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GEOMORFOLOGIA

Essa è una branca della geografia fisica che ha per fine lo studio e l’interpretazione del rilievo terrestre.
Essa ha come oggetto sia la morfologia delle terre emerse che dei fondi marini, usando metodi per la
misurazione sia diretti che indiretti, al fine di acquisire un quadro interpretativo complessivo delle grandi
forme del rilievo terrestre e come cambiano nel tempo a causa di processi geodinamici.

Di particolare interesse per la geomorfologia sono i processi che coinvolgono l’erosione, il trasporto e la
deposizione delle rocce, di conseguenza possiamo dire che in parte la geomorfologia studia il modo in cui i
rilievi vengono erosi dagli agenti atmosferici, e come gli stessi contribuiscano invece a riempiere i bacini dei
sedimenti prodotti da essi.

I processi geodinamici coinvolgo forze di ogni tipo, come le precipitazioni, l’azione del vento, delle onde del
mare oppure anche quelli causati dall’uomo o dagli animali. Coinvolgono quindi agenti provenienti
dall’atmosfera, idrosfera, biosfera e anche dalla litosfera stessa.

I processi geodinamici possono essere generalmente essere distinti, insieme alle forme derivate, in:

- Endogeni: Fenomeni diastrofici di deformazione crostale


- Esogeni: Modificazioni sulla superficie della litosfera

È importante anche considerare la scala spaziale e la scala temporale.


Usando una scala di classificazione tassonomica è possibile distinguere:

- GEOTESSITURE: Comprendono le unità più generali e più antiche del rilievo su scala mondiale.
Sono rappresentate da scudi, piattaforme continentali, catene montuose di corrugamento, bacini
oceanici e cordigliere.
Sono legate ad eventi tettonici e comunque endogeni premesozoici (più di 100 milioni di anni).
Tali strutture non appaiono modificate né modificabili da fenomeni esogeni.
- MORFOSTRUTTURE: Comprendono unità di carattere regionale come catene montuose (Alpi),
ghirlande insulari (Arcipelago indonesiano), depressioni (valle del Reno) ed altipiani e pianure
(Padana).
Sono legate ad eventi endogeni post-paleozoici (meno di 100 milioni di anni).
Nelle grandi linee conservano il loro aspetto originario, solo parzialmente modificato da fenomeni
esogeni.
- MORFOSCULTURE: Comprendono diverse unità del rilievo come vulcani, monti, valli, versanti,
terrazzi, falesie, morene, calanchi, frane, etc.
Possono essere legate ad eventi endogeni post-paleozoici, ma anche generate o modificate da
fenomeni esogeni più recenti (di età inferiore al milione di anni).
Nelle grandi linee conservano il loro aspetto originario, solo parzialmente modificato da fenomeni
esogeni.

Ogni classificazione deve tener conto dell'ordine di grandezza degli oggetti che si studiano; nella descrizione
e interpretazione delle unità morfologiche che compongono le terre emerse, occorre appunto considerare
preliminarmente la scala.

La classificazione tassonomica di A. Cailleux e J. Tricart, riassunta nella Tabela, ha il merito di considerare le


unità morfologiche tenendo conto dei fattori strutturali, e di non trascurare il fattore tempo.
L'indicazione aggiuntiva dell'ordine di grandezza anche per le unità climatiche non comporta una precisa
corrispondenza tra regioni morfologiche e regioni climatiche, ma suggerisce di esaminare le interrelazioni
tra il rilievo delle terre emerse e l'ambiente in tutta la sua complessità.
Due diversi modi di prospettare l'evoluzione del rilievo sono schematicamente presentati nella fig. 1.14, che
mette l'accento sul problema della stabilità o della mobilità tettonica durante l'erosione.

Tra i vari processi che interagiscono fra loro dobbiamo considerare l'interazione fra i processi endogeni e
quelli esogeni.
Nella figura, le frecce rivolte verso l'alto indicano schematicamente i movimenti tettonici che provocano
deformazioni con prevalente sollevamento; quelle tratteggiate rivolte verso il basso indicano gli effetti
dell'erosione e della denudazione in generale, tendenti ad abbassare i rilievi.

Esistono due tipi di interpretazioni:

- In A (interpretazione «fissista») si confrontano tre situazioni e si immagina che si passi


gradualmente, col tempo, dalla situazione rappresentata a sinistra («rilievo giovanile»), a quella
rappresentata a destra («rilievo vecchio»).
Da forme molto aspre, energiche, si passerebbe ad un rilievo via via più attenuato per effetto
dell'erosione, in un arco di tempo caratterizzato da fissità tettonica, in cui si suppone che i
movimenti tettonici siano assenti.
- In B (interpretazione «mobilita») si considera invece una quasi simultaneità tra le deformazioni
tettoniche e i processi di erosione; il rilievo vi appare tanto più accentuato quanto più importanti
sono le deformazioni.

I termini giovanile, maturo, vecchio sono legati all’interpretazione fissista, cioè alla stabilità dopo una fase
iniziale di sollevamento tettonico.
Questi stessi termini si adoperano però spesso anche con un significato più generico, non legato a
particolari teorie.
Una forma di qualsivoglia genesi può dirsi giovanile quando presenta evidenti, freschi segnali del processo
che l’ha determinata; dopo l'arresto di quel processo, la forma diventa inattiva e la si potrà indicare come
una forma vecchia (avrà contorni meno netti, perché avrà subito qualche modificazione, per intervento di
altri processi).
Così si parla di ringiovanimento d'una forma quando, dopo una pausa, si nota che vi è stata riattivazione. Ad
esempio, di una valle si può dire che è ringiovanita per la ripresa dell’incisione fluviale, quale che sia la
causa di questa ripresa.

Problemi di convergenza morfologica: Poiché nell'interpretazione genetica si parte spesso dalla forma per
risalire al processo genetico, è bene avvertire che processi diversi possono dar luogo a forme simili (che si
indicano come forme omologhe, o convergenti).
L'attività vulcanica, l'impatto di una meteorite, il crolla della volta di una cavità sotterranea; anche le doline,
di origine carsica, hanno in molti casi forme simili.

Le forme strutturali: in geomorfologia la struttura comprende sia la litologia, sia la giacitura degli strati,
entrambi condizionano e guidano i processi legati all’azione modellatrice delle forze esogene, dando origine
alle forme strutturali, dove la struttura è considerata in senso passivo.

Per quanto riguarda le forme tettoniche, esse sono causate direttamente da deformazioni crostali, sono
anch’esse forme strutturali dove però i movimenti tettonici sono coinvolti in senso attivo quindi sono agenti
endogeni.

In ogni caso la struttura di un rilievo agisce direttamente o indirettamente al modo in cui il rilievo stesso si
modifica a causa degli agenti geodinamici, principalmente di quelli esogeni.

Erosione selettiva: quando si osserva che l’erosione ha operato con efficacia diversa su due rocce in quanto
queste hanno caratteristiche diverse.
Dove prevalgono i processi di erosione:

- restano in rilievo, con forme sporgenti, le rocce più resistenti e più dure
- risultano depresse o vengono facilmente spianate, le superfici costituite da rocce tenere o poco
resistenti.

In geomorfologia non si può stabilire una scala di erodibilità in quanto giocano diversi fattori come
Petrografia, Fratturazione, Cementazione, Stratificazione e poi questioni ambientali quali quelle climatiche.

Il termine duro o tenero va sempre usato in senso relativo, questo perché rocce identiche, ma poste in
ambiente diverso, si possano comportare qui come resistenti là come poco resistenti.
Per esempio i calcari in ambiente oceanico fresco e piovoso, sono fortemente consumati dall’azione
chimica dell'acqua e non appaiano con forme sporgenti nel rilievo, rispetto alle atre rocce; invece in
ambiente subarido emergono come monti e picchi in forte rilievo.

Superfici strutturali: una superficie che coincide col piano stratigrafico superiore di un banco di roccia
resistente.
Tale superfice è il risultato dell'eliminazione per erosione di rocce tenere che ricoprivano il banco duro:
risulta, in poche parole, da erosione selettiva.
L’erosione, man mano che fa arretrare un gradino elimina la roccia tenera e mette a nudo la roccia dura.
Superficie di spianamento: una superficie pianeggiante che è il risultato dell'erosione di precedenti rilievi e
che tronca rocce svariate, strutture tettoniche svariate, quasi annullando l'influenza della struttura.
Una superfice di spianamento che tronchi rocce dure ha richiesto un tempo lungo per formarsi.

Sedimenti che poggiano su una superfice di spianamento sono posteriori alla superficie stessa oppure
possono indicare che, nel corso dello spianamento, avvenivano fenomeni di deposizione mentre altrove la
superficie continuava a formarsi per processi di erosione.

Tanto una superficie strutturale quanto una superfice di spianamento possono essere deformate da
movimenti tettonici posteriori come pure possono venire interessate da nuovi fenomeni erosivi, anche
parziali, oppure possono essere ricoperte più o meno estesamente da nuovi sedimenti.

Superficie substrutturale: una superficie che corrisponde approssimativamente ad un piano stratigrafico;


essa conserva gualche residuo delle rocce sovrastanti (tenere} e intacca parzialmente lo strato duro
sottostante.
Forme semplici influenzate dalla struttura in rocce stratificate: esempi scolastici di forme influenzate dalla
struttura si possono osservare in regioni costituite da formazioni sedimentarie a strati alternativamente
duri e teneri.

Gli esempi più semplici si hanno con banchi orizzontali o quasi.


Intagliati dall'erosione, i banchi o strati duri espongono le loro testate che resistono formando pareti; quelli
teneri, sottoposti più facilmente alla degradazione, si assestano con pendii meno inclinati.
Possono risultare così versanti a gradinata con ripiani di denudazione selettiva, detti anche terrazzi di
denudazione.
I banchi duri proteggono quelli teneri sottostanti, ma la loto testata può arretrare per crolli se la base,
costituita appunto dalle rocce tenere, diventa instabile.

versante a gradinata,
con pareti e cornici dove
affiorano le testate dei
banchi più duri; ripiani o
terrazzi di denudamento
(t) in corrispondenza
all’esposizione degli
strati di rocce tenere

Possono formarsi anche rilievi tabulari, altrimenti detti tavolati o, con termine di derivazione spagnola,
mesas (sing. mesa).
La figura sottostante presenta in sezione lo schema semplice di un tavolato, con un banco di roccia dura che
resiste ala sommità, pur cedendo per crolli che si verificano alla periferia, ove viene a mancare il sostegno
delle rocce sottostanti; anche torrioni isolati possono durare per un certo tempo.
La Sardegna ci offre esempi di monti tabulari di questo genere nei tacchi dell'Ogliastra (costituiti da calcari
poggianti su un basamento di rocce eruttive).

esempio di rilievo
tabulare o mesa;
torrione o testimone

Passando alle strutture con strati inclinati troviamo vari tipi di rilievi dissimmetrici che, in genere, si
indicano come rilievi a struttura monoclinale, o rilievi monoclinali.
Nette differenze contraddistinguono i versanti in cui gli strati affiorano con le testate (versanti a
reggipoggio) rispetto a quelli in qui gli strati scendono come il perdio (versanti a franapoggio).
Casi semplici di dissimmetria, dipendono solo dalla differenza di giacitura dei banchi sui versanti opposti,
tale da influenzare la stabilità dei versanti stessi, nel senso che la giacitura limita o favorisce i fenomeni di
degradazione e denudazione.

rilievi
monoclinali
Altri rilievi monoclinali, invece, oltre a risentire di questo effetto, hanno una forma fortemente condizionata
anche dalla presenza e dal vario spessore di strati alternativamente duri e teneri; per effetto dell'erosione,
le parti in rilievo finiscono con l'essere quelle costituite dai banchi duri, le più depresse sono scavate nelle
rocce più tenere, si indicano come hogback le croste formate dall'emergenza di strati duri assai inclinati,
mentre si determinano rilievi nettamente asimmetrici, detti cuestas, quando l’inclinazione degli strati è
modesta.
Questi sono caratterizzati da una fronte ripida ove affiorano le testate di banchi rocciosi duri, e da un dorso
a debole pendenza, in corrispondenza ad una superficie di strato solitamente duro messe a nudo
dall’erosione.
fronte

hogback

Deformazioni tettoniche semplici: Le faglie sono dislocazioni di tipo rigido; lungo un piano di faglia si
realizzano spostamenti nella posizione relativa di blocchi.

Considerando faglie dirette, tali spostamenti creano gradini nelle superfici topografiche, che sono
chiaramente gradini di origine tettonica, segnati da scarpate di faglia.
La loro analisi dovrebbe fare riconoscere, oltre ai caratteri della dislocazione, anche il grado di freschezza
della forma tettonica risultante. Quando la roccia della parete è lisciata si parla di specchio di faglia.
La forma tettonica è sensibilmente modificata o almeno ritoccata da crolli e fenomeni erosivi; infatti il
blocco sollevato va soggetto a demolizione, quello abbassato in molti casi viene coperto dai prodotti della
demolizione stessa o da altri materiali.
L'altezza visibile della scarpata ha pertanto, di solito, un valore inferiore a quello che si dice il rigetto
verticale della faglia, ossia il valore dello spostamento relativo che è avvenuto tra i due blocchi vicini.

Le faglie spesso non consistono in un solo piano di rottura e movimento, ma piuttosto sono date da vari
piani vicini e circa paralleli fra loro.
Si crea tutta una zona di disturbo d'un certo spessore in cui le rocce per l'intensa frizione subita risultano
frantumate.
È la ragione per la quale lungo le faglie si istaurano rapidamente fenomeni di demolizione: l’erosione degli
agenti esogeni vi è spesso più facile che sui blocchi rocciosi adiacenti che hanno mantenuto la loro
compattezza

Vanno menzionate anche le faglie trascorrenti, di cui alcune sono riconoscibili dall’andamento degli
elementi topografici spezzati, spostati orizzontalmente sui blocchi adiacenti la linea di disturbo .
Le strutture a pieghe si osservano in formazioni rocciose stratificate.
Le pieghe sono distorsioni di tipo continuo con distribuzione eterogenea dello strain che coinvolgono sia
rocce stratificate o foliate, sia rocce originariamente massicce o con tessitura statisticamente isotropa, quali
ad esempio rocce granitoidi.
Il processo di piegamento interessa indifferentemente superfici reali preesistenti (superfici di strato,
foliazioni o faglie) e superfici virtuali. La presenza di superfici reali rende solamente più evidente e
immediata al principiante la percezione della geometria del piegamento
MODELLAMENTO DEI VERSANTI

Il termine VERSANTE in geomorfologia si riferisce a qualsiasi porzione della superficie terrestre escludendo
qualsiasi elemento di fondovalle.
Con questa definizione vengono pertanto compresi eventuali tratti orizzontali lungo i pendii, come terrazzi,
superfici strutturali etc.

Per profilo si intende la linea che si ottiene per l’intersezione del versante con un piano verticale

La forma dei versanti quindi dei profili può essere schematicamente suddivisa come segue:

Si dicono profili convessi quei profili derivanti dalle infinite combinazioni dei tipi suddetti
Il cambiamento da un tipo di profilo ad un altro è detto rottura di pendio
Lo studio dei versanti deve essere finalizzato allo studio delle cause che hanno determinato le forme nel
tempo
Non si può basare la classificazione su profili o superfici particolari in quanto queste possono essere
l’effetto di processi diversi che danno risultati simili

PROCESSI DI DEGRADAZIONE: Il modellamento di un versante avviene con un trasferimento di materiale


dalle parti più alte e dalla cresta verso i tratti intermedi ed il piede.
Questi fenomeni portano alla diminuzione complessiva dell’inclinazione del versante ed in generale ad un
abbassamento del rilievo terrestre

L’insieme di questi processi (disgregazione, disfacimento, alterazione, frantumazione) sono detti di


degradazione

Con il termine aggradazione si intende invece l’insieme dei processi di accumulo di questi materiali alla
base dei pendii e di sedimentazione in aree più a valle a causa della gravità e delle acque meteoriche
L’azione di attrazione esercitata dalla gravità fa sì che il materiale di disgregazione e/o di alterazione tenda
a spostarsi dall’alto verso il basso

Quando l’azione viene esercitata lungo un piano inclinato, oltre all’angolo di inclinazione, hanno
importanza due fattori:

- La forma dei detriti


- L’asperità del piano inclinato (attrito)

È noto che la forza necessaria a vincere l’attrito statico è molto maggiore di quella necessaria per vincere
l’attrito dinamico.
Occorre cioè uno sforzo maggiore ad avviare un movimento piuttosto che a mantenerlo in moto.
Pertanto bisogna considerare:

- La Pendenza di distacco: è l’acclività minima perché possa iniziare un processo di spostamento


- La Pendenza di accumulo: è l’acclività massima alla quale si arresta un processo di spostamento

In natura l’angolo della pendenza di distacco dipende da diversi fattori, ma soprattutto aumenta
all’aumentare della granulometria dei detriti:

- Ghiaia 35° - 45°


- Sabbia fine 25° - 30°

I detriti in stato di quiete lungo pendii compresi tra i valori della pendenza di accumulo e di quella di
distacco, sono in condizione di potenziale disequilibrio, cioè qualsiasi agente esterno che non sia la gravità
può innescare il loro movimento.

Le pareti rocciose con acclività superiore a quella di distacco, in presenza della sola gravità, tendono a
raggiungere ed assumere il valore della pendenza di accumulo.
A quel punto la sola gravità non sarà in grado di innescare alcun movimento.
Considerando un pendio in roccia coerente in condizioni climatiche e tettoniche stabili, con il tempo il
risultato sarà un versante a profilo più o meno rettilineo e con valori della pendenza di equilibrio analoghi a
quelli di distacco, il profilo del versante a questo punto è detto regolarizzato.

Il materiale detritico, che precipita per gravità al piede di un versante, si dispone in depositi più o meno
acclivi, dipendenti dall’angolo di accumulo proprio del materiale

Se un versante regolarizzato si trova in condizioni climatiche favorevoli, su di esso può attecchire la


vegetazione
Ciò favorisce la formazione di un suolo che ha caratteristiche differenti da quelle del versante originario
(regolarizzato)

Questi nuovi caratteri strutturali potranno far sì che il versante subisca un nuovo modellamento dovuto ad
altri agenti geomorfici quali l’acqua di infiltrazione e di imbibizione.

In base all’intensità degli agenti geomorfici e atmosferici possiamo avere processi di degradazione
meteorica oppure grandi movimenti di massa.

geologia applicata
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IL DILAVAMENTO: Le acque piovane provocano importanti effetti geomorfologici legati sia all’azione
dell’impatto delle gocce sul terreno sia a quella dello scorrimento dell’acqua superficiale

Soffusione: Quando l’acqua di ruscellamento penetra in un terreno poroso e fessurato e vi scorre con
velocità abbastanza elevata, si possono produrre dei cunicoli subsuperficiali d’erosione con forme più o
meno ramificate

Depositi colluviali: Se le acque di ruscellamento non confluiscono direttamente in un corso d’acqua, il


materiale mobilizzato, trasportato e depositato viene detto deposito colluviale
I PROCESSI ELEMENTARI

Disfacimento meteorico

Il disfacimento meteorico è l'insieme delle modificazioni fisiche (prevalentemente meccaniche) e chimiche


che subisce una roccia al contatto con gli agenti atmosferici.

Per le modificazioni meccaniche si parla di disgregazione, di processi clastici; per le modificazioni chimiche
di alterazione (in senso stretto).
In generale si osserva il risultato di più processi meccanici e chimici, che hanno agito congiuntamente sulle
rocce facilitandosi l'un l'altro; tale risultato dipende da fattori ambientali, dalla natura stessa delle rocce, e
dalla durata del tempo in cui queste sono rimaste esposte.
Più precisamente le modificazioni di tipo clastico possono consistere in una frantumazione in granuli, o in
blocchetti secondo i piani di debolezza dati dalle fratture e dai piani di stratificazione, o in scagliette
secondo i piani di scistosità. Ancora fenomeni clastici sono la « desquamazione » e la « esfogliazione »
secondo superfici parallele a quella esterna, o anche nella rottura in frammenti separati da superfici
irregolari di neoformazione (« deflagrazione »).

L’acqua, che può penetrare nei pori e nelle fessure delle rocce, interviene in un gran numero di questi
processi;

- sia come agente diretto, nella fase liquida e coi suoi passaggi di stato (disseccamento e
umidificazione ripetuti, congelamento e liquefazione ripetuti);
- sia come fluido che porta con sé sostanze diverse in soluzione, e che crea le condizioni necessarie a
molte reazioni chimiche e biochimiche.

In quanto mobilizza e trasporta sostanze disciolte, l'acqua produce spesso un effetto dilavante (in senso
chimico) su alcune rocce, e in taluni casi determina altrove fenomeni di rideposizione di qualche sostanza.

In generale si osserva che le regioni sottoposte a climi umidi, sulla Terra, sono anche quelle in cui il
disfacimento delle rocce è più attivo.

