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04.10.

2018 – lezione I

Non ci sono lezioni la prossima settimana; le prossime lezioni saranno 19 25 26 ottobre – 9 16 22 30


novembre – 7 13 14 dicembre. mainardi@units.it per orario lezioni. 7 novembre 13-15, mercoledì. Video
disponibili su videocenter units, si entra con le credenziali dell’ateneo, i materiali si troveranno sulla
piattaforma moodle (pdf, slides, power point di lezione, letture integrative, messaggi e comunicazioni:
saranno materia d’esame). I testi di riferimento del programma per la maggior parte sono digitali, l’unico
che manca è la monografia di Noy che è testo d’esame in biblioteca qua a Trieste, quindi prestabile per una
giornata [inventario DPA 56653, collocazione St/11./D/0381, note 1 v. T.E. Mainardis 2018/2019].

Il tema del corso è lo straniero nel mondo romano, tema caldo e attuale (come tutti o molti dei temi di
storia antica), per fare un corso di storia romana magistrale si presta bene perché copre tutti i periodi
storici, dall’epoca arcaica (Roma che comincia ad essere una città che ha un suo entroterra/bacino di
influenza sempre più ampio per arrivare ad essere una potenza mediterranea) fino alla fine dell’impero
(tratteremo in maniera veloce e corsiva il tema del barbaro in epoca tardoantica), tematica dello
straniero/rapporti/integrazione/espulsione va fino alla fine dell’impero romano; l’arrivo delle popolazioni
barbariche è una delle cause della fine dell’impero romano, in realtà alla fine di un processo che ha una
storia lunga che per molti secoli è riuscito a integrare lo straniero. È qualcosa di attuale la costruzione di
barricate per arginare l’arrivo degli stranieri, ma anche i romani all’inizio cercano di costruire un muro
(vallo di Adriano etc.), ma quando dall’altra parte ci sono moltissime persone in condizioni di vita
miserabili e pochi privilegiati è chiaro che c’è uno spostamento; a un certo punto nel mondo romano
questo spostamento non si è potuto più arginare e i romani hanno cominciato a inglobare nel loro impero
progressivamente queste popolazioni.

Premessa necessaria, discorso di tipo linguistico: quali sono le parole/termini con cui i romani definivano
lo straniero. C’è una certa valenza di significati, il nostro vocabolario negli ultimi anni si è ampliato (es.
migranti, per indicare fenomeni nuovi); gli antichi ne avevano ancora di più. Due passi di Quintiliano in cui
si sottolinea che non esistono dei sinonimi assoluti/parole che vogliono dire esattamente la stessa cosa,
alcune riguardano un ambito/significato simile ma hanno una sfumatura diversa, lo vedremo per il mondo
romano dove coi vari termini che traduciamo con “straniero” in realtà si indicavano situazioni
estremamente diverse. Quintiliano dice una cosa importante, non sempre queste parole sono tra loro
intercambiabili, quindi non esiste un sinonimo assoluto. Queste parole per “non romano” le troviamo
nella slide, non troviamo questa terminologia solo nelle fonti/storici ma anche in documenti che sono
fonti dirette, non mediate/rielaborate ma dirette dall’antichità, quindi usate nella quotidianità. Il primo
termine è advena, “colui che viene da fuori”, composto venio; alienigena -gen elemento chiave, “colui che
è nato altrove”; alienus “colui che è altro”; poi derivati da exter/fuori, esternus/extraneus/extrarius,
“quello che è fuori dalla città/stato/famiglia”; hospes significa l’ospite, hostis inizialmente è sinonimo di
hospes poi assume una connotazione negativa e diventa il nemico; peregrinus “colui che viaggia e viene da
fuori, termine che assumerà poi una valenza di tipo giuridico molto pregnante; barbarus è mutuazione dal
greco, i greci indicavano come barbaroi quelli che non parlavano greco (facevano “bar bar”), invece per i
romani è colui che è estraneo sia alla cultura greca sia alla cultura romana, nel mondo latino barbarus avrà
una connotazione anche di ferinitas, selvatichezza/vicinanza più al mondo animale che umano. Tutti
questi termini hanno valenze diverse e possono indicare un preciso status amministrativo/territoriale.
Anche per i linguisti una sinonimia totale non esiste. Exter/externus/extrarius/extraneus:
preverbo/preposizione ex che sottolinea l’idea di uscire fuori, exter è quello che è di fuori/straniero, usato
spesso con exterae gentes. Externus è un sinonimo con la stessa radice e significa la stessa cosa. Extrarius
è abbastanza raro, gli altri due molto più frequenti. Extraneus in epoca imperiale diventa sinonimo di
peregrinus, e quest’ultimo ha una connotazione giuridica precisa. Sono tutti molto simili al termine
barbarus che però è venato da un aspetto di bestialità/ferinità. Questa terminologia la troviamo non solo
nelle fonti ma anche nei documenti della vita. Corpus inscriptionum latinarum è una raccolta di iscrizioni
latine (visibile in biblioteca al piano terra) che viene promossa dall’accademia di Berlino a metà 800, che
ha il suo ideatore e artefice di molti volumi in Theodor Mommsen, storico giurista epigrafista. I tomi di
iscrizioni sono articolati in modo topografico, si raccolgono/schedano in base alla pertinenza
amministrativa, es. tutte quelle di Aquileia sono vicine nel volume. Prima di questa grande sistemazione
che riguarda tutto il mondo romano latinofono (e c’è anche il versante greco CIG graecarum) le iscrizioni si
studiavano e circolavano ma in sillogi in cui si trovavano raccolte in virtù degli interessi del collezionista.
Con Mommsen nasce la disciplina epigrafica con i suoi principi, e si fa una raccolta sistematica dei
documenti, ci si pone il problema delle pertinenze territoriali delle città antiche (es. fin dove andava il
territorio di pertinenza di Aquileia? C’è tutto uno studio della storia dei centri antichi). Il primo volume
invece raccoglie le iscrizioni più antiche, dall’età arcaica fino all’età cesariana, ma dal II (esclusi il XVII che è
il volume che raccoglie i miliari, quindi scelta per tipologia) riguardano diverse regioni dell’Italia o
dell’impero romano; es. il V riguarda la Gallia Cisalpina, prende dentro la Regio X e l’XI, la decima fino
all’Istria è la nostra, e l’XI Piemonte e Lombardia. Il VI sono le iscrizioni di Roma, ci sono diversi volumi, il
numero successivo accanto a VI nella sigla è il numero della singola iscrizione. In tutto il mondo romano le
iscrizioni note (considerato che quello che noi abbiamo è la punta dell’iceberg) attualmente sono 450.000,
Roma ha qualche decina di migliaia, 30.000 circa. Quindi quella della sigla è un’iscrizione che viene da
Roma e identificata nel corpus. Database digitali, CIL digitalizzato con le schede per iscrizione (di solito non
sono commentate ma ci sono le bibliografie, tutti i manoscritti e apparato critico con diverse letture del
testo).

Traduzione dell’iscrizione che è un’iscrizione funeraria, in cui si usa la parola exter per indicare una certa
categoria: per Publio Clodio Quadrato, figlio(dativo), i genitori da vivi: anche la madre si chiama come i
membri maschili della famiglia, probabile indizio che i genitori erano liberti, colliberti dello stesso padrone
liberati, sposati. Il nome di lui non è indicativo ma quello di lei sì, Tyche è un nome grecanico/greco; non
vuol dire che viene dalla Grecia ma che il padrone prima di liberarla la chiamava Tyche, e piaceva molto ai
romani dare nomi greci agli schiavi. Quando troviamo nomi come Gallus o Germanus è probabile che
abbiano un riferimento alla provenienza, però sappiamo di schiavi nati in casa che si chiamavano con nomi
greci, piaceva; per il diritto/società romana lo schiavo non è una persona ma instrumentum vocale
(Cicerone), la differenza tra lui e la zappa è che lo schiavo parla, quindi si chiama come il cane di casa. Ma
gli schiavi romani possono essere liberati dal padrone in vari modi e nel momento in cui vengono liberati
diventano cittadini e acquisiscono un gentilizio che è Clodius, che è il gentilizio del padrone, vengono
assimilati a dei figli perché anche se sono uomini liberi hanno gli stessi doveri dei figli. La patria potestas
finiva con la morte del padre, e così i liberti erano sottoposti al controllo del padrone. La manumissione
preferibile per i liberti era quella per testamento. Da vivi fanno il monumento sepolcrale alla morte del
figlio, fanno il monumento per sé, per i loro liberti e liberte e i loro discendenti. Il liberto poteva avere
schiavi che a sua volta potevano venire liberati, catena molto articolata. Spesso nei monumenti sepolcrali
si trovano estratti dal testamento, quello che di solito è indicato è l’accessibilità, si dice per chi è fatto, ma
a volte ci sono anche divieti; si trovano codicilli estratti del testamento, e qui è che il monumento non
toccherà a un erede che sia exterum, cioè fuori dal ramo familiare. Nelle vicissitudini testamentarie può
succedere che si estingua il ramo e si lascia l’eredità a un esterno alla linea di sangue; qui si esplicita che il
sepolcro non può essere trasmesso così. Externum indica l’estraneo alla linea di sangue; la famiglia a
Roma non è solo genetica, il liberto assumendo il gentilizio è come se acquisisse il suo posto nella famiglia,
i liberti e le liberte sono comunque discendenti dei precedenti padroni. Il sepolcro per gli antichi nel
momento in cui ci si seppelliva un corpo diventava ara sepolcrale sacra ma veniva assimilato a un mio
fundus; quel fundus diventa area sepolcrale quando vi è messo dentro un corpo, cambia perché nel
momento in cui c’è una vera sepoltura questo fundus diventa un appezzamento sacro consacrato agli dei
mani; vuol dire che per esempio tutti i beni sono ipotecabili ma un luogo sacro no, quest’uso veniva usato
come escamotage per tutelarsi certe proprietà, es. sappiamo di fundi con villa e impianto produttivo ma in
un angolo hanno un sepolcro familiare, è anche un sistema per proteggere le proprietà dai creditori,
diventa l’elemento chiave, era una cosa ricorrente per tutelare i patrimoni. In fondo troviamo un’altra
norma, è una formula giuridica “che sia lontano qualunque imbroglio/attacco legale”, ritorna il sepolcro
come estraneo e protetto da qualunque tipo di contesa. L’epigrafia romana/latina usa molte abbreviazioni
che erano parte del vocabolario comune, di solito per le persone c’è l’abbreviazione del praenomen;
solitamente c’è anche l’abbreviazione P.F. ovvero Publi filius; il padre se era un liberto doveva chiamarsi P.
Claudius Publi Libertus Longinus, la madre Claudia Publi liberta Tyche: qui non c’è l’indicazione perché P.F.
vuol dire che è ingenuus (non ha mai conosciuto la schiavitù), libertus vuol dire che era stato schiavo, ed
era un marchio di infamia. Qui non lo dicono perché spesso i liberti cercavano di evitare di indicarlo:
evitano sia il P.F. per il figlio che il P. L. per loro, si cerca di sminuire la macchia del passato.

Seconda iscrizione funeraria, sempre da un monumento: uso della terminologia relativa allo straniero per
un ambito della vita quotidiana con significato analogo a quello di prima: “consacrato agli dei mani”, è un
locus sacer; Marcia Augurina ripristina/restituisce il sepolcro dei suoi genitori, danneggiato per il tempo;
viene chiesto il permesso per fare questa operazione, probabilmente si tratta di una purificazione chiesta ai
pontefici (collegio tra i più antichi del mondo romano, grande autorità perché negli Annali registrava la
memoria civica della città). Come prima: è destinato anche ai liberti, liberte e discendenti. Divieto preso dal
testamento: si evita che il sepolcro vada a finire nell’asse testamentario, non è materia di testamento, per
chi è extraneus soprattutto/fuori dalla famiglia.

Alienigena e àdvena: Isidoro ci dice che alienigena è di una regione aliena/altra, poi dice “quello che è stato
generato/nato da alia gente/da un altro popolo, non quello dove in quel momento si trova. Ha un uso
quotidiano, es. altra iscrizione funeraria, sepolcro fatto per sé, liberti e liberte, loro discendenti. Storia di
genere: utriusque sexus, di entrambi i sessi; viene ribadito il concetto di appartenenza alla famiglia. Altro
divieto estrapolato dal codicillo testamentario: “se qualcuno avrà modificato questo scritto” (per titulus gli
antichi intendevano non soltanto l’iscrizione ma il complesso di monumento e iscrizione), questa
adulterazione si compie volendo mettere dentro o il corpo o le ceneri di uno che è nato fuori dalla nostra
origine; in questo caso c’è il divieto, “che non abbia accesso/sia vietato” e c’è pure la multa di 5000 sesterzi
all’erarium populi romani, “che il monumento sia lontano da ogni contesa di tipo civile/imbroglio/tentativo
di toccarlo o modificarlo”.

Peregrinus. Varrone che è un antiquiario, uno dei primi grammatici latini, di epoca fine repubblica, I sec.;
nel De lingua latina dà una serie di etimologie, e secondo lui peregrinus deriva da a pergendo, cioè quello
che dall’agro romano per primo avanza/progredisce. In realtà questa etimologia è errata, deriva da peregri,
ovvero all’estero/fuori oppure pero, lontano: è qualcuno che sta all’estero/viaggia all’estero/viene
dall’estero. La cosa più importante è che a un certo punto nel mondo romano diventa indicativo non solo di
uno straniero generico ma chi non ha la cittadinanza romana. I peregrini sono quelli che abitano dentro i
confini dell’impero ma sono esclusi dalla cittadinanza, diventa un termine tecnico per indicare i non
cittadini, c’è quindi l’opposizione civis-peregrinus come le due facce delle due possibili condizioni che
l’abitante dell’impero romano può avere.

Hostis/hospes. Sono messi insieme perché queste due parole in realtà sono strettamente collegate, hanno
una matrice comune; hospes è chi riceve ma anche chi è ricevuto, l’ospitalità è qualcosa di reciproco; invece
hostis all’inizio voleva dire la stessa cosa, poi ha avuto uno scivolamento semantico verso una connotazione
negativa ed è diventato indicativo del nemico (ostile), qualcuno che è fuori ma è anche un nemico,
qualcuno con cui si combatte. Varrone parla di hosticus che deriva da ab hosticus dai giavellotti che
lanciavano i feziali, figure istituzionali che avevano il compito di occuparsi che la guerra fosse “ bellum
iustum” (ovvero difensiva); la dichiarazione di guerra era fatta in epoca arcaica (in epoca imperiale non
abbiamo attestazioni) tradizionalmente sancita con il lancio del giavellotto da parte dei feziali, para
sacerdoti, nel territorio nemico in seguito a un’offesa (il bellum deve essere iustum, a parte per esigenze di
moralità/essere dalla parte dei giusti; deve seguire una ritualità e essere in risposta a un’azione offensiva.
La dichiarazione di guerra doveva avere l’appoggio non tanto del senato -che aveva il compito di dichiarare
guerra- ma l’appoggio degli dei, doveva esserci la pax deorum, perfetta consonanza del pensiero umano e
divino. Quindi se il romano doveva dichiarare guerra al nemico doveva essere sicuro che gli dei fossero
d’accordo. Gli dei si interrogavano con auguri, aruspici e un’altra figura istituzionale non sacerdotale ma
politica/magistratuale che tra gli altri compiti ha anche questo -non il pontefice-. Quello che distingue le
magistrature maggiori sono l’imperium domi militiaeque -comando in guerra e amministrazione della
giustizia in pace- e gli auspicia, l’interrogazione degli dei per una determinata circostanza, soprattutto per
andare in guerra, e fare in modo che il parere sia concorde a quello che l’uomo vuole realizzare).
Hospis/hospes hanno una radice almeno in parte simile poi vedono nel corso del tempo uno scivolamento
verso una connotazione nemica, diventa il nemico.

Barbarus, sinonimo di hostis, è lo straniero ostile e poi ha delle sfumature aggiuntive/supplementari di


feritas vanitas. Interessante notare che per i greci più che romani (per i quali diventa un termine per
indicare chi non è né greco né romano) deriva da chi non sa parlare il greco ma fa “bar bar”; ma il discorso è
più articolato, ha un linguaggio incomprensibile e quindi -connotazione di valore- sono persone che hanno
un pensiero/intelletto inferiore, sono quelli che non hanno il logos, per i greci ha un giudizio sfumato più
pesante. Per i romani invece indica solo che non sono né greci né romani e sono molto affini alle bestie, i
romani sono più grevi nella percezione mentre i greci sono più sottili su questo aspetto del raziocinio.
Quando i romani devono parlare in opposizione con una connotazione negativa di quelli che non sono
romani ma stranieri è qui che si usa il termine barbaro. Due passi di Cicerone delle Verrinae (contro Verre,
governatore della Sicilia accusato di malversazione dai provinciali, i quali incaricano l’avvocato Cicerone di
difenderli). Descrizione del trattamento che Verre infliggeva anche ai cittadini romani, frase civis romanus
sum che poi ritornerà con Paolo di Tarso. Quadro giuridico in cui questa frase si colloca: siamo in Sicilia,
prima provincia alla fine della prima guerra punica (la parola peregrinus entra anche nel linguaggio
istituzionale romano perché dal 241, dopo la prima guerra punica, il dominio romano si espande, Roma si
trova a controllare territori fuori dai confini dell’Italia e la prima provincia è la Sicilia, uno dei pretori il
praetor peregrinus si occuperà delle contesi/rapporti con i peregrini, per la prima volta Roma si trova
-potenza ormai mediterranea- ad avere in quello che è considerato territorio romano persone che non
hanno la cittadinanza romana, quindi vanno gestiti rapporti di carattere giuridico tra romani e non romani:
rapporti matrimoniali, valutare legami legittimi -non sempre concederanno il conubium, era considerato un
beneficio, non perché il coniuge o i figli diventassero cittadini, ma semplicemente per garantire che il
matrimonio fosse legittimo e ci fosse un sistema di successione testamentaria valido, quindi tutte le
questioni di proprietà- o commerciali -qualunque tipo di contrattazione). L’affermazione “civis romanus
sum” in provincia acquisisce un significato particolare, i peregrini sono sottoposti al governatore, invece i
cittadini romani che stanno in provincia sono sottoposti dal punto di vista amministrativo/istituzionale al
governatore, ma se devono essere perseguiti per qualche reato sono giudicati da tribunali romani, non dal
governatore; il peregrinus poi poteva essere mandato in carcere, invece il cittadino aveva diritto a un
processo e a un determinato trattamento. Tra le molte nefandezze di Verre c’è anche il fatto di aver ucciso
anche cittadini romani, quanto più uno diceva di essere cittadino romano tanto più l’altro infieriva, questo
per enfatizzare la crudeltà di Verre. L’altro passo delle Verrinae dice “questo tempio sembra essere stato
saccheggiato non da qualche nemico, che tuttavia qualche scrupolo religioso e diritto consuetudinario
aveva, ma da pirati barbari”: sta parlando di un’azione nefanda che sfocia nell’ignorare leggi che regolano
rapporti con le divinità e va contro al “diritto naturale”, Verre non si faceva scrupolo di saccheggiare templi
e di infrangere le norme del diritto naturale. Cicerone spiega questo dicendo che si comportava come un
predone barbaro, qualcuno che è fuori dalla civiltà e da qualunque scrupolo religioso/forma di culto e di
rispetto. Cicerone in un’altra orazione Pro Ligario usa lo stesso termine: “questo nessun cittadino romano
l’ha fatto prima di te, questi costumi sono degli stranieri, o degli incostanti greci, o dei barbari selvaggi, che
sono soliti essere spinti al sangue dall’odio”, ancora c’è questa connotazione negativa/bestiale, i barbari
non sono neanche i greci ma altri del tutto; e caratterizzati dalla feritas. In una tabella presa da un articolo
che ha segnalato vengono riportate le connotazioni che ciascuno dei termini che abbiamo visto ha:
barbarus ha la crocetta ovunque, gli altri hanno nuances più sfumate.

05.10.2018 – lezione II

Prossima lezione giovedì 18 ottobre 7,8,14,15,21,23,30 novembre, mercoledì 5 12 dic.. Ieri abbiamo preso
in esame la terminologia con cui a Roma si definisce lo straniero, non sinonimica/equivalente perché ci
sono sfumature diverse tra i diversi termini, non solo più o meno peggiorative (come barbarus che avvicina
lo straniero all’ambito animale/ferino) ma anche di carattere giuridico/amministrativo (es. peregrinus non
significa solo straniero ma anche chi non è dotato di cittadinanza romana).

Partendo dall’epoca arcaica/Roma delle origini vediamo come vi sia una circolazione di persone/genti fin
dall’origine di Roma e come Roma si caratterizzi nel panorama delle culture antiche come un esempio di
quella che viene definita “città aperta”, cioè aperta allo straniero, in opposizione alla norma del mondo
greco di chiusura verso lo straniero oppure lo straniero integrato ma non equiparato nelle città antiche (es.
ha ruolo di meteco); invece a Roma questo non accade. Traduzione da una narrazione di Cicerone relativa a
Demarato di Corinto, un greco che integrando anche la testimonianza di Livio e Dionigi (autori greci)
sappiamo che era un uomo di Corinto di nome Demarato (Corinzio è semplicemente l’etnico), uomo
potente che scappa quando a Corinto si instaura la tirannide dei Cipselidi, quando i Bacchiavi cadono in
disgrazia (era la famiglia cui Demarato apparteneva, Corinto ha una struttura oligarchica; lo dice Dionigi).
Abbiamo questo greco che prende tutto, onori autorità e fortune e molto denaro, e va in Etruria a
Tarquinia. Sempre Cicerone parla di Demarato come padre del nostro Tarquinio (ebbe figli a Tarquinia). Ce
ne parla anche Livio, in relazione ai figli di cui ha parlato Cicerone (non sempre si segue nel presentare le
fonti un ordine cronologico -in questo caso sì-; Polibio ne parla in un passo che è sintesi/excertum delle sue
Storie, non l’ha riportato), parla di Demarato ma soprattutto dei figli; racconta che durante il regno di Anco
Marzio Lucumone si trasferì a Roma (termine che in Etrusco indicava il re/signore della città) per ottenere
gli onori che gli erano preclusi a Tarquinia in quanto straniero. Questo Lucumone era figlio di Demarato; la
storia di Livio prosegue oltre rispetto a Cicerone, a Tarquinia ebbe due figli, Lucumone e Arunte, muore
prima Arunte lasciando la moglie incinta e poco dopo muore il padre, ignorando che erano in attesa di un
figlio. Era morto senza far menzione nel testamento del nipote, che chiamarono Egerio perché esautorato
dall’eredità. Lucumone era superbo per la ricchezza e sposa Tanaquil, donna etrusca di alto lignaggio, che
accetta di sposare il figlio di uno straniero per la sua ricchezza anche se escluso dalla cittadinanza (denaro
senza nobiltà si associa spesso alla nobiltà decaduta, è un tipo di unione che accontenta entrambi). Livio
spiega meglio questo, Cicerone ha detto che Demarato venne accolto ma Livio dice che gli Etruschi
disprezzavano Lucumone, che non poteva sopportare l’oltraggio e con Tanaquil decide di emigrare, era
decaduta ma ambiziosa, il marito non aveva futuro. Roma permette di diventare nobili in fretta e in base ai
meriti, ricorda quasi il mito americano. A Roma aveva regnato il sabino Tazio, per Numa erano andati a
Cures a cercarlo, Anco era di madre sabina (alternanza sabino-latina nei re, in realtà Roma nasce come una
diarchia, dopo il ratto delle Sabine Romolo associa al potere Tito Tazio, poi si stabilisce che le due
componenti etniche siano rispettate con l’alternanza sul trono di un sovrano di origine latina e uno di
origine sabina). La monarchia arcaica romana non era ereditaria prima dell’avvento dei Tarquini, era
elettiva, il re è uno delle famiglie nobili che viene scelto con questa alternanza, non c’è una discendenza da
rispettare. Quando arrivano nei pressi del Gianicolo un’aquila ruba il cappello a Lucumone e glielo rimette
in testa, è una predizione del futuro, c’è una simbologia molto forte e indica che governerà: l’aquila è
l’animale totemico di Giove, quindi abbiamo gli dei che operano e fanno un’operazione di
riconoscimento/nomina del re (i re romani non hanno la corona, è una cosa che arriva dopo su influenza
orientale, ma qui c’è chiaramente un’investitura). Tanaquil da buona etrusca è esperta di aruspicina, gli
Etruschi hanno portato a Roma questa pratica che fa parte della struttura magistratuale ma anche
soprattutto gli auspicia, la pratica di interrogare gli dei e verificare la presenza della pax deorum, è un
portato della monarchia etrusca nel quadro istituzionale monarchico e repubblicano poi. Tanaquil è una
rappresentante di questa disciplina e interpreta correttamente il presagio. Entrano a Roma con gioia e vi
trovano casa, col nome di Lucio Tarquinio Prisco. Abbiamo un esule che arriva con le sue ricchezze e anche
con le sue persone/seguito (è parte della ricchezza), c’è un cambio di nome che lo porta ad avere i tria
nomina. L’aspetto del cambio del nome indica che probabilmente gli viene conferita la cittadinanza,
sappiamo che nella Roma monarchica già ai tempi di Romolo le fonti raccontano che dopo aver combattuto
contro nemici li accoglieva nella cittadinanza, questo faceva parte di un progetto di
ingrandimento/potenziamento della città. Roma è diametralmente opposta a Tarquinia, mentre là un greco
rimane straniero e i suoi figli vengono esclusi dalla possibilità di carriera politica, a Roma se tu arrivi con un
seguito/ricchezze vieni integrato. Questa sua integrazione segue un progetto, arriva fino alla reggia. Il re è
Anco Marzio e l’avvicinamento alla reggia diventa così stretta che diventò un amico del re, fa parte del suo
consiglio; dopo averlo messo alla prova il re nel testamento lo nomina tutore dei figli, che erano piccoli,
faranno una brutta fine. L’arrivo dello straniero è un’integrazione subito fatta in virtù di quello che lui è e
rappresenta, anche dal punto di vista giuridico nel senso che ha la cittadinanza, e poi questa integrazione gli
permette di fare quello che a Tarquinia e in qualunque città greca sarebbe stato impossibile, arrivare alle
sfere alte della società, poter fare carriera politica/presa del potere non con le armi, non è un usurpatore, è
un’ascesa possibile perché la società romana lo consente (i greci avevano la stessa chiusura; Cicerone
sbaglia nel dire che a Tarquinia viene accettato altrimenti non si spiega la partenza della seconda
generazione che non era integrata: per essere cittadini bisognava essere figli di due cittadini per greci ed
etruschi, sono tematiche di grande attualità). Demarato ha portato a Tarquinia sicuramente le sue
ricchezze, non tanto la clientela, si è rifatto un seguito a Tarquinia. C’è una parte della critica inglese che
critica queste testimonianze letterarie in quanto fantasiose, ma ci sono documenti e scritti di altro genere
che corrispondono perfettamente a questo quadro di persone che si spostano, si integrano più o meno
facilmente a seconda della ricchezza che si portano dietro, che arrivano a integrazione totale e anche alla
presa di potere a Roma (cfr. Carmine Ampolo storico greco che come Fausto Zevi ha studiato Demarato, c’è
un suo articolo che colloca la sua vicenda in un contesto di migrazione/circolazione di persone, si trova
facilmente in rete. Analisi puntuale delle diverse fonti e altri materiali che hanno un riscontro in fonti non
solo letterarie, non sono leggende/proiezioni posteriori ma c’è una circolazione molto forte fin dall’epoca
arcaica). Dionigi di Alicarnasso racconta la stessa vicenda aggiungendo alcune cose da greco; è di epoca
augustea, scrive una Archeologia, storia di Roma dalle origini, è una delle fonti più importanti per la
ricostruzione delle fasi arcaiche della storia romana. Ci dà una informazione che fonti latine non hanno, che
fa parte della stirpe dei Bacchiàdi, stirpe aristocratica, è un commerciante ma aristocratico corinzio. Costui,
venduta la merce nelle città etrusche, c’è un commercio articolato, diventa ricco (ci dà qualche
informazione in più sull’ampiezza di questi affari di Demarato). A Corinto scoppia la guerra civile e vince la
tirannide di Cipselo; apparteneva a una famiglia oligarchica, quindi salpa con tutte le sue ricchezze, sfrutta i
suoi legami commerciali e si trasferisce a Tarquinia; ai figli dà educazione sia greca che etrusca, Ampolo si
ferma su questa duplice educazione/identità/condizione dei figli che non diventano etruschi in pieno ma
mantengono anche la dimensione greca. Ritorna l’elemento dell’emarginazione come motivo per partire
per Roma, non riusciva ad ottenere riconoscimenti a Tarquinia. Si parla dei clientes, amici e parenti, furono
molti, quindi arriva con un suo seguito/ricchezza anche di persone. Pare quasi che ci fosse un’integrazione
ma una negazione di ascesa sociale, erano integrati ma non potevano andare oltre e a quel punto vengono
bloccati; Dionigi racconta di commerci ampi con varie città e che anche i figli erano sposati con illustri
famiglie, il denaro ha la sua attrattiva. I traffici tra Grecia ed Etruria: le vie d’acqua sono preferite in quanto
economiche; l’Etruria quando gli Etruschi hanno anche il controllo di Roma il Tevere è una via di
comunicazione non indifferente per il Lazio. Gli Etruschi in quest’epoca sono protagonisti di una serie di
scontri con i cartaginesi e anche con i greci, ci sono tre potenze che si spartiscono la via del mare
(cartaginesi di origine fenicia, greci con la loro rete di colonie che occupano solo le coste, la Magna Grecia è
solo sulla costa ed è in perenne conflitto con le popolazioni interne che si vedono la via del mare bloccata
-rischiano davvero la fame a volte-, c’è una conflittualità perenne in cui a un certo punto si innesta Roma
sfruttandola e riuscendo ad avere la meglio inserendosi negli scontri e nei rapporti di forza -es. rapporti di
Taranto con le popolazioni dell’interno, che si rivolge a Turi e quindi abbiamo la guerra con Pirro e
l’espansione romana che occupa tutta la penisola. Ci sono tre potenze che si alleano a momenti alterni
sempre contro una, cartaginesi etruschi e greci, con vicende alterne; ma la fase dell’arrivo di Tarquinio
Prisco a Roma coincide con la massima espansione della potenza etrusca, che non ha mai creato un impero
ma ha avuto un momento espansivo in Lazio e soprattutto miravano sulla Campania, infatti la battaglia di
Cuma nel 474 segna la fine della potenza espansiva etrusca verso il sud Italia. L’altro momento di cesura
degli Etruschi dalla scena politica internazionale è la conquista di Veio da parte di Roma. Esistono reti
commerciali e scontri militari, non si escludono a vicenda, ed esiste uno spostamento delle persone in
questo circuito in tutti i settori, con riconoscimento di chi poteva effettivamente stare là, lo straniero che
aveva diritto di rimanere). La gens Claudia assomiglia alla venuta dei Tarquini, Atta Clausus viene dalla
Sabinia e le fonti dicono che arriva con 5000 clienti, non sono poche persone in una realtà arcaica
(considerato che la legione romana arcaica ha 3000 persone è quasi un esercito; 5000 teste o famiglie non
si sa). Tarquinio Prisco arriva a Roma con qualcosa di analogo, si spostavano con la clientela che era
un’istituzione che per l’epoca più antica soprattutto nasce come uno strumento di sopravvivenza delle
classi più modeste che in questo modo avevano la protezione del patronus, al quale erano legate nell’epoca
arcaica anche da un tipo di dipendenza/obbligo che assumeva dei caratteri anche di stampo militare, i Fabi
ad es. quando combattono la battaglia del Cremera hanno un esercito fatto di clienti, ci sono quindi delle
“signorie” con una componente militare forte. Tarquinio prende il potere in maniera non violenta ma è
Anco Marzio che gli apre la strada, e si integra.

Soprattutto una certa storia di pensiero di matrice inglese ritiene che siano vicende leggendarie ma ci sono
una serie di documenti che ci danno informazioni che corrispondono perfettamente al racconto delle fonti;
la prima è una oinochoe protocorinzia (un tipo di contenitore che si può perfettamente con la cronologia, si
può datare alla dinastia etrusca), o meglio il fondo è stato trovato in una tomba etrusca cosiddetta “tomba
regale”, fa parte di una tomba che aveva un ricchissimo corredo con elementi che fanno stabilire che chi
era sepolto era una persona eminente e appartenente all’aristocrazia dei Tarquini. È normale che troviamo
anche in epoca antica esempi di scritte su oggetti mobili, quello che si chiama instrumentum. La scorsa
lezione abbiamo visto iscrizioni su pietra/epigrafia lapidea, ma esiste anche un’altra epigrafia anche greca
ed etrusca che riguarda oggetti mobili di uso comune, che si chiamano instrumentum domesticum, che
possono essere un vaso/contenitore ma anche fibbie, elmi, qualunque tipo di oggetto che non è in
pietra/destinato ad essere messo in un punto fisso ma che ha anche una sua circolazione/uso. Le scritte su
questi oggetti appartengono ad alcune categorie fisse, possono essere a pennello o graffite, e possono
indicare o il nome del proprietario come in questo caso (e di solito sono scritte sulla parte inferiore dei
contenitori come una ciotola/scodella perché nella casa, che è una realtà ampia con molte persone, le
ciotole erano messe ad asciugare rovesciate, quindi il nome si mette sul fondo) oppure possono essere
anche i nomi dei produttori degli oggetti, fatti o a scritta oppure a incisione con un marchio più
frequentemente (in tal caso sono tutte uguali). Genesi della scrittura nell’Italia antica: si utilizzava l’alfabeto
greco diffuso in Italia tramite gli Etruschi è la “vulgata”. Sicuramente gli Etruschi sono maitre a ecrire, hanno
insegnato ai popoli italici a scrivere, ma non solo, dove arrivano (anche in Italia settentrionale: l’Etruria
padana è venuta a contatto con popolazioni celtiche, che sicuramente scrivono anche se non tanto, hanno
avuto negli Etruschi i loro maestri) ma c’è anche una via altra che è indipendente dalla mediazione etrusca
ma che arriva direttamente dalla presenza greca delle colonie (Osteria dell’Osa: abbiamo una
documentazione di tipo epigrafico che ci dice che in Lazio -era l’antica Gabi, che secondo la tradizione è il
posto in cui Romolo e Remo vengono mandati a imparare la scrittura-, sono stati trovati graffiti su materiali
-vaso- di instrumentum domesticum che dicono chiaramente che la scrittura è arrivata per lo meno nel
Lazio anche senza la mediazione etrusca, nell’VIII secolo, in epoca risalente). Da questa fase antica di
elaborazione della scrittura (VIII sec.) si arriva alle prime attestazioni lapidarie (prima iscrizione latina
lapidaria di Roma del VI sec. a.C. è il cippo del foro) ma su instrumentum in area laziale abbiamo tutta una
serie di altri documenti che mostrano l’alfabeto arcaico, che è molto vicino all’alfabeto greco come
tipologia dei caratteri. C’è una testimonianza (sempre per il discorso di circolazione di persone e merci) di
Polibio in cui parla di un’iscrizione scritta in latino in caratteri che nemmeno i latini della sua epoca (II a.C.)
riescono a capire, è il primo trattato tra Roma e Cartagine, le lamine d’oro di Pirgi. È usuale nell’Italia
arcaica anche etrusca trovare degli oggetti che hanno delle iscrizioni relative al proprietario e sono di solito
degli “oggetti parlanti” (come nel caso della slide), nell’epigrafia dell’Italia antica che sia latina etrusca osca
umbra è frequente che l’oggetto (vaso, fibula, famosa quella prenestina con oscillazioni se è falsa/vera) sia
un oggetto che parla e indica il proprietario vaso. In questa tomba reale è stato trovato un vaso
cronologicamente ben determinabile che ha una scritta in Etrusco; “acapri” i linguisti di etrusco oscillano
per la sua comprensione, una parte dice che è il termine con cui si definiva il tipo di vaso (in genere
conosciamo poco di quello che era il lessico dei contenitori antichi, conosciamo le classificazioni che
attualmente funzionano per distinguere anfore e sigillate, ma sono tutti nomi moderni, c’è un classificatore
che un giorno classifica per tipologie e usiamo quelle, ma sappiamo poco del lessico antico). Acapri
potrebbe essere anche l’oggetto, “io sono il vaso del tale”. Aspetto interessante perché questo tale si
chiama “Rutile Ipukrates”: non è un nome etrusco, ha due componenti onomastiche. Il sistema gentilizio
dal punto di vista onomastico: ogni gens aveva un nome che veniva trasmesso ai liberti. Lucumone diventa
Lucio -praenomen- Tarquinio -gentilizio- Prisco -cognomen-; l’onomastica arcaica di Roma, come tutte le
popolazioni italiche fino a una certa epoca, è come quella greca -ovvero nome e “figlio di”: ci sono due
modalità, o nome seguito da genitivo/filiazione/sottinteso figlio che i romani invece esplicitano sempre, (es.
Luci filius) oppure sistema dei popoli indoeuropei di aggettivare il nome del padre e farlo diventare un
secondo nome aggettivato (es. il Pelide Achille o Telamonio), ed era il sistema che troviamo anche in
Romolo e Remo che hanno nome unico. Invece i sovrani antichi hanno due nomi, si spiega in vari modi.
Numa Pompilio, il re che fonda la religione romana, ha un nome che in sé ha due elementi che rimandano
alla sua funzione: dal 753 al 509 7 re sono pochi, e se ne rendevano conto anche gli antichi: questi re
sommano in sé/nella loro figura/vita delle funzioni, Romolo è un fondatore che dà nome alla città, Numa è
il fondatore della religione ma Numa allude a Numen/divinità/divino, Pompilius apparentemente è un
gentilizio ma richiama alla pompè/corteo sacro e quindi richiama ancora una volta al suo ruolo di fondatore
dei rituali religiosi, è in stretto contatto col divino tramite la ninfa Egeria che gli dettava. Quella dei re è
un’onomastica a parte, ma per lo meno fino all’VIII secolo i latini, romani compresi, si chiamavano con un
nome solo. Poi si arriva a un sistema di famiglie che si riconoscono in un antenato comune con un nome
che si eredita; probabilmente questa genesi che riguarda anche gli Etruschi e tutta una serie di altre
popolazioni italiche (es. gli umbri) è legata allo sviluppo della proprietà privata. C’è un rapporto stretto
perché il nome che è trasmissibile e legato a un determinato antenato che diversi nuclei familiari
riconoscono come un antenato comune è la base/strumento necessario per fare in modo che la proprietà
privata sia trasmissibile: finché la proprietà della terra è nelle mani del re il problema non si pone. Ma
quando si sviluppano proprietà private che riguardano l’aristocrazia, i nobili attorno al re e quelli da cui
vengono fuori i re (perché è una monarchia elettiva) allora diventa importante avere un elemento che
connota quel ramo familiare e che lo lega a un determinato luogo. Questo spiega un altro aspetto anche, i
plebei sono privi di gentes (lo dice Livio), sono quelli che non hanno un antenato, e la plebe arriverà alla
proprietà della terra dopo: la riforma di tipo censitario è di Servio Tullio (allude anche ai plebei), siamo
verso la fine del VII secolo?, è un fenomeno che riguarda la totalità della popolazione solo in epoca
successiva. Il gentilizio è un elemento fondamentale per la possibilità di trasmissione e riconoscimento
dell’antenato comune in un quadro di matrimoni legittimi con figli legittimi ed eredi legittimi. Anche gli
Etruschi sono caratterizzati dall’utilizzo del gentilizio/nome familiare e anche loro come i romani hanno
nella loro formula onomastica un praenomen, poi il nome del padre/gentilizio/nome dell’antenato e anche
un matronimico nella società etrusca (ruolo della donna diverso da quello della società romana, dove la
donna conta ed è cittadina, ma non ha diritti politici né ruoli politici sicuramente non in epoca antica). Il
coccio della tomba regale di Tarquinia ha due elementi onomastici; qui i linguisti si sono scontrati e non c’è
un’interpretazione condivisa del nome, ci aspetteremmo un prenome e un gentilizio come secondo
elemento, invece scopriamo che c’è Rutile, è chiaramente Rutilius, non è un prenome etrusco ma un
gentilizio romano e poi, fatto che colpisce ancora di più, il secondo elemento è chiaramente un nome greco
composto da ipo e krates/signore dei cavalli. Tutti i nomi con ippo connaturavano nelle società arcaiche i
nobili perché erano quelli che gestivano i cavalli etc., è un nome in cui ci sono due componenti etniche
diverse; il tutto scritto in etrusco. Abbiamo una componente latina, una greca nobiliare in un contesto
etrusco di scrivente e parlante etrusco, di cultura etrusca, non in una tomba qualunque, ma di un
rappresentante delle classi elevate. Se per Rutile avremmo potuto dire di avere un gentilizio romano usato
come prenome etrusco (può succedere), però l’altro elemento ci dice chiaramente che questa è una
persona che ha nella sua onomastica diversi testimoni, con Ipokrates che è in origine un nome greco ma
che qui è diventato quello che i linguisti chiamano “individual name gentilizio”, ovvero un nome individuale
che diventa e assume la funzione di un gentilizio. Abbiamo qui quindi da un punto di vista
epigrafico/archeologico quello che racconta la storia di Demarato di Corinto, abbiamo una componente
greca familiare che si mescola a un elemento latino stanziato a Tarquinia, possiamo vederlo come il
corrispettivo di quello che succede a Roma all’arrivo dei Tarquinii con il loro integrarsi nella società romana
e cambiare il nome e nel loro caso arrivare alla monarchia (qui comunque siamo a livelli alti della società,
anche se non sappiamo se era cittadino o integrato a Tarquinia, ma vediamo un fenomeno di integrazione
spinto perché parliamo di ceto dirigente in cui queste componenti etniche manifestano un’origine alloctona
della persona che segnalano, e siamo cronologicamente nella stessa epoca della storia raccontata di Roma).

Aquileia CIL V, Roma CIL VI (raccolta iniziata da Theodor Mommsen sotto il patrocinio dell’accademia delle
scienze di Berlino nell’800, raccoglie tutte le iscrizioni del mondo romano in chiave topografica, cioè singoli
centri antichi; implica che prima di stabilire quali sono le iscrizioni di Aquileia si abbia definito il suo
territorio di competenza per stabilire se l’iscrizione di Muzzana del Turgnano o Tricesimo e aquileiese o di
Zuglio/Iulium Carnicum, e lo si fa studiando tutte le fonti; con Mommsen, non c’è solo la creazione delle
basi scientifiche della epigrafia ma c’è anche uno studio di tutta la documentazione archeologica e di tutte
le fonti per stabilire la storia del centri antichi e quelli che sono i loro ambiti territoriali). CIL XIII raccoglie le
iscrizioni della Gallia. Tavola di Lione, l’antica Lugdunum nella Gallia Comata. Il discorso è inciso su due
tavole ma non è completo, manca la parte superiore; in realtà è un’unica tavola tagliata però in due di
bronzo ed è un discorso dell’imperatore Claudio che tenne in senato e lo datiamo perfettamente al 48 d.C.,
lo conosciamo anche da un’altra fonte e cioè da Tacito. Tacito era uno storico romano che scrisse la
Germania, l’Agricola -biografia del genero, della morte del quale incolpa Domiziano; era genero di Agricola
ed era dell’epoca dei Flavi, era un senatore e quindi i suoi Annali, che vanno da Tiberio ai Flavi, sono in
realtà una raccolta storica annale per anno per fare la quale utilizza notizie che ricava anche dagli archivi del
senato). Il discorso che l’imperatore Claudio tiene in senato è registrato e conservato nell’archivio del
senato, è un documento ufficiale. Non dobbiamo pensare che gli antichi romani non conoscessero una
forma di archiviazione/conservazione della documentazione e una sorta di burocrazia, esisteva eccome e
sappiamo che quando ad esempio durante il regno di Vespasiano c’è l’incendio del Tabularium, edificio che
conteneva copia di tutti i documenti non solo di Roma ma di tutto l’impero, c’è Vespasiano stesso che va
con i vigiles a salvare il salvabile e una volta che l’incendio è domato richiede ovunque copie dei documenti
andati perduti. C’era la pratica, anche nelle città, es. Aquileia mandava una documentazione (es. il suo
catasto oppure censimento/dati censuali, esisteva un archivio locale e uno centralizzato; ovviamente non
aveva la capillarità di una moderna archiviazione ma esisteva, come esisteva anche il fatto -es. i documenti
che dimostrano l’appartenenza o meno di una persona a una certa comunità- di farsi rilasciare delle copie
dei documenti di vario genere). Questo discorso tenuto in senato, copiato e tenuto nell’archivio del senato
cui Tacito aveva accesso lo troviamo su una tavola di bronzo a Lione perché erano proprio i locali che
volevano mettere in evidenza il loro accesso agli honores, nel caso specifico al senato; Claudio vuole
convincere i senatori a permettere si più nobili dei Galli della Gallia Comata che sono già cittadini di
accedere al senato di Roma e diventare senatori provinciali (fino a quel momento i senatori sono solo
italici), e questo ovviamente suscita una bella resistenza da parte del senato. Lo troviamo a Lione perché gli
aristocratici gallici che riescono ad ottenere questo privilegio vanno a Roma, fanno domanda di avere una
copia del discorso, tornano a casa con essa e decidono di farla mettere su una tavola di bronzo. Claudio per
cercare di convincere i senatori che erano riluttanti porta tutta una serie di esempi che dovrebbero
giustificare la sua proposta. Una modalità di pensiero dei romani è che quando si propone una novità si
cerca di farla risalire all’indietro; quindi trovare le origini di questa apparente novità nel passato per cui nel
presente non era più tanto nuova ma si ancorava a quelli che erano i mores dei maiores/tradizione e
questo giustificava la tradizione. Es. leggi Licinie Sestie del 367 a.C., quando si stabilisce che anche un
plebeo può adire al consolato: c’è una parte della tradizione che tramanda che questi due tribuni che erano
Gaio Licinio e Publio Sestio fanno votare non soltanto questo tipo di norma, che metterà fine allo scontro
tra patrizi e plebei permettendo la creazione della nobilitas patrizio-plebea, ma propongono secondo parte
della tradizione anche delle riforme agrarie che riguardano l’ager publicus, con una quota di assegnazione
di ager publicus massima che ciascuno può avere (sono del IV secolo). Anche i Gracchi successivamente
proporranno una riforma simile: qualcuno dei critici moderni dicono che le norme delle Licinie Sestie del IV
sec. Sull’ager publicus abbiano una loro fondatezza, ma altri invece sostengono che l’ager publicus nel IV
secolo non era così ampio ed esteso da necessitare qualche forma di organizzazione e che si tratta soltanto
di una proiezione all’indietro di quello che faranno i Gracchi, per giustificare/far digerire meglio quella che
sarà la riforma graccana che scontentava molto e creava conflitti non indifferenti (infatti i Gracchi fanno una
brutta fine). Anche qua abbiamo Claudio che per giustificare proietta all’indietro l’ingresso di stranieri nella
società romana tirando fuori tutta una serie di esempi che affondano nel passato. Non abbiamo il testo
completo della tavola di Lione, questo potrebbe spiegare come ci siano tra di essa e il testo di Tacito delle
discrepanze, ma fa parte anche della discrepanza normale nella storiografia antica: Tacito è un senatore e
ha accesso alla documentazione anche di archivio, ma lo storiografo antico non è come quello moderno
(usano entrambi documenti ma c’è una diversa percezione del tipo di prodotto che stanno scrivendo, non si
tratta tanto di una maggiore “faziosità”, Tacito dice sine ira in studio è tucidideo come tipo di impianto, e
anche i moderni poi hanno un’obiettività discutibile; non si tratta neanche di una circolazione più limitata o
l’idea che i documenti rimangano privati, anzi), lo storico antico ha la percezione di fare un lavoro di
scrittura artistica/letteratura, quindi rielabora quello che trova, si preoccupa del bello stile. Nel caso
specifico Tacito ha accesso all’archivio ma rielabora, aggiungendo delle cose e probabilmente togliendone
altre. Se facciamo il confronto con l’iscrizione vediamo che il testo è diverso, anche se l’iscrizione è mutila.
Nel discorso di Tacito inizia parlando di Clauso ma non c’è nell’iscrizione, e viceversa. Quando il testo
epigrafico è venuto alla luce nel 1500 subito gli storici (rinascimento, recupero dell’antico, si stanno
pubblicando e anche si riscoprono i testi degli antichi, nasce la filologia), questi studiosi/eruditi si mettono a
confrontare il testo e vedono che ci sono cose che nel testo di Tacito non ci sono. Nell’impianto
umanistico/rinascimentale la preminenza ce l’ha la fonte letteraria, bisogna aspettare Mommsen per avere
la fonte epigrafica assolutamente equiparata e in molti casi superiore alla fonte letteraria, perché la fonte
epigrafica è comunque diretta, quella si trovava in archivio in senato e non Tacito (che è una rielaborazione
artistica). I censori erano magistrati repubblicani istituiti nel V sec., magistratura patrizia che poi diventerà
plebea, si occupano del censimento e di stabilire le diverse classi di appartenenza, si occupano di inserire i
neo cittadini nelle liste di censimento e anche di quella che si chiama lectio senatus, cioè di verificare chi ha
i requisiti per andare in senato; hanno la nota censoria che è una sorta di nota di condanna/valutazione di
esito negativo del comportamento/della vita: per ricoprire una carica pubblica nel mondo romano bisogna
avere una moralità, che vuol dire non occuparsi di lavori infamanti (es. impresario di pompe
funebri/contatto con i morti e quello che riguarda, non essere un lenone gestore di prostitute, un araldo
pubblico etc. anche se magari ricchi ma disdicevole dal punto di vista della dignitas), non essere macchiato
di delitti o sotto processo, non aver picchiato in pubblico il figlio, c’era una condotta morale di un certo tipo
e poi anche un censo adeguato che dall’età augustea (si strutturano due carriere diverse, equestre e
senatoria, i senatori non potevano possedere dal III secolo -plebiscito Claudio-navi mercantili oltre a un
certo tonnellaggio o dedicarsi alla mercatura anche se c’erano i prestanome, dovevano comunque avere
idealmente solo ricchezza fondiaria che era “ricchezza nobile” anche se commerciavano i prodotti dei loro
latifondi anche se non direttamente) per fare il senatore era fissato a 400.000 sesterzi per i cavalieri e 1
milione per i senatori, ed era preferibile avere rendite da proprietà fondiarie (si parla di Augusto, ben dopo
il plebiscito Claudio; i cavalieri avevano molte ricchezze, es. Licinio Crasso, che speso poggiavano su un
preciso tipo di rapporto con lo stato, prendevano appalti pubblici consistenti come l’esazione delle tasse in
provincia: lo stato romano fino all’avanzata età imperiale non ha un suo sistema di riscossione delle tasse
fatto da funzionari imperiali e quindi ci si serve di appaltatori privati, i famigerati pubblicani della Bibbia).
Dal testo della tavola emerge una novità interessante rispetto agli Annali di Tacito; emerge l’aspetto
“storico” di Claudio, il suo interesse per la storia etrusca; Claudio ci racconta la storia di Servio Tullio, altro
Etrusco ma lontano dai Tarquini, che arriva a Roma e diventa re.

