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ALFONSO TRAINA

PÀTRON EDITQRE
Questa Collana, diretta da Alfonso Traina, professore emerito di
Letteratura latina presso l 'Università di Bologna, da più di un
trentennio oflre agili e rigorosi strumenti essenziali sia all 'inse-
gnamento universitario, sia alla ricerca scientifica in tutti i campi
del latino. Opere originali si alternano con traduzioni, curate da
specialisti e sempre introdotte, rivedute e aggiornate. Il successo
della Collana (pertinente a varie discipline come la Linguistica,
la Filologia e la Storia letteraria) è attestato dalle numerose
riedizioni, il cui costante aggiornamento la tiene al passo col
progresso scientüico.

A. TRAINA, L”alfabet0 e la pronunzia del latino.

Limpida e documentata sintesi sulla storia del1'a1fabeto latino (e quindi anche


de11'a1fabeto italiano che ne deriva) e sulle principali differenze tra la
pronunzia «classica» del latino, oggi adottata in quasi tutti i paesi europei,
e quella scolastica italiana.

I|ìBN _2637{l5
9 788855 526371
TESTI E MANUALI PER UINSEGNAMENTO
UNIVERSITARIO DEL LATINO

Collana diretta da ALFONSO TRAINA


ALFONSO TRAINA

UALFABETO E LA PRONUNZIA
DEL LATINO

QUINTA EDIZIONE
n nApp nd

PATRON EDITORE
BOLOGNA 2002
Copyright © 2002 by Pàtron editore _- Quarto inferiore - Bologna

I diritti di traduzione e di adattamento, totale 0 parziale, con qualsiasi mezzo sono


riservati per tutti i Paesi. E inoltre vietata la riproduzione, anche parziale, compresa
la fotocopia, anche ad uso intemo o didattico, non autorizzata.

I edizione 1957 (ristampa 1960)


II edizione 1963
III edizione 1967
IV edizione 1973
V edizione, marzo 2002

Ristampa
5 4 3 2 1 0 2007 2006 2005 2004 2003 2002

PATRON Editore - via Badim, 12


40050 Quarto Inferiore (BO)
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Fax 051.768252
e-mail: patroned@tin.it
http://www.patroneditore.com
Stampa: Stabilimento Editoriale Pàtron
Via Badini, 12 - 40050 Quarto Inferiore - Bologna
INDICE

Preēzzione alla] edizione . . _ . . . . . . _ . . . _ _ . _ pag.


Prefazione alla II edizione . _ . . . . . _ _ _ ››
Prefazione alla III edizione . . . . . . . . . . . . . . . . . . ››
Prefazione alla IV edizione . . . . . . . . . . . . . . . . ››
Prefazione alla Vedizione . . . . . . _ . _ . . . _ ›› \ç~O0¢ ¢~l

I. L°ALFABETO

. - L'origine dell'a.lfabeto latino. Roma. e l°Etruria. . . . . pag ll


_ - L'(-.voluzìone de1l'a.1fabeto latino. Roma. e la Grecia. _ _ _ ›› l5
- Le ultime riforme _ . _ . _ _ _ . _ _ _ _ _ _ _ . _ ›› 19
_ - La forma, delle lettere . . _ _ _ _ _ _ _ . _ _ _ _ ›› 20
_ - Il nome delle lettere. _
UI›ß§›$l\$›-I . ›› 22
Bibliografia . . _ . . . . . . . _ . . _ . _ _ ›› 25

II. LA PRONUNZIA

. - La questione, ieri e oggi . . . . _ _ . . pag. 29


- Il medioevo. _ . . . _ _ . ›› 30
- L'Urna.nesimo . . . . . . _ _ _ ›› 32
- L'età_ contemporanea. . _ _ ›› 36
. - La pronunzia « classica» _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ ›› 38
. - I dittonghi _ _ _ _ _ _ . . _ _ _ _ . . _ _ _ ›› 4-0
_ - Il cosiddetto «suono intermedio ›› fra 12 ed u _ _ _ ›› 43
45
9. - U semivocale (v) . _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ ›› 45
10. - L'aspirazione . . . . _ _ _ _ _ _ _ . ›› 49
ll. - Ti + vocale. _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ ›› 54
12. - Le velari dinanzi a vocale palatale (e/i) _ _ _ ›› 55
13. - Il gruppo quu. _ _ _ _ _ _ _ . _ . _ . ›› 59
14. - I gruppi -ng-, -gn-, gn- _ _ _ _ _ _ _ ›› 60
15. - Il gruppo ns . . . . _ . _ ›› 62
16. - S intervoealica, . _ . . ›› 64-
17. - Tavola riassuntiva _ _ ›› 66
Bibliografia, . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . _ . » 67

APPENDICE

Incontro su La pronuncia del latino nelle scuole . . _ . ›› TT


Indici
Tavola dei simboli ƒonetici e dei segni diacritici _ _ _ _ pag. 83
Indice delle parole
Latino _ _ _ _ _ . )) 85
G-reco..._.... ›) 9l
Germa nico e cc-ltico . _ )) 93
Italiano. _ _ _ _ _ _ )) 93
Francese _ _ . 3) 94
Altre lingue _ _ _ _ ¬ 1) 95
Indice delle fonti antiche l) 97
Indice dei nomi propri _ _ D l0l
Indice dei termini tecnici . _ _ D IUS
PREFAZIONE ALLA I EDIZIONE

Questi due capitoli sull*alƒabeto e la pronunzia del latino, nati nella


e per la scuola universitaria, non vogliono avere alcun merito di origi-
nalità, ma solo quello di un prudente vaglio degli elementi oggi in nostro
possesso. Perciò ho più tolto che aggiunto: solo di rado, per non appe-
santire l°csposiz~ione, ho dichiarato in nota le ragioni del mio dissenso.
Ho dato alla trattazione un carattere più storico che tecnico (1), riducendo
la parte ƒoneticamente descrittiva, fisiologica, che avrebbe richiesto la com-
petenza di un glottologo e non di un fllologo. Ho invece cercato di presen-
tare i fatti diacronicamente, mettendoli in rapporto, quand'era possibile,
con la storia della cultura romana. Soprattutto ho lasciato che parlassero
gli antichi, attraverso le voci degli scrittori, dei grammatici, delle epigrafi.
Questi capitoli dovevano ƒar parte di un manuale di propedeutica
allo studio universitario del latino, in progetto presso il Seminario di
Filologia Classica dell'Universita di Padova. Nell'attesa che il manuale
sia compiuto, non è sembrato inutile pubblicare a sè questi cenni su due
questioni oggi un po” trascurato nell°insegnamento del latino, di cui sono
parte filologicamente, e cioè storicamente, necessaria. In particolare, co-
mfunque si voglia risolvere il problema pratico della pronunzia del latino,
gli insegnanti di domani hanno il dovere di conoscerne e di ƒarnc conoscere
Paspetto storico: perchè, anche in questo piccolo campo, alliadmirari e
al ridere si sostituisca una buona volta lo spinoziano intelligere (2).

(1) Per facilitare la lettura ai principianti. ho aggiunto un indice-lessico


dei principali termini tecnici. La tavola dei simboli fonetici e a p. 75.
(2) Il mio più vivo ringraziatinento al Prof. Pietro Ferrarino, che mi ha
assistito con i suoi consigli nella stesura di tutto il lavoro. e al Prof. Carlo
Tagliavini, alla cui cortesia e competenza ho più volte ricorso.
PREFAZIONE ALLA II EDIZIONE

Sono state apportate in questa seconda edizione tutte quelle aggiunte


e modifiche che in cinque anni le critiche dei recensori, i contributi della
filologia e Pcsperienza dell*autore hanno suggerite: abbastanza perchè quasi
ogni pagina ne uscisse ritoccata, e qualcuna anche rifatta, ma non tanto
da mutare la struttura e il carattere dcll'opcra. Anche gli indici sono
stati ampliati. Piu di un recensore si è stupito che non avessi trattato
Pacccnto: a ragione. Ma nel piano originario del manuale di prope-
deutica allo studio universitario del latino, il capitolo sull”accento era
stato a/fidato ad un altro studioso. Ora questo capitolo sta per vedere la
luce presso il medesimo Editore, a cura del dott. Giorgio Bernardi Pe-
rini (1), che da molti anni tiene esercitazioni sull'accento e la prosodia
latina agli studenti dell'Università di Padova. È sembrato opportuno
stamparlo come un volumetto autonomo, ma concepito con gli stessi
criteri e per gli stessi scopi di questo, che esso viene così a integrare
e a proseguire. È un altro passo verso la realizzazione del manuale.
Speriamo che seguano presto le parti dedicate alla morfologia e alla
sintassi. Intanto ci presentiamo con rinnovata fiducia al giudizio dei
lettori.

(1) G. BERNARDI PERINI, L'accento latino: cenni teorici e norme pratiche,


lšolognn, l9li4 [l970¦*|.

PREFAZIONE ALLA III EDIZIONE

Qualche correzione, qualche aggiunta, e Pindispensabile aggiorna-


mento bibliograƒico: altro di nuovo non presenta questa terza edizione.
Ma essa testimonia che anche la nostra scuola si è sensibilizzata al pro-
blema della pronunzia del latino: il che è il presupposto della sua soluzione.
PREFAZIONE ALLA IV EDIZIONE

A quindici anni di distanza dalla prima edizione, a cinque dalla


terza, questo libro avrebbe forse bisogno di essere riscritto. Ma riscrivere
un libro è più diƒƒicile che scriverlo; tanto più, clio, finalmente compiuto,
in collaborazione con l”arnico G. Bernardi Perini, il manuale oli Prope-
deutica, al latino universitario (Bologna, 197.2), ci è entrato di diritto
un capitolo sulla pronunzia che è la .sintesi rirneditata del presente vo-
lume. Non ho tuttavia rinunciato qua c la a correggerlo e a integra-rlo.
senza alterare il taglio e la sostanza di una trattazione che la scuola uni-
versitaria, pur ƒra tante tribolazioni, ha rnostrato di non sgradire.

Bologna, ottobre 1972

PREFAZIONE ALLA V EDIZIONE

Ristampo inalterato, non senza riluttanza, questo che fu uno dei miei
primi libri, per venire incontro alle richieste che, nonostante tutto, perven-
gono ancora all'Editore. Non era il caso di aggiornarlo, perché, a parte il
fatto che la mole degli interventi avrebbe snaturato il taglio del manuale,
gli aggiornamenti essenziali si possono leggere nella nostra Propedeutica
al latino universitario, Bologna 1998”, cap. II (La pronunzia), Bibliografia
(pp. 69-73, 448-449). Ho invece aggiunto in Appendice il mio intervento ad
un dibattito su La pronuncia del latino nelle scuole del 1966 (vd. infra, p.
38, n. I), dove soppesavo il pro e il contra della sua applicazione. Oggi il
problema non è più la pronunzia del latino nella scuola, ma il latino nella
scuola.

Bologna, febbraio 2002


I.

UALFABETO

Rien mieux que Vemprunt da Falphabet no


maniƒeste les influences de civilisation.
A. l\IEn.r.E'r, Esquisse d'une histoire de
la. langue latine, 6" ed., p. 80.

§ 1. - L°o|-igine dell°alfabeto latino. Roma e l'Etruria.

Nelllalfabeto di un popolo si riflette la storia, del suo incivilimento,


cioè la. storia- dei suoi rapporti con popoli di civiltà. superiore. Così
Palfabeto latino, destinato a divenire Palfabeto della civiltà occiden-
tale e a seguirne Pespansione nel mondo, porta le tracce delle due ei-
viltà, che, in diverse fasi della sua storia, iniluirono profondamente
su Roma, Petrusca e la greca. Ecco Palfabeto latino, come si fissò
intorno al I secolo a. Cr., e la nomenclatura delle lettere, quale e a.
noi tramandata dai grammatiei dell°impero (per es. Prisciano, I 8 H.):

ABCDEFGHIKLMNOPQRSTVXYZ
a be oe dee ef ge ha i ka el em en o pe qu er es te u ix liyzeta,

È chiaro, nell°insien1c, che ci troviamo di fronte a, un alfabeto


greco (il quale 2, sua volta, com`è noto, ò di origine semitica), ma con
notevoli differenze rispetto all”ord.ine, al valore, alla forma e al nome
delle lettere dell'alfabeto ionico, accolto in Atene sotto Parconte Euelide
nel 403 a. Cr. e afferinatosi in tutta la Grecia per opera di Atene. Una.
facile considerazione geografica e cronologica (le prime iscrizioni latine
da-tano dalla fine del VII secolo 0 dal principio del VI) orientò subito gli
studiosi verso il gruppo degli alfabeti greci occidentali, usati nelle colonie
12 L'AL1=ABETo

dell”Italia meridionale, nei quali si ritrovano molte delle caratteristiche


che differenziano 1”alfabet›o latino da quello classico greco. Tali sono (a
prescindere dalla forma e dal nome delle lettere, di cui tratteremo più
innanzi): il mantenimento del digamma, .F, che compare nella forma
se non nel suono di F, e del koppa, 9, lat. Q, usato nella grecita clas-
sica come sigla numerica; Passenza di .Q e il valore di h e non di 5 aperta
del segno H, perchè gli alfabeti occidentali non distinguevano grafi-
camente 5 da 6, nè 6 da 6, che sono innovazioni ioniche (ma una trac-
cia di H come originario segno dell'aspirazione si conserva nello spirito
aspro, derivato dall'abbreviazione di H > l" > L > ') ('); infine il
valore del segno X, che suona cs e non ch, per la quale aspirata gli
a-lfabeti occidentali usavano il segno BU, rinunziando a indicare con un
segno unico il gruppo ps. Tanto bastava perchè si afferma-sse che l'al-
fabeto latino derivava direttamente da un alfabeto greco occidentale,
e precisamente, secondo la tesi classica (Mommsen), dall”alfabeto cal-
cidico di Ouma.
Ma la civilta greca influì dapprima sul Lazio e in genere sul-
l°Italia centro-settentrionale attraverso il filtro di un'altra grande
civiltà, geograficamente più vicina, Petrusca. Tutta la storia arcaica
di Roma è in funzione della storia etrusca. Gli stanziamenti latini
sul Palatino furono forse sentinelle sul Tevere, la dove Pirisula
Tiberina dava facile passaggio dalla riva etrusca alla latina. Ma gli
Etruschi passarono: padroni dalla metà. del VII secolo di buona parte
della Campania, avevano bisogno di dominare le vie di comunicazione
che attraverso il Lazio congiungevano l”Etruria alla Campania. La
conquista avvenne, pare, alla fine del VII o al principio del VI secolo,
Pepoca della maggiore espansione etrusca, e la tradizione ne trasmise
il ricordo, volutamente annebbiato, nella leggenda dei Tarquini. Leg-
genda e toponomastica qui van d'accordo: si pensi al uicus Tuscus,
alla rupe Tarpeia, trascrizione sabina (2) del radicale etrusco che si

(1) Cfr. Prisc. I 35 H.: H lit-terarn non esse ostendimus, sed notarn aspira-
tionis, quam Graecorurn a'ntiqu~issimi sirniliter ut Latini in uersu scribebarzt;
nunc autem dim'-serunt et dewtrarn eius partem supra litteram ponentes, psiles
notarn habent... sinistrarn autem contrariae aspirationis.
(2) Si ricordi che nei dialetti italici la labiovelare K2 è rappresentata. da p.
In latino popina si denunzia come un prestito osco di fronte al suo corrispon-
dente indigeno coquina.
1. L”oR1oiNE DELL'AL1=.›~.BETo LATINO. ROMA 1: 1.'n'rr<U1uA 13

trova in Tarquinius e Tarquinia (1). Se non lo stesso nome di Roma,


ancora sub iuclice, i nomi delle tre tribù dei Ramnes, Titienses e Lucêres
hanno un colorito etrusco, come riconosceva Varrone (ling. Lat. 5, 55)
e conferma oggi la linguistica. Sotto i Tarquini Roma, da piccolo vil-
laggio rurale, divenne una fiorida citta commerciale, all'incrocio di
due grandi arterie, quella fluviale che seguendo il Tevere conduceva
al porto di Ostia, e quella terrestre che scendeva dall”Etruria in Cam-
pania. Sul Campidoglio, il tempio a tre celle, secondo il costume etru-
sco, decorato da un artista etrusco, Vulca, ospitava la triade etrusca
o almeno importata dall'Etruria di Giove, Giunone e Minerva, in sosti-
tuzione della primitiva triade latina di Giove, Marte e Quirino. Dagli
Etruschi Roma imparò gli elementi della civiltà urbana, soprattutto
in quel secolo VI, al quale appartengono, come s°è visto, le prime iscri-
zioni latine. Gia a priori sembrerebbe strano che i Romani fossero
andati a scuola dai Greci dell°Italia meridionale, quando avevano in
casa propria dei maestri, presso i quali lluso della scrittura è testimo-
niato almeno dal secolo VII. E in realta, Pintermediario etrusco è
indispensabile per spiegare il sistema delle velari latine. Grammatici
e iscrizioni attestano che anticamente il C latino, pur derivando dal
P greco (v. tavola p. 21), aveva il doppio valore di sorda e di sonora:
e vc n*è traccia nelle sigle C. e Cn., abbreviazioni rispettivamente di
Gaius e Gnaeus (nelle iscrizioni etrusche CNEVE) e, come tutte lo
sigle, mantenutcsi inalterate anche dopo Pintroduzione del G. Dio-
mede (I 423 K.) informa: G noua cst consonans, in cuius locurn C solebat
adponi, sicut hodicque cum Gaiurn notarnus... scribirnus C (2). Testimo-
nianze epigrafiche sono RECEI = rcgi dellliscrizione del foro (comun-
que s'intenda, da rczc o da rcgo), VIRGO = uirgo del vaso di Duenos,
CRATIA = gratia di CIL I2 60. Tale scambio postula Pinflusso di una
lingua che non distínguesse sorde e sonore: questa lingua era Petrusca,
in cui Faro/zrjônç era trascritto Catrnite (3). Dato al P il doppio valore

(1) Nella tomba François si legge: cneve tarxunies rumax (PALLo'rTn~:o,


Testirnonia linguae Etruscae, Firenze, 1954, N. 300), ossia probabilmente
(1'naeus 'I'a›'quiniu.s~ Ii'om,.nnus. (`<›nlro la derivazioni- 1-triisczl di 'I'r1›rpciu› si pro-
nuncia- ora llccisainciitc li. l*i~;R.U7,zl, ()ri_r/ini di [fo-ma, l, l¬`ircnzc, l970, p. 39.
(2) Cfr. già. Quint. 1, 7, 28 s.: et Gaius O litte-ra significatur... nec Gnacus
earn litterarn in praenominis nota accipit, qua sonat.
(3) La forma etruscheggiante Gatameitus è in Plaut. .Men. 144; sostituita
14 L'AL1=AB1:'ro

di c e g, ne risultava Pesistenza di tre velari sorde, O K Q, che furono


distinte secondo la vocale che seguiva: O dinanzi a c e i, K dinanzi
ad a e a consonante, Q dinanzi a o e u (1). L'iscrizione del foro ha uno
accanto all*altro KALATOREM, SAKROS, QVOI; epigrafi di epoca
più tarda ci danno ancora KARISSIMO, MARQVS, PEQVNIA. Ma
Pinconveniente di una notazione, che alternava tre segni diversi per
lo stesso suono, per es. in loqus, loci, loka, generando confusione e in-
certezze (così leggiamo FHEFHAKED nella fibula Praemestina e
COSMIS nel vaso di Dufmos) fu eliminato con la progressiva sostitu-
zione del O agli altri due, di cui Puno, K, rimase solo in sigle come
K(alendae), K(aeso), merk(atus) e pochi altri casi, Paltro, Q, solo
nel digramma qu che rappresenta Pesito latino della labiovclare indo-
europea. Come la confusione tra sorda e sonora, anche il diverso uso
delle tre velari, che ne è la conseguenza, sembra doversi attribuire
all”Etruria (2). Inoltre .il greco non aveva nè il suono nè il segno della
fricativa labiodentale sorda ƒ (°) (forse in origine bilabiale, cfr. p. 51):
gli Etruschi la resero originariamente con FH, cioè col digamma più
Paspirazione; non diversamente i Romani, come documenta il FHE-
FHAKED della ƒibula Pmenestína. Poi, le due lingue semplificarono
in direzioni opposte: Pctrusca eliminando il primo segno (4), la latina
il secondo, tanto più che il digamma si era reso disponibile perchè il
suo valore di 14 era rappresentato in latino da V (variante già, greca
di Y), che venne a notare insieme u vocale e u semivocale (VINVM),

dalla forma grecizzante Ganymedes, rimase come nome comune nel senso di
« amasio ›› (cfr. il nostro ganimede), per es. Cio. Phil. 2, 77: ut te Catam/ítwm...
'mulier aspíceret (P. THOMAS, Autour d'un passage de Plaute, in .Hommages à
If. Ilcrrmunn, lšru.\:<-Iles, 1960, pp. 7ll-713; U. l'u(:(:1<›r~;1, .\'«›te››'e1Ic cicwo-
›n`m1,e, «.\laiz1››, 1967, pp. 173-175). 'Fonni in corrispond<›nzn di medie giv-
chc in amtichi prestiti (-olnv .v/›«›rIu (a|('(-us. nnvgíôu) <- um,u›w| (rìyógyu) fzmlm
sospettare Pintermediario etrusco (contestato recentemente per triumpus/
1?Qiu/ißoç).
(1) V. p. 23 sul nome di K e Q.
(2) Ma giù. in Grecia il 4? si trova solo dinanzi a o e ov (PERNOT, p. 67:
v. Bibliografia, p. 25).
(3) (D è una labiale tenue aspìrata, ph.
(4) Non è però certo che la lettera etrusca notante ƒ, 8, derivi da H, per-
che il medesimo segno col medesimo valore si trova ne]l'a.1fabeto lidio. Si trat-
terebbe in ogni caso di sostituzione dell'originario digramma FH.
2. LYEVOLUZIONE DIÈ.LL'ALI<`.\BE'l`O LATINO. ROMA li LA GRECIA 15

cosi come I valeva sia i che 1' (cioè j). Confusione grafica che durerà.
almeno sino al Rinascimento (cfr. p. 20).
L'origine etrusca dell'alfabeto latino, gia sostenuta da qualche stu-
dioso su base linguistica (Fuso delle velari), ha avuto conferme archeo-
logiche. Nel 1921, a Marsiliana d'Albegna (Toscana), in una tomba
etrusca dell'VIII-VII secolo si scoprì inciso sul bordo di una tavoletta
Pa-lfabeto etrusco più antico e più completo di tutti quelli conosciuti.
In esso sono contenute anche le lettere che, essendo straniere alla pro-
nunzia etrusca, furono poi abbandonate: B I) O X. Uno studioso fran-
cese, il Grenier, pensò che da un alfabeto di questo tipo derivasse il
latino; altri suppose invece che tali lettere manca-ssero anche nell'alfa-
bcto latino primitivo e vi fossero state introdotte per influsso greco
dopo la caduta dell'egemonia etrusca. Certo è che la derivazione del-
Palfabeto latino dall”etrusco, a sua volta basato su un alfabeto greco
non ionico, appare oggi Pipotesi più soddisfacente e più rispondente
ai rapporti storici fra i due popoli. Im- recente scoperta (1941) «li
iscrizioni etrllsclic :ii piedi del (`ampi<log'lio nc accresce la verisimi-
glianza (1).

§ 2. - L°evoluzione dell°alfabeto latino. Roma e la Grecia.

La potenza etrusca in Italia subì un colpo decisivo, prima con la


battaglia terrestre di Aricia, vinta dai Latini e dai Greci verso la fine
del VI secolo, poi con la battaglia navale di Ouma, vinta da Ierone
tiranno di Siracusa nel 474 a. Gr. In mezzo, nel 510, la tradizione
pone la cacciata dei Tarquini, cioè la fine della signoria etrusca., anche
se dobbiamo ammettere una temporanea conquista di Roma da parte
del lucumone di Chiusi, Porsenna. Se Petrusco Vulca, aveva ornato
il tempio di Giove Gapitolino, furono due artisti greci, Damofilo e

(1) It. |š|.o(:||, Tilc him' et [cs )››'«'››:im'.- sièøfløs :lv lforrw, |'zII'iS. l9fi5. 1)- 59-
Livio zlittl-,sta clic zlllliczniwiitc si iiisogiizivzi l`<-lrusco ni giovani Rolnzllli
(9, 36, 3): habeo auctores uulgo tum Romanos pueros, sicut mmc Graecis, ita
Etruscis litteris erudiri solitos; Plinio informa che esisteva in Roma una quercia
antichissima con iscrizione etrusca (16, 237): uetustior... urbe in Vaticano
ilex, in qua titulus aercis litterís Etruscis 1'elígio<ne arborem 'iam tum dignam
ƒuisse signi/`wat.
16 L'ALFABE'ro

Gorgaso, a ornare quello di Cerere, Libero e Libera, dedicato nel 493.


All'influsso etrusco succede quello greco, non più mediato come prima,
ma diretto, soprattutto nel campo della religione, che si arricchisce
di nuove divinità elleniche. Ma i secoli V e IV vedono Roma, deca-
duta dalla posizione di predominio a cui Pavevano portata i Tarquini,
combattere la sua battaglia per la vita a nord contro Galli e Veienti,
a sud e ad oriente contro i popoli italici che premevano dalle monta-
gne, Volsci, Equi, Sanniti. Per tutto questo periodo nulla sappiamo
sull”evoluzione dell”alfabeto. Dalla seconda meta del IV secolo quattro
notizie, connesse fra loro: Papisius Grassus, dittatore nel 340, accorda
grafia e pronunzia introducendo per primo nel suo nome il segno r al
posto dell”s intervocalico ormai rotacizzato (Cio. fam. 9, 21, 2) (1):
Appio Claudio Cieco, il censore del 312, generalizza Pinnovazione di
Papirio sostituendo la grafia Valesií Fusii con Valerii Furii (Dig. 1,
2, 2, 36); lo stesso Appio detesta la z perchè «imita i denti di un mor-
to » (2) (Mart. Gap. 3, 261); Spurio Oarvilio, liberto di Spurio Garvilio
Massimo Ruga, console nel 234, introduce il segno G, cioè un C diffe-
renziato mediante una gambetta verticale, per notare la velare sonora
(Plut. Quaest. Rom. 54; Ter. Scaur. VII 15 K.). Nonostante Pincer-
tezza dei nomi e delle date, da questo complesso di notizie sembra si
possa ricavare quanto segue: la Z, esistente in origine nell'a]fabeto
latino (Vel. Long. VII 51 K.), per quanto ce ne manchino esempi
chiari (problematico è il Cozeulodorieso del Car-men Saliare, e ZENATVO
di OIL I2 365 è dialettale, forse falisco), dovette assumere il valore
di s sonoro intervocalico; quando q_uesto nel IV secolo si rotacizzò e
fu sostituito dal.l°r, il segno Z divenne inutile e fu rimosso dall”a1.fabeto,
dove rientrò dopo più di due secoli; al suo posto subentro il nuovo
segno G, ed è probabile che la tradizione sia esatta nel1'attribui.rlo a

(1) off. p. es.


(2) Comunque pronunziata, la z provoca un leggero innalzamento dellabbro
superiore che scopre i denti: a questo atteggiamento, naturalmente esagerato,
più che alla forma della lettera, si deve il paragone con la bocca semiaperta
di un morto (così già, E. COCCHIA, Valore fonetica del C, « Athenaeum ››, 4, 1916,
p. 130). Sembra perciò inutile correggere il testo dentes mortui, dum expril-
mitur, ímitatur in dentis morsus (Mommsen), dentes moritum' (Bücheler), dentes
mordici (Lenchantin De Gubernatis).
2. L'BvoLUz1oNE DELUALFABETO LATINO. ROMA E LA GRECIA 17

Oarvilio (1). Questi infatti da una parte trovava lo stesso segno per
due suoni diversi nel nome del suo patrono (Garull-ius Ruca), dall”altra,
avendo per primo aperto una scuola a Roma (Plut. ibld. 59) - e Pinse-
gnamento non poteva prescindere dal greco _ si trovava dinanzi il
modello di un alfabeto che distingueva la velare sorda dalla sonora.
Così alla metà circa del III secolo, ormai aifermatosi Pinflusso greco
(la guerra di Taranto comincia nel 282), Pantica con.fusione scompare.
Siamo all'alba della letteratura latina, che nasce sotto il segno dell'El-
lenismo: mentre Spurio Carvilio apre la sua scuola, il tarentino Livio
Andronico traduce in latino l'Odissea.
Con ciò Palfabeto latino risultava composto di 21 lettere, dall°A
alla X. Non essendoci originariamente aspirate in latino, i segni delle
aspirato greche 0, (D e EF (== ch) furono, a quanto sembra, utilizzati
come sigle numeriche (per i passaggi grafici v. la tavola a pag. 21):
0 > C (per influsso della iniziale di centum) a indicare 100; Ø > M
(per influsso della iniziale di mille) a indicare 1000, la sua metà. D,
500 (”); Y' > L a indicare 50. Queste 21 lettere furono sempre sentite
come Palfabeto nazionale. Vnlus et ulginti ƒormae litterarum, dice
Cicerone (nat. deor. 2, 93); X nostrarum ultima., dice Quintiliano (1, 4, 9);
Svetonio narra di Augusto che inventò un sistema crittografico, secondo
il quale ogni lettera aveva il valore della seguente, A di B, B di C,
e cosi via: la X aveva il valore di A (Aug. 88). Ma Pinflusso culturale
greco, sempre crescente a partire dalla guerra tarentina, portava in
Roma sempre nuove parole in cui ricorrevano suoni e segni estranei
al latino. Le aspi.rate dapprima furono rese con le tenui: nogqróga di-
venne purpum, 19150; tus, ßánxøy baca (11) nel senatusconsultum de Baccha-

(1) Non ci sono sicuri esempi epigrafiei di G anteriori a quest'epoca. Ante-


riore sembra invece il tentativo di rendere la velare sonora col segno 3 (CIL
12 eo).
(2) Così come V = 5 è la meta di X = 10, che si trova in Etruria. ed ò
forse la lettera X, superflua nell'alfabeto etrusco classico.
(3) L'uso di segnare le doppie comincia in Roma agli inizi del II secolo
(il primo esempio epigrafico è del 189), ma si generalizza lentamente. È un
altro indizio dell'influsso greco, e Festo lo attribuisce a Ennio (374 Linds.):
nulla tune geminabatur littem in scribendo: quam consuetudínem Enníus mu-
tauisse ƒertur, utpote G-raecus Gfaeco more usus.
is L'ALrABsro

fnallbus del 186 a.Cr. ((1-IL I* 581), dunque sin oltre la fine del III sec.: le
grafie plautinfl, Baccha, Amphüruo, etc. sono ammodernate. E in realta le
paronomasie di Plauto presuppongono la pronunzia non aspirata: il giuo-
co fonico tra Phocnicium e poefrlicfro (che il poeta perfeziona in Pscud. 229
usando la forma dittongata invece di pumìcwì <1 identico a quello tra Pon-
ui e pocnas- in (.'i.s-t. 201 : l”antroponimo greco Ch.a.r'1Én.us ò messo inrappor-
to col verbo ca1'(=o, « manco ››, in Pscud. 736: non (I/larfimls hic qu-id(-m,
sul Cop-la cst (così come Thalfs con talrufum in Capt. 274). Poi un più vivo
interesse per la cultura greca restauro Paspirazione senza introdurre
nuovi segni, aggiungendo h alle tenui' in un1iscrizione del 146 si legge gia
AGHAIA ('Axozíoc) accanto a CORINTOS (Kógwöoç, CIL I” 626);
amphom (da á/upogeóç) riebbe Paspirata difierenziandosi dal suo dimi-
nutivo latinizzato ampulla, (da *amporela) (1); Poeni e Ph.oe-n.ìc(›s diven~
nero due parole fonicamente e semanticamente diverse. Anzi la moda
ellenizzante dell'aspirazione contagiò molte parole autenticamente
latine (cfr. p. 52). Ma per notare esattamente v e L' non c'erano segni
latini: fino al I secolo a. Cr. ci si contento di trascriverli approssima-
tivamente, Puno con u (ma cfr. p. 44), Paltro con s (iniziale) o ss (in-
terne). Si ebbero così Amp(h)itruo, da 'A,uqnr@zío›v; Gumae (da Kó/ny),
guberuo (da xoßsgvoü), cumba (da xóußn), cupressus (da mmágioaoç) (2),
che mantennero la u (ma Pellenizzante Virgilio traslitterò dal greco
cyparíssus in Georg. 2,84 e Aeu. 3, 680); e Plauto potè giocare con Ludus
(/lvöóç) e ludus (Bacch. 129: non omnis aetas, Lude, ludo conuenit),
con Grusalus (* Xgfóoaloç) e crux (ibid. 362: ƒacietque ewtemplo Cru-
cisalum me em Grusalo) (3). Z compare nell's di SETVS (Zñüoç, CIL I*
1290, e la grafia è in parte confermata, in parte rnodernizzata da Pri-
sciano, I 36 H.: ueteres Sethus proZñ19oç diceutes), nel doppio s di massa.
(,uáCa), malacisso (,ua/laxíåw) e in tutta la serie di verbi plautini in

(1) Ma purpura non recuperò Paspirata che ne avrebbe distrutto la gemì.


nazione espressiva, analoga a quella di fur,/ur, «murmur e turtur.
(2) Se il nome latino e il greco non sono prestiti, indipendenti l'uno dal-
l'a1tro, provenienti da una lingua mediterranea, come pensano A. ERNOUT,
.Aspects du vocabulaire latin, Paris, 1954, p. 31, e P. CHANTRAINE, Études sur
le oocabulaire grec, Paris, 1956, p. 9.
(3) I codici e le edizioni hanno le grafie moderne Lydus e Ohrysalus. Su tale
ammodernamento cfr. G. REDARD, À propos d'u-nc édition linguístlque de
Plaute, in lllélanges Niedm'-mann, Neuchâtel, 1944, pp. 73-79; Le rajeufn/issr›mcnt
du texto de Plaute, in Hommages .N-iedermann, Bruxelles, 1956, pp. 296-306.
3. LE ULTIME RIFORME 19

-isso derivanti dai greci in -íšm. Ancora Accio, morto dopo l'86 a. Cr.,
per testimonianza di Mario Vittorino (VI 8 K.) non usava nè z nè y.
Ma nel corso del I secolo fu introdotta Y e reintrodotta Z in fondo
all'a1fabeto. Cicerone oppone la grafia moderna all'antica, quando
scrive (or. 160): Burrum semper Ennius (dicebat), numquam Pg/rrhum;...
nec enim Graecam litteram adhibebaut, nunc autem etiam duas (1). Tut-
tavia 3/ e z furono sempre sentite e dichiarate straniere dai grammatici
latini (1), non diversamente da quel che accade per la e w nel nostro
alfabeto.

