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COSA SONO I VULCANI

I MAGMI

Il magma può essere definito come una sostanza naturale ad alta temperatura e un sistema
multicomponente chimicamente complesso, costituito da una fase fusa o liquida, una fase solida e
una fase gassosa disciolta. La fase liquida è prevalentemente di composizione silicatica, raramente in
natura esistono liquidi di altra composizione ma esistono ad esempio magmi di composizione
carbonatica.

Nel fuso gli ioni O2- e Si4+ tendono a formare legami molto forti fra loro cercando di formare
tetraedri con al centro i cationi di silicio e ai vertici gli anioni ossigeno. Quindi il silicio è in
coordinazione 4 coll’ossigeno, ciò è dovuto al rapporto dei raggi ionici e alla carica dei due ioni, il
legame fra i due tende ad essere più forte fra altri ioni.

I tetraedri di silice (SiO4)4- tendono a condividere i vertici fra loro formando catene più o meno
lunghe di polimeri. Questa struttura imita la struttura cristallina, ma mentre quella è infinita ed
ininterrotta, quella dentro i fusi è interrotta quindi detta a corto raggio. La presenza di altri cationi
oltre al silicio tende a disturbare la catena di polimeri, formando legami meno forti coll’ossigeno.

In alcuni casi la sostituzione del silicio può non comportare variazioni troppo negative, ad esempio se
al posto di Si4+ vi è Al3+, la cui carica non è molto diversa e le dimensioni sono molto simili. Si4+ e
Al3+ sono detti ioni network forming, tutti gli altri che diminuiscono il grado di polimerizzazione sono
detti network modifying.

La composizione chimica del magma influisce su questo parametro (grado di polimerizzazione) e a


sua volta influisce sulla densità e sulla viscosità.

 Temperatura e densità: sono parametri che dipendono molto dallo stato evolutivo del
magma. Temperature e densità più basse sono caratteristiche di magmi più evoluti, che
hanno subito processi di differenziazione magmatica e cristallizzazione che hanno fatto
cedere calore e quindi raffreddato e diminuito la densità dei magmi, i quai alla fine saranno
più arricchiti in elementi leggeri anziché pesanti. Magmi caldi arrivano a 1200°C e
2700kg/m3, magmi freddi ed evoluti arrivano invece a 700°C e 2300kg/m3
 Viscosità: si può definire come la resistenza alla deformazione di una sostanza se sottoposta
ad una sollecitazione meccanica. Per sostanze fluide essa è la resistenza opposta allo
scorrimento. Una forza di taglio σ applicata ad un fluido imprime ad esso una velocità
dv=dx/dt che dipende dalla viscosità, che per il fluido è una costante.

Pe
r stress costanti si avranno velocità di flusso costanti, nel momento in cui finisce lo stress il
fluido smette di fluire. Quindi la viscosità è
definita come il rapporto fra lo sforzo subito da
un corpo e la deformazione (legge di newton
della viscosità).

I fluidi che seguono perfettamente questa


legge sono detti newtoniani. Fra gli altri fluidi
che hanno comportamento diverso vi sono
quelli di Bingham, dove lo scorrimento è
condizionato dal superamento di una soglia minima di sforzo applicato, detto soglia di
snervamento. Quando questa soglia è superata allora si comporteranno come fluidi
newtoniani. L'unità di misura è il poise. I magmi sono fluidi di Bingham. La viscosità
cinematica è quella da tenere in considerazione, è il rapporto fra la viscosità reale e la
densità ed è importante perché per i magmi il principale fattore di scorrimento è la gravità.

I principali fattori che influenzano la viscosità sono:

 Composizione chimica: più alto è il contenuto in silice, più alta è la viscosità. I magmi
più evoluti sono quelli più viscosi, infatti essendo impoveriti in elementi pesanti il
fuso è ricco di ioni network forming come il silicio e quindi i magmi risultano molto
polimerizzati, di più rispetto ai magmi primitivi e più densi.
 Temperatura: più alta è la temperatura, più bassa è la viscosità. La viscosità dei
magmi diminuisce se essi hanno una temperatura prossima a quella di liquidus,
quando tutto il sistema è liquido.
 Contenuto in elementi volatili: gli elementi volatili, essenzialmente l’acqua e
l’anidrite carbonica, se disciolti nel magma reagiscono con i tetraedri di silice
depolimerizzando il fuso nel caso dell’acqua o polimerizzando di più il fuso nel caso
dell’anidrite carbonica, le reazioni spiegano il perchè l’acqua è più solubile nei
magmi acidi, mentre la CO2 in quelli basici.

Quando il sistema è indotto alla liberazione dei gas si vanno a formare bolle. Il
magma liberatosi dalle bolle sarà più viscoso della fase precedentemente omogenea,
ma la presenza delle bolle causa la formazione con esso di schiuma riducendo
drasticamente la viscosità complessiva. La liberazione di gas è un processo indotto
dalla decompressione e dalla diffusione spontanea dei volatili dal magma nelle bolle.
Può essere un processo a volte tranquillo e altre volte violentissimo nel caso delle
eruzioni esplosive. Il risultato sarà un residuo fuso silicatico senza gas disciolti.

Composizione dei magmi e delle rocce vulcaniche:

come già detto, un magma è considerato come un sistema multicomponente, costituito da una fase
liquida, una fase gassosa e una fase solida.

La classificazione dei magmi al loro stato fuso è difficile e a volte inutile poiché durante la risalita i
processi di differenziazione ne cambiano tutte le caratteristiche, fisiche e chimiche, quindi cambiano
struttura, tessitura e composizione chimica. La classificazione composizionale può essere compiuta
allo stato solido sulle rocce vulcaniche tramite una varietà di metodi:

 Composizione modale o mineralogica quantitativa: si riferisce all’abbondanza percentuale


volumetrica delle specie mineralogiche presenti dentro la roccia. È un metodo classificativo
utilissimo per rocce con tessitura olocristallina, in quanto i cristalli sono a volte ben visibili
anche all’occhio nudo quindi l’analisi al microscopio è più semplice e il metodo classificativo
attuabile. Al microscopio si analizza una sezione sottile, contando le diverse fasi cristalline
mediante uno strumento chiamato tavolino integratore o conta punti. Moderne tecniche di
trattamento immagini consentono la determinazione della moda con elevata precisione in
maniera automatica.
 Composizione chimica delle rocce: essa viene fornita come percentuale in peso degli
elementi fondamentali che costituiscono la roccia. Si distinguono tre famiglie di elementi:
o Elementi maggiori (x>1%) sono espressi come percentuale in ossidi. gli elementi più
comuni sono 11, fra questi l’ossigeno è il più comune e non viene determinato
analiticamente ma espresso in relazione con gli altri come percentuale di ossidi.
o Elementi minori (0,1%<x<1%) sono espressi come percentuale in ossidi come gli
elementi maggiori. Fra questi vi è l‘acqua che viene espressa in due modi:
 ha valore di umidità quando derivante da processi secondari superficiali
 ha valore costituzionale se invece è stabilmente legata ai costituenti
fondamentali
o Elementi in tracce (x<0,1%) questi non sono espressi come ossidi, ma come
concentrazione elementare in parti per milione (ppm). La modesta quantità non
toglie la loro importanza. La loro presenza o assenza può dare indizi importanti
sull’origine e serie di processi subiti dalla roccia prima di solidificarsi.

Un calcolo petrologico particolarmente utile alla vulcanologia è la norma o composizione


mineralogica virtuale che frutta la composizione chimica rilevata in ossidi per identificare una
possibile composizione mineralogica della roccia. Questo calcolo viene effettuato quando non si
riconoscono le fasi mineralogiche della roccia, come nel caso di quelle vulcaniche effusive.

