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La genesi dei pronomi di riverenza nelle lingue romanze

L’espressione pronominale della riverenza1 nelle lingue romanze è


stata studiata soltanto parzialmente, sotto diversi aspetti. Le ricerche hanno
presentato la riverenza in un certo periodo storico o a un certo livello socio-
culturale.
Esamineremo brevemente l’espressione pronominale della riverenza
dal punto di vista filologico, cercando di presentare cronologicamente
mediante il materiale offerto dalle storie delle lingue romanze l’evoluzione
delle forme pronominali riverenziali dalle origini fino al XVI secolo e, nel
caso della lingua rumena, fino al XIX secolo.
Il nostro lavoro si iscrive sulla linea aperta nella linguistica romanza
da Alessandro Niculescu2, Bruno Migliorini3, Luca Serianni4, Rafael
Lapesa5, Axel Wilhelm6, Ferdinand Brunot7, Maurice Grévisse8, Ovid
Densusianu9 ed Al. Rosetti10. Cherchemo di sistematizzare il materiale
esistente in un nuova prospettiva diacronica e comparativa che include anche
lo studio del fenomeno linguistico rumeno e il tentativo di incorporarlo nel
sistema pronominale riverenziale romanzo.
Le forme riverenziali latine sono scomparse insieme alle circostanze
socio-culturali che le avevano gnerate; è noto che non esiste una continuità
tra i procedimenti latini e quelli romanzi nell’espressione della
riverenza. Il latino si serviva sempre del “tu”, qualunque fosse il livello
dell’interlocutore e persino quando ci si rivolgeva a una folla: “Iuppiter,
audi, pater patrate populi Albani, audi, tu, populus Albanus…”11
Le lingue romanze hanno esclusivamente ereditato dal latino la
seconda persona singolare e in età imperiale si è diffuso il “vos” di
rispetto che, però, non si è continuato nelle lingue romanze che
avrebbero ricreato, autonomamente, un sistema oppositivo tu/voi. A
partire dall’undicesimo e dal dodicesimo secolo, le forme
dell’espressione riverenziale furono introdotte, secondo la cultura
religiosa e laica medievale, insieme all’organizzazione gerarchica della
chiesa e dello stato. Lo studio delle forme riverenziali del latino
diplomatico e delle charte (atti giuridici nel medioevo) che potrebbero
costituire i procedimenti primitivi romanzi dell’espressione riverenziale,
ha una grande importanza. I moduli delle lettere ufficiali, diplomatiche
del tempo testimoniano che in quel periodo della Curia pontificia e delle
corti imperiali, il processo dell’introduzione dei procedimenti cortesi
latini era in piena evoluzione. Il carattere protocolare dello stile
amministrativo rende più rara la presenza dei pronomi personali della
2

I o della II persona singolare; il paradigma pronominale era completato


da pronomi personali a connotazione enfatica e riverenziale, vos, o da
sintagmi protocolari, formati da sostantivi astratti accompagnati da
aggettivi possessivi: voster, suus, che fanno parte della categoria del
pronome riverenziale. I fattori extralinguistici erano molto importanti
nell’interpretazione semantica dei termini usati per rivolgersi a
qualcuno; così lo statuto politico o sociale degli interlocutori era il
migliore selettore. Nei documenti ufficiali le formule appaiono
eccessivamente protocolari; comprendono un termine generico seguito
da un aggettivo e dal nome del destinatario, poi dai titoli e dalle
presupposte qualità dell’interlocutore. Tra i secoli V e IX si usavano I
documenti amministrativi che Cassiodor, cancelliere ai tempi
dell’imperatore Teodosio aveva raccolto nel volume Variae12. Nella raccolta
Variae si possono incontrare formule usuali quali: l’imperatore era
dominus, i cortigiani, comites; gli aggettivi al grado superlativo assoluto
riferiti all’imperatore erano: gloriosissimus, serenissimus,
christinissimus, e i cortigiani venivano chiamati, secondo la loro
condizione gerarchica: illustris, spectabilis, perfectissimus, clarissimus.