§ 3. - Le ultime riforme.

Cosi la storia dell'alfabeto latino attraverso l”Etruria torna alla


Grecia, donde era partita, riflettendo nel suo piccolo ciclo il ciclo stesso
della cultura romana. In questa forma passò ai popoli dell°occidente
e diede origine ai vari alfabeti nazionali. È vero che Claudio, Pimpcra-
tore erudito, tentò d'introdurre tre nuovi segni, di cui due almeno
colmavano un'efl`ettiva lacuna de1l'a1fabeto latino: ;l (digamma inuer-
sum) per il suono gt; I- per il suono intermedio fra i e u che provo-
cava le oscillazioni ortografiche optimus/optumus, liber/lubet. (cfr. p. 43 s.);
Q (antisigma) (3) per il suono ps (greco SV). Ma queste innovazioni non
durarono oltre il suo impero. La riforma che era riuscita a un liberto
non riuscì a un imperatore, perchè Spurio Carvilio non aveva dietro
sè, come Claudio, una tradizione letteraria secolare (1). Invece alllalba

(1) Per la sonora di Burrus, come per quella di guberno, cfr. p. 26.
(3) Iucumlissimas ea: Graccis I-ítteras non habemus, uocalem alteram (y),
alteram consonantem (z), quas mutuari solemus, quotiens illorum uomim'bus
utimur (Quint. 12, 10, 27: seguo Pinterpretazione di E. A. HAHN, Quintiliail
on greek Letters lacking in latin and latin Letters lacking in greek, « Language ››,
17, 1941, pp. 24-32). Ciò non toglie che, come l`h, anche l'y fosse introdotta
in parole latine che si facevano derivare dal greco per falsa etimologia, come
sylua, da z'›'}.›7 (cfr. Macr. somn. 1, 12, 7; nello stesso modo si spiega l`y del
francese style, che viene da slilus e non da ariloç).
(3) Si ricordi che a. partire dal IV secolo a. Cr. appare la forma lunata del
sigma, C: appunto un poeta del IV sec., Escrione, chiamava la luna «il bel
sigma del ciclo ›› (fr. 1 Bergk); a Roma era chiamato sigma un triclinio semi-
circolare (Mart. 10, 48. 6).
(1) Come non riuscirà-, cinque secoli dopo, la riforma del re merovingio
Chilperico (m. 584), che volle aggiungere quattro lettere all`alfabeto (Greg.
20 UALFABETO

della civiltà moderna, poco dopo la scoperta della stampa, fu possibile


Pintroduzione dei nuovi segni J e U per la maiuscola, j e v per la minu-
scola, già in uso nel medioevo come varianti paleografiche di I V i u,
ma adottati definitívamente per opera dell'umanista francese Pierre
La Ramée (1515-1572), latinamente Petrus Ramus (cfr. p. 34 s.):
da lui presero il nome di «lettere ramiste ›› (1).

§ 4. - La forma delle lettere.

Resta da dire qualche cosa sulla forma delle lettere. Abbiamo pre-
messo Palfabeto latino nella cosiddetta scrittura capitale, usata nelle
iscrizioni dal I secolo a. Or.; ma le iscrizioni arcaiche ricordano molto
da vicino i caratteri degli alfabeti etruschi di Marsiliana e di Formello.
Per la maggior parte delle lettere la derivazione dalle corrispondenti
greche è d”immedìata evidenza. Si è visto che G e V erano varianti già.
greche di P e Y; D viene da A, P da H, R da P, S da Z: le rispettive
forme intermedie (v. tavola seguente) s'incontrano in Etruria e in
Grecia, specialmente nel gruppo degli alfabeti occidentali.
Riassumiamo ora in uno schema grafico quanto s'è detto:

mi

Tur. htst. Franc. 5, 44). Nell'età di Augusto era fallito il tentativo di Verrio
Flacco di usare la metà. di M per notare il suono, debole, di -m finale dinanzi
a parola corninciante per vocale (Velio Longo, VII 80 K.).
(1) Prima del Ramus (1559) proposero la distinzione di 7' e i, v e u lo spagnolo
Antonio Nebrija (1492) c Vitaliano Gian Giorgio Trissino (l524; per 1) e u gia
L. B. Alberti. cfr. B. MIGLIORINI, Le proposte trisstniane di 'riforme ortogra-
fiche, «Lingua Nostra», ll, 1950, pp'. 77-81. e v. ora Storia della lingua italiana,
Firenze, 1960 [l9634], p. 284): ancora il Galilei ignorava il v, quando magnifi-
cava Pinvenzione de1l'alfabcto: « parlare con quelli che non sono ancor nati...
con i vari accozzamenti di venti caratteruzzi ›› (Dialogo sopra 11 due massimi
sistemi, 1632).
4. LA 1=onMA DELLE LETTERE 21

ALFABETO VARIANTI NoN ALFABETO LATINO


GR. CLASSICO Iomcnn o Ernuscnn

<› O (=cin etr.)


[> D ÖQb:4i>
l`1:l'>'ü :1¦-*> E
f (= u) F (semplificazione di FH)
Z G (sostit. alla Z nel III sec.)
H <= ë› (= h) H
0 (G 0 = 100)
I
K (solo dinanzi ad a)
L L
M
N
(manca perchè cs = X)
O
¦ìl° I12È> §` 1 P
Q (solo dinanzi a u)

š`°=o-0:1

V <2'f 3f/12'!
(<9 M = 1000, D D =500)
= ch) (= 08) X
= P8) (= ch) (J, 1 L = 50)
50*-5.'><'S«*'<Hl`1"U (manca)

š} (aggiunti nel I sec. a. Gr.)


22 L'AL1=ABn'ro

§ 5. - Il nome delle lettere.

I nomi latini rappresentano una innovazione rispetto ai greci, che


più o meno riproducono i nomi semitici con Paggiunta di un'a eufo-
nica: alpha si ritrova nell'ebraico aleph («bne ››), beta in beth (« casa ››),
ecc.
A chi e a che tempo risalgono i nuovi nomi? È difficile rispondere,
perchè i Romani usavano scrivere le lettere al posto del loro nome,
cfr. Cicerone (Verr. 2, 187): erant acceptae pecuniae C. Verrucio (7.ƒ.,
sic tamen ut usque ad alterum R litterae constarent integrae (cioè fino a
VERR; ma in diu. 2, 96 lo stesso autore usa il nome greco per la let-
tera greca: cum [Demosthenes] rho dicere nequiret, cioè la prima lettera
di éryrogmñ). Questa abitudine si continua fino ad Ausonio, i cui esa-
metri de litteris monosyllabis Graeois et Latinis (p. 166 s. Peip.) termi-
nano ognuno con una lettera dell°alfabeto, per esempio: et Rho quod
Graeco, mutabitur in Latium P (v. 17). Ma come Ausonio leggesse P
ci è detto dal verso precedente: Ausonium si PE saribas, ero Gecropium
P, mentre non sappiamo come Cicerone, e prima di lui Lucilio di cui
restano versi simili a quelli di Ausonio, leggessero i segni delle lettere.
La prima testimonianza indiretta s11i loro nomi ci riporta a Varrone
(fr. 241, p. 269 Fun.), citato dallo Pseudo-Sergio (IV 520 K.): Varro
dicit consonantes ab e debere incipere, quae semiuocales sunt, et in e
debere desinere, quae mutae sunt. Questo criterio, che introduce un
principio razionale nella denominazione delle lettere, distinte in vocali,
semivocali (come gli antichi chiamavano le continue) e mute, postula
una riflessione sui fenomeni linguistici che può benissimo risalire a
Varrone (Marx) (1). Sembra però che il suo intervento si sia limitato
a distinguere le «scmivoca1i›› dalle mute; i nomi di queste dovevano
preesistere a Varrone, e non si va molto lontano dal vero attribuen-
done la creazione agli Etruschi (Hammarström, Sommer) 0 ai Greci
dell”Occidente (Ullman). Più incertezza c”è per il nome originario delle
continue. In etrusco pare che esse si indicassero, come le vocali, col

(1) Tuttavia negli scritti superstiti di Varrone la lettera è sempre notata


col suo segno, per esempio ling. Lat. 5, 21: tera in augurum libris scripta cum
R uno. La prima testimonianza diretta sul nome delle mute si trova nei Priapea
(7): te pe dico semper.
5. 11. NOME DELLE LETTE1u=. 23

loro stesso suono: ƒ, 1, gn, gi, 1, s; e un”ipotesi accreditata estendeva


questi nomi al latino arcaico e repubblicano (Schulze). Ma dopo Pinda-
gine dello Strzelecki è assai probabile che fino a Varrone i nomi delle
continue fossero analoghi a quelli delle mute, cioè terminassero in -e.
Poi Pautorità. del dotto reatino dovette prevalere nella tradizione gram-
maticale posteriore.
Alla regolarità della distinzione sopra accennata fra i nomi delle
mute (be ce etc.) e delle continue (eƒ el etc.) fanno eccezione ka, qu,
ha, im, hy e zeta. Ka e qu si spiegano col diverso uso delle velari (cfr.
p. 14 s.): siccome ce, he e qe si sarebbero confuse nella pronunzia, si
aggiunse al suono di ognuna la vocale da cui era solitamente seguita (1).
Ha è d”incerta e forse tarda origine: si è pensato all`influsso di ka,
quando h intcrvocalico (mihi, nihil) cominciò a essere notato ch (miehi,
nichil: cfr. p. 50); 0 alla prima sillaba di halitus, perchè h (cui non cor-
rispondeva alcuna lettera nell'alfabeto greco classico) fu dai grammatici
latini giudicata più una nota aspirationis, come lo spirito aspro, che
una lettera vera e propria (2). X fu in un primo tempo chiamata ex,
per analogia di es e delle « semivocali ››, con cui spesso fu confusa;
poi Pesigenza di distinguere la doppia (re = es) dalle «scmivocali ››
fece mutare ea: in ix, dove Pi proviene dal nome greco Eeí (pronunziato
:vi a partire dal I sec. a. Or.) (3). Y e Z, come furono sempre considerate
straniere, così ebbero straniero anche il nome: hy è il nome greco di Y,
solo tardi, in epoca bizantina, chiamato 13 zpilóv; i Graeca, attestato
in latino, sara sorto in un tempo in cui la pronunzia più non distin-
gueva i e y (cir. p. 45).

(1) Ma, si tenga. presente l'acuta ipotesi dell°Ullman, che dall'abbreviazione


di kappa in ha e di kappa in ho (in bocca etrusca hu) sia derivato l'uso di la
dinanzi ad a e di q dinanzi a o e u.
(2) Dicuntur neque sunt (litterae), ut h... (Varr. fr. 49, p. 206 Fun.). Anche
il suo nome è male attestato; per es. nei papiri egiziani del tardo impero, che
conservano traccia dellinsegnamento scolastico, sono trascritti in greco i
nomi latini delle lettere (a ßq aa) ôrg), meno quello di h, che è greco (ôaoza, cioè
1) ôaaeía rzgoewiôía, lo spirito aspro). Cfr. H. I. MARROU, Histoire de l'éduca-
tion dans [`rm.I,iquite', Paris. 19551* (l9(i5'*). p. 357 (p. 35| della (md. ital..
Renna, 1950).
(3) Eutropio ap. Prise. I 8 H.: una duplex X, quae ideo ab i incipit, quia
apud Graecos in eandem desinit. Si noti che in inglese ia: è ridiventato ex per
influsso di es, etc.
24 L'.u.1=.uaETo

Il punto di partenza per la denominazione delle mute è stato visto


in pe, trascrizione del greco nei (ei notava in origine e lunga stretta, gi),
che a sua volta riproduceva il semitico pe. Quando i Greci aggiunsero
le nuove lettere E Ø T X, ne foggiarono i nomi sul modello di nei,
e tale procedimento potè col tempo estendersi a tutte le mute. Si può
anche pensare che Pe aggiunta alle mute sia nata dall'abbreviazione
della prima muta delllalfabeto, be-ta. La denominazione latina si è
mantenuta quasi inalterata in francese (1), invece sui nomi delle nostre
lettere poco si sa: bi, ei, di, efle, elle, emme (2) riflettono la pronunzia
toscana (3), e almeno le prime tre erano già note a Dante e a Boccaccio.
Le differenti denominazioni greca, latina, italiana vivono ancora nei
tre sinonimi (4) alfabeto, abbecedario, abbiceì.

(1) Sotto Luigi Filippo si formò in Francia un'associazione liberale « des


Amis de l”A B C ››: l'Abaissé era il popolo, che essi volevano sollevare (G. MAZ-
ZONI, Preliminari al Diringer, p. XXXVI, v. Bibliografia, p. 25).
(2) Si noti che i papiri egiziani menzionati apag. 23, n. 2, danno per le con-
tinue i nomi di upqøe, ille, i,u,ue, etc. L'etimologia di acca, francese hache, è
oscura: l'Allen, p. 45 (v. Bibliografia, p. 69) pensa a un tardolatino acc(h)a
subentrato ad ahha (come michi subentrò a mihi, v. infra, p. 50, n. 1).
L'oscillazione tra vi e 'vu (qucst'ultimo risale al Trissino) rivela forse il duplice
influsso di bi, ei, di... e di u, dal quale, come s'è visto, il segno v deriva e
dopo il quale viene nella serie alfabetica. V, come tutte le spiranti, dovrebbe
chiamarsi evve; il Ramus la chiamò eau.
(3) Che non conosce parole uscenti in consonante, cfr. «non valere un
ette ››, cioè «un et ››, e v. infra, p. 50, nichille da nihil.
(4) Dotto il primo, popolare il terzo; il secondo indica piuttosto il silla-
bario, che tende a sostituirlo. Fuor di Toscana, abbecedario vive quasi solo
come reminiscenza del Pinocchio collodiano.
BIBLIOGRAFIA (1)

§ 1. - Sulla storia dell'alfabeto e della scrittura in generale H. JENSEN,


Geschichte der Schriƒt, Hannover, 1925; D. DIRINGER, L'alƒabeto nella storia
della civiltà, Firenze, 1937; J. C. FÉVRIER, Histoire de l'écriture, Paris, 19592;
M. COHEN, La grande irwention de l'e'criture, Paris, 1958; e ora il volume col-
lettivo L°écriture et la psychologie des peuplcs, Paris, 1963 (sull'alfabeto etrusco
e latino R. BLocH, pp. 183-197). In sintesi CH. HIGOUNET, Décriture, Paris, 1955,
la parte IV di J. VEN1›RYEs,Le langa_qe,Paris, 1923 (rist. 1968)B11L V009 Alƒfüwtfl
della Enciclopedia Treccani (G. GIANNELLI); più teorico che storico I. J. GELB,
A Study oƒ Writing, Chicago, 1952; divulgativo A. C. MooRHoUsE, Il trionfo
dell'alƒabe-to, trad. ital., Milano, 19612. Vivace e ricco di curiosità. TODDI, Jfalƒa-
beto parla di sé, Roma, 1951.
Su1l'alfabeto greco e la sua evoluzione Pcssenziale in H. PERNOT, D`Homère
à nos jours, Paris, 1921, e nei testi di grammatica comparata che seguono.
Ora abbiamo una sillogc di 20 scritti a cura di G. PFOHL, Das Alphal›et.Eutste-
hung und Entwicklung der griechischen, Schriƒt, Darmstadt, 1968.
Sul1`a1fabeto latino si vedano innanzitutto i manuali di F. SOMMER., IIandbuch
der lat.Laut- und Formenlehre, Heidelberg, . 191424* (rist. 1948), p. 23 ss. (con
le importanti Kritische Erlduterungen, Heidelberg, 1914, pp. 6 s.); M. LEU-
MANN, J. B. HOFMANN, Lat. Grammatik, München, 1928 (rist. 1963), p. 44 ss.;
A. MEILLET, J. VENDRYES, Grammaire comparée des langues classiques, Paris,
1966', p. 31 ss.; C. D. BUCK, Comparative Grammar oƒ Greek and Latin, Chi-
cago, l9525, p. 68 ss.; C. TAGLIAVINI, Fonetica e morfologia storica del latino,
Bologna, 1962”, p. 12 ss. Invecchiato, ma sempre utile W. M. LINDSAY, H.
NOHL, Die lat. Sprache, Leipzig, 1897, p. 1 ss. Ricco di rimandi alle fonti anti-
che l'articolo Alphabet della Pauly-VVissowa dovuto a J. SCHMID1* (1894),
mentre appare superato il corrispondente articolo del Dictionnaire di Darem-
berg-Saglio, scritto da F. LENORMANT. Più utile dal punto di vista paleo-
grafico G. ÉDON, Écriture et prononciation du latin, Paris, 1882.
L'origine etrusca de1l'alfabeto latino, già. afiermata da M. BRÉAL, Sur
les rapports de Palphabet étrusque avec Ualphabet latin, «Mém. Soc. Ling. ››,
7, 1892, pp. 129-134, e da G. F. GAMURRIN1 in « Notizie Scavi ››, 1899, p. 159 ss.,
fu sostenuta soprattutto da M. HAMMARSTRÖM, Beiträge zur Geschichte des
etruskischen, la-teinischen und griechischcn Alphabets, Helsingfors, 1920; A.

(1) Questa bibliografia, come la seguente, vuole solo orientare sulle opere
più utili e più accessibili, e dichiarare i debiti dell`autore.
26 BIBLIOGRAFIA

GRENIER, L'alphabet de lllarsilia-na et les origines de Pécriture à Rome, « Melan-


ges de l'Éco1e franç. de Rome ››, 1924, pp. 3-41; B. L. ULLM.-IN, The etruscan
origin of the roman Alphabet and the names oƒ the letters, « Class. Phil. ››, 22,
1927, pp. 372-377. Sugli alfabeti etruschi G. BUONAMICI, Epiym-fia Glfusw,
Firenze, 1932. Importante per un quadro d'insieme M. LEJEUNE, Sur les
a-laptations de Valphabet étrusque aux langues indo-européennes d' Italie,
« Rev. Ét. Lat. ››, 1957, pp. 88-105, che ribadisce la tesi del1'intermediario
etrusco.
L'indistinzione delle sorde e delle sonore accomuna l'etrusco alle lingue
0 mediterranee» preindoeuropce: i dati del problema in L. HEILMANN, Alter-
nanza consonantica mediterranea e « Lautverschiebung etrusca ››, << Arch. Glottol.
Ita1.››, 1952, pp. 47-68; secondo R. FOHALLE, À propos de uvßsgvãv GVBER-
NA1-ZE, in Mélanges Vendryes, Paris, 1925, pp. 157-178, questo fatto di sostrato
spiegherebbe la resa di sorde greche con sonore latine in prestiti di « termes
dc civilisation ›› come xvßegvãv/gubernare, ›¢ó,uui/gummi, mišoç/buxus, etc.
Diversa spiegazione dà. G. BONFANTE, Les 'rapports linguistiques entre la Grèce
et l'Italie, in Hommages à L. Herrmann, cit., pp. 170-182: si tratterebbe della
tendenza italica meridionale ad articolare come sonore e semisonore le occlu-
sive sorde.
Sui rapporti storici fra Etruschi e Romani si veda L. PARETI, Storia di
Roma, I, Torino, 1952, e la sintesi di L. HOM0, Nouvelle Histoire Romaine,
Paris, 1941 (nuova ed. 1969); inoltre il chiarissimo articolo di J. BAYET, Etrus-
ques et Italiques: position «le quelques p›'oI1lème.s', « Studi Etrusclli ››, 1955, pp. 3- 17.
Ora H. H. SCU|.|.Alu›, Ire città etr-usclze e ltoma, trad. ital., Milano, 1969. Invece
per G. l)1svo'ro, Le (››~iyini triparfite «li I1'oma, <1 .Mtlienaeum ››, 1953, pp. 335.343
( Scritti min-ori, 1*`ir«-.nze, 1967, 11, pp. 349 ss.), la madrina di Roma sarebbe
stata (Éuma e non l`I¬Itruria. Sui rapporti tra le due civiltà. A. Gimxilcn, [,4-
_1/zšnie r0main,e. 1”z1.ris, 1925 (I9692); M. I',\I.|.o'r'r1.\1o, 1u`trusc1›/oyzfiu., ;\-'1i1ano, 1968".
c il volumetto di R.. |š|.o<:l1, Iles É't›'usque~, Paris, 1954 (trad. ital. i\/lilznm, 1960).
ll lšloch Im svolto lo stesso ur;_›;o1m-nto con più ampie'/,zu in Gli It`trus(:/ii, llmd.
it-al.. Milano, I959. ln qlwsti ultimi tempi si sono mol1ip1icz1.ti i libri divul-
gativi sugli |*1l,|-lisolii; mi limito al. citare A. Hus, Les É`trusque.s~, Éditions du
Seuil, 1959. Sui rapporti cliltlirali 1- comlm-,|'cia1i irnport;1ntv 1`:n'tico1o di
G. P/\:=.Ql|A|.l, La _:/rumle I{r›'›n.u, (lei 'l'm'qu,irLi, in 'I'erze pa_(/in.e .s-f,rnlfr¢_1/-'t›:.t'i, |*`i-
renze, 1942, pp. 1-25 ( I'agi'n›(f sl1'(1:'ri(/anti, 1*`ircnzc, 1968, 1. pp. 5-21). Sui
rapporti fra 10 due lillgiie, oltre alle sl1ori0 della lingua latiim (F. S'ro1.Z.
.=\. l)1~:ImUNx1~;i«, ll(-rli||_ I966' [traduzione italimm a cura. di A. 'l`n.›\1NA, lšo-
logna. I973“|; /\. M |-1||,|.|-:'r, Paris, 19667; (i. |)|~:vo'ro_ Išolognu, 1940 [1-ist. 1969];
J. (`.ou.sI.\._ Paris, 1944; 1¬`. .-\|.'|'|||«;n|, l~`|-ankfiul., 1951; G. lì. Pninl, in huzfdn
rl/lo sludiu «lella eiriltrì romana mllriwz, Napoli, ll, 1954, pp. 181-2228 [29 4-<1.
1961, pp. 185-232); Id., '1`orino, 1968; \". P|.<.\\'|. Torino, 1962), il lavoro di
A. ERNQUT, Les éléments étrusques dans la langue latine, in Philologica,
Paris, 1946, pp. 21-52. Un aggiornato sguardo panoramico sulla lingua etrusca
in K. 0LzscH.-1, Schriƒt und Sprache der Etrusker, « Historia», 1957, pp. 34-52.
BIBLIOGRAFIA 27

§ 2. - Sui problemi de1l'ellenismo romano P. GRIMAL, Le sièele des Sei-


pions, Paris, 1953 (più suggestivo nell'insieme che attendibile nei partico-
lari). Sulle riforme di Appio Claudio e di Carvilio una messa a punto con biblio-
grafia in H. BARDON, La littératnre latine inconnue, Paris, I, 1952, p. 25 s.,
e più recentemente in E. Pniwzzl, Testi latini arcaici dei Marsi, «Maia ››,
1962, pp. 122 s.

§ 3. - Per la storia dei segni v e 7' L. KUKENHEIM, Oontributions à l'his-


loire de la grammaire italienne, espagnole et française à Pépoqne de la Renais-
sance, Amsterdam, 1932, pp. 31-37.
§ 5. - Sui nomi delle lettere latine è fondamentale W. SCHULZE, Die lat.
Buchstabennamen, « Sitz. Preuss. Akad. ››, 1904, pp. 760-785, ristampato in
Kleine Schriƒten, Göttingen, 1933, pp. 444-467: le sue conclusioni vanno inte-
grate e corrette dalle indagini di Ilammarström e Ullman sopra citati e so-
prattutto di L. STRZELECKI, De litterarum Romanarurn nominibus, « Travam:
de la Société des Sciences et des Lettres ››, Vratislaviae, 1948 (riassunto in
Die lateinischen Buchstabennamen und ihre Geschichte, «Das Altertum ››, 1958,
pp. 24-32). L'attribuzione a Varrone è di F. MARX nel suo commento a Lucilio,
V. 377, Lipsia. l905(†-~ Amstcrdmn, 1963), pp. 138 Non riuscito dr-vic conside-
rarsi il recente tentativo di E. Sl'r'|*1<;, A l›eeerlar1'um um] 1u`lr›rn,entum.-, in .~\A.\-'\'..
Saíura, Baden-Baden, 1952, pp. 131-138, di vedere in elementum tracce dei-
Poriginaria denominazione delle continue (el em en). Riguai-da più la Germania,
ma è ricco di notizie M. H. JELLINEK, Ueber Aussprache des Lateinischen und
deutsche Buehstabennamen, « Sitz. Akad. `Wiss. VVien ››, Phil.-hist. Kl., B. 212,
Abh. 2, 1930. Io credo che non si possa separare la denominazione delle mute
in latino dai resti di scrittura sillabica ampiamente attestati in Italia, per
es. DCVMIVS per Decumius (CIL XIV 2855), PTRONIO per Petronio (ibi-d.,
3210; altri css. da l*`,m\'oUr in «Mém. Soc. Ling. ››, 13, 1905-1906, p_ 293 55_),
BNE per bene, KRVS per karus (come c'informa Terenzio Scauro, VII 15 K.).
Basti qui aver accennato alla questione.
II.

LA PRONUNZIA

Le parole hanno la loro 'vi-ta reale soltanto


nella pronunzia.
F. FLORA, I miti della parola, 2° ed.,
p. 45.

§ 1. - La questione, ieri c oggi.

Non esiste una pronunzia del latino, di una lingua, cioè, che ha
venticinque secoli di storia. Essa variò e varia nel tempo e nello spazio.
Già in antico il latino di Preneste non suonava come quello di Roma,
nè il latino di Plauto come quello di S. Agostino. Oggi ci sono almeno
tre modi di pronunziare il latino: 1) le varie pronunzie nazionali. Ogni
popolo pronunzia il latino supergiù come la propria lingua (1), cosicchè
una stessa parola, per es. Caesar, suona Zéçar in bocca italiana, sççár
in bocca francese, tsésar in bocca tedesca, síçã in bocca inglese. In
nessuna di queste quattro pronunzie Cesare avrebbe riconosciuto il
proprio nome, che suonava al suo tempo, come vedremo, kágsar. 2) La
pronunzia ecclesiastica romana, che è sostanzialmente quella italiana
e (se si eccettui la distinzione fra vocali larghe e strette, trascurata
nella pronunzia italiana) risale direttamente al basso latino. Questa

(1) In realtà, le pronunzie nazionali sono un compromesso' fra le tendenze


fonetiche dei rispettivi popoli e fattori vari, come riforme dette, influssi stra-
nieri, tradizioni scolastiche, ecc. Cosi ti + vocale suona diversamente in ita-
liano e nella pronunzia italiana del latino: c, che è sempre duro in tedesco,
suona ts davanti ad e/i nel latino dei Tedeschi; i Francesi pronunziano altri-
menti il gruppo gn in agnus e in agncau.
30 LA PnoNUNzui

pronunzia fu raccomandata da Pio X a tutta la Chiesa Cattolica- in


una lettera del 1912 all'arcivescovo di Bourges (1). 3) La pronunzia
«classica ››, cioè quella della classe colta di Roma nel I sec. a. Or., quella
di Cicerone e di Virgilio, e anche, con poche varianti, di Terenzio e
di Tacito.
La questione della pronunzia del latino è tanto antica quanto le
variazioni di tale pronunzia, ma ebbe diverso carattere secondo i tempi:
puristico nell'antichità., come opposizione di urbanitas (il latino del-
l'Urbe) a rusticitas (”); normativo nel medioevo, trattandosi di una
lingua che non s*imparava più a casa ma a scuola; storico nell'Uma-
nesimo, che ricercò Pantico per riviverlo nella sua genuinità; scienti-
fico nell”epoca moderna, che la considera come una parte della cono-
scenza del mondo antico.

§ 2. - Il medioevo.