18.10.2018 lezione III

Domani ci sarà lezione in Corbato alle 13. Avevamo inquadrato il tipo di documento (discorso in senato di
Claudio), abbiamo parlato della differenza tra le due testimonianze, quella della tavola di bronzo e quella di
Tacito, col discorso dell’elaborazione della fonte (la fonte epigrafica è una fonte non elaborata/diretta,
invece in Tacito abbiamo un’elaborazione non tanto per dare una certa visione della realtà quanto piuttosto
perché l’opera storiografica antica è intesa come opera letteraria, quindi anche il documento dell’archivio
del senato che Tacito usa lo abbellisce). Stiamo osservando questo documento perché ha un legame col
tema dello straniero. Claudio elenca una serie di sovrani che sono tutti stranieri tra cui troviamo Demarato
di Corinto (oltre alle testimonianze di Livio e Dionigi). Tra lui e il figlio o il nipote si inserisce Servio Tullio:
Claudio mette in luce uno dei nostri dubbi che riguarda tutta la storia romana, ovvero la discrepanza tra il
numero di anni di durata della monarchia e il numero di re, i regni dovrebbero essere trentennali, è chiaro
che c’è stato un coagularsi attorno a certe figure di alcune funzioni. Anche per i Tarquini c’è questo
problema cronologico, tre re etruschi sono pochi, e la distanza tra Tarquinio Prisco e Superbo è troppo
ampia perché si tratti del figlio, se ne rendevano conto anche gli antichi. Servio Tullio: da storico Claudio fa
un passaggio ulteriore. Secondo gli autori latini è nato dalla prigioniera di guerra Ocresia, secondo quelli
etruschi era compagno di Celio Vivenna. Claudio mette a confronto due tradizioni, quella autoctona locale
latina secondo la quale Servio Tullio era figlio di una prigioniera di guerra alla corte dei Tarquini, figlia del
sovrano della città conquistata, che si trova a servire alla corte di Tarquinio Prisco e che viene messa incinta
secondo la leggenda da una favilla/scintilla del focolare (la leggenda del fuoco padre di sovrani, o
dell’acqua, è molto antica; es. la madre di Romolo e Remo viene messa incinta con Giove trasformato in
pioggia d’oro). Spacciare Servio Tullio per il figlio di una prigioniera di guerra permetteva due cose: da un
lato di giustificare l’onomastica di questo re, collegato a servus/schiavo, e d’altro lato era meno infamante
perché figlia del re vinto; questo risultava nel complesso meno infamante di parlare di un’occupazione
straniera, era meglio il figlio di una schiava di guerra di nobili natali piuttosto che lo straniero che conquista
Roma. La versione latina della vicenda giustifica quindi alcuni aspetti un po’ imbarazzanti. Invece la versione
etrusca dice che era un compagno di Celio Vivenna; sodalis è un termine non usato a caso. Di Celio Vivenna
parlano anche le fonti romane, è un etrusco, erano due fratelli Aulo e Celio che erano signori etruschi,
paragonabili alle compagnie di ventura delle epoche successive dove c’è un comandante/capo che ha al
seguito una serie di soldati/sostenitori che sono compagni, si tratta di bande armate non di delinquenti ma
di uomini che cercano di occupare/prendere il potere su altri territori. Fonti sulla parola sodalis; Gaio è un
giurista che scrisse le Istituzioni di diritto romano, non sappiamo nulla di lui, nemmeno quando sia
esattamente vissuto, ma si pensa come data più verosimile l’età giulianea; si tratta di un manualetto, le
Istituzioni di diritto romano, che è una delle formulazioni più complete che abbiamo del diritto romano
prima dei grandi codici che sono tardi. Gaio, altra opera importante, fa un commento alle leggi delle XII
tavole; non abbiamo i testi diretti delle XII tavole che sono la prima legislazione scritta, ma abbiamo
citazioni che troviamo ovunque e che permettono di ricostruirle quasi completamente (anche Cicerone dice
una cosa importante, che fino ai suoi tempi o almeno alla sua infanzia erano esposte ed erano usate dai
maestri per far imparare a leggere gli studenti e farle imparare a memoria perché hanno una struttura
metrica in saturni, erano una sorta di eserciziario all’aperto che avevano gli studenti). [La scuola a Roma.
Figlio di nobili/patrizi: aveva dei precettori privati per l’istruzione di base e successivamente un’istruzione
superiore in filosofia e altre materie; il precettore è uno schiavo/liberto greco che ha una sua cultura ma
successivamente l’iter prevede un viaggio in Grecia ad Atene a perfezionarsi. Ma la “gente normale”,
piccola/media borghesia, che non poteva permettersi uno schiavo precettore (come prezzistica è lo schiavo
che costa di più) si comportava diversamente. Il tasso di alfabetizzazione era relativamente alto ma è un
aspetto dibattuto, ci sono studiosi soprattutto anglosassoni, in particolare William Harris che ha scritto un
volume sull’alfabetizzazione nel mondo antico, che è molto scettico sulla diffusione di lettura e scrittura
nelle società antiche. Ma se si va a guardare i documenti che sono sempre la punta dell’iceberg rispetto a
quelli che non si sono conservati, noi vediamo una realtà diversa; soprattutto il mondo romano ma non solo
è una società assolutamente alfabetizzata dove la scrittura è praticamente ovunque, sia in ambito
domestico che in ambito pubblico, es. nelle case alcuni hanno la biblioteca o comunque ci sono scritte sulle
ciotole col nome del proprietario per distinguerle, nella legione ci sono i picchetti da tenda con il nome del
soldato cui erano stati assegnati, o l’elmo con il nome (da un certo punto in poi è lo stato che si incarica di
armare i soldati, hanno lo stipendium etc., è lo stato che dà l’armamentario e va restituito possibilmente in
buone condizioni, è importante non farselo rubare o prendere per sbaglio, quindi è tutto scritto/marcato).
Poi es. Pompei ci sono scritte di tutti i tipi, graffite, a pennello, insegne delle botteghe, manifesti per
spettacoli gladiatori, manifesti elettorali; nel foro ci sono tutte queste scritte ovunque e in più tutte le
scritte ufficiali come basi statue, gli architravi degli edifici importanti del foro con il nome di chi ha curato la
costruzione o restaurato, chi curava la pavimentazione lasciava uno scritto (es. pantheon a Roma). Fuori
dalla città si passa lungo le vie sepolcrali che sono scritte in tutti i modi possibili, non soltanto con iscrizioni
ma anche con tutti i divieti (es. rilievo ad Aquileia con un cacator raffigurato; a Pompei troviamo scritto
cave cacator/vai via tu che lordi soprattutto per i monumenti sepolcrali che spesso erano in aperta
campagna; ad Aquileia non si sono conservate le scritte ma c’è un rilievo con un uomo con la toga alzata
piegato e in alto c’è Giove con la saetta in mano, minaccia per chi ha intenzione di lordare quel contesto
funerario/tombale). Lungo le strade ci sono miliari, sepolcreti legati a proprietà private (latifondo con
sepolcreto a cui si cercava di dare visibilità sulla strada). È una civiltà della scrittura esposta, per cui quelli
che non seguono l’interpretazione di Harris parlano di una civiltà che ha avuto un tasso di alfabetizzazione
che l’Europa ha conosciuto soltanto nell’era post-industriale. Ci sono anche testimonianze letterarie
“gonfiate” per il tono, es. Satyrcon di Petronio nella cena di Trimacione uno dei commensali, liberto come
lui, illustra bene una particolarità di questa alfabetizzazione: si vanta di non sapere la geometria/filosofia
etc. ma dice litteras lapidarias scio, lettere lapidarie, quindi sa leggere le iscrizioni, quindi saper sciogliere le
abbreviazioni etc.; c’è un tipo di alfabetizzazione che non comporta necessariamente la scrittura ma riuscire
a decrittare quello che si vede affisso in pubblico. Magari per alfabetizzazione si trattava di tutto quello che
si intende oggi, magari si trattava solo della lettura senza essere capaci di scrivere, anche se ci sono
talmente tanti esempi di scritte estemporanee in contesti estremamente vari non necessariamente legate
alle classi alte che il livello era sicuramente elevato. Non ci sono maestri pubblici ma maestri privati,
sappiamo dall’edictum de pretiis di Diocleziano che venivano pagati ad allievo, si mettevano sul mercato
pubblico/spazi pubblici, porticati o basiliche, e lì venivano pagati dai genitori per il singolo allievo.
Nell’edictum c’è anche il massimo e minimo che possono prendere per allievo. Era una sorta di calmiere che
voleva evitare speculazioni, al tempo c’era una notevole inflazione e Diocleziano fissa soprattutto un tetto
massimo di prezzi applicabili dai commercianti e nel nostro caso anche dai maestri, ci sono anche le paghe a
giorno degli operai (con o senza pasto etc.); le cause di questa inflazione sono tuttora dibattute, Diocleziano
era un soldato balcanico, sale al potere nel 285 dopo la cosiddetta anarchia militare, un lungo periodo in cui
c’è una proclamazione di imperatori fugaci che durano pochi mesi, il potere centrale è completamente
distrutto e d’altro lato ci sono spinte autonomiste dopo l’ultimo dei Severi che muore nel 235; con i Severi
c’è stato -molti interpreti moderni vi vedono uno dei motivi inflattivi- ma anche con il terzultimo e il
penultimo dei Severi un enorme aumento delle spese militari e quindi la necessità di coniare una moneta
dove il rapporto tra valore effettivo e nominale della moneta era sbilanciato (è l’Antoniniano, è la curva in
basso della monetazione e dell’inflazione, oltre agli elementi disgreganti/spinte autonomistiche).
Diocleziano cerca di frenare questi aspetti e ha un tipo di politica finanziaria/economica, un tipo di
intervento che è, secondo l’intestazione dell’edictum, quello del buon padre che cerca di sistemare, non è
un vero intervento economico; anche se cerca di fare una politica di monetazione assegnando un valore
alla monetazione aurea, stabilendo anche per legge, cercando di controllare l’incremento dei prezzi, con
l’editto i prezzi: vengono elencati i prezzi da poco più di mezzo litro di vino (un sestario?) a una stoffa di
porpora o un leone e tra queste cose anche il maestro. I maestri raggruppano delle classi e fanno lezione
all’aperto in pubblico, e questo spiega anche la faccenda delle XII tavole, i monumenti pubblici sono
occasioni di lettura e studio]. Gaio nel commento dice che i sodali sono quelli che appartengono al
medesimo collegio/etaireia per i greci. Parla della XII tavola probabilmente, si discute dell’associazionismo,
consentito purché non sia contro la legge dello stato; ma sembra che la legge sia trasposta dalla legge di
Solone, i sodali sono membri di confraternite di vario genere, confessionale/religiosa ma non solo. Es. a
Satrico nel tempio alla Fortuna e tra le pietre è stato trovato questo blocco con un incavo che
probabilmente era elemento di un basamento per un dono che era messo sopra (si trattava di un donario,
offerta alla divinità/ex vota di cui ci è rimasto solo un pezzo di iscrizione). Di solito i templi hanno una
giurisdizione a parte nel senso che erano extraterritoriali (erano situati vicino a delle città ma erano in una
giurisdizione altra), ma i magistrati della città vicina avevano la possibilità di utilizzare la “ pecunia fanatica”
(da fanum/tempio, era il denaro/ricchezza del tempio) per fare opere di solito legate al tempio. Questo
denaro veniva da tutte le offerte che i fedeli facevano, a scioglimento del voto/ricevuta la grazia il fedele
doveva donare una statua di bronzo/dono dedicato alla divinità spesso con la sua iscrizione al tempio;
questi oggetti non erano esposti di solito ma si trovavano nei magazzini del tempio, che non erano
grandissimi; una volta riempiti un dono alla divinità non può essere distrutto/buttato, si recuperavano le
parti preziose che venivano fuse/vendute da cui si ricavava la pecunia fanatica; le parti come questa si
cercava di recuperarle in ambito del tempio, in questo caso hanno usato questa pietra per costruire il
tempio nelle fasi successive, ed è il motivo per cui ci è rimasto. Paleografia del testo: è in capitale che
sembra greca, c’è il rho e una “s” e “l”, tutta una serie di lettere indicative di un alfabeto arcaico che serve a
trascrivere una lingua che è latino. Lo scavo di Satricum era stratigrafico, ovvero si scava per strati, i primi
sono più recenti rispetto agli strati che si trovano sotto; ci sono stratificazioni e il lavoro dell’archeologo non
consiste nello sterro (non si fa più dai tempi di Winckelmann), ma lo scavo moderno consiste nel
permettere di individuare strati/relazioni tra di essi, di trovare negli strati dei testimoni datati per
individuare una cronologia relativa/assoluta e vedere i rapporti tra i reperti. Qui abbiamo uno scavo
stratigrafico datato genericamente dopo il VI secolo. La paleografia delle lettere ci rimanda a quest’epoca,
iscrizione arcaica simile a quella del cippo del foro/lapis niger, ma questa è recenziore. È un’offerta per la
divinità, si discute se si trovasse il nome del dio nell’iniziale “iei” (dativo), stetèrai ha un raddoppiamento
arcaico, è un perfetto arcaico e poi troviamo un genitivo popliosio valesiosio (fenomeno fonetico, rs: Publio
Valerio in latino classico). I sodali di Marte di Publio Valerio hanno posto “a una divinità”, è un normale
formulario per questo tipo di oggetto. Mamartei ricorda Marte e i Mamertini che hanno lo stesso tipo di
raddoppiamento, erano mercenari provenienti soprattutto dalla Campania. Mamartei non è tanto un
sostantivo ma aggettivo di suodales, i sodali di Marte, quindi sono commilitoni, ma sono suodales di
qualcuno; sono commilitoni ma tutti intorno a questo Publio Valerio che è il capo di questa sodalità che ha
un carattere prevalentemente militare. Infatti secondo alcuni autori “iei” è un resto di “Mamartei” da una
dedica a Marte. Valerio Publicola è uno dei consoli del 509, primo anno della repubblica; non sono consoli
ordinari ma uno dei suffeti, eletti quando i consoli muoiono o quando devono dimettersi; poi sappiamo che
in epoca imperiale il suffetato diventa quasi la norma perché servivano persone per ricoprire i posti
nell’amministrazione dello stato e militare. Prorogatio imperii: quando Roma inizia ad avere un impero
extra italico si pone il problema di amministrarlo; inizialmente aumentano i magistrati, prima si aumentano
i pretori ma poi ci si rende conto che non si possono crearne troppi, allora viene trovato un altro sistema, la
proroga dell’imperium. Il magistrato, console o pretore, ha l’anno di carica con l’imperium domi militiaeque
(comando militare e amministrazione giustizia), ma un anno dopo o anche dopo due anni, comunque una
volta uscito di carica viene incaricato di gestire come governatore una provincia, e gli prorogano l’imperium.
Non è un imperium che vale a Roma ma solo in provincia, hanno una proroga temporanea. Solitamente i
suffeti entravano in carica quando il console muore e non si può andare immediatamente a elezioni; ma
quando c’è il problema di trovare amministratori e figure dell’esercito e i due consoli e i pretori non
bastano, in gennaio entrano in carica i consoli ordinari, di solito dopo un bimestre attorno a marzo danno le
dimissioni ed entrano in carica i suffeti che a loro volta si dimettono; ci sono stati anni nel I e II secolo in cui
si sono avute anche 5 coppie consolari lo stesso anno, cosa che garantiva la disponibilità di 10 persone da
mandare in provincia, diventa uno strumento di governo. Con l’età imperiale spesso per scena/ruolo uno
dei consoli era l’imperatore, la prima coppia consolare era l’imperatore e un suo amico intimo, poi però
scattava il suffetato e gli altri erano quelli che negli anni seguenti sarebbero tutti andati a gestire le
province. La gestione della cosa pubblica funzionava così, per avere la proroga e comandare in provincia le
legioni bisognava aver già avuto l’imperium, non veniva attribuito per andare in provincia ma c’era solo la
proroga, e solo consoli e pretori avevano l’imperium a Roma. Era un escamotage per avere persone
preparate (la carriera preparatoria al consolato era lunga, si partiva dalla carica di tribuno militare, si
diventava consoli a circa 40 anni con una carriera più o meno accelerata a seconda della famiglia e delle
amicizie col principe); il suffetato era una modalità per prolungare l’imperium per uno o due anni, non per
attribuirlo. Publio Valerio Publicola è uno dei consoli suffeti del 509 che conosciamo dalle fonti, Publicola è
un cognomen ex virtute perché era particolarmente vicino al popolo (da publicus), soprannome per la sua
attitudine nei confronti del popolo. Questa iscrizione però ce lo mostra in un’altra dimensione, ovvero
quella di un capo parte, uomo politico romano che però non ha solo prestigio politico ma anche dei suoi
soldati. Quando Claudio parla di sodale intende questo, Celio Vivenna era il capo con i suoi compagni d’armi
tra cui il futuro re di Roma. Servio Tullio esce dall’Etruria e arriva sul Celio che dedica al suo comandante,
non c’è stata una rottura con lui, elemento militare forte. Poi mutato il nome da Mastarna a Servio ottenne
il regno, prende il potere e lo prende sicuramente con le armi, con i resti dell’esercito di Celio; c’è una presa
della monarchia romana con le armi da parte di un altro etrusco, sicuramente non fu un tiranno nel vero
senso del termine/nel senso deteriore del termine: si occupò della fortificazione di Roma ma anche di un
riforma che riguarda la società e l’esercito ovvero la riforma censitaria, divide la popolazione in classi di
censo secondo quello che in contemporanea succedeva nel mondo greco; quindi un’articolazione censitaria
della società, fasce in base agli assi/monetazione secondo le fonti, però per l’epoca era troppo presto
perché si trattasse di fasce in base alla moneta (probabilmente le fonti riportano un’elaborazione
successiva). C’erano 5 classi di censo con 18 centurie di cavalieri e 5 classi divise a loro volta in centurie, 40
iuniores e 40 seniores (per essere senior bisognava aver compiuto 45 anni) e 20-20 nelle classi successive
per un totale di 193 centurie. Questo tipo di organizzazione serviva al reclutamento militare e anche per le
votazioni nei comizi centuriati, così ci si garantiva una maggioranza conservatrice: si cominciava a votare
dall’alto e le centurie non avevano lo stesso numero di membri. In base al reclutamento militare si
ottenevano la cavalleria e i fanti (ogni classe è armata in maniera diversa, siamo ancora nella fase in cui
l’armamento veniva pagato dal soldato stesso, e in base al reddito si era tenuti ad armarsi in un certo
modo). Le centurie erano anche uno strumento di voto nei comizi centuriati, cominciando la votazione dalle
classi più elevate ovvero i 18 di cavalieri che erano i ricchi e poi a scendere: quando si raggiungeva il
quorum ci si fermava, alla metà delle centurie (98 circa), le altre non venivano mai interpellate. Poi a
garanzia ulteriore c’era la composizione interna: centuria nonostante il nome non aveva 100 uomini, nelle
classi più elevate spesso erano anche meno, nell’ultima classe invece ce n’erano ben più di 100 (lo dice
Cicerone, la centuria delle ultime classi era di solito più popolosa di un’intera classe di quelle elevate, ma
contavano zero). Poi c’era l’ulteriore aspetto dell’età: i seniores contavano come voto come gli iuniores, ma
erano molto meno numerosi (parliamo di società arcaiche dove la mortalità era elevatissima, arrivare oltre i
45 non era da tutti) ma il sistema faceva sì che avessero lo stesso peso, sistema conservatore che
privilegiava la fascia più adulta/matura della società, i giovani erano molti di più ma avevano lo stesso peso
di pochissimi seniores. A Servio Tullio risale questo tipo di riforme e altre operazioni molto da
“sovrano/tiranno greco” quindi demagogo. Tarquinio il Superbo gli successe grazie anche alla connivenza
della figlia di Servio che si è innamorata del Superbo al punto da essere disposta ad assassinare il padre, poi
nasce la repubblica nel 509. La vulgata dice che il Superbo diventa inviso a tutta la società; in realtà la
lettura più probabile i questa facciata è una rivoluzione aristocratica con l’eliminazione dell’usurpatore
straniero aristocratico anche lui; tutto questo spiega perché con il 509 quando si instaura tradizionalmente
la repubblica abbiamo subito “la serrata del patriziato”: i patrizi hanno recuperato il potere usurpato dal re
e se lo conservano lasciando fuori dalla gestione della res publica i plebei. L’opposizione patrizi-plebei non
nasce con la repubblica ma esisteva già prima, ora però ai plebei viene a mancare il protettore della plebe (i
Tarquinii appaiono invece come demagoghi), è per quello che lo scontro diventa politico. L’opposizione tra
queste due componenti della società c’era già prima ma diventa forte soprattutto perché i patrizi si
arrogano le due componenti delle magistrature superiori di derivazione monarchica, imperium e auspicia
(propri di consoli e pretori, quindi controllati dai patrizi). Si apre una storia di lotte che viene risolta dalle
leggi Licinie sestie secondo le quali uno dei consoli deve/può essere plebeo (non è sempre così infatti): si
apre un nuovo capitolo della storia romana perché al patriziato si sostituisce come classe dirigente la
nobilitas patrizio-plebea (optimates e populares invece sono posteriori, una deriva politica scontri di partito
quasi), nuova aristocrazia/elite data dalla fusione di famiglie aristocratiche e membri dell’elite plebea, si
configura/caratterizza perché nell’ambito di queste famiglie possono vantare un magistrato superiore (un
console); fino a quell’epoca potevano farlo solo patrizi, quando anche i più ricchi dei plebei arrivano al
consolato il ventaglio si allarga e abbiamo una nuova aristocrazia non solo di sangue ma anche di denaro.
Serie di stranieri che arrivano a Roma non solo come commercianti/esuli. L’Asylum da cui deriva il nostro
diritto d’asilo era un luogo fisico a Roma, in cui si poteva essere protetti dalla cattura; deriva dal greco syle
che indica la cattura e a- privativo, quindi luogo dove non puoi essere catturato. L’origine viene attribuita a
Romolo: Livio dice che Roma nasce non come espressione di un popolo, sono i romani che sono
espressione di una città al contrario di quello che accade in altre città circostanti. Lo stato romano non è
determinato da un elemento etnico. Mancavano gli abitanti e Romolo trasforma un bosco sacro nell’asilo;
abbiamo alle origini una mescolanza di genti che provengono anche da oltremare. Romolo apre le porte e
arrivano persone da ogni dove; lui non solo garantisce l’immunità (non essere catturato se ladro o esule)
ma anche la cittadinanza, quindi i cittadini di Roma nascono come accozzaglia di gente di varia origine che
viene accolta a cui viene data la cittadinanza romana. Il luogo in cui sorgeva l’asilo è stato identificato sul
Campidoglio.

L’iscrizione è stata trovata nel 1500 a Lione (i locali avevano portato in patria una copia del documento del
senato) ed è subito stata messa in confronto col testo di Tacito. Nel testo di Tacito ci sono delle parti
diverse e delle parti mancanti (ma la tavola è mutila, quindi non sappiamo se contenesse effettivamente
quelle informazioni). Parla del dominio romano che si espande e delle genti che arrivano, le famiglie antiche
provengono da varie regioni italiane; poi i confini vengono estesi fino alle Alpi. Nelle legioni vengono
incorporati i più forti dei provinciali per dare vigore all’impero esausto. Parla di Cornelio Balbo, spagnolo di
Gades che aveva avuto la cittadinanza romana grazie a Pompeo (quando era in Spagna contro Sertorio),
molto ricco; a un certo punto quando si cerca di attaccare Pompeo lo si fa tramite lui, gli viene contestata la
cittadinanza romana dicendo che Pompeo ha agito al di fuori della legge, e Cicerone lo difende ( Pro Balbo).
Gallia Narbonense. Sparta e Atene si indebolirono per aver bandito gli stranieri. Nel 390 abbiamo la presa di
Roma da parte dei Galli Senoni; Volsci ed Equi hanno combattuto contro Roma; ma lo stesso vale per
Etruschi e Sanniti che sono entrati in senato tuttavia. Cita la guerra di Cesare contro i Galli ma ormai si sono
assimilati per costumi ai romani, con la cittadinanza portano oro e ricchezze. Pratica del giustificare novità
cercando precedenti all’indietro. Gli Edui per primi diventano senatori a Roma, privilegio che si spiega con
un antico patto, perché soli tra i Galli potevano vantare il titolo di fratelli del popolo romano. Il tono del
discorso in Tacito è lo stesso ma gli esempi che porta non ci sono nell’iscrizione e dà anche l’esito della
cosa, deducibile comunque dal fatto che a Lugdunum si sono fatti copia del discorso. Ma l’esito fu positivo
non perché siano stati convinti dagli esempi che portava Claudio, ma in virtù di quella che si chiama
consanguineitas ovvero comune discendenza che fa degli Edui e dei Romani popoli fratelli, ovvero
l’elemento troiano; quindi i senatori accettano l’idea di avere galli in senato solo perché viene applicato
questo meccanismo che funziona per tante cose in tanti momenti, strumento politico della
familiarità/consanguineità tra i due popoli che devono trovare una forma di contatto. Ma quello che
emerge soprattutto dal discorso di Tacito è l’assenza completa del discorso relativo a Mastarna. Nel 500
subito hanno pensato che (questo dipende da un certo modo di considerare le fonti antiche) aveva ragione
Tacito, supremazia della fonte letteraria; Claudio nella tradizione non ha una grande fama (zoppo,
balbuziente, arriva vecchio al trono contro ogni sua aspettativa, era uno studioso di etruscherie e scrisse
un’opera di lingua e storia etrusche; Seneca ne scrisse una zucchificazione in cui Claudio anche in virtù dei
suoi rapporti con gli stranieri viene dipinto in modo orrendo, da notare la scena delle Parche che stanno per
tagliare il suo filo della vita ma poi si fermano per lasciargli concedere la cittadinanza ancora a qualche
greco o gallo, si dice che dava la cittadinanza in cambio di due perline). Nella seconda metà dell’800 però
venne alla luce una grande tomba a camera affrescata a Vulci che prende il nome dallo scopritore. La
particolarità è nei soggetti degli affreschi, che raffigurano duelli individuali con una raffigurazione speculare,
da una parte ci sono duelli della saga troiana (ha lo scopo di riflettere la gloria della vicenda troiana sulla
realtà locale, è una forma di nobilitazione, ammantano scontri di potere minuscoli alla luce del grande
esempio troiano) e dall’altra tra personaggi che sono identificabili grazie alle iscrizioni dipinte messe sotto i
singoli duelli, e i nomi rimandano a dei luoghi geografici, sono dei capi di queste realtà (nel mondo etrusco
l’espansione non ha mai conciso con la creazione di un’unica realtà statuale/ di un impero, ma ci sono leghe
di città e ogni città aveva una sua dinastia/gestione). Quindi questi sono dei capi i cui nomi rimandano a
diverse comunità, c’è anche un Kneve Tarkunies Rumak (non sappiamo effettivamente quali rapporti avesse
con i Tarquini di Roma) che erano evidentemente personaggi storici. Abbiamo Celio e Aulo Vivenna, che
erano fratelli; Celio è rappresentato nudo con le mani legate e a fianco c’è un altro personaggio che ha due
spade e lo sta liberando (una è per lui) e si chiama Mastarna, quindi la “fantasia” di Claudio trova un
riscontro di tipo archeologico-documentario con un ulteriore prova costituita nel piede di vaso di Bucchero
che viene da Veio, ed è uno degli oggetti donativi dei templi (il bucchero è un tipo di ceramica creata in
Etruria con un particolare tipo di cottura che ha un colore nero scuro lucido e imita il metallo, è
un’imitazione in ceramica di masserizie di vario genere di metallo/rame ma la tecnica di produzione del
bucchero diventa talmente raffinata che poi diventa una ceramica di grande pregio, questo per capire
perché donano un vaso di bucchero al tempio, era considerato non proprio come un vaso in bronzo ma ci
va vicino). Sul piede il dedicante è nella traslitterazione latina (era scritto in etrusco) me donavit Aulus
Vivenna secondo la pratica usuale delle iscrizioni arcaiche in cui c’è l’oggetto che parla (es. cista ficoroni o
fibula prenestina, “mi ha fatto…”, “mi ha dato…”, “sono di…”). Questa iscrizione in base agli scavi del
tempio, alla tipologia del tempio e alla tipologia della ceramica si data alle date della tradizione di Servio
Tullio, c’è una perfetta storicità di tutti i personaggi di questa storia, non ultimo Mastarna che libera il suo
comandante in un’azione militare e gli porta la spada nell’affresco. Sul nome si discute molto, secondo una
parte dell’interpretazione moderna Mastarna ha la stessa radice di Magister, e corrisponde alla figura
militare del Magister equitum che aiutava il dittatore, ritorna il rapporto comandante militare-secondo in
comando. Secondo una parte della critica moderna linguistica da Mastarna in latino sarebbe passato il
magister che avrebbe conservato questa funzione in questo ambito; invece recentemente alcuni affermano
l’inverso dicendo che è da magister che deriva Mastarna, sarebbe la traduzione dal latino in etrusco.
Comunque sia nel caso di questo personaggio è chiaro che la sua funzione gli ha dato il nome, ha un nome
che è stato sepolto dalla sua funzione di secondo/aiutante del capo/magister. Quello che ci interessa dire
per quanto riguarda l’assimilazione dello straniero è che lui era un Etrusco che arriva, prende il potere con
le armi diventando re e poi cambia nome, abbandona l’epiteto e diventa Servio Tullio sesto re di Roma.

19.10.2018 lezione IV
Ieri abbiamo parlato di Mastarna/Servio Tullio, esempio di straniero che prende il potere e diventa come
dice Claudio un gran vantaggio per la repubblica. Serie di documenti relativi ad altri stranieri che sono vicini,
i popoli latini. I Romani prendono il nome da Roma, è la città che connota questo particolare gruppo che
non è gruppo etnico, anche se i romani fanno parte dell’orizzonte latino; tuttavia i latini sono altro dai
romani. Momenti cruciali del rapporto tra romani e latini (vedi slide), carta relativa alle diverse città con cui
Roma entra in contatto bellico soprattutto nel momento di espansione. Il rapporto con i latini non è solo il
rapporto che ha Roma come città che si sta affermando nel Lazio in rapporto ai vicini che a un certo punto
diventa prevaricante, ma anche è anche un rapporto importante per l’elaborazione di una nuova figura
istituzionale, quella del Latino, che da un certo momento in poi, cioè dallo scioglimento della lega, non è
solo l’abitante di una delle città che caratterizzano il Lazio, ma diventa una figura giuridica, nel senso che la
cittadinanza latina dopo lo scioglimento della lega latina è un altro tipo di cittadinanza che prelude alla
piena cittadinanza romana. Ci interessa questo discorso per i rapporti tra Roma e queste popolazioni con
cui esiste un trattato, atteggiamento di Roma nei confronti del problema degli spostamenti illeciti da questa
città latine a Roma e quindi tutto il problema delle espulsioni e degli strumenti giuridici per espellere (per
individuare gli illeciti etc.), ma anche interessante perché alla fine di questa parabola tra Roma e i latini
quello che resta a Roma è un nuovo strumento giuridico con cui diffondere la cittadinanza romana, ma con
gradualità: anche in epoca imperiale abbiamo il diritto latino che viene usato come gradino precedente alla
piena equiparazione cives (es. Vespasiano che concede il diritto latino alla Spagna, a un’intera provincia,
che poi dà la possibilità tramite un meccanismo che è strettamente commesso con la realtà urbana e le
magistrature di queste realtà urbane di arrivare alle cittadinanza romana). Provvedimenti che Roma adotta
nei confronti degli italici che si ribellano durante la guerra sociale: in particolare la lex Pompeia (prende il
nome dal console che la promulga, Gneo Pompeo Strabone) concede il diritto latino agli abitanti della
transpadana, con la specifica (sappiamo tutto questo da un commentatore di Cicerone, Asconio Pediano, di
Padova, fa dei commenti alle orazioni; in uno di questi a proposito dello status di colonia ricorda la lex
Pompeia che avrebbe concesso il diritto latino subito dopo la guerra sociale ai transpadani con una
particolarità) che nelle città transpadane, nelle nuove colonie latine transpadane non ci sarebbe stata
immissione di coloni, ma i vecchi abitanti (veteres incolae) avrebbero ricevuto il diritto latino e soprattutto
l’opportunità di ottenere la cittadinanza romana rivestendo una carica magistratuale all’interno delle
colonie stesse. Aquileia è una colonia latina fondata nel 181, dopo rispetto a quello di cui stiamo parlando
ma ben prima dell’89 di Pompeo Strabone: la fondazione di una colonia indicava che ci sarebbe stato
l’arruolamento di tot coloni italici/latini/anche cittadini romani che accettavano di perdere la cittadinanza
pur di avere un appezzamento (la condizione di colono implicava andare in posti sperduti, come lo era
Aquileia rispetto a Roma, ma anche la prospettiva come i coloni del far west di avere un appezzamento di
terra di proprietà). Questi coloni venivano arruolati nel Lazio ma non solo, se guardiamo l’onomastica dei
coloni di Aquileia abbiamo moltissimi nomi umbri, piceni, quindi popolazioni che affluiscono a Roma e sono
disposte ad andare nel nord-est pur di avere in cambio un appezzamento di terra. Nel provvedimento di
Pompeo Strabone questa opzione non esiste, nel senso che le nuove colonie latine sono fatte con i vecchi
abitanti che vengono promossi al grado di coloni latini senza immissione di elementi esterni come
normalmente una colonia comporta; queste assegnazioni di terreno nel caso di Aquileia sappiamo che i
coloni vengono divisi in equites centurioni e pedites, e a seconda dell’appartenenza abbiamo l’attribuzione
di appezzamenti di diverse estensioni. I cavalieri ad esempio prendono più del doppio dei fanti.
Assegnazione di lotti differenti dipende non solo dalla disponibilità economica di partenza: vanno a gestire
una città con magistrati locali, è sempre per garantire un censo adeguato, creano già una società stratificata
con un’elite destinata alle magistrature perché ha il censo/dignitas adeguata, i centurioni a metà strada
sono potenziale bacino di ricambio per l’elite (noi sappiamo quanti sono i pedites ma non sappiamo
l’articolazione degli altri in proporzione, ma sicuramente c’erano pochi cavalieri, un po’ più di centurioni e
una grande massa di fanti) e i numeri per avere sempre persone per la gestione della cosa pubblica. Le
magistrature delle colonie sono modellate sul modello romano (le colonie romane sono considerate pezzi
di Roma in giro per l’italia; anche le colonie latine, sebbene non possano decidere quali leggi romane
adottare però possono avere una gestione autonoma, devono dare un contingente di uomini a Roma), ad
Aquileia colonia latina ci sono i duoviri, ma possono essere anche 4. Ad Aquileia abbiamo i duoviri iure
dicundo quindi hanno la possibilità di fare leggi, quindi corrispondono ai consoli; poi sotto di loro ci sono gli
edili e poi ci sono nel caso di Aquileia un collegio di questori (magistrature principali), più i decuriones che
nella colonia latina si chiamano ancora senatus e sono il corrispondente locale del senato di Roma (formato
da ex magistrati ma non solo). Nell’89 dopo la guerra sociale Aquileia colonia latina diventa (in base a
quello che comporta la guerra sociale, la cittadinanza ai soci italici che possono anche avere una condizione
latina, le colonie latine diventano colonie romane) una colonia di cittadini romani con i magistrati che da
quel momento sono dei quattruorviri, ma in realtà a parte il nome i numeri e la composizione del collegio
rimangono gli stessi, sono due iure dicundo e due aedilicia potestate (duoviri ed edili di prima). I prefetti
sono iure dicundo che possono essere sostituti di magistrati locali quando ad esempio mancano oppure
sono assenti per un periodo consistente, oppure le prefetture come istituzioni a parte sono presenti in tutti
territori caratterizzati non dalla fondazione di città ma zone rurali con quella che si chiama colonizzazione
viritana, singoli coloni mandati in lotti svincolati da realtà urbane, come nel far west (zona di Galli). Allora
per gestire queste persone e i loro rapporti nel resto dell’ambiente vengono create le prefetture che sono
circoscrizioni in cui il prefetto ha il controllo, ma manca una realtà cittadina; poi molte di queste realtà
evolvono e diventano cittadinanza, si forma una città con l’agglomerato che diventa più importante. Questo
provvedimento dell’89 di Pompeo Strabone con questo elemento attribuisce il diritto latino ai centri della
transpadana tra cui anche Padova (ecco perché lo scrive Asconio Pediano), che è una città venetica dei
veneti antichi, che riceve lo status di colonia latina in seguito a questo provvedimento; così anche Este altra
città dei veneti, Brixia nella parte gallica (Galli Cenomani), Verona (tra Cenomani e Reti), Mediolanum
(Insubri), sono tutti abitati indigeni che diventano coloni con la possibilità che all’interno la popolazione
(parliamo delle elites) acquisisca la cittadinanza mediante magistratura (duovirato) ricoperto in queste città
(la concessione della cittadinanza riguarda sempre le elite, a parte il caso di meriti militari, ad es. sempre
Pompeo Strabone -iscrizione trovata ad Ascoli, ma chiaramente copia di Roma, tavola di bronzo- con il suo
concilium militare -tutta l’ufficialità, anche Pompeo Magno- concede la cittadinanza romana a una trentina
di cavalieri spagnoli che militano nell’esercito romano come ausiliari, in virtutis causa. Ma di solito la
cittadinanza è questione di appartenenza ad elites). Non è sempre detto che la cittadinanza sia considerata
un vantaggio, ci sono alcune popolazioni soprattutto latine che preferiscono restare nella loro condizione
precedente rispetto a prendere la cittadinanza romana perché farlo implicava sottoporsi alle leggi romane,
e se continuavi a vivere in un centro che aveva un quadro normativo locale poteva essere un problema, la
cittadinanza in epoca arcaica non sempre viene vista come qualcosa che ti fa salire di livello. Diritto latino,
diventa quindi la modalità preferita da Roma per avvicinare alla cittadinanza popolazioni che erano di
condizione peregrina. Troviamo esplicitato nel commento di Asconio Pediano una modalità, ius adipiscendi
civitatis Romanae per magistratus, ma sembrerebbe leggendo altro tipo di documentazione più antica che
per lo meno fino alla fine del II sec (120 a.C. circa, lex agraria in cui si parla di Latini che sembrano avere
acquisito la cittadinanza così) sembrerebbe un’innovazione del diritto latino più antica. Il diritto latino è
univoco, non plasmato di città in città; per quello che sappiamo si compone di una serie di iura, conubium,
commercium, ius migrandi e il quarto successivo ius adipiscendi civitatis, possibilità di contrarre matrimonio
con cittadini, stipulare contratti e poi spostarsi e l’ultimo di ottenere la cittadinanza con la magistratura,
caratteristiche del diritto latino. Questo viene applicato anche in epoca imperiale probabilmente senza ius
migrandi. Tra i coloni che davano il proprio nome per le colonie potevano esserci cittadini romani, allora lo
ius migrandi funziona soprattutto per questi, che erano cittadini, hanno acconsentito alla perdita della
cittadinanza pur di avere un lotto di terra (da nullatenenti a piccoli proprietari) e questi con delle clausole
che vedremo potevano essere disposti a tornare a Roma ed essere reintegrati nella cittadinanza a Roma. È
probabile comunque che questo ius migrandi, se è mai esistito, abbia riguardato questi e non
genericamente tutti. Slide rapporti tra Roma e latini che partono da Tullio Ostilio/età monarchica, che vede
Roma che nasce con un rapporto di conflittualità che vede nella fase più antica la conquista di Alba Longa,
lega dei popoli latini che avevano un accordo federale; Anco Marcio secondo la tradizione occupa i centri
latini, deportazione di latini che diventano però cittadini romani sull’Aventino; Tarquinio Prisco che
conquista diversi centri che non sappiamo più collocare dal punto di vista topografico. Va detto che tutta
questa fase, nella ricerca soprattutto di matrice anglosassone, è ritenuta tutta una bufala/leggende. Quello
che sappiamo in maniera più certa è che a un certo punto con l’avvento della repubblica a Roma c’è un
coalizzarsi dei latini contro di essa costituendo la lega con cui poi Roma si confronterà presto diverse volte,
talmente presto che si arriverà alla guerra (battaglia di lago Regillo), con il console Spurio Cassio che stipula
un trattato definito “equo” con i latini, il cosiddetto foedus cassianum o foedus aequum. Poi abbiamo Roma
che continua ad espandersi contro Equi e Volsci, viene esteso il foedus Cassianum. In mezzo a tutta questa
espansione di Roma contro i latini abbiamo anche l’incendio gallico con la pugna alliensis del 18 luglio.
Progressivamente scontro di nuovo con i latini che porterà anche in alleanza forse con i Galli a un
rinnovamento del foedus, abbiamo la battaglia definitiva, scoppia la guerra contro i latini con i Volsci contro
i romani e nel 338 abbiamo lo scioglimento della lega, che però comporta che il diritto latino diventa una
modalità di avvicinamento e di primo accesso alla cittadinanza romana per altre popolazioni di condizione
peregrina/stranieri che entrano nell’orbita di Roma e che vengono poi progressivamente assimilati. Il 338
quindi è il momento in cui Roma inizia a fondare scientemente delle colonie latine.

Il FOEDUS CASSIANUM. Ce ne parla Livio in alcuni passi e Dionigi di Alicarnasso. Livio nel secondo libro, agli
inizi della storia di Roma. Postumo Cominio e Spurio Cassio erano i consoli allora, combattono contro i
Volsci di Anzio (Marzio Cincinnato che lascia l’aratro etc.), trattato concluso dal solo S. Cassio senza il
collega, inciso a perenne memoria su una colonna dorata. C’è un altro trattato affisso in un luogo pubblico
su una colonna dorata (iscrizione in bronzo dorato) come il trattato tra Roma e Cartagine. Livio non dice il
tenore di questo trattato ma poi parlando del 338, momento in cui si scioglie la lega dopo la grande guerra
latina nel libro 8: si toglie a tutti gli altri popoli latini conubium commercium e la possibilità di tenere
concilia, quindi ricaviamo in negativo quello che c’era prima, anche se quando parla del trattato di S. Cassio
non esplicita nulla (conubium commercium e concilia/riunirsi in assemblea). Livio a proposito degli Ernici
nel libro 9 dice che si restituiscono a tre dei popoli Ernici le loro leggi, che essi preferiscono al diritto di
cittadinanza; esempio di quello che dicevamo prima, preferiscono tenersi le proprie leggi piuttosto che la
cittadinanza romana, si accorda il conubium tra loro. Abbiamo un’indicazione del contenuto di questo
trattato; a quelli di Anagni si concede la civitas sine suffragio, privati di conubium e concilia. Il conubium è
tra di loro, la fonte dice inter ipsos però sappiamo che il conubium significa semplicemente matrimonio
legale/legittimo, cioè riconosciuto dalla legge romana, quindi inter ipsos intende matrimonio tra di loro che
i romani riconoscono, perché loro si tengono le loro leggi ma Roma riconosce la legittimità del loro
matrimonio sempre per una questione patrimoniale/trasmissione dell’eredità/assi ereditari. Quando si
parla di conubium in generale di solito si intende tra cittadini romani e latini. Gli Ernici non vogliono la
cittadinanza ma i loro matrimoni sono legali dal punto di vista romano (erano già riconosciuti dalle loro
leggi, ora anche i romani sono tenuti a riconoscere la legalità di queste unioni anche se non hanno le leggi
romane). Il conubium tra le diverse comunità è un atto politico, se si parla di matrimoni tra le classi
dirigenti, il divieto di conubium non è pensato per evitare che questi popoli si alleino tra loro; Roma vuole
riconoscere dal punto di vista delle leggi romane un’unione che ha effetti patrimoniali e legali importanti
nel senso che nascono eredi legittimi, e poi soprattutto fino alla lex Minicia se c’è conubium tra un cittadino
e una peregrina il figlio che nasce è cittadino, il conubium garantisce l’opzione di seguire il diritto del padre
perché si va sotto la patria potestas, mentre se è la madre cittadina non vale niente anche con conubium.
Con la legge Minicia si stabilisce invece che in assenza di conubium seguono sempre la condizione deteriore
del genitore, sia che il padre o la madre siano cittadini non importa. Il conubium è un elemento che dà
legalità non solo al matrimonio ma anche all’acquisizione di cittadinanza a parte dei figli, è veramente
importante (tutto l’aspetto di compravendite rientra nel commercium, qui si riconosce la legale
trasmissione di un bene come eredità, non è cosa da poco all’epoca anche se è inter ipsos). Da Livio che
non ci dice il contenuto del foedus quello che si ricava è che per lo meno conubium commercium e concilia
dovevano esserci dentro al trattato. Quello che è più circostanziato è Dionigi che sembra riportare il testo
del trattato; nella prima parte cerca pace reciproca, non combattere tra loro (trattato fatto a seguito di una
guerra), non allearsi né aiutare nemici dell’altro e devono dare aiuto militare da entrambe le parti;
importante la divisione del bottino fatto a danno dei nemici in parti uguali. Si configura quindi un foedus
equum, non c’è Roma che detta legge ma una equivalenza delle due posizioni anche se non è così. Seconda
parte si parla del commercium, possibilità di stipulare dei contatti privati che non possono essere modificati
se le due controparti non sono d’accordo e che poi soprattutto sono validi per entrambe le parti e da
rispettare. Trattato tra Roma da una parte e le città latine dall’altra parte; viene spacciato per un trattato
equo ma non è così (es. le parti uguali nelle prede vuol dire che si divide per due!). è stata davvero una
vittoria romana sul lago Regillo o si sono semplicemente messi d’accordo? Visto il tenore del trattato non è
un vincitore che fa piazza pulita dei vinti ma va detto che non è neppure il trattato tra due amici che stanno
sullo stesso piano, questa faccenda del bottino è una spia che Roma all’interno di questo accordo ha una
posizione di forza, sembra che fosse potente quanto tutte le altre città latine messe assieme. Passo tratto
dalla Pro Balbo di Cicerone ci dice la stessa cosa di Livio, cioè che i trattati sono tutti esposti leggibili e
visibili, questo su una colonna di bronzo vicino ai rostri; dice nuper/fino a poco fa, non sappiamo quando
ma sembrerebbe che anche lui l’abbia visto. Sintesi dei contenuti di questo trattato: divieto di guerra,
divieto di aiutare i nemici, aiuto reciproco, parità nel bottino, ius commerci e ius connubi con i romani.
Ulteriore aspetto che viene fuori non tanto dalle fonti che abbiamo letto ma da attestazioni ulteriori: a capo
di questo esercito di Roma e dei latini contro un comune nemico ci sono praetores e dictatores che sono
eletti a turno tra latini e romani, è semplicemente una modalità di gestione della guerra. All’epoca la figura
del dictator non era così inusuale, era una figura magistratuale che aveva una sua dimensione; in alcune
città latine a capo della città il dictator, come figura magistratuale a capo della città. Per quanto riguarda
Roma (ne abbiamo parlato per quanto riguarda il magister equitum) il dictator è una magistratura
straordinaria, ma sempre una magistratura, non eletto ma nominato dai consoli in situazioni di particolare
pericolo, che ha però una durata di sei mesi. Poi con Silla prima e soprattutto con Cesare dopo la dittatura
diventa altro; Silla diventa dictator legibus scribundis et rei publicae constituendae, ancora una figura
eccezionale per riscrivere le leggi dello stato (fa una riforma conservatrice, aumenta il numero dei senatori)
e per il riassetto dello stato romano dopo le liste di proscrizione. Il dictator perpetuus è Cesare, Silla invece
depone la carica/abdica, cosa che Cesare non fece.

In questo discorso sul foedus cassianum e sulle fonti che abbiamo visto manca il cosiddetto ius migrandi.
Infatti le fonti più antiche non ci dicono nulla che permetta di attribuire al foedus cassianum già lo ius
migrandi; e questo spiega perché secondo al critica moderna (Coşkun e altri) questo diritto e anche altri
non sono mai esistiti (è una lettura moderna di fonti successive applicate da noi moderni al foedus
cassianum dove però non c’è traccia di questi). Secondo invece la versione più “soft” di Cremèr il cosiddetto
ius migrandi rientrerebbe nell’ambito della possibilità di ottenere la cittadinanza per migrazione e censum
di cui parlano le fonti: vai in una città romana, ti fai iscrivere alle liste per il censimento e automaticamente
fai parte della popolazione di questa città e sei cittadino romano. Vedremo che su questa iscrizione alle liste
di censo della città e sulla liceità o meno di dichiararsi poi cittadino romano ad esempio Cicerone ha fatto
dei processi in cui aveva clienti come il poeta Archia (Pro Archia) cui veniva contestata la cittadinanza
perché le liste di censo in cui si sarebbe iscritto in particolare a Taranto erano bruciate e quindi c’era il
problema di capire se la sua cittadinanza fosse legittima o meno. Per quanto riguarda lo ius migrandi di
solito si riporta la testimonianza sempre di Dionigi di Alicarnasso in cui dice che viene a Roma un così gran
numero di persone, migrazione a Roma riferita all’epoca arcaica di Spurio Cassio, per cui la città si trova
piena di stranieri. Virginio allora fa pubblicare ovunque che quelli che non hanno il domicilio a Roma
devono andarsene immediatamente. Da questo passo che non parla dello ius migrandi come lo conosciamo
noi, parla di stranieri che non hanno il domicilio a Roma e che devono andarsene. Da questo passo è stato
dedotto che anche in età arcaica funzionasse questo ius migrandi. In realtà le testimonianze sicure sono
nella cronologia (177 a.C.) ben posteriori al V secolo di cui parliamo. Livio ci racconta un episodio che si
situa nel II a.C. pochi anni prima della fondazione di Aquileia: ci sono tanti ambasciatori degli alleati latini
(sociorum latini nominis, i legati dei soci di diritto latino, quindi degli alleati di diritto latino; ma secondo
alcuni non è detto che non siano da includere non solo quelli che hanno il diritto latino ma gli italici in
generale, quindi che questa espressione contiene sia i latini che gli italici in generale che avevano lo status
di peregrino); comunque sia ci sono questi inviati che arrivano in senato e si lamentano del fatto che ci sono
abitanti di altre città immigrati a Roma e lì censiti. Ci sono abitanti di altre città, molte se non tutte di diritto
latino, che sono andati a Roma e si sono fatti iscrivere nelle liste di censo della città. E gli ambasciatori
vengono a lamentarsi a Roma (non solo per un risvolto economico, cioè che si sono portati via i loro beni e
non pagavano lì le tasse) perché c’è un problema potente di spopolamento (non si coltiva più), anche se si
parla di città considerano la mortalità di allora non si trattava di metropoli ma di piccoli centri, se 200
maschi adulti se ne vanno è un grosso problema demografico. Gli alleati latini nei confronti di Roma erano
tenuti a versare un aiuto anche in uomini/truppe, era difficile se non c‘erano (periodo post 338 in cui non
c’è più la lega latina, però esistono le città latine con cui Roma ha rapporti diversificati; comunque gli alleati
danno sempre un aiuto militare). Il pretore ha l’incarico di cercare questi immigrati e, individuati quelli che
erano stati censiti in altre città, ne rimanda indietro 12.000, numero che indica un fenomeno consistente.
Per procedere a decidere chi doveva andarsene il pretore doveva confrontare i documenti di Roma e delle
altre città, non dobbiamo avere un’idea negativa di una civiltà antica in cui non registravano nulla, anzi,
registravano tutti in elenchi diversi. Interessante anche la data che prendono come discrimine, è l’epoca
posteriore a un grande avvenimento che ha provocato un notevole squilibrio (204-205), la seconda guerra
punica, quando per 13 anni Annibale rimane in Italia, avevano il nemico in casa che va avanti e indietro,
disgrega tutte le alleanze e da un punto di vista della demografia dell’Italia antica (pensiamo che i soci italici
militavano nelle legioni, erano una grossa forza delle legioni, anche se non legionari perché non erano
cittadini erano forze consistenti) tra quelli che morivano coi romani e tra quelli che invece magari negli
scontri tra Annibale e queste popolazioni (non tutti erano disposti a far passare Annibale, alcuni rimangono
fedeli a Roma ma la pagano cara), saccheggi e razzie di entrambi gli eserciti per sopravvivere, quegli anni
vedono un calo demografico potente. In fondo Roma concede a quelli che sono scappati prima e arrivati
prima della fine di quel momento di restare a Roma, ma quelli che risultano scritti in due liste dopo la fine
della guerra annibalica (186) vanno espulsi. Qui ci sono delle burocrazie che operano, ci sono documenti a
Roma e nelle città; per l’età cesariana sappiamo che i censimenti venivano fatti a livello locale e poi si
inviava una copia a Roma. Per questa età il censimento era ancora tutto centralizzato, quindi ci sono archivi
dove sono censiti i cittadini romani. Due secoli dopo sappiamo che Augusto istituisce un archivio dove
vengono registrati tutti i neocittadini, coloro che ricevono la cittadinanza: quindi abbiamo un censimento
attivo dove vengono registrati quelli censiti ma esiste sicuramente da Augusto (prima non sappiamo) anche
un archivio con i nomi di tutti quelli che erano arrivati alla cittadinanza per vie varie; probabilmente esisteva
un elenco dei singoli perché la cittadinanza può essere ricevuta per meriti propri/virtutis causa oppure
anche assegnata a una popolazione/entità/città e probabilmente esistevano archivi diversi, quelli per le
entità statali o etniche e uno per i singoli che comunque venivano registrati, di contro alla nostra immagine
semplicistica dell’antichità, esisteva un’archiviazione che subisce un’evoluzione. Livio quando scrive la stori
di Roma dalle origini nell’introduzione dice di essersi affidato a documenti, però sottolinea che per i fatti
precedenti al 390, cioè l’incendio da parte dei Galli durante il saccheggio di Roma, non può assicurare che
siano dati sicuri proprio perché non ha i documenti. Sappiamo anche che quella volta i Galli incendiano il
tabularium, vengono persi tantissimi documenti, ma c’è anche un altro incendio del tabularium durante il
regno di Vespasiano con i Flavi, e le fonti raccontano che quando scoppia è lo stesso imperatore che va a
cercare di salvare i documenti, salva il salvabile e dopo obbliga tutte le città a rimandare a Roma copia
dell’archivio. Quindi nel 187 c’è una prima espulsione affidata al pretore, bisogna fare una verifica che deve
partire dalle comunità locali per decidere chi espellere, sono esclusi quelli della guerra annibalica;
ovviamente c’è un corollario, quelli che non erano iscritti alle liste di censo locali potevano evitare
l’espulsione, gli altri dovevano rientrare nelle loro comunità e dovevano stare lì stabilmente senza scappare
di nuovo. Passo relativo ai cives che diventano coloni latini; Cicerone ce lo dice, questa pratica dei cittadini
romani che diventano latini è usuale, e ci si chiede se in realtà lo ius migrandi/questa possibilità di tornare a
Roma non riguardasse essenzialmente questi. Una decina di anni dopo al 187 si nuovo i soci di diritto latino
(o forse più in generale italici) mandano ambasciatori, si lamentavano ancora del fatto che molti dei loro
cittadini si erano fatti censire a Roma, ed erano preoccupati per il rischio di vedere campi abbandonati e
rimanere senza soldati per gli arruolamenti. C’è stato in alcune città un depauperamento consistente, ma
Roma chiede lo stesso contingente agli alleati. Erano stati introdotti due sistemi fraudolenti, la legge
concedeva il diritto di diventare cittadini romani se lasciavano a casa dei figli maschi, ecco qui formulato
questo ius migrandi che parte della critica proietta sul foedus cassianum all’indietro, parte dice che non è
mai esistito e sono casi speciali sicuramente in epoca non così arcaica; però Livio qui ci dice che esisteva
una legge che consentiva di fare questo, purché tu lasciassi a casa un figlio maschio; pone dunque un freno
al fenomeno dello spopolamento e a fini patrimoniali/patria potestas nel centro latino resta la gens e anche
la proprietà assegnata. Il figlio che resta in una città latina con il padre che va a Roma e ottiene la
cittadinanza non è più sottoposto alla patria potestas, sono due diritti differenti, il figlio diventa pater
familias e diventa come dicono le fonti sui iuris, cioè una persona che ha una sua dimensione giuridica, e il
padre altro. Quindi il discorso di lasciare il figlio maschio lì risponde a diverse esigenze (patrimoniale,
continuità, popolamento etc.) e d’altro lato e non creava neanche conflitti difficili da gestire se il pater
familias ha la cittadinanza e il figlio no. Questo problema della cittadinanza nei rapporti per familiari è
complesso: lo ius migrandi poteva essere appetibile soltanto se uno a Roma ci aveva vissuto, voleva
tornarci e aveva lì legami, altrimenti uno che si era spostato fuori e aveva fatto dei figli lì e li aveva cresciuti
fino all’età adulta non avrebbe avuto interesse. Sarebbe un non senso per chi non ha mai avuto la
cittadinanza, ma chi l’ha avuta e l’ha volontariamente persa invece poteva ritornare/reintegrarsi nel ruolo
di cittadino, sentito come più prestigioso, ma anche no. Non dipendeva tanto dal motivo fiscale perché il
patrimonio restava nella colonia, anche se uno poteva liquidare il liquidabile, non sappiamo quasi nulla
dalle fonti di queste cose. Questa fonte è importante perché ci dice che c’era una legge al riguardo, era
riconosciuta questa possibilità purché non si provocasse lo spopolamento della zona di origine. Poi come
succede sempre c’è un aspetto negativo, la testimonianza di Livio ha una lacuna su un punto chiave; parla di
una frode, la legge poteva essere frodata in due modi, imbrogliando gli alleati e il popolo romano. Alcuni
per non lasciare i figli in patria li offrono come schiavi a un romano qualunque alla condizione che li
liberasse rendendoli liberti: ovviamente non ci sono contratti legali ma con garanzie sulla liberazione,
diventando liberto acquisiva la cittadinanza, non c’era più la discrepanza tra la situazione del padre e del
figlio sebbene i liberti da un certo momento in poi siano estromessi dalla carriera pubblica (sicuramente
non diventerà mai console, ma non parliamo di persone appartenenti a questa fascia della popolazione) ma
sappiamo anche che i liberti dall’età cesariana son estromessi anche dalle cariche locali (fino all’età
cesariana soprattutto in Spagna troviamo colonie latine e romane in cui i liberti fanno i duoviri etc., dopo
no), è una cittadinanza anche se di livello inferiore. Coloro che invece non avevano figli maschi da lasciare…
C’è la lacuna, un buco nel manoscritto. Livio prosegue dicendo che poi si ignora completamente anche
questa parvenza di legalità, ius migrandi usato nella sfumatura deteriore. A un certo punto i delegati
chiedono una legge che proibiva che si potesse adottare un figlio o cederlo in schiavitù: probabilmente si
pensa che la lacuna ci raccontasse che qualcuno adottava il figlio di un altro se non aveva figli, lasciando
quello in colonia per andare a Roma. Tuttavia nel 177 esiste una legge per immigrare a Roma e ottenere
legalmente la cittadinanza, esiste uno ius migrandi per quanto riguarda i latini. I delegati si lamentano delle
frodi e Roma accetta le loro proposte. In base a una legge delle XII tavole, ce la riporta Gaio, sappiamo che il
figlio è sottoposto all’autorità del pater familias finché non muore il padre, ma una delle modalità per
accelerare la liberazione del figlio dalla patria potestas senza attendere la morte del padre ci sono. Si parla
di tre mancipationes/vendite del figlio maschio, a quel punto il figlio è libero, si parla di tre compravendite;
è una cosa riconosciuta dalla legge per fare in modo che ci fosse una liberazione del figlio dalla sua
condizione di soggetto al padre. Qui si parla di cittadini romani e non di latini, che vendono cittadini romani
(il padre che vende il figlio come schiavo); il figlio così perde la cittadinanza, diventa liberto; quindi ci sono
tre passaggi di mano e il figlio rimane schiavo, è riconosciuto come diritto al padre, al massimo tre passaggi
di mano, poi il figlio è libero. Dopo che il padre ha esercitato il suo diritto a disporre del figlio come se fosse
un animale per tre volte (stiamo parlando di un diritto arcaico) automaticamente il figlio è libero. Il diritto
del padre rimane in vigore anche se il figlio è schiavo, è superiore al diritto di proprietà, c’è un legame di
sangue che va troncato in modo più forte di un semplice passaggio di mano, probabilmente c’è una
connotazione negativa dell’agire del padre. Ora vediamo l’spetto positivo della cosa, come sotterfugio per
ottenere la liberazione dalla patria potestas; ma non stiamo parlando di classi elevate, ma di qualcuno che
ha come unica ricchezza il figlio, venderlo rende profitto, è una forma di tutela del figlio: il padre può
disporre di te solo tre volte e poi basta, poi si è liberi. Il padre ha comunque la possibilità di gestire questi
beni, umani o immobili, come crede, può anche ucciderlo, non era considerato un’azione bella (era
considerato da nota censoria picchiare il figlio in pubblico, non uno schiaffo semplice), ha diritto di vita e di
morte come se fosse uno schiavo, non c’è differenza; parliamo delle leggi delle XII tavole, che sono le leggi
che permettono il passaggio essendo scritte tra patrizi e plebei per il controllo dei patrizi, ma sono leggi di
diritto arcaico (es. altri enunciati sono la legge del taglione, se un ladro entra in casa lo ammazzi etc.). noi
moderni lo leggiamo come una scappatoia ma dobbiamo immaginare una società arcaica in cui il figlio è
una risorsa, c’era una mortalità infantile altissima e non arrivavano all’età adulta, e per chi non ha altro il
figlio è una risorsa. Sono stati fatti degli studi non proprio sull’antico ma correlati, situazioni moderne in
paesi dell’est e orfanotrofi, infanzia cresciuta in condizioni spesso di privazione: si è visto che ci sono delle
età critiche per i bambini, la nascita, un anno e mezzo e poi a 5-6 anni, ci sono delle età in cui si è visto che
in condizione di deprivazione c’è una sorta di fragilità (sono età “del salto”); dobbiamo immaginarci la
società arcaica così, condizioni igieniche pessime e poco cibo etc. Dobbiamo immaginarci realtà abbastanza
crude, anche questa norma va letta come tutela del figlio e non tanto come una scappatoia per fare in
modo che le famiglie potessero spartire in vita dei patrimoni, e una parte delle proprietà andassero al figlio
liberato (gestione delle proprietà, tassazione), lo sono diventate dopo queste leggi. Parliamo di una realtà
arcaica in cui gli atti di compravendita si possono fare anche con una stretta di mano /buona fides che
garantisce che il contratto sia mantenuto, contratto tra galantuomini, è una cosa antica antropologica. I
romani sapevano benissimo che esisteva tutto questo e infatti nel 241 a.C. creano una figura magistratuale,
il praetor peregrinus a proposito di questo contratto fatto con una stretta di mano, fatto tra persone che
possono avere leggi diverse, agisce sulle basi di quello che viene chiamato ius gentium, che traduciamo con
diritto naturale: è l’insieme di norme/caposaldi che caratterizzano tutte le popolazioni romane tra cui
questo della bona fides, del rapporto di rispetto reciproco/impegno che due galantuomini si prendono. Il
praetor peregrinus è una figura che nasce proprio per stabilire come gestire questi rapporti tra persone che
hanno codici diversi e la giurisprudenza antica romana è abbastanza infarcita di formule, giustizia
formulare, forma arcaica. Es. un britanno che deve capire questo formulario, è complesso. Nel corso dei
secoli il pretore peregrino elabora una serie di tipologie di contratto che sono molto più snelle delle
tradizionali proprio per evitare che ci fosse tutto questo peso di espressioni incomprensibili per uno
straniero, e paradossalmente questi contratti molto più agili (sono contratti di società, appalti, comodati di
vario genere, altri che assomigliavano alla nostra lettera d’incarico etc.) si sviluppano talmente che
sostituiscono quelle arcaiche e sono alla base del nostro diritto commerciale (abbiamo quello derivato dal
praetor peregrinus proprio per queste necessità).

