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MODULO A

NICOSIA – Etimologie neogreche


Nicosia in “Etimologie neogreche” spiega le origini di 3 diversi termini neogreci:
1) καρακάξα  (Gazza) Il termine si riconduce a “κίσσα”, che è il nome antico del medesimo uccello, la gazza. Politis sostiene che il termine derivi dal turco
“karga” che significa “corvo”; Gheorgakàs invece propone una derivazione da “κορακάκισσα” composto di κοράκα (corvo) + κίσσα (gazza), perché in effetti
questo uccello appartiene alla famiglia dei Corvidi; Andriotis riconduce il termine al composto καρά + κίσσα (gazza), in cui καρά potrebbe essere derivato dal
turco “kara”, che vuol dire “nero” oppure “grande”. Voci simili al neogreco καρακάξα esistono anche in alcune lingue balcaniche e soprattutto nei dialetti italiani
meridionali, come il siciliano “carcarazza” che indica proprio la gazza.
2) παπαρδέλα  (Utilizzato soprattutto al plurale con il significato di “Chiacchiere”) La teoria più accreditata riguardo l’origine di questo termine è l’esistenza
del termine italiano “pappardella”, proposta da Giuseppe Spadaro. “Pappardella” viene dall’italiano comune e significa “fettuccine di pasta fresca” o anche in
senso figurato “discorso o scritto prolisso e confuso” che è appunto il significato che il termine ha nel neogreco. Questo senso figurato risale al 1892, utilizzato
da uno scrittore genovese. È infatti nel lessico genovese che “pappardella” presenta questo significato figurato di discorso prolisso e confuso.
3) κοτρώνι  (Pietra) È un termine che in greco non ha dato vita a nessun derivato. Kukulès lo fa derivare da “κροτέω” che significa “rumoreggiare,
crepitare”. Tale etimologia deriva da una antica tradizione degli apicultori che per richiamare le api nelle arnie sbattevano due pietre l’una contro l’altra, quindi
c’è stato uno slittamento di significato da “rumore” a “pietra”. Voci molto simili si ritrovano nel dialetto calabrese “cutrignu” che significa “duro come pietra”, in
quello abruzzese e in quello siciliano “ncutrunutu” che significa “indurire, indurito”.

GIAKUMAKI – Della sorte di alcuni prestiti italiani in neogreco


La prima (1095) e la quarta crociata (1198) furono i due più importanti momenti di contatto tra l’Impero Bizantino e Venezia (che rappresenta la lingua
italiana). Conseguenza di questi contatti, non solo per le campagne militari legate alle crociate ma anche per i vari trattati commerciali, fu un grande scambio di
parole tra le due civiltà: in veneziano vennero importate 278 parole greche; in greco invece le parole importate dal veneziano sono molte di più. Le parole
veneziane in greco assumono significati dispregiativi e volgari; questo uso si riscontra soprattutto nei dialetti contadini e nel gergo dei centri urbani marginali
dell’Eptaneso, Dodecaneso, Creta e Cicladi (luoghi in cui più di tutti fiorì l’attività letteraria).
Giakumaki scopre che:
-Quando l’accezione dispregiativa del prestito è più usata in un dialetto rispetto al greco comune, allora è molto probabile che questa accezione si sia
sviluppata nell’ambito del dialetto.
-Quando oltre al prestito iniziale esistono anche suoi derivati con accezione dispregiativa, è probabile che la parola si straniera e che l’accezione si sia
sviluppata in un dialetto (es. αμόρε)
-Quando in una determinata zona si riscontra una tendenza sociale alla burla, aumenta il numero di prestiti che acquisiscono un significato dispregiativo. (es.
παρλάρω)
Alcuni esempi di questi termini sono:
1) αμόρε  (it. Amore) era presente in greco medievale col significato colto di “amore”. In greco moderno è solo dialettale e indica “amore clandestino”,
“amante” nelle Cicladi e nel linguaggio familiare. “αμόρε” ha diversi derivati, fatto indicativo che sia una parola straniera, come αμορόζος e αμουρίζω che
significano rispettivamente “amante” e “avere un’amante”.
2) παρλάρω  (it. Parlare) significa “parlare a vuoto”, “dire stupidaggini”. L’accezione dispregiativa è tipica dell’Eptaneso e nasce tenendo in mente i
signorotti veneziani che erano venuti nell’Eptaneso, che ben presto cadde sotto il dominio di Venezia. La parola ha diversi derivati come παλιάτσος (it.
Pagliaccio) e πριμαντόνα (it. Prima donna) che significano rispettivamente “persona ridicola” e “donna di dubbia moralità”.
3) μόρτης  esempio di prestito dall’italiano che venne usata nel gergo urbano per deridere gli emarginati e le classi più povere. Il termine infatti ha diversi
significati “vagabondo”, “bullo”, “mascalzone” e riferito al femminile anche “maschiaccio”. L’accezione dispregiativa è particolarmente evidente in espressioni
come μόρτικα φερσίματα “atteggiamenti da bullo”.