Il metodo del calcolo di norma più usato è la norma CIPW. Si basa sulla ricostruzione dei minerali
anidri col più alto contenuto in silice consentito dalla composizione della roccia. Questo esame può
dare una immediata misura del grado di saturazione in silice.
Generazione dei magmi

La maggior parte dei fusi generati hanno composizione silicatica. In particolare la produzione dei
magmi avviene nel mantello di composizione ultrafemica peridotitica, per fusione parziale delle
rocce.

Una roccia può fondersi per tre possibili e diverse ragioni:

- Diminuzione di pressione: è il caso più comune. A causa degli stress a cui la litosfera è
sottoposta, in diverse zone la fusione delle rocce avviene per diminuzione di pressione a
temperatura costante. Zone simili sono in genere le dorsali oceaniche e i punti caldi. La
diminuzione di pressione fonde le rocce poiché viene diminuito il solidus a temperature
inferiori a quelle presenti nella roccia, così fondono prima i minerali a più bassa temperatura
di fusione, i fusi poi risalgono verso la superficie a causa della diminuzione di densità ma solo
dopo aver superato una soglia di permeabilità fino ad arrivare in superficie o se no
solidificandosi nella crosta.
- Aumento contenuto in H2O: l’acqua nelle rocce diminuisce la temperatura di solidus, le
rocce fondono più facilmente in presenza dell’acqua. Questa è fornita dai minerali idrati
nelle rocce o se le rocce stesse sono imbibite di acqua, per questa ragione la formazione di
magma per aumento in H2O è il caso che coinvolge i processi vulcanici sotto le placche
obdotte dei margini di subduzione. L’acqua può essere fornita al sistema peridotitico della
litosfera abdotta dalle rocce della litosfera subdotta, una crosta oceanica i cui strati superiori
sono imbibiti di acqua e gli strati inferiori sono ricchi in minerali serpentinizzati. Raggiunta
una certa profondità la roccia fonde e il magma risale causando i processi vulcanici tipici
degli archi continentali e insulari.
- Aumento di temperatura: è il caso meno comune, il calore necessario alla fusione delle
rocce può essere fornito da un altro magma oppure se la roccia aumenta di profondità senza
varare la sua pressione, come nel caso dei margini di collisione, dove la crosta subisce un
ispessimento, le rocce più basse si troveranno in condizioni di più alta temperatura e quindi
fonderanno. Questo caso è quello dell’anatessi crostale.

Altri casi possono essere aumento di temperatura per frizione e per decadimento radioattivo.
Risalita del magma

Constatato che il magma primitivo per eccellenza è di composizione basaltica e che si forma per la
maggior parte delle volte per diminuzione di pressione e/o aumento di composizione di volatili
(H2O), una volta raggiunta una soglia di permeabilità il fuso si aggrega formando delle gocce di
roccia fusa con composizione meno densa della roccia circostante, da qui inizia il processo di risalita.

Il fuso che si forma nell’astenosfera è instabile rispetto all’ambiente circostante, è meno denso e
perciò subisce una minore spinta gravitazionale. La risalita del magma non può essere spiegata da un
singolo meccanismo, invece può essere spiegato tramite l’azione di diversi meccanismi che agiscono
insieme:

1. (PERCOLAZIONE)Nelle fasi iniziali il fuso che si è formato ha una densità inferiore alle rocce
circostanti, quindi è soggetto ad una inferiore attrazione gravitazionale. Quando la quantità
di fuso è minima esso non può ancora risalire finché non viene superata una soglia di
permeabilità della roccia. Questa viene superata dopo che la roccia si è fusa in una quantità
sufficiente, formando dei canali attraverso i quali il magma può percolare verso l’alto. Il
magma quindi si accumulerà via via in volumi sempre più grandi.
2. (DIAPIRISMO) Raggiunti volumi molto notevoli, la percolazione non è più il processo
principale che spiega la risalita del magma, esso infatti adesso deve crearsi lo spazio. Il
comportamento duttile del mantello dovuto alla temperatura e alla pressione ci permette di
ipotizzare che il modo in cui il magma si crea lo spazio sia analogo al diapirismo salino, dove
una colonna di materiale si fa strada spostando il soprastante materiale meno denso.
Il diapirismo non riesce a spiegare la risalita ulteriore del magma una volta che esso ha
raggiunto zone la cui densità delle rocce è molto simile a quella del magma, la spinta dovuta
alla differenza di densità diminuisce e il magma non riesce più a risalire per diapirismo.
Quest zona corrisponde alla base della litosfera. Durante il processo di diapirismo la
temperatura dei diapiri magmatici era pressoché costante, una volta che essi rallentano
sotto la litosfera incominciano a perdere calore, raffreddandosi e cristallizzando.
3. (STOPING) Un meccanismo che permetterebbe la risalita nella crosta potrebbe essere la
fratturazione e l’affondamento di rocce crostali all’interno del corpo magmatico (stoping). È
da precisare che maggiore è la grandezza dei blocchi che affondano maggiore sarà la velocità
di risalita del magma, ma anche la velocità di raffreddamento e quindi aumentandone la
viscosità e diminuendo la velocità di risalita, i due fenomeni si contrastano a vicenda. Questo
fenomeno da solo non basta come spiegazione all’ulteriore risalita del magma, è comunque
un fenomeno documentato in numerosi plutoni.
4. (FLUID-FILLED CRACKS) Un altro meccanismo che spiegherebbe la risalita del magma è la
possibilità di esso di sfruttare vie preferenziali rappresentate da fratture della litosfera
attraverso le quali il magma si può fare strada fino alla superficie. Questo genere di fratture
si formerebbero in zone con forti stress tensionali, dovuti ad esempio a moti convettivi nel
mantello, che causano assottigliamento e fratturazione della litosfera, come succede ad
esempio nelle dorsali oceaniche.
5. (STRESS CORROSION CRACK PROPAGATION) Nelle stesse zone in cui vi sono forti stress
tensionali, in presenza di fluidi come l’acqua, gli sforzi necessari alla fratturazione sono 10
volte più deboli, inoltre l’essoluzione di volatili determina la formazione di bolle gassose nel
magma (vescicolazione), con consequenziale diminuzione di densità. Anche la temperatura
favorisce la formazione di fatture. In generale la presenza di fluidi a contatto col magma
aumenta la capacità di esso di fratturare e propagarsi nella roccia.
6. Arrivati a questo punto il magma si sarà raffreddato cedendo calore e diventando più viscoso
in seguito alla cristallizzazione dei minerali femici, oltretutto si troverà in zone della crosta
terrestre la cui densità è paragonabile a quella del fuso, perciò la spinta di galleggiamento
non può più essere la causa principale della risalita del magma. il magma sopra i 10 km
ristagna in camere magmatiche. A questo punto il magma cedendo calore da inizio a
processi di cristallizzazione, partendo dai minerali più femici rendendo il magma freddo e
indirettamente saturo in acqua. La cristallizzazione di minerali anidri porta il sistema ad un
indiretta saturazione in H2O, che causa una pressione idrostatica nella roccia che ne
impedisce la formazione di bolle.
Il meccanismo ora possibile è appunto quello che avviene se la pressione idrostatica viene
meno, in questo caso nel magma si vanno a formare bolle che inducono la risalita verso la
superficie per aumento di pressione e permettono al magma di risalire fratturando le pareti
superiori della camera, o infiltrarsi su fratture preesistenti nella crosta e fuoriuscire tramite
delle eruzioni che possono essere effusive o esplosive a seconda delle caratteristiche fisiche
e chimiche del magma.
EVOLUZIONE DEI MAGMI

Durante la risalita i magmi cambiano la loro composizione, analizzando molteplici rocce vulcaniche è
possibile riconoscere i processi che hanno determinato questo cambiamento, dovuto strettamente
alla diminuzione della temperatura. Questi processi essenzialmente sono tre:

- Cristallizzazione frazionata
- Magma mixing
- Assimilazione

Cristallizzazione frazionata: questo è il fenomeno principale. La risalita verso la superficie non


avviene in tempi brevi, perciò i magmi che risalgono dall’astenosfera sono sempre soggetti a
raffreddamento per cessione di calore. Il raffreddamento causa la cristallizzazione dei minerali, se il
magma sta risalendo questi vengono separati dal fuso che di conseguenza cambia la sua
composizione. I minerali non cristallizzano casualmente, ma seguono un ordine preciso partendo da
quelli a composizione più basica contenenti elementi compatibili e lasciando nel fuso quegli elementi
che sono incompatibili. Di conseguenza i fusi rimanenti saranno più freddi, più viscosi e costituiti da
elementi incompatibili che preferiscono stazionare il più possibile nella fase liquida.