Il pretore urbano ogni anno emetteva l’editto pretorio. In provincia il governatore aveva entrambe le
funzioni, diritto snello commerciale con tipologie contrattuali è risultato di quello (come società dei
pubblicani). In Asia minore i pubblicani avevano dei soci, bisognava trovare un accordo in cui ci fosse il socio
cittadino romano e il socio peregrino, però un accordo giuridicamente corretto secondo le leggi romane.
Solo il pretore urbano faceva l’editto pretorio. Per quanto riguarda l’amministrazione della giustizia nelle
colonie: nelle colonie romane non c’erano tribunali locali. In quelle latine dipendeva dalla lex coloniae
(sorta di atto costitutivo della colonia) in cui potevano essere definiti i massimali di causa che si potevano
discutere localmente. Abbiamo una lex coloniae (lex Hermetana?), legge costitutiva del municipio di Erni in
Betica (?), legge dove ci sono diverse componenti che si mescolano ma stabilisce com’era strutturata la
colonia (magistrature, conti etc.); per la parte conservata c’è scritto che si potevano discutere in loco le
cause fino a un tot (circa 1000 sesterzi), poi si poteva (non si doveva) andare a Roma. Se sei cittadino
romano di una colonia latina è meglio andare a Roma, tanti cittadini romani in provincia in realtà non sono
sottoposti al governatore della provincia ma alla giustizia romana, sia penale che amministrativa, vanno a
Roma per i processi.

07.11.2018 lezione V

Modalità di frode per lo ius migrandi e modalità di liberazione del figlio o comunque dell’emancipazione del
figlio dalla patria potestas tramite una vendita fittizia tre. Tornando al discorso delle testimonianze relative
alle espulsioni di stranieri a partire dai Latini, termine che intendeva sia gli alleati latini che gli italici,
nominis latini sono non soltanto persone con lo ius Latii ma anche peregrini. Testimonianza del 177 sempre
di Livio in cui abbiamo Gaio Claudio che propone una legge sugli alleati: abbiamo di nuovo un’espulsione
con una scadenza e anche l’istituzione di una quaestio, cioè un processo per gli stranieri che continuavano a
stare dopo il decreto di espulsione. C’è una legge che stabilisce che dovevano entrare e poi c’è un
senatoconsulto (delibera/decreto del senato di Roma) che stabilisce che quando uno veniva
liberato/affrancato bisognava giurare che questo affrancamento non avveniva per ottenere la
cittadinanza/per un cambio di cittadinanza; abbiamo detto che una delle modalità era quella di dare il
proprio figlio a un cittadino romano e poi questo lo liberava, diventava un liberto e quindi cittadino romano.
Viene aggiunto il senatoconsulto per ovviare questo sistema di frode. Lo schiavo per il quale chi lo
affrancava non giurava che non si trattava di un cambio di cittadinanza non si poteva liberare. Lacuna dopo
ordine. Abbiamo un’altra modalità di espulsione e una serie di leggi che vengono fatte anche per limitare
dei sotterfugi -in realtà legali- per diventare cittadini romani. Slide successiva con annotazioni più precise su
Livio. Quello che dobbiamo tenere presente facendo riferimento anche a Cicerone è che sono molto diverse
la (rigazione?) dalla lista di censo e l’espulsione: la prima vuol dire semplicemente che vieni tolto dalla lista
dei cittadini, ma non è detto che automaticamente questo imponga la tua cacciata dalla città (c’erano
sempre dei peregrini in città), invece il decreto di espulsione prevede la cacciata. Cicerone nota che è un
errore cacciare i peregrini, chiara la differenza, da un lato c’è l’infrangere la legge (se c’è un decreto di
espulsione e non se ne vanno), dall’altro però ciò non comporta che si bandiscano tutti gli stranieri. La
causa delle espulsioni non nasce per un’esigenza di Roma ma degli alleati che si trovavano ad essere
depauperati della componente umana. Questa questione delle espulsioni si collega presto dagli anni 90
molto strettamente (anche se in realtà se ne discuteva prima) con la questione della concessione della
cittadinanza agli alleati. Per cui volendo fare una sintesi prima di vedere altre testimonianze, vediamo come
fanno i romani ad espellere i non cittadini alleati/soci dalla città. Nel 187 prima attestazione probabilmente
ci fu un senatoconsulto; 177 probabilmente ci fu un senatoconsulto e anche una quaestio (tribunale); 126
abbiamo quello a cui allude Cicerone (Pennus, ha proibito la città agli stranieri), Marco Iulio Penno era
tribuno della plebe quindi abbiamo un plebiscito; nel 122 c’è un editto del console e poi ci sono due leggi
cui allude sempre la testimonianza di Cicerone (quando distingue le due circostanze per cui è giusto
espellere se c’è una legge apposita ma questo non significa che gli stranieri non possano stare a Roma), la
lex Licinia Mucia del 95 che perseguiva quelli che si spacciavano per cittadini, si espellono gli stranieri che si
spacciano per cittadini perché forniscono delle false generalità e vanno contro la legge; nel 65 lex Papia de
peregrinis cui allude sempre Cicerone, come il plebiscito di Penno ne parla come di qualcosa di inumano e
ingiusto perché comporta l’espulsione dello straniero in quanto tale. Di Iunio Penno ci parla Cicerone nella
testimonianza che abbiamo visto ma anche nel Bruto; Gaio Gracco diventa tribuno della plebe nel 123 (132
muore Tiberio), 126 fu questore, iniziava la carriera politica (la questura è proprio la prima carica di inizio
della carriera), Penno era tribuno nel 126; fa da tribuno della plebe una legge per espellere gli stranieri dalla
città di Roma. Plutarco vita di Gaio Gracco ed espulsione del 122; presenta delle leggi che sono a parte la
legge agraria aveva fatto approvare delle leggi con l’appoggio popolare tra cui fare distribuzioni di grano
gratuito, assegnare ai cavalieri i tribunali de repetundis, tutta una serie di leggi di cui beneficiavano alcune
categorie per portare avanti la riforma del fratello. La legge sui tribunali: precedentemente erano in mano
ai senatori che giudicavano i loro consigli che facevano i governatori in provincia, de repetundis sono tutti i
processi di concussione/malefatte dei governatori che sono tutti senatori; anche gli appaltatori facevano
malversazioni ma non ci sono tribunali per quelli, nelle sue riforme Gaio Gracco dà sostegno ai cavalieri
dando loro la prerogativa sugli appalti delle tasse, anche se non ha migliorato l’efficienza ha avuto
l’appoggio dei cavalieri. Il senato agisce per togliere il sostegno a Gracco; da ogni parte dell’Italia accorreva
gente attorno a Gracco e così il console del 122 su pressione del senato emette un’ordinanza di
allontanamento dei non cittadini. Gaio di conseguenza fa un’altra ordinanza contro il console (il tribuno
della plebe può mettere il veto all’azione dei magistrati ma non al senato, qui Gracco non interviene perché
non è una legge del console ma un’esecuzione del mandato del senato) e promise di aiutare gli alleati
rimasti in città, cosa che poi non fece; cerca di sbloccare quest’azione ma l’espulsione viene fatta, c’è un
clima di espulsione “modello sovietico”. Abbiamo poi la lex Licinia Mucia che colpisce non tanto lo straniero
in sé quanto lo straniero che si comporta da cittadino. Asconio è un commentatore di Cicerone, troviamo
informazioni in una sua nota: legge più dannosa per la repubblica addirittura, 95 a.C. consoli Lucio Licinio
Crasso e Quinto Mucio Scevola, rispediscono a casa gli alleati; viene fatta una legge per bloccare i peregrini,
afflusso esagerato di gente che si spacciava per cittadino (è una cosa che parte direttamente da Roma, a
differenza delle altre volte che partiva dagli alleati). In realtà è causa del bellum italicum, doveva cacciare gli
alleati/soci venuti a Roma fu una causa scatenante della guerra sociale. L’ultima legge che conosciamo
dopo il bellum sociale è la lex papia del 65, di cui ci parla Cassio Dione e anche Cicerone in due passi. Cassio
Dione dice che nel 65 a.C. le genti al di là del Po erano nella provincia Gallia Cisalpina, è dopo uno dei
provvedimenti post guerra sociale, la lex pompeia di Pompeo strabone che aveva dato la cittadinanza latina
agli abitanti delle città indigene della transpadana, che erano diventate quindi colonie latine. Dopo la lex
pompeia dell’89 i transpadani sono tutti latini. Quello di cui sta parlando Cassio Dione è la cosiddetta
questione dei transpadani: dopo la guerra sociale tutta l’Italia è abitata da cittadini romani tranne la
transpadana che è abitata da latini e di fatto è una provincia. Comincia ad esserci una questione sul fatto
che questi latini fossero esclusi dalla cittadinanza, quindi nel 65 i censori discutono e sono di pareri diversi a
proposito del fatto di registrare o meno queste popolazioni al di là del Po nelle liste di censimento dei
cittadini romani. Uno voleva che fossero esclusi e l’altro no, anche i successori non trovarono una soluzione.
C’è una discussione tra i censori a proposito dei transpadani cittadini latini, non si trova una soluzione (sarà
trovata soltanto da Cesare che concederà la cittadinanza con una situazione anomala e paradossale, una
parte di suolo italico abitato da cittadini come il resto di suolo italico ma è una provincia, anomalia,
provincia abitata da cittadini; verrà eliminata soltanto da Augusto), mentre si discute sui transpadani
abbiamo un tribuno che fa la lex Papia che prende il nome da lui con la quale si espellono gli stranieri
perché sono diventati un problema sociale. Non stiamo più parlando di latini (in Italia ci sono solo i
transpadani) ma stranieri in generale. Pratica dell’espulsione: si inizia nel II secolo con l’espulsione dei latini
e degli alleati su richiesta soprattutto dei centri di provenienza, poi via via questa questione dello
straniero/latino e di chi si spaccia per cittadino si interseca col problema della concessione della
cittadinanza e il tribunato dei Gracchi, si arriva all’espulsione del 95 di Scevola che per gli stessi antichi era
una delle cause scatenanti della guerra sociale, poi abbiamo la guerra sociale che sembra risanare tutto (ex
alleati latini diventano tutti cittadini romani, restano fuori i transpadani), poi si comincia a discutere dei
transpadani (censori si dimettono perché non trovano un accordo su dove censirli) e si arriva a
un’espulsione degli stranieri tout court nel 65, non si parla più di soci latini (a parte dei transpadani) ma di
stranieri in generale: c’è un’espulsione degli stranieri in quanto tali, di qualunque origine e provenienza, per
un motivo sociale (stranieri che venivano dalle province), problema di sovraffollamento a Roma. Anche
Cicerone parla della lex Papia del 65 a proposito del processo in cui difende il poeta Archia che era di
origine greca, che aveva preso la cittadinanza romana ma si era iscritto nei registri di censo di vari centri
italici (Napoli Reggia e Taranto) e a un certo punto gli viene contestata la cittadinanza. Parlando della
vicenda del suo cliente parla anche della lex Papia, dopo il 65, aveva il domicilium in più città (differenza tra
residenza e domicilio, più domicili e una sola residenza; incola è domiciliato, residente ad Eraclea). Cicerone
dice che ci sono stati altri che dopo la lex Papia si sono introdotti e fatti registrare incautamente senza
averne diritto nei diversi municipi, questa frode anche dopo il 65 continua. Altro passo della pro Balbo altra
orazione sula cittadinanza; si parla della lex Papia e del fatto che si continui dopo a iscriversi in maniera
fraudolenta alle liste di censo dei diversi municipia spacciandosi per cittadini romani. Un appunto
importante sul perché c’è una connessione così stretta tra la questione della cittadinanza e della terra
graccana: l’ager publicus che Gracco decide di riprendere e riassegnare era il terreno pubblico situato
prevalentemente in Italia anche se poi con l’espansione ce ne sarà anche nelle province (una delle riforme
di Gaio Gracco che ha trovato grosse ostilità è la proposta della creazione di una colonia in territorio
provinciale, quindi c’era un ager publicus provinciale) e poteva essere usato in vari modi da Roma; l’idea di
Gracco era di ridistribuirlo ai cittadini ma spesso le popolazioni preesistenti rimanevano lì, poi negli anni
l’aristocrazia senatoria con l’usucapione ha cominciato a erodere le parti di ager publicus e ingrandire i
propri latifondi. Ma se i cittadini italici continuavano a stare lì (prima della guerra sociale, abbiamo cittadini
e italici che potevano essere peregrini o di diritto latino) come si collega allora al problema della
redistribuzione la questione della cittadinanza? Già prima dei Gracchi ci sono assegnazioni viritane (dopo la
guerra di Veio e con l’espansione nel Piceno ager gallicus di Gaio Flaminio contro i Galli Piceni, qui vengono
mandati singoli coloni, assegnazioni viritane; invece la fondazione della colonia -come Piacenza in
Transpadana- è un altro modo di usare l’ager publicus, si mandano coloni e si assegnano lotti ma si rimanda
a un’entità urbana), già prima si erano creati attriti con gli alleati perché tutti i benefici andavano ai
cittadini. Si collegano strettamente il problema della redistribuzione dell’ager publicus e della cittadinanza
agli italici perché gli unici che beneficiano della redistribuzione sono i cittadini romani, quindi molti italici
non hanno il presupposto principale per goderne ovvero la cittadinanza oppure non solo non godono delle
assegnazioni ma vengono cacciati dalle terre che avevano continuato ad occupare, quindi sono solitamente
in una situazione di estrema difficoltà. Questo è il motivo per cui progressivamente la questione della
cittadinanza diventa sempre più importante, perché legata a un possesso legale della terra ovvero
riconosciuto dalla legge romana, questa è la ragione per cui questo problema della cittadinanza si lega
strettamente alla redistribuzione e al problema degli espropri. Ce ne parla Appiano in almeno due passi, c’è
un blocco senatorio di fronte alla possibilità di concedere la cittadinanza agli italici, dice che concede la
cittadinanza per non farli opporre agli espropri, ma i senatori di fronte a questa opzione bloccano i
provvedimenti sia dei Gracchi che post graccani per un’estensione della cittadinanza. Slide su qualcosa che
avevamo già detto parlando del praetor peregrinus, figura che diventa sempre più importante a partire
dall’estensione del territorio provinciale. Diventa una fonte di diritto per nuovi tipi di contratti, quelli
elencati in grassetto, fatti in maniera molto più agile rispetto al diritto romano classico formulare, oscuro
nel linguaggio arcaico; quindi il rapporto con lo straniero anche se obbligato è un elemento di crescita della
parte romana e del diritto romano stesso, si rende necessario applicare degli schemi più flessibili e che si
basino sullo ius gentium, il diritto “internazionale” o meglio naturale che nasce dalla comune appartenenza
al genere umano, si basa sulla bona fides quindi sul rapporto di fiducia reciproca tra due persone che
stipulano un qualche tipo di rapporto. Alcune slides sul censimento, citato come uno dei mezzi per
spacciarsi per cittadini romani: se riesci a farti iscrivere nelle liste di censo apparentemente sei cittadino
romano, le prime espulsioni si basano proprio su queste liste e sul loro confronto tra le liste di Roma e degli
altri censi. Breve ripresa di cos’è il censimento, la prima classificazione dei cittadini in base alle loro rendite
è già in epoca monarchica con Servio Tullio secondo la tradizione, collegato con l’arruolamento; poi il
compito è passato ai censori (carica creata nel 444, carica antica anche se non di epoca monarchica). Quella
del censore è una carica che si occupa di censire i cittadini, in età militare (l’età di inizio non è canonica ma
legata all’assunzione della toga virile, che avviene attorno ai 17 anni ma era solo il momento in cui il padre
stabiliva che il figlio era diventato adulto e quindi poteva mettere la toga da uomo e non più la tunichetta
da bambino e questo passaggio che aveva tutto un cerimoniale l’elemento chiave era che al primo
censimento disponibile il padre faceva censire come iunior suo figlio anche se era comunque sotto la patria
potestas; la toga virile è il momento in cui il ragazzo passa alla sfera degli adulti, passaggio segnato anche
dall’iscrizione nelle liste di censo). Fino a qualche anno fa, nel caso il paese lo necessitasse, sapeva che
poteva prelevare gli uomini in caso di guerra in base all’età anagrafica; nel caso in cui il passaggio alla
maggiore età avvenisse con una cerimonia il cui momento era scelto in maniera arbitraria dal pater familias
non c’era il rischio che in caso di guerra il padre cercasse di posticipare la cerimonia? La guerra non era
sentita per lo meno in epoca arcaica come un dovere da sfuggire, era uno dei compiti in quanto cittadino,
andava in guerra per difendere la tua patria e soprattutto il tuo bene, andavi in guerra perché eri un
cittadino (seconda guerra punica dove mandarono legioni in Africa o in Spagna); forse ci furono degli
episodi ma non ci sono testimonianze in questo senso (non dobbiamo proiettare nel mondo antico e nelle
fonti dubbi di questo senso, cose simili non vengono raccontate, c’è una selezione con silenzi su alcune
cose. Per esempio non abbiamo documenti scritti che ci dicano come funzionavano tutte le votazioni a
livello locale di colonie, abbiamo solo indizi, nessuno ne parla perché faceva parte della normalità. Ci sono
cose di cui non troviamo traccia perché non c’era necessità di fare approfondimenti perché faceva parte
della norma. È probabile che ci fossero episodi simili soprattutto in epoche difficili, tentativi di eludere il
servizio militare tenendo il figlio in uno stato di subalternità, ma non ci sono documenti. Le cose della vita
comune non interessavano molto allo storico e quindi le fonti non tramandano nulla). Il padre comunque
dal punto di vista del quadro giuridico è giusto che sia lui a decidere quando fare il passaggio perché è il
padre che la potestas/controllo assoluto di vita e di morte, è lui l’unico che può decidere il momento in cui
il figlio diventa un membro della società adulta, quindi era un rito di passaggio non legato all’età ma alla
figura paterna. C’è da chiedersi come funzionasse ma non ne sappiamo niente se uno aveva una maturità
fisica e psicologica l’anno successivo al censimento (i censimenti erano cadenzati) comunque scivolava in
avanti, restava in una sorta di limbo o assumeva la toga virile ma si aspettava il primo censimento
disponibile? Poteva essere così, anche perché una volta che entrano a far parte della società degli adulti
possono sposarsi, possono anche essere promessi prima ma bisognava aspettare questo momento, per cui
tutte le alleanze matrimoniali diventano attive nel momento in cui il figlio può legalmente sposarsi. Per cui
soprattutto l’assunzione della toga virile implicava che il figlio entrasse a far parte della società civile e
partecipasse per esempio alla vita politica, quindi avesse diritto di voto (a Roma non votavano i singoli ma
si votava per centurie, ma per far parte della centuria di votanti comunque bisognava avere la toga virile).
Tornando al censimento c’è da dire che tra la guerra sociale e il primo censimento trascorrono molti anni: la
guerra finisce nell’89 a.C., il primo censimento è del 70 a.C., sulla scena politica romana c’è Pompeo, sono
passati ben 19 anni in cui sono successe molte cose, ci sono stati molti giovani che hanno assunto la toga
virile, ma la formalizzazione dell’entrare nelle liste di censo avviene solo nel 70, c’è un grosso buco. C’era il
problema di come distribuire soprattutto nelle tribù gli italici che andavano ad arricchire le file dei cittadini
(non tanto censire) perché si temeva che potessero orientare la vita politica a Roma; es. se tutti gli italici del
Piceno dove Pompeo aveva grandi clientele venivano distribuiti in un certo modo poteva esserci una
manipolazione delle assemblee politiche, quindi si discuteva se metterli in tribù specifiche o se distribuirli
(es. negli USA il disegno dei collegi non è fatto a caso, a seconda dei collegi o di come si distribuiscono i
clienti nelle tribù ha un peso diverso), quindi non si sapeva come collocarli e gestirli politicamente, quindi il
censimento viene rimandato e alla fine si decise di distribuirli in tutte le tribù. Il quadro del censimento
subisce un cambiamento in epoca cesariana, perché fino all’epoca cesariana era centralizzato a Roma,
quindi per farsi censire bisognava andare là; con Cesare questa situazione viene ribaltata e si ha un
censimento dei cittadini a livello locale, quindi ci si registra non più per tribù andando a Roma ma in base al
proprio luogo di residenza. Poi i dati sono spediti a Roma e quindi là come gli altri documenti vengono
depositati in registri nell’archivio centrale (registri per cittadini e neo-cittadini); i censori agivano ogni 5 anni
con alcune eccezioni. Il censimento di Cesare si trova in Svetonio, vita di Cesare: registrazione per quartieri,
censimento dei cittadini di Roma (sono le autorità che vanno in ogni quartiere per ogni proprietario di casa
a interrogare/rilevare i dati, non sono più i cittadini che vanno) con riduzione dei beneficiari di distribuzioni
di grano. Questo censimento per quartieri e proprietari di case porta a una diminuzione nel numero dei
beneficiari, controllo maggiore ed eliminazione di quelli che si facevano censire senza avere i titoli. Poi
dettagli sulla politica coloniale e ripopolamento, riforme per migliorare lo stato demografico di Roma;
cittadinanza a medici e insegnanti, abolizione degli interessi sui debiti riducendo questi di circa un quarto.
Riforma del censimento finalizzata a diminuire i beneficiari di grano pubblico. Il “solito posto” erano i septa
in Campo Marzio. Censimento condotto localmente, ce ne informa un documento epigrafico, la tabula
Heraclensis dal nome del luogo di ritrovamento (Eraclea; dal CIL volume primo rispetto agli altri ha la
particolarità che ci sono le iscrizioni dalle origini all’età cesariana, invece gli altri volumi sono di tipo
geografico/topografico per province e poi per città). È un’iscrizione repubblicana cesariana; la particolarità
di questa tabula è che è composta da tutta una serie di sezioni, i legami tra le quali sono abbastanza
discussi (c’è chi parla di una lex satura, ovvero una legge che ha all’interno argomenti/oggetti diversi, quello
che è la norma nell’apparato legislativo italiano attuale; a un certo punto nella giurisprudenza romana ci fu
un divieto delle leggi sature, ci si rendeva conto che la gente che andava a votarle non sapeva cosa stesse
effettivamente votando, l’oggetto non era chiaro). L’iter di una legge antica era che c’era prima un rogato
magistrato proponente, di solito un console, che proponeva la legge. Prima di essere votata doveva restare
esposta per tre nundinae (giorni che intercorrono tra un mercato e un altro, circa una settimana/8 giorni)
quindi circa un mese, accessibile e leggibile da tutti, soprattutto nell’ottica di un voto consapevole. Si
andava nei comizi centuriati a votare, nei testi di legge si voleva a un certo punto evitare di mettere dentro
sotto una certa intestazione inserti che non centravano. La tabula Heraclensis ha tutto l’aspetto di una lex
satura, ci sono norme di vario genere: fatta a paragrafi, prima sezione che parla di alcune professioni nel
senso antico, professiones, quindi dichiarazioni fatte davanti a un pubblico ufficiale. Poi altra sezione in cui
si parla della riparazione e manutenzione delle strade pubbliche di Roma (obbligo della riparazione e
manutenzione delle strade era non tanto degli edili, ufficiali che si occupavano della gestione degli spazi
pubblici, ma se la strada era rotta o imbrattata/sporca come oggi per i marciapiedi c’erano i proprietari del
tratto di strada, avevano l’obbligo della manutenzione della strada davanti alla loro proprietà) e anche di
quali sono gli orari del traffico dei veicoli dentro la città, norme che rientrano nella supervisione degli edili,
traffico veicolare dall’alba al tramonto e non oltre tranne alcuni che hanno i permessi (come la nostra
normativa sui camion ad esempio). Poi sezione con delle regole per il governo municipale, come funzionano
le magistrature e le qualifiche, in base a quali elementi si può entrare nel senato locale, che cosa comporta
la decadenza dalla carica etc. e poi nel pezzo che ci interessa le regole del censimento locale e infine una
sezione ancora più oscura rispetto a resto che riguarda una tipologia di municipio, il municipio fundano.
Regole del censimento municipali: si parla di strade, dichiarazioni, magistrati locali; è vero che pur
riconoscendo un filo comune sono tutte norme che hanno un collegamento con la realtà municipale locale,
si ritiene che siano tutte norme estrapolate da una sorta di regolamentazione/normativa che Cesare
avrebbe fatto o cominciato a fare sui municipi e le colonie italiche, quindi un regolamento generale di come
dovevano funzionare non a Roma ma nel resto d’Italia le comunità/magistrati etc., cosa che verrà ripresa da
Augusto che riprenderà tutte queste norme. Abbiamo tracce qua e la ma non sappiamo in cosa
consistessero, una delle tracce è questa tabula. C’è una contemporaneità con il censimento a Roma
(prefetture di cittadini romani sono delle suddivisioni amministrative fatte in zone poco popolate dove non
c’erano città ma c’erano cittadini romani, fa parte dell’utilizzo dell’ager publicus come assegnazione
viritana, es. lotti nell’ager Picenus ager Gallicus, colonizzazione dell’area senza una città, coloni che stanno
in fattorie anche molto distanti tra loro. Per gestire i rapporti di questi anche con le realtà indigene vengono
istituite le prefetture, suddivisioni territoriali che prendono un certo settore in cui ci sono coloni cittadini
romani. Molte prefetture poi si evolvono diventando città. Qui elenco municipi colonie prefetture sempre di
cittadini romani. Prima fase in cui Roma fonda colonie latine e romane, quelle romane erano solitamente
presidi militari poco significativi dal punto di vista del popolamento perché aveva poche centinaia di coloni;
sia latine che romane avevano anche funzione di presidio militare. Con la guerra sociale diventano tutti
municipi quelle latine e quelle romane restano tali. In epoca cesariana municipi sono già con cittadini; i
municipi sono tipo Aquileia dopo la guerra sociale, invece le colonie erano già tali prima -fondazioni anche
con Cesare e Augusto- però erano o città di antica fondazione, quindi colonie romane che restano tali, da
un punto di vista amministrativo-giuridico non cambia niente perché sono tutti cittadini romani, possono
però cambiare i magistrati locali supremi: i municipi hanno quattruorviri invece i municipi hanno i duoviri,
ma ci sono mille eccezioni di vario genere. Dal punto di vista nominale ci possono essere differenze tra
colonie e municipi ma nella sostanza non cambia nulla. Invece la prefettura è più una divisione di tipo
territoriale anche se anche là ci sono cittadini romani. Il censimento viene fatto dei cittadini e non degli
altri). Il censimento nelle tre realtà viene fatto quando a Roma viene fatto il censimento ogni 5 anni,
localmente, e hanno 60 giorni di tempo entro cui svolgere tutte le operazioni: la massima autorità deve
raccogliere dichiarazione giurata di prenome, gentilizio, genitori e patroni (quindi Luci filius Libertus etc.),
tribù a cui è iscritto, età e patrimonio, secondo la forma del censimento scelta a Roma. Poi si deve far
registrare tutti i dati nell’archivio locale della comunità. Poi devono inviare i registri a coloro che svolgono il
censimento a Roma per mezzo di funzionari appositamente scelti dalla maggioranza dei decurioni locali con
una delibera specifica. Quindi troviamo di nuovo la funzione di Roma di collettore di tutte le attività
amministrative fatte a livello locale. Quindi censimento locale con invio dei dati a Roma dove c’è un archivio
che li raccoglie e concentra. Abbiamo parlato spesso del censimento e di come cambia, ma basta essere
iscritti alle liste di censo per poter essere dichiarati cittadini? Il fatto di essere iscritti non dice subito di
essere cittadini perché abbiamo visto che le espulsioni si basavano proprio sulla revisione di questi nomi
nelle liste, persone che si erano iscritte senza avere la cittadinanza: il fatto di essere iscritti alle liste di censo
non ha di per sé valore probante. Questa questione del valore di essere iscritti alle liste e soprattutto di
poter dimostrare la propria iscrizione viene analizzato da Cicerone proprio per la causa di Archia: il poeta si
trova ad essere contestato nel suo possesso della cittadinanza romana, ma la cosa più grave è che non ha
neppure la possibilità di usare le registrazioni del censimento per dire da quando è cittadino e dove era
stato registrato perché è andato tutto bruciato in un incendio (frequente nell’antichità perché veniva usato
molto il legno). Cicerone si trova a dover difendere uno che ha perso qualsiasi documento che dimostri il
suo status di cittadino, si trova costretto a ribaltare quello che è un assoluto della giurisprudenza romana,
ovvero che il documento pubblico di archivio ha un valore testimoniale più forte di quello di un testimone
oculare: abbiamo un passo del Digesto che ci dice proprio che il censimento e i documenti pubblici sono più
importanti/forti dei testimoni, un senatoconsulto ha stabilito questo, c’è una prevalenza del documento di
tipo archivistico pubblico rispetto alla testimonianza di un testimone oculare etc. Però Cicerone per
difendere il suo cliente si trova a dover ribaltare questo, ci sono diversi testimoni, quelli che dichiarano la
condizione di legittimità dalla cittadinanza e anche quelli che invece lo accusano e che facevano leva sul
fatto che lui non avesse nessun documento di carattere pubblico che provasse che fosse un cittadino
romano. Abbiamo la grande abilità dell’avvocato: i registri di Eraclea sono bruciati nella guerra sociale, non
ci sono testimonianze scritte, anche se c’è la garanzia di un personaggio di gran peso e indubitabile viene
richiesta comunque una prova scritta che non c’è e che tra l’altro può essere falsificata. Insistono a chiedere
documenti scritti quando si sa benissimo che sono bruciati, si rigettano le testimonianze sia di personaggi
influenti che attestano che è cittadino e anche la testimonianza della città, prove che non possono essere
falsificate, mentre gli archivi scritti sono falsificati continuamente. Quindi per difendere Archia è pronto a
ribaltare una delle basi della giurisprudenza, cioè che la testimonianza scritta pubblica ha più peso di quella
orale, sostenendo che la testimonianza orale, se c’è l’intera città o persone importanti riconosciute
pubblicamente degne di fede, non è falsificabile, mente l’archivio era manomissibile continuamente. Per
difendere Archia ribalta tutto ed è disposto a togliere valore a quelli che sono i documenti base della
dimostrazione dello status di cittadino, ovvero il censimento. Poi c’è un’altra annotazione che ha sempre lo
scopo di togliere importanza a questi documenti, anche se avesse le carte lì non si basa tutto, è più
importante la dichiarazione, il censo secondo lui in sé non prova un diritto alla cittadinanza ma solo che la
persona si è dichiarata cittadina. Questo fa parte di una modalità che è diversa dalla nostra che avevano gli
antichi, le dichiarazioni/professiones venivano accolte e si andava a fare la verifica della dichiarazione solo
nel momento in cui qualcuno contestava, quindi anche le dichiarazioni di nascita venivano accettate così
com’erano (anche oggi è così), l’unico momento in cui si verificava la mendacità o meno di una
dichiarazione era il momento in cui c’era qualcun altro che diceva che non era vero, allora si istituiva una
pratica di controllo, altrimenti no. Per fare un controllo a tappeto non ci riusciamo nemmeno noi adesso,
figuriamoci allora; anche adesso c’è l’autocertificazione innovazione relativamente recente, per molto
tempo bisognava produrre carte di molti tipi; per i romani una dichiarazione è buona, non buona o passibile
di verifica se c’è una contestazione. In ogni caso il documento pubblico era comunque ritenuto un
documento affidabile che comunque testimoniava per lo meno una realtà, se poi questa realtà fosse stata
costruita in maniera fraudolenta si andava alla verifica. La prima testimonianza del 187 di Livio emerge che
erano i soci che si erano iscritti alle liste di censo, si sono dichiarati cittadini, ma nessuno ha fatto a monte
un controllo. Il caso è scoppiato nel momento in cui gli altri sono venuti a dire che le loro città erano prive
di cittadini; allora lì si istituisce la pratica e si fa il processo con espulsione, ma prima è andato tutto liscio.