PAPATHEU – L’universo dei derelitti / Diaspore e dibattiti linguistici


In Grecia a metà del ‘700 nacque la “Questione Linguistica”, cioè una lunga disputa su quale dovesse essere la lingua ufficiale in Grecia tra la demotica (la
lingua parlata dal popolo, diretta continuazione della Κοινή greca, lingua comune parlata da tutti) e la katharèvousa (la lingua scritta ufficiale dello stato vista
però solo come lingua del potere e dell’autorevolezza, una forma artificiale, purificata del greco, che conteneva elementi del greco antico).
Le basi della questione risalgono però a molto tempo prima.
• Il greco antico era formato da vari dialetti ed è solo nel periodo ellenistico (IV secolo a.C.) che nasce la cosiddetta Κοινή greca, una lingua comune,
parlata da coloro che facevano parte del grande impero di Alessandro Magno, punto di partenza per la lingua greca moderna. La Κοινή veniva usata sia nel
parlato sia nello scritto, ma non mancavano coloro che condannarono questa lingua comune e continuarono ad utilizzare il greco antico, considerato la
lingua per eccellenza: si tratta soprattutto di uomini dotti.
• Nel I secolo cristiano le leggi iniziano ad essere redatte in greco comune nell’Impero Bizantino, invece che in latino (lingua ufficiale dell’Impero).
• Nell’età bizantina (IV secolo – XV secolo d.C.) si ha una situazione di diglossia: da una parte i dotti continuano ad utilizzare il greco antico e dall’altra
molti più testi rivolti al popolo, come le omelie, vengono scritti nella koinè demotica.
• Questo doppio uso della lingua continua anche nei secoli XI e XII d.C., durante i quali la koinè viene anche usata per scrivere testi letterari, in modo da
raggiungere ogni strato della popolazione, in aperto contrasto con il volere delle dinastie regnanti dei Comneni e dei Paleloghi che rimangono ancora legati al
greco antico.
• Nel ‘500, l’umanista greco Sofianòs fu il primo ad avvertire questo scisma linguistico: egli sosteneva l’uso della lingua comune capita da tutti, infatti la sua
idea era quella che bisognasse educare il popolo greco rendendo comprensibili i classici, volgarizzandoli nella nuova lingua contemporanea, seguendo
l’esempio di altre nazioni europee. Sofianòs operò per molto tempo in Italia, prima a Roma e poi a Venezia.
In Italia scrisse assieme a Ricchi una commedia intitolata “I tre tiranni”. Questi tre tiranni sarebbero Amore, Fortuna e Oro, che durante la commedia fanno
innamorare tre giovani della stessa ragazza. La vicenda alla fine si conclude con 3 sposalizi. Si trattava di una commedia nuova infatti Vellutello, nella sua
introduzione, evidenzia il fatto che la commedia non solo infrange le unità di spazio e di tempo ma è caratterizzata dall’uso di una lingua quotidiana.
L’opera era anche innovativa perché era la prima scritta in endecasillabi piani (stile prosaico) e composta per una compagnia comica espressamente
assoldata. Dell’opera circolavano 2 varianti: una versione manoscritta (destinata al governatore d’Ungheria) e una versione a stampa, che si differenziavano
per l’uso di una lingua diversa, infatti nella versione a stampa il protagonista parla spagnolo, nel manoscritto parla il greco parlato. Sofianòs inoltre nella
commedia compone in grechesco, il dialetto greco veneziano, usato a fini comici per schernire la lingua dei greci che vivevano a Venezia.
Sofianòs, trasferitosi poi a Venezia, scrive lì la prima grammatica della lingua Κοινή greca, una grammatica tripartita che includeva la morfologia, l’ortografia e
la sintassi. Si tratta di quella che viene considerata la prima grammatica di greco moderno, nata dalla necessità che Sofianòs avverte di rendere molto più
organizzata la lingua parlata dal popolo.
• In Italia tra ‘400 e ‘500 si diffonde l’Umanesimo, caratterizzato dalla riscoperta dei classici. Nello stesso periodo il paese accoglie da una parte tantissimi
umanisti e studiosi greci (come appunto Sofianòs) che vogliono riscoprire i classici greci, e dall’altra uomini più umili come artigiani, braccianti e addirittura
schiavi. La migrazione dalla Grecia (a causa della perdita del Peloponneso veneziano e di Cipro) avviene soprattutto verso Venezia, città più aperta verso
l’Oriente e importante centro di stampa di libri greci.
• La questione della lingua si anima però a metà del ‘700, quando in Europa si diffonde l’Illuminismo e quindi si sente l’urgenza di trasporre e tradurre in