Quando Cicerone scriveva, la pronunzia urbana era minacciata


dalla rustícitas italica; quando scriveva Quintiliano, dalla peregrinitas
provinciale. Decadendo Pimpero, le forze centrifughe ebbero il soprav-
vento anche nella lingua e il latino parlato andò sempre più differen-
ziandosi dalla lingua scritta nelle varie parti della Romània, secondo
le tendenze fonetiche dei rispettivi sostrati. Nei secoli VI e VII, spez-
zata dalle invasioni barbariche Punita politica e amministrativa del-
llimpero romano, la lingua latina c la rustica. romana lingua, cioè il
volgare, si avviano ad essere due idiomi distinti eppur reagenti l'uno

(1) In «Acta Apostolicae Scdis», V. IV, n. 17, 1912, pp. 577 ss. Questa
pronunzia si diffuse fuori d'Italia solo dopo la prima guerra mondiale. È pro-
babile che essa riceva nuovo impulso dalla costituzione apostolica « Veterum
sapientia ›› (1962), con la quale Giovanni XXIII promuove la rinascita e l'us0
vivo del latino nelle scuole religiose.
(2) Quintiliano cosi definisce la retta pronunzia del latino (ll, 3, 30): (ratio
pro-nuntiandi) emerzdata erít... si ƒuerit os facile, explanaium-, rlncundum, urba-
nnm, id est 'in quo nulla neque rusticitns neque peregrinitas resonet. Per altre
definizioni e testimonianze cfr. J. MAROUZEAU, Quelques aspects de la forma-
1-icn (lu latin Iiftrfraire, Paris, 1949, pp. 7 ss. Sul concetto di urbanitas ofr. E. G.
li/\m.iGE. Cicero on Extra-Roman Speech, « Trans. Am. Phil. Ass. ››, 1961,
pp. 481-494.
2. IL Miamoiavo 31

sull'altro, il primo, per il suo prestigio culturale, sul lessico del secondo,
il secondo, vivo nell”uso quotidiano, sulla pronunzia e quindi sull°orto-
grafia del primo, come fanno fede gli scorrettissimì « sacramentari ››
anteriori alla riforma carolingia. È dell'epoca merovingia, per es., il
raddoppiamento dell'ƒ che resterà sino al Rinascimento nelle grafie
diƒfinire e diflinitio e passerà nell'italiano deƒfinire, messo in bocca dal
Manzoni al suo anonimo seicentista nella prefazione dei Promessi Sposi.
Carlo Magno, per il quale si piaceva a Dio non solo bene vivendo, ma
anche bene loquendo (1), affidò all'inglese Alcuino la riforma dcl1'inse-
gnamento, che consisteva innanzi tutto nel leggere e scrivere corret-
tamente: non certo tornando alla pronunzia antica, mal nota, ma
obbligando a pronunziare tutte le lettere, anche le finali, che tende-
vano ad essere eliminate nel volgare (e tuttavia restò proverbiale
quiproquo per quid pro quod). Anche dopo Carlo Magno, per tutto il
Medioevo, i rari trattati di pronunzia di cui abbiamo notizia hanno
un intento normativo, non storico: insegnano a pronunziare il latino
secondo l'uso del tempo e del paese. Possiamo farcene un”idea dalle
Quaestioncs grammatioales di Abbone di Fleury (morto nel 1004), che
Fulberto di Chartres chiamava magister ƒamosissimus totius Franciae:
per es., ti seguito da vocale si è assibilato (ti semper enunciatur sono ci,
si post illam in altera syllaba sequatur vocalis) (2), come c dinanzi alle
vocali palatali (vinco, vinci, vince, vincam, mutato cum vocalibus sono,
dicimus... Nunc autem cum quodam sibilo [c sonare videtur]... ut elvis
et coepi) (3). Pietro Helie, che commento Prisciano a Parigi nella prima
metà, del XII secolo, attesta la confusione di al e t, soprattutto in finale:
D et T conƒundunt sonos suos adinvicem, ut pro d ponatur t et e converso.
Quod ƒaciunt... maxime Theutonici, pro deus dicentes teus... Sicut proƒertur
il in hoc pronomine id, eodem pronunciatur t, cum dicimus legit, capit.

(1) Mon. Germ. Hist., Lcges, II, 1, p. 79. Lo scopo della riforma carolina
era religioso, il retto apprendimento dei testi sacri: analoga origine aveva
avuto la grammatica sanscrita. di Panini (IV sec. a. Cr.), « la grammaire
étant l`une des nécessités majeures de Papprentissage rcligieux ›› (L. RENOU,
Histoire de la langue sanskrite, Lyon, 1956, p. 63).
(2) MIGNE, Patrologia Latina, 139, pp. 522 ss., cap. XI.
(3) Ibicl., cap. X. Dallo stesso capitolo sembra potersi ricavare che la scuola
irlandese, combattuta da Abbone, sosteneva la pronunzia velare del c anche
dinanzi ad e/i (JELLINEK e NORBERG, v. Bibliografia, p. 67 s.): è un fatto che
in Irlanda Patricius ha dato Patrick.
32 LA PRONUNZIA

E se la prende con quelli che volevano distinguerli: Sunt quidam qui


mamme nos reprehenalunt, ut Hiberni. Volunt enim sia pronunciare t
in legit sicut in tibi... Sed male reprehendunt, eum iste due littere invicem
conƒundant sonos suos (1). Dunque c'era consapevole divergenza fra
Tedeschi, Francesi e Irlandesi (Hiberni) nella pronunzia delle dentali.
Ma nonostante che il latino fosse la lingua internazionale della cultura,
il Medioevo non tentò mai di uniformarne la pronunzia. Gli mancava
per far ciò qualsiasi punto di partenza nella tradizione grammaticale
antica (come clera invece per Portografia e la morfologia), nè la Chiesa,
che sola avrebbe potuto, lo volle, per non oscurare ancor più llintelli-
genza dei testi liturgici con una pronunzia diversa dalla volgare. Anzi
più d'un Concilio prescrisse al clero di spiegare al popolo i libri sacri
in rustioam romanam linguam aut theotiscam, quo ƒaeilius possint intel-
legere quae dicuntur (Concilio di Tours dell'813).

§ 3. - L°Umanesimo.

Dobbiamo agli umanisti e al loro ideale di ritorno all'antico la prima


trattazione storica del problema. Ma sebbene l'Umanesimo sia nato
in Italia, questo merito non appartiene agli umanisti italiani. La loro
pronunzia era quella della Chiesa di Roma, e abbastanza vicina, in
confronto alle altre, alla pronunzia classica quale poteva desumersi
dagli autori. Perciò nelle grammatiche umanistiche italiane, come
osservò il Sabbadini, manca la sezione fonetica, e le poche osserva-
zioni in materia si trovano ad altro proposito, soprattutto nella sezione
ortografica che aveva gia interessato la tarda antichità, e il medioevo.
Cosi, per es., il Poliziano trasse lo spunto a parlare dell'aspirazione
in latino dalla grafia michi, difesa da Leonardo Bruni. Aldo Pio Ma-
nuzio, occupandosi dei dittonghi greci in appendice alle sue Institu-
tiones grammaticae del 1508, riconosceva: olim puto omnes diphthongi
pronunciabantur. Ma sono casi isolati. Lo stimolo a occuparsi metodi-
camente della pronunzia del latino venne da due fatti: i rapporti
culturali fra umanisti di diversi paesi, soprattutto i frequenti viaggi

(1) THUR01' (V. Bibliografia, p. 68), p. 144.


3. L'UMANEs1Mo 33

in Italia di umanisti stranieri, che non potevano non accorgersi e sof-


frire delle diverse pronunzie come di un diaframma che li separasse
1'nno dall°a1tro e dagli antichi; la caduta di Costantinopoli (1453)
e l'esilio dei dotti greci, che portando con loro in Italia la pronunzia
bizantina, troppo apertamente discorde da quella classica, posero il
problema della pronunzia del greco antico. Se il poeta comico Gratíno
rende con ßñ il belato delle pecore, questo non poteva suonare, come
in bizantino, 'vi (1).
Tali questioni si dibattevano n.ell'Accademia Aldina, alla quale par-
tecipò, per circa otto mesi, nel 1508, Erasmo da Rotterdam. Fu forse
il germe che fruttò, venti anni dopo, la prima trattazione seientifica
delllargomento, fondata sulle testimonianze dirette e indirette degli
antichi, il Dialogus de rccta Latini Graecique sermonis pronunciatione
(Basilea, 1528). Erasmo ha di mira anzitutto Francesi e Tedeschi,
i più lontani dalla retta pronunzia del latino ([vitiorum] minimum esse
ƒerunt apud Romanos, plurimum apud Gallos, plus satis apud Germanos,
nonnihil et apud Hispanos) (2), ma riconosce anche i difetti della pro-
nunzia italianaz la chiusura dei dittonghi (satis est intelligi, et diphthon-
gos posse sonare, et olim sonare solitas, p. 90), la palatalizzazione del 0
(probabile est... et apud Graecos, et apud Latinos c eodem ƒuisse sono,
quacumque vocali seguente, p. 125), la sonorizzazione dell's intervoca-
lica (nec enim sa debet aliud sanare in musa, quam sonat in salus, nec
so aliud in viso, quam in solus, p. 132), Pequazione ph = ƒ (p. 137), la
mancanza dell°aspirazione (Itali via; distinguunt homincm ab omine,
p. 128). Riconosceva invece come legittima llassibilazione di ti davanti
a vocale, ingannato forse dalla grafia ci (quod pro ti sonamus ci, quoties
evcipil vocalis, ƒortassis vctcrum autoritate pmbatum est in Laurentius et
patientia, p. 131) (3) e il suono frieativo di v, che egli accosta all'olan-
desc w (4) (id... propemoclum sonuisse, quod apud nos hodie sonat uu

(1) Cratino, fr. 43 Kock. Già citato da Aldo Manuzìo nel 1512.
(2) Cito dalla Sylloge di IIAVERCAMP, Lugduni Bat., 1740, p. 173.
(3) Qui Erasmo è in regresso rispetto al suo predecessore Antonio Nebrija
(Antoni-us Nelwlssensis), che già. nelle I nlroducteiones Lalinae del 1491 aveva
combattuto l'assibila›zione sia di ci che di ti.
(4) Il segno VV non intcrvocalico notava nel medio olandese (come m'in-
forma il Prof. Carlo Tagliavini) un suono fricativo bilabia-le, più vicino al
34 LA i>RoNUNzi/\

geminum, p. 141). Erasmo concludeva, con la prudenza che lo distin-


gue: ita cederdum est consuetudini, ut medieus cedit morbo, paulatim
alleoians, quando semel non potest tollere (p. 173), e continuò a usare
la pronunzia vecchia. La lotta scoppiò allorchè uomini più giovani e
più battaglieri vollero scendere dalla teoria alla pratica. Quando John
Oheke, che aveva studiato il greco a Padova e lo insegnava a Gam-
bridge, e il suo amico e collega Thomas Smith introdussero la nuova
pronunzia erasmiana o etaeistica del greco nel loro insegnamento, il
cancelliere dell”Università, Stephan Gardiner, vescovo di Winchester,
emanò nel 1542 gli Edieta de pronuntiatione linguae Graecae et Latinae,
in cui si minacciava llespulsione dal1'Università. del docente o studente
che seguisse la riforma: Quisquis nostram potestatem agnoscis, sonos
literis sive Graecis sive Latinis ab usu publica pracsentis saeculi alienos,
privato iudicio aƒfingere ne audeto... Publice 'vero profiteri quod ab auto-
ritate sancita dioersum et consuetudine loquendi reeepta alienum sit,
neƒas esto (1). Dopo un vivace scambio di lettere, Cheke f11 costretto a
ubbidire. Tuttavia il divieto del vescovo non aveva tanto un signi-
ficato culturale, quanto religioso. In quel tempo la pronunzia del latino
in Inghilterra suonava abbastanza vicina all'italiana, come riconosceva
Erasmo (op. cit., p. 173): sostituirla significava rompere Pultimo ponte
con Roma, mentre la Riforma protestante avanzava. Fu quello che
avvenne dopo lo Scisma d°Inghilterra: abbandonato a sè, il latino fu
rapidamente pronunziato come Pinglese, al punto che nel 1608 Giu-
seppe Giusto Scaligero trovò il latino di uno studioso inglese incom-
prensibile come il turco (2).
In Francia, dopo il De recta Latini sermonis pronuntiatione di Carlo
Estienne, latinamente Stephanus (1538), ispirato a Erasmo, si fece
apostolo della riforma un umanista che già, conosciamo, Pietro Ramus

latino u (b) dell'impero che al nostro v (cfr. p. 47). Tuttavia la lunga tratta-
zione di Erasmo, non sempre chiara, come quelle di tutti gli umanisti, per le
imperfetto descrizioni fonetiche, richiederebbe uno studio approfondito.
(1) P. 205 della Sylloge di HAVERCAMP, sopra eit.
(2) «Anglorum vero etiam doctissiini tam prave Latina efierunt, ut... quum
quidam eat ea gente per quadrantem horae integrum apud me verba ƒecisset, neque
ego magis eum intelligerem, quam si Turcice loguutus ƒuissct, homine-m roga-
uerim, ut esccusatum me habcret, quod Anglice non bene intclligcrcm ›› (J. J. Sca-
ligeri Epistolae, Lugduni Bat., 1627, IV, N. 362, p. 700).
3. L'UMANEs1Mo 35

(cfr. p. 20). Spirito ribelle a ogni principio di autorità, aveva attaccato


violentemente Aristotele sfidando Postilita della cultura uflìciale, che
ne fece condannare le tesi dal re Francesco I; passato al Protestante-
simo, morira nella tragica notte di S. Bartolomeo (1572). La sua rifor-
ma, detta ramista, in parte migliorava, in parte consacrava la pro-
nunzia tradizionale: la migliorava, per es., pronunziando kítãkltám
(quamquam) quello che Pinsegnamento corrente pronunziava laãltci'
(donde il francese cancan, eco delle rumorose dispute scolastiche); la
consacrava introducendo il segno o per la fricativa sonora di uiuo,
scmivocale in latino. Ma quando verso il 1550 un chierico adottò la
pronunzia ramista, suscitò tale scandalo che i teologi dell'Università.
di Parigi, la Sorbona, lo vollero spogliare dei suoi benefici. La que-
stione finì in Parlamento, che la lasciò in sospeso, e Ramus, più fortu-
nato del suo collega di Cambridge, potè esporre la sua teoria in due
opere del 1559, i Rudimenta gmminaticae e le Sch-olae grammaticae.
Ma neanche lo zelo di Ramus ottenne quello che Erasmo aveva otte-
nuto per il greco, il ritorno, sia pure approssimativo, alla pronunzia
antica. Neppure Giusto Lipsio si faceva illusioni: nella dedica del suo
Dialogus de recta pronunciatione Latinac linguac (Lugduni Bat., 1586),
in cui si riassume quanto di meglio ci abbia dato l'Umanesimo e il
Rinascimento sulla questione (1), scriveva: pauci haec ad animum sive
aures admittant, et siqui, tamen hactenus, ut scire ea oelint, non uti.
E due anni prima Leonardo Sa-lviati aveva scetticamente affermato:
«lasciamo stare... l°uso delle latine voci, delle pronunzie delle quali
niente abbiamo di certezza ›› (2). Pesava sulla pronunzia del latino una
tradizione scolastica e religiosa secolare, che continuò a vivere più o
meno indisturbata nei vari paesi, finehe nella seconda meta del secolo
scorso si trovò di fronte un”avversaria ben più agguerrita dell°UIna-
nesirno, la glottologia.

(1) Non mancano però punti di vista personali, per es. sulla pronunzia del
(littongo oe. che per il Lipsio doveva suonare come nel francese coeur e voeu
(la cui pronunzia si è ms-.ntenuta pi-essocliè inalterata dal 500 ad oggi).
(2) Degli avr:c.~-tí›;›,enti della lingua sopra *l Decamerone. p. 53 dell'edizione
di Milano, 1809. Questo scetticismo sulla nostra conoscenza della pronunzia
antica, che ripete ancora il D'Alembc1't in un saggio del l'76? (cito da E. SPRIN-
(;iim*1?I, Il latino alla ribalta. « Civiltà- Cattolica ››, 1056, p. 467) e non del tutto
scoinpurs-:›, si può dire oggi ingiustificato.
36 LA i›noNUNzui

§ 4. - L°età contemporanea.

Nata, agli inizi dell'ottocento, con interessi prevalentemente fone-


tici e morfologici, la glottologia si ripropose la questione della pronunzia
del latino indagandone la struttura fonetica, punto d”incontro delle
sue branche più importanti, Pindo-europea e la romanza. E mentre
la nuova scienza contribuiva alla soluzione col rigore del metodo com-
parativo e della fisiologia dei suoni, la filologia, rinnovatasi con Fede-
rico Augusto Wolf (1759-1824) e Carlo Lachmann (1793-1851), ofiriva
attendibili edizioni critiche al bisogno di facili e sicuri riscontri. Il ri-
sultato di einquant”anni di studi si ebbe in due manuali, che sono
utili anche oggi per la ricchezza del materiale raccolto: WV. Corssen,
Ueber Aussprache, Vokalismus und Betonung der lateinischen Sprache,
Leipzig, 1868 (291 ed. 1870) ed E. Seelmann, Die Aussprache des Lateins,
Heilbronn, 1885. Data la diffusione e Porganizzazione della cultura,
specie in un secolo che credeva. alla « Wlissenschaft ››, il divario fra la
teoria e la prassi non poteva a lungo passare inosservato. A partire
dal 1870 in Germania e in Inghilterra si succedono opere e articoli
dedicati alla pronunzia del latino: la riforma guadagno terreno, appog-
giata dalla cultura uificiale (in Inghilterra, per es., si dichiararono in
suo favore la Classical Association intorno al 1895 e le Philological
/Societies di Oxford e Cambridge nel 1906), e oggi nei paesi di lingua
tedesca e anglosassone la pronunzia classica si è imposta nel1°insegna-
mento universitario: lo straniero che pronunzi legere all'italiana rischia
di sentirsi correggere da uno studente.
In Francia, fu un'altra questione. La pronunzia nazionale dava
luogo a grotteschi equivoci: si narra che nel dicembre del 1821 Luigi
XVIII congedasse i nuovi ministri con Pesortazione latina, natural-
mente pronunziata alla francese, macte animo, lasciando costernati i
poveri ministri, che, digiuni di latino, avevano creduto d”intendere
marchez, animaux! (1). Soprattutto nella prassi scolastica erano fre-
quenti le confusioni: L. Havet avvertì la necessità della riforma una
volta che aveva dettato senseram e i suoi allievi scrissero sinceram;
J. Marouzeau narra che alla discussione della sua tesi di dottorato
non riusciva a intendersi con un commissario su una parola, che per
l'uno era sciens e per Paltro ciens, e sulla bocca di entrambi sies. Il
più attivo campione della riforma, negli ultimi vent'anni, fu proprio
il Marouzeau, ma ogni tentativo d'innovazione si urtò a lungo contro

(1) A. SCARLATTI, Et ab hic et ab hoc, Serie II, Roma, s. d., p. 56.


4. L'ErÀ CONTEMPORANEA 37

il nazionalismo gallico, che vedeva nella pronunzia francese del latino


un des traits du visage de la France, comme un instrument de déƒense
de ses traditions, de sa culture et de sa langue: per difenderli sia contro
la scienza, sia contro la Chiesa (che nel 1912 raccomandava al clero
la pronunzia italiana) si fondò persino una Société des amis de la pro-
nonciation française du latin. Alla fine, la vittoria è venuta con la
circolare ministeriale del 27 agosto 1960, che prescrive nelllinsegnamento
secondario la pronunzia classica.
L°Italia non ha molto sentito il problema: è vero che a un articolo
di Giorgio Pasquali su « Pégaso ›› del 1929, che prendeva le mosse dalla
Francia per augurarsi - ma con buon senso ed equilibrio (1) _ una
riforma anche in Italia, Popinione pubblica reagì vivacemente, e ci
fu chi rispose opponendo la «voce del sangue ›› alle argomentazioni
della scienza; ma, come gia ai tempi degli umanisti, la legittimità
storica della pronunzia italiana, che è la pronunzia della Chiesa di
Roma dai tempi dell”alto medioevo, contribuisce a smorzare Pinteresse
per la questione. Tanto più che i riformatori stessi non sono sempre
d”accordo fra loro, nè manca chi preferirebbe un ritorno alla pronunzia
costantiniana (2), cioè supergiù all”italiana, o chi propone due diverse
pronunzie, la classica sino al III sec. d. Cr. e Pitaliana, lievemente
modificata, dal III in poi, giacchè leggere S. Agostino con la pronunzia
di Cicerone sarebbe un errore storico non meno grave che leggere
Cicerone con la pronunzia di S. Agostino (3). Soluzione più logica che
pratica. Oggi la pronunzia classica è insegnata da qualche cattedra
universitaria e praticata in qualche scuola sperimentale: a che punto
sia la cultura media, è rivelato da un recente numero di «Epoca»

(1) «Non si dimentichi che questioni di pronunzia divengono ridicole, se


collocate al centro dell'insegnamento scolastico» (Latino francese, latino ita-
liano e latino latino, ristampato in Pagine stravaganti di un ƒilologo, Lanciano,
1933, pp. 235-246, e ora in Vecchie e nuove pagine stravaganti, Firenze, 1952,
pp. 170-178 [ I'ugin.¢› sI.ra'1›a_qan,ti, Firenze, 1968, l, pp. 134-1401). ll Pasquali
rispose alle critiche in un altro articolo del 1930 (La p›'r›r1,un›cia del latino).
ristampato iicgli stessi volumi, pp. 247-256 (= 179-186 ( pp. 141-I46).
(2) A. MACÉ, v. Bibliografia, p. 67.
(3) G. B. Piani, v. Bibliografia, p. 69.
33 LA PRONUNZIA

(del 31, 1, 1954), dove un lettore afferma: Sento con raccapriccío pro-
nunziare ecce o cognoscere come li direbbe un tedesco e mi ribella (1).
Nel settembre del 1956 si tenne ad Avignone il I Congrès 'interna-
tional pour le latin vioant, che si proponeva di ridare al latino la sua
funzione di lingua internazionale della cultura. Il Congresso formulò
cinque «voti» perché fosse adottata in tutti i paesi la pronunzia
« restituée ››, ossia classica, del latino. A dieci anni di distanza, non
pare che questi voti siano stati adempiuti (2). Comunque non bisogna
confondere Paspetto pratico e Paspetto storico della questione: appli-
care la pronunzia classica del latino può essere un vantaggio, conoscerla
è un dovere per chiunque impari o insegni latino.

§ 5. - La pronunzia « classica».

Quale fosse la pronunzia del latino, si può ricostruire con suflìciente


approssimazione mediante: 1) le testimonianze dirette dei grammatici
antichi, quando descrivono i suoni della loro lingua o correggono gli
errori dei loro contemporanei; 2) le testimonianze indirette degli anti-
chi scrittori, quando riportano giuochi di parole o onomatopee del
tipo del famoso ßñ di Cratino (°); 3) le scritture fonetiche delle iscri-
zioni; 4) la trascrizione di parole latine in greco e viceversa, nei limiti
in cui ci è nota la pronunzia greca; 5) i termini latini passati in epoca

(1) Questo scrivevo nel 1957; da allora, anche in Italia si è diffusa la


coscienza del problema, benché manchi ancora una presa di posizione ufiiciale.
Ufr. per es. D. PIERACCI(›N1, Ancora sulla prr›-nurncia del lritirio, « lšclfa.gor ››,
1966, pp. 67-72. Da una discussione promossa. dalla rivista « Maia» su La
pronuncia del latino nelle scuole, 1966, pp. 254-262 c 1967, pp. 255-278, con
interventi di G. Bom-',\Nri:, A. 'l`n,\u1,i.›\, E. 'l`Um›i,1./i, E. l)1~: l*`1«;1,1c1-1, li. AI.-
Fonsr, A. TRAINA, S. M/xmorri, A. Gms1~:1,r,1, M. Bfmciiinsl, G. ScARP,\'r.
emerse Poricntamcnto quasi unanime zx conservare la pronunzia italiana.
(2) A1mgn0_ a giudicare da quello che si è sentito nell'Omm'um gentium ac
nagionum Comwmug Latínis litterís linguaeque ƒovend-is, tenuto a, Roma. nel-
Paprile del 1966.
(3: Ma non bisogna dimenticare che le onomatopee « ne sont en aucun sens
des sons naturels que Phomme a instinctivement ou automatiquement repro-
duits, elles sont tout aussi bien des créations de l'esprit humain, des traits
de Pimaginatìon humaine, que n'emporte quoi d'autre dans le langage»
(E. SAPIR, Le langa_qe, trad. Guillcinin, Paris, 1953, p. 15, trad. ital. di P. Va-
lesio, Torino, 1969, p. 7). Sc il Marouzeau ha ragione nel citare il latino bau-
6. 1 nirro.\'cH1 39

antica in altre lingue, soprattutto nel germanico (1), 6) i dati della


fonetica comparata indeuropea per il punto di partenza, e romanza
per il punto di arrivo. Ma, anche così ricostruita, la pronunzia del
latino rimane pur sempre una cosa morta, cui manca quello che già
gli antichi definivano come anima uocís (Diomede I 431 K.), Paccento,
e Pintonazione (« quella cosa che si potrà, esprimere con note, ma che
con parole davvero non si descrive ››) (2). Perduto è anche, almeno per
noi Italiani, il senso della quantita, base della metrica antica. Neppure
in altri paesi più favoriti di noi, nonostante gli sforzi di grandi mae-
stri (°) sembra che il tentativo di conservare la quantita delle sillabe
latine abbia avuto pieno successo.
Nei paragrafi che seguono sarà. esposta la pronunzia «classica»
solo nei punti dove maggiormente diverge dalla nostra.
m

bari contro lu pronunzia l'|':|.11c1-sc del diiioligo au, lo studioso del futuro
:ivrcbhc li«›|'l.o si lrn|'r<- <-<›||<-llisimii lrop|›<› |'i_<_rorosc dal verso con cui il l*:1scoli
interpreta l`nl›l›nizn'c notturno di un cnnc (Im rm-1-); « Va! rn! gli dico ln voce
vigile, -~ sonando ìrosa di tra lc tcnchrc... ››.
(1) A non minori cautele va soggetto il criterio delle traslìt-terazioni e dei
prestiti perché è relativo a1l'epoca e alla via di trasmissione (dotta, popolare;
scritta, orale), alla zona (centrale, periferica, più conservativa), alla fonetica
e a1l'alfabeto della lingua ricevente; si vedano le osservazioni del BRÉAL,
p. 153, e del Mnns, p. 100 s. (Bibliografia, p. 73). Alcuni esempi: nell”irlan-
(lese i prestiti presumibilmente più antichi mostrano l`atteso trattamento
volgare ss di av (cfr. p. 64, n. 1), i più recenti restituiscono la pronunzia colta
(e originaria) cs. Egualmente di origine dotta sono l'ir1andese saigulum da
saeculum col dittongo, e il bizantino íovgmôixrícov da iurísdictio col ti non
assibilato pur nel VI sec. Il dittongo ae è reso normalmente dal greco con al:
ma questo segno nella storia del greco antico e del bizantino ebbe tre valori
successivi, aj ae e, e questo spiega come in uno scrittore bizantino vissuto
intorno al 1000, Cedreno, si trovi la grafia Tåaíoag = Caesar, rispondente
a una pronunzia Tåéaag (cfr. pp. 41 e 57). Una parola passata in altra lingua
a una data epoca e con una data pronunzia può tornarvi in epoca posteriore,
con altro senso e altra pronunzia, ma in genere si sottrae all'evoluzione fone-
tica della lingua da cui deriva. Così Palatium «palazzo (imperiale) ›› si con-
serva nel biz. naláuov, da cui neogreco nalán, senza assibilazione della t:
ma Palatium «Palatino ›› era già trascritto Halánov ne1l`epoca di Augusto
da Diodoro Siculo e Dionisio d'Alicarnass0.
(2) G. PASQUALI, Govrwersazioml sulla nostra lingua, Ediz. Rai. 'F ll.
(3) Come il sospitalor Plauti, F. Ritschl (« Rhein. Mus. ››, 31, ›- CD ql-1 G19*al “Ci”p. 481-
40 LA PRONUNZIA

§ 6. - I dittonghi.

Secondo Svetonio (Vesp. 22) Pex-console Mestrius Florus ammonì


un giorno Vespasiano che bisognava dire plaustrum e non plostrum;
il giorno dopo il faceto imperatore lo salutò col nome di Flaurus (che
in greco significa « inetto ››). Questo prova che il dittongo au, pronun-
ziato come tale nella lingua urbana, tendeva a chiudersi in 6 nella pro-
nunzia rustica e dialettale, provocando alternanze come caupo/oãpa (ri-
troviamo il dittongo nel ted. kaufen < cauponari); aula/olla (ctr. Au-
lularía « la commedia della pentola ››); lautus/lötus (poi semanticamen-
te differenziati, avendo conservato il secondo il senso di «lavato» e
avendo assunto il primo il senso di «raffinato ››); Claudius/Glôdius (1).
Al pari di au, anche ae ed oe erano pronunziati come dittonghi,
rispettivamente ae ed oe (dove il secondo elemento, con pronunzia
rapida e stretta, si chiama «vocale asillabica ››) (2). Come noi pronun-
ziamo diversamente il lat. causa e l'it. cosa che ne deriva, così dobbiamo
diversamente pronunziare maestitia, e mestizia, poena e pena..
Il dittongo ae deriva da aj (3), ben testimoniato dalle iscrizioni
(per es. GNAIVOD, AIDILIS del sepolcro degli Scipioni). Agli inizi
del secondo secolo a. Gr. appare ae nelle epigrafi, segno che il passaggio
fonetico della vocale asillabica da 11 in e s'era da tempo compiuto nella
lingua parlata: ai resterà solo come grafia arcaizzante. Una buona

491). Ma si veda quanto scriveva il Buecheler al Macé, op. cit., p. 273, sullo
scarso risultato dei suoi tentativi: « aliud esse scís celle ac posse, aliud praecí-
pere ac perficere ».
(1) La forma popolare in -o- è costante per il tribuno nemico di Cicerone,
ma si estende, alternando con la forma in -au-, ad altri membri della stessa
gens: la sorella di Clodio, moglie di Metello Celere, Clodia (la Lesbia di Ca-
tullol), è chiamata Claudia da Cic. jam. 5, 2, 6; il fratello di Clodio è CLAV-
DIVS in CIL 12 927, ma "Amuov Klcóôiov Hólgsg (sic) in IG 112 4109; il figlio
di Clodio è CLAVDIVS in CIL VI 1282, ma Olodius in Cic. Att. 14, 13 A, 2.
Cfr. Schol. Iuu. 6, 345: licet per commumonem un' Clodius el Claudius, ul coles
et cautes, ut auriga el orzfga.
(2) Ae cd oe sono dittonglii ilisccndenti e perciò acccntati sul primo ele-
mento: próflium e non prodíum.
(3) Da non confondere con di bisillabo, che nel genitivo dei temi in -ã ne
rappresenta lo stadio anteriore, conservatosi per particolari effetti stilistici:
patriãi (Lucr. 1, 42); aurãi (Verg. Aen. 6, 747).
6. 1 DITTONGHI 41

testimonianza indiretta della pronunzia dittongata di ae si ha nel


gotico Kaiser (ted. mod. Kaiser), sia che esso rifletta il nome del grande
condottiero com°era pronunzíato nel I sec. a. Cr., sia che rifletta Caesar
come titolo dellfimperatore, pronunziato col dittongo nel latino urbano
del primo secolo dell”impero (1), Testimonianze anche migliori sono le
allitterazioni, uno dei procedimenti favoriti della tradizione stilistica
latina. Una formula burocratica come triurnuiri auro argento aere
flando ƒeriundo (ufiìciali preposti alla zecca), oppone il gruppo dei
sostantivi a quello dei verbi mediante la duplice allitterazione, in a-
degli uni, in ƒ- degli altri: dunque aere e non ëre (2). Duplice del pari
(in t- e in ka-) Pallitterazione che chiude con una visione di luce il verso
di Ennio (sc. 292 Vahlfi): lumíne sic tremulo terra, et coma caerula candent:
Pallitterazione è distrutta se non leggiamo kaua, kaerula karrdent. Nè
questo vale solo per gli autori arcaici. Un tale aveva fatto perdere
agli amici molto tempo per mostrare il suo poderetto; e Marziale:
errastí, Lupe, lrlttera sed una.: - nam quo tempore praedíum dedisti, _
mallem tu mihi prandiurn dedisses (11, 18, 25 ss.). La lettera in cui
sbaglia Lupo è la e di praedium invece della rt di prandium.
Nel sermo rustieus la chiusura in 6 (normale in un dialetto italico,
Pumbro) è precoce. Al tempo di Lucilio così pronunziava un pretore
di origine prenestina, O. Cecilio Metello; e il poeta lo beffava: temo che
Cecilius divenga un pretor rusticus invece di un praetor u-rbanus (ß)!
Varrone, che ci ha conservato il verso di Lucilio, aggiunge (ling. Lat.