Una roccia, in contatto con l’atmosfera, l’idrosfera o la biosfera, si trova in condizioni fisico-chimiche
generalmente differenti da quelle nelle quali si era formata e quindi in situazione di instabilità.
Queste portano alla disgregazione fisico-meccanica o all’alterazione chimico-biochimica della roccia.
Da questi processi elementari vengono generati fenomeni più complessi che sono sempre funzione di tre
gruppi di cause:

- Condizioni climatiche: Una copertura vegetale continua in ambienti caldi o caldo – umidi favorisce i
processi chimici
Una copertura vegetale rada e discontinua in presenza di clima rigido con sbalzi di temperature e di
precipitazioni favorisce i processi fisici
- Fattori strutturali: comprendono: la litologia, la porosità, la permeabilità, la cementazione, lo stato
di fratturazione, il colore
Tali fattori possono influire su: assorbimento idrico, alterabilità e irraggiamento
Altri fattori di notevole rilevanza sono: la condizione topografica del terreno (acclività, esposizione
strati) ed il tempo di esposizione
- Agenti che determinano il processo
Il prodotto dei processi di disgregazione e/o di alterazione delle rocce è detto: saprolite o eluvio.
Coltre superficiale di frammenti detritici non consolidati e delle più svariate dimensioni

Gelivazione: (indicata anche con le espressioni: processo crioclastico, azione del gelo e disgelo, gelifrazione
ecc.) è provocata da variazioni di temperatura che comportino, in presenza d'acqua, passaggi sopra e sotto
il punto di congelamento di questa.
Il meccanismo è dato dalle pressioni che nella roccia esercita il ghiaccio che cristallizzando aumenta di
volume di circa il 9 % entro i pori o le fessure.
Col disgelo, l'acqua penetra più profondamente; col congelamento, la pressione del ghiaccio tende ad
allontanare le pareti del vano disponibile.
La frantumazione è tanto più intensa quanto più numerosi sono i cicli di gelo-disgelo. Inoltre, quanto più
scende la temperatura, tanto più profondamente agisce nelle rocce questo processo.
I frammenti di roccia prodotti sono angolosi, ma la forma e le dimensioni risentono del grado di porosità e
del tipo di fessurazione delle varie rocce: col termine gelività si indica appunto l'attitudine più o meno
manifesta delle rocce ad un disfacimento di questo tipo.

I frammenti (crioclasti) hanno forma e dimensioni riconducibili ai litotipi originari.


Sono caratterizzati da angoli e spigoli vivi.
Si depositano in letti su topografie pianeggianti ed in falde o coni ai piedi dei versanti.
Le zone climatiche più favorevoli sono quelle: sub –polari marittima (Islanda – 150 cicli/anno)

Termoclastimo: consistono nella frantumazione della roccia per effetto delle variazioni di temperatura,
sono relativamente poco efficaci da soli, in assenza d'acqua.
In essi intervengono semplicemente fenomeni di dilatazione e contrazione termica: tensioni nella
compagine rocciosa si creano quando si stabiliscono differenze termiche all'interno della roccia stessa.

Le variazioni di temperatura, prodotte dall’insolazione diurna e dal raffreddamento notturno determinano


dilatazioni e contrazioni delle rocce.
Il processo è attivato da:
- I diversi coefficienti di dilatazione dei diversi minerali nelle rocce eterogenee
- L’anisotropia e quindi la differente dilatazione dei diversi minerali nelle diverse direzioni nelle rocce
omogenee
- Il maggiore potere di assorbimento del calore dei minerali scuri rispetto a quelli chiari

La bassa conducibilità termica delle rocce fa sì che il processo sia limitato agli strati superficiali.
Il processo porta alla desquamazione in lastre e scaglie a spigoli vivi.
È tipico di zone desertiche o di alta montagna a scarsa precipitazione.

Idratazione, idroclastismo: (idratazione) Alcuni sali inorganici possono cambiare le loro forme cristalline
legandosi a molecole d'acqua ed aumentando di volume.
Così il carbonato di sodio può esistere nella forma anidra (Na 2CO3), o combinato con 1 molecola d'acqua
(Na2CO3*H2O), o anche con 10 molecole d'acqua (Na 2CO3*10H2O).
In natura è frequente la trasformazione del solfato di calcio anidra (anidrite) in solfato di calcio biidrato
(gesso: CaSO4*2H2O).
Questa trasformazione comporta un aumento di volume di interi corpi rocciosi con effetti meccanici anche
sulle rocce inglobanti.
(idroclastismo) Ma, anche più in generale, i fenomeni di imbibizione e di disseccamento su alcune rocce,
con ripetute alternanze, possono essere causa di mutamenti meccanici all'interno di esse e dare l'avvio ad
altri processi.
Molti minerali della famiglia delle «argille», per idratazione, o per assorbimento d'acqua si rigonfiano, con
effetti del tipo sopra indicato.

Cristallizzazione di sali disciolti: (Aloclastismo)Soluzioni acquose ricche di sali possono penetrare nei pori e
nelle fessure della roccia.
Se una certa quantità dell'acqua evapora, si formano cristalli di sali all'interno delle cavità, capaci di
esercitare notevoli pressioni, tali da provocare una polverizzazione della roccia o un disfacimento granulare,
o anche una rottura in blocchi.
In vicinanza del mare o di laghi salati, il vento o gli spruzzi apportano sostanze saline a contatto con la
pietra; ma è noto che il vento può diffondere queste sostanze anche lontano; e bastano i limitati fenomeni
di umidificazione e disseccamento connessi con la rugiada notturna perché questi processi siano attivi
anche nei deserti.
In sostanza, si tratta di un disfacimento delle rocce di tipo meccanico; si indica anche con le espressioni:
effetto della salsedine, processo aloclastico, o disgregazione salina.

Azioni degli organismi viventi: (bioclastismo) A questa categoria appartengono i processi elementari di
frantumazione fisica conseguenti ad azioni di esseri viventi.
Tra i processi naturali di tipo meccanico, tendenti ad aprire fenditure nelle rocce, va menzionata l'azione
divaricatrice delle radici delle piante, cunicoli o cavità prodotti dagli animali eppure attività antropiche
come l’aratura o il dissodamento che portano al frazionamento del suolo.
Tra i processi biochimici distingueremo:

- effetti indiretti della presenza di organismi: produzione di sostanze organiche di decomposizione,


tra cui molti acidi organici (acidi umici ed altri), produzione di CO 2, ammoniaca ecc.; l'acqua che
circola a contatto con le rocce viene così arricchita di agenti d'attacco chimico;
- azioni dirette sono invece quelle di animali o piante che secernono particolari sostanze (acidi)
strettamente legate alle loro funzioni vitali a contatto con la roccia.
Tra gli animali, alcuni molluschi marini chiamati litòdomi si creano una nicchia forando le rocce. Tra
le piante, è molto importante l’azione dei licheni che gradualmente riescono a penetrare con
minute radichette tra i granuli di una roccia, anche partendo da una superficie liscia: preparano
quindi la via per L’instaurarsi di altri processi.
Le radici delle piante, in genere, oltre ad assorbire l'acqua, sono in grado di assorbire sostanze utili
sui minerali.
Importantissime sono le azioni biochimiche dei microorganismi.

Azione solvente dell'acqua: (soluzione) Si manifesta sui minerali solubili, e sulle rocce che ne sono
costituite: sono soprattutto le rocce di origine evaporitica.
Tra i minerali è molto solubile il salgemma (NaCI), meno solubili l'anidrite (CaSO 4) e il gesso (CaSO4*2H2O).
Una limitata o limitatissima solubilità in acqua esiste per tutti i minerali.
Ciò però ha, più che altro, interesse teorico, perché l'acqua praticamente non è mai pura come l'acqua
distillata, e perché il passaggio di sostanze in soluzione avviene spesso per mezzo di processi chimici svariati
(attacco di acidi organici e inorganici, idrolisi, ecc.).
Si passa allora ad un attacco delle rocce non per semplice soluzione, ma per fenomeni di corrosione che
vanno studiati.

L’anidride carbonica, che è un gas presente nell’aria e nel suolo, può sciogliersi nell'acqua piovana e
nell'acqua circolante nel terreno, conferendo alla soluzione un certo grado di acidità.
Tra gli effetti più significativi è la corrosione delle rocce carbonatiche, in particolare dei calcaci: fenomeno
molto importante per la grande diffusione di queste rocce.
In forma semplificata la reazione si può esprimere nel modo seguente

CO2+H2O+CaCO3 Ca(HCO3)2
Calcite (nella roccia) bicarbonato di calcio (in soluzione)

La doppia freccia indica che, in determinate condizioni, la reazione può procedere verso sinistra, ossia dalla
soluzione contenente bicarbonato può ridepositarsi calcite. Questo processo presiede ai fenomeni carsici.

(idrolisi) È un fenomeno di alterazione chimica molto diffuso a causa della grande abbondanza di silicati in
natura.
I silicati vengono attaccati dall’acqua che è scissa in ioni H + e OH-, in virtù di una sua certa acidificazione
(contiene CO2).
I cristalli dei silicati contenenti alluminio ed altri elementi metallici (feldspati) vengono attaccati dall’acqua
acidificata scissa in ioni, con passaggio in soluzione degli ioni metallici e produzione di elementi residuali
non solubili:

Questo tipo di passaggio in cui silice ed allumino continuano a rimanere legati si chiama alterazione
siallitica.

Quando sotto particolari condizioni climatiche (climi caldo – umidi) avviene una completa separazione tra
silice (che dà luogo ad una soluzione colloidale) e alluminio (che resta in posto come elemento residuale) si
parla si alterazione allitica.
Alcuni dei costituenti più comuni delle rocce, come la silice (SiO 2) e l’allumina (Al2O3) possono originare
delle soluzioni colloidali di tipo idrofilo (cioè soluzioni in cui il composto mostra affinità con l'acqua che
funge da mezzo disperdente).
Perciò la formazione di queste soluzioni può essere considerata un caso tutto particolare di idratazione.
Più precisamente la silice origina, combinandosi con l'acqua, acido ortosilicico, il quale polimerizza
formando silice colloidale; analogamente l’allumina in mezzo acquoso origina alluminio colloidale.
Sulla superficie terrestre la formazione di silice ed alluminio colloidali è relativamente veloce nelle regioni
tropicali umide, ma la stabilità delle soluzioni risente di numerosi fattori sia climatici che chimici, e forse
biologici.
A questi meccanismi si deve imputare la forte erosione chimica, in rocce silicatiche, delle regioni tropicali; la
loro complessità giustifica però differenziazioni locali nell'esportazione di certi minerali.

Durante le stagioni secche gli elementi residuale danno luogo a crostoni che si dicono lateritici (ferro) o
bauxitici (alluminio)

Ossidazione: Svariati minerali, originatisi in ambiente riducente, possono manifestare instabilità a contatto
con l'ossigeno presente nell'aria o disciolto nell'acqua.
Ne risulta la produzione di ossidi e idrossidi: tra i più importanti sono quelli di ferro e di manganese che,
nelle rocce parzialmente alterate o nei residui di alterazione mescolati con altri prodotti del disfacimento,
determinano caratteristiche colorazioni giallastre, rossastre, nere, brune o ruggine.

È questa una ragione che spiega come il colore apparente di una roccia in superficie, o nelle parti alterate,
sia spesso ben diverso dal colore della roccia non alterata.
Può aversi addirittura una concentrazione di tali ossidi sulla superficie esposta alle intemperie, dovuta ad
effetti di risalita per capillarità, in rocce per lo più porose: appaiono allora patine superficiali, croste, vernici,
intensamente colorate.
Questi fenomeni si verificano frequentemente nei paesi desertici (vernice dei deserti) ma si osservano
talora anche in alta montagna.

Un altro particolare processo ci disgregazione delle rocce è la frammentazione per squilibri meccanici.
Ogni roccia, nel sottosuolo, è sottoposta alia pressione dovuta al carico dei corpi rocciosi posti sopra e ai lati
di essa.
In seguito a fenomeni di erosione si verifica una diminuzione del carico che provoca la dilatazione della
roccia, e il formarsi di fessure spesso parallele alla superficie esterna.
In particolare, se la roccia rimane esposta su un lato, col formarsi di una parete, le tensioni interne alla
roccia non sono più in equilibrio, e causano fenditure circa parallele alla parete, fino al distacco di lame e
frammenti (esfogliazione).
Questo è un fenomeno di distensione non dovuto direttamente ad agenti atmosferici.

Il risultato complessivo del disfacimento delle rocce è la produzione di una certa quantità di frammenti
detritici di dimensioni varie, da grossolani a minuti, che possono accumularsi sul posto, oppure essere
allontanati, prendendo il nome di mantello detritico o regolite.

Un particolare tipo di regolite è il suolo, che è la parte della litosfera che è maggiormente connessa con la
vita vegetale e animale.
La semplice alterazione dei minerali delle rocce, anche se molto spinta, non è sufficiente per la formazione
di un suolo, dato che l'elemento discriminante tra questo e un semplice accumulo di sedimento non
pedogenizzato è la presenza di sostanza organica mescolata alla componente minerale; è indispensabile, ai
fini dello sviluppo di un suolo, l'azione di una componente biologica.
Le rocce alterate vengono in ogni caso indicate col termine generico alterite

La pedogenesi è la disciplina che studia nello specifico i suoli.

Il suolo costituisce uno strato di transizione tra litosfera e atmosfera; esso fa da supporto per la vegetazione
e per altre attività biologiche connesse.

Le prime comunità viventi che si instaurano su un substrato inorganico sono formate da organismi semplici:
licheni, muschi, colonie batteriche, che esercitano un duplice effetto: da una parte proseguono l'opera di
alterazione chimica e fisica del substrato, dall'altra riforniscono il suolo "neonato" di un primo pool di
sostanze organiche e ioni minerali che viene successivamente sfruttato per l'insediamento di organismi più
complessi, come le piante

Nello studio del suolo, si considerano le seguenti caratteristiche fondamentali:

- la composizione chimica e fisica, cioè la presenza di determinate sostanze sia organiche che
inorganiche, negli stati solidi, di soluzione ioniche e colloidale e di gas;
- la suddivisione in livelli o staterelli diversi, detti orizzonti che insieme costituiscono il profilo
pedologico; questi orizzonti, dall'alto verso il basso, sono indicati con sigle e precisamente:
 O: orizzonte organico indecomposto;
 Ao: orizzonte organico decomposto, o orizzonte umico (significa: ricco Ao di humus);
 A: orizzonte costituito sia da sostanza organica decomposta sia da sostanze minerali
derivanti dalla roccia per alterazione e impoverimento di vari composti chimici solubili
(eluviazione);
 B: orizzonte prevalentemente minerale, fortemente alterato, ove si sono concentrati alcuni
degli elementi e composti provenienti dall'orizzonta A (illuviazione);
 C: orizzonte costituito da roccia alterata;
R: roccia sottostante non alterata.
Nello studio dei suoli si considera, orizzonte per orizzonte, la composizione chimica, il colore, la
dimensione delle particelle di roccia (tessitura), l'acidità (pH), e la struttura.

Importante è anche la presenza d'acqua, che può aderire più o meno strettamente alle particelle solide, e
riempire più o meno completamente gli spazi tra granulo e granulo;
si distinguono: l'acqua di adsorbimento, l'acqua di capillarità, e infine l'acqua di percolazione che occupa i
vani maggiori e sotto l'azione della gravità può attraversare dall'alto al basso tutto il suolo fino alla falda
freatica.

I caratteri di un suolo e l'evoluzione in atto all'interno di esso sono in relazione con un certo numero di
fattori pedogenetici, fra cui ricordiamo:

- Il tipo di roccia madre;


- il tipo di rilievo;
- il clima;
- le azioni biologiche;
- la durata della pedogenesi.

I primi due fattori sono di natura passiva in quanto la roccia madie si limita a fornire determinate sostanze
minerali, il rilievo influenza la velocità dei fenomeni di erosione e di circolazione dell'acqua.

Gli elementi climatici e le azioni biologiche rappresentano invece dei fattori attivi: infatti dall'acqua, dalla
temperatura e dagli organismi sono determinati tutti i principali processi di formazione dei suoli.

È possibile distinguere vati tipi principali di processi pedogenetici, alcuni dei quali si possono considerare
zonali, cioè legati a zone climatiche vegetazionali ben definite (clima e azioni biologiche) rispetto ad altri
azonali determinati da condizioni strettamente locali ( tipo di roccia madre e tipo di rilievo).

I processi pedogenetici zonali più caratteristici sono quelli della «podsolizzazione» e della «laterizzazione».

- podsolizzazione: è responsabile della formazione dei podsol, è tipica dell'ambiente della foresta
boreale ad aghifoglie e consiste nella mobilizzazione di numerose sostanze minerali dall'orizzonte
A, che viene così decolorato, e nella deposizione di tali sostanze (tra cui l'ossido ferrico)
nell'orizzonte B, che perciò risulta di colore rossiccio.
Il fenomeno di mobilizzazione è determinato soprattutto dagli acidi resinici che derivano dallo
spesso strato O costituito dagli aghi di conifere.
Il podsol è perciò un suolo con orizzonte O, Ao, A c B ben differenziati.
- Laterizzazione: è il processo che determina la formazione delle lateriti: consiste in primo luogo in
fenomeni di idrolisi dei minerali delle rocce silicatiche (rottura di grosse molecole ad opera
dell'acqua), e quindi nell'allontanamento di vari derivati sotto forma di soluzioni ioniche e colloidali.
In altre parole, si verifica una concentrazione di alcuni minerali che non vengono sciolti dall'acqua,
ed in particolare degli ossidi ed idrati ferrosi e ferrici che sono responsabili del colore rosso scuro
del suolo.
Una laterite presenta un profilo del tipo (O), A, (B), C, R, in quanto la sostanza organica (O)
nell'ambiente equatoriale si decompone molto rapidamente e quindi non si accumula, mentre
l'unico orizzonte molto sviluppato è quello eluviale A (lo spessore può essere di varie decine di
metri) e praticamente assente risulta l'orizzonte B (i sali ei colloidi vengono portati via dai corsi
d'acqua).

Alti processi sono quelli di e calcificazione (deposizione di concentrazioni di carbonato di calcio in forma di
noduli o croste all'interno di un suolo in seguito a fenomeni di rapido essiccamento), di salificazione
(deposizione di croste saline) e di gleyzzazione (o riduzione degli ossidi e dei sali minerali all'interno di suoli
quasi sempre impregnati d'acqua per scarso drenaggio).

Negi ambienti steppici e di prateria sono comuni i processi di calcificazione all'interno dei suoli; questi
presentano orizzonti umiferi scuri (Aa) se il clima è temperato-freddo o freddo (lentezza dei processi di
decomposizione della sostanza organica, che perciò tende ad accumularsi).

In condizioni climatiche estreme (freddo intenso dei climi subpolari o aridità accentuata dei climi desertici),
i processi biologici e di alterazione chimica sono tanto ridotti che il suolo risulta praticamente assente o allo
stato embrionale: litosuoli, con profilo di tipo (A) C.

Se in un determinato ambiente le condizioni climatiche restano stabili per lungo tempo, la vegetazione e il
suolo riescono a raggiungere uno stato di equilibrio ideale fra di loro e con le condizioni climatiche e
morfodinamiche esterne: si parla in questo caso di ambiente «climax», e di suolo e vegetazione «climatici».
Come dire che dall'esame del suolo e della vegetazione è possibile dedurre le condizioni climatiche.

Paleosuolo: è un termine generico che viene utilizzato per indicare quei corpi di origine pedogenetica
formatisi in un passato più o meno recente.

I paleosuoli sono preziosi nell’indagine geomorfologica ed ambientale, infatti, nel paleosuolo rimangono
evidenti le testimonianze del clima e della vegetazione che interessava una determinata area al momento
della sua formazione

I paleosuoli in senso stretto sono suoli o geosuoli formatisi in tempi più o meno remoti e che giacciono
sepolti da successioni stratigrafiche, tagliate fuori, al momento del seppellimento, dai processi di
alterazione di superficie.

I suoli relitti e suoli policiclici sono suoli la cui evoluzione è cominciata in un sistema morfoclimatico del
passato e continua con mutati processi nell’ambiente attuale.

I suoli antichi o vetusuoli sono suoli connessi a superfici ancora esposte e quindi ancora in evoluzione,
caratterizzati dalla continuità del processo pedogenetico per tempi anche lunghi
Forme esumate: tor e blocchi sferoidali: si dicono tor certe rocce in rilievo, sporgenti per qualche metro o
per qualche decina di metri dalla superficie circostante; la roccia è suddivisa da litoclasi allargate per
processi di disfacimento, o addirittura si presenta come pile di blocchi: ne viene un aspetto di ruderi da cui il
termine italiano forme ruderali.
Se i blocchi appaiono ammucchiati o sparsi con disposizione caotica, in completo disordine, si parlerà di
distese di blocchi, o pietraie.
La forma dei blocchi può essere non spigolosa, bensì subsferica. Si parla in tal caso di blocchi sferoidali
(boules in francese): si trovano specialmente costituiti da rocce granulari, come rocce intrusive (graniti) o
effusive (trachiti).

Queste forme vengono attribuite al disfacimento meteorico, che si sviluppa dall'esterno verso l'interno di
ogni massa di roccia sana, procedendo lungo le litoclasi, e risulta maggiormente efficace sugli spigoli dei
vari blocchi che sulle facce; a ciò si deve il progressivo smussamento degli spigoli e la tendenza ad assumere
forme a sfera.
Il disfacimento può avvenire a giorno, sulle rocce esposte alle intemperie, ma si ritiene che più spesso esso
sia preparato dal disfacimento sotterraneo, entro il regolite man nano che questo si forma, secondo lo
schema indicato nella fig. 4.4.
In questo caso la venuta a giorno dei blocchi e dei tor dipende dall'allontanamento del materiale alterato
più fine, di solito ad opera dell'acqua dilavante (situazione 3 nello schema).

Forme di disfacimento subaereo: tafoni e sculture alveolari. Fra le forme concave di medie dimensioni ve
ne sono alcune situate in parete o alla base dei blocchi, che sembrano svilupparsi verso l’alto e verso
l'interno delia roccia, quasi che questa risulti più disgregabile nelle parti interne meno esposte in confronto
con le parti più esposte.

Si tratta dei tafoni (termine locale della Corsica), o cionchi (termine sardo).
Si trovano frequentemente in granito, ma non mancano su altre rocce come arenarie, trachiti, o anche su
scisti. La hg. 4.5 mostra un masso asteroidale in cui sembra cessato il disfacimento dall'esterno, mentre dal
basso si ingrandisce la cavità interna.

Toccando con la mano la vòlta interna, si staccano facilmente frammenti rocciosi già alterati; l'esterno
appare quasi liscio e compatto.
Sul pavimento dei tafoni dei graniti, si trova spesso un «sabbione» costituito da cristallini di quarzo che si
sono staccati dalla volta in seguito all'idrolisi dei feldspati e delle miche che li inglobavano.
Sembra che le frequenti alternanze di umidificazione e disseccamento possano spiegare questi fenomeni,
favoriti probabilmente dai venti umidi.

