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ALBERTO GIANOLA

LA

FORTUNA

DI
I

PITAGORA
ROMANI
tempo
di

PRESSO

dalle orgini fino al

Augusto

.>^
CATANIA
FRANCESCO BATTUTO
1921

Editork

PROPRIET LETTERARIA

J^-^
<^^

Catania

Stab. Tip. S.

Di Mattai

&.

C.

1921.

GIORGIO

GUSTAVO DEL VECCHIO


FRATERNAMENTE

PREFA2IONB
La
filosofia di Pitagora^ che

generalmente conosciuta
la

appena in alcuni dei suoi punti fondamentali^ come


metempsicosi^ Varmonia delle sfere^ la scienza
meri^ l'astensione dai cibi carnei
realt
e

dei

nuin

dalle

fave^

era

un complesso

assai vasto

profondo di

dottrine^

un

ve?v e propzio sistema di speculazione e di

morale,

la cui conoscenza ci tuttavia possibile soltanto in pic-

cola parte^ s per la scarsit dei

documenti

scritti

ori-

ginali, dovuta alla nota tradizione della segretezza


i

che
s

pi dei suoi cultori osservarono scrupolosamente,


le

per

amplificazioni^
le

le

falsificazioni

e le

invenzioni
di pseudofilo-

che partorirono

fantasie di tardi seguaci^

eruditi e di mistificatori.
sofia
e

E per
si

indubbio che tale


fanatici^

fu non dilettantismo di mistici


e

ma

vera

ragionata speculazione^ a cui

accompagn^ parallela,
s

ima conseguente tre da un lato


delle verit

logica ragione di vita,

che^
col

men-

pot

attrarre^
e

seducendole

fascino
bellezza

da essa chiarite
le

con

V armonica
cui

dei suoi insegnamenti.^

anime

di molti

pungeva

r assillante aculeo

della

conoscenza.,

incontr

daW altro


ostacoli e derisioni

VI

aristocrazie
interessate

da parie di

o di volghi ignobili e sciocchi.


Divulgata.^ se
colo sesto a.
C.

non creata interamente ex novo, nel seper opera di Pitagora^ del quale come
^

di Omero, alcuni misero perfino

in

dubbio

Vesistenxa^
^

fu

coltivata^

prima
e

che altrove, sulle rive dell' Ionio nella


Sicilia.,

Magna
era.,

Grecia

in

di dove si

diffuse,
Ricca.,

sebbene

osteggiata.,

nella Grecia ed

in

Roma.

com'essa
tra-

di principii che oggi si direbbero idealistici e

sceridentali.,

ed accompagnandosi., come ho

detto.,

a una

sua particolare armonica concezione della vita individuale


e collettiva^

teorica^

insomma

pratica nello stesso


di
se

tempo., essa era ben atta


e scienza., politica e

ad informare

religione

morale.^ consuetudini e leggi.

Essa fu da molti connessa non pure con anteriori antichissime dottriie della Grecia^ deW Egitto^ delV India e perfin della Cina., dalle quali sarebbe in tutto o in
parte derivata
somiglianza,
tone, in
e

con

le

quali ebbe non

dubbi

punti

di

ma

altres

con la posteriore filosofia di Plaelementi estranei,


scrittura,

molte parti ricalcata sulle sue orme. Conservata

poi per lungo tempo

immune da
della

e tra-

mandata, senza

il

sussidio

nel

segreto
filo-

delle scuole, essa ebbe


sofi alessandrini,

nuovo rigoglio per opera dei


letto
le

quando, inalveatesi nel suo


aliment

altre
teo-

correditi di pensiero,

speculazioni della
di

sofia neoplatonica e ?ieopitagorica di Plotino,

Porfiscrit-

rio e di altri molti, e diede origine a


ture, quali

molteplici

pi quali meno profonde ed


ed
ai

attendibili,

in-

torno alla vita


maestro.
sofi

primi insegnamenti delV antico


filo-

Da

essa infine tras.sero ispirazione alcuni


e

della

rinascenza,

qualche

sua derivazione pu
oggi.

dirsi

non

del tutto spenta

anche


Importantissimo
e

VII

utilissimo sarebbe dunque^ massime

per noi Italiani,

lo
e

studiare la storia di questa


iarrarne
le

dottri-

na
e

il

ricercarne

vicende nei vari tempi

nei vari paesi: poich^ sebbene molti abbiano fatto stu-

di e ricerche in proposito
i

(7),

baster ricordare^ fra tanti,

lavori del Bitter

(1),

dello Zeller (2), del

Gomperz

(3),

dello

Chaignet
(6),

(4) e

del

Mullach

(5),

e,

in Italia, del

Ca(8),

pellina
del

del Cento fanti


(9),

del Gognetti
e

De Martiis
da

Ferrari

del

Ferri (10) --

bench

tutti

(1)

Heinrich Ritter, Oeschichte der Pythagor. Philosopkie,

Ham-

burg, 1826.

Eduard Zellbe, Pythagoras und die Pythagorassage, in Vortrge und Abhandlungen geschichtlichen Inhalts^ Leipzig, 1865 e
(2)

Die Philosopkie der Oriechen


(3)

ecc..,

voi.

P
la

pp. 279 e segg.

Theod. Gomperz. Les penseurs de

Grece, trad. de

la

2*

ed.

alleni,

par A. Raymond, Paris, Alcan, 1904.


et

(4) A. E. Chaignet, Pythagoi^e


ris,

la philosopkie pythagor.,

Pa-

1873.

(5)

Fr. G. a. Mullach,

De Pythagora eiusque
philosoph.. graecor.
v.

dseipulis et sucII,

cessoribus, in
pp.

Fragmenta

Paris,

1881,

I-LVII. (6) Domenico Capellina, Delle dottrine dell'antica scuola pitago-

rica contenute nei Versi d'oro, in

Memorie

della

R.

Aecad.

di

Scienxe di Torino, serie


(7)

II,

t.

XVI

(857), pp

37-109.

Silvestro Centofanti, Studi sopra Pitagora (1846) nel voluletteratura greca, Firenze,

me La
(8)

Le Monnier, 1870 [Opere,

voi. I,

5p. 359 e segg).

CoGNETTi
delle

De

Martiis, L'Istituto Pitagorico, in Atti della R.

Accad.

Scienxe di Torino, 24 (1888-89) e nel volume Socia-

lismo antico, Torino, Bocca, 1889, pp. 459-496. (9) Sante Ferraiu, La scuola e la filosofia pitagorica, in Rivista ital. di Ulosofia, 1890, I e II.

(10) L. Ferri,

Sguardo retrospettivo
4,

alle

opinioni degl'Italiani

intorno alle origini del pitagorismo, in Atti della R. Accademia


dei Lincei, Rendiconti, serie
6,

1890, 1 pp. 532-547.


questi e
notizie^

VITI

solo si siano raccolte molte


e

da

altri studiosi
si

non

ma

siano anche esaminate

discusse quistio-

ni importaitissine^ pure troppe cose ancora rimangono

da chiarire

da risolvere
e

della

storia

ch'io

chiamer
i?i

esterna del Pitagorismo;

fors'anche^ riprendendone

esame

il

contenuto, ossia tenendo V occhio alla

sua

sto-

ria interna, che poi, per la filosofia, la sola importante,

qualche verit,

io penso,

gi

acquisita

insegnata
vali-

dall'antico saggio, potrebbe dimostrarsi anche oggi

damente fondata

tale

da poter

resistere agli assalti del

nostro pi acuto criticismo.


Gli studi raccolti in questo volume furono gi da

me
mie

in gran parte pubblicati, dal 1904 in poi, o in opuscoli


in Riviste;

ma

poich ho dovuto,

iel

corso delle

ricerche, modificare

alcune
fatti

delle

conclusioni alle quali


chiarire,
e

ero giunto,

nuovi

ho potuto

mi sono
sollecita-

indotto, anche

per aderire al desiderio

alle

zioni di be7ievoli amici, a ristamparli tutti insieme.

Spero che

il

tenue contributo chHo porto

alla

storia

che or ora dissi esterna del Pitagorismo

varr

almeno

a dimostrare che intorio a queste importantissime dottrine non si detto ancora tutto e che inolio ancora si

pu indagare

e scoprire.

INTRODUZIONE
Da
il

diverse tradizioni furono connessi

pii

antichi istituti

religiosi e politici di

molte

citt dell'Italia

meridionale con
alle

Pitagorismo
si

(1);

ne

fa meraviglia

che

dottrine di

Pitagora
le

facessero risalire anche le prime istituzioni e

pi antiche leggi di

Roma: Numa,

il

sacro legislatore

della citt capitolin'a, fu ritenuto scolaro di Pitagora, e le

stesse leggi delle


della

dodici tavole,
e

copiate dalle legislazioni

Magna Grecia
altres

della

Sicilia,

che

alla

loro volta

traevano ispirazione, se non origine, dal Pitagorismo, fu-

rono

ricongiunte con questo.

Sarebbe indubbiamente assai utile e interessante poter


determinare in che consistessero questi legami di dipen-

denza e

stabilire

con precisione

quali

furono

gl'influssi

dell'antica sapienza italica sulla formazione delle credenze

e degli istituti religiosi e della

fondamentale legislazione

(1) Seneca,
di

per esempio, (Epist.

ad Lueilium^
atrio,

90)

sull'autorit

Posdonio, dice, parlando dei grandi legislatori dell'Italia:


foro,

Hi
ilio

non in

nec in consultorum

sed

in

Pythagorae
Siciliae

sanctoque secessu didicerunt jura, quae fiorenti lune per Italiani Oraeciae ponerent .

et

1.

si

romana;

ma

purtroppo, sebbene qualche lieve tentativo


proposito,

sia fatto in

non

per ora, possibile una deter-

minazione neppure approssimativa.

Ma

insieme con questa azione, da alcuni ritenuta


su
ci
il

sol-

tanto leggendaria,
civile di
flusso,

che costitu l'anima della vita


Pitagorismo
dei

Roma,

esercit

un

ulteriore

inle

determinando

nel

corso

secoli,

attraverso

vicende della sua storia vasta e complessa, una corrente


di

pensiero sua propria,

continua

interrotta,

palese o

recondita?

Di vera e propria tradizione scritta non


ce,

ci

restano trac-

se

non frammentarie;

di

una tradizione orale abbiamo


con certezza sappiamo
di

invece

meno

scarsi indizi e

non

pochi seguaci che la dottrina pitagorica

ebbe

in

Roma.

Anzi noi possiamo rilevare


le conclusioni

fin d'ora,

anticipando in parte

di queste nostre ricerche,

che questi innasapienza non


di

morati cultori di una cos riposta e

difficile

furono gi uomini oscuri u poeti o scrittori


dine,

second 'or-

ma

cittadini illustri,

grandi poeti e celebri letterati,


;

pensatori insigni e grandi uomini politici


sofia pitagorica,

cosicch la

filo-

non morta nella


e
il

scrittura o negli insegna-

menti
famosi,

orali,

ma

viva e operante nelle menti di magistrati

come Appio Claudio


eccellenti,

maggiore Scipione, nelle

come Ennio e Virgilio, nei cuori di cittadini nobilissimi, come Figulo, Yarrone e i Sestii, accompagn in certo modo passo per passo il progredire della potenza e della grandezza di Roma; finch
fantasie di poeti
poi, sopra la

sua efficienza pratica e

la

sua virt fattiva


data la naiura e
allettarli,

prevalendo l'elemento speculativo,


l'indole dei Romani,

che,

era

il

meno idoneo ad
come

all'antica razionalit delle dottrine


lato fantasticherie e aberrazioni

sovrapponendosi da un
quelle di

un Apol-

Ionio di Tiana, e dall'altro frammischiaudosi elementi ete-

rogenei di origine greca, orientale e forse anche cristiana,


essa
si

ritir

di

nuovo nel

silenzio e nella
la vita

segretezza di
lo

qualche scuola, illumin appena

spirito

di
fin

qualche solitario amante della verit e del sapere, e

per disperdersi e dileguare nelle acque torbide delle speculazioni di

un Macrobio

o di

un Eulogio.
la

Se

io

mi sono indotto pertanto a raccogliere con


i

maggior diligenza possbile

ricordi, le testimonianze, le

tracce, o. palesi o recondite, o tenui o larghe,

che di

s.

ha

lasciato

il

pensiero pitagorico nella storia e nella

let-

teratura dell'antica
esaurienti

Roma,
al

gli

che altri

lavori

studi
di tro-

intorno

mio tema non mi accaduto


si

vare. Brevi cenni riassuntivi

trovano bens nelle opere

dello Zeller, dello Chaignet, del

MuUach,

nella Storia di
della

Roma

del

Pais, e in storie

generali e particolari

letteratura

romana;

ma

in sostanza io ho dovuto fare lun-

ghe e pazienti indagini, per mettere insieme notizie sparse

qua

e l

un

po' dappertutto. L'importanza e

il

valore delle
ri-

mie ricerche non consistono dunque nella novit dei


sultati,

ma

piuttosto nello svolgimento dato a

un tema

fin

qui appena malamente sfiorato da qualche erudito, nella


quantit delle notizie raccolte e nell'ordinamento che ne

ho

fatto,

seguendo l'ordine cronologico;

qualche quechiarita,

stione spero anche di avere

maggiormente

seb-

bene, per la scarsit dei dati sui


struire,

quali era concesso co-

non sempre abbia potuto giungere a conclusioni

definitive.

CAPITOLO PRIMO

Inzi

leggendari

storici

1.

Il

Pitagorismo e
G

le

pi antiche istituzioni di

Roma.

4.

2. Testi-

monianze
Pitagora.

prove.
5.

Il

3.

Le
6.

leggi delle

carmina convivalia. XII tavole nei loro


di

Numa

rapporti

col

Pitagorismo.

carme pitagorico

A. Claudio Cieco.

1.

Che

molte delle antiche istituzioni di

Roma
nel

fossero

derivate dalla filosofia pitagorica fu riconosciuto ed am-

messo esplicitamente da Cicerone,

il

quale

principio
scritto
:

del quarto libro delle Tusculane ( 2-4)

lasci

Pythagorae doctrina cum longe lateque flueret, pernia-

navisse mihi videtur in hanc civitatem, idqtce

cum

coniec-

tum quibusdam etiam vestigiis indicatur A conforto dunque della sua opinione egli addusse due argomenti, uno congetturale e uno di fatto: Quis
tura probabile
.

est,

enim

est

qui putet,

cos
in

egli

continua

cum fiorerei in
Pythagorae,
esset, nostro-

Italia Graecia potentissimis et

maximis urbibus, ea quas


ipsius

Magna

dieta est,

eisque

primum

deinde postea Pythagoreorum tantum nomen

rum hominum ad eorum

doctissimas voces aures olausas


fuisee f

Quin etiam arhitror propter Pythagoreorum admi' rationem Niimam quoque regem pytagoreum a posterioriexistimatum.

bus

Nam

cum Pythagorae dsciplinam


et

et

instituta cognoscerent regisque eius aequitatem et sapien-

tam a maiorihus suis accepisseut^ aetates autem

tem

pora ignorarent propter


excelleret,

vetustatenij

eum, qui sapientia

Pythagorae auditorem crediderunt fuisse


di
fatto

E
,

questa la congettura; la constatazione

poi

che nelle istituzioni romane e in alcune antiche scritture


vi

sono molte non indubbie tracce

di

Pitagorismo. Quanto

alle istituzioni,

egli trova materia di raffronto nell'uso dei


:

canti e della musica

Vestigia

autem Pythagoreorum,

quamquam multa colligi possunt, paucis tamen utemur.... Nam cum carminibus soliti illi esse dicantur et praecepta
quaedam
occultius tradere et mentes suas a cogitationum

ad tranquillitatem traducere, gravissimus auctor in Originibus dixit Caio morem apud maiores hunc epuarum fuisse ^ ut deinceps^ qui accubarent, canerent ad tibiam clarorum virorum laudes atque virtutes. Ex quo perspicuum est et cantus tum fuisse discriptos vocum sonls et carmina. Quamquam id quidem etiam XII tabulae declarant, condi iam tum solltum esse carmen ;
intentione eantu fidibusque

quod ne

licer et fieri

ad

alter ius iniuriam^ lege sanxerunt.

Wec vero illud non eruditorum temporum argumentum est, quod et deorum puloinaribus et epulis magistratuum fides praecinunt, quod proprium eius fuit, de qua loquor, disciplinae E quanto alle antiche scritture egli ricorda un carme di Appio Cieco, che a lui pare pitagoreo: Mihi
.

quidem etiam A.ppii Cacci carmen, quod valde Panaetius laudat epistula quadam, quae est ad Q. Tuberonem, Pythagoreum videtur^?.

finalmente conclude:
illis ;

<^

Multa etiam

sunt in nostris institutis ducta ab

quae praetereo,

vi-

ne ea, quae repperisse ipsi putamur^ aliunde didicisse

deamur. davvero un peccato che Cicerone, per sentimento di orgoglio nazionale che non doveva peraltro e forse anche per ragioni, se non essere soltanto suo

di Stato,

come oggi

si

direbbe, almeno di prudenza e di

utilit pubblica,

abbia creduto necessario di tacere intorno

a queste molte altre derivazioni d'istituti romani dal Pita-

gorismo, alle quali,


volte; tanto
piii

come
egli^

si

visto^ accenna per

ben due

che

e per le cariche da lui coperte,

e per la conoscenza che aveva della


sacerdotale,
e,

scienza augurale e
larga e profonda

in genere,

per la

sua

cultura storica,

letteraria e filosofica,

era bene in grado


e

di fornirci in proposito notizie,

documenti

prove certo
di

assai interessanti. Ci forza


sta sua

dunque accontentarci
per quanto

quee

affermazione categorica,
i

generica,

vedere, anzitutto, se e quanto


lidi
e,

suoi argomenti siano vasi

in

secondo luogo, se
tesi.

ci

offrano altri indizi pr

contro la sua

2.

- Che in verit

i]

Pitagorismo importato nella

Magna
pa

Grecia nel sesto secolo avanti Cristo,

temporihiis isdem

come

dice lo stesso Cicerone

quibus

L. Brutus

triam liberavit

(1)

e propagatosi in tutta l'Italia

meri-

dionale, dove si conserv poi per molti secoli,

non dovesse
ovvio,
e
le

rimanere ignoto
presto
tardi,

ai

Romani

e dovesse esercitare su di loro,

qualche influsso

notevole,

presenti ricerche dimostrano appunto la cosa alla luce dei


fatti.

Ma,

la

questione ora di vedere se tale influsso

si

possa far risalire veramente ai tempi di

Pitagora

dei

(1) Ibid. 2.

Cfr. 1,

16, 8,

dove detto che Pitagora venne in

Italia

Superbo regnante

suoi primi seguaci,

8
credette, oppure,

come Cicerone

come
si sia

credette Livio e con lui gli storici moderni, se esso


fatto sentire soltanto,

per opera di neo-pitagrici, dopo

la

conquista della Campania e della

Magna
C.
;

Grecia,
d' altra

che fu

interamente compiuta nel 265


questa azione sia stata
cos

a.

e,

parte, se

larga

profonda da dover

lasciare molte ti^acce di s negli


di

istituti politici e religiosi

Roma,

o se

si

sia esercitata solo sulle

prime manife-

stazioni dell'arte musicale e letteraria e sulle

prime speche dimo-

culazioni filosofico-religiose.

Due

fatti,

piccoli

ma

significativi,

pare a

me

strino, anzitutto,

come

gi

parecchie

generazioni

prima
a.

dell'Arpinate, e precisamente fin dal secolo quarto

C,
alla
la

cio prima della conquista dell'Italia meridionale, dovette

essere convinzione di molti in

Roma

che a Pitagora,

sua dottrina e
citt.
Il

alle

sue leggi fosse debitrice di


questi fatti

molto

primo

di

che durante la guerra


ai
lati

sannitica fu innalzata a Pitagora

del

Comizio
vi

in

Roma, per
niti si

volere

di Apollo,
(1).

una Ora

statua,
la

che

rimase
i

poi sino ai tempi di Siila

guerra contro

San-

combatt in

tre periodi, l'ultimo dei quali

va dal

298

al

290

a.

C.

il

Pais crede che la cosa


;

si

debba
realt

ritenere avvenuta appunto in questi anni

ma

in

non

vi sono ragioni

che

ci

vietino

di

farla

risalire
fatto,

an-

che ad uno dei due periodi precedenti. L'altro

un

poco posteriore, che dopo


La cosa
Invento
et
ci

la presa di Turis, di

Eraclea

(1)

attestata da

Plinio,

il

quale per non cita la

fonte da cui ha attinto la notizia. Dice


26):

egli infatti (JV.

H.

XXXIV,

Pythagorae

et

Alcibiadi in eornibus Comitii positas

(statuas), cum, bello

Oraiae gents
Cfr.

et

Samniti Apollo Pythius iussisset fortissimo alteri sapientissimo simulacra celebri loco dicari

Plutaeco,

Numa^ VIIL


e di Taranto (272
a.

citt di Livio

C.)

con l'arrivo nella


il

Andronico,

che ne

divenne

poeta

sacro

ed
il

ufficiale,

furono dichiarati cittadini romani, Pitagora e

suo alunno

Zaleuco

(1).

Ora perche mai sarebbero

stati

concessi a Pise
la

tagora due onori cos distinti e di carattere pubblico,

non

si

fossero riconosciute le sue

benemerenze verso

citt?

Evidentemente

in quei

tempi pi antichi l'orgoglio

nazionale non aveva ancora oscurato,

come pi

tardi,

il

senso della verit storica! Ci premesso, veniamo ad esa-

minare

la possibilit degl'influssi pitagorici sulla

pi antica

civilt capitolina,

secondo

le

prove che ce ne d Cicerone.

3.

carmina convivalia^ che, ormai disusati


uso
C.)

nell'et

ciceroniana, erano invece ancora in

al

tempo
di

della

seconda guerra punica (218-202

a.

che risalivano,
lui,

come afferm Catone, a molte generazioni prima


che della met del secolo quinto: Cicerone
dimostrare l'esistenza
musicali, e quindi di
di

furono certamente anteriori alla legislazione decemvirale,


infatti,

per

canti

accompagnati da strumenti
abbastanza
evoluta
nei
in-

una

civilt

tempi pi antichi sieme con


la

di

Roma, ricorda

nel passo citato,


il

testimonianza di Catone,

fatto

che

le leggi

comminavano gravi pene a chi avesse usato quei canti ad alterius inkiriam (2). Senonch Cicerone, come appare da un altro passo dei suoi scritti,'
delle dodici tavole

(1)

Vedasi
ep.

il

framm. 5 nei Fragni. Hist. Graec.^

II,

p.

273

Symm.

X,

25.
:

Nostrae duodecim tabulae^ quuni (2) Cfr. De rep. IV, fr, 12 perpaueas res capite sanxissent, in his hane quoque saneiendam pukiverunt, si quis occentavisset sive earmen condidisset quod in-

famiam
XXVIII,

faeeret fagitiumve alteri


2, 10-17.

e vedi

auche Plinio, Nat. Hist.


aud anche pi
del re
oltre,

10

esistenti
a)

ritenendoli gi
,

tempo

Numa
si

(1).

Se cos

non avrebbe dunque dovuto


che
re

valere anche per essi l'obiezione che l'Arpinate moveva,

come

veduto, alla leggenda

il

Numa

fosse

stato scolaro di

Pitagora? Neppure
logicamente

di questi antichissimi
la

canti egli

poteva

ammettere
se

derivazione

dall'analoga costumanza dei


istitu

Pitagorici,

Numa
a cui
il

che

Ji

visse,

secondo
piti

la di

cronologia

ufficiale,

nostro
del

autore credeva,
filosofo di

cento anni innanzi la venuta


il

Samo. Cosicch o
da
lui

raffronto istituito da Cicein rilievo

rone e

la analogia

messa

non ha alcun
senz'altro,
se

valore storico

e cos dovrebbe ritenersi

fosse indiscutibilmente fondata la cronologia della pi antica storia di

Roma

oppure

~ come

pi

probabile,

in conformit dei risultati generali e particolari a cui

giunta la critica storica nell'esame delle primitive leggende

romane

l'ipotesi
al

della derivazione dei canti dal Pitagotal

rismo ha un fondamento di vero, e in

caso da

rite-

nere che fosse errata


faceva risalire

la

tradizione cronologica, in quanto

secolo ottavo un'usanza che dovette essere secolo


a.

posteriore al seste

C.

Quanto poi all'analogia

considerata in

se, in

che consisteva essa? Semplicemente

(1)

De
et

orai. 111,51, 197: Nikil est

autem tam eognatum mentibus


qtiibus et excitamicr et ineendi-

nostris quam,

numeri atque
et

voces

ad hilaritatem et ad tristitiam vis carminibus est aptior ; et eantibus, non neglecta^ ut mihi videtur, a Numa rege doctissimo maioribusque iostris^ ut epularum sollemnium fides ac tibiae Saliorumque versus Indicarli ; maxime autem a Graeca vetere celebrata . Di questi canti poi Cicerone parla anche altrove, e cio
lenmur
languescimus
et

mur

saepe deducimur

quorum Ula sumnia

nel Brutus^
Tacito,

19,
Ili,

75 e nelle Tusculane
5,

I,

2,

3.

Si

vedano

anche

Ann.

Val. Massimo

II,
fi.

1,

10, Nonio ad assa voce

ed

ivi

Yabbone, de vita pop. rom.^

II, 20,

Kettner.

11
nell'uso

comune

del canto e

deUa musica in occasione


uni. cio
di

di

feste religiose e di banchetti pubblici,

non gi nel contei

nuto dei canti

stessi,

che

gli

Pitagorici,

ado-

perarono come mezzo terapeutico e


terico,

insegnamento esola

e gli altri invece, cio

Komani, per esaltare


i

memoria

degli antichi eroi;


il

come

Pitagorici erano soliti

tramandare sotto
menti in forma

vincolo della segretezza certi insegna-

di

canzoni e riposare per mezzo


le

di canti

accompagnati dalla lira

menti

affaticate

dalla

lunga

meditazione, cos gli antichi

Romani

solevano, al principio

dei banchetti, cantare al suono delle tibie le lodi e le virt


degli eroi, ed ebbero
alle

anche l'usanza
che

di far

precedere tanto

mense
il

in onore degli dei, quanto ai banchetti dei

ma-

gistrati,

suono delle

lire,

il

fu

pure caratteristico

dei Pitagorici.
l'arte

Insomma,

le pii
si

antiche manifestazioni del-

musicale in

Roma

ebbero

per l'influsso diretto

del Pitagorismo.

4.

quel

modo che

si

dimostrata la possibilit che

siano derivate dal Pitagorismo queste antichissime manifestazioni dell'arte musicale,


si

potrebbe anche riconoscere


a ci che

come

verisimile

contrariamente
il

ne pensava
e

Cicerone

la notizia dei

rapporti fra

Numa
a.

Pitagora.

La

notizia che

re

Numa
si

sia stato scolaro di

Pitagora
;

probabilmente anteriore al terzo secolo

C.

anzi

il

Pais afferma (1) che essa


stosseno,
.

deve forse far

risalire

ad Ariche
di-

Ma

in tal caso sarebbe necessario credere

questi conoscesse

una cronologia
poi

della storia

romana

versa da quella che fu


ufficiale,

consacrata

dalla

storiografia

secondo

computi della quale l'esistenza di Nu-

(1)

Storia di

Roma,

I*, p. 19 e 387.

12

ma

fu anteriore di oltre

un
tutti

secolo
gli

a quella di Pitagora.

Tanto vero che quasi

scrittori

presso

quali

troviamo ricordata tale notizia

Cicerone,

Dionigi d'^li-

carnasso, Diodoro Siculo, Livio, Ovidio, Plutarco, Plinio

notano e discutono variamente questa inconciliabilit cronologica, concludendo tutti press'a poco
nel

come

fa

Manilio

De

re piiblica di Cicerone, che dice la storia di queste

relazioni

non sufficientemente provata dai pubblici annali quindi da ritenersi un errore inveterato (l). Ora che

dal punto di vista

romano

o di scrittori romanizzanti cos

dovesse concludersi, troppo naturale: data la indiscutibile verit della tradizione e della relativa cronologia,

non

poteva esservi dubbio per loro sulla impossibilit per parte


di

Numa

di

essere stato alunno di Pitagora.


esiste per noi,

Ma

tale imla storia

possibilit

non

che sappiamo come

delle origini di

Roma

sia di

formazione relativamente assai


si

tarda,

come

computi cronologici che a quella


risultato di

riferi-

scono siano

il

una lunga elaborazione


figure
della
di

tradidi

zionale, quasi interamente destituita d'ogni


verit,

fondamento

e infine

come molte

leggenda siano

soltanto dei
fatti

simboli rappresentativi

un complesso

di

di istituzioni

appartenenti talvolta a tempi succes-

sivi e diversi.

Tolto
i

dunque

l'ostacolo cronologico che, se


di Cicerone,

era validissimo per


siste

contemporanei

non

sus-

pi oggi che la critica storica ha demolito l'antichisdi

sima cronologia

Roma, non rimane

altra obiezione

che

(1) Ci.

De

re pubi. Il,

15, 28:

Inveteratus ho77tinum errore.

Cfr. DioN. Halic. II,


p.

59

Diod. Sic. Vili, 14 {.Exc. de vlrt. et vii.


I,

549); Livio

I,

18 e

XL, 29; Plut. iVwma

3; YIII, 5 sgg.;

Plinio, Nat.
si

Hist. XIII, 27.


al cap.

Quanto
IX.

alla testimonianza di Ovidio

veda pi innanzi,


quella sollevata da Livio,
il

13

-.

quale ritenne impossibile ogni

rapporto fra

Numa

e Pitagora

anche per ragioni di


:

di-

stanza e di lingua. Dice egli infatti

Auctorem doctrinae

Numae]^ quia non exstat alius, falso Samium Pythagoram edunt, quem Servio Tullio regnante Bomae,
eius
[i. e.

centum amplius post annos, in ultima Italiae ora circa

Metapontum Heracleamque

et

Crotona

iuvenum aemu-

lantium studia coetus habuisse constai.


etsi

Ex

quibus
in

locis,

eiusdem aetatis fuisset^

quae fama

Sabinos

aut quo linguae commercio

quemquam ad

cupiditatem
tot gentes

discendi excivisset f quove praesidio

unus per

dissonas sermone moribusque pervenisset f suopte igitur


ingenuo

temperatum

animum

virtutibus

fuisse

opinor

magis instructumque non tam peregrinis artibus quam

disciplina tetrica ac tristi veterum

Sabinorum^ quo

ge-

nere nullmn
della

campo
chi
(2),

quondam incorruptius fuit (1). Ma nel storia, come giustamente osserva il De Marla civilt della

forse detta l'ultima parola sui rapporti che lega-

rono in antico

Magna Grecia con


?

le

pi

barbare popolazioni italiche del centro


la esistenza

d' altra

parte

ammessa da Livio
presso
i

di

una

disciplina tetrica
a.

ac tristis

Sabini dell'ottavo secolo

C.

non

cosa molto pi problematica di quello che


babile l'andata di qualche sabino o

non

sia

pro-

romano
dei

nella

Magna
fra

Grecia nel secolo sesto?

La leggenda

rapporti

Numa
tarsi

e Pitagora

dovrebbe dunque, a parer

iiostro, accet-

come rispondente a verisimiglianza, e il regno di Numa, se questi realmente esistito, o, in ogni modo,

(1) Livio,

I,

18.

(2) Passi'scelti

da

Tito Livio

ad illustrare

le

istituzioni religiose^

politiche e militari di

Roma

antica, Milano, Vallardi, 1907 p. 65.


il

14

di carattere religioso

formarsi di tutti quegli

istituti
lui,

che

la tradizione riportava

dovrebbe ritenersi posteriore


ossia

almeno
sesto,

al

tempo

di Pitagora,

posteriore

al

secolo
stretto

appunto perch dalla tradizione era tenuto in


tal

rapporto di dipendenza dal Pitagorismo. In

modo non
appunto a

sarebbe pi necessario, come fa


tata da Aristosseno
l'altra

il

Pais, di ritenere inven-

notizia,

che

risale

questo filosofo del quarto secolo, che parla genericamente

Romani accorsi ad ascoltar Pitagora (1), e piii facilmente si comprenderebbero alcuni dati della leggenda. di Numa, la scoperta dei famosi libri pitagorici di questo re,
di

il

fatto

che qualche scrittore, per esempio Ovidio, am-

metta

la realt dei rapporti,

senza neppure discuterla.

Raccontava ancora
venerazione
a

la tradizione

che

Numa

ebbe tanta
dare

per

il

suo maestro Pitagora, che volle

un proprio figlio il nome di Mamerco, in onore dell'omonimo figlio del filosofo (2). Che significato pu avere questo nuovo particolare ? Alcuni hanno creduto di scorgere in
esso

un

tentativo da parte degli

Emili

Mamertini

di far

risalire in tal

Se cos
il

fosse,

modo le proprie origini al tempo di Numa. noi dovremmo allora ammettere che quando
la

particolare fu inserito nella leggenda,


ufficiale:

cronologia
il

di

questa non era ancora quella


tivo sarabbe stato puerile.

altrimenti

tenta-

Ma

cos

veramente non

come
il

fu giustamente osservato dal Mtiller (3); probabilmente


(l npoo'^X'9'Ov S'axcp (cio Pitagora), &<; cpvjoiv 'Apiaxgsvog,

xal

Asuxavol xal MsooTiiot xal Hsuxxioi xal 'Ptojjtalot. Cos dice Porfirio nel Gap. 22 della Vita di Pitagora; e il medesimo affermano, senza citare Aristosseno, Diogene Laerzio (Vili, 14) e Giamblico {Vita Pythag, 241). Quanto al Pais, vedasi St. di Roma I^, p. 678-679 n. e altrove. P. Emilio I. (2) Plutarco, Numa YIII, 11 (3) Q. Ennius, Pietrob. 1884, p. 162 n.
;

-^ 15
particolare

che
di

non ebbe

altro ufficio

avvalorare

con

un
di

indizio di piii la leggenda. Un'altra notizia, a propo-

sito della

quale non veramente fatta


si riferisce alla

menzione alcuna

Pitagora, quella che

Musa

Tacita, per

la

quale

Numa

ebbe

particolare venerazione

(1).

Allude
di

forse essa alla pratica del silenzio e della

segretezza,

cui parla costantemente la tradizione pitagorica?


sibile.

pos-

il

miracolo della mensa carica di ricco vasellame,

che

il

re avrebbe fatto apparire dinanzi agli occhi di cofacolt

loro che dubitavano delle sue

soprannaturali

(2),

non ricorda
loro

le

analoghe facolt magiche attribuite a Pita-

gora dalla tradizione? Veramente queste due notizie, per


il

carattere

favoloso,

potrebbero

indurci

credere

l'austera e quasi mistica figura di


storica

Numa una
a

proiezione
del

immaginaria, plasmata, in parte,

immagine
a

saggio di Samo.

Ma
il

un

altro fatto, sulla cui verit storica

non
libri

possibile

dubbio, sembra indurci


al

conclusione

diversa; voglio alludere


di

fatto

della scoperta dei famosi


a.

Numa, avvenuta
sul Gianicolo.

nel

191

C,

in

occasione di

uno scavo
di

Ora data

la realt della scopei-ta

e la inverosimiglianza,

come vedremo
noi

nel capitolo seguente,


la tra-

una

falsificazione,

dobbiamo ammettere, con


veramente
antichi.

dizione, che questi libri fosse'o

Siano

poi essi stati opera del saggio

Numa

la
o
di

cui esistenza,
porsi
in

come

s'

gi detto,

dovrebbe
al sesto

necessariamente

un'epoca posteriore

secolo

qualche altro

sapiente imbevuto di sapienza greco-italica, essi starebbero

sempre
cit

a dimostrare che effettivamente

il

Pitagorismo eser-

una qualche azione

sull'antica civilt capitolina.

(1)

Plutarco,

(2) DioN.

Numa^ Vili. Hauc, U, 60.


Dal complesso
rapporti fra
di queste

16

e
di

notizie

questi
la

fatti

noi

possiamo dunque inferire che non solo


i

leggenda dei
assai

due
che

legislatori dovette essere


altres essa

difPusa
di

ed antica,
vero
:

ma

ha un certo fondamento

di

guisa che se Cicerone la disse

inveteratus ho-

minum
st; e

error noi possiamo senz'altro accettarne la vetu-

quanto all'erroneit, essa fu probabilmente soltanto

un desiderio di uomini di stato e di eruditi animati da un eccessivo orgoglio nazionale. Per la qual cosa Ovidio,
che pure scrisse dopo che diversi
alla
storici

avevano mosso

leggenda

le

critiche

accennate,

pot

ben accettarla
(1)

senza discuterla affatto come una cosa ovvia e risaputa


e fare in certo
tribuite a
rio (3),

modo dipendere
(2),

le

istituzioni religiose at-

Numa

persino la sua riforma del calenda-

dalla educazione pitagorica da lui ricevuta.

5.

Anche

alcune disposizioni legislative delle dodici


alla

ta-

vole

che appartengono
orme

met del quinto secolo

a.

C.

furono messe in relazione col Pitagorismo; cosa ben naturale,

se si pensi alla loro origine:

non erano esse

infatti

ricalcate sulle

delle legislazioni della

Magna

Grecia,
ai prin-

che, alla lor volta, com'


cipii di

ben noto,

si

informavano

quella dottrina? Ora questa, che sarebbe, per dirla


la

con Cicerone, semplice coniectura, ha poi

sua riprova

nel contenuto delle leggi stesse, quale pu desumersi dai

frammenti che ce ne rimangono.

Infatti

il

diritto punitivo

in esse sancito s'ispirava al principio

del taglione:

Si

(1)
3,

Metam-.

XV,

]-8,

479-484;

Fast. Ili,

151-154;

Pont. Ili,

41-46.
(2)

Metam. XV, 479-484.


1.

(3) Fast.

e.


membrum
che,
rup{s)it^ ni

17

est , dice
il

cum

eo pacit^ tallo

secondo frammento della ottava tavola, e questo principio,

come
i

attesta

Demostene, ebbe largo svolgimento nelle


(1),

leggi di Zaleuco
rici,

era indubitatamente tolto dai Pitago-

quali lo ricollegavano alla dottrina dei numeri. Dice

infatti Aristotile (2)

che

la giustizia era

da loro conside-

rata

come

rvTi7i;7cov'9'(;,

perch consisteva in

una prolo

porzione
Zeller (3)

non fra

inversa,
l'offeso,

ma
la

diretta,

come not bene


il

l'offensore e
critica

giudice

nel
i

che

essi applicarono,

secondo

aristotelica,

criteri

della giustizia

commutativa ad un ordine in cui non pu


il

aver luogo che la distributiva. Ora, dice

Chiappelli in

un suo breve
taglione

studio

(4),

in qual

modo

si

determinasse dal

Pitagorismo e quali applicazioni avesse questa teorica del

non possiamo

dire,

n possiamo
nelle

quiudi

sapere

quali elementi di essa penetrassero

dodici tavole e

a quali trasformazioni andasse soggetta in

Roma.

Un

punto

tuttavia possibile stabilire, sebbene solo in


tivo.

modo negaseguivano
la

Alla legge generale, nelle dodici tavole,


la

le leggi speciali:

prima

di esse

riguardava

diversa

(1)

Timocr. 744

'^xoz

yp ax^t
Xyexat

v|i.oo,

dtv

tig cp'S-aXiJLv
xt|i7j-

%x4>|7,

vTsxxcIjat itapaaxsiv xv auxoQ xal o XP'^M-*''^^^


y^d-pg
/.'^-pcp

oswg
jjiv

oSs|Jtiac, TceiTjaat xtg

Iva Ixovxt cpS-aX-

Sxt axo xxc|^st zozo'* xv


1'

va

ritrovano in quello che


dei Pitagorici,
il

autore della

Le medesime parole si Grande Morale ci riferisce

ohe una riprova del rapporto storico fra questi

e Zaleuco.
(2)

Eth. Nic. Y, 8, 1132


vxt7C7iov'9'c

b.

(ed.

Susemihl)

Soxst 5s xtat
oi

xal x

slvat

nXGq dCxatov caicep


'^

nuO-aypsiot

Icpaaav. ^pL^o'^xo
(3)
(4)

yp uXwc

SCxaiov x dcvxtTCSTtovO'c dcXXcp .

[\

360.
delle

Sopra alcuni frammenti

XII tavole
voi.

nelle loro relazioni

con Eraclito e Pitagora, in Areh. giuria,

XXXV.
2,


uno schiavo
fatta
(1).

18

non pare che avessero


Grande Morale taglione, come quella
al

misura della pena per l'ingiuria recata a un libero o ad

Ora

Pitagorici

questa distinzione, se l'autore della


la dottrina pitagorica del
si

combatte
che non
al libero,

pu applicare incondizionatamente
la

servo o

poich di quanto quello cede a questo, di tanto,

se gli abbia fatto ingiuria, deve accrescersi

pena corera
il

rispondente

(2).

in verit siffatta distinzione


i

bens

impossibile nel sistema dei Pitagorici, per


era

quali

corpo

come

il

carcere dell'anima, che vaga in una perenne


il

trasmigrazione, e
degli dei per

pi alto precetto etico era l'imitazione


il

via della virt, l'osservanza delle leggi e

rispetto verso tutti gli

uomini;

ma

era invece possibilis-

sima, anzi necessaria, nella legislazione di


netto era
il

Roma, dove

cos

distacco fra

cittadini liberi e schiavi.

6.

Abbiamo
e nel

anche veduto come a Cicerone


il

paresse

ispirato ai principii della filosofia pitagorica

poemetto di

Appio Claudio Cieco,


307

che,

censore nel 312 e console nel

296

a.

C,

fu indubbiamente
se

uno

dei personaggi

storici pi importanti e,

non

il

primo,

certo

uno

dei
il

primi rappresentanti di una larga cultura. Orbene, che


giudizio di Cicerone
a sufficienza
rimasti.
i

non

fosse errato parrebbero dimostrare


ci

pochi frammenti che di quella poesia

sono

in verit la famosa sentenza

fahrum
e
l'

esse suae
il

quemque fortunae

non potrebbe esprimere meglio


morale
di

fon-

damento

della dottrina

Pitagora

altra, altis-

(1) Si

veda

il

fr.

3 della stessa tav. Vili


[si] servo
I,

Manu
.

fustive si os

fregit libero
(2)

CCC, Magn. Mar.

GL
a.

poenani subito
35:
x
Si^

34, 1194,

TotoaTov o5x axt

Tipg &7iavxag* o

yp laxi Stxaiov olxx^

Tcpg Xsud-spv

xaOxv etc-

sima,

19
(1),

se fosse certa la lezione e

come

dice
:

il

Pascoli

r interpretazione
teneto] ^ che
il

amicum cum
Pascoli stesso

vides obliscere miserias;

inimicus sies; commentus nec libens

aeque [idem tamen

tu dimentichi la tua miseria quando vedi un amico; ora sia tuo nemico "quello che tu vedi: ebbene, pensatamente, e non volentraduce:
tieri

come con

l'amico, tieni lo stesso contegno, tuttavia

pure strettamente conforme alla dottrina pitagorica, che

insegnava amore e fratellanza

il

terzo infine

sui quem-

que oportet animi conpotem esse semper nequid fraudis


stuprique ferocia pariat

non

e certo disforme dalle pra-

tiche e dagli esercizi spirituali degli adepti al Pitagorismo,

che dovevano acquistare padronanza assoluta non pure del


proprio corpo,

ma

anche

delle

proprie

attivit

interiori,

per dirigerle

al

bene.

Non
che

si

apponeva dunque male Cicerone. Senonch anall'autenticit


di

intorno

questo antico

poema, che

sarebbe una delle prime manifestazioni letterarie di Roma,


si

sono sollevati dei dubbi.

Il

fatto

che

la notizia di esso

era data da Panezio in una sua lettera a Quinto Tuberone

ha indotto per esempio


di

il

Pais

(2)

a pensare che

si tratti

una

falsificazione posteriore,

da collegarsi con
di

le altre

falsit

che andavano sotto


scolari di

il

nome

Aristosseno intorno

ai

Romani

Pitagora e su Pitagora cittadino di

Roma

Ma come

ci possibile, se Aristosseno e

Appio

furono contemporanei?

se

Appio

visse,

nel tempo in cui furono sottomesse la


cania^

come Campania

certo, e la Lu-

che ragione c' per negare che egli abbia potuto

conoscere quelle dottrine e da esse trarre ispirazione per

(1)

Lyra romana, Livorno, 1895,


di

p.

XXXII.

(2) St.

Roma

I,

2, p.

671 n.

il

20

come dubitare con qualche fondamento dell'autenticit dell'opera che un Panezio e un Cicerone, a distanza di tempo relativamente breve, attribuirono ad Appio stesso, tanto pi che il medesimo Pais
suo poemetto?
poi

riconosce che l'efficacia della filosofa tarentina

si

esercit

sopra

gli

uomini

di stato

romani dal tempo

di

Appio

di Pirro ? L' ipotesi di

una

falsificazione, della quale poi

non si vedrebbe neppur chiaramente la ragione, non ci sembra dunque per nulla fondata; s che noi possiamo
con chiudere che la dottrina del filosofo di Samo, in conformit dei dati tradizionali, esercit una qualche
tanto sulla pi antica civilt di
secolo
a.

azione

Koma, a
prodotti

partire dal sesto

C, quanto

sui

primi

del

pensiero e

dell' arte.

CAPITOLO SECONDO
Quinto Ennio e
sno tempi

1.

Ennio
3.
Il

e Catone.

2. Ennio in Roma e
4.

il

circolo degli Scipioni.

sogno degli Annali.


e

delle dottrine
6.

pitagoriche in

Sua importanza per la diffusione Roma. 5. L' Epicharmus .

Ennio

il

razionalismo.

7.

libri

di

Numa.

8.
a.

Culti

Bacchici e sette orfiche in Italia nel principio del sec. II


9.

C.

Stazio Cecilie e

Marco Pacuvio.

10.

I comici.

11.

Caio

Lucilio.

1.

Chi, pi d'ogni

altro,

contribu a diffondere in

Roma
cul-

la
il

conoscenza delle dottrine di Pitagora fu senza dubbio


poeta Ennio (239-169
a.

C),

il

grande padre della


Nativo
di

tura e della letteratura romana.

Rudie,
egli

paese

fortemente ellenizzato fra Brindisi e Taranto,


studiato in quest'ultima citt, che era
il

aveva

centro italico, in
pitagoriche.

cui

si

conservavano pi pure

le

tradizioni

Versato nel greco, nell'osco e nel latino, egli diceva scher-

zando

di

avere tre cuori

(1).

Nel 204

si

trov a militare

in Sardegna fra gli ausiliari che Taranto aveva

mandato

(1) Gellio,

N. a., XVIII,

17.


ai

22

Romani,

e quivi da

giovane

di lui di

Marco Porcio Catone, che era pi cinque anni, fu invitato a recarsi a Roma.
?

Come

si

spiega tale invito

Quali vincoli
s

si

stabilirono fra
si

questi due giovani, destinati a

grandi cose, che


di

incon-

trarono fra

gli orrori di

una guerra

conquista? Furono

vincoli di simpatia e di amicizia creati dalla

comune gransi

dezza d'animo e da comuni aspirazioni?


gi conosciuti cinque anni prima, nel 209,

erano essi

quando Catone
? (1).

quindicenne fu in Taranto ospito del pitagorico Nearco

Questo mi sembra pi probabile. D'altra parte


scienza e
colpire
alle
il

la

profonda

forte

intelletto

l'animo

eletto e la

Rudino dovettero certo mente aperta di Catone, che


del

qualit pratiche del futuro

uomo

di

stato

univa

le

attitudini del poeta e dell'artista, del pensatore e del filosofo.

In virt della sua sapienza Ennio dovette apparire


cittadino di

al nobile

Roma come

assai atto a cantare le

antiche gesta della citt;

ed forse per questo che Ca-

tone, ragionando con lui delle istorie primitive della patria e delle relazioni che essa ebbe con la

Magna

Grecia, dovette

suggerirgli
scrisse, e
gli la

l'idea

del

poema, che quegli poi realmente


ojffrirsi

per la composizione di esso

di agevolarstorici e

conoscenza dei documenti e dei materiali


il

promettergli tutto

suo aiuto

il

quale, e per la condi-

zione e per l'ingegno dell'offerente,


parire ad Ennio prezioso e
lato,

non poteva non apinestimabile. Al poeta d'altro

piena l'anima dell'antica sapienza della sua terra, di

quella sapienza che nessuno


in somnis vidit priu'

quam sam

discere coepit (2)

(1)

Plutarco, Gaio maior^ 4-5.

Cioeeone,

Caio maior, 12, 39;

21, 78.
(2)

Annalee, VII.

fr.

124 (Yalmagoi).


dovette balenare
illustrare col

23

l'idea di
e, al

come

in

uno splendore radioso


le antiche

suo canto
di farsi

imprese

di

Roma

tempo

stesso,

banditore di
il

una sapienza scono-

sciuta alla citt che forse

suo spirito veggente presagiva

sarebbe stata nuova fucina di cultura e di sapere e maestra


di

nuova

civilt alle

pi lontane generazioni!

2.

Venuto
met

in

Roma, Ennio
sua
vita,

vi pass quasi per intero

l'altra

delia

dedicandosi totalmente agli


fra
la

studi e alla poesia e a

diffondere

gioventi

colta

della citt l'amore del sapere.

Egli chiam intorno a s,


i

a formare
cittadini e

un
da

circolo di studiosi,
essi

piti

influenti

noti
le

seppe

farsi

amare ed onorare per

cognizioni vaste e profonde, per la nobilt

dell'animo e

l'integrit del carattere, per la modestia della vita e d6i

costumi, per la dolcezza dei modi e del parlare.


tarlo accorsero fra
gli
altri

Ad

ascol-

Scipione
(1),

Africano,
e

Scipione

Nasica,^

Aulo Postumio Albino

Marco

Quinto Fulvio

Nobiliore, e con tali amicizie

egli

seppe vivere

sempre
l'ef-

poverissimo e pur sempre sereno, mostrando cos con


ficacia dell'esempio,

che

le

verit da lui insegnate e prafelicit e la

ticate

erano realmente

le

pi atte a dare la
il

pace. Se vogliamo credere a Gelilo,


Elio Stilone soleva dire che

grammatico Lucio
il

Ennio fece

ritratto

di

medesimo nei seguenti


il

versi degli Annali, che descrivono

vero amico:
Haece locutus vocat, quocum bene saepe libenter mensam sermonesque suos rerumque suarum
comiter inpartit,

magnam cum

lassus diei

partem

trivisset de

summis rebus regundis

(1)

Fu

decemvir sacrorum

nel 173 a. C. (Livio, XLII,

10).


275

24

Consilio ind foro lato sanctoque senatu

quo res audacter magnas parvasque iocumque eloqueretur cuncta [simul] malaque et bona dictu
evomeretj.si qui vellet, tutoque locaret; quocum multa volup [et] gaudia clamque palamque,

280

ingenium quoi nulla malum sententia suadet


ut faceret facinus levis aut malus ; doctus, fidelis, suavis homo, facundus, suo contentus, beatus,
scitus, secunda loquens in tempore, commodus, verbum paucum, multa tenens antiqua sepulta, vetustas quem facit et mores veteresque novosque tenentem multorum veterum leges divomque hominumque,

285

prudenter qui dieta loquive tacereve posset

(1).

In questo

ritratto tu vedi

l'immagine del vero sapiente

pitagorico, che sa trattare le faccende pubbliche e raccor


gliersi nella meditazione,

che sa parlare con piacevolezza

e con facondia e tacere a

mette mai

il

tempo opportuno, che non commale, neppure per leggerezza, fedele nell'a-

micizia e servizievole^ contento del suo, felice, che infine

sa molte cose profonde e recondite,

ma

le

tiene

ermetidarle

camente chiuse nel fondo


ad intenderle.

della sua anima, per


si

non

in bala di inetti, e le svela soltanto a chi

mostri atto

E
tare

anche

possibile,

come osserva acutamente

il

Pascal

(2),

che in questi versi Ennio abbia voluto


i

altres

rappresensi

suoi rapporti col grande Scipione, del quale


piii

po-

trebbe dire assai

convenientemente quello che Macro

bio scrisse dell'Emiliano, che cio fosse

vir

non minus

(1)

Gellio,

N. a. XII, 47:

L. Aelium Stilonem dicere solitum

ferunt, Q.

Ennium

de semet ipso haec scripsisse picturamque istam

morum
condo
il

et ingenii ipsius Q.

testo

Enni factam esse . I versi sono sefr. 194 dato dal Valmaggi (= vv. 294 ss. Mjller

Baehrens).
(2)

Antologia latina, Milano, 1899,

p.

16.


pili

25

(1);

philosopMa quam virtute praecellens


accettabile se gliore dei discepoli del poeta,

e l'ipotesi tanto
il

pensiamo che Scipione fu forse


il

mi-

quale

lo

ebbe in tanta

considerazione da comporre

intorno a lui
:

un poemetto

Scipio

da

fargli dire

A
mi

nemo

Sole exoriente supra Maeotis paludes est qui factis me aequiperare queat.

Si fas endo plagas caelestum ascendere


soli caeli

cuiquam

est,

maxima

porta patet (2).

Cicerone stesso, appunto per la sua sapienza, oltre


la

che per

fama

delle sue imprese,

non

lo

scelse

come
il

protagonista del Sogno famoso col quale terminava

De

Repuhlicaf

3.