09.11.2018 – lezione VI

Abbiamo parlato di espulsioni, anche di tutti i provvedimenti che vengono presi da Roma per espellere a
partire dal II secolo tutti gli stranieri che in realtà sono latini o comunque italici che si sono
impropriamente/indebitamente iscritti alla lista di censo, risalendo agli anni successivi alla fine della
monarchia (VI sec.) quindi instaurazione della repubblica e una serie di trattati che vengono fatti tra Roma e
Cartagine che devono proprio disciplinare la circolazione di stranieri e merci, sono anche trattati di tipo
commerciale. Sono interessanti e vale la pena analizzarli perché vediamo come venivano gestiti i rapporti
interstatali e come le persone nei paesi con cui si aveva un trattato potessero circolare o non circolare.
Elenco di 5 trattati che sono quelli che anche nella manualistica vengono tradizionalmente considerati;
guardando la cronologia ne abbiamo uno a ridosso della proclamazione della repubblica (508-507), l’altro
nel 348 che è una data che si colloca subito dopo l’accordo tra Sanniti e romani (354) su quelle che sono le
rispettive aree di influenza e prendono il fiume Liri come confine, momento in cui Roma si sta aprendo a
tutti quei popoli che non sono solo latini/popoli a ridosso ma anche i popoli dell’Italia centrale e delle
montagne, momento in cui Roma è in una fase espansiva (anche se il 348 precede di 5 anni lo scoppio della
guerra vera e propria); ci sono 3 guerre sannitiche e l’ultima, che finisce nel 289, vede contro i romani una
coalizione di non solo i sanniti ma anche Galli ed Etruschi, che però non funzionerà, Roma sconfiggerà
questi oppositori e il 289 è l’inizio dell’espansione di Roma verso l’ager gallicus, inizio di una nuova terra di
espansione che sarà di tipo viritano, ovvero colonizzazione per invio di coloni cui viene fatta
un’assegnazione di terre ma senza un contesto urbano cui collegarsi/riferirsi, non si fonda una città ma si
mandano coloni a occupare delle terre assegnate; c’è un tipo di popolamento sparso con la necessità poi in
questi territori di creare delle prefetture, articolazioni di tipo territoriale che hanno lo scopo soprattutto di
gestire i rapporti di questi coloni con gli abitanti del luogo e sostituire di fatto quello che è il controllo di una
città, la protezione/governo che può dare. Poi un’altra data chiave è il 306, che viene a cadere proprio
durante la seconda guerra sannitica con l’episodio delle forche caudine, Roma che si affaccia su spazi altri,
sempre espansiva. Poi altro trattato che si colloca a ridosso della guerra tarentina. Abbiamo Cartagine che
sta a guardare sostanzialmente cosa fa Roma che si sta espandendo anche in sud Italia con questa guerra e
stipulano un altro trattato. Infine l’ultimo si ha alla fine della prima guerra punica (241), trattato un po’
diverso nel senso che si ha dopo una guerra/scontro militare mentre i primi erano tra paesi in pace. È
possibile che il trattato del 348 sia stato fatto per fare una specie di alleanza contro i siracusani? Può darsi,
nello scacchiere generale del Mediterraneo sappiamo che funzionava fare queste alleanze a scopo di
contenere un nemico che si riconosceva comune, sicuramente c’è anche questa possibile lettura. Certo è
che quello che caratterizza i trattati (soprattutto l’ultimo) è sempre la presenza di Cartagine come
interlocutore in momenti chiave per Roma, anche in fondo il primo, viene ad essere siglato nel momento in
cui Roma sta vivendo un delicato passaggio istituzionale dalla monarchia alla repubblica. Solo che questa
antichità del primo trattato ha fatto ritenere ad alcuni storici anche moderni, anche se recentemente la
critica si è orientata più sul riconoscere la validità delle testimonianze relative a tutti questi trattati; il primo
soprattutto è quello su cui c’è stata maggiore perplessità della critica moderna soprattutto perché ne parla
di fatto solo Polibio, e Livio quando parla del trattato del 348 parla solo di quello (è vero che Livio non parla
di questo come del primo trattato); tuttavia una parte della critica si è orientata a dare credibilità storica
soltanto a quello del 348 e non al precedente, c’è un secolo e mezzo abbondante tra un trattato e l’altro,
tenendo anche conto che c’è Diodoro che è uno storico più tardo ma data il primo trattato al 348, quindi
tutti questi indizi hanno fatto pensare lo stesso Mommsen che il primo vero trattato storico fosse quello del
IV secolo. Se però leggiamo la testimonianza di Polibio vediamo che ha tutta una serie di elementi che
possono essere considerati indizi di una credibilità storica di questo trattato. I primi consoli non hanno
fondato il santuario di Giove Capitolino ma è stato nel momento in cui Roma passa da villaggio/accozzaglia
di abitazioni a un tipo di insediamento che se non proprio urbano possiamo dire pre-urbano, con Tarquinio
Prisco; la fondazione del santuario sul colle del Campidoglio è uno di questi altri simboli della
urbanizzazione di Roma, avere un santuario principale (viene costruita anche la cloaca maxima, si risolve il
problema dell’impaludamento della valle che poi diventerà tra i tre colli il foro arcaico). Punto importante il
fatto di sottolineare di trascrivere con precisione, notazione di Polibio che va presa per la sua importanza,
nel senso che dice di aver trascritto con l’interpretazione più precisa possibile, ma si rende conto di una
cosa importante, può giustificare tutto quello che dice soltanto se giustifichiamo Polibio, un greco, che si
trova davanti un testo che deve trascrivere in greco, un testo latino ma scritto non nel latino dell’epoca di
Polibio ma è un testo esposto in un luogo pubblico scritto nel latino del VI secolo (cippo del foro; le XII
tavole in realtà non le abbiamo conservate nella loro fisicità e testualità, le ricaviamo soltanto grazie al
testo riportato da commentatori o studiosi successivi, il latino delle tavole è stato mediato anche se nella
trascrizione continua a conservare un carattere arcaico; un testo non attualizzato invece perché lo troviamo
direttamente dal VI secolo è il cippo del foro. Dal punto di vista della scrittura è qualcosa di molto distante,
sono caratteri che sicuramente risultavano anche per i contemporanei di difficile comprensione). I trattati
con Cartagine sono un documento interessante e importante per vedere come si gestivano i rapporti in
questo caso tra queste due città, ma soprattutto come veniva disciplinata la circolazione degli stranieri.
Abbiamo visto i 5 trattati di cui 4 sono prima della prima guerra punica, condizioni post-belliche, 4 trattati
che vengono a cadere in momenti significativi in cui Roma o vede passaggi istituzionali o una fase espansiva
(prima contatto coi popoli dell’Italia centrale e poi con quelli del sud). Roma ha sempre qualcosa da perdere
in queste date perché impegnata altrove, i Cartaginesi ne approfittano? Qualche volta le condizioni sono di
parità, altre volte c’è Roma che palesemente ha una situazione di maggiore debolezza, non sono sempre
dello stesso tenore. Problema della veridicità del primo trattato di cui parla Polibio, risale addirittura al
primo anno della repubblica e ne parla solo Polibio, Livio parla soltanto di quello del 348 anche se non dice
che è il primo (questo lo dice Diodoro), per cui molti storici moderni negano storicità al primo. Nella
testimonianza polibiana l’autore prima ci dice quando si situa questo trattato e poi però fa una nota relativa
alla difficoltà che lui ha avuto nel copiare e interpretare questo testo, lo stava effettivamente traducendo
(documento epigrafico coevo, il famoso cippo del foro/lapis niger perché è stato trovato sotto una
pavimentazione in marmo nero dove si diceva fosse un luogo funesto perché era appunto la tomba di
Romolo -in realtà è un’area nel foro a ridosso della regia, il rapporto tra cippo e lapis non c’è nel senso che
quello è un luogo nefasto secondo le fonti ma in realtà il testo del lapis è una parte di una legge sacra-, che
sicuramente è un’iscrizione complessa anche per noi, quello che sappiamo è che è frammentario ma in
questa sua frammentarietà c’è probabilmente una parte di una legge sacra, si parla di un calator e c’è
anche la parola regi, era il nunzio del re, quindi era una legge sacra in cui si parla di sacer sit/sia maledetto
colui che fa qualcosa, è un testo arcaico che anche noi non riusciamo a comprendere nei dettagli. Se ci
immaginiamo un trattato tra Roma e Cartagine scritto in questi caratteri ed esposto capiamo bene che non
solo il greco ma anche il romano del II secolo di fronte a dover tradurre per il greco che deve scrivere un
testo scritto così aveva un’oggettiva difficoltà). Questa notazione Polibiana in realtà è indizio della bontà
della sua testimonianza, è un tipo di notazione che non sarebbe assolutamente necessaria se lui avesse
creato questo testo ma l’avesse visto o copiato da qualcuno, evidentemente nasce dall’oggettiva difficoltà
che lui stesso ma anche i romani avevano a leggere. Quindi segue la traduzione di Polibio: si parla di due
potenze che hanno anche degli alleati, quindi questo trattato riguarda anche loro, è un altro nodo cruciale
dal nostro punto di vista per la storicità di questo trattato, nel senso che si sostiene che i cartaginesi
abbiano alleati ma i romani, appena usciti da una crisi istituzionale nel VI secolo, era difficile avessero
alleati, anche se vedremo che qualcosa avevano. Poi c’è un limite territoriale, il promontorio Bello che è un
altro dei problemi del trattato, si trova in Africa a Cartagine, che non si può valicare; si ammette però che i
romani possano essere portati lì da una tempesta o da nemici e in tal caso viene permesso di restare il
tempo giusto per riparare l’imbarcazione e compiere sacrifici, entro 5 giorni. Poi viene detto qualcosa sulla
circolazione delle persone, commercianti che vengono e possono commerciare ma hanno bisogno di un
araldo o di un cancelliere, era una misura più che protezionista fatta per evitare situazioni non tanto di
contrabbando quanto (i romani possono andare in Libia e in Sardegna, quest’ultima in mano ai cartaginesi)
per tenere sotto controllo i commerci che Roma faceva con stati vassalli di Cartagine, controllo del tipo di
attività e poi anche semplicemente è anche un modo per garantire che ci siano transazioni che hanno un
valore legale, non commercio selvaggio ma che sia tutto fatto legalmente e che ci siano contestazioni sulla
validità o meno della transazione; anzi, aggiunge che è lo stato che si fa garante di questo tipo di scambi e
commerci. Era una tutela non solo per i locali ma per entrambe le parti, siamo ancora lontani anni luce dalla
figura del praetor peregrinus, non esiste ancora una figura istituzionale che si deve occupare proprio di
questo, cioè della validità delle transazioni, è lo stato stesso che si fa carico di fare questo. Vediamo quindi
che i romani vanno in Libia, Sardegna ma anche in Sicilia nella parte cartaginese dell’isola. Poi segue l’altra
parte, abbiamo un divieto per i cartaginesi di toccare una serie di città che sono collocate geograficamente
sul mare, si impedisce di attaccarle e depredarle. C’è un altro problema qui per i detrattori della validità di
questo trattato, cioè si sostiene che da questo trattato si evince che Roma ha un certo controllo su Lazio,
mentre questo per gli inizi dell’età repubblicana è improbabile o almeno difficile da sostenere. Certo è che
le fonti ci raccontano che Tarquinio Prisco prende Circei, quindi sappiamo che questi luoghi erano già
entrati nell’orbita romana. E poi vediamo che anche in quello che è territorio soggetto a Roma c’è il divieto
per Cartagine di arrivare, e nel caso che ci sia un attacco per bottino tutto va restituito ai romani; non
possono costruire fortezze nel Lazio. A prescindere dai particolari qui a che livello sono i contraenti?
Sembra che sia quasi più vantaggioso per i romani, che hanno possibilità di commerciare in alcuni territori
senza avere un controllo, proprio questo quadro che viene fuori fa storgere il naso ai detrattori che dicono
che in quel momento di crisi istituzionale Roma non poteva essere un interlocutore così forte di Cartagine.
Altro elemento che viene usato quando Polibio parla di makrais nausì: si parla di commerci ma c’è un passo
in cui dice che non vadano oltre capo Bello etc., quello che ne viene fuori a livello di tipo di commercio
romano da questa testimonianza, che è ulteriore elemento di incertezza per la critica moderna, è un
commercio marittimo. Parla di navi lunghe che sono navi sia commerciali che militari. Quello che fa
storgere il naso è il fatto che tradizionalmente noi attribuiamo come momento storico di Roma la creazione
di una flotta alla prima guerra punica, quindi per molti non è possibile che in questo momento Roma avesse
una flotta anche commerciale, Roma non è una città che nasce con una proiezione sul mare, la acquisisce
dopo, ulteriore elemento a detrimento della validità. In realtà a proposito di queste navi lunghe c’è una
testimonianza di Livio che è del IV secolo che nel latino parla di duumviros naves etc., ci sono dei duumviri
navali nel IV secolo cui viene dato come incarico quello di occuparsi della flotta, quindi ci sono
magistrati/comandanti che devono attrezzare e soprattutto ricostruire (reficienda) la classis, quindi era
qualcosa che c’era già prima. Che la proiezione sul mare e la nuova tecnica inizio solo con la guerra punica e
richieda sforzi notevoli è forse un dato che va preso con le pinze. Poi c’è l’altro problema dei
summachoi/alleati, dei sottoposti e non sottoposti; per quanto riguarda gli alleati (dobbiamo immaginarli
come potenze che si pongono allo stesso livello di Roma) non possiamo immaginare la città latina, parla di
romani e alleati che si pongono sullo stesso piano di importanza. Chi non crede a questo trattato si chiede
che alleati poteva avere Roma in quest’epoca, alleati di spicco che potessero rientrare nel trattato. In realtà
c’è una testimonianza di Giustino molto misera ma che dice molto (compilatore di Pompeo Trogo) che in un
passo parla di qualcosa che rimonta alla fase monarchica (si discute su chi sia il Tarquinius rex cui si allude,
se è il superbo siamo alla fine della monarchia), abbiamo il passaggio/sosta a Roma di Focesi greci che poi
avrebbero fondato Marsiglia; nella testimonianza si parla di amicitia, poi si ha la fondazione di Marsiglia che
è uno dei grandi antagonisti di Cartagine. Uno dei grandi alleati cui allude Plutarco poteva quindi essere la
città di Marsiglia. Il problema poi del promontorio: capo Bello e capo Bon; il promontorium Pulchri sarebbe
capo Farina; nel trattato non si parla di capo Bon. Mentre è chiaro se ci fosse capo Bon che non dovrebbero
arrivare a Cartagine, che dicano oltre capo Farina non ha gran senso. Questo è un problema del testo cui
non c’è una soluzione, si possono dare varie letture. Si scontra con un aspetto complesso: alcuni dicono che
nella traduzione Polibio ha semplicemente sbagliato (traduzione in greco dal latino antico); in realtà Polibio
conosceva l’Africa, ci era andato con gli Scipioni, è difficile che si sia sbagliato perché conosceva proprio
Cartagine, punto della testimonianza polibiana che dal nostro punto di vista non ha molto senso se è quello
effettivamente il promontorio cui ci si riferisce, a parte le correzioni una soluzione valida e sensata non c’è.
Tornando ai rapporti tra le due potenze vediamo che Roma viene limitata soprattutto nella sua possibilità di
commerciare per esempio a Cartagine, ma in tutti gli altri luoghi a influenza cartaginese si può purché ci
siano autorità cartaginesi che si fanno garanti dello scambio. Per quanto riguarda i cartaginesi invece quello
che si blocca di più è la pirateria, si parla di non attaccare città e di non fare bottino, sono due cose diverse.
Quello che si evince è che i romani potevano commerciare fino alla Libia, c’è una circolazione di persone e
vedremo cosa significava questo, come distinguere quelli che stranieri sotto questa etichetta generica
avevano in virtù di trattati come questo la possibilità di andare e legittimamente commerciare da quegli
stranieri che non avevano un trattato alle spalle. Perché non da parte di capo Bono/Farina? Sembra che i
cartaginesi volessero difendere la loro città e il loro golfo, logicamente. Ma in realtà parla del promontorio
Bello, che non è capo Bon, non sembra avere molto senso, almeno avrebbe dovuto parlare di entrambi
delimitando un confine/area di rispetto marino, ma questo non è. Si parla di questo capo dicendo che non
devono andare oltre, ma non è un’area pertinente direttamente Cartagine quella, a differenza dell’area
oltre l’altro promontorio, non c’è una spiegazione su questo scambio di nomi, tanto più che Polibio
conosceva bene l’Africa e Cartagine (magari si erano confusi proprio i redattori del trattato addirittura), una
soluzione adeguata di questo problema non c’è. Ci sono comportamenti diversi nel trattato, due tipi di
mondi diversi; Cartagine è una potenza di commercianti/marinai e pirati ma non è stata una potenza che ha
tentato una colonizzazione importante (solo controllo delle coste), invece la pirateria di Roma non è
sviluppata (anche se c’è una testimonianza in cui si parla di pirati di Anzio e ci sono i greci che bacchettano i
romani chiedendo che li tengano a bada), sono proprio due potenze che hanno una genesi diversa,
caratteristiche diverse e quindi vengono sanciti comportamenti diversi (il romano va ma lo si blocca
nell’espansione militare con questo capo Bello, si evita di andare alle flotte a Cartagine ma si consente di
commerciare). Poi ci sono anche gli alleati di Roma, se Marsiglia è uno di questi i Cartaginesi erano accorti,
anche i greci, non facevano bottino/depredavano come le flotte piratesche (ci sono pirati ellenistici, ma non
Marsiglia). Sappiamo per epoche successive che Cartagine si allea con gli etruschi in funzione soprattutto
anti-greca (anche contro i Focesi?), forse anche in questo trattato, potrebbe essere. Tanto più che la
testimonianza che vedremo dopo i trattati è proprio una testimonianza etrusca che parla di uno stretto
rapporto tra città in Etruria e il mondo punico in generale, coeva a questo primo trattato di cui stiamo
parlando; quindi che fra gli alleati dei Cartaginesi ci fossero anche degli etruschi è probabile (meno
probabile che fossero da parte romana). Il secondo trattato di cui ci parla ancora Polibio, secondo alcuni è il
primo vero trattato e si colloca dopo l’alleanza tra romani e Sanniti con divisione delle sfere di influenza
(384?); Polibio dice che i cartaginesi aggiungono popoli ed elementi che sono ancora problematici.
L’orizzonte si allarga, ci sono romani e alleati da una parte, cartaginesi tirii (Libano?) uticensi (Utica in Africa
è una colonia Tiria come Cartagine) e i loro alleati dall’altra, quindi anche i romani sono equiparati viene
impedito di fare bottino ma anche di commerciare e fondare città oltre il promontorio Bello/capo Farina e
poi ci sono Mastia e Tarseo, altre località di cui si discute parecchio, variamente interpretata da traduttori e
interpreti. Mastias di Tarso o Mastias e Tarso, una o due località? Mastia è in Andalusia e Tarteion sarebbe
dei Tartessi, corrisponderebbe a Tarsis in Spagna meridionale (che troviamo anche nella Bibbia), quindi
sarebbe la zona di capo Palos in Spagna, quindi i romani sono limitati nella loro possibilità di
muoversi/commerciare/fare bottino non solo in Africa ma anche in Spagna. Ci sono varie interpretazioni su
dove siano queste località, cambia molto la lettura/interpretazione per dire quali sono le zone interdette ai
romani, con una zona solo di capo Farina, poi in base a dove si collocano le altre due località si hanno limiti
diversi, comunque si sta parlando della Spagna. Poi ancora si vieta che i cartaginesi catturino qualcuno di
quelli che sono soci dei romani (alleati ma non sottomessi) e poi c’è una faccenda che riguarda il fatto che
se tu catturavi delle persone automaticamente venivano ridotte in schiavitù, e se queste persone vengono
sbarcate i romani potevano con quella che i romani chiamavano manumissio per vendicta in pratica
liberarli, quindi qui si vieta che se si cattura qualcuno che non è sottomesso che non sia sbarcato, se poi un
romano mette mano su chi viene sbarcato questo sia libero, si vieta in realtà di fare schiavi/bottino di
persone, e i romani allo stesso modo non lo facciano. Se un romano prende acqua o provviste (si parla
chiaramente di una necessità), se qualcuno fa un’azione che esce fuori da questi divieti a quel punto lo
stato stesso risponde. Rispetto al primo trattato c’è una restrizione, né in Sardegna né in Libia possono
andare i romani (i vincoli sono gli stessi del primo trattato); vengono interdette queste località ma ci sono
delle parti che possono essere ancora usate come luoghi di scambio. Sull’estensione di queste interdizioni ci
sono interpretazioni disparate; le uniche zone cartaginesi con cui i romani potevano commerciare erano
quelle della Sicilia occidentale di fatto, tutto il resto a parte pochissime zone sono interdette (soprattutto
per l’ambito spagnolo, complesso definire il luogo in cui sono situate le due città). Questo secondo trattato
è più restrittivo rispetto al primo e probabilmente perché Roma si stava espandendo ma era in una fase
critica, dopo pochi anni scoppia la guerra con i Sanniti, quindi i romani vengono limitati alla Sicilia e in realtà
quello che non viene escluso è che i romani possano andare a Cartagine stessa, lì possono andare per fare
commerci. Ma c’è tutta una serie di altre zone che vengono bloccate alla circolazione dei romani. C’è da
dire, riflessione legata ma più ampia rispetto a questo discorso: sul primo trattato ci sono molti dubbi e una
parte della critica soprattutto in passato era scettica e sosteneva che fosse improbabile. Questo tipo di
lettura delle cose arcaiche della storia di Roma ha conosciuto e conosce fortuna e questo tipo di approccio
investe vari aspetti della storia romana; saggio sulla famiglia romana e sull’approccio di studio dei moderni
sulla famiglia romana di Luigi Capogrossi, mette in luce come soprattutto il mondo anglosassone abbia nei
confronti della famiglia e tanto più nei confronti di queste “leggende” dell’epoca arcaica abbia un approccio
assolutamente critico e negazionista, per cui la famiglia arcaica con il pater familias che ha lo ius vitae et
necis sui figli viene considerata un’esagerazione e si modernizza molto la famiglia antica paragonandola a
quella moderna; mentre noi sappiamo che una cosa è l’esistenza di un diritto, altra cosa è il suo esercizio.
Che il pater familias avesse diritto di vita e di morte sui figli è una facoltà/diritto, che poi lo esercitasse
coscientemente o frequentemente è un’altra faccenda, questo lo sapevano anche gli antichi. Non è solo per
il fatto che non vedi figli uccisi sistematicamente dal padre che puoi dire che è un’esagerazione e che non
era così; esisteva effettivamente ma non era un diritto che si esercitava frequentemente (abbiamo
testimonianze di eventi in cui è stato esercitato e sono stati sanzionati). Es. sappiamo che se un senatore
puniva con punizione fisica violenta il figlio questo era considerato un elemento che ledeva la sua nobilitas
e la sua moralità e poteva essere un motivo per escluderlo nell’iscrizione delle liste del senato, era un
comportamento sì possibile però giudicato indegno. Quindi tornando a noi anche nei confronti di questi
trattati/rapporti interstatali antichi si sta di nuovo (c’è già stata questa fase) nella letteratura scientifica
moderna anglosassone diffondendo l’idea di negare tutto o di ridurlo a storie non fondate. Invece vedremo
che abbiamo un documento coevo al primo trattato, la circolazione di persone beni merci e culture è una
realtà che trova altri tipi di conferma (lamine di Pirgi). Il terzo trattato o cosiddetto di Filino è del 306,
abbiamo Polibio che fa polemica con uno storico greco filo-cartaginese, la questione in ballo è quella di
stabilire con lo scoppio della guerra punica di chi fosse esattamente la colpa, visto che si trattava di due
città/realtà che erano in accordo, quindi chi è che l’ha rotto? Si entra quindi nella polemica del bellum
iustum e Polibio ne parla. Parla di tavole di bronzo e dell’archivio degli edili, anche il primo trattato:
documenti di carattere pubblico/ufficiale erano su tavole di bronzo e di solito erano anche esposti. Polibio
ha tirato fuori questi trattati perché voleva giustificare l’azione dei romani in Sicilia, quindi per dimostrare
che Filino ha torto dicendo che sono colpevoli ha elencato e riportato il testo dei trattati (una clausola
simile non esiste), non c’è mai stato un trattato che avesse interdetto la Sicilia. Critica neopositivista della
fase arcaica e soprattutto di rapporti interstatali in epoca arcaica con stipula di trattati; ma ci sono
documenti come le lamine che nessuno storico può non spiegare, sono tre lamine che sono effettivamente
d’oro, hanno dei fori perché erano inchiodate (anche recentemente sono state oggetto di un convegno
perché nel 2014 c’era il 50ennale della scoperta, nome del volume del 2016 nella diapositiva). Vengono da
Pyrgi, attualmente Santa Severa, a 50 km circa da Roma, era uno dei 3 porti di Cere/Cerveteri (riprese aeree
del sito online), un sito sul mare con un’insenatura. Sono stati fatti scavi che hanno portato alla luce due
templi affiancati denominati tempio A e B (quello a sinistra è il più antico, fine VI secolo, epoca del primo
trattato secondo Polibio, l’altro probabilmente fu edificato come celebrazione di una ripresa etrusca contro
i greci, dopo la battaglia di Cuma; quindi strada e due templi sul mare). Nello spazio tra i due templi in
epoca successiva all’identificazione di quest’area santuariale sono venute alla luce le lamine, che in una
recente analisi si è proposto di collocare/identificare nella loro collocazione originaria sugli stipiti della
porta del tempio B, inchiodate sul portale del tempio (poi al tempio celebrativo della vittoria sui greci aveva
un rilievo in terracotta che raffigurava la lotta dei 7 contro Tebe). Ci sono due testi su queste lamine in
etrusco e un testo in lingua fenicia o comunque una lingua a scrittura semitica. Bisogna fare una premessa,
sono testi bilingui; in realtà tutte le bilingui antiche hanno la particolarità che sono bilingui fino a un certo
punto, tutti i testi cui noi genericamente mettiamo questa etichetta in genere hanno contenuto analogo
però sono adattamenti ai diversi leggenti, non c’è la riproposizione pari pari ma viene adattato usando i
riferimenti della cultura cui appartiene l’altra lingua usando la cronologia, definizioni etc.; quindi i testi
bilingui antichi sono molto più elaborati dei nostri bilingui, sono destinati a leggenti diversi che hanno
culture diverse alle spalle. I due testi, per quanto tuttora sottoposti a interpretazioni/revisioni/letture
soprattutto per quanto riguarda il testo etrusco, perché la lingua etrusca che noi conosciamo abbastanza,
conosciamo in base però a testi molto brevi, di solito iscrizioni con elementi onomastici, ma non
conosciamo bene la sintassi etc.; le lamine di Pirgi sono uno dei pochi testi lunghi etruschi che conosciamo
e possiamo stabilirne il contenuto perché conosciamo il testo semitico. Poi l’altro testo più lungo in etrusco
sono le bende di una mummia, la “mummia di Zagabria”, che è stata avvolta in un panno che è stato
riutilizzato, aveva un altro scopo in origine, è un altro testo lungo in etrusco reimpiegato per fare da sudario
per questo corpo. Con lo stesso tipo di riutilizzo che capita di avere in Egitto quando si trovano dei papiri
che sono stati riutilizzati per avvolgere una pentola oppure messi dentro a una pentola, così casualmente si
è trovato un pezzetto di Erodoto. Le lamine di Pirgi e le bende della mummia sono fra i testi più lunghi che
conosciamo in etrusco con il vantaggio in questo caso di conoscere il contenuto, ne abbiamo la traduzione.
Partendo dal testo fenicio quello che viene fuori è il nome di un individuo, Thefarie Velianas, nome etrusco,
un re etrusco di Cere nel VI secolo (signore/tiranno) che ha costruito alla divinità Astarte un luogo sacro, sta
parlando del tempio B che è quello sulla destra nella foto. Come dono nel tempio ha costruito una cella,
tipico caso di un signore della città che costruisce un tempio su richiesta della divinità. Poi c’è una
cronologia che per noi resta incomprensibile ma per i leggenti aveva un senso. Testo in etrusco abbiamo il
“sal del cluvenia” su cui gli etruscologi dibattono molto; poi c’è un altro testo più corto sempre in etrusco,
ritorna l’elemento delle stelle. Chiaramente si parla della stessa cosa, si nomina il signore di Cere che ha
costruito anche delle statue, ma da una parte si parla di Uni e dall’altra di Astarte (divinità analoga alla
romana Fortuna, tipica divinità del tiranno, solo grazie a lei riesce a prendere il potere). Chi ha preparato i
testi ha dato un messaggio simile ma ha declinato in maniera diversa la divinità, ha dato indicazioni
cronologiche diverse e ha tenuto conto di una diversa modalità di scrittura. Cosa centra un testo fenicio
semitico con tutte le caratteristiche che abbiamo detto in etruria, a Pirgi, porto di Cerveteri? Gli etruschi
avevano come i fenici scambi in tutti il Mediterraneo occidentale, ma l’operazione della costruzione del
tempio viene fatta da un tiranno etrusco, l’autorità ufficiale, non è solo la ricezione della presenza
cartaginese ma c’è un’autorità che ritiene necessario mandare un messaggio/eternare il suo gesto con un
messaggio scritto su lamine d’oro che ha diversi destinatari, quindi la parte in fenicio era rivolta ai
cartaginesi e c’è l’esigenza di fare un’operazione del genere perché i cartaginesi frequentavano quel luogo
con una presenza riconosciuta e rilevante (come abbiamo visto anche dai trattati, presenze riconosciute su
suoli diversi), frequentazione riconosciuta più precisamente. Ma una frequentazione riconosciuta non
giustifica un’operazione di questo genere (non si tratta di sottomissione o alleanza con Cartagine, anche i
romani lo fanno e non troviamo questo tipo di documenti a Roma), più che una alleanza c’è una mescolanza
di questi due elementi, quindi una presenza fisica di cartaginesi in luogo, che stabilmente stavano la e non
solo per commerciare, altrimenti non si giustifica la necessità di veicolare il messaggio nella loro lingua
(cosa che implica che alla corte di questo tiranno ci fossero persone che sapevano scrivere e parlare
entrambe le lingue e conoscevano anche bene le due culture), c’è una presenza consistente sul suolo di
Cere e soprattutto stanziale. Infatti uno dei tre porti di Cere si chiama Punicus, quindi c’era proprio un
commercio strutturato con gli etruschi. C’è da dire che questo tipo di presenza sul suolo etrusco potrebbe
anche essere letta come un tipo di alleanza in funzione anti-greca. Per i greci sappiamo che il mondo
fenicio/punico/cartaginese era l’emblema della barbarie, parlano dei cartaginesi che immolano bambini
addirittura, emblema del nemico. A proposito del nemico/altro che diventa emblema del nemico per
eccellenza (cfr. diapositiva “determinismo ambientale, fisiognomica e razzismo nel mondo antico”) c’è tutto
un problema che possiamo sentire anche molto vicino alla sensibilità attuale in relazione al tema di cui
stiamo parlando, di come gli antichi percepissero l’altro, lo straniero, tutto quello che poi può portare a una
sorta di “proto-razzismo” (è eccessivo parlare di razzismo vero e proprio per gli antichi); certo che sappiamo
che già dal V secolo (all’epoca risalgono le testimonianze scritte, non significa che prima non ci fosse niente)
comincia a circolare nel mondo greco e poi si espande in tutte le aree a influenza greca l’insieme di teorie
del determinismo ambientale, teoria promossa soprattutto dalla scuola di Ippocrate secondo la quale
l’ambiente/tipo di risorse/clima determinano le caratteristiche fisiche e culturali della popolazione, quindi si
possono spiegare i caratteri di un popolo in relazione al luogo in cui vive, e soprattutto le differenze si
sentivano tra Asia ed Europa. Trattato di Ippocrate che parla dell’Asia, luogo temperato con gente mite e
serena di conseguenza, ma minore inclinazione alla guerra, da regioni molli nascono uomini molli. Poi
sull’Europa, regioni fredde, abbondanza di coraggio ma minore intelligenza, passa subito alla valutazione
qualitativa, mancano di politica, contrario agli asiatici (che però essendo poco coraggiosi vivono in
schiavitù/soggezione). Invece poi abbiamo la stirpe degli elleni, che geograficamente occupa una posizione
centrale e ha le virtù di entrambi i popoli, se avessero un’unica forma di governo contro la frammentarietà
politica greca potrebbero “conquistare il mondo”; cita Aristotele della Politica. Abbiamo parlato di
genti/popoli che circolano, ma come si fa a individuare lo straniero e lo straniero che ha diritto di circolare
lo vedremo la prossima lezione. Approccio all’altro da parte dell’uomo antico: accanto alla teoria del
determinismo ambientale quella che si sviluppa sempre a partire dal V secolo è la fisiognomica, arte di
giudicare qualcuno secondo la sua apparenza fisica, è sempre la scuola ippocratica che fa da battistrada.
Trattato delle epidemie che è la prima trattazione di fisiognomica, poi c’è un altro manuale che ci è arrivato
però di un autore latino del IV d.C. che parla sempre di fisiognomica, tutti gli altri trattati che abbiamo su
questo tema sono trattati greci che ci arrivano per traduzioni arabe. Es. citazione da uno di questi manuali,
in base all’aspetto desume il carattere. Abbiamo anche Cicerone nella Pro Roscio che usa lo stesso tipo di
argomentazione, sopracciglia e capelli rasati indicano malizia. Questo cranio rasato, orecchie con
l’orecchino, vestiti di un certo tipo sono tutti indicativi dello straniero/dell’altro e quindi anche di un certo
carattere che necessariamente deve portare con sé: i punici avevano la nomea di essere imbroglioni per
antonomasia.

14.11.2018 – lezione VII

Dopo aver parlato di fisiognomica/determinismo ambientale passiamo a vedere come si riconosceva anche
visivamente l’altro/lo straniero. Testimonianza interessante e completa è quella del Poenulus di Plauto: c’è
il ritratto di un commerciante cartaginese, Annone, che viene connotato sia visivamente che
linguisticamente, passo che rimanda al contesto dei rapporti romano-cartaginesi. La commedia ha un
modello greco definito espressamente nel prologo, il Carchedonios, è una commedia che sarebbe stata
messa in scena tra il 197 e il 186, quindi dopo la seconda guerra punica. Questo è importante perché deriva
da questo modello greco intitolato “il cartaginese”, ma la traduzione del titolo non è punicus o qualcosa di
equivalente ma Poenulus, che è un vezzeggiativo/diminutivo di Poenus/punico, quindi sarebbe “il
punichetto/punichino”; è interessante, siamo dopo la guerra annibalica quindi nella fase di ricostruzione
che per Roma/Italia è stato un momento di grande travaglio e di distruzione (anche quando abbiamo
parlato delle espulsioni dei latini gli stessi romani avevano messo un termine per quelli da espellere, molto
dopo la guerra punica, quindi non precedenti o in anni vicini perché si sapeva che c’era stato anche da un
punto di vista demografico/spostamenti di persone un momento molto difficile e critico per tutta l’Italia). In
questa situazione in cui i romani sono usciti dalla paura cartaginese, è curiosa la scelta del vezzeggiativo e
segna una distanza in realtà con questa paura del punico, poi uno può dare molte spiegazioni ma potrebbe
essere un superamento di questa fase, sicuramente è significativa rispetto al titolo greco, rispetto alla
paura/odio per il nemico che potremmo aspettarci. La trama è la solita delle commedie di Plauto, dove si
mescolano i due temi cardine di amore e agnizione, innamoramento/relazioni amorose complicate con
riconoscimenti rispetto alla situazione iniziale di alcune persone e di legami che esistono tra loro. La vicenda
è ambientata nella città greca di Callidone dove vive un giovane di origine cartaginese con un servo, giovane
che è stato rapito da piccolo e venduto a un greco che però alla morte lo ha lasciato erede di tutti i suoi
beni, quindi è un ricco giovane signore di origine cartaginese ma senza nessun ricordo della sua infanzia. Si
è innamorato (tema amoroso della commedia) di una cortigiana che si trova in un bordello vicino, in realtà
queste ragazze sono due nel senso che sono due sorelle anche loro di origine cartaginese, una è la sua
amante e l’altra invece è la pretesa amante di un soldato che la vorrebbe. Anche loro sono state rapite e
sono finite peggio del giovane in Grecia. In città arriva un mercante cartaginese, Annone, che viaggia per
trovare le figlie e il nipote che sono stati rapiti da piccoli, che sono i tre protagonisti; le due ragazze
vengono liberate, lui sposa la cugina (questo era poco problematico) il soldato non la sorella perché non
aveva nessun progetto “legale” con lei (non voleva sposarla ma farne una concubina), quindi la cosa finisce
come la maggior parte delle commedie latine con il riconoscimento delle persone cercate e l’amore che
trionfa. Callidone probabilmente esiste, non è una città immaginaria. Uno schiavo liberato e riconosciuto
poteva ereditare effettivamente una proprietà. Come si riconosce uno straniero anche visivamente, il
documento più interessante per questa operazione è il Poenulus di Plauto. Analizzeremo due scene che
sono dell’arrivo in scena di questo Annone, commerciante cartaginese. C’è una lunga parte in cui abbiamo
questo Annone cartaginese che parla; pensando al nostro teatro e cinema lo straniero che parla un’altra
lingua con fraintendimenti da entrambe le parti è un grande elemento di comicità, qui si gioca su questo;
solo che tutta questa parte che potrebbe sembrare nonsense o imitazioni a orecchio di una lingua semitica
sono state analizzate da semitisti e si è visto che è la trascrizione in latino di parole puniche semitiche
effettivamente, non sono semplici suoni per echeggiare l’estraneità/elemento esotico/esotismo di questo
commerciante ma c’è un fondamento linguistico che vedremo ancora più avanti. Dopo questa lunga
introduzione in cui abbiamo il commerciante che entra in scena, parla in latino al pubblico e
sostanzialmente quello che dice è quasi la traduzione della parte in punico. Sta cercando figlie e nipote, ma
arriva in questa città greca con un documento di riconoscimento che funziona non tanto per il suo ospite
ma è funzionale quando l’ospite non c’è più: infatti dice che c’è il figlio, come fare a farsi riconoscere dal
figlio e rivendicare il rapporto di hospitalitas con il padre? C’è bisogno di un documento di riconoscimento,
e lui si porta dietro una tessera ospitale. Questa è la parola tecnica per questi documenti che a livello sia
privato e poi anche a livello più elevato statale consentivano alle due parti di ricostruire/riconoscere gli
antichi legami di ospitalità. Quello che abbiamo è un tipo di oggetti con menzione specifica di un
documento che permette, cambiando anche le persone, quindi anche tra i discendenti, di attestare la bontà
e l’esistenza di questi rapporti. La commedia continua, Annone incontrerà quello che è suo nipote e il suo
schiavo; c’è una lunga scena che merita di essere letta e va immaginata anche da come sono descritte le
parti. I tre che sono in scena sono Agarastocle, giovane ricco ex schiavo erede del padrone, Milfione che è il
suo schiavo e Annone il mercante cartaginese. Comincia a parlare lo schiavo; siamo in un mondo greco, il
pallio è il mantello, quindi ha addosso solo la tunica; lo chiama uccellaccio perché si vede subito che è
diverso, perché questa tunica evidentemente aveva maniche all’orientale, si presenta come diverso da
subito. L’aspetto è quello di un punico, subito identificato stando a come si presenta. Qui c’è
un’espressione su cui ci sono pareri completamente discordi tra gli interpreti di Plauto, quindi anche
traduzioni discordi, “guga est omo” con una contrazione: cosa significhi guga è incerto, si sono scervellati
con spiegazioni varie. Non è escluso, dato che Milfione si spaccia per parlante punico, che sia un termine
punico, piuttosto che come certi commentatori pensano un’esclamazione/aggettivo che descrive visto che
lo ha chiamato uccellaccio un carattere denigratorio tipo “mostriciattolo”, non significa proprio questo ma
idealmente il senso corrisponde; rimane incerto. Quasi crederei che non abbiano dita alle mani: sono
talmente pieni di bagagli che non si vedono le mani sotto agli involucri. Anelli nelle orecchie, altra
connotazione oltre alla tunica con le maniche ampie, poi gli anelli che è una cosa aliena dal mondo sia greco
che romano. Lo schiavo si finge punico, il giovane padrone è di origine cartaginese ed è stato rapito, anche
le sue figlie e suo nipote. Si spaccia per parlante punico, dobbiamo sempre metterci nel gioco scenico che
basa la comicità su giochi linguistici e fraintendimenti; l’elemento che scatena questa comicità voluta da
Plauto è che questo Milfione schiavo del giovane padrone si spaccia per parlante punico ma in realtà non lo
parla, ulteriore elemento di comicità. Il primo è che sono due mondi linguisticamente diversi che si parlano
e in più c’è un terzo elemento che dice di capirli e invece non sa parlare niente. Agorastocle gli dice di
chiedere informazioni al tipo; avo è un altro termine su cui i commentatori non sono concordi nella
spiegazione; guardando certi dizionari avo, termine che indica una modalità di saluto punica, sarebbe alla
base del latino ave (che tra l’altro si scrive con l’h/aspirata), secondo alcuni potrebbe essere all’origine di
questa espressione latina, che per il resto Plauto nelle sue commedie non usa mai (usa salve o altre).
Secondo altri invece questo rapporto di derivazione non c’è, è un termine di saluto semplice cartaginese.
Comunque sia Milfione interloquisce con il mercante con un’espressione che riprende il mondo punico e
chiede poi diche paese è. La risposta potrebbe sembrare parole in libertà, in realtà è la traslitterazione in
lettere latine, traduce veramente. Poi si scatena il fraintendimento/gioco comico, Annone continua a
parlare in cartaginese/punico dice donni e l’altro traduce a orecchio, Annone parla cartaginese/Punico e
l’altro dice “ti vuole dare in dono non so cosa”, sonni da donum ma non è così; l’altro dice di salutarlo
ancora alla maniera punica, ripete avo donni, ci sono tutta una serie di fraintendimenti comici, continua il
dialogo tra due che parlano cose diverse e il terzo che traduce a caso. Me ar bocca, dice che ha male in
bocca etc., siamo ormai sul gioco. Quello che ci interessa notare è la connotazione fisica dello straniero, che
è subito riconoscibile per il suo aspetto/lingua e questo aspetto e lingua si ritrova in una statua di Mozia
(che troviamo nella presentazione), una località cartaginese, la cui interpretazione è discussa per
l’abbigliamento, è un giovane uomo con una tunica sottilissima addosso, assolutamente non riconducibile
ad un ambito greco. C’è una certa corrente interpretativa di questa statua che vi vede un magistrato
cartaginese col vestito ufficiale (cfr. “uccellaccio” senza pallio); avevano un tipo di abbigliamento che non
era confrontabile con quello greco. Lo straniero si connota visivamente e linguisticamente, ma anche lo
straniero arriva in una città greca portando una tessera ospitale che gli permetterà di essere riconosciuto
anche dai discendenti del suo ospite. Abbiamo un esempio di tessera ospitale, sono due mani strette nel
gesto della bona fides, tradizionale in tutto il mondo mediterraneo, due mani che si stringono è il patto; è
tagliata a metà perché le due metà andavano ciascuna a un contraente; la particolarità di questa tessera
ospitale che viene da Lilibeo (area di influenza greca e cartaginese) è che nella parte interna c’è
un’iscrizione, Imilcone figlio di Milcone soprannominato Inibalo Cloro che ha stipulato un contratto di xenia
con Lisone figlio di Diogneto e i suoi discendenti, dal punto di vista dell’onomastica il primo nominato è un
punico forse cartaginese, che figura su una tessera ospitale scritta in greco. Quella di cui parla Plauto
doveva essere una cosa analoga, un punico con una tessera che per funzionare in Grecia doveva essere
scritta in greco con il suo nome e quello del contraente, che anche qui è un greco, lisone figlio di diogneto,
sono uniti da un trattato di xenia/ospitalità da entrambe le parti. Questo trattato poi si estende anche ai
discendenti, esattamente quello che racconta Plauto. Si può discutere se sull’altra metà ci fosse
un’iscrizione in punico, probabile, con l’iscrizione al contrario. Il discorso delle tessere ospitali viene a
chiudere tutte le considerazioni fatte quando abbiamo letto i trattati tra Roma e Cartagine, sono trattati tra
due stati (pur con tutti i problemi connessi alle testimonianze c’erano territori in cui i membri degli stati
contraenti potevano andare o non andare). Come si fa a riconoscere il romano che viene a Cartagine a
commerciare in virtù di un trattato che esiste tra i due stati rispetto a un greco ad esempio? Probabilmente
avevano una serie di documentazioni in cui rientrano anche le tessere ospitali; cosa doveva esserci d’altro
che non abbiamo conservato perché fatto su materiale deperibile? Sicuramente documenti di bordo, il
commerciante romano che va a Cartagine perché sa che può andare a commerciare in virtù di un trattato
vigente aveva dei documenti di bordo che lo definivano e permettevano di riconoscerlo da parte
dell’autorità cartaginese. Poi potevano esserci magari anche contratti commerciali in cui comunque c’erano
i nomi delle persone che avevano stretto questo contratto e anche qui potevano funzionare da documento
di riconoscimento. Oppure si potevano avere copie dei decreti soprattutto quando erano specificati certi
tipi di privilegi, non la xenia generica. Oppure queste tessere ospitali/symbola in greco e cioè dei veri e
propri salvacondotti che permettevano di entrare nei paesi stranieri. Troviamo riportata un’altra mano
(elemento che si identifica con il rapporto di fides tra i due contraenti), di bronzo, ma ci sono delle iscrizioni
che non sono greco latino punico ma siamo in ambito celtiberico; significa che questa tipologia di
oggetti/documenti avevano una circolazione larga tra diversi popoli, è un tipo di documentazione che
troviamo in uso anche nel vicino oriente in epoche molto antiche, uso che si trova attestato nei diversi
paesi. Sia nel Poenulus che nelle due mani strette di Lilibeo abbiamo tessere ospitali tra singoli che
stipulano un trattato di xenia tra di loro e i discendenti, ma esistono anche delle tessere ospitali che
travalicano il limite del singolo e arrivano a riguardare intere comunità. IG XIV inscrpitiones grecae, tomo 14
iscrizioni dell’Italia/parte occidentale del mediterraneo, non aree greche per antonomasia, Sicilia compresa.
Quest’altra tessera/symbolon come dice l’iscrizione viene dalla Gallia meridionale, alla mano mancano le
dita ma è sempre una mano, in questo caso tridimensionale (senza il taglio a metà), di bronzo, e nel palmo
c’è l’iscrizione: c’è scritto symbolon/tessera presso i Velauni. Sono una popolazione gallica della Gallia
meridionale, la parte a ridosso di Marsiglia, quindi qui abbiamo un trattato di ospitalità con una
popolazione celtica, probabilmente visto che è scritto in greco con la città più importante di quell’area
greca, Marsiglia. Questo non è sicurissimo ma assai probabile, per un aspetto: le popolazioni celtiche hanno
una propria lingua che è indoeuropea come il latino e il greco, ma non hanno elaborato una propria
scrittura; tuttavia in Gallia con l’arrivo dei Focesi di Marsiglia questo centro diventa prima dell’arrivo dei
romani un punto di irradiazione della cultura greca e della scrittura. Questi Galli non sottoposti a Marsiglia
ma che stanno nel territorio circostante hanno adottato l’alfabeto greco per trascrivere la propria
lingua/gallico, ci sono diverse iscrizioni della Gallia meridionale in cui vediamo che questo alfabeto viene
usato per dediche religiose ed epitaffi etc. I romani in Gallia meridionale arrivano prima di Cesare, abbiamo
la creazione della provincia Gallia Narbonese nel II secolo, poi c’è il massiccio arrivo delle imprese militari di
Cesare che comportano l’occupazione di buona parte della Gallia. Quando arrivano i romani abbiamo la
sostituzione dell’alfabeto greco con quello latino, ma sempre per scrivere il gallico (ovviamente scrivono
anche in latino, ma c’è una sopravvivenza di queste lingue indigene che va ben al di là di quello che
possiamo immaginare; sembra che una volta arrivato i romani si parli solo il latino in quanto lingua ufficiale
predominante della burocrazia e del potere, ma esiste e sopravvive a lungo (così si spiega l’origine del
francese come lingua neolatina) senza mai estinguersi anche le lingue celtiche; c’è il sito de La
Graufesanque, ricchezza di documenti (la maggior parte delle città francesi porta il nome della tribù gallica,
Parisiorum era la città dei Parisii); è un impianto produttivo di terra sigillata gallica, imitazione locale della
terra sigillata/ceramica fine da mensa prodotta nell’area di Arezzo (aretina), imitano il modello di una
produzione di successo che va sulle tavole dei ricchi con prezzo inferiore, a livello locale. La particolarità di
questo sito, area di forni per la cottura della ceramica, è che hanno trovato una quantità enorme di
ceramica, sia scarti che infornate, questi pezzi hanno dei graffiti che sono in buona parte dei conti (come gli
ostraka, usavano i cocci per scrivere sopra che fa i conti, la produzione delle infornate etc.); in queste
iscrizioni ci sono moltissime parole galliche sia per quanto riguarda gli oggetti che espressioni (c’è
ovviamente un bellissimo museo), c’era anche una fonte sacra con un santuario; è una produzione che
inizia dall’epoca di Tiberio in avanti, si sostituisce alla produzione aretina. Ci sono moltissimi termini di
oggetti ed espressioni che fanno capire che i lavoranti locali parlavano e anche scrivevano in celtico, lingua
non relegata ma usata. Tornando alla mano il greco in Gallia meridionale aveva la funzione di scrittura
veicolare anche di altro, non è detto che fosse con Marsiglia, è probabile ma l’espressione poteva essere
riconosciuta come formulario per indicare quel tipo di rapporto. La cosa interessante è che qui non c’è un
singolo ma è una mano che evidentemente avevano certi rappresentanti della tribù, e consentiva a membri
vari (non tutto il popolo) di muoversi essendo riconosciuti, una sorta di salvacondotto, consentiva mobilità
non come l’altra tra due ma qui è semplicemente l’appartenenza a due gruppi, è probabile che se la
passassero o comunque l’avessero i capi e gli altri seguissero. Nell’ambito di un trattato/rapporto
riconoscimento interstatale tra due stati, come si riconoscevano nella pratica, avevano delle ricadute e si
effettuavano concretamente (caso di Lipari, Sicilia oltre ai trattati tra gli stati c’è un altro sistema bizzarro
ma che per gli antichi funzionava come nel discorso di Claudio, la consanguineitas, riconoscere che c’è una
parentela mitologica che anche in assenza di trattati espliciti consente di riconoscere l’altro come lontano
parente quindi giustificando una serie di situazioni particolari soprattutto per la Sicilia). I Velauni sono
attestati bene a parte in Cesare. Monumento in Costa Azzurra, c’è un’iscrizione che celebra la conquista
dell’arco alpino costiera e dell’interno da parte di Augusto, punto elevato sul mare, fa parte della
sistemazione dell’arco alpino (fondazione di Aosta), celebrazione e collocazione dall’altra parte del mare
con visione dall’altra parte, nelle Res Gestae dice di aver conquistato l’arco alpino dall’adriatico ai Liguri
(golfo di Genova). Qui sono citati i Velauni della tessera tra tutte le popolazioni che fanno parte della
conquista augustea dell’arco alpino, non solo di quelli a ridosso del mare ma anche i Salassi sterminati
secondo le fonti, ma anche Camunni e Trumplinii zona di Brescia. Poi iscrizione greca che viene da Atene, IG
II (iscrizioni di Atene), trattato di filoxenia tra Atene e Statone re di Sidone, IV a.C.; a un certo punto si dice
che il consiglio farà dei symbola con i re di Sidone, così che la gente di Atene possa sapere se il re di Sidone
spedisce qualcosa quando è nella necessità/ha bisogno di qualcosa in città e il re di Sidone potrà sapere se
la gente di Atene manda appunto qualcuno presso di lui. Abbiamo due stati che fanno un rapporto di
filoxenia/hospitalitas/hospitium publicum ma si esplicita nell’iscrizione che vengono fatti di symbola per
individuare le persone dalle due parti, dei documenti/salvacondotti che attestano che esiste un patto e che
quelle persone sono autorizzate a venire a Sidone o ad Atene, la Bulè prepara queste tessere. Altra tessera
interessante da altri punti di vista, ci sono solo foto della faccia scritta ma è un animale un cinghiale tagliato
con un’iscrizione; è stato trovato in una necropoli di Cartagine, si data a metà del VI, epoca dei trattati con
Roma; è una scritta etrusca nei caratteri ma il tenore della scritta è di altro genere, si dice “io sono un
punico di Cartagine”, quindi abbiamo il punico di Cartagine che ha una tessera ospitale scritta però in
etrusco, destinata quindi agli etruschi (cfr. lamine di Pirgi, per fare un’operazione simile non bisogna solo
immaginare che lì passassero dei punici, ma che ci fossero non solo passaggi ma anche qualcosa di stabile,
presenza tale da giustificare lo sforzo di fare questa operazione di pseudo traduzione -ogni traduzione in
realtà è un adattamento-, abbiamo da parte punica la riprova di questo), per avere un oggetto del genere
che troviamo a Cartagine ma scritto in etrusco evidentemente la persona circolava e serviva per
identificarlo collegato a una determinata città che con una località etrusca ignota, non sappiamo quale
fosse, aveva rapporti stretti e disciplinati da qualche trattato. Tessera a Roma, colle capitolino, sopra c’è il
tempio di Giove capitolino e in basso i templi gemelli di Fortuna e Mater matuta, ora area sacra di S.
Omobono, uno dei basamenti del tempio è visibile (chiesa di S. Omobono sopra e di fatto è visibile soltanto
una parte dello scavo, un basamento di un tempio); da quest’area è venuta alla luce una tessera animale
divisa a metà con la scritta nella parte interna, che pone diversi problemi, è in etrusco anche se siamo a
Roma e pone diversi problemi interpretativi. C’è il nome di un etrusco, Araz Spurianas (Spurìn famiglia
importante) Silquetenas, che è un termine che è stato interpretato correttamente (nonostante ci sia
qualcuno che fa altre proposte in modo anche meno credibile) come il Sulcitano, città di Sulci in Sardegna
nella parte cartaginese (questa è un’area cartaginese, l’altra parte era contesa tra etruschi e greci, isola
abbastanza disputata e contesa, ma l’area di Sulcis è sotto l’influenza cartaginese). Quindi abbiamo un
etrusco che dice di venire da Sulci ma è stato trovato a Roma, abbiamo in questa tessera la triangolazione
Cartagine/mondo punico/area di influenza punica, etruria e poi Roma/mondo romano, che è vero che è
nell’orbita etrusca ma dando fede a Polibio i rapporti indipendenti dalla presenza etrusca con il mondo
cartaginese iniziano presto, l’anno dopo la nascita della repubblica. Quando per questi trattati si parlava
delle transazioni economiche si diceva che erano valide solo se eseguite davanti all’araldo pubblico, quindi
bisognava dichiarare chi sei e il tipo di transazione che fai, sarà quella transazione ritenuta valida perché c’è
a monte il trattato, ma bisognava presentarsi oltre ai testimoni, documenti di questo tipo aiutavano nel
miglioramento dei rapporti ed accelerazione delle pratiche di riconoscimento. Volendo riassumere come si
poteva procede all’individuazione, facendo un discorso trasversale che non sia legato alla fase arcaica (i
documenti che abbiamo visto sono tutti coevi con i trattati tra Roma e Cartagine e sono un ulteriore
elemento/indizio che può deporre a favore della bontà del primo trattato, una parte della storiografia non
tanto attuale ma una buona fetta della letteratura scientifica diceva che non era possibile all’epoca per una
città laziale con crisi interna fare tali trattati, ma in realtà i documenti cha abbiamo visto ora sono coevi e
sono tutte persone che circolano su un ampio raggio. Addirittura per alcuni il trattato risaliva a Tarquinio il
superbo, ma non abbiamo notizie. Sul fatto che la dinastia dei Tarquini rappresenti per Roma l’entrata in un
tessuto internazionale è assai probabile; quando per il primo trattato abbiamo parlato degli alleati di Roma
ci si chiedeva che alleati fossero ma poi compariva la testimonianza di Giustino sui Focesi che fondano
Marsiglia, si fermano alle foci del Tevere e stringono alleanza con Tarquinio Prisco, ci sono tutti questi giri di
alleanze che funzionano probabilmente anche prima di quello che possiamo immaginare). Per quanto
riguarda le guerre puniche nei libri si scrive “Cartagine e alleati si impegnano a fare questo, lo stesso per
Roma” (es. trattato del fiume Ebbro), da intendersi più come Roma e satelliti/assoggettati, se fossero alleati
Roma non potrebbe fare trattati senza discutere con loro; Marsiglia era più autonoma ma altre realtà erano
assoggettate; si può leggere in molti modi, in caso di una situazione di guerra alleato per quanto riguarda
Roma sono i socii che sono popolazioni vinte da Roma, alleate in funzione di subalternità, tenuti a dare un
contributo militare (ausiliari). Per quanto riguarda invece un trattato interstatale in tempi di pace si parla di
alleati e sottoposti con due categorie diverse, proprio questa specifica ha fatto pensare che l’alleato è del
grande circuito internazionale, non la popolazione laziale sottoposta, in quel caso (secondo alcuni
improbabile/astorico in quanto Roma era una piccola città etc.) si tratta di qualcuno a parità di livello, vero
alleato (si pensa a Marsiglia, trovando il passaggio di Giustino, c’è attestazione di un trattato di amicitia in
epoca arcaica). In contesto militare con socius si intende sottoposti di Roma, qui no perché si distingue
quindi alleato indipendente legato da un’amicitia o un trattato di qualche genere con Roma. Facendo anche
un discorso a-storico (gli ultimi documenti sono di VI secolo, rimandano al contesto che documentano sia i
trattati che le lamine di Pirgi sulla circolazione di persone), vediamo che le modalità per stabilire l’identità di
una persona e quindi i rapporti e la maggiore o minore legittimità a circolare in luoghi che non sono quelli di
origine, si può avere con symbola/tessere ospitali, l’aspetto serve a identificare l’altro (es. Poenulus) e
importanti sono anche i testimoni, uno può avere in loco testimoni che identificano quella persona e sulla
base di quello una volta identificata si ha la liceità di tutto quello che è stato fatto; oppure ancora di può
trarre un documento per accertare l’identità dalle dichiarazioni al momento del censimento, che come
tutte le dichiarazioni/professiones non era verificata al momento ma solo quando c’era qualcuno che
sollevava un problema di legittimità di qualunque genere, la situazione più normale era quella dell’eredità
contesa (e quindi si doveva avere per gli eredi contendenti un documento che attestasse il legame con la
persona che aveva lasciato quel lascito e quindi andava esattamente identificato tra i pretendenti quello
che avesse diritto). La contestazione più frequente è quella delle false generalità, la Lex Cornelia de falsis
colpiva appunto non chi si spacciava per cittadino senza esserlo ma chi dichiarava false generalità
soprattutto in connessione con testamenti o passaggi testamentari. Quindi anche l’estratto del censimento
poteva essere un documento che si poteva esibire. Durante il censimento i cittadini potevano richiedere
una “ricevuta” in caso di necessità, in realtà facevano una dichiarazione che veniva registrata, c’erano
registri e in caso i necessità si faceva richiesta; es. Tabula Heraclensis, liste, Fino a Cesare il censimento
viene fatto a Roma (si parla sempre di cittadini romani con il censimento), poi stando alla testimonianza
della tabula heraclensis di discussa valutazione per lo meno la parte relativa al censimento dice che con
Cesare viene fatto localmente nella stessa epoca in cui si fa il censimento a Roma, c’è un lasso di tempo
entro il quale i registri devono essere mandati a Roma, quindi c’è una realizzazione di censimenti locali con
raccolta della documentazione a Roma come archivio centrale, con sorta di delocalizzazione dei censimenti,
questo per quanto riguarda i cittadini. Poi con Augusto cominciano censimenti a livello provinciale,
problema se si registrano solo i cittadini o anche i non cittadini; es. per la testimonianza della nascita di
Gesù sembrerebbe che vengono censiti tutti anche i non cittadini, probabilmente esisteva un censimento
ufficiale in tutto il mondo romano di cittadini, ma a livello delle province ci potevano essere censimenti
provinciali che riguardavano tutti, anche perché come sempre una base di registrazione della realtà (teste e
proprietà) era alla base di un sistema di tassazione che funzioni. La Giudea all’epoca di Gesù (augustea) non
era provincia romana ma un protettorato/regno cliente, che però era tenuto a versare contributi, c’è un
governatore romano all’epoca del censimento, Quirino (problemi cronologici, faccenda contorta); problema
è che possiamo prendere Luca come una testimonianza di uno storico, dà una serie di riferimenti che dal
punto di vista cronologico stride con quelli che sappiamo erano i governatori e i re clienti, è una
testimonianza che va presa per il valore storico anche se non tornano certe cose, perché censiti i non
cittadini e in un luogo preciso; oppure possiamo pensare che è un racconto in cui questo aspetto va a
costruire un quadro per giustificare certi spostamenti etc., grosso tema con pareri discordi validi anche
tutti, ci sono dei dati ma non quadra tutto. Certo è che per esempio Augusto nelle Res gestae quando parla
di censimenti, includendo anche gli anni di Gesù, parla di censimento di cittadini (i romani in giudea si
inseriscono in un sistema di tassazione che già funziona, tipico dei romani, se funziona un sistema non lo
distruggono ma vi si inseriscono, es. la Sicilia è l’unica provincia in cui si pagano le tasse in natura e non in
denaro, con la decima del raccolto, tradizionalmente avveniva così e funzionava nel sistema di
approvvigionamento; tanto più per la Giudea in cui i Romani non erano conquistatori veri e propri, si
inseriscono in poteri locali che gestiscono come hanno sempre fatto). L’immagine che vediamo è un papiro;
parliamo di censimenti/registrazioni, di fatto non abbiamo niente però, tranne i papiri dell’Egitto che ci
hanno tramandato delle liste di registrazioni di popolazione che affondano le loro origini in epoca
tolemaica, i romani hanno trovato un sistema che già funzionava in cui si sono inseriti senza cambiare
neanche la cadenza, ogni 14 anni dall’età tolemaica. Ogni 14 anni si dichiarava l’identità (nome e cognome,
beni, età, localizzazione della propria abitazione nell’ambito della suddivisione dell’Egitto, le persone che
vivono nella famiglia/familiari ed eventuali altre proprietà oltre alla casa) e queste liste con queste
dichiarazioni costituivano già per l’età tolemaica e poi romana una fonte per la redazione di tutti i
documenti di identità e soprattutto per stabilire in caso di contese di tipo patrimoniale e testamentario
fornire una documentazione dei legami/posizione dell’individuo all’interno della sua famiglia ed eventuali
legami di parentela. Quindi anche qui i romani si innestano su un sistema che già funzionava e l’Egitto per la
particolarità che abbiamo ricordato è l’unico posto di tutto l’impero dove troviamo traccia di queste liste
come questo papiro della slide. Il primo censimento romano viene fatto nel 24-23 a.C. in Egitto. Domani
vedremo le dichiarazioni che sono di tipo fiscale, vediamo cosa si dichiarava e quindi che tipo di dati si
potevano ricavare da queste dichiarazioni per la redazione di un documento che provasse l’identità
dell’individuo.