L'ambiente mediterraneo, ad estate calda ed asciutta, sembra propizio, ma esistono tafoni sotto climi molto
diversi da questo.
Le sculture alveolari sono assai più piccole.
Si possono trovare su rocce di vario tipo, prodotte da processi elementari svariati, e talora, dal modo con
cui sono disposte, lasciano vedere che sono influenzate da differenze di proprietà della roccia da punto a
punto.

IL RUOLO DELLA VEGETAZIONE: In prima istanza la vegetazione è funzione di un determinato quadro


climatico quindi per ogni tipo di impianto vegetativo corrisponderà un analogo comportamento
geomorfico.
Dall’altra parte la copertura vegetale esercita un controllo e una limitazione nei confronti della
mobilitazione dei detriti
Il terreno viene trattenuto e la vegetazione stessa diviene la condizione principale per l’evolversi di un suolo

L’AZIONE DEL BOSCO: può essere di due tipi:

- REGIMANTE: Si intende la sua capacità di ridurre il ruscellamento superficiale e le portate di piena


dei corsi d’acqua.
Ciò avviene mediante l’intercettazione dell’acqua piovana da parte degli strati di vegetazione da cui
è formato il bosco.
L’entità dell’intercettazione dipende dall’entità e dalla modalità del fenomeno atmosferico e dalla
tipologia del bosco stesso.
Quando le chiome sono asciutte l’intercettazione è massima e può interessare la quasi totalità
dell’acqua caduta.
Con il perdurare della durata del fenomeno, la capacità di intercettazione tende a diventare nulla.
Per quanto concerne la tipologia del bosco, l’intercettazione sarà minima (10 – 15 %) per quei
boschi che perdono la vegetazione nel periodo maggiormente piovoso, mentre sarà massima (30 –
40 %) per i boschi sempre verdi.
Inoltre gli organi aerei della vegetazione nell’intercettare le gocce d’acqua piovana, ne riducono
anche la velocità e quindi l’energia di impatto sul terreno (splash).
Riducendo l’energia dell’impatto si evita che le particelle del suolo smosse provochino la
diminuzione della permeabilità del suolo
Così le acque anziché scorrere libere e selvagge, si infiltrano.
Un notevole effetto regimante è pure legato alla struttura del suolo del bosco che dovrebbe essere
dotato di una favorevole tessitura granulometrica (medio impasto) da una buona struttura
(aggregazione) e da un buon contenuto di materiale organico (humus)
- ANTIEROSIVA: Si intende la sua capacità frenante dell’azione dell’acqua.
Questa si esplica secondo le azioni prima descritte.
Ma anche grazie all’azione di rallentamento delle acque esercitato dai fusti che appunto ritardano
la canalizzazione delle acque in rigagnoli più consistenti con maggiori capacità erosive.
Il peso della massa arborea può anche creare dei fenomeni di forte movimentazione dei detriti
L’AZIONE DELLA PRATERIA: L’azione della prateria e dei pascoli contribuiscono alla protezione del terreno
attraverso gli stessi processi descritti per i boschi.
Questi processi possono essere sintetizzati come segue:

- Azione biologica dovuta all’associazione erbacea che favorisce l’umificazione e quindi la struttura
glomerulare stabile del suolo, dandogli coesione e resistenza
- Aggrappamento e trattenuta del suolo da parte delle radici
- Aumento della porosità e della permeabilità e regolazione del regime idrico del substrato
- Intercettazione delle gocce di pioggia da parte della copertura vegetale
- Riduzione della velocità di scorrimento e dell’azione di ruscellamento
- Traspirazione dell’acqua da parte della vegetazione che elimina dal suolo la parte dell’umidità
sovrabbondante

EROSIONE: L'erosione del suolo consiste nel fenomeno di asportazione del materiale che costituisce lo
strato superficiale del terreno da parte dell'acqua e del vento attraverso azioni meccaniche e chimiche.

Dal punto di vista scientifico e tecnico viene fatta una ulteriore distinzione a livello di scala spaziale: al
concetto di erosione del suolo (soil erosion) appena definito si aggiunge quello di perdita di suolo (soil loss)
e di produzione di sedimento (sediment yield).
Si parla di erosione quando si fa propriamente riferimento al fenomeno locale di distacco e movimento del
materiale (microscala), di perdita di suolo se ci si riferisce alla quantità totale di materiale asportata da un
campo, da un pendio o da un versante (mesoscala), di produzione di sedimento quando si considera la
quantità di materiale che passa attraverso la sezione di chiusura di un bacino (macroscala).

L'erosione del suolo è solo uno dei fenomeni fisici che comportano la modifica del paesaggio terrestre; gli
altri sono i movimenti di massa (frane e dissesti) e i vari processi di disfacimento meteorico.

Ragionando a livello spaziale sufficientemente vasto (bacino) i movimenti di massa (frane di diverso tipo)
sono prevalenti quando la pendenza dei versanti è grande.
Se le caratteristiche dei terreni costituenti lo consentono in questi casi il paesaggio evolve naturalmente,
mediante movimenti di massa anche notevoli, verso una situazione di “equilibrio” cui corrisponde, in
genere, una pendenza inferiore a quella iniziale, che è quella di stabilità dei versanti.
Il fenomeno dipende sostanzialmente dalle condizioni climatiche, dal regime delle acque superficiali e
sotterranee, dalle caratteristiche delle rocce e dalla copertura del terreno.
Durante questo stadio i fenomeni di erosione e di soluzione, pur essendo presenti, sono di molti ordini di
grandezza inferiori e possono essere trascurati.

Quando il paesaggio è evoluto verso una situazione di stabilità dei versanti, allora i fenomeni di
degradazione fisica e chimica cominciano a diventare non più trascurabili.

Quindi si possono considerare agenti dell’erosione il vento, l’acqua o il ghiaccio oppure i movimenti di
massa causati dalla gravità.
L’erosione è un processo naturale, ma in molti casi può essere incrementato dagli stessi esseri umani

Azione del vento: L'erosione del suolo dovuta al vento è prodotta dall'azione tangenziale esercitata dall'aria
in movimento sul terreno.
Quest'azione dipende in maniera molto più accentuata che nel caso dell'acqua dalle caratteristiche del
terreno e dalle condizioni in cui si trova la sua superficie.
La presenza di una rugosità intesa sia in senso più stretto a livello di superficie (microscala), sia in senso più
generale (ostacoli di varie dimensioni come case, alberi, cespugli, etc.), riduce di molto quest'azione e
quindi i fenomeni erosivi.
Di conseguenza i terreni più facilmente soggetti a questo tipo di erosione sono i terreni poco coesivi con
scarsa copertura (terreni desertici, piane alluvionali, coste).
In terreni di questo tipo sono stati misurati fenomeni erosivi da vento fino a 1 mm/anno)

Azione dell’acqua: Solitamente l'esistenza di condizioni atte a favorire la soluzione del suolo riduce il
fenomeno erosivo e viceversa.
L'azione erosiva dell'acqua è prodotta sia dallo scorrimento superficiale (runoff), sia dall'impatto delle gocce
sul terreno (rainsplash). Il fenomeno di soluzione è invece legato alla presenza di acqua nel sottosuolo, sia
dal punto di vista della quantità e della durata di tale permanenza, che dal punto di vista della possibilità di
movimento ipodermico o profondo. Tutte le caratteristiche del terreno (tessitura e struttura, utilizzo,
copertura etc.) che favoriscono queste situazioni riducono lo scorrimento superficiale e quindi l'erosione.
La pioggia è la causa principale dell’erosione, poiché essa è molto più pesante dell’aria, quasi meta del peso
di una roccia.
MORFOLOGIA FLUVIALE

Idrologia e idrografia:
Idrologia: scienza che si occupa delle acque che scorrono sulla superficie terrestre in maniera diffusa o
incanalata o che sono temporaneamente trattenute in bacini lacustri.
Idrografia: parte della geografia fisica che si occupa del rilevamento della descrizione e della
rappresentazione delle particolarità geografiche di una regione che hanno attinenza con l’acqua.

Una parte considerevole delle acque di precipitazione, di sorgente, di fusione nivale e glaciale che cadono
sulle aree continentali ritornano al mare attraverso i fiumi.
I fiumi o più genericamente i corsi d’acqua, nascono e scorrono, nell’ambito di quelle ampie depressioni che
prendono nome di bacini idrografici o imbriferi, che rappresentano le aree preferenziali ove tendono a
raccogliersi le acque di precipitazione e che vengono successivamente incise, approfondite e modellate dalle
stese acque attraverso i vari processi di erosione

Nel tracciare le linee che dividono i vari bacini idrografici (linee spartiacque o linee di displuvio) ci si può
trovare di fronte a vari casi incerti:

- Vi sono aree a spartiacque indeterminato, per la tendenza di alcuni fiumi ad inondare le pianure in
cui scorrono altri fiumi; o per fenomeni di biforcazione;
- Vi sono casi di circolazione sotterranea dell’acqua, per cui una linea spartiacque apparente
(rilevabile dalla topografia) non coincide con l’effettiva zona di separazione della circolazione idrica
(spartiacque idrogeologico);
- L’indeterminatezza è un fatto normale nelle regioni con incompleto sviluppo della rete idrografica
superficiale: nelle regioni carsiche o in quelle desertiche.

Le linee spartiacque hanno una certa variabilità dovuta agli effetti dell’erosione, che dipende dal tempo.
Un esempio viene dato dalle deviazioni fluviali.

Ordine gerarchico dei corsi d'acqua: Quando la rete idrografica ha una buona organizzazione in sistemi di
corsi d'acqua che, confluendo assieme, danno origine a fiumi distinti via via più Importanti, è possibile non
solo separare con linee spartiacque vari bacini idrografici parziali che compongono l'intero bacino, ma
indicare l'ordine gerarchico dei vari rami e segmenti fluviali con un criterio uniforme, sia pure
convenzionale.

Le acque di precipitazione dopo un percorso più o meno lungo di ruscellamento diffuso confluiscono in
linee di impluvio e si organizzano in sistemi idrografici di drenaggio.
Ogni linea d’impluvio che non sfocia a mare confluisce in un’altra e questa in un’altra ancora e così via
secondo una serie di canali che prende il nome di reticolo idrografico.

Uno dei criteri più seguiti per classificare i vari rami di un fiume è quello proposto da A.N. Strahler.

Se indichiamo con il numero d'ordine dei segmenti


idrografici e con Nu il numero di segmenti idrografici
di ordine u in un determinato bacino fluviale,
troveremo che Nu diminuisce regolarmente con
l'aumentare del numero d'ordine u.
Morfometria della rete idrografica: La rete idrografica può essere descritta in termini quantitativi.
Le grandezze che si ricavano possono così essere utilizzate per stabilire relazioni matematiche con altre
grandezze, anch'esse relative alla rete, e per correlazioni di Carattere morfologico, idrologico, climatico,
ecc.
Si possono ottenere dati relativi a singole aste fluviali o a singoli bacini che permettono confronti con altre
regioni, e interpretazioni su basi non soggettive.

Tra i molti indici che si possono ottenere con un esame analitico della rete idrografica e con semplici calcoli,
elenchiamo i seguenti:

- La fittezza della rete idrografica o densità di drenaggio (drainage density): esprime il rapporto fra
la somma delle lunghezze di tutti i segmenti fluviali e l'area del bacino o del territorio che si
considera.
Dd = Ʃl/A
Dove l = lunghezze linee di impluvio
A = superficie di drenaggio (area contenuta entro la linea di spartiacque)
- La frequenza areale dei segmenti idrografici o frequenza di drenaggio (stream frequency):
esprime il rapporto fra il numero totale dei segmenti o canali e l'area del bacino o del territorio
considerato.
Fd = n/A
Dove n = numero totale delle linee di impluvio
- Coefficiente di drenaggio: Rappresenta l’inverso della densità di drenaggio
Cd = A/Ʃl
- rapporto di confluenza (o di biforcazione) (bifurcation ratio): espresso da:
Rb = Nu /(Nuà)
Esprime il rapporto tra il numero di segmenti fluviali di un certo ordine e il numero dei segmenti
dell’ordine immediatamente successivo. Questo indice dovrebbe mantenersi abbastanza costante,
in un bacino con caratteristiche omogenee, in cui la struttura geologica non eserciti un'influenza
dominante sul disegno della rete idrografica; se Rb fosse costante, i vari Nu crescerebbero in
progressione geometrica al diminuire di u.
Si calcola l'indice medio per l'intero bacino, ossia la media ponderata dei vari R b che si ottengono
per tutti i successivi ordini dei segmenti fluviali.
- La dissimmetria delle valli: quando vi sia un asse idrografico principale bene individuato, il grado di
dissimmetria si può esprimere come rapporto tra l'area della parte sinistra (o, rispettivamente,
destra) di un bacino e l'area totale del bacino stesso.
- Gradiente di pendio: È definito dal rapporto tra il dislivello dei punti estremi e la lunghezza lineare
di ogni segmento fluviale
ϑ = (h’a – h”a)/la

Terminologia descrittiva: Molti caratteri della rete idrografica, anche nei suoi rapporti con l'orografia e con
la geologia, si possono esprimere con termini descrittivi.
Alcuni termini sono puramente formali: reticolo parallelo, angoloso, ortogonale, radiale, a spina di pesce, a
pettine, irregolare, ecc.
Altri termini indicano la direzione delle valli in confronto con le direzioni dell’orografia o delle strutture
geologiche.
Nelle catene montuose è facile individuare una direzione prevalente di allungamento:

- valli longitudinali quelle parallele a tale direzione,


- valli trasversali quelle ortogonali rispetto ad essa,
- valli oblique quelle che formano angoli diversi.
Altri termini relativi a segmenti della rete idrografica si adoperano con riferimento alla struttura geologica.
Si può capire facilmente, in alcuni casi, la corrispondenza anche genetica con la struttura:

- corso d'acqua cataclinale;


- corso d'acqua ortoclinale (valle monoclinale, o valle isoclinale):
- corso d'acqua anaclinale;
- valle sinclinale;
- valle anticlinale;
- valle coincidente con una fossa tettonica;
- valle di linea di faglia;
- valle di angolo di faglia.
ENERGIA FLUVIALE: La Portata di un corso d'acqua è la quantità di acqua che passa attraverso la sua
sezione (verticale e trasversale) nell'unità di tempo e solitamente si misura all'altezza della foce (Po 1400
m3/s, Rio delle Amazzoni 100.000 m3/s)

La Portata è proporzionale all’ampiezza dell’alveo ed alla velocità dell’acqua e si misura in m 3/s

Q = sV

Dove:
Q = portata
s = area della sezione fluviale
V = velocità della corrente in corrispondenza della sezione

La velocità di un corso d'acqua è direttamente proporzionale al raggio idraulico e all’acclività del letto,
mentre è inversamente proporzionale alla rugosità
Il raggio idraulico, generalmente indicato con Rh, è definito dalla seguente relazione:

Rh=A/P

dove: 
A è l'area bagnata nella sezione trasversale, in m²; 
P è il perimetro, o contorno bagnato nella sezione trasversale, in metri.

L’Energia cinetica (o totale) della massa liquida di un corso d’acqua in movimento è espressa dal prodotto
della portata per il quadrato della velocità

Et = QV2

Una parte di questa energia viene impiegata per vincere gli attriti interni (viscosità) e quelli esterni
(rugosità), questa è l’energia dispersa (Ed)

La quota in sovrabbondanza è detta energia netta (En)

Et = E d + E n da cui E n = Et - Ed
Nei letti o alvei dei fiumi viene svolta l’azione morfologica dei corsi d’acqua, con processi di erosione,
trasporto e sedimentazione che, come abbiamo visto, dipendono dall’energia cinetica che il corso d’acqua
possiede

Il lavoro svolto dall’acqua nel letto di un fiume prende origine dal fatto che essa è dotata di una velocità, a
sua volta causata dalla forza di gravita, che agisce perché esistono dei dislivelli, o meglio delle pendenze.
Esprimendoci in termini di energia: l'energia potenziale di cui l'acqua dotata all’origine, per essere ad
un'altitudine superiore rispetto alla foce, si trasforma in energia cinetica; ma poiché vediamo che
nell'insieme la velocità non aumenta progressivamente verso la foce, è chiaro che tale energia va spesa
negli attriti interni, dovuti specialmente alla turbolenza, negli attriti lungo il fondo e le sponde, oltre che nel
lavoro di distacco, di trasporto e di logorio dei materiali solidi.

Più in particolare si osserva nel letto l'alternarsi frequente di tratti in cui la velocità aumenta (tratti rettilinei
o can fondo scarsamente «rugoso») e tratti in cui essa si mantiene circa costante, oppure diminuisce, per
un effetto di freno connesso con la turbolenza indotta da curve brusche e da irregolarità del fondo, e con il
lavoro compiuto sui materiali trasportati, in particolare col rotolamento dei ciottoli più grossi.

Il lavoro principale di modellamento dell'alveo è svolto quando l'energia disponibile è massina, cioè durante
le piene; allora vengono create o rimodellate le forme d'insieme: tracciato e larghezza del letto, posizione
delle sponde, isole fluviali, pendenza media e pendenza locale dei fondi, irregolarità nel profilo del fondo
cioè soglie, «gorghi» ossia cavità o fosse.

Nei periodi di magra si svolge invece una più lenta modificazione di quelle forme.
Può venir modellato allora un «letto di magra» all’interno del «letto di piena ordinaria».
Infine, durante le piene eccezionali, catastrofiche, si producono pure importanti modificazioni nel letto, e
inoltre mutamenti anche fuori di questo, che possono poi rimanere visibili a lungo, a testimoniare la
pericolosità del fiume anche in luoghi apparentemente sicuri.

Entro rocce coerenti il lavoro dell'acqua è molto condizionato dalle rocce stesse, dall'esistenza di giunti di
strato, di diaclasi, di fratture, la forma del letto risulta irregolare.
Entro materiali poco coerenti («letto a fondo mobile», di solito su depositi fluviali sciolti) l'alveo prende con
facilità una forma che riflette fedelmente la dinamica e le caratteristiche proprie di ciascun fiume.
È una forma provvisoria in quanto soggetta ad un'evoluzione, ad un continuo aggiustamento.
Il profilo del fondo risulta irregolare, con frequenti contro pendenze locali; le esperienze fatte in laboratorio
su modello ridotto confermano quanto si osserva in natura.

Si distingue:

- evoluzione a lungo termine, che si può notare con osservazioni ripetute a distanza di anni;
- evoluzione continua, che riguarda il ricambio dei materiali mobili sul fondo, e le variazioni di forma
del letto che si manifestano con lo spostarsi del filo della corrente, con l'alternarsi dei periodi di
piena e di magra, con episodi di erosione alternati a deposito, e così via.

Qualche volta tali modificazioni avvengono intorno ad una forma media, la quale si mantiene
sostanzialmente la stessa per parecchi anni consecutivi (situazione di equilibrio o di quasiequlibrio).
In moltissimi casi, nelle regioni abitate della Terra, sono state introdotte artificialmente dagli uomini
profonde modificazioni alla forma degli alvei fluviali.
Sia che queste modificazioni abbiano, oppure no, raggiunto gli scopi voluti, esse denotano l'interesse vitale
degli uomini per i fiumi; molti dei progressi compiuti nello studio della dinamica fluviale si devono
all'importanza pratica che questi problemi hanno avuto ed hanno tuttora.

Alcuni dpi di alveo fluviale caratteristici sono stati descritti dal Trevisan, che si è ispirato soprattutto ad
esempi di fiumi padani e veneti. Ripotiamo in fig. 6.3 i tipi principali.
Il termine torrente si riferisce a corsi d'acqua di montagna, di solito brevi, ripidi, con letto in roccia o
ciottoloso; e così pure a corsi d'acqua di pianura con letto ciottoloso. Il regime delle portate vi è di solito
irregolare.
Il termine fiumara è specifico di certi torrenti delle montagne calabresi siciliane, con enorme letto ghiaioso,
ripidi, asciutti o quasi asciutti nei mesi estivi (soprattutto per ragioni climatiche).
Il termine uadi (arabo) indica i corsi d'acqua d'ambiente desertico, deflussi saltuari ed effimeri.

PROFILO d’EQUILIBRIO: Il profilo di un fiume mostra che il gradiente diminuisce dalla sorgente verso la
foce, e da misurazioni in posto si vede che la portata invece aumenta verso la foce.
Un altro fattore molto importante è il cosiddetto livello di base, ossia il livello più basso al quale un fiume
più arrivare ad erodere il suo alveo

Erosione: L'erosione fluviale può manifestarsi sia come erosione in profondità (incisione), sia come
erosione laterale; due fenomeni che spesso coesistono.
L'erosione laterale, con lo scalzamento delle sponde, elabora le scarpate d'erosione fluviale e tende a farle
arretrare.

Il lavorio dell’acqua sulle rocce del letto consiste in parte in azioni di disfacimento fisico e chimico; ma per la
maggior parte è di tipo meccanico, direttamente legato al movimento dell'acqua: deriva soprattutto dagli
urti e dallo sfregamento dei detriti che l'acqua trasporta con sé (corrasione).
Scanalature e nicchie semicilindriche si formano quando la corrasione opera su roccia compatta.
Al piede delle cascate vengono scavate cavità assai profonde.

Nelle rapide, il formarsi di vortici ad asse subverticale crea movimenti circolari dei ciottoli e della sabbia,
che possono determinare l'erosione nella roccia di cavità emisferiche o cilindriche dette caldaie o marmitte
dei giganti.
Questo processo viene detto evorsione e, col tempo, contribuisce attivamente all'approfondimento del
letto.

Nelle rocce poco coerenti l'erosione è facile e rapida, e le sue torme caratteristiche sono subito cancellate
man mano che si creano; il letto si approfondisce e si allarga, fino a che gli episodi di sedimentazione non
diventano tanto consistenti e frequenti da compensare gli effetti dei fenomeni erosivi.
Questa situazione si raggiunge molto più lentamente entro le rocce compatte, malgrado la grande energia
che può svilupparsi dove l'acqua precipita in cascate o rapide.
Il graduale approfondimento, di solito guidato dalle diaclasi e fratture della roccia, dà origine lentamente a
una forra d'incisione con pareti ripide che conservano a lungo le tracce del lavorio compiuto dall'acqua a
livelli via via più bassi.
Sul fondo della forra, di regola piuttosto stretto, dopo un certo tempo la pendenza longitudinale assume un
valore modesto.