Di Ennio fu notissimo
gli
(3)

ai

Romani
di cui ci

il

sogno col quale

incominciavano

Annales e

sono rimasti aptestimonianze di


(4).

pena alcuni frammenti

insieme con

le

Lucrezio, di Cicerone, di Orazio, di Persio e di altri

(1)

In

Somnium

Seipionis^

I,

3.
e/),,

(2)

Cicerone, Tuse. V, 49; Seneca,

108 e

altri.

Seneca poi,
eius in

nell'ep. 86, dice,

parlando appunto di Scipione:


rtiihi .

animus

eaelum^ ex quo erat^ rediisse persuadeo


(3) Vedili in V. J.

pp. 4-6;

Vahlen Enn. poes. rei., Lipsiae, 2^ ediz. 1902, L. MuELLEE, Q. Enni carm. rei., Petrop. MDCCCLXXXV,
osservazioni del Mueller, Q. Ennius, Pietroburgo, 1884,
lo studio del

pp. 3-5, e nei Frag. poet. rovn. coli. Baehrens, Lipsiae, 1886. Vedi

anche
p.

le

139 e seg. e
Lucrezio,

Valmaggi pubblicato nel Bollettino di


I,

filai,

classica, III,
I,

259

e seg.

(4)

112-126; Cicerone, Somn. Scip.,

10; Aead, II,


prol.

16, 51; 27, 88; Orazio,


sai.

Ep.

II,

1,

52-54;

Persio,

sg.,

VI, 10-11; Schol. in Pers. prol. 2; VI, 9; Sehol.


Il,
1,

Cruq.

in

Horat., Ep.

52; Frontone, ep. IV, 12, p. 74 Nab.; Sergio,

ad Aen.^

II,

274, ecc.

Questo sogno che

26

mondo

lev grande rumore nel


si

ro-

mano

e di cui spesso

parlala, ora con seriet filosofica,


(1),

ora per ischerzo, tanto che divenne quasi proverbiale

doveva essere abbastanza lungo.


sarebbe apparso sul

Al poeta addormentato monte Parnasso (2) il fantasma pianlunghe


spiegazioni

gente

(3)

di

Omero

a dargli

intorno

all'ordine dell'universo (4), alle trasmigrazioni di ogni ani-

ma umana
intermedia

attraverso

un proprio
e
il

ciclo

di vite (5) di

e alla

sopravvivenza nelle caverne


fra

d'Acheronte
corpo
(6)

una forma

l'anima

e a ricordargli le

mutazioni della propria anima, trasformatasi, dopo la morte


del corpo, in

un pavone
Il

(7)

rinata

appunto in

lui,

il

(1)

A. Pasdera,
Prol.

sogno di Scipione^ Torino,


3

Loescher,

1890,

p.

4 nota.
(2) Persio,

bicipiti

Nec fonte labra prolui eaballino Nee in sommasse Parnasso Memim., ut repente sic poeta prodi1
:

Ennium^ qui dicit sommando in Parnaso Homerum sibi dicent em quod


,

rem

e Schol. ad V. 21

tangit

se

vidisse

eius

anima

in suo esset eorpore


(3)

gioia per
(4)

(5)

La ragione di questo pianto non detta. Era forse pianto di il momentaneo ritorno a contatto con un essere terreno ? rerum naturam expandere dictis . Lucrezio, I, 126 an contra nascentibus insinuetur (aniLucrezio, I, 113
:

ma)

116

a?^
1,

pecudes alias insinuet se


120-123
:

(6)

Lucrezio,

Etsi praeterea tamen esse Acherusia

tempia Einius asternis exponit versibus eidem Quo ncque permaneant aninae ncque corpora nostra, Sed quaedam simulacro modis
palleniia miris
(7) Persio,

Sat. VI,

10

sg.

Cor iubet

hoc

Enni,

postquam
.

destertuit esse Maeonides Quintus pavone ex pythagoreo


liano, de an., e. 33:
;

Tertul-

meminit Homerus Ennio sommante Hbid.^ e. 34: perinde in pavo retunderetur Homerus, I, cfr. eiusd. de resurrectione^ sieut in Pythagora Euphorbus

pavum

se

G.

1,

e AcRON, in

carm.

I,

28, 10; Persio, YI, 9, e schol.

Lat-

tanzio in Theb. Ili, 484.


discendente del re
press'a poco,
il

27

il

Messapo

(1),

poeta

rudino.

Tale,

contenuto di questo sogno, notevolissimo


delle

non
dell'

solo per l'esposizione

dottrine

filosofiche,

ma

altres

per

l'

accenno

alle ti-asformazioni

incarnazioni

anima

di

Omero, e
poeti.
poi,

per

1'

affermata parentela spiri-

tuale dei

due

Che
sesto
a.

il

pavone
C.
dall'

importato,

come sembra,
la patria

nel secolo

Oriente in Samo,

di

Pitagora,

avesse nella filosofia mistica di questo iniziato un'impor-

tanza considerevole, certo (2):

e
-

poich era anche

per
lato,

la colorazione
al

delle

penne

simbolo del cielo


le

stel-

quale salivano dopo ogni morte corporea

anime

umane (onde l'espressione per me simbolica del fieri pavom usata da Ennio) (3), opportunamente fu scelto dal
poeta e dalla tradizione che egli segu, per accogliere
l'a-

nima
4.
il

di

Omero, gi ritenuto per samio, come Pitagora.


che

Il

fatto

il

grande poema storico degli Annales,


dei

quale ebbe da parte

Romani un

culto analogo a

quello che noi tributiamo alla Divina

Commedia, incominin
si

ciava con tale sogno, ebbe grande importanza per la diffusione e conoscenza del pensiero
pitagorico

Roma

poich, appunto per lo studio che del

poema

fece, fin

(1) Servio,
(2)

ad Aen. VII. 691


p.
p.

Silio Italico, XII, 393.

MuELLER, Q. Ennius^
Hausthiere, 2^ ediz.,

143 sg. Cfr. Hehn, Kulturpflanxen

und

309.

(3) Dall'interpretazione letterale data a tale espressione o

ad altre

consimili nacque forse presso

gli

antichi

uno

dei primi fu Seno-

fane, contemporaneo di Pitagora, nei versi citati da Diogene Laer-

zio (YIT, 36)

quali peraltro

hanno un' intonazione scherzosa, se

non

satirica l'opinione

che Pitagora credesse nella metempsicosi

anche animale.

~
rettori ca (1) e

28

grammatica e
di

dal secondo secolo a. C. nelle scuole di

per

le

pubbliche letture di esso, ancora in


ai

uso nelle citt di provincia

tempi d'Aulo Gelilo

(2), si

dovette necessariamente mantenere viva in

Roma
era

stessa

e in Italia la conoscenza di quella parte della dottrina di

Pitagora, che nel sogno

si

ricordava e che
Difatti

poi
assai

una
fre-

delle principali di detto sistema.

sono

quenti nella letteratura posteriore


le allusioni alla teoria

noi le vedremo
la

del

della metempsicosi;

quale

resto fu forse introdotta in


sia cio

Roma

anche per
si

altro tramite,

per mezzo dei Misteri, nei quali

insegnavano
alle

appunto dottrine per molti


goriche, sia per

rispetti somiglianti

pita-

mezzo

della filosofia platonica

stoica,

che, secondo

una tradizione abbastanza


fondamentale,
dalle

diffusa e anteriore

air apparire del neo-pitagorismo,

era derivata almeno in


dottrine

qualche
stesse.

parte

pitagoriche

5.

Se

nel

poema

di

Ennio
ci

vi

fossero

altri

accenni

alla filosofia pitagorica

non

dato conoscere dagli scarsi


:

e slegati frammenti che ce ne restano


babile che, a proposito di

ma non
non
con

impro-

Numa,
le

fossero

solo notate

incidentalmente,

ma

fors'anche illustrate

una

certa

ampiezza

le

somiglianze fra

sue leggi ed istituzioni e


tal

quelle del filosofo di Samo. In

caso da Ennio per la

prima volta sarebbe


che

stata

inserita in un'opera storica e

letteraria latina la notizia


teriore,
il

desunta dalla tradizione orale an(3).

gran re avesse avuto a maestro Pitagora

(1) SvETONio,

de

gramm.

2. 6,
1,

(2) Noetes Attieae, XVI,


(3)

XVIII,

5.

MuELLBB, Q. Ennius^

p.

161 sg.


Ennio
tratt

29

certezza

In altro scritto invece noi sappiamo con

che

ancora delle dottrine pitagoriche: e precisacos


intitolato

mente ieVUpicharmuSy un poemetto

dal

nome

del filosofo siciliano, che era tenuto per


(1).

uno
in

dei pi

valenti seguaci della scuola italica

Anche

questo

lavoro poetico,

il

nostro scrittore finse un sogno:

Nam
e che
il

videbar somniare

med ego

esse
gli

morluum

(2j

poeta comico Epicarmo

comunicasse,

nelle

regioni infernali, dottrine di filosofia naturale suU 'origine


e sulla

natura delle cose. Notevole, fra


si

gli altri,

il

verso
il

nel quale

identifica

il

corpo alla
al

terra

e,

secondo

noto simbolismo mistico, l'anima


.

fuoco:

terra corpus est, et mentis ignis est (3).

Al qual proposito Yarrone,


stesso Ennio, scriveva:

citando,

un

altro verso dello

animalium semen ignis qui anima ac mens: qui caldor e caelo^ quod Mnc innumerahiles et immortales ignes. Itaque Epicharmus de mente umana dicit:
istic est

de sole sumptus isque totus mentis est

(4).

(1)

Yahlen,

0.

e,

p.

XCII-XCIII

e cfr. L.

Y. Schmidt, Quaest.
e di istrux.

epich. p. 53. Yedasi anche lo studio del

Pascal, Le opere spurie

Epicarmo e l'Epieharmus di Ennio in Biv. di flol. classica^ a. XLYIl, f. P, genn. 1919 pagg. 66 sgg.
di
(2)

Cicerone, Aead. pr.^ II, 16, 51.

(3) Prisciano,

YII, p. 764 P.

(I,

p.

335 K.).

Cfr. gli scolii al-

l'Eneide, YI, 724-732.


(4)

De lingua

latina^ Y, 39. Cfr. Mueller, op.


v.

cit.,

p.

Ili sg.

Sul pitagorismo del poeta

a pag. 70. Un'altra sentenza pitagoa pro-

rica quella che ricorda Cicerone {de divin.^ II, 62, 127)

posito dei sogni

aliquot

somnia

vera^ inquit Ennius^ sed

omnia

noenum

necesse est .


6.
s

30 -
letterarie,
le

Ma

oltre

che alle opere

quali,

come
dopo

detto, ebbero efficacia fino al

secondo

secolo

Cristo,
i

Ennio
che

rivolse l'attivit dell' ingegno, trasfondendovi

tesori della

sua sapienza, all'insegnamento orale; senza


l'esempio della sua vita intemerata spron
costante della virt tutti quelli fra
i

dire poi
all'

esercizio

nobili
si stu-

cittadini di

Roma

che accostandolo l'amarono. Egli

di di volgere le loro menti ad

una

libert di pensiero e
alla

ad una concezione individuale delle cose,

quale non
disciplina

erano certo avvezzi


ferrea.

Romani, educati

sotto

una

Abituando

le loro

intelligenze alle bellezze ed alle

sottigliezze della cultura greca,

insegnando in privato

le

dottrine di Pitagora, combattendo nel


le superstiziose

nome

di
i

Evemero
sacerdoti

credenze popolari, e deridendo

ignoranti, predicando infine che l'uomo ha da trovare in


se stesso, nelle profondit dell'anima,
il

fondamento del
feli-

proprio valore, della propria libert e della propria


cit,

diede impulso a una vera rivoluzione

razionalistica

nello spirito

romano

(1)

che fra quei valorosi soldati

e pratici legislatori cominci ad essere tenuta in conto la


cultura, ad esercitarsi la libera attivit del pensiero anche
in fatto di fede, e a formarsi un'aristocrazia vera e legit-

tima, fondata su ci che

l'

uomo ha

di pi sostanziale e

di proprio, cio su l'intelligenza e sullo spirito.

Non
bene

improbabile che

appunto per questo Catone,

il
il

quale, sopra tutto e innanzi tutto, vedeva l'interesse e


dello
Stato,

osteggiasse

il

movimento a cui aveva

dato egli stesso involontario impulso e perseguitasse l'A-

(1) GiussANi,

Letterat.
il

romana^ Milano,

Yallardi, p. 90. Si veda

anche su Ennio

saggio critico del Lenchantin

De Gubernatis

(To-

rino, Bocca, 1915).

Bl

si

fricano (1); tanto che questi, avendo suscitato contro di s

molte ire violente e molte accuse politiche,

ritir sde-

gnosamente nella sua


dove mor nel 183

villa

di

Literno, nella

Campania,

(2).

7.

Proprio in questi anni, facendosi uno scavo, furono


i

scoperti

famosi

libri

di

Numa,
Ennio

quali, per

un caso

assai
gli

strano, venivano molto

opportunamente a confermare
di
(3).

insegnamenti pitagorici

La

notizia della sco-

perta risale, per quel che ci noto, all'annalista

Cassio

Emina,

il

quale, secondo ci riferisce

Plinio

(4),

narrava

come un impiegato di nome Cneo Terenzio, facendo dei lavori in un suo podere sul Gianicolo, avesse scoperta e

(1) V.

Livio,

XXXVIII,
e

54.
di

(2) Sull'esilio e sulla

morte

Scipione Africano Maggiore vedi


antica^ p. 85-96.
lo

C. Pascal, Fatti
f3) Si veda,

leggende di

Roma
libri,

intorno a questi

studio del Lasaulx, Ueber

die Bueeher des

Numa^

negli Atti dell' Accademia di

Monaco

del

1849.
(4)

Nat. Eist. XIII, 84

= Hist.

Rom.

rell.

I,

p.

106-107 Peter:

Cassius B.em,ina^ vetustissimus auctor annalium,^ quarto eorum,


Cn. Terentium, scribam

^ibro prodidit^

repastinantem offendisse
vii situs fuisset.

agrum suum, in lanieulo arcani in qua Numa qui Romae regna-

In eadem libros eus repertos P. Cornelio L. f. M. Bebio Q. f. Pamphilo coss. ad quos a regno Numae colliguntur anni DXXXV, et hos fuisse a charta^ maiore etiamnum mir acuto quod tot infossi duraverunt annis. Quapropter in re tanta ipsius Heminae verba ponam; mirabantur alii quomodo lli libri durare potuissent^ ille ita rationem reddebat : Lapidem fuisse quadratum cireiter in medio arde vinctum, candelis quoque
Gethego^

versus. In eo lapide insuper libros inpositos fuisse., propterea arbitrarier tineas

non
;

tetigisse: in his libris scripta erant philoso-

phiae Pythagoricae

eosque combustos a Q. Petilio praetore quia


.

philosophiae scripta essent

scavata la tomba del re


lui
;

32

Numa, che conteneva


si

libri

di

e,

cosa di cui molti

meravigliarono, cotesti
;

libri di

carta s'erano perfettamente conservati


lo

ma, come spiegava

stesso Terenzio, tale conservazione era dovuta al fatto

che, essendo posti sopra

una

pietra quadrata che

si

trov
dalli

quasi nel mezzo della tomba, erano rimasti

immuni

l'umidit, ed essendo spalmati di cedro, le tignole

non

avevano

rosi.

I libri stessi poi

contenevano
furono

scritti di filo-

sofa pitagorica,

per

la

qual

ragione

poco

dopo

bruciati dal pretore Quinto Petillio.

Lo

stesso

racconto

fece pure l'annalista X.

Calpurnio Pisone Censorio Frulibri

(1),

secondo

il

quale per detti


altrettanti

erano sette di

di-

ritto pontificio

e
1'

pitagorici.

Quattordici erano
e

pure, secondo

annalista C, Sempronio Tuditano (2)

contenenti

decreti di

Numa.

Secondo Valerio Anziate

infine (3) essi erano invece ventiquattro, dodici pontificali


scritti in latino
si

e dodici di filosofia scritti in greco, e

non
in

sarebbero trovati proprio nella tomba di

Numa, ma

un'arca adiacente.

Se

il

racconto vario nei

particolari,

tuttavia

questi

(1) Plinio,

/.

e.

=
=
:

H. R.

rell.

I,

p.

122-123, P.

Hoc idem

tradii 0. Piso censorius

primo commentari or um,^ sed


.
:

libros septem

iuris pontifcii totidemque Pythagoricos fuisse


(2)

Plinio

l.

e.

decimo

tertio
/.

Numae
e.

(3) Plinio

H. R. rell. I, p, 142-143 P decretorum fuisse libros XII fuisse ipse Varr

Tuditanus

Humanarum
XII
potiti fi

antiquitatum septimo. Antias secundo libros fuisse


Cfr.
p.

cales latinos^ totidem graecos praecepta philosophiae continentes

Plutarco,

Numa,

22

Livio,
il

XL,

29,

^ =z H. R.
(/.

rell.

I,

240-241 P. Si noti per che

Peter crede

e.

p.

CC.)

che

Livio abbia citato per errore Valerio Anziate invece di

Calpurnio

Pisone.

33
ed
altri

autori (1) sono concordi nell'affermare sia la scolibri,

perta dei
e di

durante

il

consolato di P. Cornelio Cetego


a.

M. Bebio Panfilo (191

C), sia la loro pronta di-

struzione per opera del pretore Petillio.


possibile dubitare che
il

Cosicch non

fatto sia

avvenuto.

Senonch
che

la

critica pili recente si affrettata

ad affermare

essi

dovettero essere un'abile falsificazione di qualche scrittore,


fanatico delle

nuove idee pitagoriche,

in quegli anni ape accettate

punto diffuse in

Roma

dal grande Ennio,


altri

da

Scipione Africano e da

illustri cittadini.

Ma

ad una

grossolana falsificazione fatta in quei tempi medesimi noi

non vogliamo
dottrina

credere.

Non

ci

racconta

costantemente la

tradizione pitagorica che base dell' insegnamento di questa

era

la

segretezza e

il

mistero

proprio

un

pitagorico avrebbe divulgato le dottrine della sua scuola,


in un'opera cos voluminosa, ricorrendo a
cos poco serio, ed
la tradizione

uno stratagemma

anche cos

inutile, dal

momento che

gi

ammetteva

la filiazione degli istituti e delle

leggi religiose di
bile

Numa

dal Pitagorismo ?
i

Ed

poi possi-

che fra

senatori romani,

quali decretarono, su parere

del pretore, l'abbruciamento dei libri cos miracolosamente


scoperti,

non

vi fosse alcuno in

grado di comprendere una


c'

cos grossolana mistificazione?


i

Poich non

dubbio che

libri

furono bruciati con la convinzione che essi fossero


(2),

realmente quelli del re sapiente


V. ancora

e perch contenevano,

(1)

le

testimonianze di Yarrone, conservataci da S. A-

gostino {De civ. dei^ YII, 34), di Livio (XL, 29, da cui ha desunto
la

sua narrazione Lattanzio, Inst. Festo


(p.

I, 22),

di

Valerio Massimo

(I, 1,

12), di

173 M.
ili.

p.

182 Thewr.), di Plutarco

{Numa,
opinione

22) e del de vir.


(2)

3.

Livio osserva

ohe questa convinzione

deriv

dall'

diffusa che

Numa

fosse stato discepolo di

Pitagora,

opinione
8.

che

34
secondo
la testimonianza di

Varrone^ la spiegazione degli


in
sacris
fuerlt

stituiti religiosi

di

Numa
come

(cur quidque

institutum)^ fondati,

quelli di tutte le religioni,

su

ragioni fisiche e filosofiche e sopra una concezione particolare della natura.

Ora, dice assai giustamente lo Chaignet

(1),

questa interisti-

pretazione razionale ed

umana

delle credenze e delle

tuzioni religiose, togliendo ad esse un' origine e

un

fon-

damento sovrannaturale, avrebbe

certo,

divulgandosi, tolta
che,
i

ogni consistenza a quella religione

di stato

come
Livio)

tutte le religioni dogmatiche, si esauriva per

pi nelle

pratiche

del culto

(le

religiones

di cui parla

esigendo,

come condizione
pretore urbano e

della propria esistenza, la fede

cieca e l'ignoranza superstiziosa.

proprio a questo pen-

sarono

il

il
i

Senato,

che

si

affrettarono^

a far scomparire sul rogo

pericolosi libri, nei quali era


1'

filosoficamente provata ed attestata


pontificale

origine

del

diritto

romano, cardine e fondamento primo dello


(2);

Stato,

dall'occultismo pitagorico

se pure
il

il

motivo

di tale di-

struzione

non

fu quello stesso per

quale^

come abbiamo
ri-

gi veduto. Cicerone

non

volle troppo approfondire la


il

cerca e la dimostrazione dei rapporti fra


i

Pitagorismo e

piii

antichi istituti di

Roma. Stando

al

racconto di Plu-

egli,

certo
29).

per

ragioni

cronologiche,

chiama

un

mendacio
v. I, p.

(XL,
(1)
(2)

Pythag.

et

laphilos. pytkag.^ Parigi, Didier, 1874,


il

136.

interessantissimo a questo proposito


eivit.

passo

di

S.

Ago-

stino

{De

dei VII, 34),

il
i

quale

spiega

per quali
li

ragioni

demoniache
il

Numa
il

compose
Senato
li

suoi libri e poi

fece seppellire interes

nella sua tomba, e

fece abbruciare.

N meno

sante

capitolo seguente (35 j,


e delle

in cui si parla delle arti

idro-

mantiche

evocazioni di

Numa.

^
tarco, infine,

35

Numa
la

questi libri erano stati scritti da

stesso

e per ordine suo sepolti con lui;


la

e ci perch,
affidare

secondo
conservita, an-

massima

pitagorica,

non era bene

vazione d'una dottrina segreta a caratteri senza


zich alla sola
forse,

memoria di quelli che ne erano degni. E, per questa medesima ragione i Pitagorici romani
fare
libri

non dovettero
distruggere
dottrine,
i

molta
stessi,

opposizione
gelosi

alla

proposta di
delle

come erano

loro

allora,

come sempre,
se

facilmente suscettibili di
(1).

scherno e di

riso,

male interpretate o fraintese


adoper cos
antica

8.

Nel

tempo in cui Ennio


in
si

si
l'

efficace-

mente per introdurre

Roma

sapienza
l'

della

Magna

Grecia, di qui

diffondevano per
i

Italia

e pe-

netravano nella grande metropoli anche

culti

bacchici

e le sette orfiche, intimamente legate con le

pitagoriche
dottrine

per

gli stretti

rapporti che vi erano fra le


si

due

segrete. Contro gli uni e le altre

pubblicarono senato-

consulti (2) e

si

istituirono tribunali (quaestiones de Bac-

chanalibus sacrisque noeturnis extra ordinem), che ne di-

(1)

Uno

scrittore israelita del secolo

duzione dell'opera

De jure naturali
a

et

XYII, il Sklden, nell'introgentium iuxta diseplnam


sostenere
rivelazione
ch.e

Hebraeorum stampata

Londra nel I6l0, volendo


piuttosto
i

ogni sapienza viene dagli Ebrei o

dalla

tre

volte rinnovata, di cui gli Ebrei erano

depositari,

afferma invece

che
i

Numa
da

Pompilio era in segreto un adoratore del vero Dio, che


lui lasciati e

libri

scoperti solo parecchi

secoli

dopo

la

sua

morte erano
Dio

la giustificazione della

sua fede e la glorificazione del


il

d' Israele,

che appunto per questo

Senato

ne

ordin

la

distruzione, perch racchiudevano la

condanna

della religione di Stato.

(2) Nel 186 se ne pubblic per tutta l'Italia uno (scoperto nel 1692 in Calabria) che ordinava, fra le altre cose: * Bacas vir ne-

quis adiese velet eeivis

romanus neve nominus

latini


mostrano
violento discorso che
il

36 -e Livio ci
riferisce
il

la diffusione e la forza:

pretore Lucio Postumio


a.

Tempsano
religio -

pronunci nell'anno 186


vagi culti forestieri
:

C.

contro

seguaci dei mal-

contra pravs
(1).

et externis

nidus captas mentes


ciazioni misteriose

ben vero che queste asso^

clandestinae conmrationes

come

dice

Livio (2)
dossia
pania,

questi culti sempre

perseguitati

dall' orto-

romana venivano

in parte dall' Etruria e dalla

Camspedei

ma

le ricerche giudiziarie

ne fecero scoprire diversi


meridionale,
e

focolari nell'Apulia, in tutta l'Italia

cialmente a Taranto, che come


centri d'origine del Pitagorismo

si

gi visto, era

uno

(3).

Cos

delle

tavolette

d' oro,

scoperte

recentemente in
Thiirium
e

tombe

dell'Italia meridionale, presso l'antica


al secolo

che risalgono alcune


sec. Ili a.

lY

e altre al principio del


orfici

C. (4),

ci

conservano l'eco di versi


altro

che
cita

sino ad ora

non

si

conoscevano per

che per una


(5):

zione di Proclo, neo-pitagorico del quinto secolo

lo

(1) Livio,
(2)
(3)

XXXIX, 15. XXXIX, 9, 18, 41 XL, 19. L. Postumius Livio XXXIX, 41


;
:

praetor, cui

Tarentum

provincia evenerat^ reliquias Bacchanalium quaestionis


exsecutus est cura e

cum omni

Duronio praetori^ cui provincia Apulia evenerat^ adiecta de Bacchanalibus quaestio est : cuius residua quaedam velut semina ex prioribus malis iam priore anno adparuerant .
:

XL, 19

L.

(4) Cfr. Kaibel, Inscr,

graecae Siciliae
si

et

Italia

n.

638-642.

Alcuni

testi

da

lui

omessi

trovano in Comparetti, Notixie degli


III, p.

scavi^ 1880, p. 155 e nel


Cfr.

Journal of Hellenic Studies anche Comparetti Laminette orfiche edite ed

114 sg.
Fi-

illustrate^

renze 19lO.
(5)

Framm. 224 Abel:


fr.

tctcte S'Sv^pcDTtog izpoXinx)


1
:

^og

"^sXCoio

quasi uguale al

n. 642,

XX' 7ixa|j, ^^ux^ KpaXin-Q cpog


sono sfuggita
al

37

cerchio delle pene e delle tristezze (1) ,


subita

grida in uno slancio di speranza l'anima che ha


tutta intera la

pena

delle sue azioni inique


,

e che
la

ora

implorando

il

suo soccorso

s'avanza verso

regina

dei luoghi sotterranei, la santa Persefone, e verso le altre


divinit dell'Ade; essa
si

vanta di appartenere
la

alla

loro

razza felice, e domanda ad esse che


nelle

mandino ora
la pa!

dimore degl'innocenti e attende da esse


:

rola di salvezza

Tu

sarai

dea e non
il

pii

mortale

In questi brani poetici, dice


redazioni diverse d'un testo
altre tavole,

Gomperz, bisogna vedere


piti antico.

comune

Parecchie

che risalgono in parte


;

alla stessa epoca,

sono

state trovate nelle stesse localit

altre

sono state scoperte

nell'isola di Creta (2) e datano dall'epoca

romana
il

poste-

riore: tutte prescrivono all'anima la sua strada nel

mondo
125 del

sotterraneo

(3).

Ora notevole

il

fatto

che

cap.

Libro dei Morti

egiziano contiene una confessione ne1'

gativa dei peccati, che sembra

amplificazione di quello
(4).

che

le tre tavole di

Turio condensavano in poche parole

In queste, come in quello, l'anima del defunto proclama

con enfasi
YieXloio*.
Il
1'

la

sua

purezza

e solo

su

questa

purezza
ha
sg.

Kern (Aus der Anomia^


al

Berlino,

1890,

p. 87}

richiamato

attenzione su queste ed altre coincidenze.

Y. anche
p.
l

H. DiELS, nella raccolta dedicata


(1)

Gomperz, Vienna, 1902,


e

Cio

alla

serie

delle

rinascite

delle

esistenze

terrestri.
v,

Y. Gomperz, Les penseurs de la Qrce^


pag. 141 sg.
(2)

Paris, Alcan,

1904,

I,

Y. JouBiN, Inscription crtoise relative l'Orphisme, Bull.


Y. qualche parallelo buddico in Rhys Davids, Suddhism,
Maspro, Bibl. Egyptol.
II,

de corr. hll. XYII, 121-124.


(3)

p.

161.
(4) Cfr.

469

sg. e Brttgsoh, Steinin-

schrift

und

Bibelwort. Y. anche Maspero, Hist. ancienne^ p. 191.


nima
inique
dell' Orfico

38

Se
le
l'

fonda la sua speranza in una felice immortalit.

a-

pretende di
si

avere

espiato

azioni

e quindi

sa liberata dalla sozzura che ne dele

riva, l'anima dell'

Egiziano enumera tutte

colpe che ha
fatti,

saputo evitare nel suo pellegrinaggio terrestre. Pochi


dice
il

Gomperz, nella
tali

storia della religione e dei costupiii

mi sono
rituali,

da meravigliarci

del contenuto

di

que-

st'antica confessione, in cui si

vedono accanto

alle colpe

e ai precetti di morale civile accolte da tutte


incivilite,

le

comunit

l'espressione d'un

sentimento

morale

non comune

e che ci

squisita delicatezza:

pu persino sorprendere per la sua Io non ho oppresso la vedova! Non


bocca del lattante
!...

ho allontanato
reso
ai
il

il

latte dalla

Non ho
!...

povero pi povero!...

Non ho

trattenuto, l'operaio

suo lavoro pi del tempo stabilito nel contratto

sono stato negligente!

Non sono

stato fiacco!...
il

Non Non ho

messo
ne!...

lo schiavo in cattivo aspetto presso

suo padro-

Non

ho

fatto versare

lacrime a nessuno!....

Ma
si

la

morale che scaturisce da questa confessione non


il

contentata di proibire
atti di

male; ha anche prescritto degli


:

beneficenza positiva
la gioia!

Dappertutto, grida
chi

il

morto,

ho sparso

Ho

cibato

aveva fame,
!

dissetato

chi aveva sete, vestito chi era

nudo

Ho

dato

al viaggiatore in pericolo di arrivar tardi

ET

una barca anima


final-

giusta,

dopo aver subito iiyiumerevoli prove, arriva

mente nel coro degli dei. La mia impurit, grida piena di gioia, mi tolta, e il peccato che mi stava addosso
l'ho gettato. Giungo in questa regione
riosi....

degli

eletti

glo-

Yoi che mi

state dinanzi^
le

aggiunge rivolta
sono

agli

dei gi nominati, tendetemi

braccia....,

anch' io

uno dei

vostri


di

39

gli

Nessuna meraviglia quindi che


Ennio, quasi
tutti

scrittori

del

tempo

venuti

Roma

dal

mezzogiorno,

fossero pi o

meno imbevuti

di cos fatte dottrine.

Di un grande poeta comico. Stazio


e abit in

Cecilio,

morto nel

168, che fece parte del collegium poetarum dell'Aventino

Roma

nella stessa casa con Ennio, ci restano

troppo scarsi frammenti

perch

possiamo

dir

nulla del

contenuto

morale e

filosofico

dell'opera

sua.

Certo

per

r intimit sua
sua

col poeta

di

Rudie dovette esercitare un


e

qualche influsso sulla formazione del suo gusto


arte.

della

Con Ennio

visse pure in
il

Roma, sino

alla

pi tarda et,
il

frequentando anch'egli

circolo degli Scipioni,

nipote
poi
egli

Marco Pacuvio,
a Taranto dopo

che, nato a Brindisi nel 220,


il

si ritir

140

e vi

mon
di

novantenne.

Che

dipendesse spiritualmente da Ennio, ne fanno fede, oltre

che l'esplicita dichiarazione

Pompilio

Pacvi diseipulus dieor ; porro

Emiius Musar um^ Pompilius


i

is fuit Enni^ clueor^

due frammenti del suo Ghryses^


la stessa libert di spirito

nel

primo

dei

quali

mostra
falsi

e di parola, rispetto ai

sacerdoti, che gi

abbiamo notata in Ennio:


avium
intellegunt,

.... nam

istis^

qui linguam

plusque ex alieno iecorc sapiunt^

quam

ex suo,
(1)
;

magis audiendum quam ausoultandum eenseo

(1) pr.

Cic. de div.

I,
i

246, 9. Si confrontino

impudentesque
imperai,

arioli,

pr. Nonio Sed superstitiosi vates Aut inertes aut insani aut quibus egestas

57,

181

il

terzo verso anche


:

versi di

Ennio

semitam non sapiunt^ alteri monstrant viam^ Quibus divitias pollicentur, ab eis draeumam ipsi petunt , e gli
sibi

Qui


pitagorico, che troveremo

40

un concetto
v

e nel secondo esprime intorno all'etere

affatto,

anche in Virgilio:

hoc vide^ circum supraque quod complexu continet


terram....
solisque exortu capessit candorem, oecasu nigret,

id quod nostri eaelum memorante

Orai perhiheni ethera

omnia animai^ format^ alit\ auget^ creai, sepelit recipitque in sese omnia omniumque idem est pater, indidemque eadem aeque oriuntur de integro atque eodem occidunt.
quidquid
est hoe^

mater

est terra;

ea parit corpus^

animam

aether adiugat

(1).

Istic est is lupiter'

quem
et
:

dco^

quem Or acci vocant


fit,

a'rem: qui ventus est

nuhes; 7nber postea,


aer denuo,
tibi,

atque ex imhre frigus

ventus post

kaece propter luppiter sunt ista quae dico

quia mortalis aeque turhas beluasque omnes iuvat.


Il

passo, dice

il

Pascal {Antol. latina^ Milano, 1899,

p,

30 n.)
il

era libera traduzione del Crisippo euripideo, del quale rimasto


fr.

836 Nauck'; e trov


il

altro traduttore in Lucrezio II, 991-1005.

Se

pensiero esposto da Euripide del Cielo o Giove nostro padre

e della Terra

madre

risale

al

suo

maestro

Anassagora (500-430
fra
i

circa), fu peraltro

indubbiamente abbastanza comune

mistici.

10.

Questi versi ed alcuni

altri (2), se

sono per s poca


dei

cosa, tuttavia, tenuto conto della scarsit


superstiti di questi primi poeti di

frammenti

certa continuit di

Roma, mostrano una pensiero, che non pu sfuggire neppure


i

ad un esame superficiale. Cos, per lasciare in disparte

altri

Qui sui quaestus causa

fctas

suscitant

sententias
.

Omnes dant consilium vnum atque ad voluptatem omnia


(1)

Congiunse cos questi versi

(citati in diversi

luoghi da Var-

HONE, Cicerone e Nonio) lo Scaligero. Questo concetto dell'aria poi


ricorda
(2)
i

versi dell' Epickarmus di Ennio


es.
i

Y. per

fr.

46

52 del Pascal

(p.

30

e 35).


si

41

la

versi di Accio, che ritornano sullo stesso concetto, e che

possono anche spiegare con


(1),

dipendenza dai
virti (2),

tragici

greci

nonch
alle

il

suo concetto della

come non
ne

pensare
sia stato

dottrine pitagoriche

diretto o indiretto

r influsso

quando

leggiamo

sentenze
a.

queste di Sesto Turpilio (morto nel 103


ci

come C), Tuna che


dei

afferma la
:

felicit consistere nella limitazione

de-

siderii

Profecto ut quisque
ita

minimo
isti^

contentus fuit^

fortunatam vitam

vixit m,axime^

ut philosopki aiunt

quibus quidvis sat

est (3).

e l'altra che cos definisce la difficolt del sapere


Ita est:

verum haut
est iter:

facile est venire ilio uhi sita est sapientia.

Spissum

ajnsci haut possis nisi

cum magna miseria? (i)


i

E
al

se

grammatici che

ci

hanno conservato
ci

frammenti
pii

di questo poeta (200 versi appena),

avessero badato

pensiero che alla forma e quindi

avessero dato una


di arcaismi

raccolta di sentenze, piuttosto che

un catalogo

(1)

V.

fr.

60 e 61 del Pascal
(p.

(p.

41) e le note.

(2)

Pascal

42)

nam

si

opes Eripere quivit^ at virtutem

non

a me regnum Fortuna atque quit e Scin ut quemulta humilitas inge-

eumque

tribuit fortuna ordinem^

Numquam
Il

nium
isti

infirmai

bonum
i

(3) pr. Pbisciano III,

425 Keil.

Pascal

(p.

67)

sl

pkilosophi...
il

annota

Cinici ?

Io credo piuttosto che qui


ai Pitagorici, dei

poeta, imi-

quaU sappiamo quanto si siano burlati i comici ateniesi della commedia di mezzo, di cui Gellio {N. a. IV, il) pot scrivere: mediae comoediae proprium argumentum fuit Fythagoreorum exagitatio .
tatore di
(4) pr.

Monandro, abbia alluso

Nonio 392, 26 (Pascal,

p.

67).

Si notilo

spissum..

iter.,

che forse pu intendersi in senso proprio, non traslato.

e di idiotismi,

42

citare
altri

potremmo

forse

passi

ugual-

mente notevoli

e significativi.

Cos veramente

notevoli
(1),

sono

le

sentenze

di

comici

ignoti citate dal Pascal


di

che certo non sarebbero fuor

luogo nei carmina aurea pitagorici e che riprendono motivi etici, gi da noi accennati, proprii tanto del Pita-

gorismo quanto
1.

di altri sistemi posteriori:


(2)

2.

Sui quique mores fingunt fortunam hominihus, Non est beatus^ esse se qui non putat. (3)
Is

3. 4.

5.
6.
7.

minimo egei mortalis, qui minimum cupit. Quod vult habet^ qui velie quod satis est potest. (4) In nullum avarus bonus est^ in se pessimus. (5).
alio expectes alteri

Ab

quod

feceris. (6)

Beneficia in volgus

eum

largiri institueris
(7)

8.

perdenda sunt multa^ ut semel ponas bene. .... quid ? tu non intellegis

tantum

te

adimere gratiae quantum morae

adicis ? (S)

68 sg. Cic, Farad. 5, 35, che lo riferisce ad un sapiens poeta; esso ricorda la sentenza di A. Claudio su citata. Secondo alcuni si tratterebbe di un altro verso, che il Lachmann ricompone cos suis fingitur fortuna cuique moribus. V. anche pr. Nepote, Vita Att. Il, 6 ed altri, di cui il Ribbeck, Gom. Fragm.^ p. 147. come (3) pr, Seneca, epist. 9, 21. Che la felicit e 1' infelicit,
(1) pag. (2) pr.
:

dice questa sentenza, siano proiezioni subbiettive dello spirito o


l'effetto di

non

cause esterne, verit che i Pitagorici affermarono ripetutamente Cfr. PuBL. Siro I, 56, Q, 7 Meyer. (4) Questa e la precedente pr. Seneca, epist. 108, 11. Cfr. la prima sentenza di Turpilio su citata. (5) pr. Seneca, ejist. 108, 9. (6) pr. Lattanzio, div. inst. I, 16, lO. Cfr. pr. Lampeid. Alex. Sever. 51 quod tibi fieri non vis., alteri ne feceris e nei Garm.
:

epigr. lat. 192, 3 Buecheler:


(7) pr. Seneca,

^ab alio speres, alteri


;

quod feceris.
off.

de benef. I, 2 cfr. Ennio pr. Cic. de benefacta male locata malefacta arbitror (8) pr. Seneca, de benef. II, 5, 2.

18, 62:


1.

43

Cos pare degni di nota sono


Felicitas est

seguenti frammenti:
(1)

quam

voeant sapientiam.
es,

2.

Tutare amici eausam, potis

suscipe.

Obicitur erimen eapitis^ purga fortiter.

3.

In amici causa es, imm,o Iniuriarum remedium, est

certe potior es. {2}


oblivio. (3)

Ma

queste sono quisquilie, che, se pur dimostrano una

certa diffusione del pensiero pitagorico in

sono tuttavia essere prese per se


e propria tradizione locale.

Roma, non poscome indizi di una vera


le

Poich per

dipendenze della

poesia e della letteratura latina dalla greca da credere

che anche
filosofiche,

gli

accenni, spesso accidentali, a quelle dottrine

fossero presi di sana pianta dalle opere che gli

scrittori latini,

massime

comici, o imitavano o traduce-

vano.

Il

fatto tuttavia di trovarli frequenti


le

anche in opere
stesse

prettamente romane dimostra che

dottrine

ave-

vano un contenuto ideale


sono

morale specialmente
popolo romano,

conil

allo spirito e ai bisogni del

quale,

sopra ogni cosa, ebbe un profondo senso del giusto, che


poi attu nel suo mirabile sistema di leggi.

11.

Infine, anche
a.

dalle poesie satiriche di Caio Lucn.10

(180-103

C.)

noi

potremmo

certo aver notizia del Pita-

gorismo, quale egli pot osservarlo praticato e seguito in

Roma

al

tempo
i

suo, se ci restassero, dei suoi trenta libri

di satire,

libri

XXVIII

XXIX,

nei quali pare che si

occupasse principalmente di mettere in parodia e in derisione,

ed anche di sottoporre a critica

seria, s pel conte-

(1) QuiNTiL.
(2)

YI,

3,

97.

Charis. V, p. 253 P.

(3)

Seneca, epist.^ 94, 28.


nuto che per
sistemi.
la forma,
i

44

filosofi,

le loro

opere

loro

Ma

disgraziatamente anche di questo poeta poco

o nulla ci resta. Anch'egli, bens,


libera dai pregiudizi volgari
:

come Ennio, ebbe mente

Ut pueri infantes credunt signa omnia ahena


vivere
et

esse

homines^ sic

ist

soinnia fda
(1)

vera putant^ credunt signis cor inesse in ahenis

sono versi del

1.

XV

delle Satire.

E un

altro bellissimo

frammento, forse del


nobile fosse
il

libro IV, ci dimostra

quanto

alto e

concetto ch'egli ebbe della virti:

pretium persolvere rerum quis in versatnm\ quis vivimus rebus potesse, virtus est homini seire id quod quaeque valet res ; virtus seire homini rectum^ utile quid sit^ honestum^ quae bona, quae mala item, quid inutile, turpe, inhonestum ; virtus^ quaerendae fne^n rei seire modumque ; virtus^ divitiis pretium persolvere posse ; virtus^' id dare^ quod re ipsa debtur honori ; hostem esse atque inimicum hominum morumque malo rum, contra defensorem hominum morumque bonorum,
Virtus, Albine, est

magnifcare hos, his bene

velle^

his vivere

amicum

commoda

praeterea patriai

prima

putare^
nostra. (1)

deinde parentum^ tertia

iam postremaque

(1) fr.
(1)
fr.

354 del Bhrens


119 del Bhr.

= Latt.

= Latta.nzto.
VI,

I,

22,

13.

5, 2.

CAPITOLO TERZO

Sette e scuole pitagoricbe in

Roma

nel

secolo a. C.

1.

Qenethliaei.
3.

2.

P. Nigdio Figulo e la sua scuola segreta.

La scuola

dei Sestii.

1.

Da

Sant'Agostino

(1) ci

stato

conservato,

del-

l'opera Yarroniana

De

gente populi romani^

un passo per
esse

noi importantissimo:
in

Genethliaci

quidam scripserunt

renascendis Jiominibus
;

quam

appellant TraXtyysveatav

Graeci

hanc scripserunt confici in annis numero


et

CDXL^

ut idem corpus

eadem anima

quae fuerint coniuncta


quali credevano

in corpor e aliquando,

eadem rursus redeant in coniunscrittori,


i

etionem

Chi erano mai questi

nella risurrezione dell'anima e della carne e

ne fissavano

persino

il

compimento
si

nello spazio di quattrocento e qua-

ranta anni? Essi erano studiosi di discipline magiche ed


astrologiche, a cui

davano anche

nomi

di

magi^

di

caldei e di matematici.
II e I secolo a.

Abbastanza numerosi in

Roma

nel

C,

col decadere dei culti ufficiali e l'in-

(l)

De

civitaie dei,

XXII,

28.

filtrarsi

46

dall'Egitto e dal-

di riti stranieri,

massimamente

l'Asia,

divennero a grado a grado cos potenti da trovarsi

persino
stato.

ad essere

qualche volta arbitri


dice
il

delle sorti dello

Poich,

come

Pascal in un suo

geniale

interessante studio

(1),

svolgendo in particolare

la dottrina

della resurrezione dei morti (filiazione diretta della


psicosi pitagorica) la fecero entrare in

metemdi loro

un sistema

particolari teorie, la congiunsero con predizioni contenute

nei sacri oracoli della Sibilla, e presunsero anche di co-

noscere dall'osservazione delle

stelle

il

corso degli eventi

umani. Essi non partivano, come

gli aruspici e gl'indovini,

dal concetto che gli dei manifestassero la volont loro per

mezzo
svolto,

di segni particolari,

ma

dal concetto, razionalmente

che tutto fosse

armonico e regolato da leggi e da

rapporti immutabili nell'universo e che quindi, all'apparire


di determinati fatti o

fenomeni dovesse normalmente

se-

guire l'avverarsi di determinati eventi umani

Era dunque,

aggiunge
tifica,

il

Pascal,

un

tentativo di giustificazione scien-

tratta dal fondo della dottrina pitagorica e platonica,

della credenza popolare che la vita di ciascun

uomo

fosse

regolata dall' astro

che

lo

aveva visto
che
si

nascere

Strani

davvero questi

scienziati-filosofi

sforzano di ribadire

con argomenti razionali e


le

di ridurre a ragioni scientifiche

superstiziose credenze del volgo! e che riescono tanto


far sentire a

bene nel loro proposito da


d.

Favorino

(li sec.

C.)

il
il

bisogno di abbattere con una confutazione

siste-

matica
(1)

loro edifizio logico (2), ancora saldo sulle sue basi

La

resurrezione della carne nel

mondo pagano,

in Atene e

Roma
(2)
il

del

marzo 1901 e in Fatti e leggende di


186 e segg.
Gellio, Noet. Att.

Roma

antica, Fi-

renze, 1903 pp.

AULO

XVI,

1,

riporta quasi testualmente

discorso di Favorino.

47

Io in verit

a pi di due secoli di distanza!

non posso
ciclo

acconsentire col Pascal che quest'idea di

un

monargo-

dano computato a quattro


menti che

secoli

di

110

anni

ciascuno
gli

venisse ai Genetliaci dalla tradizione popolare:


il

Pascal porta a sostegno della sua affermazione


piuttosto a credere
fosse
il

mi inducono
l'idea
stessa

contrario^

e cio che

comune
da,

alla

filosofia

mistica

greco-

italico-romana (1) e

questa passasse poi al volgo

per

mezzo

dei responsi sibillini (2) e dei poeti che l'accolsero


il

e la diffusero per

popolo

(3).

Di pi, un'altra credenza


:

notevolissima fu propria e del Sibillismo e dei Genetliaci


la

credenza cio che ultimo dio del ciclo mondano dovesse


il

essere

Sole od Apollo
l'et

(4)

che avrebbe
gli

bruciato
antichi

l'uni-

verso e riportata

dell'oro, con

uomini
dal

rinnovati alla vita;


I,

quell'Apollo che pure Orazio (Carm.

2)

invoc
:

perch

venisse

redimere

l'umanit

peccato

Tandem

venias^ precamur^

ISube candentes umeros amictus

Augur
Cos Cicerone
e cio di

Apollo.

(1)

ci

parla nel

De
1'
!

divin. II, 46, 97 di un' altra


di

scuola di astrologi per la quale

estensione

tempo era molto

maggiore,
(2) pr.

470000 anni

Probo a Yirg. Ed. IV, 4


;

La

Sibilla

cumana ha
;

pre-

detto che dopo quattro secoli sarebbe avvenuta la palingenesi .


Virgilio, Ed. IV, lO Aen. VI, (3) Orazio, I, 2, v. 29 e sg. 748-751; Ovidio, Melavi. I, 89 sgg.; Persio, Sat. V, 47 sg. (4) Servio nel commento al v. 10 della IV ecl. di Virgilio riporta il seguente passo del quarto libro de diis di P. Nigidio Figulo Quidam deos et eo'um genera temporibus et aetatibus fdistinguunt)., inter quos et Orpheus; prim,um, regnum, Saturni^ deinde lovis^ tum Neptuni^ inde Plutonis ; nonnuUi etiam^ ut magi, aiunt Apollinis fore regnum,, in quo videndum est., ne ardorem sive illa ecpyrosis adpellanda est., dieant Vedasi anche il Lobeck, Aglaophamus^ pag. 791 sgg.
:
.

La

4:

rigenerazione degli uomini e la conflagrazione del-

l'universo per virt di Apollo

conflagrazione
(1)

probabil-

mente simbolica

e che tuttavia pot essere

aspettata

da

alcuno come reale ed effettiva

furono

dunque due
e pi

concetti paralleli ed uniti anche nel

dogma pagano,

precisamente in quelle dottrine mistiche, nelle quali sap-

piamo quanta parte


il

e che profonda significazione

avesse

mito apollineo e solare,

E come

pu

tutto questo essere

stato creazione popolare?

Veramente

forse

un

po' troppo,
si

non

solo in fatto di mitologia e di credenze,

vuole

attribuire al popolo, a questo essere impersonale, cos im-

maginoso e cos balordo,


denzone!

cos ricco di fantasia e cos cre-

Non

assai pi verosimile pensare a

una genesi
indotti,

pi elevata e razionale, a una creazione veramente intellettuale e filosofica, che,

passando dai
si

dotti

agli

dai sapienti agi' ignoranti,,

materializza e degenera dal-

l'essenza primitiva,

o,

meglio ancora, acquista con moto

parallelo e continuo, nuovi aspetti e


realistiche e concrete?

nuove
alle

significazioni

In ogni modo siamo cos arrivati


deformazioni che
il

pi

grossolane

pensiero pitagorico dovette subire in

Koma, uscendo
e mescolandosi,

dal segreto sacrario delle scuole dei saggi

in

mezzo

al

popolo,

a credenze d'altra

derivazione.

Non

quindi meraviglia che siffatte credenze,

aberrazioni d'un pensiero originariamente profondo, fossero,

come vedremo pi

innanzi; oggetto di riso nel teatro posi

polare, e d'altra parte

spiega assai bene

come

seguaci

del Pitagorismo dell'antica maniera, per sottrarre le loro

(1)
d.

Y.

C,

passo dei Garm. Sih.JN^ 175 sgg., forso dell'Sl od 82 citato dal Pascal e che questi crede composto da qualche
il

terapeuta od esseno.

col popolo, sentissero


il

49 --

dottrine al ridicolo cui venivano esposte nei loro contatti

bisogno di raccogliersi nuovamente

in segreto, nel silenzio delle loro case e delle loro scuole,

per meditare, lontano dal

profanum

vulgus,

V antica

sa-

pienza loro tramandata attraverso tante generazioni.

2.

Chi
distinti

sopra ogni altro

si

cur di far rivivere la

filo-

sofa di Pitagora, che, in

un

certo senso, poteva dirsi ormai

estinta

come complesso

di teorie e

d'insegnamenti pratici

ben

da quelli di altre scuole, fu un grande sapiente,

del quale in verit ben poco sappiamo,

contemporaneo e
parlando

amicissimo di Cicerone.

Il

quale appunto nel proemio del


lasci
ille

Timaeus seu de Universo


Nigidio Figulo:

scritto

di

P.

Fuit vir

cum

ceteris artihus,

quae

quidem dignae
lutae videntur

libero essente ornatus

omnibus^ tum acer


invo-

investigator et diUgens
.

earum rerum quae a natura

poi continuava:

Deniqiie sic ludico

post

illos nobiles

Pythagoreos^ quorum disciplina exstincta


iunc extitisse qui illam renovaret
il

est

quodam modo^

Nato forse verso


Cesare, forse

105, gi senatore nel


(1),

63,

pretoro

nel 59, legato in Asia nel 52


Griulio

e infine esiliato da C.

non

aver seguita la causa di


(1)

come ora vedremo, per Pompeo, mor in esilio nel 45 (2).


soltanto,
1,
t.

Cicerone nel Timeo

ir.

Vili
:

p.

131 Bait.

ci

d notizia
eum.

di

questa sua legazione con

le

parole

qui (Nigidius),

me

in Gilieiatn profieiscentem Ephesi expectavisset,


tone ipse decedens etc. .
(2)
a.

Romam,

ex lega-

SvETONio
:

fr.

85

= Hieron.
si

ad Euseb. ckron. olimp. 183,4


et

= 45

C.

Nigidius Figulus Pythagoricus


Si noti che
riferisce a

magus in

exsilio m^o-

ritur

ancora una volta vediamo qui congiunti, come

nella tradizione che


il

Numa
.

come, del resto, sempre,


civ. dei

Pitagorismo e
lo

la

magia. S. Agostino (De

V,

3)

parlando

di Nigidio,

chiama

mathematicus

4.


Per
il

50 -
ai

suo sapere fu giudicato secondo

solo Yarrone,

e bench

non

ci
(1),

restino

che

pochi

scuciti

frammenti
molto e

dei suoi scritti

pure sappiamo che

egli scrisse

con profondit
ria ,
al

di ricerche
il

che arrivava fino all'astruse(2),

come

dice

Giussani

cio oltrepassava quel limite

di l del quale gli equilibrati

uomini comuni non ve-

dono che nebbie e fantasmi, immaginazioni e utopie. Sam-

come ci riferisce Macrobio (II, mus rerum naturaUum indagator , e


MONico,
[Sat. YI,
8) lo

12) lo disse
lo

maxi
di-

stesso Macrobio

dice

iomo

omnium bonrum artlum


come

scipUnis egregius
lo

e cos pure Cicerone,

s' visto,

giudic acuto e diligente studioso dei pi involuti fenonaturali, e precisamente di quelle ricerche e di quegli

meni
studi,

che furono la cura

di

pochi solitari

d'

ogni tempo,

quasi sempre, forse a torto, misconosciuti dai pi. Sant'AGOSTUso lo disse


*

matematico

'

Svetonio

'

pitagorico e

mago

'.