(1) Sarei più propenso alla seconda, ipotesi: ì Germani erano numerosi
nelle guardie del corpo imperiale (Tac. arm. 1, 24), e la pronunzia ufficiale di
Caesar dovette conservarsi a lungo invarìatzi. (anzi sotto Claudio, Pimperatore
grammatico, torna nelle iscrizioni la graíia nrcaica (,'ai.sur). Si tengano tuttavia
presenti le riserve generali espresse a p. 39, n. l.
(2) Si ricordi un'allitterazione analoga nella formula triumuírí agris adiudi-
cafndis adsigfnandis (altro nnatoriale in 0. KEI.1,1~1R, (}ra'n1,r›1,r1tis-che Auƒsfítzè.
Leipzig, 1895, p.17). Quanto ad aere (corno iure rwlI'altr;|. forinula (luarn/1m"r
iure ¢l'icu'ndo), si tratta di un dativo arcaico, la cui 6 stretta rappresenta urto
stadio intermedio fra, il punto di partenza. ei e il punto d”arrivo i.
(3) Così pare vada interpretato il v. 1130 .\lar\': (,'<›efil1`u.- pretur rie rusticus
fiat: cfr. ora I. MARIOTTI, Studi Lucfilrlam', Firenze, l960 (rist. l969), p. 25.
Su un gioco di parole simile si fonda il «provcrl›io›› ìl.:iliu.no di conio recente:
iíise l'autista- non è villa.11o_, anche il vigile di\-'«~nl.:|. ur|m.no ››.
42 LA i>RoNuNziA

7, 96): rustici Pappum Mesium, non Maesium (dicunt). Anche altrove


il reatino oppone esplicitamente pronunzia rustica e urbana (ib. 5, 97):
in Latio rare edus, qui in urbe... A addito, aedus: cioè in campagna si
pronunziava la parola haedus « capretto ›› senza aspirazione (cfr. p. 51)
e senza dittongo. E appunto dalla lingua rustica ci vengono doppioni
come ƒaermm e ƒënurn, saepcs e sêpes, glaeba e glêba, caepa e cêpa)
Ancora al principio del II secolo dell”impero il grammatico Terenzio
Scauro testimonia la pronunzia della vocale asillabica: e riouissima
sonat (VII 16 K.); ma già. le iscrizioni pompeiane (anteriori quindi al
79 d. Cr.) scambiano ae ed e, scrivendo, per es., EMILIO per Aemilio
e AEGISSE per egisse (OIL IV 1553 e 2413' add. p. 207).
Nel tardo latino la pronunzia dittongata, ormai caduta nella lingua
dluso, si rifugia nellìnsegnamento scolastico, e dalla scuola ci ven-
gono le ultime voci di grammatici che ammoniscono, per es., non
doversi scambiare misere e miserae (Seru. ad Aeri. 1, 344), ãquus ed
aequus (Pomp. V 285 K.) (1). Va tuttavia osservato che 6 < ae era
aperta (2), mentre é originaria era chiusa, sicchè, quando si perse il
senso della quantita, ê < ae venne a coincidere con é aperta e come
tale fu trattata nel romanzo, almeno in generale: laetus da lieto come
léuis dà lieve.
Il dittongo oe è raro in latino, essendo nno stadio intermedio fra
oi ed il (GOERAVERVNT, OIL I2 672), conservatosi solo in condi-
zioni particolari: per composizione, come in coctus < coitus; per diffe-

(I) I/omofonia di aequus ed equus è alla base di un noto bisticcìo medievale.


Si narra che Federico Barbarossa, passeggiando un giorno coi giuristi Bulgaro
e Martino, chiedesse loro se aveva il diritto di considerarsi signore del mondo.
« No ››, rispose Bulgaro; « Sì ››, rispose Martino. L'imperatore donò a Martino
un cavallo, e Faneddoto fu ricordato nel detto: Bulgarus dixit aequum, sed
Martirzus habuit equum (SCARLATTI, op. cit., I, Torino, 1927, p. 216 s.).
(2) Questo esito di ae spiega perchè in antichi prestiti greci come scaerea <
omgvú e Gumae < Ki?/ny la 1; fosse per via orale notata ae: 5 latina era chiusa,
mentre 17 greca era aperta (gí in greco era notata ei, cfr. p. 61, n. 2). La trascrizione
di 17 con _ê è grafica e testimonia lo scrupolo di una traslitterazione più fedele:
la forma scena risale ad Accio (cfr. Varr. ling. Lat. 7, 96: obscaenum dictum
ab scaena; earn, ut Graeci, et Accius scribit scemzm), e una medesima reazione
dotta restituì sceptrum < axñnrgov in luogo di scaeptrum, mentre il toponimo
Gumae conservo il dittongo sentito come desinenza di nominativo plurale
(donde genit. (/'umarum,.
,. 11. cosinnizrro « suono 1Nri;u.\n:Dio›› rm 1' nn 1.' -lì

renziazione semantica, come in rnoertia di fronte a munia; dopo ƒ e p,


purchè non seguito da i, come in ƒoedus, poena (ma punio), Poenus
(ma Puriieus). La chiusura in 5, che sembra posteriore alla monotton-
gazione di ae, è però attestata a Pompei dallo scambio fra oe ed e,
soprattutto in nomi di origine greca, dove era frequente il dittongo oi:
per es. PHEBVS per Phoebus (CIL IV 1890) ed EPHOEBI per ephêbi
(OIL IV tab. cer. 82, 5).
Il mediolatino mise d”accordo pronunzia e scrittura eliminando
anche graficamente i dittonghi nel corso dei secoli XI-XIII: quello
che per noi è il Dies irae, per il suo autore (forse Tommaso da Celano,
uno dei primi seguaci di S. Francesco) era, e resta nei codici, Dies ire.
Saranno gli umanisti a restaurare i dittonghi, se non nella pronunzia,
almeno nella grafia.
Invece la pronunzia dittongata di au, per quanto minacciata, come
abbiamo visto, da influssi dialettali, fu preservata da una forte reazione
urbanistica, che attraverso la scuola del tardo impero e del medioevo
l'ha trasmessa alla pronunzia italiana ed ecclesiastica del latino (1).

§ 7. - Il cosiddetto « suono intermedio ›› fra i ed u»

La denominazione serius rnedius risale a un passo di Quintiliano


di non sicura lezione (1, 4, 8): medius est quidam u et i litterae serius:
riori eriirn sic optumum dicirnus ut optirnurn (var. ut opimurn). Tro-
viamo difatti un'osci1lazione grafica tra i ed u in una serie di vocaboli
che si possono raggruppare in due categorie, secondo che il sortus
medius compare dinanzi a labiale in sillaba tonica (libet/lubet, clipeus/
clupeus) o in sillaba atona (optimus/optu-mus, rnancipo/martcupo, carni-
ƒew/carriuƒex). Le due categorie hanno in comune la brevità della vocale
in questione e la presenza della labiale, ma la natura e Porigine del
sonus medius e la distribuzione di i ed u han resistito finora alle indagini
degli studiosi: tanto più che azioni analogiche, influssi greci, confuse

(1) _Si spiegano cosi gli allotropi italiani causa e cosa, rauco e roco, Mauri
e mori, etc.
44 LA PRONUNZIA

testimonianze di grammatici intervengono a oscurare il problema (1).


La communis opinio da per entrambe il suono ü, all'incirca come 1:
greco e u francese: ma per la seconda categoria, ben più ricca e impor-
tante della prima, le ipotesi vanno dal suono ö/ë del Parodi all'i del
Goidanicli (« dove Pi esprinierebbe il timbro predominante, e il segno
diacritico Pelemento concomitante labiale ››), al «suono medio sia di i
che di u ›› non meglio specifieato del Juret, al grado vocalico ridotto
del Piccitto (cioe «il grado d'indebolimento che precede immediata-
mente la sincope ››, cfr. tegümen/tegimen/tegmen), alla «vocale ultra-
breve, dove il tono non era netto ›› del Meillet. Contro il suono ü è
stata fatta valere Posservazione che Quintiliano, nel passo citato, par-
lando delle lettere mancanti al latino, riconosce che in seruus e uulgus,
Aeolieum digammon desideratur, ma non dice che in optimus/optumus
si sente la mancanza di Y. Inoltre le trascrizioni greche dei nomi di
questa serie presentano ora L (Mášiuoç), ora ov (Hoaroóutoç) e più
anticamente 0 (Hoaróuioç, cfr. lat. arcaico Hecoba), mai v, e il nuovo
segno di Claudio, I- (cfr. p. 19), che secondo Velio Longo avrebbe
dovuto servire a rendere appunto questo suono (VII 75 K.), si trova
nelle epigrafi solo al posto di Y in trascrizioni dal greco. Si può sol-
tanto affermare con una certa sicurezza: 1) che la grafia più antica
era u (codici e iscrizioni), e fu Giulio Cesare a generalizzare la i, che
poi s*impose nella pronunzia urbana (Quint. 1, 7, 21); 2) ehe i ed u
sembrano distribuirsi secondo un criterio di armonia vocalica, non
riducibile a rigide formule: si deve forse al vocalismo della sillaba
precedente minimus di fronte ad optumus. Era quello che riconosceva
già, Velio Longo (loc. eit.): aucupare et a-ucupium mihi... melius uidetu-r
sonare per u quam per i; et idem tamen aucipis malo quam aucupis,
quia scio scrmonem et decori seru-irc et aurium uoluptati.

(1) Per cs. Velio Longo (VII 67 K.) c'informa che le iscrizioni di Augusto
mostravano la sua preferenza per le graíie con u, mentre prevale la grafia
con i (tranne che in clupeus) nel suo testamento epigrafico, il Monumentum
Ancyranum.
9. u sEM1vocALia (v) 45

§a. Y.
Questo segno e il suono che rappresenta (ü, come u francese) era
straniero al latino, e si usava solo in trascrizioni di parole greche (o che
si facevano più o meno rettamente derivare dal greco), cfr. Terenzio
Scauro (VII 25 K.): Y litteram superuacuam Latino sermoni putaue-
runt, quoniam pro illa V cederet. Sed cum quaedam in nostrum sermonem
Graeca, 'nomina admissa sunt, in quibus cuidentcr sonus huíus littørae
exprimitun... in eísdem hac líttem necessario utimur. Si è già visto (p. 18)
che v fu in origine trascritta con u, trascrizione forse agevolata-, si deve
ora aggiungere, dal fatto che nei dialetti non attici e specialmente
nel dorico v conservo a lungo il valore di u. La pronunzia ü di y era
detta; la pronunzia popolare oscillò sempre tra u ed i, entrambe rap-
presentate a Pompei: DIDIMVS (CIL IV 23l9°') e DIDVMO (ib-id.
527 4) per il gr. Aíôv/40;. Nel tardo insegnamento grammaticale si geno-
ralizzò la pronunzia z', come appare da-l nome stesso della lettera i
Graeca (cfr. p. 23): d'altra parte anche in Grecia v si evolveva verso
il suono 11, che finì per trionfare nel greco bizantino c moderno a partire
circa dal X secolo d. Or.

§ 9. - U semìvocale (v).

Qui il problema è complicato dall'ambiguita del segno V, che


nella storia del latino antico ha tre valori (1): vocalico (u), scmivo-
calico (y), fricativo bilabiale sonoro (5), mentre è discutibile se abbia
mai avuto il valore di fricativa labiodentale del nostro 'v (2). La distin-

(1) Senza contare Pantico uso epigrafico di notare con un solo V i gruppi
uv e uu, per es. IVENTA = iuuenta (CIL I2 1603), FLVIO = fluuio (CIL I"
584, 9), entrambi dell`epoca repubblicana.
(2) Come ha sostenuto qualcuno, in base alle grafie epìgrafiche in cui la
labiale 'rn si muta nella dentale n dinanzi a y, per es. decenuir. Ma tali grafie,
poco frequenti, possono generalizzare Pincertezza esistente nei composti di
in- e di con- (sentita come forma etimologica., al posto di com,-, per la sua diffu~
sione nei composti, cfr. SOMMER, p. 265) tra la grafia fonetica con la nasale
labiale dinanzi alla semivoealelabiale y (COMVENIVNT, CIL VI 542; IMVICTI,
CIL V 7809) e la grafia etimologioa con la nasale dentale (CONVIVIO, CIL I”
593, 133; INVITEI, CIL I2 584, 36).
46 LA i>RoNUNziA

zione tra valore vocalico c seniivocalico era gia iiota agli aiitic-iii. Nigidio
l<`i_s;'ulo :iminoiiiva di non considerare vor-ali la u iniziale di Valerius e la 11
iniziale di íampridem: si quis putat, przwãre u in his: « Valorius ››, « Ven-
nom'-us ››, « Volusiius ››, aut i in his: « iamipridem ››, « éccur ››, « iocum», « iu-
cundum ››, crmbit, quod hae lítterae, cum ymieo-unt, 'ne uocales- quidem sum
(ƒr. 53 Sv-wob., ap. Geil. 19, 14, 6). Quiiitiliaiio sentiva clic il segno u non
aveva lo stesso valore in uos e tuos (1, 4, 10: in ipsís uocalìbus gra-nzmatícli
(fs-t uidcrß, an. aííquas pro consoncmt-íbus usus a-ccopcrit, quia, « ia.-in ›› [con 'i
seniivocale, j] sícut « etiam ›› scribitur ot « uos ›› ut « tuos ››) (*); e Piiiipera-
lore Claudio introdusse per u il nuovo segno :I (per es. li-1I1\*EIt:|A, GIL
'VI 2041, 60, cfr. p. 19). Il passaggio dal suono seiiiivocalico al fricativo
si compì in epoca storica.
Cicerone racconta che il grido, evidentemente strascicato, di un
venditore di ficlii, Caunms, cioè « (vendo fichi) di Canne», fu interpre-
tato come un monito alla vigilia della disastrosa spedizione partica
di Grasso: cauo ue eas (diu. 2, 84): 1'u di oauco doveva dunque suonare
in epoca classica supergiù come nel nostro uomo, nel francese oui e
ne1l'inglese well, il che rende più evidenti i rapporti etimologici oaueo/
cautus, muis/mucus (2), oscurati dalla proiiun zia scolastica caoeo e mois.
Tuttavia equivoci fonetioi di questo genere .richiedono solo una corrispon-
denza approssimativa (3). Più probanti sono la pseudoetimologia di Elio
Stilone: pituitam quia « petit uitann ›› (ap. Quint. 1, 6, 36); Ponomatopea
__íííí

(1) Il testo è discusso: leggo col Nii~iniiRMANN, Quíntiliam' Instítutionis


omtoriae libri I capita de grammatica. Neuchâtel, 1947.
(2) Si ricordi che rauis s'incontra solo nella locuzione avvcrbiale ad rauzm,
« sino alla raucedine». _ _
- (3) Non prova nulla la favola di Fedro (App. 21) piu volto Oltfltß (Stuf-
tevant, Mai-oiizeau), del viandante che avrebbe scambiato per la formula di
saluto aue il gi-accliiare di un corvo: il che sarebbe piuttosto strano anche pro-
nunziando ayc. Nella voce del corvo si avverte un elemento giitturale che i
Greci hanno reso con moâšew, i Latini con oro(-itrire, i Tedeselii con krahen,
, . con croaíc. S. Agostino paragona a un corvo chi risponde sempre
gli Ingflesi
cras
' cms' (serm. 224.
4 _ 4, 4:
_ 'l"”tícs (Hcis cms cms› faclusV. 03. COWWS);
. _ e Serle, me-
t
(1wva1e maestro (11 d|a.1¢Lt1<;;1., nell'apologo del Passavanti si accomiata con ques o
verso dalle vanità. della scienza: lznquo coax mms, om coruis, uauvaque uains
(Specchio 3, 2; esempi tedeschi puoi vedere in Vi . W ACKERNAGEL, I ooef 'variqe
. . .~ - ' 'e
anzmantzum, Basel, 1869, p. 127). In realta il viandante delli fave: sen
. _ . . - ~ . _ - ec-
benissimo: si tratta di un corvo evidentemente ammaestrato, c e iipe e m
9. zi snMivocAi.E (v) 47

che è all°origine del verbo uagio, « fare ua ›› (1), che non s'intenderebbe
col nostro v; e, infine, la trascrizione greca mediante oo, costante in epoca
repubblicana: Polibio ha per es. O-ôoc}.c'gzo;, Oåsvovaía; Posidoiiio (fonte di
Strabone in 4, 4, 4), trascriveva uates con oôáreiç. Dal I secolo d. Cr.
si diffonde e infine prevale la trascrizione mediante ß (si trova Négßa,
per es. IG IX 1, 200, accanto a Négova, nei papiri ovmagzoç alternantc
con ßmagioç) (2), che si avviava ad assumere il valore fricativo bila-
biale (ß in greco moderno suona v). Contemporaneamente anche b latiiio
intcrvocalico si evolve foneticamente in Ii, donde il frequente scambio
di V e B, anche in principio di parola, nelle iscrizioni imperiali. In un
carme sepolcrale di sapore epicureo (CE 1499):
balnea uiua, uenus oorrump/unt corpora nostra:
at uitam ƒacíunt balnea uma uenus,

le prime (e ultime) tre parole suonavano certamente allitteranti, come


prova il fatto che in un altro carme epigrafico, dove ricorre la stessa
triade (Oarm. ep. 1318, 3: balnea uina uenus mecum senucre per armos),
troviamo nel verso precedente la grafia potabil per potaui (3). Su tale
scambio si fonda Petimologia «popolare» di nobilis, sentito come non

canicamente la parola imparata (v. 10 s.: ostendit sese coruas et superuolans


- aue usque 'i-ngessit). Di simili corvi non mancano testimonianze in an-
tico (Plin. 10, 121 ss.; Pers. prol. 8 ss., Mart. 3, 95, 1 s); cfr. Macr. sat. 2,
4, 29 s.: occurrit ei (Augusto) 'inter gratulantes cm-uum tencns. quem iustituerat
haec diicere: aue, Caesar, wictor, fimperator. E si ricordi per tutti The raocn del
Poe. (Ho sviluppato questa nota in Corous et grammaticus, « Rhein. Mus. ››.
1957, p. 299 5.).
(1) Che uagio sia onomatopcico è detto da Gellio (16, 17, 2): pueri, simul
atque parti sunt, cam pzimam uocem edunt, quae prima in « Vaticano» syllaba
est, idcircoque «uagire ›› dzlcítur, exprimente uerbasonum uocis recentis, e con-
fermato dai suoi sinonimi familiari pipio e mussfio (cfr. W. HERAEUS, Die
Sprache der róm. Kinderstube, in Kleine Schriƒten, Heidelberg, 1937, p. 179);
ed è onomatopea universale, cfr. PASTERNÀK, Il dottor Zivagc, trad. ital.,
p. 224: « Uè, ue, pigolavano i piccoli ››, Petr. 63, 8 ha uauatonem, «bambino
che dice ua ua ››.
(2) E persino la doppia. gi-afia dìlaovßwç (Marni-:nsMANN, p. 101), che rap-
presenta un Flauius traslitterato dìláovioç e pronunziato Øláßioç.
(3) La convergenza di 14 e b ne1l'età. imperiale rende ragione del paradigma
scolastico ƒerueo/ƒerbui. La forma originaria, attestata prima di Varrone, era.
ƒeruo della III, e il suo regolare perfetto era ƒerui (come sotui da soluo), il
48 LA PRONUNZIA

uilis (Isid. orig. 10, 184) (1). Questo passaggio di u in b è esplicita-


mente confermato nel II secolo da Velio Longo (VII 58 K.): souat
cum aliqua aspiratioue. L'ulteriore evoluzione nella fricativa labio-
dentale 1; sembra tarda e non si estende a tutto le lingue romanze (2).
Nel gruppo da noi notato con uu o ou la prima u, sia vocalica che
semivocalica, impedì a lungo per dissimilazione il passaggio di ö ad ii:
moftuos, ƒruontur, uiuont, seruos, uolgus si conservano fino all'epoca di
Augusto in confronto di filius (< filios), tremuut (< tremonti), stultus
(< * stoltos, cfr. stolidus), etc. (per quo > quu > ou cfr. p. 59 s.). La grafia
classica uo era ancora insegnata dai maestri di Quintiliano (1, 7, 26): no-
stri pracceptores «seruum ceiuumquc ›› u et o litteris scripsc†unt...; nunc u
gemiua scribuutur...; neutro sane modo uox, quam soutimus, e/fioitur
(cioè in nessuna delle due grafie il segno u notava il suono che Quinti-
liano sentiva e che avrebbe voluto rendere col diga-mma greco, cfr. 1, 4,
8: in his «seruus ›› et « uulgus » Aeolioum digammou desideratur). La
pronunzia semivocalica uu (3) doveva essere poco stabile, e difatti o
passò alla pronunzia fricativa bu, come s'è visto sopra, o nel latino

solo attestato iii (Jicoroiie. Quando il verbo passò alla II per Fanalogia di
calco e degli altri iiitraiisitivi in -6-, sull'infectuni ƒerueo si fece il perfectum
ƒoruui analogico di monui (fonetieamente ƒerueo avrebbe dovuto dare anch`esso
/ei-ui, eoine ƒoueo da ƒnui); nell°cta imperiale [er-uu-i fu notato con la grafia
ƒerlmi, rispondente alla proiiuiizia fricativa del gi-iippo uu, c ta-le grafia si
genera-lizzò nella prassi scolastica. lfaiialogia di ƒerb-ai provocò a sua. volta
la grafia ƒerI›er›, raccoinaiidzita da qualche graininatico. Cfr. ora M. L1«:IJM.1iNN,
Zu den Per/elcien non /ffrmm, lriii,_r/um, liquco, in S'l,udi Pisani, Brescia, 1969,
pp. 635-642.
(1) Nello spagnolo, dove b intcrvocalico è spirante (b), bibcre e vivere suo-
nano rnolte siinili, donde la defiiiizione della Spagna come felix natio, ubi 'vivere
csi bibci-e (Bnir'rAiN, p. 29: v. Bibliografia, p. 67)).
(2) U postconsoiiantico è talvolta trattato come vocale dai poeti: soluft
è trisillabo in Catullo (2, 13), silaa in Orazio (cai-iii. 1, 23, 4), suadcut in Lucre-
zio (4, 1157), suriuis in Scdulio (1, 290); anzi proprio da una pronunzia volgare
süãuem parte l'ital. soave. Da ciò la contraddizione scolastica fra suadeo e
suauis da una parte, letti e scritti con u vocale, e Suetonius dall'altra, letto
e scritto con v (S'1:r,›to11iu.<): classicamente in entrambi i casi la pronunzia cia
con -u seiiiivocale, si_1riz¢is come Syctouius.
(3) Un po' ostica per le nostre abitudini ioiietiche: ma la. pronunzia di
;_¢u1_r/us non dovrebbe incontrare più dillicoltà, di quella, del tutto afiìiie, di
boogie-woogie.
10. L”AsPm,\z1oNE 49

volgare in posizione interna si ridusse a u, com'è testimoniato nelle


epigrafi (SERVS, GIL IV 1638, Pompei), nei grammatici (Albin. VII
297 K.: auunculus per duo u; App. Prob. IV 199 K.: ríuus non rius),
e in parte del romanzo (ital. rio, natia) (1).

§ 10. - Uaspìrazione.

La nostra espressione «non valere un'acca ›› ha le sue origini lon-


tane nella tendenza del latino a eliminare Paspirazione. Contro questa
tendenza lottarono per tutta la latinità. la moda e la scuola. La storia
di questa lotta è la storia dell'aspirazione latina.
Si deve intanto distinguere fra aspirazione consonantica (ch, ph, th)
e aspirazione vocalica; questa a sua volta, secondo la sua posizione
nella parola, si distingue in interna (per lo più intervocalica: mihi)
e iniziale (homo).
Uaspirazione vocalica interna era già. muta in epoca preletteraria:
non ce n”è più traccia in nemo < *ne-hemo (hemo è forma alternanto
con homo), praebeo < *pmi-habeo, pmeda < *pmi-heda (cfr. prae-hendo),
bimus < *dwi-himus (cfr. Mems); Ps di *dis-habeo > diribeo si è rota-
cizzata(cfr. p. 65) precisamente come Ps intervocalica di *dis-emo > di-
m`mo (2). Le grafie mi e ml rispecchiano la pronunzia corrente. Grafi-
camente h intervocalica si conserva a preferenza nei bisillabi per impe-
dirne la pronunzia monosillabica (cohors, traho, ueho), e su questa
strada viene anche usata come segno per separare le sillabe, dove non
è etimologica, come in ahênus, aggettivo di aes (°), in cohum «cavità
del giogo ››, forse connesso con cauus (la grafia choum è iníluenzata

(*) La caduta di y interno davanti a u e Ö è preletteraria, cfr. parum < *pa-


fuom (V. W. M. LINDSAY, Pa-rum paruum, « Arch. Lat. Lex. ››, 1904, p. 133 s.),
malo < *maolo < manolo, Mars < *Maors < Jllauors, Gnaeus < Gvzaiuos (cfr.
p. 61), deus < deiuos. Le forme con y sono analogiche (paruus, diuus secondo
i casi obliqui, mentre a loro volta. dei deo etc. sono rifatti sul nom. deus).
(2) Un bel parallelo è offerto dal futuro perifrastico romanzo, dove l”h pu-
ramente graficu. non ha impedito a dare habco di saldarsi in darò.
(3) Si ha ahênus rispetto ad aes perchè la caduta di s in *aes-nos ha allun-
gato per compenso la vocale precedente, distruggendo il dittongo. Del resto
è corrente anche la grafia aênus.
50 LA PRONUNZIA

dal gr. xáoç), e nel suo probabile derivato in-cohare (attestato per es.
in Mon. Anc. IV, 20, 3). Nel I sec. d. Or. Quintiliano (9, 4, 59) lascia
la scelta fra deprehendere, voluto dalla ratio o analogia, e deprendere,
voluto dalla consuctudo o anomalia; nel II sec. per Velio Longo (VII
68 K.) e Terenzio Scauro (VII 19 K.) la pronunzia comune era (ro)prendo;
e in ogni tempo la grafia corrente del frcquentativo fu prensa. Eppure
un tardo sforzo scolastico di pronunziare h interna quando ormai
ogni aspirazione era estranea al latino, è alla base delle grafie tardo-
antiche e medievali míchi, nichil, corrispondenti a una pronunzia pala-
talc -eh- (come nel ted. ich) non ancora del tutto estinta (1).
Apparentemente simile al precedente, ma sostanzialmente diverso
è il caso dell'aspirazione in parole come ea;-halare, ea;-haurire, in-hiare,
ab-hino, co-hortari, ad-huc, in-humanus, provhibere, etc. Si tratta di
composti i cui elementi erano chiaramente riconoscibili e sussistevano
separatamente. Perciò Ph aveva qui una funzione semantica che la
preservò, almeno nella grafia; se anche nella pronunzia (come avviene,
per esempio, in tedesco, cfr. In-halt), non ne abbiamo indizi sicuri (2):
ma in una pronunzia enfatica, che facesse risaltare i due elementi del
composto (3), l*h doveva essere trattata come in posizione iniziale, di
cui ora ci occuperemo.
A differenza dell'aspirazione vocalica interna, quella vocalica ini-
ziale e quella consonantica rimasero vive in latino, per lo meno nella

(1) Ma siccome in italiano ch vale k, 'michi e michíl finirono per essere pro-
nunziati nella pronunzia italiana del latino mil:-11 e m`I.rz`l. ll moi-to di Cesare
Borgia aut Caesar aut nihil fu tradotto dal popolo « o Cesare o Nichille ›› e
addirittura « o Cesare o Niccolò ›› (Pico Lulu DI VAssA1~:o [Lonovico Pnssn-
nn<I], Saggio di modi di dire pv-oz¬c1~I›†iaIí, Roma, 1872, p. 18 s.). Ne è rimasta
traccia in annichilire e 'nichilismo (quesfultimo attraverso il francese).
(2) Metricamente in parole come cmtehac, h non impediva la sineresi (a›n.tZ7åc,
deifw), efr. Enn. ann. 202 Vahl.2: quo uobis meutes, rectae quae stare solebant --
antehac, deme-ntes sese flexere uiãì?, come del resto h iniziale non impediva
Pelisione con vocale o -m precedente (e si ricordi anche che ac è sostituita.
da atque dinanzi a parole che incominciano per vocale 0 per h. Sembra però
che la presenza di h iniziale abbia favorito licenze prosodiehe come gli iati).
La tarda testimonianza dellbdppendfiw Probi (IV 199 K.): adhuc non atlue,
riguarderà unicamente la grafia.
(3) Come nell'ossimoro tcrcnziano homo inlumnanissiønus (Phorm. 509).
10. L'AsP1RAzroNE 51

pronunzia colta, ma in diversa misura. Le consonanti aspirate, come


s'è visto a p. 17 s., erano ignote al latino puro, e si trovano esclusiva-
mente in prestiti greci. Ma la pronunzia «classica» di eh, th, ph consi-
steva in una tenue seguita da aspirazione, diversa da quella praticata
nelle nostre scuole, dove suonano rispettivamente lc, t, ƒ. In particolare
ƒ latina era all”origine una fricativa bilabiale sorda, come attestano
grafie del tipo IM FRONTE, COMFLVONT in epigrafi repubblicano
(OIL I* 1420 e 584, 13), con la presenza della 'labiale m dinanzi alla bi-
labiale ƒ. In epoca imperiale divenne la-biodentale come la nostra ƒ: co-
munque, una continua. Ph era una labiale sorda aspirata, cioè una mo-
mentanea seguita da aspirazione, come il greco <,v, che trascriveva (anche
in sanscrito phalam «frutto» si legge p-halam e non ƒalam) (1) Tale suono,
al pari di tutte le aspirate (2), era estraneo al latino, precisamente come
il suono ƒ era estraneo al greco: Cicerone dcrideva in tribunale un testi-
mone greco che non sapeva pronunziare la prima lettera di Fundant-us
(ap. Quint. 1, 4, 14); e, inversamente, un avvocato, per far riconoscere
il nome greco Amphìon a un testimone di campagna, dovette togliere
Paspirazione e abbrevia-re la penultima sillaba (secondo la regola del-
Paccentazione latina), cioè pronunziare pressappoco Ampíou (Quint. 12,
10, 57 ). Ma col tempo, essendosi «p in Grecia evoluto anch'esso in fri-
cativa, i due suoni si avvicinarono, e dal IV secolo in poi la trascrizione
di ça con ƒ, già. attestata a Pompei, si fa regolare. La differenza tra la
nostra pronunzia e la pronunzia «classica» appare chiara, se osser-
viamo che in Amphttryou e triumphus il ph, labialc, è preceduto dalla
labiale m, mentre in Anfitrtone e trionfo l'ƒ, labiodentale, è preceduta
dalla alveolare u.
H iniziale era invece originaria del latino; ma Panalogia dello
spirito aspro greco, che aveva lo stesso valore e deriva dallo stesso
segno (cfr. p. 12), contribuì a conservarla: perciò fra la pronunzia di
hebco e quella di ueho (geo), per quanto riguarda Paspirazione, doveva

