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Alessandro Barchiesi / Antonio La Penna

Giancarlo Mazzoli/ Emanuele Narducci


LA PROSA LATINA
Forme, autori, problemi
A cura di Franco Montanari
La Nuova Italia Scientifica
Scopo di questo libro non quello di offrire una serie
cronologicamente ordinata di medaglioni degli autori.
ll materiale ripensato come una galleria di problemi,
da cui emergono i nodi fondamentali
sui quali bisogna riflettere per approfondire lo studio,
nell'ambito della letteratura latina, dei generi della prosa
( il volume parallelo, sulla poesia latina, il pi valido strumento
per completare il quadro della civilt letteraria di Roma antica).
Invece che a epoche storiche parziali e delimitate, i singoli capitoli
sono stati allora dedicati alla storiografia, all'oratoria,
la retorica e la critica letteraria, alla prosa filosofica,
scientifica ed epistolografica, al romanzo, considerati ciascuno
nellintero arco della letteratura latina antica
come insieme sistematico e come unit problematica,
entro la quale vivono sotto una nuova luce figure di classici
ancora e sempre irrinunciabili per la cultura moderna:
da Livio a Cicerone, da Petronio a Tacito e Svetonio,
da Cesare a Sallustio, Seneca e Quintiliano;
e intorno a loro arricchisce il quadro la folla
dei cosiddetti minori, la cui vivacit prende corpo
via via che si penetra nei valori della civilt antica.
Fine ultimo del volume quello di proporre una sintesi
che possa rivolgersi a diversi tipi di pubblico
oltre a quello universitario.
Franco Montanari ordinario di Lingua e letteratura greca
allUniversit di Genova.
Alessandro Barchiesi professore straordinario di Lingua
e letteratura latina all'Universit di Verona.
Antonio La Penna ordinario di Letteratura latina
all'Universit di Firenze.
Giancarlo Mazzoli ordinario di Letteratura latina
all'Universit di Pavia.
Emanuele Narducci ordinario di Letteratura latina
allUniversit di Firenze.
Altri titoli NIS
La poesia latina Da Omero agli Alessandrini
a cura di Franco Montanari a cura di Franco Montanari
STUDI SUPERIORI NIS/ 108
LETTERE
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00187 Roma
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fax 06/4747931)
Alessandro Barchiesi Antonio La Penna
Giancarlo Mazzoli Emanuele Narducci
La prosa latina
Forme, autori, problemi
A cura di Franco Montanari
La Nuova Italia Scientifica
I" edizione - settembre 1991
copyright 1991 by La Nuova Italia Scientifica, Roma
Finito di stampare nel settembre 1991
per i tipi delle Arti Grafiche Editoriali Srl, Urbino
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Indice
Premessa
Antonio La Penna
La storiografia
Per la preistoria della storiografia latina
La nascita della storiografia latina
La storiograa latina nelllet di Lucilio
Commentari autobiografici
La storiograa latina nel periodo sillano
La storiografia latina nel ventennio dopo Silla
La storiografia latina negli ultimi decenni della repub-
blica
La storiografia latina fra repubblica e principato
La storiografia latina sotto il principato augusteo
La storiografia latina da Tiberio a Nerone
La storiograa latina nel periodo dei Flavi
Tacito e Svetonio
Il declino della storiografia latina nei secoli II e III d.C.
Bibliografia
Emanuele Narducci
Oratoria e retorica
I caratteri generali dell'eloquenza nell'epoca arcaica
La scoperta della retorica
Catone e il profilarsi di alcune tendenze fondamentali
dell'eloquenza romana
L'espulsione dei retori greci e il manuale di Catone
L'et dei Gracchi
Antonio e Crasso
Il manuale di Antonio e la scuola di Plozio Gallo
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La Rhetorica ad Herennium
Il De inventione di Cicerone
Ortensio e l'asianesimo giovanile di Cicerone
Le Verrinae e il rinnovamento dell'oratoria di Cicerone
La fase matura dell'oratoria di Cicerone
Il De oratore e i caratteri generali della produzione re-
torica di Cicerone
Retorica e filosofia nel De oratore
Il movimento atticista e la replica di Cicerone
Dionigi di Alicarnasso e l'atticismo greco nella prima
et augustea
Oratoria e retorica in et augustea
Seneca padre e le declamazioni
L'eloquenza nella prima et imperiale
La Institutio oratoria di Quintiliano
L'oratore ideale di Quintiliano
Il Dialogus de oratoribus e il problema della crisi del-
l'eloquenza romana
Il Panegyricus di Plinio il Giovane
Bibliografia
Giancarlo Mazzoli
La prosa filosofica, scientifica, epistolare
La prosa filosoca: alla ricerca d'un genere
La prosa filosoca: alla ricerca d'un metodo
La prosa losoca: alla ricerca d'una forma
La prosa filosofica: alla ricerca di un'autonomia
La prosa scientifica del periodo repubblicano
La prosa scientifica del periodo imperiale
La forma epistolare
Periodo repubblicano ed epistolografia pubblica
La prosa epistolare di Cicerone
La prosa epistolare di Seneca
La prosa epistolare di Plinio il Giovane
La prosa epistolare di Frontone
Bibliografia
Alessandro Barchiesi
Il romanzo
Un genere difficile
Il Satyricon di Petronio
2.1. Autore - 2.2. Datazione - 2.3. Titolo _ 2.4. Ricostruzione
Il Satyricon e la tradizione letteraria
3.1. Romanzo - 3.2. Narrativa comica - 3.3. Satira e satira menip-
pea - 3.4. Parodia: epica e romanzo
Le Metamorfosi di Apuleio
4.1. Composizione e fonti - 4.2. Problemi d'interpretazione
Bibliografia
Indice degli autori antichi
1
Premessa
Omnes enim trahimur et ducimur ad cognitionis et
scientiae cupidtatem, in qua excellere pulchrum
putamus, labi autem, errare, nescire, decipi et ma-
lum et turpem dicimus.
[Tutti invero siamo irresistibilmente trascinati dal
desiderio di conoscere e di sapere, e reputiamo bel-
lo eccellere in questo: invece cadere in fallo, sba-
gliare, essere ignoranti, venire ingannati, lo ritenia-
mo cattivo e brutto.]
Cicerone, Sui doveri, I 6, 1
Quando, nel maggio 1988, usc il volume sulla letteratura greca
curato dal sottoscritto ', era stata programmata la pubblicazione in tem-
pi brevi di un analogo volume sulla letteratura latina, progettato paralle-
lamente per fare quel che si direbbe a buon diritto una coppia davvero
classica. Il progetto si realizza con un intervallo di tempo notevolmente
superiore ai desideri sia del curatore che dell'editore, per ragioni che
non possono non risultare perfettamente comprensibili a chiunque abbia
una certa consuetudine con opere collettive ( dove si incontrano con rela-
tiva facilit intoppi che modificano e ritardano i piani). Inoltre, un cam-
biamento dell'assetto editoriale si imposto per la ricchezza del materia-
le costituito dai capitoli sulla civilt letteraria di Roma antica: il previsto
volume sulla letteratura latina stato diviso in due tomi presentati sepa-
ratamente, la cui distinzione fra i generi della poesia e quelli della prosa
ovviamente soltanto di comodo, e non intacca in nulla l'organicit del-
l'insieme. ,
Ripetiamo anche qui che n in questi due volumi sulla letteratura la-
tina n in quello parallelo sulla letteratura greca si deve cercare l'ennesi-
ma coppia di manuali sulle due grandi letterature classiche dell'antichi-
t. Lo scopo stato piuttosto quello di proporre una sintesi della proble-
matica fondamentale nel settore coperto da ciascuno dei capitoli: essi
non perseguono quindi la completezza dell'informazione n si preoccu-
pano con la sistematicit voluta da un manuale delle notizie erudite di
base sugli autori e le opere che menzionano. L'appendice bibliografica
1 G. Arrighetti, A. Barchiesi, G. Cambiano, E. Gabba, M.T. Luzzatto, F. Montanari,
G. Paduano, R. Pretagostini, Da Omero agli Alessandrini. Problemi e figure della letteratu-
ra greca, a cura di Franco Montanari, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1988.
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pi 0 meno sviluppata a seconda delle scelte e orientamenti individuali
di chi ha scritto il capitolo, e sostituisce del tutto quello che sarebbe un
apparato di note e di riferimenti allintemo della trattazione.
Scopo di questo libro non quello di offrire una serie cronologica-
mente ordinata di medaglioni degli autori, bens quello di proporre una
sintesi. Il materiale ripensato e presentato come una galleria di proble-
mi, da cui emergano i nodi fondamentali dei quali necessario avere
coscienza e sui quali bisogna riflettere per approfondire lo studio, nel-
l'ambito della letteratura latina, dei generi della prosa ( il parallelo volu-
me sulla poesia latina il pi valido strumento per completare il quadro
della civilt letteraria di Roma antica). Invece che a epoche storiche pre-
cise e delimitate, i singoli capitoli sono stati allora dedicati alla storiogra-
fia, all'oratoria, la retorica e la critica letteraria, alla prosa filosofica,
scientifica e epistolografica, al romanzo, considerati ciascuno nell'intero
arco della letteratura latina antica, come insieme sistematico e come uni-
t problematica, entro la quale vivono sotto una nuova luce figure di
classici ancora e sempre irrinunciabili per la cultura moderna: Livio Ci-
cerone Petronio Tacito Svetonio Catone Varrone Cesare Sallustio Apu-
leio Seneca Quintiliano Plinio e tanti altri; e intorno a loro arricchisce il
quadro la folla dei cosiddetti minori, la cui vivacit prende corpo via
via che si prosegue nella lettura, ci si addentra nell'atmosfera culturale
del mondo romano, si penetra nei valori della civilt antica.
Trattandosi di un libro specificamente dedicato al fatto letterario, sa-
r superuo dilungarsi su quello che non vi si deve cercare. Il contenuto
dei due volumi copre la letteratura latina antica pagana per il periodo
che va dalle origini fino al II- III secolo d.C. circa ( la delimitazione cro-
nologica, dati gli intenti non sistematicamente manualistici, non del
tutto rigida): rimangono dunque esclusi da una parte gli inizi della lette-
ratura latina cristiana, dall'altra i secoli della letteratura latina tardoanti-
ca. Nessuno dei capitoli ritagliato secondo un'incisione cronologica:
tutti considerano unitariamente l'intero insieme dell'arco temporale sud-
detto e offrono una considerazione globale della problematica relativa ai
generi considerati.
Completando questa impresa, come era nei voti di qualche anno fa,
non voglio ripetere quello che scrivevo alla fine della premessa al volume
sulla letteratura greca gi ricordato: mi limiter a dire che continuo a
ritenerlo valido. '
F. M.
Antonio La Penna
La storiografia
1. Per la preistoria della storiografia latina
La storiografia latina nacque dopo la poesia; anzi solo Catone inco-
minci a scrivere storia romana in prosa latina: prima di lui, come ve-
dremo fra poco, fu usata la prosa greca. La nascita di una narrazione
distesa della storia romana fu una novit rilevante nella cultura latina;
ma forme documentarie e anche letterarie per far conoscere ai contem-
poranei e tramandare ai posteri eventi e uomini del passato esistevano a
Roma da secoli: senza di esse nessuna storiografia si sarebbe potuta co-
struire; nel grande cambiamento si scorge anche qualche filo di continui-
t. La trattazione che ne dar, sar, come per tutto il resto, rapidissi-
ma '.
La raccolta di annotazioni storiche e di documenti , sin verso la fine
del IV sec. a.C., attivit riservata ai pontefici, particolarmente al pontifex
maximus: il che vuol dire che riservata all'lite patrizia: solo nel 254
a.C. verr eletto un pontefice massimo plebeo. Attraverso questa carica
il patriziato controlla lo svolgimento dell'attivit politica: infatti il pon-
tefice massimo che, tenendo conto della tradizione, fissa il calendario an-
nuale; controlla anche l'attivit giudiziaria, poich il pontefice detiene
anche le formule giuridiche, note a pochi. Anche la storiografia di cui
parleremo rientra in questa cultura riservata, segreta. Ma non si deve
pensare a una casta sacerdotale, separata dall'lite politica: cariche sa-
cerdotali e magistrature politiche non solo sono tenute da uomini della
stessa classe, ma dagli stessi uomini. Una casta sacerdotale non ci fu a
Roma neppure in et monarchica: sotto questo aspetto la societ romana
molto diversa da societ come quella egiziana o indiana.
In che consiste l'attivit pontificale che si pu far rientrare nella
preistoria della storiografia? Innanzitutto nella compilazione di un
' Resta in gran parte attendibile la trattazione di G. De Sanctis, Storia dei Romani, I.
Roma dalle origini alla monarchia, Firenze 19802, pp. 1- 28; un riesame accurato e ponde-
rato dei problemi in E. Gabba, Considerazioni sulla tradizione letteraria sulle origini della
repubblica, in Les origines de la rpublique romaine, Entretiens de la Fondation
Hardt, XIII ( Vandoeuvres- Genve 29 aot- 4 septembre 1966), Genve 1967, pp. 133- 69.
Rimando a queste opere per la bibliografia pi importante ( in parte citata anche nella bi-
bliografia che dar in seguito).
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elenco dei nomi dei principali magistrati anno per anno, a cominciare da
quelli i cui nomi servivano per indicare ciascun anno. Noi non sappiamo
n quando incominci l'uso di indicare ciascun anno coi nomi dei magi-
strati supremi n da quando supremi magistrati eponimi furono i consoli
( invece del praetor maximus o di tribuni militari investiti di imperium);
ma questi elenchi, detti, con lo stesso nome del calendario, fasti, che
conserviamo in varie redazioni, incominciano dalla cacciata di Tarquinio
il Superbo e, pur contenendo inesattezze dovute a errori e falsicazioni
( queste ultime specialmente per i primi anni della repubblica), sono da
considerare ricostruzioni attendibili: ci rende probabile che la compila-
zione di fasti incominciasse gi nel V sec. a.C.
Al tempo di Catone il Censore esisteva il costume che il pontefice
massimo alla fine di ogni anno esponesse al pubblico davanti alla sua
casa una tabula dealbata ( cio imbiancata) in cui iscriveva gli eventi
dell'anno che considerava importanti. Catone, in un passo polemico ( 77
Peter) 2, indicava gli elementi che lui considerava pi futili: i rincari del
grano, le eclissi di luna e di sole, i prodigi; ma da qualche altra testimo-
nianza ( Servio, Ad Aen. I 373) sappiamo che il pontefice vi annotava i
nomi dei consoli e di altri magistrati e tutte le operazioni militari per
singulos dies; ed molto probabile che vi fosse anche altro: per es., leg-
gi approvate dai comizi, decreti del senato, consacrazione di templi.
Gneo Flavio, un liberto del patrizio Appio Claudio Cieco, uomo dotto
che faceva da segretario al suo patrono e che nel 304- 303 a.C. divenne
edile curule, innalz un tempio alla Concordia e vi appose una tavola di
bronzo in cui ne indicava la data: 204 anni dopo la consacrazione del
tempio capitolino ( Plinio, N. h. XXXIII 18 s.), che era avvenuta, secon-
do la tradizione, sotto il consolato di Giunio Bruto e Orazio, da Flavio
collocato, con lieve errore, nel 507 a.C. ( Polibio III 22, 1). Anche am-
messo ( ma la cosa incerta) 3 che il nome di Orazio come dedicante
fosse indicato in un'iscrizione del tempio capitolino, Flavio avr contato
gli anni in base ai fasti: come segretario di un uomo politico potente,
avr avuto la` possibilit di consultarli. E tuttavia improbabile che egli li
divulgasse 4. E vero che egli, di origini umili e avverso alla nobilitas, di-
vulg non poco di quella cultura ufficiale di cui il patriziato intendeva
mantenere il monopolio: pubblic lo ius civile, riposto nel pi segreto
santuario dei pontefici, ed espose sul foro il calendario ( fastos) in un
albo, perch si sapesse quando per legge si poteva agire in giudizio ( Li-
vio IX 46, 5); ma qui deve trattarsi del calendario annuale, di grande
utilit pratica, non dei fasti consolari. D'altra parte la conoscenza di
2 Non lubet scribere, quod in tabula apud pontificem maximum est, quotiens annona
cara, quotiens lunae aut solis lumine caligo aut quid obstiterit.
3 Da Dionigi di Alicarnasso, Ant. Rom. V 35, 3 n` 1v 'vt@ u ow otfito ua tv m-
ygatpv ltae Mgno 'Oguo non si ricava con tutta sicurezza che il nome di Orazio
fosse nell'iscrizione: egli si assunse il compito della dedicatio e dell'iscrizione, ma quest'ul-
tima4poteva anche non contenere il nome del dedicante.
Inclina a crederlo K. Hanell, Probleme der rmischen Fasti, in Les origines
de la rpublique romaine, cit., p. 184.
La storiografia 15
questi fasti, appunto perch non offriva vantaggi pratici, non sar stata
difesa come un grande privilegio.
Quando incominciasse il costume di esporre la tabula dealbata non
sappiamo; supposizione ragionevole, ma non dimostrabile, che inco-
minciasse col primo pontefice massimo plebeo, Tiberio Coruncanio, ver-
so il 254 a.C. Sappiamo meglio quando n : sotto il pontificato massimo
di Publio Mucio Scevola, che va dal 130 al 114 a.C. E probabile che la
fine della consuetudine coincida, press'a poco, con la compilazione degli
Annales maximi, unopera monumentale in ottanta libri; si supposto
che il redattore fosse lo stesso Publio Mucio. Un'opera cos vasta non
poteva essere costruita solo su elenchi di nomi e di fatti; certamente era
pi ampia dei testi esposti annualmente sulla tabula dealbata. E ipotesi
largamente accettata che il redattore ( 0 i redattori) utilizzasse un mate-
riale pi ampio conservato nellarchivio del pontefice massimo: il costu-
me di conservare tale materiale sar incominciato sin da quando inco-
minci la redazione dei fasti, quindi prima che incominciasse il costume
di esporre la tabula dealbata, e, per gli anni in cui questo costume vige-
va, sar stato pi ricco di quello reso noto nella tabula. Ma gli Annales
maximi non si limitavano ai quasi quattro secoli della repubblica: una
parte dei libri conteneva la storia della monarchia; e in questa parte le
fonti dovevano essere del tutto diverse.
Prima di accennare alle questioni riguardanti la storia della monar-
chia sar opportuno accennare ad altre fonti a cui i primi storici latini
potevano ricorrere. I documenti storici che ci si preoccupava di traman-
dare ai posteri erano rari, e di questi non tutti arrivavano alla fine della
repubblica; ma ancora nell'et di Cicerone e di Augusto c'era qualche
documento risalente no al IV e V sec. a.C. Erano testi di trattati ( foede-
ra) con popoli vicini e con Cartagine e testi di leggi: per es., Cicerone
( Pro Balbo 53) dice di aver letto presso i Rostri il testo del oedus Cas-
sianum tra Roma e i Latini; alcuni documenti di questo genere sono ci-
tati da Dionigi di Alicarnasso. In certi casi i testi erano iscrizioni esposte
al pubblico, in fori o templi, in altri casi i documenti erano custoditi in
archivi, all'interno di santuari. Per i fasti e i documenti a cui ho accenna-
to, si posto il problema se quelli anteriori all'incendio gallico del 390
a.C. potessero essersi conservati dopo l'incendio stesso, che distrusse pa-
recchio materiale del genere ( Livio VI 1, 2); qualche volta se lo posero
gi gli storici romani ( cfr. Plutarco, Numa 1, 1). Parecchio materiale do-
vette essere recuperato subito dopo l'incendio ( Livio VI 1, 10) o rico-
struito in altro modo; oggi si tende a credere che quel disastro non inci-
se molto sulla conservazione del materiale utile per la storiografia e che
non caus lacune irrimediabili.
Oltre il materiale rientrante nell'ambito dello Stato esisteva non poco
materiale rientrante nell'ambito privato delle famiglie nobili: iscrizioni in
casa 0 anche esposte al pubblico, specialmente iscrizioni funebri, che ri-
cordavano la carriera politica e specialmente le gesta militari di perso-
naggi pi o meno illustri; elogi funebri ( laudationes) pronunciati in oc-
casione dei funerali, che venivano talvolta conservati in archivi di fami-
glia; pu darsi che eccezionalmente anche orazioni politiche venissero
16 LA PROSA LATINA
conservate. Che documenti del genere fossero poco affidabili a causa di
esagerazioni e falsificazioni, lo sapevano gi i Romani.
Per i secoli anteriori bisogna dare un posto non secondario alle tradi-
zioni orali. Per via prevalentemente orale ( anche se la redazione scritta
non va esclusa) si tramandarono i carmina convivalia, poemetti epici
che venivano cantati, al suono del auto o anche senza accompagnamen-
to musicale, nei banchetti 5. E notevole che, secondo Catone ( citato da
Cicerone, Brut. 75), a cantarli non erano poeti specializzati, ma i convi-
tati stessi, secondo un'usanza che conosciamo presso i Greci; secondo
Varrone li cantavano pueri modesti, giovinetti che saranno stati adde-
strati a tale funzione; ci si chiede, per, se i testi cantati non dovessero
essere stati composti prima da poeti ( ci vale, specialmente, nel caso dei
pueri); comunque non conosciamo presso i Latini una produzione epica
come quella degli aedi greci o dei bardi celtici. Oggetto di questi carmi-
na erano le clarorum virorum laudes. Essi avranno tramandato le leggen-
de sulle origini troiane di Roma, la fondazione della citt, i singoli re,
episodi successivi come quelli della conquista di Veio, di Virginia, di Co-
riolano. Il patrimonio di leggende e di narrazioni pi o meno storiche
era molto pi ricco per let monarchica che per i secoli della repubbli-
ca. E molto difficile trovare una ragione convincente della differenza:
eroi di et pi lontane, re e tiranni, si prestavano di pi alle invenzioni
epiche; d'altra parte la documentazione ufficiale esistente per i tempi po-
steriori alla monarchia poneva un freno alle deformazioni. Neppure sui
re tutto era inventato ( e oggi la rivalutazione, talvolta spericolata, della
tradizione sullet regia non si ferma neppure davanti alla leggenda di
Romolo). Esistevano poi, al di fuori dell'invenzione epica, tradizioni sul-
le origini di leggi, istituzioni, costumi, ed esse non risultavano inattendi-
bili, almeno nel risalire no all'et regia; pi dubbia l'attribuzione a
questo 0 a quel re ( per le istituzioni religiose primeggia il nome di Numa
Pompilio), ma neppure questa va sempre respinta a priori. Anche se le
ragioni non sono del tutto chiare, chi voleva narrare la storia di Roma
prima delle guerre sannitiche si trovava con materiale pi ricco per l'et
monarchica che per il V e IV sec. a.C.
A creare questa situazione avranno contribuito alcuni storici greci.
Nel V e nel IV sec. a.C. ben pochi degli storici greci si erano occupati di
Roma; accenni occasionali erano in Antioco di Siracusa ed Ellanico di
Lesbo. Nel III secolo c', in Ieronimo di Cardia e specialmente in Timeo
di Tauromenio, un'attenzione pi impegnativa; Timeo si soffermava su
Roma in un'ampia opera storica che riguardava i popoli dell'0ccidente e
utilizzava tradizioni locali, descriveva religioni \ e costumi, stuzzicava la
curiosit con aneddoti, oltre che con leggende. E naturale che l'attenzio-
ne per Roma fosse pi viva nella cultura greca della Sicilia; ma i contatti
pi antichi con la cultura greca Roma li aveva avuti in Campania, e tali
5 Cicerone, Brut. 75 che cita Catone; Tusc. I 3; IV 3; Varrone ap. Nonium p. 77 M.
= 107 s. L.; Orazio, Carm. IV 15, 25 ss.; Valerio Massimo II 1, 10. Per la storia del
dibattito relativo sono utili le indicazioni date da M. Barchiesi, Nevio epico, Padova 1962.
passi indicati nell'indice sotto carmina convivalia.
La storiografia 17
contatti si rinnovarono e arricchirono quando, negli ultimi decenni del
sec. IV a.C., i Romani conquistarono quella regione. Elementi di storia
romana riguardanti la fine del sec. VI a.C., cio la caduta della monar-
chia, si congetturato che fossero narrati in una Cronaca cumana ( Kv-
uoim in FGrHist 576), forse scritta fra IV e III sec. a.C. 6. A proposito
di Romolo Plutarco ( Rom. 2, 3- 8) cita un certo Diocle di Pepareto, di
cui non si conosce l'epoca ( ovviamente anteriore a Plutarco).
Un apporto greco ci fu nell'elaborazione delle leggende romane, so-
prattutto di quelle sulle origini troiane e sui re, ma impossibile fissame
la misura. lo inclinerei a credere che fosse piuttosto tenue: gli scrittori
greci, pi che inventare, raccoglievano tradizioni locali, che, trasmesse
prevalentemente per via orale, gli annalisti romani potevano conoscere, a
Roma e nel Lazio, direttamente; la configurazione delle leggende romane
secondo miti greci fu esagerata in altri tempi ( per es., da Ettore Pais, che
la ritrovava anche in parecchie tradizioni storiche), ma si riduce a ben
poco; i nomi leggendari generalmente non sono grecizzati ( altra cosa
l'analogia dei miti romani con altri miti indoeuropei oppure orientali,
analogia da spiegare per altre vie e anch'essa, comunque, forzata oltre
ogni misura, per es. nelle grandi costruzioni trinitarie di G. Dumzil).
D'altra parte va tenuto conto di un'altra possibile inuenza greca che si
collocherebbe pi a monte: possibile che i Romani, nell'elaborare le
proprie leggende, subissero qualche inuenza dei miti greci: ci natu-
rale, poich rimonta molto indietro l'influenza della religione greca su
quella etrusca e su quella latina; persino nelle XII Tavole alcuni scorgo-
no qualche traccia di leggi attiche; ma, insomma, i creatori delle leggen-
de romane dovettero essere i Romani stessi.
Per capire la storiografia necessario tener conto, ancora pi che nel
caso delle altre manifestazioni letterarie, dei caratteri e della storia della
civitas romana. Innanzitutto la civitas che costituisce l'orizzonte per lo
storico romano, molto pi che la polis per gli storici greci: lo storico
romano, specialmente all'inizio ( ma ci vale ampiamente anche in segui-
to), guarda all'esterno quasi solo in funzione di Roma. La tradizione mi-
tica e storica, pi che al diletto dell'immaginazione ( che non , tuttavia,
da trascurare), mira a tener saldi i valori su cui si fonda la morale della
citt e senza i quali la citt sarebbe esposta alla corruzione: impegno
nella vita pubblica, dedizione alla comunit, valore in guerra fino al sa-
crificio della vita, giustizia, parsimonia, concordia. Il potere nelle mani
di una nobilitas ( dapprima patrizia, poi, dal IV secolo in poi, patrizia e
plebea), che cerca di mantenere una certa eguaglianza al suo interno:
quindi lotta contro le aspirazioni alla supremazia politica, esecrazione
del regnum e della tirannia. Dall'altro lato la nobilt deve difendersi con-
tro le aspirazioni di ceti pi poveri, che potrebbero mettere in questione
il suo predominio economico ( fondato sulla propriet terriera), presup-
posto fondamentale del potere politico. Questa etica va tenuta presente,
almeno nei suoi tratti essenziali, perch gi prima dell'annalistica le tra-
Cfr. A. Alfldi, Early Rome and the Latins, Leiden s.d. ( ma 1965), pp. 59 ss.; 70 s.
18 LA PROSA LATINA
dizioni mitiche e storiche hanno elaborato dei modelli etici, come Numa,
Camillo, Cincinnato, Curio Dentato, Fabrizio, che resteranno punti di ri-
ferimento indiscussi nella cultura latina.
2. La nascita della storiografia latina
A dare inizio alla storiografia latina ( se non in latino) fu Fabio Pitto-
re, uomo politico non di primo piano, ma appartenente alla nobilt pa-
trizia. La collocazione sociale va sottolineata, perch la provenienza dal-
l'lite politica prevalente fra gli storici latini e ne costituisce una carat-
teristica che ha indotto talora interpreti recenti a sopraw alutare limpor-
tanza della loro esperienza politica e militare 7. Netta , almeno prima di
Lucilio, la differenza dai poeti, che sono liberti o nati liberi, ma in mo-
desta condizione: i nobili proteggono i poeti, ma non scrivono poesia. La
loro attivit culturale si concentra sull'oratoria, che indispensabile per
l'attivit politica quale si svolge a Roma. La posizione sociale trova ana-
logia in quella del giureconsulto: anche i giureconsulti provengono, fin
verso la met del I sec. a.C., dalla nobilitas: una professione nobiliare
che pu conferire molto prestigio ( auctoritas) a chi la esercita 8. Sia la
storiografia sia la giurisprudenza sono in origine attivit riservate ai pon-
teci: poich restano all'interno della nobilitas, si pu parlare di conti-
nuit; ma la laicizzazione delle due discipline ( per la giurisprudenza la
prima fase importante segnata da Gneo Flavio, certamente ispirato dal
suo patrono Appio Claudio Cieco) segna pur sempre rotture decisive nel
corso della cultura romana arcaica. E utile notare che la prima opera
scritta di giurisprudenza, i Tripertita, si deve a un contemporaneo di Fa-
bio Pittore, Sesto Elio, amico di Scipione l'Africano, console nel 198
a.C.
La scelta del greco come lingua per l'opera storica non del tutto
sorprendente, ma tuttavia difcile darne una spiegazione certa. Le
spiegazioni affacciate sono due. La prima che la cultura latina non ave-
va ancora una prosa letteraria e che passare dalla secca e rozza cronaca
a una narrazione lucida e attraente sembr un salto troppo arduo. E
spiegazione ragionevole: anche nella giurisprudenza, come abbiamo visto
poco fa, la prosa scritta nacque tardi; probabilmente sul ritardo inu la
mancanza di un appoggio nella prosa greca, che non aveva una letteratu-
ra giuridica rilevante. Se, d'altra parte, si pensa ai grandi passi avanti gi
fatti, e rapidamente, nell'elaborazione di una poesia latina, potr appari-
re pi convincente l'altra spiegazione: Fabio ci teneva a rivolgersi a po-
poli stranieri, greci e cartaginesi, impegnandosi polemicamente contro
7 Cfr. A. La Penna, Aspetti del pensiero storico latino, Torino 19832, pp. 43 ss.
3 Cfr. M. Bretone, Storia del diritto romano, Bari 1987, pp. 153 ss., e la bibliografia
ivi citata, spec. il noto libro di W. Kunkel, Herkunt und soziale Stellung der rmischen
Iuristen, Graz- Wien- Kln 19672. Sorprende che il Bretone non accenni all'analogia con la
storiografia.
La storiografia 19
storici greci, in particolare Filino, nell'interpretazione delle guerre puni-
che: un romano scriveva per la prima volta una giustificazione dell'impe-
ro, e scriveva in greco rivolgendosi a destinatari che non avrebbero potu-
to leggere il latino. Era implicito il riconoscimento, molto importante an-
che per il futuro, che il greco era l'unica lingua letteraria internazionale.
Se questa spiegazione fosse giusta, non sarebbe da sottovalutare la novi-
t di uno scrittore latino che si rivolge a un pubblico internazionale.
Non sorprenderebbe, invece, l'impegno politico, che sar frequente e
cos forte nella storiografia latina, comprensibile in un uomo che aveva
partecipato direttamente, sia pure senza avervi un grande ruolo, agli ulti-
mi avvenimenti narrati, cio a quelli della seconda guerra punica. E pro-
babile che elementi autobiograci apparissero nella narrazione, e questo
un altro aspetto rilevante della storiografia latina in quanto espressione
diretta dell lite politica; ma vale la pena di notare che Nevio ( non nobi-
le) nel Bellum Poenicum narrava una guerra a cui lui stesso aveva parte-
cipato: come gli accenni autobiograci di Ennio negli Annales, il riferi-
mento si collega a una tradizione diversa, risalente a scrittori greci. Da
Livio ( XXII 57, 5) sappiamo che dopo il disastro di Canne, quando la
citt si sentiva colpita dall'ira divina e cercava modi per placarla, Fabio
Pittore fu mandato a consultare l'oracolo di Delfi per chiedere con qua-
li preghiere e sacrifici ( i Romani) potessero placare gli di e quale termi-
ne vi sarebbe stato a s gravi sventure . Dovette essere scelto per la sua
buona conoscenza della cultura greca. Il racconto del ritomo di Fabio da
Delfi narrato da Livio ( XXIII 11, 1- 6) in modo non sbrigativo. Il re-
sponso di Apollo delfico, che Fabio rifer a Roma, in parte riassunto,
in parte tradotto nella lingua religiosa latina. Egli raccont che, uscito
dal tempio, aveva immediatamente sacricato con vino e incenso alle di-
vinit indicate dall'oracolo. Nel tempio era entrato con una corona di
alloro sul capo; all'uscita aveva ricevuto dall'antistes del tempio lordine
di non deporre la corona fino a che fosse tomato a Roma; al ritorno la
depose a Roma su un altare di Apollo. Nel racconto faceva osservare che
egli aveva seguito tutte le raccomandazioni cum summa religione ac dili-
gentia. Si giustamente congetturato che il racconto proviene dall'opera
stessa di Fabio. Doveva risultare da Fabio stesso la sua partecipazione
alla guerra contro i Galli del 225 a.C. ( fr. 23 P. da Orosio, forse risalen-
tc a Livio); un episodio in cui una rondine viene usata per trasmettere
un messaggio, un fatto a lui accaduto durante l'assedio di un presidio
romano da parte dei Liguri ( forse nel 223 a.C.).
Dell'economia dell'opera non si pu giudicare, in base ai frammenti,
se non con molte riserve. In alcune citazioni latine compare il titolo an-
nales ( fr. 3 P. da Cicerone; fr. 27 da Plinio il Vecchio). L'impostazione
annalistica era un forte elemento di continuit con la cronaca pontificale.
Al racconto anno per anno inducevano molte condizioni: le operazioni
militari erano interrotte, o fortemente rallentate, d'inverno, ma questa
non era condizione particolare dei Romani; per i Romani una spinta de-
cisiva era nella durata annuale della massima parte delle magistrature.
Ma dai frammenti non possiamo giudicare in che misura la divisione del
racconto per anni fosse seguita: probabile che fosse ben osservata nel
20 LA I RosA LATINA
racconto delle guerre puniche. Certamente non serviva in tutta la parte
riguardante la leggenda di Enea, la leggenda di Romolo e la fondazione
di Roma, la storia della monarchia, parte che doveva essere relativamen-
te ampia. La fondazione di Roma in tradizioni correnti, seguite da Nevio
ed Ennio, non era molto lontana dalla morte di Enea: Ilia, la madre di
Romolo, era figlia dell'eroe troiano. Fabio Pittore, poich sapeva che la
distruzione di Troia era molto anteriore alla fondazione di Roma, mette-
va fra Enea e Romolo una lunga serie di re di Albalonga ( fr. 5* * P.):
forse questa cronologia meno deformata gli era suggerita da autori greci.
Fabio narrava la famosa storia di Coriolano ( fr. 17 P.), ma niente trovia-
mo nei frammenti no alle guerre sannitiche. Pu darsi che sul V e il IV
sec. la narrazione si riducesse a poco: lo induce a credere l'analogia, che
poi noteremo, con altri annalisti, mentre poco rilevante l'analogia con
Nevio, probabilmente di poco precedente: Nevio scriveva sulla prima
guerra punica e l'archeologia era inserita come spiegazione della mor-
tale inimicizia fra Roma e Cartagine: non c'era bisogno di narrare la sto-
ria intermedia. La testimonianza di Dionigi di Alicarnasso ( Ant. Rom. I
6, 2), secondo cui Fabio e Cincio Alimento narravano dettagliatamente i
fatti che conoscevano per esperienza, i fatti contemporanei, ma somma-
riamente gli eventi antichi, successivi alla fondazione della citt, non
riesce molto chiara: a rigore la parte trattata sommariamente compren-
derebbe anche i re successivi a Romolo ( mi pare assurdo comprendere
nel termine uno spazio di due o tre secoli).
Certamente gi la cronaca pontificale metteva in primo piano le ope-
razioni militari e gli affari di Stato: ci costituiva una condizione favore-
vole al futuro incontro con la storiografia pragmatica greca; in Fabio,
per, si nota una forte attenzione per costumi religiosi e d'altro genere.
Un brano ampio e impegnativo era dedicato alla prima istituzione, nel
490 a.C., e ai riti dei ludi Latini; Dionigi di Alicarnasso ( VII 71- 72 = fr.
16 P.) ci ha conservato la descrizione minutissima della processione.
Probabilmente l'attaccamento romano ai riti nei loro minimi particolari,
che ritroviamo in tanti testi latini ( compresa l'Eneide), si univa a un vivo
piacere della descrizione. Ci conservato qualche altro accenno alla sto-
ria della cultura e dei costumi: l'origine dell'alfabeto ( fr. 1 P.); il nascere
nei Romani dell'interesse per la ricchezza al contatto con i Sanniti ( fr.
20 P.); la menzione della matrona condannata a morire di fame, perch
si era impadronita delle chiavi della cantina custodite sotto sigillo ( fr. 27
P.). I due ultimi frammenti fanno supporre riessioni sui mutamenti e la
decadenza dei costumi: siamo molto vicini al tempo di Catone. Interessi
di questo tipo possono essere nati all'interno della cultura latina, ma non
si pu escludere l'influenza, da alcuni ipotizzata, del greco Timeo.
Non c' ragione di non credere che la comunit, la civitas, rimanesse
al centro dell'interesse di Fabio; in che misura emergesse linteresse gen-
tilizio, inducendolo a dar rilievo eccessivo alla gens Fabia o a deformare
qualche notizia per esaltarla, non possiamo vedere dai frammenti, ma la
tendenziosit gentilizia stata congetturata in base a versioni del raccon-
to storico che si fanno risalire a lui. Le indicazioni singole sono sempre
discutibili, ma, data l'importanza che gentes e famiglie avevano nella so-
La storiografia 21
ciet romana, dominata da una nobilt, data la presenza di deformazioni
analoghe in annalisti posteriori, la congettura , nell'insieme, probabile.
Fabio costitu un esempio autorevole, che alcuni storici seguirono,
continuando a scrivere in greco. Lucio Cincio Alimento era, press'a po-
co, suo coetaneo; aveva partecipato anche lui alla seconda guerra puni-
ca, e vi aveva fatto esperienze dure, ma forse utili per il lavoro di stori-
co: era stato, infatti, prigioniero di Annibale ( lo riferiva lui stesso nell'o-
pera: fr. 7 P., da Livio XXI 38, 2). Pi giovani erano Caio Acilo e Aulo
Postumio Albino, che, come Catone, vissero fin verso la met del II sec.
a.C. Appartenevano tutti all'lite senatoria, anche se non erano uomini
politici importanti. Da una notizia dataci da Cicerone ( Brut. 77) pare
che anche il figlio dell'Africano maggiore e padre adottivo dell'Africano
minore scrisse una storia in greco, in stile particolarmente gradevole
( dulcissime); Postumio, per, sentiva di non possedere bene quella lin-
gua straniera e all'inizio dell'opera chiedeva scusa per eventuali errori.
Era segno di un imbarazzo e di una crisi.
Gellio ( XI 8, 2), che ci riferisce questa notizia su Postumio, ci riferi-
sce anche l'attacco arguto di Catone contro di lui ( ibid. 4): General-
mente si chiede scusa quando si errato per impreveggenza o si pecca-
to per costrizione; ma nel tuo caso, dimmi, ti prego, chi ti ha costretto a
commettere un errore per il quale hai chiesto perdono prima di commet-
terlo'? 9. Catone ( 234- 149 a.C.) scrisse la sua opera storica ( Origines) in
latino, e in una prosa di vigorosa originalit.
Era di nuovo un senatore a scrivere storia, anzi, questa volta, un uo-
mo politico di primo piano: in questo senso Catone un caso unico:
avremo parecchi altri storici senatori, ma nessuno dell'importanza di Ca-
tone. Il posto che egli d all'attivit storiografica, come a ogni altra atti-
vit letteraria ( esclusa l'oratoria), era secondario: essa non rientra nei
negotia dell'uomo politico, bens nei suoi intervalli di otium; per anche
del suo otium l'uomo politico di prestigio deve poter rendere conto: scri-
veva all'inizio delle Origines: Ho ritenuto sempre principio splendido
ed eccelso che gli uomini illustri e grandi debbono lasciare il conto del
loro ozio non meno che della loro attivit politica ( fr. 2 P.) ' . In questa
concezione l'et migliore per la storiografia la vecchiaia, quando l'atti-
vit politica ridotta o abbandonata; da Cornelio Nepote ( Cat. 3) sap-
piamo che Catone scrisse, appunto, da vecchio la sua opera storica. For-
se era vecchio anche Fabio Pittore, quando, probabilmente dopo la se-
conda guerra punica e dopo Nevio, scrisse i suoi annali; un'analogia pi
o meno stretta si ritrover in Sallustio, Asinio Pollione, Tacito.
Catone un homo novus, cio un uomo politico entrato nel senato e
arrivato alle alte cariche pur provenendo da una famiglia che non aveva
dato altri personaggi del genere; in una repubblica aristocratica come
9 Nam petere veniam solemus, aut cum imprudentes erravimus aut cum compulsi
peccavimus. Tibi, oro te, quis perpulit ut id committeres quod, priusquam faceres, peteres
ut ignosceretur?
' Semper magnificum et praeclarum putavi, clarorum hom num atque magnorum
non minus otii quam negotii rationem exstare oportere.
22 LA I RosA LATINA
quella romana era molto difcile aprirsi una tale strada, ma le stragi di
senatori nella seconda guerra punica avevano creato, per il momento,
una situazione meno sfavorevole. L'homo novus non aveva antenati da
valorizzare e polemizz contro quelli che lo facevano; la lotta si univa a
quella che egli conduceva contro i personaggi carismatici emergenti, in-
nanzi tutto Scipione l'Africano. Non mirava minimamente a sostituire o
riformare sul piano costituzionale il potere della nobilitas, ma voleva
renderla meno chiusa agli uomini di talento provenienti dal ceto dei pro-
prietari, rinsanguarla, rinnovarla moralmente e, soprattutto, mantenerla
in una omogeneit paritaria, che non lasciasse spazio a un potere perso-
nale schiacciante. Fu polemista efficace, tagliente, accanito, ma cedeva
scarsamente a meschinit personali; egli partiva da una concezione se-
condo cui la grandezza romana era frutto non dell'opera di singole per-
sonalit eccezionali, miracolose, ma dell'opera costante, continuativa di
generazioni di cittadini energici e disciplinati: la concezione a cui si
dato talvolta, non senza buone ragioni, il nome di storicismo romano.
Sinquadra in essa la strana e nota norma, da lui seguita, di indicare i
capi con i loro titoli ufficiali invece che con i loro nomi, di far risaltare
azioni di combattenti umili o, persino, di un valoroso elefante ( fr. 88 P.).
Altra novit dell'opera era nell'ampliamento dell'orizzonte, amplia-
mento che non portava, per, a mettere in questione la centralit di Ro-
ma. La novit indicata gi dalla diversit del titolo: Origines, non an-
nales o bistoriae. Il titolo, a rigore, calzava solo per i primi tre dei sette
libri, quelli, cio, in cui erano illustrate le origini di Roma ( libro I) e le
origini delle citt d'Italia ( II e III); ci non dimostra che il disegno origi-
nario dell'opera fosse ristretto a questi limiti: gi i Greci talvolta aveva-
no intitolato un'opera intera dal tema iniziale ( esempio famoso l'Anabasi
di Senofonte). Interessi per l'etnografia, i costumi, i caratteri di popoli
anche fuori d'Italia affiorano in modo vivace e non troppo marginale; si
supposto giustamente che uno stimolo provenga da Timeo, la cui pre-
senza in Catone meno incerta che in Fabio Pittore; ma sarebbe arri-
schiato pensare che tali interessi rientrassero, come in Erodoto 0 Timeo,
in una ricerca scientifica autonoma, non ancorata alla narrazione della
storia di Roma, al di fuori di un orizzonte romano. Comunque nato
anche nella storiografia latina un filone di ricerca che sar duraturo,
bench mai preminente.
Degli altri quattro libri il IV narrava la prima guerra punica e parte
della seconda, almeno fino a Canne; il libro V andava dalla seconda
guerra punica almeno no al 167 a.C.; il VI e il VII comprendevano gli
altri eventi politici sino alla campagna del pretore Servio Galba contro i
Lusitani, del 149 a.C.: dunque Catone, con mirabile impegno, continu
lopera fino a pochi mesi prima della morte. A giudicare da questo indi-
ce anche Catone dava ben poco spazio agli avvenimenti del V e del IV
secolo, che rimanevano, a parte linizio e le guerre sannitiche, secoli qua-
si vuoti. Evidente anche la relativa preminenza della storia recente:
due libri per l'ultimo ventennio circa. Anche questa caratteristica sar
frequente nella storiografia latina ( era notevole, del resto, gi nella sto-
riografia greca): ci si spiega da un lato con la politicizzazione della sto-
La storiografia 23
riografia, dall'altro con la forte curiosit del pubblico per la storia pi
recente ( non c'erano i giornali per seguirla da vicino, e i rapporti ufficia-
li che i capi militari mandavano al senato non erano allora diffusi fra il
pubblico).
Verso la fine dell'opera Catone inser l'orazione con cui poco prima
aveva denunziato le rapine di Servio Galba in Lusitania; almeno un'altra
sua orazione aveva inserita nel libro V, quella tenuta nel 167 a.C. in
difesa degli abitanti di Rodi, che erano stati accusati di tradimento verso
Roma durante l'ultima guerra macedonica. Varie le ragioni che possono
avere indotto lo storico a un tale procedimento. Certamente, la narrazio-
ne degli eventi a cui l'autore aveva partecipato era un'apologia dell'auto-
re stesso. L'uomo non era privo di vanit, che mai, per, riusciva ridico-
la; ma soprattutto era un energico e instancabile combattente che difen-
deva certi ideali e copriva di vergogna e di ridicolo molta parte della
realt contemporanea, che contrastava con quegli ideali. Non mancano
storici greci confrontabili, come Teopompo; nella storiografia latina l'im-
pegno polemico sar frequente, forse mai, per, cos aperto come in Ca-
tone. Un'altra ragione evidente la consuetudine degli storici greci, in
cui le orazioni erano spesso dei pezzi forti. Queste spinte, per, non sa-
rebbero bastate se anche Roma non fosse stata una polis ricca di dibatti-
ti politici e giudiziari, una citt, quindi, in cui l'oratoria contava molto.
La nobilitas governava cercando il consenso degli altri ceti e metteva
l'arma della parola solo dopo la spada; l'uomo politico ideale era buon
capo di eserciti e oratore autorevole.
L'impegno polemico certamente non trascurava la questione dei mu-
tamenti e della degenerazione dei costumi, questione diventata acuta do-
po l a seconda guerra punica; alcuni frammenti, per es. ( 113- 115 P., nel
libro VII), si riferiscono all'abbigliamento delle donne. Possiamo, dun-
que, affermare che con Catone prende posto nella storiografia latina una
tematica da cui non si liberer mai e che ne costituisce una caratteristi-
ca, la coscienza della crisi e della decadenza. La visione dell'uomo politi-
co romano come uomo sicuro del suo potere una visione parziale: egli
gravis, ma intimamente inquieto.
La lunga esperienza di Catone come oratore non bastava a farne un
buon scrittore di storia, ma certo gli giovava molto per diventarlo. Della
sua prosa narrativa conosciamo poco, giacch solo una parte minore dei
frammenti fatta di citazioni letterali ( nella maggior parte si riferisce il
contenuto o si d una parafrasi); ma quel poco che conosciamo d l'im-
pressione di un prosatore originale e sicuro di s. Il pezzo pi lungo la
narrazione dell'episodio del valoroso tribunus militum Quinto Cedicio
( fr. 83 P.), riferito da Gellio ( III 7). Purtroppo Gellio cita alla lettera
solo lelogio del tribuno che Catone d alla fine, mentre parafrasa la nar-
razione vera e propria; ma anche la narrazione sembra conservare molto
del ritmo sintattico dell'originale. Il racconto di una grande nitidezza e
vivacit ( quest'ultima ottenuta anche grazie al riferimento delle battute
dialogiche); la sintassi prevalentemente paratattica, come appare anche
da alcune citazioni letterali, ma Catone non ha impacci nel ricorso alla
ipotassi, generalmente moderata ( si tratta per lo pi di proposizioni rela-
24 LA PROSA LATINA
tive, temporali, ipotetiche), talvolta anche complicata. La secchezza della
cronaca ( per es., nel fr. 58 P.) obbedisce, come in Nevio, a una scelta
deliberata, perch si sente il bisogno di conservare il colore della tradi-
zione annalistica; ma Catone aveva anche descrizioni fiorenti di aggettivi
( per es., quella dell'Ebro, fr. 110 P. magnus atque pulcher, pisculentus;
cfr. anche fr. 97 P.), caratterizzazioni di popoli incisive e drastiche ( fr.
31 P. sui Liguri; 34 P. sui Galli); la potenza drastica degli aggettivi di
Catone si pu ammirare anche in certi particolari in apparenza trascura-
bili: per es., in fr. 65 P. in navis putdas atque sentinosas. Non mancava
qualche aneddoto divertente e istruttivo: dal fr. 72 P. appare che egli
riferiva dettagliatamente, non sappiamo a che proposito, la favola esopi-
ca, gi nota a Stesicoro e ad Aristotele, del cavallo che diventa schiavo
dell'uomo per combattere il cervo. L'ammirevole vena satirica dell'orato-
re non mancava nello storico. Superando la prosa pontificale, scartando-
ne alcuni interessi, ma senza negare del tutto la validit di quella tradi-
zione, imparando qualche cosa dai Greci alla cui vanagloria voleva con-
trapporsi ( si ricordi il confronto dell'episodio di Cedicio, cos poco noto,
con quello di Leonida spartano, tanto esaltato), Catone iniziava con ro-
busta sicurezza la storiografia in latino, dando una prova che mai i po-
steri avrebbero osato disprezzare.
3. La storiografia latina nell'et di Lucilio
Dopo Catone l'uso del latino per la storiografia diviene corrente; un
suo contemporaneo pi giovane, Lucio Cassio Hemina, del quale non si
sa quasi niente ( viveva ancora nel 146 a.C.), scrive annali in latino, di
cui sono citati quattro libri ( probabilmente non ne scrisse altri). Lo spa-
zio di tempo coperto il solito, dalla leggenda di Enea e dall'antichissi-
mo Lazio fino ai tempi dell'autore. Notevoli sono alcune interpretazioni
evemeristiche: Saturno era un uomo ( fr. 1 P.), Fauno era un indovino
proclamato dio da Evandro ( fr. 4 P.). Naturalmente l'evemerismo prove-
niva dalla cultura greca; che un intellettuale romano ne accogliesse qual-
che elemento, poteva suscitare scandalo ancora quasi un secolo dopo; il
caso pu collegarsi ad altre infiltrazioni di razionalismo nell'interpreta-
zione di religione e miti che noteremo in seguito. Tradizioni su fondazio-
ni di citt sono presenti in Cassio I- lemina ( frr. 2- 3 P.) come in Catone;
dura anche l'interesse di Fabio Pittore per religione e riti. Spiegava ( fr.
20 P.) perch furono dichiarati dies atri i giorni posteriori alle calende,
alle none e alle idi ( dies postriduani); descriveva i riti della Magna Ma-
ter, accompagnati da canti e musiche strane ( fr. 27 P.); si occupava con
impegno dei libri attribuiti a Numa, scoperti nel 181 a.C. e poi bruciati
come pericolosi alla religione ( fr. 37 P.). Era attento alla storia dei co-
stumi e delle istituzioni: non gli sfugg la prima occasione in cui vennero
armati i proletarii ( durante la guerra con Taranto) ( fr. 21 P.); not la
prima introduzione, nel 219 a.C., di un medico a Roma ( fr. 26 P.), il
greco Arcagato, che esercit la chirurgia come un carnefice. Curiosit
del genere, tutt'altro che futili, sono vive nell'annalistica del II sec. a.C.
La storiografia 25
Affine a Cassio Hemina per glinteressi fu il suo contemporaneo
Gneo Gellio, di cui sappiamo altrettanto poco ( forse il Gellio contro
cui Catone tenne nel 149 a.C. un'orazione nella quale difendeva un certo
Lucio Turio). Ci sono conservati alcuni frammenti ( frr. 2- 6 P.) sugli in-
ventori delle varie arti, la scrittura, le misure, larchitettura, lo scavo e la
lavorazione dei metalli; ci d la singolare notizia che Toxius, figlio del
Cielo, invent la fabbricazione di case col fango ispirandosi ai nidi delle
rondini ( fr. 4 P.). Le leggende sull'origine di Roma, le tradizioni sull'ori-
gine di popoli e citt, di istituzioni romane, la storia della monarchia
occupavano i primi tre libri. Ci che caratterizza gli Annales di Gellio e
costituisce una novit rilevante, la straordinaria ampiezza. Il IV libro
arrivava almeno fino al 490 a.C. ( anche Gellio si occupava dell'istituzio-
ne dei ludi Latini: fr. 21 P.); il fr. 25 P., sui dies postriduani dichiarati
dies atri, che si riferisce al 385 a.C., citato da Macrobio come apparte-
nente al libro XV; il fr. 26 P., da riferire probabilmente, col Peter, a un
episodio del 216 a.C., citato dal grammatico Carisio come appartenen-
te al libro XXXIII; lo stesso Carisio cita un passo del libro XCVII ( fr.
29 P.). Non c' ragione di dubitare di queste cifre tramandateci, che so-
no abbastanza coerenti fra loro. Anche in Gellio, dunque, la storia con-
temporanea aveva unampiezza relativamente straordinaria: una quaran-
tina di libri fino alla seconda guerra punica, una cinquantina per lultimo
mezzo secolo circa; ma colpisce di pi la considerazione che il vuoto del
V e IV sec. a.C. doveva essere stato colmato: la storia del V sec. occupa-
va una decina di libri. Si pu congetturare che Gellio si avvantaggiasse
della pubblicazione degli Annales Maximi. Si pu congetturare, inoltre,
che egli fosse gi uno storico di tipo diverso: non impegnato nell'attivit
politica, egli dovette dedicarsi completamente alla stesura della vasta
opera, ricca di erudizione, ma povera, probabilmente, di senso critico.
L'ampiezza dell'opera di Gellio restava eccezionale in questo secolo;
in confronto gli Annales di Lucio Calpurnio Pisone Frugi, in sette libri
( 0, tutt'al pi, otto), sono un'opera modesta: il I libro arrivava fino alla
fine della monarchia, il II si fermava forse prima delle guerre sannitiche;
il VII comprendeva avvenimenti contemporanei all'autore. Pisone uno
storico senatore dimpronta catoniana; pur non avendo la statura di Ca-
tone, un uomo politico impegnato, combattivo: tribuno della plebe nel
149 a.C., console nel 133 e incaricato di reprimere la rivolta degli schia-
vi in Sicilia, si oppose decisamente ai Gracchi ed esercit infine, come
Catone, la censura. Forse anche lui si dedic alla storiografia da vecchio,
una volta concluso il suo cursus honorum. L'Italia non pare averlo inte-
ressato molto ( cfr., tuttavia, i frr. 1 e 41 P.), ma di leggende romane si
occupa con impegno critico; anche lui attento all'origine di istituzioni,
riti, costumi; dibatteva problemi di cronologia. L'austero censore, che
ebbe l'appellativo di Frugi per le sue virt, ereditava da Catone la preoc-
cupazione per la decadenza morale; per es., si lamentava ( fr. 40 P.) della
lussuria dei giovani del suo tempo: adulescentes peni deditos esse: si
esprime con la drasticit di Catone, che si ritrover qualche volta in Sal-
lustio. L'austerit produce per lo pi opere noiose; ma dai frammenti
non pare che la gravitas aduggiasse troppo gli Annales di Pisone: gli pia-
26 LA PRosA LATINA
ceva evocare con vivacit episodi, riferire motti arguti. Una volta Romo-
lo, invitato a cena, bevve poco vino, perch l'indomani aveva da sbrigare
un affare importante; gli ospiti gli fanno osservare che, se tutti bevessero
come lui, il prezzo del vino cadrebbe: e Romolo: anzi rincarer se cia-
scuno berr quanto vorr: io ho bevuto quanto ho voluto ( fr. 8 P.).
Evocazioni aneddotiche nitide e vivaci sono quella di Gneo Flavio nei
suoi contrasti con i nobili, che lo disprezzavano per le sue basse origini
( fr. 27 P.), e quella di Caio Furio Cresimo, che, grazie alla sua laboriosi-
t ( il cognome datogli doveva riferirsi a questa sua virt), si era arricchi-
to su un campicello e aveva per questo suscitato invidie e sospetti di
magia ( fr. 33 P.): citato in giudizio dall'edile curule, si present nel foro
con i suoi strumenti agricoli e i buoi ben pasciuti: Ecco, o Quiriti, i
miei filtri magici, disse: le fatiche del mio cervello, le veglie, i sudori
non posso mostrarveli, n portarli sul foro . Cresimo doveva essere un
modello offerto ai Quiriti, un esempio preso dai tempi in cui i piccoli
agricoltori avevano dato a Roma benessere senza lusso, costumi integri e
gloria in guerra. E notevole ( e non so se sia stato notato) il trattamento
molto benevolo che il senatore Pisone riserva a due liberti, Gneo Flavio
e Cresimo. Difficilmente ci casuale, ma anche difcile ricavarne un
significato: forse apertura agli homines novi energici e probi, anche se di
origine servile, non inconciliabile col rifiuto di programmi graccani; for-
se un ammonimento per i Romani ignavi del suo tempo, che non manca-
vano nella nobilt. La tendenza potrebbe inquadrarsi nel suo catonismo.
A proposito dell'aneddoto su Romolo, Gellio notava ( XI 14) che simpli-
cissima suavitate et rei et orationis L. Piso Frugi usus est; anche tenuto
conto della predilezione di Gellio per questi scrittori arcaici, il giudizio
non pare gratuito: Pisone dimostrava talvolta qualit di scrittore sempli-
ce, nitido e non privo di colore.
Sempre all'lite politica appartengono Quinto Fabio Massimo Servi-
liano, un po' pi vecchio di Pisone, console del 142 a.C., che combatte
in Spagna contro Viriato, e Caio Sempronio Tuditano, console del 129,
che ottenne il trionfo per la vittoria sugli lapidi, una popolazione illirica.
Degli Annales o Historiae di Fabio Massimo ci restano tre o quattro
frammenti. Non molto pi precisa l'idea che possiamo farci di Sempro-
nio Tuditano; non conosciamo neppure l'ampiezza della sua opera di
storia: l'indicazione del libro XIII, che compare in una citazione di Gel-
lio ( XIII 15, 4), potrebbe riferirsi a una sua opera di antiquaria, i magi-
stratuum libri ( cio una trattazione sulle magistrature). Se le due opere
si debbano distinguere o siano una sola, questione dibattuta; per l'uni-
ficazione non sono mancati pareri autorevoli . Tuttavia, frammenti co-
me quello sugli Aborigeni ( fr. 1 P.), ricavato da Dionigi, e quello sui
Soprattutto quello di C. Cichorius, Untersuchungen zu Lucilius, Leipzig 1908 ( rist.
Berlin 1964), p. 183; per la divisione buoni argomenti in H. Bardon, La littrature latine
inconnue, I, Klincksieck, Paris 1952, pp. 105 s. Anche il fr. 6 P., sull'enorme bottino di
guerra di Tito' Quinzio Flaminino, proviene da un'opera storica; ma per una corruzione del
testo di Plutarco, da cui il fr. ricavato, l'attribuzione a Tuditano non sicura, anche se
parecchio probabile.
La storiografia 27
supplizi subiti da Attilio Regolo ( fr. 5 P.) si collocano male in un'opera
sulle magistrature; invece probabile che di origine e storia delle istitu-
zioni Sempronio trattasse anche in un'opera storica: la collocazione in
Annales da parte del Peter del fr. 2, sull'origine delle nundinae, e del fr.
4 sul numero dei tribuni della plebe non arbitraria; tuttavia, per questi
frammenti i dubbi restano, anche perch n in questi casi n in altri vie-
ne citato il titolo di un'opera storica di Sempronio Tuditano. Comunque
l'unione di storiografia e di interessi per la storia delle istituzioni e, pi
in generale, per l'antiquaria non stupisce nel quadro della storiografia
del II sec. a.C. e specialmente dell'et graccana. Nella seconda met del
secolo gli studi su origine e storia delle magistrature progrediscono;
congettura probabile che a proposito della storia del calendario si accen-
desse una polemica fra Sempronio e Marco Giunio Graccano ( forse
identico con Giunio Congo), autore di un'opera de potestatibus _
Sempronio, come Pisone, era antigraccano. Di questo orientamento
politico non scorgiamo traccia nei frammenti, il che non stupisce: troppo
poco ci resta ( anzi, nel caso di Sempronio, pochissimo), e non sappiamo
neppure se il testo arrivasse al tempo dei Gracchi. Vi arrivava, invece, e
delle lotte dei Gracchi trattava ampiamente, e con profondo impegno,
uno storico pi giovane, Caio Fannio, legato ai due fratelli e specialmen-
te a Tiberio. Sull'identit di questo scrittore v'era una disputa intricata
gi al tempo di Cicerone ( cfr. il fr. 9 P.). Lo storico Caio Fannio sicura-
mente era amico di Tiberio Gracco e combatte insieme con lui nella ter-
za guerra punica; ma va egli identificato col Caio Fannio oratore, genero
di Lelio ( e poco amato dal suocero), console nel 122 a.C. con l'appoggio
di Caio Gracco, ma rivoltatosi contro la sua politica? Mommsen, seguito
dal Peter, sostenne l'identit; ma ricerche rigorose di Plinio Fraccaro in-
ducono piuttosto a staccarli . Inutile aggiungere che le congetture sul-
l'orientamento dellopera cambierebbero molto secondo la soluzione che
si d al problema prosopografico: un'opera scritta dall'ex- console dopo il
distacco da Caio Gracco poteva esprimere molte riserve sulla politica
graccana. Dalle pochissime testimonianze rimasteci emerge almeno l'am-
mirazione per il giovane Tiberio: secondo Fannio egli primeggiava per
disciplina e valore fra i coetanei e fu il primo a saltare sulle mura di
Cartagine nell'assalto che port alla conquista e alla distruzione della cit-
t ( fr. 4) ; insieme con lui salt lo stesso Fannio ( anche nei suoi Annales,
dunque, elementi autobiografici). Come gli storici greci, introduce ora-
zioni nel racconto, anche orazioni contro i Gracchi, in particolare di Sci-
pione Emiliano contro Tiberio ( fr. 5 P.). La persona del secondo Africa-
no non era lumeggiata negativamente, se lo storico ne giustificava la dis-
simulatio assimilandola all'ironia di Socrate ( fr. 7). Da questi indizi par-
rebbe che la narrazione non fosse faziosa. Ne conosciamo, purtroppo,
12 A storia delle istituzioni, precisamente al numero delle trib istituite da Servio Tul-
lio, si riferisce anche l'unico frammento dello storico Vennonio, ricavato da Dionigi IV 15,
1; che Vennonio scrivesse nell'et graccana, si ricava da Cicerone, De leg. I 6.