Ora,

che Nigidio fosse, o almeno tosse ritenuto


altre testimonianze e dello stesso
Il

mago, dimostrano anche

SvETONio e di Apuleio e di Dione Cassio.

primo racconta

come cosa nota


lina,

a tutti che

il

giorno in cui Ottaviano nac-

que, discutendosi in Senato intorno alla congiura di Cati-

ed Ottavio, per causa appunto della moglie partoriente,

essendo arrivato un po' in ritardo, Publio Mgidio, conosciuta la causa dell'indugio e l'ora precisa del parto, afferm

che era nato uno che sarebbe stato signore


ra
(3).

di tutta la teril

Una

predizione, dunque, dovuta, secondo

racconto

(1) Cfr. NiGiDii

FiGULi

(2) Storia della Ietterai,


(3)

operum reliquiae collegit A. Swoboda, 1889. romana^ Vallardi, 1902, p. 230.


Curia
et

SvETON., Aug. 94: a quo natus est die, cuni de Catilinae coiti

niuratione ageretur

Octavius ab uxDris puerperium


P.

serius adfuisset, nota ac vulgata est res

Nigidium comperta

siche di essa
(1.

fa,

con qualche leggera variante, Dionb Cassio


T),

XLY,

cap.

alle

elucubrazioni astrologiche di Nigi(1)

dio.

Apuleio a sua

volta

riferisce

di

aver

letto in

Varrone che un certo Fabio, avendo smarrito

una

forte

somma

di denaro,

and da Ngidio per consultarlo

e questi,

per mezzo di fanciulli eccitati (instinctosj con sortilegi ed


incantesimi (Carmine)^ ossia,
tizzati

coma oggi
gli

si

direbbe, ipno-

con parole o formule magiche,

seppe dire dov'era


le

stata sepolta la borsa


altre
il

con una parte delle monete, che

erano state distribuite, e che una ne

aveva anche

filosofo

Catone; ci che fu pienamente confermato dai


il

fatti.

dove mai aveva acquistate

nostro filosofo siffatte

conoscenze magiche ed

astrologiche?

Forse durante un

viaggio in oriente, fatto in gioventi ?

Non

sappiamo, seb-

bene

d'altro lato

sappiamo che appunto in oriente o nella


si

Grecia impar che la terra


ruota di un vasaio
(2).

muove con

la velocit della

morae causa, ut horam quoque partus

acceperit, adflrmasse

dom

num
(1)

terrarum orbi natum

Mernini me ajud Varronem philosophum, virum accuratissime doctum atque eruditum, eum alia eiusm,odi, tum, hoc etiam, legere... item,que Fabium,^ cum

De magia

42, p. 53, 9 Krueg.

quingenios denarium perdidisset^ ad Nigidium consultum, venisse;

ab eo pueros cannine instinctos indicavisse^ ubi locorum defossa


esset

crumena cum, parte eorum, celeri ut forent distribuii^ unum etiam denarium^ ex eo numero habere Catonem philosophum^ quem

a pedissequo in stipem Apollinis accepisse Caio confessus est . (2) Ci si desume da una nota del Gommentum a Lucano (I, 639), dove detto che Nigidio ebbe il soprannome di Figulo perch regressus a Oraecia dixii se didicisse orbem ad celeritaiem rotae fi.guli torqueri Del soprannome altri davano una ragione un po' diversa, in rapporto con la famosa obiezione dei due gemelli cos
se

spesso fatta agli astrologi e di cui fanno ricordo,

fra gli altri,

lo

Quanto
alle

52

"->

opere di Nigidio, del quale sappiamo ancora


(1),

che usava una dieta assai parca


furono molte e
di astrologia e
di

possiamo dire che


scrisse di filosofia,

varia natura:
di

egli

anche

filologia (2).

Di

lui
libri,

si

ricorda

un'opera intorno agli dei in almeno

XIX

nel quarto

dei quali, per esempio, trattava dei vari regni ed et degli


dei,

secondo Orfeo e

Magi,

e nel sesto

nel

decimo
di

accennava
penati
feri
riti
:

alla teoria etrusca delle quattro specie

dei

quelli di Giove, quelli di Nettuno, quelli degl'In-

e quelli degli
celesti,

uomini

(3), cio,

probabilmente,
elementari

gli spidell' oc-

acquatici,

terrestri

(gli

cultismo medievale) ed umani. Perch di


restino cos pochi frammenti,

quest'opera
il

ci

appena

dieci, lo dice
<i^

gram-

matico Sp:rvio in una nota


solus est post
logia^

slU.^

Eneide (X, 175):

N'igidius

Me

in

i
.

scripserunt
di Ngidio,

Varronem ; licet Varr praecellat in theoeommunihus litteriSy nam uterque utrumque La luce di Varrone dunque oscur quella
cui libri intorno agli dei erano letti soltanto,

come

dice lo

Swoboda

(4),

dagli investigatori della dottrina

stoico

Diogene presso
1,

Cicerone

(De divinai.

II, 43,

90),

Gellio,
S.

N. A. XIV,
Agostino
1.

26, lo

PsEUDO Quintiliano {Deelam. Vili, 12) e

e.

(1) IsiDOR.,

Origin.

XX,
ci

2,

10: Nigdius

nos psi ieiuna ien-

taeulis levibus solvimus.


(2) Egli sostenne,

come

attesta Gellio

N.

J..,

X,

4,

ohe

il

linguaggio d'origine naturale e non convenzionale.


(3)

Arnob. adv. nat.

Ili, 40, p. 138, 5 seg.

Reiff

idem

(Ni-

gidius) rursus in libro

VI

exponit

et

X,
et

disciplinas etruseas se*


esse lovis ex his
alios^

quens, genera esse Penatium quattuor


alios Neptuni.^ inferorutn tertios,

mortalium hominum
coli,

quartos.,

inexplicable nescio quid dieens


(4) P.

NiGiDU FiGULi operum reliquiae

emend. enarr. quae-

stiones nigidianas praemisit Ant, Swoboda, Vindob., 1889, p. 25,


uomo
assai

53

d. C. (1).

pi recondita, come, ad esempio, quel Cornelio Labeone,


dotto,

che visse nel terzo secolo


scritti
(2) e

Di

Nigidio sono ricordati anche tre

intorno alla divi(3),

nazione per mezzo delle viscere

intorno ai sogni

una Sphaera graecanica

(4) e

una Sphaera barbarica


altri,

(5),

un

libro intorno agli animali ed

interamente o quasi

interamente perduti.
Un'altra causa di questa perdita spiegata in parte da

Gellio (N. a.

XIX,
le

14, 8)

il

quale

ci

fa

sapere precisa-

mente che mentre


nosciute da tutti

opere di Varrone erano lette e co-

Nigidianae commentationes non proinde

in vulgus exibant et obscuritas subUlitasque

earum tamgli
scritti

quam parum

utilis derelicta est

Dunque

di

Nigidio avevano

un

carattere piuttosto riservato e segreto,


ai
pii

erano poco intellegibili

per la loro sottigliezza.


e sottigliezza

che significa cotesta oscurit

che poi ab-

bandonata perch poco utile? e da chi fu abbandonata?


dai lettori o dagli scrittori in genere o dai cultori di quelle
stesse dottrine filosofiche ?
delle

Se noi pensiamo

alla diffusione

conoscenze pitagoriche, sempre maggiore dal tempo

della

morte

di

Figulo a quello in cui Gellio scriveva

(se-

colo II d. C.) e all'infinito


zioni, di oracoli

numero
pii

di profezie,

di predi-

che sempre

chiaramente annunziavano
;

l'avvento di un'et nuova e di uomini migliori

se

pen-

siamo che fu questa appunto

l'et nella quale,

pochi de-

(1) Si

veda, intorno a

lui,

Kettner, Cornelius Labeo, Progr. Port,

dell'anno 1877.
(2) Gellio,

N. A. XVI,
I, I,

6,

12.
e.

(3) Giov. LoR. Lido, de ostents

45

p. 95,

14

96,

Wachsm.

(4)

Serv. ad Georg.

43 e
19.

I,

2l8.

(5) Serv. ad Qeory.

54
cenni dopo
il

Cristo apparso in oriente a dare la

nuova

parola divina agli uomini, in


la strana figura di

Roma

fece la sua apparizione


il

Apollonio di Tjana,

Pitagora redi-

vivo, che
peratori,

ebbe immagini e culto divino da parte degl'im-

non pu

esservi

alcun

dubbio

se

Figulo

fu

costretto ad insegnare in segreto e a pochi


le

fedeli

amici

conoscenze che aveva, avvolgendole in oscure sottigliezze


(e,

nei suoi scritti


noie)
;

non ostante

tale precauzione,

ebbe molte
or ora

se lo stesso dovettero fare,


i

dopo

di lui,

come

vedremo,

Sestii,
di

che furono ugualmente perseguitati; le


Pitagora andarono tuttavia sempre pi

vecchie dottrine
diffondendosi,
s

che fu permessa via via maggior libert


finalil

di parola e d'azione ai loro seguaci, che poterono

mente abbandonare in gran parte


stero in cui si chiudevano e
si
il

la

segretezza e

mi-

simbolismo oscuro di cui

servivano prima.

Lucano nella sua Farsaglia


di

(I,

639

seg.) riferisce
si

una

oscura predizione di Nigidio, che^ com'egli dice,

studi

conoscere

gli

dei e

segreti del cielo e in queste coai sapienti dell'Egizia

noscenze astrologiche fu superiore

Menfi

At Figulus, cui cura deos secret ac/ue caeli nosse fuit^ quem non stellarum Aegyptia Memphis acquar et visu numerisque moventibus astra^
aut hic errata
ait,

ulla sine lege per

mundus

et

incerto discurrunt sidera

aevum motu :

aut, si fata 7novent, orbi generique paratur

humano matura -lues


Egli predisse dunque alla terra e agli uomini
flagello, proprio

un vicino
fatto e

come, prima

di lui,

avevano

con

lui

facevano

Genetliaci. Ora,
siffatte

dobbiamo noi veramente


predizioni, che
si tratti

pensare, a proposito di

di

55

romani
e

semplici manifestazioni sentimentali del desiderio di tempi

migliori? Certo le condizioni dei cittadini

del

mondo, su cui

l'aquila di
le

Roma andava

stendendo e

allartristi;

gando sempre pi

sue

ali

insanguinate, erano assai

ma

d'altra parte le predizioni

sono troppe e troppo precise

talvolta e troppo vicine alla manifestazione del Cristiane-

simo, per

non dover pensare a qualche relazione, misteriosa

senza dubbio e in parte inesplicabile,

ma

pure innegabil-

mente

certa.
sic^,

Comunque

poich, secondo le parole surriferite


si

di

Cicerone, con Nigidio Figulo

inizi in

Roma un

vero

e proprio risveglio delle dottrine pitagoriche,

vediamo ora

in qual guisa egli tentasse questo rinnovamento dell'antica disciplina italica.

Noi possiamo desumerlo da altre testimonianze, le quali non solamente accennano a una vera e propria scuola, a

un sodaliciumy a una factiOy ma vi accennano che possiamo anche comprendere quale fine il
stesso abbia avuto, o

in

modo,

sodalizio

almeno

in quale considerazione fosse

tenuto da chi, forse

troppo tenero e

non

disinteressato

amico del nuovo ordine


di Cesare, accoglieva,

di cose creato in

Roma

dal trionfo

senza approfondirle u vagliarle tropformulate contro


i

po, accuse vaghe e imprecise


dell'antico
scolii

fautori

regime repubblicano. Si leggono


Fuit autem
et

infatti

negli
(1)

bobbiensi all'orazione di Cicerone contro Vatinio


:

queste notevolissime notizie

illis

temporibus

Wigidius quidam^ vir doctrina


praestantissimus, ad

eruditione studiorum
conveiiiebant.

quem plurimi

Haec
iacti-

ab obtrectatoribus velati factio ininus probabili s


tabatnr, qaamvis ipsi Pythagorae
sectatores

existimari

(1)

V. tomo V, part.

2,

p.

317

delI'Orelli.

56
vellent, e altrove

(1)

si

dice di

un
.

tale

che

ablit

in sodalicium sacrile^ii Nigidiani

In casa sua dunqae


si

Nigidio radunava molte persone, che vi

iniziavano
si

ai

misteri della filosofia pitagorica e forse anche vi

dedi-

cavano a pratiche mistiche, come

ci

persuade la ciarlata-

neria di quel Yatinio, che, volendo farsi credere pitagorico


e dottissimo, faceva evocazioni di morti e
si

abbandonava
e vi

a nefandit d'ogni genere

(2).

questi convegni finirono


sospetti,

col suscitar dicerie, maldicenze,

calunnie,

furono degli ohtrectatoreSy

quali

andavano sussurrando

qua e
le

che quella era una setta riprovevole e sacrilega;

quali calunnie, credute tanto pi facilmente quanto miil

numero degli onesti in quei tempi cos torbidi, furono forse un ottimo pretesto per legittimare l'allontanamento da Roma e l'esilio di un uomo d'antica tempra repubblicana. Che poi il tentativo di Nigidio avesse un
nore era
carattere anche politico e che egli vagheggiasse, nella ricostituzione del sodalizio pitagorico e quindi nella eguaglianza
sociale e nella
felicit

comunanza

dei beni,

il

sogno della nuova

umana, cosa pi che probabile,

ma non

certis-

sima

(3).

cos

il

sapientissimo mago,

il

maestro pitago-

(1)

PsEUD. CicER. in Sali. resp.

5,

14.
et

Tu qui te Pythagoriaum soles dieere (2) nomen tuis immanibus et barbar is moribus
inaudita ac nefaria saera susceperis^
cere,

hominis doctissitni

praetendere....

cum
eli-

eum infernrum animas


sia

Gum puerorum
6,

extis

Deos manes
si

rnaetare soleas Cicesone,


detto

in Vatinium

14.

Dal che

pu vedere,
di

incidental-

mente, che
(3)

lo

spiritismo non un'invenzione moderna!


lui e dei Sestii
il

V. quanto afferma a proposito


gennaio 1902.

Pascal

Il

rinnovamento umano negli


p.

scrittori di

Roma

antica (Riv.

d'I-

talia,

98, poi nel voi. Fatti e leggende, Firenze,

Le Monnier, 1903).


rico,
il

57

nell'esilio, nel

matematico P. Nigidio mor

tempo
doveva
sacri-

stesso che p

Roma

intercedeva per

lui,

allo

scopo di otte-

nerne

il

richiamo in patria, l'amico Cicerone.

Ma

essere davvero tenuto per

uomo

assai pericoloso

il

non ostante che i famigliari di Cesare e quelli ch'egli avea pi cari ne parlassero con ammirazione e ne avessero alta stima, il divo lulio non si lasci troppo
lego Figulo, se,

commuovere, a favore del


in verit in quel
(o

fiero

repubblicano
trapasso

Gli che

momento

di

dalla

repubblica
dello

meglio dall'anarchia) all'assolutismo

l'interesse

Stato e della giustizia aveva assai piccolo valore, di fronte


agli

interessi

e
si

alle

ambizioni dei

singoli

competitori.

Tutto questo

rileva da

una

lettera,

fortunatamente conall' esiliato

servataci, nella quale

Cicerone, dando notizia

delle pratiche ch'egli faceva indirettamente presso Cesare

e delle speranze che

aveva

di poter presto riuscire a otte-

nergli

il

perdono, dice cose

cos

interessanti e

adopera

espressioni di cos alta stima, che metterebbe conto davvero

che

la

riferissimo

per

intero
a

(1).

Basti

accennare

tut-

tavia che

egli si rivolge

omnium

doctissimo

et

come ad uomo uni sanctissimo et maxima quondam


lui

gratta e suo amicissimo,

che accingendosi a conso-

(1)
a.

la lettera

13* del quarto libro


:

Ad

familiares, dell'anno 46

C. In essa dice bens Cicerone

Videor mihi prospicere pri-

mum
tuam

ipsius animun, qui plurimufn potest,


,

propensum ad salutem
lui

ma

questa era

la

semplice illusione, creata in

dall' a-

micizia che aveva per Figulo e dal desiderio che sentiva


ritorno
esilio.
;

del

suo

poich in realt
s

il

povero

filosofo

fu

lasciato morire in

che

come
et

aggiunge ancora Cicerone


et ii

familiares

eius

(cio di Cesare),

quidein,
et

qui

UH

iucundissimi sunt,
piii
!

mirabiliter de te

loquuntur

sentiunt e di

accedit

eodem

vulgi voluntas vel potius consensus

omnium

larlo crede

58

opportuno

di

premettere

at ea

quidem fa^
est^

cultas vel tui vel alterius consolandi in te

summa

si

umquam
exquisita

in ullo fuit

cosicch
et

eam partem^ quae ab


non

quadam

ratione

doctrina proficiscitur,
;

attingam:

tibi totani

relinquam

e concliiudendo termina
sis

col pregarlo

animo ut maximo
magnis

nec ea solum memi-

neris, quae ab aliis

virls accepistij sed illa etiam,


si colliges^ et

quae ipse ingenio studiisque peperisti. Quae


sperabis

omnia optime

et

quae aecident, qualiacamque erunt,

sapienter feres. Sed haec tu melius vel optime

omnium
si

Ora
si

se insieme con queste


i

eloquenti e perspicue parole


se

ricordano
al

versi citati della Farsaglia, e

pensa

ancora
ci

contenuto dei frammenti che di questo sapiente


ai titoli delle

sono rimasti e

opere ch'egli scrisse, posdi dot-

siamo formarci un'idea approssimativa del genere


trina e di conoscenze che ebbe e di cui
il

si

fece maestro:

misticismo pitagorico, la dottrina dei numeri, la divinasi

zione (quella che oggi


le

direbbe chiaroveggenza) in tutte


il

sue forme, l'astrologia;

tutto espresso e significato in


di simboli,
la

un modo oscuro e involuto, forse per via fu poi una delle cause maggiori, se non
tutte,

che
di

maggiore
lette

per la quale

le

opere

di lui

furono poco

e a

poco a poco caddero

nell'oblio.

3.

dopo

la

morte del maestro, che ne fu dei suoi


si

seguaci? Probabilmente non


a riunirsi; tanto
pii

dispersero e continuarono
fra loro chi

che non mancava certo

potesse indirizzarli e illuminarli con la sua autorit e la

sua dottrina.
ci fu in

In quegli

stessi

anni

infatti,

o poco

dopo,
fosse

Roma

un'altra setta, ch'io

non dubito punto

continuazione di quella di Nigidio, o certo frutto dei suoi

insegnamenti:

voglio

alludere

alla

Sextiorum nova

et


romani rohoris seda

59

la

quale per

Inter initia sua,

(1).

quum magno impetu


mente
che,
i

coepisset,

extincta est

Decisaanzi a

tempi non erano favorevoli


!

alla filosofa,

certa filosofia
in

in verit

non potevano essere molti


di attendere sul

quelli
alle

Roma, desiderassero
le

serio

speculazioni filosofiche:

ricchezze e la potenza

della

nuova

Roma

imperiale offrivano troppi svaghi, troppi di-

vertimenti, troppe orgie, perch vi fosse


di dedicarsi a meditazioni gravi
sforzi

tempo
!

e voglia
gli

ed ingrate

Cosicch

di quei pochi,
i

quali avrebbero pur voluto richia-

mare

concittadini alla seriet d'una vita

meno

fatua e

pi dignitosa, dovevano riuscire vani o sortire


duraturi.

effetti

poco

Chi furono cotesti Sestii,


notizie che ce

ai quali

accenna Seneca? Le

ne sono rimaste sono assai scarse,


ammirare, in tempi
piii delle

ma

suffi-

cienti tuttavia a farceli

di tanta corru-

zione,

come uomini

desiderosi

gioie del pensiero

che di quelle dei sensi, amanti pi della


scienza che delle ricchezze e degli
infine, nei quali tanto

verit

della

onori;

come uomini
vizio.

pi risplende l'onesta virt, quanto


le

maggiori intorno

si

addensano
di
di

tenebre del

Del primo
e
il

di essi,

nome

Quinto, parla specialmente,

sempre con parole

profonda e sentita ammirazione,

pi grande dei moralisti romani, Seneca, in quelle sue

mirabili Lettere
e cos

a Lucilio piene

di tanta filosofica

sapienza

degne d'essere studiate

meditate

pi

che non

siano

In una di queste, la novantottesima, volendo egli


al
i

provare
beni che

suo alunno che spesso molti disprezzarono quei


pi desiderano

come

fonti di felicit,

cita gli
il

esempi

di Fabrizio e di

Tuberone, e poi aggiunge che

(1)

Seneca, Quaest. nat. cap. ultimo.

60
padre Sestio, pur essendo nato in
tali

condizioni da dovere

un giorno governare

la

cosa pubblica, rifiut


;

persino

la

carioa di senatore, offertagli da Giulio Cesare

poich egli

non annetteva alcuna importanza ai pubblici onori, ritenendoli, come sono, troppo incerti e transitori (1). Una rinunzia di questo genere non era certamente cosa che
tutti

sapessero e volessero fare in quei tempi di sfrenate


;

ambizioni

e tanto

meno

poi per ragioni filosofiche

Ma

tanfo:

il

nostro

Sestio

ambiva per
il

la
:

sua persona altro

ornamento che non fosse


visibile e

laticlavio

ornamento meno
e

meno

ricercato,

ma

pi dignitoso

pi vero,

che fosse conquista della sua intelligenza e della sua virt,


che nessuno potesse riprendergli e che egli potesse
libe-

ramente trasmettere senza pericolo


latrocinii,

di

manomissioni o
;

di

l'ornamento insomma della sapienza

per la quale

fu acceso di tanto amore, che

non facendo,

in sul principio,
il

progressi sufficienti a soddisfare appieno


derio, fu sul punto,

suo vivo desi(2).

un
ei

giorno, di suicidarsi

Come

degli onori,
si

non

fu avido

neppure

dolle

ric-

chezze; anzi

racconta di lui che, trovandosi in Atene,


il

ripet quanto aveva gi fatto

filosofo

Democrito,

il

quale,

avendo previsto da

certi segni astrologici

una

carestia d'olio,

prima dell'epoca del raccolto

che

la bellezza delle olive

faceva sperare sarebbe stato abbondante

comper a buon

Honores repulit pater Sextius, qui, ita natus ut rempuhlicam deberet capessere, latum clavum, divo lulio dante, non recepii; intelligehat enim, quod dari posset, et eripi posse .
(1)

(2)

Plutarco, Del
TiXst xtjjig xal

modo

di conoscere

propri progressi nella


xg

virt , 5:
v
x-^

KaGnep

cpaol Sgxtv xs xv 'Pa)|iaIov cpetxxa

ipxg 5i cpiXoaocpiav v
xp(t\),e>foy

xqi cptXoaocpsIv
"^^

aB

TiXiv 5uo7ia'9-oQvxa xal

xtp

Xyt}) x^^'^"^?
.

np{bzo)t,

dXtyow Ssyjaat xaxa3aXtv aoxv ix xivog Sti^poug


mente

61 "sopravvenuta
la

mercato tutto l'olio del paese, e poi,


la carestia, restitu ai

real-

primi proprietarii

merce

acquistata, appagandosi d'aver provato cos che gli sarebbe


stato facile arricchirsi

quando
!

lo

avesse coluto

(1).

Ma
e

che

uomo

era Sestio

Che

scrittore vigoroso e ardito,

come diverso da

tanti filosofi

che scrivendo siedono in

cattedra, discutono, cavillano, e

non danno all'anima alcun


leggere Sestio

vigore perch
role di

non ne hanno
si

son pad'ispirarti

Seneca -

sente ch' pieno di vita e di vigore,

uno

spirito libero e superiore,

uno che ha virt


!

sempre una gran fiducia in


d'animo, quando
fortuna e
si si

te stesso

In qualunque stato
si

legge

il

suo

libro,

sfiderebbe la
qualsiasi
che,

avrebbe

la forza

di lottare

contro

ostacolo! Poich egli ha questo grande merito,

pur

mostrandoti tutta la grandezza della


ti

felicit

suprema, non

fa disperare di raggiungerla:

egli la

mette bens molto


la voglia

in alto,
stare, s

ma

in luogo accessibile a

chi
(2).

conquialta lode

che ammirandola tu speri

Quale pi

Historia^ XVIII, 68, 9- 10 Ferun primus intellexit ostenditque curri terris caeli Demoeritum, qui societatem, spernentibus hanc curam eius opulentissimis civium,
(1)

Plinio,

Naturalts

praevista ohi cavitate ex futuro Vergiliarum or tu....


vlitate

magna tum
ei

propter

spem

olivae,

coemisse in toto tractu ornne oleum,


et

mirantibus qui paupertatem,

quietem doctrinarum
et

sciebant

in primis cordi esse. Atque ut apparuit causa,

ingens divitia-

rum
fore.
fecit
(2)

cursus, restituisse

mercem anxiae

et

avidae dominorum, poe-

nitentiae,

Hoc postea Sextius eadem ratione .


Seneca, Epistola

contentwm ita probasse opes sibi in facili, quum vellet, e romanis sapientiae adsectatoribus Atkenis

LXIY:

Lectus

est

deinde liber Quinti

Sextii patris; magni, si quid


Stoici.

mii credis, viri, et, licet neget. Quantus in ilio, Dii boni, vigor est, quantum anim,i! Hoc non in omnibus philosophis invenies. Quorumdam, scripta clarum

per un uomo,
di

62

questa entusiastica esaltazione fatta da

Seneca

suoi insegnamenti poi quanto erano sentiti e pro-

fondi, altrettanto erano semplici ed eificaci.

Vuoi tu persuaammaestrava:
fa

dere un

uomo

della bruttezza dell'ira ? egli

portalo, mentr' adirato, innanzi a


vi si

uno specchio e

che

veda

riflesso

poi fagli intendere che s'ei vedesse a

quel

modo anche
ne sarebbe
ebbe cos

l'orridezza dell'anima sua sconvolta ed


atterrito (1).

agitata
egli

Della onest e della virt

alto e giusto concetto

che sostenne l'uomo

habent tantum nomen, cetera


tant, cavillantur legeris
:

exsanguia sunt. Insttuu7it, dspunon faciunt animum, quia non habent. Quuni
viget,

Sextium, dices: Vivit,

liber est,

supra hominem

est,

dimittit tne

plenum

ingentis

fiduciae.

In quacumque positione

mentis sim;

quum hune
:

lego, fatebor tibi,

vocare, libet exelamare

Quid

eessas,

libet omnes casus proFortuna? congredere! para-

tum

vides. Illius

ubi virtutem

animum induo, suam ostendat,

qui quaerit ubi se experiaiuT,

Spumantemque davi pecora

inter inertia votis

Optai aprum, aut fulvum descendere monte leonem.


Libet aliquid habere,

quod vincam,
et

cuius patientia exereear.

Nam

hoc quoque egregium Sextius

habet,

quod

et

ostendet

Ubi

beatae vitae uagnitudinem,

desperationem eius

illam, esse in excelsOy sed volenti penetrabilem.


tibi

ipsa praestabit, ut illam admireris,


Seneca,

et
:

(1)

De

ira^

lib.

II,

oap. 36

non Hoc idetn virtus tamen speres Quibusdam, ut ait


se,

faciet. Seies

Sextius^ iratis profuit aspexisse speculum; perturbavit illos tanta

mutatio sui: velut in rem praesentem adducti non agnoverunt


et

quantulum ex vera deformitate imago illa speculo repercussa reddebat ? animus si ostendi^ et si in ulta materia perlueere posset.,

intuentes

nos confunderet,

aier

maculosusqite,

aestuans., et
est

distortus, et tumidus.

Nunc quoque

tanta deformitas eius


:

per
o-

ossa carnesque,
stenderetur

et tot

impedimenta., effiuentis

quid

si

nudus

? et e.


per avere una virt
il

68

al

onesto non per altro essere inferiore

sommo
;

Giove, che

meno

stabile e duratura

ma

per tutto

tempo

in cui

si

conservi onesto essere altrettanto felice


la

quanto Giove, non essendovi tra


la felicit

perfezione

quindi

umana

e la divina differenza se

non

di durata.

Ond' che egji pot veramente additare ai volonterosi il Di qui si monta bel cammino della virt ed esclamare
:

alle stelle! di

qui: seguendo frugalit, temperanza^

for-

tezza

e non gi (par quasi sottintendere) per decreto di


di senato
!

popolo

e pot confortare anche all'ascesa,

persuadendo che
la

gli dei

aiutano

buoni stendendo ad essi

mano.

(1).

(1)

Seneca, Epistola LXXIII: Solebat Sextus dicere^ lovem


^

plus non posse


cupletior

quam honum

virum,^. Plura lupiter habet^ guae

'

praestet hominibus; sed inter duos honos


:

non

est

melior, qui lo-

gendi gubernaeulum

non magis^ quam inter duosj quibus par saientia reest^ meliorem dixeris, cui maius speciosiusque navigium est. lupiter quo antecedit virum bonum! Diutius bonus
est.

Sapiens nihilo se minoris aestimat.^ quod virtutes eius spatio

breviore clauduntur.

Queniadmodum
est beatior
:

ex

senior decessiti

non
est

<?o,

euius

duobus sapientibus^ qui intra pauciores annos

terminata

virtus

etiam, si vincit aetate.


ter

Deus non vincit sapiente ut felicitate^ Non est virtus maior^ quae longior. lupise

omnia

habei; sea
pertinet.^

nempe

aliis tradidit

habenda.
est:

Ad ipsum
lupiter., et

hie

unus usus
se

quod utendi omnibus causa

sapiens tam
hoc

aequo omnia apud alias videi contemnitque^


vult.

quam

magis suspicit., quod lupiter uti illlis non poteste sapiens non Credamus itaque Sextio monstranti pulcherrimum iter et clamanti : * Hac itur ad astra ! hae, secundum frugalitatem:, hac, secu7idum fortitudineyn ! Non sunt Dii fastidiosi, non invidi ;
admittunt,
et

ascendentibus

manum

porrigunt. Miraris

hominem

Deus ad homines venit\ immo., quod propius est., in Nulla sine Beo mens bona est. Semina in corporibus kumanis divina dispersa sunt; quae si bonus cultor excipit.^
ire?
hom.'ines venit.

ad deos

64
Questa sicura fede, questa
virile forza di pensiero susci-

tatrice di virt, era la nota caratteristica degli scritti


Sestio,
di

di

quest'uomo profondo, che


gravit romana,
e

filosofava

scrivendo

in greco con

che paragonava l'uomo

sapiente, cinto di tutte le

buone energie del suo animo,


marcia compatto e

un

esercito che,

in paese nemico,
(1).

pronto alla battaglia

Ed

esercitando sui migliori uomini di


di

Roma, come per


Svetonio
(2),

esempio quel Lucio Grassizio


simlia origini prodeunt;
et

cui

parla

paria

his,

ex quibus erta sunt^ sursterilis

gunt: si malus^ non aliter


cat,

quam humus
:

ac palustris^ ne-

ac deinde creai purganienta pr frugihus


Seneca, Epistola

Sextium ecce quam maxine lego^ (1) virum acrem^ graecis verbis^ romanis moribus philosophantem. Movit me imago ab ilio posila ire quadrato agmine exercitum^ ubi hostis ab omni parte suspectus est, pugnae paratum. Idem^ inquit^ sapiens facere debet; omnes virtutes suas undique expandat^ ut ubicumque infesti aliquid orietur, illic parata praesidia sint^ et ad nutum regentis sine tumultu respondeant. Qitod in

LIX

exercitibus his^ quos imperatores

magni ordinant,

fieri

videmus^

imperium ducis simul omnes copiae sentiant^ sic dispositae, signum ab uno datum, peditem simul equitemque percurrat hoc aliquanto magis necessarium esse nobis Sextius ait. UH enim
ut

ut

saepe hostem timuere sine

causa

tutissimumque

illi iter,
;

quod

tam superne utrumque trepidai latus ; sequuntur pericula^ et occurrunt\ ad omnia pavet ; imparata est^ et ipsis terretur auxliis. Sapiens autem^ ad omnem incursum munitus non si ignomiest et intentus: non si paupertas^ non si luctus, nia^ non si dolor impetu?n faciat^ pedem referet. Interritus et contra illa ibii^ et inter illa. Nos multa alligante multa debilitante diu in istis vitiis iacuimus elui difficile est non enim inquinati sumus, sed infecti . (2) Nel De illustr. grammat., 18, rammenta di lui che ad
suspeetissimum
fuit.

Nihil siultitia pacatum habet

UH

meius

est,

quam

infra

Q.

Sextii philosophi

sectam

transiisse

dicitur

Alcuni

codici

per invece di Q. Sextii leggono Q. Septimii.

-- 65

con
la nobilt della

questa sua efficace robustezza di pensiero, e affascinandoli


col vigore della sua persuasione e
vita,

sua

sdegnosa d'ogni

vilt e d'ogni bassezza,

pot far sorfatto

gere quella

romani rohoris seda


isolati,

di cui

abbiamo

gi cenno e che, se fu subito soffocata, ebbe tuttavia dei

seguaci e prosecutori

come lozione
(1),

di Alessandria,
(2),

che fu maestro anche


(1)

di

Seneca
Divin.

Cornelio Gelso
lib.

lui

parla

Lattanzio,
i.

institui.

VI,

24.

Vedi anche Gellio,


Seneca, parlando
di

A.,

I,

8.

Nella interessante
Lucilio,
gii

epistola

108^
al-

se al

suo

dice

come

oltre

l'avere imparato ad astenersi


ghi, dai profumi, dal

per
dai

sempre

dalle ostriche, dai fun-

vino,

bagni, e ad usar materassi duri,


e

aveva anche incominciato, da giovane, ad astenersi dalla carne,


ci per gli
i

insegnamenti

di

Soxione^ che dimostrava

la

inutilit e

danni

di

questo cibo, valendosi, oltre che degli argomenti di Pi-

tagora e
tero
il

di Sestio,

anche

di ragioni proprie.
:

Riporto quasi per incoepi Ubi ex-

passo di Seneca, che suona cos

Quonam

quantum maior impetu ad philosophiam iuvenis aeeesserhn, quam senex pergam^ ?ion pudebit fatevi^ quem mihi amorem
ponere

Pytkagorae iniecerit Sotion. Docebat^ quare ille animalibus absiinuisset^ quae postea Sextius. Dissimilis utrique causa erat^ sed uirique magnifica. Rie etc... At Pythagoras Haee quum exposuisset Sotton
et

implesset argumentis suis:


describi.,

Non
et

credis^ inquit,

aimas in alia corpora atque alia

migrationem

esse

quam dicimus mortem? Non


aqua
m,ersis illum

credis in his pecudibus ferisve aut

dis nihil perire in hoc


caelestia
ire.,

per eertos

quondam hominis animum morari? Non cremundo, sed anulare regionem? nec tantum circuitus verti, sed ammalia quoque per vices

et animos per orbem agi ? Magtii ista crediderunt viri. Itaque iudicium quidetn tuum sustine: ceterum omnia tibi integra

serva. Si vera sunt


si falsa

ista.,

abstinuisse

animalibus innoeentia

est.,

frugalUas est. Quod istic credulitatis tuae amnum est ? Alimenta tibi leonum et vulturum. eripio. His instinstus abstinere animalibus coepi., et anno peracio non tantum facilis erat m,ihi

consuetudo., sed dulcis...


(2) Quintiliano,

Lib.

X,

1,

Cornelius

Celsus.,

Sextios secutus.,

124: Scripsit non parum multa non sine cultu ae nitore .


Papirio
I

66

di

Fabiano

(1),

Moderato

Cadice

(2)

ed
il

altri.

Sestii dei quali


si

abbiamo

notizia furono due:

primo
al

quello di cui

parlato finora,

che sarebbe vissuto

tempo

di

Augusto
il

e anche di Cesare, se,

come
(3),

dice See

neca^ rifiut

laticlavio
il

divo lulio dante

avrebbe

pure, secondo

surriferito passo di Plinio (4)

dimorato,
in

non sappiamo quando n per quanto tempo,


l'altro,

Atene;

suo

figlio,

anch'esso di prenome Quinto, che pro-

segu l'insegnamento paterno, che fu ritenuto, sebbene a


torto,

autore delle sentenze filosofiche note sotto


(5),

il

nome

di Sesto pitagorico

della cui vita infine

non sappiamo
filosofi, solitari

assolutamente nulla.
Ora, di qual dottrina furono maestri questi
ricercatori di verit in

un mondo

di

gaudenti e

di tristi?

(1)

Seneca, Epist. C;

cf.

Seneca

il

retore

al lib> II delle

Con-

troversie^ prefaz.
(2)

Questo
i

filosofo pitagorico visse al

tempo

di

Nerone, fu famodei nu-

so per

suoi insegnamenti intorno alla scienza simbolica

meri, fu maestro di Lucio Etrusco (v. Plutarco, Quaest. Gonviv.

Vili, 7) e scrisse un'opera voluminosa intorno alla dottrina pitagorica (V. Porfirio,

Vita di Pitag.

p.

33 ed. Nauck; Stefano Bi-

zantino e Suida, sotto la voce Fdeipa). Cfr. pure Porfirio, Vita di

Plotino
(3)

e.

20 e

S.

Gerolamo, Adv. Ruflnum


gi citata.

III.

Epist.

XCVIII
d.

Di

un

Sestio, filosofo pitagorico.,


all'

che

fior ai

tempi d'Augusto, parla Eusebio [Chron.,

olimpiade

195. 1

C). Dobbiamo dunque ritenere


il

il

nostro Sestio vis-

suto press'a poco fra


(4)
(5)

70' a. C. e
10.

il

5 d. C.

Natur. Eist., XVIII, 68,

Vedile nella collezione del Mjllach,

Fragmenta philosophovoi.

rum
esse,

graecorum,

Parigi,

Firmin-Didot,

(1875)

p.

522

voi. II (1881) pp.

116-117, e leggi, a proposito

della paternit di

oltre a ci che

ne dice

lo

stesso

Mullach

v. II,

pp.

XXXI

sg.),

anche l'esauriente discussione che

fa lo

Zeller, Die

Philosophie

der Qriechen^ voi. IV, III ediz. (Leipzg 1880), pp. 679 e 681 nota.

67
Essi ebbero intanto una propria dottrina psicologica, se,

come nima
bile, il

riferisce

Claudiano Mamerte

(1)

spiegarono che
ilocale e

l'a-

una certa forza incorporea,

inafferra-

che, essendo capace senza spazio, assorbe e contiene


.

corpo

Ma

questo evidentemente troppo poco per

determinare a che scuola essi appartennero.

ben vero

che Seneca, come abbiamo gi veduto riferisce (nella Epistola

LXIY) che

volere o no

(licei neget), il

padre Sestio

era uno stoico;

ma

quel

volere o no
si

ci fa

compren-

dere che in realt Sestio non

professava stoico.
(2),

infatti

qualche altra testimonianza

lo

dice pitagorico

e tale lo

proverebbero non solo


strate dalla

le

sue conoscenze astrologiche, dimodell'olio,

famosa esperienza

ma
di

altres

alcune

abitudini della sua vita,

come

quella di fare alla fine di ogni


e

giorno l'esame di coscienza


cibi carnei (4),

(3)

quella

astenersi

dai

l'una e

l'altra,

com' ben noto, proprie dei

seguaci del Pitagorismo. Senonch, riguardo a quest'ultima


da notare che Sestio

non

la giustificava,

come Pitagora,

... Eomanos etiam^ eosdemque (1) De statu anirnae, II, 8 philosophos testes citamus^ apud quos Sextius pater^ Sextius flius propenso in exercitium sapientiae studio apprime philosophati sufzt, atque hane super omni anima attulere sententiatft Incor: .

poralis, inquilini^
vis

quaedam

omnis est anima et lUocalis atque indeprehensa quae sine spatio capax corpus haurit et continet-
3.
.

(2)
(3)

Y. pag. preced., nota

Seneca, De ira^ lib. Ili, e. XXXVI, 2: Faciebat hoc Sextius ut consuniTnato die^ quum se ad noeturnam qutetem. recepisset^ interrogaret animum suum Quod hodie malum tuum sanasti ? cui vitio obstitisti ? qua parte ntelior es?
:

questo proposito, oltre alla Up. CVIII di Seneca riportata si suol citare il passo, conservatoci da Origene, (contra Celsum , lib. YIII, p. 397 ed. di Cambridge), che suona: Il cibarsi di carni indifferente, ma l'astenersene pi conforme a ragione . Tale sentenza per di Sesto pitagorico, non
(4)

nella nota seguente,

gi del nostro Sestio.

escori la
ai

dottrina della metempsicosi,

ma

con argomenti che

Romani dovettero parer pi


:

ragionevoli, perch

meno
altri

astrusi

gli

uomini,

egli infatti insegnava,

hanno

alimenti, senza bisogno di nutrirsi di sangue; e poi ci


si

abitua alla crudelt provando piacere nel divorar della


si

carne;

deve dunque ridurre

al

minimo

ci che

pu

alimentar la lussuria

concludeva dicendo che

la

variet dei cibi contraria alla salute e innaturale per


i

nostri corpi

(1).

Ci

sembra quindi
stoici

lecito di poter affermare

che

Sestii

non furono ne

ne

pitagorici,

ma

ebbero un proprio

sistema, eclettico quasi senza dubbio,

con prevalenza di

elementi pitagorici

e che questo loro sistema

non fu ne

inorganico, n dubitoso (come quello degli accademici dell'ultima maniera) n materialista (come l'epicureo), sibbene

avvivato da una profonda fede, illuminato da una chiara


luce spirituale e fondato su

convinzioni

ben salde

e su

opinioni precise e indubitabili;

un sistema d'ideo insomma,


piacevole distrazione o un'o-

che non era una

pii

meno

ziosa occupazione dell' intelletto,

ma una

vera

propria

forza organizzatrice e ordinatrice della vita, e per ci ap-

punto destinato a raccogliere pochi seguaci e a vivere per

tempo
grande

assai breve, in quella sentina di ambizioni, di cordi violenze,

ruzioni,

di immoralit,

che era divenuta la

Roma

nel trapasso dalla repubblica all'Impero.

(1)

Seneca, Epist. CVIII


eitra

hie {Sextius)

homini

satis alimen-

torum

sanguinem

esse eredebat.

et criiclelitatis

eonsuetudi-

nem

fieri^

ubi in voluptatem esset

addueta

laceratio. Adiciebat

contrahendam materiam

esse luxuriae^ eolligebat bonae valetudini


et

contraria esse alimenta varia

nostris aliena eorporibus .

CAPITOLO QUARTO

Pitagora e

le

sue dottrine negli scrittori latini

del primo secolo avanti Cristo.

I.

Lncrezio e

il

poema

Della

Natura
Epicuro contro Pitagora
metempsicosi.
Il

1.

Lucrezio e

il

poema Della Natura.

2. di

a proposito di immortalit dell'anima e

3.

Acdi

cenni alla metempsicosi nel proemio del primo canto.

sogno

Ennio.

4.

trina dell'

Polemiche intorno all'anima nel terzo canto: la dot5. Argomenti epicurei contro la anima-armonia.

preesistenza dell'anima e la metempsicosi.

6.

Insussistenza del

timore della morte nell'ipotesi della reincarnazione.


e conclusione.

Riassunto

1.

Poich

si

visto come, dopo Nigidio,

Sestii cerca-

rono

di restaurare in

Roma

il

culto del

Pitagorismo, non

sar certo inutile indagare quali tracce esso aveva lasciato di


s nella letteratura

romana

del primo secolo avanti Cristo,

siano esse vere e proprie trattazioni sistematiche o semplici notizie incidentali


:

cos infatti

potremo non solo


gli

farci

un'idea del giudizio che ne fecero

scrittori

di

quel


tempo,

70

il

ma

ci

si

offrir

anche

modo

di

esporne e chia-

rirne qualcuno dei punti pi importanti o di metterne in

luce gli aspetti pi notevoli.


Certo, in un'et nella quale
religiose e
i

le

pi

svariate

credenze
in

pi diversi sistemi di

filosofa

affluendo

Koma

da ogni parte del mondo, e specialmente dalla Grecia

e dall'Asia, vennero a pocoJiniformandosi per vicendevole


influsso e preparando cosf
il

terreno che
il

doveva
della

di

non molto accogliere


fede cristiana,

e far germogliare

seme

nuova

non

facile

sceverare e seguire uno per

uno i come

vari indirizzi di pensiero;


la filosofia pitagorica,

massime poi

quelli che,

essendo molto antichi e avendo

avuto larga diffusione e gran numero di seguaci, trasmisero parte dei loro
posteriori.

principii

alle

speculazioni filosofiche
di

Ma un

poco di diligenza e
tutti

pazienza

ci per-

metter almeno di raccogliere


latini dell'ultimo

quei passi di scrittori


si

periodo repubblicano nei quali


Pitagora,
e
di
si

fa espli-

cita

menzione

di

esaminare

altres

quei

luoghi in cui, senza nominarlo,

accenna per a dottrine


sistema del filosofo di

e a pratiche di vita che appartennero indubbiamente, per

concorde consenso

dell'antichit,

al

Samo.

Incominceremo pertanto dal poema


fu,

di

Lucrezio, che
filosofico greco,
felici tentativi

come

tutti

sanno,

il

pi mirabile tentativo di elabora-

zione poetica in lingua latina di


e precisamente del sistema

un sistema

epicureo. Altri
greci

di esporre in versi dottrine di filosofi


stati fatti

erano

bens
altro,

da Appio Claudio, da Ennio, da qualche


;

ma

per brevi trattazioni

che Lucrezio

pur

conscio
affer-

della grandezza del cantore degli

Annales
il

pot ben

mare con legittimo orgoglio


di

di essere

primo a tentare

esprimere poeticamente, nella lingua del Lazio e del-

71

Italia

romana, non ancora assueta


alla

alle

sottigliezze,
filosofico,

alla
le

profondit,

precisione

del

linguaggio

speculazioni dei Greci.


Il

poema Della Natura

infatti

non
all'

solo

espone con

ordine sistematico la complessa dottrina di Epicuro intor-

no air essere

delle cose in generale,

infinit dell'uni-

verso, ai moti e alle forme

atomiche,

alla natura,

com-

posizione e mortalit dell' anima, alle cause

delle sensa-

zioni e delle funzioni fisiologiche, alle origini del


e della vita vegetale e animale,
alle

mondo

cause dei fenomeni

meteorici e tellurici,
piti

ma
i

discute

anche,

perch abbiano

sicuro fondamento

principii della dottrina epicurea,

le

opposte e diverse dottrine di altre scuole filosofiche, e


le

combatte
sibili

argomentazioni contrarie e

le

obiezioni pos-

degli avversari.

Di questa opera dunque, costruttiva in quanto elabora


su

fondamenti

nuovi, e polemica in quanto combatte e

distrugge principii

vecchi o diversi, ben

naturale che

noi dobbiamo tener presente soprattutto la parte polemica,

per vedere se e quanto in essa

il

poeta

e prima di lui
il

Epicuro

abbia tenuto

conto delle dottrine di Pitagora.

2.

Ora,

su due punti essenzialmente

poeta discute

e lotta ad oltranza contro indirizzi di pensiero diversi dal

suo

sulla teoria atomica e sulla teoria

dell'

anima.

proposito della prima combatte e confuta esplicitamente,

nominandoli, Eraclito, Empedocle, Anassagora. Del filosofo


di

Samo invece non


attento

fa

il

nome neppure una

volta,

n
che

qui ne in altra parte dei poema;

ma

ci

non
ci

toglie

un

esame del poema stesso


pur
senza

non

permetta di
poeta pensi

scoprire dove e quando,

dirlo, il

a combattere

principii della filosofia pitagorica,

per

72

che

ben nota, in
la

verit,
il

la disistima

Epicuro ebbe

matematica;

che parrebbe che dovesse farci esclu-

dere senza altro qualsiasi considerazione, da parte dilu,

per un sistema che


l'aspetto

aveva studiato e rappresentato sotto


il

numerico

mondo,

e nel quale le ricerche

ma-

tematico-musicali avevano tanta parte. In realt per pos-

siamo escludere a priori soltanto questo: che Epicuro


nesse presenti in qualche

te-

modo

le

dottrine

della scuola
infatti lo stu-

italica nella parte fisica del

suo sistema.

dio

del

poema
due

di

Lucrezio

conferma

senz' altro

questa

induzione; tanto nella parte teorica che in quella polemica


dei primi
canti,

che contengono

1'

esposizione e lo
al

svolgimento dei principii epicurei intorno


materia, e
la teoria atomica,

mondo

e alla

manca
fisico,

aJffatto

qualsiasi ac-

cenno, anche indiretto e lontano, alle dottrine pitagoriche.

Ma
e dall'

queste, oltre al

mondo

governato dal numero


il

armonia, abbracciavano anche


all'anima,

metafisico (anima

e dei), e quanto

pur considerando
e musicale,

anche

di

questa

l'

aspetto
il

numerico

sviluppavano so-

prattutto

concetto della

sua eternit

perch esistente ab aeterno^ essa vive,


tale,

non mai nata, perenne e immor:

attraverso

un

ciclo indefinito

di vite terrene

(me-

tempsicosi). Sotto

questo aspetto

pertanto

la filosofia di

Pitagora dovette

pure essere tenuta in qualche conside-

razione da Epicuro, se scopo fondamentale della sua spe-

culazione fu di combattere

due grandi timori onde nasce


timore
il

intelicit

umana, cio

il

della

morte e quello
e della

degli dei, e se, per vincere

primo, difese con tutte le


della

armi

della logica

il

principio

materialit

mortalit dell'anima.
alla filosofia

Non

risalivano forse in gran parte

pitagorica la dottrina

platonica e le specu-

lazioni stoiche intorno alla origine divina e all'immortali-

73
t dell'
forse,

anima ?

la filosofia

pitagorica
alle

non

si

uniformava

spiegandole e chiarendole,

pi inveterate sualle

perstizioni, alle pi

profonde convinzioni,
?

pi

diffu-se

credenze religiose degli uomini

Se Epicuro avesse avuto solo


cettata da

lo

scopo della costruzione

teorica dei suo sistema, sarebbe stato sufficipnte che, ac-

Democrito

la

teoria atomica e fattane

1'

appli

cazione
al

al

mondo

fisico,

V estendesse, come fece realmente,


i'

mondo

psichico (per lui

anima constava
per

infatti d'

un

aggregato
della

d'atomi

sensiferi),

trarne la conseguenza

mortalit

dell'

anima

o,

pi precisamente, del nealla

cessario dissolversi

dei suoi atomi


egli volle

morte del corpo.

Ma, giova
tere
il

ripeterlo,

anche soprattutto combatquale nasce, secondo


lui,

timore

della

morte,

il

dal pensiero

alimentato

dalle superstizioni religiose, e

dalle favole dei poeti e dei vati

che, morto

il

corpo,

l'anima

sopravviva. Ora,

fra le

varie forme

di tale cre-

denza una ve n' era

largamente
1'

diffusa dalla religione,

dai misteri, da oscure predizioni sibilline, da filosofi e da


poeti

secondo

la quale

anima non

solo continuava

ad

esistere,

ma

poteva, ad intervalli,

rivivere

in nuovi
vita ter-

corpi e ritessere pi d'

una

volta la

trama della

rena
cosi.

insomma

l'antichissima

credenza nella metempsi-

per

di

pi

questa

credenza, anche nei termini

strettamente epicurei, poteva in

un

certo senso
cio,

(come ve-

dremo) apparire ammissibile,


del

in

quanto

nell' infinit

tempo

e nel perpetuo

dissolversi

e ricomporsi degli

atomi materiali, era ben lecito ammettere come possibile


il

ricostituirsi

dell' identico
il

conglomerato atomico che

ri-

creasse di nuovo

medesimo

corpo e la medesima anisi

ma. Data dunque questa possibilit teorica,


ohe Epicuro o
i

comprende

suoi seguaci dovessero esaminarla anche


al

74

per dedarne
alle

lume

della logica interna del loro sistema,

le loro

conseguenze in rapporto

due

questioni del-

l'eternit dell'anima e del timore della

morte.

Tanto ci vero, che Lucrezio svolge appunto in modo ampio ed esaurientissimo tale ipotesi e
tale discussione

polemica, l dove vuol dimostrare la mortalit dell'anima


e la vanit del

temere

la

morte.

3.

Ma

prima

di
si

esaminare ed analizzare
riallaccia

questa parte

del

poema che
primo
il

cos strettamente

con

la dot-

trina pitagorica, necessario premettere che gi al principio del


libro, in

quel mirabile e tormentato proel'

mio dove

poeta espone le ragioni,

ordine e

la

materia

della sua trattazione, fatto

cenno
e

delle varie

credenze

e opinioni intorno

all'

anima

dell'

importanza capitale

che la soluzione del problema psicologico ha, nel sistema


epicureo, in ordine alla necessit di sradicare dall' animo

umano

il

timore della morte.


il

questo cenno, sia in se stesso, sia per


si

ricordo che

ad esso

collega del
il

famoso sogno

di

Ennio,

ha pure

importanza per

nostro tema.
infatti

Per rassicurare
dedicato

Memmio
atto
la

al

quale

il

poema

che

potrebbe dubitare, accettando


di scellerata

la dottrina

epicurea, di commettere
crezio

empiet, Lu-

dimostra che anzi

religione fu

causa
il

che

gli

uomini commettessero
d* Ifigenia in

delitti

nefandi,

come

sacrificio

Aulide
il

(vv.