(1) La differenza è ben posta da Prisciano nella chiusura delle labbra:


non fixis labris est pronuntíanda ƒ, quomodo ph (I 12 I-l.).
(2) Rh- rende é- greco (Faspirazione iniziale di Q si spiega con la caduta
del digamma. in FQ-), e si diffuse poi anche nelle trascrizioni di toponimi d`altre
lingue, per es. Rhenus. Ma Regtum ('P1§y¢ov), penetrato in latino dalla Magna
Grecia anteriormente alla notazione delle aspirate, si mantenne senza lz.
52 LA PRONUNZIA

passare al.l'incirca la stessa differenza che tra haben e gehen nel tedesco
moderno. Cicerone riporta la frecciata di un oratore contro un avver-
sario male alerts: utdeo me a te circumuemlri (de or. 2, 249). Pronun-
ziando Pultima parola alla fiorentina, con una lieve aspirazione, si
sente nel primo elemento del composto Paccusativo di hircus « caprone ››.
Questa aspirazione iniziale è evidente per la sua funzione espressiva
nelle interiezioni come heus, hahae, huí, hem e nelle onomatopee come
htnuitus « nitrito ››, già. vista da Varrone (fr. 265, 130, p. 282 Fun.); forse
anche halitus, halare, helluo « ghiottone ››, dove Festo annota: cui
aspiratur, ut auidttas magis exprobretur (88, 15 Linds.). Un grammatico
del IV secolo, Mario Vittorino, cosi ne prescrive la pronunzia: proƒuudo
spfirítu, cmhe-lis ƒaucibus, exploso ore ƒundetur (VI 34 K.); pronunzia
certo un po' caricata nelyinsegnamento scolastico, per reazione all'uso
comune che già. da tempo Paveva eliminata (ORATIA in CIL I” 1124
è dell'epoca repubblicana).
Questa tendenza a eliminare Paspirazione iniziale sembra di origine
rustica: sono in maggior parte termini della lingua agricola i dop-
pioni ortografici herus/erus, holus/olus (ma forum olitorium), harena/arena,
hedera,/edera, harundo/arundo, hirpea;/irpex, etc. (1). Tuttavia tale ten-
denza fu sempre avversata dagli strati sociali superiori su cui agiva.
Pinflusso greco, tanto che Paspirazione non solo iniziale, ma anche
consonantica divenne un segno di distinzione. A questa moda risale
Paspirata in parole che originariamente non Pavevauo, come pulcher
(accostato a nolóxgovç), sepulchrum (sentito come se-pulehrum «senza
bcllezza››) (2), lethum (connesso con M1917, cfr. Varr. ling. Lat. 7,42),
forse alcuni nomi propri come Oethëgus e Gracchus (se non hanno ori-
gine etrusca) (3). Varrone, da buon laudator temporis actí, non si ras-
segna ad accettare queste aspirazioni (Char. p. 93, 3 BarW.: pulehrum
Varro adspirari dcbcre rwgat); Cicerone, pur sapendo che gli antichi
usavano solo Paspirazione vocalica (ita maiores locutos esse, ut uusquam
uisrl in uocali aspiratiorte uterentur), accoglie pulcher e Oethêgus ormai

(1) In altri casi l'h si ricostruisce solo con la comparazione: per es. anser <
*harw(er) < *ghans-, cfr. gr. xúv e ted. Gans.
(2) Già. accostati neil'epitafio di Claudia (CIL I2 1211, epoca dei Gracchi):
heíc est sepulcrurn, hau pulcrum pulcrai ƒemzruw.
(3) Ai nostri tempi non abbiamo visto una Sofia Scicolone nobilitarsi in
Sophia. Loren!
11. ti + vocAu-3 53

consacrati da1l°uso, ma preferisce Oto e sepulcrum, quia per aurium


iudicium licet (or. 160). Naturalmente accadeva che i ceti inferiori,
quando volevano imitare la pronunzia colta, non sorretti dall”oreechio,
aspirassero a sproposito: è quanto sappiamo da Nigidio Figulo (rusticus
fit sermo, si adspires perpemm, ƒr. 39 Swob., ap. Gell. 13, 6, 3) e dalle
iscrizioni pompeiane dove sono frequenti le grafie inverse come HIRE
per ire (CIL IV 1227). Ma il più vivace documento di questo iperurba-
nismo rimane Pepigramma 84 di Catullo contro un tal Arrio, che credeva
di parlare mirifice pronunziando, quantum poterat, commoda e insidiae
con Paspirazione, ossia chommoda e hinsidiae. Quando parti per la Siria,
fu un sollievo generale: ma presto giunse la notizia horribilis che, al
passaggio di Arrio, i flutti Ionii erano diventati Hionii (1).
Ed ecco, in sintesi, la storia delllaspirazione latina, fatta da Quin-
tiliano (1, 5, 20) (2): «Il criterio ha variato col tempo. Gli antichi la
usavano pochissimo anche nelle vocali, dal momento che dicevano aedos
e ircos [cioè haedos e hircos, termini della lingua rustica]. Poi per un
pezzo si osservò la regola di non aspirare le consonanti, per es. in Gracci
e triumpi. Per breve tempo dilagò un uso esagerato dell”aspirazione,
di cui restano tracce epigrafiche in choronae, chenturioucs, pracchoiiesz
vi allude un noto epigramma di Catullo. Da quel tempo sono rimasti
uehementer (3), comprehendere, mihi ››. L'ultimo capitolo di questa storia
è scritta dai grammatici, gli estremi difensori della tradizione contro
Puso: abbiamo gia sentito la voce di Mario Vittorino in difesa della
pronunzia aspirata. Ad essi allude S. Agostino, antttradizionalista e
anti-formalista come tutti gli scrittori cristiani, là. dove rievocando i
suoi anni di scuola, esclama che era minor peccato odiare un uomo
contro la legge di Dio, che pronunziare homo senza aspirazione contro
__í__íí

(1) Dal v. 5 s.: credo, sic mater, sic liber auimculus eius, - sic maternus auua
dixerat atque auia, sembra. potersi dedurre che gli ascendenti materni di Arrio
erano di origine servile. Ma, Pinterpretazione del carme nei suoi dettagli è
discussa, come è discussa Pidentificazione di An-io con l'oratore Q. Arrio,
di cui dice Cicerone (Brut. 243): infimo loco natus... etiam in patronorum _ sine
doctrina, sine ingenio _ aliquem numerum peruenerat.
(2) Si aggiunga Gellio, 2, 3.
(”)Vehemens, scritto anche uemens, è forse composto dalla particella pri-
vativa uê- e mens (cfr. uë-cars e a-mens): la sua h par dovuta all'accostamento
pseudoetimologico con ueho.
54 LA PRONUNZIA

la regola della grammatica (conƒ. 1, 18, 29) (1). Nelle lingue romanzc
h latina è foneticamente scomparsa: in francese, ha valore etimologico
(homme, héros); in italiano, è un segno « cui non corrisponde mai nessun
suono, ma che ha solo la funzione di distinguere tra parole omofone
ma di diverso significato (ah, ha, a; oh, ho, o) oppure di modificare il
valore del segno precedente (monache, senza quell'h si pronunzicrebbe
monacø) ›› (2).

§ ll. - Ti + vocale.

La pronunzia «classica» non conosceva llassibilazione di ti dinanzi


a vocale: Polibio trascrive Terentius con Tegévuoç, Dionisio di Alì-
carnasso Martius con Mágnoç, passato nel neogreco ,uáQr1o;, ,uágug
«marzo» (anche nel nuovo basso tedesco martius da morte senza assi-
bilazione), Plutarco Te-rtia con Tegría. Un papiro greco del II-III sec.
d. Cr. ha Ma/zegriavoç. Nè le iscrizioni, nè gli scrittori notano per questo
periodo una diversa pronunzia di ti in sentio e sentis, in Latium e lateo
(che Virgilio mette in rapporto etimologico, Aen. 8, 322 s.). A comin-
ciare dal II secolo d. Cr. la vocale i, divenuta semivocale in iato (non
più grati-a, trisillabo, ma gra.-tja, bisillabo) cominciò a intaccare la
dentale; la prima testimonianza epigrafica è del 140 d. Cr.: CRE-
SCENTSIAN(us) (CIL XIV 246, oggi perduta), e subito dopo VIN-
CENTZA (VIII 16208), LAVRENZIO (III 12396), TERENSVS (VIII
9927), con diversi tentativi di grafia fonetica. Nel IV-V secolo l'inno-
vazione è gia generalizzata e riconosciuta come regolare dai grammatici:
la più chiara testimonianza è in Papirio (VII 216 K.): iustit-ia cum
scribitur, tertia syllaba sic sonat quasi coustet ex tribus litteris, t z i (ma

(1) Si contra disciplinam grammaticam sine adspimtione prímae syllabac ho-


minem dixerit, magis displiceat hominíbus, quam si contra tua praeccpla homiuem
odcø-it. Nel sec. XVI in difesa della grafia latineggiante huomo l`Ariosto dirà:
<1 chi leva. la H all'huomo non si conosce uomo e chi la leva all'honore non è
degno di onore» (MIGLIORINI, op. cit., p. 382). Un parallelo inglese è citato da
0. JESPERSEN, Mankind, Nation and Iridividiu-al, London, 19542 (trad. ital.,
Milano, 1965), p. 56: «'1`liackeray aiferina che ò impossibile per un uomo di
classe superiore sposare una ragazza che “sbagli lc li" ››.
(2) G. PASQUALI, Conversazioni, op. cit., p. 20.
12. LE v1-:LAM D1NANz1 A vocAi.E PALATALE (e/1') 55

eccettua, oltre i casi in cui precede s, anche quelli in cui segue i', come
il genitivo otii, la cui grafia e pronunzia classica era oti: cfr. gratis < gra-
tiis, che la contrazione ha preservato dall'assibilazione). Siccome con-
temporaneamente anche ci + vocale si assibilava, i due segni si con-
fondono frequentemente nelle tarde iscrizioni, e la confusione dura
per tutto il medioevo sino agli umanisti: si veda a p. 32 ss. Poscilla-
zione umanistica fra pronunciatio e pronuntiatio, donde la nostra fra
pronuncia e pronunzia. Così si spiega anche che contioncm (< *conuen-
tionem) abbia dato concione e inversamente condicioncm (da con-dico)
abbia dato condizione.

§ 12. - Le velari dinanzi a vocale palatale

La pronunzia « dura ›› di c e g dinanzi alle vocali palatali (kikero


e non íiíero, qenus e non ãenus) è quella che più colpisce Porecchio
italiano. Ma questo non si offcndercbbe meno, se sentisse dire da uno
straniero che il gallo fa ciccirici. Eppure è la stessa impressione che
avrebbero provata i Latini alla nostra pronunzia cicirrus. Era questo
il nomignolo di un buffone osco dal.la voce stridula, che Orazio incontra
nel suo viaggio a Brindisi descritto nella satira V del 1. I; e un tardo
lessicografo greco ci informa che ciciwus nella grecita italica significava
« galletto ›› (Hesycl1. 2, 481: nímggoç, åkurpvoßv). Nel canto del gallo
l`oreccliio umano ha sempre avvertito un elemento velare, pur nel
vario giuoco delle vocali: a cicirrus con la vocale chiara rispondono,
per es., il ted. Kikeriki e lo spagn. qwuiqum-iqui (leggi /cikeriki), mentre
alla variante latina cucuzru (1) con la vocale scura si affiancano fr.
coqucrico, port. cocorico, russo kukurickù, giapp. kokekokkôo, ecc. (2).

(1) Veramente cucurru (var. cuccuru) è testimoniato solo come ìnterie-


zione (Char. 313 Barw.), ma cucurrire è esplicitamente riferito al gallo da
Svetonio, ƒrg. p. 251 Reiff.: gallorum est cucurrire uel- cantare.
(2) TODDI (P. S. Rivolta), Grammatica rivoluzionaria e 'ragionata della
lingua italiana, Roma, 1947, p. 332. Non è invece probante per il valore duro
di c Ponomatopca clie è alla base di cicailu- (kikada), perchè Esichio cita la forma
parallela Ceiyagáz «due varianti di un unico tema ritmico. Delle due la più
fedele alla realta acustica sembra la variante Z,'ei;fagá, tant'è vero che il mìeti«
tore della Provenza interpreta il ritmo stridulo della cicala di mezzodi come
56 LA PRONUNZIA

Anche cachinnus sembra di origine onomatopeica: uerhum secun-


dum ôvo/iaronoiíav fictum a sono risus (Porph. ad Hor. art. 113). Si
veda, per es., Parmonia imitativa anche troppo insistita di Accio
(572 s. Ribbfi): excita sazvis suauisona echo -crepitu clangente cachinnat.
E qui nessuno leggerebbe cacinnat con la palatale per via del gruppo
ch. Ma si è gia visto a p. 51 che il valore di ch in latino differiva dal
valore di c solo per Paspirazione, non per il punto di articolazione:
tant'è vero che troviamo Puno accanto all”altro pulcher e pulcer, Gracchi
e Gracci, distinti solo dall°aspirata (pronunzia pulhher/pulker, etc.).
Nè i grammatici avrebbero giudicato inutile uno dei due segni lc e c,
se avessero avuto suoni differenti (cfr. Quint. 1, 4, 9; 1, 7, 10; Ter.
Scaur. VII 15 K.) (1): e in realtà. li troviamo scambiati nelle iscrizioni,
per es. DEKEM(bris) (CIL I* 1038, età. repubblicana), MARKELLINO
(CIL V 3555).
Vengono, poi, i prestiti dal greco nel latino e dal latino nel greco,
nel germanico, nel celtico e nell'albanese. Se il gr. xiôága suonava
con la velare (trasmessa nell°it. chitarra probabilmente attraverso Parabo
qitãra), anche la trascrizione latina cithara doveva suonare con la ve-
lare (che si palatalizzò i.n un secondo tempo, dando origine alllallotropo
it. cetera > cetra). Troviamo migvš traslitterato ceryw in Seneca (tranq.
an. 4, 5). Inversamente i Greci trascrivevano xígxoç, nargímoi (in
Polibio), Kmégwv (già. fin dal I sec. a. Cr.) (2) ,uázellov (in S. Paolo, I
Cor. 10, 25), óçozpímov (in un papiro del II sec. d. Cr.), etc. Se vi aves-
mi

un monito a mietere: sego! sego! ›› (V. BERTOLDI, La parola quale mezzo d'espres-
sione, Napoli, 1946, p. 74); singolare incontro con Ponomatopea paseoliana
(Prose, I, p. 906): « un segare, un fregare rauco e aspro ››. E partendo dalla
pronunzia italiana il Folengo crea. una delle sue più espressive onomatopee:
sentis an quantae cicígant cigalae _ quae mihi rumpunt cicigando testam (Zan.
73 s.).
(1) E ancora S. Girolamo, Lib. int. Hebr. nom., p. 137 Adriaen: K litteram
nos superfluam habemus, et exceptis Kalendis per c uniuersa ezprimimus. Tra-
scrivendo i nomi ebraici il santo rende la lettera Koƒ (greco Kappa) sempre'
con c, anche davanti a i ed e (cito dal VACCARI, cfr. Bibliografia, p. 67).
(2) Oice-ro deriva. da. cicer, che è passato nell°albanese meridionale conser-
vando la doppia velare: kiker (la seconda si è aspirata nel tedesco Kicher).
Anche cepe si ritrova tal quale nell'albanese kepe, mentre il basco tipola pre-
suppone la forma volgare cipolla (cepolla e cipulla sono attestati nei glossari).
12. LE VELARI DINANZI A vocALE PALATALE (e/1') 57

sero sentito il suono palatale che hanno nella pronunzia scolastica,


avrebbero trascritto con altri segni foneticamente più vicini: come fece
nel VI secolo Procopio, che trascrisse, per es., il toponimo Mucian-i
castellum con Movtšiavmáarellov (de aed. 4, 4, p. 123, 7 Haury), e
cioè con diversa grafia per il c già. palatalizzato dinanzi a i (-tft) e per
il c velare dinanzi ad a (ua). Il segno 1;' nota di regola nel bizantino
il c palatalizzato del tardo latino: il toponimo Tšißi-rà Nóßa da
Giuita Noua è attestato intorno al 1000, -rfiégroç da certus è di poco
posteriore (ma la velare è conservata nel neobretone kers). Anche il
nome Caesar, tra-scritto in greco Kaíaag quando aveva il dittongo
e la velare, è posto in bocca ai Bulgari da uno storico bizantino vissuto
intorno al 1000 (cfr. p. 39, n. 1), dopo che la chiusura del dittongo
aveva palatalizzato la velare, sotto la forma Tåaímxg, dove ai nota e
(del resto è attestata pure la forma Tšéaag) (1). Abbiamo anche la
prova inversa: llerudito bizantino Tšé-ring (XII sec.) fu trascritto nei
codici latini umanistici con Geces.
Nel germanico le parole derivate dal latino hanno la velare o la
palatale secondo Pepoca della loro introduzione. Basterà. un solo esem-
pio: il nome della cantina importato dai coltivatori romani, cellarium,
suonava con la velare, e diede llantico alto ted. Kellari, donde il ted.
mod. Keller; ma la cella del monaco cristiano divenne Zelle perchè
nel frattempo si era compiuta la palatalizza-zione della velare (2).
E, infine, le allitterazioni. La formula cancelleresca censuit consensit
consciuit (cfr. Liu. 1, 32, 13) esprime la decisione senatoriale con Par-
eaica solennità, della triplice allitterazione, non diversamente dalla for-
mula religiosa do dico dedico e dal famoso ueni uidi uici cesariano. Gli
esempi abbondano in tutta la latinita. Difficilmente sarà casuale la
quadruplice allitterazione che scandisce Purgente richiesta di un perso.-

(ll Dalla forma tsesar dell'a.ntico slavonico deriva il russo tsar (trascritto
in italiano zar attraverso il francese czar), titolo assunto da Ivan III in seguito
al suo matrimonio con Sofia Paleologo, nipote dell'ultimo imperatore bizan-
tino (1472).
(2) In greco invece cella sembra penetrato prima di cellarium, ma entrambi
in epoca abbastanza antica per conservare la velare: ›<éMa è attestato al-
Pinizio del III sec., uellágiov alla fine del IV. Il bizantino ne trae rispettiva-
mente i derivati xellagímç « dispensiere › e xe/lluórøyç <4 anacoreta ››, entrambi
attestati nel VI secolo.
53 LA PRONUNZIA

na-ggio plautino: cedo calidum consilium cito (Mil. 226) ; casuale certo non
è la paronomasia con cui un servo minaccia d”introd1u're il suo cavallo di
Troia non nella rocca, ma nella cassaforte del padrone: hic equos non in
arccm, uerum in arcam ƒaciet impetum (Bacch. 943), e tanto meno il verso
di Catullo (64, 53): Thesea cedentem celeri eum classe tuetur, dove classe'
subentra a nãoe', pur trattandosi di una nave sola, in funzione esclusiva-
mente ionica. Un'altra paronomasia particolarmente probante, perche
fra un termine latino e una traslitterazíone dal greco, ce la offre Apuleio,
accusato da.ll'avversario di tenere in casa uno scheletro (ap. 63) : em uobis,
quem scelestus ille sceletum nominabat. Giacché sccletum è il gr. oxeleróv, la
cui velare si è conservata per via dotta nelllitaliano scheletro, il giuoco
di parola richiede che anche scelestus sia pronunziato skclestus. Ma
quando in Ausonio (seconda metà, del IV secolo) leggiamo: (Venus) orta
sato, suscepta solo, patre edita Caelo (epigr. 52, p. 331 Peiper), o quando
troviamo un secolo dopo in Ruricio: ille enim uadit ad caelum, qui se
collidit ad solum (ep. 2, 21, 2 Krusch), dobbiamo supporre che questi
tardi scrittori gallici pronunziassero caelum non solo palatalizzato (come
resterà in italiano), ma già. sulla via di quella assibilazione che porterà.
al fr. ciel (1).
Le testimonianze del suono «duro» della velare sonora g sono più
scarse per la sua minore frequenza in latino rispetto alla velare sorda.
Ma non sono meno perentorie. Legio, per esempio, è traslitterata ,lsyloâv
nel Nuovo Testamento (Polibio preferiva tradurla con ovgarórzßôov 0
con ui;/,aa). Basterebbe a fugare ogni dubbio, se pur ve ne fossero,
la testimonianza di S. Agostino sulla omofonia dei due imperativi
lcgc e Âéye: cum dico « lege », in his duabus sg/llabis aliud Graecus, aliud
Latinus intellcgit (doctr. Christ. 2, 24, 37).
Quando sia avvenuta la palatalizzazione delle velari è questione
discussa: il Paris la ritardo al VI secolo, il Mohl llanticipò al I secolo
d. Cr. Oggi si tende a dare una cronologia relativa alle condizioni fone-
tiche, geografiche e sociali. Per cs. sembra che nel gruppo ci + vocale
la palatalizzazione si sia compiuta prima che negli altri gruppi (cfr.
p. 55). In alcune zone periferiche della Romania la velare si è addirit-

(1) In Gregorio di Tours dini e dici si confondono, perchè l'uno era pro-
nunziato dissi (cfr. p. 64, n. l) e l`altro disi.
13-. 11. GRUPPO quu 59

tura conservata: il sardo logudorese ha keutu < centu(m) (1) eilnuorese


ha ƒakere. È probabile che la. pronunzia ufficiale e scolastica, come
mostrano i papiri egiziani, non conoscesse che la velare. Si può conclu-
dere che un lievissimo intacco, inavvertito dai parlanti, doveva già
esserci nel latino classico: esso divenne sensibile gia nel II secolo nei
gruppi gi e ci + vocale e si estese agli altri gruppi fra il IV e il VI,
secondo il paese e la condizione sociale dei parlanti.

§ 13. Il gruppo quu.

Il digramma qu nota una labiovelare del tutto simile alla nostra


di quadro (2): ma Pappendice labiale, notata con u, era soggetta a cadere
dinanzi a i originaria (socius/seguì < ei, lacío/laqueus) e ad 6/ù: cfr.
cottídie < quottidie, secuudus < *sequoudos, concutio < *conqu(a)tio, ecu-
leus «cavalletto» diminutivo di equos, 'rclicuos (sempre quadrisillabo nella
poesia arcaica) da 'relíuquo come continues da contíneo e assiduos da
assideo, delíoui perfetto di deliquesco come delitui di dehtesco. Dinanzi
ad 6 Panalogia restaurò Pappendice labiale, specie nella flessione,
conservando sino a tutta Pepoca repubblicana la grafia quo: si ebbe
così equos (accanto ad ecus) secondo equí, sequontur (accanto a secuutur)
secondo sequitur, reliquos (trisillabo) secondo reliquiae; alla grafia fone-
tica cottidíe si aflìancò la grafia etimologica quottidie (Quint. 1, 7, 6:
ut sit quot déebus), provocando infinite discussioni fra i grammatici.
Non è facile dire quale fosse l'esatta pronunzia di quo. Quintiliano
(6, 3, 47, s.) riporta un maledíctum di Cicerone contro un candidato
figlio di un coquus: ego quoque tibi ƒaueo: il che fa pensare che quãque
fosse pronunziato come il vocativo cóque. Ma quoque è un avverbio
isolato; nel caso di equos e sequontur Panalogia poteva agire tanto sulla
grafia quanto sulla pronunzia, almeno nelle classi colte.
Nel I secolo dell”impero si generalizzò la grafia quu (come uu per

(1) Nell'albanese meridionale centu(m) ha dato kint.


(2) Le rane gracidano allo stesso modo in Ovidio (met. 6, 376: guamuis
sint sub aqua, sub aqua maledicere cei-tant) e nel Pascoli (Ate: « Qua qua, can-
tava, è l'acqua »): cfr. TRAINA, Saggio sul latino del Pascoli, Padova, 1961,
p. 246 ss. (Firenze, 19712, p. 248 ss.).
60 LA PRONUNZIA

uo, cfr. p. 47 s.), cui rispondeva una pronunzia cu bene attestata dai
grammatici, dalle iscrizioni e in parte dalla tradizione manoscritta,
cfr. Velio Longo (VII 58 K.): quaeritur, utrum (equus) per unum u an
per duo debeat scribi... Auribus quidem su/ficiebat, ut equus per unum
u scriberetur, ratio (Panalogia) tamen duo ezvigit, confermato, per es., da
EOVS di OIL XIV 3911, RELIOVM di GIL VIII 2728,9 (c. 148 d. Or.).
Un compromesso tra analogia e pronunzia si ebbe nella grafia qu, per
es. in EQVS di OIL VIII 40508 (III sec. d. Or.) e dell'Appendia: Probi
(IV 1.97 K.): equs non eeus. Ebbero invece la grafia fonetica la congiun-
zione cum < quom (dal tema del relativo), che venne così a coin-
cidere con la preposizione eum < *Icom (1), e il genitivo e dativo del
pronome qui, cuius < quoius e cui < quoi; del trapasso fu testimonio
Quintiliano: illud nunc melius, quod «cui » tribus quas praeposui litte-
ris enotamus, in quo pueris nobis ad pinguem sane sonum « qu ›› et « oi ›
utebantur (1, 7, 27).
In conclusione, resta esclusa la pronunzia scolastica di equus, alla
quale va sostituita o equos o ecus, probabilmente coesistenti, anche se
a diversi livelli sociali, in epoca classica.

§ 14. - I gruppi -ng-, -gn-, gn.-,

Da quanto s'è detto a p. 57 s. sul suono « duro» di g risulta che


il gruppo gn non poteva suonare in latino con la schiacciata come in
italiano (segno fonetico 'ñ 0 ñ). Intanto si deve distinguere fra -gn-,
interno, e gn-, iniziale. Per -gn~ si discute: c'è chi sostiene la pronunzia
gn, cioè velare + nasale, come nel ted. regnen e Wagner; ma è più
probabile che la g rappresentasse la velare nasale chiamata dai Greci
sigma (Varr. ap. Prisc. I 30 H.) e foneticamente trascritta con y o n;
essa è rappresentata in greco dal primo gamma di ãyys/loç, in latino e
in italiano rispettivamente dall'n di angulus e di angolo. Perciò il
gruppo gn in agnus, per es., suonava ag-nus, con una inflessione
nasale della velare che Pavvicinava alla pronunzia di annus più

(1) Cfr. Quint. 1, 7, 5: illa quoque seruata est a multis difierent-ia, ut... « cum ››,
si tempus significaret, per « qu › (cioè quam), si comitem, per « c ›› ac duas sequentes
(cioè cum) scriberetur. La grafia quum, forse dovuta all`equazione quum: tum =
quam: tam e all'analogia del doppione equus/ecus, è tarda (IV sec., cfr. Mario
Vittorino, VI 13 K.), medievale e umanistica.
14. I GRUPPI -ng-, -gn-, gn- 61

che alla nostra scolastica di agnus e dell”ital. agnello. Numerose


le prove, sia fonetiche che epigrafiche: 1) Zignum viene dalla radice
di lëgo (propr. « ciò che si raccoglie ››), dignus da quella. di déeet;
il trattamento di ê> i è lo stesso che troviamo in tinge rispetto al gr.
téyyw, o in con-ƒringo rispetto alla forma attesa *con-ƒrengo (ai > 6 in
sillaba interna chiusa, cfr. scendo/aseendo): ossia in entrambi i casi é
si trova di fronte a n. 2) Ogni occlusiva dinanzi a n si muta in nasale
pur conservando lo stesso punto d'articolazione: le labiali p e b nella
nasale labiale m (*sop-nos >*sob-nos>som-nus, cfr. sop-or e rin-vos;
*Sab-niom > Sam-nium, cfr. Sab-ini), le dentali t e d nella nasale dentale
n (* pet-na > *ped-na > penna, cfr. azér-o/zar; *mereed-narius > mer-
oennarius), e dunque le velari e e g devono mutarsi nella nasale ve-
lare n. 3) Alcune iscrizioni tentano di riprodurre il doppio valore nasale
e velare di n in grafie come INGNIIS = ignis (CIL IV 3121, Pompei),
SINGNIFER (CIL VI 3637), DINGNISSIME (CIL XIV 1386), o
addirittura assimilando la velare alla nasale, come in SINNV :_ signum
(CIL IX 2893), forse per influsso dialettale (cfr. sardo mannu < mag-
nu(m)). 4) La pronunzia nasale di g può spiegare la scomparsa di n
nel prefisso di ignarus < *in-gnarus, cognatus < *con-gnatus < *com-
gnatus, etc. 5) La medesima pronunzia chiarisce un giuoco di parole
attribuito da Cicerone (de or. 2, 249) a Scipione: quid hoc Nauio igna-
uius?, e fondato, come dice lo stesso Cicerone, sulla uerbi ad litteram
mutati similitudo, cioè su due parole che differiscono solo per una let-
tera: in questo caso ignauius doveva essere pronunziato innauius (1).
Alllinizio di parola la velare cadeva, al contrario del greco e come
nell'inglese moderno, dove il k di know è puramente grafico: nosco <
< *gnosco, cfr. eognosco, ignoseo e gr. yi-yvróanw; nauus < gnauus, cfr.
ignauus; natus < gnatus (grado zero della radice *gen-), cfr. prognatus,
cognatus. Le forme con la velare iniziale si conservano o per differen-
ziazione semantica (come Parcaico gnatus, sostantivo, di fronte a natus,
prevalentemente participio), 0 per influsso dei composti (per es. gnarus/
ignarus): che all°inizio di parola la velare fosse pronunziata gn-, è atte-

(1) In realtà Nauio è congetturale, e i codd. leggono Naeuio, che, tenuto


conto della pronunzia ditt-ongata, non sposta molto il giuoco di parole.
Discussione in II. IloLs'r, Die Wovtspiele in Giceros Rede, Oslo, 1925, p. 30;
CICERONE, Il trattato de ridiculis, a cura di G. MONACO, Palermo, 1964, p. 128 s.
(e la recensione di G. B1-;1u<.u<D1 Pnnirzl in « Riv. Fil. Class. ››, 1965, p. 345).
62 LA PRONUNZIA

stato da Terenziano Mauro (VI 894 K.): G tamen sonabit illic, quando
Gnaeum enuntio. Interessante è il caso d.i Gnaeus/Naeuius, derivati
entrambi, come molti antroponìmi romani, da una caratteristica fisica,
il neo (naeuus < *gnaiuos) (1): il primo, ancora attestato nella sua
forma originaria dall'ablativo GNAIVOD del sepolcro degli Scipioni,
è prenome e Puso della sigla On. (cfr. p. 13) ha forse contribuito a pre-
servare la velare, almeno nella grafia, mentre il secondo, col sufiìsso
di derivazione proprio dei gentilizi (cfr. Iulus/Iulius, Tullus/Tullius),
e quindi posteriore al primo, l'ha perduta.

§ 15. - Il gruppo ns.