15.11.2018 – lezione VIII

Riprendiamo quello che dicevamo ieri sull’utilizzo di tutte queste registrazioni, in primo luogo i documenti
del censimento, per dimostrare l’identità/relazioni familiari tra persone, sempre con l’aspetto sottolineato
anche ieri, il fatto che le dichiarazioni rese all’autorità vengono verificate solo nel momento in cui c’è un
contenzioso, altrimenti vengono prese per buone. Accanto al censimento romano ogni 5 anni, anche se ci
sono stati periodi di pausa (es. dopo la guerra sociale il primo censimento importante viene fatto nel 70, la
guerra sociale finisce però nell’89, hanno aspettato del tempo anche perché c’erano problemi politici e
discussioni su dove mettere questi nuovi cittadini). Accanto al censimento canonico ogni 5 anni (censori in
carica 18 mesi che registrano i cittadini romani) ci sono tutta una serie di altri censimenti locali prima della
localizzazione che farà Cesare (tabula Eracleensis, a partire da Cesare il censimento non viene più fatto a
Roma centralizzato ma si fanno censimenti locali con invio della documentazione a Roma). Quindi oltre al
censimento principale a Roma ci sono altri censimenti che hanno per oggetto peregrini o abitanti delle
province che in alcuni casi come in Giudea sono censimenti che i romani ereditano, soprattutto quelli
dell’Egitto che conosciamo meglio perché c’è più documentazione, esistevano già in epoca tolemaica e i
romani li riprendono. L’Egitto è il luogo dove abbiamo il maggior numero di copie di questo tipo di
documenti, il problema erano contestazioni di tipo testamentario e per ricostruire le relazioni tra le
persone in quel caso ci si faceva fare una copia. Che cosa si dichiarava in queste professiones, parola
tecnica che definisce le dichiarazioni, anche di carattere censitario. Nel Digesto Ulpiano dice come andava
dichiarato, i campi/voci sono nome, localizzazione, vicini etc., quindi localizzazione della proprietà in
relazione a quello che è il tessuto urbano circostante e definizione della proprietà nei suoi confini proprio
grazie alla menzione dei vicinos proximos, quelli che definiscono il limite del bene, poi quanti iugeri di
terreno nei 10 anni, lo stesso vale per vigna/uliveto/prato/pascoli/boschi etc.; tutto questo tipo di stima
serve per quello che si chiama tributum soli, cioè il tributo che viene dato per il possesso (non la proprietà)
dei beni in territorio provinciale. Nel II sec. a.C. i cittadini che abitano sul suolo italico non pagano il
tributum soli ma altre forme di prestazione ma non la tassa sulla proprietà sul suolo italico. Sul suolo
provinciale si paga una tassa sul suolo e poi una tassa legata alla persona. Poi si discute se questo tributum
fosse legato al capo famiglia o a tutte le persone compresi bambini e donne (il secondo sarebbe tributum
capitis puro). Il discorso di come le persone venissero censite è un problema più largo che riguarda anche i
censimenti dei cittadini romani. Quando troviamo in fonti come le Res Gestae numeri della popolazione
sono capi famiglia o sono complessivi di donne e bambini? Purtroppo non lo sappiamo, ci sono varie
interpretazioni di questi dati. Tornando sulla Tabula Heraclensis troviamo la successione di elementi che
venivano dichiarati per quanto concerne invece le persone. Prima abbiamo visto quello che concerne il
tributum soli, c’è la definizione di luogo/fondo e anche che tipo di terreno è (su questo si basa la
tassazione); invece per le persone si dichiara prenome, gentilizio, genitori, patroni, tribù, cognome, età,
patrimonio (quello di cui stavamo dicendo prima). Nel caso dei provinciali o peregrini (peregrinus in
quest’epoca ha un significato tecnico), il non cittadino è tenuto a fare entrambe le cose, paga il doppio
tributo; il cittadino romano dichiara il tipo di patrimonio secondo la formula del censimento, questo per
collocarlo all’interno di una determinata classe nell’ambito dell’articolazione censitaria della città. Tornando
a come queste dichiarazioni potevano essere utili per identificare lo straniero vediamo che c’è l’elemento
onomastico che permette di risalire al padre/alla famiglia e poi l’elemento patrimoniale, elementi che se si
fa un estratto da queste dichiarazioni servono per identificare e inquadrare la persona. Dichiarazioni del
censimento: conosciamo soprattutto per l’Egitto (abbiamo i papiri, ma lo stesso vale ovunque) anche le
dichiarazioni di nascita, che per un certo periodo sono richieste soltanto per non i cittadini ma i figli di
matrimonio legittimo, ma poi da Adriano questo tipo di dichiarazione si allarga a tutti i neonati; anche qui si
tratta di una professio in cui gli elementi che si dichiarano sono il nome del bambino nato, i genitori e poi la
registrazione viene riportata in registri in cui questo tipo di stringhe anagrafiche hanno una loro
collocazione di tipo cronologico, hanno in questi registri una copia consolare che consente di situare quel
tipo di registrazione in un determinato ambito. Quindi quando ci si fa fare un estratto dentro ci saranno
tutte le cose dichiarate e l’anno di nascita. Abbiamo un esempio letterario del valore che possono avere
questi estratti di dichiarazioni di nascita in un passo dell’Apologia di Apuleio, accusato di stregoneria e
soprattutto di aver circuito una donna più vecchia di lui per interesse, cerca di dimostrare che lei non ha
l’età dichiarata e per fare questa dimostrazione ha un estratto della dichiarazione di nascita di questa
Pudentilla, passo che ci interessa in cui vediamo l’utilizzo di tutte le dichiarazioni come documento di
identità, documenti conservati parte in casa e parte nel pubblico archivio, sono tabulae, da un lato il
registro dall’altra la copia che si è fatto fare. In questo caso processuale questi documenti vengono portati
proprio in causa, i sigilli quando si faceva la copia dei documenti era una copia con testimoni, copia
autenticata, di solito (lo sappiamo per altre tipologie di documenti come i diplomi militari che venivano
rilasciati agli ausiliari che a fine servizio otteneva la cittadinanza, si discute se venissero dati a tutti o solo a
chi facesse richiesta, più probabile la seconda) quando li troviamo in buone condizioni sono chiusi, il testo è
dentro e fuori c’è una sorta di riassuntino e sono sigillati, quindi questo prova l’autenticità, anche qui si dice
che sono documenti ufficiali, tra l’altro dice filo nel senso che è una copia su supporto papiraceo
probabilmente (anche se linum può essere inteso anche come il filo che legava quindi sigillava le diverse
tavolette che costituivano questo dittico che era la copia). Abbiamo due passi del Digesto in cui si dichiara
qual è la normativa per ottenere le copie di documenti di archivio; per fiscus si intende (è discusso, non
sempre usato nello stesso contesto con lo stesso significato) l’erario pubblico, accanto al quale sappiamo
che c’era un patrimonium, l’erarium, diversi termini con cui a volte si definisce l’erario pubblico, a volte
l’insieme di erario pubblico e dell’imperatore (es. tributi province imperiali dovrebbero andare a finire nel
patrimonio dell’imperatore perché sono alle sue dirette dipendenze, come tutte le rendite delle sue
proprietà private, ma questo è più comprensibile; una sorta di tesoro della corona, il successore eredita
queste proprietà che l’imperatore aveva in quanto singolo che ha una famiglia/eredità etc., d’altro lato c’è
anche una quota di queste proprietà che gli passa dai suoi predecessori, ma non sempre è distinguibile il
fisco pubblico e imperiale e il patrimonium principis, tre diciture abbastanza oscillanti). Comunque qui con
fiscus si intende autorità centrale statale che produce una documentazione; il fisco rilascia copie nei suoi
archivi a condizione che colui che ha ottenuto il diritto di copiarlo non le utilizzi contro il fisco o contro lo
stato, quindi c’è una tutela da parte dell’ente che lascia fare la copia ma che la usi per altro e non per
intraprendere azioni contro il fisco stesso. Altro passo del Digesto in cui si dice che il senato ha stabilito che
ricadono sotto la giurisdizione della lex de peculatu colui che senza l’ordine/permesso della persona che è
in carica abbia dato il permesso di consultare o copiare gli archivi. Si ricavano due cose importanti da
questo, da un lato che per mettere mano agli archivi e fare copie devi fare specifica richiesta e ricevere un
permesso da chi è incaricato/autorità che controlla quel tipo di archivio. Poi altro aspetto che si ricava è che
una cosa è tabularium publicarum despicellarum(?) e dall’altro describendarum, una parte è il
guardare/consultare, dall’altra è la copia, questi sono i bizantinisimi che conosciamo bene, per copiare ci
deve essere una copia conforme, quindi ci vogliono testimoni riconosciuti che firmano etc. Tutto questo ci
dice un’ulteriore cosa, che abbiamo desunto già da tutto quello che abbiamo visto finora, cioè che il
documento copia del documento pubblico ha un valore legale e importanza disciplinata/regolamentata,
quindi importanza fondamentale per tutti i bisogni per i quali viene richiesta, è un atto pubblico che ha un
valore. A questo proposito vediamo la Tabula Banasitana, lastra di bronzo di circa 50 cm che è stata trovata
nella nortantigitana(?) II sec.(?) in un luogo chiamato Banasa, in un edificio absidato negli anni 50 da
francesi in un piccolo villaggio, anche per questo si deve insistere sull’edificio esatto dov’è stata trovata.
Lastra con cornice che ha una struttura, testo e disposizione del testo, che va a evidenziare alcuni blocchi,
non è un testo continuo ma ci sono spaziature/alcuni rientri e spostamenti. Questo testo non è un unico
testo continuo ma un assemblaggio di 3 testi distinti incisi su questa lastra di bronzo, una parte dell’ultimo è
ben incolonnata, lista di nomi di testimoni. 3 testi distinti: sono un exemplum/copia di un’epistola imperiale
lettera degli imperatori Marco Aurelio e Lucio Vero che rispondono al governatore di questa località tra il
171-78 per la concessione della cittadinanza romana a un berbero principe della tribù locale, alla moglie e ai
loro 4 figli, quindi risposta imperale a richiesta del governatore. Poi secondo testo di nuovo si va a capo,
altro exemplum di un’epistula imperiale di M. Aurelio e Commodo che si data una decina di anni dopo 176-
177 d.C., risposta a una richiesta/lettera del governatore che non è più lo stesso ma Maximianus in risposta
a un libello/richiesta/fascicolo del figlio del primo Iulanus, Aurelius Aelianus, che chiede a sua volta la
cittadinanza per moglie e figli. Poi ultimo documento è un estratto dal registro ufficiale dei nuovi cittadini
romani di questo archivio che si trova a Roma, creato da Augusto e aggiornato costantemente; l’estratto è
con i nomi dei 12 signatores/testimoni che sono funzionari e giuristi che lavorano alla corte imperiale,
datato al 6 luglio del 177. È un intero dossier che riguarda due nuclei familiari collegati tra loro. Copia della
lettera degli imperatori; ci sono gli imperatori che rispondono alla lettera del governatore che agisce in virtù
della petizione di un singolo all’imperatore, che non la presenta direttamente all’imperatore ma passa
attraverso l’ufficio del governatore. Questo si può spiegare in due modi, o i peregrini che dovevano arrivare
all’imperatore comunque avevano bisogna di un supporto e sostegno da parte dell’autorità romana locale e
d’altro lato il singolo difficilmente scriveva lui all’imperatore, era sempre vincolato; poi è vero che questo
governatore nella sua lettera che accompagnava la petizione dà testimonianza e giustifica la richiesta
perché sono uomini di paglia. C’è da dire che qui come dicono anche gli imperatori non stiamo parlando
dell’ultimo degli ultimi ma dell’elite di questa popolazione, se non avessimo questo documento mai più ne
avremmo notizia anche dal punto di vista della conoscenza antropologica di queste aree è interessante. La
decisione dell’imperatore è di concedere questa cittadinanza, tendono a sottolineare la particolarità della
concessione, ma in questo caso si giustifica perché faceva parte di quel partito filo-romano che troviamo
agente ovunque nell’impero, era una persona su cui si poteva contare; poi altro aspetto che sottolineano a
parte i suoi meriti riconosciuti documentati dall’imperatore è che parecchi siano incitati a imitarlo, si
sottolinea anche l’esemplarità di questa donazione di modo che anche altri comportandosi in maniera
fedele alla causa romana cerchino di ottenere il privilegio della cittadinanza. Sono berberi ma i figli hanno
tutti nomi latini, il richiedente anche (zegrensis non è un nome ma un nome etnico), non è solo lui
filoromano, è figlio di una famiglia zegrense che però dava ai figli nomi latini; la moglie no invece, legami
familiari locali interessanti, non sono cittadini ma hanno solo il nome romano, è un fenomeno che
conosciamo bene e si ripresenta in altri luoghi. Non sono romani ma i figli hanno nome romano, sono capi
berberi, la romanità si diffonde; il capo berbero sposa una berbera ricca, stiamo parlando di elites da tutte e
due le parti, ma da una parte abbiamo una famiglia che pensa in avanti e dà ai figli nomi romani, e dall’altra
famiglia che è più indietro ma è sempre un’elite, a questo livello ci sono mescolanze/alleanze. Poi però
hanno 4 figli che sono tutti con nomi romani, hanno deciso “da che parte stare”. Tutti i nomi romani sono in
realtà cognomina, aspetto importante anche per un altro documento che vedremo sull’usurpazione di
status, cioè era punito o comunque perseguibile chi si attribuiva un gentilizio romano, ma non era tanto
perseguito il fatto che si attribuisse un gentilizio quanto che si spacciasse con quel nome per romano, che si
spacciasse per chi non era. Invece in ogni paese dove romani e romanizzazione sono arrivati assistiamo a un
fenomeno di diffusione lingua e cultura romana latina e quindi anche dell’onomastica romana, con
fenomeni di auto-romanizzazione, cioè una romanizzazione spontanea dell’indigenus, che some la famiglia
di Giuliano sceglie anche in assenza di condizioni giuridiche di cittadinanza di attribuire ai figli
un’onomastica di tipo romano, quindi un’integrazione onomastica verso quello che è ritenuto ormai il
potere dominante. Lettura del testo latino, la concessione della cittadinanza a moglie Ziddina e ai figli salvo
iure gentis; questa clausola vuol dire che viene concessa la cittadinanza romana ma gli imperatori non
interferiscono sul diritto locale che permane; nella terza lettera è spiegato bene questo aspetto. Questo ius
gentium/gentis citato come diritto naturale qui è il diritto degli Zegrenses; quindi concessione della
cittadinanza ma senza ledere relazioni rapporti e anche obblighi, però resta in piedi il diritto locale. Nella
terza lettera si spiega ancora meglio la convivenza di queste due fattispecie di diritto, più che doppia
cittadinanza qui si sottolinea un altro aspetto più finanziario. Sicuramente per il fatto di essere cittadini
romani non si viene giudicati dal governatore di provincia, si va a Roma, non si è passibili di punizioni
corporali etc., ma restano anche in piedi tutti gli obblighi che stando alla situazione locale i locali hanno nei
confronti dei romani, lo si vede bene nella terza lettera. Anche questo è un exemplum/copia successiva di
una decina di anni di Antonino e Commodo; hanno letto la petizione del capo della tribù e la lettera del
governatore. Specifica importante nel terzo documento sul tema dello ius: è chiaro che il tributum soli e
capiti permangono, hanno la cittadinanza ma non l’esenzione fiscale. Il secondo documento è del figlio,
quello che nella prima lettera aveva ottenuto la cittadinanza che a sua volta chiede la cittadinanza per
moglie e figli; di nuovo c’è la situazione del padre, si vede nel documento dopo che ha una situazione
familiare analoga. Seconda epistola è interlocutoria, gli imperatori chiedono l’età dei figli e della moglie,
quindi concedono sempre con la stessa clausola di prima ma vogliono dei dati da inserire. Poi abbiamo la
copia dell’estratto, sono elencati tutti gli imperatori che a partire da Augusto si sono occupati di questo
archivio; per chi studia le figure del potere imperiale c’è un uso diversificato dell’aggettivo divus, epiteto
con cui viene definito Augusto divinizzato, da Cesare in poi ci sono cioè degli umani che assumono questo
rango di dei, ma ovviamente una volta morto; ma non tutti gli imperatori elencati vengono definiti divi, per
alcuni è chiaro es. Nerone e Domiziano, ma Tiberio è più curioso. Esiste quindi un registro sottoposto
continuamente a un aggiornamento da parte dell’autorità imperiale; questo è un estratto che il liberto ha
prodotto, c’è anche il nome del segretario che è andato a copiare, liberto imperiale della corte
dell’imperatore. L’estratto viene allegato, abbiamo la datazione precisa; Aurelio Giuliano è il capo degli
Zegrensi, il figlio. L’elenco alla fine sono i signatores, non i primi che passano per strada ma fanno parte del
concilium principis, sono funzionari imperiali. Tribù Popilia non è una gens (gens Gabia, si chiama Gabio; poi
ci sono cognomina, figlio di Marco è il nome del padre), la tribù è una delle 35 tribù (dal 241) che sono
distretti territoriali che sono legati alla residenza; in realtà ci sono diversi studi su questo, sono distretti di
voto, sappiamo che c’erano i comizi tributi dove si votava in base alle 35 tribù, 4 urbane e le altre rustiche.
Si trovavano in una tribù in base alla residenza ma anche alla tribù a cui la città era stata attribuita, es. gli
aquileiesi sono iscritti alla tribù divina(?), gli abitanti di Trieste/Targeste alla Popinia, Concordia/Iulium
Carnicum alla Claudia, quindi non c’è una stretta relazione territoriale (es. Friuli considerato distretto
unico), è la città che viene attribuita a uno o all’altro distretto con una dislocazione che per le tribù più
antiche ha un’origine gentilizia (es. la Claudia è chiaramente derivata nel suo nome da una gens e quindi è
uno spazio in cui c’erano anche i Claudi, poi la cosa si è ampliata e ha perso il legame iniziale); ma il nome
dei firmatari/testimoni riprendono esattamente la successione dell’onomastica da dichiarare (anche se con
il cognomen anticipato) al momento del censimento, è la formula onomastica ufficiale in cui c’è anche la
tribù. Abbiamo un estratto di questo archivio fatto da un liberto imperiale con funzione di segretario, copia
di quello che era scritto ovvero data, nomi indigeni delle persone, età e anche chi aveva fatto la richiesta, e
anche l’autorità che aveva appoggiato la richiesta ovvero Vallio Massimiano. Poi qui si specifica ancora
meglio la faccenda dello ius gentis nel senso che si concede la cittadinanza ma non ha effetti
dirompenti/distruttivi nei confronti del diritto di queste persone, poi soprattutto è solo la cittadinanza e non
l’immunità fiscale, quindi continuano a pagare come fossero dei peregrini. Vediamo che il richiedente viene
definito Aurelio Giuliano, quindi ha un gentilizio e il suo nome originario Iulianus, nella prima lettera il padre
si chiamava così e anche lui che è il primo figlio, secondo la logica antropologicamente attestata di dare al
primogenito o il nome del padre o del nonno paterno o materno. Quindi ha un gentilizio, il nome originario
diventa cognomen, ed è il gentilizio dell’imperatore, il quale concede la cittadinanza e non che sia
automatico, probabilmente è una scelta del singolo anche se non lo sappiamo (ci sono casi in cui quello che
ha avuto la cittadinanza sceglie il gentilizio imperiale oppure come in questo caso se c’è un funzionario di
mezzo che ha fatto da tramite si sceglie il nome del funzionario, quindi avrebbe potuto chiamarsi Vallius
Iulianus). Questo discorso della scelta del gentilizio è un tema su cui si basano anche tutti gli studi sulle
clientele; es. gli Scipioni sono tra i maggiori artefici della conquista repubblicana della Spagna, vi hanno
operato molto come anche Pompeo: Cornelius e Pompeus sono i gentilizi più diffusi della Spagna. C’è chi
dice che Cornelius probabilmente aveva qualche assonanza con qualche nome indigeno, però c’è anche da
dire che spesso chi otteneva la cittadinanza mediante l’aiuto di funzionari, uomini militari, poteva prendere
il loro gentilizio, e in qualche modo entrava a far parte della loro famiglia perché apparteneva alla stessa
gens, si creavano legami di tipo clientelare sottolineati ancora di più dall’utilizzo del gentilizio dell’ufficiale
che aveva favorito. Qui invece il nostro ha scelto il massimo, il gentilizio imperiale; stando ai nomi di questa
seconda famiglia, quella del figlio, vediamo che lui si chiama Iulianus e ha avuto la cittadinanza grazie al
padre, e come lui ha sposato una berbera con nome berbero, e hanno tanti figli che si chiamano con nomi
latini, restando sempre nello stesso giro di nomi/tipo di onomastica, il primo figlio maschio che non è
primogenito si chiama come il padre (anche la primogenita, ma era meno importante). Se notiamo l’età,
ammesso che sia quella vera, 22 anni e gli altri 8, questo è lo standard romano. Ci sono diversi studi sulla
famiglia patriarcale romana con la tendenza sempre più diffusa di paragonare la famiglia mononucleare
moderna invece di rendersi conto che si tratta di una famiglia allargata, ci sono rapporti stretti e legami con
cugini etc., quindi il numero di figlio di oggi non funziona per il tempo, anche perché in tutte le città antiche
i livelli di mortalità sono altissimi, per garantirsi un minimo di sopravvivenza ne fanno molti. Uso della
statistica sui dati del mondo antico è sempre azzardato, si possono ricavare linee guida ma non certezze. se
pensiamo alle attestazioni ad esempio nell’epigrafia funeraria di sepolcri familiari di solito si hanno 3-4 figli,
mediamente 3; c’erano quelli naturali, nati da schiave che potevano o meno essere riconosciuti e/o liberati
(categoria della manumissione quando c’erano legami di sangue che era consentita anche sotto i 30 anni
canonici che erano l’età minima per essere liberati; o anche addirittura la stessa nutrice, tra il figlio del
padrone e lo schiavo, allattati dalla stessa balia quindi c’era il diritto li liberarli anche prima. Quindi
dobbiamo immaginare realtà molto più complesse e articolate di quella che è la famiglia attuale; tutto
questo fa parte di questo filone di studi, alcuni sostengono che la patria potestas sia un’invenzione o più
che altro un’esagerazione, ma come diceva un giurista che ha scritto un articolo sull’evoluzione degli studi
della famiglia romana nella pubblicistica moderna: una cosa è il diritto e una cosa è il suo esercizio, sono
due cose diverse. Quindi quando parlano di patria potestas è un conto, che poi ci fossero effettivamente i
patres che ammazzavano i figli e che questo era legittimo è un’altra faccenda ma teoricamente sì perché il
diritto prevede questo, ius vitae at necis. Allora anche nei confronti delle famiglie antiche ci sono tutte
queste letture moderniste che lasciano il tempo che trovano. Tornando al nostro caso ci sono due famiglie
che ottengono la cittadinanza però anche nel secondo caso di richiesta da parte del cittadino si fa sempre
avvallare la pratica dal governatore, e tutta questa operazione viene riportata anche nell’archivio. Si dice
che i figli sono di Giuliano e non della coppia, per la patria potestas; il primo figlio ne ha 8 e la seconda 4,
quindi il primo figlio l’ha avuto a 13-14 anni e il secondo a 17-18, è l’età normale del matrimonio (non è
escluso che tra il primo e il secondo ne siano morti parecchi, dato che gli ultimi li ha avuti a distanza di un
anno uno dall’altro). Nell’estratto dell’archivio vediamo numerosissimi nomi in un elenco alla fine: sono i
nomi di quelli che hanno continuamente aggiornato l’archivio; c’è anche un aspetto di immagine del ruolo
dell’imperatore nel fatto di valorizzare la sua concessione. Chi è che si fa fare questo oggetto, non solo il
documento ma la lastra in sé? Questo documento è estremamente interessante da molti punti di vista, non
solo di demografia, ma è un esempio come altri di cancelleria imperiale, ovviamente non dobbiamo
immaginare l’imperatore che scrive ma la cancelleria imperiale che scrive a suo nome, ma è un esempio di
come funzionava questo rapporto con la risposta, qual è il linguaggio della cancelleria nell’ambito delle
concessioni etc., interessante anche sotto questo punto di vista; e anche da tanti altri, non ultimo anzi il
primo il fatto che ci documenta qualcosa di cui non sapevamo nulla, cioè che esiste un archivio in cui si
segnano i casi di concessione della cittadinanza a singoli, i quali vengono registrati col nome indigeno e
l’età, e anche poi col provvedimento fatto per la concessione. Sulla base di questo qualcuno ha pensato che
accanto a questo tipo di registro esistesse anche il registro delle popolazioni a cui venne concessa in base
sempre all’epoca imperiale (delibere, decreti imperiali) la cittadinanza in blocco, quindi che esistesse un
archivio dei singoli (quindi concessioni viritane) e uno per concessioni anche a intere province. In questi
documenti manca qualcosa, possiamo ricostruire una parte della storia della famiglia ma abbiamo solo le
risposte, ci manca la richiesta che è stata fatta, quindi non è un dossier completo in questo senso, perché
abbiamo solo la risposta imperiale e l’estratto dall’archivio. Visto il posto, gli zegrenses sono un popolo di
un certo tipo, la tavola ha una cinquantina di centimetri ed è stata trovata in un edificio absidato (scavo
archeologico degli anni 50): chi è che ha deciso e perché di prendere queste risposte e l’estratto
dall’archivio (sarà stato come vedevamo prima per Pudentilla delle tavolette legate e sigillate che sono
arrivate, anche la lettera sarà arrivata su papiro o tavoletta) e farne una tavola mettendole insieme? La
famiglia dei richiedenti si è fatta fare la copia, come la mamma che espone la laurea del figlio o qualcosa di
simile; tra i tanti che hanno studiato il documento c’è chi ha detto che era esposto in un luogo pubblico,
secondo la prof. è più vicina alla laurea esposta in salotto, secondo altri invece è un’iscrizione prodotta ad
hoc per auto-rappresentazione della famiglia ed esposta in un luogo pubblico per celebrare che hanno
ottenuto la cittadinanza. È di metallo, considerato qualcosa di più indistruttibile della pietra, non sapevano
che si fonde e tutta quella documentazione in bronzo che c’era è andata perduta per questo. È incerto se
c’è una finalità pubblica oppure privata di avere a casa una copia della vicenda che ha comportato un
cambiamento di status fino a un certo punto, questo è l’altro aspetto che vale la pena sottolineare. Cioè che
l’autorità romana è molto attenta come in questo caso (parliamo di elite) a evitare che atti di questo genere
possano alterare equilibri che funzionavano evidentemente, quindi i sottoposti zegrenses dovevano
continuare a vedere in Giuliano il loro priceps, che evidentemente fino a quel momento aveva garantito un
controllo/stabilità (era fedele alla causa), quindi i romani sono estremamente attenti a questo tipo di
equilibri e a non sconvolgerli se non necessario, in modo che tutto resti immutato ma l’elite locale abbia
soddisfazione e un rango diverso. Tutto questo è ancora più vero per il fatto che non c’è esenzione fiscale,
continuavano a essere provinciali come gli altri e a pagare come gruppo/singoli all’autorità imperiale, non
cambia nulla. Il diritto penale cambia invece, dà possibilità di farsi giudicare a Roma con quindi condizioni
completamente diverse.
Abbiamo due reperti di bronzo, uno perduto e uno conservato. Sigle sopra sono CIL e Inscr. It. Ovvero
Inscriptiones Italiae, una serie che viene inaugurata agli inizi del 900 in Italia da parte dell’Unione
accademica nazionale, e che in fascicoli singoli raccoglie per città le iscrizioni di quella città (es. abbiamo
Pola, in questo caso sono le iscrizioni dell’Istria settentrionale, non tanto legate alla città, in realtà
appartengono a Trieste, poi ci sono anche le iscrizioni di Tergeste); la sigla successiva è sempre un
riferimento a raccolte di tipo epigrafico, Neo epigrafique(?), un bollettino che si pubblica da fine 800 (circa
anni 90), che ha lo scopo di fare lo spoglio anno per anno di tutte le pubblicazioni in cui sono state edite
iscrizioni, quindi fanno un foglio e poi pubblicano il bollettino in cui ogni numero corrisponde a un’iscrizione
e c’è un riferimento alla pubblicazione, quindi questa è una pubblicazione del 1966 che nel bollettino
occupa il numero 163 (scopo di tutto ciò è reperire edizioni di testi stampati in modi anche esotici e
organizzarle geograficamente, va tutt’ora avanti e permette di semplificare le ricerche); l’altro e della stessa
pubblicazione numero 126 e l’altro 30 (?). ci sono frammenti in bronzo, di uno abbiamo un disegno perché
è perduto. An annorum/annos è l’età, quindi abbiamo una serie di nomi accompagnati dagli anni, Ternila
Levica è un nome poco romano (indicata come liberta), ha una struttura romana (è una liberta di Regilia).
Sotto si legge Ovia di 67 anni, anche questo è un nome non romano, è figlia di un Domato, e così via.
Abbiamo una lista di nomi curiosi, in realtà abbiamo un pezzetto che continuava con persone che sono sia
di condizione libertina che liberi, figli di (Lucius Gaius etc.). Questi frammenti (l’altro frammento aveva la
stessa struttura, nomi sicuramente non romani con un numerale) sono sati interpretati come liste di
censimenti locali; teoricamente siamo in Italia e non in provincia come a Banasa, inizio di censimento ma
stando almeno all’onomastica è difficile che sia una lista di cittadini, anche se ci sono nomi latini in lista, ma
anche i berberi non cittadini hanno nomi latini. Probabilmente è una lista di censimento (in bronzo) oppure
potrebbe anche essere, pensando proprio alla documentazione di Banasa vista prima, un estratto anche in
questo caso. Il fatto che ci siano dei liberti (questo è il problema, nel censimento non si registravano i
liberti); è importante registrare liberti in un certo ambito, abbiamo esempio in Plinio il giovane, nipote del
Vecchio, scrittore e governatore in Bitinia, funzionario pubblico che ci ha lasciato tutta una documentazione
di lettere scritte a famigliari e amici destinate alla pubblicazione ma anche lettere all’imperatore Traiano,
tipiche lettere del funzionario che chiede al superiore come comportarsi in questioni di tipo anche
amministrativo. In una di queste lettere come governatore chiede come risarcimento perché
sostanzialmente ha salvato una vita chiede la cittadinanza per un suo schiavo che fa il medico, il suo
medico, e oltre alla cittadinanza chiede anche di mantener i diritti di patronato nei confronti dei liberti,
perché se il padrone cambia status i diritti sul liberto che sono di tipo para-filiale (para patria potestas)
vengono meno perché hanno condizioni diverse, perché il padrone ha la cittadinanza romana e i liberti no;
quindi Plinio chiede la cittadinanza anche per i liberti; tra l’altro notare che ci sono diversi livelli di liberti.
Qui potremmo immaginare che siamo in una situazione analoga, un estratto come a Banasa con i nomi
indigeni e in più ci sono anche liberti per mantenere intatti i legami di familiari di dipendenza che
esistevano.

21.11.2018 lezione IX

Chiudiamo la sezione sulle copie di documenti ufficiali che potevano essere usate anche per indicare e
definire l’identità di una persona. La tavola di Banasa ci ha fornito indicazioni a proposito di un archivio
centrale, quello dei nuovi cittadini creato a Augusto e continuamente aggiornato anche da tutti i suoi
successori; oltre a dirci questo ci dà anche un esempio di com’erano fatti questi estratti, l’estratto è proprio
il terzo documento del dossier dove vengono indicati i nomi della seconda famiglia degli zegrenses, i nomi
delle persone cui è donata la cittadinanza e poi soprattutto -questo è l’aspetto interessante per noi- il fatto
che c’è un liberto imperiale che ha recuperato la documentazione, ha fatto la copia e poi ci sono i testimoni
che l’hanno controfirmata, tutte personalità del consilium principis, grandi funzionari dell’amministrazione
imperiale che autenticano questa copia. Ci eravamo fermati su alcuni documenti in bronzo, solo dei
frammenti, che vengono entrambi dall’Istria (è un problema che va sottolineato, in età romana è Italia,
quindi non una provincia come Banasa ma un territorio italico; questa è la ragione principale per cui sono
stati interpretati anche in passato come liste di censimento, una serie di persone da quello che è
conservato con l’indicazione dell’età, ci sono sia ingenui/nati liberi che liberti. Potrebbero essere liste di
censimento ma in realtà proprio la presenza dei liberti crea qualche problema sul fatto che possano essere
liste di censimento, infatti i liberti non venivano censiti. Allora l’altra possibile ipotesi che però
presupporrebbe l’esistenza su suolo istriano in una certa epoca (quale sia si può discutere, abbiamo solo la
paleografia dell’iscrizione che può darci indicazioni) nel territorio sostanzialmente di Tergeste (Capodistria e
Rozzo sono territorio di Tergeste) persone che non avevano la cittadinanza. Bisogna ammettere questo per
spiegare questi due frammenti come estratti dell’archivio che abbiamo visto costituire il terzo documento
della tavola banasitana. Questa spiegazione è migliore di quella del censimento proprio per la presenza dei
liberti, già abbiamo grosse difficoltà a capire se i numeri delle liste dei censimenti noti (es. quelli che
ricordava Augusto nelle Res gestae con incrementi progressivi) sono indicati/segnati anche donne e
bambini oppure solo capi famiglia (già donne e bambini figli del pater familias abbiamo difficoltà,
ammettere che ci fossero anche liberti aumenta ancora di più la difficoltà e la possibilità di ritenere questi
frammenti estratti delle liste di censimento). Più probabile che si tratti di persone che ottengono la
cittadinanza circa nei primi decenni del I sec. d.C., epoca augustea in cui questo settore è interessato da una
profonda risistemazione, spostamento dei confini etc.; sappiamo che anche in altri settori dell’Italia
settentrionale anche in epoca più avanzata di quella che potrebbe essere la datazione dei frammenti, ci
sono persone che non hanno la cittadinanza romana a meno stando alla loro onomastica e ai loro rapporti
familiari, quindi è probabile che esistessero delle sacche di peregrinità anche sul suolo italico o considerato
tale. C’è un ulteriore aspetto che andrebbe bene per questa interpretazione, cioè in questo come il terzo
documento della tavola di Banasa le persone nominate hanno un’onomastica che difficilmente può essere
equiparata a quella dei cittadini, e si nota qui la stessa commistione che troviamo in quelle aree che sono
sottoposte sia a una romanizzazione più o meno imposta nel senso che arrivano i romani portando la loro
cultura/lingua/scrittura ma anche aree che invece vedono gli indigeni avvicinarsi autonomamente al mondo
culturale romano, compresa l’onomastica romana, perché si rendono conto che questo è l’orizzonte in cui
loro di lì a poco e soprattutto i loro figli verranno ad operare (es. le aree di Banasa, famiglie indigene di
capi/elites filoromane che accortamente danno e continuano a dare -lo vediamo per almeno 3 generazioni-
nomi romani ai figli, es. Iulianus etc., con però le mogli che hanno nomi ancora locali che vengono dalla
realtà culturale e onomastica locale). Tutto questo discorso perché qui troviamo la stessa situazione,
persone come la quinta che si vede che ha 67 anni o Levicus che ha Lucius come elemento onomastico
romano usato però come una sorta di soprannome; dal terzo elemento della tavola di Banasa come per la
seconda moglie Ziddina abbiamo visto che quando venivano registrati i neocittadini nell’archivio creato da
Augusto li si segnava con il loro nome originario e non con quello che avrebbero preso poi una volta inseriti
nella civiltà romana e nelle liste di censo romane, quindi qui questo tipo di lettura si applica bene perché
vediamo nomi romanizzati e indigeni di persone che indicano la loro età, esattamente com’era necessario
indicare nell’archivio, e anche la seconda lettera del dossier di Banasa c’erano gli imperatori che si
dichiaravano favorevoli alla concessione della cittadinanza ma chiedevano l’età delle persone, era un
elemento chiave che andava inserito. Qui abbiamo sia bambini che persone di una certa età, uno che ha 7
anni e un di 2, potremmo avere di nuovo un estratto/copia di questo archivio fatto forse con le stesse
finalità per le quali qualcuno è andato a Roma e si è fatto fare l’estratto e l’ha messo insieme con le risposte
che gli imperatori avevano dato alle richieste dei due capi degli zegrenses, mettendo poi nel caso di Banasa
il tutto in uno spazio pubblico o privato per Banasa, qui più probabile in uno spazio privato. Che questa
possa essere la chiave interpretativa ce lo dice anche questo documento che viene dalla provincia però, da
Carnuntum in Pannonia superior, è una briciola ma ha una forma significativa, è apistografo quindi scritto
su tutti e due i lati e ha la forma (se non sapessimo cosa c’è scritto, vedendolo scritto sui due lati) di un
diploma militare (quando finiva il servizio militare veniva concessa la cittadinanza e veniva scritto in questi
diplomi che poi i militari potevano conservare; stiamo parlando di ausiliari, i legionari di norma erano
cittadini, sono sempre stati una fetta importante dell’esercito anche perché erano molti e specializzati
-Roma arruolava indigeni peregrini perché avevano certe capacità di tipo bellico o tattico-; alla fine del
servizio l’imperatore concedeva a tutti la cittadinanza, questa costituzione imperiale era ovviamente
conservata nell’archivio di Roma ed esposta anche -nei diplomi troviamo indicato il luogo di esposizione-
visibile quindi anche a Roma, di solito vi erano luoghi indicati fuori dal tempio di Augusto etc., e il singolo
poteva anche lì non sappiamo se su esplicita richiesta o se fosse automatico, ci sono interpretazioni
divergenti, poteva però farsi fare una copia/estratto della costituzione militare in cui c’era il nome
dell’imperatore, della persona cui era stata donata la cittadinanza cui si aggiungevano poi ma dipende dalle
epoche -il più antico diploma militare è dell’età di Claudio, ne abbiamo anche dopo la constitutio
antoniniana del 212- la concessione della cittadinanza non riguardava solo i militari ma anche in un certo
periodo la moglie e i figli, in altri periodi solo i figli, mentre veniva riconosciuto il conubium con la moglie
indigena, quindi un matrimonio legittimo ma lei non otteneva la cittadinanza. Va tenuto conto che i soldati,
legionari compresi, non potevano sposarsi legalmente mentre erano in servizio, ma avveniva spesso e i
diplomi lo registrano sempre che si stringessero, soprattutto se erano stanziati per lungo tempo in certe
aree, dei legami soprattutto con le popolazioni locali e che quindi nascessero famiglie “naturali”, e gli
imperatori alla fine per fare in modo che i rapporti tra le persone non mutassero, quindi il padre cittadino e
i figli no perché la patria potestas del padre non poteva agire su figli che non erano cittadini, le costituzioni
degli imperatori si occupano anche di questioni familiari concedendo per lo meno il conubium. In realtà
questi diplomi sono molto discussi per quello che era il proprio uso nella pratica perché la parte concreta
della consititutio in realtà era scritta dentro, erano due tavolette legate insieme, nella parte esterna c’era
una sorta di riassunto di quanto detto internamente. Allora si discute sull’uso però sicuramente erano un
tipo di documento che uno poteva tenersi a casa e in caso di bisogno o contestazioni poteva usarlo
spaccando i sigilli e leggendo dentro). Tutto questo per dire che il frammento apparentemente nella forma
e nel fatto di essere scritto da due parti sembrerebbe un diploma militare; in realtà il testo dice un’altra
cosa, che si tratta di una copia conforme ex commentario civitate donatorum etc., serie di imperatori che
abbiamo visto nella tabula di Banasa, cioè abbiamo qui un documento fatto secondo la forma del diploma
militare, per un civile che si è fatto riportare questa concessione della cittadinanza su questo tipo di
supporto, siamo in provincia quindi è probabile che quello fosse il tipo di documento di riconoscimento cui
erano abituate queste persone, però il testo è come quello del terzo documento della tavola di Banasa,
quindi si è fatto fare una sorta di diploma “civile” in cui è riportata la sua concessione della cittadinanza. Il
documento purtroppo è lacunoso quindi non sappiamo di chi si trattasse e neanche esattamente di che
epoca, arriviamo fino ad Antonino Pio ma anche un po’ dopo, ma è interessante il fatto che abbiamo una
sorta di carta d’identità trasportabile (la tavola di Banasa era fissa, questo come i diplomi militari era
trasportabile) ed eventualmente esibibile, ma non è un diploma militare ma un estratto di questo archivio.
Con questo chiudiamo il discorso della documentazione che è per estratto/copia conforme/copia con
testimone di documenti pubblici essenzialmente di censo oppure come in questo caso e quello di Banasa
archivi che registravano i neo cittadini, copie/estratti che potevano costituire (o anche i
certificati/professiones per la nascita, dichiarazioni di nascita, tutta una serie di documenti che sono copie
fatte dopo aver chiesto un esplicito permesso, che veniva concesso per vedere e un ulteriore documento
per copiare ed eventualmente usare per qualsiasi bisogno), serie di documentazioni che costituivano le
carte con cui si poteva individuare il singolo, si poteva stabilire per la questione di Apuleio l’età di una
persona e si poteva appunto individuare il singolo.

Passiamo a parlare di una modalità cui abbiamo già accennato diverse volte soprattutto quando abbiamo
parlato di Claudio, tabula di Lione, ingresso dei Galli Edui al senato e non alla cittadinanza, e in quel caso il
documento lo abbiamo analizzato perché ci interessava l’aspetto di integrazione con lo straniero che
comincia presto e addirittura è la storia di Roma stessa (l’integrazione con lo straniero) e che viene usato
come argomentazione per Claudio censore per permettere l’inserimento nel senato di questi Galli.
Abbiamo detto -lo sappiamo dal fatto che Tacito parla di quella stessa circostanza/discorso pur riportando
un discorso un po’ diverso- e che poi la richiesta di Claudio ebbe successo non tanto per l’apertura allo
straniero riconoscendo che lo straniero era un elemento costituente della romanità quanto il fatto che tra
gli Edui e i romani viene riconosciuto un rapporto di consanguineitas, cioè una parentela, che ovviamente
risiede nella comune origine troiana, che consente di trattarli in maniera diversa dagli altri. E questo era
proprio il contrario dell’idea che aveva Claudio, che per far passare questa apertura al senato avrebbe
potuto semplicemente dire che sono i nostri parenti e quindi possono diventare senatori, invece non lo fa,
e la spiegazione più probabile per l’utilizzo di altre argomentazioni rispetto a questa perché apriva più
porte, l’idea di Claudio invece era quella di allargare in realtà a tutti quelli che avessero le caratteristiche di
census e dignitas (caratteristiche patrimoniali e di moralità/adesione all’orizzonte del mos maiorum etc.),
quindi aveva puntato più sull’integrazione fin dalle origini dello straniero e non sul discorso della parentela
altrimenti solo gli Edui sarebbero stati compresi. Questo discorso dell’integrazione/mescolanza nel mondo
greco è sempre stato visto invece rispetto a quello che accade nel mondo romano non solo noi ma anche
come loro si vedono (lo riconosce anche Claudio), invece nel mondo greco è sempre stato un elemento di
debolezza, la mescolanza etnica è un fattore di debolezza morale politica e anche militare. Ha riportato due
passi di Tucidide, uno in cui abbiamo un discorso dei tebani dopo la resa di Platea che parlano degli
avversari Beoti, dopo aver cacciato “popolazioni miste”, considerate come elemento deteriore da cacciare;
e questo viene fuori ancora meglio nel discorso che fa Alcibiade agli Ateniesi quando parla della Sicilia, per
convincerli della facilità dell’impresa siciliana dice proprio che le città sono ricche però sono città che hanno
una popolazione fatta di razza mista, e la presenza di mescolanza etnica è un elemento di fragilità politica e
militare che quindi consente dal punto di vista degli ateniesi una facile vittoria. È considerato un elemento
di grande debolezza politica, al contrario di quello che abbiamo detto finora per il mondo romano. Però
anche per il mondo greco esiste questo che potremmo chiamare strumento/mito perché in realtà affonda
le sue radici/elemento giustificativo nel mito che è appunto la synghèneia/consanguineitas quindi una
comunanza di stirpe in cui lo straniero e quindi anche la mescolanza con lui non è più considerato qualcosa
di negativo ma diventa uno strumento nel mondo greco per far accettare all’opinione pubblica ad esempio
alleanze pericolose o per superare in alcuni casi contrapposizioni sociali tra classi subalterne e dominanti
nell’ambito di uno stato, es. le Supplici di Eschilo, figlie di Danao che scappano e arrivano ad Argo dove c’è il
re Pelasgo che dà il suo appoggio alle Danaidi perché sarebbero tutti discendenti pelasgici antichi nelle
Supplici, che però sono anche un veicolo per far passare nell’Atene di quel periodo un’alleanza tra l’Atene
di Pericle ed Argo in funziona antispartana, quindi abbiamo un mito che diventa uno strumento politico per
giustificare commistioni che altrimenti sono considerate elemento di debolezza anche politica. E per il
mondo greco c’era questa comune discendenza pelasgica che funzionava in molti casi; nel V sec. abbiamo
Ellanico di Mitilene che identificava i Pelasgi con i Tirreni che poi sono arrivati in Italia e sono
sostanzialmente gli Etruschi e quindi anche qui abbiamo una consanguineità che giustifica poi anche delle
alleanze politiche in funzione ad esempio anti cartaginese (greci + etruschi), lo abbiamo detto quando
parlavamo della circolazione di uomini e dei rapporti tra stati in epoca arcaica. Per il mondo romano questa
consanguineitas si fonda essenzialmente sul mito troiano e sulla comune origine troiana, per esempio
vediamo in azione questa synghèneia anche per giustificare delle alleanze brevi ma finalizzate alla guerra,
es. quando i romani vanno in Sicilia per la I guerra punica si alleano con gli Elimi, popolazione indigena
dell’isola, perché entrambi discendono da eroi troiani; oppure abbiamo un altro caso, Lampsaco di
discendenza troiana che si allea con Roma contro Atioco di Siria. Però poi soprattutto questo ricorso al mito
della synghèneia è uno strumento per giustificare agli occhi del mondo il diritto di Roma discendente di
Enea e di Troia, e quindi di Atlante, il dominio di Roma sull’Europa, Asia e Africa, quindi uno strumento che
giustifica la politica anche aggressiva che Roma può avere, che non è aggressiva ma è un’azione militare che
rientra nell’ordine delle cose, perché i romani appunto eredi dei troiani hanno il diritto di avanzare pretese
sostanzialmente su tutto il mondo conosciuto. Poi e qui ha riportato il titolo di un lavoro di Andrea Giardina
vediamo che la parentela troiana è spesso uno strumento diplomatico che consente di agire per giustificare
l’espansione nella penisola ma anche in territori extraitalici. Di questi eroi troiani se ne trovano
praticamente in tutti il Mediterraneo anche vicino a Roma, come nel caso della città di Lanuvio, che si
chiamerebbe così da Lanoios, un compagno di Enea. Poi abbiamo anche Gaeta che prenderebbe il nome
dalla nutrice di Enea che è stata sepolta lì, Miseno il timoniere etc., quindi ci sono tutti questi personaggi
disseminati che da un lato garantiscono l’antichità e la nobiltà di quei luoghi e poi sono il presupposto per la
creazione di alleanze o comunque di relazioni con caratteristiche preferenziali (vedremo soprattutto quello
che succede in Sicilia) proprio in virtù di questa parentela mitica. Per quanto riguarda la prima in ordine di
tempo per noi attestazione dell’uso della synghèneia verso i romani nel mondo greco c’è un passo di
Strabone, prima discussa attestazione perché non è chiarissimo in che epoca collocare quello che accade,
chi sono le persone ricordate, quindi cronologicamente è vaga anche se un Demetrio di cui si parla è
sicuramente il Poliorcete, ma l’Alessandro di cui si parla prima è incerto. Strabone nella Geografia vediamo i
greci che fanno una sorta di lezione di diplomazia ai romani, perché dicono che con la parentela e il fatto di
onorare i Dioscuri che vengono dalla Greci (hanno anche fatto un tempio nel foro) e mandando in giro i
pirati a fare controllo. Le persone ricordate sono Alèxandros che potrebbe essere il Magno oppure
Alessandro il Molosso coevo del Magno, re dell’Epiro, e Demetrio Poliorcete. Quindi abbiamo un
riconoscimento a livello di realtà statali che siano la Grecia/Epiro/Macedonia che risale almeno al IV sec.,
non solo da parte romana ma in realtà da parte greca, perché qui abbiamo i “greci” (termine largo,
potevano essere pirroti, macedoni etc.) mandano una lettera bacchettando i romani per il loro
comportamento nell’ambito della politica estera, però c’è un riconoscimento della parentela con i romani e
anche un mettere in evidenza tutte le ricadute positive della parentela coi romani, nel senso che i pirati che
probabilmente sono i pirati di Anzio vengono graziati, proprio perché si riconosce che i romani sotto il cui
controllo come del resto la città di Anzio erano, sono parenti dei greci. Quindi abbiamo la synghèneia che
funziona e costituisce uno strumento dei rapporti interstatali, però c’è anche una bacchettata nei confronti
del modo di gestire dei romani delle loro terre o persone da loro controllate, nel senso che è inutile che
adorino i Dioscuri e costruiscano loro un tempio nel foro (dei greci) e siano legati dalla parentela e poi
lasciano che questi vadano a saccheggiare le coste greche/macedoni/pirroti. Però vediamo già che è attiva,
non si dice che è una parentela che si basa sulla discendenza troiana ma c’è una parentela che troviamo
assolutamente funzionante e anche qui strumento politico per stabilire trattamenti diversi dal punto di
vista politico ma anche fiscale nel momento in cui Roma si affaccia sull’orizzonte orientale dell’Asia Minore
e in particolare sono le condizioni di pace dopo la guerra con Antioco III, pace di Apamea (182-188), e ce ne
racconta Livio. I romani hanno vinto i siriani di Antioco e quindi si trovano a dover fare i conti con tutte le
città soprattutto greche ma anche precedenti all’arrivo dei greci in Asia minore che erano sottoposte ad
Antioco, quindi sostituendo la potenza allora dominante si trovavano ad avere realtà diverse, rapporti
diversi di dipendenza da Antioco col problema di sostituirsi in qualche modo e soprattutto di vagliare i
singoli casi, vedere lo stato precedente e decidere per lo stato futuro, non un’operazione facile dal punto di
vista della diplomazia. Abbiamo un tipico caso di rex amicus, cioè alla fine di un conflitto si può decidere di
estendere soprattutto a quelli che sono stati alleato contro un nemico comune e concedere l’etichetta di
rex amicus, che non è sottoposto ai romani ma è un alleato sicuro e che spesso è anche rappresentante del
partito filoromano in patria. Roma si trova da avere diverse realtà e alla fine la commissione che si occupa
di definire le condizioni di pace si occupa di fare delle distinzioni tra le comunità, tipica operazione romana:
chi sostiene Roma in guerra ed era sottoposto ad Antioco i romani non si sostituiscono ad Antioco e non gli
fanno pagare il tributo e danno immunità fiscale come ringraziamento; quelli che avevano seguito Antioco
o avevano pagato tributo ad Attalo re di Pergamo ora lo devono pagare a Eumene altro rex amicus;
concedono altre immunità fiscali e ridistribuiscono parte dei territori, non tanto per i recenti meriti quanto
in memoria della comune origine, per la quale liberano anche la città di Dardano. Fanno operazioni
diversificate a seconda che siano state al momento dello scontro con Antioco alleate o meno e poi per due
di questi centri per lo meno stando a quello che dice Livio danno un incremento territoriale in ragione della
comune origine troiana; gli abitanti di Ilion che è il sito di Troia e poi Dardano, i romani riconoscono che
quelli sono dei consanguinei e quindi viene riservato un trattamento speciale/particolare a prescindere da
come si sono comportate in guerra (siamo nel 188 a.C.). La situazione più comune di questo uso politico
della synghèneia nelle relazioni diplomatiche o anche di tipo militare la troviamo in Sicilia, anche qui città
greche. La fonte privilegiata qui è Cicerone nelle Verrine, 4 orazioni che Cicerone pronuncia in
rappresentanza dei siciliani contro le usurpazioni di Verre governatore della Sicilia, orazioni in difesa dei
siciliani che avevano incaricato Cicerone di rappresentarli contro la malversazione del governatore romano
Verre. Cicerone parlando di Verre e del suo comportamento a un certo punto illustra la situazione di alcune
città e ci fornisce informazioni su questo uso politico della consanguineitas da parte di Roma. la Sicilia non è
stata conquistata con guerre ma il territorio, ager publicus, poi restituito ai locali, e il tributo lo danno in
appalto ai censori. La Sicilia viene occupata nel 241 con la prima guerra punica (non diventa subito
provincia, siamo nel III secolo in cui Roma sta ancora sperimentando le modalità di gestione dei territori
extraitalici) e diventa effettivamente provincia (questa parola, ed è un uso che continua anche più avanti,
significava un territorio extraitalico con dei confini la cui popolazione è in prevalenza formata da peregrini e
sul quale Roma esercita un controllo, ma prima di questo il termine provincia prima dell’estensione al
territorio su cui si esercita indica l’ambito di potere/compito che un magistrato romano ha, l’ambito in cui si
esercita il potere del magistrato; es. Ottaviano riceve come provincia il controllo e l’eliminazione del
pericolo costituito da Antonio; poi questo termine che indica un ambito su cui il magistrato agisce e su cui
ha dei compiti da svolgere diventa il termine per definire il territorio su cui il potere romano esercita una
forma di controllo, un territorio con un determinato confine/limite che lo distingue da un altro) dopo la
conquista di Sardegna e Corsica, 227, quasi 20 anni dopo. La figura magistratuale che alle origini amministra
il territorio provinciale è il pretore, infatti con la creazione delle province (territori extraitalici da
amministrare) inizialmente aumentano il numero dei pretori, che sono tra i magistrati maggiori assieme ai
consoli perché hanno l’imperium, che è un comando sia militare (imperium militiae) che civile
(amministrazione della giustizia), infatti non a caso i consoli ad esempio sono accompagnati dai littori che
portano i fasci (poi reimpiegati dal regime fascista, indicano l’imperium e sono fisicamente dei
bastoni/verghe legate insieme a un’ascia, simboleggiano l’imperium domi militiaeque che si raffigura in
questo potere di punizione e anche di morte/comminare la pena capitale che hanno i magistrati maggiori).
Per l’amministrazione dei territori provinciali inizialmente i romani aumentano il numero dei pretori, poi
però si rendono conto che questo continuo aumentare del numero dei pretori paradossalmente può svilire
l’imperium, ci sono troppi magistrati che hanno l’imperium. Allora ricorrono alle promagistrature, cioè l’ex
console o pretore (sempre magistrati cum imperio) che escono di carica però nel momento in cui ricevono
l’incarico in provincia viene loro prolungato l’imperium, quindi c’è la prorogatio imperii, ed è un imperium
che ha una sua ragion d’essere e un suo ambito di applicazione soltanto in territorio provinciale, non a
Roma, nella provincia affidata e per il periodo in cui si è destinati lì. Il governatorato di provincia durava un
anno ma prolungabile anche a 3, era il senato che decideva. Qui dice che il territorio della città siciliane
benché divenuto ager publicus viene restituito a loro, perché nel momento della conquista i romani
trasformavano il suolo provinciale in ager publicus, quindi è publicus populi romani, un territorio di
proprietà dello stato romano, però viene restituito, viene concesso di abitarlo ancora ai locali, non
gratuitamente ma viene dato in locazione dai censori, pagano un tributum per avere il privilegio di
continuare a stare sulla loro terra, i censori infatti erano quelli che facevano gli appalti pubblici e quindi
questi appalti duravano quanto la carica dei censori (particolarità della censura, erano eletti teoricamente
ogni 5 anni, c’è una parola che deriva della cerimonia religiosa che chiudeva il censimento, il lustrum, che
indica la purificazione cerimonia conclusiva delle operazioni di censimento, data in sinonimo del periodo
ogni quanto si faceva, 5 anni anche se i censori restavano in carica 18 mesi), sono contratti gestiti dai
censori quindi sono appalti che durano 5 anni. Ci sono due città federate (nel senso latino, con civitas si
intende città ma anche un popolazione, foederata indica una realtà urbana o anche etnica che è legata a
Roma da un trattato/foedus, che può essere di vario genere, o trattati onerosi o meno onerosi), Messina e
Taormina, non sottoposte al sistema di aggiudicazione della decima: varie volte abbiamo notato che i
romani quando si trovano a sostituire qualcuno nel controllo di un territorio se la situazione funziona ed è
ben organizzata (es. clausola salvo iure gentis nella tabula di Banasa) e non crea problemi lasciano quello
che c’è, e nel caso della Sicilia i siciliani erano abituati a pagare decime sul raccolto, quindi tra i territori
provinciali governati dai romani la Sicilia è l’unica che paga il tributo come decima in grano. Quindi abbiamo
due città sottoposte a un foedus che non sono sottoposte al sistema ella decima, quindi non la pagano;
inoltre ci sono 5 città che anche non essendo federate sono lo stesso libere da imposte, sine foedere
immunes ac liberae, non hanno un trattato ma hanno immunità fiscale e sono libere, quindi possono gestire
la cosa pubblica in maniera autonoma. Tutte le altre città sono sottoposte alla decima com’era già prima
dell’arrivo dei romani. Poi in un altro passo torna sulla questione delle città e dice che Segesta è una città
molto antica che si dice fondata da Enea, quindi vediamo che prima ci dice che ci sono città immuni/libere
senza decima anche senza trattato, poi ci spiega per una di queste il perché, la comune discendenza
troiana. È chiaro che leggiamo questi passi di Cicerone che non fa un trattato sulla Sicilia, non è tenuto a
spiegarci per filo e per segno tutto, lo stiamo deducendo; è probabile che anche le altre città elencate prima
avessero delle ragioni del loro status che probabilmente affondavano nella comune origine per giustificare
questi trattamenti privilegiati. Nella slide si indica che recentemente (nel 2010 lavoro di Battistoni, giovane
ricercatore) è uscito qualcosa che si occupa di queste vicende; lo stesso autore ha pubblicato anche questa
iscrizione/titulus pictus rinvenuto a Tauromenio/Taormina. Sono stati rinvenuti in occasione di uno scavo o
ritrovamento fortuito (la prof. non si ricorda) dei frammenti di intonaco bianco che hanno dei tituli picti in
scrittura e lingua greca, scritti in pittura con inchiostro rosso, che una volta ricostruiti in realtà sono ben
leggibili ma manca tutta la parte di destra, comunque una volta che sono stati letti e in alcune parti
facilmente integrati, in altre un po’ meno, però si è capito che queste scritte dovevano trovarsi sulle pareti
di quello che probabilmente era l’antico ginnasio di Taormina greca, di una stanza in prossimità di alcuni
scaffali che raccoglievano i rotoli, cioè dobbiamo immaginare una stanza adibita a biblioteca con delle
scaffalature vicino alle quali (ricostruzione della villa dei papiri dalla slide; poi immagine tratta da una
mostra di Madrid sulla villa dei papiri e sulle biblioteche antiche, una di queste mostre in molta parte con
ricostruzioni ambientali con tecniche digitali; ci sono degli armadi di legno ma nel caso di Taormina nicchie
nel muro con scaffali in cui erano riposti i papiri, uno sopra all’altro con delle etichette che pendevano e che
permettevano di riconoscere l’argomento dell’opera trascritta su papiro e così collocata. Nel caso di
Taormina più che l’etichetta contavano i tituli scritti a fianco, simili a una catalogazione per trovare le
opere). La cosa interessante è che cosa hanno catalogato in questo probabile ginnasio, si legge (pur
tenendo conto delle lacune) Quinto Fabio detto Pittorino, quindi non solo l’indicazione dell’opera ma una
specie di riassunto per il lettore che poteva decidere cosa leggere (un “abstract”); la cosa interessante è che
si parla di Quinto Fabio Pittore, uno dei primi storici di Roma, che scrive in greco (quindi aveva un pubblico
come dimostra questo ritrovamento grecofono), lingua scelta per scrivere la storia di Roma perché era
intesa come lingua della cultura, gli stesi romani andavano in Grecia a studiare, si riteneva fosse la lingua
colta universale e poi anche e questo ritrovamento lo dimostra quello che era importante non era tanto
scrivere storia per i romani ma scrivere la storia di Roma per gli altri, per i greci, era un modo per veicolare
il messaggio e giustificare il ruolo di Roma anche agli occhi del mondo greco. Fabio Pittore scrive dopo la
seconda guerra punica, quindi i Romani arrivano a scrivere di sé stessi e della loro storia abbastanza tardi.
Di Fabio Pittore non ci è rimasto nulla tranne frammenti che sono stati raccolti e che almeno dal 2006
possono essere incrementati da questo riassunto che dice di che cosa trattava la sua Storia, e viene
nominato -e qui arriviamo a quello che ci interessa- Lanoio, compagno di Enea, che viene ritenuto il
fondatore di Lanuvio. Questi stretti legami tra il mondo greco, romano e l’elemento siciliano, il tutto
collegato dall’elemento della synghèneia, questo Lanovio di cui si parla in Sicilia progenitore di Lanuvio; nel
riassuntino di Fabio Pittore si parla di questo perché evidentemente questo personaggio aveva un
significato in Sicilia, lo troviamo giustificato/sottolineato in un’altra iscirizione sempre di II a.C. sempre
iscrizione su pietra in cui abbiamo un frammento di un trattato di synghèneia tra Centuripe e Lanuvio, una
città siciliana e Lanuvio, in cui è presente anche Roma. anche qui il testo è fortemente mutilo in certe parti
ma anche da quello che resta capiamo molto di questi rapporti interstatali che usavano questo strumento
della consanguineitas per rinsaldare o instaurare dei rapporti stretti e nel caso di Roma anche trattati. Ci
sono tre ambasciatori di Centuripe nominati che verso la fine di novembre si recano a Roma e Lanuvio e lì
cercano di ottenere (testo fortemente mutilo) dal senato di Lanuvio il riconoscimento ufficiale dei vincoli di
parentela amicizia e ospitalità che legavano le due città. Questi ambasciatori si portano dietro dei
documenti genealogici secondo l’interpretazione di quello che c’è scritto, oppure delle tradizioni scritte
sempre secondo l’interpretazione di queste parole, che provano appunto la parentela che c’è tra Centuripe
e Lanuvio. Il testo greco ci dice che era dittatore di Lanuvio (dictator è la carica maggiore della città latina)
Furio figlio di Publio che convoca il senato di Lanuvio e permette agli ambasciatori di esporre la loro
richiesta. Sono presenti collaboratori del magistrato maggiore che sono due edili, l’esito della richiesta è
che il senato di Lanuvio riconosce la fondatezza di quanto chiedono gli abitanti di Centuripe ed emana un
decreto di convalida di questi vincoli di parentela che ci sono tra i due popoli. Poi si dice chi era presente al
decreto e si mette sulla pietra. Abbiamo in questo caso diplomazia, c’è Roma nel senso che gli ambasciatori
greci per stringere questi rapporti con Lanuvio vanno prima a Roma e poi a Lanuvio, però qui abbiamo un
esempio di come funzionava attivamente il mito della synghèneia per la diplomazia, si arrivava, si faceva
una richiesta e si portavano documenti che provavano la fondatezza di questa richiesta, e sulla base di
questo si faceva un decreto tra i due stati anche se sono in realtà due città, in cui si riconosceva il legame di
parentela e quindi il rapporto privilegiato tra i due, quindi vediamo che tra Lazio e Sicilia i rapporti tra
queste realtà laziali e siciliane sono appunto molto stretti. Segue una trascrizione più fedele della tavola
nelle slides anche se è molto lacunosa; quello che chiude tutto è il decreto di parentela e di vincolo che
esiste tra le due città. Slide per mostrare dov’era Centuripe, non è una città greca ma fondata dai Siculi, che
erano anche secondo una certa tradizione in realtà originari del Lazio, sarebbero arrivati in Sicilia solo in
seguito a progressivi spostamenti di popolazioni che li hanno sempre più spinti verso sud. Questo
gemellaggio tra Lanuvio e Centuripe poteva fondare le sue radici anche in questa faccenda, i Siculi comuni
fondatori, oppure nella presenza di Lanovio l’eroe troiano, c’erano probabilmente più tradizioni che
funzionavano nello stesso tempo allo stesso modo a seconda delle circostanze politiche, ci poteva essere il
discorso dei Siculi ma anche il discorso più recente di Lanovio che fonda Lanuvio. Fatto sta che Centuripe
era una delle città che avevano dei rapporti privilegiati.