80-101).
dei,

poi soggiunge che,

vinto

anche

timore

degli

pu tuttavia

rimaner

sempre

quell' altro timore, che alimentato dalle spaven-

tose favole dei poeti sulla vita d' oltretomba, da sogni e

da apparizioni, e trova
ranza

la

sua ragion

d'

essere nell' igno-

umana

intorno alla vera natura dell' anima (vv. 102-


126).

75

studiare

Di qui pertanto

la necessit di

insieme
e della

con
ria

la

natura delle cose


il

celesti,
dell'

degli

dei e della matedell'

anche

problema

essenza

anima

natura dei

sogni e delle visioni (vv. 127-135).


nei versi

precisamente

112-126

si

accenna

in

par-

ticolare alle varie dottrine intorno all'origine dell'anima e

intorno alla sorte che le tocca quando


112

muore

il

corpo:

Ignoratur enim quae

sii

natura animai,

nata
et

sit^

an cantra nascentihus insinuetur^

simul intereat nobiscum morte dir empia,

115

an tenehras Orci visat vastasque lacunas^ an pecudes alias divinitus insinuet se, Ennius ut noster ceeinit, qui prinus amoeno
detulit ex Helicone perenni fronde

coronam,
clueret\

per gentis Italas kominuu quae

dar

120

etsi praeterea tamen esse Acherusia tempia Ennius aeternis exponit versibus edens^ quo ncque permanent (1) animae ncque corpora nostra^ sed quaedam simulacra modis pallentia miris; unde sibi exortam semper fiorentis Homeri

125

commemorai speciem lacrimas effundere salsas coepisse et rerum naturam expandere diciis (2).
all'

Quanto

origine dell' anima, Epicuro


(nata)-^

sosteneva che

essa era nativa

gi fatta nel corpo al

ma altri invece momento della

la

credeva entrata

nascita (an contra

(1)

Mi pare qui perfettamente


correzione del

accettabile la lezione gi proposta

dal GoBEL (permanent coug. pres. da pcrmanare)^

che

la

pi

ragionevole
dere in qual
tro
il

modo
di

tale correzione urti,

permaneant dato come

dai codici.

Ne

so ve-

dice

il

Giussani, con-

senso

permanare.

(2)

In

questi versi,

come in

quelli che citer

pi innanzi, mi

attengo alla lezione e alla grafa data dal Giussani (De


tura, Torino, Loescher, 1896-1898;.

rerum na-


al

76

~
1'

nascentibus insinuetur). Quanto alla sorte che

aspettava
l'epicu-

morire del corpo

le

opinioni invece erano

tre:

rea,

che r anima
[simili

si

dissolvesse col dissolversi degli atomi

corporei

intereat nobiscum

morte dirempta)
o

la

popolare,

che scendesse all'Orco, o Ade


acunos)
;

Averne

[te-

nebras Orci visat vastasque


passasse per virt divina nel

la

pitagorica, che

corpo
se
).

di altri

animali (pe-

cudes alias

divinitus insinuet
in contraddizione

Le due ultime per


;

non erano
punto

fra loro

tanto

vero ap-

che Ennio,

nel sogno

famoso

degli Annali,
altres
1'

pur

esponendo

la teoria pitagorica,

ammise

esistenza

dell'Ade e dei templi

Acherontei^

ai quali

per discensubito?

deva non gi l'anima (questa passava


altri

in

corpi),

ma
egli

un' ombra, come a dire

un doppio,

del-

l'anima stessa, di mirabile pallore:

come

quella precisa-

mente che
doppio

narrava

gli fosse

apparsa nel sogno

dell'

anima del divino Omero


gli

che,

piangendo

a-

mare lagrime,

svel l'essere delle cose.

E dunque
filosofi

evidente,

per questo accenno

alla

dottrina
altri

psicologica epicurea in contrapposizione con quella di

ed

anche

di

Pitagora,

che nel terzo libro

di

Lucrezio dobbiamo trovare discussa in qualche modo


lo infatti

esaurientemente
(1).

la teoria pitagorica della

metempsicosi

4.

Ma non

v' forse

cenno

d'

un' altra concezione che

fu propria di

Pitagora e dei suoi

seguaci

voglio

dire

della concezione dell'

anima- armonia?
si

(1)

La

cosa, del resto, tanto pi evidente se


del

pensi clie Lu-

crezio
libro,

compose verosimilmente questa parte quando gi aveva composto il terxo.

proemio del primo


veda in proposito

Si

la paziente e lucida analisi del Giussani voi. II, pag. 4-5).

un
l'

77

materiale
d
-

fatto

che

il

poeta, nel terzo canto, prima di ac-

cingersi a determinare la natura

atomica del-

anima

nelle sue

due

distinzioni

animus

od anima.,

confuta una dottrina


ni

che

certo ancor diffusa ai suoi gior-

negava

1'

esistenza dell' anima, o meglio le ne-

gava una consistenza sua propria, non pure extracorporea,

ma

nel corpo stesso, concependola soltanto

come una

spe-

cie di

armonia delle funzioni organiche

98
100

sensum anini certa non esse in parte lo^atun^ vermn habitum quendam vitalem corporis esse^ karmoniam Orai quam dieunt^ quod faciat nus
vivere

eum
et

sensu^ nulla curn in parte siet uens

ut bona saepe valetudo


corporis,
sic

eum

dicitur esse

non est tamen haec pars ulta valentis, animi sensum non certa parte reponunt.

Ora
trina,

chi,

prima

di Epicuro,
ai

aveva svolto

cosiffatta dot-

che anche

tempi di Platone e di Aristotile era


all'

tanto diffusa da far sentire


cessit di confutarla ?

uno
i

e air altro (1) la ne-

Pitagora e
(2),

suoi seguaci,

e spe-

cialmente, fra questi, Filolao


e svolto
il

avevano bens accettato

concetto dell' anima-armonia;

ma
il

che per tale


senso datogli

concetto

non potesse avere pei Pitagorici

(1)

Platone, Fedone^
I,

e.

XXXVI

XLI - XLY;

Aristotile, Del-

Vanima^
DiCEARCo
(2)

4.

Dopo

Aristotile la svolsero

ancora, accettandola e
I,

difendendola, Aristosseno talentino (Cicerone, Tuseulane.,


di
si

l9)" e

Messina (Cicerone, ibidem^


fa risalire

I,

20).

La

(DioG. Laerzio IX, 29):

veramente a Parmenide e a Zenone d' Elea ma che debba riconoscersi anche come
gi
il

propria

di

Pitagora e di Filolao dimostr

Boeckh nel suo

Philolaos., (p.
la

177); tanto ci vero che nel dialogo platonico chi


d,l

espone

Simmia, discepolo

Filolao, ed Echecrate pitagoreo


{Fedone., e.

la riconosce per propria dottrina

XXXVIII).


accordava nel

78

se esso
l'altro

qui da T ucrezio e neppure quello datogli da Simmia nel


dialogo di Platone, appena necessario di dire,
si

sistema

di
il

quella scuola

con

della metempsicosi, ossia con

concetto della preesistenza


L' ironia lucreziana dun-

e immortalit dell'

anima

stessa.

que

dei versi 131-135:


...

recide

harmoniai

fomen^ ad organicos alto delatum Heliconi

sive aliunde ipsi porro traxere et in illam

trastulerunt^ proprio quae

tum

res

nomine egehat -

quid quid id

est

habeant.

come

le

argomentazioni
la

di Socrate nel

Fedone

era-

no volte

non contro

teoria di Pitagora,

ma

contro

quella interpretazione e limitazione materialistica di essa,

per cui r anima era ridotta a semplice funzione del corpo.

Ed

ben naturale che

cos limitata e interpretata


gl'idealisti platonici,
gli

la
i

combattessero, insieme con


materialisti epicurei
:

anche

poich per

uni rappresentava la

negazione della essenza individuale e quindi della immortalit

dello spirito, e per gli altri, significava

l'

inesisten-

za di quella quarta sostanza


riale)

atomica

(la

sostanza sensole altre

onde

essi

concepivano costituita (insieme con


aria,

tre sostanze

elementari

freddo e caldo)

1'

anima
prima

udi

mana
(1)
fin

(1).

Si

comprende quindi
1'

che Lucrezio,
nativa e mortale,

Per Epicuro
il

anima

bens

ma

per,

che vive
essere
i

corpo,

sostanziata

di

materia
di

atomica ed parte

dell'

umano

si

ne pi ne meno
ecc.

quel che ne siano parte

le

mani,

piedi, gli occhi,

(Luce. Ili, 94-97)


il

e localizzata

nel petto, di dove

diffonde per tutto

corpo, adibita alla re-

cezione dei moti e delle immagini


lettuali
:

sensoriali e alle funzioni intel-

che ammettendo

la teoria

dell'anima-armonia veniva a
sensiferi,

cadere tutta la teoria psicologica degli atomi

delle

im-


tasse questa dottrina, che

79

solo

accingersi alla esposizione della teoria psicologica, confu-

non

negava

all'

anima una

sua localizzazione nel corpo,


a negarne
1'

ma

veniva in ultima analisi

esistenza

(1).

5.

Dimostrata

la

materialit dell'animo (vv. 94-416), Lu-

crezio passa a dar le prove

ventotto
la

in tutto

della

sua mortalit. Ora


tono
il

vi

un gruppo

di queste

che combat-

concetto della immortalit sotto l'aspetto non gi

del persistere dell'

anima dopo

morte,

ma

del suo preepluralit

sistere alla nascita del

corpo e della

possibile

delle sue esistenze terrene (vv. 668-710, 711-738,

739-766,

774-781).

Qui siamo evidentemente nel campo della metempsicosi,


e occorrer quindi

esaminare quest' altro centinaio


soltanto
i

di versi.

Veramente non
della metempsicosi

Pitagorici

con

la dottrina

ammisero, fra
anima,

gli antichi,

un' esigli

stenza
Stoici;

pre-terrena
e inoltre,

dell'

ma anche

Platone e
pi volte,

come ho

gi osservato

tale

dottrina

non

fu che la elaborazione filosofica d'

una credagli in-

denza largamente diffusa

nelle

leggende

popolari, nella

poesia, neir arte, e rafi'orzata se

non

derivata,

magini, dei sogni, delle visioni, delle

allucinazioni (anche

queste

vere immagini materiali) che V anima riceve dal di fuori,

ma non

produce essa stessa.


(1)

Cicerone

infatti,

parlando
la loro
et

di

Aristosseno e

di

Dicearco, dice

appunto che
esse

essi

con

teoria venivano a dimostrare nihil

omnino animum^
et

hoc esse

nomen totum
21), e
et

inane^ frustraque

ammalia
vel

animantes appellari, neque in homine inesse


nec in bestia
1:

animum
nullum

animam
(31

{Ttcsc.^ I,

pi

esplicitamente
...

pi sotto

Dicearehus quidem
esse dixerunt .

Aristoxenus.

omnino animum


segnamenti
gli

80

possiamo affermarlo con


i

religiosi
di

che

s'

impartivano nei Misteri. S che

argomenti

Lucrezio

si-

curezza

non sono esclusivamente contro


credenza, e
se pure la
il

Pitagorici.

Ma
il

poich Pitagora, se anche trov gi nei Misteri e fra


deriv,

popolo tale

c?ome vole

gliono, dall' Egitto, fu

veramente
dopo

primo che
41

diede

veste filosofica, e su di essa fond


nario, dal
altri,

suo sistema dottrie

quale

mossero,

di

lui,

Platone e

gli

cos

dobbiamo pur

esaminare

le

ragioni

del poeta

epicureo, che venivano, in sostanza, a battere in breccia

ed a scalzare uno dei capisaldi


Gli argomenti che

della filosofia pitagorica.

Lucrezio adduce

contro

1'

opinione

della preesistenza dell'anima sono quattro, svolti in quattro

successivi e continui gruppi di versi, e rincalzati poi

dopo conchiusa questa parte fondamentale


tazione

della sua tratil

nella meravigliosa invettiva

contro

timore

della morte.
a) Il

primo argomento
se la nostra

(vv.

668-676) desunto dalla


dell'

mancanza

in noi di ogni ricordo

esistenza anteriore

alla nascita (1):

anima

esistita un'altra volta

e quindi entrata nel corpo al

momento

della nascita

(2),

perche
del

non siamo assolutamente in grado di ricordarci tempo trascorso e non serbiamo in noi qualche ri-

(1)

bisogno di

ricordanza
colari di

rammentare che appunto ctalla realt di tale rappresentata non gi dalla reminiscenza di partivita terrena,

una anteriore
Platone
e

ma

dalla inoppugnabile e innella

controvertibile esistenza delle ideo innato

mente

di

ciascun
esistenza

uomo
dell'

deduceva

la

necessit

d'un'anteriore
?

anima

quindi della sua immortalit

(Yedunsi

nel

Fedone

capitoli l8-22.
2) E,

come

si

vede, io svolgiiuento

di

quel

che ha accennato

nel verso 113 del proemio al primo canto.


membranza
di

81

passate
?

delle nostre azioni

Dunque l'anima
la facolt
,

ha mutato cos da potere perdere interamente


ricordare le proprie

vicende
;

Se cos

questo

non

differisce

molto dalla morte


di

bisogna quindi

concludere

che r anima

prima morta e che quella che abbiamo


questa
vita (1).

in questa vita stata creata proprio in

Ora

si

noti che

il

poeta non trae, dalla mancanza

della
le-

memoria
gittima
:

del passato, la conclusione che

sembrerebbe

dunque

1'

anima non
fatto di

preesistita

soltanto che

ma

dice

dato pure che

potesse

essere

materialdel

mente
passato

esistita

il

non
ha

serbar

coscienza

dimostra che ora essa

cambiato

personalit

(personalit infatti

non

altro che persistere di

una meera,

desima coscienza), cio che morta da quella che


diventare un'altra.
Praeterea si immortalis natura animai
constai
et

per

in corpus nascentibus insinuatur,

670

cur super ante actam aetatem meminisse nequimus


nec vestigia gestarum rerum ulla tenem^us
?

nani

si

tanto operest

animi mutata
lete

potestas,

omnis ut actarum
675

exciderit retinentia rerum,

non, ut opinor, id a
interasse,

iam

longiter errai;

quajjropter fateare necessest quae fuii ante


et

quae nune

est

nunc
si

esse

creaiam.

Insomma

in questi versi

non

nega
bens

la possibilit

che

siano preesistiti, e quindi che esistano

in eterno
si

compersi-

ponenti materiali

dell'

anima,

ma

nega

il

fl)

Su questo argomeDto

della

mancanza

di

ogni ricordo,

come

vedremo fra poco, Lucrezio ritorna ancora, prima con un semplice cenno (al v. 766) e poi pi innanzi (vv. 845 e seguenti) accennando alla possibilit della rinascita dell'anima e del corpo.


stere in eterno

82

per Epicuro, deriva


dell'anima.

della coscienza, che,

dai moti atomici

dei quattro componenti


il

D'altra parte, continua

poeta, se

1'

energia vitale delil

l'anima entra in noi quando,


alla luce del

formato

corpo,

usciamo
fa

mondo, essa dovrebbe vivere non come


le

che

si

vede che cresciuta col corpo e con

membra

immedesimandosi nel sangue,


col corpo,

ma

dovrebbe, non fusa

vivere a s
il

come

in

avviene proprio
per tutto
sce e
si
il

contrario
s

una prigione. Ora, poich e cio 1' anima diffusa

corpo,

che ogni parte di esso sente, e cre-

sviluppa col corpo stesso

segno che non

entrata in esso perfetta, e che, partecipando delle vicende


del corpo, nasce (e quindi anche muore) con esso.

E am-

messo pure che, perfetta

e in s raccolta all'atto di en-

trare nel corpo, si diffondesse poi subito in ogni sua parte

appena

entrata, questo

equivarrebbe a uno

scomporsi e

dissolversi per

cambiar natura: insomma


tosto altra

equivarrebbe a
quella di

un morire per rinascere


(vv.

da

prima

677-710).
b)

Un

altro

argomento pare

al

poeta di poter trarre


il

dal fatto del formarsi dei vermi


in
ta,

onde pullula
li

cadavere

putrefazione. Se l'anima che

avviva non costitui-

come pensava Epicuro, da


primitiva,
(il

residui frammentari dell'ani-

ma
re
si

che dimostra che l'anima stessa, potendo


bisognerebbe

frazionarsi, peritura e mortale)

ammettelasciando

ed

eccoci ancora alla metempsicosi

che nei vermi


il

incarnino anime preesistenti; nel qual caso,


la stranezza

pure a parte

che mille subentrino l di dove


si

una

partita, o esse

stesse

formano

proprio

corpo

dalla materia putrescente, o lo trovano gi fatto e vi en-

trano

ma

nella prima ipotesi

non

si

capirebbe perch,

piuttosto che restar libere, dovessero affaticarsi spontanea-

mente
a rinchiudersi in

83

nella

un carcere corporeo, dove necesseconda


che

sariamente dovranno

soffrire;

varrebbe

il

ragionamento

fatto

precedentemente

un' anima

non
gi

pu entrare, intrecciarsi ed espandersi in un


formato senza snaturarsi
720
(vv.

corpo

711-738).

725

quod si forte animus extrinsecus insinuari vermibus et privas in corpora posse venire eredis, nec reputas cur milia multa animarum conveniant unde una recesserit, hoc tamen est ut quaerendum, videatur et in discrimen agendum, utrum tandem animae venentur semina quaeque

vermiculorum ipsaeque sibi fabricentur ubi an quasi corporibus perfectis insinuentur at neque cur faciant ipsae quareve laborent
dicere suppeditat, neque enim, sine corpore

sint,

cum

sunt,

730

sollicitae volitant

morbis alguque fameque

corpus enim magis his


et

vitiis adfine laborat,

mala multa animus contage fungitur

eius.

sed tamen his esto quamvis facere utile corpus

cui subeant: at qua possint via nulla videtur.

735

haut igitur faciunt animae sibi corpora


nec

et

artus,

tamen

est

uiqui perfectis insinuentur

corporibus: neque enim poterunt suptiliter esse


conexae, neque consensus contagia fient.
c)

In terzo luogo, se veramente

ci

fosse la

metemcervo o

psicosi,

perch non
di leone,

dovrebbe,

nelle sue

peregrinazioni,

un'anima
quella

per esempio, capitare in un


in

d'un

avoltoio

una colomba,
leoni e avoltoi
i

e viceversa,

per

modo che ne
colombe feroci
specie
si

nascessero
?

timidi,

cervi e

Invece

caratteri

psichici delle

singole
dei

ereditano e sono
fisici.

costanti in

esse al pari
i

caratteri

Se l'anima immortale mutasse solo

corpi,

questa

costanza

non

vi

sarebbe

o,

almeno,
1'

soffrirebbe

molte eccezioni.

se,

d'altra parte

anima che, mu-


rimane
la

84

tando corpo, muta carattere, allora vuol dire che essa non
stessa,

che cambia natura, insomma che muore


(vv.

per rinascere un'altra


Dejiiqiie

789-751):
triste

cur acris violentia

leonum
et

740

seminium
et

sequitur, volpes dolus,


et

fuga cervi

a patribus datur

patribus pavor incitai artus^

iam

cetera de genere hoc, cur

omnia membris

ex ineunte aevo, generascunt ingenoque,


si non,

certa suo quia serrane seminioque

745

vis aniiti pariter crescit

cum
et

corpore toto

quod

mutare soler et corpora, permixtis anirnantes moribus essent, eff'ugeret canis Hyrcano de semine saepe cornigeri incursum cervi, tremeretque per auras
si

immortalis foret

750

aeris accipiter fugiens veniente

columba,

desiperentque homines, saperent fera saecla ferarum.


illud enini falsa fertur ratione,

quod aiunt

immortalem animam mutato corpore flecti : quod m^utatur enim dissolvitur, interit ergo.

Se poi
entro
i

si

volesse invece sostenere la metempsicosi solo

limiti di

ciascuna

specie, e dire

che

un' anima

umana non
ni
(1),

s'incarna successivamente in altro che in uomisi

allora

potrebbe sempre chiedere: perch pu, di


svolse

(1) Cos,
deli'

a
la

mio avviso,
scuola

il

concetto

delle

trasmigrazioni

anima
ai

pitagorica:

limitandolo

cio

entro

confini

della specie

umana, die

se quasi
1'

tutte le testimonianze

attribui-

scono

seguaci di Pitagora

interpretazione pi lata a cui


tali

crezio accenna nei

versi or ora citati,

testimonianze

si

Lupu
con

dimostrare che o sono esagerate per amor

di

polemica o

di satira,

sono errate per


spiegarsi

confusione

della

metempsicosi

pitagorica

quella egiziana od orientale in genere, o, in qualche caso, possono

dando

ma

nel corpo di

testimonianza di

un signifiv,ato simbolico al passaggio dell'aniun animale. In tale categoria rientra, per me, la Ennio che, nel sogno gi citato degli Annali, fa-


s'

85

momento che non

saggia che era, diventare sciocca, dal


mai visto

ledro esperto
te in

un fanciullo assennato n un piccolo pucome un robusto cavallo ? Forse che la men-

un corpo tenero, si fa tenera anch' essa ? Allora dunque non immortale se, trasmutando corpo, perde in tal modo la vita e il sentimento di prima (vv. 758-766):
Sin animas
ire

hominum

dicent in corpora sem,per


e

humana, tamen quaerain cur


prudens
sit

sapienti

760
762

stulta qiieat fieri, nec

puer ullus,
fortis el^ui

nec

tam doctus equae pullus quam


ii
ft,

vis ?

scilicet,

tenero tenerascere eorpore nentem

confugient, quod si iavi

fateare necesscst

765

mortalem

esse

animam, quoniam mutata per artus


sensumque priorem.
alla

tcmto opere amittit vitam

d)

Infine

il

siamo

cos

chiusa,

di

sapore

umoristico, di questa

serie di

argomentazioni

contro la

preesistenza e la
ridicola,

metempsicosi
poeta,

non

cosa

oltremodo

dice

che ad ogni
l

accoppiamento e ad
e,

ogni parto di animali stiano

pronte delle anime,


aspettino

in

numero innumerevole, immortali


tali,

membra mordi preferenza

lottino e

gareggino a chi prima e

riesca a penetrare ? Se pure

non

e'

fra le

anime

il

patto

che chi prima arriva a volo entri per


ci sia fra loro

prima e cosi non


774-781)
:

nessuna

lotta violenta (vv.

llb

esse

Denique conubia ad Veneris partusque ferarum animas praesto deridieulum esse videtur, expeetare immortalis niortalia membra innumero numero, ceriareque praeproperanter

cendo esporre

dall'

anima
credo

anche dire d'essere


cielo ). Perci

Omero la dottrina di divenuta un pavone ( pavone


di

Pitagora,

lo

fa

qui

significa

prettamente

pitagorica, e

non

stoica, la

dottrina della metempsicosi che svolge Virgilio nel sesto dell'Eneide.


inter se quae
si

86

prima potissimaque insinuetur

non

forte ita sunt

animarum

foedera pacta,

780

ut, quae prima volans advenerit, insinuetur prima, neque inter se contendant virihus hilum.

6.

Qui terminano

gli

accenni che Lucrezio fa alle cre:

denze e dottrine pitagoriche

ma

poich subito dopo,


si

in

quella parte di questo stesso terzo canto in cui

dimol'

stra la vanit del timore della morte, formulata


tesi della

ipo-

resurrezione delia medesima anima

nel

mede-

simo corpo, e tale ipotesi - stata da qualcuno identificata

con V analoga dottrina pitagorico-stoica della palingenesi,

dobbiamo esaminare anche questo passo.


Continuata e compiuta
mortalit dell'anima,
il

dunque
ci

la

dimostrazione

della

poeta ne trae

subito la legittima
(v.

conseguenza che
829).

la

morte non

riguarda per nulla

828-

Come non abbiamo


esisteva),

sentito niente di ci che acca-

duto prima della nostra nascita

(perch

l'

anima nostra
morti, per-

non
(e

cos

non sentiremo nulla dopo


il

ch una
la

volta

avvenuto

distacco
di

fra

corpo ed anima

conseguente dissoluzione

questa) noi, che esistia-

mo

solo per l'intima unione di entrambi,

non esisteremo

e quindi

non sentiremo pi
il

(vv.

830-840).

giunto a

questo punto conclusivo

poeta avrebbe potuto fermarsi,


in

come
i

infatti,

sembra,

si

ferm

una prima redazione


Senonch
piti

del poema, nella quale seguivano a questa dimostrazione


versi 860-867

che la rincalzano.

tardi,

tornandovi sopra fece

un'aggiunta in cui formulata


(1).

la

suddetta ipotesi, che dobbiamo appunto esaminare

(1)

Accetto

senz' altro

le

conclusioni del Giussani,


s

per

l'

in-

terpretazione dei vv. 860-867,


sto interessante brano.
tata, voi. Ili, pp.

per

la

composizione
il

di tutto

que-

Rimando

perci

lettore all'opera

gi ci-

106-107.


Poich
in

87

che se pura,

essa detto

anzitutto

dopo

avvenuta

la separazione,
tal

l'aDima avesse facolt

di sentire,

anche in

caso la cosa

che siamo solo in

non riguarderebbe punto noi, quanto anima e corpo sono stretti in


1'

un'esistenza unica (vv. 841-844).

La

quale ipotesi peraltro (che

anima

senta

staccata

dal corpo) s'intende

bene da

tutto quel

che

il

poeta ha

detto precedentemente, che


sibile (1),

non era assolutamente ammisesiste,


lui,

perch fuori del corpo l'anima neppure


nel

consistendo la morte, per


tra corpo

rompersi

del

legame

ed anima e nell'immediato dissiparsi degli ato-

mi

di questa,

appena rimasta priva del suo coibente.


per
un'altra
ipotesi, la

Ma
come

vi era

quale

per di pi

poteva apparire ad alcuno non del tutto in contrasto


la

precedente
possibile

con

la dottrina

epicurea

l'ipotesi

cio di

un

ricrearsi

materialmente identico del

nostro essere, anima e corpo.


la

Anche
affatto

in -questo caso per

morte non

ci

riguarderebbe
personale fra
le

per

l'

interruzione

della coscienza
tesi

due esistenze.

tale ipo-

appunto

il
:

poeta svolge nei versi 845 e seguenti, in

questo

modo

(1) Il

Giussani ha creduto invece di poter sostenere che l'ipotesi,

per quanto strana, non per in contraddizione assoluta


stratto

in a-

con

la teoria

epicurea.

Ora a me

le

sue

ragioni

non
abbia

sembrano buone,
d'

e perci credo piuttosto

che qui Lucrezio


della

formulata un' ipotesi che interamente

al di fuori

dottrina

come poteva infatti pensare che una qualsiasi persistenza del sentire dell' anima fosse possibile, dopo il distacco dal corpo, se per lui l'anima non poteva assolutamente esistere fuori del corpo che la tiene unita ? Perch dunque Lucrezio ha formulata l'inverosimile ipotesi ? Forse unicamente come ipotesi di transizione alla successiva; se pure non si tratta qui di un'argomentazione per absurdum.
Epicuro
:


845
iVec, si

88

post ohitum

materiem nostram collegerit aetas rursumque redegerit ut sita nunc est, atque iterum nobis fuerint data lumina vitac, pertineat quiequam tamen ad nos id quoque factum,
sit repetentia

interrupta semel cum,

nostri;

850

et

nune

nil

ad nos de nobis

attinet,

ante

qui fuimus, neque iain de

illis

nos adficit angor,

nam cum

respicias

immensi temporis omne

praeteritum spatium,, tum. motus m,ateriai

855

multimodis quam sint, facile hoc adcredere possis, semina saepe in eodem, ut nunc sunt, ordine posta haee eadem, quibus e nunc nos sumus, ante fuisse : nee m,emori tamen id quimus reprehendere mente :
inter

enim

iectast vitai

pausa, vageque

deerrarunt passim m,otus ab sensibus omnes.

Ora a prima vista


.

questa

ipotesi

potrebbe

apparire

identica a quella gi
si

formulata nei versi 668-676,

dove

fa
si

pur cenno della interruzione della coscienza. Tanto


voluto da alcuno vedere in questi versi un'allui

che

sione alla dottrina dei Genetliaci,


nello spazio di

quali credevano
e la

che

440 anni

il

medesimo corpo
(1) e ci

mede-

sima anima rivivessero insieme


Pitagorici e degli

dipendentemente
qui

dalla dottrina della palingenesi universale che era propria

dei

Stoici.

Ma

in verit

non
versi

si
si

tratta

punto

di questo,

poich

mentre in quei
in

parla del rinascere della

medesima anima
si

nuovi corpi,

e nella dottrina dei Genetliaci


dell'identica

parla del ricongiungersi


(nell'

anima
1'

e dell'identico corpo

un caso

neir altro per


nalit),

anima non ha mai perduto


si

la

sua perso-

qui

invece

considera

il

caso di

una duplice

(1) Il
zio,
il

primo a pensar questo stato Munro, il quale cita il passo di

l'editore
S.

inglese di Lucreciv.

Agostino {De

Dei

XXII,

28) che ho gi riportato al principio del Gap. III.


cio
tico
si

89

degli
stessi

creazione ex novo per accozzamento

atomi,

considera la possibilit della rinascita d'

un iden-

aggregato atomico corporeo-psichico nel rispetto della

teoria epicurea.

Che poi

ci

fosse

legittimo e logico

un'altra quistione (1);

ma

sta di fatto

che Lucrezio

for-

mula r
7.

ipotesi secondo la logica del sistema di

Epicuro.

Cosicch, per riassumere e concludere,


il

abbiamo vediverse
so,

duto che

nostro poeta accenna a quattro


1*)

opi-

nioni intorno all'anima:


risulta dall'

che essa non esiste a


funzioni organiche

ma
di

armonia delle

(teoria
si

Aristosseno e Dicearco);

2*)

che essa nasce e

distrug-

ge col corpo,

ma

ha una propria ubicazione nell'organielementi (moto,


(teoria

smo umano
rea);
3*)

(nel petto) e risulta di quattro

caldo, freddo, sostanza atomica sensoriale)

epicu-

che essa sopravvive


uscire

al

corpo e scende nell'Ade,


agli

donde pu

per

apparire

uomini

(credenza

popolare); 4^) che essa,

non

solo sopravvive al corpo,


volte.

ma

preesistita ad esso e

pu incarnarsi pi
fu

abbia-

mo mo

veduto come quest'ultima dottrina, della quale abbiafatto

particolare

esame,

intesa e interpretata

in

modi

diversi: a) l'anima

immortale passa attraverso mol(teoria egiziana);

teplici esistenze,
h)

cambiando specie animale

l'anima immortale passa attraverso molteplici esistenze,


entro
i

ma
e)

limiti della propria

specie e conservando

la

propria identit personale (teoria pitagorica-platonica-stoica);

l'anima pu bens rinascere, magari nell'identico corpo.


L'ha posta con

(1)

molta

sottigliezza

il

Giussani

{op.

cit.

pa-

gina 105-106).

veda anche quello che osserva in prop9Sto il Pascal nel suo scritto Morte e resurrezione in Luerexio pubsi

Ma

blicata nella Riv. di Filologia classica dell'ottobre 1904 e ristam-

pato nel volume Oraecia capta, pag. 67 e seguenti.

90
senza per conservare la propria identit personale
tesi
(1)

(ipo-

epicurea-lucreziana).
svilup-

La

teoria b poi alla sua volta fu diversamente

pata, poich vi era

chi

sosteneva

che

l'

anima

potesse

bens reincarnarsi,

ma

in corpi

sempre nuovi; chi invece


corpo, e ci anzi
il

che

si

reincarnasse nel

medesimo
anima
e

in

atti-

nenza a una dottrina pi generale,


condo
verso
la

universale,

se-

quale non pur

l'

corpo

umano

anda-

vano soggetti a periodici ritorni


si

alla vita,

ma

tutto l'uni-

distruggeva e

si

ricreava

perfettamente identico

(pitagorici,

stoici e genetliaci).

Con questa teoria per non veniva distrutta la credenza nell'Ade o Averne come luogo di espiazione, poich, se anche l'anima riviveva, scendeva all' Ade un suo doppio (eidolon, simulacrum) che poteva anche riuscirne (e verosimilmente
si

distruggeva nell'atto che l'anima tornava

a nuova vita terrena) (Ennio).

Quanto
1**)

alla

teoria

pitagorica in particolare,

abbiamo
nella

veduto che Lucrezio ne parla, in sostanza, in due luoghi:


nel proemio del primo libro (vv. 112-126)
;

2")

confutazione dell'ipotesi della preesistenza dell'anima nel


terzo libro (vv. 668-676, 720-738, 739-757, 758-766, 774-

non debbono ritenersi menti a Pitagora n il cenno alla


781); e che

affatto

come
dell'

riferi-

dottrina

anima-

armonia

(e.

Ili,

vv.

98-135) n l'ipotesi

della

rinascita,

come

formulata nei vv.

845-859

dello stesso libro.

(1) Ipotesi la credo, e

non vera teoria


tale,

di

Epicuro

che,
l'

in so-

stanza, Lucrezio

la

formula come

per potere opporre

argo-

mento per

lui capitale della

interruzione della
stessa
dell'

coscienza
dottrina,

anche a
avessero

coloro che, dal punto di vista della sua

potuto pensare ad

una eventuale

rinascita

anima

col medesi-

mo

corpo.

II.

Frammenti

della dottrina di Pitagora desunti dalle opere


di

Marco Terenzio Varrone.

1.

M. Terenzio Varrone
del Pitagorismo.

suoi

scritti pitagorici e

sua conoscenza

Frammenti della dottrina di Pitagora desunti dalle opere di Varrone: a) La leoria dei numeri e sue applicazioni. 6) Pitagora e i due fabbri, e) La teoria degli accordi musicali, d) La stessa applicata al corso dei pianeti: l'armonia delle sfere e del mondo, e) Sua curiosa estensione al decorso del puerperio, f) I numeri e la musica in relazione con le pratiche
2.

della vita.

3.

Altri accenni alla dottrina pitagorica:


i

quattro
il

aspetti delle cose e

quattro elementi

magia

metempsicosi;
scrittori

divieto di

mangiar

fave.

4.

Varrone

e gli altri

del

primo secolo av. Cristo.

1.

Veri e propri

trattati d' indole

pitagorica sappia-

mo con
ne

certezza che compose


il

Marco Terenzio Varro,

di Rieti,

quale, nato nel 116 av. Cr.

mor

quasi

nonagenario nel 27. Eruditissimo in ogni campo del sapere, fu, appunto per questo, incaricato da Giulio Cesare
di

mettere insieme ed ordinare in


di

Roma una grande


;

bi-

blioteca, specialmente
gli

opere latine e greche

ci che

diede agio

di allargare e

approfondire ancor
delle

pi

le

sue conoscenze

enciclopediche,

quali

si

valse per


comporre innumerevoli
argomenti, occupandosi
gliendo con cura
d'

92

trattando dei pi svariati

opere,

ogni genere di ricerche, raccotutte


le

particolare

tradizioni

sacre e
ci

profane della
lasciato

patria,

e dettando pure^ a quel

che

ha
sua

scritto

Quintiliano, un' opera

filosofica
(1).

in versi

{praecepta sapientiae versibus


prodigiosa attivit e
letterarie,

tradidit)

Della

di

una ricchissima

messe

di opere

storiche, filosofiche, scientifiche


di

si

ricordano
ci reli-

di lui

non meno

74 opere in 620
scarsi avanzi
(

libri

non

stano purtroppo che


bri
)

poco pi di nove

numerose citazioni, massime dei Santi Padri, che da Varrone attinsero largamente notizie d' ogni sorta. S che siamo quasi all'oscuro sul contenuto della maggior
e

parte dei suoi

scritti,

di molti

dei quali ci resta

appena

appena

il

titolo.
libri, e

Cos dei suoi famosi Logistorici^ che era-

no in 76
filosofico
toli

contenevano

discussioni

di

argomento
i

con miscela

di notizie storiche,
si

conosciamo
pi o
1'

ti-

di alcuni,

nei quali

doveva
:

trattare

meno

largamente

di filosofia pitagorica

tali
il

sono

Attico o dei
dell' ori-

numeri
gine

(Atticus sive de nunieris)

Tuberone o

umana
r

{Tubero

seii

de origine

humana)
il

il

Gallo o

delle meraviglie {Gallus de admiraidis),

libro de sae-

culis e

altro de philosophia;

ma

quale ne fosse
d' altra

preciparte,

samente
ci

il

contenuto non sappiamo. Cos,

rimasta notizia d' un' opera in nove libri intorno ai

principii dei

numeri
siV

(de principiis

numerorum),

la quale,

messa accanto
(1)

Attico gi

citato e alla testimonianza

intorno a Varrone
vie et les

si

veda l'opera

di

Gaston Boissier, Etude


i

sur la

ouvrages de

Varron.
nel 47 av.
class.

Per
Cr.

libri
si

Antiquitatum

rerum divinarum pubblicati dall' Agahd nei JahrhUcher f.


band I Heft, Leipzig, 1898.

consulti lo studio

Philologie^ 24*^ Supplement-


tratt in

93

che riferisce come Varrone

di Gellio (Notti Attiche 3,10),

maniera oltremodo

compiuta del numero

sette-

Varr de numero septenario scripsit admodum conquisite)^ prova che il grande reatino dovette conoscere
nario
(

profondamente

la teoria pitagorica

e specialmente la dot-

trina fondamentale dei

numeri

(1).

2.

veramente un

peccato

che

di

tali

opere non

resti quasi nulla,

giacch da esse,

avremmo

forse potuto

trarre molta luce a chiarimento di questa

famosa dottrina,

che era
di

il

pernio della speculazione metafisica e simbolica

Pitagora. Qualche passo tuttavia che ce ne rimasto,

vale a dimostrarci che larghe e geniali applicazioni pot

avere per opera del Maestro e dei suoi seguaci


stessa,

la teoria

che

fu feconda

di eccellenti e mirabili

scoperte

nel

campo
a)

delle scienze sperimentali.


le

Poich

investigazioni matematiche

dei

Pitago-

rici

non furono

soltanto rivolte alla ricerca delle proprie-

t dei numeri,

ma

anche fuori dei campi

dell'

aritmetica
pii

e della geometria, trovarono le pi

nuove

larghe

applicazioni nel vasto e infinito


turali.

campo

dei fenomeni na-

Una

delle

prime

forse la pi importante scoperta di


di
il

Pitagora fu dovuta a una


in ogni tempo, sono state

quelle felici intuizioni che,


privilegio del genio; intendo

parlare della determinazione matematica degli accordi, che


poi dalla musica, applicata a particolari fatti della natura,

Kathgeber {Orossgriechenland unti Pythagoras^ Gotha Dem M. Terentius Varr aus Reato, der scrisse aufgeklrt iiber Pyihagoras war, bot sein Werk hobdomades Gele(1)

Gi

il

1855, p. 423)

genheit zur

Erwhnung dar

94
port a molte
curiose

osservazioni
specie
di

come
parto

quelle
(a

che

ri-

guardano

le

due diverse
all'

termine e

settimino), e, applicata
dell'

astronomia,

port alla teorica


dell'

armonia delle
di
h)

sfere e alla concezione

universo

come

un

tutto perfettamente

armonico (ksmos).
matematica degli ac-

Fu un

caso che fece volgere la mente speculativa

di Pitagora alla ricerca della teoria

cordi musicali, la cui


affidata

determinazione,

prima

di lui,

era

semplicemente all'orecchio
giorno

degl'intenditori. Pas-

sando un

per

istrada

accano a due fabbri che


ferro

martellavano alternatamente un
egli fu colpito
telli
:

sopra

l'

incudine,
dei mar-

dai suoni

cadenzati e armonici

quelli acuti dell'

uno rispondevano
ne
nasceva

cos giustamente

a quelli gravi

dell' altro,

che, entrando ritmicamente nel

suo cervello, di vari colpi

un

solo accordo.

Ebbe
al

cos la sensazione materiale di

un fenomeno, intorno
pensiero, e

quale gi da qualche tempo


si

lavorava col

non
nota

lasci sfuggire

1'

occasione
pi

per chiarirlo. Avvicipresso


il

natosi ai fabbri,
i

osserva

da

loro lavoro e
di

suoni

che

erano

prodotti dai colpi

ciascuno.

Credendo che

la loro

diversit di tono
si

dipendesse dalla

diversa forza degli operai, fa che essi


telli
:

scambino

marcon

e si accorge

che

invece essa

dipende

da questi.

Allora volse
esattezza
i

tutta la

sua

attenzione a determinare

due pesi e

la loro differenza,

poi fece fare altri

martelli pi o

meno

pesanti di quei due;

ma

dai loro colpi


di

nascevano suoni diversi da quei primi e per


intonati.
e)

pi non

In

tal

modo

cap che l'accordo dei suoni doveva

nascere da un determinato rapporto matematico dei pesi,

che cerc subito

di calcolare; trovati

che ebbe

tutti

nu-

meri che corrispondevano

ai pesi dai quali

nascevano suo-

95

ni intonati, pass dai martelli alle corde musicali: prese

alcune budello di pecora o nervi di bue di eguale grossezza e lunghezza,

facendole

tendere per mezzo di pesi


il

proporzionati a quelli di cui aveva fatto

computo

e de-

terminato

il

rapporto coi martelli

fattele

risuonare per

mezzo

della percussione,

non

solo trov che le corde tese


al

da pesi uguali vibravano all'unisono


di esse,

vibrare di

una

sola

ma

ottenne altres
i

suoni armonici

precisamente

dalle

corde

cui pesi

stavano in rapporto di
:

3:4

5t

xeaaptv o
e di

rul

xpiTov o supe?^ tertium), di 2

3 (5t Tcvxe)

2:4

(5t Traawv).

Per averne

poi un'altra riprova,

ripet r esperienza con alcuni flauti, in questo

modo: ne
lunghezza
secondo 8

fece preparare quattro di calibro uguale,


diversa,
il

ma

di
il

il

primo, poniamo, lungo 6


il

pollici,

terzo 9 e

quarto 12
il

poi facendoli
il

sonare a due a

due

trov

che

primo e
:

secondo
:

armonizzavano in
primo
e
il
il

accordo diatessdron (6
accordo diapnte
(6
(
:

8 =: 3

4);

il il

terzo in

9
:

=2
12

3)

primo e
(1).

quarto in

accordo diapason
riusc molto

^=i

2:4)

In tal

modo

egli

genialmente

alla

determinazione matematica
di

degli accordi, ci che permise in seguito

estendere e

perfezionare la teoria della musica.

il

caso che lo con-

dusse
il

alla
il

scoperta non molto


Galilei,

dissimile da quello per

quale

dall'osservazione dei movimenti d'una


tratto a investigare e scoprire
le

lampada
del quale

in chiesa, fu

leggi della oscillazione del pendolo^ o da quello in virt

Newton,

per la caduta di
gravitazione

un pomo,
universale.

arriv a

scoprire le leggi

della

Tanto

(1)

Vedasi

la

narrazione,

desunta da

scritti
II,
1,

varroniani, in

Ma-

cROBio,

Gomm. ad Somnium

Scipionis,

9 e Censorino, de

die natali 10,7.

96
vero che
il

genio in ogni tempo e in ogni luogo sa trarre


!

partito dalle cose e dai fatti pi semplici


d)

E una
mente

volta messosi su questa via,

che mirabile
quella
d

serie di investigazioni

non

seppe escogitare

pro-

fonda

speculativa, che,

dall'osservazione
alle

due

fabbri all'incudine arriv

non pure
1'

leggi

dell'armonia
e di tutto

musicale,

ma
!

a scoprire

armonia
i

dei cieli

r universo
e la

Poich

applicando

suoi

calcoli al corso e
il

alle distanze degli astri e dei pianeti

vaganti fra

cielo

terra dai

quali,

secondo

lui,

era regolato
essi

il

corso

della vita e degli eventi

umani

trov che

avevano
toni, e

un moto
do,

euritmico, e intervalli coi rispondenti ai

suoni, proporzionatamente alla loro tonalit, in tale accor-

da formare una dolcissima armonia, non per perceda orecchio umano, per
la

pibile

sua forza che supera

la

facolt del nostro udito.

Calcolate infatti le distanze dalla Terra a ciascun pia-

neta in stadi
alla

italici

di

625

piedi, trov
;

che dalla Terra


e questo

Luna

ci

sono circa 126000 stadi

rapprea

sentava per lui r intervallo di un tono; dalla


curio (Stilbon) calcol

Luna

Mer-

una distanza uguale

alla met, ossia

un semitono;
al

di qui a

Venere, altrettanto; da Venere fino

Sole, tre volte tanto,

come a
lui,

dire

un tono

e mezzo. Il

Sole quindi distava,

secondo

dalla

Terra tre toni e

mezzo, formando
dalla

cos

Luna due

toni e

un accordo diapente e mezzo, formando un accordo diatescon


essa

sdron. Dal Sole poi a Marte (Pyrois)

stimava

esserci

e-

guale distanza che dalla Terra alla Luna, ossia un tono;


di qui

a Giove (Phaeton), la met, ossia un semitono; da


di

Giove a Saturno, altrettanto, cio ancora un semitono;


qui finalmente al cielo delle stelle
fisse, press'

a poco un

mezzo tono

per

da questo cielo

al

Sole

poneva un

FIRMAMENTO
3
Orbita di
Q.

Saturno

o o H

II

K>

Orbita di

Giove
d

Wi

Orbita di

Mabte

e3
ti

> o 8

Orbita del

SOLE

O-

>

u
e

Q.

O o

tt)

u
Orbita di

e
e-

Vbnehe
0
cs
Wi i)

d>

Orbita di

Mercurio

Orbita della

LUNA

TJSKB,
7.


intervallo diatessdron (di
cielo alla Terra toni) (1).
e)

98

due toni e mezzo),

dallo stesso
(di sei

un

intervallo in accordo

diapason

Per queste osservazioni

e scoperte
nell'
vi

ben naturale

che Pitagora dovesse convincersi che


regolato dal
fortuito,
di

universo tutto

numero, ossia che nulla

di casuale, di

tumultuario,

ma

tutto procede da leggi divine


(2).

da una determinata e determinabile proporzione


dall'

Sic'

ch dalla musica e
alla tisiologia,

astronomia passando, per esempio,


decrso del

trov^ava nel

puerperio ancora

una riprova
turali.

della regolarit
la curiosa

matematica dei fenomeni nache Pitagora fece


pi complesso e meraviglioso

Orbene,

applicazione
al

della dottrina dei

numeri

dei processi fisiologici, cio alla generazione, era

appunto

spiegata in una delle opere varroniane su ricordate (Tu-

bero seu de origine humana).

Queir acuto e profondo osservatore


diato accuratamente
parto, l'uno di sette
il

infatti

avendo

stu-

decorso delle due diverse specie di


(settimino) e

altro

di

dieci

mesi

lunari (a termine) che avvengono

rispettivamente 210 e

274 giorni
due
parti,

dopo

la concezione,
ai
i

avendo

determinato

i.

numeri corrispondenti
si

giorni nei quali, per

ognuno

dei del

compiono

mutamenti pi importanti

seme
col

in sangue,

del sangue in carne, della carne in for-

ma umana
numero
che
si
i

trov

che

il

parto settimino in rapporto

6 e quello a termine col

numero
degli

7;

non

solo,

ma
tro,
cali.

nmeri

suddetti, tanto nell'

uno quanto

nell'al-

trovano nello stesso rapporto


ecco in qual modo.

accordi musi-

Ed

(1)
(2)

Censorino, de die natali, cap. 13.

Maorobio,

Oomm.

in

Somnium

Soip. Il,

U,

7 e 4,

14.


Nel parto
fecondazione,
di

99

sette mesi, per

primi sei giorni dopo la


nell'

V umore
;

che contenuto

utero di

aspetto lattiginoso

nei successivi otto giorni di aspetto


,

sanguigno.

Il

rapporto fra 6 e 8

come abbiamo veduto


si

pi volte, quello precisamente che forma accordo diatessd-

ron (6:8
in cui in carne

= 3:4).
la

Nel

terzo

stadio

hanno 9

giorni,

comincia
:

trasformazione
il

dell'

umore sanguigno
seguenti
di
si

il

9 col 6 forma

secondo accordo diapnte


giorni
ot-

(6:9
tiene

= 2:
il

3);

finalmente nei 12
gi

corpo
terzo

formato

il

rapporto
(6
:

12
:

con 6
Questi

forma

il

accordo

diapason

12

.^r:

2).

quattro numeri 6, 8, 9, 12 sommati


giorni,
i

insieme formano 35

quali

moltiplicati

per 6 danno

appunto

il

nuossia

mero
mento,
14,

totale dei giorni, di durata

della gestazione,

210. Nel parto a termine invece, con


il

analogo
7,

ragiona-

calcolo era basato sui

numeri

9 1/3, 10 1/2,

che sommati insieme danno 40 e una

frazione; 40
si

moltiplicato per 7

d 280, da cui detraendo 6


di

ha 274.

Vale a dire che nel parto


del

dieci mesi

iL

mutamento
dopo

seme

in

umore

latteo avviene in sette

giorni anzich

in sei, e la

formazione
che
;

del

corpo

gi avvenuta

40 giorni
giorno
giorni,

interi,

moltiplicati per 7

quaranta settimane
dell'ultima

ma

poich

il

danno 280, cio parto avviene nel primo


bisogna
il

settimana,

cos

detrarre sei
il

onde ne restano 274. Tanto


pari,

210 che

274

so-

no veramente due numeri


speciale importanza al
in virtii delle sue molteplici

laddove Pitagora

dava

numero
ci

dispari, tanto

da ritenere

osservazioni

che tutto

regolato da esso

(1)

non pertanto, osserva Censorino

(1)

Macrobio,
75.

Saturnal.

I,

13,

Solino, I, 39

Servio,

ad

Bmol. Vili,


che riporta tutto questo

100

non era i due dispari non si compie ne il


egli

passo Yarroniano,

qui in contraddizione con se stesso, perch

273 sono bens compiuti, ma 210^ n il 274" giorno in cui il parto avviene; in conformit precisamente di quanto ha fatto la natura sia riguardo alla durata dell' anno (365 giorni pi una frazione)

209

che a quella del mese (29 giorni pi una frazione)


;Non
trinseco
il

(1).

caso di entrare
alla veracit

qui in
siffatte

merito

al valore in-

di

osservazioni.

Poich
tener

anche

se

errori

vi

sono,

bisogna

naturalmente

conto da un lato della diversit dei mezzi d'indagine e di

esperimento da oggi a ventisei secoli or sono, e pensare


dall' altro

che molte delle applicazioni della teoria dei nul'

meri non dovettero neppure essere


tagora,

opera diretta di Pi-

ma

il

prodotto delle speculazioni dei suoi seguaci.

In ogni modo per risulta chiaro dal


duto sin qui che
le

poco che

si

ve-

speculazini stesse

non rimanevano

campate nell'aria e nelle nebulosit


trovavano la loro base e
servazione scientifica dei
la loro
fatti

della metafisica,
d'
s

ma

ragion

essere nell' os-

naturali;

che fu indub-

biamente merito
dei tempi,
f)

di

Pitagora e dei suoi discepoli quello di


e, fatta

aver dato un nuovo impulso alla scienza;

ragione

non

fu merito piccolo.

Se

la teoria dei

numeri trovava
conformarsi

cos

mirabili

ri-

scontri nella natura e nei suoi fenomeni, ben naturale

che

ad essa dovesse

pure

la

vita

pratica

degli uomini,
steri

almeno

di quelli

che

si

iniziavano ai mi,

e alle profonde

verit del

Pitagorismo. Ond'
ci

per

esempio, che un'altra testimonianza varroniana

ricorda

(l)

Censorino, de die natali 9 e 11. Si confronti


7.

con

questo

il

passo di Gellio, Notti attiche, III, 10,

la

101 -^
erano
tenuti
nello
i

particolare

considerazione in cui
cubici, ai

cos

detti
i

numeri

punto che persino

scrivere

Pitagorici ne
di

tenevano conto

scrupolosamente
volta

badano versi
(1).

do

comporre in

una

sola

216

righe

(216i=r 6

6) e

non mai
di quei

pii di tre

volte tanto!

Ora questo
verit se noi

uno
il

particolari che, presi a se,

prestano facilmente

fianco al riso e alla satira;

ma

in

gionevole, ci
tutto
il

non possiamo spiegarci la cosa in modo rapu dipendere dal fatto che non conosciamo
pitagorica
;

complesso della dottrina e della vita

poich ben possibile che pratiche di questo genere rientrassero nell' ambito del sistema per puro

amor

dell' ordi-

ne e doll'euritmia,
certa regola
della
vita
;

al solo
gli

scopo di far

sottostare a

una
di

anche
se pure

atti
si

minimi e pi insignificanti
tratta,

non

qui e in

altri casi,

esagerazioni dei

seguaci o di degenerazioni dei primitivi

insegnamenti del Maestro.

Ma

senza soffermarci troppo su cosiffatte quisquilie,


d'altra parte

ben noto

ed

ancora Varrone che parla


sistema

al

quanta parte avesse


Pitagora, e

la

musica nel

educativo di

come

egli

medesimo

se

ne

dilettasse al punto,

che ogni sera prima di addormentarsi e ogni mattina

suo svegliarsi cantava, accompagnandosi con la cetra, per

meglio disporre

1'

animo

ai

suoi pensieri divini

(2).

3.