Le serie di Bowen descrive l’ordine in cui i minerali cristallizzano, distinguendo due serie.

- serie discontinua: dove cristallizzano in sequenza olivina-pirosseni-anfiboli-mica scura


(biotite)-k_feldspati- mica chiara (muscovite)-quarzo
- serie continua: dove cristallizzano progressivamente i polimorfi del plagioclasio, passando
da quelli a maggiore contenuto in calcio a quelli sodici
anortite--->albite.

È possibile ricostruire la composizione del magma genitore di una sequenza di rocce magmatiche in
una determinata zona se osserviamo la variazione del contenuto di elementi nelle rocce in rapporto
al contenuto di un altro elemento (in genere la silice o l’ossido di magnesio). Si possono così
costruire dei diagrammi binari detti di Harker, possono essere considerati sia gli elementi maggiori
che quelli minori o in tracce in rapporto con un altro elemento maggiore. Notiamo che se una serie
ha subito cristallizzazione frazionata si
avranno trend curvilinei.

In generale il contenuto della silice (SiO2) nel


fuso aumenta all’aumentare del grado di
cristallizzazione, mentre l’ossido di ferro e di
magnesio diminuiscono per poi stazionarsi a
livelli bassi nei fusi più evoluti. L’alluminio
rimane pressoché costante nel fuso,
aumentando all’inizio e diminuendo via via
che si formano i feldspati.

Il calcio diminuisce mentre il sodio è più


presente nei fusi finali per la cristallizzazione
dei plagioclasi seguendo la serie di Bowen. Il
potassio si comporta da elemento
incompatibile rimanendo nel fuso fino alla
fine finché non cristallizzano i k feldspati.
I diagrammi di Harker come detto in precedenza possono essere costruiti anche con gli elementi
minori e incompatibili, fra questi vi sono le terre rare REE, ossia quelli del gruppo del Lantanio con z
compreso fra 57 e 71, distinte in TRL, TRM e TRP. Questi sono tutti elementi incompatibili ma hanno
trend diversi. Quelle leggere sono più incompatibili rispetto a quelle pesanti.

Magma mixing: durante la risalita i magmi possono temporaneamente fermarsi in camere


magmatiche. Lo stazionamento può comportare dei processi di alterazione della composizione
aggiunti alla cristallizzazione, fra questi il mixing fra due diversi fusi è la seconda causa principale.

Durante lo stazionamento di un magma in una


camera magmatica infatti può risalire un secondo
magma di composizione diversa che mescolandosi col
magma già presente nella camera magmatica ne
altera completamente la composizione, rendendo a
questo punto inutili i diagrammi di Harker per la
ricostruzione della composizione dei magmi primitivi.

L’alterazione per magma mixing è ben visibile nei


diagrammi di Harker dato che l’andamento dei trend
non è più curvilineo ma rettilineo. Sarà necessario
utilizzare altri metodi di studio per la ricostruzione
della composizione del magma primitivo.

Assimilazione: il terzo processo principale è proprio l’assimilazione. Durante lo stazionamento in


camere magmatiche, il magma raffreddandosi e anche cristallizzando cede calore alle rocce adiacenti
la camera, questo causa diversi processi come metamorfismo di contatto ma anche la fusione. La
fusione può interessare anche solo determinati minerali, questi verranno dissolti nel fuso della
camera cambiandone la composizione. L’assimilazione è un processo che diminuisce ulteriormente
la temperatura del magma iniziale, la perdita di calore causa la cristallizzazione dei minerali, è per
questo che parlando di assimilazione essa si accompagna sempre alla cristallizzazione frazionata
dato che vengono assimilati alcuni minerali ma se ne cristallizzano altri. Il magma finale è detto
sintetico.
CLASSIFICAZIONE DELLE ROCCE IGNEE E NOMENCLATURA

La classificazione delle rocce ignee può risultare alquanto complessa e perciò non esiste un unico
metodo di classificazione, ma diversi metodi per diverse categorie di rocce ignee. Una prima
distinzione viene fatta tra rocce plutoniche o intrusive e rocce vulcaniche o effusive.

L’analisi procede in due fasi. La prima consiste nel riconoscimento del campione a mano, la seconda
invece è l’insieme di metodi fisici e chimici usati specificamente per identificare la roccia, tra questi
classificazione modale, normativa CIPW, analisi chimica globale ecc.

La classificazione dei campioni a mano viene compiuta determinando i caratteri strutturali e la


composizione mineralogica.

- caratteri strutturali: riguardano la definizione del grado di cristallinità e della grandezza,


forma e modalità con le quali le fasi sono spazialmente disposte.

Il grado di cristallinità è una stima del rapporto quantitativo tra fasi cristalline e sostanze
amorfe. La presenza di vetro o meno aiuta a conoscere la velocità di raffreddamento delle
rocce, in base al grado di cristallinità quindi si distinguono
o rocce olocristalline: totalmente cristallizzate
o rocce ipocristalline: parzialmente cristallizzate, contenenti cioè porzioni vetrose o
criptocristalline
o rocce ialine: interamente vetrose o con quantità scarsissime di minerali

le dimensioni medie dei minerali permette di definire la grana della roccia.


o In condizioni intrusive cristallizzazione è avvenuta con tasso di raffreddamento
relativamente uniforme, i minerali presentano dimensioni medie del tutto
confrontabili, la struttura è detta equigranulare o granulare.
o In condizioni vulcaniche i magmi invece sono sottoposti a diversi tempi di
raffreddamento, in particolare notiamo due fasi.
 Nella prima, in condizioni intratelluriche il magma si raffredda relativamente
lentamente lasciando il tempo ai minerali di formarsi e diventare
fenocristalli.
 Nella seconda, stadio vulcanico, la velocità di raffreddamento è molto più
rapida, ciò comporta minori tassi di nucleazione e accrescimento dei
minerali e potenziale formazione di pasta vetrosa. Il vetro e i minerali di
seconda generazione più piccoli costituiscono la cosiddetta pasta di fondo
che avvolge i fenocristalli.
La struttura derivante si dice porfirica ed è tipica delle lave. Quando invece non sono
presenti fenocristalli si parla di strutture afiriche e subafiriche.

Quando la massa magmatica risale in ambienti più superficiali, i gas al suo interno possono
incominciare ad espandersi, alterando la struttura della roccia. L’espansione può lasciare delle cavità
dette vescicole, la tessitura risultante è chiamata vescicolare. Talvolta le vescicole sono talmente
abbondanti da rendere la roccia come una schiuma, si parla allora di struttura pomicea quando si
tratta di rocce evolute di colore chiaro, oppure struttura scoriacea in magmi basaltici di colore scuro.
Una classificazione speciale è quella dei materiali derivanti dalla deposizione di prodotti piroclastici.
Essa viene fatta in base alla granulometria dei sedimenti di cui sono composti, sono chiamati tefra se
costituiti da materiale non consolidato o rocce piroclastiche se ben consolidate.