La pronunzia scolastica del gruppo -ns- (per es. in mensis) è, con-


! rariamente alla maggior parte dei casi fin qui esaminati, una pronun-
zia « grañca ››, cioè legge le lettere come sono scritte, e rappresenta forse
una reazione culta contro la tendenza fonetica, antichissima, ad eli-
minare la nasale dinanzi alla sibilante (2). Gia in epoca preletteraria
laccusativo plurale in -ms > -ns si era ridotto ad -s, cfr. rosãs < *ro-
ad-ns, lupôs < *lapo-ns (mentre nel nom. sing. del tipo mons il gruppo
-ns era venuto in contatto per la caduta della vocale tematica e la
mnseguente assimilazione della dentale: mons < *monss < *monts <
"monti-s, cfr. gen. plur. monti-um). La pronunzia corrente riduceva
t n a una debole e forse inavvertita appendice nasale della vocale
precedente, che si :illungava: mensis > më"sis, cfr. it. mese e le fre-
quentissime grafie epigrafiche MESES per menses, nonchè il derivato
(bi)me.stris; sponsa > sp6"sa, cfr. it. sposa e la grafia SPOSA (CIL

(1) Cfr. Varr. fr. 330, p. Fun.: Gnae-us ob insigne nacui adpellatus est.
/mod unum jnraenomen ':.1,m~:'a scriptura notatur; alii. enim Naeum, alii Gnaeum,
.~›//'11 Cna/›um sm-i."›1mt. Qui G' li!!/-ra in Imc 7›r(wr›on›i›u› uluntm-_. anlíquitatem
sujzt-i -u-itlentur. Questa ic.<;iinmiiianza di una grafia ..Var›u.<, vonfcrrnata dalla
i's^=.=qncntc irzislittcraziono greca Naíoç. fa supporre clic nella pronunzia corrente
I.: velare ctulesse c che 'l`e-renzìano l\l:1-uro si rifcrissc a una pronunzia (lotta,
basata sulla grafia, quale sembra prcsnpposta anche da Quintiliano (1, 7, 29):
f/.ce Gnaeus eam lille-ram in pra¢rnominis nota (cioè Cn.) aceipit, qua sonat.
(2) Anche in attico -múç < for; (conservato nel cretesc; ov nota o lungo
stretto, 6; ei; < êvç (conservato anclfesso nel cretese; et nota e lunga stretta, 9*,
cfr. ei; < *sem-s, che ha la stessa radice di sem-el, sem-per, etc.).
15. iL <:RUx›i>o ns 63

VI 10013); Consentia da Cosenza. La migliore testimonianza è la sigla


COS. per eons(ul) e COSS. per eons(ules) o eons(ulibus), e i numerosi
doppioni ortografici come censor/cêsor (sepolcro degli Scipioni: la secon-
da forma è arcaizzante); praegnans/praegnãs; quotiens/quotiês (e tutta
la serie degli avverbi numerali) (1).
Non meno esplicite le testimonianze degli antichi: per Varrone
pos (cfr. com-pos) e pons erano omofoni, cfr. ling. Lat. 5, 4: uidetur
pos s-ignificare potius pontem quam poten-tem; Quintiliano, a proposito
delle parole quae scribuntur aliter quam enuntiantur, afferma: co-
lumnam et consules exempta n littera legimus (1, 7, 29); Velio Longo
c”informa (VII 78 s. K.): Cicero... ƒoresia et lllegalesia et hortcsia sine
n littera libenter dicebat (confermato, il terzo, dalla trascrizione greca
'Oprnoía dell'antroponimo Hortensia). Nei papiri greci la forma normale
di Valens è 0-valnç e di Constantinus è Kwaravrwoç (cfr. ital. Costan-
tino). La controprova si ha, al solito, nelle grafie inverse tipo PARI ENS
per paries (CIL IV 1904, Pompei), occansio ed Hereulcns biasimate
dall'Appendiw Probi (IV 198 e 197 K.): si tratta di ipercorrettismi, il
più tenace dei quali sembra essere stato il grecismo thensaurus ri-
spetto al greco ônaavgóç, nonostante Pavvertimento dei grammatici:
thesaurum sine n scribendum (Caper VII 93 K.) (2).
Certo da una parte Panalogia (nom. amans secondo il gen. a.mantí.s-,
part. tonsus secondo il pres. tondeo (3), ctc.), da1l°altra il senso etimo-
logico (con-sto, in-super, ctc.), hanno contribuito a restituire la n nella
grafia e quindi anche nella pronunzia colta, che in latino fu sempre
in stretto rapporto con la grafia: Quintiliano pensava che bisognassc
scrivere ogni parola come si pronunziava (1, 7, 30: ego,-nisi quod

(1) Si spiega così Palternanza s/ns tra il semplice e il derivato, per os.
Jllostellaria «la commedia dello spirito» da *mostellum diminutivo di mon-
strum; o tra il semplice e il composto, per es. quasi < *quan-si <*quc.m-si
(benchè faccia qualche difficoltà. ci non allungata per compenso). e tunsus
(assai più frequente di tusus per Fanalogia di tundo) rispetto a contusus (as-
sai più frequente di contunsus, forse per dissimìlnzione, cfr. Seru. ad Varg.
georg. 1, 262: antriqui n addebant, quod nos propter euphoniam in aliquibus detra-
rcimus, ut obtus-us, in aliquibus enim remansit, ut tunsus).
(2) Cfr. J. ANDRÉ, Glanures de lexicologie latine, « Arcl.. Glott. Ital.››,
1964, p. 74.
(3) Ma tosores in CIL XV 7172.
64 LA PRONUNZIA

consuetudo obtinuerit, sia scribendum quídque iudioo qøwmodo sonat).


Questa pronunzia detta attraverso Pinsegnamento medievale (Grego-
rio di Tours ha grafie inverse come aocensus per accessus, il bizantino
ha ngóxevaoç per ngóxscmoç da processus) si è perpetuata nella pro-
nunzia scolastica del latino, mentre nelle lingue romanze il gruppo ns
era dovunque ridotto ad s (per es. franc. très < trans): donde la diver-
genza fra pronunzia scolastica con la nasale ed esito romanzo senza
nasale, mentre in genere pronunzia scolastica ed esito romanzo coin-
cidono.

§ 16. - S intervocalica.

Nell°italiano (settentrionale) Ps di sacro suona diversamente da


quella di rosa: la prima sorda, sonora la seconda. Noi trasportiamo
questa distinzione nella pronunzia del lat. saaer e rosa, mentre il latino,
almeno a partire dal III secolo a. Gr., conosce solo l's sorda (tranne
dinanzi aconsonante sonora in grecismi come smaragdus, scritto anche
zmaragdus, e in composti come tmnsueho, la cui grafia fonetica è trãueo).
Le testimonianze sono indirette. Anzitutto i grammatici che si sono
applicati a definire o a descrivere minutamente questo suono, non ci
avvertono mai di un diverso valore di s, intervocalica e iniziale.
Ora s latina era originariamente sorda, come mostra il cambiamento
delle occlusive sonore in sorde davanti ad s: *scrib-si>scríp-si (1),
*ob-sacro > op-secro (obsecro è grafia etimologica, come ad-scribo che dà,
foneticamente *atscribo>*asscr-ibo >asa"ribo; ad-sum in Plauto è per
lo più assum<*at-sum) (2): dunque anche s intervocalica doveva

(1) Analogamente gs > cs, notata av: (*necleg-si > *neclec-si > 'neglexi come
*deic-si > diari), cfr. Diomede (I 425 K.): x littera composita, quam idea dupli-
cem dicimua, quouiam constat ea; c et s litteris. Perciò la pronunzia classica di
:v era sorda (cs) e non sonora (gs), come suona talora la pronunzia scolastica,
cfr. grafie fonetiche come IVNCXIT (CIL VIII 8692), dove la velare sorda
è esplicitamente aggiunta dinanzi a av. Nella pronunzia volgare ac tendeva a
ridursi a s(s) (it. dissi < dixi): la tradizione manoscritta di Plauto conserva
esempi di mers per mea-x, e tale pronunzia è alla base dell'omeoteleuto sum-
m/um 'ius summa cruz (leggi c'rus, donde il medio irlandese cross, cfr. p. 39, n. 1),
come della rima mediolatína caehs/ƒelix (Bernardo di Cluny).
(9) Donde in Poen. 279: Milphio, ubi es? :: Assum apud te eccum. :: At
ego elia-us (bollito) sis uolo, il giuoco di parole tra as-sum = adsum e a.s.»-um.
da assus, « arrostito ›› (< *ars(s)us).
16. s 1NrF.RvocA1_1cA 65

essere sorda, se i grammatici non facevano dilferenza. Ma gli argo-


menti em silentio non sono mai troppo attendibili. Più probante è il
ben noto fenomeno del rotacismo: s intervocalica si era sonorizzata
sin dai tempi preletterari, e fu forse notata col segno z attestato da un
frammento del carmen saliare (cfr. p. 16; anche nelle epigrafi osehe
scritte in alfabeto latino Z intervocalica nota s sonora). Questa s sonora
si rotacizzò, ossia passo a r, e il passaggio pare compiuto alla fine del
IV secolo a. Cr. Così *ausosa divenne aurora, e Ps int-crvocaliea di
*ge/nes-is, scomparsa nel gr. *yerw-og > *yéveoç > yévovç, divenne
r nei casi obliqui, mentre si conservò l's finale del nominativo genus (1)-
Non sembra che rimanessero in latino altre s sonore: s intervoealiea
si pronunziò sorda anche dove non si rotacizzò, per ragioni varie che
rientrano in un altro capitolo della fonetica latina. Ma una di queste
dev'essere accennata, perchè tocca la grafia e la pronunzia del latino.
In parole come causa, diuisio, casus, uasus, quaeso, Ps proviene dalla
semplificazione di una geminata: caussa (CIL I* 589: etimologia ignota),
diuíssio < *diuitsío < *díu1Idsío, eassus < *catsus < *cadsus, nassus
(con geminata espressiva rispetto a nares < *nases), quaesso (CIL X
2311) dal tema quaes- di quaero più il suffisso desiderativo -so. Era
ancora la grafia di Cicerone e di Virgilio, e cadde in disuso nel primo
secolo dell°i1npero, dal quale ci viene in buona parte Portografia tradi-
zionale (2), cfr. Qnintiliano, 1, 7, 20: quid quod Gicerouis temporibus
paulumque infra, ƒere quotierz-s s littera media uocaliu-rn, longarum uel
subiecta lorigis esset, gcmfinabatur, ut eaussae, cassus, díuissíoncs? quomodo
ct ipsum et Vcrgilium quoquc scripsísse manus eorum docc-nt. Non è
fra le ultime contraddizioni del nostro latino scolastico che la sua
pronun'/.ia sia in geiiere quella di S. Agostino, la sua ortografia quella
di Quintiliano, la sua sirit;1,ssi e il suo lessico quelli di Cicerone.

(1) Ma dove la vocale era la stessa nel nominativo e negli altri casi, Pana-
logia fini per sostituire r ad s anche al nominativo (tranne nei monosillabi
del tipo ƒlos), restituendo l'unità della flessione: li* fase honös, *honôsís; 2°' fase
honös, honãris; 3'* fase ho/nör, hmzöris, ma con alternanza di quantità, della
vocale per abbreviarnento di o dinanzi a r finale.
(2) Il caso più notevole è Paccusativo plurale dei temi in -'i, che nelle nostre
grammatiehe esce in -és mentre sino all'età d'Augusto è prevalente la forma
originaria in -is: urbì-s < *urbi-ns < *urbi-ms.
66 17, TAVOLA m.\ssUN'riv,\

§ 17. - Tavolfi riassuntiva.

Raccogliamo in un quadro comparativo i più importanti risultati,


ricordando che ogni pronunzia è relativa al tempo, al luogo e alla con-
dizione sociale del parlante. Per es., la pronunzia colta del tardo im-
pero, trasmessa attraverso Pinsegnamento scolastico, è probabile si
avvicinasse di più alla pronunzia della Roma classica che a quella
volgare contemporanea, che a sua volta, pur differenziandosi nelle
varie province dell'impero, aveva punti in comune con il latino rustico
dell°età. repubblicana. Perciò la seguente tabella, dove prevale il cri-
terio cronologico e gli altri due sono quasi del tutto trascurati, non ha
alcun rigore scientifico, ma solo un valore pratico, di prospetto nine-
monico.
La spiegazione dei segni diacritici è a pag. 77.
PRONUNZIA
GRAFIA Pr-:ONUNZIA PRoNUNzr_-I voLG:›.n1«: Dm. Pnonuvzis
suoLAsTIcA Aacaica « CLASSICA » Tirano rnrizno ITALIANA
ae ai ae e 6
oe oi oe e 0
y u ü i i
V al 1: “Ö V
vu po no 'bu VU
h- h h muta muta
-h- muta ni u ta muta muta
Ch lc kli k .£
ph pli f f
th tli t t
ti -{- vocale S"-°"'U ti tsi, ei zi
ce ke ke ee, se ee
ci ki lci ci, si ci
se se
gi 3°. ›-«.G;
GQ' gi
quu li}.'O 05U;
-»- 20, liu líll E

-gn- nn ('?) nn (ll) ? Og*


É'
1-v*
I-'

gn- Qn (n?) 3:' ,_›-I (11 '?) :(

ns HS Us S DS
S
-S- S S S
§
BIBLIOGRAFIA

§ l. - Come prima introduzione sia storica che teorica si veda l'agile opu-
scolo di J. MAROUZEAU, La prononciation ctu latin, Paris, 19554 (risale a un
articolo del 1930), con ampia bibliografia. Il Marouzeau ha dedicato altri saggi
alla pronunzia del latino, citati inƒra, § 5. Prima di lui, era stato « ardent ré-
formateur de la prononeiation ›› A. MACÉ, che portò la questione al Congresso
Internazionale di Scienze Storiche tenuto a Roma nel 1903 (Atti, Roma, 1905,
II, pp. 269-277): La prononctalion internationale du latin au XI' siècle (ricco
di notizie intorno al movimento di riforma nei vari paesi).
Sulla pronunzia italiana del latino. confrontata con la pronunzia « classica ››,
A. GANmc.LIo, Morfologia regolare della lingua latina, 3°' ed. rifatta da G. B.
Pmrix, Bologna, 1952, pp. 6-ll; sulla pronunzia francese P. DAMAS, La pro-
nonciation « française ›› du latin depuis le X VI” sièclc, Paris. 1934 (essa fu difesa
contro la pronunzia italiana, fra gli altri, 1lall”al›ate ROUSSELOT, La pronon-
ciation du latin, «Mercure de France», 170. 1924. pp. 392-398, con interessanti
osservazioni storiche e foneticlie); sulla pronunzia ecclesiastica e la sua sto-
ria D. J. JEANNIN, La prononciation romaine du latin, Paris, 19141, 19172;
J. G. BRANCO, A pronuncia do Iatim na liturgia da igreja eatólica, Coimbra,
1947; G. E. GANSS. Pronunciation oƒ latin in Church, « Class. Journ.››, 47,
1951-52, pp. 45-49; F. BRITTAIN, Latin in Ohurchzthe History of its Pronunciation,
London. 19552, con particolare riguardo alla pronuncia inglese, difesa contro
l”it-aliana (documentazione in parte inedita). Di grande interesse è ora l'articolo
di A. VACCARI, La pronunzia (lcl latino nella Chiesa del secolo V, « L°0sservatore
Romano», 14 III 1962, con testimonianze inedite tratte da papiri egiziani e
dal Liber intcrpretationis Ilrbraicorum nominum di S. Girolamo: Pautorevole
studioso concluclc-, che i padri della Chiesa pronunziavano ancora ci e ce con la
velare e quindi la pronunzia ecclesiastica andrebbe modificata in questo senso.
Sulla pronunzia «classica» v. infra, § 5.
Sulla storia della pronunzia del latino non abbiamo un'opera complessiva
ed esauriente, com'è, per il greco, quella di DRERUP, Die Schulaussprache
des Gricchischen von der Renaissance bis zur Gegenwart, voll. 2, Paderbon, 1930-
1932 (ma, per il Rinascimento, è ricca di riferimenti anche al latino). Limi-
tatamente alla Francia Ch. BEAULXEUX, Essai sur l'histoire de la prononeiation
du latin en France, « Rev. Ét. Lat. ››, 5, 1927, pp. 68-82.

§ 2. - Pochi e non sistematici gli scritti sulla pronunzia del latino nel me-
dioevo: fra i più utili, a mia conoscenza., è M. H. JELLINEK, Zur Aussprache des
Lateinischen im Illittclalier, in Festschri/t Braune, Dortmund, 1920, pp. ll-26,
ripreso e ampliato dieci anni dopo in un opuscolo cit. a p. 27; le sue indagini
sono stato confermate da D. Nonni-mc. Inlroduclíon à Fétude (le la 'versi/ìcation
68 BIBL1OGR.›'\1`IA

latine médiévale, Stockholm, 1958, cap. III, e Reinarques sur l”hi'stoire de la


prononciation du latin, in Acta Gonventus Romani. Copenhagen, 1961, pp. 107-114
(ricco di esempi); materiali in Ch. '1`nURo'r, Notices et Ewlraits des Manuscr-its
dela Bibliothèque imperiale, Paris, XXII, 2, 1868 (rist. Frankfurt, 1964). Per
Palto medioevo qualche notizia in F. LOT, À quelle cfpoque a-t-on cessé de parler
latini', «Bulletin Du Cange», 6, 1931, pp. 97-159; sulla riforma carolingia dà.
meno di quel che promette (per la scarsezza delle testimonianze, quasi esclusi-
vamente fondate sullbrtografia-) J. LE Co1:L'1¬1rE, La prononciation du latin sous
Oharlemagne, in Mélanges Nicole, Genève, 1905, pp. 313-334. Per Plnghilterra
si veda il cit. BRITTAIN e relativa Bibliografia.
La pronunzia del latino nel medioevo si confonde con quella del medio-
latino; ma anche sulla pronunzia del mediolatino c`è pochissimo (« la storia
della pronuncia del latino durante il medioevo resta ancora da scrivere»,
G. CREMASCHI, Guida allo studio del latino medievale, Padova, 1959, p. 60).
Il meglio è ancora in L. TRAUBE, Vorlcsungen and .flbhandIungen, II, Ein-
leitnng in dic latcinischc Philologie des lllittelalters, Miinclien, 1911 (rist. 1965),
p. 93 s.; non più che un cenno in K. Sriuzcxiìn, Introduction à Fétude du lat-in
nufdiéral, trad. 1*. VAN DE WoEs'riJ›11-:_ Lille-Genève, 19483, p. 33 (trad. inglese
del PALMER, 19632) c nel recente D. Nonmmc, Manuel pratiqae de latin mé-
diéfval, Paris, 1968, p.70 s.e passim. Più ampio, ma limitato al latino della
Gallia Particolo di H. [inc1,1«;1<CQ nel Di<¢tio›››1.a'i1-e d`arehéolog~ie clirétienine, VIII,
1, 1928, con. 1516-1522.
§ 3. - Sulla pronunzia del latino nell`Umanesimo e nel Rinascimento (oltre
lc pagine dedicate al latino nel Drerup, v. supra, § 1), un rapido cenno in R.
SABBAMNI, Il metodo degli anzanisti, Firenze, 1920, pp. 3 ss.; si occupa di c
e g, ti -|- vocale e y L. KUKEN1u;1›1 in Cont-r-ibutions à l”hist.oire de la grainmaire
italienne, espagnole et française à Fépoqne dc la Renaissance, Amsterdam, 1932,
pp. 181-184 e in Gontributions à l'Ia.istoire de la grammaire grecqne, latine et
licbraique à l'c'poqne de la Renaissance, Leiden, 1951, pp. 57-60. I\'otízie sugli
umanisti citati nel testo in J. 1'). S.-\N1›\'.<, .-1 History/ oj classical Selzolarslitp,
(lamb1'idgc, 11, 1908 (rist. 1967); in particolare su J. (Jheke A. |lY'1"1'oN SELLS,
The Italian In/luence in Io'n,_1/lis/1, Poetry, London, 1955, p. 83 si L'episodio del
chierico ch(-, scandalizzò la Sorbona ò. riferito con le fonti 1: discusso da C11.
1š1~:,\ULmUx, Histoire de l”r›rtIioy/›~aplw ƒraneuise, Paris, 1927, 1, pp. 225 s.

§ 4. - Sul movimento di riforma (e di opposizione alla riforma) nei vari


paesi v. supra, § 1, i lavori del Macé e del Marouzeau. Gli articoli del Pasquali
sono citati nelle note al testo. Gli Atti del Congrès international pour le latin
'vivant furono pubblicati ad Avignone nel 1956; il rapporto sulla pronunzia
fu tenuto da E. BURCK (pp. 58-65). Sui lavori del Congresso v. la relazione
di E. MALCOVATI in un estratto dei Iíendìconli dell”Istituto Lombardo di Scienze
e Lettere, Vol. 89-90, 1956. Nel frattempo si è tenuto ad Avignone un Ilèmfi
Congrès International pour le latin vivant. Gli Atti, pubblicati nel 1960, con-
tengono a pp. 170-174 una comunicazione di J. Inzusclilzn, Ucber die Schal-
aussprache in sozialistischen Staatcn Europas.
r›1ßL1ocRA1=1,\ 69

§ 5. - I lavori dove si fissa 0 si discute la pronunzia «classica» del latino


sono assai numerosi: vedine l'elenco nel Marouzeau cit. supra, § 1 (il Marouzeau
ha «sposto la pronllnzizi « classica ››, s<›1n|›r<= in forma piana c piacevole, anche
in I1'1fcr°catir››ts latiaes', Paris, 1940, pp. 31-36, I/eçon dc [›ronr›n.ciation rlortnée par
les I›êI.e.-_ 1» in In.lrorI:ufIir›n au, latin, l'u.ris, 19542 [rist. 1970), pp. 14-26). Le operc.
in parte :mt-iq1n1.1e, nm micorzi. fo1u1:nn<›ntali per la rziccolta del rrmtcrialc, del
(Jorsscn e del Seelmann sono citate nel testo, p. 36 (vívacemente polemico
contro il Corssen in difesa della pronunzia italiana K. PoE'rzL, Die Ausspraehe
des Lateinischen, Leipzig, 1888: alcune sue ben documentate obbiezioni sono
ancora da meditare). Lavori più recenti e maneggevoli-: in Germania M. ScnLos-
SAREK, Die richtige Aussprache des Latcinisehen and ihre schitlpralctische Be-
fleutnng, Darmstadt, 1953”, eminentemente pratico; in Francia A. ISIACÉ, I.a
prononciaitíon da latin, Paris, 1911, assai ridotto ed elementare (la pronunzia
è condensata in cinque regole, pp. 35-40), e L. TESNIÈRE, Pour prononcer le
grec et le latin, Paris-Toulouse, 1941, sehematico e tecnico (con trascrizione
fonetica); nei paesi anglosassoni 1'ottimo manuale di E. H. STURTEVANT,
'I'/ic Prormneialton of Greek and I/atin., (`,l1ic;1,\;'1›, 19201, Philadelphia, 19402
(rist. (}ronin,f_:cn, 1968), ricco, cllizlro 1* pvrson:\.l<:, utile anche per i necessari
rifcri|n<›n1~ì alla prolillnzin del ;_f1'<-1-o (iiisicllw. al volumetto del Pcrnot citato
nella lšì|›1i¢›;1_'1'n.1i:1 della l*:1rl,o 1), 1- il recente W. S. A1.1.1s.\:, Vox Latina, Cain-
bridgc, 1965, c:|.|'n.tt<\rimato dn. una limpida sol›1'ietà. c da interessi più lin-
guìstici che fi1olo,<_†ici (i111:c1'vssz|.111~.i i c<›nl`ronti con Pinglose o le sue va.riet:`t
di:tletta.li): in lin_<_›;11a s|›:15¬†n<›l:1. il 1ne_41io che io conosca. <`~. 1°artico1o rapido e
non in tutto attendibili- di 1*). 11|-:1¢.\:,í!~1|›1-17,, Pronnneiaeión del latin en la
« Edad de oro», « 1ll11|1:111í11n<1cs ››, 1957, |›p. 105-121; in porto_<.;`l1cSe ò notevole
il .1/[anna] «le I'ronú,›u:ia. do Lalirn di lì. 1~`..\|u.\, Rio de Janeiro, 1938, riassunto
in lf'o›1.ét›ica llistórica do I}ntim, Rio, 19572, pp. 65-133 (con bihlioguaíìa ragionata;
conti(-,nc anello cn.pi1',o1ì .~:11ll`:1.lfal›et<›_ pp. 5|-G3, 1* sul1”acccnto, pp. 134-165);
in Italia il saggio breve, ma ri_;oros1›. con trascrizione fonetica di G. B. PIG111,
Im. 'pronunzia del latino, <1./\cvu|n››, 8, 1934, pp. 215-233 (ripreso in USSAN1-
A RN/\|.|›1, Guida allo .studio della civiltà. roirnann antica, Napoli, 1954' [l96l2]
11. pp. 216-225), c il più clernclltaiw* 1- talvoll-al. disclltihile opuscolo di E. DE
FELICE, La pronunzia del latino classico, Arona, 1948. Ora abbiamo il libro
denso e accurato di M. BONIOLI, La pronuncia del latino nelle scuole clall'anti-
chítà al Rinascimento, I, Torino, 1962.
Poi, i manuali di grammatica latina, storica e comparata, citati nella Bi-
bliografia della Parte I, § 1 (specialmente utili il LINDSA1'-N011L e il SOMMER),
n›.~1le parti dedicate alla pronunzia e alla fonetica; si aggiunga A.-C. Jvmsr,
Manuel de ph-oniéliqac latine, Paris, 1921' (19383), pp. 9-91 1-. V. P1r¬'.\.\Ir. Gram-
rnalicn latina storica e oom'pa.rat›ioa, Torino, 19623, pp. 4-ll.
La pronunzia. del latino implica questioni che riguardano anche la fonetica.,
l`ortografia e la prosodia, 0 il latino volgare. Per la fonetica è consigliabile il
limpido e orinui classico Préci-s de phonétique historique da latin di M, NIEDER.
111ANN, Paris, 1959* (tradotto in italiano da C. PAssEn1NI Tosi, lšergamg,
70 BIBLIOGRAFIA

1948; in italiano c'è anche il poco originale, ma chiaro lavoro di A. Rlsieyro,


Fattori linguistici generali e vicende ƒonetiehe principali del latino, Firenze,
1961); per i riferimenti alla fonetica delle altre lingue indoeuropee, trascurati
dal Niedcrrnann, v. A. MAN1E'r, L'e'volutton phonéttque et les sons du latin ancien-,
Louvain-Paris, 19573: per l`orto,<1rafia il rnmiiiale fondamentaile resta. nncom,
W. BRAMBACH, Die Neugestaltung der late-intschen Orthograplzte, Leipzig, 1868
(se ne ha una riduzione italiana, fatta sulla riduzione tedesca del 1876, di E.
STAMPINI, 'l'rattato della ortogra/ia latina, Torino, 1882 e una francese di F. A.\_
TOINE, Manuel d`0rthographe latz'rted'après le manuel de Braml›ach, Paris, l88l);
una buona messa a punto di A. M1«;lLI.m¬, Le problèmede l`ortho_qraphe latme,
« Rev. Étud. Lat. ››, 1924, pp. 28-34; per la prosodia basti rimandare al medi-
tato Trattato di prosodia e metrica latina di A. CA Mu.1.1, Firenze, 1949 (a, pp. 2-9
cenni sulla pronunzia; a pp. 87›90 appendice su alcuni punti discussi). La
bibliografia sul latino volgare è vastissima ed esula. da-illa nostra competenza;
segnaliamo in Italia C. '[`A<:1.1.›\v1N1, I/e origini' delle ltn_«/ue neolattm›, lì<›lo;_{1m,
19695; C. lš.^.T'r1sT1, Amftarrtenl/› allo studio del latino volgare, Bari, 1949;
A. M()NTEvl<)RD1, Manuale di az,-l"ia'r›te›1i.o agli stud-i romanzi. Milano, 1952;
V. VÃÃNÃNEN, Introduzione ul latino zfolqa/re, tmd. ital. zi cura di ll. Limen-
tani, Bologna, 1970. Per la raccolta e l”inter-pretnzimie del rie(-,o |nnt.eriale
offerto dalle iscrizioni pompeiane indispensabile e V. VZi.Ãr\'.7i.\;1~;r\', Im latin,
vulgatre des t-nscrtpttons pompérjennes, Berlin, 19663. Utile, anche per il latino,
G. B0›Ii«`ANTE, M. L. Ponzio G1~:i<N1A, Germi di fonetica e di ƒonematiea con
particolare riguardo allñtavlíanvo, Torino, 1964.
I grammatici latini sono raccolti nel Corpus grammaticorum Latinorum ca:
recensione H. KEIL, voll. 7, Leipzig, 1857-1870 (rist. Hildesheim, 1961; Carisio
è citato secondo la. più recente edizione del BARWICK, Leipzig, 1925, rist. 1964).
Per Quíntiliano v.l*edizione critica dei capitoli sulla grammatica di M. NIEDER-
MANN, Neuchâtel, 1947 e il commento al l. I di F. H. COLs0N, Cambridge, 1924.
Su Varrone grammatieo molte notizie che interessano la pronunzia del latino
in J. COLLART, Varron grammaírien latin, Paris, 1954. Le iscrizioni sono raccolte
nel Corpus trtscriptionum Lattnarum edito a cura dell'Accademia di Prussia
(sigla. CIL; la sigla IG indica le lnscrtpttones Graecae, a cura della stessa).
Sui prestiti in generale lr. Dnimr, I/em.prun.t lirtguistiquv. Paris, 1956
(= Bruxelles, 1967), ricco di esempi. Sui laitinismi nel greco antico e nel
bizantino materiali in A. SleiuN<:|<:ic, l)e tiny/uue Iratiøuw rlpurl I'luturoItum, et
reltqutts et vesttgtts, Friburgi, 1883; 'l`. l*)cK1N(u-11:, Die ()›-tl›.r›_1/›'r1;›I1.i«› late/i-nisclzcr
Wörter, München (1890-9l".l); lr. HAHN, Roms lS'p›'nr:/ze mul vler IIellcnisr›:,u.v
zur Zeit des Polybius, Leipzig, 1906; più utile c moderno, con analisi fonetica
B. MEINERSMANN, Die lateinischen Wörter' und Namen in den griecltisclten Pa-
pyri, Leipzig, 1927; interessi più semantici che fonetiei ha F. VISCIDI, I pre-
stiti lattm' nel greco antico e l›tzan.tino, Padova, 1944, con bibliografia essenziale,
cui aggiungerei G. B. l)s,\I,T1~:s, Grarmrtattk der l›_|/zanttmlschen Glzronilceu, Göt-
tingen, 1913 (non mi ò stato possibile vedere l`. WEBER, Les noms propre.s-
BIBLIOGRAFIA 71

latins dans les iris(-r1`.pI.z'r››|.~' altiqlles. « lšull. Fac. liettr. St.rnsl›oi11',«,›; ››, 26, 1949-50);
e ora 1). MARIN. I)z`1››zisio 411' .-1lícn›'›mss(› 4' il latino, in Ilozn/mages Ifenarll,
Bruxelles, 1969, 1, pp. 595-607 (p. 604: A:".«~i›-ríI†o1› ma Kogßívov). Sui latinismi
nel gerinanico F. KI.U<;1~: in l-l. P.-ml.. (1'run1lriss der ger1›mni.s-«alien Pliilologie.
Strassburg, 12, 1901. p. 351 ss.; nel celtico H. l'i«:1›1«:Rs'E.\'. l'e›-gleieliemle Gram-
matilc der keltisolzen ~%'prael1on, Got-tin_<_:en, 1, 1909. pp. 189-242; E. (T.-\nP.-iNII,12,
Valuta-:ione del latino di Brita.n.›1~i«, « Studi e Sziggi linguistici ››. 1969, pp. 87- 110;
nelle lingue balcaniche KR. S,\\=1›|›I-:I.I›_ Lirøguisliqzm Išnllrnniq1u>_ Paris. 1930:
nell'a1banese G. l\í1~:Ym< - W. M1«:\'1=.n-1.111-:mu-¬. in (1. GnoI«;nI~:n. (.'›'uml›-i.s-.«.- rler
romanisclien Pl1ilolo_q1'e_ St-rassburg. 12. 1904. pp. 1038-1057.
Con gli strumenti sopra accennati possiamo «sapere ›› come pronunziavano
i Romani del periodo classico, non «risuscitare» la loro pronunzia, fondata
anche sulla quantità, Paeeento e Pintonazione: « Pesscntiel est de ne pas nous
représenter le latin vivant tel qu`il est. dans nos livres ›› (J. MAROUZEAU, Accent
rl”expressii~it1f en latin. in A/\.\"\'.. UI pieluru poos-is. lmiden. 1955, p. 118).
Non sarà inutile rile,f¬r;rere le sliggestive riflessioni di R. S1«:I<|<.-\, Heul modo di
leggere i Greci. in Scritti. Firenze, 19582. ll, pp. 467-498.

§ 6. - Sul gotico Kaisar e i complessi problemi che implica (data e modo


del prestito), v. in particolare B. MIGLIORINI, Dal nome proprio al nome co-
mune, Genève, 1927, pp. 321 s. e M. NIEDERMANN, op. cit., p. 60 (la grafia
Gaisar voluta dall'impera.tore Claudio avrebbe influito sulla pronunzia, e ad
essa si dovrebbe il dittongo ai della forma gotica: che è la tesi di P. SKOK,
Lat. Gaisar = Caesar, «Razprave››, Lubiana, 3, 1926, pp. 33-44 [in croato
ma con riassunto francese]); anche BRÉAL e MIKKOLA citati inƒra, § 12. Si ò
suggerito anche che il vocabolo gotico venga dal greco kaíoag (A. PAGLIARO,
W. BELARDI, Linee di storia linguistica tlell'Europa, Roma, 1963, p. 130).
Su seaena etc. NIEDERMANN, p. 59 s., che ne trae però conclusioni eccessive
sulla pronunzia E di ae anticipandola al II sec. a. Cr., e in particolare G. BoN-
FANTE, La diphtongue AE dans les mots seaena, seaeptrum, raeda, glaesum,
Aera Cura, « Rev. Ét. Lat. ››, 1934, pp. 157-165.