Nella categoria delle espressioni riverenziali appaiono gli appellativi:
vestra maiestas, vestra pietas, rivolti all’imperatoree le persone del suo
ambiente erano chiamate: vestra excellentia, vestra magnificentia,
vestra spectabilitas, vestra eminentia; I dignitari ecclesiastici ricevevano
i seguenti titoli: vestra beatitudo, vestra sanctitas, riverentia, apostolica
auctorias vestra, indulgentia vestra. Sull’indirizzo dei documenti
amministrativi ufficiali si utilizzavano forme pronominali al plurale: vos
e nos. I documenti diplomatici medievali amplificano il numero di questi
sintagmi, formati da sostantivi femminili astratti al singolare o al
plurale, accompagnati dagli aggettivi vestra| vestrae, sua| suae.
Fino al nono secolo, sono indicati nei formulari speciali, termini come
pietas, serenitas, sanctitas vestra, rivolti al Papa, o excellentia vestra,
alle varie autorità.
Questi sintagmi venivano molto più frequentemente usati che il
pronome personale vos, quale “plurale maiestatis”, l’equivalente del
pronome di cortesia nelle lingue romanze. Possiamo affermare che in
latino il pronome di riverenza è una creazione morfologica e stilistica
tardiva e proviene, da un lato, da sintagmi ufficiali occorrenti nello stile
giuridico-amministrativo della corte imperiale romana e dall’altro lato, dalla
trasformazione, dalla conversione dei significati di pluralità o di deferenza di
alcuni pronomi personali, in riverenza. Nei documenti diplomatici medievali
è frequente l’uso della terza persona singolare o plurale del verbo: “Sciunt
3

Vestre Egregietates ac circumspecciones”13. Nell’uso dei sintagmi


riverenziali si può stabilire una distinzione tra la riverenza semplice,
espressa dall’uso degli aggettivi possessivi vestra|vestrae, seguiti da
sostantivi astratti e la riverenza marcata, espressa dall’uso dei possessivi
sua|suae, accompagnati da sostantivi astratti femminili.
La maniera in cui si sono formati i pronomi personali di
riverenza nelle lingue romanze non riguarda la realtà linguistica o
letteraria del tempo, perchè, i primi testi romanzi presentano
esclusivamente forme pronominali per la seconda persona singolare.
Nei primi testi romanzi appariva soltanto la seconda persona singolare e
questo fatto dimostra ancora una volta la discontinuità del fenomeno
riverenziale dal latino alle lingue romanze. Un’altra prova è offerta
dall’assenza di qualsiasi forma riverenziale in alcune zone della
Romania, negli Abruzzi, in Sicilia e nella Romania balcanica, fenomeno
che durò fino ai tempi recenti. La più antica modalità dell’espressione
della cortesia, che, in forme ed epoche diverse si è manifestata
nell’intera Romania, è stata l’opposizione di pluralità. In tutte le lingue
romanze occidentali, l’uso della seconda persona plurale è stato
trasmesso per via culturale. Al principio, c’era stato l’uso della prima
persona plurale, “il plurale meiestatico”, invece della prima singolare.
L’origine di questo procedimento risale all’epoca degli imperatori
romani. Dopo il regno di Diocleziano (284-305), l’impero romano fu
diviso tra più imperatori. L’uso del noi maiestatico, imitato poi dalle
autorità amministrative ed ecclesiastiche, passò nel linguaggio ufficiale
dei sovrani. L’uso del pronome vos al singolare era una specie di
risposta a questa implicita pluralità e, anche, la necessità di utilizzare in
determinate circostanze, una forma diversa da quella comune,
ordinaria. Un imperatore è una pluralità anche perchè egli è il
rappresentante del suo popolo e la pluralità può essere considerata la
metafora del potere. Il superiore si rivolge con il pronome tu e riceve
vos. Ci sono molte basi del potere: la forza fisica, il sesso, una funzione
ecclesiastica importante, un grado militare, un certo ruolo in famiglia
che hanno atirato l’uso del sistema pronominale oppositivo tu|vos. Nel
medioevo, i nobili si rivolgevano al popolo minuto con il tu, ma
ricevevano come risposta il vos. In famiglia, indifferentemente dal livello
sociale i genitori si rivolgevano ai figli con il pronome tu, ma ricevevano
il pronome della seconda persona plurale.