In base alla granulometria si distinguono:

- Polveri, x<1/16 mm
- Ceneri, 1/16<x<2mm
- Lapilli, 2<x<64mm
- Bombe o blocchi, x>64mm

Il termine tufo indica strettamente rocce derivanti dalla solidificazione di materiale cineritico il cui
meccanismo deposizionale più frequente è la caduta.

Un’analisi ulteriore richiede metodi petrografici o chimici. Per le rocce vulcaniche i primi sono esclusi
poiché non sono riconoscibili tutti i minerali all’occhio nudo.

I metodi chimici prendono in riferimento parametri chimici ricavabili dall’analisi chimica, al fine poi
di determinare la composizione normativa delle rocce. i parametri più utilizzati sono la percentuale
in peso di silice SiO2 e degli alcali Na2O+K2O ricalcolati su base anidra, con i quali si può costruire il
diagramma TAS
Il diagramma TAS permette un’immediata nomenclatura, tuttavia esistono diverse rocce che
richiedono ulteriori approfondimenti:

- Rocce alcaline: il TAS contiene 3 principali associazioni alcaline:


o Alcaline dove i diversi valori dei rapporti K2O/Na2O danno origine a due associazioni
distinte:
 Sodiche K2O/Na2O<1
 Potassiche K2O/Na2O>=1
o Fortemente alcaline
o Foiditiche
- Rocce fortemente alcaline povere in silice: in particolare la distinzione tra basanite e tefrite
è compiuto in base al contenuto di olivina normativa:
o Basanite ol>10%
o Tefrite ol<10%
In questo gruppo si possono sovrapporre due gruppi, basaniti e foiditi (queste si classificano
in base al tipo di feldspatotide dominante), in particolare nel campo delle rocce sodiche
distinguiamo:
o Melanefeliniti ne<20% ab<5%
o Nefeliniti ne >20%
o Basaniti ab>5% ne<20%
- Rocce ricche in silice: sono costituiti da rioliti, ma si distinguono rocce peralcaline se
Na20+K2O>Al2O3
- Rocce ricche in MgO: sono rocce molto povere in silice, se poi nei basalti MgO>18% allora si
chiamano picriti o basalti picritici
- Rocce ultrapotassiche:

o Lamproiti
o Kamafugiti
o Tipo provincia romana

SERIE MAGMATICHE

Esaminando le rocce magmatiche si è arrivati alla conclusione che la cristallizzazione dei minerali non
è un processo casuale, ma uno controllato dalla composizione chimica del magma sorgente e dai
processi di differenziazione che comportano la produzione finale di magmi con caratteristiche fisiche
e chimiche diverse da quello d’origine.

Si è visto che rocce magmatiche di diversa età con composizione mineralogica e chimica diversa
possono essere legate fra loro da un magma primitivo o capostipite che evolvendosi a causa dei
processi di differenziazione ha cambiato la sua composizione chimica. Queste rocce permettono di
distinguere le serie magmatiche.

I magmi prodotti nell’astenosfera per fusione parziale del mantello per idratazione, decompressione
o aumento di temperatura sono di composizione basaltica. Essendo prodotti dalla fusione di
peridotite, essi contengono elevate quantità di FeOtot, MgO e CaO, derivanti dalla fusione di olivina
e pirosseni, quindi avranno una minore quantità di silice SiO2. Notiamo che varia soprattutto la
composizione in alcali.

I magmi più evoluti, a causa dei processi di differenziazione, saranno più ricchi in SiO2, acqua ed
elementi incompatibili, dopo che gli elementi compatibili come FeO, MgO e CaO saranno stati
sottratti dalle rocce già cristallizzate. I magmi finali saranno più freddi e viscosi e potenzialmente
possono causare eruzioni esplosive.

Come già detto il contenuto in alcali è variabile, grazie ad essi è possibile distinguere tre gruppi
principali di basalti:

- Basalti subalcalini
o Basalti tholeiitici
o Basalti calcoalcalini
- Basalti alcalini
o Basalti alcalino sodici
o Basalti alcalino potassici
- Basalti transizionali
o Basalti transizionali sodici
o Basalti transizionali potassici

La diversa composizione dei magmi basaltici è in funzione di:


Serie subalcalina: Nel campo subalcalino si possono distinguere due altre serie principali, le due
serie sono caratterizzate mediante il diagramma AFM
- Serie tholeiitica: una caratteristica peculiare di questa serie è l’arricchimento in FeOtot nei
gradi di evoluzioni intermedi. Durante l’evoluzione, il fuso prima di arricchirsi in alcali esso
cristallizza minerali che sottraggono prima MgO, poi in seguito FeO, per questo nel grafico è
possibile notare questo andamento curvo detto trend di Fenner.
Un'altra caratteristica è rappresentato dai contenuti bassi in K2O.
La tipica sequenza evolutiva comprende basalti tholeiitici – andesiti tholeiitiche -- daciti --
rioliti
- Serie calcoalcalina: una caratteristica di questa serie è il rapporto basso tra FeOtot/MgO. Nel
diagramma si vede che l’andamento evolutivo punta direttamente verso il vertice A, senza o
con leggero arricchimento iniziale in FeOtot, questo è chiamato trend di Bowen
La sequenza evolutiva tipica comprende basalti calcoalcalini – andesiti basaltiche – andesiti –
daciti – rioliti
A parità di SiO2, il contenuto di K2O permette di distinguere la serie calcoalcalina da quella
tholeiitica di arco e altre due serie più ricche in potassio, serie calcalcaline ricche in K e serie
shoshonitiche.
Serie alcalina:

- Serie alcalino-sodiche: sono le più diffuse e comprendono la tipica sequenza basalti alcalini –
hawaiiti – mugeariti – benmoreiti – trachiti (o fonoliti).
- Serie shoshonotica: le rocce calcoalcaline (orogeniche) alcaline sono generalmente
potassiche e costituiscono la cosiddetta serie shoshonitica. Sono definibili come serie
alcalino transizionale, ma mantengono una certa parentela sia con le calcoalcaline che con le
serie alcalino-potassica.
Al procedere della differenziazione i contenuto in alcali non tende ad aumentare anzi rimane
costante. La loro classificazione viene fatta attraverso il diagramma K2O vs SiO2 e la
sequenza evolutiva va da basalti shoshonitici – shoshoniti – latiti – trachiti.
L’alto contenuto in K2O è dovuta alla presenza di feldspato potassico nella massa di fondo o
come orlo di reazione attorno ai fenocristalli di plagioclasio
MAGMATISMO NEL QUADRO DELLA TETTONICA GLOBALE

L’attività magmatica non è uniformemente distribuita, esistono zone dove l’attività magmaica è più
frequente, in generale sono i margini fra le zolle. L’attività magmatica intraplacca è dovuta
soprattutto alla presenza di hot spot

Margini divergenti: in questi margini le placche si allontanano le une fra le altre. Esistono due
principali margini divergenti, rift continentali e dorsali oceaniche. I due sono legati fra loro in quanto
un rift continentale se continua la divergenza può trasformarsi in una dorsale.

- Rift continentale: rift è una parola che in lingua swhaili vuol dire grande valle. Un esempio di
rift continentale attuale è la east africa rift valley. In queste zone la placca continentale
comincia a dividersi e assottigliarsi a causa della presenza di stress distensivi. A causa dello
spessore elevato della litosfera continentale l’attività magmatica nell’astenosfera è ridotta,
con gradi di fusione parziale inferiori al 5 o 10 %. Vengono prodotti magmi di natura
transizionale sodica o alcalina sodica. Si passerà ad una dorsale oceanica una volta che la
divergenza sarà tale da aver fratturato completamente la placca continentale e sarà
prodotto più fuso a causa di maggiori gradi di fusione parziale del mantello, si produrrà
crosta oceanica
- Dorsale oceanica: man mano che l’apertura procede le venute magmatiche sono più
frequenti e lo spessore crostale diminuisce finché non si giunge alla completa lacerazione
della litosfera e la separazione continentale vera e propria con la formazione di una nuova
placca oceanica. Esempi di croste oceaniche sono numerose, anche di neo formazione come
quella del mar rosso. Al centro degli oceani vi sono i centri di espansione da cui il materiale
fuso nel mantello risale in superficie raffreddandosi e costruendo la crosta oceanica, queste
sono le dorsali dove l’attività magmatica è favorito dagli stress distensivi e dallo spessore più
piccolo della litosfera. Vengono prodotti maggiori quantità di fuso 20 o 30 %, e sono meno
alcalini, sono basalti tholeiitici che non subiscono molto frazionamento a causa dello
spessore basso della crosta.

