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UNIVERSITA’ TELEMATICA GUGLIELMO MARCONI

STORIA ROMANA
ROMA NELLE RECENTI SCOPERTE DI ANDREA CARANDINI

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Indice

1. L’origine DI ROMA ........................................................................................... 4


1.1 LE ORIGINI DI ROMA: STORICI E ARCHEOLOGI A CONFRONTO ..............................................5
1.2 LA SINDROME OCCIDENTALE ......................................................................................6
1.3 ROMA PRIMA DI ROMA .............................................................................................7
1.4 I LUOGHI DELLE IMPRESE ROMULEE ..............................................................................8
2. IL FORO ......................................................................................................... 10
2.1 LA PRIMA DOMUS REGIA ......................................................................................... 11
2.2 LA SECONDA DOMUS REGIA ..................................................................................... 11
2.3 LA CAPANNA DELLE VESTALI .................................................................................... 12
2.4 ALCUNI PUNTI FERMI NELLA DATAZIONE ...................................................................... 13
2.5 I TEMPLI SUL CAMPIDOGLIO .................................................................................... 14
3. ROMOLO DALLA LEGGENDA ALLE IMPRESE STORICHE................................. 16
3.1 REMO E ROMOLO: LA LEGGENDA ............................................................................... 16
3.2 REMO E ROMOLO: L’ICONOGRAFIA ............................................................................ 17
3.3 LA PRIMA IMPRESA DI ROMOLO: LA CERIMONIA SULL’AVENTINO ......................................... 19
3.4 IL CALENDARIO .................................................................................................... 20
3.5 LA DOPPIA INAUGURAZIONE SUL PALATINO .................................................................. 21
3.6 IL SOLCO PRIMIGENIO............................................................................................ 22
3.7 LE RISPOSTE DELL’ARCHEOLOGIA .............................................................................. 23
3.8 L’ORGANIZZAZIONE DEL TEMPO: IL CALENDARIO ............................................................ 24
3.9 L’ORGANIZZAZIONE DEL SUOLO E DEGLI UOMINI ............................................................ 25
3.10 LE PRIME GUERRE ............................................................................................... 26
3.11 BREVE QUADRO CONCLUSIVO ................................................................................. 28

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1. L’origine di Roma

Andrea Carandini, nato a Roma nel 1937, è uno degli archeologi italiani che più hanno
contribuito a portare alla luce le origini di Roma.
Allievo di Ranuccio Bianchi Bandinelli, è Attualmente titolare della cattedra di Archeologia
classica all'Università La Sapienza di Roma.
La sua scoperta più rilevante, a Roma, è quella condotta sotto le mura del Palatino, dove a
seguito di venti anni di scavi, ha potuto collocare la nascita di Roma romulea nel VIII
secolo a.C..
Attraverso una ricostruzione accurata della stratigrafia della Roma arcaica e dei reperti
archeologici ritrovati, Carandini ha offerto una rilettura delle prime fasi della vita della
città di Roma, rivelatesi vicine ai racconti mitologici tradizionali sulla fondazione, e delle
vicende dell'età regia.
A lui si deve la diffusione in Italia della tecnica dello scavo stratigrafico che ha condotto
anche alla ricostruzione storica del sistema di produzione agricolo e artigianale dell'Italia
romana.

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Andrea Carandini, nelle pagine di apertura del suo Roma. Il primo giorno, chiarisce in
primo luogo il punto di vista peculiare dell’archeologo, il quale, privilegiando la cultura
materiale, individua nella realtà urbana di Roma “una fantasmagorica compresenza di
fasi”: uno spazio circoscritto capace di conservare gli strati e gli edifici nel loro sviluppo
storico, fermandoli in “un solo tempo senza tempo”, in una sorta, cioè, di contemporaneità
artificiale.
L’eccezionale durata e vitalità della sua storia, infatti, fanno di Roma un caso unico di
memoria accumulata, nelle sue molteplici stratificazioni, tanto che Sigmund Freud se ne
vale come termine di paragone efficace per esemplificare la conservazione del passato
nella vita psichica.
Poiché la ricostruzione storica è opera plurale e complessa, problematica e mai definitiva, il
metodo archeologico, pur muovendo “da costruzioni e cose”, sfrutta largamente la più
ampia varietà di fonti, comprese quelle letterarie. Esso permette di passare dallo studio e
dall’osservazione della stratificazione – gli oggetti superstiti, risparmiati dalle vicende
storiche – alla costruzione della stratigrafia, la “sequenza di azioni, attività ed eventi
ordinati nel tempo e penetrati dall’intelligenza umana”.

1.1 Le origini di Roma: storici e archeologi a confronto


La città-stato di Roma nasce fra il 775 e il 675 a. C., l’epoca tradizionalmente
corrispondente ai regni di tre reges-augures, flamines o pontifices: il latino Romolo, Tito
Tazio e Numa Pompilio, entrambi sabini; e si sviluppa inizialmente “in una placenta
sacrale”, in cui si fondono, in un unicum indistinto, la religione, la morale e la politica.
Gli storici contemporanei concordano per lo più sul fatto che la nascita della città-stato non
sia il frutto di una vera fondazione (Roma condita), ma piuttosto il risultato di un sinecismo
realizzatosi progressivamente e compiuto non prima della seconda metà del VII secolo, in
coincidenza con i regni di Anco Marcio e Tarquinio Prisco; e che l’umiltà delle sue origini,
anonime e collettive, sia stata oscurata in epoche successive, in favore della “leggenda di
Roma”, trasmessaci in molteplici versioni dalle fonti letterarie (Cicerone, Livio, Dionigi di
Alicarnasso e Plutarco, accanto a Varrone e a Verrio Flacco): una falsificazione a posteriori
prodotta allo scopo di dotare Roma, la nuova potenza in inarrestabile ascesa, di un
passato glorioso all’altezza del suo ruolo nella storia universale; ed ecco dunque la saga

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della sua fondazione, inventata nel solco del gran numero di ktiseis (fondazioni) - ktistai
(fondatori) della civiltà ellenica che, col loro alone mitico ed eroico, davano lustro e
notorietà alle maggiori città greche.
Gli archeologi, impegnati da vent’anni nello scavo della città tra il Palatino e il Foro, sono
invece convinti che la città sia sorta per iniziativa di un’autorità centrale, “il primo rex-
augur chiamato Romulus”; e trovano nella topografia e nella stratigrafia un riscontro
puntuale agli avvenimenti cruciali narrati dai miti delle origini, “di Remo, Romolo e Tito
Tazio”.

1.2 La sindrome occidentale


La fondazione di Roma risale probabilmente al periodo 775-750 a. C., a partire dal quale
nel Mediterraneo occidentale e successivamente in quello orientale sono nate le città-stato
rette da regimi costituzionali: esse sono state i gangli vitali della civiltà greco-romana fino
alla decadenza del V-VI secolo d. C. Intorno al 1000, la loro rinascita fa sì che si ripristini il
loro ruolo chiave e che, in una singolare continuità, esse divengano l’ossatura principale
dei moderni Stati europei, “per non decadere mai più”. Rappresentano infatti,
contrariamente alle più antiche capitali dei regimi minoici e micenei, sedi di un potere
dispotico, e all’assolutismo monarchico orientale, che ha nel palazzo del despota e nella
corte regia gli emblemi del potere statale, la radice dell’assetto costituzionale tipico
dell’Occidente, il suo tratto genuino più distintivo, la cui evoluzione è oggi compiuta nella
democrazia.
La loro caratteristica struttura comprende l’abitato e “i centri sacrale e politico”, vale a dire
la città alta (acropolis o arx) e la città bassa (agorà o forum), il luogo d’incontro e di
dibattito pubblico.
Presupposto indispensabile per la loro formazione e il loro sviluppo è l’esistenza di un ceto
aristocratico forte e attivo, capace di costituire un valido baluardo contro ogni pretesa
egemonica del potere regio, il quale, quando è presente, assume una veste costituzionale,
e pertanto il sovrano è sostanzialmente un primus inter pares.
Una chiara e coerente evoluzione dalla città-stato antica all’attuale società democratica
caratterizza dunque la “sindrome occidentale”, prima del Mediterraneo e poi dell’Europa, la
cui peculiarità consiste appunto nella “invenzione del diritto e della politica”.