'3 La questione riassunta da H. Bardon, La littrature latine inconnue, cit., 1, p.
106, a cui rimando per la bibliografia.
28 LA PRosA LATINA
cos poco che non sappiamo neppure se l'opera, scritta in almeno otto
libri, incominciasse, come le altre dello stesso titolo, dalle origini; il fr. 3
P., da un passo del libro VIII in cui si parlava di Drepano, parrebbe
riferirsi alla prima guerra punica. Improbabile che l'opera fosse una spe-
cie di monografia sui Gracchi, mentre possibile che la storia contempo-
ranea avesse, ancora una volta, il posto pi ampio e che, quindi, quella
dei Gracchi fosse narrata dettagliatamente. Lo stile era giudicato da Ci-
cerone ( Brut. 99), che era molto esigente, non inelegante.
Per l'impianto compositivo e lo stile la novit pi rilevante si trova in
Celio Antipatro. Anzich narrare tutta la storia romana dalle origini ai
suoi tempi, ne isol un pezzo importante, la seconda guerra punica, che
apparve presto, e apparir sempre in seguito, la svolta pi importante
dei destini di Roma nei secoli della repubblica; quella guerra costituiva
anche un grande insegnamento, perch mostrava come i Romani sapes-
sero risollevarsi anche dopo le pi gravi disfatte. Dalle citazioni si pu
congetturare che il titolo era Belli Punici alterius historiae; l'opera si
estendeva per sette libri ed era dedicata a Elio Stilone, il miglior gram-
matico del tempo, che nell'ambito della grammatica conduceva anche ri-
cerche di erudizione e di antiquaria ( nei frammenti di Celio, per, inte-
ressi del genere non emergono). Cicerone nel De divinatione ricorse al-
l'opera di Celio per ricavarne alcuni esempi di sogni. Vi erano narrati
due sogni di Annibale. Dopo la conquista di Sagunto il duce cartaginese
aveva sognato che veniva chiamato nel concilio degli di e che ivi Giove
gli ordinava di invadere lItalia; lo ammoniva anche a non guardarsi in-
dietro; ma Annibale, non potendo vincere la curiosit, si voltava indietro
e vedeva un mostro immane che devastava tutto dove passava; alla sua
domanda il dio rispondeva che quella era la devastazione dell'ltalia ( fr.
11 P.). Annibale ebbe un altro sogno quando pensava di portar via dal
tempio di Giunone sul promontorio Lacinio una colonna d'oro massic-
cio: la dea gli apparve in sogno per ammonirlo a non farlo se non voleva
perdere anche l'unico occhio che gli era rimasto ( fr. 34 P.). E naturale
che Celio ricordasse questi due sogni in un racconto della seconda guer-
ra punica; ma ci si meraviglia di constatare che egli vi parlava anche di
altri sogni: quello del contadino che aveva indotto il senato a rinnovare i
ludi Latini nel 490 a.C. ( fr. 49 P.), e di un sogno di Caio Gracco, narra-
to dallo stesso Gracco a Celio: mentre Caio esitava a presentarsi come
candidato alla questura, gli era apparso in sogno il fratello Tiberio, che
gli aveva predetto una morte uguale alla propria ( fr. 50 P.). Probabil-
mente Celio, prendendo spunto da Sileno, uno storico greco che usava
come fonte importante nella sua opera, a proposito di uno dei due sogni
di Annibale introduceva un excursus sui sogni per rivendicarne la veridi-
cit; e probabilmente polemizzava implicitamente contro l'incredulit di
altri storici, di Polibio e di altre persone colte da lui ispirate " . La cre-
denza nei sogni doveva accordarsi con l'attenzione a prodigi e presagi:
N Per la questione rimando al mio studio Polemiche sui sogni nella storiografia latina
arcaica in Aspetti del pensiero storico latino, cit., pp. 105- 17.
La storiografia 29
per es., Celio, riferendo i presagi che nel 217 a.C. ammonivano il conso-
le Flaminio a non impegnare battaglia presso il lago Trasimeno, alle noti-
zie solite ne aggiungeva altre, pi strepitose, su terremoti in varie parti
d'Italia, citt distrutte, fiumi che avevano invertito il loro corso ( fr. 20
P.). Naturalmente metteva sotto accusa l'empiet di Flaminio ( fr. 19 P.).
Con la difesa delle credenze religiose tradizionali contro attacchi razio-
nalistici convergeva unaltra ragione, probabilmente pi importante: Ce-
lio voleva scuotere il lettore con scene grandiose, talvolta spaventose, av-
vincerlo con peripezie. E chiaro un tale intento in ci che sappiamo sul
suo racconto della spedizione di Scipione in Africa. La folla imbarcatasi
dietro il condottiero era tale che Italia e Sicilia sembravano spopolate; le
grida dei soldati facevano cadere gli uccelli dal cielo ( fr. 39 P.). Secondo
moltissimi storici romani e greci l'approdo di Scipione in Africa era tran-
quillo; secondo Celio, invece, avveniva dopo una tempesta spaventosa,
che aveva ricacciato la flotta lontano dalla costa; era mancato solo il
naufragio, ma i soldati erano approdati quasi come naufraghi ( fr. 40 P.).
Celio, dunque, introduceva nella storiografia latina procedimenti della
storiografia tragica dei Greci, di quella storiografia che Polibio aveva
messa in ridicolo; e l'attrattiva dei colori tragici si far sentire quasi
sempre nella storiografia latina. Ben s'accorda con questa tendenza il
tentativo di dare alla prosa storica pi grazia letteraria con una maggiore
cura dello stile; Cicerone ( De or. II 54), che fa notare questo sforzo stili-
stico e mette Celio fra gli exornatores rerum, mentre gli storici preceden-
ti erano stati solo narratores, apprezza pi lintenzione che l'effetto; ma,
come nota lo stesso Cicerone ( De leg. I 6), anche sotto questo aspetto
egli apr una via. Queste scelte non escludevano l'impegno dell'informa-
zione e talvolta il lavoro di vaglio, come si vede dalla discussione sulla
morte di Marcello ( fr. 29 P.); come e pi degli storici latini precedenti,
aveva buona esperienza di diritto ( Cic., Brut. 102 iuris valde peritus).
4. Commentari autobiograci
Sulla posizione sociale di Celio non sappiamo niente: il nome fa pen-
sare che appartenesse alla nobilt plebea; probabilmente si astenne dalla
politica: dovette essere, quindi, uno dei pi antichi storici letterati. Ab-
biamo visto che dopo Catone gli uomini politici di primo piano non scri-
vono pi opere di storia; fra gli storici la personalit che pi gli si acco-
sta quella di Pisone. Uomini politici eminenti ancora attivi verso la fine
del II sec. a.C. si orientano verso un altro tipo di storia, anzi verso un
tipo di letteratura che gli antichi ponevano al di sotto della storia e della
letteratura vera e propria: i commentarii, cio una raccolta di notizie
sulla propria vita, soprattutto sulla propria vita politica, senza la pretesa
di quellelaborazione stilistica che ormai si esigeva anche dagli annales o
historiae. Un segno di questa esigenza pu essere visto anche nella ripre-
sa dell'epica storica: un certo Hostius in et graccana scrisse un poema
epico sul bellum Histricum, la guerra in cui, come abbiamo visto, Sem-
pronio Tuditano ottenne il trionfo; Accio scrisse annales in poesia. I
30 LA PROSA LATINA
commentarii intendevano raccomandarsi per il materiale che fornivano;
il materiale, per, se era poco elaborato stilisticamente, era interpretato
tendenziosamente: per lo pi sono opere polemiche. Anche il nuovo ge-
nere era stimolato da esempi greci: se i commentarii richiamavano i pro
memoria che i magistrati tenevano durante la loro attivit, di cui si servi-
vano nelle loro relazioni al senato e che talvolta conservavano, pi anco-
ra ricordavano i libri di memorie, rtouvr uara, che uomini politici greci,
come, per es., Pirro, Arato di Sicione, avevano pubblicati.
A Roma il costume di scrivere commentati de vita sua fu inaugurato,
per quanto ne sappiamo, da Marco Emilio Scauro ( 162 a.C.- dopo il 90
a.C.), uomo politico eminente del tempo di Mario, che percorse la car-
riera politica fino al grado pi alto, la censura: personaggio abile, ambi-
guo, molto discusso e diversamente giudicato in vita e dopo la morte.
Era di famiglia patrizia, ma politicamente emarginata ed economicamen-
te decaduta: il padre, per sopperire alle necessit economiche, si era da-
to al commercio del carbone; il figlio, prima di darsi alla politica, fu
tentato di fare il banchiere. Queste notizie, tramandateci da un testo tar-
do, ma attendibile '5, possono risalire all'autobiografia dello stesso Scau-
ro: la povert avr attirato sulle famiglie il disprezzo, ma Scauro faceva
risaltare le qualit grazie alle quali egli si era sollevato da quella deca-
denza ed era divenuto uno dei principes della citt: anche un patrizio
poteva sull'esempio di Catone presentarsi come un homo novus innalza-
tosi con la propria virt. Induce a questa interpretazione il fr. 1 P.: egli
dichiarava la misera eredit che aveva ricevuta dal padre: in tutto sei
schiavi e trentamila sesterzi. Anche nei pochissimi frammenti rimastici
emergono indizi che l'opera, non ampia ( tre libri in tutto), era unapolo-
gia delle azioni militari e politiche di Scauro: vi si mostrava come un
capo militare prudente ( fr. 3 P.), che teneva in pugno l'esercito, ben di-
sciplinato nella marcia ( fr. 6 P.) e nell'accampamento ( fr. 7 P.): una vol-
ta ai piedi del vallo vi era un albero carico di frutta, che era intatto
quando l'esercito ripart . E probabile che ampio spazio avesse l'apologia
della diplomazia usata nella guerra giugurtina e, come sappiamo da Sal-
lustio, violentemente criticata e delle lotte che aveva sostenute come va-
lente oratore nel senato e nel foro.
Ancora pi apologetico e polemico era il libro che Quinto Lutazio
Catulo scrisse de consulatu et de rebus gestis suis. Egli fu uno dei primi
che a Roma si dilettassero di poesia leggera, epigrammi erotici di gusto
ellenistico, e stimol altri poeti sulla stessa via; ma questo era per lui un
hobby: egli restava sempre un nobile impegnato nella politica. Dopo tre
tentativi falliti, divent console nel 102 a.C., ed ebbe come collega Ma-
rio. La situazione era gravissima perch i Cimbri avevano invaso la pia-
nura padana. Catulo fu impegnato nella campagna militare e guid insie-
me con Mario l'esercito nella decisiva battaglia dei Campi Raudii. Mario
aveva esperienza e prestigio militare di gran lunga maggiore e si attribu
tutto il merito della vittoria: di qui una violenta e astiosa polemica di
15 Il De viris illustribus tramandato sotto il nome di Aurelio Vittore, 72.
La storiografia 31
Catulo contro di lui, testimoniataci da alcune citazioni di Plutarco nella
vita di Mario, polemica che doveva essere il vero scopo del libro. Nell'o-
pera, dedicata al poeta Aulo Furio, Lutazio metteva a profitto la sua
educazione letteraria; noi non possiamo documentarlo, ma Cicerone la
trovava scritta molli et Xenophonteo genere sermonis ( Brut. 132), giudi-
zio che fa pensare a uno stile semplice, elegante, ma poco robusto. Che
Senofonte costituisse effettivamente un modello in questo genere lettera-
rio, probabile.
Figura ben diversa era un altro autore di memorie di questo periodo,
Publio Rutilio Rufo, un homo novus eminente, che aveva una lunga
esperienza politica e militare: nato verso il 156 a.C., era stato tribuno
militare nel 138 nella guerra di Numanzia, legato di Metello nel 109 du-
rante la guerra giugurtina, console nel 105. Ma il prestigio non gli era
dato n dai successi militari n dall'abilit oratoria: egli era ammirato
per l'integrit morale e l'austerit dei costumi: l'antica etica romana era
in lui consolidata dalla cultura stoica, che ai suoi tempi era entrata nel-
l'lite politica romana, soprattutto grazie alla presenza in Roma del filo-
sofo Panezio di Rodi. Per queste ragioni Rutilio era una gura antica e
nuova, che avrebbe costituito un modello per i posteri. Vicende parados-
sali, ma spiegabili nel clima politico molto corrotto del tempo, ne fecero
una sorta di nuovo Socrate. Legato di Quinto Mucio Scevola ( il pontefi-
ce) nella provincia d'Asia nel 94 a.C., riscosse l'amore dei provinciali e
l'odio mortale degli appaltatori d'imposte ( publicani); nel 92 a.C. essi lo
misero sotto accusa per concussione e, poich la giuria era allora forma-
ta da equites, cio da persone dello stesso ceto degli appaltatori, riusci-
rono a farlo condannare. Rutilio si ritir nella provincia d'Asia, a Smir-
ne, ammirato e amato dalla gente della provincia; molto probabilmente
fu allora che scrisse le sue memorie ( De vita sua in almeno cinque libri).
Passato attraverso vicende importanti, la guerra di Numanzia ( che fu per
i Romani un evento traumatico, una specie di Caporetto) e la discussa
guerra giugurtina, ne fu considerato un testimone autorevole ( come ci
mostrano Appiano e Sallustio); ma scopo preminente sar stato anche
per Rutilio la difesa del proprio operato, del suo comportamento sempre
fermo e onesto. Drastica era la polemica contro figure e costumi del
tempo: ci conservato un frammento di un ritratto satirico del padre di
Pompeo, un adulatore del popolo ( fr. 7 P.): Pompeius elaboravit uti po-
polum Romanum nosset eumque artificiose salutaret. Lodava, invece, la
vita sobria di Scipione Emiliano a Numanzia ( fr. 13 P.). Forse si scorge-
va nell'opera l'impronta di Catone. Scrisse anche delle Historiae, in cui
gli avvenimenti da lui vissuti avevano un posto cospicuo. L'ispirazione
non era diversa: sappiamo che anche l dava un ritratto del padre di
Pompeo come personaggio detestabile ( fr. 5 P.); denunciava il lusso e la
mollezza di un certo Sittio, forse padre del Sittio dell'et cesariana ( fr. 6
P.). Come gli storici precedenti, era attento alla storia delle istituzioni
( fr. 1 P. sulle nundinae) e dei costumi: per es., segnalava con rilievo la
famosa ambasceria dei tre filosofi a Roma nel 155 a.C., che apr ai Ro-
mani un mondo culturale nuovo ( fr. 3 P.).
Per l'importanza dell'autore e per la maggior ricchezza del materiale
32 LA I> RosA LATINA
dovevano avere pi inuenza i commentarii rerum gestarum di Silla, in
22 libri, dedicati a Lucullo, l'amico di cui pi si dava. La vasta opera
era scritta in latino, non in greco, come da alcuni si riteneva un tempo,
anche se fu aiutato, oltre che da Lucullo, dal proprio liberto greco Epi-
cadio. Le origini di Silla assomigliavano un po' a quelle di Scauro: pro-
veniva da famiglia patrizia, ma senza gloria: forse anche Silla si vantava
di essersi innalzato per virt propria, non per il prestigio degli avi. An-
che lui difendeva puntigliosamente i propri meriti; l'antagonista contro
cui pi si accaniva la sua polemica, era Mario. Sull'esito della guerra
giugurtina era divampata una lunga polemica; naturalmente anche nei
commentari Silla rivendicava il merito di aver posto lui ne alla guerra
catturando Giugurta. Cercava di offuscare il prestigio di Mario anche a
proposito della guerra contro i Cimbri, appoggiandosi a Lutazio Catulo
( frr. 4- 6 P.). Pi dettagliato doveva essere il racconto del bellum sociale
e delle guerre civili contro Mario e i mariani. Esagerava senza misura i
propri successi: nella battaglia di Cheronea avrebbe massacrato pi di
centomila nemici e avrebbe perduto solo 16 soldati, anzi 14 perch due
dei dispersi tornarono la sera ( fr. 15 P.); nella battaglia di Sacriporto
avrebbe ucciso 20.000 nemici, ne avrebbe fatti prigionieri 8.000, perden-
done solo 23 ( fr. 19 P.). Come poi far Cesare, ci teneva a tramandare
alla storia il nome di qualche valoroso soldato, per es. quello di Marco
Ateio, il primo che sal sulle mura di Atene ( fr. 12 P.): segno dei vincoli
di affetto fra il capo e il suo esercito. I meriti del condottiero e del salva-
tore della patria non erano diminuiti, anzi esaltati, dai segni del favore
divino. Silla costellava le sue memorie con evocazioni di prodigi, presagi,
profezie, che almeno dal bellum sociale in poi avevano accompagnato la
sua splendida e sanguinosa ascesa ( frr. 8, 9, 16, 18 P.); aveva imparato
da Mario questi espedienti di propaganda, ma aveva superato di gran
lunga il maestro. Persino la morte gli fu preannunciata da un sogno ( fr.
21 P.): non sar stato lui a scriverlo nei commentari, ma Epicadio, rac-
contando il sogno nell'ultimo libro, avr seguito la volont del patrono.
Nasceva cos nella cultura latina un'autobiografia con caratteristiche
nuove, l'autobiografia che chiamerei carismatica e che trover conti-
nuatori in Lucullo e Augusto ' . La cancellazione dei nomi da parte di
Catone non aveva avuto seguito; l'et sillana in particolare segn la riaf-
fermazione della personalit nella trama della storia.
5. La storiografia latina nel periodo sillano
Nei quindici o vent'anni circa che precedettero la morte di Silla, la
storiografia non pare sia stata molto fiorente: forse attravers una fase
di rallentamento e di incertezze. Conosciamo, tuttavia, uno storico di ri-
lievo che scrisse in quel periodo, Sempronio Asellione. La sua esperienza
1 Un accenno sull'autobiografia di questo tipo in A. La Penna, Fra teatro, poesia e
politica romana, Torino 1979, pp. 122 s.
La storiografia 33
non doveva essere diversa da quella degli storici di et graccana: anche
lui aveva partecipato, come tribuno militare, all'assedio di Numanzia sot-
to Scipione Emiliano; la narrazione, per, arrivava sino al 91 a.C. ( fr. 11
P.), forse fino all83 ( fr. 13 P.): si suppone, dunque, che egli scrivesse
l'opera fra il 90 e l'80 a.C.
Gellio ci testimonia che egli res . . . eas quibus gerendis ipse interuit,
conscripsit ( fr. 6 P.). Gi nella selezione, quindi, c'era una novit non
irrilevante: Asellione tralasciava il passato ( o ne trattava rapidamente in
una introduzione) e puntava decisamente sulla storia contemporanea, di
cui le vicende dei Gracchi erano gran parte. La novit attenuata, non
eliminata, dalla considerazione che nella storiograa precedente la storia
contemporanea aveva occupato lo spazio pi ampio. In almeno 14 li-
bri " la narrazione di poco pi di mezzo secolo di storia doveva riuscire
dettagliata, anche se non amplissima. Non dovevano mancare pezzi di
storiograa tragica, come sembra indicare un frammento ( 6 P.) appar-
tenente alla rievocazione della morte di Tiberio ( lo vediamo mentre, da-
vanti al pericolo imminente, raccomanda i gli al popolo). Ma ci che
conserviamo del proemio ( fr. 1 P.), indica che la riessione storica di
Asellione era orientata in un altro senso. Egli rimprovera allannalistica
precedente di essere solo cronaca, di limitarsi a registrare i fatti ( quod
actum esset, id pronuntiare); lui, invece, si propone di scavare il consi-
lium ( l'intenzione, lo scopo) e la ratio ( probabilmente la motivazione,
il calcolo pi che il modo) dietro gli eventi ' . Fornire le date ( quan-
do incominci, quando fin ciascuna guerra), elencare i trionfi narrar
favole ai bambini ( id fabulas pueris est narrare); per un vero storico
contano i consilia con cui le azioni furono condotte; e pi delle opera-
zioni militari contano i dibattiti e le deliberazioni in senato, le leggi pro-
poste al popolo e approvate. Dunque cercare la spiegazione dei fatti, che
Asellione sembra indicare soprattutto nella vvtbun degli uomini, selezio-
nare e lumeggiare diversamente il materiale. Il diverso metodo corrispon-
de a una diversa funzione della storiografia, che quella di formare luo-
mo politico: gli annali non possono spingere nessuno n ad essere pi
energico per difendere lo Stato n pi ignavo s da agire senza riessio-
ne ( fr. 2 P.) ' . Non senza ragione si scorto in queste considerazioni il
fermento del pensiero di Polibio. Asellione oppone il termine historiae a
quello di annales; pu darsi che, per scelta significativa, historiae fosse
il titolo dell'opera; ma, poich in qualche citazione compare il titolo res
gestae, non ne siamo sicuri. Comunque difcile dimostrare che in se-
guito l'opposizione semantica sia stata mantenuta.
Un indizio che la storiografia di questo periodo cercasse nuove vie, si
pu scorgere in un'opera scritta dal versatile Lutazio Catulo o dal suo
'7 La cifra XL, che compare in una citazione di Carisio ( fr. 13 P.), generalmente
ritenuta corrotta.
la Nobis non modo sat s esse video, quod actum esset, id pronuntiare, sed etiam,
quo consilio quaque ratione gesta essent, demonstrare.
19 Nam neque alacriores ad rem publicam defendundam neque segniores ad rem per-
peram aciundam annales libri commovere quosquam possunt.
34 LA PRosA LATINA
liberto Lutazio Dafni, la Communis historia. Il titolo indica che l'opera
conteneva notizie storiche ( 0 considerate tali) non solo sui Romani, ma
anche su altri popoli ( in realt doveva trattarsi solo dei Greci). I pochi
frammenti rimastici riguardano la leggenda di Enea, le origini di Roma e
di Napoli. Se Finterpretazione del titolo giusta, si tratta della prima
opera storica latina che ha un orizzonte non strettamente romano 2 .
Non siamo sicuri, per, che l'innovazione rientri in questo periodo, an-
che se l'eventuale scarto non pu essere grande. La stessa incertezza sus-
siste per un altro genere di storia che dev'essere entrato in questo perio-
do nella cultura latina e vi avr in seguito, anche se non immediatamen-
te, una larga fortuna: la biografia. Svetonio ( De gramm. et rhet. 27),
attingendo da Cornelio Nepote, attesta che Lucio Voltacilio Pitolao fu il
primo dei liberti a scrivere storia ( historiam): retore, egli fu maestro di
Pompeo Magno e scrisse in parecchi libri le imprese ( res gestas) del pa-
dre di Pompeo ( forse per difenderlo da Rutilio Rufo, che, come abbiamo
visto, lo vituperava) e di Pompeo stesso; almeno la narrazione delle im-
prese del figlio, se non tutta l'opera, cadr in anni posteriori a questo
periodo. Non senza ragione la novit colpiva Cornelio Nepote: non solo
senatori, ma liberti scrivevano storia. Io credo, per, che la novit vada
ridimensionata: la notizia induce a credere che il liberto scrivesse non
storia, ma biografia: come si sa, la diversit di genere per gli antichi non
era secondaria. Abbiamo, comunque, anche socialmente una figura nuo-
va di storico: il cliente a cui il patrono commissiona unopera storica.
Una funzione analoga presso Pompeo ebbe in seguito lo scrittore greco
Teofane di Mitilene.
6. La storiografia latina nel ventennio dopo Silla
Gli anni dallo scoppio del bellum sociale ( o bellum Marsicum, come
era chiamato da alcuni storici) alla morte di Silla ( 91- 78 a.C.) furono
anni densi di avvenimenti importanti, non raramente atroci. Presto ne
dette una narrazione dettagliata e drammatica Lucio Cornelio Sisenna,
ancora uno storico proveniente dall'lite politica, pretore nel 78 a.C.
( quindi nato prima del 118), uno dei difensori di Verre nel celebre pro-
cesso del 70 a.C. ( forse prima di Verre aveva governato anche lui la Sici-
lia come propretore). L'opera, in almeno 23 libri, era, come quella di
Sempronio Asellione, rivolta alla storia contemporanea. Ma tre frammen-
ti ( 1- 3 P.) si riferiscono alla leggenda di Enea; poich gi nel secondo
libro, anzi, probabilmente ( se nella citazione di Nonio la cifra non cor-
rotta), gi nel primo ( fr. 6 P.) si narravano operazioni militari del bellum
Marsicum rientranti nel 91 a.C., si pu congetturare che Sisenna facesse
precedere la narrazione vera e propria da un'introduzione, analoga al-
2 Rimando a un mio studio sull'argomento, pubblicato in Studi su Varrone,
sulla retorica, storiografia e poesia latina. Scritti in onore di B. Riposati, I, Rieti- Milano
1979, PP. 229- 40.
La storiografia 35
l'archeologia di Tucidide. L'impianto va notato giacch per i Latini in-
comincia di qui una struttura di storia pi simile a quella tucididea: non
tutta la storia, ma un periodo recente, a partire da un punto pi o meno
significativo. Pu darsi, per, che in questo sia stato preceduto da Sem-
pronio Asellione. La distribuzione dei frammenti nei vari libri si rico-
struisce senza difficolt, perch i frammenti sono citati in massima parte
da Nonio, che d le indicazioni dei libri; ma Nonio cita per ragioni lessi-
cali, e solo raramente possiamo collocare il frammento in un contesto
storico. L'abitudine dei lessicografi di spulciare soprattutto i primi libri
ha operato drasticamente nel caso di Sisenna: dei 143 frammenti conser-
vatici ( secondo l'ed. del Peter) 124 appartengono ai primi quattro libri,
che non andavano oltre il bellum Marsicum: ben poco, quindi, ci rima-
sto sulle guerre fra sillani e mariani, che certamente erano narrate con la
stessa ricchezza di minuzie. E probabile che in confronto con Sempronio
Asellione l'opera avesse maggiore organicit: sia il bellum Marsicum sia
le guerre civili seguenti erano avvenimenti ben delimitabili, ciascuno con
un proprio sviluppo.
La tendenziosit di Sisenna in favore di Silla ben nota da un giudi-
zio aspro di Sallustio ( lug. 95, 2): Lucio Sisenna, il migliore e il pi
accurato di tutti gli storici che narrarono quelle vicende, mi pare che
abbia scritto con scarsa indipendenza 2. Nella sostanza, se non nella
misura, il giudizio attendibile, ma ci non vuol dire che Sisenna fosse
un adulatore servile: non detto che egli abbia scritto mentre Silla era
in vita; pu aver scritto dopo la sua morte, negli anni in cui la costitu-
zione sillana veniva smantellata, e aver espresso le sue tenaci convinzioni
sul regime aristocratico. Certamente sottolineava il forte consenso di cui
godeva la dittatura di Silla: Molti popoli, moltissime assemblee con
adesione e favore concorde si dichiararono per la dittatura ( fr. 132
P.) 22.
Non meno forte della tendenziosit politica era l'impegno letterario,
che prima di Sallustio probabilmente non aveva l'eguale nella storiogra-
fia latina. Sisenna deve aver spinto pi in l di Celio Antipatro il gusto
della storiograa tragica per le scene patetiche: un frammento ( 47 P.) ci
mostra un personaggio che si aggira supplice di quartiere in quartiere
con la barba e i capelli lunghi, il vestito a lutto, in lacrime, accompagna-
to dai gli. Sottolineava le scene emotive: sublatus laetitia nimia atque
impotentia commotus animi ( fr. 50 P.): imperitum concitat vulgus ( fr.
48 P., da una scena di massa). Il periodo storico narrato era ricco di
scene orripilanti: in una di queste rientrava, per es., il fr. 138 P. vitam
cum dolore et insigni cruciatu carnificatus amisit. Riferiva il famoso epi-
sodio, atroce e pietoso insieme, del soldato di Pompeo ( padre) che nella
battaglia sul Gianicolo contro Cinna trovava tra i morti della parte av-
versa il proprio fratello e si uccideva per il dolore e l'orrore ( fr. 129 P.).
2 ' L. Sisenna, optume et diligentissume omnium qui eas res dixere persecutus, parum
mihi libero ore locutus videtur.
22 Multi populi, plurimae contionis dictaturam omnibus animis et studiis suragave-
runt. Non certa la congettura del Peter, nationes per contionis.
36 LA PROSA LATINA
Molte erano le peripezie , i cambiamenti rapidi e imprevisti di fortuna:
celebre, per es., la fuga di Mario dall'Italia: tutto materiale ottimo per la
storiograa tragica. Ma colpiva di pi ( e colpisce ancora nei frammenti)
una ricerca stilistica priva di misura e di gusto, che lo portava, oltre che
a minuzie descrittive, a una miscela di lessico raffinato, in cui si ritrova-
vano gli arcaismi della storiografia, con curiosit della lingua parlata e
probabilmente con parole coniate dall'autore. Si capisce come Cicerone
( De leg. I 7) trovasse puerile una tale ricerca. Cicerone richiamava l'e-
sempio di Clitarco; certamente dalla storiografia ellenistica provenivano
sia l'amore per gli effetti patetici sia lo stile asiano. Dalla secchezza an-
nalistica si era arrivati a una prosa fiorita, sovrabbondante, leziosa, trop-
po pittoresca, qualche cosa di corrispondente in prosa allo stile di Levio
in poesia. Si era arrivati rapidamente da un eccesso all'altro 2* . Sisenna
lo stesso che tradusse in latino le piccanti novelle di Aristide da Mileto,
che ebbero grande successo; forse lo stile dell'opera storica non differiva
molto da quello delle novelle: ormai anche la storiografia poteva essere
lettura d'intrattenimento: altro che Polibio!
Gli annalisti contemporanei sono meno audaci di Sisenna: Quinto
Claudio Quadrigario, Valerio Anziate, Caio Licinio Macro sono pi vici-
ni alla tradizione sia per l'impianto compositivo sia per lo stile. Gli An-
nales di Claudio sono una storia generale di Roma; tuttavia, siccome i
frammenti del libro I incominciano dall'incendio gallico ( 390 a.C.), giu-
stamente si ritiene che egli abbia tralasciato tutta la storia anteriore: pu
darsi che lo abbia indotto a questo taglio la difdenza per le leggende e
le notizie troppo incerte. Entro questo ambito si ritrova la preferenza per
la storia recente. I primi sette libri arrivavano verso la met del II sec.
a.C.; il IX libro comprendeva, fra l'altro, la guerra di Numanzia; almeno
14 libri erano dedicati agli eventi terribili degli ultimi decenni; ma, an-
che in questo caso, conserviamo di pi dei primi libri ( un terzo circa dei
frammenti appartiene al libro I). I brani pi ampi si devono all'utilizza-
zione da parte di Gellio, a cui piacevano molto la semplicit e la suavi-
tas di quello scrittore arcaizzante ( IX 13, 4) e che ne ricav racconti,
particolarmente vivaci, di episodi famosi: il duello di Manlio Torquato
col Gallo ( fr. 10' P.), il duello di Valerio Corvino contro un altro Gallo
( fr. 12 P.), le vane manovre di Pirro per corrompere Fabrizio ( fr. 40 P.).
Sarebbe affrettata l'impressione che gli annali di Claudio fossero una
specie di storia oleografica, una galleria di figure eroiche: non si pu
giudicare in base a pochi brani stralciati. E giusta, invece, l'impressione
che Claudio avesse buone qualit di narratore. La fedelt all'arcaismo
chiara nel lessico e nella sintassi ( nel fr. 10b P. due volte is all'inizio del
periodo, una volta id, una volta ita), anche se l'uso della subordinazione
abbastanza largo e spedito; ma ci non gli ha impedito di conferire
22 Su Sisenna, specialmente per la caratterizzazione dello stile, utile H. Bardon, La
littrature latine inconnue, cit., I, pp. 251- 58; cfr. inoltre A. D. Leeman, Orationis ratio.
The Stylistic Theories and Practice of the Roman Orators, Historians and Philosophers,
Amsterdam 1963 ( trad. it. Bologna 1974, pp. 103- 6); A. La Penna, Aspetti del pensiero
storico latino, cit., pp. 95 s.
La storiografia 37
una grazia semplice, una colorita vivacit al suo racconto, qualit che
fanno pensare a certi cronachisti nel nostro Trecento. E notevole la scar-
sa propensione verso la solennit, la gravitas, la grandiosit; ma la via
sembra diversa anche da quella della storiografia tragica 2* '.
Il grande disegno di una storia esauriente dalle origini no ai propri
tempi, disegno che era stato di Gneo Gellio e sarebbe stato di Livio, fu
realizzato in questo periodo da Valerio Anziate. Poich la massima parte
delle testimonianze proviene da Livio, che non cita il libro, la distribu-
zione della materia ci scarsamente nota. L'opera contava almeno 75
libri; il XXII comprendeva il racconto della guerra di Numanzia ( fr. 57
P., riferito al 136 a.C.): anche qui, dunque, preponderanza della storia
recente e contemporanea ( due terzi e pi sull'ultimo mezzo secolo cir-
ca); tuttavia 21 libri dalle origini no alla terza guerra punica costituiva-
no una trattazione ricca e dettagliata. Un indizio di interpretazioni razio-
nalizzanti si scorge nel frammento su Acca Larenzia ( 1 P.), presentata
come una meretrice: questa versione doveva spiegare la leggenda della
lupa. Non sappiamo che peso avesse una tale tendenza. Come scrittore
non godette di nessuna stima: persino l'arcaizzante Frontone ( p. 114 N.
= 132 van den Hout) trovava che scriveva senza grazia ( invenuste). A
noi di citazioni letterali resta cos poco che non possiamo contraddire
l'esigente retore; chiara solo la fedelt all'arcaismo dell'annaIistica.
Di Claudio Quadrigario e di Valerio Anziate non conosciamo la col-
locazione sociale; non sappiamo che legame avessero con le gentes di cui
portano il nome, che, da s, non garantisce la nobilt; specialmente nel
caso di Valerio possiamo dire che un legame sussisteva e inuiva sulla
ricostruzione della storia. La mancanza di ogni indizio sulla loro` attivit
politica indurrebbe a supporre che fossero degli storici letterati. E, inve-
ce, un personaggio della nobilitas, fortemente impegnato nella lotta poli-
tica, l'altro annalista di questo periodo, Caio Licinio Macro, tribuno del-
la plebe nel 73 a.C.; era schierato nell'opposizione antinobiliare; nel 66
a.C., condannato per concussione in un processo in cui Cicerone era ac- _
cusatore, si uccise; era suo figlio l'oratore e poeta Licinio Calvo. L'ope-
ra, in almeno 16 libri, non era delle pi ampie; se nel testo di Prisciano
tramandata bene l'indicazione del numero del libro a proposito del fr.
20 P. ( ma qualche dubbio lecito), il II libro arrivava gi alla guerra
contro Pirro: quindi la trattazione dalle origini no al III sec. a.C. dove-
va essere relativamente rapida. Tuttavia, proprio per questa parte Licinio
era considerato un'autorit. Era attento ai problemi istituzionali e costi-
tuzionali e ricorreva anche a documentazione inconsueta, come i libri
lintei ( cio una cronaca scritta su tela di lino); fossero o no autentici,
non detto che Licinio vi ricorresse a scopo di falsificazione. Come
2" Il racconto del duello di Manlio Torquato ( fr. 10' P.) stato spesso analizzato in
confronto col brano parallelo di Livio ( VII 9, 8- 10, 13): cfr., per es., A. D. Leeman, Ora-
tionis ratio cit., pp. 97- 100. Un esame accurato della lettura da parte di Gellio stato
condotto da A. Ronconi, Gellio e la lingua di Claudio Quadrigario, in Da Omero a Dante,
Urbino 1981, pp. 257- 71 ( lo studio risale al 1975). Non va dimenticato R. Heinze, Die
augusteische Kultur, Leipzig- Berlin 1930 ( rist. Stuttgart 1960), pp. 97- 102.
38 LA PRosA LATINA
scrittore fu screditato da Cicerone ( De leg. I 7), che trovava in lui una
loquacitas ( forse prolissit, chiacchiera facile) con poca arguzia e
senza solida cultura ( nec. . . ex illa erudita Graecorum copia, sed ex li-
brariolis Latinis).
La storiografia di questo periodo costituisce, specialmente per la par-
te non trattata da Polibio, la base pi importante della futura storiografia
su Roma; ed generalmente riconosciuto che una base nda. Nella
storiografia latina non si era mai affermato un metodo critico confronta-
bile con quello, per es., di Polibio; anche la ricerca dell'obiettivit, pur
senza un metodo consolidato, era scarsa. In questo periodo ad accresce-
re le distorsioni contribu un rinnovato culto per le tradizioni gentilizie,
in certi casi oscuratesi negli ultimi tempi; quelle tradizioni contarono
molto nel periodo della reazione aristocratica sillana e anche nell'ultimo
cinquantennio della morente repubblica. Claudio Quadrigario cur il
prestigio della gens Claudia e cerc di abbassare quello dei Fabii; Vale-
rio Anziate esalt senza ritegno i Valerii ( per es., risale a Valerio Anziate
gran parte dell'interpretazione di Valerio Publicola nella biografia che di
lui scrisse Plutarco) e abbass i Claudii; tendenzioso anche il comporta-
mento di Licinio Macro in favore dei Licinii 25. Va sottolineato che que-
ste affermazioni si collocano su un terreno labile, disseminato di ipotesi
e congetture. Dalle citazioni esplicite si ricava poco; ma va tenuto conto
di ci che da quegli annalisti passato, senza citazioni, in Livio e Dioni-
gi; naturalmente le derivazioni non raramente restano incerte; anche
quando sono certe, non si pu trascurare la possibilit che le deforma-
zioni fossero gi nell'annalistica del Il sec. a.C. ( un annalista utilizzato
da Claudio Acilo, che, come abbiamo visto, aveva scritto in greco).
Alle deformazioni stimolate dall'orgoglio gentilizio si univano quelle sti-
molate dalle tendenze politiche; e le passioni politiche, dal periodo dei
Gracchi fino alla battaglia di Azio, furono molto violente. E ipotesi dif-
fusa ( anche se il problema resta sempre aperto, specialmente nell'attuale
revisione della storia dei primi secoli di Roma) che la storia arcaica ro-
mana abbia subito notevoli deformazioni per inuenza delle lotte sociali
e politiche del periodo graccano e sillano: per es., le lotte per il possesso
della terra e per l'attenuazione o la cancellazione dei debiti sarebbero
state trasposte dalla storia contemporanea in quella arcaica. Anche se la
solida certezza si raggiunge' di rado, i dubbi sono tutt'altro che gratuiti.
Oltre questi motivi di deformazione resta sempre forte quello dell'orgo-
glio romano, dell'orgoglio dei dominatori. Si veda, per es., nei racconti
di duelli di Claudio Quadrigario il diverso atteggiamento di Galli e Ro-
mani. Il guerriero gallo che combatter con Manlio, vanaglorioso, tra-
cotante nella sfida: irride i nemici e tira fuori la lingua in segno di scher-
no; all'inizio del duello avanza trascurato e cantando; il romano disci-
plinato, metodico, silenzioso. L'avversario di Valerio Corvino, di statura
25 Per questi problemi si pu consultare con prudenza Santo Mazzarino, ll pensiero
storico classico, II 1, Bari 1966, pp. 293 ss., 300 ss. per Claudio; 449 ss. per Valerio; 306
ss. per Licinio.
La storiografia 39
enorme, coperto di armi splendenti, pieno di superbia e disprezzo; il
romano progreditur intrepide modesteque obviam. Con le dovute diffe-
renze, si ripete il contrasto fra Troiani e Greci o fra Persiani e Greci. La
storiografia romana resta sempre permeata, pi o meno, dall'ammirazio-
ne per le virt del proprio popolo. Hanno origine nello stesso orgoglio
deformazioni pi gravi, o pi ridicole, come le esagerazioni del numero
dei nemici uccisi; era vizio frequente in Valerio Anziate, che nemmeno
Livio riusciva a prendere sul serio.
7. La storiograa latina negli ultimi decenni della repubblica 2
Dell'annalistica fra Licinio Macro e Sallustio abbiamo un'idea ancora
pi vaga. Continuano a coltivarla intellettuali appartenenti alla nobilt:
sono tali, per es., gli Elii Tuberoni. Da una lettera di Cicerone ( Ad
Quint. fr. I 1, 10) pare che scrivesse annali Lucio Elio Tuberone, amico
di filosofi greci e di Varrone; ma non ne sappiamo niente; pu anche
darsi che non li pubblicasse. Pubblic delle Historiae suo figlio Quinto,
citato una volta da Dionigi, due volte da Livio ( oltre che in fonti non
storiche). Anche lui incominciava dalle origini troiane ( fr. 2 P.). A giudi-
care da un paio di passi su Attilio Regolo ( frr. 8- 9 P.), non si lasciava
sfuggire le scene fantastiche e sensazionali: la lotta dell'esercito romano
contro un drago in Africa, le torture, descritte con una certa minuzia,
che i Cartaginesi inissero a Regolo. La mole delle opere, la scarsa viva-
cit, talvolta la scarsa cura dell'informazione gettarono discredito su altri
annalisti di questo periodo: specialmente su Caio Sulpicio Galba ( nonno
dell'imperatore), Ortensio ( il famoso oratore), Tanusio Gemino. In que-
st'ultimo doveva essere notevole l'impegno polemico, rivolto soprattutto
contro Cesare e Crasso. Cicerone desidero vivacemente che le glorie del
suo consolato fossero illustrate in un pezzo organico, tale da assomiglia-
re a una monografia, nel corso di un'opera storica generale che stava
scrivendo un certo Lucceio ( Ad fam. V 12, lettera molto utilizzata per
ricostruire la teoria antica della storiografia). La difficolt di leggere ope-
re ampie spinge alla composizione di epitomi: Bruto, l'uccisore di Cesa-
re, riassunse Fannio e Celio Antipatro; a Farsalo stava scrivendo un'epi-
tome di Polibio. Prima di Sallustio si sentiva la mancanza di storici che
avessero forte personalit e qualit di scrittori.
Il periodo, per, notevole per la fioritura di interessi pi o meno
connessi con la storiografia. Continua e s'incrementa il costume di scri-
vere commentari sulla propria azione politica. Il primo scopo di procu-
rare il materiale dettagliato per lo scrittore di storia; ma il commentario,
anche quando non ha ambizioni stilistiche, generalmente gi un'inter-
prefazione del materiale a ni apologetici e polemici. Varrone, oltre a
un'opera autobiografica ( De vita sua), pubblic commentari su Pompeo
2 Per questa sezione resta utile H. Bardon, La littrature latine inconnue, cit., I, pp.
260- 90.
40 LA PRosA LATINA
e sulla propria attivit di legato nell'esercito di Pompeo ( De Pompeio
libri III, Legationum libri III). Cicerone scrisse in greco commentari sul
proprio consolato; unaltra opera, De consiliis suis, era una difesa anco-
ra pi accanita dei suoi disegni e della sua azione politica, in particolare
della repressione della congiura di Catilina; le accuse contro Cesare ren-
devano scottante l'opera, del resto incompiuta, che fu pubblicata solo
dopo la morte dell'autore. Publio Volumnio, seguace di Bruto, scrisse
commentari sulla battaglia di Filippi, che difendevano l'operato del capo
in quella tragica occasione. E ben noto il capolavoro di questo genere di
letteratura, i commentari di Cesare sulla guerra gallica e sulla guerra ci-
vile. La personalit dell'autore, l'importanza dei fatti narrati, la nudit,
solidit, limpidezza dello stile hanno collocato, giustamente, quest'opera
cos in alto che si fa poi qualche fatica e ricollocarla nel contesto storio-
grafico a cui appartiene. L'interpretazione dei fatti d poco spazio a giu-
stificazioni dall'esterno e rifugge da grossolanit, s da inculcare l'im-
pressione di una solida obiettivit; ma, in particolare nel Bellum civile,
Cesare seleziona il materiale, sposta alcuni dati, illumina tutto in funzio-
ne apologetica; oltre che a se stesso volle innalzare un monumento al
suo esercito, legato pi al proprio capo che allo Stato. Lo stile ufficiale
dei commentarii presente, ma non dominante; ne viene eliminata, co-
munque, ogni traccia di arcaismo ( si ricordi che l'arcaismo caratterizza-
va ancora la storiograa nell'et di Cesare); la lingua quella urbana
delle persone colte, ma senza sapore di colloquialismo. Dall'atticismo
Cesare prende la chiarezza, non l'esilit 0 l'aridit: cos l'atticismo d
nella storiograa, non nell'oratoria, la sua prova migliore. Anche Cesare
scrive per offrire il materiale all'elaborazione letteraria e alla riessione
dello storico: questa non una finzione: non detto che egli proponesse
il suo stile come modello per la storiografia. Del resto il suo stile, anche
se ebbe un elogio da parte di Cicerone ( elogio che a noi suona verace,
ma che era forse, da parte dell'oratore, un complimento), non ebbe pre-
stigio nell'antichit; il suo valore letterario stato riscoperto dai moder-
ni. D'altra parte, se Cesare accetta in complesso i limiti del commenta-
rio, tende anche pi volte a forzarli con l'introduzione del discorso diret-
to e con la drammatizzazione di qualche scena; la tendenza particolar-
mente notevole nell'ultimo libro di ciascuna delle due opere. In questo
senso si pu sostenere che il commentario un genere instabile. Per lo
stile non sono neppure lontanamente paragonabili con Cesare i suoi con-
tinuatori. Particolarmente scialbo Irzio, autore del libro VIII del Bel-
lum Gallicum e, molto probabilmente, del Bellum Alexandrinum. Scrit-
tore non privo d'interesse lignoto autore del Bellum Africum, che,
stranamente, scrive commentari con stile arcaizzante e talvolta icastico
nella rappresentazione. L'autore ignoto del Bellum Hispaniense ha qual-
che reminiscenza letteraria ( per es., da Ennio), ma scrittore stentato:
organizza scarsamente la narrazione e lo stile; suscita interesse come te-
stimone del sermo cotidianus.
Un altro genere che prospera, alimentato per lo pi dalla lotta politi-
ca, in parte dall'erudizione, la biograa. Anche questo un genere in-
stabile, che si muove fra la storia e l'encomio. In qualche caso la biogra-
La storiografia 41
fia scritta da uno stretto collaboratore di un uomo politico importante.
Tirone, liberto e segretario di Cicerone, scrisse una biografia del suo pa-
drone, svelando segreti, non sempre a onore del personaggio celebrato.
Una biografia di Cesare fu scritta da un eques che era fra i suoi collabo-
ratori e amici pi stretti, Caio Oppio: oltre le doti del grande capo mili-
tare vi risaltavano le qualit umane di Cesare, la gentilezza, la prontezza
ad aiutare gli altri; un riferimento a Mario ( fr. 8 P.) probabilmente rien-
trava in un ritratto di Cesare, che imitava Mario nella parsimonia e nella
resistenza ai dolori fisici e alle fatiche. Ispirata da cesarismo doveva
essere anche un'altra biografia scritta da Oppio, quella sul primo Scipio-
ne Africano: vi metteva in rilievo le tradizioni sull'origine divina di que-
sto personaggio e i suoi contatti segreti con Giove Capitolino ( frr. 2- 3
P.): l'eroe carismatico poteva apparire come una figura di Cesare. E
strano che Oppio abbia scritto anche una biografia di Cassio, il pi im-
portante, dopo Bruto, fra gli uccisori di Cesare: forse un opuscolo cesa-
riano, come i libelli contro Catone, scritto dopo la battaglia di Filippi;
ma meglio essere prudenti: Oppio aveva avuto buoni rapporti anche
con Cicerone. Su Bruto scrisse una biografia o, pi precisamente, dei
commentari Lucio Calpurnio Bibulo, figlio del console del 59 27, e di
Porcia ( poi moglie dello stesso Bruto); l'autore aveva partecipato alla
battaglia di Filippi. Opuscoli dello stesso genere scrissero su Bruto altri
due suoi amici, Volumnio Flacco e il retore greco Empylos, quest'ultimo
in greco. La letteratura biografica di questo tipo, che si proponeva l'apo-
logia, e talvolta la denigrazione, di questo o quel personaggio, presenta-
va qualche affinit con i libelli apologetici e le invettive politiche: noto
che una libellistica del genere fu alimentata, gi prima della morte di
Cesare, intorno a Catone. In opuscoli pi o meno biografici su Catone e
Bruto la morte eroica aveva un rilievo eccezionale: emergono, quindi,
affinit con la tradizione letteraria de exitu virorum illustrium, che assu-
mer maggiore importanza nel sec. I d.C.
Della ricca produzione biografica di questo periodo ( anzi di tutta la
produzione biografica latina prima di Svetonio) ci rimasta solo una
piccola parte di un'ampia raccolta di biografie di Cornelio Nepote ( intor-
no al 100 a.C.- dopo il 31 a.C.), un erudito piuttosto superficiale prove-
niente dalla Gallia Cisalpina ( Pavia o un luogo vicino): dell'opera De
viris illustribus, in almeno 16 libri, ci rimasta la sezione sui duci stra-
nieri ( altre sezioni riguardavano re, storici, poeti, oratori ecc.), e le vite
di Catone il Censore e di Tito Pomponio Attico ( l'amico di Cicerone),
tratte dalla sezione de Latinis historicis ( di Catone scrisse anche una bio-
grafia pi ampia di quella rimastaci) 2 . Le biografie di Nepote per l'im-
27 Per distrazione il figlio viene confuso col padre da H. Bardon, La littrature latine
inconnue, cit., I, p. 273.
23 Su Comelio Nepote un saggio breve e succoso, oltre che elegante, stato scritto di
recente da E. Narducci come introduzione alla trad. di C. Vitali, BUR, Milano 1986.
42 LA PRosA LATINA
pianto compositivo si collocano difficilmente negli schemi pi noti delle
biografie antiche, schemi che conosciamo solo in parte e di cui i lologi
moderni un tempo esageravano la rigidit. Forse era nuovo il disegno
complessivo, che afancava in ciascuna sezione una serie di biografie ro-
mane a una serie di biografie greche; Nepote tendeva forse ad affermare
la superiorit dei Romani, ma in ci che ci resta .la boria nazionale tra-
spare ben poco; anzi al rispetto dei valori tradizionali romani si unisce
un blando relativismo etico, che fa notare come la morale cambia secon-
do i popoli e che non si pu pretendere una morale assoluta valida per
tutti gli uomini. La pi ampia delle biografie di Nepote quella dell'ami-
co Attico, un elogio molto signicativo di un nuovo modello etico, quel-
lo dell'uomo disimpegnato dalla politica, ma attivo nella societ econo-
mica e intellettuale, dedito agli studi, ma non appartato in uno sterile
egoismo, anzi fedele a un ideale di humanitas. Nel racconto delle impre-
se militari Nepote segue un filo cronologico, ma seleziona senza preoccu-
parsi di completezza e precisione. Egli ben cosciente che la biografia
non storia e che pu concedere molto all'encomio; ancora pi egli si
preoccupa di dilettare con aneddoti e curiosit: questo scopo raramente
mancava nelle biografie antiche.
Forse l'attivit storica pi seria di questo periodo si pu indicare nei
tentativi di fondare pi solidamente la cronologia. Catullo, dedicando a
Nepote le sue nugae, mostra di ammirare Nepote per le fatiche sopporta-
te a comporre i Chronica: tre libri di storia universale, che dovevano
dare alla cronologia la preminenza sugli avvenimenti. Riscosse pi fidu-
cia, e probabilmente era pi solido, il Liber annalis di Attico, composto
fra il 49 e il 47 a.C. Nepote apparteneva alla cerchia letteraria che fre-
quentava la casa di Attico sul Quirinale, la domus Tamphiliana, e in cui
comparivano anche Cicerone, Ortensio, Varrone: in questo ambiente
linteresse per storia e antiquaria era molto vivo. Forse anche gli Annales
di Varrone, in tre libri, mostravano interesse preminente per la cronolo-
gia. E congettura verosimile che impostazione analoga a quella dell'opera
di Attico avesse il Liber annalis di Lucio Scribonio Libone, un amico di
Varrone, che scrisse nel 46- 45 a.C. 2 .
Il pi considerevole contributo alla storia Varrone lo diede nelle sue
numerose opere di antiquaria. Da giovane si occup di lingua latina; ma
va ricordato che i grammatici latini non raramente fondevano lo studio
sul lessico con quello su istituzioni e costumi antichi. Pi tardi, e special-
mente negli anni del dominio di Cesare, s'impegn a fondo in opere di
antiquitates ( Antiqutates rerum humanarum et divinarum in 41 libri,
De gente populi Romani in quattro libri, De vita populi Romani in quat-
tro libri). Da Fabio Pittore in poi questi interessi non si erano mai spen-
ti;dedic anche per valorizzare la vita romana arcaica in un'etica arcaiz-
zante che era diffusa nell'lite intellettuale romana, ma che era partico-
larmente viva, sulla scia di Catone il Censore, in chi, come Varrone, pro-
veniva dalla Sabina ( era nato a Rieti). Sulla religione romana ed etru-
29 Cfr. le argomentazioni di H. Bardon, La littrature latine inconnue, cit., I, pp. 268 s.
La storiografia 43
sca, i riti, le istituzioni religiose v' fra i contemporanei di Varrone una
ricca oritura 3 .
Rispettando la classificazione degli antichi, che si imposta troppo
anche agli studiosi moderni, si rischia di lasciar fuori dalla storiografia
opere pi importanti dell'annalistica e dei commentari: per es., il De re
publica di Cicerone, opera molto importante per la storia arcaica di Ro-
ma. Per inuenza di Polibio troviamo qui un tipo di storiograa che eb-
be un suo spazio nella cultura greca, molto meno in quella latina: la
storia delle costituzioni politiche, alla quale aveva dato l'avvio Aristote-
le 3* . Questo tipo di storiograa procedeva per forti astrazioni: non era-
no astrazioni vuote, ma erano troppo astratte per suscitare l'interesse
della cultura politica e storica latina.
8. La storiograa latina fra repubblica e principato
Come ho gi accennato, l'insoddisfazione per il livello della storiogra-
fia latina era acuta nell'ultimo decennio circa della vita di Cicerone. L'in-
soddisfazione si riferiva soprattutto al livello letterario, non confrontabi-
le con quello della storiografia greca 22. Per Cicerone la prospettiva era
lestensione alla storiografia del livello raggiunto dall'oratoria ( De or. Il
55); pochi anni dopo nel De legibus ( I 5 ss.) egli introduce nel dialogo
Attico che fa pressioni su di lui perch si dedichi alla storia e risponda
all'attesa del pubblico clto. Nonostante la vanit di Cicerone, credibi-
le che questa fosse veramente l'opinione di Attico e dei suoi amici: Cor-
nelio Nepote nella sezione sugli storici latini compresa nel De viris illu-
stribus ( fr. 17 P. = 53 Marshall), riferendosi a Cicerone ormai morto,
sostiene che egli era il solo che avrebbe potuto e dovuto portare la sto-
riografia latina, come aveva gi fatto per l'oratoria e la filosofia, a un
alto livello, confrontabile con quello dei Greci. All'attesa si accingeva a
rispondere Caio Sallustio Crispo ( 86 a.C.- 36/35 a.C.), ma per via molto
diversa da quella che Cicerone e i suoi amici desideravano.
Sallustio sentiva anche lui acuto il disagio per la condizione di infe-
riorit rispetto ai Greci ( Cat. 8, 3 ss.); tuttavia, non fu questa la ragione
che lo indusse a scrivere storia. Sallustio, proveniente, come Catone il
Censore e Varrone, dalla Sabina ( era nato ad Amiternum), aveva avuto
unesperienza politica non di primo piano, agitata e traumatica: come
tribuno della plebe, era stato fra gli agitatori pi accesi della folla dopo
l'uccisione di Clodio ( forse anche per inimicizia personale contro Milo-
3 Poich tali opere non rientrano nell'ambito di questa trattazione, mi limito a riman-
dare a H. Bardon, La littrature latin inconnue, cit., I, pp. 306- 16.
21 Sulla storiograa di questo tipo R. Weil, Aristote et l'histoire, Klincksieck, Paris,
1960; Philosophie et histore: la vision de l'histoire chez Aristote, in La Politique
d'Aristote, Entretiens de la Fondation Hardt, XI, Genve 1964, pp. 159- 89.
22 Per il dibattito sulla storiograa in questo periodo cfr. A. D. Leeman, Orationis
ratio cit., pp. 225- 30; A. La Penna, Sallustio e la rivoluzione romana, Milano 19733,
pp. 370 ss.
44 LA PRosA LATINA
ne); era stato espulso dal senato nel 50 a.C. per indegnit morale ( ma
probabilmente per ragioni politiche); aveva rialzato le sue fortune politi-
che mettendosi al seguito di Cesare ed era arrivato alla pretura nel 46
a.C. e poi al governo della provincia di Numidia; accusato di malversa-
zioni per questo governo, aveva evitato la condanna, ma si era ritirato
dalla politica gi prima della morte di Cesare. Rientra, dunque, anche lui
fra gli storici senatori che scrivono storia dopo aver rinunciato all'attivit
politica. Bench la storiograa a Roma contasse circa un secolo e mezzo
di vita e al tempo di Sallustio gli storici non mancassero, lui, uomo pro-
veniente dalla politica, sente il bisogno di giustificare l'attivit letteraria
in generale e la storiograa in particolare: questo lo scopo degli ampi
proemi delle due monograe, il Bellum Catilinae e il Bellum Iugurthi-
num, scritte nei torbidi anni che seguirono alla morte di Cesare. Fare
storia con l'azione politica compito preminente rispetto allo scrivere
storia; ma la situazione politica cos deteriorata per lo scatenarsi di
ambizioni e di avidit e per l'inquinamento del senato che non esiste pi
spazio per un'attivit politica onesta e utile allo Stato: meglio, quindi,
evitare l'0tium ignavo e cercare un otium impegnato nell'attivit storio-
graca, che anch'essa frutto della virtus, della parte pi nobile dell'uo-
mo, e, in quanto contribuisce alla formazione morale del cittadino, assol-
ve anch'essa un compito politico.
La scelta della storia , dunque, per Sallustio una risposta alla crisi
dello Stato e della societ: quindi, innanzitutto, un'interpretazione della
crisi. Invece di dare una storia completa della malattia Sallustio si propo-
ne di esaminarne e narrarne alcune fasi acute: perci sceglie la congiura
di Catilina e lo scandalo della guerra giugurtina. Animatori della congiu-
ra sono elementi corrotti della nobilitas. Specialmente 1'esperienza silla-
na ha tolto ogni freno all'ambizione e all'avidit di una parte dei nobili,
che, una volta rovinati dai debiti per il loro lusso illimitato, sono pronti
a ogni avventura politica, anche allo sconvolgimento dello Stato; ma, se
arrivano a disegni del genere, a forme di criminalit politica, perch
trovano nella societ romana, soprattutto nella capitale, molta materia
inammabile: Roma diventata una sentina di miseria e di vizi, in cui
sono conuiti dalla campagna coltivatori che hanno perduto le loro ter-
re; anche coltivatori rimasti sui campi soffrono sotto il peso dei debiti;
nelle province vi sono popolazioni che non sopportano pi le angherie
dei governanti; gli schiavi costituiscono ancora una riserva per le rivolte.
Catilina rifiut il ricorso agli schiavi, consigliato da alcuni complici, ma
cerc di stringere insieme le altre forze avverse al governo senatorio, le
parti della societ pi colpite dalla crisi economica: perci le manovre di
pochi sobillatori furono sentite come un pericolo gravissimo per l'assetto
sociale, oltre che per quello politico. Se all'origine della malattia c', co-
me per Catone il Censore, la corruzione morale ( dunque l'interpretazio-
ne della crisi resta moralistica), nell'analisi di Sallustio alcuni fattori eco-
nomici e sociali della crisi emergono.
E evidente che la repressione sanguinosa della congiura a Roma e in
Etruria, dove era alimentata da coloni sillani in difcolt economiche,
pienamente giustificata, compresi il senatus consultum ultimum, eserci-
La storiografia 45
zio di una quasi- dittatura del senato, e l'uccisione dei congiurati a Roma
senza processo. I meriti di Cicerone sono riconosciuti, ma non esaltati:
l'opuscolo non fu scritto per denigrare il console del 63 a.C., ma tanto
meno per tessere l'elogio del padre della patria. Scopo importante, an-
che se non unico, per Sallustio tracciare lo sviluppo della congiura in
modo che sia eliminata ogni responsabilit di Cesare nella congiura stes-
sa, anzi ogni alleanza, anche precedente, di Cesare con Catilina; non so-
no dissipati con altrettanta cura i sospetti su Crasso. Sallustio resta un
cesariano convinto; ma non solo in questione la difesa di un grande
uomo: lo scopo dimostrare che l'opposizione cesariana al senato non
ha niente in comune con l'eversione sociale e politica, mentre dagli av-
versari, e specialmente da Cicerone anche dopo la morte di Cesare, si
tende a insinuare che il partito cesariano una combutta di catilinari.
C, tuttavia, un mutamento importante nel cesariano deluso, ma non
pentito: la considerazione per Catone l'Uticense, visto come il vero vin-
citore della criminale rivolta. Sallustio ora convinto che per la salvezza
della societ e dello Stato le virt di Catone, l'austerit e l'intransigenza
che non va in caccia di gloria, non valgono meno di quelle di Cesare,
liberalit, mitezza, energia, qualit di condottiero di eserciti. Lo storico
ritiene che vada cos superata la lunga polemica pro e contro Catone.
La guerra giugurtina lo attir perch si prestava a denunciare gli
aspetti pi negativi della nobilitas senatoria. Per anni la nobilt lascia
spazio alla tracotanza e allabilit di Giugurta, che ha comprato una par-
te del senato; anche nella parte migliore animata da una superbia non
intaccabilc, che cerca di chiudere la carriera politica a homines novi di
grande valore: tipico il comportamento di Metello, pur elogiato come ca-
po militare, verso Mario. Ma lo storico denuncia anche l'opposizione an-
tisenatoria priva di freno, quella che ricorre all'agitazione di piazza e alla
violenza ( e anche i Gracchi mancarono di moderazione). L'opposizione
moderata dovrebbe mirare al superamento del mos partium et actio-
num, alla concordia della societ nello Stato; e il governo dello Stato, il
senato, dev'essere aperto ai talenti dell'lite sociale di Roma e d'ltalia
non ancora entrata nella nobilitas. Il cambiamento dev'essere l'amplia-
mento della classe dirigente e la rigenerazione morale, non la rivoluzione
sociale consistente in una redistribuzione della propriet e la cancellazio-
ne dei debiti. Le stesse tendenze, che danno i criteri per il giudizio stori-
co, permangono, anzi si accentuano nelle Historiae, interrotte al V libro
( arrivavano dal 78 a.C. almeno no al 67 a.C.): condanna della nobilt,
ma anche della demagogia tribunizia e della rivolta, esaltazione di hom -
nes novi, come Sertorio, che s'innalzano grazie al valore militare, non
con manovre demagogiche. Le passioni del vecchio cesariano rimangono
vive e si avvertono specialmente nella coloritura polemica di Pompeo, un
ambizioso privo di scrupoli, incline persino ad adulare il volgo per innal-
zarsi.