Oltre a queste

notizie,
(3),

che

io,

valendomi delle
di

indagini gi fatte da
(1) ViTRirvio,

altri

ho cercato

esporre

si-

De arehiteetura V pr. p. 104, 1. Censorino, de die natali 12, 4. (2) (3) Si veda nell' opuscolo di A. Schmekel, De Ovidiana Pythagoreae doctrinae adumbratione (Giyphiswadensiae, MDCCCLXXXV)
l'appendice a pagina 76

Varronis Pythagoreae doctrinae frag-

menta continens

stematicamente raggruppandole intorno numeri, altre se ne trovavano


nelle

alla

dottrina dei
di

opere

Yarrone,
ai

intorno alla vita di Pitagora, intorno alla sua scuola e


suoi seguaci e intorno ai principii del suo sistema.

Cos Yarrone poneva


di

1'

esistenza di

Pitagora

al

tempo
ac-

Tarquinio Prisco

(1)

e quindi implicitamente

non

cettava la tradizione che

Numa

fosse stato suo scolaro a

Crotone.

Anch'egli

attribuiva

Pitagora
cio

il

merito

di

essersi chiamato per

primo
il

filosofo,

amante del

sa:

pere, e ricordandone

maestro

Ferecide

faceva risalire
il

gi a questo

1'

uso di pratiche magiche per indovinare

futuro

come
un

pure accennava altrove


nella
altro
la

alla

sua andata a

Turio (Sibari)
conservato

Calabria

(2).

Sant' Agostino ci ha

passo nel

quale Yarrone,

da vero
1'

romano, esprimeva

sua

ammirazione
ai suoi

perch

ultima

cosa che Pitagora insegnava


fossero perfetti, sapienti e
la cosa pubblica (3).

discepoli,

quando gi

felici,

era quella del governare

Appartiene

al libro

quinto

dell'

opera intorno

alla lin-

gua

latina

un brano

in cui
i

Yarrone afferma che Pitagora

insegnava

due essere

principii d' ogni cosa,


vita
i

come

fi-

nito
notte.

e infinito,

bene

e male,

e morte,
di

giorno e
:

quindi parimenti due


ci che sta
il

modi

essere

stato

e
si

moto;

fermo o

si si

muove, corpo;
muove, tempo
;

il

dove

muove, spazio;
le

quando

ci che

vi nel

movimento, azione;

e avvenire

appunto perci
eterne,

che quasi tutte

cose siano

quadripartite ed

poich ne pa mai esservi stato

tempo

se

non prece-

(1) S.

Agostino, de civitate dei XYIII, 25.

(2) Ibidem, XYIII, 37 e YIII, 4; Tertulliano, dean. 28; Apol. 46. (3) S. lggstino, de ordine II, 20, 54.


<^

108

l'

duto da moto,

se

tempo appunto
;

intervallo fra

un moto
r
e'

l'

altro

il

moto senza spazio e senza

ci

corpo, perch
altro
(lo

l'uno

(il

corpo)

che

si

muove

spazio)

dove; n pu mancare l'azione dove


le

movimento; onde

due coppie
(1).

di principii
ci

spazio

e corpo,

tempo

e azione

Altrove

ricorda Var-

rone un altro pensiero fondamentale


poi
gli

di Pitagora,

assunto

pili

tardi da Aristotile, quello cio che l'esistenza de-

animali e per

anche

dell'uomo
sono
lui

non ha mai avuto


esistiti
(2).

principio nel tempo,

perch

sempre

parimenti faceva risalire a

quella

teoria

dei quattro

elementi (terra, acqua, aria ed etere o fuoco) che comu-

nemente

si

suole invece attribuire ad

genti, vissuto

un

secolo dopo

(3).

Empedocle di GirNon mancava neppure


alla teoria pita-

nelle opere varroniane qualche

accenno

(1)

Yabro, de Lingua Latina, Y, 11


et

Pythagoras Samius ait


et

omnium rerum
et

initia esse hina^ ut finitum

infinitum^

honum

malum^ vitam
et

mortem.,

diem
quod

et

noctem.

Quare item duo,


;

status
locus;
fit^

m,otus

quod

stat aut

agitatur,
est

corpus

uhi

agitatur

dum. agitatur,

tempus;

in agitatu, aetio; quare

ut ideo fere

omnia

sint quadripartita et ea aeterna,

quod nc-

que

unquam tempus quin

fuerit

motus, eius enim intervallum


et

tempus; ncque motus ubi non locus

quod alter um est quod moveiur, alterum uhi; ncque uhi agitatur, non actio ihi; igitur initiorutn quadrigae : locus et corpus, tempus et actio .
corpus,
(2)

Vaer, de re rustica,

1,

Sive

enim aliquod

fuit prin-

cipium generandi animalium, ut putavii Thales Milesius et Zeno Gittieus ; sive cantra principium horum exstitit nullum, ut credidii Pythagoras Samius et Aristoteles Stagirites\ necesse est humanae vitae a summa memoria gradatine descendisse Cfr. Cen.

SORINO, de die natali, IV, 3.


(3)

ViTRUVio,

de

architectitra,

V, 1

Servio,

ad Aeneid.

VI,

724; ad Gergie IV, 2l9; Ovidio, Metamorfosi, XV,

237 e seg.

cfr.

Diogene Laerzio, VIII, 25.


metempsicosi
(2),

104

gorica deir eternit dell' anima (1) e alla sua dottrina della
a conferma della quale ricordava persistato

no

le

sue vite

anteriori, essendo
il

prima

un

certo

Etalide, poi Euforbo, poi

pescatore Pirro e finalmente


alle pra-

Ermotimo

(3).

Altrove ancora Yarrone accennava

tiche di evocazioni dei morti, che

del resto erano largale

mente usate neir

antichit,

come

dimostra, fra

altre, la

rappresentazione di una scena di necromanzia dipinta in

un monumento cretese, scoperto da poco, che risale ai tempo pre-omerico (1500-1400 av. Cr.) della cos detta
civilt

micenea o minoica
quasi
di parlare del

(4).

finalmente

superfluo dire che

Varrone

non

manc

famoso
la

divieto

pitagorico di

man-

giar fave,
e con la

connesso
concezione

con
che

credenza

nella metempsicosi

Pitagora ebbe della vita post-

mortale

(5).

(1)

(2)
p.

Symmaghus, Ep. I, 4. Vabro, Sat. Menipp.^

ed.

framm. 127

(= Nonio
nat.
I,

Marcello,

121, 26); Tertulliano, de mi. 27 e 34;

ad

19; S.

Ago-

stino, de cv. dei 18, 45; Scholia in Lucan. p. 289, 11 e 304, 13.

(3) Tertulliano, de an. 28, 31 e

34; Sant'A&ostino, Trinit. XII,

24.

Sant'Agostino, de civ. dei VII, 35 Quod genus divinatiidem Varr e Persis dicit allatum, quo et ipsum Numam, et postea Pythagoram philosophum usum fuisse commemorai ubi adhihito sanguine etam inferos perhibet sciseitari et nekyoman(4)

nis

teian graeee dicit vocari


di

Quanto

alle

rappresentazioni di scene

necromanzia

si

veda,

per

esempio,

Drerup,
si

Omero (Bergamo
ricordi la

I9l0) a p.

176 e relativa
libro

tavola a colori; e
dell'Odissea.
;

famosa
Hist.

Nekuia omerica del


(5)

XI

Tertulliano, Apol. 47

de anima,

33

Plinio, Nat.

XVIII, 118,

XXXV,

160.


4.

106

Varrone. Data l'esiguit

Tali
che
si

un

di

presso le notizie di contenuto pitagorisalire a

rico,

possono far

delle opere superstiti e la variet degli autori

da cui

futali

rono raccolte, esse sono slegate e


per da farci

frammentarie,

ma

ancora

una

volta

rimpiangere

la

perdita
si

quasi totale dell' enciclopedia varroniana, con la quale


certo
utili

perduto

per

sempre

un ricco tesoro

di notizie

e importanti per la storia del Pitagorismo nell'anti-

chit classica.

Ma

poich dei materiale

gi sistematicamente raccolto

da Yarrone, come delle sue speculazioni e delle

sue

ri-

cerche storico-filosofiche debbono essersi serviti non poco


gli scrittori

contemporanei o che vissero poco dopo


le tracce di

di lui,
ri--

cos,

continuando a cercare
di
altri

Pitagorismo

maste nelle opere


tremo

scrittori

di questo

tempo, po-

ricostruire e svolgere

qualche
cos

altro
il

punto

della

dottrina di Pitagora e compiere

quadro della codi Cesare e di

noscenza che Augusto.

ne ebbero

contemporanei

111.

Appio Olaadio Paler

Cicerone e

il

Somninm

Scipionis .

i.

2. Marco Tullio Appio Claudio Paler e la seienxa augurale. - 3. Notixie e la sua eonoscenxa del Pitagorisno. Cicerone intorno a Pitagora e alle sue dottrine desunte dalle opere cice4. // Sogno di Scipione % : a) Suo carattere roniane. pitagorico e profetico; b) Contenuto e materia di esso: la via lattea; vita e morte; il suicidio; le sfere celesti e la loro armonia;

la terra e le sue

xone; la gloria terrena; anima

corpo; V im-

mortalit

dell'

anima.

1.

Fra

gli

amici di Marco Terenzio VarroDe degno

di essere ricordato

queir Appio Claudio Fulcro, del quale


nei

sappiamo che

fu

augure, pretore

57

a.

C,
ci

console

nel 54, censore, governatore della Cilicia e legato in rapporti di amicizia

anche

con

Cicerone, di cui

restano

diverse lettere a lui indirizzate.

Convinto che

la scienza

augurale avesse

il

suo fonda-

mento non
anche con
teressi
1'

gi

nel

desiderio o nel

bisogno di giovare
agii

ausilio potentissimo della religione

in-

dello
C.

Stato

come
dei

la

pensava

l'

altro

grande

augure

Claudio Marcello

ma

che

realmente fosse
perch
questi

un dono concesso dagli

agli

uomini,

108

fossero in grado di meglio intendere la loro volont e di


regolare, uniformandosi a questa, la propria condotta pubblica e privata
(1),

era solito far sortilegi,

oroscopi, evo-

cazioni di morti (2); ne pi n


la tradizione

meno
antico

di quello che,
il

secondo
(3)
il

aveva

fatto
il

in

re

Numa

e di

quel che avevano fatto


discepolo

filosofo

Ferecide di Siro,

suo
,

Pitagora, e Platone

(4).

Questa

convinzione

suffragata dalle dette pratiche della divinazione artificiale


cui era dedito, dovette appunto indurre

Appio a scrivere

quei suo

liber
all'

auguralis

'>

forse di carattere polemico,


(5). l

che dedic

amico Cicerone

quale fra T interpre-

tazione utilitaria e razionalistica di quelli che la pensavano

come

Marcello, e la fede ortodossa di coloro che la pen-

savano come Appio Claudio, ebbe un'opinione intermedia,


in questo senso
:

che cio una vera e propria

scienza e

arte augurale fosse gi esistita in antico,

ma
suo,

che di essa
il

per non fosse pi depositario,


degli auguri, poich, per
il

al

tempo

collegio

lungo tempo trascorso e per


in

r abbandono

e la negligenza

cui

s'

era

lasciata,

era,

(1) CicEBONE, de divnatione,

L. II, 13, 32

sed est in conlegio

vestro inter

Marcellum

et

Appiutn, optimos augures, ynagna disincidi),

sensio

fnam eorum

ego in libros

quom

alteri

plaeeat

auspieia ista ad utilitatem esse reipublicae composita,


sciplina vestra quasi divinare mdeatur posse
(2) CiCEE.,

alteri di-

Tusculane,

1.

I, 16,
.

37

<

inde ea, quae meus amicus


de divinat.
I,

Appius nekyomanteia faciebat


132.
(3) Si

Cfr.

10,

30

58,

cedano in S.

Agostino,

Citt

di

Dio,

l.

VII,

capitoli

34 e 35.
(4) CioEE.,
(5) CicER.,

Tuscul,

I,

16,

38
3,

17, 39.
1
;

Ad

familiares,

4,

9,

3,

11,

Varrone,

R.

R.

3, 2f 2.

109
secondo
lui,

svanita

(1).

Dichiarazione

questa,

che

per
certo

essere fatta da
di lieve

un augure momento.

di tanta autorit,

non

Sarebbe in verit molto interessante addentrarsi


ricerca di quel che fosse proprio
la

nella

questa

ra antica,

come
ebbe

chiamavano

greci,

o aruspicina, che tanta parte

nella vita privata e pubblica degli Elioni e degli antichi


Italici;

ma

questa trattazione mi porterebbe troppo

lon-

tano dal tema di cui ora sto


ricerche abbastanza ampie, se

occupandomi.

del

resto

non proprio

in tutto

sod(2). si

disfacenti ed esaurienti, sono gi state fatte in proposito

Basti dire pertanto che la mantica o arte


esercitava in forme e

divinatoria

modi diversi

con

T osservazione
cielo

del volo degli uccelli in

un punto determinato del


(cuore,

detto
zione),
di

templum (onde
con
1'

trasse origine la parola contempla-

esame

dei visceri

polmone,

fegato)

animali sacrificati a questo scopo (hostiae


la

consultato-

riae\ con
la

interpretazione o ermeneutica dei sogni, con

considerazione dei fenomeni celesti (tuono, lampo, fulecc.),

mine,

cogli
;

oracoli,

coi

pubblici
praticata

e privati

carmi
il

profetici

che era

pure

da

Pitagora,

quale vi annetteva anzi

un

particolarissimo valore, tanto


stesso
33

da voler

essere

ritenuto
1.

egli

augure

(3)

il

che
est,

(1) CicER.,

de legbus
et

II,

13,

Sed dubium non

quin haec disciplina


et

ars auguruni
illi (cio

evanuerit

jam

et

vetustate

neglegentia. Ita neque

Marcello) adsentior, qui negai

unquam
(2) Si

in nostro conlegio fuisse, neque


.

UH

;cio

Appio) qui esse

etiam nunc putat


schtz,

Cfr. de divinai.
gli altri,
i

11^

33, 70.

vedano, fra

due importanti lavori del BochsenBerlino 1868, e del

Sogni

cabala nelV antichit,


de
divinatione,

Cak-

TANi-LovATELLi, Sogni e ipnotismo nelV antichit,


(3i

Roma

1889.

CiCEBONE,

L.

I,

3,

....

huic rei (cio


tribuit,

alla divinazione)

magnani auctoritatem Pythagoras,..

qui

no
naturalmente non poteva pretendere senza
dare qualche
egli

prova

di virt profetica infatti

e,

secondo

la tradizione,

ne diede

non poche.
di

2.

Altro
scritti

amicissimo

Varrone

fu,

come

noto,
a.

Marco Tullio
Negli

Cicerone^ che visse dal 106 al 43

C.

che in gran numero

ci

restano di lui frescuola

quentissimi sono gli accenni a Pitagora, alla sua


e alla sua filosofia
;

non per

tali

da farci pensare a una


all'

elaborazione personale e originale, o


di

approfondimento

qualche parte delle dottrine pitagoriche. Seguace come

fu di

un

eclettismo

che

stava

fra

'

accademismo

lo

stoicismo dell' ultima maniera, iniziato ai misteri religiosi,

augure anch'

esso, appassionato se

non profondo
essi,

cultore
i

della filosofia greca, della quale si fece divulgatore fra

Romani, creando quasi ex novo per


anche
arte,

dopo

il

mirabile

tentativo poetico di Lucrezio, la lingua filosofica,


di

autore

molte opere, nelle quali, con squisito

senso di

tratt dei pi svariati

argomenti

metasifici

che

morali, Cicerone ebbe senza dubbio

una

conoscenza abl'unica forse

bastanza larga

dell'

antica

filosofia

italica,

che avesse gi avuto in


guaci,

Roma

insigni

divulgatori e see rinnovatori

come Appio Claudio Cieco ed Ennio,


Nigidio.
gli

come

ci

anche indubitato che molto

giovarono

per

tale

conoscenza

oltre
di

che

1'

assiduo studio

dei filosofi

gre-

r amicizia

Varrone

e dello stesso Nigidio Figulo,

e la lettura dei loro scritti, per noi perduti.

Ma non

per

etiam ipse augur

vellet esse .

Cfr.

I,

39, 87 ed anche

45, 102

Neq^ue

solum deorum voces Pythagore observitaverunt, sed etiam

hominum, quae vocant omina


questo possiamo dire che
colari studi intorno a quel

Ili

avesse
fatto

i'Arpiuate

parti-

sistema di dottrine,
le

che,

se

collimavano in parecchi punti con


sonali, tuttavia^
si

sue convinzioni per-

per

il

simbolismo

onde

erano

involute,
filo-

prestavano assai

meno

delle posteriori e pii note

sofie

ad essere facilmente comprese dai profani e divulgate

artisticamente.

3.

In ogni modo,
1-4) in cui

volendo raccogliere dalle sue opere


Pitagora e alla sua scuola,

le

notizie che si riferiscono a

dovrei prendere le mosse da quel passo delle


(libro IV,

Tuscolane
pita-

Cicerone parla delle dottrine

goriche, della loro diffusione in Italia e delle


esse lasciarono nelle istituzioni e nelle leggi d

tracce che

Roma.

Ma

poich ne ho gi discusso lungamente, rimando


i

senz'altro

lettori

al

primo capitolo

di questo studio.

Di Pitagora Cicerone dice in due luoghi che fu discepolo di Ferecide


(1),

specialmente

per

la

sua dottrina
1'

suir eternit dell' anima, in quanto egli

insegnava

esila

stenza di un' anima

universale,

compenetrante

tutta

natura e ciascuna delle

sue

manifestazioni, e la deriva-

zione da essa di ogni anima

umana

(2).

per

ci

che

riguarda

la

natura di questa, Cicerone

stesso

accett la

distinzione

fatta

prima da Pitagora

e poi

da Platone

(1)

De divinatione,

I,

50, 112

Tusculane

I,

16,

38:

Pherecides
..

Syrius primun dixit anmos esse

hominum
:

sempiternos.

Rane

opnionem discipulus Pytkagoras naxime confirmavit . Pytkagoras censut aniI, 11, 27 (2) De natura deorum, mum esse per naturatn rerum omnem intentum et eonmeantem, ex quo nostri animi earperentur . De seneetute 21, 78 Au:

dieham, Pythagoram Pythagoreosque

numquam

dubitasse, quin
.

ex universa mente divina delibatos animos haberemus


dell'

112

cio

anima

in

due

parti,

V una ragionevole, in cui questi

filosofi

ponevano

la tranquillit,

una placida
onde

immu(1).

tabile

costanza, e
i

altra
s

irragionevole,

traevano

origine

moti torbidi

dell' ira

come
l'altro

del desiderio

Per

la

quale

credenza V uno e
le

ammisero
dello
l'

la posspirito,
si

sibilit

di accrescere

forze

conoscitive

specialmente nel sonno, quando a questo

uomo

fosse

disposto opportunamente con particolare dieta e con

una

meditazione preparatoria
al di

(2)

e credettero nella divinazione,

punto che Pitagora, come ho gi ricordato, pretendeva


essere egli stesso profeta. Cicerone

seppe

anche
(3),

dei

viaggi di quest' ultimo nelle terre pi lontane


colloquio con

del suo

Leonte,

il

capo dei
(4),

Fliasii,

in cui

per

la

prima volta

si

chiam

filosofo

della successiva venuta

in Italia, dei suoi studi di geometria e del sacrificio d'un

(1

Tusculane, IV,

5,

lO

Veterem

illarti

equidem Pytkagorae
qui

pri/num, dein Platonis diseriptionem


rani expertem
est

anlnum in duas partes dividunty alter ani rationis participem faduni altesequar,
y

in participe rationis ponunt


twn cupiditatis, conirarios
39.
II,

tranquillitatemy id

placidam quietarnque constantiam, in

illa altera 'ruotus turbi-

dos
Cfr.

cum
De

irae,

nimicosque rat ioni


et Plato,.,

libro I,

17,

(2)

divinatione,

58,

119:

Pythagoras

quo

in somnis certiora
victu proficisci

videamus,

praeparatos
;

quodam

eultu

atque

ad dormiendum jubent

faba quidem Pythagorei


venter infletur vedasi
.

utiqus abstinere, quasi vero eo cibo mens, non


Sulle meditazioni serotino,
11,

ma
;

di altro

genere,

De

senectule

38

Pythagorii quid quoque die dixissent, audissent, egissent,


vesper

eommemorabant
(3)

sulla

astinenza
119.

dalle

fave

si

con-

fronti de divinatione I, 30, 62 e II, 58,

(4)

TuseuL, IV, 19, 44; 25, 55; de fnibus V, 19, 50; 29, 87. TuseuL, V, 3, 8 e segg. Cfr. sopra e vedi Diogene Laerzio,
la notizia

Proemio, 12, che desume

da un libro di Eraclide pontioo.

bue
alle

113

(1),

Muse per aver

trovata la soluzione d'un teorema


(2)

della sua

dimora a Crotone

e a

Taormina in

Sicilia (3),

della sua operosa vecchiezza (4) e infine della sua

dimora

e della morte a

Metaponto

(5).

Quanto

alla dottrina e alla scuola,

oltre al noto

prin-

cipio autoritario dell' ipse dixit^ che biasima (6), e a quello

che ho accennato or ora della natura


ricorda la teoria dei numeri
il

dell'

anima, Cicerone

(7),

1'

armonia del mondo e


conseguenza
vera

culto della musica (8), l'astinenza dai sacrifcii cruenti


il

rispetto per gli animali, naturale e logica


il

del concetto pitagorico della vita (9),

divieto del suici-

dio (10) e infine la bella concezione

dell' amicizia,

comunanza
il

di

spiriti

e di vita (11),

che diede fra

gli altri

mirabile e notissimo esempio di


il

Damone

e Finzia (12);
pitagorici.

oltre ai quali

nostro scrittore

ricorda

altri

(1)

De

nat. deorum, III, 36, 88.

La cosa per
sa che non

altro

non par
di

cre-

dibile a Cicerone,

perch Pitagora

si

volle

sacrificare

una vittima neppure ad Apollo un altare. E non ha torto.


(2) (3)
(4)
(5)

delio, per

non

bagnare

sangue

(6)

De De De De De

re publica II,

15,

28; ad Atticum IX, 19,


Vita Pythag
.

3.

consul. 3. Cfr. Giamblico,


senectute 7, 23.

122.

finibus V, 2, 4.
nat. deor.,
I,
si

5, 10.

Per

la critica

ed
Il

il

valore di questo

principio autoritario
rico di Crotone
(7) Tuscul.,
I,

veda nell'Appendice

sodalizio pitago-

10, 20

Acad. pr.

II,

37, 118 e

Somnium

Sei-

pionis,
(8)
(,9)

12 e 18.
nat. deor., Ili, 11, 28
Ili, 36,
;

De

Tuscul., Y, 39, 113.


11,
5.

ibid..

(10)
(11)

De De

senect.,

88: de re pubi., Ili, pr Scauro, 4, 20, 73


;

19.

officiis, I, 17,

56; de legibus,

I, 12,

34; Tuscul., Y, 23, 66.

a2) Tuscul. Y,

22, 63; de officiis, III, 10, 45; de finibus, II,

24-79; Cfr. Porfirio, V. P. 59.


8.

lU
il

suo
discepolo

e cio Filolao di Crotone e

Archita di

Taranto, Echecrate di Locri,

Timeo ed Acrione

contem-

poranei di Platone

(1).

Di quest'ultimo poi
la

egli dice esplicitamente che,


si

dopo

morte

di Socrate,

prima

rec in Egitto e poi in Italia

e in Sicilia per conoscere da vicino le verit scoperte da

Pitagora, e che stette molto con

Archita e Timeo e pot

procurarsi
iscritto

commentarli

di Filolao (che
le

esponevano per
maestro,
vincolo
fino

per la prima volta

dottrine

del
il

allora trasmesse solo

oralmente e sotto
Grecia

della

segretezza)

e poich allora

appunto era pi che mai ceil

lebre

nella

Magna
si

nome

di Pitagora,

pratic

con Pitagorici e

dedic ai loro studi. Tanto che, pre-

diligendo egli Socrate sopra

ogni altro e volendo rappre-

sentarlo adorno di ogni virt e sapienza, fuse insieme la

piacevolezza e la sottigliezza socratica con

1'

oscurit del
il

simbolismo pitagorico e nei suoi dialoghi fece parlare


maestro in modo che, anche quando discuteva
e di politica, si studi di mescolarvi
i

di

morale

numeri,
(2).

la

geometria
quale
poi

e r armonia, alla

guisa di Pitagora

Dal

(1) (2)

De De

finibus, V, 29, 87.


re pubi.,
I,

10, 16

<

In Platonis

libris

multis
de

locis

ita loquitur

Socrates, ut etiam

cum

de moribus,
et

virtutibus
et
:

denique de republica disputet,

numeros tamen
te

geometriam

harmoniam
Sunt
liam
ista,

studeat

Pythagorae more
in

eoniungere.

Tum

Scipio

ut dtcis, sed audisse

credo,

Tubero^ Platonem,

So-

crate mortuo,
et

primum

Aegyptum
et

discendi causa, post in Ita-

in Siciliani contendisse, ut Pythagorae inventa perdisceret,


et

eumque
fuisse

cwrn Arehyta Tarentino

cum Timaeo Locro multum,


illum se
leporem
et

et

Philolai commentarios esse nanctum, quunique eo temlocis


et

pore in his
Pythagoreis
dilexisset

Pythagorae nomen

vigerci,

hominibus
uniee

studiis illis dedisse. Itaque

cum Socratem
,

eique

omnia

tribuere

voluisset

Socraticum

aggiungendovi per
di

115

(1).

tolse di peso la dottrina ferecidea sull'eternit dell'anima,

suo una spiegazione razionale

Un
il

complesso dunque di notizie, o meglio


che rappresentano
del

di accenni,

superficiali e sconnessi,

press'a

poco
gli

grado

di

conoscenza che

Pitagorismo

ebbero

uomini
4.

colti dell'et di
vi

Cicerone.

Ma

un' opera di questo

fecondo

scrittore,

anzi

un frammento

della sua opera "pi

importante,

sul
la

quale dobbiamo fermare un poco pi particolarmente

nostra attenzione, per la molteplicit degli elementi pitagorici che

contiene:
di tanta

voglio

dire

il

Sogno di Scipione^
la storia della
i

cos

famoso e

importanza per

mi-

stica,

sia considerato in se stesso sia


;

per

commenti che

ebbe

poich intorno ad esso

si

affaticarono molti ingegni,

da Macrobio e da Eulogio, che ne fecero amplissima analisi

nel quarto secolo

(2),

all'inglese

Wynn

Westcott, che
et

suMiltatemque sermonis

cum

obscuritate Pythagorae

cum

illa

flurimarum artium
(1)

gravitate contexuit
:

Platonem ferunt, ut Pythagoreos cognodidleisse Pythagorea omnia primumque de animorum aeternitate non solum sensisse idem quod Pythagoram sed rationem etiam attutisse Cfr. De amicitia, IV, 13 Neque enim adsentior iis, qui nuper haec disserere coeperunt, cum corporibus simul animos interire atque omnia m>orte deieri. Plus apud me antiquorum auctoritas valet, vel nostrorum m>ajosceret,

TuscuL, I, 17, 39 in Italiam venisse

et

Tum.... vel eoriim, qui in hac terra fuerunt magnamque Oraeciam, quae nunc quidem deleta est, tum florebat, institutis et praeceptis suis erudierunt, vel eius, qui Apollinis oraeulo sapientissimus est iudieatus, qui non tum hoc, tum illud, ut in plerisque, sed idem semper, animos hominuvi esse divinos, iisque, cum ex corpore excessissent, reditum in eoelum patere optimoque et iu~ stissimo cuique expeditissimum. Quod idem Scipioni videbatur
(2) AuRELii Maceobii Ambrosii Theodosii V. ci. et inlustris GomQuentarius ex Cicerone in Somnium Scipionis libri duo. - Favonii
-

EuLoan

oratoris

almae Karthaginis

nis, scripta Superio y. e.

Disputatio de somnio cos. Provinciae Bizacenae.

Scipio-


cendolo senz'
altro,

116

di-

non molti anni addietro ne pubblic una traduzione


(non so per con
quale

fondamento

che non sia una semplice presunzione ipotetica) un fram-

mento
a)

dei Misteri

(1).

Mi preme

tuttavia di mettere subito in chiaro che,


il

affermando pitagorico

contenuto di questo sogno,


fosse

non

voglio con ci asserire n che Cicerone


di quella filosofia,

un seguace
le idee

n che desumesse direttamente


scritti

informative del sogno stesso da


so
tici

pitagorici

poich
cri-

bene che studi

fatti

recentemente da valentissimi
Corssen
(3), il

come

il

Gylden

(2), il

Pascal

(4),

hanno
di

messo in chiaro che


tostene.
tutti

fonti ciceroniane per la materia

esso furono o poterono essere Platone, Posidonio ed Era-

Ma
quasi

sta di fatto che noi troviamo raccolti in esso


i

concetti suesposti,

che Cicerone stesso


;

at-

tribuiva a Pitagora e ai suoi

seguaci

il

che

dimostra
i

ancora una volta, se pur ve ne fosse bisogno, che


sofi posteriori fecero

filo-

proprie e tramandarono l'uno all'altro

molte delle idee e degli insegnamenti della scuola crotoniate.

L' idea poi di valersi d'


filosofici

un sogno per
venuta,

fare un'espoagli

sizione di principi
della letteratura

gi era

albori

romana, a un grande scrittore e poeta,


quale
si

pitagorico per giunta: voglio dire Ennio, del


gi veduto nel capitolo secondo.
(1)

Somnium

Seipionis.

The vision

of Scipio

considered

as a

fragment of the Mysteries, London, 1899.


(2)

Vestigia Platonis in Gieeronis

Somnio

Scipioiis,

1848.

et

(3) De Posidonio Rhodio M. T. Gieeronis in l. I Tuscul. disp. in Somnio Seipionis auctore. Bonnae, 1878. (4) Di una fonte greca del Somnium Seipionis di Cicerone,

nei rendiconti della R.

Accademia

di Archeologia,

Lettere e belle
,

Arti di Napoli, 1902. Ripubblicato in Oraecia Capta

Firenze,

Le Monnier, 1905.


Sicch possiamo

117

pitagorica
l'

ben

dire

ispirazione di

questo bellissimo frammento ciceroniano: tanto

pi

che

abbiamo sentito or

ora, per
i

bocca dello stesso

Cicerone,

che opinione Pitagora e

suoi avessero intorno al sonno


spirito

e alle forze conoscitive dello

nel

riposo e nella

quiete del corpo.

Questo sogno,

poi,

secondo

le osservazioni di

Macrobio,
le

partecipava contemporaneamente di tutte e tre


principali o profetiche dei

forme

fenomeni del sonno,

oracolo,

visione e sogno:

oracolo (oraculum

=^

xpr^pta-ctafi?),
il

in

quanto apparvero a Scipione addormentato


Emilio Paolo e
giore,
il

padre Lucio

padre adottivo Scipione Africano Magca-

uomini venerandi, che avevano anche coperto

riche sacerdotali, e gli predissero quello che egli avrebbe


fatto

come generale
;

come magistrato

e la sua morte a

56 anni

visione (visio
all'

Spajjta),

in quanto

durante

il

sonno parve

Emiliano di essere trasportato in cielo e


nella

pi precisamente

via

lattea,

dove

avrebbe

poi

dovuto tornare dopo morto a godervi

la felicit

concessa
condivisa

da Dio

ai

buoni reggitori degli


i

Stati

di lass

templare r universo e
nelle sue cinque zone
;

pianeti e la terra

stessa

sogno

propriamente

detto

{somcose a

nium 3=
svelata

ovetpo?),

perch la profonda verit delle


di

lui dette dalla

grande anima
senza
il

Scipione non poteva essere


dell'

chiarita

il

lume

ermeneutica

(1).

Tanto vero che

commento

interpretativo di Macrobio
i

di gran lunga pi esteso che tutti

sei libri della

Re-

pubblica, e

non meno lunga


musica delle

la dissertazione di Eulogio,
alle

che verte specialmente intorno

qualit

mistiche dei

numeri

e alla

stelle.

(1)

Macbobio,

1.

I,

e.

3.


b)

118

Volendo dunque Cicerone esaltare


resero

grandi uomini
quale
quello

che

-si

benemeriti

della

patria e mostrare

premio, dopo la morte, fosse dato alle loro virt,


cio di ritornare alla loro patria celeste,

immagin
alla

che

uno

degli interlocutori dei dialoghi intorno

Repubagli

blica,

Publio Cornelio Scipione

Emiliano,
lui fatto

narrasse

altri interlocutori

un sogno da
fu
il

quando, essendo

tribuno in Africa,

ospite

del re Massinissa,

grande

amico

di

Scipione

Maggiore.
il

Uscita dal corpo durante


liano
si

sonno, V anima
tratto,

dell'

Emi-

trova trasportata, a

un
prima

nella via

lattea,

dove, giusta le credenze dei Pitagorici, avevano loro sede


le

anime degli

eroi,

tanto

di

scendere in terra a
fatto
il

vestirsi d'

umana
dall'

carne,
(1).

come dopo aver


la

loro pel-

legrinaggio quaggi

Ascoltata

Africano

predizione delle sue imprese

e della sua morte, che sarebbe avvenuta

quando

la

sua

(1)

Somnium

5,

13

Omnibus qui patriani

conservaverint,

adiuverinty auxerint, certuni esse in caelo defnitum


beati aevo sempiterno fruantur

locum,

ubi
Cors-

Harum
.

rectores et conservatores
il

hinc profeeti huc revertuntur


SEN (op.
cit.

Al qual proposito osserva

p.

46) che

l'

idea forse presa dai Pitagorici. Infatti


1.

a proposito dei versi 12-13 del


detto che le

XXIV

della

Odissea,

in

cui
alle

anime

dei Proci

guidate da

Hermes

andavano

porte del Sole e al popolo dei Sogni e poi giunsero nel prato degli
asfodeli,

dove abitano

le

anime, ombre dei trapassati


e.

scrisse Por-

firio (e

antro ISiympharum,

28) che
le
il

il

popolo

dei

sogni

non

sono

altro che,

secondo Pitagora,

anime che dicono

raccogliersi
i

nel cerchio della via lattea. Poich


rici

prato degli asfodeli

Pitago-

appunto lo immaginarono in quel cerchio. Anche Plutarco (de faeie in orbe lun., p. 943 G.) scrisse che le anime dei buoni si
indugiavano per un certo tempo nella parte pi tranquilla del cielo
che chiamavano prati
dell'

Ade.

et avesse percorso

119

di otto volte sette giri

uno spazio

e rivoluzioni del sole e questi


quali, per ragioni proprie a

due

numeri
essi,

(ognuno dei
era ritenuto

ciascuno di

perfetto) avessero

compiuto col naturale succedersi degli

anni la

somma
lass,

a lui predestinata

a conforto del suo triste destino


salito

che
!

(1),

e saputo
egli

quasi
Paolo,
altri
gli

pure sarebbe
padre

dove

si

trovava

anche

suo

dunque, chiede, siete vivi tu e mio

padre e

che crediamo estinti ?

E come

gli

risponde Scipione,

anzi noi che siamo volati quass

liberandoci dai legami

corporei
vostra,

come da un carcere siamo


che
si

veramente
.

vivi

la

chiama
1'

vita,

morte

riveduta,

con
:

intensa commozione,

anima

del padre, chiede ad essa


vita,

Perch

dunque,

se

questa la vera
?

debbo

ingli

dugiarmi e vivere
verso non
ti

ancora sulla terra

Perch,

viene risposto, se quel Dio a cui


ti

appartiene tutto l'uni-

ha prima liberato dal carcere corporeo, non


l'adito a

pu essere aperto
stati creati

queste sedi beate. Gli uomini


sulla
terra,

sono
il

per
creato,

dimorare

che occupa
essi l'animo,

centro

del

ed stato dato ad

originario di quei fuochi eterni che chiamate costellazioni


e stelle e che, di

forma
i

sferica e circolare,

animati da

menti divine, fanno

loro giri e descrivono le orbite loro

con prestezza mirabile.

Perci tu e
nei
di

tutti

gli

uomini
l'ha

pii

dovete trattenere l'animo vostro

legami
chi

corporei e
data,

non

disertare,

contro la volont

ve

dalla vita d' uomini, perch

non sembri che

voi vogliate

(1)
ri

Somnium
le

4,

12. Della pienezza o perfezione dei

due numele teorie e

8 e 7 parla a lungo Macrobio nei capitoli

VI, adducendone

partitamente
le

ragioni

e ci,

naturalmente,

secondo

speculazioni pitagoriche. Altrettanto dicasi di Eulogio.


sottrarvi al compito
il

120

(1)
.

umano
si

assegnatovi da Dio

Perci

padre

lo esorta

ad essere giusto ed a coltivare

la piet,

perch cos vivendo

aprir la via per ritornare al cielo

fra quel santo stuolo di

anime che,

gi

vive ed ora se(2).

parate dalla

materia
l'

corporea,

abitano la via lattea

Dalla quale poi


dell'

Emiliano contempla estatico


il

lo spettacolo

universo stellato e
di

roteare dei nove cerchi o meglio

globi,

cui

il

pili

esterno,

che

abbraccia

gli

altri,

quello delle stelle

fisse,

o firmamento, lo stesso dio


s tutti
gli

sualtri,

premo che
cio
i

tiene uniti e racchiude in

cieli di

Saturno, di

Griove, di Marte, del Sole,

di
sta,

Venere, di Mercurio, della Luna, nel mezzo dei quali


immobile,
la

Terra

(3).

mentre osserva

cieli roteanti,

ecco lo colpisce un' armonia solenne e dolce, quella cio

che prodotta dal movimento delle sfere e dal loro percuotere neir aria, onde
si

producono suoni acuti e gravi,


:

che insieme formano

sette accordi della lira (4)

proprio
nel

secondo
capitolo
la

la

dottrina pitagorica, che

ho

gi

chiarita

precedente.
delle

L' ammirazione

per la grandezza e

novit

cose che vede e ode


gli

non

fa per

che

Scipione distolga

occhi

dalla terra, s che l'Africano

(1)

Somnium,
:

7,

15.

Cfr.

il

luogo gi ricordato del

De
est

seneetute

(20,

73) dove detto esplicitamente che

questo

concetto di Piid
dei,

tagora

vetat
et

Pythagoras iniussu imperatoris,


16.

de

praesidio
(2)

statione vitae decedere .


8,

Somnium,

(3)

Tutta questa concezione della terra


sferico, intorno al

immobile

nel

centro di
i

un ambiente
condo
il

quale s'aggirano col firmamento


;

sette cieli planetarii, prettamente pitagorica

e tale fu pure, se-

Martini, la scoperta della direzione del corso dei


il

pianeti

e della eclittica. Vedasi

Gjnther, Oeschichte der antiken Natur1.

wissenschaft in Miiller's Handbuch V,


(4)

Somnium

10, 18-19. Cfr. Quintiliano, Insite, oratoria, I, 10, 12.


gliene

121
i

circoli,

mostra

parte a parte

le zone,

le

acque
quale

e conclude che essa

campo ben
lo

ristretto

per la gloria
la

degli uomini

onde

la vanit della gloria stessa,

non pu neppur durare anni mondani (1). Se

spazio di

uno

solo dei grandi

tu dunque, conchiude la grande


lo

anima, vorrai mirare in alto e tenere volto

sguardo a

questa dimora eterna, non curarti dei discorsi del volgo

n porre
uomini
:

la

speranza delle tue


la virt

azioni

nei

premi
con

degli
le

bisogna che
ti

per s stessa
(2).

sue

blandizie

tragga alla vera gloria

Esaltato

dallo

spettacolo delle cose viste e dalle promesse,


zioni, dai consigli
uditi,
l'

dalle predi-

Emiliano
il

promette di adopedella

rarsi
lo

con tutta r anima per


anima.
;

bene

patria e

1'

avo

conferma nel suo proposito dichiarandogli V immortadell'

lit

Ricordati che

non

tu,

ma

il

tuo corpo

mortale

e che tu

non

sei

quello

che

codesta

forma

corporea fa apparire: ciascuno ci che l'anima sua,

non quella parvenza che pu mostrarsi a


tu sei DO; se divina quella forza che

dito.

Sappi che

anima, che sente,

che ricorda, che prevede, che

regge e modera e muove


il

questo corpo, a cui preposta, cos come


regge, modera,
;

sommo Dio

muove il mondo e come lo stesso Dio eterno muove il mondo per qualche rispetto mortale, cos
fragile

il

corpo mosso

dall'

animo

sempiterno

(3).

(1) Della

durata di circa 12000 anni' comuni, secondo

le

dottrine

dei Genetliaci, dei quali


(2)

ho accennato nel capitolo

terzo.

(3)
te

Somnium, Somnium,
:

17, 25.
18,

26

Tu

vero entere

et sic

mortalem sed corpus hoc; nee enini tu


sed

is es,

non esse quem forma ista


haheto,

declarat

mens cuiusque

is est quisque,
te

non ea

digito demonstrari potest.

Deum

igitur scito esse,

quae siquidem est


figura,

deus, qui viget, qui sentit, qui

meminit, qui providet,

qui tam

122

e nobilissime
(1);

Tu

esercita questo nelle pi nobili cure:


le

sono

cure spese

per
si

il

bene

della
si

patria

onde
piti

l'animo

che in esse

adopera e

esercita

voler

velocemente in questa sede e dimora sua. Anzi tanto pi


presto vi verr se, fin da quanto chiuso nel corpo sapr

uscirne

e,
il

contemplando quel
pi possibile.
ai piaceri del
e,

che fuori di esso,


gli

stac-

carsene
si

Perch

animi di quelli che


si

abbandonano

corpo e

rendouo

quasi

schiavi di essi
ai piaceri,

sotto l'impulso dei


i

desideri

obbedienti

violano

diritti

divini e umani, usciti dal corpo


alla

vanno svolazzando intorno


tazione molti secoli

terra e

non

ritornano a

questo luogo se non dopo aver trascorso in perenne agi


(2).

con

1'

enunciazione di questi

concetti pitagorico-platonici

il

magnifico sogno finisce.

regit et tnoderatur et

movet id corpus, cui praepositus


princeps

est

kune

mundum

ille

deus

et

ut

mundum

ex

quam quadam
animus

parte mortaleni ipse


senipiternus movet .
(1)

deus

aeternus,

sic

fragile

corpus

Anche

questo, bene ricordarlo, era

tanto vero che Pitagora, serbava


suoi discepoli quello relativo
all'

un concetto pitagorico; come insegnamento ultimo ai


dei

esercizio

pubblici

poteri.

V.

S. Agostino, de ordine II, 24, 54.


Hanc tu exerce optimis in rebus : sunt (2) Somnium, 21, 29 autem optimae curae de salute patriae, quibus agitatus et exercitatus animus velocius in hanc sedem et domum suam pervolabit.
:

Idque ocius
se a corpore

faeiet,
et ea,

si

jam

tum,

cum

erit

inclusus in corpore,

eminebit foras

quae extra erunt, contemplans

quam maxime
qui se corporis

abstrahet.

Namque eorum animi,

voluptatibus dediderunt earumque se quasi ministros praebuerunt

impulsuque libidinum voluptatibus oboedientium deorum et hominum iura volaverunt, eorporibus elapsi circum terram ipsam volutantur nec hunc in locum nisi multis exagitati saeculis revertuntur
.

lY.

Mimi
l.

Q. Orazio Placco

P. Virgilio Marone.

Riflessi pitagorici nel teatro popolare.


sia oraziana
filosofia.

2.

Pitagora nella poe-

fave,

metempsicosi, Euforbo.
ecloga.

3.

Virgilio e la

4.

storia dell'

La <iuarta anima nel

5.

Le Georgiche.

7.

6.

La

sesto libro dell' Eneide.

Ragioni

artistiche di essa e suo valore per la determinazione del pensiero


filosofico

virgiliano.

1.

Nel tempo del quale

ci

stiamo

occupando

non
i

a credere

che la conoscenza del Pitagorismo

avesse

suoi riflessi soltanto negli scritti di prosa e di poesia del

genere di quelli che

abbiamo
della

gi

visti,
;

destinati a

un
cio

pubblico eletto e relativamente limitato

che anzi

l'

inse-

gnamento fondamentale
la

dottrina di Pitagora,

metempsicosi, e

il

precetto dietetico dell'astinenza dalle

fave erano cos entrati,

come oggi
oggetto

si

direbbe,

nel dominel

nio

pubblico, da

essere

di satira e di riso

teatro popolare.

Fra quelle specie


Laberio,
C.) e del

di farse

infatti

che fu-

rono

mimi

ricordata

una Nekyomanthia (Evocazione


che fu contemporaneo
quale
Tertulliano
:

di morti) di

Decimo
a.

di

Cicerone (105-43

ricorda

una

satirica interpretazione della

metempsicosi

Insom-

~
ma, se qualche
secondo
1'

124

come
1'

filosofo

affermasse,

dice
si fa

Laberio
dal

opinione di Pitagora, che


dalla

uomo

mulo

e la serpe

donna, e in

tavore di questa

opinione

volgesse, con parola efficace, tutti gli argomenti possibili,

non incontrerebbe

1'

approvazione

di
ci si

tutti e

non induraste-

rebbe forse anche a credere che nere dalle carni animali? Chi

debba perci
esser
di

potrebbe
del

sicuro di

non comperare eventualmente


antenato
?
(1).

manzo
avr

qualche suo
scherzosa-

Laberio dunque

tirato

mente in

ballo in qualche farsa, della quale


;

nulla peraltro

sappiamo, la teoria di Pitagora

non
1'

neppur

difficile

pensare che gliene abbia data occasione

una

situazione

comica in cui fossero in


gine
d'

contrasto

ostinata

cocciutag-

un uomo e la velenosa malizia d' una donna. Il commento e le deduzioni ironiche circa l'astensione dalle
carni che aggiunge
forse la

Tertulliano

ricordano
di

quella che

prima testimonianza, in ordine


alla

tempo, che
;

ci

rimanga intorno
i

metempsicosi pitagorica

voglio dire

noti versi di un'elegia di Senofane

{contemporaneo di
:

Pitagora,

ma un

po' pi giovane di lui)

dicon eh' egli un giorno, vedendo un cagnuol maltrattato,

Ebbe

di lui piet, poscia in tal guisa parl

Cessa, ne bastonarlo, poich vive in lui

r anima, che ravvisai, quando

1'

d' un amico ho udita guair (2).

(1)

Tertulliano, Apologia,

48:

Age jam,

si

qui

philosophus

adfirmet, ut ait Laherius de sententia Pythagorae,

ex m,ulOy colubram, ex muliere,

et

in eam, opinionem,

hominem fieri omnia arguet

m,enta eloquii virtute distorserit, nonne consensum movebit


infiget

fdem,

etiam ah animalibus abstinendi propterea


conservati da Diogene

persuasum, quis
?

habeat, ne forte

bubulam de aliquo proavo suo obsonet

(2) I versi ci furono

Laeezio (Vili, 36)


Anche
Tertulliano,

125

come nel commento


di

in questi versi infatti,

attribuendosi a Pitagora la metempsicosi an-

che animale (per una falsa estensione per, come ho gi


detto),

se

ne mette

scherzosamente in mostra

il

lato ri-

dicolo.

Di un

altro

mimo

dello stesso autore, intitolato


di

Cancer,

rimasto

uno

spunto

verso, in ci

si

accenna a un
Finalmente
di

dogma

pitagorico , che molto probabilmente possiamo


(1).

ritenere che fosse la stessa metempsicosi

Cicerone e Seneca
terzo

ci

hanno conservato
sconosciuto,

il

ricordo

un
(2),

mimo,
di

di autore

intitolato

Faba
il

del quale sar forse stato

argomento
precetti

la satira dello stesso

dogma
1'

Pitagora e dei
(3).

riguardanti
il

vitto e
di

astensione dalle fave

davvero

caso

me-

e prendendoli

da

lui,

li

ha

citati

anche Suida

(sotto la voce

Xeno-

phanes). Si veda a proposito di essi e delle altre antiche testimo-

nianze pitagoriche che risalgono ad Eraclito, Empedocle, Ione, ecc.


ci

che

ha

scritto lo

Zeller nei
Si

Siizungsber. d. preuss.

1889, n. 45,
questi versi
si

pag.

985.

recentemente
;

Akad. messo in dubbio che


dubbi sembrano
al

riferiscano a Pitagora
p.

ma

tali

GoMPERz (Penseurs de la Orce,


fettamente ragione.
(1)

135 nota) infondati. Ed ha per-

Prisoiano. vi, 2, pag.

679 P. e Anon.
33 e 109,
3
:

Bern.

negli

Anal.

Helvet. dell' Hagen,

pag.

98,

nec pythagoream

dogmam
strum,

docius

(2) Cicerone,

ad AH. XVI, 13

videsne consulatum illum novocabat, si hic factus


:

quem Curio antea apotheosin

erit,

fabam

mimum
deum

futurum
fieri,

Seneca Apocoloc. 9

olim

magna
luogo

res erat

iam fabam
si

mimum
di

fecistis .

Debbo tuttavia
8-a[jia in

notare che da qualcuno


del
la

proposto

leggere

primo fabam,
Eiv. di
filol.

famam

in luogo del secondo.

V. in proposito

gennaio 1913, pag. 75-76. D. Capocasale in un suo breve lavoro {Il mimo romano, (3) Monteleone, 1903, pag. 49) pensa che forse vi si dovea mettere
class, del


ravigliarsene,
solo

126

con che
si

che

si

consideri

argomenti
di

piccini e con che sciocche ragioni

cercava
(1).

persua-

dere della necessit di tale

astensione

2.

Del

resto

anche
di questi

Orazio (65-8

a.

C.)

si

prese
dot-

amabilmente gioco
trina pitagorica.

due

stessi punti

della

Che
di

se in

una

delle sue satire rievocava

con vivo senso

nostalgia le parche cenette di campaconditi


col
si

gna

fatte

di fave e di erbaggi

lardo, evi-

dente che egli

da buon epicureo

infischiava del

precetto del filosofo;

non

solo,

ma

lo

prendeva anche un

po' in giro, facendo addirittura la fava

consaguinea

di

Pitagora

(2).

la

prima parte della famosa ode


col

d'

Archita non pare,


filosofici

per dirla

Pascoli,

un

attacco ai sistemi

in azione la parentela che esiste

secondo Pitagora
in

tra

la fava

e r

uomo, ed

il

passaggio
del

dell'

anima

una fava
burlarsi

Ora queste,
stramberie di
di

pi che opinioni

severo

filosofo,

furono
per

certo

begli spiriti, che gliele


delle suo idee,

attribuirono

meglio

lui e

come

fece Orazio, per esempio.


il.

(1) Si veda, per esempio,


(2) Orazio.

capitolo 43 della vita di Poefirionk.

Sat. II, 6, 63-64:

quando faba Pythagorae cognata siwiulque


XJneta
satis 'pingui ponentur oluscula lardo ?
i

Un'

altra scherzosa allusione vogliono vedere

pi

degli

inter-

preti d' Orazio nel v. 21 della

XII
anche

Epist. del

libro I

{veruni seu
il

pisces seu

porrun

et

caepe trucidas)^ dove riferendosi

verbo tru{quasi
dei

cidare non solo

ai pesci,

ma

ai

porri e alle
si

cipolle

che

anche

in queste,

come

nella

fava,

trovassero
1'

anime

morti) verrebbe a prendersi un po' in


s'

giro

amico Iccio
larga

che
della

occupava

di

filosofia

es.

con

lui la

dottrina

pitagorica

metempsicosi, alla quale verrebbe data una ben

estensione.

Qualcuno peraltro (per

il

Ritter) nega ogni allusione.


che

127

dello
spirito,

ammettono

la

sopravvivenza

sistemi

quasi personificati in Archytas,

per
di

opera

del
?

quale
(1).
il

il

Pythagorismo entr nelle dottrine


infatti
il

Platone

Dice
e

poeta
l'

Te, o Archita, che misuravi

mare

la terra e
il

innumerabile arena, tiene ora


lo

fermo

presso

lido di

Matinata

scarso dono di poca sabbia, e nulla


1'

ti

giova aver esplorato

aria,

dove

altri

che l'uomo abita,

e aver corso per la volta del cielo con

Tanimo destinato
pur

morire.

morto
gli

anche
dei,

il

padre di Pelope, che

banchettava con

e Titone, che fu tolto alla terra

e sollevato neir aria, e Minosse, che fu

ammesso

agli aril

cani di Giove, e
di

il

regno dei morti tiene anche


che
scese
alF Orco
in

figlio

Panto (Euforbo),

un' altra

volta

(dopo la sua

nuova incarnazione
argiva in

Pitagora), sebbene,

con
di

lo

scudo che fece staccare

(dalla

parete del tempio

Giunone
(cos

Micene)

data

testimonianza
alla

del

tempo
morte

della guerra trojana,

non avesse concesso


niente

nera

affermava

lui)

pi

che

nervi e la

pelle (2); e tu (che eri

un grande

pitagoreo),
tutto

splendido
bene.-

mallevadore della verace scienza del

lo sai

Ma

tutti

ne attende un' uguale

notte
(e

senza
pi,

fine e tutti

dobbiamo calcare una volta sola


la via

non

come

tu credi)

che conduce sotterra. Le furie offrono alcuno graLyra romana, Livorno,


Giusti,

(1) Pascoli,
altri
il

1895, p. 163.
lib.