Torniamo agli Edui di cui abbiamo parlato con la tavola di Lione prendendo quello che questa non ci dice,
ovvero la questione della parentela. Abbiamo detto che Tacito ci racconta che poi la volontà di Claudio
censore viene accolta perché il senato riconosce la consanguineitas. Il primo che ne parla in realtà è Cesare,
poi troviamo anche dei cenni in Cicerone, Strabone e Lucano; l’unico che spiega perché sarebbero
consanguinei questi fratres Edui come dice qualche fonte è invece Timagene di Alessandria riportato a
Ammiano Marcellino (quindi uno scrittore tardo) che dice che gli antichi autori in mancanza di dati precisi
hanno trasmesso sull’origine dei Galli notizie più o meno incomplete, ma recentemente Timagene greco
per la sua attività di studioso come per la sua scrittura e la sua lingua giunge a mettere insieme un gran
numero di fatti da tanto tempo perduti in mezzo a libri/opere oscure da cui lui li ha ricavati da ricerche,
aggiungendoci il metodo e cercando di mettere ordine e mettere in luce le cose. Secondo i rapporti dei
contemporanei gli aborigeni di questa contrada (i celti) erano un popolo chiamato celti dal nome del re di
memoria antica, un re amato, oppure Galati dal nome della madre di questo stesso re. Da quest’ultimo
nome i Greci hanno derivato il nome di galli. Gli altri li chiamano Dori (colonia di Dori?) e si stanziano sul
litorale dove c’erano le colonne d’Ercole. Secondo le antichità druidiche la popolazione dei Galli non è
indigena che in parte e si è costituita a diverse riprese con l’incorporazione/aggiunta di stranieri venuti da
oltremare e popolazioni transrenane cacciate dalle loro sedi, sia per vicissitudini della guerra che è
permanente in quelle contrade sia per elementi fuggitivi di cui è pieno sui confini. Ammiano ci dice che i
Celti in realtà non sono una popolazione indigena o lo sono solo in parte, alcuni greci fuggitivi da Troia
dispersi in ogni dove arrivarono e occuparono questi luoghi che erano vuoti, quindi tornando a noi i fratres
Edui trovano qui la loro giustificazione nella parentela troiana, cioè gli Edui ma in realtà i Celti tutti sono in
buona parte discendenti di esuli troiani. Quindi quando i romani parlano di consanguineitas con gli Edui si
appellano a queste leggende che rimandano alla comune discendenza. Nella traduzione francese mancano
delle parti, in particolare la riga più importante, quindi basarsi sul latino. Per chiudere, anche i Galli (si parla
di Galli in generale ma l’unica popolazione gallica di cui nelle fonti elencati sopra si dice esplicitamente che
sono fratres sono gli Edui), quindi combinando le due cose Ammiano ci riporta questa tradizione senza fare
distinzioni etniche specifiche perché si sta interrogando sulla etnogenesi dei celti presi nel loro insieme, ma
se combiniamo questa notizia che ci dà degli esuli troiani che vengono e che occupano queste terre prive di
abitanti (loca vacua) con tutti gli accenni a questa fratellanza edua è chiaro che era questo che funzionava
per i romani per gli edui in particolare, l’ascendenza troiana, non tutti i Galli in generale, evidentemente
Ammiano parla così perché fa un discorso di inquadramento generale.

23.11.2018 lezione X

Fonti online Perseus. Elenco di testi, riflessione e collegamenti con discussione il 30, ci sarà lezione alle 13.
Forse riusciremo a finire il 12, prolunga il mercoledì. Giovedì 6 la mattina uscita con quelli di storia triennale
ai civici musei, lapidari etc. alle 9.30 ritrovo fuori farmacia Serravallo piazza Cavana (biblioteca civica).

La scorsa volta abbiamo parlato della modalità diplomatica-politica di trasformare lo straniero in un


parente, superare le diversità/difficoltà culturali linguistiche fisiche che separano/dividono e trovare un
piano superiore, il piano della parentela, per costruire rapporti/stabilire trattati/definire privilegi in
circostanze diverse. Abbiamo visto che uno degli elementi chiave è la comune origine troiana, che sta alla
base di trattamenti privilegiati che Roma adotta nei confronti di popolazioni con cui è in contatto, non solo
come nel caso del passo di Livio quando ci sono delle condizioni di pace in area medio-orientale e greco-
ellenistica da applicare, lì è più facile, la discendenza troiana è congenita per alcuni posti (luoghi ad esempio
che si chiamavano Ilion o città greche di Sicilia), ma addirittura per situazioni che abbiamo visto da un altro
punto di vista dei documenti che apparentemente sono agli antipodi, gli Edui di cui abbiamo parlato a
proposito del discorso di Claudio; luogo dove Ammiano Marcellino rifacendosi all’immagine di (?) dice che i
Galli sono troiani; anche per popolazioni così lontane anche culturalmente diverse dai romani la
consanguineitas riesce ad essere uno strumento per superare queste differenze e consentire un
rapporto/trattamento e come nel discorso di Claudio anche un’apertura anche politica dell’altro che
altrimenti non sarebbe possibile. Quindi gli Edui vengono detti fratelli Edui in virtù della comune origine da
Troia. Questa comune origine alla fine è quella che fa passare la perorazione di Claudio che era la
concessione della possibilità all’elite di quel popolo di entrare a far parte del senato (attenzione che non si
tratta di concessione degli onori politici ai Galli come se questi fossero esclusi, si parla di accesso del senato,
questi sono già cittadini).

Analisi di istituzioni più complesse, delle categorie soprattutto giuridiche ma anche delle modalità per
definire persone escluse dalla cittadinanza. Cominciamo con gli attributi; nella letteratura moderna
troviamo molti saggi soprattutto in epoche recenti (rispetto agli anni 70 monografia ancora importante e
fondamentale di Umberto Raffi su contributio e adtributio), troviamo la definizione di adtributio che in
realtà nelle fonti non troviamo mai, non troviamo fonti antiche che parlano dell’adtributio, parlano degli
attributi. Non sono tante fonti, a parte Strabone che parla però di contributi sono quelle che troviamo nella
slide, soprattutto per il versante italico. Plinio il Vecchio Naturalis Historia, sta parlando dei popoli alpini e
del nord Italia; i popoli Euganei sono collegati alla zona dei colli omonimi in area veneta, popolazioni che
etnicamente possono essere attribuite a questa popolazione pre-romana, sono Galli, che sono di diritto
latino (Plinio muore con l’eruzione del 79 d.C. almeno tradizionalmente, oggi la spostano di alcuni mesi;
scrive la Storia naturale in cui esamina tutto quello che possiamo dire appartenga alla scienza naturale; in
questo lavoro che apparentemente non riguarda gli uomini e la loro storia ci sono molte notizie storiche
importanti come questa. Le fonti che usa quando parla di situazioni come questa sulle condizioni delle
persone sono evidentemente fonti precedenti, si ritiene che soprattutto la sezione geografica in cui
descrive l’Italia e le sue singole parti/città e nomi ci sia il repertorio che Augusto ha preparato anche in vista
di un suo passaggio di poteri per ovvie ragioni di età, quindi una sorta di resoconto di quello che è l’impero,
e che ci sia un legame anche stretto con quella Descriptio/gigantesca carta che Agrippa il suo braccio destro
avrebbe preparato ed esposto pubblicamente a Roma. Si è molto discusso e si continua a discutere tra
coloro che si occupano di geografia antica se questa carta era strettamente connessa all’elenco di
popolazioni e città che aveva preparato Augusto e andassero lette insieme, ed è probabile. Quindi se le
fonti di Plinio sono fonti di età augustea la maggior parte delle sue notizie risalgono ad Augusto e
fotografano questa situazione, ma ci sono degli inserti ed è un problema capire quando ci sono inserti).
Genti euganee di diritto latino: dobbiamo leggere questa notizia non rispetto all’epoca di Plinio ma per lo
meno rispetto alle sue fonti, documentazione di età augustea. Diritto latino significa avere ius commerci,
conubi, migrandi, è quello che aveva la lega latina con il foedus cassianum (problema ius migrandi) che da
un certo momento in poi viene usato da Roma come diritto intermedio prima di arrivare alla cittadinanza,
strumento di progressiva romanizzazione che non dava cittadinanza piena ma con Pompeo Strabone (padre
del Magno) e legge dei transpadani, quello che ha anche prodotto un decreto di concessione della
cittadinanza a cavalieri spagnoli; lex pompeia de transpadaniis secondo cui avrebbe attribuito agli abitanti
indigeni nell’89 subito dopo la guerra sociale, nella transpadana che resta provincia, il diritto latino, con
l’aggiunta rispetto ai tre elementi/prerogative la possibilità di diventare cittadini ricoprendo delle
magistrature; trasforma gli abitati indigeni della Transpadana in colonie di diritto latino senza immissione di
nuovi coloni e con la possibilità di ottenere la cittadinanza romana una volta usciti di carica (molto
probabile una volta usciti di carica), i transpadani dall’89, ma solo i centri, sono caratterizzati dal diritto
latino. Invece qui si parla di euganee gentes e di oppida 84; Catone cui allude qui Plinio è il Censore (II
secolo avanti cristo, contemporaneo di Scipione l’africano con cui confliggerà per diversi modi di vedere e
intendere la politica; la storiografia romana inizia in età post-annibalica -Fabio Pittore ed etichette dipinte
nella biblioteca di Tauromenio- ed è in lingua greca, di tipo annalistico quindi un procedimento anno per
anno perché prendevano a modello gli annali dei pontefici. Catone il censore è il primo a scrivere in latino,
scrive un’opera storica che non racconta come la storiografia annalistica anno per anno ma racconta la
storia di Roma e del suo impero/espansione seguendo le popolazioni con cui Roma entra in contatto, si
intitola Origines, quindi è un tipo di prospettiva completamente nuova non romanocentrica ma vista in
senso molto più ampio in tutte le componenti dell’impero, e poi è scritta appunto in latino. Latino è così
importante perché significa che la lingua è sicuramente matura a quest’epoca ma soprattutto dal punto di
vista dell’immagine verso l’esterno da un lato si ha un pubblico forse più largo -anche se la formazione dei
figli delle elites si faceva ad Atene- ma soprattutto si ha un riconoscimento e rivendicazione del ruolo che
ormai Roma ha ma anche che non sia succube della cultura greca ma abbia una sua dignità). Il primo
problema per l’utilizzo di queste informazioni è che abbiamo un sovrapporsi di fonti, da un lato Catone del
II secolo Origines 8evidentemente parla degli oppida delle popolazioni euganee) ma abbiamo anche la
notazione del diritto latino che non può risalire all’epoca di Catone, comincia ad essere considerata la
Penisola terra italica fino alle Alpi in epoca post annibalica ma sicuramente le Alpi sono confine/baluardo
ma non Italia, la conquista del settore alpino è di epoca augustea con la sistemazione e il monumento che
abbiamo visto qualche lezione fa. Quindi è una situazione successiva, quindi mette insieme informazioni di
tipo diverso che non sono coeve, 84 oppida erano all’età di Catone ma poi non si sa, sicuramente diritto
latino è concesso dopo la conquista, quindi epoca augustea. Problema di capire chi fossero queste
popolazioni euganee, è solo un elemento etnico e non il nome del popolo, sono veneti ma non si sa quale
popolo (non confonderli con i celti, anche se Polibio all’epoca di Catone dice che non si distinguono per il
tipo di vita e organizzazione del territorio ma per la lingua, indoeuropee entrambe ma diverse; è
un’occupazione fatta di piccoli villaggi e qualche centro più grande). Il passo continua con i Trumplini messi
in vendita come schiavi, poi Camunni e altri simili attribuiti ai municipi vicini. Qui ci troviamo davanti a un
ulteriore problema senza soluzione nel senso che le attestazioni sono poche e a volte in contrasto, ovvero
quella che è l’etnografia antica, conoscenza che gli antichi avevano dei popoli diversi tra loro e soprattutto
dei popoli indigeni che abitavano nelle aree del nord Italia e arco alpino. Stando a Plinio i Trumplini fanno
parte di queste genti Euganee ma sono una popolazione di area Cenomane, quindi gravitano sulla città di
Brixia. Cercare di ricostruire le appartenenze delle varie tribù a un contesto etnico più ampio e individuare
appartenenze/differenze è operazione ardua perché ci sono notizie contraddittorie, dipende dalla fonte che
anche lo storico successivo ha utilizzato. Quindi i Trumplinii venduti come schiavi sono una di queste
popolazioni alpine devictae che troviamo citate anche nel monumento di Augusto, sta attingendo a una
notizia di età augustea. Poi cita anche i Camunni e molti altri simili “attribuiti” ai municipi vicini. Se
cerchiamo di razionalizzare l’etnografia antica se gli Euganei sono dei Veneti i Camunni con i veneti non
hanno nulla da spartire dal punto di vista linguistico e culturale, sono veramente per quello che sappiamo,
due orizzonti di civiltà diversi, i Camunni sono più vicini a un orizzonte celtico ma hanno una scrittura che
rimanda all’ambito retico, situazione difficilmente razionalizzabile. Anche i Camunni comunque figurano tra
le popolazioni devictae del tropeum magnum; poi dice che molti altri simili sono “attributi” ai municipi, è la
parola chiave su cui poi si discute. Se leggessimo attributi leggendo questa testimonianza si ricava che
avevano il diritto latino, o che erano popolazioni euganee (ex iis)? Il passo è ambiguo; forse avevano diritto
latino, riguardava popolazioni euganee e ne elenca alcune ma ce n’erano molte di più, che vengono
attribuite ai municipi vicini: sono sottoposte alle realtà municipali locali, cioè diventano una voce delle
entrate fiscali dei municipi. Il passo successivo è sempre Plinio, dove sta commentando l’iscrizione del
tropeum magnum dove sono menzionati sia i Trumplini che i Camunni, ha copiato l’iscrizione con tutto
l’esempio delle gentes devictae (abbiamo visto questa iscrizione quando parlavamo delle popolazioni della
Gallie meridionale, dei Velauni). Titolatura imperiale; Cesare è stato divinizzato quindi lui è divi filius,
pontefice massimo lo diventa nel 12 a.C. quando Lepido suo compagno di triumvirato finalmente muore;
acclamato imperatore è l’acclamazione dei trionfi, la tribunicia potestate è quando assume le prerogative
dei tribuni della plebe (non fa il tribuno, dal 23 a.C. in poi e probabilmente anche prima, diventerà un
elemento connotante per tutti i suoi successori, quando entra in carica l’imperatore assume anche la
tribunicia potestas e nel caso dei suoi successori in base ad essa possiamo stabilire l’anno di regno perché è
assunta e rinnovata di anno in anno; nel caso di Augusto bisogna combinare questo con l’acclamazione che
porta comunque al 6 a.C.; tribunicia potestas assunta perché il tribuno aveva diritto di veto sulle iniziative
dei magistrati e del senato e aveva la sacrosanctitas, non poteva essere offeso fisicamente, era
inviolabile/sacro/protetto dagli dei e aveva lo ius auxilii, portare soccorso alla plebe, a un singolo o nel
complesso), poi senato e popolo romano sottinteso verbo dedicarono, non è lui che lo fa, va notato, gli
dedicano questo monumento per celebrare le vittorie alpine. Elenco delle popolazioni vinte, di alcuni
sappiamo dove si trovassero, i Venosti erano in Trentino (Val Venosta), Isarci (lago d’Isarco), Brenni lì vicino,
Genauni proabilmente lago di Ginevra, poi ce ne sono altri che non sappiamo collocare o è discusso (es.
Isontes? Si è pensato all’Isonzo, Leponzi e altri sempre lago di Ginevra, Salassi; ma altri non li conosciamo).
Apre con Trumplinii e Camunni; il secondo passo di Plinio nelle slides è quello che commenta questa
iscrizione (la copia anche e la riporta); il problema qui è che dice che tra queste genti devictae non ci sono
popolazioni delle Alpi Cozie perché sappiamo che il re di queste popolazioni era alleato dei romani (re
Cozio, quindi gli viene data cittadinanza romana e diventa praefectus di queste civitates, lo lasciano
comandante e capo di queste popolazioni ma di fatto cambia etichetta, non rex ma praefectus), queste
popolazioni non compaiono perché non furono ostili a Roma ma dice anche che non sono aggiunte le
popolazioni attribuite ai municipi dalla legge pompeia. Sembrerebbe che Trumplini e Camunni siano degli
attributi ai municipia, ma dopo ci dice che no; come si interpreta? Per Trumplini e Camunni abbiamo
testimonianza e vediamo che queste popolazioni in epoca storica gravitano su Brixia ma pochi di loro sono
dotati di cittadinanza, sono peregrini o di diritto latino ma non sono sicuramente dei cittadini. Come
interpretiamo questi passi? Trumplinii e Camunni fanno parte delle genti Euganee ma non sarebbero tra gli
attribuiti oppure non fanno parte degli attribuiti dalla lex pompeia? E qual è questa lex Pompeia? La
soluzione più semplice è che si riferisca a quella di Pompeo Strabone dell’89 ma a un provvedimento di
quella che non conosciamo; oppure bisogna pensare a un altro Pompeo che ha fatto un’altra legge in base
alla quale si son attribuite ai municipia delle popolazioni e che è un Pompeo di età augustea o comunque
legato alla sistemazione di Augusto. L’altro aspetto da notare è che sembrerebbe di capire che questi popoli
euganei (tra cui Trumplinii e Camunni) erano tutti di diritto latino, quindi gli attributi sono tutti di diritto
latino a quanto emerge. È un’interpretazione possibile ma si scontra con altri documenti che abbiamo, dove
si parla della stessa categoria di persone; più che di persone/singoli si parla di popoli/gentes/unità etniche.
Sono due iscrizioni, Tabula Clesiana e un decreto di Tergeste relativo a un’onorificenza destinata a un
senatore. Tabula Clesiana CIL corpus inscriptionum latinarum, V è la Gallia Cisalpina (2 tomi). Prende il
nome da Cles/Trento, quindi è di area trentina (da non confondere con la Banasitana) e viene da un
contesto curioso, località di Campi Neri che prende il nome dal fatto che la terra è nera, non perché sia
un’area sepolcrale ma vi si facevano roghi rituali, Brand offer platze in tedesco, aree dove si facevano roghi
con frutti di stagione etc. parrebbe per Saturno divinità legata alla terra etc.; quindi in un contesto pre-
romano vi si facevano questi roghi che hanno lasciato una traccia consistente attuale, ci sono metri di terra
nera che si è progressivamente sedimentata e ha dato il nome alla località. Quindi non è un’area abitata,
non è un posto dove si possa immaginare uno spazio pubblico o una dimora privata (diversamente dalla
tabula Banasitana), al massimo si può pensare in continuità con la realtà pre-romana un’area sacra, è il
massimo che possiamo immaginare. È vero che potrebbe essere non il luogo primario di collocazione
dell’oggetto, quasi sempre le iscrizioni bronzee le troviamo nei contesti urbani ridotte a strisce e nei pressi
di aree che in epoca tardoantica sono state abbandonate e in epoca tardoantica sono diventate sedi di
piccole officine per la fusione di metalli, spesso le troviamo pronte per essere reimpiegate, quindi fatte a
pezzi tagliati a strisce con le forbici scientemente. Allora uno potrebbe dire che a Campi Neri ci fossero delle
officine all’epoca (quando le grandi città italiche vengono progressivamente spogliate dai materiali
abbandonati negli spazi pubblici), ma questa è intera quindi non sembra preparata per essere fusa. La
particolarità di questa iscrizione è che ha un’impaginazione graficamente abbastanza marcata: c’è
un’intestazione che si vede chiaramente, il nome dell’imperatore scritto in lettere grandi come i due consoli
della prima riga (cons.?), poi alla quinta riga il nome dell’imperatore di nuovo in caratteri grandi, poi nella
riga dopo c’è il capoverso spostato e stessa cosa sotto nell’altro blocco di testo col quando, quindi ci sono
due paragrafi e un ultimo paragrafo di nuovo con quod di nuovo. La tavola riporta il testo di un editto di
Claudio che riguarda però due argomenti diversi, quindi si è supposto che come la tabula Banasitana sia in
realtà il collage di due editti differenti, anche perché nel primo argomento/paragrafo in realtà non c’è la
decisione del principe, e poi un ulteriore elemento che fa pensare all’unione di due editti diversi messi
insieme è che il primo paragrafo si riferisce a una contesa di tipo territoriale/confinaria tra la popolazione
dei Comenses (abitanti di Como) e i Bergalei, popolazione ignota, che potrebbe aver lasciato tracce del suo
nome nella val Bregaglia vicino Como. Quindi è una contesa tra una città e una popolazione. La seconda
parte parla di usurpazione della cittadinanza da parte di popolazioni attribuite al municipium di Trento,
quindi sono due argomenti abbastanza diversi. Chi pensa che in realtà la lastra sia una copia di un editto
fatto così giustifica questi due oggetti diversi pensando che in realtà la seconda parte dell’usurpazione sia
collegata alla prima perché la prima per essere definita/stabilita e l’imperatore potesse dirimere questa
questione dei confini implicava ovviamente una ricerca di archivio e cartografia, e che quindi questa ricerca
per stabilire i confini ha portato alla luce la seconda questione. Chi invece pensa che sono due editti diversi
dice che hanno copiato due editti differenti che però sono legati dal fatto –e questo giustifica anche il tipo
di operazione- che nella prima parte viene nominata una persona che probabilmente ha un ruolo anche
nella seconda parte dove non viene nominata ma si parla di un delator/delatore di tipo fiscale. Per noi il
delatore è una spia, per i Romani invece c’erano i delatori fiscali che erano delle persone che erano
funzionali al sistema, denunciavano frodi di vario genere e grazie a questa denuncia della frode avevano
anche tutta una serie di riconoscimenti che andavano dal riconoscimento in denaro alla possibilità di
ricoprire incarichi/uffici (anche negli USA riceve compensi chi denuncia illeciti; anche nel mondo greco c’era
chi denunciava chi evadeva le tasse o dichiarava meno e se aveva ragione poteva subentrare al rango della
persona denunciata; poi c’erano altri tipi di delatori nell’ambito della giustizia criminale che avvisavano
delle congiure e avevano anche loro un ruolo e un riconoscimento), va notato che in questa chiave
interpretativa che vede due testi diversi messi insieme per uno scopo il fatto che nel secondo si parli di un
delatore non va pensato come un elemento di vergogna, anzi, il fatto di essere un delatore fiscale dà una
serie di vantaggi. Quindi chi interpreta questi due documenti come qualcosa di fatto ad hoc come la tavola
di Banasa pensa che la persona nominata per le indagini di tipo archivistico/fiscale territoriale della prima
parte sia il medesimo delator della seconda. Chi mette insieme queste cose nella tavola di bronzo?
Probabilmente la persona menzionata, a scopo rappresentativo a livello locale. Chi fa una lettura sbrigativa
di questo testo in letteratura dice che le popolazioni l’hanno fatto per dimostrare di avere la cittadinanza;
vedremo che non è così. C’è una datazione con i consoli del 46 a Baia(?), il pretorio e l’imperatore Claudio
nel primo paragrafo. Il secondo è quello ha il nome dell’imperatore, poi comincia il testo almeno il primo
punto/paragrafo. Claudio è nipote di Tiberio che è suo zio, figlio di Druso maggiore. Ci sono antiche
controversie già al tempo di suo zio Tiberio, situazione antica, per dirimere la quale aveva inviato un
ufficiale/funzionario/amicus, ma per l’assenza dello zio (allude al ritiro a Capri) e poi anche sotto il
principato di Gaio Caligola non aveva nessun referente e non produsse alcuna relazione. Modalità di
funzionamento dell’amministrazione imperiale: c’è una questione di tipo territoriale tra questi popoli,
l’imperatore manda qualcuno a fare ricerche e stabilire come stavano le cose ma per questioni di politica
imperiale non fa nessuna relazione, allora Camurio Statuto che non conosciamo per altre cose notifica al
principe che i terreni/foreste di cui discutono sono proprietà imperiali, allora Claudio manda Giulio Planta
che si fa aiutare dai procuratores. Il termine procurator indica anche dei funzionari, governatori per piccole
realtà provinciali, chiama personale dalla zona e anche da quelle vicine; il termine procurator letto in
relazione a quanto ha detto prima, che sono terre sue, i procuratores erano gli amministratori imperiali; la
proprietà imperiale era amministrata da procuratori di rango equestre che erano alle dirette dipendenze
dall’imperatore. C’è un erario pubblico, un erario imperiale (erarium fisci/fiscum che si discute se sia la
stessa cosa dell’erarium imperiale) e poi anche il patrimonium principis. Qui quando dice me iuris esse è
quasi sicuro che alluda proprio al patrimonium principis: quando Augusto ha sistemato l’arco alpino e tutto
questo settore ha fatto operazioni documentate in vari testi, ha sottomesso le popolazioni e poi queste
terre o sono diventate ager publicus, o sono entrate a far parte del patrimonium principis o ancora con
l’attribuzione vengono attribuite ai municipi, ha fatto questo tipo di divisione e realtà articolata che
troviamo anche in altre situazioni. Il patrmonium principis è una sorta di macchia di leopardo in tutto
l’impero. Queste sono gentes devictae anche se il discorso dell’adtributio si regge soltanto se ammettiamo
che queste popolazioni che vengono attribuite e diventano una voce delle entrate in ambito municipale
continuassero a restare sul territorio (o non potrebbero essere una rendita). Quindi è probabile che una
parte diventa ager publicus, parte va a finire nel patrimonium, una parte viene lasciata lì alle popolazioni
però la terra fonte di ricchezza e gente sopra che è quella che paga vengono attribuite ai municipia, quindi
le terre vengono date ai municipi per tassare teste e suoli, che loro paghino per occupare i vecchi territori;
non c’è un riconoscimento della proprietà privata degli individui. Anche l’ager del principe viene coltivato,
dall’iscrizione vediamo che quando parla di attributi parla di due categorie, di attributi e non attributi ma
parlando degli stessi gruppi etnici (i non attributi erano sulla proprietà imperiale). Sono categorie altre di
persone che vedremo possiamo assimilare alla categoria generale dei peregrini, persone comunque escluse
dalla cittadinanza e per le quali vengono trovate delle forme di assimilazione e tassazione soprattutto
collegandole alla realtà cittadina in un quadro più generale di sistemazione dell’arco alpino da parte di
Augusto, sono cittadini di terza classe (considerando la seconda classe il diritto latino, questi non hanno
nemmeno quello). Sono organizzazioni di tipo tribale con un’occupazione del territorio fatta di piccoli
villaggi e non grandi realtà urbane, quindi l’ancoraggio al territorio è ancora più forte. Non parliamo di
diritto latino; il fatto di essere attribuiti ai municipi è solo dal punto di vista fiscale o anche a livello di
gestione della giustizia? Non sappiamo nulla, ma sembrerebbe logico immaginare che questi fossero o
sottoposti ai magistrati municipali oppure se ammettiamo che magari il territorio su cui queste popolazioni
risiedevano, quello della sistemazione cartografica, sono rimasti in provincia. Sappiamo che ci sono altri
casi, ad esempio per municipi centro-italici che erano stati sottoposti a confische territoriali per sistemare
veterani tra l’epoca cesariana ed augustea, per risarcirli visto che non si poteva dare terreni che non
c’erano vengono dati loro territori provinciali, abbiamo municipi campani che hanno proprietà a Creta,
potevano affittarle o mandare là persone o persone che erano a Creta invece di pagare all’amministratore
di provincia pagavano alla Campania. Anche qui si può immaginare che le persone di cui parla la seconda
metà dell’iscrizione non fossero proprio sul suolo italico ma collocate in provincia. È più facile che fosse
così, altrimenti bisognerebbe ammettere che sul suolo italico dove tutti ci sono cittadini ci siano nuclei
configurati etnicamente che restano in una condizione di non cittadinanza fino (lo vedremo col documento
triestino di Fabio Severo) all’epoca di Antonino Pio, avanzato II sec. Allora è più facile immaginare che dal
punto di vista dell’amministrazione della giustizia ricadessero sotto il governatore di provincia, solo che
invece di mandare il loto tributum al governatore lo mandavano al municipium di cui sono attributi. Perché
Augusto (per Trieste ad esempio) fa un’operazione del genere? È una modalità per trovare nuovo gettito
fiscale per le realtà italiche, sistema per dare un contributo senza sborsare soldi da parte dello stato.
Questo fenomeno dell’attributo per le testimonianze che abbiamo sembrerebbe una realtà di questo
settore alpino e non di altri territori; le Alpi non erano territorio italiano, es. Trento non è in pianura ma è
un municipium invece; il confine non è come ce lo immaginiamo noi, fino a una certa epoca il confine è ai
piedi della Alpi, poi quando Augusto sistema tutto ed elimina resistenze probabilmente il confine coincide
con i territori dei municipia, al di là c’era provincia. Un indicatore di come correva il confine ce l’abbiamo
dalle stazioni doganali romane, che erano sui due versanti ed erano lontane dal confine, una sul versante
italico e una sul provinciale; possiamo immaginare che lì da qualche parte in mezzo corresse il confine, e di
solito le stazioni italiche sono ai piedi delle Alpi, è probabile che l’arco alpino in realtà sono territori difficili
da controllare e di scarso interesse tranne le vallate che in qualche modo erano attribuite a città di pianura.
Con Augusto comunque i problemi come i Salassi (Augusta pretoria Aosta fondata in questo periodo) e il
confine alpino è pacificato/pacatus. Per quanto riguarda la questione dei commessi imperiali non dice qual
è la soluzione, dice che delega Giulio Planta e la soluzione per dirimere la situazione sta nella relazione di
questo. Compare il delator; li lascia nella condizione giuridica in cui sono come beneficio e dice cose molto
interessanti: qui ci dice che non avevano diritto latino perché riconosce loro i negotia, quindi erano
peregrini, ma si erano fusi con i tridentini quindi sposati (matrimoni che se lui dichiarasse illegali sarebbe un
disastro), sono arrivati tra i pretoriani che dovevano essere cittadini, ufficiali di truppa quindi di rango
equestre e persino giudici. La letteratura su questo testo dice anche che questa è la concessione della
cittadinanza ad Anauni Sinduni e Tulliassi, in realtà si capisce bene che in una situazione del genere Claudio
ha le mani legate, se li riporta alla condizione in cui dovrebbero essere saltano tutti i matrimoni ma anche
tutta l’amministrazione della giustizia, è una sanatoria in realtà. L’aspetto interessante per noi è che
concede di portare il nome da cittadini romani che avevano preso in precedenza, avevano usurpato nome e
posizione, però con la connivenza dei tridentini sicuramente. Questo la dice lunga sul fatto che non siamo
parlando di quattro bifolchi pastori delle montagne ma di persone che avevano un certo censo che
permetteva di arrivare al censo equestre e che permetteva di essere appetibili dalla controparte
matrimoniale per i cittadini. Le elargizioni ai veterani: non possono essere mandati sulle montagne, si
cercava ager publicus se ce n’era altrimenti si confiscava e si risarciva la città o il municipium.

30.11.2018 lezione XI

11.01 e 15.02 iscrizione 16 febbraio per poter accedere (aperto dal 5.12), compilare questionario e poi
cancellare prenotazione del 16. Digitalizzazione del CIL su Arachne, sito dell’università di Colonia. Nel codice
di Teodosio troviamo citati diversi imperatori, perché sono le costituzioni recepite nel codice teodosiano, è
una raccolta di fonti diverse.

La volta scorsa abbiamo letto il testo della Tabula Clesiana. C’è il problema iniziale della composizione del
testo, c’è la paragrafatura visibile anche nel documento antico che separa nettamente delle parti, la
titolatura imperiale, primo e secondo paragrafo e poi un’ulteriore determinazione, che corrispondono ai
primi due paragrafi con titolatura imperiale e consolato, poi uno che inizia a discutere di una controversia di
tipo territoriale con la scoperta da parte dell’imperatore che buona parte di questi territori su cui le due
comunità discutono in realtà sono dell’imperatore; poi una seconda parte in cui invece si parla di queste
popolazioni attribute, e l’altra volta abbiamo visto i passi di Plinio sull’attributio. Queste popolazioni Anauni
Sinduni e Tulliassi sono attribute non si sa a chi, in realtà si parla di attributi ma anche di una parte di queste
popolazioni che non era attributa, quindi sembrerebbe che ci sia stata nei rapporti con i romani non
un’articolazione di tipo etnico ma che all’interno di queste popolazioni ci fosse una parte attribuita al
municipio di Trento ma parte no, e non sappiamo a chi o cosa, non è escluso che potesse essere in
provincia oppure in una proprietà imperiale, tenuto anche conto che lo stesso territorio di queste
popolazioni e comunque il sistema dell’attributio potrebbe essere comunque un’attribuzione a municipi
italici di terre e popolazioni che si trovano sul suolo provinciale. Quello che emerge dall’indagine che
sembrerebbe essere stata fatta dallo stesso delatore fiscale che compare nella prima parte del testo che è
quello che ha indagato sulle terre, emerge dall’indagine è che queste persone non hanno la cittadinanza, e
siamo nell’età di Claudio. Immaginare sul suolo italico dei non cittadini che stanno lì da non si sa quando è
una cosa complicata, a un certo punto l’Italia è abitata da cittadini e questi non si sa nemmeno a chi fanno
riferimento per l’amministrazione. Non hanno la cittadinanza perché come dice lo stesso Claudio(?) è una
categoria di persone che non fonda la cittadinanza romana su un’origine sufficientemente assodata. Ma poi
spiega tutta una serie di altri elementi che giustificano una lettura di questo testo/editto del principe non
come un editto che dà la cittadinanza romana a Sinduni e Tulliassi ma come una sanatoria, perché Claudio
comincia a dire che sono fusi con i tridentini (matrimoni) tanto da non poterne essere separati senza danno
(sfascia famiglie e rende figli illegittimi, creando non pochi problemi sociali) e parecchi si sono arruolati
persino come cittadini romani tra i pretoriani (guardia del corpo del principe) ma anche addirittura ufficiali
di truppa/tribuni di legione, quindi persone che hanno raggiunto il rango equestre, e poi ancora a Roma nei
giudici, ulteriore problema perché se volesse riportarli alla loro condizione doveva disconoscere tutte le
decisioni giurisdizionali/giuridiche prese da questi tribunali in cui figuravano non cittadini che avevano
giudicato cause di cittadini, cosa non ammissibile a Roma. Per tutte queste ragioni il principe accondiscende
a riconoscere quella condizione e consente che continuino a stare nella condizione giuridica che ritenevano
di avere ma non avevano, c’è una sanatoria; con ulteriori puntuali precisazioni del principe, valuta cosa
succede, li lascia nella condizione di cittadini e dal punto di vista legale qualunque negozio abbiano
concluso o azione giudiziaria “come se fossero stati cittadini” viene riconosciuta, tra loro o con tridentini o
con altri; e i nomi che hanno preso senza diritto, nomi da cittadini romani, concede di mantenerli. Da
quest’ultima precisazione del principe si osserva che non solo non sono cittadini, ma che dato che conserva
anche commercium e conubium, non hanno nemmeno il diritto latino, sono peregrini. Per ragioni di
carattere sociale il principe concede loro di continuare a stare nella condizione in cui ritenevano di essere.
Abbiamo letto dei passi di Plinio riguardo agli attributi, parlava del diritto latino e delle Euganae gentes, da
cui si potrebbe quasi dedurre visto che ci sono genti euganee di diritto latino tra cui anche i Trumplinii,
Camunni e altri simili attribuiti ai municipi, si potrebbe dedurre -e una parte della letteratura critica lo fa-
che gli attributi avessero il diritto latino, quindi secondo questa linea interpretativa ci si immaginava che da
un lato c’è il municipium/colonia dominante di cittadini e un livello inferiore gli attributi, che devono essere
sempre dal punto di vista giuridico a un livello inferiore rispetto alla città che li controlla e amministra. In
realtà come abbiamo visto nella tabula clesiana ci sono due livelli differenti, uno anche più sotto del diritto
latino. Anauni Sinduni e Tulliassi continuano a comportarsi come cittadini come hanno fatto con la
connivenza dei tridentini fino a quel momento, ma non vuol dire che sia concessa alla totalità della
popolazione la cittadinanza, ovviamente (pretoriani, giudici, rango equestre, matrimoni con i tridentini:
questo tipo di usurpazione riguardava le classi alte), dobbiamo immaginarci una struttura tribale in cui ci
sono dei capi, un’elite (come per gli zegrenses), e poi c’è il popolo che sicuramente non si sposava con i
tridentini o si arruolava nel pretorio, dobbiamo immaginare che questo avesse interessato soltanto le fasce
alte delle tribù, cosa che viene confermata dall’altro documento che vedremo tra poco. Ultima cosa
sull’Editto di Claudio: c’è un’elite che si integra, una parte di questa popolazione è attribuita a Trento non si
sa quando (probabilmente in epoca augustea ma il testo non lo dice) e una parte non attributa, che non si
sa da chi fosse amministrata, o si trovava in una proprietà imperiale o aveva una collocazione provinciale
che dal punto di vista della popolazione poco cambiava. In tutti i tre casi (sia che fosse su suolo provinciale,
sia che fosse proprietà dell’imperatore, sia che fosse in suolo provinciale o più difficilmente in Italia)
comunque erano tenuti a pagare un tributo per l’occupazione del suolo; dicevamo che gli Anauni
probabilmente si trovavano con toponimo legato al loro nome nella val di Non (ci sono fasi intermedie di
epoca medievale del toponimo in cui di vede il passaggio, da Ananunia a Naunia poi Non).
Qualunque lettura vogliamo dare e collocazione dare alle popolazioni quello che non cambia è che fossero
tenuti a versare una forma di tributo o nei confronti dello stato romano o dell’imperatore o come nel caso
dell’attributio della realtà civica cui erano stati attribuiti; lo sappiamo con certezza per quanto riguarda un
altro testo che si trova nel lapidario del castello di Trieste, grande base onoraria (nella slide statua equestre
rinascimentale solo per farci vedere come fosse, non perché l’iscrizione e la visuale pensata in antico fosse
quella, la statua equestre antica è fatta per una visione frontale e l’iscrizione principale si trova sulla
fronte/lato corto come in questo caso dove troviamo il nome), è un’iscrizione per Lucio Fabio Severo che
viene ricordato come questore urbano; i decurioni e la plebe di Trieste dedicarono. Quaestor urbanus
tergestino perché iscritto alla tribù Pupinia (si integra facilmente nonostante la lacuna), persona originaria
di tergeste/tergestino che però con la dicitura quaestor urbanus vuol dire che sta facendo carriera
senatoria a Roma, non a Tergeste, la questura è il primo step della carriera senatoria. Statua onoraria come
ne abbiamo molte e qui a Trieste ne abbiamo una intera (in questa mancano il cavallo proprio, lo zoccolo
sotto e il coronamento sopra su cui era ancorata la statua, abbiamo solo il dado). Come ha fatto un
tergestino a fare carriera senatoria a Roma dato che servivano molti soldi? Serviva il rango senatorio e i
soldi per pagare campagna elettorale e tutto. La città importante al nord-est era Aquileia ma c’era un elite
anche qua, quindi l’importante era avere il censo, avere agganci a corte di qualche genere, avere
disponibilità finanziaria non solo per la campagna elettorale e tutto ma anche per stare a Roma e fare la vita
a Roma etc., quindi evidentemente era molto ricco; Trieste era una città/colonia anche se non grande come
Aquileia, era una città, il teatro conteneva 5000 persone, sicuramente tarato non solo per la popolazione
cittadina ma per un territorio ampio che adesso Trieste non ha che convergeva sulla città, ma è una città
con una fisionomia urbana ben precisa. Ci sono filoni di studi in voga soprattutto negli ultimi anni
demografici e statistici sulle popolazioni delle città antiche in cui vengono presi tutta una serie di indicatori
come elementi per fare una valutazione, es. l’area urbana chiusa dalle mura, la capienza del teatro, il
territorio riconosciuto o vengono viste le necropoli, però tutti questi studi per il mondo antico sono
complessi nel loro valore testimoniale pieno. In uno dei censimenti di Augusto si parla di un milione e
mezzo di cittadini in tutto l’impero romano, va preso tutto con le pinze, Roma era capitale ed è già difficile
calcolare per lei, a Trieste un ordine di grandezza è il teatro però è chiaramente pensato anche per dare la
possibilità a quelli che stanno nel territorio istriano (il territorio tergestino si spingeva fino a buona parte
dell’Istria) di venire a teatro, quindi era un po’ sovradimensionato. È vero che la città antica in piazza
Cavana c’è una drogheria in cui in fondo dove ci sono i detersivi ci sono lastre di vetro per terra dove si
vedono dei muretti che sono i resti dei moli, la linea di terra/costa arrivava in corrispondenza di via di
Cavana. Anche nella chiesa di piazza Hortis, strada subito dopo la chiesa che sale con una curva in cui c’è
scritto park san giusto, se si arriva all’ingresso del park a sinistra c’è una grata in cui si vede una bellissima
strada romana (ca. 25 m) che ha addirittura conservato tutta la tubazione, le fognature in cui correvano sia
acque sporche che chiare, con anche paracarri e l’accesso a una villa che si trova sotto al park ora; questa
strada era una strada litoranea, sulla costa, su cui si affacciavano le ville, quindi la linea di costa continuava
e girava con una curva ai piedi del colle per arrivare a teatro che era affacciato sul mare, pensato proprio
così, quindi non era un borgo di pescatori ma una città che aveva persone come queste che facevano
carriera e anche personaggi importanti come quello di un’altra base di statua onoraria, per un senatore di
Roma che però viene definito patrono quindi aveva legami/interessi anche fondiari a Trieste e che aveva
avuto questa onorificenza del patronato cittadino. Ci sono ulteriori elementi che giustificano come mai lui a
Trieste arriva a Roma e soprattutto danno uno spaccato interessante di quella che è la mobilità sociale nel
mondo romano; è vero che nelle classi umili non si applica tutto ciò, ma era consentita una mobilità che
altre società antiche non avevano conosciuto, potevi essere figlio di un liberto quindi ingenuo e se tuo
padre aveva il denaro potevi anche raggiungere il rango equestre, abbiamo diversi casi di figli di liberti che
hanno fatto carriera militare/nell’esercito o magari dopo tre generazioni in senato, il figlio di un cavaliere
poteva avere il censo necessario per fare la carriera senatoria, quindi c’era una mobilità forte che riguarda
certi strati della popolazione/fasce/realtà sociali, non tutti, ma una mobilità che nel medioevo non si trova.
La particolarità di questo dado di statua onoraria (non è nell’iscrizione frontale, semplice iscrizione
onoraria) è il fianco destro, sembra decorato e bucherellato, in realtà è tutto scritto su due colonne,
iniziano con una scritta grande e poi si rimpicciolisce man mano perché è un testo lungo, è la copia del
decreto onorario con cui hanno costruito la statua al giovane senatore; vi troviamo quello che di solito non
troviamo mai, ovvero le motivazioni dell’onore, di solito abbiamo il monumento onorario/statura pedestre
o equestre/iscrizione onoraria però nell’iscrizione onoraria magari è una riga quella destinata alle ragioni
dell’onorificenza, oppure si trova scritto ob benevolentiam o cose simili, si allude a un comportamento
generoso/benevolo ma non sappiamo in realtà che cosa, invece qui la particolarità di questo monumento
onorario è che hanno deciso di fare la copia del decreto sul fianco spiegando le ragioni, merita di essere
letta. Ci sono i duoviri che sono i magistrati locali corrispondenti ai consoli, il corrispondente locale del
senato è l’ordo decurionum/decurioni (questo tipo di onorificenza la facevano loro), troviamo nelle dediche
onorarie che avevano una collocazione pubblica ed era il senato non che avevano una competenza degli
spazi pubblici (vedere com’erano gestiti/organizzati, per alcune cose la competenza era degli stessi privati
ma soprattutto ci sono edili o duoviri edilicia potestate, i magistrati locali che si occupavano della gestione
degli spazi pubblici; invece chi decideva come gestirli e quindi anche le concessioni di occupazione dello
spazio pubblico erano i decurioni, quindi tutte le iscrizioni onorarie visto che sono collocate in luoghi
pubblici e sono fatte a spese pubbliche avevano quindi bisogno di un decreto/delibera del consiglio
comunale che dice che si può mettere la statua). Abbiamo i duoviri che parlano, Fabio Severo uomo di
rango senatorio è uno che beneficia la comunità, progredisce nella dignità e nell’eloquenza, reca aiuto alla
patria (cause pubbliche preso il principe Antonino Pio), primo elemento cronologico, Flavio Severo ha
operato all’epoca di Antonino Pio e proprio direttamente con l’imperatore in favore della città, senza
aggravio per l’erario locale, aveva fatto tutto a spese sue andare a Roma a perorare cause varie di Trieste.
Tutela della patria, benevolenza di questo uomo di rango, la comunità è riconoscente; prosa magniloquente
del II secolo, pomposa/ampollosa, quello che viene fuori è che questo nonostante sia giovane e
chiaramente sia a Roma, andato o residente ma probabilmente residente, ha però patrocinato tutta una
serie di cause che interessavano la città. L’ha fatto tante volte, ma ha fatto un’ulteriore cosa che ha
superato tutte quelle precedenti e che quindi va ricambiata. Prima dicono che cosa decidono loro, poi
spiegano tutto nel dettaglio; proposta sul mostrargli riconoscenza (dignità senatoria, patrocinio etc.) si
arriva al punto chiave, missiva dell’imperatore Antonino Pio: anche qui c’è una lettera dell’imperatore
secondo quella pratica che abbiamo visto attiva già nella tabula di Banasa, c’è l’imperatore che risponde
alla richiesta, anche perché l’imperatore è fonte di diritto. In realtà sappiamo che non era lui in persona ma
aveva tutta una sua cerchia di giureconsulti ma è fonte del diritto. Contenuto della missiva: ottiene che
Carni e Catari attribuiti alla città da Augusto, così come coloro che hanno meritato per condotta e censo,
sono ammessi attraverso la carica dell’edilità alla curia di Tergeste, e attraverso ciò ottengano la
cittadinanza. C’è una lettera di Antonino Pio che evidentemente arriva in risposta a una richiesta
fatta/perorata da questo Fabio Severo, lettera che ha mandato evidentemente la comunità (favorito il
volere della comunità), ha ottenuto che queste gentes attribute a Tergeste, con la discriminante di quelli
che hanno meritato per condotta e censo, quindi una condotta moralmente corretta e disponibilità di
denaro, sono ammessi a svolgere la carica di edile, e una volta che esci di carica dopo che hai fatto il
magistrato vai a finire nell’ordo decurionum (come a Roma il senato è costituito da ex magistrati, e anche a
livello locale gli ex magistrati vanno a finire nell’ordo). Ammessi a fare gli edili, ce ne sono in carica 2
all’anno, una volta usciti di carica vanno a far parte della curia, ma attraverso l’ingresso nella curia e non
attraverso lo svolgimento dell’edilità, quindi diventando decurioni ottengono la cittadinanza; non è con
l’edilità che è solo lo strumento, ma in realtà con l’accesso alla curia, Gaio che è un commentatore giurista
che fa diversi commenti di varie normative (anche alle XII tavole) ma che ha scritto anche un manuale di
diritto romano di Istituzioni, questo lo chiama Latium Maius (latium minor sarebbe quello di cui abbiamo
sempre parlato come diritto latino, con l’acquisto eventuale della cittadinanza svolgendo la carica; invece
qui abbiamo una latinità che si acquisisce entrando a far parte della curia, ma non è che semplicemente li
prendono e li mettono nella curia, fanno sempre un anno di “praticantato” e mediante questo ottengono la
cittadinanza). Notare che c’è sempre vita/condotta e censo. Tutto questo ha arricchito l’erario, completato
la curia e rinvigorito la comunità con i migliori e più facoltosi, prima erano una sola voce di entrate statali e
ora sono anche una seconda voce per il versamento della summa onoraria, entrando a far parte di quelli
-ormai pochi di numero- che si dividono gli obblighi onerosi. Gli effetti dell’entrata di questi Carni e Catari
nella curia sono che si arricchisce l’erario perché per diventare edili oltre alla campagna elettorale e una
parte delle opere pubbliche dovevano contribuire di tasca propria ai lavori pubblici ma soprattutto ogni
magistratura implica il pagamento di una tassa, quella summa onoraria di cui parla anche il testo. Quindi
arricchiscono l’erario con le summe onorarie e i lavori che finanziano; completano la curia perché
evidentemente mancavano persone con il censo da decurione, sappiamo da altre fonti di altre epoche per
avere un ordine di grandezza che il censo da decurione era da 100.000 sesterzi (400.000 cavalieri 1.000.000
senatori, sono cifre di un’altra epoca ma dà la dimensione della gradualità dei rapporti che ci sono), quindi
l’entusiasmo dei tergestini sta nel fatto di aver trovato una nuova fonte dell’erario cittadino, aver trovato
nuovi decurioni (una volta che escono di carica poi diventano decurioni, quindi hanno i requisiti per fare
questo), poi dice che hanno rinvigorito la comunità con il godimento degli onori e ammettendo godimento
della cittadinanza a tutti i migliori e i più facoltosi, anche qua stiamo parlando sempre dell’elite. Carni e
Catari evidentemente “mettevano mano al portafoglio” volentieri per diventare cittadini romani. Poi altro
punto chiave: un tempo erano una sola voce perché pagavano in quanto erano attributi alla città da
Augusto, siamo 150 anni dopo ora; prima erano solo la voce attributi, ora sono reperibili nella stessa voce e
in più per il versamento della summa onoraria. Qui si fanno molti distinguo, chi diventa cittadino entra nella
seconda voce, tutti gli altri rimangono nella prima. Anche questo viene visto come la concessione della
cittadinanza a Carni e Catari ma non è vero, c’è una grossa discriminante che viene sottolineata con
espressioni diverse (vita atque censu, optimum et locupletissimum quemque, ci sono tutta una serie di
sottolineature che fanno capire che questo tipo di privilegio riguardava solo una parte di queste comunità).
Carni e Catari continuavano a pagare tasse come attributi, le elites invece pagavano per gli onori; questa
presenza in entrambe le fasce quindi era a livello di popolazione e non a livello personale, una persona che
diventava cittadino non pagava più la prima categoria ma solo la summa onoraria; non sappiamo se con
questa manovra diminuissero le tasse degli attributi, è un problema e non ci sono i documenti, comunque
questa lettura fa intravedere che questi attributi pagassero come popolazione una tassa unica oppure come
singoli? Non è esclusa la seconda, ci sono documenti di carattere fiscale in cui ci sono persone registrate
che non hanno la cittadinanza; è chiaro che “straniero” ha senso fino a un certo punto perché in realtà sono
indigeni, però pone la questione, il contributo che questi davano rimane invariato o veniva diminuito
perché una parte viene tolta? Si tratta comunque di due magistrati all’anno, non dice cosa succedeva alle
loro famiglie ma sappiamo ad esempio per i municipi spagnoli di età flavia dove c’è acquisto della
cittadinanza dopo aver investito una magistratura che prendevano cittadinanza anche moglie e figli del
magistrato e se erano vivi anche i genitori per il discorso della patria potestas, qui non si capisce ma le
donne se pagano le tasse le pagano in base al marito. In ogni caso sono due cespiti ogni anno ammettendo
che ci fossero ogni anno solo edili carni e catari ma poteva esserci anche un tergestino. Sicuramente poi
diventano decurioni, che più che altro sicuramente hanno una tassa di ingresso nella magistratura, sono
decurioni a vita ma poi non devi pagare una tassazione speciale ma a tue spese devi fare una serie di
servizi, la prima parte che ha letto sottolineano di Flavio Severo questo, ha fatto tutte quelle cose senza
aggravio per l’erario quindi tutto a spese sue. I decurioni erano tenuti a fare a spese loro ambascerie,
operazioni di gestione della città, quindi era un onere e infatti dicono che ha completato la curia, c’era chi
non voleva farlo (siamo nel II secolo, nei manuali dicono che ancora l’Italia non aveva crisi e sarebbe
arrivata dopo ma in realtà potrebbe essere già la crisi che arriva, determinata dal fatto che le province
soprattutto dal punto di vista della produzione agricola cominciano ad essere più importanti della
produzione italica es. per l’olio, il vino etc., che erano nostro fiore all’occhiello ma vengono soppiantate da
produzioni spagnole e africane che si prendono il mercato, non solo quello dell’approvvigionamento dei
civili ma anche degli eserciti che è davvero tanto dappertutto). In questa mancanza di persone disposte a
fare il decurione si potrebbe leggere da un lato la difficoltà di chi ha il denaro di prestarsi a questa cosa
onerosa, dall’altro anche un effetto di una crisi che comincia a manifestarsi, quindi le persone che hanno il
censo adeguato sono poche e magari sono anche già dentro. Problema capire quanti sono i decurioni, una
volta credevamo 100 come il nome, poi si sono trovati altri documenti come la lex ereditatna(?) in cui erano
circa 33, quindi è probabile che in realtà ogni realtà in base alla sua legge municipale costituiva della città
avesse per quella magistratura un certo numero di figure, però sono comunque tanti anche una trentina,
poi era una cosa a vita e una volta che eri dentro ci rimanevi, se c’è crisi e calo demografico diventa un
problema. Degli approvvigionamenti anche degli eserciti sappiamo poco perché non ci sono documenti;
bisogna tenere conto che qua si parla di piccoli proprietari con censo di 100.000, però i senatori hanno
censo di un milione; in Istria ad esempio che produce olio che va ovunque c’erano senatori romani di Roma
che avevano grandissimi latifondi, uno con villa e fornace e produzione di anfore di Mecranio Basso(?) che
si sta scavando da diversi anni in Istria vicino a Parenzo, è un senatore di Roma che ha proprietà immense in
Istria in cui produce e inanfora l’olio che circola ovunque, sicuramente anche per gli eserciti. Da questo di
può intuire seguendo questi flussi di materiale, le anfore di quest’uomo hanno un bollo con nome del
produttore dell’anfora, quindi seguendo queste attestazioni e vedendo che coincidono con le strade della
conquista possiamo capire se andavano all’esercito e di solito questo accade, è tutto molto connesso. Carni
e Catari, la gioia dei tergestini è perché diventano doppi come fonte di reddito, continuano a versare e non
sappiamo se in quota singola o comunitaria, poi dall’altro lato si prendono sulle spalle la summa onoraria
ma anche tutti i munera/obblighi onerosi del decurionato. Anche qua come per Ananuni Sinduni e Tulliassi
della tabula clesiana non sono facili da collocare: i Carni erano una popolazione celtica (c’è un console
romano a metà I sec. a.C., circa 117, Emilio Scauro che celebra un trionfo de gallis carneis) che arriva in
questa regione per la vulgata nel IV sec. a.C., sovrapponendosi non sappiamo bene a cosa, c’è anche un
elemento venetico piuttosto documentato; la nostra regione a parte i nomi etnici stanno in Carnia ma c’è
anche la Carniola, la Carinzia, è una popolazione del versante alpino ma con estensioni variabili a seconda
dell’epoca; la documentazione più orientale dei Carni viene da un’iscrizione che si trova in un paesello a
meno di 50 km da Lubiana, sappiamo che era in Italia, cittadina di Neviudunum(?) vicina che si trova in
Pannonia, lì correva il confine, da lì viene un’iscrizione dell’epoca di Adriano dove ci sono Carni che si
definiscono cives romani, sono sicuramene in provincia e hanno ottenuto la cittadinanza da Adriano perché
si definiscono Aelii Carni cioè hanno il gentilizio imperiale. Questi Carni dove stavano (nelle fonti antiche se
ne parla abbastanza ma con oscillazioni piuttosto ampie)? Hanno provato a metterli in varie posizioni
soprattutto cercando di legarli ai Catari, dei quali ci parla solo Plinio quando fa la descrizione delle
popolazioni illustri dell’Istria da Pola a Tergeste, quindi dovevano collocarsi da qualche parte in Istria.
Quindi in base a questa collocazione istriana dei Catari si è pensato che anche i Carni negli spostamenti non
solo riscontrati nelle fonti che ce li collocano in posti diversi ma anche perché i carni vanno a inserirsi in una
situazione territoriale forse non intensamente abitata, però hanno tutta una serie di popolazioni che
premono abbastanza es. Istri (Strabone come se non bastasse, rifacendosi probabilmente a fonti più
antiche, parla di Tergeste come di Kòme Karnikè/villaggio carnico, questo potrebbe alludere a una fase in
cui i Carni probabilmente dopo che gli Istri erano retrocessi erano arrivati alla costa). In realtà non è
necessario pensare che le due popolazioni fossero vicine, erano nella stessa categoria in quanto attribuite
da Augusto a Tergeste, non è del tutto da escludere (come abbiamo detto per gli Anauni) che anche qui i
Catari erano in territorio istriano ma i Carni tenuta conto l’attestazione orientale magari si trovavano anche
in Pannonia quindi su suolo provinciale; anche in questo caso l’imperatore Augusto ha attribuito a una città
sul confine (tre confini Norico Pannonia e Italia) le rendite provinciali per migliorare l’economia cittadina,
quindi invece di versare il tributum al governatore di provincia lo versano a Tergeste. Questa potrebbe
essere una spiegazione per spiegare come questi restano 150 anni fuori dalla cittadinanza romana, qui è
ancora più grave che per gli altri popoli Anauni Sinduni Tulliassi, già per loro abbiamo difficoltà ad
ammettere che al tempo di Claudio in Italia ci fossero nuclei consistenti di non cittadini, qui ancora di più
perché siamo 100 anni dopo. pensando alla Carnia e Carinzia abbiamo Iulium Carnicum, quindi siamo vicini
alle Alpi, quindi il territorio di questa realtà che era ubicata anche se è discusso sicuramente fino ai piedi
delle Alpi e molto probabilmente con uno spostamento molto a occidente fino all’alta valle del Piave, tutto
il settore prealpino scendendo a sud nel territorio di Aquileia fino alla zona morenica (Tricesimo, forse
Fagagna), in questo settore c’è una realtà cittadina, quindi non possiamo dire che fosse provincia o zona
montana, c’è una realtà cittadina su un territorio chiaramente abitato con piccoli villaggi in continuità
anche con le realtà romane. Quelli di Zuglio potrebbero essere cittadini, viene fondata una città romana,
con Augusto sicuramente c’è una colonia, prima si discute, Iulium essendo neutro poteva avere
castellum/forum, ma da un certo momento in poi i suoi abitanti sono in una realtà amministrativa
indipendente che è passata in una fase dicanica (lo notano i documenti); Aquileia è colonia del 181, ha un
ampio territorio in cui c’erano le suddivisioni classiche del territorio romano cioè pagi/distretti e
vici/agglomerati più o meno organizzati. Per Aquileia conosciamo due vici, vicus Iulium carnicum e vicus di
Nauportus (porto fluviale a circa 20 km da Lubiana, sulla Lubianiza), sono le due direttrici, paesi transalpini
e danubiani, sono i due assi principali e abbiamo Zuglio per tutti i commerci, Nauportus con il percorso
fluviale e tutta la strada. C’erano due strade, Montecroce(?) e cannal del ferro, es. a Moggio Udinese c’è
una realtà in epoca risalente cioè quella anteriore alla romana di Iulium carnicum, ma non abbiamo trovato
nessuna indicazione su cosa fosse questo abitato, c’era un’abbazia(?). Tra le due strade quella meno
soggetta a smottamenti come ora è quella del passo Montecroce carnico, l’altra era più rapida e bassa però
tra fiume e montagna era meno praticabile; comunque erano tutte e due strade e il confine del canal del
ferro era Resiuta(?), stazione doganale italiana, quindi il confine era subito dopo (invece dall’altra parte la
stazione doganale era probabilmente a Timau, i romani le mettevano sempre a valle ai piedi delle catene
montuose, e ci sono stazioni doganali da entrambe le parti del confine); quindi lì c’è poco spazio per
collocare questi popoli e pensare che siano stati là tutto questo tempo, è questo il problema. Anche qua
forse la soluzione più semplice collegandoci a quei Carni che all’epoca di Adriano si celebrano Aeli carnici,
celebrazione forse nei confronti degli altri Carni che sono ancora al loro stato di peregrini, la dedica di
Neviudunum è un’iscrizione a Giove Ottimo Massimo pro salute Adriano, i dedicanti sono questi Aeli carnici
“adesso romani”. Considerando che questi sono dell’epoca di Antonino Pio e quelli dell’epoca di Adriano,
questi ultimi sono provinciali ma si vantano di essere cittadini, questi non sappiamo dove ma non sono
cittadini sicuramente all’epoca di Adriano, non è escluso che una parte della popolazione, quella che sta in
provincia, ha ottenuto per motivi che non sappiamo la cittadinanza da Adriano, un’altra parte della
popolazione che probabilmente sta sempre in provincia è stata invece fin dall’epoca di Augusto attribuita a
Tergeste senza ottenimento della cittadinanza, la ottiene parzialmente con Antonino Pio, paradossalmente
quelli più lontani stanno meglio (Capua aveva terre assegnate a Creta, non è che tra Tergeste e Lubiana ci
sia così tanta distanza, c’è l’uso di attribuire terre): questa spiegazione potrebbe andare bene e trovare una
sua indiretta conferma se leggiamo in parallelo la tabula clesiana dove si dice che una parte di Anauni
Sinduni e Tulliassi è stata attribuita e una no, si capisce che non seguivano un criterio etnico quando
facevano queste operazioni ma probabilmente ed era anche più logico seguivano una definizione di tipo
territoriale, stabilivano che tot ettari abitati da persone potevano costituire una rendita sufficiente per una
città, non si stava tanto a vedere che popolazione ci stava sopra ma assegnavano un certo territorio senza
seguire un criterio etnico ma strettamente territoriale. Tornando all’iscrizione: la delegazione a Roma per
rendergli omaggio costa troppo, quindi gli dedicano una statua equestre dorata da collocare nel foro, con
iscrizione. Vediamo che dietro tutto questo c’è il padre di Flavio Severo che è tra i dirigenti membri del
consiglio e farà da messaggero di questo onore al figlio; quindi Flavio Severo stava a Roma dove faceva
carriera ma almeno per quello che conosciamo non sappiamo se dopo la questura ha ricoperto ruoli
ulteriori (es. console, nelle liste non c’è, in quest’epoca c’erano consoli ordinari ma anche i suffeti che
potevano entrare anche a febbraio in carica, di solito gli ordinari erano il principe e un altro suo preferito e
poi tutti gli altri; dei consoli suffeti abbiamo liste ma non complete, è possibile che lui avesse anche
ricoperto questa carica. Servivano consoli per tutta la gestione dello stato, dopo potevano ricoprire
incarichi di governatore di provincia etc., per costituire tutti i “papabili” per tutti gli incarichi
dell’amministrazione). Qui quindi c’è un cavaliere che ha un figlio che fa il senatore a Roma, esempio tipico,
ricco cavaliere che può pagare il censo senatorio al figlio, e che evidentemente ha anche spinto il consiglio a
fare questa onorificenza etc., nel punto più frequentato del foro per farla vedere a tutti. Ma il motivo di
questo entusiasmo e onorificenza non è per la concessione della cittadinanza a questi popoli ma perché
questo tipo di provvedimenti che è riuscito a ottenere personalmente da Antonino Pio che ha scritto una
lettera di cui non abbiamo traccia, che consente alla città di risolvere una serie di problemi di tipo
fiscale/entrate, di ruoli/trovare persone per ricoprire i luoghi chiave (il senato locale come quello di Roma
deve avere un numero legale per funzionare, se mancano le persone è un problema. Il numero dei senatori
era fissato per legge da ogni comunità, per quello che possiamo capire quando si istituisce una città viene
fatta a un certo punto in concomitanza es. Sanzà? comunità di diritto latino o romano viene pubblicata la
lex coloniae, che per quello che riusciamo a vedere in documenti di epoche diverse es. età cesariana e
Flavia, stabiliva funzionamento della città, organi, magistrature, durata, numeri, competenze,
caratteristiche delle persone per essere elette, censo etc., e a quanto possiamo vedere in base alla
documentazione che è sempre frammentaria è che il numero dell’ordo decurionum variava da 100 a 33.
Questo perché nel momento in cui hanno fatto la legge si recepivano anche situazioni precedenti,
soprattutto se c’erano passaggi/transazioni (es. prima consiglio degli anziani con quel numero che viene
mantenuto nella lex coloniae). Parleremo ancora di incolae e poi tassazione su singoli/comunità,
documento catastale con proprietà non di cittadini (coordinate con assi, nome e numero iugeri, catasto)
con nomi non di cittadini palesemente, poi mancano i riferimenti ai cardi quindi non era centuriata,
proprietà piccole rispetto ai cittadini soprattutto, sono proprietà di singoli in un documento che viene da
Verona. Ci sono molti problemi a capire chi erano e dove stavano, sono palesemente non cittadini con
proprietà minuscole, qui non è un documento censitario relativo alla centuriazione/parcellizzazione
romana, segno interpretato come una strada e probabilmente era il riferimento nella cartografia romana
per riuscire a riconoscere dov’erano collocate queste piccole proprietà. Commento dei testi e ultimo
argomenti città di Pozzuoli con comunità stanziali di stranieri che hanno loro spazi/aree di culto,
commerciano con persone del luogo e soprattutto hanno un loro status riconosciuto, pagano l’affitto degli
spazi che occupano, pagano cerimonie per l’imperatore etc.