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1.3 Roma prima di Roma
Il cuore originario del mito – all’incirca contemporaneo alla fondazione della città, fra il 750
e il 650 a. C. – nasconde differenti realtà cronologicamente successive.
Un più antico “insediamento pre-urbano fatto di villaggi sparsi” occupa stabilmente dal
1000 a. C. gran parte del sito della futura Roma, formato da alture disagevoli ma
strategiche, perché racchiudono un preziosissimo guado del Tevere a valle dell’Isola
Tiberina e sono attraversate dalla strada del sale, lungo la direttrice della Via Salaria e
della Via Campana.
Sulla base della concorde testimonianza delle fonti letterarie antiche e dei ritrovamenti
archeologici, l’insediamento appartiene alla più vasta federazione di trenta populi Latini,
uniti dal culto di Giove Laziare venerato sulla cima del Monte Cavo, ricordati da Plinio il
Vecchio e distribuiti in villaggi intorno alla capitale Alba Longa, detta appunto “lunga” in
quanto sviluppatasi lungo il bordo del cratere del Lago di Albano. I confini del territorio dei
Latini sono rappresentati dal Tevere, che li divide dagli Etruschi, e dall’Aniene, che li
separa dai Sabini.
Il successivo abitato protourbano – scoperto dagli archeologi ed ignorato dagli storici
contemporanei – sorge dalla fusione di due importanti realtà precedenti, quella dei montes
e quella dei colles, separate ancora nella prima metà del IX secolo a. C. In origine, il
Septimontium è il blocco principale e più ampio (circa 139 ettari) noto alla tradizione
antiquaria ed erudita, e composto dai seguenti montes, elencati nell’ordine trasmessoci da
Verrio Flacco in Festo: Palatium, Velia, Fagutal, Subura, Cermalus, Oppius, Caelius,
Cispius.
Esso quindi ingloba i colles, che occupano una superficie di gran lunga inferiore (65 ettari)
e cioè: il Latiaris (cui è collegato il Monte Saturnio/Capitolium o Arx), il Mucialis, il
Salutaris, il Quirinalis e il Viminalis.
Il borgo risultante è piuttosto vasto (circa 250 ettari rispetto ai 190 di Veio) e conserva il
nome del maggior blocco: il Septimontium di Varrone, infatti, comprende anche i colles.
Il nuovo centro protourbano sorto dai due nuclei primitivi risulta ben riconoscibile,
chiaramente differenziato e assai ampio rispetto all’agro controllato: le sue necropoli sono
relegate nelle periferie, le sue curiae (*co-viriae) o rioni nettamente separate dalle
suddivisioni dell’agro circostante e i suoi confini privi di difese naturali muniti di fossati, le
fossae Quiritium.

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Contro gli storici recenti, i quali postdatano sia il Septimontium all’epoca dei primi re, sia le
curie, ritenute una creazione della più tarda città dei Romani, le curie, in accordo con la
testimonianza di Varrone, appartengono già al centro protourbano e sono costituite dai
Latini uniti da vincoli di sangue, dediti al culto del dio locale Quirinus (*Co-virinus) e perciò
detti Quirites (*Co-virites), di gran lunga più antichi degli ultimi arrivati, i tardi Romani.
Nel corso del IX secolo, all’interno del Septimontium, senza che emerga un unico centro
politico, religioso e sociale, sorge gradualmente un’embrionale strutturazione sociale, che
contrappone il ceto dominante, le gentes, guidate dai membri più autorevoli e anziani, i
patres, ai subordinati, i clientes, che lavorano le terre altrui.
“Quell’insieme di scomodi rilievi” è certamente adatto allo sviluppo di villaggi sparsi, ma
inidoneo alla crescita di un abitato centralizzato; purtuttavia, dal momento che comprende
il passaggio nevralgico del guado del Tevere, permane nel cuore del nuovo conglomerato
urbano unitario.
La “fondazione dal nulla” della città, risalente al 750 circa a. C. e fissata dalla tradizione al
21 aprile, implica non “un’attuazione urbanistica”, bensì una combinazione di cerimonie
augurali e di proibizioni religiose, vale a dire “culti, riti e istituzioni”, che danno vita a un
nuovo progetto politico e a un nuovo potere pubblico, in grado di oltrepassare, quanto a
dimensioni e a funzioni, gli angusti confini domestici e distrettuali.
Grazie al confronto del primitivo territorio di Roma con quello di Veio, che mostra come il
primo sia solo un quinto del secondo, e alla scoperta delle necropoli che ne circoscrivono
l’estensione tra l’Esquilino e il Quirinale, il centro protourbano dei Quiriti appare incapace
di espandersi.
La nuova Roma è invece contraddistinta, fin dalle origini, da uno spiccato espansionismo,
reso possibile dalla precoce presenza di un efficiente, compatto e agguerrito esercito
cittadino.

1.4 I luoghi delle imprese romulee


La formazione della città-stato si presenta come un percorso lineare, scandito da tre tappe
fondamentali, corrispondenti alle tre imprese di Romolo tramandate dalla tradizione che si
succedono cronologicamente, le quali a loro volta si imperniano su alcuni luoghi chiave.

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1. L’impresa del Palatino si svolge sull’Aventino e sul Palatino, entrambi dotati di un
ricco passato mitologico: dal violento Caco, che spadroneggiava in quei luoghi,
ucciso da Ercole, ai sovrani aborigeni Pico, Fauno e Latino, discesi da Marte, per
arrivare a Faustolo, padre putativo dei due gemelli Remo e Romolo e duplicazione
mortale di Fauno. Essa consta di due fasi. La prima, propriamente augurale,
avviene sull’Aventino, luogo non urbano, ma rurale, dove l’osservazione degli uccelli
dà il decisivo presagio propizio a Romolo, inaugurandolo, e cioè consacrandolo re e
fondatore della futura città. Lo scenario da rurale diviene urbano con la seconda
fase, insieme augurale e di vera e propria fondazione, che si compie sul Palatino:
l’auspicio favorevole fa di quel mons quadrangolare una urbs, la Roma Quadrata,
“cittadella regia e cuore simbolico (pars pro toto) dell’intero abitato”.
2. L’impresa del Foro e del Campidoglio/Arce vede due protagonisti, Romolo e il
sabino Tito Tazio e consiste nell’inaugurazione e nella istituzione dei luoghi pubblici
del centro sacrale e politico. La “dualità gemellare” originaria, cancellata da Romolo
con l’uccisione del fratello, risulta in certo modo ristabilita con la diarchia
Romolo/Romani – Tito Tazio/ Sabini, remoto antecedente di una cruciale dualità
della costituzione repubblicana, quella dei consoli.
3. Infine la terza impresa di Romolo cui partecipa anche Tito Tazio, la constitutio
Romuli, muove ancora una volta dal Palatino – sede della riorganizzazione dei
Quiriti in rioni – e dal Campidoglio – in cui si realizza il riordinamento del calendario,
suddiviso in 10 mesi, e quello del territorio cittadino, ripartito in 3 sezioni (tribus).
“Uomini, tempo e spazio verranno governati da un re assistito e limitato da… un
ordine sacerdotale, un consiglio regio e un’assemblea popolare”. Il potere (regnum)
dell’unico rex è perciò mitigato da una pluralità di poteri, senza dubbio più deboli,
ma comunque attivi.