Per
veda

modi

d'

intendere quest' ode, che la 28* del


dell'

I,

si

commento
I,

Ussani, Le liriche di Orazio, Torino, Loescher,


1'

1900, voi.

pag. 119-L22, e in particolare


d' Archita.

opuscolo dello stesso

autore
(2)

Uode

Roma, 1893.
habentque

Tartara Panthoiden iterum Orco Demissurn, quamvis clipeo Trojana refixo

Tempora

testatus nihil ultra

Nervos atque cutem morti concesserat atrae.


dita vista al bieco
di

128
il

insaziabile ministro
i

Marte
;

mare

morte

ai

naviganti

si

susseguono senza posa

fune-

rali s dei

vecchi che dei giovani, l'implacabile Proserpina


rispetto ad alcun capo .

non ebbe mai


tutti,

E. evidente che qui Orazio, affermando recisamente che

senza distinzione, subiremo un egual


e contrapponendo
di

destino

mor-

tale,

in particolare la sua affermazione

al ricordo

Pitagora redivivo

volta

(1),

fa doli' ironia bella e

come lo chiama altra buona alle spese del fi


,

gliuolo di

Panto

3.

Virgilio (15
le

ott.

70-21

sett.

19

a.

C.j in qual

conto

tenne

dottrine

pitagoriche ?

Esercitarono

esse
vi-

qualche influsso sul suo pensiero e lasciarono traccio


sibili

neir opera sua, dal

momento che sappiamo


stesso e per

che

per
ci

quello che ce ne dice

egli

quello

hanno tramandato
egli

suoi biografi e commentatori


studi
filosofici

che

ebbe grande inclinazione agli

e che

desiderio di tutta la sua vita fu

quello

di

potervisi

de-

dicare di proposito ?

Nel tempo in cui Figulo


rivivere in

Sestii

tentarono

di

far

Roma

la filosofia

pitagorica, possibile
colto,

pencu-

sare che

uno

spirito

come

quello di Virgilio,

rioso e naturalmente portato alle speculazioni filosofiche,

non ne abbia avuto conoscenza? Per me


v'

non

solo

non

argomento

di dubbio,

ma
21)

credo di poter dire anche

(1)

In uno degli Epodi (XV,


verso

Orazio
te

accenna
1'

ancora

alle

varie vite di Pitagora nel

nee

Pythagorae

fallant

arcana renati
mina una

dove da notare anclie

allusione al carat-

tere segreto e misterioso della dottrina (arcana)

Nelle Satire no-

volta (II, 4, 3) Pitagora

con

Socrate e con

Platone e
1,

nelle Epistole ricorda il sogno pitagorico di

Ennio

(II,

52).

a;
^i1^

129
gi

mo
di

Dicerone,

come ho

strato nelle

precedenti

credette di ravvisare nelle

pratiche e nei prin-

Pitagorismo Torigine
L

molte delle pi antiche


lo

romane,

con Cicerone

avranno creduto nacon


1'

;e

anche
insieme

altri.

Orbene

Virgilio, che

opera

giore
r

mir a rappresentare in un
le

meraviglioso

origini e lo svolgersi della

potenza
alle

(1)
)

che perci fece lunghi studi intorno

e alle antichit

romane, dovette proprio in modo


filosofia

re rivolgere la sua attenzione alla

pitail

a quale per di pi aveva

gi

ispirato

anche

Ennio^
i

la cui opera
1'

degli Annali fu

quali fu condotta

uno dei moEneide. Questo mi par che


che

affermare con certezza, anche indipendentemente


dell'

3same analitico

opera poetica di Virgilio

procediamo a questo
rio

esame

ancorch

molto
la

non

solo

sar

confermata a posteriori

induzione,

ma dovremo
il

senz'altro assentire al giulo

)he di lui fece


te

Fontano, quanda

disse esplicidella

poeta

augurale e profondo

(2).

conoscitore

la di

Pitagora

ne
alla
;ro

tutti

sanno, agli

studi

filosofici

Virgilio
in
essi
lo

attese

prima
dei

giovinezza e fu avviato

da un

epicureo, dal gran Sirene,

com'egli
di lui

chiama.

amore

docta

dieta

egli

avrebbe

(1) Servio,

ad Aen. VI, 752:

Qui bene consideret inveniet

omnem romanam historiarti ab Aeneae adventu usque ad sua tempora summatim celebrasse Virgilium, quod ideo latet quia
eonfusus
(2)
est ordo,

etc. .

Poeta auguralis pythagoricaeque doctrinae peritissimus

come

detto in

una nota

al

Commento

di

Macrobo

al

Somnium
9.

Seipionis, nella edizione di Lione del 1670, pag. 66.


anche
rinunziato
in

130

alle

gran

parte

dolci

Muse

Yano
sofo.

proposito
1'

che queste tennero sotto la loro amabile


suo,
e Virgilio fu poeta
:

tirannia

animo

prima che
i

filo-

Filosofia fu in lui solo in potenza

nel suo pensiero

germi

latenti

che pur
mediti
l'

si

delinea abbastanza chia-

ramente a chi
lungo,

ne

opera poetica

sarebbero

certo cresciuti in fioritura d' arte, se fosse vissuto pi a


s

che, condotta a perfezione

1'

Eneide, egli avesse

potuto finalmente

appagare

il

desiderio

maturato e pi volte espresso


poesia filosofica
di Lucrezio,
:

lungamente
al

di poter attendere alla


forse,

cos noi

avremmo

accanto

poerna

alta e mirabile esposizione del

materialismo
del-

epicureo,
l'

un poema

virgiliano

informato

ai principi

idealismo pitagorico-stoico.

L' avviamento epicureo eh' egli ebbe da Sirone, e l'ani-

mirazione

che sent per la grande


qualche
traccia, e

arte di Lucrezio

la-

sciarono bens

non

soltanto

formale,

neir opera

sua
;

giovanile, nei in queste

poemetti

bucolici e nelle
si

Georgiche

ma

stesse

poesie gi

manifesta
affatto

abbastanza chiaramente un indirizzo


posto. Sulla concezione epicurea,

filosofico

op-

ma con

molta libert e
specie di teoria

larghezza di movenze, foggiata quella


sull'origine del
(vv.

mondo che
;

Sileno espone nella sesta ecloga

31 e seguenti)

ma dobbiamo ben

guardarci dal darle

un' importanza maggiore di quella che essa ha realmente,


col trasferirla

da Sileno a Virgilio e col dedurne


;

perci
e

che questi fosse epicureo

poich nel campo

dell' arte

della poesia sono possibili


fa parlare
i

ben

altre
figli

finzioni,

1'

artista

personaggi che sono


lor

della sua
solo,

fantasia

secondo

criteri e leggi

proprie.

Non

ma

alla

stessa stregua allora altri potrebbe ritenere specchio delle

idee e concezioni virgiliane la quarta ecloga, che fu scritta


poco prima della sesta
;

131

rail
il

anzi lo potrebbe a maggior

gione, anzitutto perch in essa

poeta canta in persona


concetto che
l'

propria, in secondo luogo perch

informa
po-

torner insistente e sempre pi preciso negli


steriori.

scritti

Ma

in verit

il

pensiero di Virgilio non

doveva
e

in quegli anni essere

ancora definitivamente orientato

formato.

4.

La quarta ecloga

fu

composta

quando

il

poeta

aveva ventinove anni, e precisamente

alla fine del

41

a.

C, allorch stava per entrare in carica Asinio Pollione, console designato per 1' anno successivo (1). Sulla interpretazione di questo carene, cos stranamente
s'

suggestivo,
il

tanto

discusso, che

non

si

sente

davvero

bisogno

d'

una nuova discussione. Basti quindi accennare che dai


cristiani si credette di poter
all'

commentatori
st'

vedere in queapparizione del

ecloga, scritta in tempi cos vicini

Cristo,

qualche accenno
fanciullo di cui

alla
si

imminente venuta del Messia;

anzi

il

celebra la nascita fu addirittura

identificato col

Nazareno.
artistica

Non

e'

da

meravigliarsene,

che r intuizione

1'

nei

grandi

giunge

tal-

volta a tali profondit e


tal forza di significazione
salit,

espressione

poetica

acquista

un

tale

carattere "di

univer-

che essa par quasi attingere inesauribilmente, dalle

(1)

Oeneralraente

si

ritiene

composta
la

al

principio del 40, anzich

alla fine del

41;

ma

essendo

pace di Brindisi stata conchiusa


in

sul finire del 41, ed essendo avvenuta pure

quello

scorcio

di

anno

la

nascita del

figlio di

Pollione, Asinio Gallo

(che,

secondo
pare
tal

Servio, nacque appunto Pollione eonsule designato),

mi
te

che

non possa esservi ragione


meglio
y.
s'

di

incertezza

tanto pi che in
il

modo

intende

il

futuro inibii che

accompagna

eonsule del

11.

132

sempre nuovi.

disposizioni dell'animo e dagli atteggiamenti del pensiero


di

chi legge, aspetti e valori


Virgilio
di Cristo

Ma

che poi
la

proprio

abbia

consapevolmente

profetizzato
delle

venuta

per conoscenza che avesse


questa un' altra

predirisoluta

zioni messianiche,

quistione,
(1).

dai critici in senso

non

del tutto negativo

Certo che, in occasione della nascita d'

un

fanciullo
figlio

che
l'

si ritiene

generalmente
l'

sia stato

Asinio Gallo,
il

di Pollione, a cui dedicata

ecloga

poeta affermava

ormai venuta

1'

ultima et (quella di Apollo) predetta dal-

Cuma, e sul punto di iniziarsi da capo, incominciando dall' anno del consolato di Pollione (40 a. C), una nuova serie di generazioni umane, un nuovo anno mondano, col quale sarebbe tororacolo in versi della Sibilla di

nata sulla terra la vergine Astrea

(la

giustizia) e sarebdi

bero tornati

beati
e

tempi

del

regno

Saturno

(ossia

r et

dell' oro)

dall' alto cielo sarebbe fatta scendere

(1) Il

Mancini

p. es., nel

suo commento

alle

Bucoliche (Sandron,

1903) ha scritto

(p.

48/
io

Non

si

pu appunto escludere assoluprofezie

tamente (sebbene
qualche modo
suo puer, che

non

lo

creda necessario) che Virgilio avesse

in

conoscenza delle

messianiche certo
per
tratteggiare
gli ef-

pervenuta a Eoma, e che ne traesse


il

qualcosa

di

questa conoscenza sentisse insomma


.

fotti

l'economia del carme


i

Per

la

rinomanza che
di

Virgilio si

acquist fra

Cristiani con questa ecloga, per ha quale fu sollevato

alla dignit dei profeti


il

che predissero la venuta

Cristo, si veda

CoMPAEETTi,

Virgilio nel

Medio Evo

(Firenze,

1896,

I,

p.

133

e seg.) e gli scritti ivi citati. L' interpretazione cristiana di questa

poesia era gi molto in voga presso gli scrittori del quarto secolo.
Si vedano

nel secolo di

anche i lavori Augusto e

di

C. Pascal

Il culto

rf'

Apollo in

Roma

La

questione delV Ecloga

IV

di Virgilio

(Torino, 1888), ristampati nel volume Commentationes vergilianae

(Palermo, R. Sandron, 1903).


una nuova progenie
genies
caelo
d'

133

(v.

uomini
alto).

jaw,

nova
la

proallora

demittitur

S che

il

fanciullo,

nascente, avrebbe visto

scomparire

del

tutto

gens

ferrea e crescere insieme


e

con

lui la

gens aurea
veduto sulla

ricevendo la vita degli dei

avrebbe

terra dei ed eroi e anch' egli si sarebbe


loro: nella giovinezza avrebbe veduto

mescolato

con

ancora

residui

tempo condizione nuove necessaria al ripetersi delle vicende umane) spedizioni marittime, come quella d' Argo, e nuove guerre,
delle colpe delle et trascorse (e in pari

come
si

la trojana, finche poi nella

maturit avrebbe goduto


et,

a pieno la felice pace della nuova

della

quale

gi

allietavano e cielo e terra e mare.

Come

si

vede

da questo
!

accenno,

siamo

lontani le

mille miglia da Epicuro

E
?

che cos' poi questa concetratta

zione d' una palingenesi che Virgilio

con

pro-

fondo entusiasmo poetico

Pura
Apollo

finzione del suo spirito?

No, senza dubbio.

Una

predizione dei carmi sibillini prod'

metteva certo con V et

1'

ultimo dei grandi

periodi della vita universale


e
il

il

rinnovamento del mondo


solo,

ritorno dell'et dell'oro;

non

ma

teorie filosori-

fiche allora correnti e

che ho gi avuto occasione di


anch' esse
il

cordare,
dell'

ammettevano
il

rinnovarsi

periodico

universo e

ripetersi perfettamente identico dei

me-

desimi eventi e
delle stesse

il

ritorno alla vita

degli

stessi

corpi e

anime

(teoria pitagorico-stoica e dei genetliaci).

Pens dunque

Virgilio, nel fingere


si

che

proprio

col

co-

minciare dell'anno 40
designata dai carmi

iniziasse l'ultima et

mondana
pare
chiedere
tra-

sibillini,

a queste teorie ?
ci si

A me

che non se ne possa dubitare. Solo


se queir < altro Tifi

potr

quell' altra

nave Argo che


le

sporter ancora gli eroici compagni ,

altre

guerre


che

si

134

rinnoveranno e

il

grande Achille

che ancora
ripetersi
vita

sar mandato a Troja, indichino


eventi,
il

l'identico

di tali

ritorno

al

medesimo

punto

della

universale, oppure indichino soltanto

una generica legge


pur
cos vi-

dei ricorsi storici. Il vecchio Servio infatti,

cino ai tempi del poeta,

non

seppe

decidere:
il

potendo

quei nomi simboleggiare genericamente


simili,

ritorno di eventi

ma non

proprio

gli stessi. "Certo

per

che,

asse-

gnando

Virgilio alla seconda et dell' oro gi

imminente
dotta
in-

quei medesimi, identici caratteri


e popolare assegnava alla prima,
dotti

che
si

la tradizione

sarebbe piuttosto

ad ammettere

1'

ipotesi che

il

poeta abbia raffigurato


smaglianti
della

e rappresentato in atto, coi colori


arte divina,
l'

sua

avverarsi della teoria pitagorico-stoica della

palingenesi.
la quale

ancora

parlando della

<^

nova progenies
alla

eaelo demittitur alto


il

a che cosa ebbe pre-

cisamente

pensiero

il

poeta
flusso

Ebbe innanzi
di

sua
dal-

immaginazione come un
l'anima universale
all'
1'

anime emananti
? (1).

inizio

del

nuovo anno o periodo

mondano

posto sotto

egida di Apollo

L' anima del fanciullo

nel

pensiero del poeta

non
deum

v'ha dubbio che appartenesse a questa


spirtale:

nuova
(v.

progenie

ora, poich

il

fanciullo chiamato cara

suboles,

magnum
si

lovis

mcrementum

49),

rebbe che

dovesse intendere altrimenti che la

non parsua anima


Giove,
e

emanata

pura e semplice

direttamente

da

Giove starebbe qui a indicare,

pi

che

il

supremo
l'

dio

dell'Olimpo pagano, quel principio divino che

anima

(1)

Mi

pare,

non ostante

il

diverso parere di qualche


si

commendare
al-

tatore (p, es. del Pestalozza), che


l'

debba precisamente

espressione

il

suo senso proprio e letterale.


cora riprendere
pii

135

~
doveva andelle Georgiche, e
l

dell'universo, secondo la teoria che "Virgilio


tardi,

nel secondo

che doveva svolgere pi compiutamente

dove, dall'aniElisii,

ma

di

Auchise, fa esporre ad Enea, gi

negli

la

famosa

storia dell'

anima

Vero che, come ho gi


r inferire da
essi

rilevato,

bisogna andar molto

cauti nella interpretazione di siffatti motivi poetici e nelil

pensiero filosofico animatore

operante
proalla

neir artista; che questi pu, indipendentemente dai


cessi logici

normali,

assurgere per pura

intuizione

visione totale o parziale di grandi verit. Nel caso nostro


il

poeta,

prendendo

bens lo spunto da

un

fatto

reale

com'era
nuovi
di

la predizione sibillina,

ha forse raccolto intorno

ad essa reminiscenze d'altra origine ed aggiunti elementi

pura elaborazione fantastica; ed espressioni poesi

tiche di tale natura sono per s indeterminate e male

prestano

ad

essere

analizzate

misurate

con

le

rigide

seste della logica.

Non potevamo
di quella

per non tenerne conto,

almeno come indice


cessivi

tendenza mistico-idealistica,
tardi,

che ancora e meglio doveva rivelarsi pi

in

suc-

momenti

dell' attivit

poetica del nostro autore.

come quelle della sesta e quarta ecloga appar probabile dunque che prima dei trent'anni Virgilio non avesse ancora definitivamente orientato e fermato il suo pensiero e forse non lo aveva neppure orientato definitivamente quando dal
5.

Da

ispirazioni cos diverse e lontane

37

al

30

compose
ancora da
il

le

Georgiche
lato

poich in

queste

si

osservano
di

un

somiglianze di pensiero e
si

forma con

poema
i

lucreziano, e dall'altro

incontrano
ricordare,
libro (219-

immagini e concetti
per questi ultimi,

stoico-pitagorici.

Mi

basti

bellissimi versi del quarto

~
227), nei quali
il

136

poeta accenna, senza ancora accettarla

come propria, ma con evidente simpatia, la concezione panteistica (che fu prima di Pitagora e poi di Platone e
degli stoici) secondo la quale
1'

anima

di tutti gli esseri

viventi

non che una


1'

parte, pi o

meno

grande,

dello

spirito divino

che, suscitando in mille forme la vita, per-

vade e penetra tutto

universo, e a cui tutto ritorna.

220

His quidam signis atque kaec exempla secuti esse apibus partem divinae mentis et haustus
aetherios dixere
:

deum namque

ire per

omnia,

terrasque traefusque maris eaelumque profundum. Hine peeudes, armenta, viros, genus omne ferarum^ quemque sib tenues naseentem arcessere vitas ;

225

seilieet

hue reddi deinde ae resoluta referri


esse locum, sed viva volare \

omnia, nec morti


sideris in

numerum
il

atque alto succedere eaelo.

Il

filosofo,

esponendo
le

pensiero

come

di altri (quidam...
il

dixere)^ fa

ancora

sue riserve;

ma
Non
(il

poeta evidente-

mente
dit

vi aderisce, e l'altezza dell'arte ci dice la profon-

dell'

adesione

sentimentale.
mirabili

solo

ma

il

fatto

che uno

di questi versi

222)

non

nuovo,

ma
(v.

Virgilio lo ha ripreso tal

quale dalla

quarta

ecloga

31), lega idealmente questa col passo delle Georgiche.

L'

animo

di

Yirgilio

ha

dunque
Sirone e

ondeggiato certo a

lungo prima

di aderire a quelle idee contro le quali avela dottrina di


1'

vano combattuto

arte di Lucrezio;

ma

il

suo temperamento prima e poi


si

le

convinzioni che

via via

vennero elaborando in
per

lui col

maturare degli
;

anni e degli studi dovettero riportarvelo fatalmente

sic-

ch quando,

iniziati gli studi

1'

Eneide, immergendosi
antichit
la leg-

tutto nelle ricerche

intorno alle

origini e alle

romane,

si

trov

di

fronte al Pitagorismo,

che

137

genda collegava colla sacra figura del re Numa, che aveva ispirato anche l' arte di Ennio e che aveva in quegli

anni

cultori

come Nigidio

come

Sestii,

egli do-

vette sentirsi preso tutto quanto da quelle idee e assimilarle

ancora pi profondamente, tanto che ad esse volle

poi dare anche pi precisa e pi degna espressione l proprio dove


il

poema

attinge la pi alta romanit e acquista


carattere di universalit.

nel

medesimo tempo
-- Al

6.

principio del sesto libro dell'Eneide, che

si

riteneva generalmente dagli antichi contenesse la pi pro-

fonda dottrina virgiliana, Servio credette di dover premettere

queste

parole:
tiene
il

Tutto Virgilio pieno di scienza,


libro,

nella

quale

primo luogo questo

di cui la

parte principale tolta da

Omero

(cio dalla

Nkyia

del

canto

XI

dell' Odissea).

Alcune cose sono dette semplicestoria,


filosofi

mente

(cio

senza allegoria), molte sono prese dalla


e

molte provengono dall'alta sapienza dei


egizi; talch parecchi

teologi

hanno

scritto interi trattati

su cia-

scuna

di

tali

cose che trovansi in questo libro. Di que-

sti trattati

peraltro a noi
assai

non ne

giunto alcuno,
dal
1'

nemmeno
vista

quello,

certo

interessante

punto
erudito

di

del

nostro tema, che scrisse Macrobio,


del quinto secolo
ci
;

grammatico
che

poich dei suoi Saturnali,

pure

restano in buona parte, andata perduta proprio quella


si

parte in cui
dell'

conteneva
(1).

l'

esame

del

valore

filosofico

opera virgiliana
compito

E un
se
i

peccato, perch Macrobio,

(1) Il

di tale

esame
l'I.

1'

era assunto, nei

dialoghi

dei

Saturnaii, Eustaxio, filosofo per


ci fa

suoi tempi assai erudito,


e.

come

sapere Macrobio stesso

I,

V)

anzi, per la superiorit


1'

della filosofia sopra ogni altro


di Eustazio era la

ordine di cognizioni,

esposizione

prima

di tutte,

come appare da

ci

che detto


come
menti
pitagorico-platonici

138

messi in rilievo
gii

neo-platonico, avr certo


del

ele-

pensiero di Virgilio,

del

quale, per esempio, ricordando nel

commento

al

Somnium
riconosce
(1).

Scipionis

(I,

6,

44)

il

terque quaterque beati,

neir espressione la dottrina pitagorica dei numeri

Non
di

certo

il

caso di andar cercando,


in

come

qualche
parola

antico ha fatto

(2),

ogni

espressione, in ogni

questo mirabile libro, al quale doveva ispirarsi Dante


i

Alighieri,

sensi pi reconditi, le
le

piti

astruse

allegorie,

e di

immaginare

intenzioni pi riposte del poeta

nel

comporlo.
la

Ma

sopra un punto in particolare, che come

chiave di volta di questo canto e che


Servio

indubbiamente
dall'alta sa-

di quelli che

ha

detto

provenire

pienza dei
attenzione.

filosofi e teologi egizi,

noi fermeremo la nostra

Enea, con
l'

la scorta della Sibilla di

Cu ma

sceso

al-

Inferno. Passata la palude Stigia sulla barca di Caronte,


1'

attraversato

anti-inferno o limbo

(dove sono

le

anime
dei

dei neonati, dei


suicidi) e ai
d'

condannati a morte

ingiustamente,
i

campi dolorosi (dove sono

morti per causa


il

amore
e.
;

e famosi guerrieri),

lasciato a sinistra

Tartaro

nel
tilo

XXIV

dello

stesso

1.

I.

Senonch

il

libro

seguente muscrittori cri-

e la mutilazione forse

dovuta

allo zelo

degli

stiani,

e si deve far risalire al


il

tempo

in cui questi

tendevano ad
genere
di

accentuare
(1)

carattere profetico-cristiano di Virgilio.


solo dotto in ogni

Por Maorobio, Virgilio non

sapere,
lo

ma

decisamente

infallibile.
(I,

Nel commento
6,

al

Somnntm
om:

dice nullius disciplinae expers


15,

44) e diseiplinarum

nium perHssimus (I, omnium diseiplinarum


(2j

12)

cos nei

Saturnali

(I,

16, 12)

peritus.
il

Per esempio Elio Donato,


ai

quale

attribuiva a Virgilio

un

sapere straordinario e cerc nei suoi versi dottrine risposte e scopi


filosofici

quali certamente

non aveva pensato mai.


loro che in qualche

139

violato le Jeggi
liete

(dove subiscouo. le pene pi orribili le anime di tutti co-

modo hanno
ampio

umane
che

e divine) giunto nell'

Elisio,

pianure

sono

il

felicissimo regno dei beati

locos laetos et

amoena mrecta

630

fortunatorum nemorum sedesque heatas.

Quivi, in
le

una luce perpetuamente serena


(eroi

e fiammante,

anime dei beati


ed
su
la vita

morti

per la patria,

sacerdoti,

poeti, filosofi

artisti,

benemeriti della umanit) trascore per


valli,

rono

colli

ameni
ameni

in prati ed in bole

schetti,

sulle rive di

ruscelli,
:

continuando
esse

loro
al

abitudini ed occupazioni terrene

fra

Museo,
gli
si

quale Enea chiede notizie


per guida.
Il

d'

Anchise e che
quel
si

offre

padre

d'

Enea

stava in

momento

ad

osservare con attenzione le anime che


nel fondo di
alla

trovavano chiuse

una

valle verdeggiante, destinate a ritornare

vita

terrena,

passando in rassegna fra esse

quelle

che dovevano rincarnarsi nei suoi discendenti, per conoscerne


il

destino, le vicende,

il

carattere, le

opere future.

At pater Anchises penitus eonvalle virenti


680

animas superumque ad lumen ituras omnemque suorum forte recensebai numeruni carosque nepotes fataque fortunasque virum 7noresque manusque.
inclusas
lustrabat studio recolens

Avviene
tro,

fra padre e figlio

un commoventissimo inconlato della


il

dopo

il

quale

Enea vede da un
che lambisce

valle

un

bosco appartato e cespugli pieni di suoni e


(il

fiume Lete
sedi e

fiume

dell' oblio)

quelle

placide

intorno a questo una infinita

moltitudine di anime
del
loro

svosus-

lazzanti e che riempiono tutta la pianura


surro, simile al ronzio

140

pei
prati,

che fanno

nei

sereni
di

meriggi
fiori

estivi,

le api,

quando
ai

si

posano su ogni sorta


(1).

e si

addensano intorno
al

candidi gigli
e

L' eroe,
sia

stupito,

ne chiede

padre

la ragione,
si

che

fiume
cos

quello, e che

uomini quelli che

rosi sulle sue rive.

anime
bevono

alle quali
alle

numeE il padre subito gli risponde Le dovuto per destino un altro corpo,
affollano
:

onde del fiume Lete

le

acque che sigilleranno


affanni e
della

in loro per lungo


vita trascorsa :

tempo

il

ricordo degli

animae, quibus altera fato corpora debentur, Lethaei ad fluminis unda'm


715
seeuros latices
et

longa oblivia potant.

Queste anime

appunto
Albani e
il

egli

si

accinge a mostrargli,
esse
tutti
i

enumerandogli e
scendenti
(i

indicandogli
gli

fra

suoi

di-

re

eroi

gloriosi di
s' allieti

Roma da
con
lui di

Silvio a Marcello

giovane)

perch

essere finalmente giunto alle spiaggie d' Italia. subito gli chiede
:

Ed Enea
ri-

padre,

si

deve

dunque credere
del cielo e

che alcune anime di qui tornino

alla luce

tornino una seconda volta nell' impaccio del corpo ? qual

mai assurdo desiderio


lici ?

della

vita

terrena

hanno

le infe-

720

anne aliquas ad caelum hinc ire puiandum sublimis animas iterumque ad tarda reverti corpora ? quae lueis miseris iam dira cupido ?
pater,

est

(1)

Nella concezione orfica pare che


;

le

anime destinate

alla pa-

lingenesi fossero chiamate api


(Sabbadini).

donde

la

ragione della similitudine


Ed
mata
la storia

141

ecco subito Anchise esporgli quella eh* io ho chia-

dell'anima

Anzitutto un' interiore forza spirituale


la terra,
i

anima
e

il

cielo,

mari, la luna,

il

sole,

le

stelle,

un' intelli-

genza infusa per


la

tutte le sue

parti

agita e

compenetra
1'

gran mole

dell'

universo. Di qui gli uomini e gli ani-

mali che vivono sulla terra, che volano

per

aria^

che

muovono negli abissi del mare nima universale disseminate nello


si

essi,

particelle dell'a-

spazio,

hanno
li

vigore
la

etereo e origine celeste


lue corporea
e
le

ma, pi o meno,

inceppa
li

membra

terrene e periture

ottun-

dono. Oud' che essi vanno soggetti a timori e desideri,


a gioie e dolori
cere, le
e,

chiuse nelle tenebre e in


il

cieco

car-

anime disconoscono

cielo

onde derivano. Tanto


la

che, anche
vita,

quando nel
interamente

d del

trapasso le abbandona

non

si

stacca tuttavia dalle infelici


le

ogni
;

male

le lasciano

sozzure corporee

molte delle

quali anzi; avendole profondamente intaccate,

devono ne-

cessariamente crescere nel loro intimo per lungo


in

tempo

modi

meravigliosi. Perci
il

sono

sottoposte a pene e
:

pagano con supplizi


infezioni alcune
si

fio

delle passate colpe

delle cui

purificano rimanendo sospese ed espoaltre

ste all' azione dei venti,

immerse
?),

in

un

profondo
bruciando
espiazione,
sol-

abisso d' acqua (negli abissi

oceanici

altre

nel fuoco. Tutti subiamo da

morti la nostra
Elisio
;

dopo

la

quale passiamo nell' ampio

e pochi

tanto restiamo nelle sue liete pianure,

finche

un lungo
cancella le

volgere d'anni, compiuto


traccio d'ogni
il

il

tempo
della

prescritto,

sozzura
il

contratta nel corpo e lascia puro

senso

etereo e

fuoco

semplice

aura.

Tutte

queste invece, quando son volti mille anni, sono chiamate

da Dio in gran numero

al

fiume Lete, perch, immemori


del passato,

142
volta

del
cielo e

rivedano

la

comincino a
v.

sentire di nuo^vo la volont di rincarnarsi nei corpi


Principio caelum ac terras camposque liquentis

725

spiritus intus alit

lucentemque globum lunae Titanaque astra totamque infusa per artus


inde
agitai molem et magno se corpore miscet. hominum pecudumque genus vitaeque volantum
feri

mens
et

quae marmoreo

monstra sub aequore pontus.

730

igneus est oUis vigor et caelestis origo

seminibus, quantum non noxia corpora tardant


terrenique liebetant artus moribundaque membra.

hinc metuunt cupiuntque, dolent gaudentque, neque auras


dispiciunt clausae tenebris et carcere caeco.

735

quin

740

supremo cum lumino vita reliquit, non tamen omne malum miseris nec funditus omnes corporeae excedunt pestes, penitusque necesse est multa diu concreta modis inolescere miris. ergo exercentur poenis veterumque malorum supplicia expendunt. aliae panduntur inanes
et

suspensae ad ventos,

aliis

sub gurgite vasto


;

infectum elicitur scelus aut exuritur igni

quisque suos patimur manis

exinde per

amplum

mittimur Elysium

et

pauci laeta arva tenemus,

745

donec longa dies, perfecto temporis orbo,

concretam exemit labem purumque relinquit


aetherum sensum atque aurai simpliois ignem.
has omnis,
iibi

mille rotam volvere per annos,

Lethaeum ad fluvium deus evocai agmine magno,


750
scilicet

immemores supera ut convexa revisant


.

rursus et incipiant in corpora velie reverti

Qui non siamo pi


vaghi e imprecisi,

di fronte
all'

evidentemente a concetti
alta e

ma

esposizione

solenne di

una
729)

teoria, nella quale riaffermato


il

anzitutto (vv.

725-

concetto di uno spirito immanente nell' universo,


di cui
tutti gli

di carattere divino e intelligente,

esseri


animati
cio
il

143

sono delle manifestazioni


gi
;

uomini e bruti

medesimo concetto che abbiamo


s'

veduto

nel

quarto delle G-eorgiche, e perfettamente identico a quello

che Cicerone, come


stro
di

visto,
piti la

attribuiva a Ferecide,

maee

Pitagora

(1).

Di

forza spirituale, di origine

divina ed

eterea,

che

nell'

uomo
con

e negli

animali,
del

concepita

in

perfetta

antitesi

la

materia

loro

corpo, che per l'anima

un

carcere,

un

peso,
delle

un impepassioni,

dimento, e che la causa


delle
(vv.

degli

errori,

colpe,

dei

traviamenti.

Sicch la vita

un

male

Anche questo concetto di un dualismo o antagonismo fra spirito e materia non nuovo ed appartenne gi anch' esso all' antica filosofia pitagorica, come s' pure veduto (2). Ma se la vita un male per tutti,
730-734).

per

malvagi e per

buoni, tutti, dopo la morte,

deb-

bono
infatti

purificarsi delle infezioni corporee.

La

purificazione

avviene

per

mezzo

di

pene e

di
il

tormenti,

non

per
all'

eterni,

che debbono subirsi per

tempo necessario
dell'

espiazione perfetta.

Ne

sono mezzi

tre elementi

dell' aria,

acqua e

del fuoco (quelli stessi che si

adoperavano appunto nelle


1'

cerimonie simboliche dei misteri). Dopo


rificatrice

espiazione pu-

tutte

le

anime

passano

nell' Elisio,

luogo di
eletti

beatitudine, dove alcune poche,

quelle

degli

che

furono in terra
felicit,

migliori,

rimangono a godere una serena

anche questa non eterna,


compiuto
il

ma

che dura fintantoch

non

sia

tempo

prescritto
si

tempo

assai

lungo, quanto necessario perch


paia da s
il

esaurisca e scom-

loro attaccamento alla vita

terrena e

il

ri-

Ci

De Natura Deorum

1,

li,

27 e De Senectute 21, 78.


?,

(2) Cicerone,

Somnium

Seiponis,

15 e altrove.


cordo delle belle opere
la

144

(1)

umane

per riprendere poi


di

primitiva

natura
all'

eterea e spirituale e

nuovo
in

dis-

solversi in seno

anima universale. Le
mille

altre

invece, e

sono

la

gran maggioranza, trascorsi

anni

una

delle convalli confinanti

con

1'

Elisio,

vengono
del

chiamate

da Dio a bere nelle acpue

purificatrici
si

fiume Lete

oblio della vita trascorsa e


s'

incarnano in nuovi corpi.

Non

intende peraltro, poich Anchise

non

lo

dice, se
ri-

queste ultime anime, destinate a nuova vita,

quando

torneranno poi ancora,

dopo

la

seconda
all'

morte e conseresteranno
spirito,

guente espiazione negli elementi,


tutte in attesa di convertirsi
in

Elisio, vi

puro

etere e

se parte di esse dovr ritornare

nuovamente sulla

terra.

Nel primo caso


limitato

numero delle ad un massimo di due


il

esistenze terrene sarebbe

una con

prevalenza
inde-

del male e
finito.

una del bene


in

il

nel secondo

sarebbe

Ma

un modo
r anima
il

o nell' altro la teoria


ciclo

della resur-

rezione assai chiara e

dell' esistenza,

dal

mo-

mento
fino al

in cui

si

stacca
si

dallo

spirito

universale

momento

in cui
;

ricongiunge ad esso, perfetpanteistico e


spirito,
il

tamente conchiuso
di involuzione

concetto

processo

ed evoluzione dello

appena accensvolti
1'

nati nel quarto delle Georgiche, sono qui

compiuparte

tamente.

si

pu dubitare
pene e
ai

che

anche

ultima
(vv.
(vv.

che

si riferisce alle

premi d'oltretomba

735748-

747) e che espone la dottrina della metempsicosi


751), sia,
l'

come

le

prime, foggiata secondo

principi del-

Orficismo e del Pitagorismo.

(1)
le

Appunto per

tale attaccarne nto,

esse continuano

nell' Elisio

occupazioni a cui attendevano sulla terra.


7.

145

interessante

Sarebbe

certo
alle

oltremodo
ultime

svolgere

questi principii fino

conseguenze logiche, e
il

chiederci, per esempio, se in tale concezione


di

processo

emanazione

delle

anime
ad

dallo spirito

universale avve-

nisse
Si

una volta

tanto, o

intervalli, o ininterrottamente.

vedrebbe allora che, non


(perch in
tal

potendo
col
all'

avvenire
ritornare

ne

una
ne

volta tanto
delle

caso,

continuo

anime individuali
seguita in

in

seno

anima

universa,
la

sarebbe

un

determinato

momento

scom-

parsa della vita dalla terra), n ininterrottamente (parche


in tal

caso,

essendo

sempre

infinitamente

maggiore

il

numero
male),

dei cattivi che

non

quello dei buoni, a


sulla

un

certo
il

punto sarebbe prevalso

irrimediabilmente

terra

ma dovendo
r idea

considerarsi

come avverantesi ad
d'

in-

tervalli,

di tale

processo

emanazione

si

ricolle-

gherebbe
dani
(1).

alla teoria gi

accennata dei grandi anni mon-

Cos ancora, poich dall' anima universale emasolo quelle degli uomini,

nano non

ma E

anche quelle dei


vedrebbe come,

bruti, ci si

potrebbe chiedere che cosa dovesse avvenire

di queste, alla

morte dei loro corpi.

si

dal

problema da qualcuno, potrebbe esser nata appunto l'ipotesi - quasi


in cui dovette esser risolto questo

modo

(1)

Ognuno

di questi

anni o periodi

della

vita

universale

era
sotto

diviso in dieci mesi (di mille anni ciascuno) e ogni


il

mese era

particolare influsso d'

una

delle divinit maggiori, concepita forse,

filosoficamente,

come

aspetto, manifestazione, atteggiamento,


degli

emaanni

nazione particolare del dio universale. La durata per


stessi era
coli
;

computata anche

altrimenti,

ma sempre

di

parecchi se-

e in ciascun anno, che si iniziava

con un processo

identico di emanazione, ritornavano sulla terra le stesse


si

ripetevano

gli

stessi eventi.

Si ricordi

sempre anime e quel che abbiamo visto

pi su ( 4) parlando della quarta ecloga.


10.


unanimemente
cosi

146

attribuita a Pitagora
(1).

d'

una metempsici por-

anche animale

Ma
potuto

prescindendo da queste considerazioni, che


al

terebbero

di l di quello

che Virgilio
questa

ci

ha

voluto o

dire,

come

si

concilia

storia

dell'

anima
fon-

con

tutta la

rappresentazione precedente

dell' anti-inferno

e del Tartaro ?

evidente che una

contraddizione

damentale

esiste

che

1'

esistenza delle

anime nel preinpossono accordare


tre elementi. Sic-

feruo e le punizioni evidentemente eterne che subiscono


quelle dei malvagi nel Tartaro

non

si

con

le

pene temporanee per mezzo dei

ch noi siamo indotti a pensare che nella rappresentazione


virgiliana dell' oltre
tativo

tomba

si

debba forse vedere un ten-

mal

riuscito

per

la

mancata elaborazione ultima


di Virgilio

del
di

poema, impedita dalla immatura morte


fondere insieme quella che
il

po-

era

rappresentazione

polare e

concetto o rappresentazione filosofica del poeta.


storia

poich, considerata in s stessa, questa

sug-

gestiva e profonda ha
d' altra parte

un

senso

compiuto e perfetto, e
1'

sappiamo che Virgilio compose


insieme,
stata

Eneide a
vorrebbe

pezzi staccati, che poi collegava


la voglia di credere
fors'

non

che

essa

sia

scritta a parte,

anche

indipendentemente e
composizione
del

quello della

tempo anteriore a poema, e poi opportunain


il

mente

inserita in questo, allorch

poeta

artista,

fi-

l'

Qualcuno cio potrebbe aver pensato che le incarnazioni anima fossero non tutte necessariamente in corpo umano,
(1)

del-

ma
nel-

anche
le

in corpi d'animali, terrestri, acquatici od aerei, secondo che

colpe precedenti fossero da espiare


:

nell'uno piuttosto che

r altro elemento

e la vita

animale avrebbe perci

rappresentato

uno

stato di vita intermedio fra

due

vite

umane.


losofo,
valersi,

147

della
di

cittadino nello stesso

tempo
spiriti

concep l'idea
Patria e per

di
la

per esaltare

la

grandezza

rappresentazione dei grandi


trina della metempsicosi,

Roma,

della

dotdif-

antichissima e largamente
suoi

fusa e conforme alle credenze religiose dei


tadini e gi consacrata dall' arte di

concit-

Ennio
quel

Anzi non mi
si

parrebbe neppure

arrischiato

il

pensare
di

che

dovesse
della
il

proprio vedere in essa

un brano
(vv,

Natura

al

quale Virgilio gi

poema pensava quando fin


475-494),
stesso o
1'

se-

condo canto delle Georgiche


dirittura
il

e forse

ad-

principio

del
:

poema
i

idea

madre
certo
ve-

eh' esso avrebbe svolta

principio ed idea
cui Annali,
1'

eh' egli

prese e imit da Ennio,


duto,
si

come abbiamo
della

iniziavano appunto con


(1).

esposizione

dotla

trina della metempsicosi


teoria

In

tale, ipotesi

dunque

messa

in

bocca ad Anchise non

sarebbe

soltanto
perfetto

una finzione
sentazione,

poetica,

un

mezzo
la

artisticamente

per ottenere una grande e suggestiva efficacia di rappre-

ma

esprimerebbe
il

genuina e schietta
ultimo di quel

con-

cezione di Virgilio,

risultato

contra^^to

(1) Molti raffronti fra

Ennio

e Virgilio

fa

Macrobio

nel

l.

VI

dei Saturnali;

ma, per dire

la verit,
1'

non

vi

rapporti formali o sostanziali fra


e quella di

esposizione di
darsi

cenno alcuno di Anchise ad Enea


che
se ne

Omero ad Ennio.
si

Potrebbe

tuttavia

parlasse in quella parte dei Saturnali che andata perduta e nella

quale appunto

conteneva

1'

esame

del valore filosofico dell'opera

virgiliana fatto da Eustazio. D' altra parte per indubitabile


effettiva

somiglianza

di

contenuto fra

due squarci
fra
i

poetici,

una come
gli

sono indubbie alcune


arcaismi che
si

analogie di pensiero
{ollis,

due

poeti.

trovano in Virgilio

aurai) potrebbero essere

un

altro indizio d' imitazione


p.

enniana.

Anche

il

Pascal (GomVirgilio

mentat. vergilianae,

143 sgg.) ha

dimostrato

che

ha

derivato la sua esposizione dottrinale dal proemio degli Annales.


e
il

148
l'

idealismo pitagorico-stoico
il

a cui abbiamo accennato fra

materialismo epicureo, sarebbe insomma


filosofico.

suo testache
l'

mento

Mirabile

testamento

davvero,

la-

sciava in eredit alle

pi lontane

generazioni

alta

sublime espressione artistica d'una teoria che, sorta agii


albori del pensiero nelle pi

remote et

dell'

uomo,

traal-

smessa
l'

di

generazione in generazione da una civilt


Oriente
all'

altra,

dall'

Occidente,

custodita

con cura
la verit

gelosa nel mistero dei santuari, insegnata

come

pi sacra e pi recondita,

s'

illumin

ancora una
luce

volta,

come

gi nei miti immortali di Platone, alla


dell' arte.

della

poesia e

V.
Pitagora e

sne dottrine nella poesia di Ovidio.

1.

La
il

tradizione di

Numa

scolaro di Pitagora in Ovidio.

2.

Na-

tura, estensione, contenuto degli insegnamenti pitagorici secondo

canto

XV

delle

Metamorfosi
della

vegetarianismo

metempsicosi
e d'Augusto.

flusso universale
ciali;
3.

materia e trasformazioni

cosmiche e so-

Pitagora profeta della grandezza di


il

Roma

Ovidio e

Pitagorismo.

4.

Fonti e valore

storico

della

esposizione ovidiana.

5.

Conclusione.

1.

la

Ho

gi parlato
il

nel

cap. I della

tradizione, se-

condo

quale

re

Numa

Pompilio sarebbe stato scol

laro di Pitagora. Raccogliendo


di questa tradizione, fa

tutte le testimonianze

ho anche accennato a quella che ne


-

Ovidio (43

a.

C.

17

d. C.)

nel quindicesimo e ultimo

canto delle Metamorfosi (vv. 1-8, 479-484). Essa ha una

importanza specialissima e merita


ratamente
dalle altre
il

di essere studiata sepa-

anche
si

per questo, che della tradiun'esposizione, se


la

zione stessa

poeta

vale per fare

non profonda,
pili

tuttavia molto estesa


ci

pi estesa e la

organica che

rimanga nella letteratura romana

150
della tlosofia pitagorica, specialmente in attinenza a

due

punti fondamentali di essa: l'astensione dai cibi carnei e


la

metempsicosi.

Dice dunque Ovidio


si

(vv.

1S\

che,

scomparso Romolo,

cerc subito chi potesse addossarsi un peso tanto grave


il

Roma, succedendo a un tal re, e che una fama non menzognera design all'impero Numa,
com'era
governo
di

gi famoso per la sua giustizia, per


pratutto, per la sua sapienza: che,

la

sua piet,

e,

so-

non

solo conosceva a

perfezione

riti

della

sua gente, la

gente

Sabina, ma,

abbracciando con
ed essendo

la vasta

anima pi larghi concepimenti


i

avido di

scrutare

pi ardui problemi della


si

natura, aveva abbandonato la nativa Curi e

era recato

a Crotone

Quaeritur interea qui tantae pondera niolis


Sustineat, tantoque queat succedere regi.

Destinai imperio elarum praenuntia veri

Fama Numam. Non


5 Oentis habet ritus
Goncipit,
et
:

ille

satis cognosse

Sabinae

quae

sit

animo maiora capaci rerum naiura requirit.


ad hospitis urbem.

Iluius

amor

curae, patria Guribusque relictis,

Fecit, ut Herculei penetraret

Quivi insegnava Pitagora

segue appunto nei versi


filosofo,

60-478, l'esposizione delle dottrine di questo


or ora esamineremo
di

che

Numa

ne ascolt

le

lezioni;

dopo
di

che ritorn in paCria e prese


al

le redini del
i

governo

Roma, insegnando
le
arti

popolo del Lazio

riti

sacrificali e

della pace: Talibus atque aliis instructo pectore dictis

480

tn patriam remeasse
Acoepisse

ferunt.,

ultroque petitum

Numam>

populi Latiaris kabenas:

Goniuge qui felix nym^pha ducibusque Gamenis


Adsuetam
bello

151

Sacrificos docuit ritus, gentemque feroci

pacis traduxit ad artes.

Come

si

vede

e l'ho

gi

rilevato,

Ovidio non

come cosa ovvia e risaputa^ la tradizione che faceva di Numa un discepolo di Pitagora, ma vien pure in certo modo a mettere in connessolo accetta senza discuterla,

sione

di

dipendenza
l'

le istituzioni

religiose

attribuite a
;

Numa
e delle

educazione

pitagorica

da

lui

ricevuta

per

quanto con l'accennata collaborazione della ninfa Egeria

Camene

la

leggenda abbia certamente voluto rapebbe


l'elemento

presentare la parte che

indigeno nella
pii

creazione degl'istituti religiosi romani del


riodo regio
(1).

antico pe-

Il

poeta pertanto, non tenendo conto dei

dubbi e delle critiche messe innanzi da qualche erudito,


prefer seguire senz'altro la

tradizione leggendaria,

che

pur Cicerone aveva chiamata inveteratus hominum


e ci

ei-ror;

non tanto perch


il

siffatta tradizione

gli

offriva mi-

rabilmente

modo

di esporre quella dottrina della


pii

me-

tempsicosi ch'era la

naturale

conclusione d'un poe-

ma come
mente,

le

Metamorfosi, quanto perch, molto probabilpi che mai viva nella coscienza
i

la tradizione era

dei contemporanei, per

quali

il

poeta scriveva

(2),

mas-

sime dopo
(1)

la

recente rinascita del Pitagorismo in

Roma.

Lo

stesso

Ovidio, in altro luogo {Fast. Ili, 151-154) accenna

alla possibilit

che

la

riforma del
:

calendario

sia

stata

ispirata a

Numa
sit

dal filosofo di

Samo

abesse duos Sive hoc a

Pompilius menses senPrimus Samio doctus, qui posse renasci Nos

putat, Egeria sive monente sua .


(2)

Un

ultimo accenno alla medesima

tradizione
il

si

legge nella

terza elegia dei terzo libro delle Pontiche, dove

poeta,

immagi-

sogno all' Amore di cui si professa maestro, lo rimprovera di essersi comportato verso di lui ben altrimenti da quello che fecero altri discepoli verso i loro maestri Eumolpo

nando

di parlare in

verso Orfeo, Achille verso Chiroue,

Numa

verso Pitagora., ecc.


2.

152

In Crotone

teneva

quale, nativo dell'isola di

dunque scuola Pitagora; il Samo, aveva abbandonato sponla

taneamente

la patria,

mal sopportando

tirannide onde
filosofia.

era governata, e s'eia dato a

profondi studi di
elevarsi

Per virt

di questi

egli pot

con

la

mente,

per quanto fossero lontani nella


celeste, fino agli dei
letto ci

immensit
con
alla

dello spazio

e scrutare

gli

occhi dell'intel-

che

la

natura ha negato
hic,
et

vista degli

uomini:

60

Vir fuit

ortu Satnius

sed fugcrat

una
eocul

Et

Samon

dominos^ odioque tyrannidis


licet caeli
et

Sponte erat. Isque^

regione remotos^

Mente deos adiit

quae natura nogabat

Visihus humanis^ oculis ea pectoris hausit.

Ecco
grande

subito, in questi

magnifici versi,

messo

in evi-

denza Pitagora, e determinata con molta precisione e con


eficacia rappresentativa
la

natura del suo mistidell'intelletto e

cismo, fondato sopra


la

l'esercizio assiduo

profonda intensit del meditare,

per giungere alla vi-

sione e alla comprensione delle pi alte verit.


65

Cumque animo

et vigili

perspexerat oinnia cura

70

In medium discenda dahat, coetusque silentum Dictaque mirantum magni primordia mundi Et rerum causas et, quid natura, docebat Quid deus, unde nives^ quae fulminis esset origo, luppiter an venti discussa nube tonarent^
:

Quid quateret terras, qua sidera Ed quodcumque latet.

lege fnearent,

At non Chionides Eumolpus in Orphea talis In Phryga nee satyrum talis Olympus erat ; Praemia nec Chiron ab Achilli talia eepit, Pythagor aeque ferunt noti nocuisse Numam. Nomina neu referam longutn collecta per aevum, Discipulo perii solus ab ipse meo.
;


E
che

153

parimenti

in questi altri versi ecco

accennata

con

grande chiarezza
il

la vastit e larghezza

degl'insegnamenti,
silenziosa schiera
origini primordiali

filosofo

impartiva

all'attonita

dei discepoli e che abbracciavano

le

dell'universo, Je cause della materia e l'essenza della na-

tura e della divinit, l'origine


del tuono e del

delle nevi e del fulmine,

terremoto

e le leggi
tutti
i

onde regolato

il

corso degli

astri:

insomma,

problemi pi reconditi

della filosofia naturale e della scienza

(1).

Egli 'per primo, aggiunge ancora


barsi di carne, sconsigliando

il

poeta,

viet di ci-

bens

tale

astensione

con

molta dottrina,
zione
:

ma

senza riscuotere la

meritata approva-

Arguii imponi

Primusque anitnalia mensis primus quuni talibus ora Docta quidem solvit, sed non et eredita, verbis.
:

Ed
l'oro,

ecco appunto

il

filosofo

combattere, in prima perl'et del-

sona, l'uso delle carni (vv. 75-95) e descrivere

quando

gli

uomini

non conoscevano

ancora tale

uso (vv. 96-142); e poi, ispirato dalLi divinit, eccolo accingersi,

con pi alto

afilato

poetico, a trattare questioni


:

pi ardue e a svelare pi riposti misteri

Et quoniam deus ora movet, sequar ora moventem


Rite deum, Delphosque meos ipsumque recludarn

145

Aethera

et

augustae reserabo or acuta mentis.


alta

Magna, nee ingeniis evestigata priorum, Quaeque diu latuere, canam. luvat ire per

il) I

vv. 67-71, cke

riassumono

la

supposta
il

fisica

pitagorica,

sono manifestamente

ispirati
et leurs

da Lucrezio, dice

Lafaye, Les m-

tamorphoses
p.

d'

Ovide

modles grecs, Paris, Alcan, 1904,


coi principii dello stoicismo.

197;

masi accordano pure benissimo


Astra
\

L54
et

iuoat terris

inerti sede relieta

150

umeris insistere Atlantis^ Palantesque homines passim ac rationis egentes


vehi, validique

Nube

Despectare procul^ trepidosque obitur/ique timentes Sic exhortari, seriemque evoltere fati.

poich sento

di parlarvi

per
fa

ispirazione

divina,
il

seguir gl'impulsi del dio che


rito,

mi

parlare

secondo
e

e vi sveler
gli

miei

arcani e lo stesso etere

vi

schiuder

oracoli fin qui nascosti nel profondo della


dalle

mia mente. Vi canter cose grandi, n mai scrutate

menti dei padri, e che per lungo tempo restarono occulte.

Mi

piace andare tra le sublimi stelle


la terra e

mi piace
del

abban-

donata
tare da

questa inerte dimora, lasciarmi traspore poggiare sulle

una nube

spalle

vigoroso

Atlante e guardare da
l e

lontano

gli

uomini

sparsi

qua e
con

ancora

irragionevoli, e ad

essi,

che aspettano

trepido timore la morte,

infondere coraggio

e schiudere

la visione del loro destino

con queste

parole...

Siamo

alla rivelazione

della metempsicosi, la cui cono-

scenza appunto deve distruggere


della morte
:

negli

uomini

il

timore

Quid Styga, quid tenebras


155

genus attonitu7n gelidae formidine nortis ! et nonnina vana timetis, Materieni vatum^ falsique perieula mundi? (1) Corpora, sive rogus fiamma, seu tabe vetustas

Abstulerit^

mala posse pati non

ulla putetis,

Morte careni animae; semperque priore relieta Sede novis domibus vivunt habitantque reeeptae.