In generale si può dire che l'erosione fluviale tende a regolarizzare le pendenze dei corsi d'acqua; che questa
regola vada considerata con buon senso, esistono casi in cui si vede come possa formarsi un gradino
proprio per effetto dell'erosione fluviale.

Molti dei gradini preesistenti lungo i corsi fluviali sono


dovuti a differenze di resistenza delle rocce nei confronti
dell'erosione, o a dislocazioni tettoniche.

Sarà bene tener distinti, a questo proposito, i fiumi tropicali


dai fiumi di altre regioni climatiche.
I fiumi della fascia intertropicale caldo-umida sono
conosciuti per il gran numero di rapide e di cascate: ciò si
interpreta da un lato col grande contrasto che si presenta,
nei confronti dell’erosione, fra i tratti di rilievo scavati nel
regolite; inoltre i fiumi tropicali sono di solito scarsamente
forniti di materiale abrasivo, cosicché l'erosione è meno
efficace sulle rocce di quanto non avvenga per corsi d’acqua che trasportano molto detrito.
Le cascate perciò vi si conservano; secondo il Tricart, ciò è anche dovuto ad un effetto di indurimento della
roccia bagnata, che finisce col renderla più resistente.

Fuori della zona intertropicale si attribuisce ai fiumi la capacità di eliminare gradualmente i gradini con
attività erosiva, se permangono con sufficiente durata le condizioni per quest'attività.

La propagazione dell'erosione. L'approfondimento del letto in un ratto di fiume fortemente inclinato


provoca una diminuzione del dislivello rispetto al tratto immediatamente a valle, e l'accentuazione della
pendenza nel tratto posto subito a monte.
In tal casa l'erosione si propaga verso monte, mentre a valle un po' alla volta si costituisce un alveo a minor
pendenza, non soggetto ad erosione.
Questo meccanismo, per cui l'erosione si sposta sempre più verso monte, viene detto erosione fluviale
regressiva.
Questa si trasmette via via anche nella rete degli affluenti.
per Erosione in senso stretto si intende il prelievo e l’assunzione in carico di materiale detritico dal fondo e
dalle sponde di un letto fluviale

per Cavitazione si intende l’azione meccanica dell’acqua sulle pareti ed alla base dell’alveo, è dovuta
all’azione delle bollicine di vapore acqueo che si formano per brusche variazioni di pressione idrica

per Abrasione si intende l’azione meccanica conseguente all’urto ed al logorio dei materiali detritici
trasportati dalla corrente, è dovuta all’azione delle particelle detritiche trasportate dalle acque

per Degradazione si intende tutto il complesso dei fenomeni morfogenetici legati alla presenza del corso
d’acqua, dovuta all’azione di processi morfogenetici già visti in precedenza: idrolisi, soluzione, gelivazione

Trasporto: Il movimento dell’acqua nei fiumi è di tipo turbolento, ciò ha conseguenze principali per il
trasporto dei materiali solidi.
La velocità della corrente è particolarmente forte in una larga zona centrale, dove si trova il «filo della
corrente»; questo può spostarsi verso l'uno o l'altro lato, specie nelle curve, dove la corrente è più veloce
lungo la sponda esterna.
La velocità è elevata anche a piccola distanza dal fondo ed è ancora sensibile a contatto col fondo; ciò è
essenziale per spiegare il movimento dei materiali, ed è effetto della turbolenza.

Il movimento dei materiali, o trasporto solido, si Verica in modi diversi:

- trasporto in sospensione, che interessa i materiali fini e finissimi, diffusi in tutta la massa d'acqua in
cui determina la torbidità;
- trasporto per trascinamento sul fondo, che consiste in un rotolamento dei ciottoli, talora in uno
slittamento, spesso in un procedere a balzi successivi, saltazione; ciò si spiega col regime
turbolento dell'acqua e col fatto che un ciottolo appena rimosso può trovarsi preso subito da una
corrente molto forte.
Si tenga presente che il peso dei frammenti rocciosi, che tenderebbe a trattenerli sul fondo, va
diminuito della spinta idrostatica.
- trasporto in soluzione, che deriva dalla dissoluzione chimica nel bacino e nel letto, a spese dei
materiali rocciosi con cui l’acqua è venuta a contatto
- trasporto per fluitazione, di materiali che galleggiano: può spiegare qualche fatto particolare, ad
esempio il trasporto di grossi blocchi incorporati in lastre di ghiaccio galleggianti.

Complessivamente, la portata solida è data dalla quantità di materiale trasportato che passa per una
sezione del fiume nell’unità di tempo.
La differenza che intercorre fra il trasporto in sospensione da un lato, e il trasporto sul fondo dall'altro, si
può cogliete osservando che le ghiaie e le sabbie fluviali sono spesso pulite, lavate, separate cioè dal
materiale fangoso ed argilloso che l'acqua porta lontano in sospensione: questo sì depositerà lentamente
per decantazione in bacini tranquilli, con basse o nulle velocità di corrente.
Il materiale trasportato in sospensione costituisce la portata torbida; è molto abbondante nei corsi d’acqua
in piena.
si può verificare un trasporto in massa, di materiale solido di varie dimensioni, mescolato con l’acqua,
specie durante il massimo di piena.

Il trasporto e le sue modalità dipendono dal peso specifico, dalla forma e dalle dimensioni dei frammenti,
dalla velocità e dalla quantità d’acqua, infine dalla forma del letto.

Considerando solo le dimensioni (ossia i diametri, comunemente si dice la granulometria) dei frammenti
trasportati e la velocità della corrente, si dice competenza di una corrente la sua capacità di trasportare
frammenti rocciosi d'un dato peso oppure (a parità di peso specifico) di date dimensioni; in pratica, essa
viene espressa dal massimo diametro dei frammenti detritici che possono essere trasportati dalla corrente,
data una certa velocità di questa.
Più grossi sono i detriti, più forte è la velocità necessaria perché possa avvenire il trasporto.
Si depositeranno nel letto quei frammenti che hanno dimensioni superiori al valore della competenza della
corrente in quel momento.

Sedimentazione: Essa subentra quando l’energia del fiume diminuisce, quindi quando diminuisce la
velocità.
Come abbiamo visto nel grafico qui sopra, il trasporto dipende strettamente dalla velocità e dalle
dimensioni dei granuli, quindi la sedimentazione avviene quando la velocità diminuisce partendo con i
granuli di dimensione maggiore.
Se le velocità variassero gradualmente, con continuità, nello spazio nel tempo, si dovrebbero trovare
depositi fluviali ben selezionati, cioè con composizione granulometrica abbastanza omogenea.
Immaginando un corso d'acqua che trasporti materiali di varie dimensioni, con velocità sempre minore da
monte a valle, i detriti che esso deposita dovrebbero avere dimensioni via via minori.
Effettivamente nei depositi fluviali si osserva una certa separazione dei materiali secondo la granulometria,
ma sono presenti anche granulometrie miste, che denotano I ‘irregolarità della corrente, specie nei corsi
d'acqua di tipo torrentizio.

Quando una piena decresce, il materiale che si deposita per prima nell'alveo è il più grossolano.
In singoli tratti di alveo, osservando le dimensioni massime dei ciottoli appoggiati sul fondo, si possono
trarre deduzioni sulla velocità dell'acqua durante l'ultima piena.
Si tenga conto però anche dei blocchi che potevano essere già in quel luogo, e che avevano dimensioni tali
da non poter essere trascinati al momento della piena.

La capacità di trasporto, detto anche carico limite, viene definita come la massima quantità di detrito che
un corso d’acqua può trasportare sul fondo, data l’energia disponibile.
Essa dipende dalla portata del fiume, dalla velocità (quindi dalla pendenza dell’alveo) e dalla granulometria
del materiale.

Variando la capacità di trasporto potranno verificarsi fenomeni di deposizione di parte del materiale
trasportato, oppure prelievi di nuovo materiale.
nel letto può verificarsi un processo di sostituzione per cui viene abbandonato del materiale (la trazione più
grossolana) mentre viene prelevato dal letto o dalle sponde altro materiale, di granulometria compatibile
con la competenza della corrente in quel punto.

Gli urti che avvengono nel trasporto tendono a ridurre le dimensioni dei ciottoli, a produrre nuove quantità
di elementi fini, a facilitare il passaggio in soluzione dei minerali solubili e a conferire ai ciottoli una forma
dapprima a spigoli smussati, poi sempre più arrotondata.
Si osserva, lungo piccoli torrenti di montagna, che questo tipo di usura dei ciottoli è sensibile già dopo pochi
chilometri di percorso.
L'arrotondamento permette quindi di distinguere subito ciottoli fluviali da altri tipi di ciottoli.

Forme di deposito alluvionale: L'aspetto complessivamente pianeggiante delle forme alluvionali si spiega
facilmente considerando la tendenza dei corsi d'acqua a divagare quando prevale l'azione di deposito.
È sempre utile identificare la parte di pianura raggiungibile dalle acque di piena (pianura inondabile o piano
di esondazione).

Le pianure alluvionali hanno in generale una pendenza d'insieme regolata dalla pendenza del fiume stesso.
Basandoci sulla pendenza e sui caratteri dei sedimenti fluviali, oltre che sull'ambiente geografico, si
possono distinguere:

- le pianure costiere: Sono quasi orizzontali, si possono anche designare come pianure di livello di
base e pianure deltizie.
- le pianure pedemontane
- le pianure intravallive: Nelle pianure pedemontane e in quelle intravallive i dislivelli sono di solito
più marcati, sia perché vi è più sensibile la pendenza d'insieme sia per la presenza frequente di
terrazzi, con le relative scarpate, e di conoidi.
Fiumi e torrenti che escono dalle valli montane depositano alluvioni grossolane (spesso permeabili)
che diventano più fini allontanandosi dalle montagne.
Nella costituzione di queste pianure si fanno sentire le situazioni proprie di ciascun bacino montano
da cui si alimentano i vari fiumi, situazioni che possono subire variazioni nel tempo
- pianure dei bacini intermontani.
Di solito, ed è il caso della pianura padano-veneta, c’è una transizione dalla pianura pedemontana alla
pianura costiera.

Le conoidi alluvionali sono forme convesse assai tipiche, che si aprono a ventaglio (a settore di cono) allo
sbocco dei corsi d'acqua nella pianura; grandi e piatte di solito le conoidi che formano le pianure
pedemontane, più piccole e ripide quelle dei torrenti minori, che vediamo frequenti ai margini dei
fondivalle alluvionali.
I detriti vengono distribuiti sulla superfice della conoide, quando questa è attiva, per mezzo di frequenti
spostamenti di alveo, secondo i raggi del ventaglio.

Il problema del profilo longitudinale dei


corsi d'acqua: Consideriamo il problema delle pendenze che i corsi d'acqua tendono ad assumere
attraverso i processi di erosione e deposizione.
Un elemento da considerare è l'altitudine della foce, che costituisce il cosiddetto livello di base.
Ad esso deve raccordarsi il profilo dell'acqua, nel senso che deve in ogni caso osservi una pendenza, sia
pure limitata, che permetta lo scorrimento dell’acqua stessa fino a tale livello.

È opportuno da un lato esaminare fenomeni nell'ipotesi che il livello di base rimanga fisso, dall'altro
considerare gli effetti delle sue variazioni.
Il livello di base generale è costituito dal livello medio degli oceani; quello dei bacini endoreici e dal livello
dei laghi interni, nessuno di essi è fisso, ma soggetto a variazioni.

Dopo che finisce l’azione dell’erosione iI fiume ha modellato il suo letto in modo conforme alle condizioni
dinamiche sue proprie: sia dove esso ha depositato materiali alluvionali, sia dove ha compiuto un'incisione.
Ciò interessa per i singoli tratti, ma ancor più per l'insieme delle pendenze, ossia per il profilo generale che il
corso d'acqua si crea, e che è in grado di riaggiustare da sé se qualche fattore di perturbazione entra in
gioco.

La sua forma dipende da processi di autoregolazione.


Se ad esempio c'è tendenza alla deposizione in un certo tratto, questo fatto si fa sentire con fenomeni di
deposizione anche in altri tratti, in modo da conservare certi rapporti di pendenza.
Si può indicare questa situazione col termine profilo regolarizzato (ing. graded stream) che ha soprattutto
significato descrittivo; oppure col termine profilo di equilibrio, che ha piuttosto significato dinamico.
Qui la parola equilibrio esprime sia i rapporti che legano tra loro le pendenze dei vari tratti, cosicché il
profilo in questione viene considerato come un unico sistema; sia il fatto che in ciascun punto possono si
verificarsi fenomeni di deposito e fenomeni di erosione, ad esempio con l'alternarsi di magre e di piene, ma
in modo tale che, in definitiva, questi processi si compensano e il risultato una certa stabilità della quota
dell’alveo; sia, infine, dai punto di vista fisico, si può dire che in ciascun tratto c’è un equilibrio
approssimativo tra l'energia disponibile (energia cinetica dell' acqua), e quella dissipata per il movimento
dell'acqua, per il trasporto dei materiali e per l'usura dci detriti.

Il profilo di equilibrio non è definitivo né immutabile; basta che muti qualche elemento dcl sistema perché
l'equilibrio si sposti e il profilo si modifichi.
In termini di probabilità si può dire che le pendenze hanno il massimo di probabilità di stabilizzarsi intorno
ad una situazione media, in cui i fatti di erosione o di deposito sì condizionato reciprocamente lungo tutto il
fiume.

I profili regolarizzati hanno nell’insieme forma concava verso l’alto, ossia una pendenza via via minore
procedendo dalla sorgente alla foce, esistono però alcune eccezioni.

I principali fattori che determinano la forma del profilo d’equilibrio e soprattutto la sua pendenza sono:

- la portata: l’energia aumenta all’aumentare della portata, quindi al diminuire della pendenza dato
che al diminuire di essa aumenta la portata
- la quantità di detrito trasportato (portata solida): due corsi d’acqua a parità di portata liquida,
quello con maggiore erosione e quindi portata solida avrà maggiore pendenza
- granulometria del detrito: più il detrito è grossolano maggiore sarà la pendenza del corso d’acqua

la forma concava dei profili regolarizzati dei corsi d’acqua dipende da questi due fattori:

- procedendo da monte verso valle aumenta la portata per il contributo degli affluenti
- diminuisce la granulometria dei detriti, a causa del logorio subito e per fenomeni di sostituzione.
Per il trasporto di materiali minuti sappiamo che è sufficiente un’energia ben minore

Come già detto il profilo d’equilibrio subisce delle variazioni, dovute a fenomeni che determinano un
cambiamento dei tre parametri sopracitati, portata, quantità di detrito e granulometria del detrito.
Questi fenomeni possono essere:

- variazioni del livello di base


- fenomeni di sbarramento
- movimenti tettonici
- variazioni di portata
- variazioni del trasporto solido
- variazioni della rete idrografica
- azioni antropiche varie
- l’evoluzione generale

meandri: I meandri sono anse che si susseguono per lo più regolarmente lungo un tratto di coeso d'acqua.
Sono tra le manifestazioni più originali della morfologia fluviale.
Tra gli elementi geometrici di meandri regolari e le altre caratteristiche d'un fiume intercorrano strette
relazioni, come si può ricavare dal confronto di molte misure:
la lunghezza media dei meandri è pressappoco
proporzionale alla larghezza media del letto, e altrettanto
dicasi del raggio di curvatura medio.
Ed è infatti facile osservare, confrontando casi diversi sulle
carte topografiche, che i meandri hanno dimensioni
proporzionate all'importanza dei vari corsi d'acqua.
Queste proporzioni medie si mantengono anche mentre
muta la forma dei singoli meandri

L’evoluzione dei meandri avviene per mezzo dell’erosione


laterale che si verifica a spese della sponda esterna (sponda
concava detta anche bòtta) di ogni curva.
contro essa si spostano sempre il filo della corrente e le
zone di massima turbolenza.
Dopo aver lambito una sponda, assecondandone la
curvatura, il filo della corrente si dirige verso la sponda
opposta, dove si ripete lo stesso gioco.
I punti di massima velocità oscillano dunque da un lato
all’altro dell’alveo, corrispondentemente muta la sezione di
questo, che in un’ansa è dissimmetrica verso un lato,
nell’ansa successiva verso l’altro.
All’erosione sulla sponda esterna si contrappone la
sedimentazione sulla sponda interna.

Dove due anse omologhe vicine si accentuano in modo tale da far stringere sempre più il lobo interposto
fino a toccarsi, questo lobo viene tagliato e un meandro così si elimina (salto di meandro).
Ne consegue un locale accorciamento del percorso.
In corrispondenza all’ansa abbandonata (meandro morto) l’acqua ristagna; successivamente staccandosi
quest’ansa dal fiume, può formarsi un lago arcuato che può trasformarsi in una palude (lago di meandro,
mortizza, lanca)

Valli fluviali. Una valle fluviale è un sistema complesso.


È il risultato di due gruppi di processi, che interagiscono tra loro: l'azione fluviale nel letto, e i processi di
denudazione sui versanti.
L'azione fluviale nel tetto è infatti condizionata dagli apporti d'acqua e di detrito provenienti dai versanti; i
processi di denudazione su versanti sono condizionati dall'efficienza del lavoro di allontanamento dei
detriti, o di scalzamento dal basso per erosione, che il fiume opera al loro piede.

In molte valli fluviali si alternano tratti larghi, a forma di bacini, adatti all'insediamento umano e tratti
ristretti, a gola, in cui talvolta c'è a malapena lo spazio per una strada accanto al letto fluviale; ciò si spiega
facilmente quando le gole sono incise in rocce resistenti, e i bacini si aprono nelle rocce più tenere.

In linea generale, l'insieme delle forme delle vali fluviali dipende da cinque gruppi di fattori:

- fattori legati al comportamento del corso d'acqua, al tipo di alveo che esso possiede, alle sue
vicende passate
- fattori legati ai processi dominanti nel modellamento dei versanti
- fattori tettonici generali e locali
- fattori legati alle rocce presenti sul fondo e sui fianchi
- fattore tempo
Foce: si intende la parte finale di un fiume o altro corso d'acqua il cui corso affluisce in un altro corso
d'acqua oppure in un lago o in un mare.
Esistono foci di tipo a delta fluviale e a estuario, la presenza dell’uno o dell’altro dipende dalla quantità di
detriti trasportati dal corso d’acqua e anche dal tipo di potenza della corrente marina

Una foce è il risultato dell'ammassamento dei detriti di un fiume o di un corso d'acqua provenienti dalle
montagne sul fondo del mare o di un lago.

- Foce a delta: si ha quando le acque del fiume si dividono in due o più rami ed assumono una
caratteristica forma triangolare che ricorda quella della lettera delta maiuscola "Δ" dell'alfabeto
greco.
Essa si forma quando l'azione erosiva del mare (specialmente se poco profondo) è così debole che
non riesce a portar via i sedimenti trasportati dal fiume, le sabbie si depositano e ostacolano il
percorso verso il mare del fiume, che quindi si divide in più rami. (Delta fluviale - Wikipedia) (libro
pag 356)
- Foce ad estuario: (dal latino "luogo dove le acque sono agitate") è costituita da un solo ramo per
via della forza del mare (onde e flussi di marea) che è ha abbastanza energia da prendere in carico i
sedimenti del fiume, allontanandoli dalla foce.
L’azione del mare col tempo allarga sempre di più la foce fino a dargli una forma simile a quella di
un imbuto, di conseguenza si va ad abbassare il letto del fiume.
La foce ad estuario è tipica dei fiumi che sfociano in un oceano perché ha il mare sempre ondoso, o
comunque avente sempre una forte azione erosiva.
(L'estuario è lo sbocco dei fiumi che giungendo alla foce non creano depositi di sedimenti a ventaglio (a differenza di quanto avviene nel
caso di una foce a delta), ossia sfociano in un unico canale o ramo. Questa situazione può essere dovuta a vari fattori:
o l'elevata velocità della corrente fluviale e l'eventuale scarsità di sedimento in carico (questi fattori dipendono dalle
caratteristiche del bacino idrografico del fiume);
o l'azione delle onde e delle correnti del bacino marino o lacustre dove si apre la foce, che redistribuiscono lungo la costa i
sedimenti fluviali prima che si possano accumulare in un corpo sedimentario significativo (fattori che dipendono dalle
caratteristiche del bacino);
o nel caso degli estuari marini, anche l'azione delle maree può giocare un ruolo importante nell'asportazione e nella
rielaborazione del sedimento.
Anche se non vi sono accumuli notevoli di sedimento, gli estuari sono caratterizzati da tipici depositi e strutture sedimentarie. In
particolare, sono presenti barre e dune subacquee da corrente, con stratificazione e laminazione inclinata. Nel caso dei delta marini, sono
tipiche le laminazioni a "lisca di pesce" (herringbone): si tratta di set di lamine che si succedono verticalmente con inclinazione
alternativamente verso terra (prodotte dalla corrente entrante di marea) e verso mare (prodotte dalla corrente fluviale uscente) .)
MORFOLOGIA EOLICA

L’azione del vento: L'energia del vento, e quindi la sua capacità di trasportare a distanza particelle solide, è
legata alla sua velocità, che viene modificata e frenata vicino al terreno per fenomeni di attrito e di
turbolenza; essa si fa sentire di solito in modo irregolare, con frequenti pulsazioni.
La correte può anche essere deviata da ostacoli.

Superata una certa soglia, o valore critico di questa forza, definito per ogni singola particella, questa
comincia a muoversi.