Le due monografie di Sallustio non isolavano solo un tema, ma anche
un problema: questa organicit di riessione storica era una novit rile-
vante nella storiograa latina. Il tema non veniva isolato, ma collocato
rapidamente nel contesto di un'interpretazione generale della storia ro-
46 LA PRosA LATINA
mana: la funzione di raccordo era affidata specialmente all'introduzione
del B. Cat. ( 6- 14) e agli excursus centrali delle due monografie ( Cat. 36,
4- 38, 4; lug. 41- 42). Come nella tradizione morale almeno da Catone il
Censore in poi, alla decadenza di costumi veniva opposta l'integrit poli-
tica e morale dei primi secoli di Roma, specialmente dei primi secoli del-
la repubblica. La spiegazione della crisi era prevalentemente moralistica,
ma Sallustio tenne molto conto anche di un concetto pi razionale che
aveva avuto una certa diffusione: la crisi, la cui manifestazione pi peri-
colosa era la lotta fra i partiti, si scaten quando venne a mancare il
metus hostilis, cio quando Roma non ebbe pi nemici esterni che mi-
nacciassero la sua esistenza: la caduta della paura dei nemici esterni fu
la fine della concordia interna. La svolta segu presto alla distruzione di
Cartagine nel 146 a.C. Il concetto, ancora incerto nel Bellum Catilinae,
chiaro nel Bellum Iugurthinum e viene esteso nelle Historiae anche alla
storia arcaica di Roma: le prime discordie interne erano scoppiate con la
ne della paura che incutevano gli Etruschi, cio col tramonto della po-
tenza di questo popolo. Questo importante concetto, che avrebbe avuto
fortuna anche in et moderna, fu affermato dal grande filosofo e storico
greco Posidonio, ma correva in ambienti politici romani sin dalla ne
della seconda guerra punica: l'influenza di Posidonio non fu determinan-
te. I Romani dovevano averlo sviluppato partendo da suggestioni greche,
che risalivano fino a Platone.
L'importanza fondamentale, che per Sallustio aveva, nella storia, l'in-
tegrit di tutto il popolo, non eliminava il rilievo dei grandi personaggi.
Lo storico ereditava da Catone il Censore e da Cicerone il concetto che
lo Stato romano era stato costruito lentamente dalle virt dei cittadini:
questo concetto che opera, anche se non formulato esplicitamente, nel-
l'introduzione al Bellum Catilinae; ma la sua efficacia limitata, nel cor-
so stesso della prima monografia, dal fascino delle grandi personalit, di
cui anche la storia recente ( al contrario del momento attuale) era stata
ricca; il rilievo delle grandi personalit riconosciuto a proposito di Ce-
sare e Catone, prima del famoso confronto ( Cat. 53), e resta, anche se
meno evidente, nelle due opere successive, dove spiccano Giugurta, Me-
tello, Mario, Silla, Sertorio, Mitridate ecc. Fra i due poli v' una tensione
problematica non del tutto risolta.
L'organicit del pensiero si unisce a una notevole organicit della
composizione. La seconda, per, non nasce solo dalla prima: presuppone
un'arte compositiva ellenistica le cui origini ci restano oscure. In ciascu-
na delle due monografie l'azione si sviluppa drammaticamente no al
punto pi acuto della crisi, dopo il quale si ha un avvio verso la salvez-
za; l'excursus etico- politico centrale collocato proprio al momento del-
la svolta. Anche excursus di altro genere dividono opportunamente il
corso dellazione. Pezzi forti della composizione sono discorsi e lettere,
che non sembra abbiano la funzione strutturale degli excursus; Sallustio
riesce bene a equilibrare la funzione tucididea d'illuminare situazioni e
intenzioni con la funzione drammatica di caratterizzare personaggi. Cu-
rato il rilievo dei momenti di pi viva tensione. ll tessuto narrativo era
pragmatico, cio costituito dagli affari politici e militari, ma Sallustio si
La storiografia 47
preoccupa di dare a tutta lazione vitalit drammatica, una vitalit into-
nata con la sua interpretazione moralistica della storia; non manca qual-
che ricerca degli effetti della storiografia tragica, ma la ricerca molto
misurata, cos misurata da essere sfuggita a molti interpreti 33. Si accorda
con questa tendenza, anche se da essa non dipende, larte del ritratto,
con le sue pennellate essenziali e decise: un'arte di cui Sallustio fu mae-
stro. Il nuovo storico sintetizzava storia pragmatica e storia tragica con
una solidit che probabilmente nessuno aveva raggiunta.
Ma la novit che colpiva di pi, e che fu anche la pi criticata, era
nello stile. Era proprio il contrario di quello che Cicerone e i suoi amici
desideravano: non uno stile uido, di un discreto splendore e tuttavia
non lontano dalla lingua urbana, ma uno stile arcaizzante, com'era nella
tradizione della storiograa, caratterizzato da gravitas, aspro, spesso vo-
lutamente disarmonico. Fu accusato di aver saccheggiato il lessico di Ca-
tone, e c'era del vero nell'accusa; ma quell'arcaicit era in funzione di
una oauvtn tucididea, quell'asprezza era espressione di vigore ed ener-
gia, all'armonia del ritmo si sostituivano densit pregnante e agilit se-
mantica e icastica; mai l'arcaismo si era unito cos efficacemente con la
novit, e il nuovo stile, anche se osteggiato per un lungo periodo, doveva
diventare lo stile classico della storiografa latina. Se era netto il distacco
dalle aspirazioni dei ciceroniani, ancora pi netto era il distacco dal pre-
decessore Sisenna. Di questo storico Sallustio aveva continuato l'opera,
che finiva alla morte di Silla. Sallustio ne rifiuta sia il giudizio su Silla
sia lo stile: gravitas invece di grazia e raffinatezza lessicali. La nuova
storiografia non voleva essere un genere d'intrattenimento.
Nel pensiero e nello stile Sallustio os ispirarsi a Tucidide. Dal vigore
critico di Tucidide rimase lontano, per i limiti del pensiero storico latino
pi che per debolezza personale; il rapporto con un cos grande modello
era confrontabile con quello fra Cicerone e Demostene e dimostrava lo
stesso coraggio e la stessa consapevolezza delle proprie forze; la nuova
storiograa intendeva porsi al livello della migliore storiograa greca: al-
meno in questo la via era quella che Cicerone desiderava. Ci non deve
nasconderci i limiti della via imboccata: la storia pragmatica tucididea,
ornata con coloriture tragiche, emarginava altri interessi, specialmente
quelli di antiquaria; se el- iminava curiosit futili, riduceva anche l'interes-
se per l'etnografia. La storia guadagnava in solidit e profondit, ma di-
ventava meno varia e vivace e, in definitiva, restringeva l'orizzonte.
Non sappiamo fino a che punto Sallustio intendesse arrivare con le
sue Historiae. Poco dopo la sua morte un'opera di pari ambizioni e re-
spiro scrisse un uomo politico di maggiore rilievo, anche lui di estrazio-
ne italica ( proveniva dal paese dei Marrucini), Caio Asinio Pollione ( cir-
ca 75 a.C.- 4 d.C.): un altro storico senatore, un altro homo novus dell'1-
talia centrale, come Catone e Sallustio. Lo stile del suo predecessore non
gli piaceva: polemizz contro di lui con una certa asprezza e malignit,
accusandolo di essere troppo arcaizzante, oscuro, audace nei traslati; at-
Cfr. la discussione da me svolta in Sallustio cit., pp. 350- 7.
48 LA PROSA LATINA
tacc anche Cesare come trascurato nello stile e poco obiettivo. Eviden-
temente mirava a uno stile nuovo, personale, di cui possiamo farci una
pallida idea da un breve pezzo ( fr. 5 P.) contenente un giudizio su Cice-
rone 3^ : uno stile secco, non banale, ma privo sia di grazia sia dell'e-
nergia che caratterizza lo stile sallustiano; la collocazione delle parole gli
d una certa asprezza, tuttavia ben lontana da quella del predecessore;
asprezza e oscurit dovevano essere molto attenuate, gli arcaismi erano
meno frequenti, ma ci non bastava per fare di Asinio un grande scritto-
re. Comunque, non possiamo dare un giudizio in base a poche righe.
Il giudizio di Asinio su Cicerone non benevolo, ma, se consideria-
mo altre manifestazioni della sua ostilit verso l'oratore date in altre
opere, si nota uno sforzo verso l'obiettivit; probabilmente le sue pretese
di obiettivit, come quelle che ispirano il suo giudizio sui commentari di
Cesare, non erano vane. Il compito di offrire un racconto spassionato e
rigoroso era reso difficile dalla materia: naturalmente le vicende da lui
trattate nelle Historiae, dal cosiddetto primo triumvirato del 60 a.C. si-
no, almeno, alla battaglia di Filippi, cio tutta una fase di guerre civili,
era oggetto di controversie e polemiche aspre. Si pu congetturare una
sua influenza anche in altra direzione: se le coincidenze fra Appiano e
Plutarco vanno spiegate, secondo l'opinione prevalente, con la comune
dipendenza da Asinio, si pu concludere che a lui risalgono l'aura gran-
diosa e prodigiosa e la drammatizzazione di molti eventi delle guerre ci-
vili, per es., del passaggio del Rubicone, a cui egli partecip al fianco di
Cesare e che nel Bellum civile di Cesare non ha nessun rilievo. Non vo-
glio dire che egli invent quelle tradizioni, ma che ne fu il primo testi-
mone autorevole e il primo narratore ad alto livello letterario. Se la con-
gettura giusta, vuol dire che Asinio diede alla storiograa tragica
spazio molto pi ampio di Sallustio e che fu un anello d'importanza de-
cisiva nella storia della storiograa latina.
L'opera storica di Asinio era tra quelle che davano spazio all'autobio-
grafia e alla testimonianza diretta. Si pu congetturare lo stesso del Bel-
lum Parthicum di Quinto Dellio, che Messalla boll come desultor bello-
rum cvilium: era passato, infatti, dai cesariani ai cesaricidi, dai cesarici-
di ad Antonio, da Antonio a Ottaviano. Della campagna di Antonio con-
tro i Parti del 36 a.C. era stato testimone diretto. Non escluso che
l'opera fosse scritta o pubblicata sotto il principato; e la stessa incertez-
za sussiste per alcuni commentari e biografie che riguardano avvenimen-
ti dalla guerra fra Cesare e Pompeo sino a Filippi e che segnaler a pro-
posito della storiografia augustea.
9. La storiograa latina sotto il principato augusteo
Le opere di Sallustio e di Asinio Pollione erano molto radicate nell'e-
sperienza delle guerre civili e nel problema della crisi di repubblica e
3" Breve analisi in A. D. Leeman, Orationis ratio cit., pp. 251 s.
La storiograa 49
societ. Con la vittoria dell'erede di Cesare ad Azio nel 31 a.C. e con
l'assetto del principato augusteo nel 27 a.C. l'et della crisi, delle guerre
sanguinose, del caos si chiudeva e incominciava quella della restaurazio-
ne di res publica, societ, religione, morale: cos proclamava il nuovo
regime, e cos apparve sempre di pi ai contemporanei e ai posteri. Tut-
ta la cultura fu condizionata dal nuovo regime. Un'egemonia sulla poesia
era stata gi organizzata da Ottaviano e Mecenate nel decennio prece-
dente; l'oratoria politica quasi scomparve, e poco dopo divent fiorente
il costume delle declamazioni nelle scuole; la storiografia rest molto pi
vitale delloratoria, pi indipendente della poesia, ma sub anch'essa un
forte cambiamento.
Tito Livio ( 59 a.C.- 17 d.C., ma queste date non sono accettate da
tutti 35) incominci a scrivere i suoi monumentali Annales ( in 142 libri,
di cui ci sono rimasti 1- 10 e 21- 45) o nel 27 a.C., cio nell'anno stesso
del nuovo assetto politico, o negli anni fra Azio e il 27 a.C. ( un inizio
anteriore molto improbabile). Era nato a Padova, citt ricca e impor-
tante della regione dei Veneti, in quella Gallia Cisalpina che nel I sec.
a.C. aveva gi dato molto alla letteratura latina. Probabilmente proveniva
dai ceti ricchi e solidi non ancora entrati nell'lite politica, ma impregna-
ti di cultura greca e romana. Questa origine provinciale presupposto
favorevole, anche se non necessario, a una morale austera, fedele agli
antichi costumi: sotto questo aspetto Livio pu essere messo nella tradi-
zione di Catone, Sallustio, Asinio. Probabilmente fu uno di quegli intel-
lettuali a cui l'accesso al foro e alla politica non era chiuso, ma che pre-
ferirono restare fedeli alle lettere. Quasi tutta la sua attivit egli dedic
alla sua amplissima opera, che venne pubblicando a gruppi di libri; il
successo fu grande, e non solo a Roma: si narr di un suo ammiratore
che venne a Roma da Cadice per vederlo e che, dopo averlo visto, non
volle vedere altro nella capitale.
La mancanza di impegno politico ha indotto qualche interprete a
contrapporre Livio, come storico privo di esperienza politica, all'alto li-
gnaggio degli storici senatori 3 ; la contrapposizione, almeno nella misu-
ra, non convince: Livio ha le sue convinzioni politiche e morali, che
coincidono con quelle di gran parte dell'lite politica del suo tempo e
hanno molti punti di contatto con quelle dei precedenti storici senatori;
ha scarsa competenza giuridica e militare, ma Sallustio nel Bellum Iu-
gurthinum non gli superiore di molto; Livio scrive storia con tutto il
suo armamentario retorico, ma in questo non differisce da Sallustio e da
Tacito, anche se le loro scelte stilistiche sono molto diverse. Una netta
distinzione fra storici senatori e storici letterati pi fuorviante che uti-
le.
Come nei poeti contemporanei, e anzi di pi, l'esperienza della crisi
35 R. Syme, Livio e Augusto, trad. ital. premessa a Livio tradotto da M. Scandola,
BUR, Milano 1982 ( l'articolo risale al 1959), pp. 25- 9, ha proposto il 64 a. C. per la nasci-
ta, il 12 d. C. per la morte.
3 Cfr. R. Syme, Livio e Augusto, cit., spec. p. 83; una valutazione diversa ho propo-
sta in Aspetti del pensiero storico latino, cit., pp. 100- 4.
50 LA I RosA LATINA
resta molto viva in Livio. L'ultimo secolo della repubblica aveva una
parte amplissima nell'opera: pi di met, 74 libri dalla distruzione di
Cartagine a Filippi, era dedicata allultimo secolo della repubblica. Dai
riassunti ( periochae) dei libri perduti non possiamo farci unidea della
sua interpretazione della crisi, ma che della crisi avesse una dolorosa co-
scienza evidente gi dalla praeatio 37: la potenza romana cresciuta a
tal punto che ora malata perch schiacciata dalla sua stessa mole
( Prae. 4 ut iam magnitudine laboret sua); da tempo il popolo domina-
tore si distrugge con le sue stesse forze ( iam pridem praevalentis populi
vires se ipsae coniciunt); la malattia dello Stato e della societ, dopo un
processo dapprima lento, poi sempre pi rapido, si aggravata no al
presente, in cui sono divenuti intollerabili sia i mali sia i rimedi ai mali
( Prae. 9 ad haec tempora quibus nec vitia nostra nec remedia pati pos-
sumus). Risuona l'eco della notte sanguinosa delle guerre civili: suis et
ipsa Roma viribus ruit era riessione amara di Orazio in uno degli epodi
civili ( 16, 2) 38. L'entusiasmo per la restaurazione, la rinascita non sem-
bra aver toccato ancora il nuovo storico di Roma: la coscienza della crisi
ancora vicina a quella di Sallustio, di cui Livio tiene presente soprat-
tutto il proemio alle Historiae 3 .
La coscienza della crisi, se scuote fortemente la fiducia nel futuro,
non intacca l'ammirazione per il grande passato del popolo romano. An-
cora Sallustio, come abbiamo visto, contrappone al presente corrotto un
tempo in cui la societ romana era integra; ma nelle Historiae tendeva a
restringere questo tempo felice; per Livio il popolo romano stato il pi
grande per potenza, purezza di costumi, parsimonia: l'avidit, l'amore
del lusso vi sono penetrati molto pi tardi che presso altri popoli ( Prae.
11). Egli rinsalda una tendenza generale della storiograa giusticando
pienamente le conquiste e il dominio di Roma. La storiografia, non me-
no dell'epica, aperta alla comprensione, se non all'accoglimento, delle
ragioni dei vinti": nelle Historiae di Sallustio, per es., spiccava una let-
tera di Mitridate al re dei Parti ( lettera conservataci), che una lucida
accusa del rapace imperialismo romano in Oriente. Livio sviluppa abba-
stanza questo orientamento: rispetta le lotte di popoli contro Roma in
difesa della propria libert e, almeno per l'Italia, valorizza l'ampliamento
dello Stato come associazione di uomini liberi alla cittadinanza romana
( cfr. spec. VIII 13, 16, in un discorso di Camillo per la concessione della
cittadinanza ai Latini vinti, VIII 20, 10- 21, 10, sulla concessione della
cittadinanza ai Privemati ribelli) " . Secondo una tendenza anch'essa ben
37 Per la praeatio di Livio rimando all'approfondita e originale analisi di M. Mazza,
Storia e ideologia in Livio. Per un'analisi storiograica della praeatio ai Libri ab urbe
condita", Catania 1966, con la quale concordo in gran parte.
3 La suggestione di Orazio confermata dall'eco pi precisa in VI 19, 6 ut suis ipse
oneratus viribus ruat, detto di Manlio Capitolino.
39 Sul confronto della praeatio liviana con Sallustio cfr. L. Amundsen, Notes to the
Preace of Livy, in Symbolae Osloenses, 25, 1947, pp. 31 ss.; M. Mazza, Storia e ideolo-
gia cit., pp. 70 ss.
4 Per ragioni di brevit rimando a una trattazione meno cursoria da me data in
Aspetti del pensiero storico latino, cit., pp. 66- 72.
La storiograa 51
affermatasi e consolidata da Varrone, segnala gli apporti di altre civilt
alla civilt romana 4'. Tuttavia, la centralit di Roma non minimamente
in questione: anche se l'impero magnitudine laborat sua, in ci che con-
serviamo di Livio difficile scorgere la tendenza a superare l'orizzonte
della citt- Stato.
La giustificazione dellimpero ha basi religiose e morali. Come nell'E-
neide, la formazione dell'impero avviene ool favore degli dei; Virgilio
usa il termine atum, Livio generalmente quello pi indefinito di fortuna,
ma fra i due termini v' una larga coincidenza concettuale, a cui non
bisogna chiedere la profondit di una filosofia della storia. La cultura
filosoca, vagamente stoica, si avverte poco; molto pi operante la re-
ligiosit tradizionale, del resto conciliabile con lo stoicismo: la si nota
anche nella viva attenzione per i prodigi e i presagi che l'annalistica tra-
mandava. Qualche punta di incredulit afora anche in Livio, ma non
tale da intaccare le fondamenta della sua fede nella divinit e nell'in-
uenza della divinit sulla storia. Come nell'Eneide, il favore divino non
diminuisce il merito degli uomini: i Romani hanno conquistato il mondo
grazie al loro valore in guerra, la loro disciplina, la loro pietas, che
soprattutto il culto della famiglia, della res publica, delle divinit. La col-
laborazione tra fortuna e virt prevale in Livio nettamente sul contrasto;
comunque la sua opera un anello essenziale tra la riessione greca,
tucididea, su txn e yvu' | .I] e la riessione umanistica e machiavellica su
fortuna e virt.
Il popolo nella sua unit, Forganizzazione statale, la morale della so-
ciet hanno in Livio una solida importanza: si capisce, quindi, come un
latinista illustre abbia potuto dire che il popolo l'eroe della sua ope-
ra ; ma non neppure infondato affermare che la sua opera una gal-
leria di eroi o di grandi personalit. In realt, come risulta dalla praea-
tio 43, egli si proposto il difcile equilibrio fra la rappresentazione della
vita e dei mores del popolo da un lato e dei meriti politici e militari dei
viri dall'altro: il suo pensiero sulla storia romana era, press a poco, quel-
lo di Ennio: moribus antiquis res stat Romana virisque. Ha realizzato
l'equilibrio a suo modo, un modo che non pu essere, ovviamente, il
nostro; comunque le due esigenze sono sempre operanti nell'opera. Si
capisce che egli non amasse le personalit che violavano la tradizione o
tendevano a collocarsene fuori: il 'pompeiano' non nutr un culto per
Cesare.
Un vero culto non nutr neppure per Augusto, l'erede di Cesare, ma i
rapporti reciproci furono buoni, certamente senza punte di ostilit. L'eti-
chetta di pompeiano, che Augusto appiccic scherzosamente a Livio,
non era priva di ogni fondamento; ma gli spiriti repubblicani che lo sto-
rico dimostrava, non solo erano compatibili col nuovo regime, ma rien-
travano anche nell'ideologia del principato che il restauratore della re-
'" Cfr. Aspetti del pensiero storico latino, cit., pp. 133- 9.
42 Cfr. R. Heinze, Die augusteische Kultur, cit., p. 103.
43 Cfr. M. Mazza, Storia e ideologia cit., pp. 107 ss.; ma un'interpretazione pi equili-
brata appare a pp. 127 s., 129 s.
52 LA PROSA LATINA
pubblica and plasmando almeno dal 27 a.C. in poi e che si caratteriz-
zava per il distacco dalle forme cesariane del potere ( come la dittatura),
per dissipare ogni sospetto di regnum. Come per gli altri intellettuali
contemporanei, difficile segnare il confine tra la convergenza sponta-
nea e il conformismo. V'era certamente un consenso spontaneo per al-
meno due ragioni: il ritorno alla pace, alla religione e morale tradiziona-
le e l'eliminazione della demagogia tribunizia e della lotta fra i partiti, in
cui potevano insinuarsi aspirazioni pericolose dei ceti poveri; in Livio
mancava anche la spinta al dissenso che operava nei poeti, l'attrazione di
valori importanti che si ponevano al di fuori della comunit e della vita
pubblica; ma impossibile sapere se egli accettasse per vero tutto ci
che di falso vi era nelle forme costituzionali e nell'ideologia. Un inter-
vento del princeps nel lavoro dello storico ci fu a proposito degli spolia
opima offerti a Giove Feretrio, nel 437 a.C., da Aulo Cornelio Cosso:
Livio, seguendo le notizie degli annalisti, narra che Cosso offr le spo-
glie, tolte al re di Veio Lars Tolumnio, mentre era tribunus militum; Au-
gusto gli fece osservare di aver letto su una corazza di lino conservata
nel tempio di Giove Feretrio che Cosso, quando comp il rito, era conso-
le ( IV 20). Per Augusto la questione era rilevante: un nipote del triumvi-
ro Crasso, che nel 29 a.C., come proconsole di Macedonia, vinse i Ba-
stami e tolse le spoglie al loro capo Deldone, chiese oltre il trionfo, che
ottenne, anche l'onore dell'offerta degli spolia opima, onore che, attri-
buito a Romolo e a Cosso, era considerato molto prestigioso; Augusto
per negarglielo apportava l'argomento che Crasso non aveva combattuto
sotto auspici propri, non era da considerasi un dux, mentre Cosso, in
quanto console, si trovava nelle condizioni necessarie . Livio prefer le
conclusioni di Augusto e accett anche il principio, poco fondato, che
solo il dux poteva conseguire quell'onore. V' un cedimento ossequioso,
ma lo storico non elimina la versione corrente: siamo al di qua di un
volgare servilismo. Risalga o no allo stesso Livio, non inattendibile la
notizia, data nel titolo della periocha CXXI, secondo cui questo libro ( e,
naturalmente, anche i successivi) fu pubblicato dopo la morte di Augu-
sto; il libro CXX arrivava sino alla morte di Cicerone: quindi quasi tutti
i libri comprendenti la vita dell'imperatore furono pubblicati dopo la sua
morte: forse per prudenza; comunque Livio non si affrett a pubblicare
panegirici del restauratore della repubblica. Forse ci sono allusioni alla
politica augustea nei libri conservati, per es. a proposito di Romolo o di
Camillo: in ogni caso nulla di evidente e di adulatorio. Del resto, gi la
praeatio una prova eloquente: se si pensa agli inni delle Georgiche per
il salvatore della patria, scritti quando Livio incominciava la sua opera o
poco prima, la differenza appare enorme. Anche tenuto conto della diffe-
renza di genere letterario, bisogna concludere che, pur in un sostanziale
consenso col nuovo regime, Livio pi indipendente dei poeti 45. Con i
44 La questione stata dibattuta da molti, specialmente da R. Syme, Livio e Augusto,
cit., 35 ss.
Sui rapporti di Livio con Augusto l'ultimo capitolo di M. Mazza, Storia e ideologia
cit., molto pi attendibile del saggio un po' acre di R. Syme.
La storiografia 53
vantaggi e gli svantaggi che ci comporta, egli pi di Sallustio e Asinio
Pollione lontano dalle passioni politiche; ancora pi lontano dai legami
con le grandi famiglie romane, che avevano provocato storture nell'anna-
listica almeno fino a Licinio Macro. Che egli erediti in parte tali storture,
un altro conto: ci non diminuisce la sua volont di indipendenza.
Anche nell'impianto compositivo dell'opera egli si staccava dalla
grande storiograa recente di Sallustio e di Pollione: non pi piccole o
grandi sezioni della storia recente, ma, come nella vecchia annalistica, la
storia completa di Roma dalle mitiche origini fino all'et contempora-
nea; l'ultimo libro, il CXLII, si ferma al 9 a.C., con la morte di Druso:
forse l'autore non continu a causa della morte, ma questa solo una
congettura. La struttura generale dell'opera non chiara. Gruppi di dieci
e anche di cinque libri si possono individuare tenendo conto dei proemi
e di certi avvenimenti che possono essere considerati discriminanti: 1- 5
dalle origini fino alla presa di Roma da parte dei Galli; 6- 15 conquista
d'Italia fino allo scoppio della prima guerra punica, sembrano formare
un blocco a s ( piuttosto che 6- 10 e 11- 20); 16- 20 dall'inizio della pri-
ma guerra punica all'inizio della seconda; 21- 30 seconda guerra punica;
31- 40 dalla fine della seconda guerra punica alla morte di Filippo II di
Macedonia; ma in seguito la divisione in pentadi o decadi in base ai con-
tenuti pare improbabile, tranne che Livio non segnasse con proemi divi-
sioni artificiose; sono possibili altri raggruppamenti di cui qui non pos-
siamo tener conto ' . Bench la narrazione fosse sempre impegnativa, la
storia dei tempi recenti era pi ampia: i libri dal LI in poi, cio quasi
due terzi dell'opera, comprendevano gli eventi dalla distruzione di Carta-
gine ( la grande svolta del 146 a.C.) al 9 a.C.: ci si spiega con l'abbon-
danza di informazione, ma anche con l'interesse dei lettori, che, come ci
testimonia esplicitamente la praeatio, avevano fretta di arrivare ai tempi
recenti ( Prae. 4 estinantibus ad haec nova. _ .). Livio si soffermato
sui tempi remoti pi di quanto il pubblico, forse, non desiderasse; ma in
quei tempi egli trovava esempi illustri, materiale per assolvere la funzio-
ne pedagogica dell'opera ( Prae. 11 bonis exemplis); d'altra parte in quel
passato nobile poteva consolarsi stornando l'anima dai mali del presente
( Prae 5).
Il materiale che Livio usa quasi esclusivamente letterario: egli lavo-
ra su narrazioni gi elaborate, prevalentemente l'annalistica latina, qual-
che volta, come nel caso di Polibio, opere greche; pur essendo vissuto a
lungo a Roma ( e non a Padova, come qualcuno ha supposto, anche se a
Padova mor ), generalmente non si preoccupa di consultare documenti;
a questa debolezza di metodo, notevole anche rispetto alla storiograa
antica, unisce la mancanza di rigore critico rispetto alle narrazioni gi
elaborate. Queste carenze sono state notate tante volte dalla storiografia
moderna che non c bisogno di insistervi; anche se non sono mancate
46 Fra i vari tentativi segnalo quello di I. Bayet nell'introduzione all'ed. delle Belles
Lettres, Paris 1940, pp. XI- XVI, e quello di R. Syme, Livio e Augusto, cit., pp. 7- 25. La
pubblicazione di un nuovo frammento, del libro XI, segnalata in Bibliografia.
54 LA I RosA LATINA
accuse eccessive, una rivalutazione generale di Livio come storico capace
di accertare i fatti sarebbe un esercizio sofistico o retorico. Non vero
che egli non avesse l'amore della verit, ma questa non era la sua passio-
ne preminente di scrittore e, comunque, egli non aveva il metodo per
cercarla; lo scopo di informare non emarginato, come dimostrano i
molti passi che, con secchezza annalistica, elencano dati ( per es., le liste
dei magistrati annuali), ma davanti alle molte incertezze Livio preferisce
riferire le differenti versioni; non sempre sceglie e, quando sceglie, argo-
menta di solito debolmente. Lo scopo preminente quello di dare una
narrazione vicina, s , al vero, ma soprattutto avvincente, dove il fascino
letterario si fonde col fascino morale, la commozione col culto dei valori
civili. Sull'impianto pragmatico l'apporto della storiograa tragica ric-
co, anzi essenziale; spesso il narratore attento non solo ai consilia, ma
anche ai sentimenti e alle emozioni dei capi e delle folle; il confronto col
testo di Polibio da lui usato, un testo molto pi pragmatico e razionale,
uno dei modi pi convincenti per capire la direzione e l'efficacia della
sua arte. Su una base che per lo pi umanamente viva, si staccano
drammi curati nei particolari, specialmente di personaggi femminili: Tul-
lia, Lucrezia, Sofonisba. Lo spazio dato alla storiograa tragica molto
pi ampio che in Sallustio; non possiamo confrontare con Asinio Pollio-
ne, che sotto questo aspetto offriva di pi; comunque Livio si preoccupa
anche di evitare gli eccessi di certa storiografia ellenistica.
Il distacco da Sallustio era netto specialmente nello stile. Talvolta gli
antichi, e anche critici moderni, hanno contrapposto la coppia Livio- Sal-
lustio alla coppia Erodoto- Tucidide; ma l'accostamento di Livio a Erodo-
to piuttosto deformante. La scelta di Livio si poneva chiaramente nella
prospettiva a cui guardavano Cicerone e i suoi amici: uno stile uido,
armonioso, ricco ma non accido, di un misurato splendore, di una no-
bilt senza preziosismi. Egli si ispirava chiaramente a Cicerone, ma l'a-
dattamento della retorica ciceroniana alla narrazione storica richiedeva
un'elaborazione difficile; qui non possibile illustrare il processo di
adattamento, ma necessario sottolineare che Livio non un retore cice-
roniano: il creatore di un nuovo stile storico, che nell'antichit ebbe
meno fortuna di quello di Sallustio, ma che fu anch'esso un modello per
la storiograa umanistica e rinascimentale. Esso si fonda su un mirabile
equilibrio di gravitas e drammaticit, di nobilt e di intensit emotiva:
una sintesi difficile, che talvolta fa pensare al IV libro dell'Eneide. Nei
primi cinque libri, per i tempi pi mitici, lo storico non rinuncia ad ar-
caismi poetici per dare una patina pi epica al racconto; neppure in se-
guito vi rinuncia del tutto, ma li preferisce in parti della narrazione a cui
vuol dare tono pi alto; generalmente la gravitas non ricorre a una lin-
gua ammuffita ( la lingua di Livio, anche se meno di quella ciceroniana,
ha un fondo urbano e moderno); la nobilt mantenuta con mezzi nuo-
vi; d'altra parte lo stile drammatico rifugge da colori esasperati e da le-
nocini. Come sotto altri aspetti, anche nello stile Livio riesce a realizzare
difficili equilibri.
Un quadro adeguato della storiografia dell'et augustea dovrebbe
prendere in considerazione gli storici greci operanti a Roma, innanzitutto
La storiograa 55
Dionigi di Alicarnasso; ma questo compito non rientra nelle mie compe-
tenze. Dionigi, che valorizzava oltre misura l'influenza greca sulla civilt
romana facendola risalire molto indietro, era in sostanziale consenso col
regime augusteo; trov invece difficolt, nell'ambiente della capitale, uno
storico proveniente da Alessandria, Timagene, che, menato a Roma co-
me prigioniero nel 55 a.C., incontr forti ostilit fra i nobili protettori di
letterati e alla fine trov accoglienza presso Asinio Pollione. Accenno a
lui perch si supposta una sua inuenza determinante su Pompeo Tro-
go, vissuto anche lui in et augustea, proveniente dalla Gallia Transalpi-
na e autore di Historiae Philippicae in 44 libri, di cui ci conservata
un'epitome redatta da Marco Giuniano Giustino fra il II e il III sec. d.C.
La novit dell'opera che non pone al centro della storia universale Ro-
ma e il suo impero, ma il regno e l'impero macedone, a cui sono dedicati
33 libri; solo gli ultimi due libri trattano di Roma, della Gallia, della
Spagna; inoltre un tipo di storia che d pi spazio all'etnografia, men-
tre la precedente storiograa latina tendeva a emarginarla. Nell'impianto
e nell'ispirazione la differenza da Livio netta, e ci ha indotto alcuni
storici a vedervi un'espressione di quella rivolta spirituale contro Ro-
ma che un filone consistente e affascinante della cultura antica; in que-
sto contesto stata valorizzata anche l'origine gallica dell'autore. Proba-
bilmente questa interpretazione va oltre la giusta misura. Punte antiro-
mane affiorano, ma non sono vistose: certamente la lotta contro Roma
non lo scopo dell'opera; va ricordato che, come ho gi detto, la critica
all'imperialismo trovava espressione, se non giustificazione, nella storio-
grafia latina, specialmente in Sallustio. Scopo preminente dell'opera .era
rispondere a un interesse per i popoli stranieri che nei ceti colti del mon-
do di lingua latina esisteva, come dimostrano, per es., la Communis hi-
storia di Lutazio Catulo ( o Lutazio Dafni) e le serie parallele di biografie
di Cornelio Nepote, e a cui l'annalistica non aveva risposto. Resta vero,
tuttavia, che la storiografia di questo tipo si teneva fuori dell'area con-
trollata o ispirata dalla restaurazione augustea.
Ad Augusto le preoccupazioni vennero, nel secondo periodo del suo
principato ( quello posteriore a Virgilio e Orazio), da una storiografia di
tipo pi tradizionale. Gli spiriti repubblicani, pi che tollerabili nel caso
di Livio, erano pi profondi e aggressivi in alcuni intellettuali, come il
retore Cassio Severo e lo storico Tito Labieno; si aggiunga che nel se-
condo periodo augusteo, quello in cui cade la relegazione di Ovidio, per
ragioni su cui ora non posso intrattenermi, soprattutto lappannarsi della
finzione della repubblica restaurata e l'emarginazione di un abile inter-
mediario come Mecenate, i rapporti fra regime e intellettuali si fecero
pi difficili e talvolta aspri. La corruzione dell'lite di governo, che pre-
dicava la restaurazione morale e religiosa, veniva talvolta denunziata: ci
fu una polemica sul lusso di Mecenate; un suo liberto, Batillo, fu attac-
cato da Labieno e difeso da Giunio Gallone. Labieno, un intellettuale del
ceto equestre, che per la sua aggressivit fu soprannominato Rabienus,
scrisse anche unopera di storia, in cui dava ampio spazio alla storia con-
temporanea e osava attaccare il regime. Nel 12 d.C. le sue opere furono
bruciate per ordine del senato; Labieno per il dolore si chiuse nella tom-
56 LA PRosA LATINA
ba dei suoi avi e vi si lasci morire. Il retore Cassio Severo, che pure
non amava Labieno, ne aveva imparato a memoria l'opera e, dopo la sua
morte, dichiar che per distruggere l'opera di Labieno bisognava brucia-
re anche lui. Questi particolari meritano di essere ricordati perch dimo-
strano l esistenza di un filone storiografico repubblicano, non elimina-
to dal regime, che diventer pi robusto nel oorso del I sec. d.C. e si
congiunge a monte con la storiograa anteriore al principato.
La grande svolta segnata da Livio nello stile storico non elimin gli
ammiratori di Sallustio. Di Sallustio imit pedissequamente lo stile, con
un cattivo gusto che suscit il riso di Seneca ( Epist. ad Lucil. 114, 17),
Lucio Arrunzio, probabilmente uno dei consoli del 22 a.C. ( piuttosto
che il figlio omonimo, console nel 6 d.C.). Arrunzio non ebbe fortuna,
ma anche in questo caso utile segnalare la persistenza di un filone che
poi diverr prevalente. Un'attrazione, ma molto pi temperata, forse Sal-
lustio esercit su Pompeo Trogo; lo lasciano supporre un discorso di Mi-
tridate ai soldati, che Giustino conserva con fedelt ( discorso indiretto
perch in generale Trogo rifiutava luso del discorso diretto) e la synkri-
sis tra Filippo e Alessandro. Pare che tornasse, invece, allo stile disador-
no dell'annalistica Clodio L cino, uno dei consoli del 4 a.C., autore di
una storia romana ( Res Romanae) di cui non conosciamo l'ampiezza,
ma che doveva essere piuttosto dettagliata per i tempi di Scipione lAfri-
cano 47.
Resta vivo il costume secondo cui gli uomini politici di rilievo si con-
tentano di scrivere commentari autobiograci per gli storici. Augusto
stesso scrisse un'opera del genere ( De vita sua in 13 libri), che arrivava
fino alla guerra cantabrica ( 27- 24 a.C.) e comprendeva, quindi, la parte
della vita pi discussa, quella che pi aveva bisogno di apologia. E ow io
che l'opera era apologetica. A proposito della nascita sottolineava che
egli veniva da una famiglia di non grande passato, famiglia ricca e anti-
ca, di ceto equestre, in cui il padre era stato il primo senatore ( fr. 1 P. =
3 Malcovati): forse, come Scauro e Silla, mostrava che la famiglia era
salita alla fama grazie ai suoi meriti. Supporre che intendesse mettere in
ombra l'eredit di Cesare sarebbe arrischiato, perch ricordava sia la co-
meta apparsa poco dopo la morte di Cesare, durante la celebrazione dei
ludi in onore di Venere Genitrice ( fr. 4 P. = 6 Malc.), sia la stella appar-
sa durante la celebrazione dei ludi funebri in onore di Cesare, stella che
egli identicava con lanima del padre adottivo ( fr. 5 P. = 7 Malc.). So-
gni, prodigi, presagi costellavano l'autobiografia di Augusto come quella
di Silla, specialmente agli inizi; essa rientra nel tipo di autobiografia che
ho chiamato carismatico. Notevole la differenza dalla grande iscrizio-
ne che egli compose per il suo monumento funebre ( le Res gestae): que-
sta non meno apologetica, ma gli elementi carismatici scompaiono:
47 Su Clodio L cino e il dibattito su Scipione l'Africano un'interpretazione discutibile
in S. Mazzarino, Il pensiero storico cit., II, pp. 448 s. Tralascio qui altri storici di et
augustea che conosciamo solo, o quasi solo, di nome, come Octavius Musa, Octavius Ru-
so, C. Fumius, su cui cfr. H. Peter, HRR2, II, pp. XCVIII s. ; H. Bardon, La littrature
latine inconnue, cit., II, pp. 92 s.
La storiografia 57
lo stile quello ufficiale delle iscrizioni; limperatore si presenta come il
magistrato al servizio della res publica, collocato nel quadro costituzio-
nale, superiore agli altri magistrati per auctoritas, non per potestas.
Commentari autobiografici ( De vita sua) scrisse il pi efficiente dei
collaboratori di Augusto, Marco Vipsanio Agrippa, che valorizzava, nel-
l'insieme della sua attivit politica, il contributo decisivo dato alle opere
pubbliche; rivelava anche qualche particolare poco edificante della car-
riera dell'imperatore ( per es., a proposito della battaglia di Filippi), ma
certamente non lo denigrava. Una fonte storica di un certo rilievo, spe-
cialmente per la battaglia di Filippi, erano i commentari autobiograci di
Marco Valerio Messalla Corvino, uomo politico di rilievo prima del prin-
cipato e durante il principato. Amico di Cassio, il cesaricida, aveva com-
battuto dalla sua parte a Filippi e ne evocava commosso, in un'aura di
calma nobilt, lultimo addio prima della battaglia; rivolgeva, invece, una
polemica acre contro Antonio, che aveva abbandonato per la sua corru-
zione alla corte egiziana e contro cui aveva combattuto ad Azio. Ben
collocato nel regime, Messalla era tra i pochi che potessero permettersi
una cauta autonomia politica e culturale, che nell'opera autobiografica si
dimostrava specialmente nella fedelt alla memoria di Cassio. Dubbia
l'esistenza di commentari autobiograci o storici scritti da Mecenate 4.
Fra gli scrittori latini non pare che Augusto avesse un biografo note-
vole come il greco Nicolao di Damasco. Svetonio cita vari biografi che
non ebbero nessuna fama, lulius Marathus, Gaius Drusus, lulius Saturni-
nus, Aquilius Niger 4 ; tramandano a volte particolari miracolosi, a volte
notizie denigranti: dagli anni anteriori al principato non erano sparite
tradizioni biografiche avverse all'imperatore. Forse si collocava tra le
biograe edicanti quella di Baebius Macer, citata da Servio e dal Servio
Danielino nel commento a Virgilio.
Diverse da queste biograe d'ispirazione pi o.meno politica sono le
biograe erudite di Caio Giulio Igino ( Hyginus), un liberto di Augusto a
cui l'imperatore affid la direzione della biblioteca annessa al tempio di
Apollo Palatino ( fondata nel 28 a.C.). Fu amico di Ovidio e dello storico
Clodio L cino. Con preparazione, probabilmente, pi ampia e pi accu-
rata, non senza intenti edificanti egli coltiv la biografia alla maniera di
Cornelio Nepote. I tre frammenti dell'opera De vita rebusque illustrium
virorum si riferiscono a Valerio Publicola, a Fabrizio che non si lasci
corrompere dai Sanniti, a Scipione Africano. Un contributo non minore
alla storia Igino dette con l'opera De origine et situ urbium ltalicarum:
era il vecchio tema di Catone, molto arricchito dopo un secolo e mezzo
circa, non solo per lapporto latino, ma anche per quello greco: il dotto
romano, che proveniva da Alessandria ( secondo un'altra versione dalla
Spagna), si era messo di proposito sulla scia di Alessandro Polistore, un
discepolo di Cratete di Pergamo diventato cittadino romano al tempo di
48 In senso negativo H. Peter, HRR2, II, pp. LXXVI s.; inclina in senso positivo H.
Bardon, La littrature latine inconnue, cit., II, p. 102.
49 H. Bardon, come gi Peter, cerca di identificarlo con Antonius Niger, amico di An-
tonio: cfr. La littrature latine inconnue, cit., II, p. 92.
58 LA PRosA LATINA
Silla. L'opera doveva essere anche un repertorio di leggende. Igino scris-
se anche De familiis Troianis, un tema molto attuale ai tempi di Cesare
e di Augusto, gi trattato da Varrone e da Attico. Molto meno rivolti
verso la storia e il mito erano certamente i commentari geografici di
Agrippa; invece si poteva ricavare molto di utile per la storia delle istitu-
zioni e della religione dalle opere di antiquaria, di diritto, di grammatica.
Non potendo occuparmidi questi temi ampi e importanti, mi limito a
indicare alcune opere: il De verborum signiicatu, i libri Rerum Etrusca-
rum, i Fasti Praenestini dell'insigne filologo Verrio Flacco; parecchie
opere di Lucio Cincio, che va distinto dallannalista del II sec. a.C. Lucio
Cincio Alimento ( De comitiis, De astis, De oiciis iurisconsulti ecc.); il
De iure pontificali di Marco Antistio Labeone e altre opere giuridiche
del genere. Questa letteratura era una miniera di conoscenze storiche,
ma di una storia orientata in altro senso.
10. La storiograa latina da Tiberio a Nerone
noto che Tiberio non seppe, e neppure volle, tentare un'organizza-
zione del consenso della cultura come quella realizzata, in modo insupe-
rabile, da Augusto e Mecenate. Tuttavia, proprio in uno storico trov un
celebratore cos devoto come neppure Augusto aveva avuto: lo storico fu
Velleio Patercolo, proveniente da Aeclanum, una modesta citt dell'Irpi-
nia. Qualche traccia della sua origine italica si pu scorgere, forse, nel-
l'attenzione che egli presta all'unificazione dell'Italia intorno a Roma e
alla colonizzazione romana e latina nella penisola; comunque sempre a
Roma il centro della storia, ed egli ci tiene a sottolineare la fedelt della
sua famiglia allo Stato romano sin dai tempi di Annibale, anche nella
rivolta dell'Italia contro Roma, cio nel bellum sociale ( II 16, 2 s.). Let-
tore e ammiratore di Sallustio, Velleio usa largamente l'idea di decaden-
za nell'interpretazione della storia della repubblica romana; ma la deca-
denza si fermata dopo la fine delle guerre civili. Augusto ha riportato
la pace, l'ordine, la giustizia, i buoni costumi ( II 89); Tiberio ne ha con-
solidato l'opera, e di lui lo storico scrive un elogio ancora pi deciso ( II
126). L'esaltazione dei due imperatori, e specialmente di Tiberio, il
vero scopo dell'opera. Lo squilibrio compositivo in favore della storia
recente, comune nella storiografia latina, qui si ripresenta con evidenza:
58 capitoli prima del consolato di Cesare ( 18 nel I libro, 40 nel Il), 91
capitoli ( nel II e ultimo libro) dal consolato di Cesare fino al tempo del-
l'autore ( l'opera fu pubblicata nel 30 d.C. e dedicata al console Marco
Vinicio, un nobile della Campania, quindi conterraneo di Velleio): in-
somma, sotto il titolo di Historiae Romanae, un compendio diverso dal-
l'annalistica che fa da introduzione alla storia contemporanea. La devo-
zione all'imperatore toglie distacco storico alla parte che ne racconta le
imprese; ciononostante, improbabile che Velleio scrivesse per incarico
di un ufficio imperiale della propaganda: l'ispirazione del trattato piut-
tosto in un legame affettivo dell'ufficiale verso il capo sotto cui ha servi-
to in guerra per lunghi anni, del notabile irpino promosso socialmente e
La storiografia 59
politicamente fino alla pretura. Tiberio fu un capo di eserciti che seppe
farsi amare dai soldati negli accampamenti molto pi che dai Romani di
Roma. Viva anche l'ammirazione per il principale collaboratore di Ti-
berio, il potente Seiano; anche in questo caso pi dell'ossequio al protet-
tore conta l'affinit che il notabile irpino, ancora ai margini dell'lite po-
litica, sente con l'homo novus arrivato a incarichi importantissimi da
una famiglia equestre, a cui aveva dato maggior prestigio la madre ( II
127, 3). Lattenzione alle fortune degli homines novi sotto Tiberio una
caratteristica dell'opera di Velleio. Egli sensibile anche a certe novit
dei personaggi nella storia del costume, in particolare all'emergere dei
personaggi paradossali, che uniscono un intenso godimento dellozio
con l'energia nell'attivit politica. Lo stesso Seiano, molto severo e molto
lieto, ozioso in apparenza e attivissimo in realt, calmo e vigile, un
personaggio del genere ( II 127, 4); pi accentuate sono le contraddizioni
che egli sottolinea in Mecenate e Caio Sentio Saturnino 5 . Sono, invece,
scialbe le sue digressioni di storia letteraria ( I 16- 18; II 9; II 36), che
hanno attirato l'attenzione perch non compaiono in altre opere di storia
politica; dimostrano, per, un interesse, sia pure senza nessuna profon-
dit di pensiero politico, per la storia della cultura e per i problemi di
sviluppo e decadenza; si chiede perch i grandi ingegni si concentrino in
certe epoche e in certe citt ( come Atene) e cerca la spiegazione nello
stimolo dell'emulazione e dell'invidia che ravviva e moltiplica gl'ingegni.
La considerazione della storia letteraria escludeva l'et di Cicerone, per
il quale nutriva un vero culto, dalle et di decadenza, e confermava la
oridezza dell et augustea. Digressioni di questo genere e altre in cui
prende posizione e sfoga l'impeto dei suoi sentimenti ( per es., in II 66
l'invettiva contro Antonio assassino di Cicerone) dimostrano anche una
sua libert di composizione, che non riesce a creare, per, una nuova
armonia.
Squilibrato nella composizione, il breve trattato anche diseguale
nello stile. Temperatamente liviano nel fondo, lo stile di Velleio non di-
sdegna tratti sallustiani e arriva talvolta a concettismi persino ridicoli,
che fanno pensare alla prosa asiana dei suoi tempi e dei tempi successi-
vi; in qualche punto si lascia travolgere da un'eloquenza pi abbondante
e impetuosa ( per es., nell'invettiva contro Antonio). Nell'insieme, per,
uno scrittore che, come osservava Norden, sa suscitare nel lettore inte-
resse costante 5'.
Velleio fece in tempo a pubblicare il suo trattato prima che Seiano, il
potente ministro da lui elogiato, fosse travolto in rovina e ucciso nel 31
d.C.; Valerio Massimo pubblic poco dopo i suoi nove libri Factorum
vel dictorum memorabilium, una galleria di episodi e personaggi ricavati
da opere storiche sia latine sia greche ( anche qui vi sono serie parallele).
Egli concilia bene tre scopi: fornire esempi storici a retori e oratori, of-
5 Cfr. Aspetti del pensiero storico latino, cit., pp. 202 s., 226 s.
5' Sullo stile di Velleio analisi attendibili di A. D. Leeman, Orationis ratio cit., pp.
336- 41.
60 LA I> RosA LATINA
frire esempi eloquenti di virt e di vizi, dilettare il lettore rispondendo
.alla sua curiosit. Lo scrittore ha i vizi, e non le punte stimolanti, delle
scuole retoriche del tempo; non privo di colore, spesso pingue e fiacco.
Ha, per, un'importanza che non mi pare gli sia stata attribuita: rispec-
chia bene valori e disvalori dell'etica del suo tempo, conservatrice e gri-
gia, senza la sensibilit al nuovo che afora in Velleio. E una morale che
si concilia bene con la sua devozione a Tiberio.
Questi ammiratori di Tiberio erano scrittori modesti. Un altro storico
fautore del regime era Bruttedius Niger, uomo di buone doti intellettuali,
ma molto ambizioso, che fu coinvolto nella rovina di Seiano e ucciso;
dalle sue Historiae Seneca retore cita due passi del racconto vivo e ma-
cabro della morte di Cicerone: un tema molto ricercato dagli storici di
questo periodo. Ma gli storici di maggior prestigio non erano i pi con-
formisti. Cremuzio Cordo ebbe una sorte simile a quella di Labieno. I
suoi Annales esprimevano ammirazione per Cicerone ed esaltavano come
eroi i cesaricidi: dopo la morte di Bruto, Cassio era stato l'ultimo dei
Romani ( fr. 3 P.). Aveva recitato qualche pezzo della sua opera davanti
ad Augusto, ma sotto Tiberio, soprattutto per l'opposizione di Seiano, fu
processato; dopo una difesa in senato tanto accanita quanto vana si la-
sci morire d'inedia. Il quadro tetro delle membra dilacerate di Cicerone
esposte sui Rostri ( fr. 1 P.) sembra rivelare un gusto che sar comune
nella letteratura, e specialmente nella tragedia, del I sec. d.C. Forse la
nuova retorica inuenzava il suo stile. Sotto Tiberio il passaggio sangui-
noso dalla repubblica al principato al centro dell'attenzione degli stori-
ci, e rimarr almeno no al tempo di Nerone un problema scottante: un
filo costante unisce Cremuzio Cordo con Lucano.
Anche senza un'opposizione cos aspra la storiograa conserva una
sua indipendenza: il quadro di Tiberio come tiranno, spesso rifiutato
dalla storiograa modema, risale fino a storici contemporanei, anche se
non possiamo azzardare indicazioni precise. Probabilmente scrisse con
dignitosa autonomia Marco Servilio Noniano, di famiglia nobile, console
nel 35 d.C. e morto nel 59, uomo politico di grande prestigio, che Tacito
( Ann. XIV 19) loda per l'elegantia vitae ( cio misurata finezza). Poich
fu venerato e amato da Persio, si pensa che egli fosse vicino all'opposi-
zione stoica. Non possiamo dire quanto gli debba Tacito per il periodo
di Tiberio e di Nerone 52. Quintiliano ( X 1, 102) riferisce che egli giudi-
cava Sallustio e Livio pares. .. magis quam similes: si pu supporre,
ma solo supporre, che mantenesse il suo stile in mezzo fra i due. Un
altro storico notevole che si suppone fonte di Tacito per il periodo di
Tiberio ( anche se Tacito non cita n lui n Servilio Noniano) Aufidio
Basso, un epicureo di cui Seneca ( Epist. ad Luc. 30) ammiro la forza
d'animo dimostrata di fronte alla morte ( avvenuta nel 63 d.C.). Le sue
Historiae incominciavano da prima della morte di Cicerone, che anche
52 Su Servilio Noniano cfr. R. Syme, Tacitus, Oxford 1958, I, pp. 274- 7, 287 s. ( e
altri accenni elencati nell'indice); sulla famiglia e le relazioni con i contemporanei un accu-
rato studio dello stesso Syme in Ten Studies on Tacitus, Oxford 1970, pp. 91- 109 ( lo
studio risale al 1964).
La storiografia 61
lui narrava drammaticamente, e arrivavano almeno fino al 31 d.C. An-
che per lui, dunque, la nascita e l'affermazione del principato restavano
problema nodale; ma scrisse anche un'opera in pi libri su un Bellum
Germanicum, forse sulle campagne contro i Germani sotto Augusto. Il
problema germanico assurgeva a importanza non minore di quello parti-
co e avrebbe avuto un lungo futuro, tanto nella politica dell'impero
quanto nella storiografia 55.
Altri storici di questo periodo rimasero quasi dimenticati dalla storio-
graa successiva. Seneca retore da vecchio scrisse anche lui Historiae
che cominciavano dall'inizio delle guerre civili ( ma non sappiamo dove
collocare l'inizio: forse nel 49 a.C.) e arrivavano fino alla sua vecchiaia
( vi narrava anche la morte di Tiberio, del 37 d.C.). Di quell'opera ebbe
fortuna uno schema, non nuovo ( si supposto che risalga a Varrone),
che egli applic alla storia di Roma. Egli ne configurava lo sviluppo ri-
calcandolo sulla vita umana: infanzia sotto Romolo, puerizia sotto i re,
adolescenza sino alla fine delle guerre puniche, giovinezza fino alla mas-
sima espansione dell'impero ( forse la conquista della Gallia), infine vec-
chiaia. Per lo storico era dunque importante il problema della decaden-
za; nella riessione partiva, probabilmente, da Sallustio. Se lo schema
era veramente rispettato, il quadro dell'et augustea e tiberiana doveva
essere molto meno luminoso che in Velleio; ma meglio non azzardare
congetture.
Prima di morire Livio ebbe l'idea, forse non molto felice, di indirizza-
re verso la storia Claudio, il futuro imperatore. Il rampollo della famiglia
imperiale incominci con una storia delle guerre civili; ma la madre e la
zia, preoccupate che si compromettesse con una materia cos scottante,
lo costrinsero a smettere, cosicch non and oltre il secondo libro; intra-
prese allora una storia del principato di Augusto, che condusse a termine
in 41 libri. L'opera doveva distinguersi per la sua erudizione, di cui ap-
profitt Plinio. Claudio scrisse anche, in greco, venti libri di storia degli
Etruschi e otto libri di storia di Cartagine: opere erudite anche queste,
ma forse notevoli per il bisogno di uscire dall'eterna storia di Roma 5".
In questo periodo la storia molto aperta all'antiquaria, o da collocare
addirittura nella zona dell'antiquaria, coltivata da dotti di buona prepa-
razione. Probabilmente rientra nel periodo di Tiberio l'opera di Fenestel-
la: Girolamo ne pone la morte nel 19 d.C., ma pare pi attendibile Pli-
nio ( N. h. XXXIII 146), che la pone alla fine del principato di Tiberio.
Dai frammenti degli Annales ( in 22 libri) gli interessi antiquariali sem-
55 Anche su Aufidio Basso cfr. R. Syme, Tacitus cit., I, pp. 274- 6, 288 s. ( e altri
accenni segnalati nell'indice).
5 Tralascio figure per noi evanescenti: Tuscus, ricordato con disprezzo da Seneca re-
tore ( Suas. 2, 22), delatore sotto Tiberio; Gneo Cornelio Lentulo Getulico, console nel 26
d.C., ucciso per complicit in una congiura contro Caligola nel 39 d.C., noto anche come
poeta. E dubbia Fidentificazione di Celso autore di un'opera sulle guerre contro i Parti:
forse il Celso enciclopedista ( e in questo caso si tratterebbe di una sezione della sua enci-
clopedia), forse Mario Celso, ufficiale di Corbulone, il generale che guid campagne contro
i Parti al tempo di Nerone ( cos H. Bardon, La littrature latine inconnue, cit., II, pp. 161
s.), forse altri ancora.
62 LA I> RosA LATINA
brano prevalere nettamente: calendario ( fr. 3 P.; 11), magistrature ( fr. 4
P.; 6), storia dei costumi ( fr. 12 P. sull'anello d'oro dei senatori; 13 in-
troduzione degli elefanti in spettacoli a Roma; 14 introduzione a Roma
delle perle) ecc.; ma ci sono frammenti ( per es., 20- 21 P.) che si potreb-
bero' collocare in una narrazione storica. Come una cronografia dove si
potevano pescare notizie rare di geografia e di mirabilia, si presentava,
probabilmente, lopera di Cornelius Bocchus, usata da Solino e Plinio.
Persiste, insomma, un filone di storia che risale a Varrone e Attico e, pi
indietro, alla cultura ellenistica. Non viene meno, anche se in questo pe-
riodo pi raro, il contributo dei grammatici: per es., di Asconio Pedia-
no con i suoi commenti a orazioni di Cicerone e le sue biograe di scrit-
tori ( una ne scrisse su Sallustio).
Anche questo periodo fu ricco di commentari autobiograci scritti da
uomini politici importanti, e alcuni di essi fornirono materiale utile agli
storici futuri. Poca fortuna ebbe il commentario di Tiberio De vita sua,
forse unautobiografia solo parziale; solo una volta lo cita Svetonio ( Tib.
61): l'imperatore difendeva la rapida eliminazione di Seiano. Certamente
pi impegnativi i commentari di Claudio, in otto libri, che non ebbero
maggior fortuna. Tacito us i commentari di Agrippina, la madre di Ne-
rone, che erano anche un atto d'accusa contro Tiberio. Si pu supporre
che Agrippina abbia dato un buon contributo alla formazione del ritratto
del tiranno; convergevano nella stessa direzione i nostalgici repubblica-
ni e la famiglia di Germanico, che alimentava speranze liberali, presto
deluse da Caligola, un tiranno certamente peggiore. Una fonte importan-
te, probabilmente usata da Tacito, erano i commentari di Gneo Domizio
Corbulone, che sotto Claudio guid campagne contro i Germani e sotto
Nerone contro i Parti; il generale non mancava di vantare i propri meri-
ti. Agricola, il suocero di Tacito, milit in Britannia, in un primo tempo,
al sguito di Svetonio Paolino; non sappiamo se nei suoi commentari
Paolino trattasse anche delle campagne in Britannia, ma certamente nar-
rava, con coloriture fantastiche, una campagna da lui condotta, molto
prima, nel 42 d.C., in Mauritania: si vantava di avere attraversato l'A-
tlante per la prima volta ed evocava montagne popolate di elefanti, bel-
ve, serpenti. I commentari talvolta avevano il sapore del romanzo dav-
ventura. In opere del genere forse Lucio Antistio Vetere, console nel 55
d.C. e poi legato in Germania, illustrava grandi lavori idraulici da lui
fatti eseguire nella sua provincia e Tiberio Claudio Balbillo, prefetto d'E-
gitto nel 55 d.C., descriveva molto vivacemente la lotta di vari animali
contro i coccodrilli del Nilo, ben corazzati sul dorso ma vulnerabili nel
ventre molle.
Con la storia di ispirazione repubblicana si connette la biografia
che celebra i martiri della libert. Una famosa vita di Catone l'Uticense
scrisse Trasea Peto, filosofo stoico dei tempi di Nerone, amico di Persio,
ucciso nella repressione neroniana del 66 d.C.; utilizz la biografia di
Munazio Rufo, contemporaneo e seguace di Catone. Il culto del martire
di Utica, fortissimo in questo periodo, dimostra la vitalit delle grandi
figure morali nella storia: anche se incidono poco sulla realt, mantengo-
no vivi ideali esaltanti. In quello stesso anno fu fatto uccidere, da Nero-
La storiografia 63
ne, Publio Anteio, che aveva scritto una biografia di Marco Ostorio Sca-
pula presentandolo come un modello di virt ( anche Ostorio per nella
stessa repressione). Si scrivevano anche biografie di minore importanza
storica: per es., Seneca filosofo scrisse una biografia del padre ispirata
da profonda pietas.
11. La storiograa latina nel periodo dei Flavi
Tacit us largamente la storiograa scritta del periodo dei Flavi, e
ci dovette contribuire a farla cadere nell'oblio. L'attenzione degli storici
ora si sposta, come al solito, sugli avvenimenti recenti: il regno dell'ese-
crato Nerone, la sanguinosa crisi del 69- 70 d.C.: tumultuose e atroci vi-
cende. Un paio di anni prima di morire sotto le ceneri del Vesuvio, Pli-
nio il Vecchio aveva scritto una storia di 31 libri A fine Auidii Bassi:
non si sa no a che punto arrivasse Aufidio e fino a che punto arrivasse
Plinio ( forse no al 71 d.C., anno del trionfo di Vespasiano). Continuan-
do l'opera del predecessore, riprendeva un costume che, affermatosi nel-
la storiografia greca gi dal V- IV sec. a.C., era stato seguito talvolta an-
che dai Romani: per es., Sallustio incominci da dove si era fermato Si-
senna. L'odio verso Nerone era anche troppo chiaro, tale da suscitare
difdenza. Tacito lo cita poche volte ( tre volte negli Annales, una volta
nelle Historiae), ma pu darsi che lo abbia usato spesso, specialmente
nelle Historiae. L'autore della Naturalis historia anche nella storia degli
uomini era attento a problemi tecnici ( descriveva, per es., edifici), ma
Tacito trovava notizie del genere sconvenienti alla dignit della storia del
popolo romano: tuttal pi potevano gurare negli acta diurna, i giomali
del tempo: certo, infatti, che a Plinio si riferisce la punta sprezzante di
Ann. XIII 31, 1. Prima di continuare Aufidio Basso, Plinio aveva scritto
venti libri Bellorum Germaniae: gi in questi riprendeva interessi di Au-
fidio, che le vicende storiche dovevano aver reso sempre pi vivi nel
pubblico 55.