05.12.2018 – lezione XII

Chiudiamo l’argomento degli attributi e parliamo di incolae e documento catastale; gli attributi sono
stranieri (non dotati di cittadinanza) che comunque afferiscono alle città antiche, abbiamo visto la
testimonianza letteraria di Plinio ma soprattutto la tabula clesiana e l’iscrizione onoraria per Fabio Severo.
Due gruppi di popolazioni diverse, tabula clesiana con Sinduni Anauni e Tulliassi attributi a Tridentum e
dall’altra parte Carni e Catari attribuiti a Tergeste da Augusto, cronologia diversa dei due documenti,
clesiana età di Claudio dall’altra parte Antonino Pio; con situazioni diverse per il contenuti, clesiana si parla
di un’usurpazione della cittadinanza e la concessione da parte dell’imperatore di una sanatoria, dall’altra
parte invece si parla dell’accesso alla cittadinanza dopo aver rivestito l’edilità ed essere entrati nella curia, è
il passaggio nella curia e il diventare decurioni che permette non a tutti (anche dall’altra parte valeva solo a
quelli che hanno usurpato), quindi all’elite delle tribù di arrivare alla cittadinanza, con la sottolineatura che
nel documento di Antonino Pio la gioia dei tergestini nel monumento a Flavio Severo non è dovuta alla
bontà/umanità di questo personaggio che aveva permesso l’accesso alla cittadinanza a più persone ma era
in realtà un interesse specifico riguardante le ricadute economiche di questo provvedimento, duplici (i
popoli in questione continuano a pagare un tributum perché il provvedimento riguarda solo l’elite e tutti gli
altri pagano e poi seconda voce di entrata nelle finanze municipali è il fatto che nel momento in cui
accedono alle magistrature sono tenuti a versare la summa honoraria), quindi la comunità di Tergeste è ben
felice di questa operazione che arreca nuovi fondi alle casse municipali e anche trova nuova materia umana
per rimpolpare la curia e sostenere gli oneri delle magistrature soprattutto. Le somme spese per assumere
le cariche non sono quote prefissate ma un atto di liberalità ma forzoso/obbligatorio. Quindi abbiamo una
comunità cittadina cui afferiscono popolazioni che sono tenute a pagare tributa, c’è anche un problema di
identificazione delle sedi di queste popolazioni. Mentre per Anauni c’è la val di Non quindi una vallata vicina
al municipium, per Carni e Catari la situazione è più fluida; questo problema si interseca anche con il
problema dei limiti dell’Italia, cioè dove correva il confine dell’Italia, perché dai documenti che abbiamo
visto queste popolazioni erano chiaramente escluse dalla cittadinanza, non hanno né diritto latino né altro,
quindi sarebbe un problema se sono stanziate su suolo italico, problema di peregrini sul suolo italico che
dal punto di vista giuridico è qualcosa di veramente complesso da capire/gestire/definire. Non è esclusa
una loro collocazione in provincia (più probabile per Carni e Catari ma possibile anche per alcune
popolazioni trentine) che risolverebbe il problema del loro permanere in uno stato di non cittadinanza così
a lungo, 150 anni per Carni e Catari. Esistono altri casi di comunità italiche risarcite di tagli territoriali con
l’assegnazione di terreni molto lontani della sede civica, es. Capua e Creta etc. Questa doppia comunità
ipotetica (da una parte comunità cittadina e dall’altra attributi che afferiscono, quindi non solo un discorso
di terreni ma anche di persone) si interseca con una discussione che c’è a livello di ricerca sullo status di
persone e comunità che è quella delle Doppelgemeinde/comunità doppie, definizione di uno storico
tedesco fine 800 Marquardt che è stata ripresa recentemente nel lavoro di un giurista romanista che si è
occupato di condizioni diverse delle persone e loro integrazione nei centri cittadini romani in rapporto
soprattutto alla figura dell’incola; è un discorso quello delle comunità doppie che vede la critica divisa in
due, da una parte quelli che sostengono sulla scorta di questo studioso del 900 che esistono, altri che
sostengono che è un’invenzione moderna che non esisteva a Roma. In realtà sappiamo che già nel III sec.
nel caso di Minturnae esistevano casi di affiancamento della realtà romana a realtà indigene preesistenti;
Minturnae, fondata come colonia romana nel 296, affianca la comunità indigena precedente, quindi
abbiamo per un certo periodo la colonia romana e la città/centro indigeno indipendente che comunque
aveva ricevuto la civitas anche se non era cittadinanza piena, situazione che troviamo rappresentata anche
nel disegno di una vignetta dei gromatici (hanno lasciato dei codici, sono come i nostri geometri, nome
deriva dalla groma che è lo strumento che usavano per la divisione territoriale e il catastamento; non sono
letterati ma hanno lasciato trattati tecnici es. sulla qualità dei suoli, controversie di confine etc.,
probabilmente dell’antichità è il testo che ha assolutamente più copie, una tradizione molto articolata; per
alcuni testi abbiamo solo un manoscritto, qui ne abbiamo più di una decina, perché serviva, nei monasteri
se dovevano scegliere tra una raccolta poetica e i gromatici la scelta cadeva su questi ultimi perché
potevano servire, diventavano fonte di diritto e fonte anche esperienziale per questioni pratiche es.
confinarie, di diverso trattamento dei suoli, di articolazione delle culture etc.); le vignette le troviamo in una
serie di manoscritti con raffigurazioni di situazioni discusse nel testo; c’è la colonia romana di Minturniae
che è quella turrita e c’è il territorio vicino chiamato adsignatio nova, ma nella vignetta c’è un mons Vescini;
c’è un’iscrizione tuttora conservata dove si legge chiaramente che un certo Valerius Petus cura la
costruzione di un teatro, abbiamo i monti Vescini che alludono probabilmente alla comunità antica
precedente indigena che poi diventa pagus e che si affianca alla città romana di Minturnae (fondazione
296). Abbiamo sempre passi dei gromatici che sono stati interpretati secondo questa chiave di lettura,
abbiamo Igino che parla del fondatore di una città/colonia, i proprietari cui è concesso di rimanere nei loro
possessi non mutano condizione giuridica, non entrano a far parte della colonia come cittadini; si sta
parlando della creazione di una nuova colonia, il soggetto è i fondatori (sappiamo che di solito erano
collegi), ma si parla di dominos che restano nei loro possessi, quindi non i coloni ma i precedenti abitanti
dell’area restano nei loro possessi perché glielo concede il fondatore della città, ma questo restare nei loro
possessi non significa che diventano cittadini della nuova colonia, ma continuano a restare lì e ad avere la
condizione giuridica precedente e accanto si costruisce la città romana. Quindi non si intende doppia
cittadinanza, ma la comunità doppia intende due comunità affiancate con condizioni giuridiche diverse, un
po’ come nelle zone coloniali nell’800-900 (qui sono proprio due realtà urbane o para-urbane una vicina
all’altra, non solo popolazioni che convivono nello stesso spazio ma due comunità con due spazi diversi,
ovviamente non c’è un muro in mezzo ma sono due realtà diverse con gestioni diverse, quindi anche figure
istituzionali diverse che convivono), un esempio potrebbe essere Gorizia e Nova Gorica, attaccate ma con
due situazioni diverse anche dal punto di vista giuridico. Questa situazione nasce perché i romani non
intervengono e lasciano che le persone continuino a vivere nelle terre in cui stavano e quindi ad avere tutta
la loro rete sociale, che è un po’ quello che dicevamo per Banasa e per la clausola salvo iure gentis, anche lì
è diverso a livello dell’oggetto ma c’è una tutela della realtà indigena locale. C’è però una categoria
giuridica in cui queste persone/comunità che affiancano la città, indigeni e non stranieri che vengono da
fuori (come vedremo per Pozzuoli), è quella degli incolae. Passi dal Digesto con grossa discussione su cosa
sia il domicilium, ci sono letture diverse ma non andremo tanto a fondo sulla questione. Gli incolae sono
quelli che hanno il loro domicilium da un’altra regione, che in Grecia chiamano in un altro modo; per S.
Agostino sono quelli che abitano in una patria che non è la loro. Poi c’è un’etimologia di Isidoro che dice
che incola deriva da in colendo, gli indigeni sono quelli che sono nati lì e abitano nello stesso luogo in cui
sono nati e invece gli incolae non sono indigeni ma sono stranieri/advena (termine che indica un
movimento, quelli che sono arrivati) e quindi hanno domicilio altrove. C’è un passo anche del codice di
Giustiniano dove si dice che i cittadini vengono determinati da una serie di fattori, gli incolae sono
determinati dal domicilio, luogo in cui si hanno i cari e le cose/beni, da dove non ci si discosta, da cui se si
parte uno si reputa in viaggio e dove si ritorna dopo aver smesso di viaggiare. Proprio su questa questione
del fatto che il domicilio sia il luogo dove si hanno i beni, c’è una grossissima discussione in ambito
romanistica, c’è chi la interpreta alla lettera e chi diversamente, perché l’incola in realtà poteva avere anche
beni nel posto in cui era andato a vivere, nella comunità che non era la sua patria di origine ma aveva dei
beni, quindi sull’interpretazione di questo passo c’è discussione. Ci sono diverse iscrizioni che parlano di
incolae di cui vedremo due, una di Aquileia e una Africana, sono entrambe iscrizioni onorarie in cui si parla
di incolae in una certa chiave. Abbiamo una dedica a Marco Valerio, che ha un’onomastica particolare, ha
un nome romano ma è figlio di un tale che ha un nome non romano, è una persona che ha ricevuto la
cittadinanza ed era chiaramente figlia di un non romano, Bostaris non è nome romano, ma lui si chiama con
nome romano, è iscritto alla tribù Valeria, ha ricoperto una serie di cariche tra cui i suffeti (siamo in
Marocco, è una carica indigena locale, suffetato di origine punica che continua nelle città romane), flamen
quindi addetto al culto imperiale, carica religiosa, poi prefetto delle truppe ausiliare in una guerra contro un
tale di cui non abbiamo notizie (probabilmente erano degli scontri che si sono verificati lì); poi l’iscrizione
continua con una dedica, meriti per la comunità, ha fatto un’ambasceria da Claudio per la quale ha
ottenuto per i concittadini la cittadinanza romana, è andato in ambasceria a Roma dall’imperatore, ha
ottenuto il connubium con le mogli peregrine, quindi la cittadinanza è stata data ai maschi, le donne
rimangono nella loro condizione ma sono partecipi di un matrimonio legittimo (i figli in questo caso sono
cittadini perché se c’è connubium con padre cittadini sono anche loro cittadini); poi ottiene immunitas per
10 anni, quindi non pagano le tasse e tra le concessioni troviamo incolas e i beni dei cittadini morti durante
la guerra ricordata rima dei quali non ci sono eredi vengono incamerati dalla città (normalmente invece
andavano all’imperatore). Qui si parla di incolas, ci sono queste doppie comunità che esistono, una figura
per giustificare la presenza di altri nelle comunità è quella dell’incolato; gli incolae sono quelli che non
hanno domicilio, figura giuridica precisa, però vedremo che ci sono anche altri incolae che potrebbero
rientrare anche nel discorso della doppia comunità. Quindi incolae che vengono concessi sono quelli che
abbiamo visto prima dalle fonti, gente che non è domiciliata lì ma che sta lì, allora perché dovrebbero
essere un beneficio? Perché erano comunque tenuti a supportare una parte degli obblighi della città, quindi
sono comunque una fonte di ricchezza nel senso che sono tenuti a pagare delle cose. Qui c’è un elenco
delle concessioni che ha fatto Claudio, civitas conubium immunitas incola e incameramento dei beni. Poi c’è
una certa Fabia Bira anche lei non romana(?), quello che troviamo spesso nelle iscrizioni onorarie è che
viene fatta una dedica da qualcuno, o l’onorato stesso o come in questo caso una moglie/familiare che
ringrazia per l’onore (cioè la statua), ma paga lei, quindi riceve l’onore però contribuisce all’opera, perché
non c’erano soldi ed era un modo per garantirsi un’onorificenza che non gravava sulle casse cittadine,
perché ovviamente c’è un decreto, uno spazio pubblico etc.; gli incola sono comunque considerati un
benefit. Altra iscrizione da Aquileia, si parla di 2 metri e oltre, un grandissimo basamento di cui abbiamo
solo parzialmente le lastre che rivestivano il dado, quindi un grande monumento non con una statua
equestre ma addirittura date le dimensioni con una biga con questo personaggio sopra e almeno due
cavalli; è un cavaliere originario di Aquileia, figlio di due aquileiesi, è stato anche quattruorviro ad Aquileia,
ha svolto tutta la carriera equestre, gli sono stati concessi onori militari/dona militaria da Vespasiano,
che(?), poi procuratore della provincia di Ellesponto, procuratore della provincia d’Asia. Questa è una cosa
particolare, onorato e premiato dal divo Vespasiano quindi vuol dire che era già morto essendo divus; la
provincia d’Asia è di rango senatorio quindi il governatore era un proconsole (per l’Asia console ma
possibile anche ex pretore per le province senatorie in generale), procunsul ma qui invece è procurator
della provincia d’Asia perché lui è un cavaliere, non avrebbe mai potuto diventare proconsole d’Asia che
era un tipo di carriera riservata ai senatori; su mandato del principe resse una volta al posto del defunto
proconsole, viene mandato lui cavaliere a fare il sostituto del proconsole. In questa sua indicazione va
notata una cosa, parla in generale di un “princeps”, il successore di Vespasiano ma non Tito o l’avrebbe
nominato, qui è Domiziano che è quello che subisce damnatio memoriae, quindi lui si trova in questa
imbarazzante situazione, non deve nominare Domiziano ma d’altro lato è un grande onore perché da
cavaliere lui ha sostituito un console, una cosa di grande prestigio e rilievo, il principe era uno da passare
sotto silenzio, e così fa; ha fatto carriera col padre e poi con Domiziano, poi continua la sua carriera
arrivando prefetto dell’annona e d’Egitto, al top della carriera equestre. Anche qua come nel caso di Flavio
Severo sul lato sinistro per chi guarda c’è il decreto dei decurioni (non conservato completamente) in cui si
stabilisce l’onorificenza e motivi dell’onorificenza. E qui troviamo l’espressione super cetera omnibus […]
rogato eius, anche qui abbiamo un cittadino di origine aquileiese (come prima tergestina) che va dal
principe e chiede qualcosa per la sua città, fa quindi questa azione da patrono e ottiene da Traiano (nel 105
precisamente) che gli incolae partecipino completamente ai munera dei cittadini, che sono tutto
quell’insieme di obblighi che consistevano in servizi alla città, giornate lavorative alla città, presidium
militare della città, tutta una serie di cose che chi poteva dietro compenso le affidava ad altri, gli altri le
sopportavano in prima persona. Qui abbiamo incolae con i quali (si può discutere sulla traduzione ma
letteralmente è così) siamo quasi censiti, quindi vuol dire che questi incolae erano quasi come i cittadini, ma
non sono cittadini e infatti sono incolae; adesso però vengono equiparati ai cittadini nel senso di sostenere i
munera, quindi tutti gli obblighi civici richiesti alla città, ritroviamo ancora questa categoria. Questi sono gli
incolae che rientrano nella definizione che vedevamo prima, però e qui torniamo al discorso della doppia
comunità ci sono anche -per lo meno secondo la lettura di alcuni autori- anche altri tipi di incolae che
potrebbero essere collegati al discorso delle comunità doppie, cioè non romani che vengono ascritti alla
categoria degli incolae che sono però indigeni. Abbiamo almeno 2 documenti che ce lo dicono. Un’iscrizione
del II a.C. quindi siamo in epoca antica, un’inscrizione sacra (vii venere iove?) in cui gli autori si definiscono
Samnites incolae, quindi il termine incolae che nelle fonti sono quelli che hanno domicilio altrove, sono
considerati un beneficium e vengono equiparati per i munera ai cittadini, qui invece hanno una
connotazione etnica, quindi gli indigeni che restano là come dicevano i gromatici prima restano sulle loro
terre senza cambiare condizione giuridica e che vengono assimilati alla categoria degli incolae, come
probabilmente dicevamo anche per gli attributi. Incola può essere sia peregrino che cittadino, un cittadino
di Brixia che va a stare ad Aquileia non diventa cittadino di Aquileia ma è incola pur essendo cittadino
romano, poi in questa categoria (come vedremo per Pozzuoli) potevano essere inclusi anche stranieri
peregrini, quindi (sempre per Pozzuoli) gli Alessandrini che vanno a Pozzuoli peregrini sono incolae, questa
è la norma giuridica. Accanto a questi però ci sono anche scivolate più nella genesi delle diverse comunità,
le nuove colonie non distruggono il centro precedente indigeno, ma queste persone non vengono
assimilate ai coloni ma restano nella loro condizione (nel caso di un municipio alleato sono soci, è una cosa
diversa, qui parliamo di romani che colonizzano e si trovano realtà precedenti, non sempre vengono
eliminate anche se le fonti dicono così, non sono distrutti ma li troviamo come incolae). Oltre agli incolae
troviamo i magistri; il termine magister per quanto riguarda la struttura istituzione e divisione territoriale
romana sono dei para-magistrati, nel senso che si chiamano così es. i magistri vici o pagi, i para-magistrati a
capo di vici e pagi, ma anche i sacerdoti quindi la ristretta cerchia dirigenziale dei collegi di tipo religioso
(magis, è qualcosa di più, sta sopra agli altri, non i semplici fedeli ma qualcuno che ha una funzione
ulteriore). Su chi siano i magistri che sono elencati sotto, che sembrerebbero dotati di cittadinanza, c’è
larghissima discussione senza soluzione; alcuni pensano che siano magistri pagi, altri che siano i magistri di
questa comunità di Samnites che resta là, altri che si tratti di magistri di un collegio che comunque operano
nell’ambito delle operazioni cultuali del territorio. Ma la cosa che interessa a noi è la connotazione etnica
che viene data al termine incola; e la stessa connotazione etnica la troviamo in un’iscrizione ben successiva,
questa si data al 23 e viene da Augusta pretoria, colonia romana fondata nel 25 da Augusto; si chiama
pretoria perché indica la composizione dei coloni, erano tutti cittadini, deriva da pretoriani, è una colonia di
veterani, è l’attuale Aosta. L’ha fatto dopo aver sconfitto i Salassi, popolazione montana assolutamente
incontrollabile e invincibile perché controllava le montagne e quindi tutti i corsi d’acqua e le fonti, e c’era
un interesse romano potente perché i Salassi controllavano anche delle miniere d’oro. Le fonti ci
raccontano che Augusto nelle sue campagne alpine distrugge i Salassi, li rende schiavi, completamente
eliminati; poi invece viene fuori questa iscrizione in cui vediamo una dedica ad Augusto (dalla nomenclatura
databile al 23, in base ai consolati rivestiti) ma i dedicanti sono Salassi incolae, specificano ulteriormente
che se contulerunt nella colonia, abbiamo quindi anche qua una realtà connotata etnicamente nel senso
che sono dei Salassi. La lectio facilior è che prima abbiamo parlato di distruzione completa della
popolazione e questi erano il contingente “buono”, li hanno salvati, e dice che confluiscono nella colonia
come incolae ma connotati etnicamente. Quindi la categoria degli incolae che è formata da persone con
condizione giuridica varia (cittadini e peregrini) ma che semplicemente non hanno la residenza in un
determinato posto, viene estesa e ingloba anche tutte queste realtà indigene con cui Roma entra in
contatto e che vengono assimilate all’incolato, probabilmente anche la condizione giuridica non cambia, ma
vivono o a fianco alla città o inclusi comunque nella colonia ma non come coloni, come incolae (come
sembra in questo caso). Per quello che sappiamo e in base anche all’iscrizione di Aquileia la differenza tra
incolae e peregrini è che comunque c’era un registro degli incole, venivano censiti in qualche modo; qui si
tratta del momento iniziale della fondazione della colonia, quindi nella lex coloniae di fondazione
dev’esserci stato scritto che sono inclusi anche degli incolae di etnia salassa nell’ambito della fondazione,
invece uno straniero che arriva rientra in un incolato normale in quanto arriva semplicemente da fuori.
Peregrino indica semplicemente uno che non ha la cittadinanza ma può avere anche la residenza; l’incola è
uno che ha il domicilio (residenza oggi è il comune in cui sei iscritto nelle liste elettorali; per gli antichi vuol
dire il centro antico nelle cui liste di censo sei iscritto) da un’altra parte rispetto alla sua residenza per
motivi vari, anche di lavoro, perché non è iscritto nelle liste di censo della realtà in cui sta (e può anche
essere peregrino; essere peregrino indica il non avere la cittadinanza, l’incolato vuol dire risiedere in un
posto che non è la tua patria di origine). Solo che a questa categoria giuridica si innesta l’assimilazione a
una forma di incolato di popolazioni indigene preesistenti che vengono incluse nella nuova fondazione
romana oppure che vivono accanto, pur non stando in un posto diverso da quello in cui sono nati e “hanno
la residenza”, però vengono assimilati a questa categoria e quindi sono presenti ma o dentro come
sembrerebbe per Aosta o vivono in una comunità affiancata come una doppel-gemeinde. Questo fa parte
proprio della mentalità romana, ci sono tante combinazioni; vedremo che abbiamo anche comunità intere
di gente che viene da fuori, non si parla di doppia comunità ma è una comunità straniera che viene e
conserva tutta una sua diversa fisionomia, si instaura in quel posto determinato, gestisce questo posto e i
rapporti tra loro come crede e conserva anche i propri culti/divinità con anche templi, quindi abbiamo una
città romana che dentro di sé ha delle porzioni di città “altre”, molto simile a quello che troviamo nelle
metropoli attuali con ad esempio il quartiere cinese; nel mondo antico non era così facile convivere, sono i
romani che sotto questo aspetto sono molto aperti e molto flessibili nelle soluzioni. De iure però le leggi
che vigevano nel quartiere indigeno erano le stesse della normativa indigena ma nel rispetto della legge
romana. Es. comunità di Tirii a Pozzuoli che scrivono una lettera alla madrepatria lamentandosi del fatto
che non hanno più soldi per pagare l’affitto della statio (magazzini, negozi, abitazioni etc.) e poi non hanno
neanche i soldi per pagare le cerimonie consuete per l’imperatore, quindi erano tenuti comunque a versare
delle quote per le cerimonie pubbliche, vivono separati ma sono tenuti a queste cose, come anche gli
incolae. Quando parlavamo di Carni e Catari e del problema di dove fossero stanziate queste popolazioni,
abbiamo detto che per immaginare che questi attributi continuassero a pagare un tributum alla comunità
cui erano stati attribuiti come Tergeste in questo caso bisogna immaginare che i rapporti e le realtà
patrimoniali indigene fossero conservate, cioè non si può semplicemente dire che arrivano i romani
conquistano tutto e poi attribuiscono questi a Tergeste ma diventa tutto proprietà dei romani che
gestiscono tutto, o non si spiegherebbe come questi potevano poi confluire. Quindi abbiamo come
leggevamo nella testimonianza di Igino gromatico persone che restano nelle loro terre, ne tengono il
possesso, e solo in virtù della ricchezza fondiaria che hanno possono versare alla comunità. Per questo tipo
di lettura abbiamo un documento venuto alla luce una ventina di anni fa; le sovrintendenze di tutta Italia, se
trovano delle cose complesse che non riescono a capire non chiedono subito aiuto a chi sa qualcosa di più
ma lo mettono in un cassetto in attesa, come succede per questo documento che rimane nel cassetto per
una ventina d’anni finché non provano a capire, hanno discusso anche in un convegno, frammento
imbarazzante. Siamo a Verona, il nucleo antico indigeno (Verona è sicuramente uno di quei centri del
provvedimento di Gneo Pompeo Strabone dell’89, subito dopo la guerra sociale, trasformava i contri
principali in colonie senza immissione di coloni e concedeva la possibilità di acquistare la cittadinanza
attraverso le magistrature) e stando alle ricerche archeologiche più recenti questo entrare nell’orbita
romana con il riconoscimento di status di colonia latina produsse un ripensamento della città
probabilmente, la parte più antica/abitato indigeno era sul colle del teatro, invece poi c’è uno spostamento
dell’abitato dentro l’ansa del fiume, quindi la costruzione di una nuova realtà urbana secondo uno schema
tipicamente romano (divisione secondo assi, cardo e decumano, e griglia entro cui vengono creati i
quartieri) con il foro, capitolium tempio principale nel punto in cui si intersecano gli assi principali, quindi
fondazione romana dentro l’ansa del fiume. Di solito (si discute se per Verona sia accaduto così) questo tipo
di parcellizzazione/schema a quadrati con un prolungamento ideale di cardo e decumano veniva ad essere
anche il sistema di divisione/articolazione del territorio esterno alla realtà urbana, territorio della città
prolungato idealmente quindi si divideva anche il territorio fuori dalla città secondo gli stessi assi; detto così
era semplice ma la realtà era più complessa nel senso che a volte troviamo che la centuriazione del
territorio ha un orientamento diverso da quello della città; questo può essere successo per successive
divisioni del territorio, lo studio della centuriazione è abbastanza complicato, sia per riconoscere sul
terreno attuale le tracce sia per riuscire a dare una cronologia a tutti questi segni (sul terreno si riconoscono
perché in molti luoghi in corrispondenza di questi assi nel tempo si sono costruiti canali o stradine). I
romani hanno riorganizzato le popolazioni preesistenti o le hanno in qualche modo “schiacciate”? qui a
Verona non c’è immissione di coloni perché rientra sicuramente tra i centri che sono stati beneficiati
nell’89, non c’è un cambiamento di equilibri ma solo una promozione. Il capitolium è il tempio che si trova
nel foro, riprendeva la divisione della cella a tre (per questo il nome) come il campidoglio di Roma, Giove
Giunone e Minerva, troviamo spesso questi capitolia con cella tripartita come nel caso romano. Questo
capitolium più il foro ha la particolarità di avere delle costruzioni con una parte sottostante alla piazza,
probabilmente sotto c’erano degli archivi della città. Con gli scavi in quest’area sono venuti alla luce due
frammenti, il primo è stato pubblicato più o meno subito (AE è il bollettino che fa lo spoglio per ciascun
anno delle pubblicazioni di carattere epigrafico, Annè epigraphique 2000 teoricamente vuol dire tutte le
pubblicazioni di carattere epigrafico uscite nel 2000, numero progressivo 620 è il numero dato a
quell’iscrizione ripresa da articolo monografia etc., quindi un frammento rinvenuto nel 1998 due anni dopo
pubblicato), perché è semplice, abbiamo uno schema a maglie quadrangolari con la distanza rispetto al
decumano, a destra del primo decumano e oltre il cardine terzo, quindi un’indicazione topografica secondo
uno schema di assi/ascisse ordinate, una maglia con indicazione quindi a destra del primo decumano e
terzo cardo. Questo indica su un territorio centuriato la posizione dell’appezzamento di cui si parla; il
proprietario è in genitivo e poi c’è l’estensione in iugeri. Nel primo caso 173 iugeri (43 ettari) e così via, con
personaggi che hanno nomi latini/romani, questo rientra abbastanza in quello che è il documento catastale
meglio conosciuto che è il catasto di Orange, che ha la stessa struttura per la localizzazione topografica; ci
sono i possessori e in questo caso anche indicazioni di tipo geografico (vediamo chiaramente un fiume con
un’isola all’interno), quindi una mappa catastale che nel caso di Orange non era semplicemente depositata
ma graficamente appesa da qualche parte; questo perché tutti lo potessero vedere e le contese confinarie
venivano stroncate subito. Il catasto di Orange (ce ne sono almeno 3, i frammenti riflettono successive
sistemazioni territoriali) era uno di quei documenti che venivano fatti di solito quando si fondava una città e
tra le altre cose si divideva e assegnava il territorio, poi questa documentazione si teneva in archivio ma
anche si esponeva con invio di copia a Roma, e costituivano un documento a cui rifarsi nel caso di
controversie. Il catasto di Verona rientra in questo quadro, il primo frammento ha indicazione topografica,
nome del possessore ed estensione, e abbiamo estensioni di un certo rispetto; si è discusso su dove fosse la
centuriazione e si è pensato a questa centuriazione molto lontano da Verona dove si sono trovate tracce di
centuriazione, ma non c’è nessun motivo per fare questo, non basta trovare qualche traccia per individuare
la collocazione esatta (come Schlimann con Troia, ce ne sono almeno 8-9 di Troie), non è detto anche
perché lì si parla del decumano primo, la centuriazione dov’è stata collocata è troppo lontana. Vuol dire
subito fuori vicino al centro della città, e avrebbe la sua ragion d’essere: chiaramente la città ha centro
urbano eventualmente chiuso da mura e il territorio fuori, che chiaramente aveva luoghi più e meno
appetibili, e in ogni caso le aree vicino alla città lo erano di più, infatti questi avevano il primo decumano,
zona per ricchi facilmente raggiungibile (avevano magari anche una villa rustica), l’altra valle è troppo
lontana. Questo è un documento che rientra in una tipologia che conosciamo, invece più problematico è
l’altro documento che è stato trovato insieme ma non è stato pubblicato subito perché ha la struttura
dell’altro/quadrettatura ma nelle scritte (frammento di bronzo come l’altro, invece Orange in marmo;
recuperati nell’area del foro, quindi archivio o esposti, stesso materiale e caratteristiche di ritrovamento),
manca riferimento alla centuriazione romana (non c’è riferimento a cardini/decumani), c’è una linea che è
probabilmente una strada o un fiume e poi ci sono nomi al genitivo di possesso (come nel caso
precedente), sono indizi di proprietà però rispetto all’altro documento non abbiamo nomi romani ma una
serie di individui tutti al genitivo (e a fianco estensione, indicazione della misura territoriale) con nomi non
romani, siamo in ambito celtico (Segomarus etc.), quelli che si chiamano con due nomi probabilmente il
secondo è il nome del padre (Cacirus Metelli filius, Metellus è nome romano ma sappiamo che anche in
area celtica/gallica come abbiamo visto per Banasa avevano nomi romani perché si diffonde l’uso
dell’onomastica romana e poi sia il latino che il celtico sono lingue indoeuropee che hanno una radice
comune, quindi ci sono molti elementi del lessico che coincidono). Chi sono questi che a Verona in un
documento pubblico di età romana esposto su una quadrettatura di tipo romano con misure romane
(hanno pochissima terra, a parte un caso estensioni ridotte e in altri casi persino al limite della
sopravvivenza – 3 iugeri: in realtà Romolo ha assegnato ai cittadini di Roma l’heredium, 2 iugeri di terra; su
questi due iugeri i moderni si sono scatenati dicendo che non era possibile che fossero sufficienti al
fabbisogno di una famiglia, invece sono stati fatti degli studi mettendo a confronto un tipo di società pre-
industriale e agricola dove ci sono terre di tipo comune e si integra questo tipo di raccolto anche con la
caccia etc., sono state studiate popolazioni africane che hanno anche un tipo di fabbisogno che varia a
seconda delle stagioni, della siccità o meno, è stato fatto un calcolo delle calorie e dell’importo e tipo di
coltivazione che si può fare su due iugeri e cosa produce questa estensione di terreno, sapendo che i
romani ne usavano in parte a orto e in parte a frutteto; alla fine di tutti questi studi comparativi si è visto
che il fabbisogno minimo di 1500-2000 calorie è in realtà assai elevato e si può vivere in buona salute con
molto meno, ci sono popolazioni africane che anche in base alla periodicità e stagionalità riescono a vivere
con fabbisogni estremamente più bassi e possono essere sopperiti dai due iugeri, che non sono tanto
quindi un prodotto di fantasia ma qualcosa che è esistito in un certo modo con un certo fabbisogno o
aspettativa di fabbisogno, garantiscono una vita anche per un nucleo familiare; quindi questi 3 iugeri
consentivano a questo Segomaro e famiglia di vivere). Chi sono questi? Una soluzione potrebbe essere che
sono persone che stavano là che restano là ma che d’altra parte -difficoltà di spiegare perfettamente questa
realtà- nell’89 agli oppida viene attribuito lo status di colonia latina. Ci sono vari piani di problemi, uno di
tipo cronologico, ovvero di che epoca è questa iscrizione; il secondo è prima o dopo l’89, perché se siamo
dopo l’89 questi sono coloni latini, non sono state fatte analisi di questo genere che possano darci una
cronologia sicura del reperto. Si è trasformata una città preesistente in colonia latina (com’è successo
anche a Palmira), hanno dato diritti supplementari ai cittadini o alle elites, ma non hanno redistribuito i
terreni, quindi questo Segomaro potrebbe essere rimasto povero come prima ma colono latino; c’è un
unico problema, quando possiamo definire persone “di diritto latino” il colono latino ha un nome romano,
l’unica differenza che contraddistingue in epoche successive un latino da un romano è il fatto che i latini
non sono iscritti alla tribù per il voto. Sono possibili diverse letture, una è questa cioè Segumarus è colono
latino, uno di questi appartenenti alla categoria che vengono registrati, resta quello che era anche dal
punto di vista onomastico, è possibile anche perché è difficile immaginare che tutti cambiassero
improvvisamente nome, oppure man mano è il principio del processo, il nome lo cambiano con la
magistratura, e questo potrebbe spiegare quelli dell’altro frammento, che potrebbero essere quelli che
hanno rivestito la magistratura (e hanno anche un’estensione consistente che giustificherebbe il loro
appartenere all’elite, il sostenere la magistratura e il nome latino; anche perché di alcuni di loro
conosciamo altro, per Magius conosciamo il fratello che è un protettore di Verona). Metello con 35 iugeri
potrebbe aver sostenuto qualche magistratura e per questo avere un nome “romano” o simile a un nome
romano? È difficile da stabilire il censo perché era legato anche al tipo di terreno, un conto è averlo
montuoso o boschivo, un conto se è terreno fertile, non sempre gli stessi iugeri hanno la stessa ricaduta dal
punto di vista del censo. Si potrebbe pensare che sono tutti quanti nuovi coloni quindi post 89 ma
semplicemente non hanno cambiato il nome. Interpretazione che però cozza con un particolare, che questi
chiaramente non sono registrati in un quadro di centuriazione romano, perché gli altri sì e questi no, e
perché c’era bisogno di fare una copia di entrambi i registri? C’è un elemento topografico che
probabilmente serviva per capire dove stavano. L’altra possibilità è immaginare che ci sia stato questo
passaggio allo status di latino, con l’elite che piano piano arriva alla cittadinanza e sarebbe raffigurata
nell’altro frammento dove ci sono i terreni a ridosso della città (sono abitanti della città con terreni a
ridosso della città ed entrano in un circuito romano, potrebbero anche essere in realtà persone con nome
latino così). Questi altri invece sembrerebbero di più una registrazione di una realtà esistente che però è
fuori dal territorio, qualcuno ha pensato che potessero essere anche attributi o che comunque siano
indigeni che vengono lasciati lì, vengono però registrati (aspetto interessante) e sono però estromessi dalla
realtà urbana. A questi aspetti si collega anche un altro problema, la testimonianza relativa a Strabone parla
di oppida; questo discorso del diritto latino agli oppida o alle persone è un discorso che nelle concessioni di
età imperiale diventa ancora più importante, nel senso che i giuristi romanisti quando pensano ad esempio
a Vespasiano che concede a tutta la Spagna il diritto latino, si dividono in due interpretazioni
completamente diverse, da una parte che sia una concessione relativa alle persone, dall’altra relativa agli
abitati, cioè tu acquisti il diritto latino perché fai parte di quell’abitato che rientra in quell’ambito
territoriale, quindi il diritto latino secondo alcuni non è un diritto personale (secondo altri sì) ma della
comunità. Se applichiamo questa problematica anche qua, qui il diritto latino concesso da Strabone alle
comunità, quindi a quelli che stanno a Verona o nelle immediate vicinanze, quindi i cittadini di Verona, ma
tutti quelli che stanno fuori sono esclusi. Questo discorso del “fuori” troverebbe una prova diretta nel fatto
che qui non c’è centuriazione, è una registrazione di una realtà chiaramente indigena che i romani sentono
il bisogno di registrare perché evidentemente -qui c’è una finalità di tipo fiscale- e che secondo questa
chiave di lettura potrebbe rappresentare quelli che sono esclusi da questa concessione legata soltanto a
quelli che abitavano nei centri, quindi tutta la gente che sta fuori viene esclusa. A favore di questo c’è un
ulteriore elemento, cioè che in area lombarda e quindi nell’XI regio e non nella X abbiamo centri di
Mediolanum, Como(?); ma conosciamo accanto a questi grandi centri anche tutta una serie di realtà di altri
insediamenti di tipo rurale che hanno a volte nomi molto legati all’etnia, non romani ma che chiaramente
derivano dalle popolazioni che erano stanziate lì, e che continuano a occupare quelle aree anche dopo
l’occupazione romana, e ci sono persone con onomastica di questo genere che restano là così come sono.
Quindi questo documento può essere interpretato in vari modi, quello che però è l’aspetto che in entrambe
le interpretazioni è degno di nota è questa attenzione romana a registrare in un documento ufficiale una
realtà indigena/locale anche minuscola (3 iugeri), quindi questa capillarità e anche qui un non intervento di
Roma, non arriva e distrugge ma conserva e anche registra; che poi questi siano indigeni stranieri alla
comunità romana oppure siano indigeni che non si sono ancora completamente assimilati (quindi anche
loro diritto latino ma restano così) è un altro problema cui non c’è risposta, ma è interessante l’attenzione
romana a registrare gente che stava chissà dove, siamo fuori dalla centuriazione e dalla città. Vediamo
un’iscrizione di Brescia che viene da S. Eufemia, quindi siamo fuori dalla città, abbiamo un signore che si
chiama Plinio figlio di Caliassis, a Mercurio ha dedicato un tempietto e una statua sul suo terreno come ex
voto, sulla sua proprietà; dal nome non è cittadino (abbiamo conservato a Milano questo architrave che è
davvero grande, 2 metri e mezzo), c’è chiaramente l’indicazione di una proprietà che evidentemente aveva
un riconoscimento in una realtà ormai romana (primi decenni del ?), quindi esistenza di una proprietà
peregrina di non cittadini che continua per molto tempo, non c’è nemmeno il problema di chiederci se è
prima o dopo l’89 perché nell’ambito di Brescia c’è una chiara differenza tra quelli che hanno la cittadinanza
con i tria nomina o il diritto latino e quelli che invece hanno uno status di peregrino; la soluzione è dire che
si tratta di un attributo di Brescia sceso dalle valli (Brescia ha degli attributi) ed è andato ad abitare in
questo sobborgo, ma fino a un certo punto, è più probabile che abbiamo proprio una persona esclusa dalla
cittadinanza ma che han una sua proprietà privata precisa ed estremamente romanizzata nelle formule e
nella scrittura etc., non l’ha fatto lui chiaramente ma ha pensato un’iscrizione di tipo romano. Sulla
presenza degli indigeni abbiamo anche delle iscrizioni con onomastici che sono state interpretate in questa
direzione, cioè iscrizione aquileiese in cui abbiamo l’elite quattruorviro iure dicundo, quattruorviro
quinquennale, vediamo che ha un figlio che fa l’augure e la madre, Druso cognomen ereditario e non
personale (l’iscrizione è post 89, ci sono i quattruorviri, quando Aquileia diventa municipium romano con
cittadini romani, e a quel tempo pochissimi cittadini avevano il cognomen, qui sembrerebbe il cognomen
ereditario della famiglia che si passano di padre in figlio) e che potrebbe essere di origine indigena; questo
assieme ad altri elementi ha fatto pensare che fossero i discendenti degli indigeni che nel momento della
fondazione della colonia sono stati assorbiti sempre all’interno delle elites però. Passo di Asconio di cui
parlavamo. Si può parare di auto-romanizzazione per queste iscrizioni, usano il formulario romano etc.