Siamo d’accordo con Ferdinand Brunot14 che ritiene che la
seconda persona plurale provenisse probabilmente dalla maniera in cui
ci si rivolgeva agli imperatori che erano due. Bruno Migliorini 15 rinforza
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questa idea, affermando che il plurale allocutivo maiestas vestra era


stato ricalcato sul plurale maiestatico maiestas nostra. La formula,
all’inizio rivolta ad un numero ristretto di persone, diventò banale e si
estese l’abitudine di dire voi, invece di dare del tu come in latino.
In tutte le lingue romanze il plurale allocutivo riverenziale è stato
trasmesso per via culturale al livello della lingua scritta convenzionale.
Il contesto socio-culturale diverso in cui si sono formate le lingue
romanze spiega le differenze esistenti tra i pronomi personali
riverenziali romanzi. Questi pronomi provengono sia da formule
allocutive protocolari, sia sono la conseguenza della trasformazione dei
pronomi personali che indicano la lontananza dal locutore o la pluralità
degli interlocutori.
Alessandro Niculescu16 riferisce che fino al XI secolo non si
incontrano nei testi attestazioni dell’uso della seconda persona plurale,
quando nel testo La Vie de Saint Alexis compaiono le prime forme
riverenziali. Si nota, però, l’alternanza libera delle forme della seconda
persona singolare e plurale. Nel francese antico nessuna regola stabiliva
l’uso del pronome tu o vous. A volte, appare il verbo al plurale o al
singolare. Ferdinand Brunot17, invece, sostiene che sin dalle origini la lingua
frrancese avesse usato il pronome vous. Egli esemplifica con i testi in versi
“les chansons de geste”, (per esempio, Rolland della “Chanson de Roland”
si rivolge alla sua spada con “vus”: “ne vus ait hum ei facet cuardie” – “O,
Durandal, ma bonne, vous futes a la male heure”, e, invece, si rivolge alla
divinità usando il “tu”: “Vrai Père, préserve mon âme de tout péril”).
Niculescu considera che le prime attestazioni della seconda persona
plurale compaiono nel XII secolo, nei componimenti poetici di
Rambaldo di Vaqueiras (Contrasto bilingue e Discorso plurilingue) in cui
si potrebbe presupporre l’influenza provenzale. Più tardi, nel XIII
secolo, l’uso della seconda persona plurale, in italiano, si manifesta
chiaramente (nelle poesie dei poeti della Scuola Siciliana, per esempio).
È il secolo che introduce nuovi concetti sociali, il periodo del medioevo
cavalleresco. Termini come: vestra gracia, pietas vestra, toa solicitudine
erano usati quali invocazioni religiose.
L’opposizione tu/noi compare nei versi di Rustico di Filippo in un
dialogo tra una donna e il suo adoratore, in cui, lei si rivolge all’uomo
con tu e riceve il voi. Si può presupporre, con A. Niculescu, che, alla fine
del XIII secolo, l’uso del plurale riverenziale sia un fatto acquisito dal
sistema allocutivo italiano. Sembra che, in quel periodo, il tu si usasse
per rivolgersi ai re pagani, ai turchi. Voi si dicevano tra di loro i
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cosiddetti “majores”, sia laici che ecclesiastici, i capellani rivolgendosi al


vescovo, o, a volte, gli amici appartenenti alle categorie sociali alte.
Un fenomeno che conferma l’instabilità dei sistemi riverenziali
nelle lingue romanze è l’occorrenza, nello stesso contesto, dei pronomi
tu e voi.
Nei primi testi in italiano18, tu e voi hanno posizioni contestuali
che spiegano alcune differenze semantiche. Nelle poesie della Scuola
Siciliana (Giacomo da Lentini, Frederico II, Pier delle Vigne) l’uso dei
pronomi allocutivi dimostra l’appartenenza a contesti allocutivi diversi;
quando si impone un atteggiamento cerimonioso o distante, compare il
pronome “voi”, mentre, il “tu” è usato nelle strutture allocutive
familiari (“penzando pur di voi, madonna mia”, o “intendi, bella, quel
che ti dico io” – Contrasto di Ciclo d’Alcamo).