Quintiliano ( X 1, 104) nella sua rassegna degli storici latini accenna
a uno storico vivente che una gloria di quel tempo: non lo nomina,
aggiunge, perch ogni lettore capisce di chi si tratta; l'allusione non
altrettanto chiara per i lettori moderni, ma si ritiene quasi certo vada a
Fabio Rustico, una fonte autorevole di Tacito per il periodo di Nerone.
Da giovane Fabio era stato amico di Seneca e, quindi, suscitava qualche
diffidenza per le notizie su questo inuente personaggio; aveva conserva-
to vivo l'odio verso Nerone. Per le vicende della corte era una fonte di
prima mano 55. Per la storia di Nerone Tacito ( cfr. Ann. XIV 2) usa con
pi fiducia un altro storico, Cluvio Rufo, che, dopo aver incominciato la
sua carriera politica gi da molti anni, godette della confidenza del per-
55 Su Plinio il Vecchio e Tacito cfr. R. Syme, Tacitus cit., I, pp. 60 s., 179 s., 288- 94
( e altri passi segnalati nell'indice).
55 Su Fabio Rustico cfr. ivi, I, pp. 179, 289- 94 ( e altri passi segnalati nell'indice).
64 LA I> RosA LATINA
verso imperatore, ma senza compromettersi in crimini; con la stessa pru-
denza e lo stesso tatto pass da un imperatore all'altro, no a Vespasia-
no. Tacito non lo disprezzava: forse lo accostava a quei politici prudenti
e non servili, che anche sotto i tiranni sanno operare per il bene dello
Stato 57. Tra gli autori utilizzati da Tacito nelle Historiae Vipstanus
Messalla, che da giovane prese parte con i Flavi alla guerra contro i Vi-
telliani; fu lui a testimoniare l'orribile episodio, accaduto nella battaglia
di Cremona ( 69 a.C.), del figlio che si accorge di avere ucciso nella guer-
ra civile il padre: un segno delle terribili esperienze da cui nasceva que-
sta storiograa.
A continuare la tradizione dei commentari scritti dai grandi uomini
politici in questo periodo lo stesso imperatore Vespasiano; naturalmen-
te nei suoi commentari aveva una parte notevole la guerra giudaica, pro-
babilmente la pi raccontata fra le guerre del I sec. d.C. Pi dettagliati,
letterariamente pi notevoli, dovevano essere i commentari di Caio Lici-
nio Muciano, il potente collaboratore del principe. A parte una citazione
di Tacito, le altre citazioni ( una trentina circa) sono nella Naturalis hi-
storia di Plinio, che da Muciano ha ricavato notizie geografiche precise,
descrizioni di animali, curiosit, mirabilia relativi ai paesi dell'Asia ante-
riore: evidentemente lopera era una miniera per cose di questo genere.
Un'opera De Iudaeis scrisse Marco Antonio Giuliano, procuratore della
Giudea nel 70, che assistette alla conquista di Gerusalemme e al dibatti-
to sulla distruzione del tempio: forse un'opera etnografica, come la Ger-
mania di Tacito, forse il pezzo di un commentario; certamente anche
Antonio Giuliano narrava la famosa guerra. Questa guerra aveva rilievo
anche in una biografia che un certo Tiberio Claudio Pollione scrisse su
Lucio Annio Basso, un alto ufficiale di Vespasiano che aveva combattuto
in Palestina nel 68 d.C.
Il regime dei Flavi si inaspr con Domiziano e inaspr l'opposizione di
intellettuali stoici, che non si era mai sopita del tutto. Continuava la lot-
ta contro la tirannia e, come Trasea Peto aveva scritto una biografia en-
comiastica di Catone, cos Giunio Aruleno Rustico scrisse una biografia
di Trasea. Aruleno Rustico fu anche lui vittima della tirannia, nel 94
d.C.; altra vittima della tirannia, nello stesso anno, fu Erennio Senecio-
ne, che aveva scritto una biografia analoga di Elvidio Prisco, genero di
Trasea, ucciso anche lui sotto Vespasiano per ragioni simili. Era sempre
la morte eroica ad aver pi risalto in questa letteratura, che, come si
vede, era anch'essa parte della tragedia politica. Non tacevano i servi del
regime. Si distinse un sinistro delatore, che era anche oratore di talento,
Marco Aquilio Regolo, che di Aruleno Rustico scrisse, dopo la sua mor-
te, una biografia diffamatoria; Aquilio si esercitava anche in biografie di
altro genere: ne scrisse, tra le altre, una su un figlio che aveva perduto.
Biografie elogiative pi pacate dovevano essere quella che un oratore ri-
nomato, Giulio Secondo, scrisse di un altro oratore, Giulio Africano, e
57 Anche su Cluvio Rufo cfr. iw ', I, pp. 178 s., 286, 289- 94 ( e altri passi segnalati
nell'indice).
La storiografia 65
quella in cui Plinio il Vecchio narr la vita di un poeta tragico della pri-
ma met del secolo, Pomponio Secondo. Plinio era sempre lui anche nel-
la biograa, pieno di curiosit: vi descriveva anche una cena offerta dal
poeta a Caligola e vi annotava anche i prezzi dei vini: in una biografia,
per, cose del genere dagli antichi erano pi tollerate che in una storia.
Colloco extra ordinem Curzio Rufo non solo perch diverso dagli
altri storici per tematica e orientamento, ma anche perch la sua colloca-
zione cronologica incerta. lo inclino a credere, con altri interpreti, che
il passo ( X 9, 3) in cui egli evoca, con intensa coloritura retorica, il pas-
saggio dalla notte tempestosa alla serenit, si riferisca alla fine delle
guerre civili del 69- 70 d.C., non al passaggio dal principato di Caligola a
quello di Claudio. Di una stanchezza per la storia romana nel pubblico
non si pu parlare, ma aforavano altre curiosit, specialmente nella
parte del pubblico meno vicina agli affari politici. L'incursione nella sto-
ria extraromana si orient, non per caso, verso il personaggio pi straor-
dinario della storia greca, anzi della storia mondiale, Alessandro Magno
( Historiarum Alexandri Magni libri X, di cui i primi due perduti), che
attirava la fantasia prima che la riessione. Poich intende pur sempre
fare opera seria di storico, Curzio mette un freno alla spinta verso il me-
raviglioso, pi libera in altre tradizioni greche; ma l'impresa di Alessan-
dro resta una grandiosa avventura; la curiosit per gli elementi esotici,
per i paesi lontani, che abbiamo vista affiorare in alcuni commentari, che
si trova, per es., anche negli Argonautica di Valerio Flacco, qui era am-
piamente soddisfatta. Sono altre le ragioni per cui la costruzione di Cur-
zio debole: mancanza di vaglio critico, confusioni, lacune lo rendono
una fonte meno attendibile delle fonti parallele greche conservate; tra le
fonti, per, egli ne aveva anche di buone. Di ispirazione politica sarebbe
fuori luogo parlare; ma lopera di Curzio anche una riessione sull'e-
sercizio del potere: lammirazione per il condottiero di eserciti lascia non
poco spazio a riserve morali sul comportamento di Alessandro verso i
suoi collaboratori; il quadro del grande personaggio non riesce sempre
coerente. L'impegno maggiore di Curzio era nello stile, ricco e uido co-
me quello di Livio, ma, per inusso della nuova retorica del secolo, pi
elaborato e pi carico, talora opulento. La narrazione tende con misura
allo splendore poetico; lo sforzo non vano, perch Curzio non manca
di forza fantastica; prima di Tacito, e lontano da Tacito, scrittore pi
originale e pi robusto di Velleio e di Valerio Massimo.
12. Tacito e Svetonio
Il passaggio, nel 96 d.C., dal principato tirannico di Domiziano a
quello senatorio di Nerva fu anch'esso traumatico: il tiranno fu elimina-
to da una congiura di corte; non era lontano il pericolo di nuove guerre
civili. Il pericolo fu evitato dalla prudenza di Nerva e del senato, che
cap l'importanza dell'esercito, ma il trauma in parte rest e spinse a una
riessione appassionata sul periodo dei Flavi, a cominciare dalle guerre
civili. Ancora una volta erano le vicende recenti a dominare nella ries-
66 LA PRosA LATINA
sione storica. L'esecrazione del tiranno era, o appariva, generale ( come,
del resto, accade comunemente dopo la rovina dei tiranni); generali era-
no il senso di sollievo per la libert di pensiero e di espressione e la
speranza che la libert, nalmente conciliabile col principato, fosse dura-
tura. Pi delicato e controverso era il giudizio sugli uomini politici di
rilievo che avevano collaborato col tiranno. Si potevano additare al di-
sprezzo i delatori, talvolta abbastanza abili per adattarsi al nuovo regi-
me; andavano venerati coloro che avevano affrontato l'esilio o la morte
per l'aperta avversione alla tirannide; ma erano rispettabili anche uomini
politici che avevano servito onestamente ed efficacemente lo Stato come
senatori o come governatori di province: essi avevano potuto svolgere la
loro opera fruttuosa perch, senza abbassarsi all'adulazione del tiranno,
avevano evitato uno scontro che li avrebbe distrutti. La preferenza di
Tacito va chiaramente a quest'ultima categoria; si colloca in essa il suo-
cero Agricola, da cui gli vengono la convinzione e l'esempio.
Tacito incominci la sua attivit di storico, nel 98 d.C., con una bio-
grafia del suocero, biografia che, come permetteva il genere letterario,
era anche un elogio. Un tempo si discuteva molto sulla classificazione
dell'opera: biograa o laudatio unebris o storia o altro? La discussione
non era futile, ma, certo, si esagerava la consistenza dei confini fra i
generi. La struttura di base biografica; ma la biografia segue un lo
cronologico e d ampio spazio alla storia, in modo non molto diverso da
quanto fa Plutarco ( e diversamente da Svetonio); alla biograa cos co-
struita si aggiunge un epilogo ( formato dagli attuali tre ultimi capitoli)
molto vicino alla laudatio unebris, un genere che, naturalmente, aveva
punti di contatto con la biografia: va ricordato che alla biografia la fun-
zione encomiastica era generalmente riconosciuta. Della funzione enco-
miastica Tacito protta con dignitosa misura; comunque l'opera un
elogio ( non un'apologia, di cui non c'era bisogno): elogio di un perso-
naggio, e, attraverso un grande esempio, elogio di un tipo di uomo poli-
tico, che vive operosamente evitando gli estremi del servilismo e della
ribellione sterile. La gloria era venuta ad Agricola dai progressi nella
conquista della Britannia, in cui egli si era impegnato in tutti gli anni del
suo governo di quella provincia, dal 78 all'84 d.C. La parte dedicata a
questo governo e specialmente alle campagne militari di tale ampiezza
che il resto sembra una cornice biografica: 30 degli attuali capitoli su 46
( 9- 12 descrizione della Britannia, 13- 17 la conquista prima di Agricola,
18- 38 governo di Agricola). Solo in parte questa scelta compositiva si
deve all'intento di valorizzare il servizio reso da Agricola allo Stato; in
parte maggiore agisce la vocazione dello storico, che affronta problemi
importanti del governo dell'impero. La scelta dello storico chiara anche
nello stile, che non quello dimesso della biografia, ma quello alto della
storia e si ispira gi a Sallustio. Anche la biografia, come il commenta-
rio, era un genere instabile, e Tacito ha profittato il pi possibile del
margine di instabilit. Sotto molti aspetti l'Agricola essenziale per capi-
re lo storico futuro.
Poco dopo ( forse nello stesso 98 d.C.) Tacito si accost alla storia
vera e propria anche per un'altra via, quella della trattazione etnografica.
La storiografia 67
ipotesi non assurda, ma indimostrabile, che la Germania nascesse co-
me ampliamento di un excursus etnografico destinato a un'opera storica;
cos come Tacito ce l'ha lasciato, l'opuscolo autonomo e rientra in un
genere che ha una lunga tradizione, anche se molto pi forte fra i Greci
che fra i Latini. Il quadro della vita dei Germani, tenuto conto dei limiti
dell'informazione di allora, serio e attendibile; l'idealizzazione dei po-
poli primitivi, dai costumi incorrotti, vi presente, soprattutto nel giudi-
zio, nel commento, ma non tale da causare grosse deformazioni. Nello
storico preoccupato del destino di Roma e dell'impero il confronto con
la corrotta societ romana si insinua pi volte; tuttavia esso nell'insie-
me solo un elemento marginale; pi forte la motivazione del problema
germanico come problema di sicurezza dell'impero: dal tempo di Cesare
esso 'non era pi uscito dall'orizzonte politico romano e lo avrebbe oscu-
rato sempre di pi: in questo senso l'opuscolo aveva radici politiche non
meno vive che l'Agricola.
Alla storia in senso pi proprio e pi ampio Tacito si dedic pochi
anni dopo: nel 105 d.C. alcuni libri delle Historiae erano gi composti e
pubblicati, ma il lavoro dur ancora per alcuni anni. L'opera compren-
deva probabilmente 12 libri e andava dalle guerre civili del 69 d.C. alla
morte di Domiziano, nel 96 ( a noi sono rimasti i primi quattro libri e un
pezzo del quinto). L'autore, nato intorno al 56 d.C., forse nella Gallia
Transalpina, aveva gi percorso onorevolmente la sua carriera politica:
era stato console nella seconda met del 97 d.C., sotto Nerva. Non si era
ritirato del tutto dalla politica: nel 112- 113 d.C. avrebbe govemato co-
me proconsole la provincia d'Asia: una carica di notevole prestigio. Taci-
to , dunque, un altro storico che viene dalla politica e che scrive nella
piena maturit. Ha scritto il capolavoro della storiografia latina, ma sen-
za operare una rivoluzione letteraria: la sua opera al culmine di una
tradizione, ed in essa profondamente radicata e ne conserva in gran
parte i limiti. L'orizzonte sempre quello romano, con al centro la citt
dominatrice; riconosciuti questi limiti, va per anche ricordato che la
citt al centro di un vasto organismo, poco pi ristretto del mondo
allora noto, e va riconosciuto che il centro non schiaccia, nella trattazio-
ne, l'organismo dell'impero. In una breve introduzione alle Historiae,
prima di iniziare la trattazione, egli traccia un quadro per indicare qua-
le era la situazione di Roma, quale l'animo degli eserciti, quale il com-
portamento delle province, che cosa c'era di sano, che cosa di malato
nell'intero mondo ( I 4, 1) 55. Questo quadro indica anche qual , in
gran parte, l'ossatura della narrazione nelle Historiae e negli Annales.
Nel corso dellet moderna Tacito stato interpretato in modi vari e
opposti; nel Settecento e nell'Ottocento fu letto anche come nemico del-
la tirannide. Certamente egli non fu nemico del principato: il principato
per lui, come per Seneca, una necessit irreversibile: l'alternativa sa-
55 Ceterum antequam destinata componam, repetendum videtur qualis status urbis,
quae mens exercituum, quis habitus provinciarum, quid in toto terrarum orbe validum,
quid aegrum fuerit.
68 LA PROSA LATINA
rebbe la guerra civile perpetua e il crollo dell'impero. In un governo as-
soluto molto dipende dalle qualit del principe; ma Tacito non punta
sull'efficacia della pedagogia, sull'institutio principis; non crede all'utilit
della filosofia: la diffidenza verso la filosofia, gi diffusa nell'lite politi-
ca romana, era cresciuta dopo l'esperienza fallimentare di Seneca. E l'e-
sperienza politica e militare che forma il buon principe. Tacito subisce
ancora il fascino delle antiche virt, integrit, semplicit, parsimonia; ma
sa bene che per ben governare esse non bastano: Galba, un aristocratico
all'antica, le aveva, ma era un imperatore inetto. Il sistema della succes-
sione per adozione, a cui voleva ricorrere Galba, avrebbe potuto essere
un buon sistema, purch si sapesse scegliere l'uomo giusto; Galba punt
su un uomo integro, ma non capace di governo. Per essere capax imperii
bisogna innanzi tutto saper tenere il controllo dell'esercito: questo man-
c a Galba, vecchio onesto e avaro, che avrebbe potuto andar bene in
una sana repubblica. Otone, uomo amante del lusso e della volutt, arri-
v all'impero con arti deteriori, ma, divenuto imperatore, seppe farsi sti-
mare e amare dall'esercito e dimostr capacit di governo ( Otone uno
dei pi affascinanti personaggi paradossali che appaiono nella narra-
zione di Tacito). Giustamente nella valutazione di Galba e nel dibattito
sul problema dell'adozione si sono scorti i riflessi degli eventi che porta-
rono alladozione di Traiano da parte di Nerva: uno dei casi pi chiari,
fra i tanti congetturati, di connessione fra l'esperienza politica diretta di
Tacito e linterpretazione storica.
Il principe pu essere inuenzato, anche pesantemente, dai familiari
e dalla corte. Tacito guarda con attenzione, anche eccessiva, a questo
ambiente, che quasi sempre lo spazio in penombra dove si svolge oc-
cultamente una lotta perpetua per il potere. Nella storiograa sull'impe-
ro romano il palazzo e la corte emergono sinistramente, in modo analo-
go a quanto era successo nella storiograa su Alessandro Magno, i Dia-
dochi, le monarchie ellenistiche; e mai nell'antichit questo spazio sta-
to rappresentato da un poeta tragico del livello di Tacito; qui si colloca-
no i personaggi pi drammatici che egli abbia creati, Seiano, Messalina,
Agrippina, i potenti liberti di Claudio e di Nerone; vi svolgono un ruolo
importante le donne: Livia, la madre di Tiberio, tenacemente attaccata al
suo potere occulto; Messalina, che il potere ha liberata da ogni freno
morale; Agrippina, che costruisce con tenacia e con tutti i mezzi leciti e
illeciti la sua potenza e non sa rassegnarsi alla necessit di dover conse-
gnarla al figlio: un saldo blocco di passione e logica politica, che s'in-
franger contro le leggi della politica stessa. I consiglieri prudenti, talvol-
ta saggi e giusti, come Sallustio ( nipote e glio adottivo dello storico)
presso Tiberio, Burro e Seneca presso Nerone, hanno potere pi effime-
ro. Il ruolo politico di Seneca non interpretato negativamente, bench
non manchino le riserve; ma il filosofo non pu ignorare le leggi che
regolano la guerra di corte e alla ne, comunque, fallisce tragicamente.
Tacito non il vindex senatus contro il principe: l'lite politica sena-
toria nel complesso non suscita ammirazione, non di rado suscita di-
sprezzo; nei rapporti col principe il servilismo e la paura sono gli atteg-
giamenti pi comuni. Lo storico, per, fa parecchie distinzioni nell'lite
La storiografia 69
politica. Ci sono gli uomini che, con leser'cizio delle magistrature, con
gl'interventi in senato, servono dignitosamente lo Stato, tenendo una via
non ambiziosa e non pericolosa inter abruptam contumaciam et deforme
obsequium 55. Tacito molto attento alle qualit oratorie dell'lite politi-
ca: nelle opere storiche restano vivi gli interessi dell'autore del Dialogus,
interessi che, qualunque sia la data di composizione di quest'opera, risal-
gono molto indietro nella sua vita 5 . Pur non essendo pi il centro reale
del potere, il senato un luogo dove l'oratoria politica pu dimostrare le
sue qualit e le sue diversit; resta sempre importante l'oratoria giudizia-
ria, di cui, com' naturale, la storia s'interessa pi raramente. All'opposi-
zione stoica al principato Tacito d un giusto rilievo, ma chiaro che le
sue riserve sono pesanti: anche nel martirio c' ostentazione; comunque,
l'abrupta contumacia non incide sulla realt, politicamente sterile. Tut-
tavia, nel suo atteggiamento verso i martiri v', pi che ambiguit, un'o-
scillante incertezza. Egli non distingue la politica dalla morale; e la gran-
dezza morale, anche quando sterile, simpone anche alla sua ammira-
zione, che, per, non costante.\ Credo che oscillazioni si possano segna-
lare nel libro XVI degli Annali. E i semplice prendere un atteggiamen-
to deciso verso il nauseante servililbmo che verso l'intransigenza, la fer-
mezza morale; lautore degli Annali non riesce a cavarsi del tutto dalla
mente Catone.
Dove l'lite politica d le prove migliori delle sue capacit e della sua
utilit allo Stato, nel governo delle province e specialmente nella guida
degli eserciti per la difesa e Fampliamento dellimpero. Quando ci si al-
lontana dalla capitale, dove il clima spesso metico, gli eventi talvolta
miseri, l'orizzonte si amplia; emergono figure luminose, e il racconto as-
sume talvolta la serenit grandiosa dell'epica. L'esperienza personale
avr contato anche in questo: la prima di queste gure luminose Agri-
cola. L'aureola epica che Germanico conserva nello scettico Tacito sar
dovuta in parte notevole alle fonti ( Germanico, che coltivava le lettere,
seppe organizzare intorno a s il consenso della cultura molto meglio di
Tiberio); ma l'aureola riesce a mantenersi pi facilmente perch il con-
dottiero opera lontano da Roma. Pur senza aureola, collocato in buona
luce, nella narrazione delle sue campagne orientali, un altro capo di eser-
citi, Corbulone, L'alone luminoso in cui appare per lo pi Germanico, si
deve .anche al favore con cui Tacito guarda alla politica di espansione
dell'impero; almeno sulla frontiera germanica egli auspica, per affrontare
il problema, una strategia aggressiva. Neppure l'esercito visto come
una parte del tutto malata nellorganismo dell'impero. Tacito non lo
idealizza; fra le sue rappresentazioni pi acute, e nello stesso tempo pi
vive drammaticamente, sono quelle delle rivolte militari. I problemi pi
importanti per i soldati sono lo stipendio, la durata del servizio, i premi,
59 I personaggi e i passi interessanti sotto questo riguardo sono stati da me segnalati
in Asretti del pensiero storico latino, cit., pp. 233- 46.
Qui non necessario trattare del Dialogus e delle molte questioni che ha suscitate;
una datazione relativamente tarda della composizone, intomo al 102 d.C., stata sostenuta
dal Syme, Tacitus cit., pp. 112 s., 116. L'autenticit oggi generalmente ammessa.
70 LA I> RosA LATINA
la preda; come spesso le folle, la truppa una massa emotiva, irraziona-
le e mutevole, che non difcile sobillare; e tuttavia l'esercito romano
non un'accozzaglia di mercenari: sia nelle guerre contro i nemici ester-
ni sia nelle guerre civili mostra disciplina, resistenza alle fatiche, efficien-
za, accanimento, e d anche splendide prove di valore. Gli aspetti dete-
riori prevalgono, se mai, nei pretoriani, stanziati a Roma.
La zona della societ dove quasi impossibile scorgere traccia di
grandezza umana, la plebaglia della capitale, pi irrazionale e mutevole
che la massa militare, un groviglio nauseante e quasi bestiale, animato
solo dal bisogno di sfamarsi e dal piacere degli spettacoli. Le scene di
massa evocate nelle Historiae, nella narrazione delle guerre civili del 69
d.C., sono tra le pi vive e terribili che si possano trovare nella storio-
grafia di tutti i tempi; e sono quadri attendibili; alla potenza artistica,
che si direbbe stimolata dal disprezzo, non si accompagna il minimo in-
teresse per ricercare le cause di quella degenerazione; nessuno sforzo di
analisi, nessuna distinzione in quel torbido groviglio: la plebaglia un
male ripugnante, ma non un problema, n sociale n storico. In questo
senso c' un passo indietro rispetto a Sallustio; ma, ovviamente, Tacito
non affatto un caso isolato: egli, anche perch deve rappresentare una
delle plebaglie peggiori che siano esistite, porta alle estreme conseguenze
un atteggiamento generale, che durer a lungo, anche per la sua inuen-
za, nella storiografia moderna. ll volgo di Roma, comunque, presente;
ma fra l'lite politica e sociale e la plebaglia si apre il vuoto: da Tacito
non ricaviamo niente sui ceti attivi e non miserabili delle citt d'Italia e
delle province, niente per la storia dell'agricoltura; gi molto se viene
riferito qualche dibattito in senato sui rapporti con gli schiavi. Neppure
sotto questo aspetto, ben inteso, Tacito caso isolato; , per, uno dei
casi estremi: per es., neppure nell'annalistica e in Livio il vuoto cos
impressionante.
La rappresentazione pi ricca di dettagli e di sfumature , natural-
mente, quella dell'lite politica; lo studio di Tacito offre molto a chi vuo-
le capire la sua composizione e i meccanismi di ricambio: durata di
grandi famiglie, declino di altre ( talvolta attraverso la decadenza econo-
mica, che costringe a ricorrere all'umiliante generosit del principe),
estinzione di altre ancora; ampliamento della nobilitas senatoria con
l'entrata di personaggi provenienti dall'Italia e dalle provincie. La valuta-
zione di questa apertura dell'lite politica in Tacito chiaramente positi-
va; ci non vuol dire che tutte le vie per lascesa siano considerate digni-
tose; per Tacito, in fondo, la via _dignitosa una sola: quella che, attra-
verso un servizio utile allo Stato nella carriera politica e militare, porta
dalle famiglie socialmente elevate ( ed implicito che il primo presuppo-
sto la ricchezza agraria) al senato; Italia e provincie, specialmente la
Gallia Cisalpina e le Gallie al di l delle Alpi, la Spagna, sono una riser-
va di virt antiche, di nobili integri, laboriosi, capaci. Agricola un mo-
dello soprattutto sotto questo aspetto.
Questo assetto della societ e dell'impero per Tacito , sostanzial-
mente, senza alternative; i margini entro cui si pu scegliere, sono ri-
stretti e precari. Ristretto lo spazio fra il principato tirannico e il princi-
La storiografia 71
pato liberale, ristretta la via fra il servilismo e Fintransigenza. Per le po-
polazioni delle provincie l'impero romano una necessit, se si vuole
evitare un dominio straniero ancora peggiore e il caos sociale. Senza la
difesa della frontiera a est la Gallia sarebbe sotto il dominio dei Germa-
ni; ma per la difesa ci vuole un esercito, e per mantenere un esercito ci
vogliono i tributi. Per l'unit dell'impero il principato una necessit:
quindi bisogna sopportare gl'imperatori, anche i loro vizi: Vitia erunt,
donec homines; bisogna sopportare gli imperatori tirannici come le cala-
mit della natura. Se l'impero romano cadesse, si avrebbe una guerra
generale dei popoli fra loro 6'. Insomma, l'impero romano l'unica ga-
ranzia della pace e dell'ordine: l'altemativa all'obsequium cum securitate
la contumacia cum pernicie. Ho riassunto uno dei discorsi pi impor-
tanti di Tacito: quello che Petilio Ceriale tiene ai Treviri e ai Lingoni per
convincerli a non continuare la rivolta contro Roma ( essi avevano aderi-
to alla rivolta dei Batavi guidata da Giulio Ceriale). Come si vede, l'im-
perialismo romano pienamente giustificato, ma non idealizzato: i Ro-
mani non sono portatori di una missione divina. Dopo Polibio molto
difcile trovare un'interpretazione del dominio di Roma pi lucida, pi
misurata e meno mistificatoria. Va ricordato che anche le ragioni della
rivolta contro Roma trovano in Tacito, e gi nell'Agricola, la loro elo-
quente espressione: su questo punto l'eredit sallustiana pienamente
raccolta.
Dunque, un presente senza alternative, e un presente non entusia-
smante. Senza idealizzare il passato ( in questo c qualche punto di con-
tatto con Seneca), Tacito ritiene pur sempre che la societ romana, com-
presa la cultura, storiograa e oratoria, abbia sub to un processo di cor-
ruzione, accentuatosi sotto il principato, e che la decadenza sia irreversi-
bile; ma il quadro non privo di luci: Tacito ci tiene a segnalare gli
esempi di virt che splendono nei tempi bui, tanto pi degni di ammira-
zione quanto pi isolati. La virt , tutto sommato, l'eccezione; ma Taci-
to ritiene che la buona pianta non si potr mai sradicare completamente.
Egli eredita e accentua il pessimismo tradizionale della storiografia lati-
na, radicato nell'esperienza della decadenza dei costumi. Questo pessimi-
smo fondato tutto sull'esperienza storica e politica, non sulla filosofia;
com' noto, in un famoso capitolo ( Ann. VI 22) egli esprime la sua scet-
tica incertezza fra stoicismo ed epicureismo; non nega validit all'astro-
logia pi seria, che distingue, secondo un'opinione vecchia di secoli, da
quella dei ciarlatani, ma l'adesione molto tiepida e generica. In sostan-
za, la concezione generale del mondo non lo interessa, come non lo inte-
ressano le dispute sull'ottima costituzione politica. Comunque dalla sto-
riografia ha attinto una concezione largamente negativa della natura
umana, che gli d una base sufficiente per rappresentare il vizio e so-
prattutto per lacerare le mistificazioni di ogni genere sotto cui il vizio si
nasconde. Anche quando ammira, come nel caso di Germanico, c' qual-
61
Hist. IV 74, 3 Nam pulsis, quod di prohibeant, Romanis quid aliud quam bella
omnium inter se gentium existent?
72 LA PRosA LATINA
che punto in cui lo spirito critico produce una lacerazione, e la grandez-
za del personaggio diventa teatralit e vanit: il narratore si controlla
sempre, non si lascia mai trascinare. Erede di un razionalismo che ha
fornito dei li alla trama della storiografia latina 52, Tacito lo storico
latino che lo sviluppa pi coerentemente; egli ben convinto dellimpor-
tanza della religione e delle istituzioni religiose nella storia romana, ma
la sua interpretazione di quella storia non religiosa. Non senza ragione
egli stato visto talvolta come una sorta di positivista scettico.
In altri tempi si molto discusso se l'interpretazione pessimistica del-
la storia si sia accentuata dalle Historiae agli Annales, anche a causa di
esperienze politiche deludenti, specialmente sotto Adriano. Differenze ci
sono, ma nel fissarle tenderei a ridurle: non ci sono convinzioni di fondo
mutate; va tenuto anche conto di quanto vi di convenzionale nell'elo-
gio del principato conciliato con la libert. Uno scetticismo vigile lo aiu-
ta anche nella lettura delle fonti, che pare una lettura attenta: predomi-
nano le opere storiche vere e proprie; ma egli ricorre anche a opere pi
documentarie, come i commentari, e a documenti, come gli acta senatus.
Di fronte a versioni differenti talvolta si dichiara incerto; ma queste con-
clusioni sono lontane, per rigore, da conclusioni analoghe di Livio, che
giustappone le versioni. La narrazione storica di Tacito una costruzio-
ne artistica, come dimostra gi l'architettura dell'opera, divisa, come gli
Annales di Ennio, come l* Eneide, in gruppi di sei libri: due gruppi per le
Historiae, tre gruppi per gli Annales ( Tiberio, Caligola e Claudio, Nero-
ne), la cui composizione impegn lo storico dopo il ritorno dal procon-
solato di Asia fino ai primi anni` ~ 'del principato di Adriano ( incerto
lanno della morte, probabilmente posteriore al 120 d.C.). Nel raggrup-
pamento degli eventi Tacito, oltre che dall'esigenza di offrire un'architet-
tura limpida, era condizionato dal ritmo annalistico, a cui intende restare
fedele; occorrerebbe un'analisi ampia, che qui non possibile, per dimo-
strare come egli abbia affrontato le difficolt; ma si pu affermare che le
ha superate senza eliminare la successione annalistica e senza violare
troppo il corso dei fatti con spostamenti.
Il metodo narrativo poggia su Sallustio e Livio in quanto ancora
una sintesi di storiograa pragmatica e di storiograa tragica. L'equili-
brio della sintesi pi vicino a quello di Livio che di Sallustio, cio lo
spazio dato al dramma delle passioni ampio, pi ampio che nello stes-
so Livio; convergono in questa direzione due motivi, l'uno oggettivo,
l'altro soggettivo: da un lato, la storia che ha per oggetto l'et imperiale
deve dare pi posto alle personalit dei principi, quindi alla biografia
( ci visibile anche in Dione Cassio); dall'altro lato c una scelta di
Tacito, per cui la forza di evocazione anche superiore alla penetrazione
dell'analisi. Il capolavoro della storiograa latina una nuova sintesi di
robusta gravitas e di tensione tragica. Nessuno storico ha superato Taci-
to come poeta tragico delle passioni politiche.
Nello stile egli ha accresciuto la tensione dei due termini, per risol-
'52 Su questi li cfr. Aspetti del pensiero storico latino, cit., pp. 80- 91.
La storiografia 73
verla in una sintesi pi alta. La gravitas, necessaria all'alta dignit della
storia, accentuata dal ritorno all'arcaismo e alla nobilt del lessico; la
concentrazione espressiva rafforzata, s da far pensare a Orazio lirico
oltre che a Sallustio. Ma ci sono mutamenti di direzione non marginali:
scompare- ci che di ispido restava nell'arcaismo sallustiano; se asimme-
trie e varietas vengono conservate, si attenua, invece, la predilezione per
gli hiantia verba, cio la tendenza a spezzare il periodo in modo da dare
l'impressione che si fermi sull'orlo di una rupe scoscesa: quando il pe-
riodo sembra chiudersi, Tacito aggiunge non raramente una coda, uno
strascico, costituito spesso da cola participiali. In compenso, per,
questa facies stilistica copre tutta la narrazione, non comporta, cio, ac-
canto a s, una sintassi pi tradizionale rispetto alla quale segnato lo
scarto, come accadeva in Sallustio; e tuttavia lo stile di Tacito riesce me-
no monotono. La facies muta solo nei discorsi, che risentono anche di
una tenue inuenza di Livio. Sia in funzione della gravitas sia in funzio-
ne del pathos si fa pi spesso ricorso a lessico poetico ( il poeta pi pre-
sente Virgilio); e, anche quando il lessico non poetico, vengono scar-
tati con cura, oltre il lessico volgare, i termini tecnici; anche la lingua
ufciale della politica, cos presente nei commentari, non eliminata dal-
l'annalistica, viene spesso modicata e sostituita. Il senso della dignit
della storia cos autentico, il pathos tragico cos elevato e nello stesso
tempo cos misurato che l'aulicit del linguaggio non si avverte mai con
fastidio: cos come l'alta liricit del Leopardi non fa sentire il carattere
letterario, aulico del suo lessico, e lo fa sentire, anzi, come necessario.
Come in Orazio lirico o in Virgilio, facile avvertire che lo stile elabo-
rato, ma il tormento sempre superato nella perfezione della frase. Forte
anche la fusione dello stile: per es., spesso risaltano sentenze incisive,
ma mai come corpi estranei al contesto. Molto pi difficile avvertire,
senza un'analisi minuta da specialisti, le differenze di stile nel corso del-
l'opera di Tacito; ma esse sono sensibili tra lAgricola e la Germania da
un lato, le opere successive dall'altro; nel corso delle opere maggiori cer-
ti usi caratteristici dell'autore si accentuano fino alla prima esade degli
Annali, poi si avverte un riusso verso usi pi normali; e si anche
supposto che gli ultimi libri degli Annales siano rimasti senza la revisio-
ne finale. Si sar notato che la base di partenza per l'elaborazione stili-
stica tutta latina. Sallustio si era formato in parte sui Greci, soprattutto
Tucidide; Tacito si formato su Sallustio, senza ricorrere ai Greci. An-
che per la storiograa, ormai, i Latini hanno i propri classici. In poesia
ci era aw enuto a partire da Ovidio; anche nella storiografia l'abbando-
no dei modelli greci deve essere avvenuto subito dopo l'et augustea o
con lo stesso Livio 55.
Dalle lettere di Plinio il Giovane conosciamo i nomi, ma quasi solo i
nomi, di storici contemporanei: Pompeo Planta, amico di Traiano, Pom-
peo Saturnino, Sardus. Pompeo Planta nella sua opera narrava anche le
55 Per una caratterizzazione meno sommaria dello stile di Tacito rimando ad A. D.
Leeman, Orationis ratio cit., pp. 465- 98.
74 LA I> RosA LATINA
guerre civili del 69 d.C.; per ragioni che ignoriamo irrit un amico di
Plinio il Giovane ( Epist. IX 1), Vibio Massimo, che replic con un'opera
apologetica. Commentari, almeno sulla guerra dacica, scrisse Traiano;
ma lunico caso noto in questo periodo. Una notevole continuazione
ebbe la biografia dei martiti della libert: Caio Fannio scrisse un'opera
sulle morti di personaggi perseguitati da Nerone; Gneo Ottavio Titinio
Capitone scrisse unopera di exitus illustrium virorum, e fra i personaggi
erano compresi alcuni da lui ben conosciuti, dunque dei tempi di Domi-
ziano ( Titinio fu segretario ab epstulis di Domiziano, Nerva, Traiano).
La morte, che aveva gi risalto nelle biografie dei martiri, finisce per
diventare un tema a s; ma la tradizione degli exitus aveva gi una sua
storia, risalente fino agli elogi di Catone l'Uticense, che arriver poi fino
alla tarda antichit e passer nella agiografia cristiana 5 .
La nuova importanza che la biografia aveva assunto dopo l'instaura-
zione del principato, si riflette nel modo pi pieno nel biografo contem-
poraneo di Tacito ( anche se di lui pi giovane), colui che doveva diven-
tare presto, e durare, come il classico latino in questo genere di lettera-
tura. Caio Svetonio Tranquillo era un erudito di larghi interessi e molto
ferrato; scrisse anche lui unopera De viris illustribus ( di cui ci restano
le sezioni sui retori e i grammatici e pezzi delle biograe dei poeti), ma
qui c'interessa come autore del De vita Caesarum, cio delle biografie
degli imperatori da Cesare a Domiziano ( ed notevole che la lista degli
imperatori incominci gi da Cesare, non da Augusto). Svetonio proveni-
va dal ceto equestre ( quindi il biografo non uno storico senatore), e
agli equites d qualche rilievo nella sua narrazione; tuttavia notevole
che i valori, i criteri di giudizio non sono diversi da quelli di Tacito: di
unideologia propria del ceto equestre difcile parlare. Essendo perdu-
ta tanta parte della biograa antica, che aveva strutture letterarie molte-
plici, non possiamo dire quanto la struttura seguita da Svetonio in tutte
queste vite sia nuova. Egli d largo spazio e una funzione strutturale alla
parte eidografica, cio alla parte che descrive sotto diversi aspetti il ca-
rattere e riferisce i fatti secondo che rientrino in questa o quella rubrica;
la parte eidografica separa due pezzi che seguono un filo cronologico, il
pezzo che va dalla nascita alla maturit e il pezzo sulla morte. Avendo
esperienza burocratica ( sotto Adriano, prima di essere coinvolto nella
disgrazia del suo protettore Septicio Claro, fu sovrintendente alle biblio-
teche e magister epistularum), sapeva dove mettere le mani per trovare
documenti e ne fece buon uso. Naturalmente anche per lui l'uso di docu-
menti supplementare, non primario; comunque la sua informazione
relativamente accurata, come risulta, per es., dal confronto con Plutarco.
Lo scopo di informare non per lui secondario e non schiacciato da
esigenze moralistiche, che pure non mancano, come non mancano gli
orientamenti politici nei giudizi sugli imperatori; nello stesso tempo rac-
coglie e sviluppa la funzione della biografia come piacevole genere d'in-
5" Per la storia di questo tema cfr. F. Marx, Tacitus und die Literatur der exitus illu-
strium virorum, in Philol., 93 ( N. F. 47), 1938, pp. 83 ss.; A. Ronconi, Exitus illustrium
La storiografia 75
trattenimento. La via da lui scelta a questo scopo lontana dalla subli-
mit e raramente incontra il pathos; per i casi in cui il pathos affiora
( per es., in scene della morte di Nerone: cfr. Nero 46), bisogna tener
conto anche delle fonti. Egli punta su una rappresentazione precisa, ric-
ca di dettagli, spesso colorita e vivace, sugli aneddoti e i detti arguti. Lo
stile , sotto molti aspetti, il contrario di quello di Tacito: non ieiunus;
la sintassi abbastanza articolata, ma rinuncia a ogni paludamento reto-
rico, alla ricerca di colori carichi e di lenocini; il lessico quello urbano
delle persone colte del tempo e chiama le cose col loro nome, senza
escludere affatto la lingua ufficiale e i termini tecnici. Svetonio, al con-
trario di Tacito, tende a farsi leggere senza sforzo; poich, d'altra parte,
non ritiene di dover ricorrere ad artifici stilistici per aw incere il lettore,
realizza un buon equilibrio fra sobriet e vivacit, che una delle ragioni
della sua grande fortuna. Solo in parte le differenze da Tacito si spiega-
no con la differenza di genere letterario; anche Tacito ha scritto una bio-
grafia, e anche dallAgricola Svetonio resta profondamente diverso; Plu-
tarco presenta qualche aspetto simile a Svetonio, ma monumentalit e
pathos vi hanno un posto senza confronto pi ampio. Molto, dunque, va
spiegato con i gusti di Svetonio e del suo pubblico; come Plinio il Giova-
ne, Svetonio riette gi un calo di tensione ideale che caratterizza gran
parte della cultura del Il sec. d.C.
13. Il declino della storiograa latina nei secoli ll e III d.C.
Il declino della storiograa latina dopo Tacito e Svetonio non un
fenomeno isolato: tutta la cultura letteraria latina subisce un infiacchi-
mento e un impoverimento. Per la storiografia una ragione importante
nel tramonto dell'lite senatoria come forza culturale, come ispiratrice di
ideali politici e morali. La libert conciliabile col principato non aveva
molta consistenza, e diveniva sempre pi chiaro che non c'era alternati-
va; comunque il nuovo clima bast a far cadere quella tensione ideale
che fino a Tacito si era mantenuta nella riflessione sul principato e la
libert, la corruzione della societ, l'impero, il ruolo dell'uomo politico.
Il cambiamento, sotto il principato di Adriano, abbastanza rapido, qua-
si precipitoso; ma, in condizioni di relativa pace e di relativa prosperit,
la coscienza civile e la sensibilit culturale sono cos indebolite che del
cambiamento nessuno, dopo Giovenale, sembra accorgersi; come un
passaggio nel vuoto, in cui tutti si sentono alleggeriti. All'indebolimento
della cultura latina contribuisce la maggior presenza, a Roma, della cul-
tura greca, con punte talora aggressive; si aggiunga che Roma non pi
l'unico centro della cultura latina: l'Africa romana, molto impregnata di
cultura greca, incomincia a essere unarea fertile. La storiografia non il
primo genere letterario a tramontare: erano gi tramontate la tragedia
viromm in Dm Lucrezio a Tacito, Firenze 19682, pp. 206- 36, e anche in Da Omero a
Dante. Scritti di varia filologia, Urbino 1981, pp. 293- 320 ( lo studio risale al 1940).
76 LA I> RosA LATINA
( anche quella letteraria, non rappresentata in teatro), l'epica, la lirica 55.
Nel III secolo, dopo i Severi, si aggiunge una lunga crisi politica, che
segna un maggior intervento dellesercito nella vita dell impero e non
certo favorevole alla vita culturale; ma nella storiografia non c' grande
differenza fra il II secolo e il III, anzi nel III la biografia ha maggiore
sviluppo.
Nell'ambito della storiografia scompare la narrazione storica in senso
stretto. L'opera di Tacito sar continuata da un greco, Ammiano Marcel-
lino, verso la fine del IV sec. d.C. Ora la storia di grande respiro sosti-
tuita da compendi. Pi che un compendio, un breve trattato a s l'ope-
ra di Annio Floro, che visse dal tempo di Domiziano al tempo di Adria-
no, di cui fu amico. Il titolo con cui essa tramandata ( Epitoma de Tito
Livio bellorum omnium annorum DCC, in due libri, suddivisi nella tradi-
zione anche in quattro), non del tutto esatto, perch Floro, se usa Li-
vio come fonte principale, ricorre anche ad altri autori, come Sallustio e
Cesare, e dispone la materia in schemi di altra origine. Uno schema da
lui ereditato quello presente in Seneca padre, cio la divisione della
storia romana in quattro et ( qui infanzia e puerizia sono unite). L'esse-
re collocato nella vecchiaia dell'impero non scuote in Floro la fiducia e
l'ammirazione per Roma: la sua storia attua un disegno provvidenziale e
la virt romana non destinata a perire. L'opera un panegirico divul-
gativo della storia di Roma e dei suoi eroi. Lo stile colorito, un po'
enfatico, ma senza rendere pesante la narrazione, che resta chiara e pia-
cevole.
Le opere successive di storia sono pi vicine al compendio vero e
proprio. E del II o III secolo il compendio di Pompeo Trogo, a cui ho gi
accennato, scritto da Marco Giuniano Giustino: non un riassunto conti-
nuo, ma piuttosto un misto di riassunti e di excerpta. Forse erano di
dimensioni analoghe le Historiae, in 40 libri, di Granio Liciniano; forse
la trattazione incominciava con la fondazione della citt. I libri dal
XXVIII al XXXVI comprendevano la storia romana dalla fine della guer-
ra macedonica ( 167 a. C.) alla morte di Silla ( 78 a. C.); di questo testo,
in stile dal colore un po' sallustiano, sono stati scoperti pochi frammenti
in un palinsesto. Liciniano utilizzava probabilmente Livio, ma insieme
con altri autori latini e greci, fra cui Sallustio e Posidonio. Le Periochae
di Livio ( cio i brevi riassunti dei singoli libri) che conserviamo, sono di
epoca incerta; le usava gi lulius Obsequens, che nel III o IV secolo
compil una raccolta di prodigi; l'autore delle Periochae lavorava gi
non direttamente su Livio, ma su un compendio pi ampio. Epitomi di
Livio si usavano al tempo di Marziale ( XIV 190) e, data la mole dell'0-
pera, probabilmente anche prima; compendi di Sallustio e di Livio scris-
se, per l'educazione del figlio, Vibio Massimo, amico di Stazio ( Silv. IV
7, 53 s.) e, come abbiamo visto, di Plinio il Giovane. Pi che una storia
55 Cfr. Aspetti del pensiero storico latino, cit., pp. 27- 40.
La storiografia 77
universale, una compilazione erudita di notizie geograche e mitologi-
che il Liber memorialis di Ampelio, composto nel III o IV secolo 55.
Nel lungo periodo di cui qui si tratta, non mancano commentari au-
tobiograci di imperatori; almeno due vi si dedicarono con qualche im-
pegno: Adriano e Settimio Severo. I commentari di Adriano venivano
attribuiti da qualcuno ( l'opinione riferita in SHA, Hadr. 16, 1) ad un
suo liberto, Flegonte; pu darsi che questi labbia aiutato, come Epicadio
aveva fatto con Silla; non si pu neppure escludere che Flegonte fosse
veramente l'autore ( anche possibile che l'imperatore li pubblicasse sot-
to il nome del liberto); comunque Adriano era di cultura rafnata e po-
teva comporre da s. Naturalmente l'autobiografia era apologetica: poco
dopo l'assunzione al principato Adriano aveva eliminato alcuni concor-
renti facendoli massacrare; nell'autobiograa faceva ricadere la colpa sul
senato, che avrebbe agito contro la sua volont. Disseminava nella narra-
zione alcune malignit o notizie scandalose: Traiano beveva troppo e
aveva spinto Adriano a imitarlo; Tito avrebbe avvelenato il padre Vespa-
siano in un banchetto. L'autobiografia di Settimio Severo era ricca di
accuse infamanti contro gli antagonisti che avevano cercato di rovesciar-
lo; dava inoltre rilievo a sogni, prodigi, oracoli che avevano preceduto o
accompagnato la sua ascesa al potere: per es. ( fr. 1 P), riferiva un sogno
in cui aveva visto Pertinace, il suo predecessore, cadere dal cavallo, che
poi si era offerto a lui perch montasse in sella. Dunque era un'autobio-
grafia di ispirazione carismatica. Ad Aureliano l'Historia Augusta ( Au-
rel. 1, 6) attribuiva un diario ( ephemerides), che fu conservato nella bi-
blioteca Ulpia, ma che, forse, non era destinato alla pubblicazione. Natu-
ralmente la parentela tra ephemerides e commentarii doveva essere stret-
ta. Fino a Settimio Severo o Elagabalo gli imperatori erano abbastanza
colti per dedicarsi a letteratura del genere; eppure l'hanno coltivata ben
poco; in seguito, nel corso del III secolo, gli imperatori clti furono ec-
cezioni.
La cultura latina di questi secoli sterili fu pi propizia alla biografia
che alla storia: ci si pu affermare, anche se le informazioni che abbia-
mo su questa fioritura biograca, provenendo in massima parte dalla Hi-
storia Augusta, non sono molto solide. Non si pu dubitare dell'esistenza
e dell'importanza di Mario Massimo, di cui stata proposta l'identifica-
zione con Lucio Mario Massimo Perpetuo Aureliano, vissuto fra II e III
secolo ( dal tempo di Commodo fino al tempo di Alessandro Severo),
praeectus urbi sotto l'imperatore Macrino, console per la seconda volta
nel 223. Sappiamo da Ammiano Marcellino che a Roma costituiva una
lettura piacevole verso la fine del IV secolo. Secondo un procedimento
che abbiamo visto applicato da alcuni storici, egli parte dal punto a cui
era arrivato il pi illustre dei suoi predecessori, Svetonio: scrive le vite
55 Altri storici restano per noi poco pi che nomi. L'Historia Augusta cita come auto-
ri di una historia sui temporis Lollio Urbico e Vulcazio Terenziano, che dovrebbero esser
vissuti nella prima met del III sec. d.C. Igino, autore, verso la ne del Il secolo, di un'o-
pera di astronomia, la dedica a un certo Marco Fabio, scrittore, fra l'altro, di historiae, che
potrebbero anche essere una raccolta di curiosit erudite.
78 LA I> RosA LATINA
degli imperatori da Nerva fino a Elagabalo. Di Svetonio conservava, a
quanto pare, alcune virt e accentuava alcuni vizi. Doveva avere un'in-
formazione accurata e ricorreva non di rado a documenti che citava nel
corso della narrazione: discorsi, lettere, pamphlets, forse anche il giorna-
le di Roma, gli acta urbis 57. Un margine di dubbio resta, perch l'auten-
ticit dei documenti citati non sicura; va presupposto, comunque, che
esistesse un tipo di biografia in cui si citavano dei documenti ( costume
estraneo, come si sa, alla storiografia antica, ma entrato nella biografia
relativa a filosofi e scrittori). Avesse o no a cuore linformazione esatta,
Mario Massimo puntava sulla ricchezza e vivacit dei particolari, special-
mente della vita privata, e insisteva sulle coloriture negative e deturpan-
ti: crudelt, ipocrisia, deformit fisiche ( fra i personaggi pi repellenti
Commodo).
Un altro biografo che ha rilievo nella Historia Augusta ( a proposito
di personaggi da Clodio Albino, uno degli avversari schiacciati da Setti-
mio Severo, fino a Balbino, uno degli imperatori del 238), Elio o Giu-
nio Cordo; ma si sospetta, per motivi non futili, che sia stato inventato
dall'autore della Historia Augusta. Se non uno scrittore fittizio, un
biografo affine a Mario Massimo, con qualche vizio in pi. Anche lui
cita documenti, della cui autenticit si dubita; accentua la ricchezza e la
futilit dei particolari; gli piace ricordare la propensione di certi perso-
naggi allforgia pantagruelica, per es. di Clodio Albino e di Massimino
( fr. 4; 8 P.); di Massimino, oltre a ricordare le esibizioni di forza erculea
( fr. 9 P.), rileva l'abitudine di riempire vasi col suo sudore ( fr. 8 P.).
Tacito sarebbe rimasto nauseato a leggere cose del genere; si vorrebbe
attribuire a biografi di questo tipo la volutt di demistificare e infangare
la storia, ma sarebbe attribuire loro troppo: si tratta di un gioco futile
per un pubblico che non chiedeva di meglio.
L'Historia Augusta cita parecchi altri biografi di cui qui non possia-
mo occuparci; dubbia la loro realt e, ammesso che si tratti di scrittori
reali, molto difcile caratterizzarli e differenziarli 55. Fra i biografi pos-
siamo collocare anche un imperatore, il pi vecchio dei Gordiani: l'Hi-
storia Augusta ( 3, 2; 4, 7) c'informa che egli scrisse biografie degli An-
tonini; prima, nella sua molteplice attivit letteraria, aveva scritto sugli
Antonini anche un poema epico in trenta libri! Alcuni degli Antonini
rappresentavano dei modelli di principi e i Gordiani venivano in qualche
modo connessi con loro. Non tutti i biografi erano dello stesso livello, e
neppure all'interno delle singole biografie tutto era allo stesso livello; si
anche supposto che le biografie da Adriano a Caracalla nell'Historia
Augusta si basino su un biografo serio e attendibile e che una base della
stessa solidit manchi per le biografie successive: dunque ci sarebbe al-
57 Da SHA, Comm. 15, 4 ( = fr. 15 P.) si ricava che Mario Massimo sapeva dell'inclu-
sione di azioni turpi di Commodo negli acta urbis; non , per, sicuro che egli li consultas-
se direttamente.
55 Rimando a H. Peter, HRR, II, pp. CLXXXIX- CCII e p. 120, 131- 42, 147- 55; H.
Bardon, La littrature latine inconnue, cit., II, pp. 274- 9. Alcuni fra questi possono gura-
re come storici piuttosto che come biografi.
La storiografia 79
meno un biografo molto rispettabile nella prima met del III secolo 5 .
Lipotesi non molto forte; gli elementi seri potrebbero anche venire da
Mario Massimo.
Nel secolo III spunta anche la biografia cristiana, di carattere, ovvia-
mente, del tutto diverso. Ponzio, un discepolo di Cipriano, narr il mar-
tirio del santo. Noi ne possediamo una relazione interpolata pi tarda.
Ponzio limitava la biografia agli ultimi anni della vita e si occupava so-
prattutto del martirio: dev'esserci una connessione con una tradizione
pagana a cui ho gi accennato, quella degli exitus illustrium virorum.
Merita almeno un accenno un tipo di letteratura che ha qualche rap-
porto con la storia e di cui ho fatto menzione per altre epoche: quella
che d spazio all'antiquaria. Sammonico Sereno ( padre del poeta omoni-
mo), un dotto del tempo di Settimio Severo, nelle sue Res reconditae si
occupava talvolta anche di storia della religione romana ( per es., delle
formule dell'evocatio, il rito con cui si invitavano gli di della citt che
stava per essere conquistata, a uscirne e a trasferirsi presso i vincitori).
Un dotto di ottimo livello era Cornelio Labeone, di et incerta, ma forse
del secolo III: anche lui si occupava di problemi di storia della religione
e scrisse un'opera di Fasti. Notevole fu la sua inuenza sulla cultura an-
tiquaria e religiosa al tempo di Macrobio e Agostino. Una cronografia
che abbracciava un millennio di storia romana ( Xtlttemgi), e un'opera
sui Parti scrisse Asinio Quadrato, citato da dotti greci della tarda anti-
chit o bizantini e un paio di volte anche nell'Historia Augusta; ma que-
ste opere, scritte in greco, erano pi utili per le notizie geografiche ed
etnografiche. Il caso di Labeone ci ricorda che in certe epoche la storia
pi seria si trova nellantiquaria.
Bibliografia
Viene data prima una bibliografia generale, poi la bibliografia relativa a cia-
scun paragrafo. Per lo pi viene omessa la bibliografia gi citata nelle note.
Per gli storici conservati solo in frammenti indispensabile ancora H. Peter,
Historicorum Romanorum reliquiae ( citato con HRR), Leipzig 1883- 1906; del I
vol. seconda ed. nel 1914; le poche edizioni di singoli autori conservati in fram-
menti saranno indicate nella bibliografia relativa ai singoli paragrafi; ivi saranno
indicati anche edizioni critiche e commenti degli storici conservati.
Degli storici trattano, naturalmente, tutte le storie della letteratura latina; la
pi utile per l'informazione e la bibliografia sino allinizio di questo secolo resta
quella di M. Schanz, ampliata da C. Hosius; la recente Latin Literature, ed. by
E. I. Kenney, W. V. Clausen, Cambridge 1982 ( II vol. della Cambridge History of
Classical Literature), di scarsa originalit e utilit; ma si distinguono positiva-
mente i capitoli sulla biografia e sulla storiografia del tardo impero, scritti da R.
Brow ning. Non va trascurato H. Bardon, La littrature latine inconnue, Klinck-
sieck, Paris 1952- 1956. Do qui una bibliografia generale sulla storiografia latina,
quasi tutta degli ultimi due decenni: H. Peter, Wahrheit und Kunst. Ge-
schichtsschreibung und Plagiat im klassischen Altertum, Leipzig 1911; L. Ferre-
59 Cfr. R. Syme, Emperors and Biography, Oxford 1971, pp. 49 ss.
80 LA I RosA LATINA
ro, Rerum scriptor. Saggi sulla storiografia romana, Trieste 1962; Santo Mazza-
rino, Il pensiero storico classico, Il 1- 2, Bari 1966 ( opera ricca di problemi, spes-
so arrischiata nelle soluzioni); A. Momigliano, Studies in Historiography, Lon-
don 1966; IVI. Rambaud, Recherches sur le portrait dans Vhistoriographie romai-
ne, in Les Etudes classiques, 38, 1970, pp. 417- 47; S. Usher, The Historians
of Greece and Rome, London 1969; M. Grant, The Ancient Historians, New
York 1970; E. Burck, Einige Grundzge der rmischen Geschichtsschreibung, in
AA.VV., Festschrift K. I. Merentitis, Atene 1972, pp. 49- 66; W. den Boer, Some
Minor Roman Historians, Leiden 1972; F. Della Corte, Storiografia, in AA.VV.,
Introduzione allo studio della cultura classica, I, Milano 1972, pp. 331- 93 ( = F.
Della Corte, Opuscula, V, Genova 1975, pp. 95- 157); Klaus E. Mueller, Ge-
schichte der antiken Ethnographic und ethnologischen Theoriebildung, I: Von
den Anfngen bis auf die byzantinischen Historiographen, Wiesbaden 1973;
I. M. Andr, A. Hus, L'histoire Rome. Historiens et biographes dans la littra-
ture latine, Presses Univ., Paris 1974; F. Weissengruber, Zum Moralbegri in
der rmischen Geschichtsschreibung, in Rm. Mitteil. ( Wien Ak.), 16, 1974,
pp. 23- 43; P. Burcke, Untersuchungen zur antiken Universalgeschichtsschrei-
bung, Diss. Erlangen- Nrnberg 1974; A. H. Mc Donald, Theme and Style in Ro-
man Historiography, in Ioum. of Roman St., 65, 1975, pp. 1- 10; A. Momiglia-
no, Essays in Ancient and Modern Historiography, Oxford 1977; A. La Penna,
Aspetti del pensiero storico latino, Torino 1978 ( 19832); Z. Rubin, Civil- War,
Propaganda and Historiography, Brussels 1980; G. A. Press, The Development
of the Idea of History in Antiquity, Montreal 1982; C. W. Fornara, The Nature
of History in Ancient Greece and Rome, Berkeley 1983; I. van Seters, In Search
of History. Historiography in the Ancient World and the Origins of Biblical Hi-
story, New Haven 1983; P: Widmer, Die unbekannte Realitt. Studien zur Nie-
dergangs- thematik in der Antike, Stuttgart 1983; D. Flach, Einfhrung in die
rmische Geschichtsschreibung, Darmstadt 1985; M. Reinhold, Human Nature
as Cause in Ancient Historiography, in AA.VV., The Craft of the Ancient Histo-
rian. Essays in Honor of Chester G. Starr, Lanham ( UsA) 1985, pp. 21- 40; E.
Cizek, Les genres de Fhistoriographie latine, in Faventia, 7, 2, 1985, pp. 15-
33; C. Codoer Merino, Evolucin del concepto de historiografia en Roma, Bar-
celona 1986. Contributi di vari autori sono compresi nelle seguenti opere miscel-
lanee: Latin Historians, ed. by T. A. Dorey, London 1966; Roemische Ge-
schichtsschreibung, hrsg. von V. Pschl, Darmstadt 1969; Geschichte, Ereignis
und Erzhlung, hrsg. von A. Koselleck, W. D. Stempel, Mnchen 1973; Ricerche
di storia antica, Pisa 1979- 80; Past Perspectives. Studies in Greek and Roman
Historical Writing. Papers Presented at a Conference in Leeds 6- 8 April 1983,
ed. by I. S. Moxon, I. D. Smart, A. I. Woodman, Cambridge 1986. T. I. Cornell,
The Value of the Literary Tradition Concerning Archaic Rome, in AA.VV., Social
Struggles in Archaic Rome. New Perspectives of the Conict of the Orders, ed. by
K. A. Raaaub, Berkeley 1986, pp. 52- 76; Il protagonismo nella storio-
grafia classica, Genova 1987; A. I. Woodman, Rhetoric in Classical Historio-
graphy. Four Studies, Croom Helm, London 1988.
In particolare sulla biografia: F. Leo, Die griechisch- rmische Biographie
nach ihrer litterarischen Form, Leipzig 1901 ( rist. anast. Darmstadt 1965); D. R.
Stuart, Epochs of Greek and Roman Biography, Berkeley 1928; W. Steidle, Sue-
ton und die antike Biographie, Mnchen 1951; A. Momigliano, Lo sviluppo del-
la biografia greca ( trad. dallinglese), Torino 1974 ( con ampia bibliografia); F.
Wehrli, Gnome, Anekdote und Biographie, in Mus. Helveticum, 30, 1973, pp.
193- 208; B. Gentili, G. Cerri, Storia e biografia nel pensiero antico, Roma- Bari
1983; A. Dihle, Die Entstehung der historischen Biographie, in Sitzungsber. der
Heidelberger Akademie der Wiss., Philos.- Hist. KI., 3, 1986. Raccolta di studi
La storiograa 81
sulla biograa latina in Latin Biography, ed. by T. A. Dorey, London 1967. Sul-
Fautobiografia antica G. Misch, Geschichte der Autobiographie, I, Leipzig- Berlin
1907 ( Frankfurt 19495); U. von Wilamow itz- Moellendorff, Die Autobiographie
im Altertum, in lntem. Wochenschrift fr Wiss., Kunst und Technik, 1, 1907,
pp. 1105- 14; W. C. Spengemann, The Forms of Autobiography. Episodes in the
History of the Literary Genre, New Haven 1980.
Per lo stile della storiograa il meglio si trova in opere generali sulla prosa
antica e sulla prosa latina: E. Norden, Die antike Kunstprosa vom VI Iahrhun-
dert v. Chr. bis in die Zeit der Renaissance, Leipzig- Berlin 1909 ( rist. anast.
Darmstadt 1971); A. D. Leeman, Orationis ratio. The Stylistic Theories and
Practice of the Roman Orators, Historians and Philosophers, Amsterdam 1963
( trad. it. Bologna 1974); cfr. inoltre I. P. Chausserie- Lapre, L'expressi0n narra-
tive chez les historiens latins, De Boccard, Paris 1969.