Il trasporto di frammenti solidi avviene in sospensione e per saltazione: minore importanza ha il trasporto
per rotolamento e per reptazione (cioè per la spinta in avanti dovuta agli urti di altre particelle).
Oltre che dal modo con cui agisce il vento, queste modalità di trasporto dipendono dal peso specifico, dalle
dimensioni e dalla forma delle particelle.
In prima approssimazione si può dire che i materiali minuti come le polveri, le ceneri vulcaniche e le sabbie
finissime vengono trasportati in sospensione fino a grande distanza mentre le particelle di dimensioni
superiori {sabbia fine e media) si spostano invece per saltazione, non lontano dal terreno.
Elementi ancora più grossi (ghiaietto minuto) vengono messi in movimento solo eccezionalmente, e
compiono percorsi brevissimi; essi non si trovano perciò di solito nei depositi eolici.

Il trasporto per saltazione può essere osservato, in piccolo, nei giorni di vento sulla sabbia delle nostre
spiagge.
In forma intensa esso si manifesta nei deserti, in occasione di tempeste di sabbia; chi vi si trova, viene
colpito da una fitta quantità di granuli, lanciati con violenza.

Grandi quantità di materiale vengono prelevate dal suolo e poi trasportate in sospensione soprattutto
quando sofia il vento vorticoso capace di sollevarlo fino a grande altezza.

Nelle regioni aride, dopo periodi di vento intenso, il cielo può restare offuscato per giorni dalla presenza di
polvere nell'atmosfera.
In certe condizioni meteorologiche le particelle minute sospese nell'aria possono formare i nuclei della
condensazione del vapore acqueo, e poi essere portate a terra con la pioggia.
Sui paesi mediterranei sono note le cosiddette piogge di sangue, dovute alla sabbia finissima rossastra,
proveniente dal Sahara, che cade al suolo con la pioggia in certe occasioni

Forme di deflazione: è definita come l'azione di trasporto esercitata dal vento.


Con lo stesso nome si indica anche il prelevamento del materiale dal terreno, ossia il momento iniziale del
trasporto stesso.
Dove il materiale di granulometria adatta è abbondante, questo prelevamento può verificarsi in modo
intenso; si creano così forme d'erosione che vengono designate genericamente come forme di deflazione.

Un caso frequente è che si abbiano al suolo, in partenza, materiali incoerenti di granulometria varia (ad es.
limo, sabbia e ghiaia mescolati).
La deflazione si manifesterà in maniera selettiva, cioè asportando le particelle minute (limo, sabbia) e
lasciando sul terreno la ghiaia e in genere i frammenti grossolani e pesanti.
Dopo un certo tempo la superficie del terreno avrà subito nell'insieme un certo abbassamento, e il
materiale rimasto formerà uno strato costituito soltanto dal materiale grossolano (residuo di deflazione).
A questo punto il processo si arresta, perché tale strato protegge dalla deflazione il materiale sottostante.
È quanto accade di solito nei serìr o reg (deserti ghiaiosi): guardando dall'esterno spesso non ci si rende
conto che il materiale in origine era sabbioso ghiaioso, misto.

Altre volte la deflazione agisce più facilmente su materiali costituiti interamente da elementi minuti, perciò
con efficacia maggiore.
Può trattarsi di depositi sabbiosi, limosi, salini ccc. di varia natura, perché non cementati o poco cementati;
oppure può trattasi del materiale di alterazione o del suolo.
La protezione abituale contro quest'azione del vento è data dalla copertura vegetale.
L'erosione eolica è un aspetto, tutt'altro che marginale dell’erosione del suolo.
Dove la coltre vegetale viene rotta, per qualche causa, il vento scava entro il suolo sottostante.
Qui risiede uno dei rischi dell'introduzione delle colture arative o del pascolo intenso e irrazionale nelle
regioni a prateria.

È opportuno saper riconoscere alcuni indizi di deflazione ed eventualmente valutare l'entità di questa.
Un indizio è costituito da tracce di deflazione selettiva secondo la granulometria, come è stata descritta qui
sopra.
Le piante isolate, se attorno il suolo viene largamente asportato senza che esse siano divelte, restano con
parte dell'apparato radicale sospeso in aria, testimoniando il livello del terreno su cui erano
precedentemente cresciute.
Anche criteri pedologici permettono di riconoscere in un profilo del suolo l’assenza di uno o più orizzonti,
partendo dall'alto (suoli troncati), assenza che può essere causata da deflazione o da alti fenomeni di
erosione areale.

Dal punto di vista geomorfologico, uno degli effetti più importanti della deflazione nelle regioni aride è la
formazione e l'approfondimento di estesi bacini (bacini di deflazione), per lo più endoreici (occupati
eventualmente da laghi temporanei di tipo sebkha); anche quando questi bacini sono di origine tettonica e
non eolica, la deflazione può intervenire come processo che collabora a impedire il loro colinamento.
Processi erosivi vari possono determinare la forma del bacino, lungo il contorno o sui rilievi circostanti, ma
la deflazione asporta i materiali minuti che si accumulerebbero sul fondo (sabbia, limo, sedimenti
evaporitici).
Hanno un'origine in parte simile anche i cosiddetti graret del deserto libico.

Le modalità del trasporto eolico fanno sì che essa possa avvenire anche lungo una superficie in salita: ciò
spiega l'erosione di conche chiuse, il loro svuotamento e approfondimento, il che con altri processi
d'erosione e trasporto, quale l'azione delle acque correnti e dilavanti, non potrebbe avvenire.
Tuttavia anche il vento perde energia se si crea una topografia molto irregolare; al di là di un certo limite,
sul fondo di conche troppo ristrette e profonde rispetto ai rilievi circostanti, la forza del vento diventa
insufficiente a rimuovere i detriti

Azione erosiva del vento: Il materiale messo in sospensione dal vento viene ulteriormente frammentato
dal logorio, conseguente agli impatti provocati dalla turbolenza

Si dice corrasione l'azione che il vento esercita contro le rocce coerenti, consumandole esternamente, in
modo da rimodellare su esse forme particolari.
Quest'azione si realizza per mezzo di particelle solide (di solito granuli di sabbia), che, lanciate dal vento,
colpiscono la roccia fungendo da materiale abrasivo.

Poiché il trasporto per saltazione avviene vicino a


terra, le rocce emergenti vengono modellate dalla
corrasione solo fino a qualche metro d'altezza; per
questo, in qualche caso, le rocce prendono forma
di fungo.
Più frequenti sono le tracce di lisciamento delle
rocce, cesellature e sculture minute come alveoli,
nicchie, crestine e strati sporgenti, che dipendono
dall'esistenza di parti più o meno dure nella roccia;
ossia sono forme o microforme di corrasione
selettiva.

I ciottoli presenti sul terreno vengono levigati sulla


faccia esposta al vento; possono anche assumere
forme speciali per la giustapposizione di più
tacchete piene (in quanto cambiamenti di posizione anche piccoli fanno iniziare la levigatura secondo un
angolo diverso); vengono detti ciottoli sfaccettati

Altre forme di corrasione, per le loro maggiori dimensioni, determinano


aspetti speciali del paesaggio. Vengono detti yerdang (secondo un termine
del Turkestan fatto conoscere da S. Hedin) i tipici rilievi allungati paralleli fra
loro, e paralleli alla direzione del vento, che risultano da profonda erosione
eolica lungo solchi scavati tra l'uno e l'altro.
Queste forme si osservano in sedimenti sabbioso-argillosi, parzialmente o
irregolarmente cementati, di antichi laghi desertici, e possono in parte esser
considerati come forme di deflazione; in genere gli strati più compatti, su cui
agisce, ma lentamente, una vera corrasione, proteggono le parti sottostanti
e rimangono sporgenti.
Forme di accumulo:

Le condizioni di deposito: Le forme tipiche dovute all'accumulazione


colica sono le dune; ma esistono altri depositi che costituiscono distese
uniformi e dolcemente ondulate; esse si generano quando la sabbia o
materiali più fini vengono trasportati verso una zona coperta da
vegetazione, nella quale il vento può depositarli ma non agire
direttamente.
L'apporto di materiale eolico può così anche accrescere lo spessore
dell'orizzonte superiore del suolo.

In generale il trasporto cessa quando diminuisce l’energia del vento.


Per il materiale in sospensione ciò avverrà in luoghi qualunque, una volta che si creino condizioni di calma
per cui le polveri e le sabbie fini contenute nell’atmosfera possano scendere al suolo; invece per la sabbia
che si muove per saltazione e rotolamento è soprattutto la velocità dei vento nei primi metri che conta: una
caduta di velocità lungo la traiettoria presso il terreno, ad esempio per aumento degli attriti o per la
presenza di un ostacolo locale, provoca il deposito.

È istruttiva l’esempio delle dune costiere.


L'area di deflazione è rappresentata dalla spiaggia, e su questa il vento che soffia dal mare può muovere la
sabbia in salita.
Ma il passaggio sulla terraferma comporta subito un aumento degli attriti e della turbolenza, in sostanza
una diminuzione della velocità del vento presso il suolo.
Dopo un certo cammino, la sabbia non può più essere trasportata per saltazione e viene deposta.

È normale trovare segni di stratificazione nei depositi eolici; ma questa è ben marcata solo quando esistono
differenze di composizione tra strato e strato, o differenze nel grado di cementazione, sufficientemente
nette.
Si possono osservare casi di stratificazione secondo angoli diversi («stratificazione incrociata»).

Il loess: un materiale fine, con granulometria abbastanza ben determinata: circa il 50% dei granuli ha
diametro compresi tra 0,0I e 0,05 mm (mentre è scarsa o trascurabile la frazione sabbiosa con diametri
superiori a 0,1 mm e così pure la frazione argillosa, con diametro inferiore a 0,002 mm).
La forma dei minutissimi granuli è angolosa.
Materiali di questo genere, portati in alto dal vento, sono atti a deporsi al suolo lentamente; L’ambiente di
steppa-prateria sembra particolarmente favorevole a questa deposizione, perché le piante erbacee (che
trovano in questo materiale ottime possibilità di sviluppo delle radici) trattengono le particelle al suolo, e
perché il dilavamento vi è modesto.
I depositi di loess mostrano spesso di aver subito processi di diagenesi, ad esempio con la parziale
dissoluzione e rideposizione del carbonato d cala presente.

I Loess si trova oggi a coprire, complessivamente, circa


il 10% delle terre emerse.
Nell'Asia, dove occupa superfici assai estese nelle
regioni periferiche rispetto ai deserti, è noto
specialmente per la sua diffusione e per gli spessori di
qualche centinaio di metri che esso raggiunge nel
bacino dello Huang-Ho.
Le coperture di loess si distendono con regolarità sui rilievi preesistenti, con variazione di spessore e
interruzioni in parte dovute alle modalità di deposizione

In alcune regioni semiaride dell'Asia, la deposizione del loess sì può ritenere un processo attuale; in tal
caso si parla di Loess recenti.
Loess antichi, invece, si rinvengono nell'Europa, nell'America settentrionale ed in altre regioni.

Tipi di dune: Le dune hanno di solito forme meglio definite.


Le dimensioni sono varie; l'altezza, al massimo, può arrivare a qualche centinaio di metri, ma si mantiene di
solito intorno alla decina.
Per lo più le dune sono associate a costituire campi di dune, ma talvolta esse, sia pur raggruppate, lasciano
tra loro spazi scoperti.

- Le dune longitudinali sono disposte secondo la direzione del vento, come i rilievi di deflazione e di
corrasione (yardang) descritti in precedenza; spesso sono assai lunghe e distanziate fra loro.
Si può ritenere che vento a contatto col terreno eserciti un rapido trasporto lungo i corridoi che
separano una duna dall'altra, e che le dune rappresentino invece luoghi di minor velocità di
trasporto.
In questi casi dunque, vicino a terra, la corrente eolica sembra suddividersi in tante linee di
massimo flusso parallele fra loro.
- Le dune trasversali hanno una disposizione ortogonale rispetto al vento dominante, sembrano
quasi opporre esse stesse ostacolo alla corrente.
Nella realtà si tratta anche in questo caso di forme che il vento crea da sé, modellando la superfice
su cui scorre secondo la modalità del suo flusso; per la palese analogia, si può fare un confronto con
le onde del mare; create e mosse dal vento, e con le piccole ripples, o increspature, formate
dall'acqua in movimento su un fondo sabbioso.
Increspature di sabbia, aite pochi centimetri, si notano del resto comunemente sulle distese
sabbiose modellate dal vento.
Nel caso di queste increspature e, in misura maggiore, nel caso delle dune trasversali, una
turbolenza ritmica abbastanza regolare caratterizza gli strati bassi dell'atmosfera in movimento, che
risentono dell’effetto frenante della superficie terrestre.

In sezione, di regola, una duna trasversale presenta il lato sopra vento meno inclinato di quello
sottovento; la cresta è perciò dissimmetrica, essa nel Sahara viene detta sif.
Sul versante sopra vento la sabbia è sospinta in salita per saltazione (o per reptazione e
rotolamento): sulla cresta il vento soffia la sabbia in avanti finché ricade sul lato opposto, per
gravità.

Le dune trasversali hanno spesso un disegno sinuoso della cresta; esso qualche volta sta ad indicare
l’influsso di venti diversi che soffiano alternativamente da direzioni opposte.
- Le barcane sono considerate come la forma elementare di duna.
Sono a lunetta, in pianta, col lato convesso rivolto al vento, e i due bracci allungati nel verso della
corrente.
In sezione si nota la tipica dissimmetria delle dune trasversali.
Le barcane spesso si dispongono a sciami.
Quando si raggruppano in modo da congiungersi
lateralmente, con la loro fusione possono dar luogo a
dune trasversali abbastanza lunghe, dal disegno
sinuoso.
Se invece i due bracci, o uno solo di essi, si allungano
nel senso della corrente, si passa a forme di
transizione verso le dune longitudinali.
I campi di bercene sembrano legati a una successione
di divergenze e convergenze nelle linee di flusso
dell’aria vicino a terra. S
- Le dune paraboliche hanno una forma a ferro di
cavallo o a lunetta, col lato concavo rivolto verso il
vento.
il vento fa muovere in avanti la parte centrale della
duna, creando per deflazione una conca depressa sul
lato interno dell'arco dunale.
- Dune complesse si hanno quando si combinano
insieme gli effetti di venti che soffiano periodicamente
con direzioni diverse, o di venti con caratteristiche
dinamiche diverse.
In certi luoghi più allineamenti di dune con
disposizione circa ortogonale possono formare un
reticolo; altre volte allineamenti di dune convergono
in punti particolari dove danno luogo a elevati rilievi
sabbiosi di forma stellare o piramidale (questi prendono d none di ghurd, nel Sahara); sembra siano
dovuti a venti convergenti, che passano a tn movimento ascendente.

In realtà le combinazioni più complesse si hanno nei grandi erg, o mari di sabbia, amplissime distese
sabbiose in cui il vento modella tipi di dune varie, che solo in parte rientrano nelle forme semplici descritte
qui sopra.

- Dune d'ostacolo si formano in vicinanza di rilievi che si oppongono al regolare spirare del vento, ad
esempio provocando la formazione di vortici.
La loro forma e posizione dipende da fattori locali; a seconda dei casi si possono trovare queste
dune sul lato sopravento oppure su quello sottovento dei rilievi.
- dune costiere si distinguono più per la loro posizione che per I loro forma.
La forma, l'altezza e l'estensione delle dune costiere dipendono dalla direzione dei venti dominanti,
dal rifornimento di sabbia e dalla vegetazione: appena le piante psammofile attecchiscono, esse
collaborano a favore dell'ammucchiamento della sabbia, a ad impedire i suo avanzamento verso
l'entroterra; in una fase successiva la vegetazione, se ricopre i suolo in modo continuo, può
arrestare completamente l'evoluzione delle dune
E’ stata notata in mali casi l’esistenza di dune paraboliche alle spalle delle spiagge, nei punti in cui il
vento riesce a spingere la sabbia verso l'entroterra.
Evoluzione delle dune: In molti altri casi oltre a quello ora accennato le dune sono dotate di mobilità.
Le dune longitudinali possono allungarsi in avanti. Le dune trasversali, le barcane, e dune paraboliche,
subiscono spostamenti lenti man mano che il vento spinge la sabbia in salita fino alla cresta, su un lato;
questo lato subisce cosi un effetto di deflazione, mentre il lato sottovento, su cui la sabbia ricade per
gravità, si accresce.
Con questo processo la cresta gradualmente avanza nella direzione del venta, e insieme si sposta tutta la
duna, anche senza cambiare sensibilmente di forma.

Cenno alla distribuzione delle forme coliche: Gli effetti morfologici delle azioni eoliche possono non essere
affatto appariscenti, o per la protezione che la vegetazione esercita sul suolo, o per la prevalenza di
fenomeni diversi che mascherano e via via cancellano le tracce lascate dal vento.
La massima energia dei venti si esplica nelle aree montagnose, specie sulle creste, ma in tali ambienti le
forme eoliche, che pure esistono, hanno scarsa evidenza.

I grandi deserti sono la sede per eccellenza delle forme d'origine eolica.
La ragione è duplice:

- la modesta efficacia di alcuni processi morfologici


- la mancanza o la povertà della copertura vegetale che, nelle altre regioni, esercita un'azione
frenante efficacissima sulle correnti aeree.
Nei deserti i venti possono raggiungere velocità elevate presso il terreno (nei deserti caldi
specialmente nelle ore meridiane).

Le formazioni sabbiose a dune occupano, come è noto, solo alcune parti delle regioni desertiche.
I campi o mari di dune nel Sahara vengono detti erg: la loro posizione è di solito legata all'esistenza di
antichi depositi sabbiosi di origine alluvionale, nei vasti e aperti bacini in cui si può suddividere il grande
deserto.
Schematicamente, si può dire che la posizione delle aree di accumulo di sabbie coliche dipende:

- dalla direzione dei venti dominanti;


- dalla presenza di aree di deflazione lungo il percorso di questi ultimi;
- da una diminuzione delle velocità abituali del vento, che può dipendere sia da fattori topografici, sia
dalla posizione nel quadro della circolazione generale dell’atmosfera;
- dalla presenza di grandi distese sabbiose ereditate.

Nei grandi deserti aperti, le linee di flusso dei venti più forti si inscrivono direttamente al suolo con la
disposizione delle dune, specialmente dei fasci di dune longitudinali: tipici gli allineamenti di dune nei
deserti tropicali e subtropicali come il Sahara, il deserto dell'Arabia, quello australiano, che descrivono a
grandi linee, col loro andamento, il flusso degli alisei.

Nei deserti meno estesi, conformati a bacini chiusi tra catene montuose, come è il caso dei deserti iranici, i
campi di dune sono spesso ubicati marginalmente alle conche, in posizione sottovento rispetto alle zone di
deflazione, costituite dalle grandi distese di depositi alluvionali e lacustri.
Ma la morfologia eolica assume aspetti ben caratteristici anche in altre zone delle terre emerse, all'infuori
degli attuali deserti e delle zone costiere.
Si tratta:

- delle regioni che furono desertiche in un passato non remoto e che ora, per lo spostamento delle
zone climatiche, presentano clima diverso;
- delle regioni aride fredde dette periglaciali (v. quanto detto a proposito del loess)

L'esempio più noto del primo tipo è costituito in Africa dalle regioni poste a Sud del Sahara verso il Sudan,
oggi coperte da vegetazione a steppa, a boscaglia, oppure a savana, con clima semiarido tropicale.
Le dune di sabbia, ormai fissate e in parte rimaneggiare, vi coprono superfici molto estese, per esempio
intorno al parallelo 16'.
Risulta che all'epoca della loro formazione la fascia desertica sahariana era spostata verso Sud almeno di 4-
5 gradi in latitudine, in confronto con la posizione odierna.
Nel Kordofan le grandi distese sabbiose dei Qoz, o goz, poste a una latitudine compresa circa fra I0° e 15 N,
secando il Warren (1970) si sono formate in due distinti periodi entrambi con clima più arido di quello
attuale.
Le dune della generazione più recente si estendono verso Sud per circa 450 km oltre il limite meridionale
delle dune sahariane oggi attive; quelle della generazione più antica, di cui non si riconosce quasi affatto la
forma originaria, si prolungava ancora di più verso Sud.
MORFOLOGIA COSTIERA

L’azione del mare sulle coste: moto ondoso e altri movimenti.


Le forze che operano nell'ambiente costiero sono innanzitutto quelle dovute ai movimenti dell’acqua
marina: il moto ondoso e in qualche caso e correnti; Queste si fanno sentire anche nei laghi, con minore
intensità.
Nei mari sono importanti anche le maree.

Le onde sono, nella maggior parte dei casi, provocate dal vento, che trasmette all'acqua una parte della
sua energia.
È interessata dal moto ondoso solo l'acqua prossima alla superficie; infatti i moto si attenua molto verso
basso, e non si fa sentire oltre una profondità P pari a circa la metà della lunghezza λ delle onde.

Il moto invece si trasmette con facilità in senso orizzontale, secondo la direzione di propagazione delle
onde.
Le onde appaiono spesso con le creste allungate, parallele tra loro, ortogonali alla direzione di
propagazione; naturalmente onde di argini e direzioni diverse possono coesistere e combinarsi assieme.
L'altezza e l'energia delle onde dipendono:

- dalla velocità del vento che le ha generate,


- dalla durata del periodo in cui il vento ha soffiato mantenendo circa la stessa direzione,
- dall’ampiezza della superficie disponibile, ossia dallo specchio d'acqua su cui il vento ha operato.

È sempre opportuno confrontare fra loro i vari tratti costieri, a seconda della loro esposizione, ed
esaminare i regimi dei venti in rapporto con la configurazione costiera (venti dominanti sono quelli che
soffiano con maggior forza, venti regnanti quelli che soffiano con più lunghe durate).
Sulle coste aperte degli oceani possono agire anche onde generatesi in aree di tempesta molto distanti, e
che hanno proseguito il loro cammino; sono dette Onde Lunghe o morte.

L'energia meccanica che viene trasmessa per mezzo delle onde da un punto all'altro della superficie marina,
e che fa sentire poi i suoi effetti sulle coste, ha carattere pulsante e oscillatorio.