Margini convergenti: in questi le placche sono spinte le une verso le altre, la suddivisione dipende
dai tipi di placche che convergono, per questo si distinguono:

- Subduzione placca oceanica – placca oceanica: essendo la densità delle placche oceaniche
molto elevata e lo spessore minore, esse tendono facilmente ad andare in subduzione. Fra le
placche vi sono forti stress complessionali che producono sovrascorrimenti deformazioni
lungo il margine, in particolare la formazione di una fossa e di un prisma di accrezione. La
placca subdotta di composizione basaltica trasporta con se materiale deposizionale ricco in
potassio K e volatili, questi alterano la composizione del fuso che si andrà a formare quando
si raggiungeranno profondità con temperatura necessaria alla fusione della litosfera
subdotta. I magmi avranno una composizione più calcoalcalina, ma non si arriverà alla
produzione finale di magmi riolitici dato che lo spessore dell’altra litosfera non è abbastanza
elevato, comunque su di essa si andrà a formare un arco vulcanico insulare.
- Subduzione placca oceanica – placca continentale: la subduzione funziona esattamente
come al caso precedente, con produzione di magmi subalcalini in prevalenza calcoalcalini, la
differenza sta nel fatto che subduce sempre la crosta oceanica e che i prodotti finali sono più
evoluti dato che lo spessore della litosfera è molto maggiore, quindi il magma subisce
processi di differenziazione maggiori fino a produrre magmi molto evoluti Possono anche
semplicemente formarsi plutoni granitici.
- Collisione placca continentale – placca continentale: in questo caso le due zolle sono troppo
leggere per andare in subduzione, quindi collidono e, deformandosi formano una catena
montuosa orogenica. La deformazione comporta anche un ispessimento crostale, di
conseguenza le rocce più profonde per eccesso di calore fondono per anatessi crostale. I
prodotti finali saranno magmi granitico-granodioritici, senza la formazione di vulcani, dato
che lo spessore è così elevato da non permettere la fuoriuscita del materiale fuso.
ERUZIONI EFFUSIVE

Questo genere di eruzione consiste nell’emissione di magma come continuo liquido definita colata
lavica, il requisito principale è il contenuto in volatili, la loro presenza frammenta il liquido
magmatico prima dell’emissione con consequenziale esplosione, quindi è importante che il loro
contenuto sia basso.
Tale requisito è rispettato dai magmi basaltici, ciò non toglie però la possibilità che anche i magmi
più evoluti possano formare colate laviche, devono però in qualche modo diminuire il loro naturale
contenuto in volatili. Tale impoverimento può essere fatto gradualmente attraverso l’emissione dei
volatili da fumarole o attività idrotermale, oppure in modo più repentino da esplosioni idrotermali o
fasi esplosive che trascinino via il gas dalla camera magmatica, a questo punto i magmi possono
fluire fluidamente come colate magmatiche.

Il degassamento fa aumentare la viscosità del magma e di conseguenza aumenta anche la soglia di


snervamento. Per i magmi più acidi evoluti, che possiedono già di norma un contenuto in silice
maggiore rispetto agli altri magmi e quindi sono molto viscosi, dopo il degassamento sarà necessario
il superamento di una soglia di snervamento molto elevata.

Questo genere di colate sono dette colate fissurali (flood basalts secondo la letteratura anglofona) e
sono dell’ordine dei 15-35m, non molto variabili nei diversi plateaux continentali.
Tasso di emissione: è il fattore principale.

Le portate maggiori formano colate costituite da una singola unità di flusso su grandi estensioni e
distanze (colate semplici), mentre le portate più basse portano alla formazione di colate costituite da
piccole unità di flusso impilate una sull’altra (colate composite), queste non riescono in genere a
percorre grandi distanze rispetto alla bocca eruttiva
Le lave basiche hanno tassi eruttivi di gran lunga superiori rispetto alle lave più viscose ed evolute.

Proprietà fisiche del magma: Hulme ha modellizzato il flusso delle colate laviche considerate come
fluidi di Bingham, ed i risultati indicano che la reologia non newtoniana è il fattore principale che
governa la forma delle colate.

COLATE BASICHE SUB AEREE: colate di questo tipo si possono formare in seguito alla fuoriuscita di
un liquido continuo da bocche centrali o fissurali, al trabocco di un lago di lava che riempiva un
cratere oppure in seguito alla ricomposizione di un flusso liquido dopo la sua ricaduta in brandelli
lavici ancora fusi a seguito di attività di fontane di lava.
Lave pahoehoe: sono lave la cui superfice è liscia o ondulata, può comprendere anche lave a corda o
budella e se ne riconoscono di diversi tipi. Il termine è hawaiano e intende dire che su di essa ci si
può camminare sopra.

Lave aa: sono caratterizzate da superfici corrugate, irregolari, frammentate, spinose o scoriacee.
Verso il basso sfuma lentamente nel corpo lavico massivo. Le colate aa scorrono spesso come
torrenti delimitati da argini ben formati che esse stesse hanno costruito. La transizione da pahoehoe
ad aa sembra essere connessa ad un aumento della viscosità.
I pillow hanno un aspetto sferoidale o ellissoidale, con convessità verso l’alto (con questo particolare
i geologi riescono a capire l’orientamento di queste rocce). I pillow hanno una sottile crosta vetrosa,
all’interno sono costituiti da materiale con tessitura criptocristallina con fratture e minerali orientati
verso il centro.

Eruzioni effusive di magmi viscosi:le colate di lava a composizione intermedia, sono caratterizzati da
volumi bassi ad alto rapporto d’aspetto e modesta lunghezza. La loro superficie è “a blocchi”
poliedrici, distaccati l’uno dall’altro e con facce piane o lievemente arcuate che formano diedri.

La lava a blocchi scendendo a livelli più bassi sfuma in una struttura massiva e poi in un livello basale
autobrecciato. Nella parte interna queste lave sono finemente foliate e stratificate, possono essere
presenti fenocristalli isoorientati. Questa laminazione è sicuramente dovuta ad un regime n di flusso
laminare. Le lave a blocchi formano frequentemente argini ben sviluppati.

La litologia e la tessitura di queste lave è varia, i genere comunque abbiamo grosse strutture il cui
centro è occupato da lava litoide ricoperta sopra e sotta da uno strato di ossidiana e da brecce
costituite da detriti di ossidiana e pomicei. La superficie superiore di queste colate è rugosa e a
blocchi, sono spesso riconoscibili creste arcuate chiamate ogive, che in sezione sembrano formare
delle rampe rigide legate alla foliazione.

Le masse domiche di lava viscosa povera in gas rappresentano in genere gli stadi finali di eruzioni
esplosive. In relazione alle loro modalità di accrescimento i duomi possono essere distinti in
endogeni ed esogeni.