Indico qui due opere sulla storiograa arcaica latina ( altre saranno indicate
nella bibliografia relativa ai paragra 1 e 2): G. Gentili, G. Cerri, Le teorie del
discorso storico nel pensiero greco e la storiografia romana arcaica, Roma 1975;
K. Bringmann, Weltherrschat und innere Krise Roms im Spiegel der Ge-
schichtsschreibung des zw eiten und ersten Iahrhunderts v. Chr., in Antike und
Abendland, 23, 1977, pp. 28- 49.
1. Una discussione ampia e approfondita di tutta la tradizione sull'annalsti-
ca pontificale in B. W. Frier, Liber Annalis Pontiicum Maximorum. The Origin
of Annalistic Tradition, Roma 1979. Secondo l'autore l'attivit storiografica pon-
tificale com' delineata in quella tradizione fittizia; ma lui stesso ritiene non
rigorosamente dimostrabile la sua tesi. Nel1'opera c' una buona storia della que-
stione e una ricca bibliografia. Cfr. inoltre E. Raw son, Prodigy Lists and the Use
of the Annales Maximi, in Class. Quarterly, n.s. 21, 1971, pp. 158- 69. Sulla
questione della perdita o meno dei documenti ponticali durante l'invasione gal-
lica cfr. M. Sordi, Il Campidoglio e l'invasione gallica del 386 a.C., in "Contri-
buti dell'Ist. di Storia Antica dell'Univ. del Sacro Cuore, 10, 1984, pp. 82- 91.
2. Molto viva la discussione su Fabio Pittore nell'ultimo mezzo secolo: M.
Gelzer, Der Anfang rmischer Geschichtsschreibung, in Hermes, 69, 1934, pp.
46- 55; Id., Nochmals ber den Anfang der rmischen Geschichtsschreibung, in
Hermes, 82, 1954, pp. 342- 8; U. Knoche, Roms lteste Geschichtsschreibung,
in Neue Iahrbb. fr Antike und deutsche Bildung, 2 ( 114), 1939, pp. 193- 203;
F. Bmer, Naevius und Fabius Pictor, in Symb. Osloenses, 29, 1952, pp. 34
ss.; A. Momigliano, Linee per una valutazione di Fabio Pittore, in Rend. del-
l'Acc. dei Lincei, Cl. di scienze morali, stor. e filol., s. III 15, 1960, pp. 310 ss.
= Terzo contributo alla storia degli studi classici e del mondo antico, I, Roma
1966, pp. 55 ss.; G. Perl, Der Anfang der rmischen Geschichtsschreibung, in
Forschungen und Fortschritte", 38, 1964, pp. 185- 9, 213- 8; B. Combet- Far-
noux, Fabius Pictor et les origines du theme de la concordia ordinum dans l'hi-
storiographie romaine, in Ann. de la Fac. des Lettres de Nice, 11, 1970, pp.
77- 91; D. Timpe, Fabius Pictor und die Anfnge der rmischen Historiographie,
in ANRW ( = Aufstieg und Niedergang der rmischen Welt), I 2, Berlino 1972,
pp. 928- 69; N. Horsfall, Q. Fabius C. filius Pictor. Some New Evidence, in Li-
verpool Class. Monthly, 1, 1976, p. 18. Gli studi del Perl e del Timpe offrono
una ricca bibliografia. Il Timpe insiste sulla scarsa omogeneit fra le parti dell'0-
pera: la parte riguardante le origini ( ma le origini si estenderebbero no a met
circa del V sec. a.C.), la parte riguardante i primi due secoli circa della repubbli-
ca, piuttosto povera, e la parte successiva, pi dettagliata. Su Cincio Alimento:
G. P. Verbrugghe, L. Cincius Alimentus. His Place in Roman Historiography, in
Philol., 126, 1982, pp. 316- 23.
82 LA I> RosA LATINA
Delle Origines di Catone nuova ed. di Martine Chassignet, Les Belles Let-
tres, Paris 1986; del I libro ed. commentata di A. Schrder, Meisenheim am
Glan 1971. Opere generali su Catone: E. V. Marmorale, Cato maior, Bari 19492;
F. Della Corte, Catone Censore. La vita e la fortuna, Firenze 19692; D. Kienast,
Cato der Zensor, seine Persnlichkeit und seine Zeit, Heidelberg 1954; A. E.
Astin, Cato the Censor, Oxford 1978; Fr. Klingner, Cato Censorius und die Kri-
sis des rmischen Volkes, in Die Antike, 10, 1934, pp. 239- 63 = Rmische
Geistesw elt, Monaco 19655, pp. 34- 65. Su Catone come storico L. Moretti, Le
Origines di Catone, Timeo ed Eratostene, in Riv. di lol. e di istr. class., 80,
1952, pp. 289- 302; A. Momigliano, Atene nel III secolo a. C. e la scoperta di
Roma nelle storie di Timeo, in Riv. stor. ital., 71, 1959, pp. 549- 55 = Terzo
contributo alla storia degli studi classici e del mondo antico, I, Roma 1966, pp.
35 ss.; H. Traenkle, Cato in der vierten und fnften Dekade des Livius, in Ab-
handl. der Akad. der Wiss. in Mainz, Geistes- und sozialw iss. Kl., 1971, Heft
4; D. Timpe, Le Origini di Catone e la storiografia latina, in Atti dell'Acc.
Patavina, 83, 3, 1971, pp. 5- 33; A. Luisi, L'autorit di Catone nei riti e culti
romani ( in margine a Livio 39, 8- 20), in Invigilata lucemis, 3- 4, 1981- 82, pp.
161- 86; C. Letta, L'Italia dei mores Romani nelle Origines di Catone, in At-
hen., 62, 1984, pp. 3- 30, 416- 39; L. Cardinali, Le Origines di Catone iniziano
con un esametro?, in Studi class. e orientali, 37, 1987, pp. 205- 15; C. Letta, I
mores Romani e l'origine dei Sabini in Catone, in Convegno di studio:
Preistoria, storia e civilt dei Sabini, Centro di Studi Varroniani, Rieti 1985.
3. Sugli annalisti di questo periodo, e specialmente su Cassio Hemina, E.
Raw son, The First Latin Annalists, in Latomus, 35, 1976, pp. 689- 717; su
Cassio Hemina, in particolare G. D'Anna, Cassio Emina e Virgilio Aen. I, 167-
274, in Riv. di cult. class. e mediev., 17, 1975, pp. 211- 20; W. Suerbaum, Die
Suche nach der antiqua mater in der vergilischen Annalistik. Die Irrfahrten des
Aeneas bei Cassius Hemina, in AA.VV., Beitrge zur altitalischen Geistesge-
schichte. Festschrift Gerhard Radke zum 28 Februar 1984, Mnster 1986, pp.
269- 97.
Su Calpumio Pisone, K. Latte, Der Historiker Lucius Calpumius Piso Frugi,
in Sitzungsber. der deutschen Akad. der Wiss.", Philol.- hist. K1., 1960, Heft 7,
pp. 1- 16; A. Mastrocinque, La cacciata di Tarquinio il Superbo. Tradizione ro-
mana e letteratura greca, I, in Athen., 61, 1983, pp. 457- 80; G. E. Forsythe,
The Historian L. Calpumius Piso Frugi, Diss. Univ. Pennsylvania, Philadelphia
1984 ( micr_ofilm); L. Cardinali, Primo commentariorum o commentariorum
libros? Una proposta di emendazione a Plin. Nat. Hist. XIII 84, in Maia, 39,
1987, pp. 131- 5. Del Cardinali in corso di pubblicazione anche uno studio
Quanti libri scrisse Lucio Calpumio Pisone Frugi? Excursus sull'estensione del-
l'opera.
Su Fannio, oltre le opere segnalate nel testo e nelle note, F. Mnzer, Die
Fannius- frage, in Hermes, 55, 1920, pp. 427 ss.; F. Cssola, I Fannii in et
repubblicana, in Vichiana, 12, 1983, pp. 84- 112. Notevole questo studio del
Cssola, che sostiene Fidentificazione dello storico col console del 122 a.C.
Di Celio Antipatro nuova ed. in W. Herrmann, Die Historien des Coelius
Antipater, Meisenheim 1979; cfr. inoltre A. Sparti, Celio Antipatro in Nonio, in
AA.VV., Studi noniani, VII, Genova 1982, pp. 247- 78; A. M. Biraschi, Quinto
Elio Tuberone in Strabone V, 3, 3, in Athen., 59, 1981, pp. 195- 9; A. Sicari,
Pomponio e Celio Antipatro, in AA.VV., Studi in onore di Cesare Sanfilippo,
Catania 1982, pp. 549- 77.
4. Su Scauro P. Fraccaro, Scauriana, in Rend. dell'Acc. dei Lincei, Classe
di Sc. morali, stor. e filol., serie V, 20, 1911, pp. 169- 96 = Opuscula, ll, Pavia
La storiografia 83
1957, pp. 125- 147; G. Flammini, Marco Emilio Scauro e i suoi frammenti, in
Ann. della Fac. di Lettere di Macerata, 10, 1977, pp. 37- 56.
Sulla Communis historia di Lutazio Catulo o di Lutazio Dafni un mio studio
in AA.VV., Studi su Varrone, sulla retorica, storiografia e poesia latina. Scritti in
onore di Benedetto Riposati, Rieti- Milano 1979, I, pp. 229- 40; sui commentari
G. Marasco, L'apologia di O. Lutazio Catulo e la tradizione sulla guerra cimbri-
ca, in Gom. lol. ferrarese, 7, 1984, pp. 75- 84.
Sui commentari di Silla cfr. C. Vitelli, Note ed appunti sull'autobiograa di
L. Cornelio Silla, in Studi ital. di lol. class., 6, 1898, pp. 325 ss.; Ida Calabi,
I commentari di Silla come fonte storica, in Rend. dell'Acc. dei Lincei, Classe
di Sc. morali, stor. e filol., s. VIII 3, 5, 1950, pp. 245- 302; E. Valgiglio, L'auto-
biograia di Silla nelle biograe di Plutarco, in Studi urbinati di storia, filos. e
lett., 49, 1, 1975, pp. 245- 81; G. Pascucci, I Commentarii di Silla, ivi, pp. 283-
96; A. Keaveney, Sulla, the Marsi and the Hirpni, in "Class, Philol., 76, 1981,
pp. 292- 6.
Su Rutilio Rufo Nino Scivoletto, L'oratio contra Galbam e le Origines di
Catone, in Giorn. ital. di filol., 14, 1961, pp. 63- 8.
5. Su Sempronio Asellione, M. Mazza, Tematica della storiografia romana
di epoca sillana, in Siculorum Gymn., 18, 1965, pp. 144- 63; D. Musti, Polibio
e la storiografia romana, Entretiens de la Fondation Hardt", XX, Vandoeuvres-
Genve 1974, pp. 125 ss.; R. Till, Der Befehl. Zu Sempronius Asellio fr. 8, in
Chiron, 3, 1973, pp. 109- 18; B. Gentili, Storiografia greca e storiografia roma-
na arcaica, in Studi urbinati di storia, filos. e lett.", 49, 1, 1975, pp. 13- 38; G.
Morelli, Sempronio Asellione e Cesellio Vindice in Carisio, ibid., pp. 81- 94; C.
Schaeublin, Sempronius Asellio fr. 2, in Wrzburger Iahrbb. fr Altertums-
w iss., N.F., 9, 1983, pp. 147- 55; F. Cavazza, Sempronius Asellio fr. 2 Peter, in
Orpheus, 9, 1988, pp. 21- 37.
6. Di Sisenna una nuova edizione stata curata da Giuseppina Barabino, I
frammenti delle Historiae di Lucio Cornelio Sisenna, in Studi nonia-
ni, I, Genova 1967, pp. 67- 251. Su Sisenna: Ida Calabi, I commentari di Silla
( gi cit. a proposito di Silla); Irmentraud Haug, Der rmische Bundesgenossenk-
rieg 91- 88 a.C. bei Titus Livius, II, in Wrzburger Iahrbb. fr Altertumw iss.",
2, 1947, pp. 201- 58; Elettra Candiloro, Sulle Historiae di L. Comelio Sisenna,
in Studi class. e orientali", 12, 1963, pp. 212- 26; E. Badian, Waiting for Sulla,
in Ioum. of Roman St., 52, 1962, pp. 47- 61; Where w as Sisenna?, in At-
hen.", 42, 1964 ( Misc. E. Malcovati), pp. 422- 31; P. Frassinetti, Sisenna e la
guerra sociale, in Athen.", 50, 1972, pp. 78- 113. G. Calboli, Su alcuni fram-
menti di Cornelio Sisenna, in Studi urbinati di storia, filos. e lett., 49, 1, 1975,
pp. 151- 221; E. Paratore, La leggenda di Enea nei frammenti di Sisenna, ibid.,
pp. 223- 44; R. Scuderi, Il tradimento di Antenore. Evoluzione di un mito attra-
verso la propaganda politica, in Contributi dell'Ist. di Storia Antica dell'Univ.
del Sacro Cuore, 4, 1976, pp. 28- 49; S. Condorelli, Sul fr. 44 P. di Sisenna, in
Nuovi Ann. della Fac. di Magistero di Messina, 1, 1983, pp. 109- 37.
Su Claudio Quadrigario: M. Zimmerer, Der Annalist Q. Claudius Quadriga-
rius, Diss. Mnchen 1937; A. Klotz, Der Annalist O. Claudius Ouadrigarius, in
Rhein. Mus., 91, 1942, pp. 268- 85; G. Mezzar- Zerbi, Le fonti di Livio nelle
guerre combattute contro i Liguri, in Riv. di studi class., 13, 1965, pp. 66- 78,
287- 99; R. M. Rosado Fernandes, O episodio dos Trezentos Lusitanos contra
mil Romanos e a sua possivel explicaao, in Rev. Ocidente", 72, 1967, pp.
278- 84; U. Bredehom, Senatsakten in der republikanischen Annalistik, Diss.
Marburg 1968; W. Schibel, Sprachbehandlung und Darstellungsw eise in rmi-
scher Prosa ( Claudius Quadrigarius, Livius, Aulus Gellius), Amsterdam 1971;
84 LA PROSA LATINA
I. M. Libourel, A Battle of Uncertain Outcome in the Second Samnte War, in
Amer. Ioum. of Philol., 94, 1973, pp. 71- 8; D. Timpe, Erw gungen zur jnge-
ren Annalistik, in Antike und Abendl., 25, 1979, pp. 97- 119; S. Laconi Ba-
stian, Osservazioni sui frammenti 83 P. e 88 P. di Claudio Quadrigario, in Ann.
della Fac. di Magistero di Cagliari", 3, 1978- 1979, pp. 5- 13; Id., Significato del
fr. 64a P. di Claudio Quadrigario nel quadro della sua propaganda politica,
ibid., 4, 1980, pp. 283- 306.
Gli studi citati di Mezzar- Zerbi, Bredehom, Timpe riguardano anche Valerio
Anziate; su di lui, inoltre, E. Alfisi, Le fonti dei censimenti romani in Livio, in
Rend. dell'Ist. Lombardo", Classe di Lettere, Sc. morali e storiche, 104, 1970,
pp. 166- 95; Le fonti dei censimenti romani in Plutarco e Plinio, in Centro di
Studi e Documentazione sull'ltalia Romana, 6, 1974, pp. 9- 29; I. von Ungem-
Stemberg, Die Einfhrung spezieller Sitze fr die Senatoren bei den Spielen ( 194
v. Chr.), in Chiron, 5, 1975, pp. 157- 63; R. Adam, Valerius Antias et la fin de
Scipion l'Africain, in Rev. des tudes lat., 58, 1980, pp. 90- 9; R. A. Laroche,
Valerius Antias as Livy's Source for the Number of Military Standards Captured
in Battle in Books I- X, in Class. et mediaev.", 35, 1984, pp. 93- 104; I. Moso-
vich, Dio Cassius on Scipio's Return from Spain in 205 B. C., in Ancient Histo-
ry Bull, 2, 1988, pp. 107- 10.
Minore l'attenzione dedicata a Licinio Macro: R. M. Ogilvie, Licinius Macer
and the libri lintei, in Ioum. of Roman St., 48, 1958, pp. 40- 6; B. W. Frier,
Licinius Macer and the consules suffecti of 444 B. C., in Trans. and Proc. of the
Philol. Ass., 105, 1975, pp. 79- 97. E utile anche l'articolo di E. Gruen sui rap-
porti fra Cicerone e Licinio Calvo, figlio di Licinio Macro, in Harvard St. in
Class. Philol., 71, 1966, pp. 215- 7.
Sugli storici trattati in questo paragrafo vedere anche le opere, che saranno
poi citate, sulle fonti di Livio.
7. Su Elio Tuberone: R. M. Ogilvie, A Commentary on Livy, Books 1- 5, Ox-
ford 1965, pp. 16- 7; G. W. Bow ersock, Augustus and the Greek World, Oxford
1965, pp. 128 ss.; Id., Historical Problems in Late Republican and Augustan
Classicism, in AA.VV., Le classicisme Rome aux 1275 sicles avant et aprs
I. C., Entretiens de la Fondation Hardt, XXV, Vandoeuvres- Genve 1979, pp.
69 ss.; M. Bretone, Quale Tuberone?, in lura", 97, 1974, pp. 72- 4; A. Valvo,
Le vicende del 44- 43 a. C. nella tradizione di Livio e di Dionigi su Spurio Melio,
in Contributi dell'Ist. di Storia Ant. dell'Univ. del Sacro Cuore", 3, 1975, pp.
157- 83; A. M. Biraschi, Quinto Elio Tuberone cit. ( nella bibliografia su Celio
Antipatro); A. Valvo, La sedizione di Manlio Capitolino in Tito Livio, in Mem.
dell'Ist. Lombardo", Classe di Lett., Sc. morali e stor., 38, 1, 1983, pp. 5- 64.
Edizioni critiche di Cesare: B. G.: A. Klotz ( Leipzig 1952); O. Seel ( Leipzig
1961; 19685); B.c.: P. Fabre, ( Les Belles Lettres, Paris 19475); A. Klotz ( Leip-
zig 1950); A. Klotz, W. Trillitzsch ( Leipzig 1964; 19692). Commenti: B. G.: F.
Kraner, W. Dittenberger, H. Meusel, 205 ed. ( Zrich- Berlin 1964- 66). B.c.: F.
Kraner, F. Hofmann, H. Meusel, 125 ed. ( Berlin 1959); M. Rambaud ( Paris
1962 ; 19702); ma esistono parecchi commenti a libri singoli 0 a gruppi di libri.
Raccolta di studi di autori vari in Caesar, hrsg. von H. Oppermann, Darmstadt
1967; rassegne bibliografiche in ANRW, I 3, Berlin- New York 1973: L. Raditsa,
lulius Caesar and His Writings, pp. 427- 56; I. Kroymann, Caesar und das Cor-
pus Caesarianum in der neueren Forschung, pp. 457- 87; G. Pascucci, Interpreta-
zione linguistica del Cesare autentico, pp. 489- 522; I. Harmand, Une composan-
te scientifique du Corpus Caesarianum: le portrait de la Gaule dans le De bello
Gallico I- VII, pp. 523- 95. Sulla forma del commentariusz F. Boemer, Der com-
mentarius. Zur Vorgeschichte und literarischen Form der Schriften Caesars, in
La storiograa 85
Hermes, 81, 1953, pp. 210- 50; Ed. Fraenkel, Eine Form rmischer Kriegsbul-
letins, in Eranos, 59, 1956, pp. 189- 94. Saggi e studi: A. Klotz, Caesarstudien,
Leipzig 1910; H. Oppermann, Caesar der Schriftsteller und sein Werk, Leipzig
1933; M. Rambaud, L'art de la dformation dans les Commentaires de Csar,
Paris 1953 ( 19662); F. E. Adcock, Caesar as Man of Letters, Cambridge 1956;
G. Pascucci, I mezzi espressivi e stilistici di Cesare nel processo di deformazione
storica dei Commentari, in Studi class. e orientali, 6, 1957, pp. 134- 74; L.
Canali, Personalit e stile di Cesare, Roma 1963; D. Rasmussen, Caesars Com-
mentarii. Stil und Stilw andel am Beispiel der direkten Rede, Gttingen 1963; O.
Seel, Caesarstudien, Stuttgart 1967; F. H. Mutschler, Erzhlstil und Propaganda
in Caesars Kommentarien, Heidelberg 1975; W. Richter, Caesar als Darsteller
seiner Taten. Eine Einfhrung, Heidelberg 1977. Sul B. G.: G. Walser, Caesar
und die Germanen. Studien zur politischen Tendenz rmischer Feldzugsberichte,
Wiesbaden 1956; R. Schmittlein, Avec Csar en Gaule, I: L'intervention, Ed.
d'Artrey, Paris 1970; H. Montgomery, Caesar und die Grenzen. Information und
Propaganda in den Commentarii de bello Gallico, in Symbolae Osloenses, 49,
1973, pp. 57- 92; K. Christ, Caesar und Ariovist, in Chiron, 4, 1974, pp. 251-
92; F. Heubner, Das Feindbild in Caesars Bellum Gallicum, in Klio, 56, 1974,
pp. 103- 82; C. B. R. Pelling, Caesar's Battle. Description and the Depart of Ario-
vistus, in Latomus, 40, 1981, pp. 741- 66. Sul B. c.: Caesars Bellum civile.
Tendenz, Abfassungszeit und Stil, in Sitzungsber. der schsischen Ak. der
Wiss., Philol.- hist. KI., 99, 1, Berlin 1951; A. Ch. Mueller, Untersuchungen zu
Caesars italischem Feldzug 49 v. Chr. Chronologie und Quellen, Diss. Mnchen
1972; A. D. Kahn, The Education of lulius Caesar. A Biography, a Reconstruc-
tion, New York 1986; sul Bellum Gallicum E. Mensching, Caesar's Bellum Gal-
licum. Eine Einfhrung, Frankfurt 1988; B. Segura Ramos, C. Arias Abelln, El
campo semantico verbal de visin y conocimiento en la Guerra de las Gallias, in
Habis, 17, 1986, pp. 129- 63; F. Maier, Herrschaft durch Sprache. Caesars Er-
zhltechnik im Dienste der politischen Rechtfertigung ( BG IV 24- 31), in Anre-
gung, 33, 1987, pp. 146- 54; N. Holzberg, Die ethnographischen Exkurse in
Caesars Bellum Gallicum als Erzhlstrategische Mittel, loc. cit., pp. 85- 98; M.
Scarola,, ll muro di Avaricum; lettura di Cesare, B. G. 7, 23, in Materiali e
discussioni per l'analisi dei testi classici", 18, 1987, pp. 183- 204; O. Schnber-
ger, Darstellungstechnik in Caesars Bellum Gallicum, in Gymnasium, 95,
19ss, pp. 141- 53.
Ed. critica del B. Alexandrinum, del B. Africum e del B. Hispaniense: A.
Klotz ( Stuttgart 1966); del B. Hisp. ampio comm. di G. Pascucci ( Firenze
1965). Alle parti non cesariane del Corpus dedicata minore attenzione: E. Koe-
stermann, L. Munatius Plancus und das Bellum Africanum, in "Historia", 22,
1973, pp. 48- 63; G. Simonetti Abbolito, Cesare 0 un continuatore per Bellum
Alexandrinum 1- 38?, in AA.VV., Letterature comparate. Problemi e metodo,
Studi in onore di E. Paratore, Bologna 1981, pp. 357- 71; M. F. Buffa, Struttura
e stile di B. G. VIII, in Studi e ricerche dell'lst. di Civilt Classica Cristiana
Medievale della Fac. di Magistero di Genova, 7, 1986, pp. 19- 49; P. R. Mur-
phy, Caesar's Continuators and Caesar's felicitas, in Class. Weekly, 79, 1986,
pp. 307- 17.
Ed. critiche di Cornelio Nepote: E. Malcovati ( Torino 1945; 19645); P. K.
Marshall ( Leipzig 1977; 19852); A. Sartori ( Milano 1980, con comm. storico).
Dossografia recente in Edna M. Ienkinson, Genus scripturae levis: Comelius Ne-
pos and the Early History of Biography at Rome, in ANRW, I 3, Berlin- New
York 1973, pp. 703- 19. Studi su Comelio Nepote: S. Costanza, Considerazioni
relativistiche nella praeatio di Cornelio Nepote, in Teoresi, 10, 1955, pp. 131
ss.; H. Oppermann, Comelius Nepos und Curtius Rufus, Braunschw eig 1955; H.
86 LA I> RosA LATINA
Rahn, Die Atticus- Biographie und die Frage der zw eiten Auflage der Biographien-
sammlung des Cornelius Nepos, in Hermes, 85, 1957, pp. 205- 15; R. Stark,
Zur Atticus- Vita des Comelius Nepos, in Rh. Mus., 107, 1964, pp. 175- 89; M.
Labate, E. Narducci, Mobilit dei modelli etici e relativismo dei valori: il perso-
naggio di Attico, in AA.VV., Societ romana e produzione schiavistica, a cura
di A. Giardina, A. Schiavone, III, Bari- Roma 1981, pp. 127 ss.; A. La Penna,
Mobilit dei modelli etici e relativismo dei valori: da Comelio Nepote a Valerio
Massimo e alla Laus Pisonis, ivi, pp. 183 ss.; I. Geiger, Comelius Nepos and the
Ancient Political Biography, Stuttgart 1985; Id., Cicero and Nepos, in Lato-
mus, 44, 1985, pp. 261- 70; Teresa Mantero, Un giudizio di Cornelio Nepote ed
alcuni rilievi sulla donna libera nella cultura greca e latina, in AA.VV., Sponsa,
mater, virgo. La donna nel mondo biblico e patristico, Genova 1985, pp. 69-
118; A. C. Dionisotti, Nepos and the Generals, in Ioum. of Roman St.", 78,
1988, pp. 35- 49; A. Luisi, Cornelio Nepote geografo, in Contributi dell'Ist. di
Storia Antica dell'Univ. Cattolica del Sacro Cuore, 14, 1988, pp. 35- 49; Fergus
Millar, Cornelius Nepos, Atticusand the Roman Revolution, in Greece and
Rome", 35, 1988, pp. 40- 55.
Su Cicerone e la storiograa: V. Paladini, Sul pensiero storiografico di Cice-
rone, in Rend. dell'Acc. dei Lincei, Cl. di Sc. mor., stor. e filol., s. VIII, 2,
1947, pp. 1- 12 = Scritti minori, Roma 1973, pp. 99- 114; M. Rambaud, Cicron
et l'histoire romaine, Les Belles Lettres, Paris 1953; K. E. Petzold, Cicero und
Historia, in Chiron, 2, 1972, pp. 253- 76; B. Shimron, Ciceronian Historio-
graphy, in Latomus, 33, 1974, pp. 232- 44; K. A. Sinkovich, Cicero historicus,
in Riv. di studi class., 22, 1974, pp. 164- 75; S. Boscherini, Una fonte annali-
stica di Valerio Publicola, in Studi urbinati di lett., st. e filos.", 49, 1, 1975, pp.
141- 50; P. A. Brunt, Cicero and Historiography, in AA.VV., Miscellanea E.
Manni, I, Roma 1980, pp. 309- 40; I. Mandel, L'historiographie hellnistique et
son inuence sur Cicron, in Euphrosyne, 10, 1980, pp. 7- 24; I. Wikarjak, De
Cicerone Clius et Calliopes cultore, in Eos, 69, 1981, pp. 241- 53; E. Raw son,
History, Historiography and Cicero's Expositio consiliorum suorum, in Liver-
pool Class. Monthly, 7, 1982, pp. 121- 4; A. D. Leeman, L'historiographie dans
le De oratore de Cicron, in Bull. de l'Ass. G. Bud", 1985, pp. 280- 8; P. Ku-
blica, Cicero als potentieller Historiker, in Graecolatina et Orientalia ( Bratisla-
va), 15- 16, 1983- 84; pp. 25- 46; L. Marchal, L'histoire pour Cicron, in Les
tudes class., 35, 1987, pp. 41- 64; 56, 1988, pp. 240- 64; E. Cizek, La potique
cicronienne de l'histoire, in Bull. de l'Ass. G. Bud, 1988, pp. 16- 25.
8. Ultime edizioni delle due monografie di Sallustio: A. W. Ahlberg ( Leipzig
1919); A. Ernout ( Les Belles Lettres, Paris 1946); A. Kurfess ( Leipzig 1951).
Commenti al B. Cat.: K. Vretska ( Heidelberg 1976); P. McGushin ( Leiden
1977); il comm. del Vretska opera impegnativa e notevole; molto meno impor-
tante il comm. di E. Koestermann al B. lug. ( Heidelberg 1971). Per le Historiae
si deve ricorrere ancora all'ed. di V. Maurenbrecher ( Leipzig 1891- 1893); ma
per le orazioni e le epistole estratte dalle Historiae c' un buon commento di V.
Paladini ( Bari 1957); cfr. inoltre, G. Garbugino, Il I libro delle Historiae di Sal-
lustio in Nonio Marcello, in Studi noniani, V, Genova 1978, pp. 39-
94; B. Bischoff, H. Bloch, Das Wiener Fragment der Historiae des Sallust ( P.
Vindob. L 117), in Wiener St.", N.F., 13, 1979, pp. 116- 29.
Per la biografia I. Malitz, Ambitio mala. Studien zur politischen Biographie
des Sallust, Bonn 1975. Saggi e studi su Sallustio: K. Buechner, Sallust, Heidel-
berg 1961 ( 19822); R. Syme, Sallust, Berkeley- Los Angeles 1964; A. La Penna,
Sallustio e la rivoluzione romana, Milano 1968 ( 19735); K. H. Waters, Cice-
ro, Sallust and Catilina, in Historia, 19, 1970, pp. 195- 315; K. E. Petzold, Der
La storiografia 87
politische Standort des Sallust, in Chiron, 1, 1971, pp. 219- 38; K. Bringmann,
Sallusts Umgang mit der historischen Wahrheit in seiner Darstellung der Catili-
narischen Verschw rung, in Philol., 116, 1972, pp. 98- 113; Id., Zum Parteiex-
kurs in Sallusts Bellum Iugurthinum, in Rhein. Mus., 112, 1974, pp. 95- 103;
E. Tiffou, Essai sur la pense morale de Salluste la lumire de ses prologues,
Klincksieck, Paris 1974; O. Bianco, La Catilinaria di Sallustio e l'ideologia del-
l'integrazione, Lecce 1975; T. F. Scanlon, The Inuence of Thucydides on Sal-
lust, Heidelberg 1980; R. D. MacQueen, Plato's Republic and the Monographs
of Sallust, Chicago 1981; C. Neumeister, Die Geschichtsaujfassung Sallusts in
Catilina und ihre Behandlung in der Sekundarstufe, II, Frankfurt 1983. Su
lingua e stile: L. Fighiera, La lingua e la grammatica di C. Sallustio Crispo, Sa-
vona 1897; K. Latte, Sallust, in Neue Wege zur Antike, II, 4, 1935; B. Hes-
sen, Der historische Ininitiv im Wandel der Darstellungstechnik Sallusts, Frank-
furt 1984; H. A. Gaertner, Erzhlungsformen bei Sallust, in Historia, 35,
1986, pp. 449- 73. Raccolta di studi in Sallust, hrsg. von V. Pschl, Darmstadt
1970; storia degli studi recenti da parte di C. Becker, Sallust, in ANRW, I 3,
Berlin- New York 1973, pp. 720- 54; Th. F. Scanlon, Spes frustrata. A Reading of
Sallust, Heidelberg 1987; sul confronto fra Cesare e Catone nel B. Cat.: W. W.
Bastone, The Antithesis of Virtue. Sallust's Synkrisis and the Crisis of Late Repu-
blic, in Class. Antiquity, 7, 1988, pp. 1- 29; sul B. lug.: G. M. Paul, A Histori-
cal Commentary on Sallust's Bellum Iugurthinum, Liverpool 1984; G. Cipriani,
Sallustio e l'immaginario. Per una biografia eroica di Giugurta, Bari 1988; sulla
lettera di Mitridate nelle Hist.; F. Ahlheid, Oratorical Strategy in Sallust's Letter
of Mithridates Reconsidered, in Mnemosyne, 41, 1988, pp. 67- 92.
Su Asinio Pollione: E. Komemann, Die historische Schriftstellerei des C. Asi-
nius Pollio, in Iahrbb. fr class. Philol., Supplementband 22, II 5 Heft, Leipzig
1896, pp. 555- 692; N. Bar- bu, Les sources et l'originalit d'Appien dans le deu-
xime livre des Guerres civiles, Thse Paris 1933; I. Andr, La vie et l'oeuvre de
C. Asinius Pollion, Paris 1949; E. Gabba, Appiano e la storia delle guerre civili,
Firenze 1956; B. Haller, C. Asinius Pollio als Politiker und zeitkritischer Histori-
ker, Diss. Mnster 1967; A. B. Bosw orth, Asinius Pollio and Augustus, in Hi-
storia, 21, 1972, pp. 441- 73; L. Havas, Asinius Pollio and the Fall of the Ro-
man Republic, in Acta Universitatis Scientiarum Debrecenensis", 16, 1980, pp.
25- 36; C. R. B. Pelling, Plutarch and the Gallie Wars, in Class. Bull.", 60,
1984, pp. 88- 103. Rassegna della bibliografia recente da parte di G. Zecchini, in
ANRW, rr so, 2, pp. 1264- 99.
9. Principali edizioni critiche di Livio: W. Weissenborn, M. Mller, W. He-
raeus ( Leipzig 1887- 1908); R. S. Conw ay, C. F. Walters, S. K. Iohnson, A. H.
McDonald, R.M. Ogilvie, Oxford dal 1919 in poi ( fino al libro XXXV); I.
Bayet, P. Ial, Les Belles Lettres, Paris dal 1940 in poi ( non ancora completata).
Per un comm. completo bisogna ricorrere ancora a W. Weissenborn, H. I. Mller
( Berlin 19104); per i libri I- V R. M. Ogilvie ( Oxford 19692); per XXXI- XXXVII
I. Briscoe ( Oxford 1973- 1981); esistono molti commenti a libri singoli. Ampie
rassegne bibliografiche in ANRW, Il 30, 2, Berlin- New York 1982: W. Kissel,
Livius 1933- 1978, pp. 899- 997; I. E. Phillips, Current Research in Livy's First
Decade 1959- 1979, pp. 998- 1057; G. Walsh, Livy and the Aims of historia.-
An Analysis of the Third Decade, pp. 1058- 74; I. Briscoe, Livy and the Senato-
rial Politics, 200- 166 B. C.: The Evidence of the Fourth and Fifth Decades, pp.
1075- 121; H. Aili, Livy's Language. A Critical Survey of Research, pp. 1122- 47;
E. Burck, Die rmische Expansion im Urteil des Livius, pp. 1148- 89. Raccolte di
studi di autori vari in Livius, hrsg. von E. Burck, Darmstadt 1967; T. A. Dorey,
Livy, ed. by T. A. Dorey, London 1971; Livius. Werk und Rezeption.
88 LA rRosA LATINA
Festschrift E. Burck, Mnchen 1973. Saggi e studi su Livio: E. Ciaceri, L'opera
di Livio e la moderna critica storica, Roma 1943; R. Syme, Livy and Augustus,
in "Harvard St. in Class. Philol., 64, 1939, pp. 27- 76 ( trad. ital., in Livio, Sto-
ria di Roma dalla sua fondazione, Rizzoli, Milano 1982, pp. 5- 85); H. Petersen,
Livy and Augustus, in Trans. and Proc. of the Amer. Philol. Ass., 92, 1961,
pp. 440 ss.; I. Mette, Livius und Augustus, in Gymn., 68, 1961, pp. 269- 85;
P. G. Walsh, Livy, His Historical Aims and Methods, Cambridge 1961; H. Haff-
ter, Rom und rmische Ideologie bei Livius, in Gymn., 71, 1964, pp. 236- 50;
R. Bloch, Tite Live et les premiers sicles de Rome, Collection d'Etudes Ancien-
nes, Paris 1965; D. Musti, Tendenze nella storiografia romana e greca su Roma
antica. Studi su Livio e Dionigi di Alicamasso, Roma 1970; H. Trnkle, Livius
und Polybius, Basel 1977; D. Gutberlet, Die erste Dekade des Livius als Quelle
zur gracchischen und sullanischen Zeit, Hildesheim 1985. Sulle fonti sono anco-
ra utili le vecchie opere di H. Nissen, Kritische Untersuchungen ber die Ouellen
der vierten und fnften Dekade des Livius, Berlin 1868; A. Klotz, Livius und
seine Vorgnger, Leipzig- Berlin 1940- 1941; K. Heldmann, Livius ber Monar-
chie und Freiheit und der rmische Lebensaltervergleich, in Wrzburger Iahrbb.
fr die Altertumsw iss., 13, 1987, pp. 209- 30; Ann Vasaly, Personality and Po-
w er: Livy's Depiction of the App Claudi in the First Pentad, in Transactions
and Proc. of the American Philol. Ass., 117, 1987, pp. 203- 26; B. Bravo, M.
Grifn, Un frammento del libro XI di Tito Livio, in Athenaeum, 66, 1988, pp.
447- 521; E. M. Caraw an, Graecia liberata and the Role of Flamininus in Livy's
Fourth Decade, in Transactions and Proc. of the American Philol. Ass., 118,
1988, pp. 209- 52. Sulla composizione, in particolare G. Wille, Der Aubau des
Livianischen Geschichtw erkes, Amsterdam 1973. Sulla grammatica, O. Riemann,
Etudes sur la langue et la grammaire de Tite- Live, E. Thorin, Paris, 18852 ( rist.
anast. Hildesheim 1974). Su stile e arte narrativa: E. Burck, Die Erzhlungs-
kunst des T. Livius, Berlin 1934 ( 19642); M. Lenchantin De Gubernatis, Le sto-
rie di Livio come opera d'arte, Pavia 1942; H. Trnkle, Beobachtungen und Er-
w gungen zum Wandel der livianischen Sprache, in Wiener St.", N.F., 2, 1968,
pp. 103- 52; E. Pianezzola, Traduzione e ideologia. Livio interprete di Polibio,
Bologna 1969; P. Fedeli, Ideologia e stile. I poetismi e gli arcaismi di Livio, in
Quademi di storia", 3, 1976, pp. 255- 83; T. I. Luce, Livy. The Composition of
His History, Princeton 1977; Iacqueline Dangel, La phrase oratoire chez Tite-
Live, Les Belles Lettres, Paris 1982; I. Fries, Der Zw eikampf Historische und
literarische Aspekte seiner Darstellung bei T. Livius, Knigstein 1985; B. S. Rod-
gers, Great Expeditions. Thucydides in Livy, in Trans. and Proc. of the Amer.
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Ed. critica dei frammenti di Pompeo Trogo: O. Seel ( Leipzig 1956); ed. cri-
tica di Giustino: O. Seel ( Stuttgart 1972). Rassegne dossografiche, in ANRW, II
30, 2, Berlin- New York 1982; G. Fomi, M. G. Angeli Bertinelli, Pompeo Trogo
come fonte di storia, pp. 1298- 362; O. Seel, Pompeius Trogus und das Problem
der Universalgeschichte, pp. 1363- 423; Gallisches Bew usstsein und Romkri-
tik bei Pompeius Trogus, pp. 1424- 43; cfr. anche, in ANRW, II 30, 1, Berlin-
New York 1982, pp. 775- 97; Marta Sordi, Timagene di Alessandria: uno storico
ellenocentrico e ilobarbaro. Studi su Pompeo Trogo: A. von Enmann, Untersu-
chungen ber die Ouellen des P. Trogus fr die griechische und sicilische Ge-
schichte, Dorpat 1880; A. von Gutschmid, Trogus und Timagenes, in Rh.
Mus., 37, 1882, pp. 548- 55 = Kleine Schriften, V, Leipzig 1894, pp. 218- 27;
L. Castiglioni, Studi intorno alle Storie filippiche di Giustino, Napoli 1925
( rist. anast. Roma 1967); Id., Motivi antiromani nella tradizione storica antica,
in Rend. dell'Ist. Lombardo, Cl. di Lett., Sc. mor. e stor., 1928, pp. 625- 39;
O. Seel, Eine rmische Weltgeschichte. Studien zum Text der Epitome des lusti-
La storiografia 89
nus und zur Historik des Pompeius Trogus, Nmberg 1972; R. C. Lytton, Iu-
stin's Account of Alexander the Great. A Historical Commentary, Diss. Pennsyl-
vania State Univ., 1973; R. Urban, Historiae Philippicae bei Pompeius Trogus.
Versuch einer Deutung, in Historia, 31, 1982, pp. 82- 96; R. Develin, Pom-
peius Trogus and Philippic History, in Storia della Storiografia", 1985, 8, pp.
110- 5; Chr. Storm, Romverklrung und Barbarenromantik. Studien zur Tendenz
des Pompeius Trogus, Diss. Graz 1986; H.- D. Richter, Untersuchungen zur hel-
lenistischen Historiographie. Die Vorlagen des Pompeius Trogus fr die Darstel-
lung der nachalexandrinischen hellenistischen Geschichte ( Iust. 13- 40), Frank-
furt 1987; I. M. Alonso Nuez, An Augustan World History. The Historiae Phi-
lippicae of Pompeius Trogus, in Greece and Rome, 34, 1987, pp. 56- 72.
10. Edizioni critiche di Velleio Patercolo: Stegmann De Pritzw ald ( Leipzig
1933), rivista da H. D. Blume ( Leipzig 1965); I. Hellegouarc'h ( Les Belles Let-
tres, Paris 1982). Commenti: a II 1- 28, I. C. Silverberg ( Harvard 1967); a II 90-
123, Br. Massauer ( Wien 1968); a Il 41- 93, A. I. Woodman ( Cambridge 1983);
a II 94- 131, lo stesso Woodman ( Cambridge 1977). Studi su Velleio Patercolo:
F. Burmeister, De fontibus Vellei Paterculi, Berlin 1894; I. Lana, Velleio Pater-
colo 0 della propaganda, Torino 1952; H. I. Steffen, Die Regierung des Tiberius
in der Darstellung des Velleius Paterculus, Kiel 1954; I. Hellegouarc'h, Les buts
de l'oeuvre historique de Velleius Paterculus, in Latomus, 23, 1964, pp. 669-
84; G. V. Summer, The Truth about Velleius Paterculus: Prolegomena, in Har-
vard St. in Class. Philol., 74, 1970, pp. 257- 97; A. I. Woodman, Velleius Pater-
culus, in AA.VV., Empire and Afterrnath: Silver Latin II, London- Boston 1975,
pp. 1- 25; E. Rossi, La tecnica ritrattistica in Velleio Patercolo, in Ann. della
Fac. di Lettere di Cagliari, n. s., 1, 1976- 77, pp. 97- 116; R. I. Starr, Velleius
Paterculus. A Literary Introduction, Diss. Princeton 1978; Id., The Scope and
Genre of Velleius' History, in Class. Quarterly, 31, 1981, pp. 162- 74; C. Kunt-
ze, Zur Darstellung des Kaisers Tiberius und seiner Zeit bei Velleius Paterculus,
Frankfurt 1985. Sullo stile F. Milkau, De Vellei Paterculi genere dicendi quae-
stiones selectae, Regensburg 1888; di Velleio Patercolo nuova ed. critica a cura
di W. S. Watt, Teubner, Leipzig 1988; su Velleio e Valerio Massimo: G. Hinojo
Andrs, El lxico de grupos polticos en Veleyo Patrculo y Valerio Maximo, in
Faventia, 8, 1, 1986, pp. 41- 56; su Valerio Massimo: C. Santini, Echi di politi-
ca religiosa tiberiana in Valerio Massimo, in Giorn. ital. di filol., 39, 1987, pp.
183- 95.
Ed. critiche di Valerio Massimo: C. Halm ( Leipzig 1865); C. Kempf ( Leip-
zig 1888; rist. Stuttgart 1966). Studi su Valerio Massimo: C. Bosch, Die Ouel-
len des Valerius Maximus, Stuttgart 1929; A. Ramelli, Le fonti di Valerio Massi-
mo, in Athen., 14, 1936, pp. 117 ss.; R. Helm, Valerius Maximus und die
Exemplasammlung, in Hermes, 74, 1939, pp. 130 ss.; Id. Beitrge zur Ouel-
lenforschung bei Valerius Maximus, in Rh. Mus., 85, 1940, pp. 241 ss.; A.
Klotz, Studien zu Valerius Maximus und den Exempla, in Sitzungsber. der
bayerischen Ak. der Wiss., Philol.- hist. Abt., 1942, Heft 5; M. Fleck, Untersu-
chungen zu den Exempla des Valerius Maximus, Marburg 1974; R. Guerrini,
Studi su Valerio Massimo ( con un capitolo sulla Fortuna nell'iconografia umani-
stica), Pisa 1981. Sullo stile E. Lundberg, De elocutione Valeri Maximi, Diss.
Uppsala 1906.
Sugli storici vissuti fra Tiberio e Nerone sono da consultare gli studi sulle
fonti degli Annales di Tacito: oltre il Syme, cit. nelle note, P. Fabia, Les sources
de Tacite dans les Annales et les Histoires, Paris 1898 ( rist. anast. Roma 1967);
C. Questa, Le fonti degli Annales di Tacito, Roma 19632; D. Flach, Tacitus
und seine Ouellen in den Annalenbchern I- VI, in Athen., 51, 1973, pp. 92-
90 LA PROSA LATINA
108; Id. Die taciteische Quellenbehandlung in den Annalenbchern XI bis XVI,
in Mus. Helveticum, 30, 1973, pp. 88- 103. Inoltre, I. Wilkes, Claudian Histo-
rians, in Class. Weekly, 65, 1972, pp. 177- 92, 197- 203. Sul fr. 4 P. di Cremu-
zio Cordo, H. Trnkle, in Mus. Helveticum, 37, 1980, pp. 231- 41; sulla storio-
graa e l'opposizione al principato: D. Timpe, Geschichtsschreibung und Prinzi-
pat- Opposition, in AA.VV., Opposition et rsistence a l'Empire d'Auguste Tra-
jan, Entretiens sur l'antiquit classique, XXXIII, Vandoeuvres- Genve, Fonda-
tion Hardt, 1986, pp. 65- 102. Su un aspetto della storiografia latina di et impe-
riale: L. Mattiussi, La fonction du merveilleux dans Fhistoriographie de l'empire,
in Storia della storiografia, 13, 1988, pp. 3- 28.
Su Plinio il Vecchio: P. Ial, Pline et l'historiographie latine, in Helmantica,
38, 1987, pp. 171- 86; L. Bessone, Plinio e i due Rufi, Virgilio e Cluvio, ivi, pp.
135- 44.
11. Sugli storici dell'et avia, oltre il Tacitus di Syme ( Oxford 1958), con-
sultare il Fabia ( cit. nella bibliografia relativa al paragrafo precedente); aggiunge-
re D. Flach, Die Uberlieferungslage zur Geschichte des Vierkaiserjahres, in Anc.
Soc., 4, 1973, pp. 157- 76; A. Mehl, Kaiser Claudius und der Feldherr Corbulo
bei Tacitus und Cassius Dio. Mit einem Anhang: Ist der ltere Plinius die Quelle
beider Autoren?, in Hermes, 107, 1979, pp. 221- 39.
Edizioni di Curzio Rufo: H. Bardon ( Les Belles Lettres, Paris 1947); K.
Mller ( Mnchen 1954); comm. ai libri III e IV di I. E. Atkinson ( Amsterdam
1980). Sulla datazione di Curzio Rufo: I. Stroux, Die Zeit des Curtius, in Phi-
lol., 84, 1928- 29, pp. 233- 51; I. Lana, Dell'epoca in cui visse Quinto Curzio
Rufo, in Riv. di lol. e di istr. class., 27, 1949, pp. 48- 70; D: Korzeniew ski,
Die Zeit des Ouintus Curtius Rufus, Diss. Kln 1959; R. D. Milns, The Date of
Curtius Rufus and the Historiae Alexandri, in Latomus, 25, 1966, pp. 490-
507; G. Scheda, Zur Datierung des Curtius Rufus, in AA.VV., Prolegomena to
the Sources of the History of the Pre- Islamic Central Asia, Akad. Kiad, Buda-
pest 1978 ( 7), pp. 27- 38; H. Grassl, Zur Datierung des Curtius Rufus, in Phi-
lol., 118, 1974, pp. 160- 3; I. R. Fears, Silius Italicus' cataphracti and the Date
of Curtius Rufus, in Class. Philol., 71, 1976, pp. 214- 23; A. Grilli, Il saecu-
lum di Curzio Rufo, in La parola del passato, 31, 1976, pp. 215- 23; A. M.
Devine, The Parthi, the Tyranny of Tiberius and the Date of Q. Curtius Rufus,
in Phoenix, 33, 1979, pp. 142- 59; I. Rodrguez Costas, Aspectos del vocabula-
rio de Q. Curtius Rufus. Estudio semantico- lexicolgico. Contribucin al proble-
ma de su datacin, Salamanca 1980; H. Boedefeld, Untersuchungen zur Datie-
rung der Alexandergeschichte des Q. Curtius Rufus, Diss. Dsseldorf 1982; A.
Barzan, Curzio Rufo e la sua epoca, in Mem. dell'Ist. Lombardo, Classe di
Lett., Sc. morali e stor., 38, 1985, pp. 69- 165. Naturalmente alcuni di questi
studi portano a un'interpretazione generale dello storico; altri studi: S. Dosson,
Etude sur Quinte Curce, sa vie et son oeuvre, Paris 1887; I. R. Fears, The Stoic
View of the Career and Character of Alexander the Great, in Philol., 118,
1974, pp. 113- 30; R. Egge, Untersuchungen zur Primrtradition bei Q. Curtius
Rufus. Die alexanderfeindliche Uberlieferung, Diss. Freiburg 1978; L. L. Gun-
derson, Ouintus Curtius Rufus. On His Historical Methods in the Historiae Ale-
xandri, in AA.VV., Philipp II, Alexander the Great and the Macedonian Herita-
ge, ed. by W. L. Adams, E. N. Borza, Washington 1982, pp. 177- 96; F. Minissa-
le, Curzio Rufo, un romanziere della storia, Messina 1983. Altre importanti trat-
tazioni vi sono in opere storiche su Alessandro Magno. Sulla lingua e lo stile,
l'arte della composizione in Curzio: F: Helmreich, Die Reden bei Curtius, Pader-
born 1927; H. Lindgren, Studia Curtiana, Uppsala 1935; R. Wolf, Die Soldaten-
erzhlungen des Kleitarch bei Ouintus Curtius Rufus, Diss. Wien 1964; W.
La storiograa 91
Rutz, Zur Erzhlungsskunst des Q. Curtius Rufus. Die Belagerung von Tyrus, in
Hermes, 93, 1965, pp. 370- 82; inoltre, 1'opera gi cit. del Rodrguez Costas;
Edm R. Smits, A Medieval Supplement to the Beginning of Curtius Ruus's Hi-
storia Alexandri. An Edition w ith Introduction, in Viator, 18, 1987, pp. 89-
124; R. Porod, Der Literat Curtius. Tradition und Neugestaltung. Zur Frage der
Eigenstndigkeit des Schritstellers Curtius, Diss. Graz 1987 ( in offset); F. Minis-
sale, Tra storiografia ed epica. Modelli e tecniche imitative in Q. Curzio Rufo, in
AA.VV., Poesia epica greca e latina, a cura di S. Costanza, Soveria 1988, pp.
135- 78; O. Zw ierlein, Statius, Curtius Rufus und das hellenist sche Epos, in
Rhein. Mus., 131, 1988, pp. 67- 84; sempre molto controversa la collocazione
cronologica: I. R. Hamilton, The Date of Ouintus Curtius Rufus, in "Historia",
37, 1988, pp. 445- 56 ( lo storico identico col console del 43; l'opera anteriore al
56 d.C.); K. Burazelis, Floret imperium. The Age of Septimius Severus and the
Work of Curtius Rufus ( in greco, riass. in inglese), in Ariadne, 4, 1988, pp.
244- 64 ( datazione nel 205 d. C.).
12. Ultime edizioni critiche di Tacito: delle opere minori E. Koestermann
( Leipzig 1970); R. M. Ogilvie, M. Winterbottom ( Oxford 1975); del Dialogus
H. Heubner, dell'Agricola I. Delz, della Germania A. Onnerfors, tutti e tre Stutt-
gart 1983; delle Historiae H. Heubner ( Stuttgart 1978); degli Annales E. Koe-
stermann ( Leipzig 1971); P. Wuilleumier ( Les Belles Lettres, Paris 1974- 1978);
H. Heubner ( Leipzig 1983). Commenti: al Dialogus, A. Gudeman ( Leipzig- Ber-
lin 19142); all'Agricola, G. Forni ( Roma 1962); R. M. Ogilvie, I. A. Richmond
( Oxford 1967); H. Heubner ( Gttingen 1984); alla Germania, R. Munch ( Hei-
delberg 19673, con revisione di H. Iahnkuhn, W. Lange); G. Forni ( Roma 1964;
19842); alle Historiae, C. Heraeus ( vol. I, Leipzig 19296; vol. II, Leipzig 19274);
H. Heubner ( Heidelberg 1963- 1982); libri I e II, G.F.F. Chilver ( Oxford
1971) ; libro III, K. Wellesley ( Sydney 1972) ; agli Annales, H. Fourneaux ( vol. I,
oxf rd 18962; vol. 11; Oxford 19072 con revisione di H. P. Pelham, C. D. Fis-
her); K. Nipperdey, G. Andresen ( vol. I, Berlin 1915"; vol. II; Berlin 19086); E.
Koestermann ( Heidelberg 1963- 1968); F. R. D. Goodyear ( I 55- 91, Cambridge
1972; II, Cambridge 1981). Molto numerosi i saggi e gli studi, che segnalo in
parte: raccolte di studi di autori vari in Tacitus, hrsg. von V. Pschl, Darmstadt
1969; Tacitus, ed. by T. A. Dorey, London 1969; G. Boissier, Tacite, Hachette,
Paris 19266; R. Reitzenstein, Tacitus und sein Werk, Leipzig 1927; C. Marchesi,
Tacito, Milano- Messina 19443; E. Ciaceri, Tacito, Torino 1941; C. Giarratano,
Cornelio Tacito, Roma 1941; E. Paratore, Tacito, Roma 19622; R. Syme, Taci-
tus, Oxford 1958 ( trad. it. Brescia 1967); Id., Ten Studies on Tacitus, Oxford
1970; F. R. D. Goodyear, Tacitus, Oxford 1970; E. Cizek, Tacit, Bucarest 1974;
sulle Historiae: F. Klingner, Die Geschichte Kaiser Othos bei Tacitus, in Sit-
zungsber. der schs. Akad. der Wiss., Philol.- hist. K1., 1940, Heft 1; A. Briess-
mann, Tacitus und das avische Geschichtsbild, in Hermes, Einzelschr. 10,
1955; M. Fuhrmann, Das Vierkaiserjahr bei Tacitus, in Philol., 104, 1960, pp.
250 ss.; sugli Annales: G. Walser, Rom, das Reich und die remden Vlker in
der Geschichtsschreibung der rhen Kaserzeit. Studien zur Glaubw rdigkeit des
Tacitus, Baden- Baden 1951; B. Walker, The Annals of Tacitus, Manchester
1952; F. Klingner, Tacitus ber Augustus und Tiberius, in Sitzungsber. der
bayer. Ak. der Wiss., Philol.- hist. K1., 1953, Heft 7; K. Ph. Seif, Die Claudius-
bcher in den Annalen des Tacitus, Diss. Mainz 1973; A. Mehl, Tacitus ber
Kaiser Claudius. Die Ereignisse am Hof, Mnchen 1974; Vielberg Meinolf,
Pichten, Werte, Ideale. Eine Untersuchung zu den Wertvorstellungen von Taci-
tus, Stuttgart 1987 ( Hermes, Einzelschr. LII); M. A. Giua, Contesti ambientali
e azione umana nella storiografia di Tacito, Como 1988; C. I. Classen, Tacitus,
92 LA PROSA LATINA
Historian betw een Republic and Principate, in Mnemosyne, 41, 1988, pp. 93-
116; sul1'Agricola: A. Dihle, Tacitus' Agricola und das Problem der historischen
Biographie, in Der altsprachliche Unterricht, 31, 5, 1988, pp. 42- 52. Sulla
composizione G. Wille, Der Aubau der Werke des Tacitus, Amsterdam 1983.
Molto studiati lingua e stile: E. Woelfflin,__Tacitus, in Philol., 25, 1867, pp. 92-
134; 26, 1868, pp. 132- 49; A. Draeger, Uber Syntax und Stil des Tacitus, Leip-
zig 18823; I. Gantrelle, Grammaire et style de Tacite, Gamier, Paris 19083; L.
Constans, Les procds d'art de Tacite dans les Histoires, Hachette, Paris 1918;
A. Engelhardt, Tacitea. Untersuchungen zum Stil des Tacitus, Diss. Freiburg,
Karlsruhe 1928; N. Eriksson, Studien zu den Annalen des Tacitus, Lund 1934;
H. Heubner, Studien zur Darstellungskunst des Tacitus, Diss. Leipzig 1935; I.
Perret, La formation du style de Tacite, in Rev. des tudes anciennes, 56,
1954, pp. 90- 120; K. Seitz, Studien zur Stilentw icklung innerhalb der Annalen
des Tacitus, Diss. Marburg 1958; F. Kuntz, Die Sprache des Tacitus und die
Tradition der lateinischen Historiographie, Diss. Heidelberg 1962; R. R. Voss,
Der pointierte Stil des Tacitus, Mnster 1963; E. Aubrion, Rhtorique et histoire
chez Tacite, Metz 1985. La bibliografia sulle fonti stata data a proposito dei
paragra 10 e 11.
Edizioni critiche di Svetonio, De vita Caesarum: M. Ihm ( Leipzig 1907); H.
Ailloud ( Les Belles Lettres, Paris 1931- 32); dopo l'inizio dell'Ottocento non ci
sono commenti complessivi, ma commenti a vite singole. Studi su Svetonio: A.
Mac, Essai sur Sutone, Paris 1900; W. Steidle, Sueton und die antike Biogra-
phie, Mnchen 1951 ( 19632); F. Della Corte, Svetonio eques Romanus, Milano-
Varese 1958 ( Firenze 19672); C. Brutscher, Analysen zu Suetons Divus lulius
und der Parallelberlieerung, Bem 1958; P. Venini, Sulle vite svetoniane di
Galba, Otone e Vitellio, in Rend. dell'Ist. Lombardo, Cl. di Lett., Sc. mor. e
stor., 108, 1974, pp. 991- 1014 ( comm. alle tre vite, Torino 1977) ; Id. Sulla te-
matica compositiva di Svetonio, Pavia 1975; W. Wittke, Das Tiberiusbild und
seine Periodisierung in der Tiberius vita Suetons, Diss. Freiburg 1974; H. Gugel,
Studien zur biographischen Technik Suetons aus dem Nachlass von K. Vretska,
in Wiener St., Beiheft 7, 1977; E. Cizek, Structures et idologie dans Les vies
des douze Csars de Suton, Les Belles Lettres, Paris 1977; G. Alfldy, Mar-
cius Turbo, Septicius Clarus, Sueton und die Historia Augusta, in Zeitschr. fr
Papyrol. und Epigraphik, 36, 1979, pp. 233- 53; R. Syme, Biographers of the
Caesars, in Mus. Helveticum, 37, 1980, pp. 104- 28; Id., The Travels of Sueto-
nius Tranquillus, in Hermes, 109, 1981, pp. 105- 17; G. Alfldy, Rmisches
Staats- und Gesellschatsdenken bei Sueton, in Anc. Soc., 11- 12, 1980, 349-
85; B. Baldw in, Suetonius. The Biographer of the Caesars, Amsterdam 1983; U.
Lambrecht, Herrscherbild und Principatsidee in Suetons Kaiserbiographien. Un-
tersuchungen zur Caesar- und Augustus- Vita, Bonn 1984; A. Wallace- Hadrill,
Suetonius. The Scholar and His Caesars, New Haven 1984; I. Gascou, Sutone
historien, De Boccard, Paris 1984; G. Brugnoli, Opes cum dignatione. Arricchi-
mento e ascesa sociale dei ceti subalterni nell'ideologia di Suetonio, in Index,
13, 1985, pp. 327- 51.
13. Sulle epitomi M. Galdi, L'epitome nella letteratura latina, Napoli 1922;
L. Bessone, La tradizione epitomatoria liviana, in ANRW, ll 30, 2, Berlino- New
York 1982, pp. 1230- 63.
Edizioni critiche di Ampelio: E. Woelfin ( Leipzig 1854); E. Assmann
( Leipzig 1935); N. Terzaghi ( Torino 1943); Vincenza Colonna ( Bari 1975);
comm. di F. A. Beck ( Leipzig 1826). Studi su Ampelio nell'ultimo cinquanten-
nio: E. Assmann, Der liber memorialis des Lucius Ampelius, in Philol., 94,
1940, p. 197- 221, 303- 29; N. Terzaghi, Ampeliana, in Studi ital. di lol.
La storiografia 93
class., 22, 1947, pp. 79- 92; Vincenza] Colonna, Sul cap. IX del Liber memoria-
lis di L. Ampelio, in Ann. della Fac.; di Lett. di Bari, 15, 1972, pp. 69- 104;
I. M. Alonso- Nuez, El L ber memorialis de Lucius Ampelius, in Acta class.
Univ. Scient. Debrecenensis, 17- 18, 1l981- 82, pp. 189- 93; L. d'Este, Pietro Ca-
nal e la sua edizione di Ampelio, in Atti dell'Ist. Veneto, Classe di Sc. mor. e
letter., 139, 1980- 81, pp. 231- 43; L. Bessone, Spurio Cassio e Spurio Melio in
Floro e in Ampelio, in Riv. di lol. e di istr. class., 111, 1983, pp. 435- 51.
Edizioni critiche di Granio Liciniano: K. A. Fr. Pertz ( Berlin 1857); M. Fle-
misch ( Leipzig 1904, rist. Stuttgart 1967); N. Criniti ( Leipzig 1981); comm.
storico, con introduzione, di B. Scardigli, A. R. Berardi, in Invigilata lucemis,
3- 4, 1981- 1982, pp. 27- 56; l'ed. del Criniti d un'ampia bibliografia; qui segna-
lo: D. Comparetti, De Liciniani annalium scriptoris aetate, in Rhein. Mus.,
13, 1858, pp. 457- 60; ld., Intorno aIl'et in cui visse l'annalista Liciniano re-
centemente scoperto, in Arch. stor. ital., 10, 1859, l, pp. 87- 103; O. Dieck-
mann, De Granii Liciniani fontibus et auctoritate, Diss. Berlin 1896; G. Camoz-
zi, De Granio Liciniano eiusque reliquiis, in Riv. di lol. e di istruzione class.,
28, 1900, pp. 266- 84; R. Ellis, The Annalist Licinianus, Oxford 1908; H. Ben-
nett, Cinna and His Times, Diss. Chicago, Menasha 1923; A. Alfldi, Der rh-
rmische Reiteradel und seine Ehrenabzeichen, Baden- Baden 1952, pp. 93 ss.;
E. Badian, The Date of Pompey's First Triumph, in Hermes, 83, 1955, pp.
107- 18; M. Ianke, Historische Untersuchungen zu Memnon von Herakleia, Diss.