Le onde subiscono modificazioni in vicinanza delle coste: cambiamenti di direzione e di forma, di velocità e
di energia.
Con fondali che gradualmente diminuiscono verso terra, onde di oscillazione parallele alla spiaggia mutano
il loro profilo nel modo illustrato dalla fig. 13.3, a causa degli attriti che si generano tra l'acqua in
movimento e il fondo.
Tra i fenomeni più vistosi è la formazione dei frangenti di spiaggia, dovuti al fatto che si accentua sempre
più la dissimmetria delle onde; l’acqua spinta in avanti sulla cresta dell'onda mantiene la sua energia
cinetica, anche quando la sua velocità e diventata superiore alla velocità di propagazione dell’onda.
L'acqua ricadendo nel frangente provoca una forte turbolenza ma prosegue il suo cammino in avanti come
onda di traslazione e risale la spiaggia (flusso montante), finché non ha perduto tutta la sua energia
cinetica.
Allora, per gravità, ridiscende all’indietro (risacca).
Questa parte della spiaggia, detta battigia, è dunque una zona di accentuato movimento alternativo di
salita e discesa dell’acqua intervallato da movimenti di forte turbolenza, quando si rovesciano i frangenti.

Se le onde si avvicinano alla spiaggia obliquamente, essa cominceranno a risentire del rallentamento della
loro propagazione solo in una parte, sulla estremità di un fronte d'onda: ne risulta la rotazione dei fronti
d'onda, che tendono a diventare meno obliqui rispetto alla linea di riva e alle isobate: il fenomeno della
rifrazione delle onde.

Vi sono altre cause di mutamento di direzione delle onde: i fenomeni di riflessione e di diffrazione, che
hanno importanza per spiegare come le onde giungano, sia pure con energia alquanto smorzata, sui tratti di
costa protetti rispetto alle onde generate dal vento; per esempio, nei tratti sottovento, sul fondo delle
insenature ecc…
La fig. 13.5 mostra schematicamente le trasformazioni che le onde possono subire a contatto con una costa
ripida, e soprattutto i diversi effetti che può avere l’energia delle onde contro la costa stessa.

Importanti sono anche le maree, per tre motivi:

- facendo variare periodicamente il livello del mare, determinano una fascia alternativamente
bagnata e asciutta, più o meno alta secondo l'ampiezza di marea (fascia intertidale); questa fascia
può estendersi molto in senso orizzontale e nel caso di coste basse;
- determinano uno spostamento periodico delia fascia interessata dal moto ondoso;
- determinano spostamenti d'acqua notevoli (con senso alternato: flusso e riflusso) e quindi correnti
sensibili negli stretti, attorno ai promontori, negli estuari, nelle lagune, ecc.

Le onde di tempesta, prevalenti alle medie e alte latitudini, di solito hanno breve durata e giungono alle
coste con alta energia e direzione variabile; sulle coste dell'emisfero Nord si nota una forte variazione di
frequenza tra inverno ed estate, variazione assai meno sensibile negli oceani dell'emisfero Sud.

Le onde lunghe di origine lontana sono abitualmente presenti sulle coste occidentali dei continenti alle
medie-basse latitudini, anche nella fascia delle «calme equatoriali»; derivano per la maggior parte da
lontane tempeste dell'Oceana Antartico: giungono più deboli e con minore frequenza sulle coste orientali
dei continenti.
Nela fascia intertropicale le onde lunghe sono soverchiate talora da onde generate dai cicloni tropicali e,
più regolarmente, da onde generate dagli alisei dai monsoni.
Vanno infine tenuti presenti, anche se hanno scarsa frequenza, i maremoti (detti, con parola giapponese,
tsunami) e le mareggiate eccezionali.

Il moto ondoso, in quanto si accompagna a un sia pur modesto spostamento dell'acqua in avanti, è
responsabile del formarsi di correnti di deriva e di correrti di risucchio.
Esse possono diventare sensibili presso la costa, specie con mare grosso.

La maggior parte delle correnti marine sono dotate di velocità insufficienti per produrre sensibili effetti
morfologici nei riguardi del fondo e delle coste, ma se ne deve tenere comunque conto, anche per
comprendere alcuni fenomeni locali, in vicinanza di ostacoli o in passaggi stretti, dove correnti anche deboli
possano venire rafforzate.

Davanti alle foci fluviali il regime delle correnti regola la distribuzione dei sedimenti (specialmente dei più
fini) sul fondo marino.

Altri processi producono forme specifiche sulle coste, questi devono essere viste come cause predisponenti
della morfogenesi nell'ambiente costiero.
Tra questi, i fattori geologico-strutturali sono del tutto evidenti, quando si considerino le rocce presenti
lungo le coste.
In più, le dislocazioni tettoniche possono direttamente essere responsabili dell’origine e della forma di
qualche tratto di costa.
Così pure i fenomeni vulcanici nelle regioni insulari e costiere.
I ghiacciai terrestri si attaccano in molti tratti sugli oceani, particolarmente lungo il contorno dell'Antartide
e, in modo più discontinuo, in Groenlandia.
Quando hanno forte spessore poggiano e si muovono sul fondo roccioso ben al di sotto del livello del mare,
finché la spinta idrostatica non le fa galleggiare.
Questi ghiacciai trasportano al mare quantità enormi di materiali che andranno a formare scadimenti
glacio-marini e costieri.
I ghiacci marini galleggianti sull'acqua, quando sono sospinti contro le rive producono tipiche forme di
erosione e d'accumulo, riconoscibili ad esempio sulle coste artiche.
I fiumi sono i principali apportatori di detriti nell' ambiente costiero, devono essere considerati come fattori
tra i più importanti della morfogenesi delle coste.
I processi di denudazione legati alla gravità, all'acqua dilavante, alle acque sotterranee, al gelo e al disgelo
del suolo provocano molte forme par particolari sulle coste.
Il vento ha facile presa sui materiali fini abbandonati dalle onde sulle spiagge e li allontana, accumulandoli
nelle dune costiere.
L'acqua marina stessa, nella zona bagnata dalle onde e dagli spruzzi, può provocare fenomeni di gelivazione
e di disgregazione chimico-fisica sulle rocce, altrove interviene nella cementazione di materiali sciolti.
Tra gli organismi viventi hanno grande importanza quelli che costituiscono bioermi con un'attività
costruttiva in acque poco profonde o del tutto superficiali: alghe calcaree, coralli, alcani molluschi; inoltre le
mangrovie che colonizzano i litorali fangosi e gli estuari della zona tropicale.
Non va sottovalutata l'opera degli uomini nel modificare gli ambienti costieri.

I processi legati alla presenza di acqua marina, di ghiacci marini, di foci fluviali, di organismi che vivono
nelle acque costiere, sono casi intimamente collegati con l'ambiente litorale de dover essere considerati,
assieme al moto ondoso e alle maree, come processi tipici della morfogenesi costiera

Fattori geografici diversi creano altre condizioni d'insieme assai importanti; l'esposizione delle coste
rispetto ai grandi sistemi di circolazione atmosferica e oceanica, a posizione entro le varie fasce climatiche e
rispetto ai rilievi continentali e ai sistemi fluviali, l'articolazione locale delle coste stesse.
Infine, dobbiamo tener conto delle variazioni del livello del mare.

Le variazioni di livello relativo tra mare e terra.


Un sensibile abbassamento del livello marino o un innalzamento tettonico della terra possono far spostare
la linea di costa per emersione.
Sommersione viceversa si ha per fenomeni di innalzamento del livello del mare o per abbassamento
tettonico.

In generale: quando la causa di questi spostamenti risiede in un movimento delle terre costiere locale o
regionale, lo spostamento della linea di riva si manifesta in un'area definita e in quest'area ha valore
diverso da luogo a luogo; si potranno distinguere cause orogenetiche, epirogenetiche, Isostatiche e altre
cause, per esempio quelle che determinano fenomeni di subsidenza strettamente locali.

Per altri motivi può verificarsi invece una variazione generale del livello degli oceani: una variazione
simultanea e di misura uguale sulle coste di tutti i mari intercomunicanti fra loro.
Sono i cosiddetti movimenti eustatici.

Nella realtà sono abituali le interferenze tra i due gruppi di fenomeni quando ad esempio una variazione
generale del livello del mare interessa le coste di una regione instabile dal punto di vista tettonico, ciò che si
osserva è, in ciascun punto, solo lo spostamento relativo risultante dalla combinazione dei due fenomeni.

Si chiamano bradisismi i movimenti lenti del suolo, in su o in giù, riscontrati presso le coste.
Ma li temine va in disuso.
Possono essere dovuti alle cause più svariate: a variazioni del contenuto in acqua di sedimenti incoerenti; al
peso di nuovi sedimenti o di grossi edifici; a fenomeni vulcanici; a cause tettoniche, a cause globali.

Subsidenza si dice ogni movimento lento di abbassamento del terreno


Trasgressione marina si dice un fenomeno di avanzamento del mare sul continente; regressione il
fenomeno opposto, il ritiro del mare da una regione che aveva precedentemente occupato.

Ha evidentemente grande interesse lo studio delle variazioni di livello come stanno verificandosi lungo le
coste ai nostri giorni; la base di questo studio è l’analisi delle serie di dati mareografici.
Per le variazioni avvenute in tempi a noi vicini, ma non registrate con misure strumentali, ci si dovrà valere
di notizie stoiche e di reperimenti archeologici.

Anche indipendentemente dallo studio delle cause {locali o generali} delle variazioni, è indispensabile la
raccolta sistematica di dati precisi. AI geomorfologo spetta soprattutto l'identificazione di antiche linee di
costa e il confronto preciso con le forme costiere attuali

Variazioni eustatiche del livello degli oceani: In queste variazioni si devono distinguere due ordini di cause:

- quelle legate a variazioni del volume totale dell'acqua presente nei bacini oceanici,
- quelle legate a variazioni di capacità dei bacini stessi.

I fenomeni della prima categoria dipendono soprattutto dal formarsi di enormi masse d'acqua allo stato
solido, immagazzinate sulle terre emerse nei periodi di glaciazione continentale; è, in pratica, acqua
sottratta agi oceani.
Ogni periodo di raffreddamento del clima, di entità tale da causare una fase di accrescimento delle masse
glaciali, deve essere stato accompagnato da una diminuzione del livello degli oceani; viceversa, ogni
periodo di miglioramento climatico connesso con un'importante fase di fusione dei ghiacciai deve essere
stato accompagnato da innalzamento del livello degli oceani. Si è inoltre calcolato che se gli attuali ghiacciai
antartico e groenlandese venissero sciolti contemporaneamente, si riverserebbe negli oceani una massa
d'acqua tale da innalzarne il livello di circa 70m.

Si ritiene generalmente che durante la glaciazione Würm il livello dci mari fosse di arca 100 m più basso di
oggi, le tracce di livelli marini elevati, superiori a quello attuale, sulle coste di tutto il mondo vengono
riferite ai periodi interglaciali, comunque ai periodi in cui i volumi dei ghiacciai terrestri potevano essere
inferiori a quelli odierni, mentre le tracce di livelli marini molto bassi, inferiori a quello attuale, vengono
riferite ai periodi glaciali.

Oscillazioni in su e in giù devono essersi verificati ripetutamente.


Correlando i dati sulle antiche linee di riva con i dati cronologici e paleoclimatici del Pleistocene, si son
cercate di costruire curve delie oscillazioni eustatiche durante il Pleistocene.

fenomeni eustatici dell’altra categoria, cioè quelli legati a variazioni di capacità dei bacini oceanici, sono di
varia natura: il vulcanico sottomarino, la sedimentazione, le compensazioni isostatiche ecc.; i più importanti
sono certamente movimenti tettonici a scala globale, che implicano variazioni di posizione delle placche
crostali e perciò variazioni di forma sul fondo e sul contorno degli oceani.
Ma in questi fenomeni, che devono interessare anche i continenti, sembra ben difficile separare la
componente « eustatica » da quella « tettonica», e da quelle dovuti ai cambiamenti di forma del geoide.

Le oscillazioni eustatiche del tipo di quella verificatasi con l'ultima deglaciazione hanno conseguenze anche
di tipo isostatico: infatti l'aumento della pressione esercitata dall'acqua mentre cresce di spessore deve
aver come conseguenza un abbassamento isostatico del fondo oceanico, e quindi, un cambiamento di
livello minore di quello che ci si sarebbe aspettato.

Gli effetti risultanti sulle coste è quella della formazione dei terrazzi marini, basati sul principio
dell’eustatismo glaciale, perciò sulla correlazione tra periodi glaciali e interglaciali.

L’erosione marina:

Ripe e piattaforme di erosione: L’erosione marina si compie con facilità a spese di rocce poco o punto
coerenti, richiede più energia e più tempo in rocce resistenti.
L'agente principale dell'erosione è il moto ondoso, ma intervengono anche altri processi.

Il termine abrasione indica in generale l'erosione marina, ma più opportunamente esso andrebbe riservato
all'azione meccanica d'urto e di sfregamento dei detriti scagliati dalle onde contro la costa.

Il risultato dell'erosione e dell'allontanamento dei detriti prodotti è la formazione di una ripa d'erosione o
falesia e di una piattaforma d'erosione (o di abrasione).
Si conoscono falesie alte decine di metri, quasi verticali o assai ripide (questa condizione, ad ogni modo,
non è necessaria per riconoscere una falesia); le più note sono quelle lungo la Manica.
Quanto alle piattaforme, in California ne sano stati segnalati esempi con una larghezza di mezzo km,
pendenza del 2% e profondità, al margine verso l’argo, di 10 m.
Queste forme dipendono naturalmente oltre che dal tipo di roccia presente e dalla giacitura di essa, dai
fenomeni erosivi non solo attuali, ma anche antichi, dall'energia delle onde, dal regime di marea, ecc.

Sulle spiagge, l’erosione consiste in un prelevamento di materiale o nella prevalenza di esso rispetto
all’apporto di materiale nuovo; vi potranno apparire anche gradini o piccole ripe per effetto d'una
zeppatura.
Su rocce coerenti o semicoerenti (e precisamente al piede della parete rocciosa e lungo a piattaforma, ove
si siano formate) si sogliono distinguere i seguenti processi, dovuti al moto ondoso:

- l'abrasione in senso stretto;


- l'escavazione o rimozione di materiale già in parte isolato o smosso o fratturato;
- altre azioni meccaniche dirette, dovute alla forza d'urto martellante delle onde, ai fenomeni di
compressione e decompressione ripetuti, specialmente nelle fessure.
- Il disfacimento delle rocce al livello dell'acqua marina, specialmente legato all'alternanza del
disseccamento e dalla sommersione (o degli spruzzi);
- azioni più precisamente chimiche e biochimiche
- azioni del ghiaccio marino.

Altri processi, subaerei, operano sulle ripe costiere determinandone la forma, la pendenza, sia quando lo
scalzamento basale ad opera del mare è attivo, sia sulle ripe inattive: frane, soliflusso, ruscellamento ecc.

Scogli isolati dall’erosione, grotte, archi naturali, sono particolari morfologici frequenti lungo le ripe
d'erosione marina in roccia salda; per effetto dell'erosione, una casta alta può diventare localmente più
articolata; ciò dipende dall’erosione selettiva, che mette in risalto la diversità di resistenza delle rocce.

Solchi di battente e altre forme speciali delle coste rocciose:


Sono detti solchi di battente gli intagli orizzontali scavati dal mare nelle rocce a picco, in corrispondenza a
livello medio della superfice marina.
Si notano, in modo particolare, sulle rocce carbonatiche a spese delle quali il mare esercita un'azione
solvente per mezzo del gas carbonico presente nell'acqua presso la superfice; sulla roccia ha presa inoltre
l'azione corrosiva di vari organismi viventi nella zona intertidale e un po' al di sopra di questa.

Varie microforme di corrosione (lapiez, vaschette ecc.) si possono osservare sulle rocce esposte all'acqua
marina vicino alla superficie e nella zona degli spruzzi.

Terrazzi marini: consistono in piattaforme e ripe d'erosione marina che quando cambia l'altezza selettiva
della terra e del mare possono emergere o restare sommerse.
Sono abbastanza frequenti sui rilievi costieri e appaiono come ripiani e scarpate a varia altezza; non di rado
si conservano anche scadimenti marini, resti di antiche spiagge, oltre che tracce fossili di organismi che
vivevano sulla costa quando queste erano a forme attive.
In base a questi documenti si ricostruisce, nei limiti del possibile, la storia delle oscillazioni del livello marino
e degli eventuali movimenti in senso altimetrico delle terre.

I terrazzi marini possono assumere evidenza regionale per la loro estensione e per la nettezza delle loro
forme.
Esistono anche forme di erosione aerea per la quale possono sovrapporsi diversi livelli marini poi spianati
dall’effetto del mare.

Le spiagge: si intende la zona del litorale costituita da materiale sciolto che può subire movimento per
azione del moto ondoso.
È in sostanza una forma di costruzione, anche se localmente vi si possono manifestare fenomeni d'erosione.

Per convenzione, essa si considera estesa, verso terra, fino al limite raggiunto dalle onde di tempesta, verso
il mare fino alla profondità corrispondente a λm/2, dove λm è la lunghezza d’onda media durante le
mareggiate.

Più precisamente si indica:

- spiaggia intertidale la parte compresa al livello medio delle alte maree e il livello medio delle basse
maree.
- Berme si chiamano i gradini, modellati in parte per erosione in parte per accumulo, verso terra
rispetto alla battigia.
- Battigia è il tratto inclinato della spiaggia su cui avviene movimento alternato del flusso montante e
della risacca.
Verso il basso la battigia può terminare con un gradino, situato dove finisce il trasporto di sabbia
della risacca.
- Barre o scanni o secche sono rilievi allungati circa paralleli alla riva, che si formano nella spiaggia
sommersa (o temporaneamente sommersa) per effetto in parte delle onde, in parte di correnti
locali.
- Dietro a spiaggia sono frequenti le dune costruite dal venta.

I imiti superiore e inferiore della battigia si spostano a seconda dell'altezza delle onde e secondo le
condizioni momentanee del livello dell'acqua in relazione con la marea.
La berma più alta indica ii limite raggiunto dai flutti montani nell’ultima situazione di mare grosso che abbia
lasciato traccia sula spiaggia.

I materiai che costituiscono le spiagge sono di solito sabbie, oppure ghiaie, ben selezionate: si tratta di
materiale depositato dal moto ondoso dopo un più o meno lungo trasporto.
Questo materiale si presenta lavato, ossia privato delle parti più fini perché i sedimenti fini, trasportati in
sospensione, tendono a depositarsi in ambiente tranquillo, fuori del campo di azione delie onde, perciò
nelle insenature più riparate, oppure sul fondo del mare aperto.
Tra i Ciottoli, sono relativamente abbondanti sulla battigia quelli appiattiti, che vengono allontanati meno
facilmente di quelli tondeggianti sotto l'azione delle onde.

La spiaggia, se si prescinde dai particolari indicati nella fig. 13.18, è in sostanza un pendio su cui l'energia dei
flutti si smorza, trasformandosi.
Quanto più materiale è grossolano tanto più è ripido il pendio; e si spiega: la pendenza della battigia
regolata dal movimento alternato del materiale in salita (spinto dall'onda di traslazione) e in discesa (ad
opera della risacca); a parità di energia delle onde, il trascinamento verso il basso si può realizzare su un
pendio debolmente inclinato per i materiali fini, più inclinato per le ghiaie.
È continuo il riadattamento della battigia attorno ad una forma di equilibrio provvisorio.

Sulle coste degli oceani alle medie-alte latitudini le spiagge sono prevalentemente costituite da ghiaia
anziché da sabbia, perché in quei paraggi abbonda detrito grossolano (prodotto da gelivazione, da trasporto
glaciale ccc} e anche perché sono frequenti le onde ad alta energia.

Trasporto di detriti e sedimentazione costiera. Per comprendere la genesi e l'evoluzione delle spiagge
occorre tener conto delle possibilità di rifornimento di materiale detritico.
In generale questo rifornimento viene assicurato:

- dall'apporto dei fiumi o di altri agenti di trasporto,


- dall’erosione marina a spese di altri tratti di costa, o eventualmente a spese di bassi fondali
esistenti presso la costa o più al largo
- dai resti solidi di organismi che vivono e si moltiplicano nell'ambiente litorale.

A parte i materiali fini che vengono trasportati dall'acqua marina in sospensione anche per distanze grandi,
ci interessa considerare come avviene il trasporto della sabbia e della ghiaia che costituiscono le spiagge.

Ha speciale importanza il trasporto longitudinale, ossia parallelamente alla riva.


È bene tuttavia considerare questi fenomeni su tre dimensioni.
Va da sé che potremo poi distinguere nel moto la componente longitudinale e quella ortogonale alla riva.

La fig. 13 20 illustra i vari movimenti dei granuli di sabbia sotto l'azione di onde che giungono alla riva
obliquamente.
Il trasporto sulla battigia (dove prevalgono le onde di traslazione e la risacca) consiste in un movimento a
denti di sega.
Questo meccanismo può render conto dello spostamento longitudinale dei granuli sulla costa stessa anche
per molti chilometri; oltre alla sabbia, essa può interessare anche piccoli ciottoli.

Il trasporto dovuto alle onde sulla parte sommersa della spiaggia risulta invece da spostamenti più piccoli in
avanti e indietro dei granuli, a cui si trasmette parte dell'energia delle onde di oscillazione.
La prevalenza del movimento in un senso rispetto all’altro può dipendere da varie cause:

- dalla disimmetria degli impulsi, perché le onde dissimmetriche determinano presso il fondo
spostamenti d’acqua più rapidi e brevi in avanti, più lenti e prolungati al ritorno;
- dalla pendenza del fondo, che fa prevalere gli spostamenti verso il basso, ossia di solito verso il
largo;
- da deboli correnti di fondo, ad esempio quelle che compenseranno gli spostamenti d'acqua
determinati dalle onde stesse.
Correnti più forti (di qualunque origine) si fanno sentire con un movimento di saltazione o di
trascinamento continuo di detriti in un senso determinato;
- dalla formazione di frangenti al largo.