- Endogeni: in questo caso, che è il più tipico e frequente, il duomo si accresce


progressivamente dall’interno, deformando e gonfiando gli strati lavici precedentemente
usciti, anche fino a fratturarli. L’età aumenta dalla base al tetto del duomo
- Esogeni: sono detti anche (cupole di ristagno) la crescita procede per accumulo progressivo
di lave viscose attorno alla bocca, con il condotto che si allunga al procedere dell’estrusione.
In questo caso l’età della messa in posto diminuisce dalla base al tetto del duomo. Se si
formano duomi esogeni significa che lo scorrimento della lava non è un problema dovuto
alla viscosità ma più un problema morfologico.
ERUZIONI ESPLOSIVE

Le eruzioni che comportano la fuoriuscita più o meno violenta di gas e materiale frammentato solido
o liquido vengono definite esplosive. La fuoriuscita di magma non è necessaria, esso può partecipare
direttamente o indirettamente come ad esempio nel caso delle eruzioni di tipo freatomagmatica,
quando il magma entra in contatto con l’acqua di una falda acquifera.

Le eruzioni esplosive sono dovute principalmente al contenuto in volatili dei magmi, essi sono
all’inizio dissolti, ma dopo la loro essoluzione tendono a formare bolle che si allargano via via che
risalgono lungo il condotto magmatico. Nel momento in cui le bolle di gas superano una
concentrazione tale da interferire tra loro e dato che il liquido non è più in grado di contenerle e
venendo altamente vescicolato, riducendo la sua densità apparente e diventando non più capace di
conservare la continuità del liquido, il corpo magmatico intero si frammenta venendo trascinato con
se dal gas in violenta fuoriuscita.

Le proprietà fisiche del magma che ne influenzano la formazione delle bolle sono il contenuto e la
solubilità degli elementi volatili e la viscosità del magma. i due meccanismi principali che permettono
la formazione delle bolle nel caso di un condotto aperto sono:

- Diffusione: raggiunto il livello di essoluzione lungo il condotto eruttivo, i volatili all’interno


del magma tenderanno a separarsi dal liquido formando le prime bolle. È il primo
meccanismo a realizzarsi e quello che incide di più nelle fasi iniziali. Dipende molto dalla
viscosità del magma, quindi è tanto più efficace quanto basico è il magma dato che i basalti
sono meno viscosi rispetto ai magmi più evoluti. I raggi delle bolle nei basalti possono
raggiungere volumi anche 10 volte maggiori rispetto che nei magmi acidi. La velocità di
crescita per diffusione è controllata da:
o Natura dei volatili
o Loro solubilità e concentrazione nel magma
o Entità della sovrasaturazione
- Decompressione: all’interno del condotto, la pressione esercitata dalla colonna di magma
comprime le bolle di gas formatesi per diffusione, queste risalendo si allargheranno a causa
della diminuzione di pressione. Questo meccanismo all’inizio non incide tanto quanto la
diffusione, ma prevale negli stadi finali. La velocità di crescita per decompressione è
controllata da:
o velocità di ascesa del magma
o velocità con la quale il magma è frammentato e rimosso dalla superficie in aria libera
o quantità di nuove bolle che risalgono dal basso
INTERAZIONE ACQUA-MAGMA: il contatto fra l’acqua e il magma induce un repentino cambiamento
di stato dell’acqua (vaporizzazione) con conseguente violenta espansione del vapore generatosi.
L’attività idromagmatica o freatomagmatica se il magma interagisce con una falda freatica, causa
volatilizzazione ed aumento della frammentazione del magma.

Nel caso in cui l’interazione coinvolga il magma in risalita e una falda freatica, la falda deve essere
affacciata al di sopra del livello di frammentazione e la pressione dell’acqua deve superare quella dei
gas della miscela magmatica, altrimenti l’eruzione freatomagmatica non avverrebbe oppure l’acqua
potrebbe finire coll’essere ricacciata indietro.
CLASSIFICAZIONE DELLE ERUZIONI ESPLOSIVE:

Un eruzione esplosiva si può dire:

- magmatica: se l’esplosività è legata all’espansione dei gas originariamente contenuti nel


magma
- freatica: se l’esplosione è stata causata solo dalla violenta vaporizzazione di acqua esterna al
sistema magmatico
- idromagmatica: se l’esplosione è dovuta sia a gas magmatica e acqua esterna al sistema
Il VEI cerca di dare una misura dell’energia liberata nel corso di un’eruzione ma non descrive le
modalità di tale liberazione.
- zona di spinta dei gas: rappresenta la parte basale della colonna dove il movimento è
dominato dal flusso verticale gas-particelle. La spinta legata alla differenza di densità con
l’atmosfera cioè la spinta di galleggiamento per adesso è trascurabile. All’interno del
condotto e nella bocca eruttiva, l’espansione dei volatili accelera la miscela gas-particelle
fino alla loro velocità massima, che in base al tipo di eruzione possono variare da 100 m/sec
fino a 600 m/sec. L’altezza di questa zona dipende dalla magnitudo dell’eruzione, in quelle
più deboli 10-15 m mentre in quelle più potenti 1-2 km. Il flusso ascendente diminuisce
densità e di velocità progressivamente.
- Zona di ascensione convettiva: finita la spinta dei gas, la miscela eruttiva potrà
ulteriormente risalire o ricadere, ciò dipende dalla densità della massa in ascesa. Se è troppo
densa per continuare a risalire essa collassa su se stessa, mentre se la colonna è meno densa
dell’atmosfera essa può risalire passando alla zona di ascensione convettiva. Essa risale in
modo turbolento e vorticoso per semplice contrasto di densità a velocità superiori a 200
m/sec.
- Zona di espansione laterale: la densità atmosferica e della miscela eruttiva diminuiscono
con continuità verso l’alto fino ad eguagliarsi ad una certa altezza detto livello di densità
neutra, che segna il passaggio alla zona di espansione laterale. Da qui la colonna può
espandersi verso l’alto fino ad un’altezza massima per inerzia e poi espandersi lateralmente
in tutte le direzioni o venire trascinata dal vento

.
Colate piroclastiche: esse possono generarsi in seguito a due principali meccanismi:

- Collasso di duomo o esplosione laterale


- Collasso pulsante, parziale o continuo, di colonna eruttiva
I depositi lasciati dalle colate piroclastiche hanno volumi variabili. Quelle piccole causate dal collasso
di duomi tendono ad incanalarsi nelle valli e ad accumularsi nelle depressioni. Quelle grandi formano
coltri estese che, in qualche caso, hanno spessore sufficiente a coprire e spianare la preesistente
topografia.

Il materiale costituente può essere vescicolato. In base a questo parametro possiamo avere depositi
costituiti da blocchi densi o scorie bollose e pomici, quindi le colate assumono nomi diversi: nubi
ardenti o colate di cenere e blocchi, colate di scorie, colate di cenere e pomici.
I Base surge sono associate tipicamente a eruzioni freatiche e freatomagmatiche. La miscela gas-
particelle si espande radialmente attorno alla bocca formando un tipico collare alla base della
colonna eruttiva. L’origine di questo fenomeno è l’interazione fra il magma e l’acqua. I base surge
sono caratterizzati da un maggiore rapporto acqua/magma rispetto agli altri surges, e sono in genere
più freddi.
Possiamo quindi distinguere surge freddi e bagnati da quelli caldi e secchi in base al contenuto in
vapore.
- Eruzioni hawaiiane e stromboliane: queste eruzioni eiettano esplosivamente scorie e
brandelli di magma relativamente fluido, sono in genere accompagnate da effusioni di colate
laviche. Possono avere comportamento sia centrale che fissurale.

Quella stromboliana è caratterizzata da un’attività lunga e persistente, a volte che consiste


in diversi esplosioni discrete separate da intervalli di durata molto variabile. A generare
queste esplosioni sono magmi poco viscosi, in grado di formare grosse bolle di gas che
risalendo esplodono frammentando la superficie di magma. Se parte della superficie
magmatica è solidificata formando una crosta allora l’eruzione sarà più violenta e trascinerà
con se anche blocchi di quella superficie solidificata.