Wrzburg 1963, pp. 44 s., 57 s.; M. Martina, La Vita Antiochi delfannalista
Liciniano, in Athen., 62, 1984, pp. 421- 39.
Edizioni critiche di Floro: O. Rossbach ( Leipzig 1896); E. Malcovati ( Roma
19722); P. Ial ( Les Belles Lettres, Paris 1967). Studi su Floro: O. Hirschfeld,
Anlage und Abfassungszeit der Epitome des Florus, in Sitzungsber. der Berliner
Ak. der Wiss., Philol.- hist. K1., 29, 1899, pp. 543- 54; R. Zimmennann, Zum
Geschichtsw erk des Florus, in Rhein. Mus., 79, 1930, pp. 99- 101; E. Malcova-
ti, Studi su Floro, in Athen., 15, 1937, pp. 69- 94, 289- 307; 16, 1938, pp. 46-
64; A. Garzetti, Floro e l'et adrianea, in Athen., 42, 1964, pp. 136- 56; R.
Hssler, Vom Ursprung und Wandel des Lebensaltervergleichs, in Hermes, 92,
1964, pp. 313- 41; P. Ial, Nature et signification politique de louvrage de Florus,
in Rev. des tudes lat., 43, 1965, pp. 358- 83; L. Bessone, Ideologia e datazio-
ne dell'Epitoma di Floro, in Giom. lol. ferrarese, 2, 1979, pp. 33- 57; I. M.
Alonso Nuez, Die politische und soziale Ideologie des Geschichtsschreibers Flo-
rus, Bonn 1983; E. Salomone Gaggero, Le guerre romano- liguri nell'Epitome di
Floro, in AA.VV., Studi in onore di A. Biscardi, V, Milano 1984, pp. 33- 60; L.
Havas, Zur Geschichtskonzeption des Florus, in Klio, 66, 1984, pp. 590- 98.
Sulla lingua e lo stile: S. Liliendahl, Florusstudien, Lund- Leipzig 1928; R. Sie-
ger, Der Stil des Historikers Florus, in Wiener St., 51, 1934, pp. 94- 108; M. L.
Fele, Innovazioni linguistiche in Floro, in Ann. della Fac. di Lett. di Cagliari,
36, 1973, pp. 61- 96; B. Baldw in, Four Problems w ith Florus, in Latomus, 47,
1988, pp. 134- 42; F. Giordano, Intererenze adrianee in Floro, in Koinonia,
12, 1988, pp. 115- 28.
Su Mario Massimo usare la bibliografia relativa alla Historia Augusta.
Sulla storiograa latina tardo- antica: P. L. Schmidt, Zu den Epochen der
sptantiken lateinischen Historiographie, in "Philol.", 132, 1988, pp. 86- 100.
Emanuele Narducci
Oratoria e retorica
1. I caratteri generali dell'eloquenza nell'epoca arcaica
Quasi tutto oscuro sul ruolo dell'eloquenza nell'epoca arcaica della
repubblica romana. Limportanza dei rapporti di patronato e clientela ha
fatto pensare che in questa fase, nonostante i numerosi conflitti interni,
le funzioni di persuasione fossero afdate, pi che alla comunicazione
verbale e all'abilit argomentativa, al prestigio familiare, all'autorit per-
sonale, alle risorse in potere e in denaro. Questioni di politica interna ed
estera venivano ovviamente dibattute all'interno del Senato; ma a espri-
mere la loro sententia venivano in genere chiamati solo i personaggi di
maggiore rilievo; le decisioni avevano modo di formarsi preventivamen-
te, all'interno di una cerchia pi ristretta di senatori, che si lasciavano
guidare soprattutto dai legami di famiglia e dai rapporti personali. Alcu-
ni aneddoti sull'Africano e su Scipione Nasica ( Gell. IV 18, 3; Val. Ma-
xim. Ill 7, 1 e 3) sembrano inoltre testimoniare di un modo di trattare
col popolo improntato a uno spicciativo autoritarismo, che si astiene dal
ricorrere ai lenocini della persuasione.
Questa rappresentazione, in s abbastanza probabile, non deve essere
esagerata: l'interpretazione prosopograca della storia romana ha insi-
stito eccessivamente sul ruolo determinante dei raggruppamenti nobilia-
ri, di parentela o di amicitia, nella formazione delle linee di azione poli-
tica. In realt improbabile che, in caso di acuto conitto di interessi,
l'autorit e il prestigio di un gruppo inuente fossero sufficienti a impe-
dire l'accendersi di un dibattito vivace, o comunque a determinarne l'esi-
to quasi indipendentemente dal carattere persuasivo delle argomenta-
zioni addotte. Il lungo protrarsi di certe discussioni all'interno del senato
- valga per tutti il solo esempio di quella sull'atteggiamento da tenere
nei confronti di Sagunto assed ata da Annibale - di per s una prova
dell'importanza del ruolo svolto dall'arte della persuasione.
Si potrebbe ricordare come Tacito sottolinei limportanza della acun-
dia persuasiva nelle assemblee delle popolazioni germaniche ( Germania
11): in generale, sar opportuno guardarsi dal sottovalutare fino quasi
all'azzeramento il ruolo dell'eloquenza nelle fasi arcaiche delle societ
del mondo antico ( contro un rischio del genere, metteva in guardia gi
Cicerone, in Brutus 40 e 53 sgg.). Anche in Grecia, la grande oritura
dell'oratoria attica senza dubbio un portato della democrazia; ma gi
96 LA PROSA LATINA
nell'Iliade alla capacit di ben parlare attribuito un valore rilevante ai
ni della formazione di un nobile. Fenice, nel rievocare l'educazione che
ha impartito ad Achille, mette le arti della guerra crudele accanto ai
consigli, dove gli uomini nobilmente si affermano ; e ricorda che Peleo
gli aveva affidato il fanciullo affinch egli divenisse buon parlatore e
operatore di opere ( Iliade IX 441 sgg.; trad. Calzecchi Onesti). A Ro-
ma, la prima testimonianza esplicita di un orientamento' del genere risale
agli ultimi decenni del III secolo: si tratta dell'elogio funebre che Quinto
Cecilio Metello tenne per il padre nel 221. Il testo mostra come la capa-
cit oratoria faccia ormai parte dei valori riconosciuti dal ceto aristocra-
tico, accanto alle doti militari, al prestigio sociale, alla ricchezza accumu-
lata con mezzi onorevoli.
Oltre che nei dibattiti in Senato, l'eloquenza svolse con ogni probabi-
lit un ruolo di un certo rilievo nei confronti del popolo e delle assem-
blee militari ( noto, a quest'ultimo proposito, l'episodio di una sommos-
sa in Spagna domata dalle parole di Scipione, anche se la coloritura reto-
rica del discorso sar in larga parte dovuta al rifacimento liviano). So-
prattutto qui la forza dell'autorit personale abbastanza spesso avr
spinto, pi che all'elaborazione retorica delle argomentazioni, a un'elo-
quenza improntata a forte ethos, a una maniera imperiosa, e alla brevit.
Del famoso apologo di Menenio Agrippa al tempo della secessione della
plebe si messa in dubbio, con buone ragioni, la veridicit storica; Cice-
rone ( Brutus 53 sgg.) era comunque ben consapevole della funzione che
l'oratoria ingenua delle origini, ancora priva di elaborazione letteraria,
aveva svolto soprattutto nel contenimento delle agitazioni popolari.
Prima di essere progressivamente spogliate delle loro competenze in
materia giudiziaria, a Roma le assemblee del popolo si occupavano an-
che dei reati che coinvolgessero questioni politiche o di interesse pubbli-
co. Gli oratori che sostenevano laccusa o la difesa avevano modo di ri-
volgersi, con lunghi discorsi articolati, a un uditorio vasto, sensibile, pi
che alle argomentazioni tecnico- giuridiche, agli appelli emozionali e al-
la rappresentazione a tinte vigorose di vizi e virt del carattere: di qui
prendono origine alcune caratteristiche destinate a restare tipiche dell'0-
ratoria romana per tutta l'et della repubblica.
Diverso il discorso per i processi di tipo privato: qui l'originario
procedimento formulare, che si basava su brevi domande, risposte, e for-
se frequenti interruzioni, ostacolava lo svilupparsi di discorsi lunghi e
artisticamente elaborati. Solo a partire dal III e dal II secolo a. C. una
serie di mutamenti nella procedura, e l'allargamento delle giurie, render
possibile lo sviluppo di un'oratoria giudiziaria di pi vasto respiro ( an-
che nell'Atene del V secolo, la fioritura di quest'ultima da porsi in
stretta relazione con l'istituzione di ampie giurie democratiche). Il ruolo
del patronus mut di conseguenza. E noto il carattere tipicamente roma-
no di questa gura, assente dalla Grecia, dove in genere gli accusati te-
nevano da soli la propria difesa, per lo pi recitando un discorso compo-
sto su commissione da logografi specializzati. In origine 1assistenza giu-
ridica rientrava nella sfera della protezione e della tutela accordate nelle
pi diverse circostanze della vita dal patrono ( sempre un cittadino emi-
Oratoria e retorica 97
nente) ai propri clienti ( cittadini romani di rango inferiore, cittadini de-
gli Stati alleati, liberti). Oltre che dal fatto che i clienti mancavano del
prestigio sociale necessario a difendere i propri diritti, il patrocinio in
tribunale era reso necessario dall'oscurit e dal mistero che circondava le
formule legali; dal patronus, almeno fino al tempo di Catone, ci si aspet-
tava perci una considerevole competenza giuridica. Con Fevoluzione
della procedura processuale, il patronus ottenne un ruolo determinante
nell'impostazione complessiva della linea di difesa, e soprattutto nella
presentazione retorica del caso. La sua autorit e il suo prestigio giova-
vano molto alla causa del cliente, e - dal momento che insistere su di
essi era di prammatica - contribuivano a rafforzare il tono di ethos ca-
ratteristico dell'oratoria romana.
Resta da accennare brevemente alle laudationes funebri, che in epoca
arcaica costituivano a Roma l'unica testimonianza di quella oratoria epi-
dittica, o dimostrativa, che ebbe invece un largo sviluppo in Grecia.
Come abbiamo visto a proposito dell'esempio di Quinto Cecilio Metello,
si trattava soprattutto di un modo di celebrare i valori in cui la classe
dominante si riconosceva. La cerimonia della laudatio aveva, a detta di
Polibio che la descrisse, grande importanza al ne di educare i giovani
alI'imitazione delle virt dei maiores. Sul piano stilistico, si trattava tut-
tavia di discorsi non molto rifiniti, poco pi di una lista delle virtutes del
celebrato. Cicerone ( De orat. 241) accenner con tono di sufficienza a
queste composizioni, che con ogni probabilit venivano gelosamente cu-
stodite negli archivi familiari.
2. La scoperta della retorica
A giudizio di Cicerone, una vera oratoria artistica aveva incominciato
a svilupparsi non prima della ne del III secolo, con Cornelio Cetego; e
l'unico discorso precedente la fine della seconda guerra punica che egli
affermasse di conoscere era l'orazione contro la stipulazione della pace
con Pirro tenuta in Senato da Appio Claudio Cieco verso il 280. Il di-
scorso suscit una profonda impressione, la quale fece s che venisse ri-
cordato a lungo; esso venne poeticamente rielaborato da Ennio negli an-
nales; e si supposto che Cicerone lo conoscesse in questa forma; ma
pu darsi benissimo che in qualche modo egli avesse potuto consultarlo
personalmente. Sembra improbabile, in ogni caso, pensare a una sorta di
pubblicazione, concetto, per quest'epoca, del tutto anacronistico.
Ad avviare l'oratoria romana verso una disposizione pi scaltrita del-
le argomentazioni, e insieme verso una pi compiuta elaborazione artisti-
ca, fu senza dubbio l'impatto con la retorica greca, soprattutto nel perio-
do successivo alla vittoria su Annibale e all'emergere di Roma come pri-
ma potenza del mondo mediterraneo. Le nuove responsabilit imperiali
di Roma portarono gli uomini politici della citt in contatto con le innu-
merevoli ambascerie inviate dalle citt greche; e proprio le orazioni di
questi ambasciatori, per lo pi elaborate sul piano formale e basate su
una tecnica raffinata di argomentazione, fecero da levatrici nei confronti
98 LA PROSA LATINA
della futura eloquenza romana. Naturalmente, l'arrivo della retorica gre-
ca non determin immediatamente la creazione di un'eloquenza ad uso
politico interno: l'ars dicendi si svilupp inizialmente nei dibattiti di po-
litica estera e ad essi, per un primo momento, rimase confinata.
3. Catone e il profilarsi di alcune tendenze fondamentali dell'eIo-
quenza romana
Queste considerazioni contribuiscono forse a spiegare le perplessit
che accompagnano la valutazione della presenza di tracce di una cono-
scenza della dottrina retorica greca nei frammenti del primo oratore che
ci si presenti con una fisionomia ben definita: Catone. Molti degli artifici
di cui egli appare fare uso, per quanto ben noti alla retorica greca, han-
no anche un evidente sottofondo popolare italico. Nell'organizzazione
paratattica delle frasi, nelle frequenti ripetizioni di suoni e di pensieri,
negli effetti di amplitudo ottenuti con espedienti puerili per i raffinati
giudici dell'et classica, un fondo di procedimenti stilistici arcaici si com-
bina con le suggestioni dell'arte greca.
Specie nei frammenti in cui lo vediamo impegnato a combattere con-
tro il dilagare del lusso e la degenerazione dei costumi, e a eccitare il
risentimento popolare e il sospetto sullo stile di vita dei ricchi, Catone
esprime con vigore il proprio ethos ( notevole l'insistenza sulla frugali-
t del proprio temperamento), in toni talora fortemente emotivi, quasi
patetici, sostenuti dall'uso frequente di anafore, asindeti, interrogazioni
retoriche. E segnata, in questo modo, la via maestra delleloquenza ro-
mana fino a Cicerone; la predominanza dell'elemento etico- patetico co-
stituisce, d'altra parte, il tratto distintivo forse pi caratteristico dell'ora-
toria romana rispetto a quella greca; semplificando all'eccesso, si potreb-
be sostenere che l'oratore greco mira a convincere col peso degli argo-
menti, l'oratore romano col peso della propria auctoritas e della propria
personalit morale; il primo concentra gli elementi emozionali soprattut-
to nellepilogo, e talora nel proemio, mentre il secondo, pur non rinun-
ciando all'impennata finale della peroratio, distribuisce i toni patetici per
tutta l'orazione.
Il fenomeno evidentemente connesso con alcune tendenze di fondo
della cultura romana, in particolare con la scarsa ricezione delle istanze
illuministiche del pensiero greco, e con la tendenza alla interpretazione
moralistica nella storiograa. La penetrazione razionale di storici an-
che grandi, come Sallustio, o grandissimi, come Tacito, nelle motivazioni
pi profonde dei comportamenti politici resta sempre molto inferiore a
quella di Tucidide. Approfondire le ragioni di tutto ci ci porterebbe
troppo lontano dal nostro argomento. Ma sembra opportuno aggiungere
almeno una considerazione. A Roma, fino alla crisi della repubblica, il
potere rimase sempre saldamente nelle mani degli esponenti dei ceti diri-
genti, e una vera democrazia, come noto, non arriv a svilupparsi; il
fatto che a Roma, pi che nella democratica Atene, l'eloquenza prediliga
i toni patetico- emozionali dovrebbe indurre a qualche perplessit sulla
Oratoria e retorica 99
tesi, divulgata per esempio nella sociologia di Max Weber, che contrap-
pone l'irrazionale emotivit del demos ateniese e dei suoi tribunali all'as-
sennatezza e alla ponderazione degli esponenti delloligarchia romana ( e
che in realt proietta nell'Atene del V secolo i timori generati dal diffon-
dersi delle forme di democrazia diretta e di giustizia popolare sperimen-
tate dai bolscevichi nei primi anni di potere).
Nella orazione Pro Rhodiensibus - in cui metteva in rilievo i pericoli
di una politica imperialistica nelle regioni orientali, e sosteneva la neces-
sit di un equilibrio di poteri nel Mediterraneo - Catone seppe dare tut-
tavia anche l'esempio di uno stile oratorio carico s dell'ethos del senato-
re ragionevole, ma fondato, pi che sugli appelli emozionali, sui procedi-
menti argomentativi; uno stile del quale qualche traccia rimarr nei
Gracchi e in un discorso ciceroniano come la De imperio Cn. Pompei.
La prosa oratoria della Pro Rhodiensibus caratterizzata da una sobria
intensit; i periodi, brevi e ben costruiti, sembrano cercare una conclu-
sione adeguata nell'accumulo di sillabe lunghe. In un'epoca successiva
quest'orazione sarebbe stata al centro della polemica sulle qualit orato-
rie di Catone; probabilmente celebrata - in funzione anticiceroniana -
dagli atticisti come modello di stile, sarebbe stata smontata da Tirone
( il liberto e allievo di Cicerone), il quale si sarebbe sforzato di mostrare
come al suo autore mancassero cultura e competenza retorica. Personal-
mente Cicerone si era mostrato molto pi equanime: nel Brutus aveva
elencato i pregi numerosi dello stile oratorio di Catone, limitandosi a cri-
ticare la sua relativa rozzezza nella tecnica compositiva.
Che la Pro Rhodiensibus, tanto tempo dopo la sua composizione,
desse ancora alimento alle polemiche letterarie, dipendeva anche dalla
decisione di Catone di preservarne il testo includendolo, insieme a quello
di altre orazioni, nella sua opera storica, le Origines. Si trattava, in ogni
caso, di pochi discorsi; sul modo in cui le altre orazioni di Catone si
sono tramandate fino all'et ciceroniana, regna lincertezza; ed eviden-
te che il problema si pone per tutta l'oratoria di epoca arcaica. Cicerone,
in De senectute 38, rappresenta Catone intento a limare e a rivedere il
testo delle proprie orazioni; da Brutus 65 risulta tuttavia chiaro che egli
dove andare personalmente alla ricerca del testo delle singole orazioni di
Catone, e non pot rifarsi a un corpus unitario. Perci, o questo corpus
and successivamente disperso, o la notizia del de senectute - qualora
non si tratti di un deliberato anacronismo - indica qualche cosa di ben
diverso dall'approntamento di una sorta di edizione: il lavoro redazio-
nale di Catone potrebbe essersi esercitato sui commentarii delle sue
orazioni, dove alcune parti saranno state pienamente sviluppate, altre ab-
bozzate solo per brevi cenni; sar consistito soprattutto nel conferire al
testo delle orazioni una forma intellegibile, in modo che esse potessero
essere conservate nell'archivio familiare, per essere rese disponibili a una
eventuale consultazione o a forme di divulgazione postuma.
La decisione di includere nelle Origines il testo di alcune orazioni
esercit probabilmente uninfluenza notevole sulla evoluzione e la circo-
lazione di un'oratoria in forma scritta; ma l'abitudine di conferire forma
letteraria a discorsi pronunciati in precedenza, in modo da prolungarne
100 LA PRosA LATINA
l'efficacia nel tempo, e da poter raggiungere un pubblico pi vasto di
lettori, si impose lentamente e solo con difcolt. Spesso si sar preferi-
to continuare a conservare il testo non rifinito delle orazioni nell'archivio
di famiglia; in diversi casi sar stata messa a punto una redazione scrit-
ta, la cui divulgazione talvolta sar aw enuta solo post mortem, e la cui
circolazione sar comunque stata limitata alla cerchia delle amicizie e
delle relazioni politiche, talora degli ambienti sui quali ci si proponeva di
esercitare un'inuenza. Parlare di pubblicazione destinata a un pubbli-
co indeterminato di lettori costituisce, per quest'epoca, senz'altro un
anacronismo.
4. L'espuIsione dei retori greci e il manuale di Catone
All'interno del lungo arco della vita di Catone si colloca anche il fe-
nomeno del primo decreto di espulsione da Roma dei retori greci, nel
161. Esso testimonia delle preoccupazioni della classe dirigente, che si
riveleranno persistenti, nei confronti di una divulgazione dell'arte retori-
ca al di fuori della sua cerchia; ovviamente costituisce anche la prova del
diffondersi del bisogno di una formazione retorica in strati della popola-
zione diversi dal ceto dominante, cui contribuivano sia il desiderio di
ascesa politica, sia il moltiplicarsi delle contese legali in sguito alla cre-
scita di ricchezze e di propriet determinato dalla conclusione vittoriosa
della seconda guerra punica. Non molti anni dopo, nel 149 a. C., veniva
istituito il primo tribunale permanente, la quaestio de pecuniis repetun-
dis, in cui i provinciali avevano la possibilit di farsi valere contro le
vessazioni cui i governatori romani avevano incominciato a sottoporli.
Probabilmente Fimmigrazione dei maestri greci di retorica era stata
accompagnata da una certa diffusione della manualistica greca. Al biso-
gno di una embrionale codificazione in latino, ancora indirizzata soprat-
tutto a una circolazione ristrettissima, forse addirittura limitata all'inter-
no della cerchia familiare, dette risposta la trattazione di Catone nei libri
Ad Marcum ilium, probabilmente concepita anche come proposta globa-
le alternativa alla conoscenza diretta della trattatistica greca. Difficilmen-
te la sezione retorica dell'Ad Marcum ilium avr rispecchiato il carattere
analitico ed esauriente dei manuali greci: si sar trattato, pi che altro,
di una serie di precetti in forma di sententiae facilmente memorizzabili,
il che forse spiega il loro successivo inserimento nella raccolta degli
apophtegmata catoniani. Sappiamo che Catone definiva l'oratore come
vir bonus dicendi peritus, e che insisteva sulla necessit di padroneggiare
l'argomento trattato pi che le regole di una composizione elegante: rem
tene, verba sequentur. Ci significava ribadire che l'oratore non doveva
perdere di vista i valori del mos maiorum, radicati nell'antica ideologia
agricola; si inoltre pensato che la polemica contro l'eccessivo tecnici-
smo retorico implicasse anche un attacco alla nuova cultura dei ceti
commerciali in ascesa. L'oratore di Catone mira a un modo di parlare
suggestivo, forte, concreto: il ricorso alle ripetizioni, che gi abbiamo
sottolineato in alcuni frammenti, si rivela, pi che un ornamento, un mo-
Oratoria e retorica 101
do per intensificare il pensiero, per inculcare la res nella mente degli
ascoltatori.
5. L'et dei Gracchi
A giudizio di Cicerone ( Brutus 82 sgg), il pi grande oratore dell'et
sbito successiva a quella di Catone era stato un suo avversario politico,
Servio Sulpicio Galba; costui era stato tra i primi ad arricchire i propri
discorsi con elementi ornamentali, e a mirare all'amplificazione me-
diante il pathos. Da questo punto di vista, Cicerone avr visto in Galba
un antesignano di alcune delle tendenze cui andavano le sue personali
preferenze; ma un giudizio tanto positivo gli veniva soprattutto dai rac-
conti di chi aveva potuto ascoltarlo: quanto di Galba aveva potuto legge-
re direttamente, lo aveva deluso in maniera totale. Questo oratore info-
cato, ma del tutto spontaneo, privo di cultura letteraria e di esperienza
compositiva, quando si metteva a scrivere sembrava sgonfiarsi, e per-
dere ogni talento.
I violenti conflitti politici e sociali del II secolo ebbero come conse-
guenza la divaricazione dell'oratoria romana in due tendenze fondamen-
tali _ popolare e filosenatoria - , in qualche misura destinate a perpe-
tuarsi nell'epoca successiva ( non bisogna tuttavia immaginarsi le due
tendenze come prive di qualsiasi punto di contatto, o separate da stecca-
ti invalicabili). L'eloquenza popolare, che ebbe nei Gracchi i suoi massi-
mi rappresentanti, trov la sua base principale nelle assemblee, dove co-
stituiva ovviamente un mezzo vitale di incitamento, ma gioco un ruolo
importante anche nei tribunali, che soprattutto le pressioni di alcuni set-
tori del ceto equestre spingevano a trasformare in una istanza di control-
lo politico sull'attivit dei senatori. Si assiste, in questo periodo, a un
ampliamento notevolissimo del raggio di azione dell'oratoria politica: le
questioni trattate di fronte al popolo investono problemi fondamentali
relativi ai diritti dei cittadini, al controllo degli affari esteri e di quelli
militari, all'accesso dei singoli a partecipare delle risorse a disposizione
dello stato, alla competenza dei diversi gruppi sociali all'esercizio della
sovranit. L'esplosione di violenza che pose ne alle vite dei Gracchi e
di Saturnino mostra come la classe dirigente vedesse in questi mutamen-
ti una temibile minaccia all'ordine costituito.
L'eloquenza dei Gracchi introdusse nell'oratoria romana i nuovi ac-
centi della misericordia sociale. Tiberio aveva appreso probabilmente dal
suo maestro Diofane di Mitilene le tattiche di una retorica demagogi-
ca, fortemente organizzata, adatta a fare presa sul popolo; ma i suoi
discorsi, a quanto possiamo intravedere, non si riducevano alla concita-
zione delle emozioni: egli, nella migliore tradizione del1'oratoria demo-
cratica greca, sapeva affrontare con lucidit i problemi politici ed econo-
mici, e giustificare con argomentazioni razionali la proposta di una linea
di condotta.
Oratore pi violento e impetuoso fu Gaio Gracco: le fonti antiche ne
ricordano il frequente, concitato andirivieni sulla tribuna, la lexis a tinte
102 LA I> RosA LATINA
cariche, il ricorso a espedienti per moderare il registro della propria elo-
quenza, evitando che il tono scivolasse costantemente sopra le righe. Il
colorito drammatico di alcuni frammenti tradisce la presenza di una con-
sistente componente asiana, che egli forse doveva in parte al suo mae-
stro Menelao di Marato in Fenicia. Ma se in quanto possediamo di Gaio
Gracco prevale una vis dicendi che lo ha fatto talora accostare a Demo-
stene, opportuno osservare che egli sapeva fare un uso eccellente an-
che dei toni pacati. Nei frammenti del discorso col quale Gaio Gracco,
difendendo i diritti del popolo a usufruire dei profitti dell'impero, prese
posizione contro la legge che proponeva la cessione a Mitridate dei terri-
tori della Frigia ( Dissuasio legis Aueiae), affiorano argomentazioni eco-
nomiche che ricordano abbastanza da vicino il lucido utilitarismo di certi
discorsi della democrazia ateniese.
L'eloquenza di Scipione Emiliano e dei membri della sua cerchia,
cio della fazione che con maggiore tenacia si oppose al movimento
graccano, imbevuta, a quanto possiamo vedere, di toni di conservatori-
smo etico- politico. Allo stile di Lelio veniva attribuita una lenitas che
pare in singolare contrasto con l'accanimento che egli pose nel persegui-
tare i seguaci di Tiberio Gracco; mentre dai pochi frammenti dell'Emilia-
no affiorano una gravitas e una vena sarcastica dura e tagliente, che si
esprime soprattutto nella critica della degenerazione dei costumi. La
competenza nelluso degli strumenti retorici sembra piuttosto sicura: ta-
lora Scipione ricerca deliberatamente assonanze e contrasti, e sa organiz-
zare il materiale in modo da raggiungere non disprezzabili effetti di enfa-
si. In generale, tuttavia, egli tende pi a convincere che a commuovere;
ai toni patetici preferisce quelli raziocinanti. Ma questo, per i motivi ai
quali gi abbiamo accennato, non sufficiente a fare del rifiuto del pate-
tico l'elemento discriminante dell'eloquenza senatoria, n della sua ricer-
ca il tratto distintivo dell'eloquenza popularis.
La preferenza accordata a uno stile asciutto e misurato invece in
diretto rapporto con il gusto per la buona dizione ed elocuzione, per una
lingua pura improntata all'ideale della Latinitas, che matura proprio
nell'ambiente scipionico. La ricerca di un eloquio elegante non senza
legami nemmeno col profilarsi di un'etichetta, di un codice di buone
maniere cui i membri degli strati superiori devono improntare il proprio
comportamento anche per affermare la propria distinzione elitaria. La
costituzione di un tale codice si avverte in alcuni frammenti di Lucilio, e
trov espressione teorica nel Peri to kathkontos di Panezio.
Un problema particolare costituito dall'atteggiamento verso la cul-
tura greca assunto, rispettivamente, dagli oratori di orientamento aristo-
cratico e da quelli di orientamento popolare. Il problema, a dire il vero,
sussiste soprattutto per la critica moderna, che lo ha posto e non sembra
riuscire a risolverlo. La confusione, a questo proposito, totale, e nella
bibliografia possibile trovare tutto e il contrario di tutto: che gli opti-
mates, come Scipione Emiliano, si opposero alla diffusione dell'elleni-
smo, il quale invece aveva guidato il pensiero e la parola dei Gracchi;
oppure che l'orientamento antiellenico era tipico della parte popolare,
laddove la cultura greca - che richiedeva, del resto, ampie possibilit
Oratoria e retorica 103
finanziarie per il mantenimento di precettori, e, a partire da un'epoca un
po' successiva, per i viaggi di istruzione - era monopolio dell'aristocra-
zia. In realt, nonostante la profonda ellenizzazione della classe dirigente
- dalla quale per lo pi provenivano tanto gli optimates quanto i loro
avversari - la necessit di mantenersi fedeli ai valori del mos maiorum e
della tradizione aristocratica nazionale ( che nessuna delle due fazioni in-
tendeva mettere in discussione e che, anzi, ambedue apertamente invoca-
vano) spingeva a ostentare il disprezzo per la cultura di matrice greca. Il
problema connesso in modo abbastanza stretto con quello della dissi-
mulatio delle conoscenze in materia di dottrina retorica, sul quale in s-
guito torneremo a soffermarci.
6. Antonio e Crasso
Dei due maggiori oratori della generazione precedente la sua, e am-
bedue suoi maestri, Marco Antonio e Lucio Licinio Crasso, Cicerone fe-
ce i rotagonisti del De oratore. Crasso, dopo avere assunto atteggia-
men i cla popularis nella prima fase della sua carriera, si avvicin in se-
guito alla fazione meno retriva dell'oligarchia, la cui politica si espresse
tra l'a1tro nel parziale appoggio ai progetti di riforme di Livio Druso. La
sua eloquenza, che si basava su un'actio relativamente pacata e dagli ef-
fetti contenuti, sapeva essere varia e muoversi agilmente tra le pi diver-
se tonalit. Il ricorso frequente all'ironia e alle battute di spirito - nelle
quali Crasso eccelleva - non incrinava la prevalente impressione di gra-
vitas che egli sapeva comunicare. La elocutio accurata ed elegante, ma
priva di affettazione, lo associa di buon diritto alla tradizione della Lati-
nitas: Crasso attribuiva grande importanza alle scelte lessicali, all'ordine
delle parole, all'architettura dei periodi e all'armonia delle clausole.
La rappresentazione di Crasso fornita nel De oratore non sembra in
larga misura deformante, ed ben probabile che davvero risalga a lui il
primo tentativo di delineare l'ideale di un oratore fornito di una cultura
vasta e profonda: una specie di immenso arsenale della inventio, un re-
pertorio di saperi e competenze diverse, di elementi di filosofia e di lette-
ratura, dal quale attingere la materia delle orazioni.
In un primo momento vicino a Mario, poi passato agli optimates, An-
tonio sarebbe caduto vittima della vendetta dei mariani. Nel corso della
sua carriera aveva basato la propria ascesa soprattutto sull'attivit di pa-
tronus: un tratto che lo avvicina a Cicerone. Rispetto a Crasso, Antonio
rappresentava un tipo di oratore molto diverso: meno incline allappro-
fondimento culturale, fiducioso soprattutto nella spontaneit del talento
e nella ricchezza della pratica forense. La sua eloquenza, che volentieri
faceva ricorso agli effetti patetici e teatrali, aveva sulluditorio un impat-
to violento e trascinante. Ad Antonio Cicerone riconosceva eccellenti ca-
pacit nella inventio, una dispositio altamente efficace, grande talento
nell'uso degli ornamenti e delle figure; meno curato egli gli appariva
nella elocutio, e meno capace di Crasso di spaziare tra toni e registri
diversi. Anche la sua cultura generale, alla quale egli del resto non an-
I04 LA PROSA LATINA
netteva grande importanza, era molto pi limitata; tuttavia non del tutto
trascurabile era la sua competenza losoca: in Grecia egli aveva segui-
to le lezioni di maestri della Nuova Accademia. Pu darsi che costoro lo
avessero confortato nel disprezzo verso l'arido tecnicismo della manuali-
stica retorica cui egli d espressione nel De oratore; ma erano soprattut-
to il suo fiuto innato per la disposizione d'animo dell'uditorio, e la sua
ricca esperienza di oratore, a non riconoscersi negli schematismi e nella
futile minuziosit di questa precettistica. Le divisioni pedanti, a suo avvi-
so, rschiavano di rendere troppo evidente la trama dell'orazione,~ e di
distruggerne gli effetti di naturalezza e di spontaneit.
Un rilievo particolare attribuito, nel De oratore ( II 133 e altrove),
alla polemica di Antonio contro l'eccessiva rigidezza con la quale soprat-
tutto i manuali retorici che si rifacevano alla dottrina di Ermagora di
Temno ( II secolo a. C.) dividevano gli argomenti a seconda che si trat-
tasse di indagare questioni generali, senza determinazione di specifiche
persone, tempi o luoghi ( thsis, o quaestio infinita) oppure questioni
particolari, circostanziate nella persona, nel tempo, e cos via ( hypthe-
sis, o quaestio finita): qualsiasi soggetto, obiettava Antonio, deve essere
trattato dal punto di vista delle sue implicazioni generali. Non impossi-
bile che i suoi argomenti in favore della strettissima connessione tra tesi
ed ipotesi debbano qualcosa alla riessione peripatetico- accademica.
Crasso, da questo punto di vista, si trovava probabilmente d'accordo con
Antonio, e ancor pi di lui accentuava il rifiuto di ogni arido tecnicismo.
Cicerone lamentava che Crasso avesse lasciato poco di scritto, e An-
tonio ( ad eccezione di un manualetto del quale torneremo a parlare)
niente del tutto. Nel caso di Antonio ci poteva essere attribuito alla vo-
lont di non vedersi rinfacciate, testi alla mano, le prese di posizione
contraddittorie che in occasioni diverse, da che mondo mondo, sono
tipiche degli avvocati ( De orat. II 223). Ma della renitenza alla pubbli-
cazione tipica di parecchi oratori delle generazioni precedenti, Cicerone
dava anche spiegazioni pi generali: in Brutus 92 egli elenca, un po' alla
rinfusa, il desiderio di non aggiungere alle fatiche forensi il lavoro della
redazione, la carenza della spinta a un autoperfezionamento raggiungibi-
le solo attraverso l'esercizio della scrittura, la diffidenza verso le proprie
capacit letterarie, la noncuranza per la salvaguardia della propria gloria
presso i posteri 0, al contrario, il timore che questa possa risultare sce-
mata nel caso che il testo delle orazioni cada nelle mani di critici compe-
tenti. Ovviamente, Cicerone considerava naturale la diffusione, almeno
delle orazioni migliori, tramite la redazione scritta, a una cerchia pi va-
sta di quella rappresentata dagli ascoltatori immediati; in realt, come
abbiamo accennato, la consapevolezza che l'orazione costituisce anche
un prodotto letterario matura con lentezza, e solo con lo stesso Cicerone
potr dirsi pienamente affermata nella cultura romana.
A Crasso e ad Antonio, Cicerone attribuiva anche un rapporto ambi-
valente con la cultura, sia generale, sia tecnico- retorica, di matrice gre-
ca di cui erano imbevuti, sia pure, come si visto, in misura diversa ( De
orat. II 4 sgg. e altrove): il primo non ne faceva troppo mistero, ma
ostentava di disprezzarla e di anteporle di gran lunga la saggezza tradi-
Oratoria e retorica 105
zionale dei romani; il secondo preferiva far credere nella propria assolu-
ta ignoranza di tutto quanto sapesse di greco.
Questa necessit della dissimulatio dell'artificio che alla base delle
capacit persuasive dell'oratore, del sapiente dosaggio degli ingredienti
di cui egli si avvale per costruire il proprio discorso, gi ampiamente
nota alla teoria retorica greca ( si risale almeno fino ad Aristotele), ed ha
alla sua base l'opportunit di non destare, nei giudici e in generale negli
ascoltatori, il sospetto che chi parla li stia in qualche modo accalappian-
do in una rete che i precetti della retorica insegnano ad intrecciare. Di
qui l'esigenza che l'orazione si presenti come frutto di un tradursi del
tutto naturale dei sentimenti e dei pensieri in parole, e non come pro-
dotto "artificiale". Ridotto alla sua ossatura concettuale, il precetto non
molto lontano da quello che governa la poetica classicistica, antica e mo-
derna. Nella cultura romana, tuttavia, esso assume anche coloriti diversi,
cui concorrono l'orgoglio nazionale e il tradizionalismo dei ceti dirigenti,
il diffuso sospetto verso le attivit intellettuali e la conseguente volont
di mantenerle ben separate dall'ethos dell'oratore, non da ultime le
preoccupazioni nei confronti di una divulgazione dell'arte retorica a stra-
ti - sociali che potrebbero servirsene per mettere in discussione i rapporti
di ptere.
7. Il manuale di Antonio e la scuola di Plozio Gallo
L'unica opera pubblicata da Antonio - o meglio, a quanto egli as-
serisce nel De oratore, divulgata contro la sua volont - fu un esile ma-
nualetto di retorica. Di esso sappiamo ben poco; che sia stato composto
negli anni in cui il suo autore non si era ancora decisamente schierato
dalla parte degli ottimati, e cio verso l'inizio del I secolo, solo una
congettura, resa abbastanza verosimile soprattutto dall'aperta opposizio-
ne nei confronti del pubblico insegnamento della retorica che di l a non
molto l'aristocrazia avrebbe manifestato.
Una scuola di retorica latina venne aperta, probabilmente poco dopo
il 95, da un mariano, Plozio Gallo: nel periodo in cui si accumulavano le
tensioni che sarebbero esplose nella guerra sociale, essa a quanto pare
permetteva, anche a oratori di origine municipale, di apprendere rapida-
mente i rudimenti di un'eloquenza aggressiva: un'accusa coronata da
successo nei confronti di un membro del ceto senatorio poteva agevolare
l'ascesa politica e l'inserimento nella comunit romana. Il pubblico inse-
gnamento della retorica permetteva probabilmente di sottrarsi alla prati-
ca del tirocinio presso un oratore gi affermato, che per l'aristocrazia
costituiva anche un mezzo per controllare la formazione etico- politica
dei giovani che premevano per accedere alla classe di governo, e per in-
canalarli nella tradizionale struttura clientelare.
La scuola impartiva probabilmente una formazione retorica accele-
rata, che trascurava i modelli greci e le esercitazioni in quella lingua per
insistere soprattutto sulle declamazioni in latino e sullo studio dei princi-
pali rappresentanti dell'eloquenza nazionale; l'insegnamento della dottri-
IO LA PROSA LATINA
na si sar concentrato sui suoi aspetti pi immediatamente suscettibili di
applicazione pratica. Non impossibile che in questo ambiente dei co-
siddetti rhetores Latini si diffondesse una certa avversione per la super-
fluit della cultura greca, e neppure che in qualche caso essa assumesse
sfumature di opposizione politica: maestri greci di eloquenza vivevano
abbastanza spesso nelle case dei nobili, che li impiegavano per il proprio
perfezionamento oratorio e per il lento e approfondito tirocinio dei loro
allievi.
La scuola di Plozio Gallo ebbe, almeno ufficialmente, breve durata;
Crasso, censore nel 92 insieme a Gneo Domizio Enobarbo, ne decret la
chiusura.
8. La Rhetorica ad Herennium
La decisione dei censori stronc sul nascere le possibilit di sviluppo
di un'ars rhetorica in latino; ma non pot impedire che negli anni suc-
cessivi qualche manuale continuasse a venire scritto. La cosiddetta Rhe-
torica ad ierennium - che mostra singolari punti di contatto con uno-
pera giovanile di Cicerone, il De inventione - sembra risentire degli in-
ussi combinati dellinsegnamento della scuola di Plozio Gallo, e del
trattatello di Antonio. L'ignoto autore, probabilmente non un retore di
professione, e forse un membro del ceto equestre, ostenta anch'egli l'av-
versione per il carattere ozioso e inutilmente complesso della manualisti-
ca greca; del tutto greca, e di origine soprattutto rodio- ellenistica, tut-
tavia la sua dottrina retorica, che egli si sforza di esporre con terminolo-
gia ampiamente latinizzata. L'alto numero e l'orientamento politico degli
esempi storici latini cui egli fa ricorso, e che spesso si riferiscono al pas-
sato recente, mostrano la sua vicinanza agli ambienti filograccani e filo-
mariani le cui idee avevano trovato espressione nella scuola dei rhetores
Latini.
L'impostazione dell'opera del tipo essenzialmente tecnico- razionali-
stico contro il quale Cicerone prender posizione nel De oratore, in no-
me di una retorica umanistica e nutrita di filosofia e di letteratura. Ma
l'autore della Rhetorica ad Herennium non un arido compilatore, n
un mero tecnico privo di orizzonti culturali: ha interessi filosofici, che
sembra anteporre a quelli retorici, le mostra una notevole originalit, ol-
tre che nella scelta degli esempi, nella ricerca di un difficile equilibrio tra
tendenze contrastanti; se da manuali di impostazione rodio- asiana gli
proviene l'estensione quasi ipertrofica del numero delle figure, egli sa
mettere in guardia dai tumori eccessivi dell'asianesimo. L'auctor ad
Herennium annette grande importanza al gestire, e allactio in generale:
il tema doveva essere presente nel dibattito dellepoca, giacch un'analo-
ga insistenza - insieme alla denuncia del fatto che gli oratori sembrano
da tempo trascurare l'actio - attribuita a Crasso nel De oratore.
Tra le sistemazioni greche della dottrina retorica tenute presenti dal-
l'auctor ad Herennium, un posto di rilievo occupano senza dubbio la
tchne di Ermagora e i manuali da essa derivati; ma non mancano, nei
Oratoria e retorica 107
loro confronti, le frecciate polemiche, e significativo appare soprattutto il
distacco a proposito della dottrina degli status ( stseis: le diverse moda-
lit di configurazione dei casi in discussione). La Rhetorica ad Heren-
nium sconvolge la pedantesca sistemazione ermagorea degli status, se-
guendo probabilmente le linee di una nuova suddivisione risalente ad
Antonio e rifinita nei particolari da un suo seguace che pare verosimile
collocare nell'ambiente dei rhetores Latini. Se questa supposizione ri-
sponde a verit, una teoria retorica in latino con elementi di originalit
aveva appena iniziato a svilupparsi quando venne soffocata dall'editto
dei censori del 92. La dottrina successiva fu costretta a rivolgersi nuova-
mente ai modelli greci: cio a Ermagora, oppure, in polemica col suo
tecnicismo esasperato, alle precedenti teorizzazioni peripatetico- accade-
miche. Anche l'embrione di un canone degli oratori romani meritevoli
di imitazione, presente nella Rhetorica ad Herennium, e del quale qual-
che traccia resta nel De oratore, sar in sguito rimpiazzato da un cano-
ne di oratori greci ( ci, probabilmente, anche in forza della migliore
reperibilit dei testi di questi ultimi).
9. Il De inventione di Cicerone
Negli anni della sua formazione Cicerone fu allievo di Crasso e dei
retori greci che operavano nella sua casa. A un certo punto sent , a
quanto pare, il desiderio di frequentare la scuola di Plozio Gallo, ma ne
venne dissuaso dai suoi protettori aristocratici. In questi anni giovanili
Cicerone inizi a scrivere un manuale di retorica, comunemente noto col
titolo di De inventione perch solo di questa parte della teoria egli arriv
a trattare compiutamente, prima di interrompere la stesura. Evidente-
mente l'opera si inserisce nel quadro della fioritura di una manualistica
in latino, che non sembra comunque avere avuto proporzioni ecceziona-
li: le coincidenze singolarissime con alcuni passi della Rhetorica ad He-
rennium si spiegano, secondo l'ipotesi meno inattendibile, col fatto che
ambedue le opere avrebbero attinto largamente a un altro trattato latino.
Se davvero la redazione del De inventione risalisse alla fine degli an-
ni Novanta, sarebbe suggestivo collegare l'interruzione del progetto con
le pressioni esercitate su Cicerone da ambienti aristocratici preoccupati
per fenomeni come quello rappresentato dalla scuola di Plozio Gallo e
dalla divulgazione della retorica in latino. Ma una datazione nei primi
anni Ottanta appare pi verosimile dal punto di vista biografico, e per-
mette inoltre, come abbiamo accennato, di impostare in maniera pi
soddisfacente il problema dei rapporti con la Rhetorica ad Herennium.
Del resto il giovane Cicerone, nei proemi dal tono filosofico premessi ai
due libri dell'opera, sembra intenzionato a ben distinguersi dall'ambiente
dei rhetores Latini: l'eloquenza, sulla scia di un noto motivo isocrateo,
celebrata come la forza che ha reso possibile la nascita della civilt uma-
na; ma Cicerone, nonostante guardi ancora con favore ai Gracchi, insiste
sulla necessit del legame delleloquenza con la sapientia etico- politica, e
si scaglia con durezza contro la demagogia di unoratoria priva di princ -
108 LA I RosA LATINA
pi morali. Complessivamente, il De inventione si presenta come un ma-
nuale piuttosto arido e schematico. Cicerone aderisce ancora a una visio-
ne ristretta delle competenze dell'oratore, che intendeva limitarle alla
trattazione delle quaestiones initae, e che si era sviluppata in polemica
con la dottrina di Ermagora ( quest'ultimo, in verit, pare che attribuisse
all'oratore non tutte le thseis, ma solo quelle di argomento etico- politi-
co). Questa impostazione apparir completamente ribaltata nel De orato-
re, dove esplicito e totale sar anche il ripudio del giovanile brogliaccio
di appunti rappresentato dal De inventione.
Qi(
10. Ortensio e I asianesimo giovanile di Cicerone
La prima definizione di uno stile asiatico compare nel Brutus di
Cicerone ( 51; 325 sgg.), dove esso rappresentato come il frutto
della corruzione della grande eloquenza attica. Nel Brutus Cicerone si
intrattiene lungamente sull'asianesimo di Quinto Ortensio Ortalo, l'o-
ratore col quale egli ebbe pi volte a misurarsi negli anni in cui la sua
nuova eloquenza andava rapidamente maturando. Ma piuttosto dubbio
se Ortensio si sarebbe riconosciuto in quella definizione, o se in quegli
anni lo stesso Cicerone vi sarebbe ricorso: la consapevolezza dell'esisten-
za di .uno stile asiano - cio di uno stile turgido, ricco di elementi
ritmici, sovrabbondante nelle figure e nei concettismi - sorge soprat-
tutto per effetto della reazione atticistica che almeno a Roma inizia, for-
se per opera di grammatici greci attivi nella citt, in un periodo che non
precede di molto la composizione del Brutus ( 46 a. C.).
Sul piano teorico, Cicerone riconosceva l'esistenza di due distinti tipi
di asianesimo: il primo aveva una predilezione per le brevi frasi aggra-
ziate, costruite secondo schemi ritmici sofisticati, e fondate su antitesi e
concettismi; il secondo era pi gono, rapido e pieno di foga nella
elocuzione, inorettato di figure. Ortensio, a giudizio di Cicerone, ec-
celleva in ambedue i generi. Sostanzialmente, tuttavia, la sua oratoria gli
appariva povera di gravitas, forse adatta a un giovane, ma contrastante
col decoro di un maturo senatore. Col passare del tempo, Ortensio non
seppe rinnovarsi, e ci, insieme all'abbandono della disciplina degli eser-
cizi, avvi al declino la sua eloquenza.
Nelloratoria di Ortensio si rietteva probabilmente qualcosa del suo
stile di vita da dandy aristocratico, sul quale fiorirono gli aneddoti. Par-
lava con voce cantilenante, e accompagnava il martellare delle brevi frasi
incalzanti col gestire affettato di un'actio fortemente istrionica, che met-
teva in primo piano il giuoco manierato e incessante delle dita. Quest'ac-
tio concorreva molto al successo di Ortensio: alla semplice lettura, os-
servava Cicerone, le sue orazioni risultavano piuttosto deludenti.
Agli inizi della sua carriera oratoria, Cicerone risent fortemente della
maniera asiana di Ortensio: nella Pro Quinctio, una causa di diritto pri-
vato discussa nell'81, egli, pur impiegando con relativa parsimonia i
mezzi retorici, giuoca sulle assonanze, sull'equilibrio delle brevi frasi, sul
rincorrersi di antitesi. L'uso degli ornamenti di tipo asiano - come l'ac-
Oratoria e retorica 109
cumulo dei sinonimi, i giuochi di parole, le allitterazioni, le figure, il
colorito poetico - molto pi evidente nella Pro Roscio Amerino ( 80 a.
C.), il primo processo penale in cui Cicerone sostenne vittoriosamente la
difesa, prendendo posizione contro le degenerazioni del governo sillano.
Qui, tuttavia, gli effetti della maniera sono resi meno stucchevoli dalla
felice esuberanza dell'immaginazione, e gi pienamente matura si mostra
la felice vena satirica e ritrattistica della quale in sguito Cicerone avreb-
be dato prove numerosissime. Ugualmente rafnata la strategia dell'av-
vocato: la narratio svolta attraverso un giuoco di effetti condotto in
base a un calcolo sagace delle reazioni emotive dei giudici.
Lo stile asiano richiedeva un modo di porgere perennemente con-
citato, che imponeva all'oratore di tenere sempre la voce sui registri pi
elevati, senza potere praticamente mai allentare la tensione. Minato nella
salute da quest'esercizio logorante, e per apprendere a moderare la pro-
pria eloquenza, Cicerone intraprese nel 79 un lungo viaggio di studio in
Grecia, dove trasse profitto soprattutto dalle lezioni di Molone di Rodi.
Come noto, la scuola di Rodi, la cui inuenza sull'oratoria romana si
era fatta sentire fino dalla Rhetorica ad Herennium, propugnava un ge-
nere di eloquenza a mezza strada fra quello attico e i tumores dell'asia-
nesimo. In particolare Molone, combattendo gli eccessi di un'oratoria
troppo esuberante, impresse al proprio insegnamento un orientamento
colto e moderato, in evidente polemica con le mode allora dominanti in
Asia. Da Rodi Cicerone torn profondamente mutato, e in condizioni di
ritrovata forma sica; la sua eloquenza era sbollita, e il fiume, smaltita
la piena, aveva ripreso a fluire entro gli argini.
11. Le Verrinae e il rinnovamento dell'oratoria di Cicerone
Negli anni successivi Cicerone continu a svolgere un'intensa attivit
di patrocinio nei tribunali, annodando legami con membri delle classi
elevate dei municipi, che in sguito avrebbero avuto una funzione impor-
tante nel sostenere la sua candidatura al consolato, e soprattutto nel for-
nire un punto di riferimento alla sua riessione politica. A permettergli
di emergere in primo piano nella vita pubblica fu la grande accusa con-
tro l'ex governatore della Sicilia, Gaio Verre. Costui era sostenuto so-
prattutto da una piccola cricca, pericolosa e potente, che ruotava intorno
a Ortensio, e che si mostr disposta a ogni illegalit pur di conservare i
privilegi che le erano concessi dalla costituzione sillana. Cicerone otten-
ne la vittoria anche grazie al ricorso a una tattica procedurale relativa-
mente innovativa, consistente nel passare immediatamente all'interroga-
torio dei testimoni dopo una breve requisitoria ( Actio prima in Verrem);
l'espediente costrinse Verre alla fuga, e Ortensio a rinunciare alla pro-
pria orazione di replica.
La necessit di forzare i tempi per contrastare le manovre degli av-
versari aveva impedito a Cicerone di offrire una prova ampia ed esau-
riente della sua eloquenza rinnovata ( un saggio ne aveva offerto nella
precedente Divinatio in Caecilium, dove sono notevoli soprattutto i pe-
110 LA PROSA LATINA
riodi possenti ` e ben strutturati, che dora in poi saranno tipici dello stile
ciceroniano). E bene sottolineare che la vittoria non fu dovuta esclusiva-
mente alla tattica adottata: l'Actio prima vi contribu validamente con la
sua retorica patetica e sconvolgente, adatta a travolgere e scompigliare le
difese dell'avversario ( Brutus 129). Ma si rendeva evidente come, in de-
terminate circostanze, le esigenze dell'oratoria in quanto prodotto arti-
stico potessero essere d'intralcio alle sue finalit di immediata efficacia
pratica.
Con la pubblicazione dei cinque discorsi che costituiscono l'Actio se-
cunda, Cicerone intese mostrare quale avrebbe potuto essere la sua elo-
quenza, se il processo si fosse svolto secondo la procedura abituale; ov-
viamente, egli si proponeva anche di divulgare un pamphlet che potesse
conquistargli la simpatia delle categorie sociali pi diverse. L'elaborata
sceneggiatura processuale conferita a questi discorsi mai pronunciati, do-
ve lo stesso oratore si metteva in scena come un personaggio fra gli
altri, costituisce una novit notevolissima, ed sintomo della raggiunta
consapevolezza che l'orazione costituisce anche un prodotto letterario,
capace di indirizzarsi a un pubblico diverso e pi vasto di quello dell'u-
ditorio circoscritto che rappresenta il suo destinatario pi immediato.
Pu sembrare a prima vista stupefacente il fatto che nel Brutus Cice-
rone arresti proprio alle Verrinae la rievocazione dettagliata delle tappe
della propria carriera di oratore, e preferisca trattare in maniera del tutto
generale delle caratteristiche salienti della sua eloquenza dei successivi
decenni. Il fatto che con quella serie di discorsi Cicerone sentiva di
avere conquistato la piena maturit stilistica, di aver elaborato un genere
di eloquenza il quale - qualunque cosa ne pensassero i suoi detrattori
atticisti cui egli si preoccupava di rispondere in quel trattato - si innal-
zava con sicurezza al di sopra dell'esasperato manierismo asiano di Or-
tensio per schiudere nuove vie all'oratoria latina. Il successivo asianesi-
mo di Cicerone, che i suoi critici continueranno a rimproverargli, consi-
ster sdprattutto nella copia verborum, vale a dire in un certo compiaci-
mento per l'accumulazione e l'amplificazione a fini espressivi; ma dalle
Verrinae in poi egli limita in modo drastico il ricorso alle facili antitesi o
a un concettismo dagli effetti stucchevoli. Nella grandiosa architettura
dei periodi, complessi e armoniosi, si esprime la gravitas solenne dell'0-
ratore maturo e pienamente consapevole del proprio prestigio di senato-
re. L'oratoria scritta era abbastanza spesso fruita attraverso la lettura ad
alta voce, magari ad opera di schiavi esperti: anche per questo nelle Ver-
rinae - come in tutta la produzione oratoria di Cicerone - le esigenze
del ritmo e dell'orecchio hanno grande importanza, ma non svuotano la
frase di vita e di energia. Del resto la sintassi mostra grandissima duttili-
t, e l'oratore sa anche imprimerle un andamento di incisivit martellan-
te. La narratio ora colorita, ora semplice e piana; la gamma dei registri
spazia agilmente dall'arguzia al pathos tragico; e Cicerone continua forse
a dare il meglio di se nei quadri di satira graffiante in cui ritrae il gover-
natore e i membri del suo entourage.
Oratoria e retorica 111
12. La fase matura dell'oratoria di Cicerone
Nell'anno della sua pretura, il 66, Cicerone, che ricercava lappoggio
di Pompeo e degli ambienti affaristici e populares che intorno a lui si
erano coalizzati, fece una notevole concessione alle tradizioni di un'ora-
toria demagogica. Con la Pro lege Manilia si schier in favore del con-
ferimento a Pompeo di poteri eccezionali per la conclusione della guerra
contro Mitridate. L'orazione importante soprattutto perch - caso qua-
si isolato nell'intera produzione letteraria romana - fa emergere in primo
piano, senza i consueti mascheramenti, l'importanza delle attivit eco-
nomiche per il buon funzionamento dell'impero di Roma. L'orazione
tenuta per lo pi in toni pacati, con limitato ricorso agli elementi pateti-
ci. L'intreccio dei fattori economici e politici analizzato con lucidit;
tenendo presenti le considerazioni gi svolte a proposito di un frammen-
to di Gaio Gracco ( cfr. supra, par. 5), ci si pu chiedere se non siamo di
fronte ai pochi residui della tradizione di un'eloquenza imperniata su un
utilitarismo raziocinante, che sembra collocarsi al polo opposto rispetto
alla violenta concitazione degli affetti in cui Cicerone ravvisava la carat-
teristica distintiva dell'oratoria tenuta di fronte al popolo.
Il prevalere, di fronte alle masse, di un'eloquenza dai toni infocati e
patetici, si pu forse in parte spiegare col progressivo degrado sociale
della plebe urbana. Tuttavia bisogna guardarsi dallo spingersi troppo
avanti su questa via: anche in Senato Cicerone sa essere aggressivo o
impetuoso; e se talora egli sembra fare dei dibattiti in Senato il luogo di
elezione di un'eloquenza pi pacata, la sua fiducia nella forza del pate-
tico generale, e relativamente indipendente dal tipo di pubblico col
quale ha a che fare. In fondo, essa al centro della sua polemica nei
confronti degli atticisti.
Gli appelli emotivi sono fusi abilmente con la distorsione di argo-
mentazioni economico- utilitaristiche nei discorsi De lege agraria che Ci-
cerone tenne di fronte al popolo nei primi giorni del suo consolato ( 63
a. C.), al fine di affondare un provvedimento presentato dal tribuno Rul-
lo. Dello stesso anno la Pro Rabirio perduellionis reo, che nell'Orator
( 102) Cicerone avrebbe citato a esempio di un'oratoria di stile elevato:
al tono di sublimit contribuiscono il lessico sonoro e la solenne archi-
tettura dei periodi, ma soprattutto l'uso senza risparmio dei procedimen-
ti di amplificatio retorica.
Il vertice dell'oratoria consolare di Cicerone rappresentato, ovvia-
mente, dalle Catilinariae: i toni patetici e sublimi sono anche qui preva-
lenti, l'andamento incalzante e fremente, le tinte spesso cariche; ma
non mancano quadri di ammirevole sobriet, e, nella seconda orazione,
l'analisi dei gruppi sociali che la congiura riunisce rappresenta un pezzo
notevole di sociologia.
Una raccolta delle orazioni consolari di Cicerone venne messa in-
sieme intorno al 60, e fatta circolare grazie all'interessamento di Attico,
che analoghe cure spesso dedic anche ad altri testi ciceroniani. Gli stu-
di moderni hanno chiarito definitivamente che non si trattava di un'atti-
112 LA I RosA LATINA
vit economica di editore, ma della cura della trascrizione, e poi della
promozione e diffusione degli scritti di Cicerone in ambienti sociali di-
versi. Questa forma di circolazione non deve fare pensare di necessit a
un pubblico ristretto: un passo di Seneca padre ( Suasoriae 7, 11; cfr.
inra il par. 18) documenta oltre ogni ragionevole dubbio il vasto succes-
so che l'oratoria di Cicerone riscuoteva presso i lettori contemporanei, e
la sua universale notoriet.
Probabilmente il fine principale della divulgazione dei discorsi tenuti
nel 63 era quello di documentare e difendere Patteggiamento politico del
console in un momento in cui esso era sottoposto a critiche violente; ma
anche gli intenti artistico- letterari avranno avuto la loro parte. In qualche
caso, le allusioni pi 0 meno velate ad aw enimenti di un periodo succes-
sivo a quello in cui le orazioni vennero pronunciate, sono indizio sicuro
di Iimaneggiamento. Ma in generale, i tentativi di ricostruire i discorsi
reali in base a incongruenze o pretesi anacronismi della loro redazione
scritta hanno portato a risultati controversi. Quanto si pu affermare
con sicurezza ( e ci vale per i discorsi penali come per quelli politici)
che la redazione definitiva - per la quale l'oratore si basava, oltre che
sulla memoria, sui propri commentarii ( abbozzi) e su resoconti steno-
grafici - differiva in qualche modo dal discorso pronunciato: qualcosa
poteva essere aggiunto, qualcos'altro tralasciato; discorsi tenuti in pi
udienze potevano essere condensati in una sola arringa; e per movimen-
tare la redazione scritta, l'oratore talora inglobava una descrizione del-
le reazioni del pubblico e degli avvocati della parte avversa, come pure
delle loro interruzioni. abbastanza certo che il discorso scritto quasi
mai rispecchiava esattamente quello pronunciato: in Brutus 328 il fatto
che Ortensio fosse ricorso, almeno una volta, a un procedimento di ri-
scrittura parola per parola ricordato come un fatto eccezionale.
Dalla raccolta delle orazioni consolari di Cicerone rimase probabil-
mente esclusa, in quanto non si trattava di un discorso ufciale, la Pro
Murena, tenuta negli stessi giorni in cui il console era impegnato nella
durissima battaglia contro Catilina; il fatto che in quegli stessi giorni Ci-
cerone riuscisse a pronunciare questa orazione divertentissima, in cui
prevalgono i toni dell'ironia e dello scherzo, una prova della grandissi-
ma versatilit della sua eloquenza.
Considerazioni del genere valgono, anche se in misura minore, per
due orazioni che Cicerone tenne alcuni anni dopo, nel 56, all'incirca a
un mese di distanza l'una dall'altra. La Pro Sestio e la Pro Caelio ritrova-
no i toni aspri e veementi delle Catilinariae per bollare il furore sovver-
sivo di Clodio e dei suoi accoliti. Ma nella prima, a partire dai maestosi
periodi di apertura, il tono di gravitas e di sublimit praticamente co-
stante ( tra l'altro questorazione importantissima per comprendere l'e-
voluzione del pensiero politico di Cicerone); mentre la Pro Caelio, nell'e-
vidente intento di pilotare i giudici attraverso gli stati d'animo pi diver-
si, si avvale di una pittoresca alternanza di toni e di registri, che lascia
emergere di preferenza la vena brillante, ironica, talora apertamente co-
Oratoria e retorica 113
mica. Questo vero gioiello dell'eloquenza latina notevole anche per il
fatto che Cicerone sembra qui divertirsi a violare il principio della dissi-
mulatio artis: in pi di un caso egli schiude agli ascoltatori il proprio
arsenale di figure, luoghi comuni, motivi e svolgimenti di repertorio; mo-
stra, per cos dire, l'officina entro la quale si forgia la propria arte, della
quale ostenta il rapporto ironico e disinvolto, di sovrana libert, nei con-
fronti dei materiali sui quali si esercita. Come vedremo, questa consape-
volezza metaoratoria non senza relazione con alcune caratteristiche
della riessione teorica di Cicerone.