Nel caso particolare di onde dirette ortogonalmente verso la costa cosa fronti d'onde paralleli, alla spiaggia,
il moto ondoso può provocare spostamenti di materiale verso terra o verso il largo, secondo i punti,
modificando il profilo della spiaggia; i meccanismi sono dello stesso genere di quelli fin ora visti, con la sola
differenza che gli effetti di spostamento dei granuli in senso longitudinale sono in questo caso del tutto
secondari

La formazione di barre o scanni paralleli alla riva può spiegarsi con spostamenti di sabbia da e verso la riva,
anche con l'intervento di frangenti al largo; tuttavia, è probabile che spesso si aggiungano movimenti in
senso longitudinale.

La presenza lungo la costa di vecchi o nuovi depositi fluviali, glaciali, colluviali, biogeni, con clementi sciolti,
o di discariche industriali, offre la possibilità di rimaneggiamento dei detriti che andranno a formare
depositi marini.

Le sabbie spesso vengono trasportate nelle insenature (spiagge di fondo baia) oppure vanno a costituire
strisce d terra allungate, chiamate cordoni litoranei.

Cordoni litoranei: (lido) può presentarsi come:

- un’isola allungata
- una penisola, se congiunta alla terraferma ad una estremità, in questo caso viene detta freccia
litoranea
- può essere congiunto in entrambe le estremità.

I cordoni litoranei possono formarsi per accrescimento di scanni subacquei: quando vi è abbondante
rifornimento di detrito le onde stesse elaborano questi dossi sabbiosi fino a farli emergere.
L'accrescimento progressivo di un cordone può presentarsi come un processo di allungamento di una
freccia litoranea.

I cordoni litoranei si formano di regola in posizione laterale, o meglio sottovento, rispetto ai punti di
rifornimento di sabbia: in pratica, dove si fa sentire una diminuzione dell'energia di trasporto.
In moli casi si osservano cordoni che chiudono le insenature, separando del tutto o in parte dal mare
apporto gli specchi d'acqua che diventano lagune, stagni o laghi costieri.
Perché ciò avvenga occorre che non sia grande la profondità nelle insenature stesse.

Si dicono tomboli cordoni litoranei sormontati da dune;

In alcuni luoghi si ormano, per accumulo, salienti o oggetti costieri triangolari o cuspidati, per lo più dovuti
all’incontro di due direzioni di trasporto di detrito opposte l'una all'altra; tra i più noti vi è quello di Capo
Peloro, sullo stretto di Messina, dove l’effetto delle correnti dello stretto si combina con la tendenza al
trasporto di sabbia verso Est, dominante su tutta la costa settentrionale della Sicilia.

Bilancia dei Fenomeni di accumulo e di erosione su una spiaggia.


Considerando il volume di un tratto di spiaggia, e il complesso dei fenomeni di erosione, trasporto e
deposito che possono determinarne l'accrescimento o la riduzione.
Si ha stabilità della costa quando il bilancio complessivo è in pareggio, ossia quando tutti gli spostamenti
che implicano allontanamento di materiale equivalgono, globalmente, agli apporti.

Cause di mutamenti di regime morfodinamici di una spiaggia, che possono tradursi in fenomeni anomali di
interramento o di erosione:

- un mutamento dei fenomeni dell’ondazione: l’energia, la direzione di propagazione delle onde


possono mutare per cause varie, particolarmente per ragioni dipendenti dalla circolazione
atmosferica.
- Un mutamento di regime dei corsi d’acqua, ad esempio una variazione del loro trasporto solido alla
foce
- La costruzione artificiale di moli che bloccano il naturale movimento della sabbia parallelamente
alla costa
- Il prelevamento artificiale di sabbia o lo scarico di detriti lungo la costa, anche ad una certa distanza
dal luogo considerato

5 COSTE
classificazione.ppt

La classificazione descrittiva di Shepard (1973) suddivide le coste in:

- primarie, quando le configurazioni di superficie si riflettono in ambiente sommerso;

- secondarie, quando i depositi costieri vengono modellati dagli agenti marini.

Da un punto di vista geomorfologico (Carter, 1988) il sistema litorale può essere distinto in:

- costa semplice o esposta al mare aperto, caratterizzata da spiagge, cordoni litorali o piane di marea
direttamente attaccate alla terraferma
- costa complessa o protetta, in cui la spiaggia si trova al largo, associata ad un cordone sabbioso
emerso (lido o freccia litorale), che costituisce una barriera parziale o discontinua tra il mare aperto
e la retrostante zona protetta, data da una baia, laguna o estuario
- costa rocciosa bassa o alta, cioè ambienti di erosione, con spiagge isolate e locali (pocket beaches),
il cui potenziale di conservazione è bassissimo

Tra i diversi tentativi di classificare gli ambienti deposizionali costieri, il più attuale e completo è senz’altro
quello proposto da Kelletat (1995) un tipo di classificazione di tipo morfogenetico, secondo la quale sulla
fascia costiera si possono riscontrare diverse tipologie di costa:

A. Coste strutturali (depositi costieri prodotti da processi endogeni).

B. Coste vulcaniche (depositi di origine vulcanica modificati da processi costieri).

C. Coste alte in emersione (terrazzi marini, tracce di antichi livelli marini, ecc.).
D. Coste in sommersione (coste primarie sensu strictu, coste a rias, estuari, fiordi, coste carsiche
inondate, ecc.).

E. Coste di origine esogena non litorale:

1. Coste glaciali.

2. Coste di scivolamento o frana.

F. Coste modellate da processi deposizionali:

1. Delta lobati, cuspidati e digitati

2. Spiagge, cordoni e frecce litorali, promontori sabbiosi, tomboli e sistemi barriera litorale-
laguna.

3. Piane e corpi tidali.

4. Spiagge carbonatiche cementate (beachrock).

5. Dune costiere ed eolianiti.

6. Barriere di blocchi di origine glaciale o morene (boulder barricades).

G. Coste modellate da processi erosivi o distruttivi:

1. Falesie.

2. Piattaforme di abrasione.

3. Coste rocciose in erosione per azione di organismi

H. Coste biocostruite:

1. Barriere coralline.

2. Bioherme e biocostruzioni di alghe calcaree.

3. Mangrovie.

4. Praterie di alghe.

5. Coste di macrofiti.

I. Coste artificiali (dighe, barriere e banchine artificiali, strutture portuali, ecc.).


MORFOLOGIA GLACIALE E PERIGLACIALE:

GLACIALE E
PERIGLACIALE.ppt

MORFOLOGIA GLACIALE: LIBRO PAG 255

I ghiacciai coprono circa il 7 % delle terre emerse con un volume di 25 km 2

Possiamo considerare due tipi di ghiacciai:

- calotte glaciali, hanno forma largamente convessa, hanno un movimento dal centro verso la
periferia
- ghiacciai di montagna

Al primo gruppo appartengono i due ghiacciai continentali o inlandsis (termine norvegese) oggi esistenti
nell'Antartide e nella Groenlandia.
Insieme, questi due ghiacciai costituiscono il 99% in volume di tutti i ghiacciai terrestri.

- L’inlandsis antartico, con una superficie di circa 13.000.000 km e uno spessore che supera i 4 km, si
affaccia per larghi tratti all'Oceano con fronti continue, con o senza una piattaforma di ghiaccio
galleggiante d'origine terrestre: in alti tratti grandissime colate insinuate tra le montagne scendono
al mare con fronte propria.
Il substrato del ghiacciaio è irregolare, presenta numerosi rilievi e catene montuose sepolte,
talvolta anche emergenti dal ghiacciaio, con vette di alte 4000 m; ma ha anche depressioni
completamente mascherate dal ghiaccio, ben sotto il livello del mare.
- L'inlandsis groenlandese è approssimativamente contenuto dalle alte catene montuose orientali e
occidentali; queste sono superate da numerosissime grandi lingue di ghiaccio che raggiungono il
mare in fondo ai fiordi.

Grandi inlandsis erano anche i ghiacciai che nei periodi glaciali del Pleistocene avevano occupato l'Europa
settentrionale e parte dell’America settentrionale.

La forma dei ghiacciai di montagna si adatta più minutamente alla topografia accidentata dei luoghi.
Si distinguono di solito:

- ghiacciai vallivi: sviluppano verso il basso una lingua di forma allungata, che si insinua, come indica
il nome, in una valle; in alto presentano uno o più bacini alimentatori, larghi, delimitati da creste
montuose (molti ghiacciai delle Alpi appartengono a questo tipo).
- Ghiacciai vallivi composti, o ramificati: più lingue molto ramificate si uniscono assieme.
Quando, oltre a ciò, si verificano parecchie trafluente di ghiaccio tra una valle e l’altra si parla di
rete di colate glaciali: tale era la situazione in gran parte delle Alpi durante i periodi glaciali.
Nelle grandi catene montuose dell'Asia centrale, con enormi dislivelli tra vette e valli, può esservi
poco spazio per i bacini alimentatori, in tal caso le lingue prendono origine direttamente sotto le
pareti e vengono abbondantemente nutrite da neve di valanghe.
- Ghiacciai di altopiano: occupano superfici pianeggianti di sommità, da cui si dipartono più lingue
dirette talora verso valli diverse; ovviamente non c’è una atta distinzione tra questi ghiacciai ed
alcuni tipi di calotte glaciali già ricordate.
Gli esempi più tipici di ghiacciai d'altopiano si riconoscono in Norvegia; sulle Alpi qualche esempio si
ha nel gruppo dell'Adamello.
- Ghiacciai pedemontani: uno o più ghiacciai vallivi composti escono dalla zona montagnosa
allargandosi nelle pianure vicine; ad esempio, il Ghiacciaio Malaspina in Alaska.
I maggiori ghiacciai pleistocenici delle Alpi possedevano anch'essi una espansione pedemontana di
questo tipo, talvolta coalescente con quella di ghiacciai vicini
- Ghiacciai di circo, ghiacciai di pendio, ghiacciai di canalone, ghiacciai sospesi ecc. sono in genere
piccoli ghiacciai, privi di lingua, di tipo diverso secondo la forma topografica che li accoglie.

Alimentazione ed ablazione. Variazioni frontali.

Un ghiacciaio è nutrito dagli apporti di nuova neve, che si accumula con le precipitazioni e di cui rimane una
parte residua dopo la stagione atta allo scioglimento.
Strati di neve vecchia si sovrappongono così l'uno all'altro di anno in anno su una parte del ghiaccio.
Un'altra parte del ghiaccio è invece situata in una zona dove lo scioglimento della neve che ogni anno si
deposita è normalmente completo, e dove anche una certa quantità di ghiaccio fonde: qui, dunque, si ha
annualmente una perdita.

Si chiama ablazione glaciale la fusione della neve e del ghiaccio dei ghiacciai: essa alimenta i torrenti
glaciali: numerosi ruscelli o torrenti d'ablazione appaiono nella stagione più calda sulla superficie dei
ghiacciai, scendono attraverso i crepacci sul fondo, e alimentano uno o più torrenti subglaciali che, alla
fronte, escono a giorno.

Su ogni ghiacciaio è possibile individuare una zona di equilibrio in cui l’accumulo pareggia l’ablazione;
La zona di accumulo detta anche di alimentazione si trova più in alto, dove le temperature sono basse e
meno efficacie è l’ablazione.
La zona di ablazione si trova a quota più bassa, dove i fenomeni di evaporazione dovuti al calore fornito dal
sole, dell’aria più calda o per conduzione del corpo roccioso sottostante sono più forti.
La zona d’equilibrio dei ghiacciai di montagna incomincia nel limite inferiore delle nevi persistenti, e
delimita la zona di accumulo da quella di ablazione.

A causa della massa del corpo ghiacciato esso si muove costantemente.


Quello che succede è che il materiale che si trova in alto nella zona di alimentazione si sposta verso il basso
aumentando la massa del ghiacciaio sopra la zona di equilibrio, però quando il ghiacciaio avanza oltre la
zona di equilibrio si trova in condizioni in cui esso subisce ablazione per la quale finisce con lo sciogliersi.

La zona in cui l’ablazione è completa è la fronte del ghiacciaio, essa in base alla variazione del bilancio di
massa del ghiacciaio è in grado di avanzare o arretrare.
Queste variazioni sussistono annualmente, ma vi sono casi in cui per periodi eccezionali l’avanzamento del
ghiacciaio è molto grande, come nel caso dei surges (sono considerabili come le piene dei ghiacciai).

Erosione dei ghiacciai: è indicata con il termine di esarazione e dipende:

- Dal materiale roccioso con cui viene a contatto


- Dallo spessore del ghiaccio
- Dal movimento del ghiacciaio
- Dalla Velocità della massa glaciale

L’erosione in senso stretto consiste nella rimozione e nell’asportazione dei materiali già nel posto e derivati
dall’alterazione chimica e fisica avvenute generalmente prima dell’avanzata del ghiacciaio.
L’abrasione risulta dalle azioni di attrito e di sfregamento dei detriti trasportati dal ghiacciaio o dal ghiaccio
stesso sulle pareti rocciose con le quali vengono a contatto.
Si usa il termine sovraescavazione per indicare l’escavazione di conche chiuse in contropendenza,
sarebbero in altre parole le valli a U.

Il divaricamento è l’azione legata all’insinuarsi del ghiaccio entro le fenditure e al divellere blocchi e scaglie
di roccia. MASSI ERRATICI

La glaciopressione è un’azione d’erosione riferibile alle deformazioni operate dalla pressione della massa
glaciale sul fondo e sulle pareti rocciose

I prodotti dell’esarazione sono diversi:

- Rocce montonate e drumlin: sono gobbe rocciose spesso associate in gruppi irregolari, sagomate
secondo la direzione del movimento glaciale, arrotondate sopra e sul lato rivolto a monte dove il
ghiacciaio ha operato abrasione, scabre sul lato rivolto a valle dove invece il ghiacciaio ha operato
rimozione.
- Valli a U: sono il risultato di un rimodellamento di solchi vallivi preesistenti ad opera dell’erosione
dei fianchi e sul fondo
- Circo: è una depressione semi circolare o semi ellittica dominata da ripide pareti rocciose. Antichi
bacini torrentizi, su cui l’accumulo della neve e la progressiva trasformazione in ghiacciaio hanno
inciso i segni di questo ultimo depositando una morena a chiusura della struttura.
- Fjordi: sono insenature marine che occupano valli modellate da ghiacciai.
- piana di inlandsis: è caratterizzata da tutti quei processi di erosione che avvengono sotto i ghiacciai
che attualmente interessano la Groenlandia e che nel Quaternario hanno interessato gran parte del
nostro emisfero.

Le morene deposte possono essere classificate sia secondo i caratteri dei materiali sia in base alla forma,
infine alla modalità di deposizione dei ghiacciai.
i depositi morenici in senso stretto sono materiali deposti direttamente dai ghiacciai: sono tipicamente
costituiti da elementi molto vari per granulometria mescolati assieme senza presentare stratificazione.
Si distinguono:

- morene di fondo: costituita dalle morene di fondo in senso stretto e le morene superficiali e interne
che occupano la parte superiore del deposito
- argini morenici: costituite dal deposito delle morene laterali, non presentano continuità nella
maggioranza dei casi
- apparato morenico frontale: costituito da un argine o un gruppo di argini ben coordinati tra loro
che indicano perfettamente dov’era la lingua del ghiacciaio
- anfiteatro morenico: complesso di argini morenici con disposizione a semicerchio o a ferro di
cavallo costituito da un grosso ghiacciaio uscente da una valle pedemontana.

Altri depositi glaciale sono quelle fluvioglaciali, dovuti all’azione dei torrenti glaciali.
I tipi principali sono:

- I kame sono il risultato dei detriti derivati dal rimaneggiamento, dal trasporto e dall’accumulo di
materiali provenienti dalle pareti rocciose e dalle morene: questi depositi, dopo il ritiro dei
ghiacciai, appaiono terrazzati
- I sandur sono il risultato del deposito di materiale proveniente dal ghiacciaio da parte delle acque
che scorrono in canali anastomizzati nella piana proglaciale
- I kattle sono il risultato di materiali depositati da blocchi di ghiaccio relitto abbandonati nella
recessione che si mischiano con sedimenti fluviali
MORFOLOGIA PERIGLACIALE PAG 299

Si indicano di solito come fenomeni periglaciali quelli tipici delle regioni a clima freddo, dove però non vi sia
un intervento diretto dei ghiacciai.
Il congelamento dell'acqua e il fenomeno opposto, la fusione del ghiaccio (o della neve), sono all’origine di
svariati processi geomorfologici.

Il termine fenomeni crionivali è più preciso perché fa riferimento esplicito al ghiaccio e alla neve; continua
però l'uso della parola periglaciale, meno esatta ma più conosciuta, e in generale più adoperata all'estero.

Acque correnti pluviali e nivali contribuiscono alla morfogenesi periglaciale


Importanti sono vento e umidità
Interessa zone delle alte latitudini e di elevate altitudini
Dove le condizioni climatiche lo permettono, è talvolta presente una vegetazione a prateria chiamata
Tundra oppure una selva di conifere detta Taiga

Il terreno subisce le conseguenze del clima molto


freddo.

Le temperature basse permangono nel sottosuolo, solo


che la variazione notturna e diurna della temperatura
si fa sentire soprattutto nella parte più superficiale,
detto strato attivo, dove la temperatura oscilla sopra e
sotto 0°C.
Ad una certa profondità cessano le variazioni di
temperatura, questo è detto livello neutro presso il
quale si istaura il permafrost.
Il sottosuolo è sottoposto ad un gradiente geotermico
per il quale la temperatura aumenta all’aumentare
della profondità, perciò ad una certa profondità il
permafrost finisce poiché viene raggiunto un livello in
cui le temperature sono superiori a 0°C.

Il permafrost non subisce alcun tipo di variazione, ed è impenetrabile dalle radici degli alberi che nel caso si
irradiano lateralmente se lo strato attivo non è molto spesso.
Le zone possono essere distinte in base al permafrost in:

- Zone con permafrost continuo, dove il clima è molto rigido.


- Zone con permafrost discontinuo, dove localmente sono presenti tratti di terreno non gelato.
- Zone con permafrost sporadico, che consistono in locali terreni con permafrost in aree senza
permafrost.

Lo strato attivo può essere spesso solo 30-50 cm nelle regioni più fredde, oppure misurare 1-3 m nelle zone
a permafrost discontinuo o sporadico.

Nelle estati il terreno sopra il permafrost rimane comunque umido poiché l’acqua non riesce a oltrepassare
lo strato gelato.
Fra le forme legate agli ambienti crionivali esistono:

- Cunei di ghiaccio: sono il prodotto dell’infiltrazione di acqua in fessure, dove congelano generando
una prima lamina di ghiaccio sulla quale si possono depositare altre lamine man mano che altra
acqua si infiltra nella fessura, di conseguenza di formerà un cuneo di ghiaccio stratificato
subverticalmente che comincia ad allargarsi
- Pingo e palsa: sono collinette a cupola, di modeste dimensioni:
I pingo si trovano in terreni sabbiosi o siltosi (comunque occupato da loess) su permafrost, sono
costituiti da una massa di ghiaccio di forma lenticolare al nucleo che ha sollevato il materiale
soprastante.
Se la parte superficiale del pingo si frattura si può ottenere come forma finale un lago subcircolare.
Una palsa invece è formata da torba e da ghiaccio lenticolare prodotto dal congelamento
dell’acqua di segregazione proveniente dalla torbiera stessa.
- Ghiacciai di pietre: hanno aspetto di colate e prendono origine dalle falde detritiche dei circhi e dei
versanti montuosi.
sono il risultato del lento movimento tipo creep dovuto al gelo e disgelo dell’acqua contenuta sotto
di essi, dato che è presente il permafrost, sottoposto in piccola parte dalla variazione di
temperatura durante l’estate.

Lo strato attivo può essere soggetto a movimenti sia verticali, come nel caso della crioturbazione, oppure
orizzontali nel caso del geliflusso, una forma di reptazione che avviene sopra lo strato di permafrost
quando lo strato attivo è imbevuto e sotto l’azione della gravità.
Il geliflusso è più rapido nei terreni non coperti da vegetazione.

Fenomeni di nivazione.
La presenza e la durata della neve al suolo dipendono dal regime delle precipitazioni nevose e dalla velocità
della fusione; lo spessore e la distribuzione locale della neve dipendono anche da effetti di accumulo non
regolare, dall'esposizione ai raggi solari, e così via.
Se prescindiamo dalla trasformazione della neve in ghiaccio che dà luogo ai ghiacciai, l'azione morfologica
della neve può farsi sentire nei modi seguenti:

- per il suo peso, la neve comprime il suolo e la vegetazione sottostante; se si mette in movimento,
trascina detriti, strappa le piante (e perciò mette in movimento detriti), facilita vari fenomeni di
slittamento: se ne parlerà a proposito delle valanghe;
- determina attorno e sotto di sé particolari condizioni termiche e di umidità, così da accentuare o
rallentare i fenomeni crioclastici e da favorire o impedire la crescita delle piante;
- alimenta il ruscellamento nivale (che ha un suo tipico regime, condizionato dall’andamento
stagionale delle temperature);
- l'acqua di fusione della neve, per il suo alto contenuto di CO 2 disciolta, ha un'azione chimica assai
efficace; gli effetti di questa si vedono ad esempio nelle doline e nelle altre forme carsiche delie
montagne molto innevate.

L’azione della neve si manifesta sia nei pendii ripidi con le valanghe che nelle zone pianeggianti dove risiede
per molto tempo.
Valanghe: Pag 312-313
MORFOLOGIA CARSICA

Il paesaggio carsico è dato da un insieme di forme anomale rispetto ai paesaggi normali di tipo fluviale.
Queste forme sono determinate dalla solubilità della roccia (calcari nel caso del Carsi) nelle acque naturali.
Grazie a questa solubilità le acque tendono a penetrare all'interno delle masse rocciose allargando delle vie
di circolazione sotterranea.
Ne deriva una scarsità od assenza di idrografia superficiale, e una ricca e articolata e, a volte, non visibile
idrologia sotterranea.