Nel Trecento, la struttura binaria dell’espressione pronominale
della riverenza diventa stabile. L’idea del ritorno alle forme e ai
procedimenti latini allocutivi preoccupò molto i letterati del tempo. Nel
Decamerone di Boccaccio, voi è la forma pronominale per rivolgersi al
Papa o tra persone femminili o maschili appartenenti alle stesse
categorie sociali. Scrive, invece, al Petrarca, in latino, usando il pronome
tu. Nella Commedia, Dante usa abitualmente il tu, invece, il voi viene
rivolto a persone per cui mostra il massimo rispetto (“Siete voi, qui, ser
Brunetto?”, Inferno, XV, 30). Nello stesso modo, Dante usa sempre tu
rivolgendosi ai demoni e poi, nel Paradiso, a Beatrice morta. Petrarca
usa voi con Laura viva (“Che i be’ vostr’ occhi, donna…”, Sonetto 3) e,
dopo la sua morte usa tu (“Ma, tu, ben nata, che dal ciel mi chiami”,
Sonetto 280).
Voi può essere considerato una modalità adulatoria e alcune
personalità del tempo si sono ribellate contro l’uso della seconda
persona plurale, insistendo sul fatto che né Cesare, né Augusto
sarebbero stati i suoi iniziatori e forse l’uso della seconda persona
sarebbe stato mantenuto perchè “ai grandi piace ciò che è irrazionale e
corrotto”19 .
Il XIV secolo italiano è anche quello della cortesia, concetto
enormemente utilizzato nella poesia d’amore provenzale, “l’amour
courtois”. La cortesia si aggiunge alla grazia, alla gentilezza, alla gioia,
indicando una maniera galante di parlare e di venerare una persona.
“La cortesia è una libera magnificenza”, diceva Francesco da
Barberino in un manuale del XIV secolo, Del reggimento e costume di
donna.20 Questa “magnificenza” riporta alla fine del secolo gli allocutivi
astratti, cioè sostantivi astratti che significano qualità attribuite
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all’interlocutore. Il più importante era signoria, formula basata sul


concetto di dominare, di possedere. Queste titolo si adoperava soltanto
nel rivolgersi a personaggi, che rappresentavano il potere. Signoria
compare più spesso nella corrispondenza cerimoniale, per esempio in
una lettera, Esterolo Visconti si rivolge al duca Francesco Sforza con
questo allocutivo: “La illustrissima Signoria me scrive”.21
Accanto agli allocutivi astratti, il rivolgersi con voi è in pieno
vigore nel XV secolo. Si potrebbe dire che l’uso cortigiano tende a
generalizzare il riferimento alla forma astratta, mentre l’uso letterario
si sforza di tenere vivo il voi. In quanto all’influenza spagnola, essa è
stata da alcuni esagerata e da altri negata. Bruno Migliorini considera
che, quando si preferiva una forma allocutiva del tipo di Vostra
Signoria, rivolta a un Signore a cui questo titolo veramente, spettava,
l’influenza spagnola è dubbia e limitata. Però, le regioni in cui l’usanza
di dare del Signore è, nel Cinquecento, più diffusa, sono quelle soggette
alla Spagna, cioè Napoli e la Lombardia.
Nella secondo metà del Cinquecento l’uso si cristalizza e accanto a
Vostra Signoria appare la forma più rapida di Vossignoria. Il momento
più difficile fu costituito dal passaggio dalla forma diretta a quella
indiretta, l’uso della terza persona, nell’espressione della riverenza.
L’espansione del pronome della terza persona si diffuse in Spagna nella
seconda metà del XV secolo e poi in Italia, tramite le corti. Di
consequenza, questa maniera di parlare era in rapporto diretto con il
cerimoniale spagnolo e non si può negare una certa influenza spagnola.