06.12.2018 lezione XIII

Oltre alle letture finiamo l’approfondimento sul tema che stiamo trattando con il case
study/esempio/studio del caso di Pozzuoli, grande porto con comunità straniere stabili/fisse con loro spazi
e culti che hanno rapporti stretti con la realtà romana della città, vedremo una serie di documenti in varie
lingue (continuano anche a scrivere per lo meno fino a una certa epoca nelle loro lingue per poi aprirsi
anche alla città) di diversi momenti, soprattutto diverse iscrizioni e anche resti archeologici che danno la
dimensione della multiculturaltà che si poteva avere in una città romana, più facile in una realtà portuale
come Pozzuoli.

Tipologia sepolcrale conosciuta dei giardini funerari (kepotaphio) che potevano decorare e allestire le
tombe ed erano pensati sempre con l’idea del soggiorno dei visitatori ma anche dei viandanti, non solo i
familiari che facevano le cerimonie funebri alle ricorrenze/feste canoniche ma anche i viandani che
potevano sostare anche davanti al monumento, leggere il nome e preservarne la memoria. C’è l’iscrizione
di Perugia che probabilmente proviene da Roma che presenta proprio una lastra con iscrizione sepolcrale
scritta tutt’intorno (ma non è quella l’iscrizione principale) con la piantina dell’area sepolcrale che ha anche
il giardino, ci sono stanze, c’è la stanza del custode, interessante perché ci mostra come certi spazi
sepolcrali potessero essere veramente articolati e giustificare il costo di 20.000 sesterzi. Il progetto
funerario di Trimalcione trova riscontro in tutta una serie di allestimenti reali, es. lui dice che vuole la
cagnetta e abbiamo tombe con i cani da guardia anche dell’urna (ad Aquileia urne col cane appoggiato
sopra), noi diciamo simbolo di fedeltà ma Trimalcione dice che vuole il ritratto della sua cagnetta e poteva
essere così anche nella realtà. Piantina, sono due liberti imperiali dell’età di Claudio, si fanno mettere
probabilmente all’ingresso della tomba la piantina che è molto articolata, quello che vediamo più in piccolo
è il piano elevato, sono due piani, c’era l’abitazione del custode praticamente e tutta una serie di sale/spazi
e giardini interni che dovevano permettere banchetti, ricorrenze, c’erano cucine e dispense, quindi non la
tomba come la vediamo noi, come spazio separato, ma luogo pensato per i parenti perché possano
frequentarla, è un modo per preservare la memoria. Ci sono anche delle ricostruzioni in 3d. Le necropoli
non erano solo luoghi monumentali ma ci si viveva, erano luoghi separati dai vivi però in connessione,
lungo le strade ma non chiuse come i nostri cimiteri, ci si poteva andare tranquillamente, c’erano anche
una serie di avvertimenti per evitare che ci fossero usi impropri per evitare che i passanti si comportassero
male, a Pompei ci sono i “cave cacator”, ad Aquileia ci sono anche raffigurazioni dei viventi; c’era una
commistione tra spazi di vivi e morti. L’altro aspetto è che la tomba soprattutto con l’età imperiale quando
l’imperatore concentra su di sé l’interesse politico la tomba può essere per quelli esclusi dalla visibilità
pubblica un luogo dove invece potersi manifestare e quindi vantarsi anche della propria ricchezza dicendo
quanto si spende per la tomba (come nell’iscrizione a Trieste) e vantandosi anche del tipo. Il mos maiorum
esaltava la frugalità ma poi soprattutto per i ceti emergenti soprattutto quello libertino la visibilità pubblica
era un evento che veniva ricercato e perseguito con tenacia.

Letture e come si integrano con quanto abbiamo visto. Seneca 4 a.C.-65 d.C. lettera 42-43 ca.; Filippo V 238
a.C.-179 a.C.; Valentiniano Valente Graziano 364-375 d.C.; Brindisi vicino Ipogeo.

Seneca, Ad Helviam matrem 6, 2-3

[2] " Carere patria intolerabile est." Aspice agedum hanc frequentiam, cui vixurbis immensae tecta
sufficiunt; maxima pars istius turbae patria caret. Exmunicipiis et coloniis suis, ex toto denique orbe
terrarum confluxerunt. Alios adduxit ambitio, alios necessitas officii publici, alios imposita legatio,
aliosluxuria opportunum et opulentum vitiis locum [p. 430] quaerens, aliosliberalium studiorum cupiditas,
alios spectacula; quosdam traxit amicitia, quosdam industria laxam ostendendae virtuti nancta materiam;
quidamvenalem formam attulerunt, quidam venalem eloquentiam— [3] nullum non hominum genus
concucurrit in urbem et virtutibus et vitiismagna pretia ponentem. Iube istos omnes ad nomen citari et "
unde domo " quisque sit quaere. Videbis maiorem partem esse, quae relictis sedibus suisvenerit in
maximam quidem ac pulcherrimam urbem, non tamen suam.

(2) "È una cosa insopportabile vivere lontani dalla patria." Suvvia, guarda un po' tutta questa gran folla cui
appena bastano le case di questa città immensa: la maggior parte di questa gente è lontana dalla sua
patria. Sono confluiti qui dai loro municipi, dalle loro colonie, da ogni parte del mondo. Alcuni li ha spinti qui
l'ambizione, altri la necessità di un incarico pubblico, altri l'incombenza di un'ambasceria, altri la ricerca di
un luogo adatto alla loro lussuria e ricco di vizi, altri il desiderio degli studi liberali, altri quello di assistere
agli spettacoli, alcuni ancora sono stati attirati dall'amicizia, altri dalla ricerca di maggiori possibilità per
esprimere il proprio talento; qualcuno è venuto per mettere in vendita la propria bellezza, qualcun altro la
propria eloquenza. (3) Non c'è razza umana che non sia venuta in questa città che paga a caro prezzo le
virtù come i vizi. Chiamali per nome tutti costoro e chiedigli di che paese siano: vedrai che la maggior parte
è tutta gente che ha lasciato la terra natale ed è venuta in questa città grandissima e bellissima e,
comunque, non sua.

Attenzione di Seneca per chi è lontano dalle proprie radici e questa gente che viene a Roma ne altera la
personalità/identità, è un problema molto attuale, sovraffollamento che non è ben visto, nella chiusa lo
dice chiaramente che sono stranieri, vengono a ingrossare le fila della popolazione della città ma non hanno
legame con essa. È interessante vedere le motivazioni che lui dà degli spostamenti, ce ne sono di tutti i tipi,
di buone e di cattive: ambizione, se uno voleva fare un certo tipo di carriera doveva andare a Roma. Oggi
abbiamo visto il giovane senatore andato a Roma, Lucio Flavio Severo, la carriera di senatore si fa andando
a Roma e spostandosi. Ambitio viene usata con una connotazione negativa rispetto all’italiano. Necessità di
un incarico pubblico, magari a perorare la causa altrui; è il dover andare a Roma come incarico/munera che
hanno i magistrati, quelli che devono andare a Roma per delegazioni/perorare le cause e quindi vanno la, la
cosa non era così rapida (viaggio, aspettare udienze imperiali con la coda da fare, ci voleva un po’ di tempo,
problema di collocazione etc., era gente che non andava là per divertimento ma per incarichi vari, e anche
questi andavano a ingrossare le fila degli stranieri), questi non si caratterizzano con una categoria giuridica
(es. incolae) ma sono persone che vanno là per necessità del loro ruolo pubblico come legati e tutto fra
l’altro a loro spese, così come l’ambasceria. Poi abbiamo altri motivi negativi, lussuria e vizi, città meno
“morale” della campagna secondo un topos classico, la città come luogo del vizio mentre la campagna no;
questo può essere sicuramente legato alla storia di Seneca e al suo modo di vedere, legame con la
dimensione personale conflittuale anche con Nerone. Seneca è anche precettore di Nerone, vero che
quando era lì “rigava dritto”, ma anche nel quinquennium felix l’ambiente della corte è un luogo di
corruzione e intrighi già da Augusto in poi, questo nuovo luogo della politica vede conflitti di interessi e di
personalità, difficile gestione soprattutto quando chi dovrebbe gestire tutto non è all’altezza del suo ruolo.
Poi c’è una categoria altra ed è uscito un articolo recente su questo aspetto sugli spostamenti dovuti allo
studio, per noi è una realtà acquisita ma è stata fatta una ricerca sullo spostamento per formazione o a
Roma oppure in Grecia (quello che facevano i romani; del nord Italia è andato più di qualcuno a fare
carriera artistica a Roma, es. Catullo da Sirmione, anche Virgilio, vanno a finire anche in cerchie di giovani
dissoluti soprattutto Catullo). Amicizia non tanto in senso lato, era una categoria ben precisa per i romani,
l’amicus è una persona con cui tu hai legami molto stretti e un rapporto di dare-avere ben preciso, quindi è
anche uno strumento politico o ci sono legami politici, l’amicus che vai a sostenere a Roma non è un amico
d’infanzia ma una persona con cui hai un legame paritario (non è il rapporto patrono-cliente) in cui c’è uno
scambio e una relazione di tipo politico ma anche finanziario, l’amicus è anche chi economicamente ti aiuta
(es. Ottaviano e Cornelio Gallo che sarà il primo prefetto d’Egitto, infatti quando poi si monta la testa
Ottaviano gli toglie l’amicizia, questo rapporto si spezza e viene estromesso da questo circolo di persone
che hanno legami che vanno al di là del sentimento affettivo-intellettuale come lo intendiamo noi);
pensando anche al De amicitia c’erano degli obblighi ben precisi, ma c’erano degli atti anche non scritti per
cui due poi si definivano amici e questo rapporto nasceva per uno scopo preciso con una precisa
procedura? Non c’era una vera procedura ma era un rapporto privilegiato che aveva reciproci obblighi e
garantiva un reciproco aiuto in circostanze varie che poteva essere di tipo finanziario o politico; es. gli amici
di Cicerone sono quelli che lo aiutano nei momenti difficili, oppure abbiamo amici che figurano tra le
persone che potevano essere sepolte nel sepolcro familiare, perché sono una categoria a parte che
possono essere sepolti come parenti nel sepolcro gentilizio. Dopo l’amicizia anche maggiori possibilità di
esprimere il proprio talento, come appunto Catullo. Parla anche del problema più vasto della quantità e
qualità della socialità nel momento in cui persone diverse si riversano in un luogo dove necessariamente
entrano in contatto con problematiche che non conoscono ma creano anche problematiche, il problema del
sovraffollamento è molto sentito e molto attuale, fino a un certo punto è un arricchimento sia per chi va
che per chi riceve ma poi diventa un problema. Questa è la storia di Roma, fin dalle origini nasce con questa
apertura/arricchimento però poi ci sono anche espulsioni successive (prima i latini) per certe categorie
dietro alle quali però si nasconde tutto un mondo, es. cacciati gli indovini che non necessariamente ma
spesso sono stranieri (fattucchiere, pozioni magiche, previsione del futuro), folla di persone che come fonte
di sostentamento hanno l’abbindolare gli altri. Nella storia soprattutto della Roma imperiale abbiamo
diversi momenti di espulsione di certe categorie non tanto perché stranieri ma perché creano problemi.

CIL problema sul testo. L’asterisco in tutti i volumi del CIL a parte il VI (di Roma) indica i testi falsi. Ci ha dato
il riferimento sbagliato, voleva farci leggere un testo che parlava di una persona che era stata catturata,
diventata schiava, dopo aver passato un periodo come schiavo era stato liberato ed è diventato cittadino
romano, faceva tutta questa scala sociale da libero a schiavo, poi liberato e quindi cittadino romano. Scala
che ci riporta alla lettera di Filippo anche se qui abbiamo un racconto in prima persona da uno che viene
dall’oriente, forse iscrizione di Ravenna. Ci metterà il testo corretto su moodle.

Lettera di Filippo ai Larissei; cercando in letteratura si trova scritto che Filippo fa un errore. In realtà non è
un errore, la prima lettera di data settembre 219 e seconda luglio-agosto 214, siamo in un’epoca in cui in
realtà quell’esclusione dei liberti che conosciamo dall’età cesariana in avanti ancora non esiste.
Chiaramente un liberto nemmeno all’età di Filippo poteva diventare console, ma la magistratura locale
poteva essere rivestita dai liberti. Infatti abbiamo città e anche colonie romane soprattutto di area
provinciale che vedono dei liberti tra i magistrati a capo della colonia, quindi non è un errore; in realtà è
errore se parliamo di magistrature all’età imperiale per magistrature di Roma, ma per la sua epoca non c’è
ancora questa eslcusione che inizia in età cesariana ma viene sancita con Augusto, in realtà in età tiberiana
che è una formalizzazione di un’idea di una politica che Augusto stava perseguendo, con l’età di Tiberio la
macchia della condizione libertina è qualcosa che ti estromette dalla carriera politica. Ciò non vuol dire che i
figli dei liberti possano arrivare anche al consolato. Dal punto di vista di un greco è interessante la
riflessione di Filippo, la cittadinanza ateniese era molto più chiusa, bisognava essere figli di due cittadini,
paradossalmente la città più “democratica” dell’antichità era in realtà più chiusa per l’allargamento del suo
corpo civico e la partecipazione politica. Queste iscrizioni sono originali dell’epoca; il sistema macedone era
diverso da quello greco e Filippo era estremamente attento al fenomeno romano, si scontra con esso (è
quello che cerca di allearsi con Annibale), osserva la situazione romana molto da vicino in relazione non
tanto a sé stesso o in seconda battuta ma in relazione a quello che succedeva nella penisola italica, questa
realtà di una città che si stava espandendo e che stava arrivando al sud Italia; chiaramente aveva
ambasciatori e informatori, conosceva bene e studiava il caso romano perché era un caso importante,
andava a confliggere con la realtà della magna Grecia come poi accadde effettivamente. È interessante il
fatto che nota la bontà del sistema che garantisce una soluzione a quelli che erano i problemi di una politica
selettiva come quella greca, cioè lo spopolamento e quindi la mancanza di braccianti e tutta una serie di
cose connesse non solo dal punto di vista economico. Ma è sbagliato dire che Filippo non ha capito, quello
che conosciamo dei liberti estromessi è una realtà successiva. Con Filippo V siamo all’origine di una società
romana che non è ancora propriamente la società schiavista del II sec., dove ci sono masse di schiavi e dove
il problema dei liberti diventerà importante; siamo alla fine della società tradizionale romana dove una
famiglia ha uno schiavo e poi liberto che magari è figlio dello schiao che avevano prima, quindi schiavo nato
in casa, siamo ancora prima del massiccio afflusso a Roma di masse servili che quasi un secolo dopo (130-
135) sono all’origine delle grandi rivolte servili; bisogna cercare di leggere la testimonianza collocandola
bene in un luogo preciso e non generico, la società schiavistica romana è un prodotto del II secolo e qui
siamo nel III, dopo tutte le campagne ben successive Filippo V che i romani fanno in Grecia e in oriente
(dopo la II guerra annibalica soprattutto, per il ruolo di Roma ma anche per l’afflusso di schiavi), è a quel
tempo che arrivano tutti gli schiavi che cambiano la fisionomia della società romana e la sua economia,
passaggio da piccola proprietà a latifondo; il problema dei liberti ha un impatto sociale mentre prima con la
famiglia tradizionale romana era uno solo e nato in casa. Va tenuto conto che nell’onomastica dei liberti il
cognomen (i liberti sono i primi a usare il cognomen) ce l’hanno sistematicamente dall’età sillana. La
manumissione era una tassa, una percentuale sul valore dello schiavo, il 5% sul prezzo dello schiavo.

Codice teodosiano. Cod. Theod. XIV 9, 1

Imppp. Valentinianus, Valens et Gratianus aaa. ad Olybrium praefectum Urbi.

Quicumque ad urbem discendi cupiditate veniunt, primitus ad magistrum census provincialium iudicum, a
quibus copia est danda veniendi, eiusmodi litteras perferant, ut oppida hominum et natales et merita
expressa teneantur; deinde ut in primo statim profiteantur introitu, quibus potissimum studiis operam
navare proponant; tertio ut hospitia eorum sollicite censualium norit officium, quo ei rei impertiant curam,
quam se adseruerint expetisse. Idem inmineant censuales, ut singuli eorum tales se in conventibus
praebeant, quales esse debent, qui turpem inhonestamque famam et consociationes, quas proximas
putamus esse criminibus, aestiment fugiendas neve spectacula frequentius adeant aut adpetant vulgo
intempestiva convivia. Quin etiam tribuimus potestatem, ut, si quis de his non ita in urbe se gesserit,
quemadmodum liberalium rerum dignitas poscat, publice verberibus adfectus statimque navigio
superpositus abiciatur urbe domumque redeat. His sane, qui sedulo operam professionibus navant, usque
ad vicesimum aetatis suae annum romae liceat commorari. Post id vero tempus qui neglexerit sponte
remeare, sollicitudine praefecturae etiam impurius ad patriam revertatur. Verum ne haec perfunctorie
fortasse curentur, praecelsa sinceritas tua officium censuale commoneat, ut per singulos menses, qui vel
unde veniant quive sint pro ratione temporis ad Africam vel ad ceteras provincias remittendi, brevibus
comprehendat, his dumtaxat exceptis, qui corporatorum sunt oneribus adiuncti. Similes autem breves etiam
ad scrinia mansuetudinis nostrae annis singulis dirigantur, quo meritis singulorum institutionibusque
compertis utrum quandoque nobis sint necessarii, iudicemus.

Dat. IIII id. mart. Treviris Valentiniano et Valente III aa. conss. (370 mart. 12).

Testo che regola i soggiorni per motivi di studio, impone la presentazione di una documentazione all’arrivo,
regola il comportamento che lo studente deve mantenere mentre è a Roma e mette dei limiti sul tempo per
il quale lo studente può rimanere in città dopo deve tornare nel suo paese di origine. Parla di un tipo di
documenti preciso, quelli del censimento, ancora una volta servono come documento di identificazione
anche perché al momento del censimento si dichiaravano tutti i dati (nome per esteso, genitori, nel caso di
pater familias il patrimonio e dove stava), forniva una serie di elementi che permettevano di collocare
anche in riferimento a un certo luogo questa persona; si tratta di quelle copie ufficiali di cui si parlava,
estratte da quel documento con testimoni, come gli estratti che abbiamo visto per la tabula di Banasa (chi
ha fatto l’estrazione, un liberto imperiale, e il nome dei signatores/testimoni che attestano che si tratta di
una copia del documento catastale censitario). Anche qui siamo di nuovo in una forma di controllo degli
ingressi in qualche modo e anche di una tipologia moderna che è quella dello spostamento per
studio/formazione, Seneca fa una fenomenologia molto ampia che accoglie varie tipologie di arrivi. Poi nel
codice è disciplinato quel particolare gruppo ma vediamo che anche quello ha bisogno di una
documentazione, c’era sicuramente chi arrivava senza questi documenti nella realtà ma la situazione è
normata. L’impatto è sempre grande dell’immigrazione anche allora, la città di Roma era più piccola, anche
se gli immigrati erano in numero inferiore rispetto alla nostra realtà odierna l’impatto rimane notevole.
Avremmo da riflettere sulla storia di Roma e su cos’è successo con queste masse che premevano sui
confini, popoli “altri” che volevano entrare; prima li cacciano con l’esercito, costruiscono il muro o altre
fortificazioni, ma poi alla fine passano tutti inevitabilmente, pochi che stanno bene e tanti che stanno male.
In più di qualche libro si dice che l’impero romano soffrisse di una crisi demografica ed è vero, quando
iniziano a far arrivare questi barbari li prendono e li mettono su terre spopolate, li trasformano in
agricoltori. La crisi era dovuta a malattie e carestie, alle guerre etc., ci sono epidemie ricorrenti e a partire
dal III secolo c’è una crisi demografica serpeggiante nonostante l’assenza di metodi anticoncezionali. Le
società opulente figliano di meno tendenzialmente, le società antiche non erano in grado di programmare
le nascite come noi ora ma ci sono tutta una serie di fattori che hanno avuto un impatto sulle nascite, come
l’altissimo tasso di mortalità infantile che nelle società moderne non c’è. Le società barbare germaniche
hanno un tasso di mortalità infantile minore, questo succede anche con i moderni, appena arrivano nella
società occidentale quelli che arrivano da paesi in cui si sfornano figli in continuazione automaticamente
anche loro riducono le nascite. C’è un calo demografico cui sono state trovate spiegazioni varie, anche la
teoria del piombo che ha fatto storia negli anni 80, ma è vero il fatto culturale/antropologico che comincia
nelle classi elevate che storicamente avrebbero avuto più possiblità di portare alla maturità de figli a esserci
un’idea di controllo delle nascite, gli altri morivano da piccoli per carenza di cibo e malattie; i Germani
probabilmente erano di costituzione più sana e rispetto ala società romana (che è più avanzata) il discorso
della prole è momento di manifestazione della propria potenza e ricchezza, quindi viene incentivato questo
uso. Ma è un dato di fatto che vi sia una demografia sofferente nel mondo antico romano a cui si sopperisce
anche a un certo punto con l’immissione di altre persone, altrimenti tutto il sistema va a catafascio, come
accade a noi ora, bisogna cercare soluzioni perché la nostra cultura e istituzioni non vadano perse, bisogna
integrare e far in modo che si sentano parte del nostro mondo, per far sì che la nostra cultura vada avanti
tramite genti altre che però abbiamo assorbito/assimilato, o la nostra tradizione di antico, di studi letterari
culturali e artistici va persa, che si sentano loro gli eredi. L’opulenza comporta anche scarsa attitudine alla
fatica che è anche scarsa attitudine all’acculturamento, è un problema interno alla nostra società. A un
certo punto è come se i romani avessero perso lo slancio non solo per l’integrazione ma anche dal punto di
vista intellettuale/artistico, come tante altre popolazioni, come i greci e anche gli italiani, noi dal
rinascimento in pratica siamo finiti (rappresentavamo a livello culturale e anche in parte economico, anche
se non politico, un modello, dopo no), lo stesso per gli arabi, ci sono delle “fasi”.

Elio Aristide si presta molto a essere letto in relazione a un documento che abbiamo discusso a lungo,
siamo in età adrianea(?), in cui si discute in gente che è “migliore per vita e rango”, l’iscrizione del decreto
di Fabio Severo, siamo nella stessa epoca (Adriano-Antonino Pio), qui c’è il concetto della cittadinanza
romana che diventa una consanguineitas superiore che va al di là del sangue e che accomuna popolazioni di
estrazione estremamente diversa che però hanno in comune l’appartenenza alla civitas, d’altro lato che
tutta questa superiore parentela in realtà riguarda (come specifica bene nel decreto di Carni e dei Catari di
Fabio Severo) soltanto le elites, non è la dispersione e concessione della cittadinanza urbi et orbi ma è
sempre comunque selezionata, come anche la tavola di Banasa (c’erano gli imperatori che dicevano che
anche se non sono di solito disponibili a dare la cittadinanza però quella persona aveva meriti tali -faceva
parte dei principi- etc.); Elio Aristide esalta Roma e la sua diffusione della cittadinanza come legame
superiore ma sempre riservato in realtà alle classi superiori. L’altro passo è quello relativo all’estensione dei
confini di Roma come se fosse un’unica grande patria comune a tutti i popoli, si parla di una
“romanizzazione”, anche i popoli inglobati successivamente ritengono Roma la propria patria. Nell’epoca di
Elio Aristide si afferma anche una condzione nuova che per esempio all’età di Cicerone era impraticabile
ovvero la doppia cittadinanza, romana e locale. A volte la cittadinanza locale non è la base da cui si parte
per avere la cittadinanza romana ma è il contrario. Ci sono ricche città ellenistiche orientali che per
ammettere all’interno della propria cittadinanza dei neo cittadini pretendono che questi abbiano la
cittadinanza romana, quindi la condizione di doppia cittadinanza che all’epoca di Cicerone era impraticabile
(uno o è cittadino romano oppure di Ankara) invece in età imperiale è una consuetudine. C’è stata
un’evoluzione del concetto di cittadinanza, inizialmente la cittadinanza romana era vista come “Roma come
polis” (cittadini che votavano fisicamente riuniti nel campo marzio), in età imperiale invece il concetto di
polis romana era scomparso e la cittadinanza romana era considerata in senso più “moderno” come far
parte di una comunità più larga che non è una città, questo non lo era da molto tempo, anche all’età di
Cicerone non era già più così, come dice Elio Aristide era una parentela più larga non legata al sangue. In
età imperiale uno può far parte di questa parentela larga che accomuna il cittadino dell’Asia minore a
quello della Gallia (sono entrambi cittadini romani) però in età imperiale diventa usuale poter essere
cittadini romani e cittadini di una determinata località-città, con alle volte questa prerogativa che indica un
ribaltamento, che cioè per essere cittadini di questa città si deve prima avere la cittadinanza romana. Cassio
Dione per ottenere la cittadinanza di una ricca città orientale deve avere prima la cittadinanza romana; che
interesse c’era farsi cittadini di un’altra città? Si poteva avere trattamenti fiscali particolari, potevano
esserci interessi economici nel senso che si potevano comprare lì delle proprietà, c’erano varie motivazioni
però poteva essere dal punto di vista fiscale molto vantaggioso avere la propria residenza in una località del
genere, solo che ti ammettevano solo se avevi già la cittadinanza romana, che diventa un elemento che
garantisce la possibiltà di accedere a delle cittadinanze più appetibili dal punto di vista fiscale. In Elio
Aristide rimane comunque un po’ polemica nella parte sulla “sicurezza”, o cittadino romano o suddito: più
che polemica lui fa una gradualità, se sei cittadino romano comunque hai un trattamento diverso (come
Paolo di Tarso che evita di essere bastonato), oppure sei un provinicale che fa parte del mondo romano, se
ti trovi in luoghi altri fuori dai confini romani il fatto di far parte anche se non a pieno titolo (senza
cittadinanza) del mondo romano ti mette su un gradino superiore rispetto al barbaro qualunque, essere
suddito dei romani è sempre meglio che essere barbaro. Elio Aristide fa questo elogio spudorato e
magniloquente ma in relatà tocca degli elementi precisi e anche fa riferimento a pratiche che abbiamo visto
nella documentazione (i “migliori”: la cittadinanza non si dava, è vero che ci sono concessioni a intere
province come la Spagna ma di solito c’era un’istituzione che premiava chi aveva le carte in regola per
ottenerla).

Domani lezione dalle 14 alle 15. Pozzuoli è una colonia greca di VI sec. che diventa colonia romana
maritima, fondazioni in chiave soprattutto difensiva di II sec. che Roma fonda in vicinanza delle coste, ma la
fortuna di Pozzuoli si ha quando Delo perde la sua centralità (era centrale perché anticamente era sede
della testoreria della lega di Delo ma in epoca romana era importante per gli schiavi, diventa un porto
franco dopo la punizione di Rodi; fortuna che finisce in età sillana nel momento in cui Mitridate fa strage di
italici/romani in Anatolia e devasta la rete di commerci esistente, secondo le fonti uccise 80.000 mercanti
romani forse cifra esagerata, in ogni caso dopo quell’epoca Delo conosce una fase di decadenza) con uno
spostamento della centralità dei traffici verso la penisola italica e in particolare quella che accoglie il
testimone di Delo è Pozzuoli che viene detta addirittura una piccola Delo. Lucilio dice tutto questo, notizie
sulle slides; ci dice anche Cicerone la centralità di Delo nella sua epoca, Pozzuoli come centro di traffio
fondamentale con una realtà umana variegata. Iscrizione che apparentemente non centra nulla con il
nostro discorso, è perfettamente databile al 105 a.C. grazie alla copia consolare, tratta di un appalto per la
costruzione di un muro, viene anche detta lex parieti faciendo; come nei nostri appalti (capitolato
d’appalto) si specifica come deve essere fatto il lavoro (cose che servono, costi e cosa dev’essere fatto),
dev’essere costruito smaltato etc., vengono fatti tutti i distinguo per la realizzazione a regola d’arte secondo
la volontà del committente. Centra perché per localizzare questo muro si dice “nell’area davanti al tempio
di Serapide nella strada”. Se trovassimo questa citazione del tempio di Serapide in un’iscrizione di un secolo
dopo non sarebbe un problema, sarebbe un’attestazione di un culto orientale normale, dal I d.C. (comincia
anche prima in pochi casi; in epoca augustea ci sono tracce) abbiamo una massiccia diffusione di culti
orientali ed egizi in particolare si ha sostanzialmente nel I-II d.C.; qui siamo invece nel II a.C., allora in
questo caso la presenza di un tempio di Serapide non è scontata. È l’unico indizio che abbiamo ma è un
indizio abbastanza forte per dire che la presenza del tempio di Serapide a Pozzuoli è legata alla presenza di
una comunità alessandrina di cui non si parla da nessuna parte, però che ci sia in epoca così risalente un
culto di Serapide si giustifica solo se c’è qualcuno che l’ha portato e che è stanziale lì e che quindi ha voluto
la costruzione di un tempio. Dal punto di vista cronologico se questa ipotesi sensata tiene avremmo qui la
prima attestazione di una comunità straniera su suolo (?). Dal punto di vista cronologico la seconda è nella
slide, queste due iscrizioni che sono in caratteri semitici e che sono state trovate a Pozzuoli e si riferiscono
invece a una comunità di Nabatei; stavano al confine tra Siria/Giordania e il mar rosso, dove c’era la città
carovaniera di Petra, quindi una realtà geografica ed economica legata alle vie carovaniere, sono
commercianti nel vero senso della parola. Abbiamo queste due iscrizioni in lingua nabatea che sono state
trovate a Pozzuoli. CIS vuol dire corpus inscriptionum semiticarum. Queste due iscrizioni hanno una
cronologia un po’ discussa che oscilla tra il 54 e il 50 a.C. ma l’iscrizione si riferisce al 5 d.C., si parla di un
tempio che è stato costruito una cinquantina di anni prima e viene restaurato nel 5 d.C., si parla di uno
spazio cultuale che si chiama mahramta realizzato nel settimo/ottavo anno del regno di Malik I Nabateo e
viene restaurato durante il regno di un altro re. Un documento del genere a Pozzuoli, in relazione a com’è
scritto e a cosa documenta, suscita delle riflessioni; c’è un riferimento ai re nabatei e non ai consoli o ad
Augusto per la cronologia e nemmeno a magistrati/consoli romani anche se era una colonia romana (nel 50
circa c’è Cesare, non ancora Augusto); era probabilmente un terminale e quindi questi mercanti erano una
specie di agenti o un terminale di commerci. Qui però parlano di restaurare uno spazio pubblico costruito in
epoca cesariana, è come se ci fosse una comunità nabatea a Pozzuoli che aveva una sua realtà e stretti
legami con la madrepatria. Si parla di una relatà strutturata che ha degli edifici che restaura a spese sue,
hanno delle proprietà o sono in affitto, comunque hanno degli spazi che gestiscono su cui intervengono che
però costituiscono ancora un nucleo che si sente come “costola” della madrepatria, non integrato in
qualche modo, e infatti continuano a scrivere nella loro lingua e scrittura e anche usano
cronologie/datazioni/riferimenti che fanno parte sempre della loro cultura pur stando a Pozzuoli. Il passo
successivo di questo sono questi basamenti che sono riferibili a qualcosa del genere della ricostruzione
della slide successiva, sono dei betili cioè figure(?), è un tipo di cultualità che ha come oggetto di culto un
oggetto iconico, quindi non una statua/raffigurazione ma una pietra/betile. Ci sono quindi dei basamenti,
ma se leggiamo le scritte che sono abbastanza chiare vediamo in una “sacrum” e nell’altra “Dusari”, anche
qua c’è di nuovo “Dusari sacrum”; Dusares è una divinità nabatea e ovviamente abbiamo qui non un
altarino ma sono elementi che fanno parte di un tempio, ma un tempio rispetto alle iscrizioni in scrittura
semitica di prima qui c’è un passaggio ulteriore, c’è un’integrazione linguistica anche di formulario,
un’adozione di formulari, modalità scrittorie e compositive romane con questa scrittura lapidaria che
rientra nei canoni romani; magari hanno portato delle maestranze da Petra, ma ci sono altri casi di lapicidi
locali a cui viene chiesto di scrivere una certa cosa, qui viene chiaramente chiesto di scrivere in latino pur
mantenendo una cultualità legata alla propria origine, quindi non hanno interpretato Dusares come una
divinità latina (forse è Giove il più vicino), non è stata assimilata ma resta quella che è, e poi anche le forme
di cultualità sono tradizionali nel senso che ci sono betili con basamenti, tutto estraneo al mondo romano;
ma qui la comunità ha fatto un passo avanti nell’integrazione, ha adottato stilemi romani. C’è scritto nel
vicus Lartidianus, guardando la pianta di Pozzuoli e soprattutto i vici suburbani tenendo conto che Pozzuoli
come tutta la costa campana ha un problema, la linea di costa antica e attuale sono diverse, è arretrata, è
una costa alta e poi c’è un fenomeno che sconvolge e rende per noi più difficile la valutazione della realtà
antica, non è solo l’arretramento della costa ma il paradissismo(?); la Pozzuoli antica soprattutto i quartieri
di cui parliamo adesso è tutta sott’acqua, questa è la città di Pozzuoli con tutta una serie di realtà più o
meno indagate e poi c’erano i vici suburbani, non villaggio qui ma quartiere suburbano, hanno dei nomi
dove erano stanziate probabilmente queste popolazioni. Che fosse così ce lo dice per esempio la dedica che
vediamo, iscrizione ad Adriano (riporta tutte le titolature) fatta dagli inquilini vici Lartidiani, quindi i
corrispondenti degli incolae (sono la stessa cosa), quindi la dicitura indica che tutte queste persone hanno
la residenza da una parte e il domicilio da un’altra, e tra questi incolae c’erano anche i nabatei di questo
tempio a Dusares.

07.12.2018 lezione XIV

Comunità forse di alessandrini, l’antichità dell’attestazione del culto egizio è la prova forte della presenza di
persone che hanno portato tutto ciò, correnti di diffusione dei culti orientali che si affollano solo molto
dopo. poi abbiamo visto la presenza di una comunità di Nabatei che si integra progressivamente pur
restano ben connotata anche religiosamente e quindi col passaggio dalla lingua e scrittura semitica a quella
latina. Vicus Lartidianus, quartiene suburbano esterno alla città che conosciamo anche grazie alla dedica ad
Adriano in cui vediamo che ci sono inquilini che sono la stessa cosa di incolae; abbiamo un esempio anche
dei rapporti che questi stranieri domiciliati avevano con il potere centrale, rendevano omaggio
all’imperatore e vedremo tra un attimo che erano tenuti (lettera nella slide) a partecipare dal punto di vista
oneroso alle spese per le feste imperiali. Questa è una lunga iscrizione del 174 d.C. in greco trovata a
Pozzuoli (IG XIV sono le iscrizioni greche d’Italia) e i protagonisti sono i Tirii che sono incolae
(kathoikountes) a Pozzuoli, corrisponde all’espressione tipica latina per indicare l’incolato e la presenza di
una comunità altra riportata in alto nella slide. Questa lunga iscrizione è la trasposizione su pietra di una
lettera che è stata inviata a Tiro dai Tirii che stanno a Pozzuoli. Lettera scritta alla città di Tiro, metropoli
sacra inviolabile autonoma della Fenice e delle altre città, la prima sul mare, il funzionario il consiglio
l’assemblea del popolo della patria sovrana, i tiri residenti a Pozzuoli rendono un omaggio/saluto. Per gli dei
e la fortuna dell’imperatore nostro signore. Come voi sapete, a Pozzuoli statìon, trasposizione in greco della
parola latina statio (non una traduzione, è proprio il termine latino scritto in greco), c’è anche Pozzuoli tra le
altre stationes, c’è questa statio di Tirii a Pozzuoli quindi questa enclave ma non sono, ci sono edifici ma
non solo, è sicuramente quella più ampia. Un tempo i residenti a Pozzuoli pagavano per la sua
manutenzione, ma adesso noi non siamo che un piccolo numero, e di fronte alle spese che dobbiamo fare
per i sacrifici e per il culto delle divinità nazionali che hanno qui i loro templi le risorse necessarie ci
mancano, e ci mancano anche per pagare l’affitto della statio. Qui il testo indica 250, ci sono delle cifre, c’è
un numerale nell’iscrizione greca espresso con una stellina per cui non è chiaro a che cifra corrisponda, per
alcuni 250 o 100.000 denari, con valutazioni diverse, anche recentemente è uscito un lavoro su questo, ad
alcuni 250 che è la soluzione più plausibile sembrano pochi, 100.000 troppi, comunque rimane un dubbio
sulla cifra esatta. Quanto alle altre categorie di spesa che ci gravano per la riparazione della statio in rovina
oppure in occasione delle feste consacrate al nostro signore imperatore noi le abbiamo messe sul nostro
conto al fine di non venire a chiedere una cifra troppo pesante. Alcune cose quindi come i lavori di
manutenzione e le spese per le feste imperiali le hanno pagate ma non hanno i soldi per pagare l’affitto. Noi
vi ricordiamo che non riceviamo alcun contributo né dagli armatori né dai commercianti diversamente da
quello che succede per la statio madre di Roma. E noi dunque ci rivolgiamo a voi (stanno parlando al
consiglio di Tiro), la nostra sorte dipende da voi, occupatevi dell’affare. Lettera scritta a Pozzuoli il sesto
giorno prima delle calende d’agosto, consolato e datazione consolare. L’altra parte dell’iscrizione è la
risposta dei Tirii di fronte a questa richiesta di denaro, estratto del verbale della seduta del consiglio
tenutasi il 21 dell’anno 300 etc. con un’era locale, chiedevano il denaro a Tiro dicendo che da Roma non
avevano niente e che Roma invece ha dei sostegni per la comunità tiria di Roma. C’è quindi un’era locale e
la presidenza di un tale. È stata data lettura della lettera dei tiri che hanno la statio, lettera mandata da uno
di loro, Laches, e in questa lettera ci dicono “riassunto della storia del pagamento, metteranno a loro spese
lavori e sacrifici per il culto delle divinità, là hanno dei templi ma le risorse mancano per pagare la locazione
della statio, ritorna il problema della cifra, poi aggiungono che le spese della festa dove ha luogo il sacrificio
dei buoi sono state loro imposte, festa che impone a Pozzuoli; quanto alle altre spese da fare per la
riparazione della statio e per le feste consacrate per l’imperatore loro se ne incaricano, alla fine quindi
ripete la lettera in formato sintetico”; dice anche che ricordano che non ricevono alcun contributo né da
armatori né da mercanti come invece accade per la città di Roma. Dopo questa lettura ha parlato Filocle
figlio di Teodoro, i tiri che hanno la statio a Roma hanno sempre avuto come uso/tradizione sulle somme he
ricevono di fornire a quelli di Pozzuoli una certa cifra -stesso problema del numero- e così questi ultimi
domandino a loro che questa abitudine sia conservata, e se quelli di Roma non vogliono dare la somma loro
stessi sono pronti a incaricarsi le due stazioni alla medesima condizione. Quindi succede che quelli di Tiro
scaricano la questione a quelli di Roma, che quelli di Pozzuoli chiedano di ripristinare l’antica tradizione e
tirare fuori i soldi che servono a quelli di Pozzuoli per pagare l’affitto, se questo non avviene allora si
prendono loro in carico tutto. I mercanti/armatori di cui parlavano sono tirii, si tratta dei contributi che
questi danno per il mantenimento della base commerciale e anche di rappresentanza, è come
un’ambasciata senza però significato politico, solo commerciale. In passato quindi c’era una statio madre,
quella di Roma, che rifoniva le stationes dislocate in vari porti della penisola, probabilmente anche ad
Aquileia dove ci sono molti orientali (ma non abbiamo documentazione, il numero di orientali farebbe
presupporre l’esistenza anche qua di una statio di tirii, tra le due città non c’erano grosse differenze a livello
di importanza come città portuale e fluviale, ora la vediamo arretrata, anche se non era affacciata sul mare
aveva tutto un sistema di canalizzazioni fluviali che ne facevano in realtà una città portuale). Da questa
lettera ricaviamo due aspetti importanti, che anche qui abbiamo una comunità che ha i suoi culti e templi
che mantiene, e che la sede commerciale e di rappresentanza è una sede fisica che viene definita con il
nome latino di statio anche nel testo greco e che viene data in affitto, quindi non è un loro possesso ma
viene data in affitto o da privati o dalla città che è proprietaria di immobili che dà in locazione. Siamo nel
174 e il discorso che facevamo per la crisi che inizia a respirarsi in Italia la troviamo anche qua, una volta
erano la statio più grande a Pozzuoli e per i fabbisogni della statio a parte Roma erano tanti e numerosi e
c’erano mercanti e armatori, adesso invece sono molti meno, potremmo vedere un segno di questa crisi.
Andiamo avanti ancora con i tirii perché forse c’è un elemento non per localizzare ma per individuare un
posto della città che prendeva il nome proprio dalla presenza straniera forte che lo connotava e che quindi
lo identificava a Pozzuoli, abbiamo questa iscrizione (neo epigraphique del 2006, la numero 314) della metà
del II d.C. quindi coeva circa, in cui c’è un Lucio Domizio Pudens patronus del pagus Tirianus, patrono di
un’area cittadina che dal nome si capisce abitata da tiri (non quartiere propriamente; patronici scritto?),
abbiamo un patrono che per celebrare questo onore che ha avuto del patronato concede una taberna e un
luogo per far da mangiare e distribuire bevande e cibi nel pagus tirianus a sue spese, a solo quindi dalle
fondamenta/ex novo. La cosa interessante è che questo personaggio che ha un nome assolutamente latino
appartiene alla gens Domitia che con altri documenti noi sappiamo legata all’orizzonte orientale, potrebbe
essere un tiro diventato cittadino e diventato patrono dei suoi concittadini ancora stranieri che vivono lì che
fa come ringraziamento per l’onore del patronato la costruzione di ulteriori strutture. È difficile dire se
questa taberna e culina fossero proprio nalla statio di cui parlava il testo greco ma è probabile o era
qualcosa di annesso in un’area che aveva una forte componente tiria al punto da prenderne il nome, cioè
pagus tirianus. Infatti anche nella lettera dei tiri a Tiro si capiva che c’era una tradizione di presenza, una
volta erano ricchi ora lo sono meno, è probabile che le due cose vadano insieme. Oltre a questa iscrizione
abbiamo anche un graffito che viene da Ercolano che ci parla anche di un altro vicus/quartiere che prende il
nome dalla componenente etnica che lo abita che in questo caso è Tiana, è in Asia Minore; è un graffito in
una taberna che dice Hermeros alla donna pimigenia, vieni a Pozzuoli nel vico tianiano etc., è una sorta di
invito per un convegno amoroso, domina qui è probabile che alluda alla domina amante, quindi abbiamo
uno di Pozzuoli che ad Ercolano ha fatto questo incontro felice con una donna che non riusciva più a trovare
e lascia il messaggio di venire a Pozzuoli a cercarlo; Hermeros è vicario di Febo, non centra nulla con le
nostre figure religiose, dal nome proprio di quella persona (potrebbe essere vera l’obiezione per cui in un
graffito uno non scrive il suo nome intero) si capisce visto l’uso di vicarius che era uno schiavo, anche lei
forse, perché ha solo il nome da schiavo e non ha gentilizio/prenome, i vicari erano gli schiavi degli schiavi;
lo schiavo anche se non è una persona ricca che teoricamente non ha beni ha la possibilità di avere un
“gruzzolo” che il padrone benignamente gli lascia che può essere usato per costruire la tomba per sé e la
famiglia oppure anche per comprarsi un altro schiavo, la giurisprudenza antica si interroga in mille modi nei
codici (il peculium dello schiavo che è questo gruzzolo, se lo schiavo muore, di chi è? Non era scontato che
fosse del padrone; c’è chi lo ereditava), anche non potendo teoricamente firmare contratti lo schiavo
poteva avere uno schiavo che era il vicario, sono due schiavi quindi di questo Messio che era un
nummulario (nummus significa moneta, erano i cambiavalute/banchieri anche se non corrispondono
proprio), lavoravano al suo servizio. A parte questo squarcio di vita servile la cosa che ci interessa è che c’è
anche un vicus di Tiana. Ma se non hanno uno status giuridico gli schiavi non possono certificare di avere un
possesso, dal punto di vista della giurisprudenza non potrebbe fare niente del genere perché vale come un
attrezzo ma di fatto lo facevano, vuol dire che quando diventavano liberti il vicarius era loro schiavo, c’è
tutta una discussione di giurisprudenza su questa questione; se il vicarius combinava danni lo schiavo
veniva punito in quanto “padrone”, ci si rifaceva su di lui, lo si ripaga con giornate lavorative etc., ma
comunque la responsabilità dello schiavo è del padrone perché sua responsabilità; su queste questioni c’è
molta giurisprudenza perché c’erano vari casi per i giuristi (es. alla morte dello schiavo di chi è il vicarius,
passa alla moglie ma non è in teoria sula moglie, lo può manomettere solo il padrone e non il servo, in
ordine doveva essere manomesso prima quest’ultimo), da una parte c’è la legge e dall’altra la vita; es. figli
della schiava potevano essere del padrone o dello schiavo, abbiamo tante interrogazioni anche assurde dal
nostro punto di vista, sistema strutturato ma vari casi discussi a volte esilaranti. Es. se dal tubo che porta
l’acqua viene fuori un polpo che mangia tutti i pesci della vasca dove portava l’acqua il tubo, la colpa è di
quello che ha allacciato l’acqua o di altri? I casi sono veramente assurdi a volte. Altra comunità orientale dei
Berytenses, di Berito, abbiamo sempre un’iscrizione, è Beirut del Libano; anche qui abbiamo una stretta
connessione tra la comunità e la loro divinità sempre a Pozzuoli. Poi abbiamo un’altra tipologia di
documenti che arricchiscono le nostre conoscenze di Pozzuoli, archivio in realtà rinvenuto a Pompei ma i
documenti dell’archivio che sono relativi all’attività finanziaria di una famiglia di banchieri si riferiscono ad
attività dei banchieri a Pozzuoli. Hanno una cronologia ben precisa, tra 26 e 61, e ci sono tutta una serie di
nomi di persone che sono coinvolte in queste transazioni commerciali, sono nomi di controparti delle azioni
commerciali quindi non sono schiavi ma stranieri che commerciano. Abbiamo un liberto tirio di un
peregrino, poi un ingenuo peregrino da Alessandria, poi un altro ingenuo, una donna ingenua, un ateniese e
un abitante di Sidone ingenuo di cui si è perso il nome. Quindi ingenui o liberti che sono tra le controparti
commerciali degli abitanti/mercatores di Pozzuoli con orizzonti di origine assai diversi. Poi abbiamo una
bibliografia legata anche alla comunità cristiana di Pozzuoli che attesta una presenza ebraica di cui ci
fornisce notizia Flavio Giuseppe, che ci racconta la storia di un ebreo di Sidone che si spacciava per figlio di
Erode il grande, il cui figlio Alessandro che era stato ucciso dal padre assieme al fratello; invece viene fuori
diendo di essere scampato a questo eccidio e si spaccia per questo figlio di principe, viene a Pozzuoli va alla
comunità ebraica e riesce a estorcere soldi regali etc. in questo modo. Quindi abbiamo uno dei casi di false
generalità, farsi passare per altri, ma quello che è interessante è che lui a Pozzuoli trova una comunità
giudaica ricca e florida che lo accoglie anche a braccia aperte; come ricca e florida e probabilmente la più
antica d’Italia è la comunità cristiana sempre a Pozzuoli. Giudei ad Aquileia, probabilmente non era una
città tanto diversa da Pozzuoli. Questa iscrizione repubblicana è sempre stata considerata forse un po’
pochino come segno dell’esistenza di una comunità giudaica, abbiamo un Lucius liberto giudeo che fa il
portor, esattore del portorium, quindi tasse doganali (ad Aquileia c’era un portorium per le merci che
arrivavano via mare, in una certa epoca ce n’era uno per terra e uno per mare quindi esazione di tasse per
le merci in arrivo che venivano smistate sia via terra che via acqua), è un’attestazione piuttosto risalente
che si può collocare almeno a metà o prima metà del I a.C., quindi è stata vista come attestazione sicura
della presenza di giudei, forse è un po’ troppo ma sicuramente la persona in questione era appunto un
giudeo. L’espressione qui consistunt corrisponde all’incolato; su questo ci sono opinioni fluide, perché i
consistentes rispetto agli incolae non hanno quella connotazione giuridica precisa, mentre gli incolae
identifica una certa categoria di persone i consistentes sono quelli che stanno in un altro posto ma non
sono catalogati in una categoria specifica, anche a livello di censimento etc., soprattutto indica una sorta di
dato di fatto, si registra che quelli “stanno là/consistunt” ma non è detto che siano incolae, quindi ci ha
messo nella slide quali sono le sfumature tra le due espressioni. Slide riassuntiva, ci sono tirii liberti e liberi:
quali sono le diverse condizioni degli stranieri? Lo straniero può essere cittadino romano anche se
straniero, cittadino latino (in epoca imperiale questa condizione riguarda praticamente soltanto i provinciali
o quei liberti che sono stati manomessi in forme non perfette -invece di dare cittadinanza piena danno
cittadinanza latina-) o peregrini non dotati di civitas. Invece in base alla condizione sociale abbiamo schiavi,
commercianti, militari ma anche tutta una serie di categorie professionali. La loro presenza su suolo
cittadino italico può o rientrare nella categoria degli incolae e quindi avere una precisa connotazione
oppure essere registrata come esistente/qui consistunt senza che però questo abbia proabilmente delle
ricadute a livello di censimento/registrazione, cioè non vengono registrati i singoli, sono persone presenti
ma senza rientrare nell’incolato e senza gli obblighi degli incolae, i tirii dovevano pagare sacrifici etc., quelli
qui consistunt probabilmente erano più liberi da tutto questi tipo di obblighi. Poi ulteriori slides per il
discorso dell’onomastica da vedere da soli come ripasso. Slide importante sul contenuto della cittadinanza;
per status nel mondo romano si intende la condizione giuridica ma anche la posizione rispetto al diritto
civile e diritti politici e capacità patrimoniali, quindi tre tipi di status: status libertatis cioè status di persona
libera che era quello che avevano le persone che nascevano libere o diventavano libere grazie al padrone
(liberti); status civitatis ce l’hanno i cittadini romani e status familiae è il fatto di essere membro di una
familia dove si può essere pater familias oppure sui iuris (cioè essersi liberati dalla patria potestà), questi
sono i tre status possibili. La cittadinanza antica non è come la nostra che è un insieme di diritti soprattutto
e anche doveri ben definiti ma ci sono una serie di opzioni che caratterizzano il fatto di essere cittadino
romano: commercium, diritto di proprietà, conubium, diritto di fare testamento o essere istituito erede
(solo i cittadini romani hanno questo diritto), suffragium (possibilità di votare, diritto in questo caso di voto
attivo), ius honorum cioè la possibilità di accedere alle cariche pubbliche (con le limitazioni di cui parlavamo
anche ieri per i liberti), la protezione giuridica nel senso di potersi appellare all’imperatore (si parla di età
imperiale) nel caso di sentenze ritenute iniustae e poi il diritto all’esenzione dal tributum (parliamo di prima
della riforma di Diocleziano che invece restituisce il tributum a tutti con l’Italia che diventa provincia come
le altre; però nel lungo periodo nel 167 quando viene abolito il tributum fino all’epoca di Diocleziano i
cittadini romani non pagano il tributum capitis e soli, i provinciali sì fino alla riforma di Caracalla, ma in
realtà con la riforma di Diocleziano sono già tutti uguali). Nome degli schiavi, come quello del cane o del
mulo è unico con l’acquisizione poi dell’onomastica del patronus sia per prenome che gentilizio perché il
liberto diventa membro della famiglia del padrone, assimilato a una sorta di figlio, rispetto al quale però si
chiama Sexti libertus (importante slide con iscrizione, dialogo tra vivi e morti; c’è un tale hic situs est e poi ci
sono due risposte, et tibi et tu; et tibi è probabilmente la risposta a qualcosa del tipo sit tibi terra levis e il
morto risponde anche a te, et tu è risposta a tipo vale/sta bene e il morto risponde anche tu, si immagina
che il viandante si fermi legga l’iscrizione e poi saluti il defunto). Poi ancora slides sulle limitazioni dei diritti
politici dei liberti, due riferimenti alla legge dell’età di Tiberio lex Visellia del 24 che esclude i liberti
dall’accesso alle cariche pubbliche ma fino al 24 teoricamente potevano, quindi è sbagliato correggere la
lettera di Filippo, nel II-III secolo quando scrive c’era una maggiore apertura e possibilità per i liberti rispetto
a quello che in relatà da Augusto in avanti accadrà.