Il rimanente insediamento dei Quiriti escluso dalle precedenti inaugurazioni appartiene


comunque alla città-stato: lo dimostrano diverse vicende storico-leggendarie situate su
altri montes o colles, così come il fatto che le trenta curie della constitutio Romuli sono
troppo numerose per non superare i limiti ristretti dell’area del Palatino.

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2. Il Foro

Il Foro sorge nel Velabro, una valle bassa e inospitale, spesso inondata dal Tevere, che
unisce il Palatino al Monte Saturno/Campidoglio; dentro a tale depressione, proprio in
corrispondenza del guado del Tevere, la via Salaria si congiunge alla via Campana.
La rocca del Monte Saturno, chiamato in seguito Campidoglio, i cui primi insediamenti
rimontano al 1700 a. C., è un villaggio agricolo (pagus) come l’Aventino, esterno al centro
protourbano dei Quiriti.
Perché il Velabro si trasformasse in un’autentica piazza (forum) equivalente all’agorà
ateniese, in grado di collegare il Palatino al Campidoglio, fu necessario alzarne il suolo di
almeno due metri. All’interno del Foro, su un’altura appena fuori dalla cinta muraria
palatina, è costruito il Santuario (aedes) di Vesta. Come ad Atene Egeo scende
dall’acropoli ad abitare nella città bassa, così il re si trasferisce dal Palatino all’interno del
Santuario, in una radura (lucus) ove si trovano la domus regia, che ospita il culto di Marte
e di Ops e quello dei Lari, la casa delle Vestali e il focolare pubblico in onore di Vesta.
Il sovrano – prevalentemente identificato dalla tradizione antica con Numa Pompilio,
mentre l’evidenza archeologica indica piuttosto Romolo, perché data la costruzione del
Santuario al 775-750 a. C. – fa erigere in primo luogo una piccola capanna rettangolare
(tabernaculum); poi, di fronte, un templum augurale volto a Sud, destinato
all’osservazione dei fulmini; all’alba, quindi, attende un segno dal cielo, che approvi il suo
disegno di costruire nell’area la sua casa, quella delle Vestali, il Santuario di Vesta e quasi
certamente il complesso del Foro.
Nei Fasti ovidiani il protagonista è Numa Pompilio: dopo tre tuoni seguiti da tre fulmini,
cade dal cielo, in segno di protezione, un piccolo scudo sacro, detto ancile. Celebrato il
sacrifico a chiusura del rito, vengono fabbricati altri undici ancilia identici all’originale; poi,
proprio per salvaguardare quest’ultimo e impedire che sia trafugato, vengono tutti insieme
custoditi nella casa del re. Con il consenso celeste, si procede così alla costruzione degli
edifici all’interno del Santuario.
Ciò perché “solo ad un re-augure,… che esercitava la patria potestas sulle Vestali, poteva
essere concesso di abitare nel Santuario forense”.

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2.1 La prima domus Regia
Le risultanze archeologiche testimoniano che, una volta demolito il tabernaculum, in quel
medesimo luogo è edificata la casa del re (domus Regia) e in quest’opera si continua ad
impiegare la tecnica già consolidata con cui si costruivano le capanne.
La casa consta di un’ampia sala, la quale presumibilmente accoglie le lance sacre a Marte
e i dodici ancilia ed è appunto dedicata al culto di Marte e di Ops. Vi si tengono i sontuosi
conviti del sovrano – in cui si adopera vasellame prezioso – allietati dai carmina convivalia,
che celebrano le gesta eroiche del fondatore.
I vani destinati all’abitazione e al focolare coperto si trovano invece ai suoi lati. A Ovest c’è
inoltre un focolare all’aperto; il fatto che proprio in quest’area sorgerà poi l’aedes Larum
potrebbe costituire un indizio rilevante che già il focolare antico fosse sacro ai Lari.
Come accade per le mura palatine, è il “deposito di fondazione”, vale a dire il sacrificio
rituale di una bambina inumata con il suo corredo funebre, ed in particolare le ceramiche
che ne fanno parte, a permettere la datazione della prima domus Regia.
Riguardo all’evoluzione di quest’ultima, “sono attestate quattro fasi in un secolo e mezzo”.
Dopo lo stadio iniziale appena esaminato, gli altri tre sono scanditi, per tutta la durata
della prima età regia, da molteplici ampliamenti.
Il periodo finale – corrispondente alla seconda metà del VII secolo e che si conclude con il
600 a. C., termine segnato da un ultimo sacrificio umano (“deposito di obliterazione”) – è
contraddistinto da significative innovazioni nella tecnica di costruzione, che va oltre quella
capannicola, da muri di scaglie tufacee e dal tetto in tegole.
Sulla base della tradizione letteraria la casa di Numa Pompilio e quella di Anco Marcio sono
connesse al culto di Vesta e poi a quello dei Lari. Di Tullo Ostilio, al contrario, si ricordano
due residenze: una gentilizia sulla Velia, che, data la posizione rilevata, poteva essere
meglio difesa; l’altra ufficiale, rimasta all’interno del Santuario di Vesta.

2.2 La seconda domus Regia


Vi è un’ulteriore importante scoperta archeologica: la dimora dei Tarquini. Della durata di
circa un secolo (dal 600 al 500 a. C.) e coincidente con i regni dei due Tarquini e di Servio
Tullio, è una nuova domus Regia, edificata al di fuori del Santuario, ma collegata ad esso
con un passaggio, in modo che soltanto il re poteva accedere direttamente alla casa delle
Vestali.

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La sua ubicazione esterna al Santuario dimostra che in essa risiede un nuovo sovrano, un
rex-magister, dotato di un potere politico e militare differente, tirannico e secolare, che si
contrappone decisamente a quello dell’antico rex-augur, marcatamente connotato in senso
religioso.
Il mutamento topografico risponde perfettamente al profondo rinnovamento dello Stato
prodotto dall’introduzione delle riforme di Tarquinio Prisco e della rivoluzionaria
costituzione serviana.
La domus Regia dei Tarquini si trasformerà successivamente, con il regime repubblicano,
nella domus Publica, ove il pontefice massimo, “il primo sacerdote dello Stato”, custodirà il
principale archivio cittadino.
Non si dimentica l’antica domus Regia, ma la si destina presumibilmente a residenza del
rex sacrorum, “l’antico re-augure ridotto ad sacra”, degradato cioè a semplice addetto ai
sacrifici, la cui istituzione risalirebbe perciò, secondo gli archeologi, all’epoca dei Tarquini e
non alla prima repubblica, come vuole invece l’attuale storiografia.
Ancora nell’età dei Tarquini il culto di Marte e quello di Ops si trasferiscono in un nuovo
sacrario appositamente costruito all’esterno del Santuario di Vesta, che accoglie anche le
aste sacre a Marte e gli ancilia: un altro segno dell’emancipazione della monarchia da ogni
influenza e coloritura religiosa, in favore di un potere manifestamente tirannico, tutto laico
e politico.
All’interno del Santuario, fra l’area riservata alle Vestali e quella appartenente al rex
sacrorum, si forma quindi un lotto mediano, probabilmente destinato al culto dei Lari.
Questa prima aedes Larum evolverà – tra il II secolo a. C. e l’età augustea – in un vero e
proprio complesso monumentale. Sotto Augusto, accanto alla cella maggiore dedicata ai
Lari pubblici, è creata una cella di minori dimensioni, verosimilmente allo scopo di ospitare
i Lari di Augusto. In età neroniana, con l’incendio del 64 a. C., la costruzione del
gigantesco Clivo Sacro comporta la distruzione del vasto complesso del Santuario, che
viene così seppellito quasi completamente sotto il Portico del Clivo; soltanto l’aedes Vestae
è risparmiata, e per le Vestali sarà edificata una nuova residenza assai più ampia.

