alfine
In aureo cocchio, col fragor di calde
Precipitose rote e il calpestio
Di volanti corsier, lunge agitasti
Il queto aere notturno; e le tenébre
Con fiaccole superbe intorno apristi,
Siccome allor che il Siculo terreno
Giove, a voi figli degli dei, ha concesso ben altro: e a me spetta guidarvi lungo un percorso diversa con altri accorgimenti e
con delle leggi diverse. Tu fra le feste e il teatro dell’opera e il gioco che suscita forti emozioni, protraesti la notte ben oltre
l’ora in cui il contadino si corica, e infine stanco in una carrozza dorata turbasti in lontananza la notte tranquilla, con il
fragore delle calde (rese calde dall’attrito) ruote precipitose e con il calpestio di cavalli velocissimi e rischiarasti le tenebre
intorno con fiaccole levate in alto, come quando Plutone fece rimbombare il terreno della Sicilia, dall’uno all’altro mare col
caro, preceduto dalle fiaccole delle furie che avevano serpi lungo i capelli.

VV61-76: a questo punto il narratore afferma che Giove concesse agli aristocratici un'altra sorte definendoli
figli degli dèi. Il giovin stanco, ironicamente, della sua giornata dedita a cose futili si descrive il suo rientro a
casa con una carrozza dorata. Il ritorno con i cavalli che cavalcano veloci è descritto ironicamente come se
volesse sottolineare un’impresa eroica e fa il paragone dunque con il mito di Pluto che con i carri e le sue Furie,
figure mitologiche con i capelli a serpenti, invade il terreno siculo per rapire Proserpina. Il giovin viene
paragonato quindi a plutone in maniera antifrastica.
Ai versi 69 c’è una parola onomatopeica, calpestio: le parole onomatopeiche sono sostantivi che rimandano a
dei suoni e sono parole presenti all’interno del vocabolario della lingua italiana, a differenza dell’onomatopea
propria che è pregrammaticale molto presente nella poesia del decadentismo e nella poesia di Pascoli. Al verso
71 invece abbiamo la parola “tenebre, parola sdrucciola che si legge invece come piana.

Così tornasti a la magion; ma quivi


A novi studi ti attendea la mensa
Cui ricopríen pruriginosi cibi
E licor lieti di Francesi colli
O d’Ispani, o di Toschi, o l’Ongarese
Bottiglia a cui di verde edera Bacco
Concedette corona, e disse: Siedi
De le mense reina. Alfine il Sonno
Ti sprimacciò le morbide coltríci
Di propria mano, ove, te accolto, il fido
Servo calò le seriche cortine:
E a te soavemente i lumi chiuse
Il gallo che li suole aprire altrui.

In tal modo sei tornato a casa; ma qui ti aspettava a nuova occupazione la mensa che ricopriva cibi stuzzicanti e vivi
pregati di colli francesi o di colli spagnoli o di colli toscani o l’ungherese tokai, a cui Bacco ha concesso una corona di edera
verde e disse: Siedi, regina delle mense. E infine il sonno ti agitò i morbidi coperte di propria mano dove ti ha accolto e il
servo fedele calò le tende di seta: e ti chiuse dolcemente gli occhi il gallo, che è solito aprirli a gli altri

VV 77-89: in questi versi si prosegue la descrizione del rientro a casa del nobile dove lo aspetta una tavola
imbandita. La descrizione della tavola con cibi stuzzicanti e i vini rappresenta quella fascinazione segreta che
provava Parini per la raffinatezza del mondo nobiliare.
Al verso 84 c’è la personificazione del sonno che opera e agisce in prima persona ed è inoltre scritto con la
lettera maiuscola. Il nobile va a dormire al canto del gallo, mentre tutti gli altri si alzano per andare a svolgere il
proprio lavoro. Di nuovo confronto ironico tra l’aristocrazia e la classe popolare.

Dritto è perciò , che a te gli stanchi sensi


Non sciolga da’ papaveri tenaci
Morfeo, prima che già grande il giorno
Tenti di penetrar fra gli spiragli
De le dorate imposte, e la parete
Pingano a stento in alcun lato i raggi
Del sol ch’eccelso a te pende sul capo.
Or qui principio le leggiadre cure
Denno aver del tuo giorno; e quinci io debbo
Sciorre il mio legno; e co’ precetti miei
Te ad alte imprese ammaestrar cantando.
È giusto perciò che Morfeo non ti risvegli dal tuo profondo sopore gli stanchi sensi prima che il giorno già pieno tenti di
penetrare tra le profonde fessure delle imposte dorate e prima che i raggi del sole molto alto sulla testa segnino a fatica in
qualche angolo la parete. Qui (nella tarda mattinata) devono avere inizio le cure leggiadre del tuo giorno e da questo
momento io come precettore ho il dovere di mettere in modo la mia nave e devo ammaestrarti a nobili imprese con i miei
insegnamenti attraverso la poesia

Vv 90-100: il nobile dorme solo dopo essere stato assistito per mettersi a dormire a differenza del contadino
che dorme in un ambiente unico in tutta la sua famiglia. Ironicamente e satiricamente nessuno può osare
svegliare il nobile la mattina presto ma solo quando il sole è già alto perché deve riposare per molte ore per
poter affrontare il resto della giornata, in cui non si dedicherà a nessuna attività utile. Il precettore finge di
esaltare il modus vivendi e il modus operandi dell’aristocrazia per poterla criticare. Sveglio poi in pieno giorno
egli può iniziare la sua giornata e il precettore deve vedere cosa far fare al suo allievo. Lo fa con una metafora:
sciogliere la nave dagli ormeggi e partire e far sì che si dedichi a nobili attività attraverso la poesia (cantando)
in quanto si rimanda alla poesia delle origini che si intonava asservendosi dell’accompagnamento musicale. La
nave invece rappresenta il topos classico della narrazione come viaggio.
Al verso 95 c’è una metonimia in quanto i papaveri sono simbolo del sonno e alludono all’oppio che si trae dai
papaveri ed è una sostanza soporifera. Quindi si ha una metonimia di tutto per la parte. Inoltre, è presente
anche un’altra metonimia al verso 99 in cui il “legno” indica la “nave” si ha qui invece una metonimia della
parte per il tutto.

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