Il problema del rapporto tra "discorso reale e discorso scritto tor-
na a porsi in maniera particolarmente acuta per la Pro Milone, l orazione
che Cicerone pronunci nel 52 in difesa dell'uccisore di Clodio. Si sa
che si tratt di un fiasco colossale perch Cicerone ebbe un tracollo di
nervi a causa dell'atmosfera di violentissima tensione in cui si svolgeva il
processo, e parl in modo estremamente acco. La scialba orazione che
Cicerone pronunci in quella circostanza non la Pro Milone che oggi
possediamo; il testo a noi pervenuto frutto di una rielaborazione in un
momento non molto successivo al processo: si tratta di un vero capola-
voro dove la complessit della struttura e l'abilit nell'argomentare si
uniscono all'elevata rifinitura stilistica, e alluso sapiente dell'ironia. Gli
antichi, che possedevano anche una registrazione stenografica, o qualco-
sa di simile, del discorso effettivamente pronunciato, erano in grado me-
glio di noi di fare il confronto.
Alla finzione di un discorso mai pronunciato, ma fatto circolare -
non si sa bene quando - solo nella sua redazione scritta, Cicerone ritor-
n, dopo l'Actio secunda in Verrem, con la violentissima invettiva della
seconda Philippica. Che essa si inserisca in modo del tutto congruente
nel corpus delle altre orazioni contro Antonio, tutte invece effettivamen-
te pronunciate, una nuova, definitiva testimonianza del carattere piena-
mente letterario che l'eloquenza romana assunse con Cicerone. A ben
guardare si tratta di un fenomeno bifronte: stato giustamente osservato
come, man mano che l'oratoria acquisiva in dignit e in consapevolezza
artistica, andassero scemando le sue possibilit di influire in modo consi-
stente sull'andamento degli affari politici. L'affermazione dei potentati
militari genero, soprattutto nel periodo successivo al ritorno di Cicerone
dall'esilio, una situazione in cui la nuda eloquenza si rivel insufficiente
a determinare l'orientamento dell'opinione pubblica. Ci non significa
che l'oratoria si rivelasse tutt'a un tratto priva di significato: nel 56, per
esempio, i triumviri evitarono di far leva esclusivamente sulla propria
potenza militare per ottenere l'ampliamento del comando di Cesare in
Gallia, e si servirono di Cicerone per convincere il Senato _ con il di-
scorso De provincis consularibus - che ci era nell'interesse dello Stato.
Ma, col volgere del tempo, la toga era destinata a cedere alle armi: i
fulmini oratori delle Philippicae, in cui Cicerone maggiormente si avvici-
n allo stile grandioso di Demostene, hanno, come buona parte dell'ora-
toria di quest'ultimo, qualcosa della luce di un tramonto.
114 LA I> RosA LATINA
13. Il De oratore e i caratteri generali della produzione retorica di
Cicerone
Di tutto ci Cicerone sembra avere avuto, almeno in certi momenti,
un'oscura consapevolezza. Egli scorgeva giustamente nella propria orato-
ria il culmine dell'eloquenza romana; ma un accenno contenuto in una
delle sue opere pi tarde, l'Orator ( 144) lascia pensare che egli talora
individuasse soprattutto nella piena coscienza dei mezzi artistici e retori-
ci il tratto distintivo della sua eloquenza rispetto alla grande oratoria
spontanea del passato, fondata principalmente su un innato talento na-
turale. ln questo breve trattato, come nel Brutus, anchesso composto
nel periodo del ritiro dalla scena politica sotto il govemo di Cesare, do-
mina la convinzione che l'eloquenza latina ormai giunta al suo tramon-
to, a causa del soffocamento della libert del Senato. Il concentrarsi del-
l'interesse sulle peculiarit dello stile risponde in primo luogo alle esi-
genze della polemica con gli atticisti; ma comunque significativo che
un tale interesse si accresca proprio nel periodo in cui l'eloquenza vede
declinare le proprie opportunit di persuasione.
Quando nel 55 Cicerone si accingeva alla composizione del De orato-
re, aveva ormai colto da tempo i frutti maturi della propria eloquenza;
eppure, come mostra il proemio al libro I, tra le diverse artes praticate
nella cultura greca e romana loratoria gli appariva, in forza della sua
intrinseca difficolt, quella meno produttiva di un numero elevato di
grandi talenti. Col tempo - e forse soprattutto in virt del diverso punto
di vista adottato - questa prospettiva sembra modificarsi: nel proemio al
I libro delle Tusculanae laccento batte sullo stato di abbandono in cui a
Roma versa da sempre la filosofia, mentre affermato esplicitamente
che l'oratoria vi ha in genere goduto di buona salute ( Tusc. I 5).
La produzione retorica di Cicerone ha un carattere profondamente
innovativo: col De oratore egli si distaccava dalla tradizione aristocrati-
ca, avversa alla divulgazione scritta dell 'ars, e contemporaneamente
inaugurava un genere di trattazione completamente diverso dalla manua-
listica che qualche fortuna aveva conosciuto ai tempi della sua giovent.
Il proemio al II libro del De oratore mostra come il progetto di affidare
alla pagina scritta le opinioni sull'eloquenza di Antonio e di Crasso ( e
soprattutto dello stesso Cicerone) sia in connessione strettissima con la
battaglia per accreditare nell'opinione pubblica la dignit e l'utilit irri-
nunciabile di quella cultura losoco- letteraria che i protagonisti del dia-
logo, pur possedendo ampiamente, preferivano tenere ben occultata. In
anni successivi, soprattutto nell'Orator ( 140 sgg.) affioreranno le
tracce di una pi o meno diffusa opposizione al fatto che un senatore, e
per di pi un consolare come Cicerone, potesse sprecare il proprio tem-
po nella composizione di trattati di retorica; gli ambienti da cui l'opposi-
zione proviene saranno verosimilm nte gli stessi nei cui confronti Cice-
rone polemizza anche altrove, per Esempio nei proemi al libro I del De
inibus o al Il del De ociis, difendendo la dignit del proprio impegno
in campo losofico. Abbastanza strano comunque il fatto che questa
polemica culturale non abbia lasciato sedimenti nell'epistolario.
Oratoria e retorica 115
D'altra parte, alla radice della composizione del De oratore vi an-
che la convinzione che la memoria dei grandi oratori della generazione
precedente degna di essere trasmessa alla posterit e salvata da un
obl o gi incombente, in quanto ben poche sono le testimonianze scritte
della loro attivit che essi hanno lasciato ( II 7 sgg.). Del tutto evidente
il legame strettissimo di un orientamento del genere con un fenomeno
sul quale abbiamo gi molto insistito: l'affermarsi del carattere "artisti-
co e letterario delleloquenza, la ricerca, per essa, di un destinatario
pi vasto e di un'efficacia prolungata nel tempo fino a una tendenziale
immortalit. Ma la pietas con la quale Cicerone si sforza di preservare
il ricordo dell'eloquenza del passato non : nemmeno priva di contatti
con analoghi atteggiamenti diffusi nella ricerca antiquaria contempora-
nea, soprattutto in Varrone; il presagio di una crisi destinata a sfigurare
il volto della res publica emerge dal proemio al III libro del De oratore.
Intellettuali come Cicerone e Varrone, che vivevano dopo quella crisi, e
vedevano la res publica sullorlo di un nuovo precipizio, avevano una
percezione acutissima delle trasformazioni che sempre pi rendevano ir-
revocabile il mondo che ancora avevano potuto conoscere negli anni del-
la loro giovinezza, e al quale continuavano a guardare con nostalgia.
La distanza dalla tradizione manualistica, greca come latina, resa
evidente dalla forma che Cicerone scelse per il De oratore: i precetti del-
l'arte retorica non sono esposti sistematicamente, nell'abituale quadro di-
dascalico, ma in un dialogo che molto conserva della vivacit, degli andi-
rivieni, delle sospensioni della conversazione reale. Ovviamente il model-
lo platonico e aristotelico di importanza fondamentale; ma l'ambienta-
zione della conversazione nella villa di campagna di Crasso, e la stessa
scelta degli interlocutori, tutti esponenti della classe dirigente romana,
permettono di collocare in una cornice aristocratica spunti e situazioni
che provengono dal dialogo platonico. Cicerone distribuisce, negli inter-
venti dei diversi personaggi, gli elementi di una dottrina complessa e va-
stissima che senza dubbio egli trae da trattazioni di tipo tecnografico;
ma l'ancoraggio delle diverse sezioni, e dei diversi orientamenti, della
precettistica nell'ethos dei singoli interlocutori permette di superare l'ari-
dit dei manuali tradizionali, per fare delle scelte retoriche un'espressio-
ne di tutta la personalit dell'oratore, fondata, prima che sulla competen-
za teorica, su una ricchissima esperienza del foro e dei tribunali. I singoli
argomenti non vengono trattati in maniera esaustiva, ma - come ad
esempio la teoria degli stili da parte di Crasso - in base alle preferenze
dei personaggi ed al loro personale giudizio. Cicerone porta alle estreme
conseguenze la tendenza di quella parte della manualistica greca la qua-
le, pi che sull'arte, preferiva insistere sull'artista: prima che la for-
mazione tecnica dell'oratore, il dialogo ha come scopo la delineazione di
un determinato tipo umano. Non questo l'ultimo motivo per cui Cice-
rone insiste tanto a lungo sulla teoria - non certo ignota alla riessione
greca - secondo la quale non la pratica oratoria a evolversi dalla dot-
trina retorica, ma, al contrario, lars a svilupparsi dalla riessione sulla
esperienza degli oratori. La scelta di fare esporre questo ripensamento
dei princ pi dell'ars rhetorica da alcuni fra i pi grandi oratori romani,
l 16 LA PROSA LATINA
legandolo ai loro orientamenti etico- politici, trasferisce in qualche modo
sul piano letterario la pratica tradizionale del tirocinium fori, e anche da
questo punto di vista sembra opporsi al tecnicismo che si era probabil-
mente espresso nella scuola dei rhetores Latini e in una produzione ma-
nualistica almeno in parte con essa collegata.
14. Retorica e filosofia nel De oratore
Si afferma comunemente che Cicerone affida soprattutto a Crasso il
compito di farsi portavoce del suo ideale di un oratore nutrito di cultura
vastissima, che abbracci la letteratura, la storia, la losofia, la giurispru-
denza, ed elementi delle artes pi disparate. L'affermazione risponde in
larga misura a verit; ma bisogna guardarsi dall'accentuarla fino a fare
di Antonio un puro contraltare di Crasso, l'esponente di una concezio-
ne dell'eloquenza simmetricamente e diametralmente opposta a quella da
lui affacciata. In realt la funzione di Antonio in parte quella di ripor-
tare la conversazione con i piedi sulla terra, di compensare gli slanci ta-
lora utopici di Crasso - con elementi di scettico realismo che rimandano a
una lucida consapevolezza dei molti fattori che condizionano la situazio-
ne effettiva dell'eloquenza romana. Il limite di Antonio, rispetto a Cras-
so, sta soprattutto nel fatto che egli sembra prigioniero di questa sua
aderenza alla realt, che lo rende praticamente incapace di intravedere la
possibilit di un nuovo modello di oratore. Su molte cose i due interlo-
cutori non sembrano tuttavia in disaccordo, e le sfumature delle due di-
stinte posizioni non sono sempre facili da cogliere. Probabilmente pi
decisa che in Antonio, per esempio, in Crasso l'avversione per il tecni-
cismo; ma il programma culturale che egli traccia per il suo oratore la-
scia ovviamente spazio anche a una serie di competenze tecniche, sulle
quali Antonio sembra pi disposto a sorvolare in nome del primato del-
l'esperienza e dell'istintiva capacit di fiutare le disposizioni d'animo
dell'uditorio. L'impressione di irrisolta oscillazione tra opinioni diverse,
che talora il De oratore comunica, pu essere fuorviante: l'andamento
apparentemente erratico della conversazione in realt sorretto vigoro-
samente dal metodo neoaccademico della disputatio in utramque par-
tem, che orienta il lettore nella ricerca del probabile attraverso il con-
fronto delle diverse posizioni.
Un punto fondamentale, che emerge con assoluta chiarezza, che la
cultura dell'oratore dovr essere generale, e non specialistica; il fonda-
mento, per cos dire, epistemologico di questo requisito chiarito nel
proemio al libro II ( 5): le altre artes hanno ciascuna un campo di ap-
plicazione ben definito, e un altrettanto delimitato insieme di competen-
ze; la grande eloquenza non ristretta in simili steccati, ha per suo og-
getto tutto quanto fra gli uomini pu formare materia di dibattito. Un
atteggiamento del genere, che ovviamente risente anche del carattere non
professionale della formazione dei membri del ceto dirigente, aveva il
suo aspetto positivo soprattutto nel fatto che permetteva lo svolgimento
di un'opera efficace di divulgazione: la traduzione delle acquisizioni del-
Oratoria e retorica 117
le discipline specialistiche nei termini di un discorso generale, di larga
comprensibilit, capace di effetti di persuasione. D'altra parte l'orienta-
mento che Cicerone privilegia anche alla radice della funzione di pre-
dominio che la cultura umanistico- retorica ha a lungo esercitato nella
cultura europea. Qui, tuttavia, ci interessa soprattutto inquadrare breve-
mente una simile posizione nel dibattito culturale dell'epoca.
E necessario premettere che l'oratore ideale, nel modo in cui Cicero-
ne se lo raffigura, corrisponde fino quasi a combaciare con il suo ideale
di uomo politico ( probabilmente la coincidenza veniva quasi esplicitata
in un passo perduto del De re publica). Ora, nella cultura ellenistica si
era svolta una lunga querelle - sulla quale Cicerone era, com' ovvio,
ottimamente informato - tra retori e losofi, a proposito del ruolo e del-
lo statuto delle rispettive discipline: il dibattito investiva anche la loro
efcacia ai fini della formazione dell'uomo politico. La soluzione pro-
spettata da Cicerone ha forse alcuni agganci in elaborazioni dei suoi
maestri della Nuova Accademia, che sembrano essersi sforzati di dare
alla retorica un basamento filosofico: ma ampiamente ripensata per
adattarla alle esigenze della societ romana. Nella convinzione che non
vi pu essere discorso oratorio senza profonda penetrazione negli argo-
menti di cui si parla Cicerone non , a ben guardare, troppo lontano dal
precetto catoniano del rem tene; la competenza dell'oratore deve essere
universale soprattutto perch egli possa incidere con la forza persuasiva
della parola praticamente in ogni settore dell'esistenza umana. E tipico
della concezione ciceroniana il fatto che la sfera di competenza della re-
torica viene dilatata no ad abbracciare anche tutta la prosa di carattere
non giudiziario, e in particolare la storiograa ( De oratore II 36): solo
l'arte dell'oratore in grado di tradurre in parole la memoria del passa-
to. Un'affermazione del genere costituisce, ovviamente, un ulteriore sin-
tomo del tendenziale ridursi delle distanze tra la parola scritta e quella
pronunciata. Che il grande oratore fosse in grado non solo di parlare
con efficacia su argomenti disparati, ma anche di scriverne, lo avrebbe
mostrato, diversi anni dopo, la produzione losoca di Cicerone.
Un ruolo in qualche modo privilegiato, all'interno della formazione
enciclopedica dell'oratore, Cicerone attribuisce proprio alla conoscenza
della filosofia morale: un repertorio di tematiche, motivi, argomentazioni
cui pu essere massimamente opportuno ricorrere, ma anche un mezzo
per educare l'oratore al rispetto dei valori sui quali poggia la res publica.
Ma, al fine di orientare la volont di un uditorio, la competenza sull'ar-
gomento non sufficiente; occorre il pieno dominio delle tecniche della
persuasione, che pu essere fornito solo da un'arte retorica di alto livel-
lo, non da puro mestierante. La frequente condanna della rottura del-
l'antica unit del sapere, della sua parcellizzazione, sembra avere un
duplice bersaglio: da un lato la costituzione di una retorica di basso pro-
filo, fondata su una precettistica schematica, orientata principalmente a
scopi pratici, e priva di sapientia etico- politica ( come quella che si era
espressa nella scuola di Plozio Gallo); dallaltro una filosofia che ha in
generale perduto il collegamento con la prassi politica ( ma che, almeno
1 18 LA PRosA LATINA
all'interno delle scuole accademica e peripatetica, continua a svolgere
esercizi che possono risultare di immensa utilit per l'oratore).
Cicerone sembra in qualche misura ritornare all'antico ideale di Iso-
crate: ma si trova in grado di fornire una soluzione largamente nuova al
problema dei rapporti tra retorica e filosofia; la soluzione, a ben guarda-
re, non assegna ancora agli studi losoci un valore di piena autonomia,
come avverr nei grandi trattati degli anni successivi ( ma non nel De
oficiis: qui, in un estremo tentativo di sintesi tra opposte sollecitazioni,
l'eloquenza, per il fatto di finalizzare il sapere all'orientamento delle de-
cisioni della collettivit, riacquista il proprio primato su una speculazio-
ne filosofica largamente ne a se stessa: cfr. Il 156). Quanto Cicerone
prospetta nel De oratore, soprattutto un largo impiego della filosofia in
ambito retorico; esso si realizza principalmente attraverso il potenzia-
mento del ruolo delle quaestiones ininitae, cio dei grandi svolgimenti
su tematiche di carattere generale: cos , per esempio, domandarsi se
Opimio ha fatto bene a uccidere Gaio Gracco, equivale a interrogarsi in
generale sulla nozione di salute pubblica ( Partitiones oratoriae 104
sgg.). Non stupir che, in un celebre passo del Brutus dove parecchi dei
tratti che concorrono a costituire l'ideale del De oratore sono impiegati
per caratterizzare leloquenza dello stesso Cicerone ( 322), egli parli
con orgoglio della propria capacit di tramutare i casi particolari in que-
stioni di interesse generale; e nemmeno che, nella sua pratica forense,
Cicerone spesso parlasse come ultimo tra i difensori, per fornire ai giudi-
ci un ritratto complessivo del suo cliente, dove la sua preferenza per le
considerazioni di vasta portata aveva ampiamente modo di manifestarsi.
15. Il movimento atticista e la replica di Cicerone
In un periodo probabilmente di poco successivo a quello della com-
posizione del De oratore, alcuni degli orientamenti fondamentali dell'elo-
quenza ciceroniana incominciarono a venire messi in discussione da un
gruppo di oratori pi giovani. E probabile, come si visto, che la consa-
pevolezza dell'esistenza di uno stile asiano, con peculiari e ben deter-
minate caratteristiche, si sviluppi proprio in questo periodo; gli atticisti
ritenevano che Cicerone non avesse preso le distanze a sufficienza dai
tratti pi degenerati e corrotti di quello stile: egli appariva loro fiacco e
slombato, troppo ridondante nella copia verborum e nell'abuso delle fi-
gure, troppo attento agli effetti del ritmo e della sonorit. In ci si
esprimeva, probabilmente, anche una consapevolezza dell'impossibilit
di procedere oltre sulla via indicata da Cicerone, la coscienza degli effetti
di stucchevole maniera in cui l'oratoria latina sarebbe potuta cadere
qualora si fosse cercato di superarlo sul suo stesso terreno.
L'inversione di tendenza auspicata dagli atticisti probabilmente in
connessione con l'attivit di grammatici greci attivi a Roma in quel pe-
riodo, e in qualche misura risente di analoghi orientamenti della cultura
greca: sembra persuasivo il tentativo di sottolinearne il parallelismo col
diffondersi, nella scultura, di una moda arcaizzante che, ricercando una
Oratoria e retorica 119
sofisticata naturalezza e una rafnata semplicit, si rivolge all imitazione
di opere del V secolo a. C. L'atticismo romano fu del resto in parte il
frutto della interazione di inuenze molteplici: per esempio lintreccio
della tradizione del purismo linguistico ( Latinitas) con la dottrina gram-
maticale dell'analogia, l'esigenza di un'immediatezza e di una verit spo-
glia di ornamenti che si era espressa negli studi retorici e nella pratica
oratoria ispirati dalla filosofia stoica.
L'atticismo romano pu essere considerato un fenomeno classicisti-
co, in quanto esso si impose l'imitazione di modelli alla cui perfezione
era possibile solo approssimarsi; che questi modelli venissero identificati
principalmente in autori greci, in un oratore come Lisia o in uno storico
come Tucidide, dipendeva, oltre che dalla renitenza alla pubblicazione
di parecchi oratori romani, anche dal fatto che il vecchio provvedimento
censorio del 92 aveva gravemente ostacolato lo sviluppo di un'ars rheto-
rica in latino, e con ci la costituzione di un canone di scrittori latini;
ma, soprattutto nella cultura greca, il ritorno a Tucidide si spiega anche
col fatto che a una reazione nei suoi confronti era stato legato il costi-
tuirsi di una storiograa drammatica, di impronta fortemente asiana.
Si sostenuto, non senza qualche plausibilit, che l'atticismo romano,
non disponendo di autori latini da imitare, non avrebbe avuto fino dal
primo momento i connotati prevalenti di una forma di arcaismo, ma si
sarebbe piuttosto presentato come una dottrina innovativa, orientata,
soprattutto nelle scelte lessicali, verso un purismo basato pi sulle deci-
sioni razionali che sulla imitatio antiquitatis. Una nota polemica di Tiro-
ne ( il liberto e allievo di Cicerone) nei confronti dello stile oratorio di
Catone mostra tuttavia che molto presto quest'ultimo era stato preso a
modello dagli atticisti.
Pi difcile appare ancorare l'atticismo a un quadro politico o a de-
terminati orientamenti politici. L'incertezza che regna sulla data della
morte del suo esponente principale, Gaio Licinio Calvo ( tra il 54 e il 47)
rende problematica la supposizione che la preferenza per uno stile piano
e asciutto, adatto soprattutto ai dibattiti nei tribunali, come quello di Li-
sia, sia in qualche modo connessa al ridursi dello spazio per l'oratoria
politica di stile grandioso sotto la dominazione di Cesare ( una situazione
esplicitamente testimoniata dalla Pro rege Deiotaro di Cicerone): l'ipote-
si, evidentemente, potrebbe avere senso solo se per la morte di Calvo si
dovesse accettare la data pi bassa. Ugualmente molto problematico ap-
pare il tentativo di legare in maniera organica le esigenze di lucidit e di
chiarezza razionale, privilegiate dagli atticisti, a orientamenti politico- cul-
turali dei populares e al razionalismo dei manuali tecnici, in opposizio-
ne alla tendenza umanistica cui Cicerone aveva dato espressione teori-
ca nel De oratore.
Tanto nella sua pratica oratoria, quanto nella sua attivit poetica,
Calvo era stato il portatore di analoghe esigenze innovative: la ricerca di
un'essenzialit efficace poteva essere vista come altrettanto caratteristica
dello stile di Lisia che dell'incessante labor limae cui spingeva il callima-
chismo dei poetae novi. Non per caso Cicerone ostentava fastidio per la
poesia lirica: alla rifinitura di preziosi gioielli, egli preferiva uneloquen-
o
120 LA PROSA LATINA
za ( e, in generale, una letteratura) capace di agire sul pubblico con l'im-
patto di una forza che trasforma e crea; anche per questo alla tersa ele-
ganza dei poetae novi egli - nonostante le cospicue concessioni al neote-
rismo di talune sue prove poetiche - antepose per lo pi la grandiosit
magniloquente di Ennio.
Nella cerchia degli atticisti, il gusto per una elocuzione piana, che
insegnava a rifuggire dalle amplificazioni, si esprimeva in una sensibilit
raffinata per la scelta delle parole. Come mostra Felaborazione catulliana
dello stile, un procedimento del genere si proponeva un rafforzamento
dell'intensit emotiva tramite la concentrazione, e avr temuto nella co-
pia verborum gli effetti negativi di un diluente. Cicerone, nella sua pole-
mica contro Calvo e i suoi seguaci, us sempre largomento che quest'ul-
timo non mancava di eleganza, ma leccessivo autocontrollo e la ricerca
quasi ossessiva di gravitas e di sanctitas lo spingevano ad assottigliare
troppo la propria eloquenza, fino a renderla quasi esangue. Questa man-
canza di vis, di forza trascinante, faceva s che Calvo incontrasse il gusto
dei dotti e dei raffinati, ma non riuscisse a piacere veramente al popolo.
In un giudizio del genere si esprimono le esigenze polemiche di Cicero-
ne, e anche i suoi gusti personali. Per quanto Cicerone insista sullo scar-
so successo che Calvo incontrava presso il pubblico, altre testimonianze
mostrano che in diversi casi questo successo non mancava, e che vis,
concitatio e vehementia potevano andare d'accordo con la semplicit in-
cisiva della dizione puristica e atticistica.
Diversi punti di contatto con quello degli atticisti aveva probabilmen-
te lo stile oratorio di Cesare; a quanto possiamo ricostruire, esso era vi-
goroso e trascinante ( Quintiliano accoglie dalla tradizione un paragone
efficace: Cesare parlava come se combattesse), ma lasciava spazio ai toni
razionali. L'eleganza della elocuzione era raffinata dal meticoloso studio
letterario. Il purismo grammaticale, come quello degli atticisti, era sor-
retto dalla dottrina di origine greca che lo stesso Cesare espose nel De
analogia; bene osservare che il ricorso all'analogia non era, a quanto
pare, un criterio assoluto: l'ultima parola spettava alla consuetudo, ma
era alla ratio che toccava di discernere tra buona e cattiva consuetudo
( si comunque supposto, con buone ragioni, che esistessero contraddi-
zioni non lievi tra le teorie linguistiche di Cesare e la sua prassi di scrit-
tore e di oratore). Sotto certi aspetti, il De analogia costituiva una rispo-
sta al De oratore ciceroniano, che a Cesare sar apparso minimizzare
l'importanza degli studi grammaticali ai ni della formazione dell'orato-
re. La successiva presa di posizione di Cicerone ( Orator 155 sgg.) nei
confronti della dottrina analogista costituisce una prova sicura della sua
connessione con il movimento atticista.
La risposta di Cicerone agli atticisti contenuta soprattutto nel Bru-
tus e nell'Orator. Il dedicatario delle due opere, Bruto, professava un ge-
nere di eloquenza rigoroso, controllato, puro, che poteva apparire molto
simile a quello degli atticisti, alla cui inuenza Cicerone mostra l'eviden-
te intenzione di sottrarre un giovane che gli appariva bene avviato alla
carriera di oratore. Nel Brutus Cicerone si sforzo di delineare le motiva-
zioni delle proprie preferenze stilistiche sullo sfondo di una storia dell'e-
Oratoria e retorica 121
loquenza greca e soprattutto romana; il progetto era sicuramente molto
originale, perch non stato possibile indicare modelli letterari precisi
per un dialogo avente come materia l'evoluzione storica di un'ars. Va
aggiunto che la storia dell'oratoria ricostruita con competenza sicura:
Cicerone valuta gli oratori del passato in base ai propri personali criteri
di giudizio, ma applica questi ultimi senza partigianeria; gli elementi che
concorrono alla valutazione sono del resto molto numerosi, e largo spa-
zio lasciato alla ricchezza delle sfumature; l'equilibrio mantenuto an-
che nel giudizio su Calvo, uno dei bersagli diretti della polemica. La va-
riet della trattazione permette in genere a Cicerone di evitare di cadere
in un'arida elencazione di nomi; salvo che talora egli sembra farlo a bel-
la posta, come per disegnare uno sfondo contro il quale far meglio risal-
tare la personalit dei pochissimi che, in tutte le epoche, hanno attinto
reale grandezza oratoria. E notevole che questa splendida rievocazione
dell'eloquenza romana sia percorsa da una fortissima vena di pessimismo
sulle sue sorti future, che trova talora espressione in toni di struggente
malinconia; l'oppressione politica del dominio di Cesare chiude ogni
spazio ai nuovi talenti. La sceneggiatura del dialogo restituisce in manie-
ra eccellente questa atmosfera plumbea e soffocante.
La linea di difesa adottata da Cicerone consiste in primo luogo in
una ridefinizione dello stesso concetto di stile attico": esso viene dilata-
to fino a comprendere tutti gli aspetti positivi delloratoria greca. Perci
Cicerone insiste soprattutto sulla variet dei toni e dei livelli stilistici:
l'eccellenza attica non si trova esclusivamente nello stile smagrito di Li-
sia - del quale gli atticisti sembrano imitare quasi solo le ossa e non
il sangue che pure vi si trova - o in quello scabro di Tucidide; se un
modello vi ha da essere, che esso venga ricercato nelloratore pi grande
e pi vario, cio in Demostene. Nell'Orator Cicerone batter con forza
anche su un altro punto: il metro per giudicare l'eloquenza deve essere
costituito, prima che dal parere degli intenditori, dal successo che essa
riscuote presso il pubblico. Gi abbiamo visto come Cicerone - a torto o
a ragione - indicasse una delle maggiori debolezze dell'eloquenza degli
atticisti proprio nella loro incapacit di smuovere in maniera efficace i
sentimenti dell'uditorio. Egli aggiunge la considerazione che gli scritti di
Senofonte o Tucidide, che appartengono a generi diversi, non possono
essere considerati modelli validi di stile oratorio. Se ne pu forse trarre
la conclusione che l'aspetto letterario dell'eloquenza venisse dagli atti-
cisti accentuato molto pi che da Cicerone, il quale si mostra consapevo-
le che lars dicendi, se tale vuole restare, non pu rinunciare alle caratte-
ristiche peculiari che fanno di essa soprattutto uno strumento di persua-
sione e di dominio sulla folla.
Nel Brutus Cicerone contrappone, ai modelli di Lisia o di Tucidide,
quello di Catone: nei suoi discorsi gli atticisti potrebbero trovare un ade-
guato esempio romano di quella subtilitas che appaiono privilegiare.
Non impossibile che nelle parole di Cicerone vi sia una lieve dose di
ironia: secondo alcuni interpreti egli consiglierebbe agli atticisti di rifarsi
a Catone se proprio non riescono ad apprezzare i progressi che l'elo-
quenza ha fatto da allora in poi. Ma l'ironia non va esagerata: l'elogio
122 LA I> RosA LATINA
dell'arte di Catone profondo e sincero, e Cicerone si impegna a mo-
strare come in lui non vi sia solo subtilitas, ma anche vigore e potenza
espressiva, ottima capacit retorica nell'uso delle figure e di altri orna-
menti. Un paragone con le arti figurative ( Brutus 69 sgg.) mostra come
Cicerone aderisca a una dottrina sull'evoluzione degli stili in direzione
della progressiva conquista di un pieno naturalismo: ovviamente l'ora-
toria di Catone gli appare ancora segnata dai limiti della durezza arcai-
ca, soprattutto nella composizione, e di una relativa povert culturale.
Questi aspetti negativi sarebbero stati accentuati da Tirone in maniera
quasi esclusiva, il che fa pensare che a un certo momento, tra i detrattori
dello stile ciceroniano, si sia effettivamente affermata una certa voga del
modello di Catone ( limpressione confermata dal successo di questo
modello nella storiograa sallustiana).
L'insistenza sulla variet dei registri spiega anche lo spazio concesso
nell'Orator alla trattazione della dottrina dei tre genera dicendi: umile,
medio, ed elevato. Essa di origine greca, e una qualche applicazione
aveva trovato gi nella Rhetorica ad Herennium. Cicerone privilegia lo
stile grandioso per l'impatto che esso esercita sull'uditorio; ma sottolinea
la necessit di variarlo con elementi degli altri due stili. Originariamente
distinta era la dottrina che richiedeva al perfetto oratore tre qualit: do-
cere, delectare, movere. Nel De oratore ( II 310) Antonio aveva insistito
sul fatto che il docere doveva apparire come l'unico scopo al quale l'ora-
tore intendeva mirare, mentre le altre due capacit dovevano essere in-
sensibilmente diffuse per tutta lorazione, come il sangue nel corpo.
Una novit dellOrator, apparentemente dovuta a un contributo origi-
nale di Cicerone alla dottrina retorica, il legame di perfetta corrispon-
denza istituito tra i tre genera dicendi e i tre compiti dell'oratore: al do-
cere viene fatto corrispondere lo stile piano, al delectare il medio, al mo-
vere quello elevato.
Forse ancora pi originale la trattazione che Cicerone, sempre nel-
l'Orator, dedica al ritmo oratorio e alle clausole, attingendo da fonti gre-
che, ma arricchendole del contributo della propria incomparabile espe-
rienza personale. Nessun autore precedente sembra essersi occupato di
questi temi in maniera altrettanto approfondita. Pu darsi che Cicerone
insistesse tanto sui problemi del ritmo perch li vedeva in qualche modo
trascurati dagli atticisti, o perch costoro ritenevano eccessiva l'attenzio-
ne che egli ad essi dedicava; si indovina, comunque, che questioni del
genere giocavano nel dibattito un ruolo non di secondo piano.
16. Dionigi di Alicarnasso e l'atticismo greco nella prima et augu-
stea
Gli orientamenti dell'atticismo romano esercitarono un certo inusso
su Intellettuali greci attivi a Roma nella prima et augustea, come Dioni-
gi di Alicarnasso e Cecilio di Calatte. Fu in questo ambiente che l'attici-
Oratoria e retorica 123
smo si trasform pienamente in classicismo, e le sue finalit vennero a
incontrarsi con quelle della restaurazione culturale augustea. Dionigi
avr assorbito le tematiche di un dibattito svoltosi molti anni prima del
suo arrivo a Roma forse soprattutto attraverso il suo protettore Quinto
Elio Tuberone, un tucidideo in storiograa, il cui padre era stato in
stretti rapporti con Cicerone; ma evidente che lo studioso greco attinge
largamente anche alla sua personale cultura, che si era formata nella ter-
ra di origine. La polemica contro la corruzione asiana dell'antica pu-
rezza dell'eloquenza attica, che egli conduce nella introduzione al De an-
tiquis oratoribus, ha molto in comune con lo schizzo di questa evoluzio-
ne- degenerazione delineato da Cicerone nel Brutus.
Dionigi lega tuttavia in modo molto stretto l'asianesimo degenerato
alla mancanza di formazione culturale e filosoca dei suoi rappresentan-
ti, e ad orientamenti filodemocratici che spingono a cercare il successo
presso le masse ignoranti mediante la moltiplicazione degli elementi pi
volgari e teatrali. Questo quadro dell'asianesimo ricorda insomma
piuttosto da vicino - come non mi sembra sia stato osservato - i latrati
di quella eloquentia popularis contro la quale Cicerone si era scagliato
pi volte nel De oratore e nel Brutus. La parzialit del quadro del tutto
evidente: abbastanza difficile dire in che misura esso davvero si adatti
alla situazione greca; molto poco si adatta ( cosa che forse Dionigi nep-
pure pretendeva) a quella romana: come potrebbe rientrarvi l'asianesimo
di un oratore cos spiccatamente lo- aristocratico e filo- oligarchico come
Ortensio?
Nel consolidamento, grazie alla vittoria aziaca di Augusto, del domi-
nio di Roma sui territori orientali, che favorisce il ritorno al potere delle
classi elevate di cultura tradizionale, Dionigi vede la premessa e la ga-
ranzia di un risanamento della eloquenza, di un suo ritorno ai grandi
modelli dell'Atene classica. Il De antiquis oratoribus si propone di sele-
zionare una serie di oratori che possano fungere da modelli per l'imita-
zione. Questa codificazione canonica sembra interessarsi soprattutto del-
limitazione delle caratteristiche della lingua e dello stile, senza molto
preoccuparsi del fatto che diversi tra gli oratori presi a modello traevano
linfa vitale dall'intensa partecipazione alla vita politica, difficilmente pen-
sabile nella situazione delle citt greche sotto il dominio o il protettorato
di Roma: con ci, era aperta la via all'accademismo pi sterile.
E bene tuttavia osservare che, in fatto di modelli, le idee di Dionigi
erano meno ristrette di quelle degli atticisti della generazione precedente,
e probabilmente risentivano degli effetti benefici dell'elaborazione cicero-
niana. Accanto a Lisia, e su un livello superiore, anche Dionigi pone De-
mostene; Cecilio di Calatte, dal canto suo, procedeva al confronto e al
parallelo di quest'ultimo con Cicerone. Si esprimeva, in questi critici di
et augustea, una mentalit non pedante, e l'opzione, ormai largamente
utopistica, per un'oratoria capace di incidere con efficacia nella vita poli-
tica. Giudicato in base ai loro criteri non angusti, Cicerone poteva essere
considerato uno dei migliori rappresentanti dello stile attico.
I24 LA PROSA LATINA
17. Oratoria e retorica in et augustea
A partire dall'et di Augusto, si assiste a una trasformazione radicale
delle condizioni che nel periodo precedente avevano reso possibile la fio-
ritura della grande oratoria. Con la progressiva concentrazione dei poteri
nelle mani del principe, si restringe lo spazio per l'eloquenza politica; un
ruolo limitato essa continua ad avere in Senato, mentre lo svuotamento
delle funzioni delle assemblee popolari rende praticamente impossibile il
sorgere di un'oratoria demagogica. Rimane intensa, invece, l'attivit
dei tribunali: questa si esercita soprattutto nel campo del diritto privato,
mentre scompaiono quasi del tutto i grandi processi politici che avevano
caratterizzato la tarda repubblica. I patroni tuttavia hanno ancora spora-
diche occasioni di dimostrare le loro capacit nei processi di lesa maest,
o di tradimento nei confronti dell'imperatore, che pi numerosi diverran-
no sotto i successivi principi: si profiler, di conseguenza, anche una
nuova figura di accusatore, quella del delatore, sulla quale si concen-
trer l'odio degli scrittori di tendenza senatoria.
Quanto sappiamo dei personali orientamenti di Augusto in fatto di
oratoria, rivela in lui il seguace del composto classicismo che ispira an-
che la sua propaganda nelle arti figurative. Il principe avversava in egual
misura lo stile colorito, ampolloso e barocco che, come vedremo, andava
diffondendosi nelle scuole di retorica, e le stravaganze antiquarie di gu-
sto atticista che rimettevano in circolazione desuete parole catoniane.
Il suo modo di parlare poteva ricordare, per la purezza della elocuzio-
ne, quello di Cesare; ma Augusto eliminava la concitazione e i toni com-
battivi, mirando a conferire un'impressione di pacata superiorit. Il feno-
meno sicuramente connesso col prevalere, nel ritratto scultoreo del
principe, di analoghi lineamenti, che mettono in ombra il drammatico
patetismo della immagine triumvirale di Ottaviano.
L'avversione per l'arcaismo esasperato mostra come il classicismo
di Augusto fosse semmai pi vicino a quello di Dionigi di Alicarnasso
che a quello degli atticisti; le posizioni di questi ultimi si dimostrano
prive di rilevanza ai ni del nuovo programma culturale, e non arrivano
a inuenzare i procedimenti della restaurazione augustea del passato
romano; forse anche per questo motivo il dibattito intorno alle loro opi-
nioni va spegnendosi rapidamente, mentre in uno spazio di tempo sor-
prendentemente breve la letteratura romana arriva a dotarsi di un consi-
stente corpus di testi cui quasi subito si incomincia a guardare come ai
veri classici della tradizione nazionale.
Gli oratori di quest'epoca sono per noi quasi solo dei nomi. Asinio
Pollione fu il rappresentante di un atticismo arcaizzante, che per landa-
mento scabro ha fatto parlare i moderni di inussi tucididei. Il seguace
di Antonio mantenne fede per tutta la vita alla propria era avversione
nei confronti di Cicerone: resta oscura la misura in cui in essa si espri-
messero, oltre agli orientamenti politici, anche preferenze stilistiche radi-
calmente diverse. In Tito Labieno, i cui scritti vennero mandati al rogo
dal Senato intorno al 12 d. C., continuava a esprimersi l'antica libertas.
Egli fu l'esponente di un'oratoria molto aggressiva, che si esercitava so-
Oratoria e retorica 125
prattutto in cause di diritto privato. A quanto si pu vedere dai fram-
menti che ci restano, Labieno attribuiva grande importanza alla concita-
zione delle emozioni: ad essa sembra mirare la scelta delle parole, o l'u-
so insistente di figure come l'antitesi: scarso appare, invece, il ruolo del-
le argomentazioni.
Una certa fortuna conosce, nell'et di Augusto e di Tiberio, la ma-
nualistica retorica, che sembra seguire i princ pi di una conciliazione
eclettica tra le diverse tendenze che si erano profilate nell'epoca prece-
dente. A una trattazione delle figure sono dedicati gli schemata di Pu-
blio Rutilio Lupo, sostanzialmente una traduzione dall'opera di Gorgia,
un retore del I secolo a. C. In altri casi la retorica era inserita in una pi
vasta sinossi enciclopedica delle diverse artes, come avveniva nella vasta
e non banale compilazione di Celso. Nonostante il decadere della contro-
versia atticistica, continua il dibattito sulla eredit letteraria di Cicerone:
alcuni, a quanto sappiamo, persistevano nel vedere in lui un asiano
mascherato.
18. Seneca padre e le declamazioni
Ad Asinio Pollione attribuita l'introduzione della pratica delle pub-
bliche recitationes di brani di opere letterarie: ci contribu a conferire
alla letteratura alcuni caratteri di spettacolarit quasi teatrale, ed agevol
la sua invasione da parte della retorica. Il concentrarsi di buona parte
della produzione letteraria su singoli pezzi di bravura destinati a strappa-
re l'applauso degli ascoltatori imponeva infatti un uso abbondante dei
diversi manierismi codicati nei manuali retorici. Contemporaneamente,
si assiste anche a una teatralizzazione della retorica: le diverse, e abba-
stanza numerose scuole, in certi giomi aprivano al pubblico e il maestro
offriva un saggio di eloquenza declamando insieme ai suoi allievi su
argomenti diversi. Queste performances divennero rapidamente uno spet-
tacolo di successo, cui non disdegnavano di assistere anche personaggi di
spicco della vita politica.
L'esuberante sviluppo delle declamationes rispondeva tra l'altro a un
diffuso bisogno di intrattenimento; anche da questo punto di vista, il lo-
ro significato non differisce molto da quello delle recitationes poetiche.
Nella critica modema abbastanza diffuso un errore di fatto - la confu-
sione delle recitationes con le declamationes - nel quale si esprime tutta-
via la consapevolezza che in fondo solo un sottile conne separava que-
ste due distinte manifestazioni culturali. Acquisendo una sorta di auto-
nomia in quanto prodotto quasi letterario, le declamationes prendevano
con decisione le distanze dalla propria origine come esercizi preparatori
in vista dell'attivit oratoria. Pu darsi che in passato esercizi del genere
non fossero del tutto abituali tra gli oratori romani, che avranno preferi-
to formare la propria esperienza sui reali dibattiti dei tribunali; sicura-
mente essi avevano trovato vasto campo di applicazione in scuole come
quella di Plozio Gallo. Di tenersi in allenamento con declamationes non
aveva tuttavia disdegnato Cicerone, soprattutto negli anni giovanili. Suc-
126 LA I RosA LATINA
cessivamente sembra se ne sia avvalso come di una forma di insegna-
mento nei confronti di allievi pi giovani; ma il fatto che negli ultimi
anni della vita egli potesse declamare anche su temi filosofici forse gi
segno dell'incipiente sollevarsi della pratica al di sopra delle sue tradizio-
nali finalit di esercizio.
Le sole declamazioni che possediamo in forma completa sono quelle
del cosiddetto pseudo- Quintiliano, di epoca sensibilmente pi tarda di
quella di cui ci stiamo occupando. Per la prima et imperiale, una docu-
mentazione incomparabile costituita dalla raccolta di brani declama-
tori, intervallati da considerazioni critiche personali, dovuta a Seneca pa-
dre. Costui non fu un retore di professione ( ragion per cui risulta fuor-
viante il nome di Seneca retore col quale conosciuto), ma un perso-
naggio legato ai circoli intellettuali, e un appassionato frequentatore del-
le esibizioni dei declamatori. Mise insieme la sua raccolta - che copre un
periodo di circa sessanta anni, dal secondo triumvirato fino al regno di
Tiberio - in tarda et, basandosi, a quanto egli asserisce, esclusivamente
sulla propria eccezionale memoria; ma che a parecchi decenni di distan-
za, e dopo averle ascoltate una sola volta, egli potesse ricordare parola
per parola un numero elevatissimo di singole declamazioni appare - no-
nostante la nota superiorit della memoria degli antichi su quella dei
moderni - biologicamente poco verosimile; convincente la supposizio-
ne che, almeno saltuariamente, egli abbia potuto contare anche su ap-
punti personali o su quelli presi dagli allievi delle scuole. Il fatto che
Seneca sembra considerare le declamationes come un fenomeno del tut-
to nuovo e recente, la migliore prova del carattere radicale delle inno-
vazioni che avevano determinato il distacco di questo genere dalle sue
origini di esercitazione a fini puramente pratici.
Dall'opera di Seneca padre vediamo che gli esercizi pi in voga erano
essenzialmente di due tipi: le controversiae, consistenti nel dibattimento,
da posizioni contrapposte, di una causa fittizia; e le suasoriae, in cui il
declamatore era chiamato a orientare l'azione di un personaggio famoso,
della storia o del mito, di fronte a una situazione difficile o incerta. Del-
l'arte dei declamatori Seneca prende in considerazione soprattutto tre
aspetti: le sententiae, cio le formulazioni a effetto concettistico" o pa-
radossale; le divisiones ( cio gli elementi di analisi razionale della causa
in base alla dottrina degli status); e i colores, le colorazioni date al
caso dai diversi declamatori, il tentativo di illuminarlo di una luce parti-
colare, la sua manipolazione al fine di trovare una base consistente per
l'accusa o per la difesa.
Lo stesso Seneca percepiva con acume il carattere di futilit di queste
declamazioni. Nei suoi commenti personali, o riferendo opinioni di altri,
egli insiste sulla loro lontananza dall'eloquenza reale, che ha nel foro il
suo luogo di elezione. Rievocando episodi di gustosa comicit, indica co-
me le abitudini acquisite nelle scuole possano avere in un vero processo
un effetto disastroso; mostrando alcuni tra i migliori declamatori spae-
sati in un tribunale, mette in risalto la totale superuit dei loro eserci-
zi, laddove il successo forense richiede che ogni sovrappi sia sfrondato.
Seneca insiste sul carattere degenerato dello stile dei declamatori,
Oratoria e retorica 127
sulla loro cacozela, cio sulla costante ricerca degli effetti sovraccarichi,
delle perle luccicanti, degli espedienti pi ingegnosi della lingua e del-
Fimmaginazione; la praeatio che egli antepone alla sua opera contiene
una delle prime riessioni sulle cause della corruzione dell'eloquenza,
che vengono ricondotte alla generale degradazione dei costumi, al fatto
che il mutamento della situazione politica ha privato l'oratore degli ho-
nores che una volta gli spettavano, infine a una generale legge di natura
che vuole che ogni cosa, raggiunto il suo apice, inizi una parabola di-
scendente. Il culmine dell'eloquenza romana posto, ovviamente, nell'e-
t di Cicerone; ma Seneca considera ancora un suo valido prolungamen-
to quella della propria giovinezza, in cui sono fioriti alcuni tra i migliori
retori che ha potuto conoscere.
I frammenti delle declamazioni raccolte da Seneca hanno per lo pi
strani colori, ed esalano profumi pesanti. Gli stili dei personaggi presi in
esame non sembrano molto omogenei, ma a unimpressione di uniformi-
t contribuiscono le brevi sententiae densamente epigrammatiche, il dif-
fuso amore per le anafore, le antitesi e le diverse igurae, la cura per il
ritmo del periodo, la generale mancanza di sanitas o di modus. Soprat-
tutto nelle controversiae hanno largo spazio i soggetti fantastici o co-
munque improbabili per lepoca ~ come tiranni e pirati, morbose vicen-
de di parricidio - , spesso prescelti proprio per la loro stranezza e singo-
larit, atti a colpire la fantasia con i toni di un romanticismo barocco o
con gli intrecci romanzeschi e patetici: suicidi, torture, incendi, naufragi,
crimini efferati che sconvolgono la quotidianit dei rapporti familiari, so-
no motivi che ricorrono con frequenza quasi monotona.
Alcuni archeologi, basandosi sull'analisi di tendenze ben riconoscibili
nelle arti figurative, hanno formulato la tesi che il formarsi di un gusto
del genere sia da mettere in rapporto con l'affiorare, tra i gruppi dirigen-
ti della capitale, di elementi di origine e di formazione provinciale; essa
resta tuttavia in attesa di una dimostrazione convincente: rintracciare
elementi spagnoli nell'opera di Seneca padre - che per di pi prende
in misura notevole le distanze dall'oggetto di cui si occupa - altrettan-
to difficile e improbabile che individuarli in Seneca filosofo o in Lucano
( per non parlare di Quintiliano, anch'egli spagnolo, e che si far promo-
tore di un ritorno al gusto classicistico).
Il carattere futile e fittizio delle declamazioni trov ben presto critici
numerosi: sar sufficiente ricordare il passo col quale ha inizio quanto ci
rimane del Satyricon petroniano. Tuttavia esercitazioni del genere non
erano prive di qualche utilit come palestra per l'immaginazione: le si-
tuazioni estreme o paradossali che proponevano erano, da un certo pun-
to di vista, le migliori per saggiare la propria ingegnosit e la propria
abilit retorica. Lo studente, o anche il declamatore gi provetto, ansioso
di sfoggiare la propria eloquenza, era chiamato a confrontarsi con un
caso, e a vagliare le possibilit di esposizione, di presentazione e di pro-
va; soprattutto gli veniva richiesto di conferire verosimiglianza psicologi-
ca al carattere dei protagonisti della vicenda. Nel tema proposto il caso
era tratteggiato solo nei suoi elementi essenziali: circostanze concomitan-
ti e motivazioni psicologiche erano lasciate alla fantasia dei diversi ese-
128 LA I> RosA LATINA
cutori, che avevano modo di mostrare il proprio virtuosismo nell'uso
dei colores. Ma la scelta di temi atti a eccitare Fimmaginazione aveva
anche la funzione di invogliare il discepolo allo svolgimento. Altri temi
sollevavano, sotto condizioni volutamente estreme, problematiche relati-
ve ai rapporti familiari ( soprattutto quelli tra padre e figlio), e avranno
interessato i giovani in maniera ancora pi profonda.
Nei residui della trattazione declamatoria di queste tematiche che ci
sono stati conservati da Seneca, prevalgono ovviamente i toni di un dif-
fuso moralismo, consono con gli orientamenti dell'et augustea. Ma la
consuetudine di affrontare simili argomenti da opposte angolazioni la-
sciava emergere anche la relativit di certi valori; mentre l'abuso dei
concettismi permetteva talora di scandagliare sentimenti complessi e
contraddittor , di imprigionare - come poi sapranno fare Seneca filosofo
e Lucano - in una pointe lambiccata i paradossi della realt, che proprio
la ricerca di situazioni estreme, fittizie e peregrine, contribuiva a met-
tere in maggiore risalto.
19. L'eloquenza nella prima et imperiale
Dall'et di Tiberio in poi, l'oratoria romana risente dell'accentuarsi di
alcune caratteristiche sulle quali gi abbiamo attirato l'attenzione a pro-
posito del periodo augusteo. La vivacit dei dibattiti in Senato continua
a declinare, e anche nei tribunali, cui progressivamente si affiancano le
corti imperiali, leloquenza perde di colorito drammatico per concentrar-
si, a quanto sembra, su una pratica di routine giudiziaria.
La tendenza degli imperatori a proibire gli elogi funebri di personaggi
pericolosi - come fece Tiberio per Germanico, e Nerone per Britannico
- limita le possibilit di fioritura di un'oratoria epidittica; quest'ultima
conosce il suo sviluppo pi significativo nella forma della actio gratia-
rum, il discorso di ringraziamento agli dei e all'imperatore che il console
teneva al momento dell'assunzione della propria carica. Anche l'eloquen-
za degli imperatori perde di smalto; a partire da Nerone, che a questo
fine sappiamo essersi servito di Seneca, i principi cominciano a farsi scri-
vere da altri i loro discorsi pi importanti.
Se si lascia da parte l'eloquenza dei declamatori, puramente decorati-
va, indubbio che gli oratori pi efcaci di questo periodo furono colo-
ro che si dedicarono alla pratica della delazione, assumendosi il compito
di accusare a titolo nominalmente personale i personaggi che per motivi
diversi fossero caduti in disgrazia presso la corte imperiale. Il ripugnante
servilismo dei delatori era spesso ben rimunerato; diversi acquistarono
fama, ricchezze e posizione politica grazie a questa attivit. In genere
facevano ricorso a uno stile violento e aggressivo, basato soprattutto sul
talento spontaneo, e che sembra non presupponesse una formazione re-
torica accurata. Ma tra i delatori non mancavano gli oratori di grandi
capacit: il pi noto Domizio Afro, che incominci la sua lunga carrie-
ra di infamie accusando una cugina di Agrippina maggiore. Domizio
Afro fu anche insegnante di retorica, ed ebbe tra i suoi allievi Quintilia-
Oratoria e retorica 129
no, che conserv per lui rispetto, e riconobbe sempre l'elevata qualit
della sua eloquenza. Questo giudizio altamente positivo ha fatto pensare
che lo stile oratorio di Domizio Afro si staccasse da quello irruento degli
altri delatori, per avvicinarsi in una certa misura allo standard ciceronia-
no.
20. La Institutio oratoria di Quintiliano
Il grande trattato di Quintiliano ha alle spalle l'esperienza che il suo
autore si era formato sia con la pratica dei tribunali ( soprattutto in Spa-
gna, a quanto pare) sia attraverso lunghi anni di insegnamento. Come
noto, i Flavi si erano occupati con impegno della cultura che doveva ser-
vire alla formazione della classe dirigente, e in un progetto del genere la
retorica veniva ovviamente al primo posto. Nel 71 Vespasiano era stato
il primo a istituire cattedre statali di retorica greca e latina, e sulla prima
aveva chiamato proprio Quintiliano. Il suo insegnamento seppe senza
dubbio garantire a chi lo segu la capacit di esprimersi con efficacia, il
senso della tradizione culturale, e una certa dose di buon gusto. Molti
degli allievi, inviati a Roma da genitori desiderosi di promuoverne lasce-
sa, venivano da famiglie facoltose dell'Italia o delle province. Quintiliano
si ritir dall'insegnamento dopo una ventina d'anni, e abbastanza rapida-
mente mise a punto la Institutio oratoria, che incominci a circolare nel
94 o nel 95. Lepistola all'editore Trifone, con la quale Quintiliano ac-
compagna linvio dell'opera, testimonia dell'esistenza di un mercato edi-
toriale ormai ben consolidato e pronto a recepire un testo del quale sol-
lecita il licenziamento.
Si voluto mettere in relazione il ritiro di Quintiliano dall'insegna-
mento con la cappa soffocante che il regime di Domiziano aveva comin-
ciato a imporre alle attivit culturali; a questa ipotesi pu fare qualche
difficolt il fatto che nello stesso periodo Quintiliano venne chiamato a
occuparsi proprio della educazione degli eredi di Domiziano. Comunque
si giudichi il suo rapporto col regime, resta il fatto che nel corso della
sua vita egli probabilmente non si pieg a grossi compromessi, e si man-
tenne estraneo alla politica per assicurarsi un'esistenza tranquilla. Nono-
stante il fatto evidente che coltiv l'oratoria e la retorica in solida colla-
borazione col regime di Domiziano, il compito educativo che egli svolse,
e il compito che assegn all'oratore, si pongono, come vedremo, al servi-
zio della collettivit e non del principe in particolare.
Quintiliano - che in anni precedenti aveva composto un perduto trat-
tato De causis corruptae eloquentiae - vede in termini moralistici il pro-
blema della degenerazione dell'eloquenza, e ne addita le cause nella ge-
nerale degradazione dei costumi. In ci non vi sostanziale diversit dal-
le posizioni di altri autori antichi; ma Quintiliano in primo luogo un
uomo di larga esperienza forense e scolastica, profondamente convinto
dell'efficacia della educazione, e consapevole altrettanto dei fattori che
contribuivano al successo nella professione dell'avvocato quanto della
scarsa preparazione che in tal senso fornivano le scuole contemporanee.
130 LA I RosA LATINA
La corruzione dell'oratoria ha ai suoi occhi anche cause tecniche, che
egli ravvisa nel decadimento delle scuole e nella vacuit stravagante delle
declamazioni retoriche. Ma delle scuole di retorica dell'ultima generazio-
ne egli intende conservare le acquisizioni migliori: perci Quintiliano
non rigetta la pratica delle declamazioni, ma si propone di riformarla in
modo da rendere questi esercizi pi vicini all'oratoria reale.
Quintiliano diffida tuttavia in eguale misura sia dell'oratore virtuo-
so delle sale di declamazione, sia dell'aw ocato praticone di formazione
strettamente professionale. La Institutio oratoria delinea un nuovo mo-
dello ideale di oratore, e, per chi desidera approssimarvisi, un program-
ma complessivo di formazione culturale e morale, che egli dovr seguire
dall'infanzia fino all'ingresso nella vita pubblica. Non si tratta, come in-
dica il titolo stesso dell'opera, di uno dei tradizionali manuali retorici,
ma piuttosto di un quadro complessivo dell'educazione delloratore.
L'importanza attribuita alla pedagogia e alla psicologia infantile proba-
bilmente una novit ( in precedenza, probabile che problemi del genere
interessassero soprattutto i filosofi), come lo la singolare ampiezza Ii-
servata all'apprendimento della musica e delle discipline matematiche nel
programma di formazione di base; si riduce, viceversa, rispetto all'impo-
stazione ciceroniana, il ruolo della storia, che Quintiliano considera pi
come una parte della letteratura che come un repertorio di esempi del
passato ( ci ben comprensibile se si tiene presente la scomparsa dei
grandi processi politici, dove gli exempla storici avevano ovviamente un
ruolo privilegiato). La formazione giuridica conserva naturalmente una
certa importanza, ma riservata agli studi di livello superiore.
Scopo dichiarato di Quintiliano fu quello di riprendere, adattandola
ai propri tempi, l'eredit di Cicerone: un compito che egli seppe assolve-
re con finezza e senso della misura. Nel ritorno a Cicerone si esprime
l'esigenza di ritrovare una sanit di espressione che sia insieme sintomo
dell'integrit dei costumi. Pu darsi che una simile esigenza debba spie-
garsi anche sullo sfondo dei vasti mutamenti sociali ai quali una volta
accenna Tacito ( Annales III 55) osservando come, con l'ascesa al potere
di Vespasiano, le stravaganze dell'et neroniana dovettero cedere il po-
sto a standards pi sobri: in parte perch i novi homines di provenienza
italica e provinciale, raggiungendo posizioni di preminenza, tendevano a
reintrodurre codici di comportamento pi aderenti alla tradizione quiri-
taria.
Il tipo di oratore ideale che Quintiliano delinea si avvicina a quello
ciceroniano per la vastit della formazione culturale richiesta; ma in que-
sta formazione generale la filosofia sembra aver perduto terreno rispetto
alla retorica e alla cultura letteraria, di cui Quintiliano rivendica il pri-
mato. Affermare che l'eloquenza, e non la filosofia, la grande forza
educativa dell'uomo e dell'umanit, significava anche prendere posizione
contro il primato della filosofia stabilito da Seneca: un autore, quest'ulti-
mo, in cui Quintiliano vede anche il principale esponente, e il principale
responsabile, dello stile letterario corrotto e degenerato da cui molti
giovani si lasciano affascinare. Non improbabile che il sospetto verso la
filosofia abbia qualcosa a che vedere anche con i connotati di opposizio-
Oratoria e retorica 131
ne al regime che essa aveva assunto almeno da Nerone in poi: gli aspetti
collaborazionistici della Institutio oratoria non devono tuttavia essere
accentuati oltre misura; sembra anzi opportuno ridimensionarli parec-
chio, soprattutto dopo una serie di esagerazioni della critica recente.
Quintiliano insiste lungamente sul fatto che l'oratore pu acquistare
disinvoltura nell'espressione frequentando a lungo i migliori scrittori: di
qui il programma di letture di autori greci e latini tracciato nel libro X.
Nonostante che una vasta sezione del libro abbia la forma di un excursus
storico- letterario, non si tratta di una storia della letteratura: i giudizi
critici hanno valore esclusivamente retorico, e questo d in qualche mo-
do ragione di strane valutazioni e di inattese omissioni.
Nel programma di Quintiliano le letture degli autori pi diversi han-
no lo scopo precipuo di formare lo stile dell'oratore. A quest'ultimo vie-
ne additato sopra ogni altro il modello ciceroniano, ma senza servilismi:
dal suo modello Quintiliano pronto, all'occorrenza, anche a discostarsi.
Questa indipendenza di giudizio contribuisce, per esempio, a fare s che
nella trattazione sul ritmo, ancora pi accurata di quella contenuta nel-
l'Orator, Quintiliano sappia scoprire anche il ritmo celato in prosatori
che Cicerone ne riteneva mancanti, come Lisia o Tucidide.
Nella Institutio oratoria, lo stile ciceroniano viene reinterpretato per
essere assunto a modello di una ideale equidistanza tra asciuttezza ed
ampollosit. Il dibattito fra i diversi orientamenti dell'oratoria - arcaiz-
zante, modernizzante, ciceroniano - era stato in epoca avia particolar-
mente vivace. Quintiliano, vessillifero della reazione classicistica, fu in
realt altrettanto aw erso all'arcaismo che di l a non molto avrebbe tro-
vato in Frontone il suo corifo, e all'eccessivo modernismo dell'asiane-
simo senecano, la corrupta oratio dal periodare a volte turgido, pi spes-
so lambiccato e lezioso. L'apprezzamento per i valori letterari della
Pharsalia di Lucano mostra tuttavia come in certe occasioni Quintiliano
potesse sentirsi vicino al gusto dei moderni; d'altra parte, lo stile in
cui scritta la stessa Institutio oratoria non pu definirsi totalmente ci-
ceroniano; in qualche modo, anch'esso sembra risentire del condiziona-
mento esercitato dalla prosa di Seneca. Ma in generale si deve riconosce-
re che lo stile di Quintiliano rappresenta il migliore esempio delle virt
che egli stesso raccomanda: ricerca al massimo la perspicuit, ed evita
gli eccessi della ostentazione.
A un'esigenza di chiarezza risponde anche la trattazione dei singoli
punti della dottrina retorica; Quintiliano non forse molto originale, e
parecchio del materiale che egli presenta di pi o meno remota ascen-
denza ciceroniana. I praecepta appaiono tuttavia ripensati criticamente, e
l'esposizione ne trae giovamento. La teoria degli status, in particolare,
sottoposta a un processo di lucida semplificazione. La formulazione delle
regole talvolta piuttosto rigida, ma Quintiliano si preoccupa di sottoli-
neare come l'oratore possa anche ignorare la precettistica, se ci pu es-
sergli utile a vincere una causa: sono consigli dettati dal buon senso, e
anche dalla ricca esperienza forense, non solo scolastica, che Quintiliano
poteva vantare.
132 LA I RosA LATINA
21. L'oratore ideale di Quintiliano
Nel ritratto che Quintiliano traccia dell'oratore ideale l'accento batte,
complessivamente, pi sulla moralit personale e la competenza tecnica
dell'oratore, che sulla sua leadership politica e intellettuale. Sia la mora-
lit che la formazione tecnica mancavano ai delatori, i quali, come si
visto, puntavano soprattutto sul talento innato: qui possibile cogliere
alcune delle tendenze nei confronti delle quali Quintiliano intendeva rea-
gire ricuperando l'antica nozione catoniana dell'oratore come vir bonus.