2.3 La capanna delle Vestali


Se ignoriamo tutto dell’aedes Vestae originaria – quasi certamente una capanna rotonda,
cancellata dalla costruzione in materiale cementizio dell’aedes più tarda, avvenuta in epoca

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imperiale – l’archeologia ci ha al contrario restituito la primitiva capanna rettangolare delle
Vestali, la cui porta – posta in corrispondenza di quella dell’aedes – consentiva alle Vestali
di sorvegliare ininterrottamente il fuoco sacro acceso nel focolare di Vesta, che non
doveva spegnersi mai.
Gli altri ritrovamenti archeologici – le più antiche cinte murarie del santuario e la prima
pavimentazione del vicus Vestae – risalgono tutti al 775-750 a. C., cosicché la datazione di
massima conduce concordemente alla metà dell’VIII secolo a. C.

2.4 Alcuni punti fermi nella datazione


In conclusione, l’evidenza archeologica documenta un unico progetto romuleo, databile al
775-750 a. C., che abbraccia simultaneamente l’urbs, il centro religioso e quello politico:
esso comprende pertanto l’impresa del Palatino e quella parte della seconda impresa che
riguarda il Foro e il Santuario di Vesta; da ultimo si aggiungono, a definire compiutamente
la dimensione civica e statale di Roma, il tempio in onore di Giove Feretrio, consacrato da
Romolo sul Campidoglio, e quello augurale sull’Arce. L’archeologia è così, una volta di più,
in aperto contrasto con gli storici, i quali attribuiscono soltanto all’epoca dei Tarquini la
matura configurazione politica, giuridica e statale di Roma.
Il primo riempimento del Foro, di circa due metri, risale al 750-700 e, al di sopra, il primo
pavimento in ciottoli è databile approssimativamente al 700 a. C. La completa
realizzazione del Foro ha richiesto una complessa opera di bonifica, rialzamento e
allestimento, che, d’accordo con la tradizione, è cominciata sotto Romolo e terminata sotto
Numa, mentre sotto Tullo Ostilio si perfeziona esclusivamente quanto è stato costruito in
precedenza. Il pavimento, che è stato a lungo considerato il primo, è in realtà il secondo e
rimonta al 650 a. C.; l’equivoco ha di fatto causato la corrente postdatazione,
evidentemente erronea, del Foro.
Il Santuario di Vulcano o Volcanal era la sede del consiglio del re, di cui facevano parte i
notabili della città. Sebbene le modifiche introdotte nei secoli successivi e gli scavi condotti
con metodi superati ne abbiano compromesso la ricostruzione archeologica, i rinvenimenti
più significativi – i reperti votivi più antichi riferibili al Santuario e due strati del Comizio
originario – ci riportano unanimemente al 700 circa a. C.
Per la tradizione Foro, Comizio e Volcanal sono tre capisaldi della vicenda romulea: la
fondazione dei primi due è infatti attribuita a Romolo e Tito Tazio, mentre è nel Volcanal

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che i consiglieri regi uccidono e fanno a pezzi Romolo. Dunque, “seppure in assenza di
scavi adeguati in questi luoghi, l’archeologia nel suo complesso conferma la tradizione
anche a proposito di queste istituzioni e delle loro sedi pubbliche”, o quanto meno non la
smentisce.
Più precisamente, la costituzione di Romolo, quale risulta dalle testimonianze di Cicerone,
di Dionigi di Alicarnasso e degli antiquari romani, contempla:
• un rex-augur, la cui dimora ufficiale è stabilita all’interno del Santuario di Vesta;
• un consiglio regio, con residenza ufficiale prima nel Volcanal e in seguito nella curia
Hostilia;
• le assemblee popolari – elemento imprescindibile di una città-stato – che si
riuniscono nel Comizio (comitia curiata) e sul Campidoglio (comitia calata).
Infatti, “erano questi i corpi politici previsti dall’ordinamento originario, i quali – assieme ai
grandi sacerdoti dello Stato – bilanciavano il potere del re-augure, che appare pertanto
come un prototipo di sovrano costituzionale”.
La Sacra via congiunge il Comizio alla casa del re: nell’oscura celebrazione annuale del
Regifugium (la “fuga del re”), fissata nel primitivo calendario al 24 dicembre, il sovrano
appunto, in fuga dal Comizio e cioè dalla politica, riparava nella sua casa.

2.5 I templi sul Campidoglio


Due i templi principali sul Campidoglio dedicati ai culti civici di Roma.
Il primo, il più antico, è il Tempio di Giove Feretrio consacrato da Romolo, fatto erigere
dallo stesso di fronte alla quercia sacra, alla quale egli avrebbe appeso le spoglie del
ribelle di Caenina, Acrone, dopo averlo sconfitto e ucciso. La prima ovatio, il corteo
trionfale preceduto da Romolo che reca le spoglie del nemico, si snoda quindi lungo la
Sacra via, dalle pendici della Velia fino al Tempio di Giove Feretrio. La proibizione religiosa
impedisce infatti alla processione composta di uomini armati di sfilare all’interno del
pomerium, perché ciò avrebbe profanato la santità dell’urbs.
Analogamente all’ancile di Marte, una pietra focaia (lapis silex), verosimilmente un’ascia
risalente alla preistoria, interpretata come un keraunos e “cioè la materializzazione di un
fulmine”, simboleggia in forma aniconica Giove Feretrio. Per imporre e confermare con
piena autorità una delle prime e basilari espressioni del diritto, il giuramento (ius

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iurandum), il sacerdote, vibrando il lapis silex, immola una scrofa; allo stesso modo lo
spergiuro sarebbe stato colpito dal fulmine di Giove.
Nel culto quindi, accanto all’elemento civico e a quello militare, viene altresì a convergere
la componente giuridica, a creare il principale fondamento identitario dei Romani.
Il Tempio di Giove Re/Ottimo Massimo – dovuto ai Tarquini e associato al secondo culto
civico cittadino – sorge successivamente sul Campidoglio, là dove in passato era venerata
un’immagine aniconica del dio Terminus: una pietra di grandi dimensioni che marcava il
limite estremo dell’agro e alla quale faceva riscontro una pietra similare, collocata
all’interno dell’oppidum dell’Acqua Acetosa Laurentina. Centro e periferia del regnum sono
pertanto egualmente partecipi della solennità dei Terminalia, che cade il 23 dicembre,
l’ultimo giorno dell’anno originario di dieci mesi.
Infine, dopo la fondazione dell’Arx sulla cima del Campidoglio prossima al Quirinale, qui è
stabilito definitivamente l’Auguraculum, l’osservatorio augurale ufficiale dello Stato
romano. Esso è poi associato al culto di Giunone, un culto comunque della massima
rilevanza già nell’alto arcaismo, dal momento che la coppia Giove-Giunone compare
ripetutamente nel calendario romuleo, affiancando fin da principio la triade Giove, Marte e
Quirino.