Quella hawaiana, la colonna eruttiva è rappresentata essenzialmente da una fontana di lava


formatasi dallo zampillare continuo del magma dalla bocca eruttiva. La frammentazione è
compiuta nelle parti terminali del condotto oppure fuori. Il getto delle fontane raggiunge
altezze inferiori ai 200 m, con velocità di eiezione nell’ordine della decina di metri al
secondo.

La distinzione delle due classi viene difficile se compiuta in base al riconoscimento dei
depositi piroclastici, la revisione di questi può essere imprecisa, la distinzione deve essere
fatta valutando il diverso regime di flusso nel condotto
- Eruzioni vulcaniane: sono eruzioni esplosive di modesta magnitudo, di breve durata e
dall’emissione di magma ad alta viscosità, anche semisolido sottoforma di frammenti poco
vescicolati e abbondante cenere.
Un evento di questo tipo può consistere in una singola eruzione, o una serie pulsante,
caratterizzate dalla generazione di una potente onda d’urto atmosferiche e dall’eiezione
balistica di blocchi e bombe, anche bombe a crosta di pane. Queste eruzioni possono essere
accompagnate da surge basali.
I meccanismi che spiegano questo tipo di eruzioni comportano l’accumulo di gas, magmatici
o generati con l’interazione con l’acqua, al di sotto di un tappo rigido, poi la loro rapida
decompressione fino alla violenta liberazione.

- Eruzioni pliniane e subpliniane: il nome deriva da Plinio il giovane che descrisse la morte
dello zio Plinio il vecchio. Sono caratterizzate da tassi eruttivi elevatissimi associate a colonne
eruttive molto alte dalla cui ricadono imponenti quantità di materiale piroclastico, in grado
di ricoprire una vasta area.
Sono eruzioni molto distruttive, ma hanno una frequenza di accadimento bassa.
Questi eventi sono associati al totale svuotamento di camere magmatiche superficiali che
comportano l’erosione e quindi l’allargamento del condotto.

- Eruzioni freatomagmatiche e surtseyane: Il tipo di eruzione magmatica, dalle modeste


fontane di lave per le eruzioni hawaiane fino alle grosse colonne sostenute per quelle
pliniane, dipende essenzialmente dalle caratteristiche del magma
In presenza di acqua il comportamento dei vulcani può essere alterato. L’acqua in alcune
circostanze è in grado di favorire la frammentazione del magma aumentando la severità oppure
causando, in circostanze in cui non dovrebbe succedere, eruzioni di tipo esplosivo.
RISCHIO VULCANICO

La gestione del rischio vulcanico può consistere nella prevenzione o nella previsione. La previsione
può essere a medio-lungo termine oppure a breve termine, cioè l’attività di sorveglianza.

La previsione a medio-lungo termine consiste nel definire le fenomenologie che si potranno


verificare nel futuro per un determinato vulcano e i loro potenziali effetti sul territorio. Si basa
sull’assunzione che le eruzioni accadute già nel passato, se non è variata la struttura o il sistema di
alimentazione, potranno riaccadere in modo molto simile di nuovo. La loro precisione dipende
strettamente dalla quantità e qualità dei dati registrati, e quanto questi dati siano antichi.

La previsione a breve termine consiste nel prevedere il verificarsi di un’eruzione.

I fenomeni precursori sono:

o Sismicità vulcanica: due sono i fenomeni sismici legati all’attività vulcanica, uno è
dovuto alla deformazione delle rocce nei pressi dell’edificio vulcanico, il magma e i
gas risalendo verso l’alto deforma le rocce e nel causa la generazione di terremoti, il
secondo invece è un fenomeno che avviene tipicamente prima dell’eruzione e
consiste in un tremore continuo con pulsazioni a periodo più o meno costante.
o Variazione nella forma degli edifici vulcanici: anche l’intero edificio vulcanico può
essere deformato, il movimento dei magmi in profondità causano variazioni di forma
dell’edificio che possono essere registrati tramite apparecchiature GPS o con altre
strumentazioni geodetiche di precisione. Questi movimenti possono essere anche
legati a variazioni dell’attività geotermale.
o Variazione del campo gravitazionale e magnetico: l’intrusione di magma o
comunque di fuso, ad alta temperatura e diversa densità, causa certamente una
variazione del campo magnetico e gravitazionale, queste possono essere misurate
tramite strumentazioni aviotrasportate.
o Variazioni geochimiche: la risalita del magma attraverso la crosta terrestre può
causare una intensificazione dell’attività nei sistemi geotermici e idrotermali, anche
con cambiamenti di composizione. Per studiare queste variazioni si ricorre ancora a
misurazioni sul campo.
Il rischio vulcanico corrisponde al prodotto fra la vulnerabilità vulcanica, pericolosità ed esposizione.

R=PxVxE

Pericolosità: corrisponde alla probabilità che un evento vulcanico possa avvenire e interessare una
determinata area. Questi eventi possono essere flussi piroclastici o colate effusive.

Vulnerabilità: corrisponde alla propensione a subire danneggiamenti in conseguenza delle


sollecitazioni indotte da un evento di una certa intensità

Esposizione: corrisponde alla quantità di valore che si stima verrà perduto in seguito all’accadimento
dell’evento.

Per ridurre il rischio non si può agire sulla pericolosità, ma si può agire sull’esposizione e sulla
vulnerabilità, che sono fattori che dipendono essenzialmente dall’uomo. Un eruzione pliniana può
anche non causare danno se questa avviene lontano da città o persone.

Per la determinazione del rischio è importante compiere la zonazione, cioè determinare le zone
interessate all’eruzione, correlando caratteristiche dell’evento vulcanico atteso e morfologia del
territorio, insieme alla presenza antropica e all’uso del territorio, costruendo carte di rischio.
CAMPI FLEGREI: è una zona vulcanica quiescente, l’ultima eruzione è avvenuta nel 1538 dal cono
eruttivo di Monte Nuovo. Quest’area è caratterizzata da intensi fenomeni deformativi, cioè
sollevamenti e abbassamenti del terreno fino a oltre i 3 metri. L’area è fortemente abitata, oltre 200
000 persone sono di conseguenza esposti all’elevata sismicità dell’area e alla possibilità di eruzioni
anche ultrapliniane con calderizzazione, rendendo la zona fortemente a rischio vulcanico.

VESUVIO: è un vulcano quiescente con l’ultima eruzione avvenuta nel 1944. È il vulcano più
pericoloso d’Italia, oltre 700 000 persone vivono nei villaggi vicino al vulcano, una sua esplosione
costerebbe molte vite. L’eruzione più famosa nonché quella più potente revisionata nella storia da
Plinio il giovane è stata nel 79 d.C. che distrusse Pompei ed Ercolano. L’esplosione generò flussi
piroclastici ed una colonna di ceneri alta oltre 30 km, fu accompagnata da terremoti, frane e
tsunami. L’ultima eruzione del 1944 fu sia esplosiva che effusiva ha ostruito il condotto del vulcano.
Da allora il vulcano è caratterizzato da attività idrotermale che alimentano fumarole all’interno del
cratere.

ISCHIA: è quiescente, l’ultima eruzione risale al 1302. il sistema di sorveglianza dell’INGV del Vesuvio
non evidenzia variazioni significative nello stato di attività. In passato ci sono stati eventi sismici che
hanno provocato molti danni, fra i quali quelli del 1881, 1883 e 2017, il secondo ha provocato i danni
peggiori. L’ultimo sisma se pur di magnitudo relativamente bassa, 4 gradi Richter, ha causato più di
2000 morti poiché era molto superficiale, l’ipocentro era a meno di 2 km di profondità e distante
1Km a SO di Casamicciola. Ischia tutt’oggi è un sorvegliato speciale.
LIPARI: quiescente. È l’isola più grande dell’arcipelago. La sua attività vulcanica in questo momento è
quella che desta minore preoccupazioni. L’ultima eruzione è avvenuta nel 729 d.C. con la messa in
posto della colata lavica ossidianacea delle Rocche Rosse fuoriuscita dal cono eruttivo Monte Pilato
nel settore nord-orientale.