(1)

Cade ovvio a questo punto


(II,

il

raffronto coi famosi versi delie

Georgiche

490-492)

Felix, qui

rerum eognoscere caussas, Atque metus omnis et inexorabile fatum


potuit

Subiecit pedibus strepitumque Acherontis avari,

155

schiatta attonita per lo spavento della fredda morte


lo

Che temete
crediate

Stige, la tenebra e

suoi

nomi
il

vani, fan-

tasie di poeti e

pericoli
corpi, o

d'un
li

mondo

inesistente?

Non
la

che

abbia distrutti
la putredine,

rogo con

sua fiamma, o
mali di sorta,

il

tempo con
quanto
alle

possano

soffrire
;

anime, esse non muoiono

sempre, abbandonata

una
le

sede, vivono

e abitano in di-

more che nuovamente

accolgono

in prova di ci Pitagora ricorda (vv.

160-164) d'estroiana,

sere vissuto ancora, al

tempo

della
pii

guerra

nel

corpo d' Euforbo. Poi segue,

specificatamente chiarita
vol-

ed espressa, la dottrina della metempsicosi animale,

garmente attribuita a Pitagora


165

Omnia mutantur, nhil interit errai et illne Hue venit^ hine illuc, et quoslibet occupai artus Spiritus: eque feris humana in corpora transita
:

170

Inque feras noster, nec tempore deperii ullo, Utque novis facilis signatur cera figuris, Nec manet ut fuerat^ nec formas servai easdem,
Sed iarnen ipsa eadeni
est;

animam

sic

semper eandem

Esse^ sed in varias doceo migrare fguras.

Tutto
e si

si

trasmuta,

niente muore.

Lo

spirito

va

er-

rando

muove
si

di l a

qui, di qui a l, e s'incarna


fiere

nel corpo che


pi

presceglie; e dalle

passa nei corla

umani
si

e viceversa,

n mai vien meno.

E come
filosofi

molle

che

sogliono riferire ad Epicuro. Entrambi


alla

dunque giun1'

gevano

medesima conseguenza pratica (inanit


assolutamente
il

del timore della


:

morte) partendo da premesse


Pitagora, dimostrando che

opposte

uno, cio

morire

soltanto

trasformazione, o

passaggio
tro,

dell'

anima d'una

in altra
il

forma

di vita

corporea; l'alto-

cio Epicuro, dimostrando che

morire annientamento
il

tale e definitivo della personalit per

disgregamento degli atomi

onde l'anima

si

compone.

156
cera
si

foggia in nuove figure,

che, pur

non restando
sem-

quale era prima e non conservando le stesse forme, tuttavia

sempre

la stessa,

cos vi dico che l'anima

pre

la

medesima, senonch passa sotto


ci
(vv.

varii aspetti (1).

Da
carne

un

nuovo

argomento

per

astenersi dall'usar

173-175).
la trattazione di
1'

A
il

questo punto

Pitagora

si

allarga,

e
il

filosofo

passa a dimostrare
il

evoluzione
:

perpetua e

divenire incessante di tutto

creato

Et quoniam magno feror aequore plenaque ventis Vela dedi : nihil est tato, quod perstet, in orbe.

Cuncta fluuni, omnisque vagans formatur imago.

poich, aperte le

vele

al

vento,

navigo in alto
in tutto

mare, sappiate che

non

vi nulla di
si

immobile

l'universo. Tutto fluisce, e

foggia incessantemente ogni

mutevole aspetto

questa nuova

proposizione illustra

con

una lunga
dall'

serie di esempi, tratti dai

fenomeni

celesti,

avvicen-

darsi delle stagioni, dalla vita dell'uomo

dalle vicissi-

tudini degli elementi (vv. 179-251).

Ma
versali

la

natura non

ci offre

solo lo

spettacolo di muta-

menti regolari,
;

determinati da leggi

immutabili

ed uni-

si

compiono anche intorno a


organici

noi, nei corpi inor-

ganici e negli

trasformazioni

impreviste, che
essi

saggi
le

osservano
:

con curiosit,

ma

di cui

ignorano
elencati
intitolate

cause

questi

fenomeni straordinari
alessandrino,

spesso
opere

e descritti nel periodo

in

(1) Questa,

prima parte deiresposizione

ovidiana molto probadi

bilmente modellata sul


gi visto.

Sogno

degli

Annali

Ennio

di cui si


Paradoxa

157

da Pitagora, non senza qualche anacronismo, nei vv. 252-417 (i vv. 307-336
Ovidio
li

fa esporre

riguardano

le propriet

di certi

corsi d'acqua^ mirabiiia


altri

fontium

et

fiuminum)^ a cui fanno seguito


glorioso

(vv.

418-

452), che descrivono le rivoluzioni avvenute nelle societ

umane, sino
gi da

al

principaio

d'Augusto,

predetto
:

un oracolo
Nune

fin dal

tempo

della caduta di Troia


est

quoqiie

Dardaniam fama

eonsurgere Rotnam^

Appenninigenae quae proxiyna Thybridis undis Mole sub ingenti rerum fundamina pomi.

Haec igitur forviam crescendo mutata


435

et

olim

Immensi caput
Dixerat Aeneae^

orbis erit. Sic dicere vates


:

Vaticinasque ferunt sortes

quantumque recordor,

cum

res

Troia?ia labaret^

440

Pramides Helenus /lenti dubioque salutis : (1) Nate dea^ si nota satis praesagia nostrae Mentis habes^ non tota cadet te sospite Troia.

fiamma

445

libi ferrumque dabunt iter: ibis, et una Pergama rapta feres, donec Troiaeque tibique Externum patria contingat am,ieius arvum, Urbem etiam cerno Phrygios debere nepotes, Quanta nec est nec erit nec visa prioribus annis. Hanc aia proceres per saecula longa potentem^ Sed doininam rerum de sanguine natus Tuli Efficiet. Quo cum tellus erit u>sa, fruentur

Aetheriae sedes^ caelumque erit exitus

illi .

Raec Helenum eecinisse penatigero Aeneae Mente mem,or refero, cognataque moenia laetor Crescer e, et utiliter Phrygibus vieisse Pelasgos.
Cos Pitagora fatto profeta
della divina e fatale po-

tenza d'Augusto,

come con

analogo

procedimento,
a

nel

(1)

La

sola predizione che troviamo


si

accennata,
e.

proposito di

Enea, nei poemi omerici,

legge nel

XX

&q\V Iliade (vv. 302,

306-308), e fu riprodotta da

Virgilio {Aen., IH, 97-98).

.158
poema
assunta

-^

virgiliano la dottrina pitagorica della metempsicosi

quale

mezzo

artistico

per

la

predizione della

futura grandezza di

Rom3.

Nei pochi versi che seguono (453-478) Pitagora finalmente ritorna al punto di partenza e conchiude Poi:

ch tutto cambia, poich

al

termine della

vita

la

nostra

anima passa

in

nuovi

corpi,

anche animali, non uccidiase,

mo mo
3.

le

bestie; chi
il

pu sapere
di

uccidendole non faccia

scorrere

sangue

nostri congiunti ?

Analizzato
fatto

cos

il

contenuto
di

della

esposizione

ovidiana, vien
stato

naturalmente

chiedersi quale sia


al
?

r atteggiamento del poeta


fu egli per avventura

di fronte

Pitagorismo.

Ne
manda

un seguace

questa do-

noi possiamo rispondere


:

negativamente senz' omcomposizione delle Me-

bra di esitazione

la vita

e l'operosit poetica di Ovidio,


alla

anche nel periodo posteriore

tamorfosi, furono in antitesi troppo stridente con gl'inse-

gnamenti e

la pratica

pitagorica,

per poter

immaginare
fervore a

pensare che
quelle dottrine
;

egli

fosse dedito con

qualche

d' altra

parte Ovidio non ebbe certo temle

pra di filosofo n eccessivo amore per


culazioni astruse.

ricerche e speo

Che per una certa simpatia,


del suo

almeno

una certa insistenza


ci

pensiero su quella filosofia


se

sia stata,
le

pare

evidente,

non

solo

nell'

opera sua

maggiore

ha fatto cos larga parte, con una esposizioaltre

ne quasi sistematica, ma
essa,

volte ancora

accenna ad

come

nel

citato
(1).

luogo

dei Fasti e

in alcuni versi

delle Tristezze
rist,, III,

(1)

.3,

59-64:

Atque utinam pereant anhnae cum eorpore hostrae^ Effugiatque avido pars mihi nulla rogos.


E
si

159

predilezione
del poeta

quasi certamente poi questa


l'effetto

deve ritenere

della

rinascita

del Pitagorismo,

che era stata operata in

Roma

da

Nigidio
visto

nella

prima
e quali

met del secolo (onde abbiamo gi


traccie se

quan te

ne riscontrino
di

nella letteratura dell' et di Ci-

cerone e

Yarrone), e

che

al
:

tempo
s

stesso del

poeta

fece sorgere la scuola dei Sestii


notizia sia dalle opere degli
alla

che Ovidio pot averne


che

scrittori
alla

appartenevano
dalla viva voce

generazione precedente

sua, sia

e dagli scritti di qualcuno dei nuovi seguaci.

4.

Gli studiosi infatti che,


di

proponendosi
per

la questio-

ne delle fonti
determinare
riconosciuto
state
le

quest'ampia trattazione ovidiana del Pidi risolverla,

tagorismo, hanno cercato


il

poter quindi

valore storico della trattazione stessa,

hanno
essere

in

sostanza

che

tali

fonti

debbono
de

opere varroniane
sopratutto
il

(le

Antiquitates rerum diviGallus^

narum

dialogo

admirandis)

Nam

si

morte carens vacua volai altus in aura

Spiritus, et

Samii sunt rata

dieta senis,

Inter Sarmaiicas

Romana

vagabitur umbras^
erit.

Ferque feros manes kospita semper


Il

poeta

si

augura che abbiano ragione coloro che


nessuna parte
del
del

1'

anima
se
lo

col

corpo morta fanno e che


alle
rito,
g'

suo essere sfugga

fiamme

rogo, poich diversamente, egli dice,

spi-

immortale, vola alto nelle vuote regioni


di

dell' aria e

sono veri

insegnamenti del vecchio

Samo,
dei
.
Il

1'

ombra
e

di

costretta a vagare fra le

ombre
di

Sarmati

sar

un Romano sar sempre un'epoeta era in


so-

stranea tra feroci anime

morti

passo importante, perch


il

mostra che,

di fronte al

pensiero della morte,

stanza ancora incerto fra

coloro che negavano e quelli che affer-

mavano

la

immortalit dell'anima.


oppure
gli scritti di

160

Sestii,

Nigidio, o dei

od

anche dei

loro discepoli Papirio Fabiano e Sozione

(1).

Sicch, qualunque

si

accetti delle ipotesi

messe innanzi,

sta di fatto che le fonti a cui Ovidio

ha attinto non sono

moto anteriori a

lui.

D'altra parte, anche tenendo conto del fatto che Ovidio,

pi poeta che

filosofo,

non

intese certo di trattar l'argoscientifico e


filosofico,
;

mento con rigore

di

metodo

atte-

nendosi scrupolosamente

a questo o

a quell'autore

ma

che avr usato di una certa libert e indipendenza, e che


(pur valendosi, se
si

vuole

di

uno

o pi

modelli, oltre

che dei ricordi e delle cognizioni sue personali) avr seguito


della

soprattutto

il

suo

sentimento
nella

artistico,

giovandosi
soltanto

materia
atti

dogmatica
a recare

forma

genuina
all'

nei limiti

efficacia

estetica

opera sua e

non poco
di

forse aggiungendo,
si

sopprimendo o modificando

riusciti

sua propria intenzione;

tuttavia

mo-

strare,

per esempio, che certe intrusioni nel

sistema pi-

tagorico di principii appartenenti ad altri sistemi

come
affatto

a quelli

di

Eraclito e di

Empedocle

gi

non sono
essere

imputabili ad Ovidio,
negli scrittori

ma dovevano

avvenute
esposi-

dai quali

egli attinse (2).

La sua
:

opere seguenti Hottingee, De (1) Si vedano in proposito le Pythagora omdiano \n Opuseula philologica, Leipzig 1817, pag. 100-107); A. ScHMEKKL, De omdiana Pythagoreae doctrinae adumhratione, Gryphiswad, 1885 e
Berlin,

Die Philosophie der mttleren Stoa,


le
cit.,

1892, pag. 434, 451, ecc. (dove sono modificate in parte


cap.

conclusioni dell'opera precedente); G. Lafaye, op.


(2)

X.
e la

Per Eraclito

si

veda

Pascal,

La

dottrina pitagorica

eraclitea nelle

Metamorfosi ovidiane^ Mantova, 1909 ripubblicato

volume Scritti varii di Letteratura Latina, 1920, p. 207; e per Empedocle il volume dello stesso autore Graecia capta Firenze, Le Mounier, 1904, pag. 129-15].
nel
^


zione del sistema
di
di

161

il

Pitagora acquista pertanto

valore

documento

storico, in

quanto che, supplendo in parte


cognizioni

alla deficienza delle nostre

proposito, dovuta

alla perdita delle


ci
il

opere di Yarrone,

di

Nigidio, dei Sestii,^


in

mostra molto approssimativamente

che consistesse

neo-pitagorismo romano del primo secolo avanti Cristo.

5.

L'esame che abbiamo


dalle
fioritura

cos

compiuto della
il

lettera-

tura latina

origini fino a tutto


ci

secolo

della sua
il

maggior

ha dimostrato
di

non

solo che

Pita-

gorismo fu nelle varie et


conosciuto,

Roma

abbastanza largamente
pitagorica

ma

che

d'ispirazione

sono alcune
ci

delle pili eloquenti

pagine che quei tempi


di
:

hanno

tra-

mandate, come
e
il

il

sogno

Ennio,
sicch

il

sogno

di

Scipione

sesto canto dell'

Eneide

dobbiamo concludere

che nelle idee che quel sistema svolse era implicita una

grande e mirabile

virti

di

esaltazione poetica ed artistica.

Se riflettiamo d'altra parte che quelle

idee

esercitarono

notevole influsso nel sorgere delle pi antiche istituzioni

romane,

che contro di esse mossero guerra invano

l'arte

titanica di Lucrezio, la satira maliziosa di Orazio, la forza


politica di Cesare e di

Augusto

(nella lotta contro


Sestii),

il

so-

dalizio di Nigidio Figulo e la scuola dei

dobbiamo

tenere per certo che in esse fosse insita una grande forza
di

resistenza e quella specie di mala fascinatrice che su-

scita le pili alte energie morali.

Se

le

idee tanto
le

piii

val-

gono quanto maggiore


e che le trasforma

il

sentimento che

accompagna

in forze vive cio operanti nella vita

degli individui

dei

popoli,

le

concezioni pitagoriche,
e

venute da

lontane

scaturigini

assurte a cos varie,


di pensiero,
di

molteplici, alte manifestazioni

d'arte,

mo-

li.


altissimo.

162

ralit nel periodo della civilt

romana, ebbero certo valore

Che

se poi, uscendo fuori dai


alla forza di resistenza
i

limiti del

nostro tema,

pensiamo,

che esse mostrarono, al

loro persistere attraverso

secoli e attraverso tante vicis-

situdini del pensiero, ai loro

successivo
nei

alterno rinadi pi

scere con sempre

rinnovato vigore

momenti

intensa attivit spirituale


tagora, in

nella

Magna Grecia con

Pi-

Atene con Platone,

in Alessandria

coi teosofi

neo-platonici, in

Roma

con Ennio e con Virgilio, in Co-

stantinopoli con l'imperatore Giuliano, nell'Italia dell'ul-

timo rinascimento con Giordano Bruno


che oggi ancora esse
ranti

se riflettiamo
asiatico, ope-

vivono

nell'

Oriente

con

la

forza della fede

in

milioni di coscienze, e

che accennano per diversi segni, in questa nuova primavera dell'idealismo, a risorgere anche nel
tale (1), noi

mondo

occiden-

possiamo

con

sicurezza

affermare che esse

non furono apparizione fugace ed


individuale,

effimera d'un pensiero

ma

parole di quel linguaggio eterno che sgorga

perenne dalle pi profonde radici dell'anima umana.

(1) Si veda,

per esempio, tanto per citare

un magnifico
feci nel

libro di

scienza, V opera di

W.

Mackenzie
7

Alle fonti
io

della vita (Genova,

Formiggini, 1912) e la recensione che

ne

Giornale del

Mattino

di

Bologna del

marzo 1912.

APPENDICI

I.

p:

U P H O R B o s.

Pubblicato
a.

nella

Rivista Ligure

di

Scienze

Lettere

ed

Arti^

XXXIX,

fase. 2 (marzo-aprile 1912)

Genova.

1.

La
di

figura di

Ephorbos

nell' Iliade.

2.

Pitagora rincaraazione

Ephorbos.

3.

Altre incarnazioni di Pitagora.

1.

Y'

forse
di

alcuno per

il

quale, meglio
il

che per

Ephorbos

figlio

Panto, possa ripetersi


il

famoso vertradusse

so dell'antico

commediografo, che
colui

Leopardi

muor giovane mura

ch'ai cielo caro


se,

Poich vedegli anni

ramente fu caro
sotto le

agli dei,

morto nel

fior

della sua Troja per


i

mano

del divino
il

Me-

nelao, dopo aver ferito, primo fra

Trojani,

fortissimo
di

Patroclo,

Ephorbos ebbe
immortale ne
il

la

ventura

non

solo

una

spiritual vita

la

immortalit dell'Iliade,

ma

di lasciare altres

suo nome, come ora vedremo, legato


di

per sempre

al ricordo
:

un grande

pensiero e di una

pi grande vita

al

pensiero e alla vi+a di Pitagora.

Fusa nel vivo


mero,
dell'

indistruttibile metallo della

poesia

d'

0-

la figura dei giovinetto

eroe

appare, nel racconto

antica gesta, nel

momento
l'

pi acuto dell' azione guer-

resca.

Quando,
i

per
Greci

ostinato

disdegno

di

Achille

pi

grave per

il

pericolo nella

memoranda giornata
alla

del combattimento presso alle navi, Patroclo, indossate le

armi dell'amico e ricondotti

Mirmidoni

battaglia,


verso
l'ora del

166
si
:

coi

tramonto

trova

suoi di fronte ad

Ettore, che Apollo protegge tre volte nove


del dio gli
lo
II.

in tre assalti egli ha uccisi


al

nemici,

ma

quarto assalto un colpo cadere

ha

tolto l'elmo, infranta la lancia, fatto

scudo, slacciata la corazza:

XVI, 805 Smarrito

il

cor,

fiaccate le valide

membra, fermossi

e titub. Di dietro allor

con

la

punta de l'asta

infra le spalle, al dosso, Io colse da presso


il

un

trojano,

Pantoide Euforbo, che


la lancia e

tutti

vinceva

gli

eguali

con

sul cocchio e al

muover

degli agili piedi,

810

ed anche allor, venuto appena sul carro, sbalzati


venti nemici avea, di guerra gi prode campione.

Primo
ne
lo

ei

vibr con
;

1'

asta

un colpo su Patroclo auriga

scroll

poi corse indietro e torn ne la mischia,

tratta fuor da le carni la lancia di frassino; incontro

815

Patroclo, ancor che ignudo,

ei

gi

Patroclo allor, stordito dall'urto

non attese a di Febo e da


la

l'assalto (1).
l'asta,

anco a

1'

amiche schiere traeva, fuggendo


varco

morte.

Ma
820

com' Ettore vide dal ferro piagato


il

ritrarsi

Patroclo generoso,

s'

apr tra la mischia,

presso
sotto a

gli

venne

e,
:

d'asta vibratogli

un
il

colpo, lo giunse

r addome

fuori n' usc da l'opposto la punta.


lutto de'

Quei con fragor gi cadde, e grave fu

Danai.

(1) I versi

814-815 trovo segnati

come

spurii

nella quinta edi-

zione del DiNDORF, curata dallo Hentze" (Lipsia, 1890), sulla


stata condotta la presente

quale
sia

traduzione.

Ma non mi
i

pare ohe

proprio necessario inquadrare fra parentesi


rici

due versi, cos ome:

pur nell'apparente disordine dei


del
;

particolari accennati
il

prima

la

pronta ritirata
1'

giovinetto

trojano, poi

trarre dalle carni

di Patroclo

asta

l'

idea preponderante per

il

poeta (cantore in1'

nanzi a un pubblico di ascoltatori), dopo accennato


del giovine, quella del suo troclo
;

ardito colpo

rapido sottrarsi alla vendetta di Pasi

fermata

questa,

il

poeta
(lo

riprende

p3r aggiungere an-

cora un particolare descrittivo

sforzo dello strappare dalla fe-

rita la lancia) e per rincalzare l'idea della fuga di fronte a Patroclo,


il

167
si

vanta e
lo

Suir eroe atterrato Ettore


caduto ne rintuzza
1'

schernisce,

ma

orgoglio, affermando che la vitto-

ria

non

stata merito suo, s degli


il

dei:

e,

che

lo

hanno

ucciso la Moira e

figlio

di

Latona
fine

degli uomini,

Ephorbos
d'Achille,
battaglia,

e predettagli la e

imminente per mano

rimane supino in mezzo al campo di mentre Ettore insegue Automedonte, che cerca

muore

di portare in salvo

il

cocchio d'Achille.
si

A
tride
al

guardia

del

cadavere di Patroclo
di lucido

fa

innanzi l'A-

Menelao, armato

bronzo, tenendo davanti


il

morto, in sua difesa, la lancia e

rotondo scudo,

fer-

mo

d'uccidere chiuncfue osi


il

accostarsi.

Ed

ecco ancora
pii

Ephorbos,

cui

intervento
:

luogo ad uno dei

begli episodi della battaglia


II.

XVII, 9 Pronto

di

Panto

il

figlio,

esperto nel' asta

(1),

s'avvide

ch'era atterrato Patroclo,

e fattosi subito innanzi

che, pur

ferito

e spoglio

della difesa

delle armi, era

sempre un

troppo temibile nemico, anche

per

un pi esperto guerriero che


voluto certo rappresenil

non
di

fosse Ephorbos. Poich

Omero non ha
!

tare questa fuga

come

atto di vilt

tutt'altro che vile

figlio

Panto, come dimostrer fra poco

nell'

impari

duello con

Menepa-

lao.

Sicch non mi pare corrispondente n


il

allo spirito

alle

role del testo omerico la traduzione che d

Monti

di

questo passo:

Anzi dal corpo ricovrando

il

ferro

Si fuggi pauroso, e nella turba


Si confuse il fellon, che di Patroclo

Bench piagato

e gi dell'armi

ignudo
{IL
:

Non
(1) L'epiteto

sostenne la vista.

XVI, 1146-1150)
il

(eummelies) non certo ozioso


fra
i

infatti gi

poeta

ha detto che Ephorbos primeggiava (XVI, 809), e che con l'asta acuta
e

coetanei

con

la

lancia

ha ferito Patroclo (XVI, 806 XVII, lo), come con l'asta d un colpo J' ultimo !) nello scudo di Menelao (XVIi, 43-45).

168
disse al figlio d'Atreo, al prode guerrier

Menelao

Menelao, divino germoglio, signor


il

di

gran genti,
cruento (1).
alleati,

vanne, abbandona

morto, qui lascia


fra'

le spoglie
g' illustri

Prima
15

di

me
1'

nessuno,

Teucri o

giunse con
lascia eh' io

asta Patroclo, in

mezzo
ti

al furor

de la mischia:
fra'

m'

abbia dunque quest'inclito onor


strappi
il

Trojani,
.

che

la

dolce vita dal petto


il

mio ferro
:

Bieco d'ira rispose

biondo figliuolo d'Atreo

Bello davver, gran Giove, con tanta insolenza vantarsi


s

20

Certo mai fu
di

grande

'1

furor di pantera o leone

cignal feroce, a cui nel fiorissimo petto


il

gonfiasi

cor superbo, alter di sua grande possanza,


di Pauto, esperti

qual de'

figli

ne

l'asta,

la boria

Ne
25
di

ad Ipernor tuo, rettor di cavalli, gi valse


giovinezza
il

fiore,

allor
il

che sprezzante affrontommi


!

e disse

me

fra'

Danai
'1

pi dispregevol guerriero

Or

ei

non

pi, te

dico, da' suoi propri piedi


i

portato,
!

ad allietar ritorna la cara consorte e

parenti

Cos la tua baldanza, se pur d'affrontarmi tu ardisci,

30

rintuzzer.

Ma ma

io

ancor

ti

consiglio a ritrarti
.
:

dov' folta
Disse cos,

la turba.

Chi saggio prevede l'evento

quello ne pur gli die retta e rispose

Or, Menelao divino, trar dunque dovr gran vendetta


-

pel fratel eh' uccidesti

ancor tu

me

'1

dici

vantando

35

e nel segreto

talamo tu n'hai vedovata

la

sposa,
gittasti
!

genitor nel lutto e in


!

muto cordoglio
il

Oh

che per

me

dei miseri avrebbe

cordoglio

una

tregua,

se la tua testa io stesso e l'armi


fra le

portandomi in Troja,

man

lo gittassi

a Panto e a la diva Frontide!


s'

40

Ma non
s' io

pi a lungo, ornai,
il

indugi a far prova con l'armi


.

m' abbia saldo


lo

core o pieno di vile paura

Detto cos, die un colpo nel tondo perfetto suo scudo,

ma non

franse

il

ferro

bens

gli

si

torse la
1'

punta
asta

nel poderoso usbergo. S' avventa secondo con

(1)

Le armi

di Patroclo, sciolte e fatte cadere dal colpo d'Apollo,

giacevano in terra poco lungi dal cadavere.

~
45
e,

169

coglie a la fossa del collo;


la

l'Atride Menelao, pregato in suo cor Giove padre,

mentre quei

s'

arretra,

il

dentro spinge con forza calcando

mano

pesante,

e dall'opposto n' esce pel tenero collo la punta.

Cadde, die un tonfo e V armi su lui con fragor risonare

50

s'
i

insanguinar

le

chiome, che simili aveva a


florido arbusto d'ulivo si

le

Grazie, (1)

capelli ricciuti, eh' avvinti eran d'oro e d' argento.

Come

talora

un

nutre

in solitario loco, allor

che molt' acqua

vi sgorghi,
il

bello, pien di rigoglio, e poi,

come

l'

agita

soffio

55

di tutti

venti,

un

velo di candidi fior lo ricopre, (2;

ma piombando
tale di

improvviso un vento con turbine grande


esperto ne
asta, Eiiforbo

dalla fossa lo schianta e a terra disteso lo abbatte;

Panto

il

figlio,

l'

l'Atride Menelao uccise e spogliava de l'armi,

60

Come

allor eh'

un robusto leone cresciuto


la

fra'

monti

da pascolante gregge rap

giovenca pi bella,

(1)

Cio ricciute, come dice nel verso seguente, e non bionde^ cointerpretato alcuno, per es.
fine.
il

me ha

Koppen, forse ricordando Pine figurative,


nella let-

daro Nem>. 5

Le Grazie furono sempre rappresentate con luns

ghi ricci spioventi

nelle arti plastiche

teratura dei Greci


fr.

(cfr. Omero, Inno ad Apollo, 194 sg. e Stesicoro, Si veda XIII neV Antol. della melica greca di A. Taccone).

in proposito quello -che

scherzosamente Luciano, noi Sogno,

fa dire e
si-

a Micillo

questi, fra le altre cose dice al suo gallo-Pitagora:


le d'

mi sembra che Omero per questo abbia detto


mili alle Grazie, perch

tue chiome

avvinte eran d'oro e

argento

in-

trecciate infatti con

1'

oro e rilucendo con esso apparivano, evipregevoli e desiderabili (XIII).


soffi
il

dentemente, molto
(2)

pii
il

Accenna

forse

poeta coi

di tutti

venti

la sta-

gione di primavera, quando


s'

fra

marzo
si

1'

aprile

le

piante

incurvano bens sotto

venti,

ma

rivestono

anche della loro

fioritura

annuale

anzi parmi che accenni qui proprio alla prima


d'ulivo, che poi
il

fioritura* del bell'arboscello


ta,

primo turbine schianla vita

cosi

come

l'asta

di

Menelao, troncando
il

del giovinet-

to forte ed ardimentoso, fa cadere

serto di fiVite

speranze che

gi

s'

intesseva intorno al suo capo.


poi,

170

nnuovon con grande frastuono


presso ad alcuno

cui la cervice infranse tenendola forte co' denti,

facendola a brani,
lui,

le

viscere ingolla col sangue

intorno a

da lunge,

si

65

cani, villan, pastori,

ma

farglisi
li

non regge

il

cor,

che

tutti

fa scolorir la

paura;
s

cos Jiessun de' Teucri

ha l'alma nel petto

ardita,

eh' osi affrontar da presso la forza del gran Menelao,

E
di

questi agevolmente porterebbe via


glielo

le

splendide armi
il

Ephorbos, se non

impedisse Febo Apollo,


1'

quale, presentatosi ad Ettore sotto

aspetto di Mente, lo

consiglia a desistere dall' inutile inseguimento dei cavalli

d'Achille e ad accorrere invece l dove


or Menelao frattanto,
il

figlio

pugnace d'Atreo,
il

89

corso a difender Patroclo, uccise


il

miglior de' Trojani,


il

Pantode Euforbo e spento


infatti,

n'

ha

valido ardire.

Ettore

pronto,
le

si

fa largo tra
1'

le

schiere, vede

r uno che
terra e
il

toglie

magnifiche armi,

altro

disteso in

sangue che sgorga dalla


orribili grida,

ferita,

irrompe fulmi-

neo con

e Menelao,

riconosciutolo subito,
il

non osando da

solo tenergli testa, lascia a malincuore


si

corpo di Patroclo e

ritira

verso
egli

suoi,

per chiamare

qualcuno in soccorso. Cos


portar via con s

non ha potuto neppure


tardi,

sul suo cocchio la preziosa armatura;

della quale tuttavia dovette certo impadronirsi pi

quando

Trojani sconfitti furono costretti a rinchiudersi

entro le mura.

non sar

stato quello

il

meno

glorioso

trofeo di guerra che avr riportato con se a Micene.

2.

Ma

Ephorbos, morto

di cos bella

morte e glo-

rificato gi dalla divina arte d'

Omero, non rinacque per

avventura, dopo quattro secoli, a nuova vita e ad opere

non meno

belle e gloriose?


dato che Pitagora,
italica, l'assertore
il

171

ci

Poich alcune antiche testimonianze


celeberrimo

hanno traman-

fondatore della scuola

pi famoso della dottrina della metempsi-

cosi,

nel tempio di

Hera Argiva, veduto uno scudo


portava e
gli

di

bronzo, disse che quello

era stat^ tolto


degli

da Menelao

quando era
.

Ephorbos.

Argivi,
il

staccato lo scudo, vi videro

realmente inciso

d'Ephorbos

Cos afferma

uno

scoliaste

nome d'Omero

XVII, 28) e cos altri, fra gli antichi scrittori, ricoraccennano la cosa. Chi non rammenta infatti, tanto dano per citare i pii noti, quella famosa ode d'Archita, dove
(//.

Orazio afferma appunto, non senza una sottile ironia, che



il

regno dei morti tiene anche

il

figlio

di

Panto, sceso

all'Orco un'altra volta, sebbene, con lo scudo, che fece


staccare, data testimonianza dei tempi della guerra troja-

na,

non avesse concesso


(1)

alla
Il

nera morte niente pi che

nervi e la pelle?

buon Orazio,

tra scettico

ed epicureo, non ebbe evidentemente molta fede nella metempsicosi e


si

burl un poco di

Pitagora redivivo!

(2)

Anche

Ovidio,

che

nell'

ultimo
le

canto delle Metamorfosi

fa esporre

da Pitagora stesso

sue dottrine, lasci esplial filosofo


:

cito ricordo della tradizione,

facendo dire

Ben
ero

io
il

s lo

rammento

nei d della guerra di Troja

figliuol di

Panto, Euforbo, cui stette nel petto

(1) Orazio,

Garm.

I,

28 vv. 9-13

habentque
Tartara Panthoiden iterum Orco

Demissum, quamvis clipeo Trojana refixo Tempora testatus, nihil ultra Nervos atque cutem morti concesserat atrae.
(2J Id.

Epod. VI, 21:

nec te Pythagorae fallant arcana renati

172
la grave lancia infissa,

per

man .del

pi giovine Atride,

Riconobbi
or

lo

scudo, che gi la sinistra mia tenne,


di

non

molto in Argo nel tempio sacrato

Giuno

(1)

E
firio^

ancora due secoli dopo


raccogliendo in una

il

filosofo neo-platonico

Por-

breve

biografia

molte notizie

intorno a Pitagora, lasci scritto che

questi
lui la

ricordava

a molti di quelli che


vita che
1'

si

recavano da

precedente
pri-

anima

loro aveva vissuto gi

un tempo

ma

di essere legata nel

corpo

d' allora.

di s stesso

rivel con prove


figlio di

indubitabili d'essere stato Euphorbos

Panto.

dei versi omerici cantava,

accompa-

gnandosi mirabilmente con


50
s'
i

la lira, quelli di preferenza:

insaguinr
caj)elli

le

chiome, che simili aveva a

le Grazie,

ricciuti,

eh' avvinti eran d'oro e d'argento.


si

Come

talora iTn florido arbusto d'ulivo

nutre

in solitario loco, allor che molt'


bello, pien di rigoglio,

acqua
1'

vi sgorghi,
il

e poi,

come

agita

soffio

55 di

tutti

venti,

un

velo di candidi fior lo ricopre,

ma piombando
tale di

improvviso un vento con turbine grand


;

dalla fossa lo schianta e a terra disteso lo abbatte

Panto

il

figlio,

esperto ne

1'

asta, Eiiforbo

r Atride Menelao uccise

e spogliava de l'armi.

<

Poich quel che


frigio,

si

racconta
si

dello

scudo di questo

Euphorbos

che

trovava in Micene, nel bottino

(1)

Ovidio,

Metamorph. XV,

vv. 160-164:

Ipse ego

nam memini

Trojani tempore

belli

Panthodes Euphorbus eram, cui pectore quondam


Haesit in adverso gravis basta minoris Atridae.

Cognovi clipeum, laevae gestamina nostrae,

Nuper Abanteis tempio lunonis

in

Argis,

173

passo
sotto si-

trojano dedicato a Giunone Argiva, lo


lenzio

come cosa ben nota (1). La tradizione dunque era assai diffusa Tra gli antichi. Ora quale ne sar stata 1' origine? Un'invenzione pura e semplice ? Potrebbe anche essere; nel qual caso dovrem-

mo

evidentemente pensare a qualche discepolo o seguace


il

del Maestro,

quale, per confermarne meglio la dottrina

della metempsicosi, avesse


storiella,

immaginato

di

sana pianta

la

cercando

poi di accrescerle
l'

autorit

col farne

autore lo stesso Pitagora.

invenzione sarebbe nata da

quel che
il

abbiamo

udito or ora narrare da Porfirio, che

filosofo,

appassionato lettore d' Omero, recitava e cani

tava spesso

delicati e soavi versi

della

morte

d'

Ephor-

bos

Anche questo
in ipotesi

possibile.

Ma

me

pare molto pi

semplice e forse pi ovvio


tasticando

senza andare vanamente fan forse nella cosa alcuncredibilit e della vero-

credere senz'altro alla concorde

testimonianza degli antichi. Vi

ch che trascenda

limiti

della

simiglianza? Pitagora non credeva davvero alla metempsicosi, e

non era anzi questo


certa,

il

pernio della sua psicologia

e della sua morale, e convinzione (non pura ipotesi speculativa) profonda,

inoppugnabile
egli,

sua e dei suoi


il

seguaci

Dunque
il

ben possibile che


(tanto che nella

quale aveva
il

virt taumaturgiche
glioso,

sua vita

meravi-

anzi

miracoloso, ebbe gran parte)^ egli, che tante

profonde e misteriose cose aveva imparato nei suoi viaggi


in Egitto e nell' Oriente, esercitando quelle

sue pratiche

magiche

ai vita,

profondando

lo

spirito in

quelle sue

me-

(1)

PoRPHTRii,

Vita Pythagorae^ 26, 27. Cos presso Luciano nei


(20),

Dialoghi dei morti


questi
si

quando Eaoo presenta Pitagora

Menippo,
.

rivolge subito a lui con le parole:

Salve, o Ephorbos


ditazioni

174

astrazioni dal
di

se
.

cos intense, che erano quasi

corpo ed

estasi vere e proprie

credesse

leggere

nel suo passato la storia della propria


notizia

anima
da

ne desse

non proprio
ai

alle

turbe

agi' iniziati della

sua scuola,

agi' intimi,

pi

perfetti,

qualcuno dei

quali poi la cosa sar stata divulgata.

Insomma per me
alle
di

attribuire a Pitagora stesso,

anzich allo spirito inven1'

tivo di qualche zelante discepolo,

accenno

sue vite

anteriori credibile
:

non

ha

nulla di inammissibile e

men che
ma-

lo zelo dei

seguaci avr forse potuto aggiunge-

re qualcosa,
gari

inventare

qualche nuovo

particolare o

immaginare qualche nuova


di siffatti racconti si

esistenza,
far

ma

l'

origine
allo

prima

pu proprio
pot

risalire

stesso Maestro. Il quale

dunque

realmente

dire e

naturalmente anche
la

credere

poich non ammissibile


la cui vita fu

malafede in un

uomo

di tanta autorit,

tutta

un apostolato
in
tal

di verit e di

bene

di

essere stato

Ephorbos.

Ma

modo

si

potrebbe
1'

osservare

se noi

accettiamo per vero quello che

antichit concorde ci ha

tramandato, che cio Pitagora credette e diede a credere di


essere stato
il

giovinetto figlio
egli

di

Panto, ne verrebbe di

conseguenza che
storica d'
d'

avrebbe anche creduto nella realt

Ephorbos, non gi iato dalla feconda fantasia


in carne ed ossa.

Omero, ma vissuto

E
-

che per que-

sto ? Chi

mai dei Greci del

sesto secolo avanti Cristo

per non dire di quelli dei secoli posteriori

- non
di

credette

nella realt della guerra trojana, e dubit della esistenza


di

Agamennone,
Odissea?

di

Achille,

di

Menelao,

Ulisse, di

Ettore, di tutta
dell'

la bella schiera

degli eroi dell' Iliade e

la critica storica demolitrice,

la qui-

stione

omerica

erano nate

ancora, e Federico Augusto


Wolf doveva
sit dei suoi

175

mostruo-

tardare ancora ventiquattro secoli a nascere

e a lanciare pel

mondo

la stupefacente teutonica
!

Prolegomeni ad Omero

(1)

3.

Di Pitagora

gli ''antichi

conobbero

anche

altre

incarnazioni, anteriori e posteriori. Soggiunge infatti Porfirio,

un poco pi innanzi

Affermava

di essere gi vis-

suto precedentemente, dicendo d' essere stato

prima E-

phorbos, poi Etlide, in terzo luogo Ermtimo, poi Pirro


e allora Pitagora.

Con

che dimostrava che


sia

1'

anima
ci

immortale e riesce, in chi


dell'antica sua vita
(2).

purificato,

ricordarsi

Ma Diogene

Laerzio

ha

conservato in proposito una testimonianza

da
la

che

risali-

rebbe ad Eraclide
sippo ed Aristotile)
Porfirio

Pontico

(discepolo di Platone,

Speu-

la

quale

differisce

quella di
in-

non

solo perch fa di

Ephorbos

seconda

carnazione, essendo stata la prima quella di Etalide,

ma

anche perch

riferisce
1'

ad Ermtimo (terza incarnazione),


episodio dello scudo,

anzich a Pitagora,

che sarebbe

Veramente si incominciato gi da qualche tempo ~ anche in Germania ad essere un po' meno radicali in fatto di negazioni. E a quel modo che il Beloch, per esempio, ammise come
(1)

possibile che

fra g'

innumerevoli eroi venerati nelle diverse parti


carne ed ossa
afferma

del

mondo
sulla

greco ve ne fosse qualcuno che in realt


terra
in

mosse

(I,

p. 121), cos

una volta si il Drerup


in

{Orner^ Bergamo, 1910)

d'esser

disposto a vedere in

Agamennone, Menelao,

Nestore, Ajace, forse

anche

Priamo

in altre figure dell' epopea, reali

persone storiche
realt

(p.

226). Gli

rimangono per gravi dubbi


contro Troja
(2)
l.

sulla

storica

della

spedizione

(p.

231 e

seg.).

e,

45. Della cosa discussero

anche

gli

scrittori

cristiani,

come Tertulliano

(de

anima

28, 31, 34), Lattanzio {Epit. Instit.

dio. 36), Sant'Agostino {Irinit. XII, 24).


inoltre stato appeso nel
e

176

~
di

tempio

Apollo a Branchidas,
le

non a Micene.

Ma

ecco senz' altro

parole di Laerzio

Dice Eraclide Pontico che


se d' esser gi stato

egli (Pitagora)

afPermava di
di

Etalide e ritenuto
gli disse
:

figlio

Herche

raes

(1).

che Hermes

di scegliere quel
egli chiese
il
il

volesse, tranne

F immortalit
da vvo

onde

dono

di

conservare

e da morto
si

ricordo

di tutti

gli eventi.

te

Che

pertanto in vita

ricordava di tutto,
la

dopo che fu morto conserv egualmente


in seguito rinacque
;

memoria.

Che

Euphorbos

e fu ferito da

nelao

ed Euphorbos

diceva d' essere stato

Meun tempo
e ricor-

Etalide e di aver avuto da

Hermes quel dono


fosse

dava le trasformazioni dell'anima com'erano

avvenute,
passata, e

e attraverso

quali

piante ed animali

che cosa l'anima avesse sofferto nell'Ade,


attenda le altre anime.
la

e qual sorte

che quando Euphorbos mor


alla

sua anima

pass

in

Ermtimo, che
dell'esser
d'

sua volta,

volendo dare una prova


chidas ed entrato
nlel

suo, and a Branlo

tempio

Apollo mostr

scudo

che

Menelao

vi

aveva appeso,

ormai

imputridito, re(2).

stando solo la parte esterna d'avorio

che quan-

ti)
il

Dobbiamo

forse in

questa ipotetica discendenza da Hermes,

dio dei misteri, vedere significata la iniziazione di Pitagora alle

dottrine ermetiche?
in ci,

come
figlio

noli'

Mi par probabile; se pure non dobbiamo vedere altra comune tradizione che faceva di Pitagora
,

un
(2)

d'Apollo

delle

espressioni

del

linguaggio

mistico

fraintese.

Pausania,

nella

descrizione che

ci

ha

lasciata dell' Heraion

di

Micene, dice

ben chiaro che nel


della

pronao del tempio,

a destra,

dov' era

la statua

dea, vi era

anche appeso in voto uno

scudo, quello che Menelao


scriptio

gi tolse ad

Euphorbos in

Ilio .

(De-

Graeciae

II,

17, 3).

Ora, poich sappiamo

che Pausania

descrive nell' opera

sua

proprio quel che ha visto coi suoi occhi

177

;
:

do Erratimo mor, rinacque Pirro pescatore di Delo


e di

nuovo

si

ricordava tutto

come

fosse stato

prima

Etalide, poi

Epborbos, poi Ermtimo,


quel che
i

poi

Pirro.
si

E
a

che quando Pirro mor, rinacque Pitagora e

ricorda-

va

di tutto

s'

detto

(1).

Non

solo,

ma

sentir Gelilo anzi


suti fra
il

due
il

filosofi

Clearco e Dicearco

viscome
volte-

quarto e

terzo secolo avanti Cristo

avreb-

bero lasciato scritto che Pitagora rivisse ancora altre tre


volte,

come Pirandro,
cos

come

Calliclea e finalmente
(2).

una

bella etera chiamata Alce

E
e

r anima

d'

Ephorbos, essendo vissuta otto


chiusa

avendo

sperimentato,

nel carcere corporeo, le

pi varie condizioni d' esistenza, sar essa

dopo aver
-

compiuto

il

ciclo assegnatole

dal suo proprio destino


dell'

tornata a dissolversi nel


sale ? (3) o

gran mare

anima univervestirsi

non avr continuato ancora a

d'uma-

na carne, indefinitamente, secondo


(tanto che

la favola di

Luciano?

una sua indicazione guid lo Schhemann alla scoperta delle famose tombe dei re nel foro di Micene), avr egli veduto quell'antichissimo logoro avanzo, o una copia in bronzo fattane fare di poi, o addirittura un qualunque scudo che i sacerdoti del
tempio
vi

abbiano appeso in tempi tardivi a ricordo e testimonianza


notissima tradizione? Pausania in met del secondo secolo dopo Cristo.
ogni

dell'antica
nella 2^
(1)

modo

visse

Diogene Laerzio, Vili, 4-5.


Noctes
Attieae, IV, 11
est,
:

(2) Gellio,

...
et

Pythagoram vero
ita

ipsum, sicut celebre

Euphorbum primum

fuisse, dictitasse;

haec remotiora sunt bis, quae Glearchus


riae tradiderunt, fuisse

Dicaearchus memocui

eum

postea Pyrandrum, deinde Callicleam,

deinde feminam

pulchra

facie

meretricem,

nomen

fuerat

Alce

(3) Se,

come

probabile,

Platone ha desunto dal Pitagorismo


delle

principii a cui

informa

la teoria la

pene

d'

oltretomba nel

De

republica (X, 615)

secondo

quale chi aveva commesso ingiu12.

178

parla
il

Lungo sarebbe

a dire

cos

suo gallo

flo-

qual forma r anima mia venisse via da Apollo volando, ed entrasse in corpo di uomo, e qual pena sofferisse in tal guisa...

sofo (Pitagora redivivo

anche questo!)

in

Mentre

Ephorbos combattei a Troja, e quivi ucciso da Menelao, dopo qualche tempo ne venni a stare
eh' io era
;

in Pitagora

ma

fra

1'

un

tempo
(1)

altro

non ebbi

casa, aspettando

che

Mnesarco
ti

mi apparecchiasse
ti

abitazione....

Ma quando
al

spogliasti di Pitagora
vestisti?
. . .

(domanda Micillo
Aspasia qual
Grate, cinico.

suo gallo) di che

Di

Aspasia, femmina di mondo, di Mileto

uomo

o qual

nuova donna

E dopo diventasti?
poi

di

figliuolo di Giove, qual differenza!


filosofo
!

Di femmina

mondo,

Poi

re,

un

po-

verello, poi satrapo, poi cavallo, poi gazzera, poi ranoc-

chio, e mille altre cose che

non

finirei

mai a
da

dirle tutte.

Ma

sopra tutto fui


un
altro

gallo spesso

(vita

me

sopra le

stizia verso

doveva

subire

dieci

volte

quella

medesima
(s'

ingiustizia e occorreva quindi lo spazio di


le

dieci vite

per scontare
in

colpe della prima

bisognerebbe veramente ammettere


vista di

tende bene, dal punto di

Pitagora e

della

sua dottrina)

almeno altre due vite. Per il luogo platonico e le relazioni che esso pu avere avuto con il dogma cristiano della resurrezione si veda ci che ha scritto il Pascal nella Rassegna Contemporanea del dicembre 1911 (ripubblicato in Credenze d'oltretomba^ II, pagina 199).
(1) le

Padre

di Pitagora.

Si noti poi che qui

Luciano sorvola

sul-

altre note incarnazioni del filosofo.

Ma

altrove
ci

{Vera Historia^
citt di

II, 21) egli dice:

In quel tempo appunto

venne (nella
compiuti

Soveria nell' isola dei Beati) Pitagora di

Samo, che
il

allora
i

aveva
sette

finita la

settima mutazione, vissuto


dell'anima,

le sette vite,

periodi

ed

aveva d'oro tutto


gli

lato destro.
si

Fu

de-

ciso d'

ammetterlo con

altri beati,

ma non

sapeva se chia-

marlo Pitagora od Euforbo

179

altri molti, a

altre
relli,

amatissima) servendo ad

re,

a pove-

a ricchi uomini; e finalmente vivo in tua compate,


i

gnia, facendomi beffe cotidianamente di


reli

che

ti

que-

della tua povert, e piangi e


sai
i

ammiri
(1).

ricchi perch

non

mali che comportano...


lucianea
d'

E
il

con l'amabile arguzia

possiamo ben chiufiglio di

dere questa singolare istoria

Ephorbos
ai

Panto,

quale fu veramente molto caro

celesti.

(1)

Luciano, Il Sogno o

il

Gallo

(secondo

la

traduzione di GaIl

sparo Gozzi). Si legga tutto questo piacevolissimo dialogo.


stro autore del
bos;

no-

resto scherza

in parecchi altri luoghi su

Ephor-

mi sembra

inutile riferirli; baster vedere

un qualunque indice

delle opere di

Luciano.

II.

IL

SODALIZIO PITAGORICO DI CROTONE.

Edito nel 1904 dalla ditta Nicola Zanichelli di Bologna. Tradotto


e pubblicato in The Theosophieal
n.

Review (Londra)

voi.

XXXVII,

219-20 (nov.-dic. 1905).

1.

Oggetto del presente studio. -dalizio pitagorico.


rata.

2.

Origiiae o

formazione del So-

3.

Carattere e scopi di esso.

4.

Sua du-

vi
si

5.

Suo

ordinamento.

6,

Natura

degl'insegnamenti

che

impartivano.

7.

Conclusione.

Una

tradizione

che
dell'

fu

diffusa e

concorde nel-

r antichit anche prima


smo, narra che
nelle regioni d'
il

apparizione del neo-pitagori-

filosofo di

Samo, dopo aver

viaggiato

Oriente in
nell'

Fenicia, nella Babilonia, in


e in particolare nell'

Caldea, nella Persia,


gitto

India

E-

e ^ver presa quivi conoscenza delle dottrine sei

grete che
nello

saggi ed

sacerdoti vi professavano, proprio

stesso

tempo

in cui fiorivano nella

Cina Lao-Tse
(1)

(604-520

a. C.)

e nell'India

Gotamo Buddho (560-480)


subito

venne a Crotone, una

delle pi fiorenti fra le citt della

Magna

Grecia, dove,
istitu

acquistato

largo seguito di

ammiratori,

un celebre

Sodalizio.

Di questo apla

punto intendo ora

di esporre le origini,

durata

e la

costituzione, valendomi delle notizie abbastanza

numerose

e particolareggiate, perch possiamo farcene un' idea esatta.

(1) Cfr.

le

osservazioni

contenute nel cap. I


il

dello studio di G.

De Lorenzo
22 ediz.

suU' Bidia e

Buddhismo

antico (Bari, Laterza, 1904,

1919).


Porfirio
(2),

184

(1), (4),

che ce ne hanflo lasciato, fra

gli altri,

GiambJico

(3),

Diogene Laerzio Clemente Alessandrino


scrittori

nonch, incidentalmente,

gli

classici
piii

maggiori,
larga,

delle quali poi si servirono, in

misura

meno

con

criteri

pi o

meno
il

discutibili, gli storici

moderni delCen(6)

la filosofia greca in generale e del

movimento pitagorico
lo

in particolare,

come
il

Krische

(5),

Chaignet,

il

tofanti, lo Zeller,

Cognetti

de

Martiis, lo

Schur

ed

altri.

2.

Quanto SiVorigme

dell' Istituto, la tradizione

conC.)

corde narra che verso la

LXIP

Olimpiade

(530

a.

poco

dopo

(7)

Pitagora, giunto a Crotone, forse

accomda
che

pagnato

da numerosi discepoli

che ve

lo

seguirono da
tali

Samo

(8),

cominci a tenere in pubblico discorsi

conquistare subito la simpatia degli uditori, accorrenti in

gran numero ad ascoltare


(1)

la

sua parola ispirata


1.

(9),

Vitae

et

placta clarorum philosophorum

YIII

e.

I.

(2)

(3)
(4)

De vita Pythagorae. De pythagorica vita.


Stromat.
libri,

passim.

(5)

De

soeietatis

a Pythagora in urbe
Initis,

Orotoniatarum conditae
ital.

scopo politico commentano^ Gotting, 1831.


(6)

Les Qrands

Paris 1902, pp. 267 sgg. Ed.

(Bari,

Laterza, 1905). Per

gli altri

autori v. note a p. 186 e 192.

(7) Variano dal 529 al 540 le date proposte relativamente all' anno della sua partenza da Samo; la prima data ammessa dall' Ueberweg,

Qrundr.
I,
all'

I,

16,

1'

altra

in

Bernhardy,

Orundr.

d. gr. Liti.

p.

pag. 755. Il Lenormant {La


arrivo in Crotone,
il

Grande Oree) Bernhardy crede che

sta pel 532.

Quanto

nel 540 Pitagora vi

si

trovasse gi.
(8) (9)

GlAMBL. 29.

V. Porfirio
l.

/.

e.

20, che riferisce la notizia da

Nicomaco e

Cfr.

GlAMBL.

e.

30.