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3. Romolo dalla leggenda alle imprese storiche

3.1 Remo e Romolo: la leggenda


Caratteristiche del mondo mitico-eroico romano-laziale autoctono sono le coppie gemellari.
Innanzitutto i Lari, protettori dei confini dell’abitato, figli di Acca Larenzia e di “un
improbabile e tardo Mercurio”, che verosimilmente nasconde il primitivo Marte.
Marte è il principale progenitore divino. Lo è della stirpe regale degli Aborigeni,
popolazione originaria del Reatino, vale a dire di Pico (il picchio), e dei fratelli Fauno (il
lupo) e Latino, “i Lari pre-civici dei Latini”, entrambi già noti alla Teogonia esiodea (circa
700 a. C.). Latino è a sua volta collegato alla scrofa con i suoi trenta maialini, e cioè i
trenta populi Latini.
La comparsa successiva dei Silvi, tramite Enea e Ascanio e grazie al legame con la
celeberrima guerra di Troia, oscura queste figure mitiche così strettamente associate agli
animali da sembrare quasi “totem australiani”. Essa segnala vistosamente, a partire dal VI
secolo a. C., l’irruzione, nell’archaiologia di Roma, della ben più illustre e diffusa leggenda
troiana e dunque del mito ellenico, con i suoi dei ed eroi rigorosamente antropomorfi,
grandi, belli e gloriosi.
Dal capostipite Silvio, dopo uno iato temporale colmato in epoche più recenti con
personalità fittizie, discendono gli ultimi re conservati dalla tradizione: Proca e i suoi due
figli, “il perfido Amulio e il buon Numitore”.
Dall’unione di Rea Silvia – la figlia di Numitore, custode, come sacerdotessa di Vesta, del
sacro focolare della reggia di Alba – con un fallo sorto dal focolare stesso ad opera di
Marte, nascono due gemelli, i “nuovi Lari civici dei Romani”: Remo, il primogenito, e
Romolo, il secondogenito – chiamato altellus, “piccolo alter” – i cui nomi dai Romani sono
senza eccezioni pronunciati in quest’ordine. D’accordo con quanto accade nella
maggioranza delle tradizioni mitiche dell’umanità – come, per esempio, nella famosa
coppia biblica di gemelli, Esaù e Giacobbe – il predestinato non è il primogenito , bensì il
secondogenito.
Gli storici attuali postdatano la nascita del nome “Romolo”, ritenendola una creazione
seriore – in tal caso, però, l’eroe eponimo sarebbe stato chiamato Romanus – ovvero sono
convinti che significhi “il Romano”. Al contrario, i linguisti – fra i quali De Simone –
propendono per interpretarlo come un nome di persona databile fra l’VIII e il VI secolo a.
C., in cui è riconoscibile la stessa radice etrusca di Roma.
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3.2 Remo e Romolo: l’iconografia
Sulla leggenda di Remo e Romolo ci sono due notevoli testimonianze iconografiche: la
Lupa Capitolina e lo specchio di Bolsena.
La notissima Lupa Capitolina, che riproduce in bronzo le fattezze dell’animale con
eccezionale realismo, risale, in base al parere quasi unanime degli studiosi, alla metà del V
secolo a. C., mentre i due gemelli sono un’aggiunta di età rinascimentale.
Il rovescio dello specchio di Bolsena, databile al IV secolo a. C., rappresenta invece una
sintesi singolarmente efficace della “realtà teologale dei figli di Rea Silvia” ed è insieme “la
più antica raffigurazione dei gemelli”. L’immagine è tratta dal volume di Andrea Carandini,
Roma il primo giorno, Laterza, 2008, p. 33
Al centro della scena, nella grotta del Lupercale – il luogo ai piedi del Palatino ove saranno
allevati i due gemelli e sarà fondata Roma – stanno appunto i due gemelli fra le zampe
della lupa, che simboleggia Fauna; poco più sotto c’è un lupo, in cui è personificato Fauno.
Lo sguardo di Remo è rivolto a sinistra, verso la testa della lupa e verso Fauno, “demone
del disordine”, come dimostrano i tratti rozzi e selvaggi della sua rappresentazione; al
contrario, Romolo guarda a destra, verso un insigne personaggio astato, da identificarsi
con Latino, re e fondatore dei Latini, e ciò ne fa immediatamente il prescelto dal fato.

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In alto e in posizione arretrata si scorge quanto rimane della ficus Ruminalis, ormai
inaridita, su cui sono posati due uccelli, il picchio (picus) di Marte e la civetta (parra) di
Vesta, a simboleggiare i genitori dei due gemelli, rispettivamente Marte e Rea Silvia.
Sopra il Lupercale, nel luogo in cui la tradizione letteraria situa la capanna di Faustolo e
Acca Larenzia, sono rappresentati a sinistra, con le fattezze di Mercurio, il padre dei Lari e
a destra la madre dei Lari.
Malgrado l’epoca già piuttosto avanzata, pertanto, lo specchio conserva intatta la versione
primitiva della leggenda di Roma precedente il 600 a. C., senza che vi si infiltri, a causa
della contaminazione culturale ellenica, alcun elemento della saga troiana, quale ad es. la
figura di Enea.

3.3 La prima impresa di Romolo: la cerimonia sull’Aventino


Secondo la celeberrima narrazione mitologica, Remo e Romolo, ristabilito sul trono di Alba
il legittimo sovrano, il nonno Numitore, ottengono da lui il permesso di fondare una nuova
città nelle vicinanze del guado del Tevere, proprio nei luoghi in cui erano cresciuti. Come
eredi dei Silvi, godono del privilegio avito di poter trarre auspici: dall’osservazione degli
uccelli conosceranno quindi la volontà di Giove – se è permesso fondare una città in
quell’area, chi deve esserne il sovrano, quali debbono essere il suo nome, la sua esatta
ubicazione e il giorno preciso della sua fondazione – e otterranno la sua benedizione.
Stando a quanto ci tramanda Ennio, Remo trae gli auspici sull’Aventino Minore (Monte
Murco) e Romolo su quello Maggiore: entrambi i luoghi sono rurali, esterni, benché
contigui, al Palatino, il mons su cui s’iniziavano ritualmente alla vita adulta i giovani del
centro protourbano.
Per poter essere inaugurato da Giove re e fondatore di una nuova urbs, il postulante-
augur si pone al centro del lato Ovest del sacro recinto (templum) e, all’alba, dirige lo
sguardo verso Est: il volo degli uccelli da Nord-Ovest è l’auspicio più propizio.
Dal duplice augurio si comprende che fin dal principio il regnum toccherà ad uno solo, vale
a dire a colui che otterrà il presagio più favorevole.
Remo intende fondare Remora o Remoria in un’area agricola, sull’Aventino Maggiore o in
corrispondenza dell’attuale EUR.
La fortuna arride invece a Romolo, il quale può così fondare Roma sul Palatino, “proprio
nel cuore del centro protourbano”: una decisione rivoluzionaria, che comporta “la

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conquista e la trasformazione sacrale e giuridica del centro simbolico del Septimontium”,
vale a dire del Palatium e del Cermalus.
Con la seconda impresa romulea, condivisa con Tito Tazio, si perfeziona la fondazione: si
inaugurano e si istituiscono gli spazi pubblici della nuova città, il suo cuore religioso e
quello politico.
In seguito, probabilmente già a partire da Tito Tazio, ma certamente con Numa Pompilio,
“i re verranno inaugurati dal templum centrale dello Stato sull’arx”.