Presupposti fondamentali perché si individuino dei passaggi carsici sono:

- presenza di rocce solubili;


- abbondanza di precipitazioni meteoriche.

Il fenomeno della soluzione chimica della roccia, che si verifica ove si realizzano queste condizioni, non
esclude la concomitanza di altri processi geomorfici quali i processi fluviali ed i processi periglaciali.
È chiaro perché il paesaggio carsico più tipico, caratterizzato dall'assenza dell’idrografia superficiale e da
un'abbondanza di cavità sotterranee, si svilupperà là dove i processi di soluzione saranno dominanti
rispetto agli altri.

Proprio alcune di queste cavità, quelle penetrabili dall'uomo, ossia le grotte, sono diventate il simbolo di
questi ambienti ancora misteriosi.
La speleologia è la scienza specializzata nello studio delle grotte, richiede la presa in considerazione di tutti i
fattori e gli elementi componenti i paesaggi carsici, e precisamente:

- I tipi di rocce solubili;


- i processi di soluzione;
- la situazione geologico-strutturale;
- Caratteri in grande dei rilievi carsificati;
- le forme di superficie;
- le cavità sotterranee;
- i rapporti fra le forme di superficie e le cavità sotterrane la circolazione dell’acqua e le sorgenti;
- le condizioni climatiche;
- le azioni degli organismi e dell’uomo.

Tipi e caratteristiche delie rocce solubili: Processi di soluzione di tipo diverso interessano prevalentemente
i seguenti gruppi di rocce:

- le rocce carbonatiche (calcari, dolomie e rocce intermedie):


- le evaporiti (anidrite, gesso, salgemma ecc..).

Predominano di gran lunga le rocce carbonatiche, che occupano molte aree continentali situate, per lo più,
nelle zone esterne delle grandi fasce orogenetiche (in particolare delle fasce alpino-himalaiana ed andina),
con superfici molto variabili ma che superano, in qualche caso, i 500.000-km.
A queste «regioni litologiche» corrispondono le «regioni geomorfologiche» di tipo carsico che st
presentano secondo una grande varietà di aspetti, aventi in comune una scarsità di idrografia superficiale,
la presenza di conche chiuse e di cavità sotterranee.

Poiché le rocce carbonatiche, che in gran parte sono di origine biogena marina, costituiscono la grande
prevalenza delle rocce solubili, vale la pena di considerarle più attentamente nei loro aspetti mineralogici e
petrografici.

I principali componenti delle rocce carbonatiche sono il carbonato di calcio (CaCO3) e il carbonato di
magnesio (MgCO3).
Questi composti possono presentarsi isolatamente in vari stati cristallini (caso frequente per il carbonato di
calcio, che costituisce il minerale detto calcite o, più raramente, aragonite) o combinati a formare un sale
doppio (carbonato doppio di calcio e magnesio: dolomite)

Lc rocce principali sono: i calcari (costituiti prevalentemente da calcite); le dolomie (costituite


prevalentemente da dolomite); rocce miste come i calcari dolomitici e le dolomie calcaree; altre rocce
miste con percentuali più o meno abbondanti di impurità.
Fra le impurità si considerano i minerali argillosi, grani di quarzo, noduli di selce, i carbonati gli ossidi e i
solfuri di ferro.
I calcari con farti percentuali di argille sono detti calcari marnosi.

Le rocce carbonatiche sono molto meno solubili delle evaporiti; il carbonato di magnesio è più solubile del
carbonato di calcio {calcite), mentre la dolomite risulta la meno solubile.

I processi di soluzione e di precipitazione del carbonato di calcio.


il carbonato di calcio normalmente non viene solubilizzato facilmente dall’acqua, questa però riesce a
sciogliere il carbonato se presenta un certo grado di acidità, che può essere fornita dall’anidride carbonica
disciolta dentro l’acqua.
L'anidride carbonica che si trova sciolta nelle acque naturali proviene dall'atmosfera ove è presente nella
percentuale media dello 0,03-0,04 % (34 parti di anidride carbonica su 10.000 parti di aria).
II gas CO2 sciolto in acqua conferisce a questa un certo grado di acidità; per questo l'acqua può attaccare i
carbonati e provocare la corrosione delle rocce carbonatiche.

L’insieme dei processi che producono un paesaggio carsico sono detti e raggruppati col termine carsismo.

Il carsismo (termine derivato dalla regione del Carso Triestino dove inizialmente è stato studiato il
fenomeno) indica l'attività chimica esercitata dall'acqua, soprattutto su rocce calcaree, sia di dissoluzione
sia di precipitazione, determinando una precisa e caratteristica tipologia di suolo detta suolo carsico,
caratterizzato, oltre che dalla presenza diffusa di rocce calcaree, anche di doline, inghiottitoi e da acqua che
filtra facilmente in profondità nel sottosuolo.

Esso generalmente si articola in due fasi (dissolutiva e costruttiva), che possono alternarsi più volte a
seconda di come varia l'equilibrio della saturazione in H 2O della CO2 nella reazione chimica reversibile
fondamentale;

- La fase dissolutiva è operata dallo scorrimento superficiale o ipogeo di precipitazioni rese acide
dall'anidride carbonica presente nell'atmosfera.
- La fase costruttiva si ha quando l'acqua sotterranea, arricchita (fino alla saturazione) di carbonato
acido di calcio, sfociando per esempio nell'atmosfera di una grotta, lo rilascia sotto forma di
carbonato di calcio insolubile. Tale precipitazione è dovuta alla differenza di temperatura e
pressione dell'acqua e alla contemporanea liberazione della CO2 spostando la reazione verso il
CaCO3.

Nell'ambito di un rilievo costituito da rocce solubili il carsismo interesserà in un primo momento la


superficie esterna e quindi le zone di debolezza della massa rocciosa (quali i piani di fratturazione ed i piani
di stratificazione), in cui l'acqua può penetrare.

Tenderà così ad individuarsi un insieme di forme distribuite sia in senso orizzontale, sia in senso verticale.
Dall'alto verso il basso si potranno individuare: conche chiuse, inghiottitoi, pozzi, gallerie, cavità di sbocco.
Per questo suo spessore verticale il paesaggio carsico si differenzia da tutti gli altri.

Se trascuriamo per un momento la piccola quantità di CaCO 3 che passa direttamente in soluzione, la
corrosione del calcare può essere schematicamente espressa dalla reazione

CO2 + H2O + CaCO3 Ca(HCO3)2

La quantità di CaCO3 che l'acqua può disciogliere sotto forma di bicarbonato di calcio dipende dalla quantità
del CO2 presente nell'acqua; quest'ultima a sua volta dipende dalla pressione parziale del CO 2 dell’aria a
contatto con l’acqua.

Nel sistema di equilibrio occorre perciò considerare tre fasi e precisamente:

- una fase gassosa, cioè l'aria contenente il CO 2 (fase A);


- una fase liquida, cioè la soluzione acquosa (fase B};
- una fase solida, cioè la roccia calcarea (fase C}.

Gli scambi di gas (CO2) avverranno in corrispondenza del contatto aria-acqua (interfaccia A/B), quelli di
CaCO3 sulle superfici di contatto soluzione-roccia (interfaccia B/C).

In rapporto al modificarsi di certi equilibri, l’acqua può aumentare la sua azione erosiva oppure far
precipitare la calcite.

La soluzione è ionica, perciò al variare del contenuto in ioni varierà il comportamento.


per misurare queste variazioni ci si avvale delle seguenti proprietà dell’acqua:

- acidità, espressa in pH
- durezza della soluzione, indicante la concentrazione del carbonato di calcio sottoforma di idrogeno-
carbonato
- anidride carbonica disciolta in mg/l o meglio la pressione parziale del CO 2 espressa in frazioni di
atmosfera
- temperatura della soluzione
- conducibilità elettrica, che è proporzionale alla concentrazione ionica totale ad una data
temperatura

L’intensità dell'erosione carsica varia inoltre considerevolmente da luogo a luogo in rapporto alla quantità,
velocità, turbolenza e temperatura delle acque che vengono in contatto con i calcari.

Gams definisce come sedi di corrosione accelerata quei luoghi ove l'erosione chimica è più intensa per
motivi morfologico-strutturali (es. al contatto fra calcari cd altre rocce) chimico-fisici (zone ove si verifica
frequentemente la miscela di acque diverse), e biologici (aree ove la produzione della CO2 biologica è
intensa).

Si è visto anche che l’effetto dell’erosione è compiuto maggiormente in superficie e nei primi metri.
Le forme carsiche: Le forme del carsismo superficiale vengono classificate, in base alla scala del fenomeno,
in microforme e macroforme.
Esse vengono distinte in:

- epigee:
o karren: detti anche campi solcati, sono microforme e vengono distinti in:
 karren liberi: sono il risultato di processi sulla roccia nuda e comprendono:
 le impronte
 le scannellature
 i solchi carsici o docce
 karren semiliberi: si sono formate invece al di sotto di una copertura parziale di
suolo o acqua stagnante. Comprendono:
 vaschette di corrosione
 karren coperti: sono caratterizzati da una copertura totale di suolo o acqua
stagnante e si distinguono varie forme arrotondate dette rundkarren.
Comprendono tutte le forme libere e semilibere dopo che esse sono state
completamente ricoperte.
o Fori: microforme, sono piccole cavità a sezione subcircolare paragonabili a vere e proprie
microcaverne, si formano sia coperte da suolo che scoperte
o Crepacci: microforme, sono solchi di larghezza variabile e di profondità e lunghezza
considerevoli, a differenza però delle docce essi sono impostati in corrispondenza di
fratture, verso il basso possono terminare bruscamente su uno strato sottostante o
assottigliarsi gradualmente nel piano della stessa frattura che ne ha facilitato lo sviluppo
o Doline: è una delle macroforme più tipiche dei paesaggi carsici.
È una conca chiusa, un bacino che si riempirebbe d’acqua se le pareti e il fondo non fossero
impermeabili.
l’acqua che precipita o viene incanalate nella dolina fine assorbita per vie sotterranee.
Normalmente queste strutture sono sepolte da suolo o detrito.
le dimensioni sono comprese per il diametro fra 10 e 1000 metri e per profondità per 2 o
200 metri.
Le forme tridimensionali più comuni sono:
 Troncoconica o a piatto
 Emisferica o a ciotola o a scodella
 Conica o a imbuto
 A pozzo
Le doline, subendo erosione e corrosone possono formare delle uvale o valli composite.
In base al tipo di processo che ha portato alla formazione delle doline si possono
distinguere in:
 Doline di soluzione normale, originate per dissoluzione della roccia da parte
dell’acqua di ruscellamento superficiale in modo centripeto verso il centro,
approfondendo la struttura.
 Doline alluvionali, sono delle conche chiuse che si formano in materiali alluvionali
in seguito all’originarsi di cavità carsiche di soluzione subsuperficiale o di crollo in
rocce solubili sottostanti.
 Doline di collasso o crollo, sono cavità spesso a pozzo nei calcari o in altre rocce
solubili, formatesi per il crollo del soffitto di grotte.
 Doline di subsidenza, sono cavità che si formano in rocce coerenti e poermeabili
ma non solubili, che poggiano su rocce solubili.
Lo scavo di cavità carsiche nelle rocce solubili provoca fenomeni di crollo e
subsidenza nelle formazioni rigide soprastanti
o Polje; Forme carsiche chiuse molto grandi, di dimensioni chilometriche.
Secondo Gams un polje, per essere definito tale, deve possedere una lunghezza di almeno
un chilometro.
Un polje tipico presenta un fondo piano ed orizzontale e versanti relativamente ripidi (circa
30").
L'angolo di raccordo fra le due superfici è brusco.
Nei polje attivi il fondo viene allagato stagionalmente, quando gli inghiottitoi non riescono a
smaltire tutta l'acqua che affluisce nel bacino.
Nella stagione umida alcuni inghiottitoi possono addirittura trasformarsi in sorgenti
(sorgenti-inghiottitoi o estavelle).
Il fondo piano può presentare una sottile copertura alluvionale che maschera alcuni
inghiottitoi, però in genere manca una copertura detritica alla base dei versanti in quanto
l'inondazione periodica rimuove i materiali scioli.
o Valli carsiche: molte valli possono ricadere in queste classificazioni.
Propriamente una valle non è una forma carsica ma il risultato dell'azione erosiva di un
corso d'acqua superficiale; ciononostante in territori carsici si trovano delle valli sia
percorse da fiumi, sia asciutte, che presentano alcuni caratteri particolari distintivi rispetto
alle valli normali.
Dove vi sta un fiume, l'alveo e il subalveo sono quasi sempre sede di corrosione accelerata
a spese delle rocce calcaree.
Si distinguono:
 Gole o canyon carsici: sono profonde fosse a pareti verticali dove l’acqua può
scorrere nel fondo
 Valli morte: è il risultato di carsificazione di valli fluviali modellate in rocce solubili,
dove manca però di un corso d’acqua sul fondo che è cosparso di punti di
assorbimento.
 Valli ceche: anche questa è il risultato di carsificazione di valli fluviali modellate in
rocce solubili, ma rispetto alla precedente ha un corso d’acqua che però non arriva
a defluire alla foce per via superficiale.
Una valle fluviale si trasforma in cieca quando sul fondo è presente un inghiottitoio.
 Valle di crollo: deriva dall’allargamento o unione di più doline di crollo.
 Valle di sorgente: una grossa sorgente può provocare per retrocessione lo scavo di
un canyon che si chiude bruscamente nel punto emittente.
Queste valli possono essere considerate l’opposto delle valli cieche.
 Forme di costruzione epigee: Fra le forme carsiche di superficie ne esistono alcune
dovute a costruzione, assai legate alla precipitazione e ricristallizzazione del
carbonato di calcio presente nelle soluzioni.
Il carbonato di calcio può precipitare:
 in prossimità delle sorgenti, formando accumuli concrezionali di travertino
che inglobano numerosi resti vegetali,
 lungo il fondo di canyon carsici attivi, formando vere e proprie dighe di
travertino, che determinano la formazione di laghetti di sbarramento;
sembra che nella formazione di questi depositi di travertino intervengano,
in modo determinante, alcuni microorganismi vegetali,
 all’interno del regolite, formando croste calcaree o saldando fra di loro
frammenti rocciosi preesistenti.
- ipogee: Il carsismo ipogeo è oggetto di studio di una vera e propria scienza, la speleologia.
L'azione dell'acqua contenente disciolta anidride carbonica nelle cavità ipogee varia nel tempo.
Dapprima si manifesta appena al di sotto della superficie; con il passare del tempo si attivano, per
corrosione, nuove vie di flusso delle acque, più profonde, che permettono il verificarsi dei processi
di solubilizzazione a livelli via via inferiori.
La circolazione delle acque all'interno delle rocce calcaree crea l'insieme delle forme ipogee, che
sono principalmente pozzi e grotte:
o pozzi fusiformi, o fusi, cavità allungate in senso verticale, assottigliate alle due estremità, si
creano in corrispondenza agli spazi più ricchi di fratture;
o grotte, formatesi per progressiva compenetrazione dei singoli pozzi fusiformi in
espansione. La varietà delle forme, le diverse strutture che si formano in ragione dei
processi corrosivo-deposizionali (a loro volta condizionati dal clima, dalla litologia, dalla
tettonica, dalla geomorfologia) fanno delle grotte carsiche un ambiente molto
caratteristico;
o gallerie, lunghe condotte orizzontali;
o abissi, pozzi a sviluppo verticale.
le cavità possono essere prive d’acqua, avere acqua abbondante con periodi però in cui sono
asciutto o completamente inondate e infine cavità sempre piene d’acqua
All'interno delle grotte, l'anidride carbonica disciolta nelle acque può liberarsi (per esempio, perché
aumenta la superficie evaporante dell'acqua, che esce dalle fessure in gocce, e nello stesso tempo
diminuisce la pressione): perciò, il bicarbonato disciolto nelle acque si trasforma in carbonato di
calcio, che precipita in una forma amorfa, detta alabastro, e origina così le stalattiti, le stalagmiti e
le colonne.
o Le stalattiti sono esili forme coniche o cilindriche, che pendono dalla volta della grotta, di
lunghezza variabile da pochi centimetri a diversi metri; le stalattiti, per accrezione
progressiva, aumentano di lunghezza e di diametro.
o Le stalagmiti sono forme mammellonari, a cupole sovrapposte, che si sviluppano sul
pavimento della grotta là dove cade la goccia che si stacca dal soffitto. In questo caso è
l'urto a terra a provocare la precipitazione del carbonato di calcio.
o Le colonne si formano per prolungamento verso il basso delle stalattiti e crescita verso
l'alto delle stalagmiti; hanno diametro variabile e sono rastremate al centro.
o Le croste concrezionali ricoprono le pareti dei vani e si prolungano sul pavimento di questi
con l’aspetto di colate.
MORFOLOGIA ANTROPICA

Tenendo in considerazione le seguenti definizioni:

- Territorio: porzione di superficie della terra emersa, delimitata da confini.


I confini possono essere orografici, altimetrici, geografici, geomorfologico, geologici, una fascia
d’alta montagna, un’isola, un’area carsica
- Paesaggio: espressione geodinamica integrata di molteplici componenti naturali ed antropiche
Considera la sintesi del contesto naturale e come questo si integri con l’attività dell’uomo.
Esprime il rapporto uomo – natura e la sua continua evoluzione.
- Ambiente: insieme di componenti fisiche e biologiche che agisce sulla vita, sullo sviluppo e sulle
attività degli organismi viventi
È concepito in senso ecologico.
È considerato nel suo insieme dinamico di fattori sia biologici sia abiologici, interagenti tra loro.

La pianificazione territoriale è considerato l’ordinamento spaziale e temporale dello sviluppo di una


regione, comprensivo degli aspetti ambientali, socio – economici, tecnici e culturali allo scopo di migliorare
le condizioni di vita.
Durante la pianificazione territoriale vanno presi in considerazione i dati naturali causati dai vari processi sia
endogeni che esogeni che causano la formazione di un determinato tipo di ambiente, territorio o
paesaggio.
Va anche presa in considerazione l’importantissima influenza dell’uomo su questi processi causati dalle sue
azioni nel confronto dell’ambiente.

L’attività umana non deve essere vista solo come oggetto, ma anche come fattore del modellamento, un
agente di disturbo sull’ambiente naturale (Marsch (1850)).
Aufrère (1929) introduce il concetto di uomo come “agente geomorfologico”.
Tricart (1953) una il termine “agente dell’erosione” riferito all’uomo

Il fattore uomo ha bisogno di una analisi che prenda in considerazione sia cosa, in che modo e per quanto
tempo la sua azione abbia comportato.
Le attività antropiche possono avere in base al loro scopo effetti positivi o negativi, nel senso che possono
alterare lo stato d’equilibrio del territorio causando erosione accelerata, oppure stabilizzare ilo territorio e
ridurre l’effetto dell’erosione.

Per erosione accelerata del suolo si intende l’insieme di processi geodinamici, favoriti o causati da azioni
dirette o indirette dell’uomo.
Tra i diversi processi i principali sono:

- Dilavamento: nelle sue forme di erosione areale, a rivoli e a solchi.


- Movimenti di massa: frane e dissesti.
- Deflazione: dovuta all’azione dei venti su suoli non coperti da vegetazione
- Processi di accumulo: che consistono della deposizione di materiale eroso su terreni a rischio. (es.
un accumulo di frana sul percorso di un fiume può predisporre l’accadimento di un dissesto
idrogeologico, come colate di fango o di detrito potenzialmente disastrose)

Le attività antropiche principali sono:

- Il diboscamento provoca una radicale trasformazione dell’ambiente.


Esso può essere limitato ad aree discontinue o circoscritte, a fasce o a radure.
Può essere incompleto se alcune piante maggiori vengono lasciate al loro posto, come avviene
presso le propalazioni che nelle regioni tropicali umide praticano l'agricoltura estensiva in radure
dopo l'abbattimento delle piante e l'incendio; in pochi anni, poi, la foresta secondaria ricresce sui
terreni abbandonati.
Effetti ben più distruttivi nei riguardi del suolo si verificano quando su grandi superfici il bosco viene
distrutto in modo sistematico per l'impianto di colture totalmente nuove, e si sradicano le ceppaie.
Privando il suolo della copertura arborea, lo si priva anche del naturale apporto di residui vegetali,
che ha un'importante funzione protettiva, innanzitutto meccanica.
Inoltre, l'insolazione enormemente aumentata causa valori molto alti della temperatura alla
superficie del suolo e conseguenti fenomeni di disseccamento rapido.
Anche nelle regioni forestali a permafrost, l'eliminazione del bosco provoca condizioni termiche
totalmente nuove nel terreno: molti tentativi di introdurre le colture e di estendere i pascoli sono
falliti in pochi anni, per l'apparire di affossamenti, sprofondi, monticelli dovuti a movimenti lungo il
limite tra permafrost e strato attivo, oltre che all'eventuale fusione di masse di ghiaccio contenute
nel terreno.
- L'aratura profonda, meccanica, che consente produzioni elevate sconvolge non salo l'orizzonte A
del suolo, ma anche l’orizzonte B, esponendolo a periodico dilavamento e a intensa disidratazione.
Anche altri sistemi di aratura più primitivi possono essere altrettanto pericolosi; ad esempio, il
vecchio sistema di aratura con solchi a rittochino, favorisce l'erosione a rivoli.
- Effetti diversi si notano secondo le piante che vengono coltivate: alcune piante annuali, come il
grano e certe foraggere, occupano densamente il terreno, proteggendolo, almeno per qualche
mese nell'anno.
Altre piante come il mais, il cotone, il tabacco, Lasciano il terreno lavorato più esposto all'azione
diretta dell'acqua piovana.
La rotazione delle colture è favorevole sia per la fertilità del terreno in generale sia perché limita gli
effetti dell’erosione.
- Il pascolamento del bestiame è di solito negativo ed è in relazione con la densità del bestiame per
unità di superficie;