185

d'allora in quella

predicava verit non mai udite prima

regione e da quegli uomini. Accolto con molta deferenza


tanto dal popolo quanto dalla parte aristocratica, che allora aveva nelle
scitato dalla
tori

mani

il

governo,

per

sua predicazione, fu eretto

V entusiasmo sudai suoi ammira-

homakoeion un ampio edificio in marmo bianco nel quale egli potesse inseod uditorio comune (1) gnare comodamente le sue dottrine ed essi ridursi a vivere sotto la sua guida. La tradizione, quale la troviamo

presso Giamblco e presso Porfirio,

aggiunge

altri

partiai
(2),

colari: Pitagora, entrato nel ginnasio,

avrebbe parlato
l'

giovani che vi
del

si

trovavano suscitandone

ammirazione
e
i

che venuti a

conoscenza
il

magistrati

senatori
;

avrebbero manifestato
ed
tale
il

desiderio di
al

sentirlo anch' essi

egli,

venuto dinanzi

Consiglio dei Mille, vi ottenne


a

approvazione da essere invitato


al

rendere

pubblico

suo insegnamento^

quale infatti molti accorsero pronfama,


subito
dilBFusa

tamente,

mossi

dalla

per tutto

il

paese, della grande austerit d' aspetto, della dolce soavit

d'eloquio, della profonda


restiero.

novit di

ragionamenti del

fo-

Via

via,

la

sua autorit crebbe in

modo che

egli

pot esercitare nella citt una vera dittatura morale; poi

(1) Si noti

che Clemente (Strom.

I,

lo) lo identifica con quella

che

al

suo tempo chiamavasi Ecclesia, cio alla Chiesa cristiana.

(2)

V. in Giamblco op.

cit.

37-57 un largo sunto


l'

di

questo diesso-

scorso, che ci d un' idea di quello che fosse


terico di Pitagora.

insegnamento

La

diversit notata

questo proposito

dallo

Zeller

fra

il

racconto di Giainblico e quello di Porfirio non mi pare

sufficiente per trarne,


ferito dal

com'

egli fa,

l'

induzione che

il

discorso

ri-

primo non pu essere stato preso da Dicearco,


ad ogni

citato dal

secondo

modo

fuori di dubbio che Dicearco stesso lo co.

nosceva, se pot dire che conteneva molte belle cose

186
si

allarg, diffondendosi nei paesi vicini della

Magna

Gre-

cia e nella Sicilia, a Sibari, a Taranto, a


tania, ad Imera, a Girgenti; dalle colonie

Reggio, a Cagreche,
dalle

trib italiche dei Lucani,

dei

Peucezi,
lui

dei Messapii ed

anche
sessi
;

da

Roma
ed

(1)

vennero a

discepoli di

ambo'

e pii celebri legislatori di quelle regioni, Zaleuco,

Caronda,
s

Numa

altri,

l'

avrebbero avuto per maestro


sarebbero
ristabiliti
(3).

(2),

che per merito suo


libert,
il
i

si

dovunque
In questo

r ordine, la modo, dice


nazionale^

costumi
(4),

e le leggi

Lenormaiit

egli pot

giungere a rea-

lizzare l'ideale

d'una Magna Grecia composta in unione


l'

sotto

egemonia

di

Crotone, non
;

ostante la

diffeirenza di razze degli Elleni italioti

il

che peraltro
di Pi-

inesatto, poich,

come vedremo, l'intendimento

tagora nella sua azione e nella sua


politico

predicazione non fu

nazionale,

ma

essenzialmente umano. Forse, ag-

giunge un

altro scrittore (5),

non

fu

estranea all'acco-

glienza avuta dal filosofo ed al successo da lui riportato,

una persona con


tonese Democede.

la

quale egli doveva


cio
il

essersi trovato in

rapporto quand'era a Samo,

celebre medico ero-

Ma

senza dubbio, pi che a conoscenze

personali, l'approvazione ottenuta da Pitagora in Crotone

e l'entusiasmo da lui suscitato in tutta la

Magna

Grecia

(1) DiOG.
(2)

VITI, 15; PoEF. 22 ecc.


cita

V. Seneca, 90, 6 che

Posidonio

Diog. Vili, 16; Forf.


;

21

GiAMBL. 33, 104, 130, 172; Eliano, Var. Hist. Ili, 17

Diod.

XII, 20.
(3)

V.

DioG. Vili, 3;

Porf.

21 sg

54;

Giambl. 33,

50,

132,

214; Cic. Tusc. V, 4, 10; Diod, ragm. p. 554; Giustino XX, 4; Dione Crisost. or. 49, p. 249 Plut. c. princ. philos. I, 11, p. 776.
;

(4)

Op. ciL,

V.

I,

p. 75,

(5) Cognetti

De

Martiis, Socialismo antico^ (Torino, 1889 p. 465.

187

virt intrinsedall' al-

furono piuttosto l'effetto da un lato delle

che delle sue dottrine e del suo insegnamento, e


tro della disposizione e

attitudine di

quelle genti

a in-

tenderlo

ed

apprezzarlo.

Poich

il

misticismo

ed

ogni

moto

idealistico trov

sempre

fra loro
di

un generale e pronsia

to assenso e

un gran numero
sia

seguaci,

nei tempi

pi antichi,

durante

il

medio evo e
dei

nell' et

moder-

na

(1).

In queste

attitudini

popoli del

mezzogiorno
pita-

sta la ragione del rapido diffondersi

delle dottrine
:

goriche, che furono accettate

quasi universalmente

tanto

che molti

(2),

migliori per intelligenza e per elevatezza

morale, presi d'ammirazione per la

profonda scienza del


di penetrare
filosofico,

Maestro,

si

accostarono a

lui,

e,

desiderosi

pi addentro nella conoscenza del


di cui

suo sistema

intravvidero ed intuirono la vastit e la comprena

sione, si ridussero a poco


rati nella

poco a vivere con


e
di

lui,

atti-

sua

orbita

d'azione

pensiero da quella
al-

spontanea simpatia che hanno sempre esercitato sugli


tri

tutti

grandi apostoli
il

dell'

umanit.
del

Cos fu formato

Sodalizio,

quale fu

poi aperto

(1) Cos p.

es.

l'idea religiosa di cui

si

fece poi paladino e

ca-

valiere S. Francesco, part

appunto dalla Calabria, con l'abate Gioac-

chino da Fiore (V. Tocco L'Eresia nel

M.

E.^

lib.

li,

eie

II).

Del resto
ridionale,

il

Pitagorismo

si

mantenne sempre vivo


e

nell' Italia
vi di

Me-

(di

dove penetr in

vo splendore nei sec.

XYI

Roma XVII

con Ennio) e con


la
il

sorse a nuo-

Scuola

Bernardino

Telesio, dalla quale uscirono, fra gli altri,

Campanella e il Bruno Cfr. David Levi, Giordano Bruno^ Torino, 1888 pp. 124 sgg. (2) Porfirio op. cit.^ 20 sgg., racconta che pi di duemila cittadini con le mogli e
i

figli
i

si

raccolsero

nell'

Homakoeion

e vis-

sero mettendo in

comune

loro beni e reggendosi con statuti dati

loro dal filosofo, che veneravano

come un

Dio.

l'accesso a tutti

188 buoni uomini


il

donne

(1)

e alla
or-

sua

filosofica famiglia

Maestro diede quel medesimo

dinamento che aveva forse


l'

visto attuato nelle scuole del-

Oriente e

dell' Egitto,

nelle quali

come

s'

accennato,
Misteri.

egli

aveva probabilmente preso

conoscenza

dei

L'istituto

divenne ad un tempo un collegio d'educazione,


scientifica e

un'accademia
teoria
arti,

una piccola
iniziato
;

citt modello, sot-

to la direzione d'

un grande

e per

mezzo

della

accompagnata dalla
vi
si

pratica, delle sciq^ze unite alle

giungeva

lentamente

a quella scienza delle


dell'

scienze, a queir
letto

armonia magica
i

anima e

dell' intel-

con l'universo, che

Pitagorici consideravano

come

l'arcano della filosofia e della religione.


gorica ha perci un'importanza
il

La

scuola pita-

assai

grande, perch fu
laica
:

piti

notevole tentativo

d' iniziazione

sintesi anil

ticipata dell' ellenismo e del cristianesimo, essa innest


frutto della scienza sull'albero della vita, e
di quell'attuazione interna

conobbe quin-

e viva

della

verit che sola

pu dare

la fede

profonda; attuazione efimera,


la fecondit dell'

ma

d'im(2).

portanza capitale, perch ebbe

esempio

3.

Secondo
alle

che fu data maggiore importanza all'uno


costitutivi

all'altro degli elementi

della

dottrina pita-

gorica

forme

e agli effetti esteriori di essa,

diverso

(1) Sulle

donne pitagoriche sarebbe opportuno


certo

e desiderabile
fatti.

uno

studio, che darebbe

gran

luce su molti

Ad

esse era

impartito un

insegnamento particolare

ed avevano

iniziazioni paeit.

rallele, adattate ai

doveri del loro sesso.

Giamblioo, op.

267,

nomi

di
;

Vili, 41 sg.

17, tutte chiarissime-Ct. ihid. 30, 54, 132; Dioo. PoRF. i9 sg. ecc. V. anche Schure, op. cit. pa-

gine 379 sgg.


(2)

ScHUR op.

cit.

p.

314.

189
fu
il

criterio

che

gli studiosi
il

portarono nel giudicare per


avesse voluto creare questo

quali intendimenti
Sodalizio.

filosofo

Alcuni non ne videro che l'intento politico;

cos,

se-

condo

il

Krische,

la societ

ebbe

meramente
il

lo

scopo

di restaurare, consolidare e. accrescere

potere decaduto
altri scopi,
i

degli ottimati

e,

subordinati a questo, due


di coltura: di

uno

morale e
bri

l'altro

rendere cio

suoi

mem-

buoni ed onesti, affinch, se fossero chiamati

al reg-

gimento della cosa pubblica, non abusassero del loro potere

con l'opprimere
si

la plebe,

questa

comprendendo
contenta al
coloro

che

provvedeva
;

al

suo

benessere,
la

stesse

suo stato

e di far studiare

filosofia a

che
si

si

accingessero al governo
aspettare
colto

dello Stato,

perch

non

pu

un governo buono e sapiente se non da chi sia ed erudito (1). Ora quanto sia incompiuta ed imnon furono
e religiosi
;

perfetta questa opinione del Krische apparir dal seguito

del nostro studio. Gli intenti del riformatore


politici soltanto,

ma

anche

morali,

filosofici

n
alla

il

suo insegnamento voleva mirare solo a Crotone,


Grecia, sibbene

Magna

^Wuomo
di

in generale

il

con-

tenuto politico che esso poteva avere era quindi appena una
parte, e

neppure
nota

la principale,

un larghissimo sistema
tutto
lo scibile.
si

scientifico e

filosofico,

che abbracciava
lo Zeller,

Altrimenti,

giustamente

non

spieghe-

(1)
etc.

l.

e.

p 101
p.

Cfr.

il

giudizio

del

Meinees, Hist. d. scienc.

V. II,

]85 e quello molto strano del Mommsen, St. di


I,

Roma

antica^ Roma-Torino 1903, v.


p.

124

sg.

Siffatte

tendenze
(?),

oligarchiche informavano la lega solidaria degli


fregiata del

Amici

nome

di Pitagora

essa ingiungeva
trattare

di venerare la
bestie quei

classe dominatrice

come divina, di

come

della classe servile ecc.


rebbe
rica,
l'

190

piti

indirizzo fisico e matematico della scienza pitagofatto


ci

il

che

le

testimonianze
lui

antiche intorno
di

a Pitagora
il

mostrano in
il

pi che l'uomo
il

Stato,
(1).

teurgo,

il

profeta,

sapiente e

riformatore morale

In realt

egli

mirava ad elevare nello

spirito e nei costu-

mi

suoi discepoli, sia

impartendo

loro

una cultura
passioni.

una scienza univ

ersale, sia

facendo ad essi

praticare la

pi rigorosa disciplina

dell'animo e delle

Con

questo egli otteneva anche lo scopo, eminentemente civile


e umanitario, di migliorare via via e largamente
i

sempre pi facilmente
tutti,

cittadini

e gli

uomini

poich ogni

discepolo portava poi

necessariamente fuori della scuola,

nella sua vita domestica


trina in quella acquistata,

pubblica,

la

moralit e la dotla parola e

diffondendola con
i

con l'esempio

tra

famigliari,

parenti, gli amici.

in

conseguenza
che

di ci dovette

compiersi a poco
della
.far

a poco

un

mutamento anche
i

nel governo

citt,

per
delle

il

fatto

primi ad

approfittare

e a

tesoro
gli

nuove

dottrine essendo stati

probabilmente
facevano
parte,

ottimati, questi

direttamente, se ne

indirettamente,
nel governo
moralit.

se erano privati cittadini, dovettero portare

un nuovo

indirizzo razionale e
il

una pi rigorosa
la

L' alleanza quindi fra

Pitagorismo e l'aristocrazia, come

osserva ancora

lo

Zeller, fu

non

ragione,

ma

l'effetto
i

dell'indirizzo generale della scuola

che

chiamava a s
il

migliori

e se la tradizione ci rappresenta

Sodalizio co-

me

un' associazione politica, ci vero a patto

che non

vogliamo anche affermare


etico e scientifico sia
stato

che

il

suo

indirizzo religioso,
della posi-

una conseguenza

ci)

V. Eraclito
d,

pr. Dioc.
p.

Vili,

6;

Erodoto IV, 95

Zeller,

D.

PhiL

Oriech.

328.

191
zione che
i

pitagorici presero nel


il

campo

politico

perch

invece fu proprio

contrario.
la

Assai diversamente giudic


tagorica
il

natura della societ


carattere

pi-

Grote
e

(1),

che

la

disse di

religioso

ed esclusivo,
poich
i

ad un

tempo

attivo e spadroneggiante,
1'

suoi

membri

attivi

avevano appunto
i

ufficio

di

influire nel
tivi

governo e sul governo, mentre

contempla-

attendevano agli studi; proprio come nella organizzai

zione dei Gesuiti coi quali, dice,

Pitagorici presentano
lui

una notevole somiglianza. Secondo


del filosofo

insomma
le
i

seguaci

non furono che


di fratelli^
il

un

privato e scelto nucleo

d'uomini,

che abbracciarono
suo canone etico,

fantasie reli(?
!)

giose del Maestro,


d'

suoi germi
la

una idea

scientifica e manifestarono
riti

loro adesione

con particolari osservanze e

.
1'

In

tutto questo vi

appena qualche ombra

di vero;

esagerazione ha tolto la

mano

all'autore. Il concetto religioso ci fu

senza dubbio
l'

in Pitagora,

esso costituiva anzi


esoterico, e
il

il

pernio di tutto

in-

segnamento
tratt

punto

di

partenza della mera-

vigliosa dottrina dei


si

numeri che
ad

lo simboleggiava;

ma non
s

punto

di

fantasie pi o
ii\

meno
ai

strane e irraziosuoi seguaci,

nali ch'egli volesse dare

tendere

bene

di quella stessa dottrina religiosa


si

che in Egitto, in

Oriente e in Grecia
filosofiche,

insegnava nei Misteri e nelle scuole


sua
sostanza

unica

nella

bench diversa

nelle

forme

e nei simboli

esteriori

il

perch

dovunque

derivata

dalla

stessa

tradizione, e, per

quanto mistica,

fondata tuttavia saldamente sopra una verace e controllabile esperienza.


Il

paragonare

poi

sodalizio stesso alla

(]

Hist. of.
p.

Oreeee^ T. IV, p. 544;

cfr.

Ritter,

Oeseh. d, Phi-

los,

I,

365 sgg.

192
setta gesuitica,

un

errore, che dimostra

in chi ha pospi-

tuto fare simile raffronto


rito

ben poca penetrazione nello


istituto
;

che informava quell' antichissimo

un giusvi-

dicarlo dalle sole


g' intenti

apparenze

esteriori,

un disconoscerne

non

settarii,

ma

plrofondamente umani, uno

sare infine l'opera di


stoli

uno

dei pili grandi pensatori e apo-

che r umanit abbia avuto.


al

Pi vicino
to egli

vero

il

giudizio del Lenormant, in quanl'

seppe vedere
di

sotto le fo'^m^ della religione

in-

tendimento morale

Pitagora

(1);

ma

ancora pi giusto
i

e compiuto, perch rispondente a tutti


sciatici dalla tradizione,

dati di fatto la-

quello che del

Sodalizio diede

uno

storico italiano,

il

Centofanti, col definirlo


se

una

Sole

ci et

modello, la

quale,

intendeva a migliorare

condizioni della civilt

comune

e aspirava ad occupare

una parte nobilissima

e meritata nel governo della cosa

pubblica, coltivava ancora le scienze, aveva

uno scopo
tanto larga

(2).

morale e religioso e promoveva ogni buona arte a perfezionamento


del vivere

secondo un' idea


delV

quanto

la virtualit

umana natura
lo

Con
le

lui si

accordarono press' a poco


il

Chaignet

(3) e lo Zel-

ler (4), per

quale

la scuola si

distingueva da tutte

associazioni analoghe

per
or

il

suo indirizzo morale

pog-

giato su motivi religiosi

guidato da sani metodi d'eduIl

cazione e di istruzione scientifica.


se

Duncker quindi scriscon molta verit che Pitagora fu non solo il Maestro d' una nuova sapienza, ma altres il predicatore di una
Op.
Git. l,

(1)

p. 83.

(2)

Studi sopra Pitagora,

nel
p.

voi.
sg.

La

Letteratura greca

(Fi-

renze,

Le Monnier), Opere^

401

(3) Pythagore et la philos. pythag. I, p. 98. (4) Die Philos. der Orieehen V" p. 328.

193

~
culto nuovo e
il

nuova
tore d'

vita,

il

fondatore di

un

bandi-

una nuova fede


il

(1).

Soltanto
e ai

tale novit ,
;

va

intesa

come

relativa ai luoghi

tempi

poich,

come
ori-

ho detto sopra,

fondo esoterico della dottrina aveva

gini assai remote.

4.

Se tale era dunque

l'

intento della Societ pitail

gorica, se al di sopra di ogni altra considerazione


di

grande

Samo pose
con ci

quella di riformare interiormente gli uomini

di modificare

anche

necessariamente

le

condizioni esterne della vita individuale e sociale, se egli

mir a costituire una religione fondata sul sentimento interiore e

non

sulle pratiche

esterne del culto, alle quali

ben raramente ed in pochi corrisponde un'adeguata conoscenza e persuasione, e che perci acquistano un valore
di

mera superstizione
i

e di vuoto

formalismo

dogmatico,

era troppo naturale che la nuova istituzione


scitare

dovesse su-

timori degli elementi


italiota,

conservatori della societ


tutto
le ire

crotouese ed

e sopra

di quegli ari-

stocratici ignoranti

che ne erano
e

stati esclusi

per deficien-

za intellettuale

e morale,

dei sacerdoti

che vedevano

allontanarsi dalla religione tradizionale e quindi sfuggire


al loro

dominio tanta parte

la

parte migliore

della

gioventi.
re,

le

calunnie che tutti costoro seppero spargefacile cre-

dovevano purtroppo trovare, come sempre,


lesi o

dulit nel volgo e pronto aiuto

in tutti coloro che dalle


i

nuove idee vedevano


sonali; tanto pili

minacciati

loro interessi per-

che che
delle

come
tocchi
e

accade in ogni nuovo motrasformi


degli
l'assetto politierrori, delle de-

vimento

d'idee

co e sociale,

incertezze,

(5)

Qeseh. d, Alter. VI, p. 636.


13.

194

ben
gli

bolezze, della violenza partigiana di qualcuno fra gli adepti

e fautori della Societ avranno


partito,

tosto cercato di trarre

mettendole in

rilievo,

avversari

delle

nuove
Cilene,

dottrine.
tore.

Ma

di

questo noTi fatto ricordo da nessun auespresso


la

fatto

invoce

ricordo di un

tal

aristocratico,

che per

sua crassa ignoranza e per la sua


far parte del So

inettitudine

non pot essere ammesso a

dalizio interno, e che

pien d' ira e di corruccio

co-

minci a brigare fra

malcontenti, a spargere voci calunle

niose, a mettere in cattiva luce

cerimonie e
la

1'

azione

segreta della

Societ,

continuando
gli

lotta

con

quell'a-

sprezza e quella tenacia che

veniva dall'orgoglio gra-

vemente
molti.

offeso e dalla certezza di essere spalleggiato

da

Egli in questo modo, favorito com' era anche dalla

sua elevata condizione sociale e dalle idee democratiche,


allora penetrate

nella

Magna

Gi'ecia da

cui seppe abil-

mente

trarre vantaggio, pot creare nel Consiglio

Sovrano

dei Mille

una
il

forte opposizione, che, allargandosi e diffon-

dendosi fra

popolo, facilmente ingannato dalle apparen-

ze esteriori sotto alle quali


dette poi luogo ad
il

non vedeva
e propria

altro

che mistero,

una vera

sommossa contro
Cos che, se
il

filosofo

ed

suoi seguaci (500

a. C. circa).

il

moto

fu effettivamente

moto

di

popolo contro

reggi-

mento

arivStocratico, l'ispirazione tuttavia


dell' aristocrazia e dal

venne

dalla parte
(1).

meno buona

sacerdozio ufficiale

Un

decreto di proscrizione band senz' altro Pitagora, die,


ospitalit a Caulonia ed a Locri,

dopo aver cercato invano


po
ed una

fu accolto in Metaponto, dove mor


;

non molto tempo doi

fiera

persecuzione fu iniziata contro

pitago-

(1)

V. in proposito ci che dice con molta verit

il

Centofanti,

op. cit. p.

4l6 sgg.


rici,

195

anch' essi
in

parte uccisi e parte

cacciati

bando e

profughi nelle terre vicine.

La durata
pili

del Sodalizio fu
;

dunque
1'

assai breve, di
dell'

non

che

quarant' anni

tuttavia

efficacia

insegna-

mento pitagorico dur per lungo tempo attraverso i secoli (1) e la sua fiamma non si spense mai, conservata
religiosamente e religiosamente trasmessa di generazione
in generazione dagli eletti a cui fu affidato via via
il

sa-

cro deposito (2)

cosicch
i

il

fondo delle dottrine esoteripic-

che

si

mantenne, e

tempi successivi in grande o in

cola parte poterono conoscerle.

5.

Nel

sodalizio

si

distinguevano due classi di adepti;


di

quella degli

ammessi ad un grado

iniziazione (disce-

poli genuini o famigliari) e quella dei novizi o semplici

uditori (acustici o pitagoristi); ai

primi, distinti alla loro


diversi

volta in varie classi, forse


gradi,
(pitagorici,

in corrispondenza coi
fisici,

pitagorei,

matematici, sebastici) e

discepoli diretti del Maestro, era fatto l'insegnamento esoterico


ziori

segreto; gli

altri

potevano assistere solo

alle le-

esoteriche, di contenuto esr^enzialmente morale (3), e

(1)

AmsTOTiLE

ci

fa

sapere (Polii. V, lO) che

\q sissitie italiche,

anteriori a tutte le altre,

duravano tuttavia

nel suo secolo; certo

per la congiunzione loro

coi posteriori istituti pitagorici.

V. Cen466.

TOFANTi, op. ni. p. 383 e cfr. Cognetti


(2.)

De

Martiis, op.

cit. p.

Il

Pitagorismo appare nel

mondo romano

e noli' Italia

dioevalo e

moderna

in tutti

periodi di risorgimento filosofico.

meLa

repubblica utopistica di Platone come quella del Campanella ripro-

ducono molto da vicino


neir istituto Crotonese.
!3;

l'

ideale di vita che fu realmente praticato

V. Clem. Stromat. V. 575


;

Ippol. Eefut.
I, 9,

I,

2,

p.

8,

14

PoRF. 37
LOisoN,

GiAMBL. 72, 80 sg., 87 sg.; Gell.


II, 216.

Cfr.

anche Yil-

Anecd.

Secondo uno scrittore dal quale attinse

19t)

non erano ammessi


dice la tradizione,
tro

alla
lo

presenza

di

Pitagora, ma,

come

sentivano, talvolta, parlare da die-

un velario che lo nascondeva ai loro occhi. Prima di ottenere l'ammissione non solo ai gradi

d'i-

niziazione,

ma

anche

al noviziato,

bisognava subire prove


diceva Pitagora,

ed esami

rigorosissimi,

poich,

non

ogni legno era adatto per farne un


to,

Mercurio

anzitut-

come

ci

narra Aulo Gelilo


della

(1),

un esame fisionomico
morale
e
delle

che

attestasse

buona disposizione

attitudini intellettuali del candidato (2);

se questo

esame
era

era favorevole e se le informazioni procurate intorno alla

moralit

vita

anteriore

erano

soddisfacenti,

egli

ammesso

senz'altro e gli

era prescritto

un determinato
gli
i

periodo di silenzio (echemythia), che variava, secondo


individui, dai
gli

due

ai

cinque

anni, durante

quali

non
altri,

era lecito che di ascoltare ci che era detto da

senza mai chiedere spiegazioni


questo come

fare

osservazioni. In

nel lungo meditare e


delle passioni

nella pii desideri

rigorosa e
praticata

severa disciplina

e dei

per mezzo

di

prove
il

assai

difficili,

prese dall'iniziazione

egiziana, consisteva

noviziato (parashev). a cui erano

Fozio (Cod. 349),

gh adepti erano

distinti

in
;.

Sebastici, politici,

matematici, Pitagorici, Pitagorei e pitagoristi

e lo stesso scrittore

aggiunge che
rici,
i

discepoli diretti di Pitagora erano


i

chiamati pitago-

discepoli di questi pitagorei e

discepoh

essoterici o novizi

Roeth (II, pag. 455 sg., 756 sg., 823 sg., 966; b 104) deduce che i membri della piccola scuola pitagorica erano chiamati pitagorici e quelli della grande pitagorei ed a rapitagoristi.

Dal che

il

gione, purch

non

si

identifichino questi ultimi con

pitagoristi o

discepoli essoterici,

ma
9.

bens

si

considerino come gh iniziati di pri-

mo

grado.

(1)

Noci. Att.

I,

(2)

OmaiNE

fa

Pitagora inventore della

fisionomica


col

197

appena avevano imparato,


piti
difficili,
i

sottoposti gli acustici. Costoro

lungo tirocinio,
il

le

due cose

cio l'ascol(1)

tare e

tacer e,

erano

ammessi

fra

matematici

allora soltanto

potevano parlare e

domandare, ed

anche

scrivere su ci che avevano udito, esprimendo liberamente la loro opinione.

Nel tempo stesso che imparavano ad


la

accrescere la potenza delle loro facolt psichiche,

loro

sapienza
sta,

si

faceva a grado a grado pi elevata e pi vadeV Essere assoluto,


:

sino a giungere all'intelligenza


neil'

immanente
sofica,

universo

nell'

uomo
l'

chi

arrivava a
filo-

questa che era la pi alta


e che

cima
di

della speculazione
tutto

segnava
il

la fine

insegnamento esoquesta iniziave

terico,

otteneva

titolo
il

corrispondente a

zione epoptica, cio


nerahile
(sehastiks)

titolo

di perfetto (teleos) e di

oppure chiamavasi

per eccellenza

nomo.
L' obbligo essenziale che
quello del silenzio (2)
si

imponeva

agli adepti era

e della segretezza

verso gli

altri,

senza eccezione per parenti o per


sino
i

amici. Tanto che per-

gi iniziati, se avessero lasciato

trapelare qualche

cosa agli estranei, erano espulsi


tenere alla Societ e
confratelli,

considerati

come indegni di apparcome morti dagli altri

che innalzavano ad

essi nell' interno dell' isti-

(Ij

Cos chiamati dalle discipline che professavano,

cio la geo-

tnetria^ la

gnomonica,

la

medicina^

la

musica ed
alle
-

altre d' ordine

superiore, per

mezzo

delle quali si

elevavano

pi sublimi ed

eccelse vette della scienza


LiANO,
(2)

umana

e divina.

Sulla medicina v. E-

Var. Hist. IX, 22.

V. Tauro

pr. Gellio,

L e; Diog. Vili, 10;


I, 2,

Apul. Fior.
p. 8,

II,

15; Clem. Strom. V, 580 A; Ippol. Refut.

14; Giamel.
Vii. auct.

71 sg., 94;
3;

cfr.

21 sg.; Filop.

De

an.

b;

Luciano,

Plut,

De

curios. p. 309.


tuto

198

un

cenoiafio

(1).

la

rimasta famosa e proverbiale


quale
Pitagorici sapevano cu(2).

quindi la fermezza con


stodire
il

segreto su tutto ci che riguardava la scuola

Allo stesso

modo

era

considerato

come morto
al

chi,

pur

avendo dato buone speranze


spirituale, finiva col

di s e della

sua elevatezza
concetto che

mostrarsi

inferiore

aveva

fatto

nascere dalla sua capacit.

Tali casi per,


la lun-

bene notarlo, dovettero essere

assai rari, poich


il

ghezza del tempo di prova che precedeva

passaggio da

un grado a un
impossibili
lusioni.

altro
di

aveva appunto
al

lo

scopo di rendere
e le de-

limitare

minimo gl'inganni

L'essere stato accolto fra


iniziazione

novizi ed anche la ricevuta


alla vita cenobitica.

non obbliga^^a

per nulla

Molti anzi, o per la loro condizione sociale o perch non

sapessero rinunziare

interamente

al

mondo

o per altre

(1)

questo proposito sappiamo da Clemente (^S^row. V, 574 D),


Ipparco, a causa apsegreta
del Maestro

che riferisce una tradizione ben nota, come

punto

dell'

avere

fatto conoscere la

dottrina

con un suo famoso scritto in tre

libri,

del quale ci parlano


(199),
p.
I,

anche
dalla

Diogene

Laerzio

(VITI, lo) e Giamblico

fu cacciato
II,

Scuola. Cfr. Oeigune,


tab,; GiAMBL.
(2)

Cantra Celsurn
Aristocle

III,

142 e
2.

p.

67 Can-

17;

Th. Canterus,

Var. Leet.
p.

V. Plut.

Numa^ 22;

Edseb. pr.

ev.

XI,

3,

1;
sg.,

PSEUDO Liside

pr.

GiAMBL. 75 sg. e Diog. VIII 42; Giambl. 226

246

sg.

(ViLLOisoN, Aneed. II, p. 216); Porf. 58;


in DioG.

un anonimo

pr.

Menagio

VIII, 50.

Cfr.

Platon.,

jS'p.
il

II,

314, l'afferma-

zione di Neante su Empedocle e Filolao, e


scrittore e di Ippoboto (pr.
lia e

racconto dello stesso


il

Giambl. 189 sg.) secondo


i

quale Myl1'

Timycha sopportarono

pi crudeli

tormenti e
il

ultima

si

tagli la lingua, piuttosto

che rivelare a Dionigi


(pr.

vecchio la raaf-

gione dell'astinenza dallo fave. Cos Timeo

Diog. Vili, 54)


dall'

ferma che Empedocle e Platone furono

esclusi
.

insegnamento

pitagorico, perch accusati di logoklopia

mente informavano
bene
i

199

morali e
la

ragioni, continuavano la loro vita ordinaria, che naturalai principii alle

conoscenze

acquisite, diffondendo cos


il

con

pratica e con la parola

cui

l'insegnamento
attivi^

appunto
ci

mirava.

Erano

questi

membri

di cui

parlano alcune testimo-

nianze; gli altri invece, gli speculativi^


nell'Istituto, dove, in

vivevano sempre
tutte le altre

perfetto accordo con

pratiche e leggi dell'Istituto stesso, le quali miravano sopratutto a


far

scomparire

ogni

forma

di

egoismo e

di

orgoglio individuale, era praticata un'assoluta comunione


di beni.
verit

E non

poi cos strano da doversene negare la

(1),

che uomini dati a speculazioni filosofiche e remorali, e che


in

ligiose e a pratiche

vivevano insieme' per


i

uno scopo unico, mettessero


il

comune
e per
la

loro beni, per

vantaggio dell'insegnamento

diffusione delle

loro idee.

Che cosa poteva trattenere i discepoli interni^ non legati pi dai vincoli del mondo, da questa comunione di beni ? E quanto agli esterni, non naturale
pensare che, per
acquistata nel
la virt della

fratellanza

dell'amore
mettesse

comune insegnamento,
le

ciascuno
anzi

spontaneamente tutte
Secondo
lo

sue sostanze,

tutto se

me-

(1)

Zeller

lo

testimonianze

di

Epicuro

(o

Diocle) pr.
fu

Diog.

X, Il

e di TiMKO di
y.

Taurom.

ibid.^

Vili, 10) che

anche,

secondo Fozio (Lex.

v.

Koin) introdurre da Pitagora

la

comu-

nit dei beni fra gli abitanti della


centi.
le

Magna

Grecia

sono

troppo re-

Ma
I,

cfr.

anche

gli

Schol. in Fiat. Phaedr. p. 312 Bekk., e


I,

testimonianze che troviamo in Dioo. VILI, IO; Gell.


2 p.
12; Porf. 20;

9;

Ippol.

Refut.

Giamrl. 30, 72, 168, 257 ecc.

Il

Krische

{l.

e. p.

27) crede che fonte di questa tradizione sia stata

una falsa (?) interpretazione della nota massima le cose degli amici sono comuni ; il che mi pare ben poco fondato, se si pensi che non neppur corto che questa massima appartenesse in modo
particolare ai pitagorici (Aristot.

FAh. Nic. IX,

8,

1168 b

0).

noi sappiamo che


di
i

200

? (1).

desimo a disposizione dei suoi confratelli


Pitagorici

Ed

infatti

usavano
il

particolari segni
(3)

riconoscimento
(4),

(2)

~ come

pentagono
e
la

e lo gnocaratteri-

mone

incisi sulle loro tessere,

forma

stica del saluto (5)

dei quali

dovevano
vicenda

servirsi sia per

conoscersi ed aiutarsi subito a


sia

nei loro bisogni


adepti di

per essere accolti, fuori

di

Crotone, dagli
cos nella
(6).

altre scuole consimili,

numerose

Magna
da quei

Grecia

come La
poli

nella Grecia e nell'Oriente


vita che si
vi

conduceva
in

nell' istituto

disce-

che

rimanevano
le

permanenza

ci

sufficiente-

mente nota per


notizie sparse

narrazioni dei

neo-pitagorici e per le

qua

e l nelle opere dei pi antichi autori.

Tutto era ordinato


sgrediva mai
si
(7);
il

con norme
che
si

precise

che nessuno
si

tra-

intende facilmente, se

pen-

che ognuna

di

esse aveva la sua giustificazione razio-

nale e che, salvo alcune

rigorosamente prescritte, erano

(1)

V. DioD. Siculo Exeerpt. Val. Wess.


GiAMBL. 238.

p.

554; Diog. Vili, 21.

(2)
^3) (4)
(5)

V. gU Sckol,

alle

Nuvole
44.
e.

di

Aristofane 611,

I,

249 Dind.

Krische

l.

e.

p.

Luciano, De Salut.^

5.

(6)

Per questo, e forse per


di

altre analogie

(come quella
15)
si

delle a-

dunanze notturne
da alcuno
biogr.
l'

cui ci parla Diog. VIII,

paragonato

Istituto pitagorico con altre societ segrete dei nostri

tempi. V. su questo

un cenno fuggevole nel Dici, de gnr.^ Firmin-Didot, Paris, 1862, t. 41, col. 243-244: Les
proposito
les

souvenirs de collge formaient sans doute pour


ce lien sacre qu' on a depuis voulu
socit de Roseeroix ou de
(7)

pythagoriciens

assimiler je ne sais quelle

PoBF. 20, 22 sg.

Francs-ma^ons . che cita Nicomaco e Diogene (autore


68
sg.,

d'

un

libro sui prodigi); Giambl.

96

sg.,

165, 256.


e proprio

201

di consiglio,

date pi in forma di redola o

che

di vero

comando (1). Di buon mattino, dopo

Ja

levata del sole,

cenobiti

si

alzavano e passeggiavano per luoghi tranquilli e silenfra templi e boschetti,

ziosi,

senza parlare ad alcuno priloro


si

ma

di

avere ben disposto


il

il

animo con
ad

la

medita-

zione ed

raccoglimento.

Poi

adunavano nei templi


insegnare
(2)

in luoghi simili, ad imparare

poi-

ch ciascuno era e maestro e discepolo

e praticala

vano continuamente particolari esercizi per acquistare


padronanza delle passioni
e
il

dominio dei sensi, svilup-

pando

in

modo

speciale la volont e la
dello

memoria

e le fasi

colt superiori e pi riposte

spirito.

Non
e

trat-

tava peraltro n di mortificazione della


zia forzata ed obbligatoria ai

carne

rinun-

piaceri normali

delia vita,

ne

di altre simili aberrazioni fratesche e conventuali:


si

Pi-

tagora voleva soltanto che ognuno


di assoggettare
sto
il

mettesse in

grado

corpo
nelle

allo

spirito,

per

modo che quemantenuto

fosse

libero
:

sue

operazioni e nel suo svolgiessere

mento mento

interiore

ma

il

corpo doveva
lo

sano e bello, perch in esso


perfetto quant' er
:

spirito avesse
:

uno

stru-

possibile
ali'

onde

gli esercizi

gin-

nastici d' ogni

genere

fatti
all'

aria

aperta,

le prescri-

zioni minuziose intorno

igiene e specialmente ai cibi


i

e alle bevande. In generale

pasti erano

assai

parchi,

(1) Il rispetto alia libert individuale era

una

delle caratteristi-

che, e forse la pi
tale

bella

del

metodo pedagogico pitagoreo. V. su


insti-

metodo F. Cramek, Pythag. quomodo educaverit atque

siuerit (1833).
(2)

Anche questa
i

era una sapiente e razionale disposizione, abi-

tuando

discepoli alla virt attiva.


ridotti al

202

I
puro necessario, eJiminaudo tutto ci che potesse offuscare la serena funzione dello spirito ed aggravare
stomaco. Pane
e

inutiluiente lo

miele

al

mattino, erbe
qualit

cotte e crude, poca carne

e solo di

determinate

ed animali, raramente

il

pesce e pochissimo vino la sera


(1),
il

durantB

il

secondo pasto

quale doveva essere ter-

minato prima del tramonto, ed era preceduto da passeggiate,

non

pili

solitarie,
il

ma

a gruppi di due o tre, e dal


i

bagno. Terminato
alle tavole in

pranzo,
di

commensali, riuniti intorno

numero

dieci o

meno,

si

trattenevano a
il

discorrere piacevolmente, a leggere ci che

pi anzia-

no prescriveva,

di poesia e

di

prosa, e ad ascoltare della


alla
la

buona musica che disponeva gli animi una dolce armonia interiore. Poich
tutte le parti del corpo sono
di vigore,
rale,

gioia e ad

musica,

onde

composte

costante unit

anche un metodo' d'igiene intellettuale e mo-

e per

compieva

suoi effetti

nell'anima perfetta-

(1)

La

tradizione pi diffusa

ci

parla di assoIui;a astinenza dalle

carni, dal vino e dalle fave. Pitagora forse era

un puro vegetaria-

no,
a.

come

ci

attestano Eunosso pr, Porf. 7 ed Onesicreto (sec.

IV
al-

C.) pr. Strab.

XV.

1,

65

p.

716 Gas.

Ma non

possiamo
tutti

affer:

mare che

tale dieta fosse

assolutamente obbhgatoria per


spiegarci

trimenti non

potremmo

come mai alcune testimonianze


quella delle fave pare

parlino di certe qualit di carne rigorosamente proibite. Probabil-

mente P astinenza
fosse prescritta nel

dalle carni e dal vino

modo pi formale
rendere

e categorico) fu

un semplice

uso, derivante dal. bisogno o dal desiderio di manteaer sempre sveglio lo

spirito e di
il

meno

tirannico

pur conservandolo

sano

corpo e

meno

forti le

sue

esigenze.

La

dottrina della
;

trasmigrazione delle anime non entrava

per nulla in tale divieto

poich essa aveva un significato e un valore assai diverso da quello

normalmente

attribuitole,

secondo

la

comune credenza

della sua

derivazione dall' Egitto.

mente
cavano
iiifno,

203

disciplinata di ciascun pitagorico

(1).

Non man-

durante

la

giornata, alcune

semplici ceri-

monie religiose, piii precisamente simboliche, che servivano a mantenere sempre vivo e presente in ognuno il culto ed il rispetto di quell'Essenza da cui emanava e a
cui doveva

tornare
il

secondo

la

dottrina

mistica

del

Maestro

principio animico e sostanziale di

ciascun

individuo umano.
Altre testimonianze
cia,
ci

parlano di astensione dalla cac(3).

dell'uso di
slV

vesti

bianche !2) e di capelli lunghi


del

Quanto

obblUjo

celibato

di cui

parla lo Zeller,
(4),

non

solo

non

dato

da alcuna testimonianza
molte che
ci

ma

contrario anzi a quelle

parlano

di

Teano,
pii
ri-

moglie
figli

di

Pitagora, dalla quale questi avrebbe avuto


alle altre

(5)

ed

ove sono determinate


p.

le

norme

(1)
i2)
cfr.

Cento FANTI, op.

cit.

390.

GiAMBL. 100, 149

che

desunse forse
3 5 sg., 47).

la

notizia da

Nicomaco

RoHDE, Rh, Mas.

XXVI,

Aristosseno, da cui

forse presa

mediatamente
32, 2;

la

notizia contenuta nel lOO,

non
56;

parlava che dei Pitagorici del suo teuipo. V. Apul.


Filostb.
(3)

De Magia e

Apollo??..
l.

I,

Elian(.,

V.

(Iht.

XTI. 32.
Vili,
si

FlLOSTR.

C.

(4) Egli cita

veramente Clem. Strom. IH, 435 C.


di

e Diog.

19

ma
ci
:

nel

primo
i

questi luoghi detto

solo

che

da alcuni

affermava
le

i^he

Pitagorci

si

tenevano lontani dall'amore carna-

che non significa punto che

l'amore stesso

fosse loro

proibito

anche qui probabilmente

si

trattava di

una semplice pracisi

tica liberamente voluta dai pi degli adepti.

Nel secondo luogo


si

tato detto

semplicemente che Pitagora

non

seppe mai che

abbandonasse a pratiche sessuali


(5)
;

Ermesianatte pr. Ateneo XllI, 599 a; Diog. Vili, 42; Porf. GiAMBL. 132, 146, 265; Clem. Paedag. Il, e. 0, p. 204; Strom. I, 309, IV, 522 D.; Plut. Coniug. praec. 31, p. 142 Stob. Eel. I, 302; Fiorii. 74, 32, 53, 55; Fiorii. Monac. 268-270 (Stob.
19
;

Fior. ed. Mein. IV,

289

sg.);

Teodoreto, Semi. 12.


guardo
al

204

I
dedicarsi all'amore

tempo pi opportuno per

e contrario poi

ci che pii importante


il

(1);

allo spirito

della dottrina del filosofo, per


cra,

quale

la

famiglia era sa-

doveri ad essa inerenti erano indicati con molta

precisione ed accuratezza, massime nell'insegnamento fatto


alle

donne. Anche

il

celibato
pii

insomma non

dovette essere
i

che una pratica dei

ferventi discepoli,

quali,

dediti

interamente

alle

speculazioni filosofiche ed agli studi, crenei


vincoli di famiglia

dettero forse di trovare

un

osta-

colo alla libert dei loro studi e delle loro meditazioni.

6.

Queste, in breve

le

notizie che

ci

restano della

storia esterna dell' Istituto e del suo

ordinamento interno.

Per quello che riguarda


biamo dunque veduto
essere

in particolare l'insegnamento, ab-

che

esso

era

duplice

e che per

ammessi a quello chiuso o segreto era necessario


le

aver dimostrato, con lunghi anni di prova, di esserne degni e di avere tutte
attitudini

necessarie a riceverlo.

Chi non dava


l'

tali

garanzie poteva usufruire soltanto delo

insegnamento

esoterico

comune, privo

di

ogni sim-

bolismo e alla portata di


morale.
rici

tutti, di

carattere essenzialmente
i

Abbiamo anche accennato che


iniziati

discepoli esotepii

erano
di
il

gradatamente a forme sempre

ele-

vate
sotto

conoscenze

teoriche

pratiche

il

nascoste
facili

velo di particolari
e

formule
le

simboliche,

da

ricordare

schematiche,

quali avevano

vantaggio
il

che, conosciute dai

profani,

non rivelavano
(2).

per nulla

loro senso riposto e metaforico

Con

ci si voleva evi-

(1)

DioG. vili, 9.

(2) L'

Arte Mnemonica

di

Eaimondo Lullo
di

(sec.

XIII-XIV), uno
Fiore, di Cor-

dei precursori del

Beuno

maestro

Gioacchino

da.


tare
il

205

pericolo che conoscenze d'ordine superiore fossero

date in balia a

menti inette
le

comprenderle,
poi

le

quali,

appunto per questo,

divulgassero

con

restrizioni,

limitazioni e imperfezioni derivanti dalla loro intelligenza

inadeguata e cos nascesse

il

discredito e

il

ridicolo sulle
Il

dottrine fondamentali e su tutto


terio usato neir impartirle era

l'insegnamento.

cri-

dunque che
criterio

non

si

do-

vesse dir tutto a tutti

e tale

vana

aristocratico

nel senso pi ampio e pi bello della parola

del

pro-

porzionare

le

conoscenze

alla capacit

individuale,

non

pu certo reputarsi
di

illogico o
:

segno

di

superbia e

orgoglio

intellettuale

anzitutto

accaduto in ogni

tempo che dottrine intrinsecamente buone abbiano via via


perduto, col troppo diffondersi, gran parte della loro perfezione

primitiva

ed

abbiano

finito

con V andare sog-

gette ad ogni sorta di travestimenti e di inquinamenti od

anche col perdere


pur conservando
mali di esso
;

affatto

il

loro

contenuto
i

sostanziale,

le

manifestazioni esterne e

segni forchiesto
e

in secondo luogo

non essendo mai

all'individuo pi di quello che le sue facolt


le

naturali

sue conoscenze effettive potessero comportare, e


stesse

lo svol-

gimento delle facolt

procedendo

secondo

quella

progressione che la natura pone nell' esplicarle e secondo


i

gradi della superiorit

loro nell' ordinata

ed

armonica

conformazione della persona umana, non veniva ad essere turbato in


s

nessun momento quell' equilibrio, nel quale


le varie

conteniperano in armonia perfetta


per
l'

attitudini di

ciascuno, e ne nasceva

individuo

stesso

una pace non dava

indisturbata e una fiducia in se medesimo, che

NELio Agrippa, del Paracelso ecc., ebbe lo stesso carattere di una.

simbolica universale,

intelligibile ai

soli iniziaci.


mai luogo
allo

206

allo

scoraggiamento e

sconforto. Tutta la

vita era quindi

sottoposta alla legge


e delle

d'un' educazione

si-

stematica e c(mtiuua,

attitudini

individuali facequelli

vano uno studio diligente, coscienzioso ed incessante


che erano
piti

in alto nell' ascesa verso la perfezione.

Nei rapporti degli adepti


ni era legge

fra loro e

con

gli

altri

uomi-

suprema

l'

amore, e

questo

infatti

regnava
desi-

sovrano tra quelle anime, avide soltanto


derose di attuare quant' possibile in
l'ideale di giustizia

di

ben e

questa vita quelsecoli, la

che
i

attraverso

perenne

aspirazione di tutti

buoni. Nella scuola e nell' insegna-

mento invece era


principio razionale

il

principio autoritario che prevaleva


e

giusto

quando corrisponda a una


sia

vera gradazione

di

merito e di valore individuale, e per

nulla insopportabile,
vivificato dall'

quando l'insegnamento

animato

amore reciproco

fra discepoli e maestri,


illimitata.

e quelli abbiano in questi fiducia e stima


si

Chi

avvia per

la

stiada del sapere e vuole arrivare all'ac-

quisto di

un

qualsiasi sistema di

conoscenze

ha sempre

nozione imperfetta e inadeguata delle verit che impara,


finche

non
;

sia giunto a

comprenderne per intero


stesse,

l'ordine

necessario

le verit

imparate che siano, non


il

sono mai

sufficienti

a costituire

sapere,

se

non

vi si

unisca l'esperienza positiva della

loro realt.

Ma

poich
es-

non

tutte le nozioni,

come

si

gi detto,
ci

potevano
di

sere intese da tutti pienamente e

non

meno

era

necessaria

la

loro conoscenza, anteriore a quella delle lo-

ro ragioni intrinseche ed ideali,

non era possibile

l'inse-

gnamento
lato,

di

esse senza

il

principio d'autorit.

d'altro

non potendo questa medesima


la

autorit essere tolle-

rata a lungo dai discepoli, se alla

simpatia non

si

fosse

accompagnata anche

persuasione,

nata dal

riconosci-

207

mento sperimentale
era giustissimo
teorico ed
volentieri
il

di altre

verit

prima soltanto apprese,


adepti

il

priocipio di coordinare l'insegnamento

pratico.

Oud'

che

gli

accettavano
iniziati

senza

discutere le dottrine che gli

superiori insegnavano in forma di precetti brevi, semplici,

facili,

simbolici, sa perch erano rafforzate dall'auto-

rit

suprema

del Maestro da cui

derivavano, sia
il

perch

gradatamente era anche insegnato a ciascuno

metodo
la

per verificarle praticamente da se medesimo. Uipse dixit


era pertanto,

come

dice benissimo

il

Centofanti

(1),

parola dell'autorit razionale verso la classe

non ancora
poi

condizionata alla visione delle verit pi alte e non partecipante al

sacramento
Pitagora

della

Societ ,

mentre
la

il

vedere in

?>7/r>

valeva appunto

meritata ini-

ziazione all'arcano della Societ e della scienza .

7.

Resterebbe ora da

dire in

che cosa

consisteva

l'insegnamento impartito con un


prudente, quale era
la

metodo

cos rigoroso e

nuova parola
ed

che Pitagora port

fra quelle popolazioni, cos piena di fascino

da persuadere
cuori,

tante nobili intelligenze

ammaliare

tanti

e a

quale spirito era informato un. sistema educativo, che non


solo sui giovani,

ma

anche sugli uomini aveva tanto po-

tere da trasformarne la natura morale e tutta la costitu-

zione psichica.

Ma

poich questa esposizione della dottri-

na pitagorica

gi stata fatta

da molti

(2),
il

basti qui

il

dire che esa, riprendendo ed ampliando

pensiero

reli-

(1)
(2)

Op. cit. p 405. Puoi vederla esposta assai


;

bone nei

citati

lavori del Cento-

fanti e dello ScHUR


il

per quanto a quost' ultimo manchi in parte

necessario corredo di prove e di testimonianze.


coordinava
le

208

in

gioso che la tradizioDe leggendaria personific


ispirazioni

Orfeo,

un sistema vasto e compiuto, e che, essendo fondata su un sapere sperimentale e accompagnata da un ordinamento razionale di tutta la vita, mirava a perfezionare gli individui, non solo con
orfiche
in

l'approfondirne e l'estenderne

le

conoscenze teoriche,

ma
ot-

anche essenzialmente
la ricchezza

con

l'accrescerne a grado a grado

delle

forze interiori,

per lo sviluppo
(1)

tenuto con lunghe e pazienti pratiche

delle

facolt

latenti del riposto ego divino, principio sostanziale di ogni


attivit dell*

uomo.

(1)

Erano pratiche magiche che


per
profani,
limiti
di
si

si

usavano del resto


se
;

in tutte le

scuole mistiche e che non


solo
i

eccedevano,

scenza anche superficiale

non apparentemente e della natura e chi abbia una conoquesti studi sa bene che la magia non
acquistava con cognizioni ed esercizi
sull'
;

era altro che un'arte, che


particolari e s.egreti.

Per
8,

le

testimonianze

uso

di

queste pra23
sgg.,

tiche V. Plut.
sg.;

Numa
. Cfr.

Apul. De Magia 3l
142, dove
s

Porf.

34

GiAMBL.

36, 60 sgg.,

parla
I,

di 2,

antichi scrittori

degni di fede
ev.

anche Ippol. Refut.

p.

10

Euseb. pr.

X,

3,

Aristot. p. Eliano II, 26 e lY, 17 ecc.

NDICE DEL VOLUME

Prefazione
Introduzione

........
:

'ag

VII
1

Capitolo peimo

Inizii
:

leggendarii e storici
i

secondo
TERZO
:

Quinto Ennio e

suoi tempi

21

Sette e scuole pitagoriciie in Rojna nel

I secolo a.

C
le

>>

45

QUARTO

Pitagora e

sue dottrine negli scrita.

tori latini del

primo secolo
il

C.

69
ivi

Lucrezio e II. Frammenti


I.
.

poema

Delia

Natura

,
.

della dottrina di Pitagora de-

sunti dalle opere di


III.

M. Terenzio Varrone

91

Appio Claudio Pulcro


Scipionis

Somnium

IV.

Mimi Q.

Marone
V.

di

........
Orazio Fiacco
P. Virgilio
le

....
Cicerone e
il

107

123

Pitagora e
,

sue dottrine nella

poesia

Ovidio

149

Appendici

Eitphorhos II. Sodalizio


I.

Il

pitagorico di Crotone

...
. . .

163
181

ERRATA-CORRIGE
tg.
->

rigsi 2

pytagoreum
Turis
fatto

pythagoreum
Turio
fatta
e persino

8
15 16

ultima
!3

>
*

14

persino

26
34

27

permaneant
stituiti

permanont
istituti

34
16-21

40

Queste 6 righe sono rimaste inter


nel testo, mentre andavano in
pie di pagina
i

44
47

ist

isti

10
15

per
intellegibili

fra
intelligibili

53

ultima
19

Geory.
ferun
prae vista

Georg.
ferunt

61

22
26
27
18

praevisa

63

aequo
ilUis

aeque
illis

65
66

maior
Mullach
Leipzg
(Centra
V.

maiore
Mullach
Leipzig
(

32
ultima

(v.

67 70
72

3?
7

Centra

a poco

a poco a poco
senz'altro

senza altro

21^
G5

Gianola, Alberto La fort-una de Pitagora presso i Romani dalle origini fino al tempo di Augusto

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