3.4 Il calendario
Se si collocano le imprese di Remo e di Romolo all’interno del calendario originario di dieci
mesi, si può ricostruire la seguente scansione temporale.
Il rito d’iniziazione dei gemelli dovrebbe coincidere con il 15 dicembre, la festa dei
Lupercalia; alla seconda metà di dicembre dovrebbero perciò risalire la lotta contro Alba e
l’omicidio di Amulio.
Il “rito preliminare sull’Aventino” e l’inizio delle operazioni militari di Romolo contro il
Septimontium sono da collocarsi con ogni probabilità in marzo (Martius), il primo mese
dell’anno sacro a Marte (Mars), dio, ad un tempo, della primavera e della guerra. Il primo
evento cruciale dovrebbe datare al 15 marzo, il capodanno agricolo; al 23 marzo, poi,
rimonterebbe il principio della guerra: appunto nel giorno dei Tubilustria Romolo avrebbe
gettato una lancia di corniolo sul Cermalus – nell’area meridionale del Palatino, sul limitare
delle Scale di Caco, dinanzi alla capanna di Acca Larenzia e di Faustolo – dove l’asta
sarebbe miracolosamente tornata a verdeggiare, un presagio straordinariamente
favorevole per la riuscita dell’impresa e per l’avvenire della nuova urbs.
Al 21 aprile, il primo giorno dell’anno pastorale, rimonta invece l’auspicio sul Palatino: è la
festa dei Parilia in onore di Pale, una divinità pastorale affine a Fauna, in cui si purificano
gli uomini e il bestiame con falò ed altri mezzi rituali; è un tempo di felice attesa, di gioia e
di abbondanza, perché coincide con le nuove nascite nelle greggi (Parilia da pario,
“partorire”), gli abbacchi, il latte e il formaggio.

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3.5 La doppia inaugurazione sul Palatino
È dall’Etruria – forse più precisamente dalla vicina Veio – che proviene il modello della
fondazione urbana, descritto nei libri rituales e basato su tre capisaldi: l’inviolabilità
(sanctitas) della cinta muraria, una strutturazione sociale organizzata (tribus e curiae), un
esercito cittadino “riflesso della comunità”.
Nel luogo dove si ergeva la capanna di Acca e Faustolo vi sono ora due capanne più
piccole: quella di Romolo e un’altra in cui si venerano Marte e Ops, la dea
dell’abbondanza.
All’alba del 21 aprile, Romolo, ancora una volta augure all’interno di un nuovo templum,
fermatosi al centro del versante Ovest del Palatino guarda in direzione del Monte Albano.
Come in precedenza è stato benedetto da Giove sull’Aventino re e fondatore della nuova
città, egli si accinge ad un’ulteriore, duplice inaugurazione: innanzitutto della sede della
nuova urbs, la Roma Quadrata, vale a dire dell’area del Palatino, delimitata dai quattro
angoli alla base del mons, che poi saranno segnati da appositi cippi terminali, a costituire
l’immaginaria linea continua del pomerium; successivamente dell’intero ager fino ad Alba
Longa, che diverrà così effatus, cioè consacrato, e liberatus.
L’augurium augustum (ambedue da augeo, “aumentare, far crescere”) distingue
nettamente il Palatino dal territorio circostante, facendo di tutto il mons un tempio e della
cittadella regia il simbolo dell’intero abitato dell’urbs.
A concludere degnamente la cerimonia augurale si svolge infine la festa dei Parilia, davanti
alla capanna regia, nel medesimo luogo in cui verrà eretta la domus di Augusto,
costantemente presentato dall’ideologia di regime come un nuovo Romolo, il cui titolo –
Augustus appunto – ripropone del resto esplicitamente l’illustre antecedente romuleo.
In una sorta di fondazione rituale, gli uomini - probabilmente sia dei villaggi agricoli che
dei rioni urbani - seppelliscono (condere vale “nascondere, riporre”, ma anche “fondare,
istituire”) primizie e zolle dei terreni di provenienza in una fossa scavata dinnanzi alla
capanna di Romolo, allo scopo di unire i differenti microcosmi indipendenti in un’unica,
nuova e più ampia realtà urbana.
Così come già era accaduto per Osiride e Buddha, con una cerimonia speculare Romolo
sarà in seguito smembrato e le parti del suo corpo sparse in tutto il territorio cittadino,
sepolte a mo’ di reliquie in un gran numero di fosse, una per ciascuna curia.

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Vicino alla fossa, su un’ara appositamente costruita si accende un fuoco, il quale, se da un
lato mantiene la sacra regalità del focolare della capanna regia in quanto viene accolto in
esso, dall’altro acquisisce un inedito carattere pubblico e collettivo, grazie alla fusione di
tanti nuclei primitivi rimasti finora distinti: ciò segna il passaggio dal culto di Caco ad un
“protoculto di Vesta”, dea che poi sarà venerata pubblicamente nel Foro.
Secondo la tradizione antiquaria romana, al suono del lituus, la tromba in forma di bastone
ricurvo tipica degli auguri, il re pronuncia il nome dell’urbs: “quello iniziatico Amor, quello
sacro Flora e quello politico Roma”.
Poiché le porte più di una volta vengono denominate sulla base di una realtà interna, la
presenza della porta Romanula, “piccola Romana”, la più importante delle porte rituali del
Palatino, confermerebbe il nome politico dell’urbs.

3.6 Il solco primigenio


Il rito etrusco del sulcus primigenius vede un indiscusso protagonista, l’augur-rex Romolo,
che incarna evidentemente una forte autorità centrale: egli si riveste della toga secondo
l’usanza della città di Gabii – tirato cioè un lembo a coprire la testa e cingendo con l’altro
la vita (cinctus Gabinus) – e aggioga un toro e una vacca bianchi, il primo all’esterno e la
seconda all’interno, a un aratro dal vomere di bronzo.
Romolo parte dall’angolo Nord-Ovest del Palatino, presso il Sacello di Larunda/Acca
Larenzia, l’angolo principale (summus) del templum, il sacro recinto prima tracciato in
terra e poi trasferito fedelmente in aere, angolo cui fa da contrappunto quello speculare
(imus) di Alba Longa.
Procede in senso antiorario verso l’angolo di Sud-Ovest. Nelle vicinanze dell’Ara di Ercole
gira verso Est e, presso le Scale di Caco, alza il vomere, per segnare la posizione della
prima porta rituale, dal nome a noi ignoto, probabilmente consacrata alle divinità del
Lupercale, Marte e Fauno. Continua poi verso l’angolo Sud-Est (Ara di Conso) e, all’angolo
di Nord-Est (la futura sede dei pasti comuni per le trenta curie dei Quiriti), gira verso Nord.
Gira di nuovo verso Ovest, quindi solleva il vomere una prima volta per la porta Mugonia,
sacra a Giove Statore, e una seconda, giunto quasi al punto di partenza, per la porta
Romanula, dedicata a Vesta e ai Lari, porta che marca dunque “la scaturigine angolare
‘somma’ del templum in aere”.