§ 7. - Le varie ipotesi sono state date nel testo; qui diamo i riferimenti
bibliografici in ordine cronologico: E. G. PARODI, Noterelle di ƒonologia latina -
I - Osservazioni intorno al suono 'mediano ƒra u ed i, «Studi ital. filol. class. ››,
1, 1893, pp. 385 ss., A.-C. JURET, op. cit., pp. 19-21; A. MEILLET, recensione
al Graur (v. inƒra) in « Bull. Soc. Ling. ››, 31, 1931, pp. 98-101; G. Prcclrro,
Della natura del suono intermedio tra i ed u, Arona, 1948; P. G. GOIDÀNICII,
Del cosiddetto « sonus quidam medius u et i ›› di Quintiliano, « Atti Acc. Line. ››,
Rend. Scienze mer., s. VIII, v. V, 1950, pp. 284-296. La tesi classica del suono ü
è sostenuta nella monografia di C. PASCAL, Il suono dell`u dolce nel latino se-
condo gli antichi grammatici, «Athenacum ››, 6, 1918, pp. 34-43; A. GRAUR,
1 et V en latin, Paris, 1929; T. BOLELLI, Osservazioni sul suono intermedio ƒra
I e E in latino, « Atti Accad. d”lta.1. ››, Rend. Class. Scienze mer., s. VII, v. IV.
1943, pp. 193-204: ma si vedano le riserve di G. DEvoTo, Adattamento e distin-
72 BIBLIOGRAFIA

zione nella fonetica latina, Firenze, 1923, p. 55 s., che ritiene assicurata la pro-
nunzia ü solo per i casi di lubet/libet.
§ 9. - Chi voglia approfondire il problema, teorico e storico, della pro-
nunzia del gruppo yu, può ricorrere al denso lavoro di E. HERMANN, Silbiseher
und unsilbischer Laut gleicher Artikulation in einer Silbe und die Aussprache
der indogermanisehen Halbvolcale y und j, «Nachrichten Gese1lsch.W'issensch.
Göttingen ››, 1918, pp. 100-159. Abbondante materiale sul valore di up in soluo,
suauis etc. in B. MAURENBRECHER, Parerga zur latein. Sprachgesehichte, Leipzig,
1916, pp. 234 ss.
§ 10. - Su h intervocalica puramente riassuntivo Particolo di I. van OOTE-
GHEM, La prononciation de mihi et nihil, <1 Étud. Class. ››, 1961, pp. 310-312.
Su h iniziale dati desunti dalla prosodia reca J. MAROUZEAU, Quelques traces
de Paspiration initiale en latin, in Hommages à M. Niedermann, Bruxelles,
1956, pp. 238-243, sulle orme di un lavoro di T. BIRT, Ueber den Lautwerth des
Spiritus H, « Rhein. Mus.››, 1899, pp. 40-92, 201-247 (ricco ma invecchiato:
le allitterazioni plautine in h- segnalate a p. 53 a me sembrano casuali). Non
mi e stato accessibile J. SAFAREWIcz, Aspiratio quomodo in inscriptionibus
Romanis s. I p. C. notetnr, « Eos ››, pp..337-349. Sull'aspirazione consonantica
J. L. MORALEJO, Notación de la aspiraeión consonantica en el latin de la repu-
blica, Bologna, 1968.
Su11'epigramma 84 -di Catullo, oltre i migliori commenti, M. LENCHAIITIN
DE GUBERNATIS, Di alcuni fenomeni di aspirazione e un epigramma di Catullo,
1 Riv. Filol. Class. ››, 1920, pp. 444-448, che vede in chommoda e hinsidiae un
provincialismo; invece H. JURENKA, Zur Erlclãrung des Katull, « Wiener Stu-
dien ››, 1916, pp. 179 s., vi vede una pronunzia «a1tmoclisch, altvãterlich ›› e
non volgare: tesi ripresa da A. RONCONI, Interpretazioni grammaticali, Padova,
19581, p.6s. (Roma, 19712, p. 18 ss.). Ultimamente H. B. `RosÉN, Arrius'
Speech again, «Mnemosyne››, 1961, poco persuasivamente propone di leggere
coi eodd. comoda per chommoda. Bibliografia nel recente commento catul-
liano di.C.J.FoRDYcE,()xford, 1961. La testimonianza di S.Agostino fu segna-
lata da G. PA Ris, La prononciation de H en latin, _«Romania-››, 11, 1882, p. 399..

§ 11. - V. MRAS citato nel § seguente.

§ 12. - Su Cicirrus non convince la tesi di J. SAMUELSSON, De uoce Cicir-


rus, « Eranos ››, 1913, pp. 9-17, per il`quale non si tratterebbe di voce onoma-
topeica, ma di geminazione di cirrus: uíxiggoç alluderebbe non al canto, ma
alla cresta del gallo, benchè non si abbiano esempi di cirrus nel senso di crista.
Inesatta Pafiermazione che in tutte le onomatopee del chicchirichì l'u1tima
consonante è sempre velare, cfr. il rumeno cucuriya citato da A. CARN01',
La science du mot, Louvain, 1927, p. 22.
Sulla palatalizzazione delle velari latine un punto fermo costituisce 1'equi-
librato articolo di B. MIGLIORINI, L'in-tacco della velare nelle parlate romance,
in Silloge Ascoli, Torino, 1929, pp. 271-301, con discussione della bibliografia
BIBLIQGRAFIA 73

anteriore. Il più recente lavoro complessivo è, a mia conoscenza, quello di


K. MRAS, Ass1Ib«íl*ierung and Palatalisierung im späteren Latein, « Vi/'iener Stu-
dien », 63, 1948, pp. 86-101, che analizza e classifica le varie testimonianze
distinte per gruppi fonetici (compresi ti/di + vocale). Utili le tabelle crono-
logiche riassuntive di G.STRAKA, La dislocatton ltngatstique de la Romania
et la ƒormation des langues romanes a la lumtère de la chronologie relative des
changements phonétiques, «.Rev. ling. Rom. ››, 1956, p. 266. Il centro di diffusio ne
del fenomeno è stato localizzato in Campania da V. PISANI, Palatalizzazíont
osehe e latine, «Arch. Glott. Ital.››, 39, 1954, pp. 112-119, che vede perciò
nella palatalizzazione l`influsso del sostrato osco-. Può ricordarsi come curio-
sità. che M. BRÉAL, De la prononciation du c latin, « Mém. Soc. Ling. Paris»,
7, 1892, pp. 149-156, riportava all`epoca classica l'intacco della velare; ma
sono tuttora. valide le sue riserve sul criterio dei prestiti e delle traslitterazioni,
che possono riflettere la grafia e non la pronunzia o rendere solo approssima-
tivamente fonemi estranei alla propria lingua (ha ribadito questo punto a
proposito della velare in prestiti latini nel germanico H. J. J. MIKKOLA. Zur
Vertrctung des Gutturals und ti in den late'im'.›'chen Lelmwörten des Germamschen
und Slawischen, «Mém. Soc. Néophilol. I-lelsingfors ››, 7, 1924, pp. 261-279,
per il quale lc può. benissimo rendere Ö straniero in una lingua che non abbia
questo suono. E v. anche CAMPANILE, 0p.cit., p. 94).

§ 13. - Di recente ha negato a qu il carattere di fonema unitario H. H.


JANSSEN, qu et gu en latin, in Hommages à llí. Nrledermann, cit., pp. 184-190.

§ 14. - Sulla pronunzia di -gn- non c'è ancora accordo e i manuali sono
l'un contro l°a.1tro armati: il J uret, per es., ritiene necessaria la velare nasale,
mentre il Camilli la giudica foneticamente impossibile; M. GRAMMONT, a sua.
volta, parla di « prepalatale nasale ›› e spiega il passaggio ignosco < *ingnosco
con la dissimilazione di due consonanti di egual natura separate da una con-
sonante d'altra natura, cfr. fr. saigncr < *sagnare < sang(u'i)nare (Traité de
Phonétique, Paris, 19565, p. 294). Tra i più vigorosi oppositori della pronunzia
nn ricordo E. Coccnm, Rassegna critica di filologia e di linguistica, V, « Riv.
Filol. Class. ››, 15, 1887, pp. 429-454 (ma due anni dopo la difese altrettanto
vigorosamente, senza conoscere 0 citare il Cocchia, L. HAVET, Mélanges latins,
c Mém. Soc. Ling. Paris ››, 6, 1889, pp. 34-38); e ora A. Camilli, op. cit., pp. 87 s.,
che tuttavia non prende in considerazione tutti gli elementi del problema,
Anche la sua conclusione, che ñ esista solo nelle combinazioni nc (o nq) e ng.
sembra eccessiva a chi ricordi le forme dialettali galenna (Emilia) e galiíma
(Piemonte), cana (cagna, Trentino), dunáñs (donne, Grigioni), cfr. A.I.S. (Atl.
ling. Ital. e Svizz. mein), rispett. carta 1122, 1098 e 48 (e per il bolognese
A. GAUDENZI, I suoni, le ƒorme e le parole delfodfierno dialetto della città, di
Bologna, Torino, 1889, p. 31; F. C000, Il dialetto di Bologna, Bologna,
1970, p. 61 ss.). Fanno diflicoltà, gli esiti romanzi, che postulano un'epen-
tesi gin o gun e sono quindi in favore della pronunzia gin (diverso è il caso di
conosco, che sembra venire da una ricomposizione fatta su nosco). All'obbie-
74 BIBLIOGRAFIA

zione ha risposto R. L. XVARD, Aƒterthoughts on g as ii in latin and grcek, «Lan-


guage », 20, 1944, pp. 73-77, il quale, sulla scia del Buck (cfr. p. 25), conclude
che la grafia può avere influito sulla pronunzia: im sarebbe dunque la pro-
nunzia fonetica, originaria, gjn la pronunzia grafica (« spelling pronunciation ››),
che avrebbe finito per soppiantare l'altra, prima nel latino colto e poi nel vol-
gare. Quanto ai diminntivi sigillum e pugillas non provano la pronunzia _ê1n
di signum e pn-gnus, perchè la velare non si è più trovata in contatto della
nasale, divenuta sonante e quindi svoltasi in in secondo i seguenti trapassi:
*pugnelos > *puggtlos > *pu-ginlos > pugillus. Né i fatti greci (yíyvona: etc.)
sono di aiuto perchè le due lingue hanno leggi d'assimilazione diverse.

§ 16. - Su s latina c'è ora il libro ricco, ma un po' farraginoso, di L. MICIIEL,


Étude du son «S» en latin et en roman, Paris, s. d. (l955"l).

§ 17. - Sugli alfabeti ionetici notizie e tavole in C. BATTISTI, Fonetica ge-


nerale, Milano, l938, pp. 44-62.
APPENDICE
INCONTRO SU
LA PRONUNCIA DEL LATINO NELLE SCUOLE (*)

Il problema della pronunzia del latino comprende due problemi,


connessi ma distinti, uno teorico - come pronunziavano la loro lingua
i Latini -, l'altro pratico - se e quanto è opportuno applicare tale pro-
nunzia nella nostra scuola.
Il primo problema è oggi in buona parte risolto, purché si defini-
scano preliminarmente i confini cronologici, geografici e sociali della
cosiddetta pronunzia «classica››, dando per scontata Parbitrarietà di
ogni delimitazione sincronica: è la pronunzia della classe colta di
Roma nel I sec. a.Cr., che non sembra avere ammesso varianti di
rilievo rispetto alle pronunzie anteriori e posteriori di un secolo.
Ho detto in buona parte risolto, e cioè nelle linee generali, che non
è qui il caso di ripetere. Ma sussistono non pochi punti particolari su
cui c'è dubbio 0 disaccordo: gioverà richiamarne brevemente alcuni.
1) Il cosiddetto sonus medius di Quintiliano, riflesso nella oscilla-
zione grafica u /i in sillaba breve davanti alla labiale (tipo optumus/
optimus), è tuttora problematico, anche se pare realizzarsi una con-
vergenza in favore di una vocale distinta.
2) Non abbiamo indicazioni sufficienti sulla pronunzia della vocale
aspirata che, in seguito a composizione, veniva a trovarsi in posizione

(*) “Maia” 19, 1967, pp. 255-258. A1l'incontro partecipò anche G. Bonfante con pole-
miche quanto utopistiche repliche a favore della pronunzia “classica” (pp. 269-278).
78 APPENDICE

interna rispetto al composto, ma iniziale rispetto al semplice (tipo


inhumanus, exhortari): la pronunzia doveva probabilmente variare in
funzione dell'espressività.
3) Il punto più controverso resta il nesso consonantico gn, sia ini-
ziale che interno. In posizione iniziale si oscilla tra la caduta e il man-
tenimento della velare, quest'ultimo per me più probabile, non foss”al-
tro che per differenziazione (natus /gnatus) o per analogia (gnarus/
ignarus); in posizione interna si oscilla fra velare pura e velare nasale
(la n di angelus, «angolo››,1'agma di äyyeloç).
La soluzione del secondo problema è evidentemente condizionata
da quella del primo, che è, come s'è visto, parziale. Non si può pensare
a generalizzare la pronunzia «classica» se prima non ci si è messi d'ac-
cordo su tutti i punti controversi, adottando una soluzione sia pure
convenzionale, ma uniforme. Il che oggi manca, e non sarà facile avere
domani, mancando il riferimento a un'auctoritas oggettiva e univer-
salmente riconosciuta, sia scientifica che didattica.
Ma poniamo che questa uniformità si realizzi, magari con un
decreto ministeriale: non per questo verranno meno motivi di grave
perplessità di fronte alla adozione scolastica della pronunzia «clas-
sica››. Vediamone i principali.
1) Il primo inconveniente è lo sfasamento tra la pronunzia «clas-
sica›› e la grafia e ortografia del nostro latino scolastico, che risalgono
in complesso all'età di Quintiliano e, in alcuni casi, all'umanesimo,
come la lettera «ramista» v. È complicato e contraddittorio scrivere
vivo e farlo pronunziare uiuo; si aggiunga la reale difficoltà fonetica,
per noi italiani, di pronunziare «classicamente››, e cioè con la semi-
vocale, il nesso vu di rivus etc., mentre sappiamo che Cicerone scri-
veva e pronunziava riuos, Quintiliano scriveva riuus e pronunziava
ribus con la fricativa bilabiale, e la plebe del tardo impero scriveva e
pronunziava rius. Non simile, ma analogo il caso di antiquus, la cui
grafia e pronunzia «classica» è antiquos, quella volgare anticus. La
riforma della pronunzia presuppone dunque una riforma ortografica
dei nostri testi scolastici.
2) Ci sono altri casi che urtano le nostre abitudini fonetiche,
eppure sono imprescindibili per una coerente pronunzia «classica››.
Penso in particolare all'aspirazione consonantica, di origine greca. Né
ch, né th, né ph erano pronunziati come li pronunziamo noi, togliendo
Faspirazione alle prime due e convertendo la terza, da momentanea
aspirata, a continua spirante, f (la differenza era già nota a Pri-
INCONTRO SU LA PRONUNCIA DEL LATINO NELLE SCU()I,E 79

sciano): il che ci obbliga a mutare inconsapevolmente anche i fonemi


circostanti, per es. l°m di triumphus nell°n della nostra pronunzia
triunfus (naturalmente non dissimile da quella di «trionfo››). Ma chi
ci insegnerà o come insegneremo a pronunziare p-ht-hisis, T-heop-
hrastus, o, per restare in termini più comuni, p-hilosop-hus? Anche in
greco la nostra pronunzia è scorretta.
3) Ammettiamo di riuscirvi. Avremo ricostituito la anatomia,
non la fisiologia della pronunzia «classica››. Perché riviva, mancano
almeno due elementi essenziali, la quantità e l'accento, entrambi per
noi irrecuperabili. So bene che si vuole portare come esempio di quan-
tità in italiano l'opposizione «fäto/fãtto››: ma è opposizione non distin-
tiva, essendo la distinzione affidata per il nostro senso linguistico
alla differenza della quantità consonantica (t/ tt), e quindi inoperante
e inefficace a servire da paradigma per la restaurazione della quan-
tità vocalica latina. Quanto all'accento, anima uocis, prima mettia-
moci d'accordo sulla sua natura; ma nel caso di vittoria dell”accento
melodico, come a me par probabile, temo che dovremo andare tutti a
lezione da un cinese.
4) L°ultimo inconveniente è il più ovvio, il più incriminato: la
necessità di una doppia pronunzia secondo l'epoca dei testi latini:
«classica» per gli antichi, italiana dal mediolatino in poi. L'inconve-
niente è particolarmente sentito oggi che il latino medievale e umani-
stico torna di moda nella scuola (a livello universitario, posso testimo-
niare io stesso il disagio della doppia pronunzia in occasione dei miei
corsi pascoliani); e in ogni modo, nella nostra civiltà ufficialmente cat-
tolica, rimarrebbe una fastidiosa dicotomia tra il latino della scuola e
quello della Chiesa, almeno finché non sarà eliminato in entrambe.
Questi sono i principali motivi che mi rendono dubbioso di fronte
alla riforma. Tanto più che la pronunzia italiana ha sufficiente legit-
timità e continuità storica, risalendo, se non ai padri della Chiesa
(come si sente ripetere spesso, mentre sembra assodato che Girolamo
e Agostino pronunziassero ancora kikero), almeno dall'alto medioevo,
e fu veicolo di un altro grande ciclo culturale. Di contro ad essa sta
una pronunzia «classica» o malcerta o incoerente in alcuni particolari,
e priva di quegli elementi che soli possono trasformare uno schema
libresco di regole nella parola viva, la quantità e l'accento. Cicero fu
pronunziato come noi dal Petrarca e dal Pascoli, kikero è solo il sim-
bolo di una pronunzia la cui realtà fonica ci sfugge per sempre. Non
corriamo il rischio di sostituire un dato autenticamente storico, sia
80 APPENDICE

pure anacronistico, con una sia pur verisimile astrazione? Riascol-


tiamo la lezione di Renato Serra, valida anche per i Latini: «La poesia
dei Greci noi non la possediamo più. Le parole scritte sono un simbolo.
Noi non le leggiamo come loro, non poniamo l'accento della nostra
voce e l'enfasi del nostro spirito là dove essi la ponevano. Dove?››.
Sarà bene però considerare anche la colonna dei profitti a favore
della pronunzia «classica››. I quali si riducono a tre: semplificazione
didattica di una pronunzia che consiste essenzialmente nel leggere
come si scrive (ma non senza eccezioni: mensis letto mesis, etc.) ed
elimina incoerenze come senz'io /sentis, musca/ musce, etc.; maggiore
fedeltà ai giochi fonici della retorica antica, allitterazioni e onomato-
pee del tipo Cicirrus/ «chicchirichí» oraziano; allineamento a una pro-
nunzia internazionale che permetta di intendersi tra studiosi di paesi
diversi (il che supera il livello scolastico e presuppone comunque una
convenzione d°uniformità da cui siamo ben lungi: il recente congresso
di Roma insegni).
Allora? Allora veniamo a un compromesso. Continuiamo a prati-
care la pronunzia tradizionale, quella che àncora il primo ricordo di
latino al Pater noster qui es in coelis. Ma nulla vieta di informare i
ragazzi - sempre interessati, come prova l'esperienza, a tali prospet-
tive storiche - che esiste un'a1tra pronunzia del latino, di illustrarne
i caratteri e di richiamarla quando è il caso. Sarà un modo di salvare
gli effetti fonici dei testi classici e di risparmiare ai nostri allievi il
candido e provinciale stupore che sempre li prende, quando vengono
a contatto con colleghi stranieri. Non si tratta di insegnare una specie
di doppia verità, ma di far capire che la verità si muove, perché è
storia.
INDICI
TAVOLA DEI SIMBOLI FOi\'E'l`ICI E DEI SEGNI DIACRITICI

Ö frìcativa. bilabìale sonora, come nello spagn. cabeza.


Lr
c mediopalatale, come nell`ital. cena.
0 e asillabica, cioè secondo elemento di dittongo, come in aere di Dante
Inƒ. 17, 105: e con le branche l'acre a sè raccolse.
e chiusa, come nell`ita›1. vela.
e aperta, come nell”iLal. erba.
g velare, come nell'ital. gara.
Om
'Ue
vw<\ g mediopalatale, come nell'ital. gelo.
{ 11 asillabica, cioè secondo elemento di dittongo, come nell'ital. zaino.
1' z' semivocale, come nell'ital. ieri.
! l sonante, cioè pronunziata senza Pappoggio di vocali (v. 1).
111 msonante, ›› ›› ›› ›› ››
n sonante, ›› ›› ›› ›› ›
} n velare (agma), come ne-il`ital. angolo.

} n mediopalatale (schiacciata), come nell`ital. segno.


3!
3†'
'Ö.3?<

a"s debole appendice nasale della vocale precedente.


9 o chiuso, come nell'ital. solo.
0 o aperto, come nel1”ital. oro.
7.:!! labiovelare, come nell'ital. quadro.
'r sonante (v. _/), come nell'interiezione br-rr.
s sonora., come nell'it:1l. settentrionale rosa.
fa semivocale, come ncll'ital. uomo. nel fraiic. oui, ncll'ing1. way.
'a turbato, come nel frane. mar, nel ted. für.
fonema. iniziale.
fonema, interno.
fonema. finale.
dà, origine a.
deriva da.
*/\va. ,*?°§=*="¬"' forma. non attestata.
INDICE DELLE PAROLE

LATINO

Abhinc, 50 assiduös, 59
ac, 50 assum, 64
accensus (accessus), 64 atque, 50
Achaia, 18 aue, 46
adhuc, 49 aula, 40
adscribo, 64 Aulularia, 40
adsum, 64 aurai, 40
aduc (adliuc), 50 aurora, 65
aedös (haedos), 53 s. auunculus, 49
aegisse (egisse), 42 Baca, 17
aenus, 49 Baccha, 18
aequus, 42 baubari, 38
aerë (aeri), 41 bene, 27
aes, 49 bibere, 48
agnus, 29; 60 bimus, 49
ahenus, 49 Burrus, 19
aidilis. 40 buxus, 26
amans, 63
amens, 53 Cachinnus, 56
Amphion, 51 caelis, 64
Amphitruo, 18 caelum, 58
Amphitryon, 51 caepa, 42
amphora, 18 Caesar, 29; 39 41 57
ampulla, 18 Caisar, 41; 71
amurca, 14 calco, 48
angulus, 60 carnifex (carnufex) 43
annus, 60 cassus (casus), 65
anser, 52 Catameitus, 13
antehac, 50 cauco, 46
arena, 52 Cauneas, 46
arundo, 52 caupo, 40
ascendo, 61 cauponari, 40
ascribo, 64 causa, 40; 65
assideo, 59 caussa, 65
86 INDICE DELLE PAROLE

cautus, 46 commoda, 53
cauus, 49 compos, 63
Ceces, 57 comprehendere, 53
cella, 57 comueniunt, 45
cellarium, 57 concutio, 59
censor, 63 condicio, 55
centum, 17; 59 condico, 55
cepa, 42 confringo, 61
cepe, 56 Consentia, 63
cepolla, 56 Constantinus, 63
certus, 57 consto, 63
ceryx, 56 consul, 63
cesor, 63 consules, 63
Cethegus, 52 contineo, 59
Charinus, 18 continuös, 59
clienturiones, 53 contio, 55
choronae, 53 contunsus (contusus), 63
choum, 49 conuiuio, 45
Chrysalus, 18 Copa, 40
cicada, 55 coque, 59
cicer, 56 coquina, 12
Cicero, 55; 56 Corintus, 18
Cicirrus, 55; 72 cosmis, 14
ciens, 36 cottide, 59
cipulla, 56 cratia, 13
cirrus, 72 Crescentsianus, 54
cithara, 56 crista, 72
Claudia, 40 crocitare, 46
Claudius, 40 Crusalus, 18
clipeus, 43 crux, 18; 64
Clodia, 40 cucurrire, 55
Clodius, 40 cucurru (cuccuru), 55
clupeus, 43 cui, 60
coerauerunt, 42 cuius, 60
coetus, 42 cum, 60
cognatus, 61 Cumac, 18; 42
cognoscere, 38 cumba, 18
cognosco, 61 cupressus, 18
cohors, 49 cyparissus, 18
cohortarì, 50
cohum, 49 Decenuir, 45
comfluont, 51 decet, 61
INDICE DELLE PAROLE

Dccumius, 27 ferbui, 47
dei, 49 fcruco, 47
deiuös, 49 fcrui, 47
dckcmbrìs, 56 feruo, 47
dclicui, 59 feruuì, 48
dcliqucsco, 59 lìicfhaked, 14
dclitcsco, 59 filiös (ñlius), 48
dclitui, 59 Florus, 40
dco, 49 llos, 65,
dcprchcndcrc, 50 íluio, 45
dcprcndcrc, 50 foedus, 43
deus, 49 fouco, 48
dici, 58 foui, 48
Didimus, 45 fruontur, 48
Didumo, 45 Fundanius, 51
dignus, 61 lurfur, 18
dingnissimc, 61 Furii (Fusii), 16
diribco, 49
dirimo, 49 Gaius, 13
diuisio, 65 Ganymcdcs, 14
cliuissio, 65 genus, 55; 65
diuus, 49 glacba (glcba), 42
dixi, 58; 64 Gnacus, 13; 49; 62
Gnaiuod, 40; 62
Eccc, 38 Gnaiuos, 49
cculcus, 59 gnarus, 61
ccus, 59 s. gnatus, 61
cdcra, 52 gnauus, 61
clcmcnlum, 27 Gracchi, 56
Emilio, 42 Gracchus, 52
cphocbi, 43 Gracci, 53; 56
cqui, 59 gratia, 54
cquòs, 59 s. gratiis (gratis), 55
cqus, 60 gubcrno, 18 s.; 26
cquus, 42; 60 gummi, 26
crus, 52
cxhalarc, 50 Habco, 51
cxhaurirc, 50 hacdös, 53
haedus, 42
Faenum (fcnum), 42 hahae, 52
Iclix, 64 halarc, 52
fcrbco, 47 halitus, 23; 52
88 INDI CE. DELLE PAROLE

harena, 52 iure, 41
harundo, 52 iurisdictio, 39
Hecoba, 44 iustitia, 54
liedera, 52
helluo, 52 Kaeso, 14
hem, 52 kalatorcm, 14
hemo, 49 kalendae, 14
Herculens, 63 karissimo, 14
herus, 52 karus, 27
heus, 52
hiems, 49 Lacio, 59
hinnitus, 52 lactus, 42
hircös, 53 laqueus, 59
liircus, 52 lateo, 54
hire, 53 Latium, 54
liirpex, 52 Laurenzio, 54
holus, 52 lautus, 40
homo, 49; 53 lëge, 58
honor (honos), 65 legcre, 36
I-lortcnsia, 63 lcgio, 58
hui, 52 lego, 61
lethum, 52
Iampridem, 46 lëuis, 42
ignarus, 61 libct, 19; 43; 72
ignauius, 61 lignum, 61
ignauus, 61 lotus, 40
ignosco, 61; 73 lubet, 19; 43; 72
imuicti, 45 Luceres, 13
incohare, 50 ludus, 18
ingnis, 61 Ludus, 18
inhiare, 50 lupös, 62
inhumanus, 50 Lydus, 18
insidiae, 53
insuper, 63 Macstitia, 40
inuitei, 45 malacisso, 18
ircös, 53 malo, 49
irê, 43 mancipo (mancupo), 43
irpex, 52 Markellino, 56
iuenta, 45 Marqus, 14
Iulius, 62 Mars, 49
Iulus, 62 Martius, 54
iuncxit, 64 massa, 18
INDICE DELLE PAROLE

mauolo, 49 olitorium (forum), 52


Mauors, 49 olla, 40
mcnsis. 62 olus, 52
mercennarius, 61 opsecro, 64
mcrkatus, 14 optimus (optumus), 19; 43
mcrs, 64 Oratia, 52
mcses, 62 oli (otii), 55
mi, 49 Oto, 53
michi, 23; 32; 50
mihi, 49; 53 Palatium', 39
mille, 17 Papisius (Papirius), 16
minimus, 14 paricns (paries), 63
miscrac, 42 parum, 49
misere, 42 paruus, 49
rnoenia, 43 patriai, 40
mons, 62 Patricius, 31
monstrum, 63 penna, 61
montium, 62 pequnia, 14
monui, 48 percgrinitas, 30
mortuös, 48 Petronio, 27
Mostcllaria, 63 Phebus, 43
munia, 43 Phocnices, 18
murmur, 18 Phocnicium, 18
mussio, 47 pipio, 47
piluita, 47
Nacuius. 62 plaustrum (plostrum), 40
Naeus, 62 poena, 18; 40; 43
nacuus, 62 Poeni, 18
nares, 65 pocniccus, 18
nassus (nnsus), 65 Poenus, 43
nzitus, 61 pons, 63
nziuus, 61 popina, 12
neglcxi, 64 pos, 63
nemo, 49 potabi, 47
nichil, 23, 50 praebco, 49
nihil, 23 pracchoncs, 53
nil, 49 praeda, 49
nobilis, 47 praegnans (praegnas). 63
nofsco, 61 praehendo, 49
proccssus, 64
Obsecro, 64 proclium, 40
oecansio, 63 prognatus, 61
90 IN DICE DELLE PAROLE

prohibeo, 49 sakros, 14
pronunciatio (pronuntiatio), 55 Samnium, 61
pugillus, 74 sanguinare, 73
pulcer, 56 scaena, 42; 71
pulcher, 52; 56 scando, 61
Punicus, 43 scelestus, 59
punio, 43 sceletum, 59
purpura, 18 scena, 42
sceptrum, 42
Quaero, 65 sciens, 36
quacso, 65 scripsi, 64
quaesso, 65 secundus, 59
quamquam, 35 secuntur, 59
quasi, 63 semcl, 62
quoi, 14; 60 semper, 62
quoius, 60 senseram, 36
quom, 60 sentio, 54
quoquc, 59 sentis, 54
quotiens (quotics), 63 scpes, 42
quottidic, 59 scpulchrum (s cpulcrum), 52
quum, 60 sequi, 59
sequitur, 59
Ramnes, 13 sequontur, 59
raucus, 46 seruös, 48
rauis, 46 serus, 48
rccei, 13 seruus, 44; 48
Regiuin, 51 Setus, 18
relicuös, 59 sigillum, 74
relinquo, 59 sigma, 19
reliquiae, 59 silüa, 48
reliquös. 59 sinceram, 36
reprendo, 50 singnifer, 61
Rhcnus, 51 sinnu, 61
rius (riuus), -'19 smaragdus, 64
rosa, 64 socius, 59
roxas, 62 solui, 47
ruslicilas, 30 soluit, 47
soluo, 47; 72
Sabini, 61 somnus, 61
saccr, 64 sopor, 61
.~.;\cculum, 39 sponsa, 62
sacpes, 42 sporta, 14
INDICE DELLE PAROLE

sposa, 62 tunsus (tusus), 63


stilus, 19 tuos, 46
stolidus, 48 turtur, 18
stultus, 48 tus, 17
süadeo, 48
süauis, 48; 72 Vagio, 47
Suctonius, 48 Valens, 63
sylua, 19 Valerii (Valcsii) 16
Valerius, 46
Talentum, 18 uatcs, 47
Tarpeia, 12 uauatonem, 47
Tarquinia, 12 uë-, 53
Tarquinius, 12 uecors, 53
tegimen (tegmcn, tegumcn), 44 uchcmens, 53
Terensus, 54 uehemcnter, 53
Terentius, 54 ueho, 49; 51; 54
Tcrtia, 54 uemens, 53
Thales, 18 Vinccntza, 54
thensaurus, 63 uinum, 14
tingo, 61 uirco, 13
Titienses, 13 uiuere, 48
tondeo, 63 uiuo, 35
tonsus, 63 uiuont, 48
tosores, 63 uolgus, 48
traho, 49 uos, 46
trans, 64 urbanitas, 30
transucho, 64 urbìs, 65
tremonti (tremunt), 48 uulgus, 44; 48
triumphus (triumpns), 14; 51; 53
Tullius, 62 Zenatuo, 16
Tullus, 62 zmaragdus, 64
tundo, 63

GRECO

"Aj/;›e/loc. 60 '/llufu, 18
åleaørgzizbv, 55
12/zógç/u, 14
'/1/lrpirçúwv, 18 Báuln, 17
á/Iqroge-úç, 18 ßñ, 33; 384
ßixagioç, 47
Ai-ertírov, 11
92 INDICE DELLE PAROLE