Molti letteratti del tempo consideravano gli spagnoli molto più modesti
degli italiani e così, non avrebbero potuto diffondere loro, in Italia,
l’allocutivo Signoria: “Onde chi dice che Spagnoli habbiano seminanti
per tutti i campi d’Italia il nome di Signoria, ben dimostra di non aver
vista Spagna, né i suoi modestissimi costumi”, diceva G.M.
Alessandri22 .L’ondata di ceremoniosità spagnola ha prodotto
l’espansione del Lei, ma l’origine della forma e il modo in cui si
cristalizza sono in gran parte italiani. Il XVI secolo porta
nell’evoluzione del sistema pronominale riverenziale la
pronominalizzazione degli allocutivi astratti, Signoria, Magnificenza,
Eccellenza per mezzo del dimostrativo femminile quella o del pronome
personale femminile ella o essa che non erano, però, di uso colloquiale.
Un altro tipo di pronominalizzazione appare alla fine del Cinquecento
e rappresenta la consequenza dell’uso frequente delle formule nominali
astratte, soprattuto Vostra Signoria. Questa forma viene alterata e diventa
un vero pronome allocutivo, del quale ci sono rimaste fin’oggi varianti
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dialettali: Vossgnuria (piemontese) e vussioria, vossuria (veneto). Questa


alterazione vossignoria appartiene al Seicento. Il Settecento è il secolo della
diffusione generale del procedimento riverenziale indiretto.
Però, P. Bembo mostra nelle Prose della volgar lingua che il
pronome allocutivo Lei era già stabile nell’uso comune. Le forme ella,
essa, quella erano spesso riprese anaforicamente dal pronome Ley (lei),
a causa dell’uso, sempre più frequente, dei pronomi obliqui (in funzione
di complementi) come soggetti.
Il generalizzarsi di questa forma riverenziale è durato fino ai
primi decenni dell’Ottocento. Nella seconda edizione ai Promessi sposi,
Manzoni sostituisce ella con lei nel 1840.
R. Lapesa nella sua Historia de la lingua espagnola mostra che, fino
al XVI secolo, tu costituiva in spagnolo un allocutivo rivolto ad un inferiore
o si usava tra eguali intimi, e vos in altri casi. Nel XVI secolo si generalizza
l’uso della terza persona singolare. Accanto al solenne Vuestra Señoria e
alla sua riduzione fonetica Usia appare un più comune uso allocutivo
Vuestra Merced; merced è un termine politico, modesto, usato con i
cavallieri e i popolani, che, per riduzione fonetica, diventa Vuesa Merced,
poi Vuesarced, Vuesanced, Voacé, Vucé, Vuced, Vusted, Vosted e poi
Usted, essendo un vero pronome reverenziale della terza persona singolare.
La nascita di questo pronome dimostra e segna il deprezzamento dei titoli
riverenziali.
In quanto al francese, negli ultimi decenni del Quattrocento e nei
primi del Cinquecento l’uso delle terze persone è molto più vivo nello stile
cerimonioso . Non si può dire che in francese è ancora vivo l’uso della terza
persona e che si è esteso nel linguaggio colloquiale. È rimasto soltanto in
uno stile cerimonioso: Sa Majesté, Monsieur L’Ambassadeur, Monsieur
Le Ministre, costruiti con la terza persona singolare del verbo, che non è
mai possibile nel caso vocativo, situazione simile anche in rumeno. In
questo caso l’accordo si farà alla seconda persona plurale.
In portoghese, il primo pronome riverenziale attestato è vos, usato tra
i re portoghesi negli anni 1331-149023. Il secondo pronome è vossa mercê,
apparso sotto l’influenza spagnola, tra il XII e il XIV secolo, nel periodo
arcaico, trasformato poi foneticamente in vossemercê, forma ricalcata sullo
spagnolo Vuestra Mercede e poi in vossemecê, vomecê, e você.
Você è diventato pronome della terza persona e oggi sostituisce
completamente la seconda persona singolare, tu, nel portoghese parlato in
Brasile. Vocês, seguito da verbo alla terza persona plurale è diventato iòl
plurale di tu, al posto di vos scomparso, conservato soltanto nel linguaggio
arcaico. Il portoghese parlato nel Portogallo presenta anche le forme
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famigliari seguenti: vossem’cê, una forma pronominale ritenuta più cortese


di você e apparsa nel 1903 vomecê, momecê, mecê.