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Se il pomerium traccia un’unica linea di confine senza interruzioni, il solco primigenio è al
contrario interrotto non solo dalle postierle – le piccole porte secondarie, nascoste e
distanti da quelle principali, che assicurano comunque il passaggio fra l’interno e l’esterno
della fortificazione – ma pure dalle tre porte rituali, in corrispondenza delle quali il vomere
significativamente si solleva.
Gli uomini che seguono Romolo accumulano le zolle smosse dall’aratro all’esterno, in modo
da formare “in miniatura e quindi simbolicamente” un fossato protetto da un muro. Per
marcare più decisamente il solco e per contrassegnare il luoghi prescelti per le porte, si
collocano strategicamente delle pietre terminali, distinte da quelle impiegate per il
pomerium. Giunto alla porta Romanula, l’augur-rex immola finalmente il toro e la vacca in
onore di Giove, Marte e Vesta, vale a dire le divinità il cui culto è singolarmente associato
alle tre porte rituali già menzionate.
Conformemente all’uso etrusco, gli uomini, per scavare la fossa di fondazione, si limitano
ad ingrandire il solco primigenio e vi seppelliscono le pietre terminali, “immagini aniconiche
del dio Terminus”, in modo che esse divengano tutt’uno con le mura, rendendole inviolabili
(sanctae). Sancisce la fine della costruzione della cinta muraria il sacrificio di una bambina,
che viene inumata presso la porta Mugonia con il suo corredo funerario, il quale ha
permesso di datare la conclusione dell’opera al 775-750 a. C.

3.7 Le risposte dell’archeologia


Le scoperte archeologiche hanno confermato il racconto tradizionale della prima impresa
romulea e lo scavo della prima opera pubblica, oltre a provarne la fondatezza, ha rivelato
particolari preziosi: i cippi commemorativi della trasgressione delittuosa di Remo e del suo
conseguente omicidio sono stati infatti ritrovati in prossimità dell’Arco di Tito, così da far
supporre che l’attacco in questione fosse condotto dalla Velia – il secondo monte del
Septimontium, abitato dagli antichissimi Velienses – che era stato ostentatamente
trascurato da Romolo.
Le mura, abbattute e poi ricostruite intorno al 700 a. C., conservano al loro interno i corpi
di due adulti e di un bambino: verosimilmente un sacrificio umano compiuto per espiare la
violazione delle prime mura, un omicidio rituale che riecheggia evidentemente il destino di
Remo.

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La maledizione si abbatteva infatti inesorabilmente su chiunque non avesse rispettato –
rimuovendole, distruggendole o con qualsivoglia infrazione – le pietre terminali che, come
s’è detto, nel caso specifico erano parte integrante della cinta muraria palatina; il
colpevole, espulso dalla comunità civile, con la formula sacer esto era votato agli dei
infernali e soltanto la sua uccisione rendeva perciò possibile l’offerta rituale. Romolo,
giustiziando Remo, compie così “il primo atto ad un tempo di difesa dell’urbs e di
ristabilimento della pax deorum”.

3.8 L’organizzazione del tempo: il calendario


La tradizione, in special modo quella letteraria, dà notizia di un primo calendario di dieci
mesi. Già Mommsen, studiando le iscrizioni, aveva osservato che i nomi di alcune feste
sono invariabilmente scritti, senza alcuna distinzione di epoche e di luoghi, con caratteri di
maggiori dimensioni, e le aveva perciò ricondotte al genuino nucleo primitivo del
calendario più antico.
Se alcuni storici giudicano del tutto inattendibili le testimonianze tradizionali in proposito,
si deve al contrario all’autore, nel solco degli studi di storia delle religioni di Angelo Brelich,
la ricostruzione dell’anno romuleo di dieci mesi, in un’alternanza di mesi di 30 e 29 giorni,
dal 15 marzo (il capodanno agricolo) al 23 dicembre (la festa dei Terminalia), per un totale
di 274 giorni. Questo numero equivale significativamente alla durata della gravidanza
umana, secondo le credenze degli antichi. Difatti “il termine della gravidanza umana
simbolica, e quindi il dies natalis dei Romani, cadeva all’alba del giorno 24 di dicembre;
quello di Cristo, testimoniato dal IV secolo d. C., il 25”. L’intervallo di 21 giorni, tra la fine
dell’anno e il capodanno seguente, corrisponde pertanto al periodo di infertilità femminile,
immediatamente successivo al parto.
Al principio di tutti i mesi il re, dinnanzi alla curia Calabra sul Campidoglio, grazie
all’osservazione del cielo e fondandosi in particolare sui moti lunari, stabilisce il calendario
fissandone pubblicamente le feste.

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3.9 L’organizzazione del suolo e degli uomini
Il numero tre domina manifestamente “l’ordinamento dello spazio e degli uomini”.
La tripartizione fondamentale dell’agro è quella in tre tribus, forse corrispondente alle zone
preurbane dei tre populi Albenses, i quali si concentrano tutti in prossimità del cruciale
guado del Tevere. La tribù dei Titienses sarebbe lo stesso dei Latinienses, raccolti attorno
alla loro roccaforte sul Collis Latiaris; quella dei Ramnes sarebbe in rapporto con i
Querquetulani, che hanno la loro cittadella sul Querquetual/Caelius; i Luceres, infine,
sarebbero tutt’uno coi Velienses, stretti intorno alla loro fortezza sulla Velia.
Le tribù, partendo dalla Subura, raggiungono i confini dell’agro, formando tre grandi
spicchi. Esse, all’interno del centro urbano, sono ripartite in montes e colles e ancora in
trenta curiae o rioni; al di fuori, in pagi o villaggi agricoli; sono inoltre comandate dai
tribuni militum, aiutanti e collaboratori del re.
L’agro è poi ripartito in cerchi concentrici. Dall’abitato fino al primo miglio si contano, ai
tempi di Romolo, approssimativamente 3.680 lotti di due iugeri – equivalenti a mezzo
ettaro – appartenenti ai singoli cittadini: in base ai calcoli di Capogrossi Colognesi e di
Carandini sulla sua scia, presumibilmente 3.300 sono di giovani in armi e 380 di patres
familias anziani, in possesso dei propri terreni e di quelli dei figli maschi adulti. Dal primo
miglio ai confini dell’agro i campi sono di proprietà delle gentes e sono lavorati dai
clientes.
In tutto la popolazione dei Quiriti ammonta a circa 17.837,8 individui, e conta
verosimilmente 6.600 giovani, metà uomini e metà donne. Gli anziani maschi, a causa
dell’alta mortalità, raggiungerebbero soltanto le 380 unità.
Le 30 curie dell’abitato dei Quiriti presumibilmente accolgono, nel sistema decimale
impostosi con Romolo, i più antichi 27 sacrari degli Argei, culti precivici la cui esatta
ubicazione – all’interno anch’essa del tessuto urbano – è tramandata da Varrone e rivela
una volta di più un’anteriore suddivisione a base 3. “Solo con la città quei rioni o curiae
sono portati a 30, un numero divisibile… per tre, ma gli Argei, per congelamento sacrale,
rimangono 27”.
Tutto lascia supporre che le tre realtà accomunate da un’identica radice e formazione
linguistica, vale a dire Quirinus – una divinità locale anteriore alla città – le curiae – le 27
curie protourbane corrispondenti ai sacella degli Argei, difese forse dalle fossae Quiritium –
e i Quirites – all’interno della formula dello Stato romano populus Romanus Quiritesque –

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rappresentino la componente più antica e che invece i Romani siano quella più recente,
del tutto nuova, “che fa la differenza con il passato”.
Le curiae, che si riuniscono formalmente nei comitia curiata, e gli iuvenes che ne fanno
parte costituiscono il nerbo dell’esercito cittadino: i fanti sarebbero pressappoco 3.000, cui
si aggiungerebbero 3 centurie di cavalleria, ossia i 300 celeres guidati da tre tribuni
celerum.
La constitutio Romuli, quale risulta da Cicerone e da Dionigi di Alicarnasso, disegna,
secondo Mommsen, “una monarchia costituzionale”.
Il re-augure – chiamato in(du)perator da Ennio – è assistito dal corpo di ausiliari, formato
dai tribuni militum, i capi dalle tribù, e dalla guardia del corpo a cavallo, composta dai 300
celeres. Gode di un’indiscussa autorità (potentissimus) nei confronti della classe
sacerdotale – costituita dai flamines al servizio della triade divina, dalle vestali e dai cinque
pontifices – del consiglio regio, un’élite di 100 patres, come pure verso l’intera comunità
dei Quiriti, i quali formano l’esercito di cui egli è il capo; inoltre, in presenza di questi
ultimi, adunati nelle assemblee pubbliche (comitia calata e curiata), il re detta le leggi (ius
dicere).