Pavvnriôvqç, 13 yáxellov, 56
yévovç, 65 ,uaÂa›<íCa›, 18
yíyvoyai, 74 Ilflquegnavoç, 54
yayvuícmw, 61 ]lIáE1,uoç, 44
Auma (ôaaeíaj, 23 ,uágu (neogreco), 54
Aiòv/log, 45
yágnog (neogreco), 54
Ilíáguoç, 54
Eìç, 62 MovzCiaw›¢áareÃÂov (bizant.), 57
sig, 62
ëvç (cretesc), 62 Naíoç, 62
Négßa, 4']
Zeiyagá, 56 Négova, 47
Zñ1')o;, 18
Qnocwgóç, 63 Eeí, 23
ü(_›íu,ußoç, 14
'OQr1]<n'a, 63
1960;, 17 Oôa/légioç, 47
'1ovQøo'ö1›:n'wv (bizant), 39 0'vaÂ1]ç, 63
r
oüáretç, 47
Iiaíoag, 57 Oüevovoía, 47
uélìa, 57 ovmagtoç, 47
xeflrígzov, 57 ôçnpímov, 56
xellagírqç (bizant), 57
xeÂÃiu'›n]ç (bizant.), 57 Uañrín (neogreco), 39
xúgvå, 56 nañáuov, 39
müága, 56 natgímoi, 56
Kmégcuv, 56 nei, 24
xímggoç, 55; 72 néto/zar, 61
nígxoç, 56 noliiggovç, 52
›có,u,uL, 26 nogqvúga, 17
Kogßívov, 11 IIoo1:ó/uoç, 44
KóQw1“}oç, 18 Hoatoúmoç, 44
xgtbfew, 46 ngóxsrooç (bizzint), 64
mißegvcö, 18; 26 nóšoc. 26
xú/4/317, 18
KÖ/ny, 18; 42 'Pú;/lor, 51
uvrrágumoç. 18 éijrogtxri, 22
Kworavrwoç, 63
Zm'Ârróv, 58
Aéye, 58 amp/ri, 42
Âeyuóif, 58 oz›]ntgo1›, 42
Â1;'L'}r/, 52 Unvgíôa, 14
orgaróncôov, 58
Máfa, 18 nrfüloç, 19
INDICE DELLE PAROLE

Táy/.¢a, 58 toóç, 62
té)/ya), 61
Tegévnoç, 54 °YÂ17, 19
Tag-ria, 54 6.11/0;, 61
Tåaíaag (bizant.), 39; 57
Øláflwç, 47
'ršégroç (bi7.ant.), 57 Ølaovßzoç, 47
Tšéoag (bizant.), 39; 57 ¢D}.áomoç, 47
TCérC›7ç, 57
TC4/fizrà Nóßa (bizant.), 57 Xáoç, 50
fovç (cretese), 62 Zfiv, 52

GERMANICO E CELTICO

Boogie-Woogie (ingl.), 48 Kellari (ant. alto ted.), 57


Keller (ted.), 57
Croak (ingl.), 46 kers (neobretone), 57
cross (medio irland.), 64 Kicher (ted.), 56
Kikeriki (ted.), 55
Ex (ingl.), 23 know (ingl.), 61
krähen (ted.), 46
Gans (ted.), 52
gchcn (ted.), 52 Morte (nuovo basso ted.), 54
I-Iaben (ted.), 52 Patrick (irland.), 31

Rcgnen (ted.), 60
Ich (ted.), 50
Inhalt (ted.), 50 Saigulum (irland.), 39

Wagner (ted.), 60
Kaisar (got), 41; 71 well (ingl.), 46
Kaiser (ted.), 41
kaufen (ted.), 40 Zclle (ted.), 57

ITALIANO

Abbecedario, 24 angolo, 60
abbicci, 24 annichilirc, 50
acca, 24; 49
agnello, 61 Cana (Cagna, trent.), 73
alfabeto, 24 causa, 43
Anfitrionc, 51 cctcra, 56
94 IN DICE DELLE PAROLE

cetra, 56 mestizia, 40
chicchirichì, 55 monache, 54
chitarra, 56 Mori, 43
concione, 55
condizione, 55 Natìo, 49
cosa, 40; 43 nichilismo, 50
Costantino, 63
Pena, 40
Darò, 49 pronuncia, 55
deífinire, 31 pronunzia, 55
dissi, 64
dunáns (donne, Grigioni), 73 Quadro, 59
quiproquo, 31
Ette, 24
Rauco, 43
Fakere (sardo), 59 rio, 49
1-oco, 43
Galenna (gallina, cmil.), 73 rosa, 64
galinna (gallina, piemont.), 73
ganimede, 14 Sacro, 64
scheletro, 58
Huomo, 54 soave, 48
Sophia, 52
Kentu (sardo), 59 sposa, 62
Lieto, 42 Trionfo, 51
lieve, 42
Uomo, 46
Mannu (sardo), 61
Mauri, 43 Zar, 57
mese, 62

FRANCESE

Agneau, 29 homme, 54
Cancan, 35
ciel, 58 Oui, 46
coquerico, 55
czar, 57 Saigner, 73
style, 19
I-Iaclie, 24
hcros, 54 Tres, 64
INDICE DELLE PAROLE 95

ALTRE LINGUE

Aleph (ebr.), 22 kof (cbr.), 56


kokekokkôo (giapp.), 55
Beth (ebr.), 22 kukurickù (russo), 55

Catmitc (etr.), 13 Phalam (sanscr.), 51


Cncvc (etr.), 13
cocorico (port), 55 Qìtãra (arabo), 56
cucuriya (rum.), 72 quiqucriquí (spagn.), 55

Kepe (alban.), 56 Tipola (basco), 56


kikcr (alban.), 56 tsar (russo), 57
kint (alban.), 59
INDICE DELLE FONTI ANTICHE

Accius (Il sec. a. Cr.; cd. Ribbeck, 53; De diuirzalionc 2,84, 46 s.;
Tragicorum Romanoruni ƒragmen- 2,96, 22; Dc natura (Icorum 2,93,
ta-*): 572 s., 56; apud Marium 17; Dc oralorc 2,249, 52; 61; Epi-
Victorinum Vl8K. (v.), 19; apud slulac ad ƒamiliares 5,2,6, 40;
Varronem, Iing. Lat. 7, 96, 42. 9,21,2, 16; Oralor 160, 19; 53; Phi-
Aeschrio (IV sec. a. Cr.; cd. Bergk, lippicae 2, 77, 14; Verrinae 2,187,
Poclac Lyrici Graeci): 1, 19. 22; apud Quintilianum, 6, 3, 47 s.,
Albinus (=Alcuinus? VIII sec. d. 59.
Cr.; ed. Keil, Grammatici Latini): Corpus Inscriplionu/iz Latinarumz Il
VII 297, 49. 1, 13 5.; 3, 14; 4, 13 s.; 7, 40; 62;
Appendix Probi (IV sec. d. .Cr.? ed. 60, 13; 17; 365, 16; 581, 18; 584,9,
Keil, Grammatici Latini): IV 197, 45; 584,13, 51; 584,36, 45; 589, 65;
60; 63; 198, 63; 199, 49; 50. 593,133, 45; 626, 18; 672, 42; 927,
Apuleius (II sec. d. Cr.): Apologia 40; 1038, 56; 1124, 52; 1211, 52;
63, 58. 1290, 18; 1420, 51; 1603, 45; III
Augustinus (354-430 d. Cr.): Confes- 12396, 54; IV 1227, 53; 1553, 42;
sioncs l,l8,29, 54; Dc doctrina 1638, 49; 1890, 43; 1904, 63; 23194,
Chrisliana 2,24,37, 58; Sermoncs 45; 2413/ add. p. 207, 42; 3121; 61;
224,4,4, 46. 5274, 45; IV tab. cer. 82,5, 43; V
Ausonius (IV sec. d. Cr.; ed. Peiper): 3555, 56; 7809, 45; VI 542, 45;
Epigrammala 52, 58; 166 S., 22. 1282, 40; 2041,60, 46; 3637, 61; VIII
2728,9, 60; 8692, 64; 9927, 54; 16208,
Caper (ll sec. d. Cr.; cd. Keil,Gran1- 54; 40508, 60; IX 2893, 61; X 2311,
matici Latini): VII 93, 63. 65; XIV 246, 54; 1386, 61; 2855,
Carmen Saliarcz 16; 65. 27; 3210, 27; 3911, 60; XV 7172,
Carmina Epigraphica (ed. Bueche- 63. I
ler): l3l8,3, 47; 1499, 47. Cratinus (V sec. a. Cr.; ed. Kock,
Catullus (87-54 Ca a. Cr.): 2, 13, 48; Conzicorum Atticorzun ƒragmen-
64, 53, 58; 84, 53; 72. ta): 43, 33; 38.
Cedrenus (intorno al 1057): 39.
Charisius (IV sec. d. Cr.; ed. Bar- Digesta Instiniani (VI sec. d. Cr.):
wick): p. 93,3, 52; p. 313, 55. l,2,2,36, 16.
Cicero (106-43 a. Cr.): Epislulac ad Diodorus Siculus (I sec. a. Cr.): 39.
AI/[cum l4,l3A,2, 40; Brutus 243, Diomedes (IV sec. d. Cr.; ed. Keil,
98 INDICE DELLE FONTI ANTICHE

Grammatici Latini): I 423, 13; Macrobíus (IV-V sec. d. Cr.): Satur-


425, 64; 431, 39. nalia 2,4,29 s., 47; Somnium Sci-
Dionysius Halica rnassensis (I sec. a. pionis l,12,7, 19.
Cr.): 39; 54. Marius Victorinus (IV sec. d. Cr.;
ed. Keil, Grannnatici Latini): VI
Ennius (239-169 a. Cr.; ed. Vahlen2): 8, 19; 13, 59; 34, 51; 53.
Annales 202, 50; Scaenica 292, 41; Martialis (I sec. d. Cr.): 3,95,l s., 47;
apud Festum 374 L. (v.), 17. 10,48,6, 19; ll, 18, 25 s., 41.
Martianus Capella (IV-V sec. d. Cr.):
Festus (II sec. d. C.?, epitomato da 3,261, 16.
Paulus Diaconus nell'VIII sec.; Monunzentum Ancyranurn (età d'Au-
cd. Lindsay): p. 88 L., 52; p. 374 gusto; ed. Malcovati): IV, 20,3,
L., 17. 50; v. anche 44.

Gellius (II sec. d. Cr.): Noctes Atti- Nigidius Figulus (I sec. a. Cr.; cd.
cae 2,3, 53; 13,6,3, 53; l6,17,2, 47; Swoboda): apud Gellium 13,6,3
19,l4,6, 46. (v.), 53; apud Gellium l9,14,6, 46.
Gregorius Turonensis (538-594 d.
Cr.): 58; 64 s.; Historia Franco-
rum 5, 44, 19 s. Ouidius (43 a. Cr. - 17 d. Cr.): Meta-
morphoseon 6, 376, 59.
Hesychius (V sec. d. Cr.): Lexicon
2,481, 55. Papirius o Papirianus (V sec. d. Cr.?
Hicronymus (348-420 d. Cr.): Liber cd. Keil, Grarnnzatici Latini):
intcrpretationis Hebraìcoruzn no- VII 216, 54.
minum (cd. Adriaen), p. 137, 56; Paulus Tarsensis (I sec. d. Cr.): Epi-
67. stulac ad Corinthios I 10,25, 56.
Horatius (65-8 a. Cr.): Carmina Persius (34-62 d. Cr.): Prologus (?)
l,23,4, 48; Satírae 1,5,52, 55. 8 ss., 47.
Petronius (I sec. d. Cr.): 63, 8, 47.
Inscriptiones Graecac: II2 4109, 40; Phaedrus (I sec. cl. Cr.): Appendix
IX,l,200, 47. 21, 46.
Isidorus Hispalensis (560?-636 d. Cr.): Plautus (250?-184 a. Cr.): Bacchides
Etyrnologiae siue Origines (ed. 129, 18; 362, 18; 943; 58; Captiui
Lindsay), 10, 184, 48. 274, 18; Cistellaria 201, 18; Mc-
naechmi 144, 13; Miles gl0ri0SMS
Liuius (59 a. Cr. - 17 d. Cr.); 1,32,l3, 226, 58; Pseudolus 229, 18; 736, 18;
57; 9,36,3, 15. v. anche 64.
Lucilius (l80?-103 a. Cr.; ed. Marx): Plinius (23-79 d. Cr.): Naturalis Hi-
1130, 41; v. anche 22. storia 10, 121, 47; 16,237, 15.
Lucretius (95-55? a. Cr.): 1,42, 40; Plutarchus (I-Il sec. d. Cr.): Quae-
4,1157, 48. stioncs Rornanac 54 e 59, 16 S-
INDICE DELLE FONTI ANTICHE 99

Polybius (II sec. a. Cr.): 47; 48; 54; Stilo (II-I sec. a. Cr.): ap. Quinti-
56 s. lianum 1,6,36 (v.), 46.
Pompeius (V-VI sec. d. Cr.? ed Keil, Strabo (64 a. Cr. - 21 d. Cr.): Geo-
Grammatici Latini): V 285, 42. graphia 4,4,4, 47.
Porphyrion (III sec. d. Cr.): ad Ho- Suetonius (I sec. d. Cr.): Augustus
rati artem poeticam 113, 56. 88, 17; Vespasianus 22, 40; frag-
Posidonius (135-50? a. Cr.): apud menta p. 251 ed. Reifferscheid,
Strabonem (v.) 4,4,4, 47. 55.
Priapea (età d'Augusto): 7, 22.
Príscianus (V-VI sec. d. Cr.; ed.
Herzt nel vol. II del Keil, Granz- Tacitus (I-II sec. d. Cr.): Annales
matici Latini): I 8, ll; 23; 12, 51; 1,24, 41.
30, 60; 35, 12; 36, 18. Terentianus Maurus (II sec. d. Cr.;
Procopius (VI sec. d. Cr.): De aedi- ed. Keil, Grammatici Latini): VI
flciis 4,4, p. 123,7 ed. Haury, 57. 894, 62.
Pseudo-Sergius (posteriore al IV sec. Terentius Afer (195-159? a. Cr.):
d. Cr.; ed. Keil, Grammatici La- Phormio 509, 50.
tini): IV 520, 22. Terentius Scaurus (II sec. d. Cr.; cd.
Keil, Grammatici Latini): VII 15,
Quintilianus (I sec. d. Cr.): 1,4,8, 43; 16; 27; 56; 16, 42; 19, 50; 25, 45.
48; l,4,9, 17; 56; 1,4,l0, 46; 1,4,l4,
51; 1,5,20, 53; 1,6,36, 46; l,7,5, 60;
Varro (116-27 a. Cr.): De Lingua La-
l,7,6, 59; 1,7,lO, 56; l,7,20, 65;
tina 5,4, 63; 5,21, 22; 5,55, 13;
1,7,2l, 44; 1,7,26, 48; 1,7,27, 60;
5,97, 42; 7,42, 52; 7,96, 42 s.; Frag-
1,7,28 s., 13; 1,7,29, 62; 1,7,30, 63;
menta 49, pag. 206 Funaioli
6,3,47 s., 59; 9,4,59, 50; 11,3,30, 30;
(Grammaticae Romanae frag-
12,10,27, 19; 12,10,57, 51.
menta), 23; 241, p. 269 F., 22; 265,
Ruricius (V-VI sec. d. Cr.; ed. 130, p. 282 F., 52; 61; apud Chari-
Krusch): Epislulac 2,2l,2, 58. sium p. 93 B. (v.) 52; apud Pri-
scianum I 30 H. (v.), 60; v. an-
Scholia in Iuuenalem (IV sec. d. anche 70.
Cr.): 6,345, 40. Velius Longus (II sec. d. Cr.; ed.
Sedulius (V sec. d. Cr.): Paschale Keil, Grammatici Latini): VII 51,
carmen 1,290, 48. 16; 58, 48; 60; 67, 44; 68, 50; 75,44;
Seneca (4-5 a. Cr. - 65 d. Cr.): De 78 s., 63; 80, 20.
tranquillitate animi 4,5, 56. Vergilius (70-19 a. Cr.): Aeneis 3,680,
Seruius (IV-V sec. d. Cr.): ad Ae- 18; 6,747, 40; 8,322 s., 54; Geor-
neida 1,344, 42; ad Georgica 1,262, gicon 2,84, 18.
63 Vcrrius Flaccus (I sec. d. Cr.): 20.
INDICE DEI NOMI PROPRI

Abbonc di Fleury, 31 Bréal, M., 25; 39; 71


Agostino, 29; 37; 65 Brittain, F., 68; 67 s.
Alberti, L. B., 20 Bruni, L., 32
Alcuino, 31 Buck, C. D., 25; 74
Alfonsi, L., 38; 47 Buecheler, F., 16; 40
Allen, W.S., 24; 69 Bulgaro, 42
Altlieim, F., 26 Buonamici, G., 26
André, J, 63 Burck, E., 68
Antoine, F., 70; 73
Appio Claudio Cicco, 16, 27 Camilli, A., 70; 73
Ariosto, L., 54 Campanile, E., 73
Aristotele, 35 Carlo Magno, 31
Arnaldi, F., 69 Carnoy, A., 72
Arrio, 53 Carvilio, 2.7
Augusto, 17; 44 Catullo, 40
Cesare, 29; 44; 58
Barchiesi, M., 38 Cesare Borgia, 50
Bardon, H., 27 Chantraine, P., 6; 18
Battisti, C., 70, '14 Cheke, J., 34
Bayct, J., 26 Chilpcrico, 19
Beaulieux, C., 67 s. Cicerone, 30; 37; 40; 52; 65
Belardi, W., 71 Claudio, 19; 41; 44; 46; 71
Bernardi Perini, G., 9; 61 Clodia, 40
Bernardo di Cluny, 64 Clodio, 40
Bertoldi, V., 56 Cocchia, E., 16; 73
Birt, T., 72 Coco, F., 73
Bloch, R., 15; 25 s. Cohen, M., 25
Boccaccio, 24 Collart, J., 70
Bolelli, T., 71 Colson, F. H., 70
Bonfantc, G., 26; 38; 70 s. Corsscn, W., 36; 69
Bonioli, M., 69 Cousìn, J., 26
Brambach, V., 70 Crasso, 46
Branco, J.G., 67 Cremaschi, S., 68
102 INDICE DEI NOMI PROPRI

D'Alembcrt, J., 35 Grenier, A., 15; 26 s.


Damas, P., 67 Grimal, P., 27
Damofilo, 15
Dante, 24 Hahn, E. A., 19
Debrunner, A., 26 Hahn, L., 71
De Felice, E., 38; 69 Hammarström, M., 22; 25; 27
Deroy, L., 71 1-Iavercamp, 33 s.
Devoto, G., 26; 71 Havet, L., 36; 73
Diringer, D., 24 s. Heilmann, L., 26
Drerup, E., 67 Helie, P., 31
Heraeus, W., 47
Eckinger, T., 71 Hermann, E., 72
Edon, G., 25 Hernandez, E., 69
Erasmo, 33 ss. Higounet, C., 25
Ernout, A., 18; 26 S. Hofmann, J.B., 25
Estienne, v. Stephanus Holst, I-1., 61
Euclide, ll Homo, L., 26
Hus, A., 26
Faria, E., 69
Federico Barbarossa, 42 Ierone, 15
Février, J.C., 25 Irmscher, J., 68
Flora, F., 29 Ivan III, 57
Fohalle, R., 26
Folengo, T., 56 Janssen, I-1. H., 73
Fordyce, C. J., 72 Jeannin, D.J., 67
Francesco I., 35 Jellinek, M. H., 27; 31; 67
Fulberto di Chartres, 31 Jensen, H., 25
Jespersen, O., 54
Galilei, G., 20 Jurenka, H., 72 -
Gamurrini, G. F., 25 Juret, A.~C., 44; 69: 71
Gandiglio, A., 67
Ganss, G. E., 67 Keller, O., 41
Gardiner, S., 34 Kluge, F., 70
Gaudenzi, A., 73 Kukenheim, L., 27; 68
Gelb, I.J., 25
Ghiselli, A., 38 Lachmann, C., 36
Giannelli, G., 25 La Ramee, v. Ramus
Giovanni XXIII, 30 Leclercq, H., 68
Goiclanich, P.G., 44; 71 Le Coultre, J., 68
Gorgaso, 16 Lejeune, M., 26
Grammont, M., 73 Lencnantin de Gubernatis, F., 16;
Graur, A., 71 72
INDICE DEI NOMI PROPRI

Lenormant, F., 25 Nebrija, A., 20; 33


Leumann, M., 25; 48 Niedermann, M., 46; 69 ss.
Limentani, A., 70 Nohl, H., 25; 69
Lindsay, W.M., 25; 49; 69 Norberg, D., 31; 67 s.
Lipsio, Giusto, 35
Livio Andronico, 17 Olzscha K., 26
Lot, F., 68
Lucilio, 22 Pagliaro, A., 71
Luigi XVIII, 36 Paleologo, Sofia, 57
Luigi Filippo, 24 Pallottino, M., 13; 26
Lytton Sells, A., 68 Panini, 31
Papirio Crasso, 16
Macé, A., 37; 40; 67 ss. Pareti, L., 26
Malcovati, E., 68 Paris, G., 58; 72
Maniet, A., 70 Parodi, E. G., 44; 71
Manuzio, Aldo Pio, 32 s. Pascal, C., 71
Manzoni, A., 31 Pascoli, G., 39; 56; 59
Marin, D., 71 Pasquali, G., 26; 37; 39; 54; 68
Mariotti, I., 41 Passavanti, J., 46
Mariotti, S., 38 Passerini, L., 50
Marouzeau, J., 30; 36; 38; 46; 67 ss. Passerini Tosi, C., 69
Marrou, H. I., 23 Pasternàk, B. L., 47
Martino, 42 Pcdersen, H., 71
Marx, F., 22; 27 Pernot, H., 14; 25; 69
Maurenbreeher, B., 71 Peruzzi, E., 13; 27
Mazzoni, G., 24 Pfohl, G., 25
Meillet, A., 11; 25; 44; 70 S. Piccitto, G., 44; 71
Meinersmann, B., 71 Pieraccioni, D., 38
Mestrio Floro, 40 Pighi, G.B., 26; 37; 67; 69
Metello Celere, 40 Pio X, 30
Meyer, G., 71 Pisani, V., 26; 69; 73
Meyer«Luebke, W., 71 Plauto, 29
Michel, L., 74 Poe, E., 47
Migliorini, B., 20; 54; 71 s. Poetzl, K., 69
Mikkola, H.J.J., 71; 73 Poliziano, 32
Mohl, P.G., 58 Porsenna, 15
Mommsen, T., 12; 16 Porzio Gemina, M.L., 70
Monaco, G., 61 Prisciano, 31
Monteverdi, A., 70 Psaltes, G.B., 71
Moorhouse, A. C., 25 Puccioni, G., 14
Moralejo, J.L., 72
Mras, K., 39; 72 Quintiliano, 24; 56
104 INDICE DEI N OMI PROPRI

Ramage, E. S., 30 Strecker, K., 68


Ramus, P., 20; 24; 34 s. Strzelecki, L., 23; 27
Redard, G., 18 Sturtevant, E.H., 46; 69
Renon, L., 31
Risicato, A., 70 Tacito, 31
Ritschl, F., 39 Tagliavini, C., 25; 33; 70
Ronconi, A., 72 Tarquini, 13; 15 s.
Rosén, H.B., 72 Terenzio, 31
Rousselot, P., 67 Tesnière, L., 69
Thomas, P., 14
Sabbadini, R., 32; 68 Thurot, C., 33; 68
Safarewicz, J., 72 Toddi, 25; 55
Salviati, L., 35 Tommaso da Celano, 43
Samuelsson, J., 72 Traglia, A., 38
Sandfeld, K., 71 Traube, L., 68
Sandyss, J. E., 68 Trissino, G.G., 20; 24
Sapir, E., 38 Turolla, E., 38
Scaligero, G.G., 34
Scarlatti, A., 36; 42 Ullman, B.L., 22; 26 s.
Scarpat, G., 38 Ussani, V., 69
Schlossarek, M., 69
Schmidt, J., 25 Väänänen, V., 70
Schulze, W., 23; 27 Vaccari, A., 56; 67
Scullard, H. H., 26 Valesio, P., 38
Seelmann, E., 36; 69 Van Ooteghem, J ., 71
Serra, R., 71 Varrone, 23; 27; 47
Sickinger, A., 71 Vendryes, J., 25
Sittig, E., 27 Vespasiano, 40
Skok, P., 71 Virgilio, 30; 65
Smith, T., 34 Viscidi, F., 71
Sommer, F., 22; 25; 45; 69 Vulca, 13; 15
Springhetti, E., 35
Spurio Carvilio, 16 s.; 19; Z6 Wackernagel, W., 46
Stampini, E., 70 Ward, R. L., 74
Stephanus, C., 34 Weber, F., 71
Stolz, F., 26 Wolf, F. A., 36
Straka, G., 73
INDICE DEI TERMINI TECNICI

Agma, 60. suono, per es. ch di chino), 14;


Allitterazione (ritorno espressivo de- 58.
gli stessi fonemi iniziali di due o Diminutivo, 18.
più parole legate per il senso, Dissimilazione (azione dilferenziatri-
per es. fare fuoco e fiamme), 40 ce che esercitano l'uno sull'altro
s., 47; 57; 72. due fonemi identici o simili, nel-
Allotropi (forme divergenti assunte l'ambito di una stessa parola,
da una medesima parola in se- per es. meridies < *medidies,
guito a un diverso modo di tra- chiedere < quaerere), 48; 63; '13.
smissione, per es. raggio, razzo e Dittonghi discendenti (dittonghi in
radio da radius), 43; 56. cui la vocale asillabica [v.] segue
Alveolare (fonema articolato appli- la vocale sillabica, per. es. poi),
cando la punta della lingua agli 40.
alveoli dei denti superiori), 51.
Analogia (azione assimilatrice che Epentesi (inserzione di un fonema
esercitano I'una sull'altra forme non etimologico, per es. emptus<
tra loro associate dal parlante, *em-Ios; quando il fonema inse-
per es. amavo invece di amava < rito e una vocale, si ha l'anattis-
umaba(m) per a. di amo), 43; 48 si, per cs. periculum < periclom),
ss.; 59 s.; 62; 65. 73.
Anlisigma, 19. Etimologia popolare (falso accosta-
Antroponimo (nome di persona), 62 mento etimologico di parole fo-
s. neticamente simili, per es. aurora
Asillabica, \-'. Vocale. ab eo quod aer aurescit [Varr.]),
Assibilazione (passaggio di un lone- 47.
ma, generalmente velare [v.] o
dentale, a sibilante), 31; 33; 39; Fonetica, v. Grafia.
54; 58. Fricative (consonanti articolate fa-
cendo passare il soffio espira-«
Bilabiale, v. Fricative. torio attraverso una stretta aper-
tura della cavità orale; sono bi-
Digamma, 12; 14; 44; 48. lubiali se ottenute con l'articola-
Diga/11/na inuersum, 19. zione combinata delle labbra, la-
Digramma (due segni per un solo biodentali delle labbra e dei den-
106 ~ INDICE DEI TERMINI TECNICI

ti, sonore se vi si aggiungono le colazione velare e di un'appendi-


vibrazioni delle corde vocaliche), ce labiale, per es. quando), 12;
14; 34 s.; 45; 47; 51. 14; 59.
Lingua d'uso (lingua corrente, oppo-
Geminazione espressiva (raddoppia- sta a lingua letteraria, ted. Um-
mento di un fonema in parole gangssprache), 42; rustica, 39;
di carattere affettivo; per es.: -'12; 52 s.
mamma), 18; 65.
Grafia arcaizzante, 40; 63; etimolo- Mediolatino (latino medievale), 43;
gica (scrittura che cerca di ren- 60; 67.
dere gli elementi etimologici o Monottongazione (riduzione di un
creduti tali della parola, per es. dittongo a una vocale semplice),
inpotens < in-potens), 45; 64; fo- 43.
netica (scrittura che cerca di Omeoteleuto (ritorno espressivo de-
rendere la pronunzia, per es. im- gli stessi fonemi finali in due o
potens < inpotens e cesor < cen- più parole legate per il senso, per
sor), 38; 45; 54; 64; inversa (v. es. ueni, uidi, uici), 64.
Ipercorrettismo), 53; 63. Omofonia (eguaglianza di suono),
42; 54; 58; 63.
In/'ectum (indica, in opposizione al Onomatopea (parola il cui suono
perƒectum [v.], l'azione incom- cerca di imitare 1'oggetto o l'a-
piuta, cioè i tempi derivati dal zione significata, per es. cuculo),
tema del presente), 48. 38; 46; 52; 55.
Intonazione, 39; 70. Ossimóro (contrasto semantico di
Ipercorrettismo (sostituzione di una due parole in rapporto sintattico,
forma, supposta erronea, con una per es. strenua inertia [Hor.],
forma, supposta corretta, per una ombra bianca [Pascoli]), 50.
falsa applicazione dell'analogia:
per es. il desiderio di evitare la Palatali (fonemi, sia vocalici che
chiusura dialettale in 0 del dit- consonantici, articolati nella zona
tongo au, lo ha introdotto al del palato anteriore o duro; in
posto di un o etimologico in particolare nel testo sono desi-
plaudo < plodo), 63. gnati come p., in opposizione alle
Iperurbanismo (ipercorrettismo do- velari [v.,] il c e il g articolati
vuto all'influsso della lingua ur- toccando il palato col dorso della
bana), 53. lingua, per es. cero e giro [propr.
mediopalatali]), 31; 50; 55 ss.
Koppa, 12; 23. Palatalizzazione (modificazione di un
fonema la cui articolazione è por-
Labiodentale, v. Fricative. tata nella zona del palato ante-
Labiovelare (consonante che com- riore o duro; in particolare nel
porta la combinazione di un'arti- testo indica il passaggio di una
INDICE DEI TERMINI TECNICI 107

velare a una mediopalatale, per es. surgo<*subrigo, caldo<cali-


es. amico-amici), 33; 56 ss., 72. tlu(n1)), 44.
Paronomasia (accostamento di paro-
le di suono simile e di senso di- Sineresi (pronunzia monosillabica di
verso, per es. amantes amentes, due vocali contigue, per es.
traduttore traditore), 18, 58. deinde per de-inde), 50.
Perƒectum (indica, in opposizione al- Sostrato (lingua soppiantata da
l'inƒecturn [v.], l'azione giunta a un'altra e reagente sulla lingua
compimento, cioè i tempi deriva- sovrapposta), 26; 30; 73.
ti dal tema del perfetto), 48. Spirito aspro, 12; 23; 51.
Prestito (termine introdotto da
Traslitterazione (termine trascritto
un'altra lingua e più o meno as-
letteralmente da un'altra lingua
similato, v. Traslitterazione), 12;
scritta in diverso alfabeto: per
14; 18; 39 s.; 56 s.; 705.
es. idolum dal gr. eì'ôa›/lov è un
Pronunzia grafica (consiste nel leg-
prestito [v.], eidolon una t.), 39;
gere le parole come sono scritte),
58; 73.
62; 74.
Velari (fonemi, sia vocalici che con-
Ramiste, lettere, 20. sonantici, articolati in prossimità
Rotacismo (passaggio di un Ionema, del velo del palato; in particolare
in latino s sonoro intervocalico, nel testo indicano le postpalatali
a r), 16 s.; 49; 65 s. k e g, come in collo e gola), 13 s.;
16; 19; 23; 55 ss.; 60 s.; 72.
Schiacciata, 60. Vocale asillabica (elemento semivo-
Sillaba chiusa (s. che termina in calico del dittongo, per es. l'í di
consonante, per es. sen-tire), 61. mai), 40 s.; chiara (e/i), 55; scu-
Sillabica, scrittura (sistema di segni ra (o/u), 55; tematica (fonema
che non rappresentano fonemi finale di un tema vocalico, più
isolati, ma sillabe), 27. propr. la vocale che si aggiunge
Sincope (caduta di uno o più fone- alla radice per formare il tema,
mi all'interno di una parola, per per es. am-a-re), 62.