Un’altra forma astratta era, a partire dal 1442, Vossa Senhoria, questa
considerata di influenza italiana, però, poi Vossa Excellência, trasformata
foneticamente prima in vossência, ha portato a você. Allo spagnolo usted e
all’italiano Lei corrispondono oggi in portoghese i pronomi O Senhor, A
Senhora, A Menina, per il singolare e Os Senhores, As Senhoras, As
Meninas per il plurale, seguiti dalla terza persona singolare e plurale. Il
pronome vos è utilizzato soltanto nel rivolgersi alla divinità, nelle preghiere.
Il rumeno, accanto al dalmata, essendo state lingue parlate da persone
semplici, non conoscevano il pluralis reverentiae. Il rumeno è arrivato al
plurale riverenziale molto più tardi, tramite influenze culturali. È
praticamente una consequenza dell’influenza francese che si era fortemente
manifestata nel XVIII e nel XIX secolo.
Nel XVIII secolo, accanto all’influenza francese, ci sono state anche
altre lingue, il greco moderno e il russo che hanno contribuito
all’apparizione dei pronomi riverenziali, perché la maniera di rivolgersi a
qualcuno si realizza sempre con l’aiuto del plurale. Nel sistema pronominale
rumeno questi pronomi sono gli ultimi a manifestarsi e all’inizio avevano
forme incerte.
Nel XVI secolo appaiono nei proemi: domnia lui, măria lui. O.
Densusianu nella Storia della lingua romena24 elenca tutti i pronomi di
riverenza incontrati in vari documenti, tra cui citiamo: domneata, domneta,
domiata, domnia-voastră, dumiile voastre, domniia sa, domnisale,
domnesa, domnii sale, dumisale ecc.
Nel XVIII secolo i pronomi riverenziali diventano frequenti anche nei
testi religiosi. Nella Cazania, libro di prediche, di Varlaam si incontrano le
forme: maria sa, svenţia sa, ecc.
Il pronome riverenziale in romeno si è formato nella stessa maniera in
cui si sono formati i pronomi spagnoli e portoghesi; ha alla base, nella radice
un sostantivo, in rumeno, domnie, articolato, a cui si aggiungono i pronomi
personali lui, ei o i possessivi său, sa, ta, noastră, ecc.
Per poter parlare di veri e propri pronomi riverenziali dobbiamo
arrivare al XIX secolo. La forma dumneavoastră, seguita dalla seconda
persona plurale del verbo, all’origine un plurale, diventa all’inizio del XIX
secolo una forma pronominale di cortesia rivolta a una sola persona.
L’influenza francese è indubbia. Questa forma si è diffusa per via culturale.
In rumeno non esiste il procedimento indiretto nel rivolgersi a una
persona, come in italiano, in spagnolo o in portughese. La forma dumneata
che indica un grando medio di riverenza non è un’apparizione singolare sul
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territorio romano. Negli Abruzzi, in Italia, per esempio, c’è anche la forma
dialettale ssignirì, seguita dal verbo alla seconda persona singolare. Il
rumeno è la sola lingua romanza che, al livello standard, ha conservato un
termine medio non enfatico e ha sviluppato nuovi valori riverenziali
familiari e popolari: mata, mătăluţă, poi altre sfumature di familiarità, usate
regionalmente: tălică, ‘mneata, ecc.
Riteniamo, insieme ad A. Niculescu, che l’esistenza di queste forme
rappresenti un’altra prova della resistenza del rumeno di fronte alle forme
colte e complicate e del carattere rustico della Romania orientale.
Quindi, la presenza di un terzo termine del paradigma tu – dumneata
- dumneavoastră è simile al portoghese tu – voce – o senhor; in rumeno,
però, c’è anche un altro pronome della terza persona singolare o plurale,
usato nei casi in cui si parla cortesemente di un’altra persona (dumnealui,
dumneaei, dumnealor). Oggi queste forme pronominali appartengono allo
stile cerimonioso o ironico.