greco le grandi idee dell’Europa illuminista, un’Europa rivoluzionaria sotto vari punti di vista (scienza, medicina, fisica, astronomia). In molti, letterati e
editori, cercano di favorire la circolazione dei lumi occidentali in tutta la Grecia in modo che tutti potessero usufruirne. Contemporaneamente è forte il
desiderio di diffondere la cultura greca nel resto d’Europa. Prezioso aiuto venne dato dalla famiglia Zosimàs, famiglia di benefattori che, trasferitosi a
Livorno, si occupano della diffusione della cultura greca grazie alla creazione di diversi centri di cultura ellenica e alla stampa di opere greche, ma non
solo, infatti investono il loro denaro nella creazione di biblioteche, orfanotrofi, scuole. Livorno, come Venezia, era stata la destinazione della migrazione di
greci che arrivano a migliaia e danno vita nella città ad una vera e propria comunità greca. I greci a Livorno vivevano bene, essendo la città sotto il controllo di
Cosimo De’ Medici, che tollerava la presenza dei greci, che intanto divennero imprenditori di successo e promuoveva la cultura e le arti.
• Altri centri di diffusione della cultura greca importanti in Europa furono Lipsia e Vienna, nelle quali nacquero diverse tipografie che si occuparono di
stampare libri in lingua greca. Particolarmente importante fu Vienna, il centro editoriale per il libro greco più importante. Vienna, rispetto a Venezia che era
cattolica, permette infatti maggiore libertà di stampa.
• In questo contesto, quindi verso la metà del ‘700, nasce la “Questione Linguistica”. Sono due le fazioni principali: una proponeva l’uso del greco antico o di
una lingua arcaica che ricordasse il dialetto attico per diffondere la cultura in Grecia (Vùlgaris sostenuto da Theotokis. Inizialmente Theotokis sostiene
Misiodax, scrivendo i prologhi e le opere di argomento più specializzato in greco antico e le opere rivolte al popolo come le prediche nella lingua parlata.
Successivamente Theotokis appoggia Vùlgaris, sostenendo di non voler scrivere nella lingua che veniva usata dalla gente al mercato) e l’altra proponeva l’uso
della lingua comune, più chiara e capita da tutti i greci (Misiodax sostenuto da Katartzis – sostiene l’insegnamento della lingua comune parlata da tutti invece
che di quella dotta e arcaica -, Christopoulos – sostiene che nella lingua parlata convivano elementi del greco antico e che quindi abbia la stessa dignità della
lingua sostenuta dagli arcaisti - , Rigas Valestinlis – sostiene l’uso di una lingua capita da tutti).
Fra queste due posizioni si pone Adamantios Koraìs, sostenitore della lingua parlata, ma che propone una via di mezzo tra due soluzioni estreme, quelle
dell’eccessivo arcaismo e della volgarizzazione estrema della lingua: propone per la diffusione dei lumi occidentali in Grecia una lingua “abbellita” da termini
del greco antico ma epurata da elementi linguistici che si erano corrotti con le dominazioni straniere, cioè la cosiddetta καθαρεύουσα γλῶσσα. Alcuni
sostennero la posizione di Koraìs, come Koumas (sostiene l’uso di una lingua comune capita da tutti per diffondere la cultura, perché non può esistere una
nazione senza una lingua compresa da tutto il popolo), e altri invece gli andarono contro, come Kodrikàs, Doukas (convinto che la lingua del popolo non fosse
adatta e che invece fosse necessario insegnare l’antico dialetto attico sin dalla giovane età), e Kommitàs, amico di Doukas, che chiama la lingua del popolo
“barbara e incolta”.
La posizione che prevale è quella di Koraìs, cioè l’uso della καθαρεύουσα ma alla fine dell’800 il dibattito si inasprisce nuovamente infatti la καθαρεύουσα
diventa la lingua del potere e dell’autorevolezza, mentre la demotica viene considerata la lingua dei ceti più bassi e delle dominazioni straniere e quindi una
lingua incolta. Il dibattito riprende con rinnovato vigore: da una parte i sostenitori di una lingua arcaica con a capo Kontos e dall’altra i sostenitori della
demotica, la lingua del popolo, con a capo Psycharis e chiamati “demoticisti”. A Psycharis è anche attribuito il primo vero e proprio romanzo scritto in
δημοτική nel 1888, si tratta de “Il mio viaggio”.
Alla fine nel 1911 il Parlamento promulga nella nuova Costituzione di Grecia una legge per cui la katharèvusa diviene lingua ufficiale di Stato, fino al 1974,
quando invece è il demotico a diventare lingua nazionale.