3.10 Le prime guerre


Remo e Romolo, raffigurati come gemelli nel mito, sono verosimilmente membri della
stessa tribù montana dei Luceres, localizzata sul Cermalus.
Come si è visto, Remo intende fondare il suo oppidum entro l’ager Remorinus, in un’area
cioè rurale, sia che vi si debba riconoscere l’Aventino sia che debba invece identificarsi con
l’odierno EUR; al contrario, Romolo fa una scelta rivoluzionaria, in senso esplicitamente
cittadino, optando per una urbs all’interno del centro protourbano, sul Palatino. Dal
momento che mette da parte l’antica e illustre Velia, escludendola completamente, è
proprio da lì che Remo sferra l’ attacco alla Roma Quadrata, profanando le sue mura
inviolabili nel punto in cui sarà eretto l’Arco di Tito; è quindi giudicato colpevole in quanto
nemico interno, perché appartenente alla stessa tribù e attivamente coinvolto nell’impresa
della fondazione, e come tale giustiziato.
La leadership di Romolo sui Luceres diviene perciò indiscussa e sul “Palatino inaugurato e
murato” s’insedia la roccaforte del potere regio.

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Successivamente Romolo uccide Acrone, il sovrano ribelle di un oppidum dei Ramnes,
Caenina (identificabile con l’attuale La Rustica), il quale controllava pure il vicinissimo
Esquilino. Davanti alla quercia sacra capitolina, dopo avervi appeso le sue spoglie, Romolo
istituisce il culto civico di Giove Feretrio e fa erigere il Tempio in onore del dio,
“scoraggiante monito per ogni fronda signorile al potere regio”.
In terzo luogo Romolo si scontra con i Titienses, abitanti dei colles più lontani: soffoca
dapprima la rivolta di Antemnae (Forte Antenne), ma non riesce a debellare Tarpeio,
signore della cima del Campidoglio su cui poi sorgerà l’Arce, il quale, insieme con la figlia
Tarpeia, alleatosi con i Sabini aveva permesso a Tito Tazio, re di Cures, di attestarsi in
quel territorio, e forse persino di costruirvi il suo tempio augurale. Tarpeia e Tarpeio
muoiono per mano di Tito Tazio e di Romolo, ma l’Arce rimane sabina. E, nonostante il
protrarsi e l’inasprirsi del conflitto, né i Sabini né i Romani riescono a sopraffare
definitivamente gli avversari, cosicché la guerra termina grazie ad un accordo che sancisce
la diarchia di Romolo e Tito Tazio, costretti dalle circostanze a regnare insieme: “Roma
appare, pertanto, come l’esito finale di una iniziativa inter-etnica latino-sabina su quel
guado del Tevere”.
La sproporzione fra il vasto insediamento urbano di Roma, “maggiore di tutte le città
etrusche”, e la modesta estensione del suo agro, pari a un quinto di quello di Veio, specie
se raffrontata al rapporto inverso che contraddistingue appunto la città di Veio, da un lato
denunzia tutta la fragilità del centro protourbano; dall’altro spiega la bellicosità e la tenacia
della Roma romulea: Romolo e Tito Tazio s’impegnano, con caparbia ostinazione, a
sconfiggere “le resistenze dei ‘baroni’ del Septimontium, sottoponendoli ad una sovranità
centrale, regale a livello urbano, straniera e quindi super partes”. Tale potere, infatti, non
può essere esercitato dai nobili del luogo; e, se riflette un realtà etnica del tutto differente
alla sinistra del Tevere, è garantito sia dalla duplice regalità romana e sabina – “un ritorno
alla dualità dei Lari?” – sia dalle tre componenti aggiuntive del regime (sacerdoti, consilium
regium, Quirites/comitia), le quali in qualche misura compensano, attenuandola, l’autorità
regia.
L’omicidio, mai chiarito, di Tito Tazio rompe l’equilibrio, sicché di lì a poco anche Romolo,
sospettato di voler instaurare un regime tirannico, sarà trucidato. Allo scopo di ripristinare
una certa armonia fra le parti, bilanciando poteri e ruoli e pacificando gli animi, viene
pertanto chiamato al trono Numa Pompilio, anch’egli sabino di Cures.

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La politica espansionistica della Roma primitiva, scandita dalle conquiste romulee
(Crustumerium, Medullia, Fidente, i Septem pagi, le Salinae) e da quella di Cameria,
impresa congiunta di Romolo e Tito Tazio, benché agguerrita e sanguinosa, ottiene un
successo duraturo unicamente entro i confini dell’ager e con i Septem pagi, che diverranno
stabilmente parte del territorio dell’urbs; al contrario, le altre conquiste andranno tutte
perdute e, dunque, dovranno essere realizzate successivamente ex novo.
Due i fronti delle guerre più antiche: quello contro i Latini, abitanti fra l’Aniene e i Sabini,
sobillati proprio dai confinanti Sabini, e quello contro l’etrusca Veio.
Tullo Ostilio distrugge Alba Longa, di modo che i Latini trasferiscono la loro “metropoli
sacrale” lungo la costa, a Lavinio. Da ultimo Anco Marcio, il quarto re di Roma, apre il
fronte in direzione del mare, fino a fondare Ostia.

3.11 Breve quadro conclusivo


I venti anni di scavi condotti tra il Palatino e il Foro, accompagnati da una lunga e
approfondita indagine sulle origini di Roma, hanno sostanzialmente confermato i dati
leggendari e tradizionali – il mito di Remo e Romolo, le testimonianze antiche sulla
constitutio Romuli e sul calendari romuleo di 10 mesi – e si conciliano altresì con i risultati
dei vecchi scavi, grazie ad un’attenta rilettura critica di questi ultimi.
Si può dunque affermare in estrema sintesi che “l’abitato dei Quirites – il Septimontium
allargato ai colles – si era dotato, dal secondo quarto dell’VIII secolo a. C., di una urbs, di
un forum, di un’arx e di un ager, formanti insieme un regnum, cioè una res publica…
governata da un rex e da altri poteri secondari, secondo un ordinamento sacrale, giuridico
e politico di carattere costituzionale”.
Contro la “vulgata storiografica contemporanea”, che ritarda all’età dei Tarquini e alla
riforma serviana il configurarsi della prima vera città-stato, grazie all’evidenza archeologica
è così possibile fissare una cronologia attendibile: l’attuazione della città-stato si compie
nell’arco di un secolo, fra il 775 e il 675 a. C., e il suo perfezionamento nel cinquantennio
successivo (675-625 a. C.); viene poi “il tempo nuovo dei Tarquini e della riforma
costituzionale di Servio Tullio”, databile al 575-550 a. C., la quale permane inalterata fino
all’istituzione della repubblica (circa 500 a. C.).

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