VULCANO:

PANAREA:

STROMBOLI:

ISOLA FERDINANDEA (BANCO DI GRAHAM): quiescente. È un isolotto nato nel 1831 tra la Sicilia e
Pantelleria, ma è stato eroso nell’arco di pochi mesi. La sua cima è attualmente al 6 metri sotto il
livello del mare. È stato registrato un terremoto nel 2002 con epicentro nelle sue immediate
vicinanze, una ripresa dell’attività sarebbe di tipo surtseyano e potrebbe anche generare tsunami.

PANTELLERIA: quiescente. La sua ultima eruzione risale al 1891, ma ancora oggi sono presenti
fumarole, getti di vapore e sorgenti idrotermali. Attualmente non desta preoccupazioni.
ETNA:

è presente nel fianco orientale un’ampia depressione calderica denominata valle del Bove, lunga 8
km e larga 6 km . Il vulcanismo dell’area etnea è iniziata tra 700 000 e 500 000 anni fa, e si siluppa
attraverso varie fasi. Sono presenti coni parassiti lungo i fianchi dell’edificio.

ERUZIONI LATERALI: per quanto riguarda questo genere di eruzioni, pur non rappresentando quasi
mai un pericolo per le persone, però possono provocare ingenti danni economici. Un esempio può
essere fatto ricordando l’eruzione dei monti rossi del 1669 che ha distrutto completamente i centri
abitati di Belpasso e Mascalucia, oppure con l’eruzione del 1928 che distrusse Mascali.

Il rischio dovuto alle eruzioni laterali sembra destinato ad aumentare di pari passo all’aumentare
dell’urbanizzazione dell’area etnea, i danni sono soprattutto dovuti alla distruzione di infrastrutture
varie che collegano la Sicilia sud orientale con quella nord orientale, fra questi ferrovie, autostrade e
strade statali, acquedotti ed elettrodotti. Il danneggiamento di queste strutture primarie,
denominate lifelines, causerebbe gravi danni all’economia del settore orientale della Sicilia. Lo studio
morfologico e strutturale dell’Etna è importante per determinare l’insorgere di nuove bocche
eruttive a bassa quota, e lo sviluppo del flusso lavico dei fenomeni eruttivi

ERUZIONI ESPLOSIVE: questo genere di eruzioni non ha avuto la stessa attenzione rispetto a quelle
effusive. L’attività esplosiva dell’Etna è quasi sempre di tipo stromboliano o subpliniano, quindi non
molto pericolose. Negli ultimi 100 000 anni però si è visto che eruzioni pliniane hanno rilasciato
significative cadute di piroclastiti indicando che queste sono eventi che possono succedere e sono
caratteristiche dell’attività esplosiva del vulcano. L’ultima si è verificata nel 122 a.C.

Le eruzioni subpliniane sono più comuni e, seppur avendo una minore pericolosità rispetto alle
pliniane, rimangono una minaccia costante, dato che i materiali piroclastici sono in grado di causare
danni a infrastrutture e anche a strutture tecnologiche che negli anni diventano sempre più presenti
e delicate.

Le ceneri, quando sono asciutte hanno un angolo di natural riposo tale da accumularsi in modo
stabile su tetti a basso angolo tipici della regione etnea. Il sovraccarico può causare anche il crollo di
questo genere di costruzioni. Queste si possono anche accumulare nelle grondaie, non progettate
per sostenere il flusso di acqua mista a cenere che si comporta come un fluido viscoso e abrasivo
rovinando interni ed esterni delle case quando ci sono piogge.

Il carattere abrasivo delle ceneri sono un serio pericolo anche per i motori degli aerei, queste
possono interrompere temporaneamente l’attività del aeroporto Fontanarossa di Catania se sospese
attorno alle rotte di decollo o atterraggio
STROMBOLI: questo vulcano si eleva fino a 932 m s. l. m. ma rispetto al fondale marino si eleva a
oltre 2000 m. il fianco nord occidentale è caratterizzato da una struttura di collasso denominata
“sciara del fuoco”, questa continua anche sotto la superficie marina e ha un estensione che va da
750 m s.l.m. fino a circa 1700 m di profondità. Poco sopra la struttura vi sono le attuali bocche
eruttive in costante attività. Il vulcano sembra avere una struttura abbastanza semplice, ma in realtà
sono riconoscibili sovrapposizioni di più vulcani attraverso sovrapposizione delle loro forme e dei
prodotti lavici che essi hanno eruttato.

L’intera isola è la porzione emersa di un grande stratovulcano a condotto aperto, con un’attività
sommitale persistente caratterizzata da impulsivi lanci balistici, causati dal processo di
degassamento del magma in risalita dentro il condotto magmatico. Questa attività è detta normale
attività stromboliana, ma può diventare occasionalmente più violenta o assumere una natura
diversa.

In genere le attività pericolose si distinguono in:

- Attività stromboliana violenta: durante queste fasi si verifica un’emissione pulsante ad alta
energia di materiale piroclastico incandescente dovuta alla frammentazione del magma nel
condotto. L’esplosione può causare l’espulsione di materiale litico, come blocchi o bombe
che precipitano con traiettoria balistica anche nei versanti del vulcano, colpendo pure la
vegetazione causando possibili incendi. Questa attività può causare scivolamenti di massa
nella sciara di fuoco o negli altri versanti qualora gli accumuli superino le condizioni di
stabilità.

- Parossismi esplosivi: questi sono eventi eccezionali, di breve durata, coincidenti con un
brusco aumento nel tasso di emissione con la contemporanea espulsione balistica di blocchi,
cenere e lapilli. Sono accompagnate le emissioni di gas sulfurei che possono causare piogge
acide che possono precipitare nei pressi del villaggio di Stromboli e Ginostra. Sono eventi ad
alta esplosività, i villaggi quindi sono esposti al rischio di caduta di bombe e anche a
fenomeni come colate piroclastici e anche rischio tsunami, che possono essere scatenate dal
crollo subaereo o sottomarino di massa accumulata sulla sciara del fuoco (un evento simile è
successo nel 1930 durante uno di questi parossismi).

L’isola è abitata soprattutto d’estate, è più che altro un centro turistico dato che a causa del
parossismo accaduto l’11 settembre 1930 in seguito alla morte di 6 persone, 22 feriti e numerose
abitazioni distrutte la popolazione ha smesso di abitare l’isola, per poi tornare a causa del fascino
dovuto all’attività costante e persistente di Stromboli.
VULCANO:
La consistente attività fumarolica fa supporre che l’evoluzione magmatica si esplica in condizioni di
sistema aperto, consentendo ai gas di fuoriuscire dal sistema senza creare sovrappressione e quindi
eruzioni esplosive. Le eruzioni a vulcano si teorizza che siano controllate dalle significative interazioni
tra il magma contenuto nella camera superficiale e l’acqua presente nel sistema idrotermale
soprastante.
I surges hanno bassa energia, in genere non sono capaci di superare rilevanti ostacoli morfologici, ciò
è testimoniato dalla distribuzione areale dei depositi di wet surges generati dall’ultima eruzione del
1888-90. Esistono però casi registrati nei dati stratigrafici in cui si nota la ricorsività di eventi eruttivi
ben più potenti, dove l’interazione fra acqua e magma ha generato ripetuti flussi piroclastici ben
alimentati e capaci nei casi peggiori di superare le pareti meridionali della caldera della fossa,
invadendo il settore settentrionale di vulcano piano.