Un’altra innovazione del rumeno è l’uso del pronome dînsul
riverenziale. Esso appare per la prima volta nel XVI secolo . O. Densusianu
e Al. Rosetti considerano che questo pronome si sia formato sul territorio
rumeno dalla preposizione de+însu e questa è l’ipotesi accettata che
combatte I. Iordan che, invece, lo credeva derivato dal latino de+ipsu).
Dînsul è un’innovazione regionale, apparsa prima in Maramureş, poi
in Transilvania e Moldavia; il suo uso si è poi esteso in tutta la Romania.
Anche oggi nel linguaggio colloquiale dînsul ha conservato la
sfumatura cortese, anche se le grammatiche lo considerano solo un pronome
personale.
Si può concludere con l’osservare che il francese è stata la prima
lingua romanza ad aver reso definitivo il suo sistema pronominale
riverenziale, valido tuttora e, invece, il rumeno, ci è arrivato l’ultimo e come
si è già visto, le sue forme sono le più complicate e le più numerose.
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Abbiamo scelto il termine di riverenza perchè ha un’aria semantica più ampia; include anche l’idea di deferenza, di
rispetto, di cerimoniale e di cortesia. Questo termine suggerisce un uso stabile delle formepronominali e non soltanto il
risultato di un atteggiamento momentaneo. Il termine di riverenza proviene dal latino e significa inchino, obbedienza,
saluto molto rispettoso, ossequio. Si è consrvato in italiano, ma oggi ha una connotazione ironica nell’espressione: “La
riverisco, signore!”
2
Alessandro, Niculescu, Strutture allocutive pronominali riverenziali in italiano, Firenze, Leo, S. Olschki Editore, 1974
3
Bruno, Migliorini, Primordi del Lei, in Saggi linguistici, Firenze, Le Monnier, 1957
4
Luca Serianni, Grammatica italiana, Torino, UTET, 1991
5
Rafael, Lapesa, Historia de la lingua española, Madrid, Biblioteca Hispanica Editorial Gredos, 1962
6
Axel, Wilhelm E, Pronomes de distância do português actual em Portugal e no Brasil, Lisboa, 1971
7
Ferdinand, Brunot, Grammaire historique de la langue française, Paris, G. Masson Editeur, 1956
8
Maurice, Grévisse, Le bon usage, Gemblonx, Belgique, Duculot, 1975
9
Ovid, Densusianu, Opere, I, II, Bucureşti, Editura pentru literatură, 1968
10
Al, Rosetti, Istoria limbii române, I, Bucureşti, Editura Ştiinţifică, 1964
11
Titus Livius, Ab urbe condita, I, II, Bucureşti, Teora, 2000, p. 96
12
Documentele Veress, XI, 152, X,29, Costachescu, 1,II, 230 şi Documentele Costachescu, 2, 69, Hurmuzaki,XI, 11
13
Ibidem
14
Ferdinand Brunot, op.cit., p. 286
15
Bruno Migliorini, op.cit. p. 187
16
Al. Niculescu, op.cit., p. 144
17
Ferdinand Brunot, idem, p. 35
18
Per una presentazione più completa dell’argomento si veda anche Mirela Aioane, Forme alocutive şi reverenţiale în
limbile romanice. Pronumele alocutive în limbajul publicitar, Iaşi, Universitas XXI, 2003
19
Coluccio Salutati, in Al. Niculescu, op.cit., p. 89
20
Bruno Migliorini, op.cit., p. 195
21
Lettera di Esterolo Visconti (19.12.1451) inviata al duca Francesco Asforza circa un debito pendente verso il conte
Filippo Borromeo che il duca sollecita a pagare. Fonte: Marinoni, 1983, 182-188, doc. nr. 1 (originale all’Archivio di Stato
di Milano, Fondo Sforzesco, cart.657)
22
G. M. Alessandri, Paragone della lingua toscana e italiana, in B. Migliorini, op. cit., p. 195
23
Axel, Wilhelm, op.cit., p. 15
24
O. Densusianu, op.cit., p. 532