ROTOLO – Interesse del neogreco per gli studi classici


Sulla pronuncia del greco antico ci sono state due posizioni:
- Pronuncia bizantina o orientale  Secondo questa posizione il greco antico va letto come il greco moderno (η letta come “ita”).
- Pronuncia erasmiana  Secondo questa posizione proposta da Erasmo da Rotterdam nel ‘500 il greco antico va letto diversamente dal greco moderno (η
letta come “eta”). Questo tipo di pronuncia si sviluppa in Occidente e segna una rottura nel concetto della continuità della grecità.
Nell’800 poi, con la Guerra d’indipendenza greca, l’attenzione di dotti e persone colte si volse verso la Grecia. Le rotte del Mediterraneo orientale non vennero
più percorse solo da mercanti e avventurieri, ma anche da studiosi e uomini di cultura. I visitatori riconoscono però che il greco si è corrotto a causa
dell’influsso di lingue straniere come turco, italiano e albanese. Così, per cercare di trovare una soluzione a questa grecità corrotta, si pensò di poter risolvere
il problema ritornando alla lingua attica, ignorando completamente l’evoluzione che aveva subito la lingua greca.
Alla fine del ‘900 però le posizioni sono migliorate notevolmente e si è iniziato a parlare di una continuità della grecità. Considerare la grecità come continua
da Omero ai giorni nostri offre due vantaggi: 1) di carattere linguistico, perché ci permette di avere chiara l’evoluzione della lingua greca e di interpretare e
ricostruire il lessico del greco ellenistico; 2) di carattere culturale, perché ci permette di capire da dove provengono tutte quelle tradizioni popolari ancora
presenti nella società moderna.
Per questo è importante studiare la grecità come un continuum, considerando non solo il greco antico ma anche il neogreco.
Studiare il neogreco ha diversi vantaggi:
-permette agli studiosi di individuare con sicurezza le diverse trasformazioni della lingua greca;
-permette di capire il significato di molte parole di greco antico;
-spiega la continuità delle tradizioni popolari dall’antichità all’età contemporanea (come il rito pagano degli Anestenaria: danza sui carboni ardenti in onore di
S. Costantino e S. Elena, tutt’oggi in uso; oppure le danze popolari, connesse al culto e all’occasione, cicliche come in passato; ancora il canto “chelidònisma”,
un canto che annunciava l’arrivo della primavera fatto da ragazzi).
Il più importante tra i filologi greci fu Adamanzio Koraìs: egli sosteneva la necessità, dal punto di vista linguistico, di tenere conto del neogreco per capire gli
autori antichi. Fondamentale per lui era comparare sempre la lingua antica alla moderna, infatti si può dire che il greco moderno continua il greco antico e lo
spiega meglio.
Rotolo con il suo saggio vuole quindi spiegare che lo studio del neogreco è una necessità che è stata avvertita in tutta Europa nei secoli passati, infatti furono
diversi gli studiosi che sostenevano l’importanza del neogreco per capire anche il greco antico, come Martin Crusius che fu il primo.

ROTOLO - L’insegnamento del neogreco nelle scuole italiane


Per Rotolo è importante che, soprattutto gli studenti delle regioni italiane meridionali, apprendano il Greco moderno a scuola proprio perché Calabria, Puglia,
Sicilia facevano parte della Magna Grecia e tutti i meridionali sono portatori di una cultura ellenizzante. L’introduzione del neogreco in alcune scuole d’Italia
sarebbe in linea con la nuova realtà politica che tende ad unire fra di loro i paesi membri della Comunità Europea. Apprendere il neogreco aprirebbe anche
diversi sbocchi professionali per futuri traduttori e interpreti. In Italia ci si limita a studiare il greco antico e questo vuol dire ignorare la successiva evoluzione
della civiltà greca e fermarsi all’antichità. Quello che manca, quindi, è una visione dell’esperienza greca come un continuum ininterrotto dall’antichità ad oggi.
Importante anche notare che il neogreco è utile visto in funzione del greco antico, per capirne il lessico e le varie trasformazioni grammaticali; ma non solo,
anche per leggere i testi antichi con una prospettiva diversa, non quella del greco come lingua morta, ma viva e attuale. Il neogreco è anche fondamentale per
ricostruire antiche usanze e tradizioni, per comparare costumi, riti, feste, credenze della Grecia moderna (e anche dell’Italia meridionale) con quelli del mondo
greco antico.