Con molta pi forza di quanto non facesse Cicerone, Quintiliano impor-
ta nella stessa definizione dell'oratore un giudizio di valore ( ovviamente,
in questa visione dell'oratore bonus per definizione vi non poco del
candore moraleggiante del maestro di scuola).
Non stupisce, a questo punto, che Quintiliano rifiuti le definizioni
della retorica che tendono a ridurla a un semplice strumento di persua-
sione. Come pu esservi grandezza anche in un oratore sconfitto, cos vi
sono persuasori che non sono n oratori n boni: tali sono, per esem-
pio, prostitute, adulatori, seduttori. Nemmeno stupisce che Quintiliano
( Il 17 31) neghi ( e condanni moralmente: dal suo punto di vista la
stessa cosa) la possibilit che l'oratore- vir bonus possa parlare indiffe-
rentemente ex utraque parte, la quale non aveva mai scandalizzato parti-
colannente Cicerone. Da una posizione del genere deriva immediatamen-
te, come ovvio, una serie di ragionamenti alquanto contorti per giusti-
care, in generale, la prassi abituale degli avvocati, e in particolare la
necessit che in certe occasioni essi hanno di sostenere anche il falso. Si
fa qui evidente la difficolt di conciliare la moralit richiesta dall'aspetto
educativo della retorica, che nell'ottica di Quintiliano diviene l'elemento
fondamentale della educazione superiore, con la disinvoltura resa neces-
saria dalla sua funzione come strumento di efficacia pratica.
Si detto che Quintiliano non insiste troppo sulla leadership politica
e intellettuale dell'oratore: ci esattamente quello che ci si pu aspetta-
re da un probo insegnante di retorica che si trova a operare sotto un
governo autocratico. D'altra parte Quintiliano si dimostra ottimista sul
futuro dell'oratoria: egli non vede chiuso ogni spazio alla nascita di un
nuovo Cicerone o di un nuovo Demostene. Si capisce che il suo ruolo di
educatore lo porti a mettere in primo piano il problema culturale della
formazione dell'oratore; con la maggiore lucidit dello storico, Tacito ve-
dr nella situazione politica dell'impero il fattore determinante che rende
impossibile la rinascita di una grande eloquenza. Che l'ottica di Quinti-
liano sia pi settoriale, e perci pi limitata, di quella di Tacito, fuori
dubbio; sembra tuttavia eccessivo scorgere proprio in questa riduzione
del campo visivo il sintomo del tentativo di svuotare del suo significato
pi profondo il dibattito sul declino dell'eloquenza; e di fondare in tal
modo la collaborazione con il principato di un oratore ridotto al ruolo
puramente tecnico- amministrativo di propagandista delle disposizioni im-
periali.
Il problema nasce anche dal fatto che soprattutto nell'ultimo libro
della Institutio affiorano i frammenti dell'immagine di un oratore ideale
Oratoria e retorica 133
che sappia farsi guida del Senato e del popolo romano. La contraddizio-
ne tra la vastit dell'ideale e i limiti della situazione contingente ha fatto
pensare che Quintiliano immaginasse che tale figura di oratore dovesse
essere incarnata da un qualche futuro imperatore; o, alternativamente,
che egli intendesse caratterizzare il suo oratore come una sorta di buro-
crate della parola": un funzionario che si serve della ars dicendi che de-
tiene per trasmettere al suo uditorio le direttive dell'imperatore. I soste-
nitori della prima ipotesi si fanno forti anche del fatto che Quintiliano
accett di occuparsi personalmente della educazione degli eredi di Domi-
ziano; quelli della seconda, sottolineano che Quintiliano divenne il pri-
mo titolare di una cattedra di retorica ufficialmente stipendiata. Nessuna
delle due interpretazioni sembra molto convincente. Pi probabilmente
Quintiliano si schierava fra quegli intellettuali che, come far Tacito, ac-
cettavano il principato come una necessit; pu darsi che sperasse che
un futuro miglioramento delle condizioni dello stato - l'ascesa di princi-
pi tolleranti e "liberali" - avrebbe consentito una ripresa pi o meno
piena dell'attivit oratoria. Nel frattempo, nei limiti di una situazione
precostituita, il suo sforzo fu di ottenere per l'oratore il massimo di pro-
fessionalit insieme a un alto grado di dignit.
L'oratore di Quintiliano non pone certo in discussione il regime, ma
le doti morali che deve possedere sono utili - su questo necessario
insistere - alla res publica in generale, prima che al principe ( tali qualit
morali allontanano per esempio l'oratore dalla delazione, che pure era
per il principe un importante strumento di potere e di controllo sul ceto
aristocratico). Quintiliano cerc di ricuperare, per l'oratore, lo spazio di
una missione civile altrettanto aliena dal ribellismo sterile quanto dal
servilismo avvilente. Che egli si facesse molte illusioni, non diminuisce di
molto la nobilt del suo tentativo.
22. Il Dialogus de oratoribus e il problema della crisi dell'eloquen-
za romana
Gli studiosi sono da tempo quasi concordi nell'assegnare il Dialogus
de oratoribus - del quale diamo qui per scontata l'attribuzione a Tacito
- non alla produzione giovanile del grande storico, ma ad una` fase pi
matura, collocandolo in anni di poco successivi al 100 d. C. E noto il
divario stilistico tra il ciceronizzante Dialogus e il resto della produzione
tacitiana; tramontata la possibilit di spiegarlo assegnando l'opera a un
periodo giovanile, bisogna prendere atto che il problema resta aperto: la
tesi, molto diffusa, che lo stile ciceroniano sia dettato dal genere lettera-
rio nel quale il Dialogus intende collocarsi, presuppone un quasi mecca-
nico mutamento stilistico radicale a seconda del tipo di composizione al
quale un autore si dedica.
Il Dialogus mostra probabili tracce della conoscenza della Institutio
oratoria. Colpisce, tuttavia, il fatto che nessuno degli interlocutori si fa
portavoce delle idee di Quintiliano, o attribuisce un qualche peso ai suoi
punti di vista. Per questo silenzio, che si avvicina al disprezzo, sono sta-
134 LA PROSA LATINA
te avanzate varie ipotesi: probabilmente agli occhi di Tacito Quintiliano
era troppo compromesso con il regime dei Flavi e anche le sue riforme
educative gli saranno apparse rientrare nella loro propaganda. Conta di
pi, tuttavia, la radicale divergenza sul futuro dell'eloquenza, nel quale
Tacito non ripone alcuna fiducia.
Il Dialogus si inserisce nel quadro di un vivace dibattito sulla crisi
dell'oratoria, del quale l'anonimo del Sublime ci offre l'altra pi signifi-
cativa testimonianza. Come nella migliore tradizione del dialogo anti-
co, non tutti i personaggi condividono questa tesi di fondo: ma, a diffe-
renza di quanto avveniva nel De oratore - dal quale pure l'opera desume
l'impianto generale - , lfautore non distribuisce le proprie convinzioni tra
i diversi interlocutori. E evidente che Tacito si identifica soprattutto con
Curiazio Materno: nel grande oratore che sceglie di ritirarsi dall'attivit
forense per ritrovare nella pratica della poesia le sorgenti di un'eloquen-
za incontaminata si rispecchia con tutta evidenza la vicenda dello stesso
Tacito, la sua decisione di abbandonare l'oratoria per consacrarsi alla ri-
essione storica.
La decisa scelta di campo da parte dellautore contribuisce a spiegare
i tratti inquietanti ( al di sotto di una superficiale e sanguigna bonom a)
con i quali delineato Marco Apro, il personaggio che si fa portavoce di
una difesa delle possibilit che ancora sarebbero aperte all'eloquenza.
L'ammirazione che questi ostenta per alcuni famosi delatori stata op-
portunamente ricondotta alle sue non elevate origini sociali, e alla man-
canza di tradizioni familiari, che lo stesso Apro sottolinea con un certo
orgoglio; l'esempio dell'ascesa di uomini come Eprio Marcello e Vibio
Crispo gli serve per indicare gli spazi di intervento e di affermazione
personale che nel giuoco della corte si aprono per oratori che lo stesso
imperatore costretto a temere. Nella pratica dell'oratoria, insomma,
egli vede la maniera pi libera e pi fiera di realizzare le proprie ambi-
zioni di prestigio, di fama, di ricchezza. E indubbio che per Apro il suc-
cesso oratorio pi importante di un cursus honorum ormai ridotto a
routine burocratica e svuotato di effettive possibilit di incidenza politi-
ca: la constatazione, che d voce alla mutata ideologia dell'homo novus,
si rivela bruciante per gli altri interlocutori aristocratici del dialogo, cui
l'attaccamento alla tradizione preclude tanta disinvolta noncuranza nei
confronti dei valori consolidati.
Apro non neppure convinto dell'esistenza di una crisi dell'eloquen-
za: sono piuttosto il gusto e lo stile ad essersi trasformati; ma gli oratori
moderni, dal suo punto di vista, non sono per niente inferiori a quelli di
una volta, Cicerone compreso: leloquenza la page ha soppresso i lun-
ghi passaggi noiosi, preferisce sviluppare soprattutto le parti poetica-
mente colorite, mira in generale a una brevit efficace. La critica di Apro
agli oratori del passato condotta con giudizio competente e gusto sicu-
ro, anche se fortemente orientato e volutamente parziale. Egli si rivela
un ammiratore e un esponente dello stile neoasiano, mordace, asimme-
trico, abbondante di effetti drammatici.
Un altro degli interlocutori, Vipstano Messalla, insiste viceversa sulla
superiorit degli oratori antichi, radicata ai suoi occhi nella diversit del
Oratoria e retorica 135
sistema educativo. Alla moderna formazione scolastica, standardizzata,
puramente tecnica, che si avvale di esercizi lontani dalla realt forense,
egli contrappone il vecchio sistema aristocratico del tirocinium al fianco
di un oratore gi affermato: un metodo che metteva il giovane immedia-
tamente a confronto con la realt dei processi, e lo costringeva a misu-
rarsi con dei veri avversari. Insistendo sul ruolo giocato dall'educazione
morale nella formazione dell'oratore, Messalla ritrova alcune tematiche
tipiche di Quintiliano: analoga l'importanza attribuita agli anni della
prima infanzia. Ma proprio a partire da qui possibile misurare la di-
stanza che separa le due impostazioni: se per Messalla l'istruz one pub-
blica non costituisce un rimedio efficace alla perdita del ruolo pedagogi-
co un tempo assolto dalla famiglia, Quintiliano indica viceversa nell'isti-
tuzione scolastica l'alternativa positiva a un sistema familiare che anch'e-
gli giudica largamente corrotto.
Nel discorso che conclude il dialogo - noi diamo per risolta l'annosa
questione della distribuzione delle battute in questa sezione - , anche
Materno si schiera apertamente in favore della superiorit degli oratori
antichi; verso gli esempi di Eprio Marcello e di Vibio Crispo, celebrati
da Apro, egli ostenta sarcasmo: la loro un'eloquenza lucrosa e gron-
dante di sangue, che non conferisce ai suoi rappresentanti un prestigio
superiore a quello dei potenti liberti imperiali. Materno, tuttavia, si mo-
stra disposto ad accettare solo con molte riserve la celebrazione delle
virt dell'antica Roma svolta da Messalla: l'epoca di Cicerone, egli dice,
fu soprattutto quella di devastanti guerre civili, generate dalle contra-
stanti ambizioni dei diversi potentati aristocratici. Ci rivela come a fare
la grandezza dell'oratoria di quei tempi non sia stata lintegrit dei co-
stumi, ma piuttosto il loro disordine: a prova del legame delleloquenza
col dissesto sociale, Materno cita il fatto che essa inizialmente fiorita
nelle pi turbolente citt democratiche, come Atene o Rodi, mentre non
praticamente esistita negli Stati disciplinati, come Sparta e Creta, e
nemmeno sotto le monarchie della Macedonia o della Persia.
Soprattutto da qui in poi, nell'avviarsi alla sua conclusione, il Dialo-
gus de oratoribus svela, al di sotto dell'impianto ciceroniano, una diver-
genza fondamentale rispetto all'interpretazione che Cicerone aveva forni-
to dell'evoluzione dell'eloquenza. In conformit con l'idea racchiusa nel-
la celebre espressione cedant arma togae, questultimo aveva visto nel-
l'ars dicendi uno dei pi eminenti frutti della pace ( cfr. per esempio De
oratore I 14; Orator 141): la voce dell'oratore poteva dispiegarsi libera-
mente solo nel silenzio delle armi. Su questa visione Cicerone aveva fon-
dato la sua ricostruzione storica: egli, che per la democrazia greca non
nutriva certo simpatia, aveva espresso aperta ammirazione per la grande
oratoria ateniese, collegandola a una situazione di pace esterna, mentre
aveva espressamente negato ( almeno in questo Tacito si mostra d'accor-
do con lui) la possibilit della fioritura dell'eloquenza sotto un regime
monarchico ( Brutus 45).
Il legame fra eloquenza e democrazia noto anche allautore del Su-
blime: egli tuttavia - non si pu dire quanto sinceramente e quanto per
non assumersi la rischiosa responsabilit di certe affermazioni - ostenta
136 LA PRosA LATINA
di preferire una piatta spiegazione moralistica del declino dell'oratoria
alla spiegazione politica ( non ci sono oratori tra gli schiavi ) di cui atte-
sta la larga diffusione, particolarmente in ambienti filosofici. Le motiva-
zioni politiche sono comunque decisive per Materno: non a caso egli,
nell'asserire il legame tra eloquenza e disordine politico- sociale, non si
limita ad assumere genericamente una posizione opposta a quella di Ci-
cerone, ma almeno in un caso si avvale anche di un preciso rimando
antifrastico ( cfr. Dialogus 40, 5 e Brutus 45).
Agli occhi di Materno - che sembra ricordarsi di un passo famoso
dell'Hortensius ciceroniano ( fr. 50 Mller) - l'eloquenza insomma un
portato delle imperfezioni sociali: in mezzo a gente onesta, l'oratore sa-
rebbe inutile come un medico in mezzo a persone sane. Verso la fine
della repubblica, al prestigio e alla grandezza dell'eloquenza contribuiva-
no di molto l'importanza, e la vasta risonanza in tutta lItalia, dei nume-
rosi processi politici: soprattutto su questi si fondava la fama di Cicero-
ne ( Dialogus 37, 6: segno di un gusto discutibile, in questo contesto,
la sommaria liquidazione di una tra le pi felici orazioni ciceroniane, an-
che se non political", la Pro Archia). Al giorno d'oggi, prosegue Mater-
no, processi del genere non se ne vedono pi: nelle cause predominano
le angustie e le minuzie procedurali, presidenti frettolosi costringono gli
avvocati a scorciare i loro interventi; l'eloquenza ne soffre, ma la scom-
parsa dei grandi processi politici anche segno della scomparsa dei mali
da cui essi traevano origine. La grande oratoria era radicata nel disordi-
ne sociale e istituzionale; la sua crisi sintomo di una ritrovata salute
sociale, e del buon funzionamento delle istituzioni. Per avere un buon
oratore, anche se costui si chiamava Cicerone, l'anarchia era un prezzo
troppo elevato da pagare.
Fin qui le parole di Materno sono coerenti con l'accettazione tacitia-
na del principato come necessit, come minore tra i mali. Per quanto
riguarda la successiva considerazione che la saggezza di colui che or-
mai il solo signore dei Romani rende inutile il dibattito, e con ci l'elo-
quenza, difficile non trovarsi d'accordo con quegli interpreti che vi
scorgono i toni di un'amara ironia. La frequenza dei conflitti giudiziari
costituisce, non meno dell'eloquenza sanguinaria dei delatori, la prova
che la vantata tranquillit sociale in larga parte solo apparente; venu-
ta meno, invece, la possibilit di un'aperta denuncia di questa situazione.
La scelta conseguente di Materno il rifugio nella poesia: solo in questa
l'intellettuale pu ritrovare la libert dai condizionamenti del potere, per
tentare di restituire l'originaria identit di mezzo per la celebrazione di
imprese virtuose a un'arte che si ormai ridotta a strumento di rovina
dei buoni e di difesa dei malfattori. Giustamente stato detto che l'o-
tium del quale Materno fa l'elogio si colloca a mezza strada tra l'opposi-
zione dei filosofi e la rassegnazione dei sudditi. Lo storico esprime il suo
disincanto, che sembra ormai coinvolgere anche il processo riformatore
promesso da Traiano; ma se il principe non offre troppe garanzie, anco-
ra meno ne offre, complessivamente, il Senato: le vicende della crisi del-
la repubblica raccontano soprattutto le ambizioni distruttive che hanno
opposto l'uno allaltro i membri dell'aristocrazia; un'epoca che non
Oratoria e retorica 137
metterebbe conto cercare di richiamare in vita, anche se ci fosse possi-
bile. Il principato, se non altro, ha salvato la res publica dalle guerre
civili e dal caos.
L'allontanamento di Tacito dalloratoria e dalla politica attiva segu
una via diversa da quella prospettata da Materno; ma lo storico non di-
mentico le sue origini. Perci gli Annales lasciano grande spazio alle vi-
cende dell'oratoria romana: le caratterizzazioni dello stile torvo e minac-
cioso dei delatori, come quelle, brevi ed efficaci, dell'eloquenza degli im-
peratori, tradiscono il giudizio di un grande competente; il dibattito del
47 d. C. in Senato sulla liceit per gli avvocati di percepire un onorario
- importante testimonianza sulla professionalizzazione dell'attivit del
patronus - riferito con dovizia di argomenti da ambo le parti; e il fa-
moso discorso in cui Seneca prende congedo da Nerone conserva proba-
bilmente qualcosa dello sfolgor o delle sue parole.
23. Il Panegyricus di Plinio il Giovane
A differenza di Quintiliano o di Tacito, Plinio il Giovane non si dava
eccessivo pensiero per la decadenza della cultura: la sua attivit nei cir-
coli letterari, ampiamente rispecchiata nell'epistolario, lascia emergere
una concezione sostanzialmente frivola della letteratura, concepita come
prodotto di intrattenimento destinato a un consumo effimero. Come av-
vocato, Plinio fu particolarmente attivo nei cosiddetti tribunali centumvi-
rali, dove si trattavano soprattutto poco attraenti questioni di successio-
ne ereditaria; abbiamo notizia, tuttavia, anche del ruolo che egli svolse
in alcuni processi pubblici de repetundis, sia come accusatore che come
difensore. Il pi famoso di questi processi rimane quello contro Mario
Prisco, l'ex governatore dell'Africa, dove Plinio ebbe l'amico Tacito co-
me collega nell'accusa ( e questa arringa, tenuta in toni di solenne gravi-
tas, segn, a quanto pare, l'addio di Tacito alla carriera oratoria).
Sappiamo, in generale, che Plinio sceglieva le sue cause con grande
attenzione: avr cercato, in primo luogo, di evitare ogni attivit che po-
tesse ricordare in qualche modo quella dei delatori. Pi importante, dal
punto di vista letterario, il fatto che egli - profondamente fiducioso
nella propria fama presso i posteri - sottoponesse il testo dei suoi di-
scorsi, prima della pubblica divulgazione, a un incessante processo di
critica e di revisione, un momento importante del quale era costituito
dalla recitazione di fronte a gruppi di amici. In tal modo, le reali arrin-
ghe forensi venivano a costituire soprattutto il canovaccio di partenza
per una esibizione di tipo epidittico. Il processo di rielaborazione lettera-
ria conferiva probabilmente ai discorsi di Plinio dimensioni molto pi
ampie di quelle originarie: in un'epoca in cui nella pratica forense domi-
navano le esigenze della brevitas, egli dichiarava la propria scontentezza
per l'eloquenza contemporanea, e si professava ammiratore della am-
plitudo e della copia di Cicerone, che tuttavia cercava di condire con i
pi moderni mezzi di abbellimento: lo sfarzo delle descrizioni poeti-
che, il gusto per gli effetti sonori, ma anche le formulazioni concise e
138 LA I> RosA LATINA
sentenziose. Egli cercava, insomma, di piacere tanto agli asiani quanto
agli atticisti.
Anche se egli fu, durante tutta la sua carriera, un avvocato di succes-
so, per Plinio, probabilmente, la bellezza del prodotto oratorio veniva
prima della sua efficacia processuale. Questo sembra essere il senso del-
l'appunto che gli rivolse un famoso delatore, Aquilio Regolo, opponendo
alle sue lungaggini la propria capacit di individuare immediatamente il
punto debole dell'avversario, per colpirlo alla gola ( Epistulae I 20,
14). Regolo era, ovviamente, un esponente di quella eloquenza gron-
dante di sangue che aveva contribuito a far maturare la decisione di
Tacito di ritirarsi dai tribunali. Il disgusto per le violenze della pratica
processuale presente anche in Plinio, ma egli batte una via diversa: in
mezzo all'infuriare delle critiche contro il carattere astratto, lontano dal-
la realt, della retorica insegnata nelle scuole, Plinio non si perita a fare
una volta l'elogio di un retore che solo scholasticus ( non ha cio per-
sonale esperienza dei tribunali) e che coltiva la propria arte solo come
fine a se stessa: l'innocenza della scuola, con le sue cause solo immagi-
narie, apertamente contrapposta alla malvagit e alla crudelt che do-
minano nella vita forense, e che finiscono per contaminare anche chi de-
sideri praticarla nel modo pi onorevole ( Epistulae Il 3, 4- 6).
Il gusto pliniano per l'eloquenza d'apparato trova espressione nel Pa-
negyricus, il rendimento di grazie a Traiano per la nomina a consul suf-
fectus, tenuto nel settembre dell'anno 100, e pubblicato in un periodo
successivo. Anche qui la rielaborazione stata ampia: nella sua versione
definitiva, il Panegyricus accumula figure retoriche, massime, poetismi,
arcaismi, tpoi, fino a perdere talora di vista la perspicuit dell'espres-
sione. Plinio indicava come suoi modelli Cicerone e Demostene, e si pro-
fessava ammiratore del pi anziano amico Tacito. Ma nel suo stile esube-
rante vi ben poco di ciceroniano o di demostenico; ancora meno, ov-
viamente, vi di tacitiano. La ricerca di varietas praticamente assente,
e l'interminabile lista delle virtutes dell'imperatore - svolta applicando in
modo abbastanza originale la precettistica relativa al genere encomiasti-
co - conferisce al Panegyricus un andamento omogeneo e monotono.
Dal punto di vista dei contenuti, l'opera costituisce un manifesto se-
natorio. Elogiando le qualit di Traiano - e denigrando fino ai limiti del-
l'assurdo Domiziano, sotto il quale aveva tuttavia percorso tranquilla-
mente le tappe principali della propria precedente carriera politica - Pli-
nio si sforza anche di delineare, per i principi futuri, un modello di com-
portamento fondato sulla continuazione della concordia col ceto aristo-
cratico, e sulla stretta intesa politica tra quest'ultimo e il ceto equestre,
dal quale provenivano, in larga parte, i quadri della burocrazia e della
amministrazione. Da questo punto di vista il Panegyricus costituisce an-
che il tentativo di esercitare una blanda forma di controllo sul detentore
del potere assoluto. Ovviamente, la realt di quest'ultimo non minima-
mente infirmata dall'ostentato rispetto di Traiano verso le antiche magi-
strature repubblicane, sul quale Plinio insiste lungamente: il principe era
il primo a incoraggiare l'illusione degli antichi esponenti dellopposizione
senatoria di potere in qualche modo collaborare al governo dello stato.
Oratoria e retorica 139
In questo senso, il Panegyricus anche il manifesto dell'avvenuta inte-
grazione nel regime imperiale dei rappresentanti della tradizione senato-
ria, e dell'accettazione, da parte loro, di un ruolo essenzialmente subal-
terno.
Per i motivi che gi abbiamo visto ( cfr. supra il par. 21) probabil-
mente eccessivo affermare che nel Panegyricus Plinio riprenda di peso
dal suo maestro Quintiliano un'idea dell'oratore come funzionario subor-
dinato all'imperatore, e propagatore delle sue direttive: ma vero che
l'opera mostra quanto ridotte siano ormai, per i senatori, le possibilit di
intervento politico reale ed efficace. La cultura senatoria non riesce pi
ormai a condizionare in modo incisivo l'operato del principe: il suo pa-
trimonio intellettuale viene rispolverato soprattutto nelle solennit di ap-
parato, a maggiore gloria dell'optimus princeps e della elicitas tempo-
rum.
Bibliografia
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nunciata, oratoria scritta e formazione del consenso: Feloquenza di Cicerone co-
140 LA PROSA LATINA
me prodotto letterario, in AA.VV., Cedant arma: letteratura, parole d'ordine e
organizzazione del consenso nel mondo antico, Pavia 1991.
3- 4. I frammenti delle orazioni di Catone, oltre che in ORF, sono in M. Porci
Catonis, Orationum reliquiae, a cura di M.T. Sblendorio Cugusi, Cagliari 1981.
Edizione e commento dei frammenti della Pro Rhodiensibus di Catone a cura di
G. Calboli, Bologna 1978 ( con ampia introduzione); D. Kienast, Cato der Zen-
sor: seine Persnlichkeit und seine Zeit, Heidelberg 1954 ( raccoglie anche i
frammenti delle orazioni); A.E. Astin, Cato the Censor, Oxford 1978; G. Calbo-
li, La retorica preciceroniana e la politica a Roma, Entretiens Hardt 28 ( Elo-
quence et rhtorique chez Cicron), Vandoeuvres- Genve 1982, pp. 41- 99; M. T.
Sblendorio, Note sullo stile dell'oratoria catoniana, in Annali della facolt di
Lettere e Filosofia dell'Universit di Cagliari, 34, 1971, pp. 5- 32.
5. I frammenti di Gaio Gracco in N. Haepke, C. Semproni Gracchi oratoris
Romani fragmenta collecta et illustrata, Munich 1915; G. Calboli, Asianesimo
ed Atticismo: retorica, letteratura, linguistica in AA.VV., Studi di retorica oggi in
Italia, Bologna 1987; M. Bonnet, Le dilemme de C. Gracchus, in Revue des
Etudes Anciennes", 8, 1906, pp. 40- 46; A. E. Astin, Scipio Aemilianus, Oxford
1967; G. Calboli, Un frammento di C.. Laelius Sapiens?, in Poesia latina in
frammenti. Miscellanea filologica, Genova 1974.
6- 8. La pi recente edizione, con ampio commento, della Rhetorica ad He-
rennium quella a cura di G. Calboli ( Cornifici rhetorica ad Herennium), Bolo-
gna 1969. Restano utili anche le edizioni di F. Marx, Leipzig 1894 ( con impor-
tanti prolegomena) e di H. Caplan, Loeb Classical Library, London- Cambridge
( Mass.) 1954. Studi: G. Calboli, L'oratore M. Antonio e la Rhetorica ad Heren-
nium, in Giornale Italiano di Filologia, n. s., 3, 1972, pp. 120- 170; Id., Cor-
niiciana 2. L'autore e la tendenza politica della Rhetorica ad Herennium, in
Atti della Accademia delle Scienze dell'Istituto di Bologna", Classe di Scienze
Morali, Memorie vol. LI- LII, 1963- 1964, pp. 1- 114; Id., L'oratoria preciceronia-
na, cit.; U. W. Scholz, Der Redner M. Antonius, Diss. Erlangen- Nrnberg 1962;
M. Gelzer, Die angebliche politische Tendenz in der dem C. Herennius gew idme-
ten Rhetorik, in Kleine Schriften I, Wiesbaden 1962, pp. 211- 21; I. M. David,
Eloquentia popularis et conduites symboliques des orateurs de la fin de la R-
publique. Problmes d'e'cacit, in Quaderni di Storia, 12, 1980, pp. 140 ss.;
Id., Promotion civique et droit la parole: L. Licinius Crassus, les/accusateurs et
les rhteurs latins, in Mlanges d'Archeologie et d'Histoire de l'Ecole Franaise
de Rome, 91, 1, 1979, pp. 135- 72; Id., Les orateurs des municipes Rome, in
Les Bourgeoisies municipales italiennes au 11 et I" siecles av. I.- C.,
Paris- Naples 1983, pp. 312 ss.; E. Narducci, Le risonanze del potere, in Lo spa-
zio letterario di Roma antica, cit., vol. II cit., pp. 533- 77; Id., Pratiche letterarie
e crisi della societ. Oratoria, storiografia e filosofia nell'ultimo secolo della re-
pubblica, in Storia di Roma, vol. Il 1, Torino 1990, pp. 885- 93; L. Calboli Mon-
tefusco, La dottrina degli status nella retorica greca e romana, Hildesheim 1986;
Id., Exordium, narratio, epilogus. Studi sulla teoria retorica greca e romana delle
parti del discorso, Bologna 1988.
9. G. Calboli, La formazione oratoria di Cicerone, in Vichiana 2, 1965, pp.
3- 29; K. Barw ick, Die Vorrede zum zw eiten Buch der rhetorischen Iugendschrift
Ciceros und zum vierten Buch des Auctor ad Herennium, in Philologus", 105,
1961, pp. 307- 14; Id., Probleme in den Rhetorici Libri Ciceros und der Rhetorik
des sogennanten Auctor ad Herennium, in Philologus, 109, 1965 ; I. Adamietz,
Ciceros de inventione und die Rhetorik ad Herennium, Marburg 1960.
10. G. Calboli, Asianesimo e Atticismo, cit.; Id., Asiani ( oratori), in Diziona-
rio degli scrittori greci e latini; Th. Gelzer, Klassizismus, Attizismus und Asiani-
smus, in Le Classicisme Rome au Im sicles avant et aprs I.- C., Entretiens
Oratoria e retorica 141
Hardt 25, Vandoeuvres- Ginevra 1979, pp. 1- 55; I. Linderski, Tw o Speeches of
O. Hortensius: a Contribution to the Corpus Oratorum of the Roman Republic,
in La Parola del Passato, 16, 1961, pp. 304- 11.
11- 12. Data la vastit dell'argomento, si rinuncia qui volutamente a dare una
bibliografia sistematica - che risulterebbe sterminata - per quanto riguarda l'ora-
toria di Cicerone; tanto meno si segnalano le edizioni delle orazioni, presenti in
tutte le maggiori collane di testi critici. La ricostruzione qui svolta delI'evoluzio-
ne della carriera oratoria di Cicerone quella esposta in modo pi analitico e
approfondito in E. Narducci, Introduzione a Cicerone, di prossima pubblicazione
presso l'editore Laterza ( con bibliografia ragionata), e gi accennata in Id., Prati-
che letterarie e crisi della societ, cit. Qui di seguito si segnalano solo pochissime
opere generali ( prescindendo da quelle a carattere prevalentemente storico- bio-
graco), e pochi commenti particolarmente importanti per il contributo arrecato
alla comprensione dello stile di Cicerone.
Commenti: Pro Roscio Amerino: G. Landgraf, Leipzig 19142, ristampa ana-
statica Hildesheim 1966; Pro Caelio: R. G. Austin, Oxford 19603; In Pisonem:
R. G. Nisbet, Oxford 1961.
Studi: Ch. Neumeister, Grundstze der forensischen Rhetorik, gezeigt an Ge-
richtsreden Ciceros, Mnchen 1964; I. Humbert, Les plaidoyers crits et les plai-
doiries relles de Cicron, Paris s. d. ( 19257): L. Laurand, Etudes sur le style des
discours de Cicron, 3 voll., Paris 19284313; A. Haury, L'ironie et l'humour chez
Cicron, Leiden 1955; D. Mack, Senatsreden und Volksreden bei Cicero, Wrz-
burg 1937 ; E. Narducci, Modelli etici e societ. Un'idea di Cicerone, Pisa 1989
( qui richiamato soprattutto per il capitolo sulla Pro Caelio); C. I. Classen, Recht,
Rhetorik, Politik. Untersuchungen zu Ciceros rhetorischer Strategie, Darmstadt
1985.
13- 15. Commenti al De oratore: A.S. Wilkins, Manchester 1892; A.D. Lee-
man, H. Pinkster, Heidelberg 1985- ( sono usciti finora [giugno 1990] i primi tre
volumi, fino a II 290); al Brutus: O. Iahn, W. Kroll, B. Kytzler, Berlin 1963; A.
E. Douglas, Oxford 1966; all'Orator: I.E. Sandys, Cambridge 1885.
Studi: raccolta di scritti sulla retorica ciceroniana in B. Kytzler ( a cura di),
Ciceros Literarische Leistung, Darmstadt 1973 ( Wege der Forschung, 240); K.
Barw ick, Das rednerische Bildungsideal Ciceros, Abh. d. Schs. Akad. d. Wiss.
zu Leipzig, Phil. Hist. KI. Bd. 54 H. 3, Berlin 1963; E. Becker, Technik und
Szenerie des ciceronischen Dialogs, Diss. Mnster 1938; A. E. Douglas, The In-
tellectual Background of Cicero's Rhetorica. A Study in Method, in Aufstieg und
Niedergang der rmischen Welt ( =ANRW), 1, 3, Berlin- New York 1973, pp.
95- 137; Id., A Ciceronian Contribution to Rhetorical Theory, in Eranos, 55,
1957, pp. 18- 26; A. Michel, Rhtorique et Philosophie chez Cicron, Paris 1960;
Id., Rhtorique et Philosophie dans les traits de Cicron, in ANRW, I 3, Berlin-
New York 1973, pp. 139- 208; I. Wisse, Ethos and Pathos. From Aristotle to
Cicero, Amsterdam 1989; G. W. Sumner, The Orators in Cicero's Brutus, Toron-
to 1973; M. Zicri, Il Brutus e la teoria ciceroniana del perfetto oratore, Bologna
1967; G. Calboli, Cicerone, Catone e i neo- atticisti, in Ciceroniana, Hommages
K. Kumaniecki, Leiden 1975, pp. 51- 103; E. Narducci, Le risonanze del pote-
re, cit.; A. Dihle, Analogie und Attizismus, in Hermes 85, 1957; Th. Gelzer,
Klassizismus, Attizismus und Asianismus, cit.; G. Calboli, Asianesimo e Attici-
smo, cit.; F. Portalupi, Atticisti ( oratori), in Dizionario degli scrittori greci e lati-
ni; E. S. Gruen, Cicero and Licinius Calvus, in Harvard Studies in Classical
Philology 71, 1967, 215- 33; W. D. Lebek, Verba Prisca. Die Annge des Ar-
chaisierens in der lateinischen Beredsamkeit und Geschichtsschreibung, ( Hy-
pomnemata, 25), Gttingen 1970.
16. Si veda in primo luogo la bibliografia dedicata all'atticismo greco a Roma
142 LA PRosA LATINA
nel saggio di M. T. Luzzatto, L'oratoria, la retorica e la critica letteraria dalle
origini ad Ermogene, in AA.VV., Da Omero agli alessandrini, La Nuova Italia
Scientifica, Roma 1988, pp. 234 ss. Cfr. inoltre: E. Gabba, Political and Cultu-
ral Aspects of the Classicistic Revival in the Augustan Age, in "Classical Antiqui-
ty, 1, 1982, pp. 43- 65; Id., Scienza e potere nel mondo ellenistico, in La scien-
za ellenistica, a cura di G. Giannantoni e M. Vegetti, Napoli 1984, pp. 11- 38;
G. W. Bow ersock, Historical Problems in Late Republican and Augustan Classi-
cism, in Le Classicisme Rome, cit., pp. 57- 75.
17- 19. G. Calboli, Tra corte e scuola: la retorica imperiale a Roma, in Vi-
chiana, ( di prossima pubblicazione). Fondamentali alcuni capitoli del Tacito di
R. Syme, trad. it. Brescia 1967- 1971. Tra le edizioni recenti di Seneca padre, si
segnala quella a cura di M. Winterbottom, Cambridge ( Mass.) and London 1974
( Loeb Classical Library), con ampia introduzione e commento. Studi: ancora
fondamentale resta S. F. Bonner, Roman Declamation in the Late Republic and
Early Empire, Liverpool 1949; L. A. Sussman, The Elder Seneca, Leiden 1978;
I. Fairw eather, Seneca the Elder, Cambridge 1981; Id., The Elder Seneca and
Declamation, in ANRW, 32, 1, Berlin and New York 1984, pp. 514- 556; E.
Pianezzola, Spunti per un'analisi del racconto nel thema delle controversie
di Seneca il Vecchio, in Atti del convegno internazionale su Letterature classiche
e narratologia, Selva di Fasano ( Brindisi) 6- 8 ottobre 1980, Ist. Filol Lat. Univ.
di Perugia, 1981, pp. 253- 67.
20- 21. Edizioni della Institutio oratoria: M. Winterbottom, Oxford 1970; L.
Radermacher, V. Bucheit, Leipzig 1959; I. Cousin, Paris 1975.
Studi: I. Adamietz, Quintilians Institutio Oratoria, in ANRW, 32, 4, Ber-
lin and New York 1986, pp. 2227- 71 ; M.L. Clarke, Quintilian on Education, in
Empire and Aftermath, edited by T.A. Dorey, London- Boston 1975, pp. 98- 118;
I. Cousin, Etudes sur Quintilien, Paris 1936; Th. Gelzer, Quintilians Urteil ber
Seneca. Eine rhetorische Analyse, in Museum Helveticum, 27, 1970, pp. 212-
23; G. Kennedy, Quintilian, New York 1969; I. Lana, L'ultimo libro dell'Istitu-
zione Oratoria di Quintiliano: la fondazione teorica della collaborazione dellio-
ratore con il principe, in Hispania Romana, Roma 1974; H. I. Marrou, Storia
dell'educazione nell'antichit, trad. it. Roma 1971; M. Winterbottom, Quintilian
and the vir bonus, in Ioumal of Roman Studies, 54, 1964, pp. 90- 7; Id., Quin-
tilian and Rhetoric, in Empire and Aftermath, cit., pp. 79- 97.
22. Commenti al Dialogus de oratoribus: A. Gudeman, Leipzig- Berlin 19142;
A. Michel, Paris 1962. Edizione di E. Kstermann, Leipzig 1962.
Studi: fondamentali alcuni capitoli del citato Tacito di R. Syme; A. Michel,
Le Dialogue des orateurs de Tacite et la philosophie de Cicron, Paris 1962; H.
Gugel, Untersuchungen zur Stil und Aubau des Rednerdialogs des Tacitus, Inns-
bruck 1969; Id., Die Urbanitt im Rednerdialog des Tacitus, in Symbolae
Osloenses, 42, 1968, pp. 127- 40; K. Bringmann, Aubau und Absicht des taci-
teischen Dialogus de oratoribus, in Museum Helveticum, 27, 1970, pp. 164-
78; K. Barw ick, Der Dialogus de oratoribus des Tacitus - Motive und Zeit sei-
ner Entstehung, Sitzungsberichte der Schsischen Akademie der Wissenschaften
zu Leipzig, Phil.- hist. KI. 101, 4, Berlin 1954; R. Gngerich, Der Dialog des
Tacitus und Quintilians Institutio Oratoria, in C.P., 46, 1951, pp. 154- 64; A.
Koehnken, Das Problem der Ironie bei Tacitus, in Museum Helveticum 30,
1973, pp. 32- 50; P. Desideri, Lettura storica del Dialogus de Oratoribus, in
Xenia. Scritti in onore di P. Treves, Roma 1986, pp. 83- 94; K. Heldmann, Anti-
ke Theorien ber Entw icklung und Verfall der Redekunst, Mnchen 1982, pp.
254- 99.
23. Edizione di Plinio il Giovane: M. Schuster, Leipzig 1958.
Studi: P. Fedeli, Il Panegirico" di Plinio nella critica moderna, in ANRW, II
Oratoria e retorica 143
33, 1, Berlin and New York 1989 ( con ampia bibliografia ragionata); G. Calboli,
Pline le Ieune entre pratique judiciaire et loquence pidictique, in Bull. Ass.
Bud, 44, 1985, pp. 357- 74; A.- M. Guillemin, Pline et la vie littraire de son
temps, Paris 1929; G. Picone, L'eloquenza di Plinio. Teoria e prassi, Palermo
1974; G. F. Gianotti, Il principe e il retore: classicismo come consenso in et
imperiale, in "Sigma", 12, nn. 2- 3, 1979, pp. 67- 83; E. Aubrion, Pline le Ieune
et la rhtorique de Fairmation, Latomus, 34, 1975, pp. 90- 130; M. Molin, Le
Pangirique de Trajan: loquence d'apparat ou programme politique no- sto-
icien?, in Latomus 48, 1989, pp. 785- 97.
Giancarlo Mazzoli
La prosa filosofica, scientifica, epistolare
1. La prosa filosofica: alla ricerca d'un genere
Sui primi svolgimenti della letteratura filosofica latina pesano i noti
drastici giudizi di Cicerone ( Leeman, 1963, pp. 265 ss.), in particolare
Tusc. 4, 5: sapientiae studium vetus id quidem in nostris, sed tamen
ante Laeli aetatem et Scipionis non reperio quos appellare possim nomi-
natim; 1, 5 s.: philosophia iacuit usque ad hanc aetatem nec ullum ha-
buit lumen litterarum Latinarum; quae inlustranda et excitanda nobis
est, ut, si occupati profuimus aliquid civibus nostris, prosimus etiam si
possumus otiosi. In quo eo magis nobis est elaborandum, quod multi
iam esse libri Latini dicuntur scripti inconsiderate ab optimis illis qui-
dem viris, sed non satis eruditis [_ . .] Quare si aliquid oratoriae laudis
nostra attulimus industria, multo studiosius philosophiae fontis aperie-
mus, e quibus etiam illa manabant.
Sono accenti orgogliosi da proemio enniano, che azzerano sul piano
culturale, con innegabili forzature ( anche Lucrezio coinvolto; Andr,
1974; Traina, 1975, p. 84), una tradizione su cui da altra fonte ben po-
co si sa. Ma al di l della polemica, diretta al passato pi recente ( ce ne
occuperemo pi avanti), Cicerone attesta l'oggettiva impossibilit di do-
cumentare nominatim tra i Latini le tracce di un genere losofico nel
periodo pre- scipionico.
La tendenza a dare spazio nella cultura scritta in lingua latina a temi
e problemi del sapientiae studium si sviluppa dunque, non senza contra-
sti, solo a partire dal sec. III, sotto la diretta inuenza delle dottrine elle-
nistiche, e rientra nel pi generale fenomeno di penetrazione in Roma
della Graecia capta. La famosa battuta di Neottolemo in Ennio - philo-
sophari est mihi necesse paucis: nam omnino haud placet ( Sc. 376 V3)
- registra puntualmente spinte e resistenze e, inaugurando in Cicerone
un altro proemio delle Tusc. ( 2, 1), consente di misurare lo scarto, nella
domanda di filosofia, tra la prima et letteraria latina ( si confrontino
anche le connotazioni negative di philosophor in Plauto, Capt. 284,
Merc. 147, Pseud. 687, 974: Andr, 1977, pp. 11- 20) e l'epoca tardo-
repubblicana.
Alle spalle del sec. III la preistoria del genere: ai contenuti concreti
e vari della sapientia indigena, non ancora raggiunta dalle istanze teore-
tiche greche, ben si prestano i ritmi espressivi del carmen arcaico, la
146 LA PRosA LATINA
prosa- poesia italica gi felicemente esplorata da Norden, 19153 I, p.
173: carmen era ogni formula solenne pronunciata ad alta voce, non
importa se nella forma esteriore della prosa o del verso: formula magica,
preghiera, giuramento, patto di alleanza e simili ( cfr. inoltre Desport).
Con una operazione in larga misura retrospettiva e anacronistica, la
latinit ellenizzante si sforzer di recuperare entro l'orbita della teoresi
di provenienza greca la cultura delle origini, nel segno d'un incontro im-
possibile: tra Numa Pompilio e Pitagora. Sulla tradizione dellarcaico pi-
tagorismo romano seguiamo l'ottima e prudente disamina di Garbarino.
Utili anche gli ampi inquadramenti di Ferrero ( pp. 108- 74) e di Grimal,
1981, pp. 208- 17, la sintesi di Andr, 1977, pp. 27- 31, e la messa a
punto di Vitucci.
La leggenda dei rapporti tra Numa Pompilio e Pitagora, riferita da un
buon numero di testimonianze ( T 4- 20 in Garbarino, I, pp. 53- 62) e
sconfessata per il suo palese anacronismo a pi riprese da Cicerone ( De
or. 2, 154; R. p. 2, 28 s.; Tusc. 4, 3; cfr. inoltre Dion. Hal., Ant. Rom.
2, 59; Liv. I 18, 1; Plut. Numa 1, 1 ss.; ecc.), sintomatica riguardo al
tentativo di nobilitare con una patente filosofica le origini di Roma. Me-
glio di ogni altra scuola si presta, per le sue connessioni magno- greche e,
in senso lato, italiche, il pitagorismo ( Cic. Sen. 78: Pythagoram Pythago-
reosque, incolas paene nostros, qui essent Italici philosophi quondam
nominati), che effettivamente dal sec. IV in rapporto storico con la
cultura romana, come in particolare suffraga l'erezione di una statua a
Pitagora sapientissimus durante le guerre sannitiche ( T 21, 22 in Garba-
rino, I, pp. 62 s.).
Forse greca, forse dovuta ad Aristosseno, la leggenda sui rapporti
Numa- Pitagora ( Ferrero, pp. 142- 52; Garbarino, II, p. 237) proietta il
recente nel passato. La contestazione di Cicerone smussa l'anacronismo
nelle sue parti palesemente insostenibili ma non lo smantella del tutto,
collocando all'avvento della repubblica, dunque tra secc. VI e V, una
situazione attendibile solo due secoli dopo ( Tusc. 4, 2). Tusc. 4, 4 indica
in effetti il primo raccordo tra dottrina greca e letteratura latina nel car-
men di Appio Claudio: mihi quidem Appi Caeci carmen, quod valde Pa-
naetius laudat epistola quadam quae est ad Q. Tuberonem, Pythago-
reum videtur. Lepoca in cui vive Appio, censore nel 312, del tutto
idonea ormai a giustificare inussi pitagorici in un autore latino, e c'
chi, come il Ferrero ( pp. 152- 74), si pronuncia decisamente a favore del
dato ciceroniano. I frustuli gnomici a noi rimasti del carmen, tanto scarsi
quanto famosi, sono metrici o metricamente riducibili ( frr. 1- 3 Morel);
ma dopo quanto osservato sull'arcaico carmen italico non tanto questo
il motivo che induce a tenerli ai margini della presente sintesi quanto il
loro contenuto: evidente il carattere proverbiale di queste sentenze,
manifestazioni di una saggezza pratica, concreta, popolare. Le idee in
esse espresse non suggeriscono una derivazione da un particolare mbito
filosoco ( Garbarino, II, p. 225; cfr. Herrmann, pp. 255- 59; D'IppoIi-
to, p. 66).
Pi interessanti riessioni consente il problematico episodio ( fonti es-
senziali Cassio Emina in Plin. N. h. XIII 27 ( 13), 84- 86, e soprattutto
La prosa filosofica, scientifica, epistolare 147
Liv. XL 29, 3- 14, sulla prevalente scorta di Valerio Anziate: il comples-
so delle testimonianze in Garbarino I, T 26- 37; II, pp. 244- 258) dei li-
bri di Numa dissotterrati nel 181 presso il Gianicolo accanto al presun-
to sarcofago dell'antico re di Roma. Secondo il pi dettagliato racconto
liviano ( loc. cit., 7 s.) si sarebbe trattato di sette libri Latini de iure pon-
ticio e sette Graeci de disciplina sapientiae, quae illius aetatis esse po-
tuit, di contenuto pitagorico a detta di Valerio Anziate. Apparsi eversivi
nei confronti della religione ufciale ( siamo a cinque anni dal senatu-
sconsultum de Bacchanalibusl), sarebbero stati pubblicamente bruciati.
Il falso evidente dell'attribuzione a Numa e della connessione Numa- Pi-
tagora non infirma, anzi corrobora la storicit dell'episodio riconducen-
doci, con precisi elementi di fatto, al clima pitagorizzante sopra conside-
rato. Sebbene la trattazione dei temi pi prettamente filosofici sia de-
mandata ai libri in lingua greca, implicazioni filosofiche sono postulabili
anche nei sette libri in latino: proprio il raccordo tra pitagorismo e testi
di ius pontificium ascritti per di pi a Numa, venerato fondatore del col-
legio sacerdotale, poteva apparire agli occhi dei conservatori un tentativo
condannabile di razionalizzare in termini filosofici la religione tradizio-
nale.
Col sec. Il a. C. troviamo dunque gi aperti tre possibili percorsi per
la pratica in Roma di una scrittura in senso lato filosoca: il tracciato
della saggezza ancestrale, all'insegna del mos maiorum, e le due direzio-
ni in cui invece si esercita la spinta della cultura greca, verso il mistici-
smo pitagorizzante e verso Pinterpretazione razionalistica. Non sorpren-
de incontrare sulla prima linea il pi tenace fautore della conservazione,
M. Porcio Catone ( 234- 149) e sulle altre due ( tutt'altro che incompatibi-
li tra loro, come si vedr) Quinto Ennio, l'intellettuale pi prestigioso
dell'ambiente filellenico.
Sulla struttura ritmica del carmen de moribus catoniano, di cui Gell.
XI 2 ricorda cinque brevi sentenze, non mancata discussione, sebbene
i pi si orientino per la non- prosasticit ( Pighi ha proposto una ricostru-
zione in saturni), che caratterizzer anche, assai pi tardi, i fortunatissi-
mi Disticha apocrifi. Nello stesso solco del carmen Appi, anche lo gno-
mologio catoniano non tanto per il fattore metrico quanto per lo spiccio-
lo moralismo sorava la filosofia, non ci entrava ( Della Corte, 19692,
p. 111), schivando deliberatamente ogni intimo contatto col pensiero
greco ( per l'inuenza della diatriba, Oltramare, pp. 81- 8).
Sull'altro fronte, con Ennio ( 239- 169), l'apertura a quel pensiero non
potrebbe essere pi schietta e disinvolta, con opzioni teoretiche non faci-
li da ridurre, in prima analisi, entro un piano coerente. Come osserva
Grimal ( 1981, pp. 207 s.):
A dire il vero l'idea che possiamo farci della filosofia di Ennio piuttosto
vaga e pu perfino sconcertare, ma pone problemi che non del tutto ozioso
cercare di delineare. Ci si potr chiedere che cosa possano avere in comune la
metempsicosi pitagorica, una filosofia monista della natura e la negazione della
divinit degli di e delle dee dell'Olimpo tradizionale. Stando alle classificazioni
abituali, potremmo dire che vi si scorgono, uno accanto all'altro o anche confusi
tra di loro, alcuni elementi di tendenza platonica, altri che possono rifarsi allo
148 LA PRosA LATINA
stoicismo, altri ancora propri della dottrina epicurea [. . .] Ma se si tiene presen-
te la storia della filosofia dell'inizio del II secolo prima della nostra era, ci si
accorge che quegli elementi diversi si conciliano molto bene [. . .] Non meno
significativo che Ennio abbia avuto a che fare col sincretismo che andava for-
mandosi all'intemo della Stoa e che tanta inuenza eserciter sul pensiero roma-
no successivo.
Anzitutto, la diversit degli orientamenti filosofici esperiti si lascia ri-
condurre a quell'ideale alessandrino di varietas ben indicato da Mariotti
( pp. 99- 142) alla base della poetica enniana. Va poi detto che su tale
diversit pesano ragioni diacroniche e condizionamenti di genere. Stu-
di recenti ( segnatamente Garbarino, II, pp. 304 s.; Novara, I, pp. 90 s.)
convengono sostanzialmente nel giudicare le operette filosofiche di En-
nio ( Epicharmus, Euhemerus; troppo poco si pu dire del Protrepticus)
non coeve ma anteriori rispetto agli Annales. I titoli greci meglio con-
vengono al periodo che precede la cittadinanza romana, conferita al poe-
ta nel 184, mentre gli Annales sono il maturo prodotto d'un autore che
ormai si sente non pi Rudino: meno propenso, negli anni della vec-
chiaia ( e della reazione catoniana), a contestare la religiosit tradiziona-
le. Nemmeno ci sembra trascurabile il fatto che siano poetici i testi pi
pervasi di misticismo pitagorizzante ( l'Epicharmus, il celebre proemio al
I. I degli Annales). Nel proemio degli Annales ( F 232- 235 Garbarino) la
dottrina della metempsicosi audacemente asservita al topos onirico del-
l'ispirazione artistica, ma conciliata, senza particolari scrupoli d ortodos-
sia, con le ataviche credenze sull'aldil ( Mariotti, p. 64; Garbarino, II,
pp. 273 s.). Gi prima del poema, probabilmente, il motivo esiodeo- calli-
macheo riceve il collaudo nell'Epicharmus ( F 250- 259 Garbarino). Qui
tuttavia ~ se, come i frammenti lasciano arguire, si trattava, in anticipo
su Lucrezio, d'un piccolo magi cpioeorg in versi ( Ferrero, pp. 207 s.;
Garbarino, II, pp. 276- 89) - il rapporto tra arte e filosofia doveva essere
inverso: l'espediente dell'ispirazione onirica al servizio della tematica
esoterica.
Un Ennio alla ricerca dunque, instancabile sperimentatore di forme e
di contenuti: e, ci che a noi pi interessa, pronto a farsi pioniere della
prosa letteraria latina per affermare, libero dai condizionamenti del va-
tes, il suo pi genuino habitus mentale: che quello del razionalista or-
goglioso di poter insegnare ai Romani, grazie anche agli appoggi politici
di cui gode, qualche anticonformistico portato della oocpa ( Flores, pp.
89 s.). Se in altre opere minori, specie nelle Saturae, emergono spunti
diatribici di sapore cinico ( Garbarino, II, pp. 308- 12), sono i frammenti
dell'Euhemerus a contraddire frontalmente le credenze pi difese dai tra-
dizionalisti: la scelta di vertere - in prosa ( cfr. specialmente Pasquali;
Laughton; altra bibliografia in Garbarino, Il, p. 290 n. 2) - la 'leo tva-
yootcp di Evemero di Messene appare una decisa presa di posizione nei
loro confronti, in anni in cui ci non era ancora rischioso ( prima, da
credere, dello scandalo dei Baccanali e del rogo initto ai libri di Nu-
ma). Levemerismo porta in prima linea la polemica antimitologica; e i
frammenti enniani salvati da Lattanzio ( F 260- 272 Garbarino; cfr. inol-
tre T 49- 54 e le attente disamine di Garbarino, II, pp. 289- 308, e Nova-
La prosa filosofica, scientifica, epistolare 149
ra, I, pp. 81- 5) ne sono precisi esempi: al centro la stirpe di Giove e
Giove soprattutto, uomo, re e benefattore autodivinizzatosi ( F 270) ma
sepolto in terra ( F 271).
La corrosione razionalistica patita dal concetto tradizionale di divini-
t non sorprende pi che tanto, se riportata al modello ellenistico e al
suo contesto culturale; mentre di forte e provocatorio impatto si carica il
suo trapianto a Roma per opera di Ennio ( Vallauri, pp. 18- 21). Possia-
mo ben convenire con Garbarino ( II, p. 307):
sembra insomma che con l'Euhemerus Ennio tendesse in un certo senso a sgom-
brare il campo dalla religione tradizionale basata sulla mitologia, per sostituire a
essa un'altra religiosit che egli considerava fondata losocamente e che aveva
( 0 avrebbe) espresso in altre opere. Un aspetto di questa religiosit doveva esse-
re appunto la credenza nell'immortalit astrale riservata alle anime degli uomini
grandi. Ed ragionevole supporre che in questo contesto, cio in un contesto
mistico- pitagorico, e non alla luce del razionalismo evemeristico, Ennio giusti-
casse la divinizzazione di Scipione.
In tale prospettiva critica non ha senso tacciare d'incoerenza Ennio
giustapponendo il dissacratore ateo ( gi nel giudizio degli antichi a
partire da Cic. N. d. 1, 119: Garbarino, II, p. 301, nn. 7, 8) dell'Euhe-
merus e il mistico pitagorizzante dell'Epicharmus. Solidali comunque nel
rifiuto della religione ufficiale, i due atteggiamenti appaiono ( Ferrero,
pp. 205- 13; Garbarino II, pp. 288 s.; Novara I, pp. 87- 9) tutt'altro che
irriducibili, anzi in certa misura complementari. L'Euhemerus proba-
bilmente spregiudicata premessa, la prima pietra di quella filosofia dei
lumi di cui parla, a proposito d'Ennio, Novara, I, p. 91: il primo testo
latino ove si afferma l'idea del progresso sotto la forma d'una storia del-
la civilt ai suoi inizi.
Possiamo allora spingerci no al punto di considerare compiuta la
ricerca esperita da Ennio, assumendolo come efioetfyg della prosa filoso-
fica latina? Non il caso: l'operazione dell'Euhemerus vale pi come
pars destruens che construens, ricca di implicazioni ma non, a quanto
appare dai frammenti, di strutturazioni teoretiche. E anche sul piano sti-
listico la sua paratassi naive, affettante forse insieme, in pungente con-
trasto col razionalismo della dottrina, la dimessa cronaca pontificale e,
tramite il modello ellenistico, gli antichi logoi ionici, ci porta in direzione
d'un genere che non il losofico ma lo storiografico ( cfr. Norden,
1929, pp. 374- 7; Fraenkel, pp. 50- 6).
Gi alle sue primissime prove, l'espressione in lingua latina di una
tematica ( anche in senso lato) filosofica parrebbe dislocata o limitata o
comunque condizionata da istanze eteronome: un fenomeno che si lasce-
r meglio apprezzare pi avanti, ma che n d'ora si mostra legato alla
scarsa attitudine e propensione della cultura romana per una produzione
scritta comandata da finalit puramente speculative ( pur sempre Ennio
l'autore della su citata sentenza di Neottolemo). Sta di fatto che l'esperi-
mento dell'Euhemerus rimane un episodio isolato nel corso di un secolo
come il II a.C. pur cos denso di incontri e impatti col mondo intellettua-
le greco. N si pu attribuire tutta la responsabilit di ci alla pressione
150 LA PROSA LATINA
di Catone e alle remore conservatrici dell'ambiente di homines novi ch'e-
gli capeggia. Perfino l'idealizzato Lelio Sapiens di Cicerone, l'intimo
amico del filelleno pi eminente, Scipione Emiliano, sottoscriver in
R. p. 1, 30 l'adesione di Sesto Elio Peto alla sentenza di Neottolemo ( cfr.
Garbarino, II, pp. 430 s.). All'indagine di Garbarino conviene rinviare
chi desideri seguire da presso le linee di pensiero e le tensioni di vario
segno che compongono il mosso panorama del periodo ( cfr. anche An-
dr, 1977, pp. 31- 49): dal Catone reazionario eppure talent- scout di
Ennio, conteso nel giudizio dei posteri fra il ritratto di Cornelio Nepote e
quello del De senectute ciceroniano ( Garbarino, II, pp. 313- 48), all'alta-
lena di ambascerie ed espulsioni di loso greci a Roma, ai complessi
problemi storiografici e culturali posti, fra realt e trasfigurazioni, dal
cosiddetto circolo scipionico ( Garbarino, I, pp. 13- 49; II, pp. 380-
445).
Ai nostri ni interessa soprattutto il contrastato arrivo dei loso
greci nell'Urbe. Se il pitagorismo e l'evemerismo fino alla generazione
enniana sono per i Romani di estrazione magnogreca, dall'indomani di
Pidna ( 168 a. C.), dominato dall'emblematica personalit di L. Emilio
Paolo padre di Scipione, afuisce a Roma direttamente la Graecia capta,
rivelando a un pubblico perlopi affatto digiuno di filosofia i grandi si-
stemi di pensiero ellenistici. Apre la via, poco dopo Pidna probabilmen-
te, Fambasceria di Cratete di Mallo, grammatico ma anche filosofo stoi-
co ( maestro, tra l'altro, di Panezio: Garbarino, II, pp. 356- 62).
Un episodio da non sopravvalutare ( perch riguarda solo una lite)
ma nemmeno da sottovalutare appartiene ancora all'immediato dopo-
Pidna: la biblioteca dello sconfitto re macedone Perseo fatta trasportare
a Roma dal vincitore Emilio Paolo ( T 70 s. Garbarino) per l'educazione
dei gli. Della Corte ( 1971) compie una probabile ricostruzione della
biblioteca e, tra gli apporti da essa forniti alla cultura dell'ambiente sci-
pionico, ipotizza l'impronta d'uno stoicismo ancora astretto all'ortodos-
sia zenoniana.
La vera svolta si ha nel 155, con un evento di assai maggiore portata
e incidenza: la celeberrima missione dei tre loso, Carneade accademi-
co, Diogene stoico, Critolao peripatetico, inviati a Roma dagli Ateniesi
per perorare il condono di una multa ( T 77- 91 Garbarino). Si tratta d'u-
na vicenda per molti rispetti esemplare e illuminante: i tre hanno lustro
come loso ma giungono in veste ufciale di oratori per trattare di una
questioncella politica; per la prima volta ai Romani si propongono di
fronte e a fronte, nelle persone dei pi illustri esponenti, tre delle quat-
tro principali scuole ateniesi; non pu non essere significativa l'assenza
della quarta, l'epicureismo; le reazioni allambasceria sono tutt'altro che
univoche. Come gi nel caso di Cratete la professione di filosoa non
la ragione diretta dell'ambasceria e nemmeno, a quanto pare, la pi ap-
prezzata: i molti che, tutt'al contrario del vecchio Catone, si entusiasma-
rono ammirarono specialmente i tre diversi talenti oratorii dei conferen-
zieri ( T 78, 88 Garbarino). L'uditorio non aveva n il tempo n la pre-
parazione n la duttilit occorrenti per assorbire senza sconcerto i punti-
gliosi 'distinguo' e i repentini scarti teoretici tra una dottrina e l'altra; e
La prosa filosofica, scientifica, epistolare 151
tanto pi grande dovette essere lo sconcerto davanti all'aporetica d'un
Carneade virtuoso solista in utramque partem su un tema di cos scot-
tante rilevanza politica quale la giustizia ( T 80- 82 Garbarino; cfr. Gar-
barino, II, pp. 362- 70). L'anticipata partenza dei tre loso caldeggiata
da Catone ( T 86 Garbarino) si inserisce nel clima diffuso di sospetto e
di fastidio per la doctrina adventicia ( Cic. De or. 3, 135), sia per il te-
muto incentivo al disimpegno ( Andr, 1966, pp. 42- 5) sia per le perico-
lose collusioni ravvisate tra acume teoretico, abilit dialettica e bravura
oratoria. Non un caso che gi sei anni prima, nel 161 ( T 76 Garbari-
no), un bando generalizzato avesse colpito a un tempo loso e retori
( evidentemente greci: Garbarino, II, pp. 370 s.).
Se questi episodi di intolleranza innescano il contrasto tra innovatori
e conservatori, pi unitario ed esteso sembra essere stato nella classe di-
rigente il fronte del riuto nei riguardi della quarta scuola, l'epicurei-
smo: prevenzioni di antica data, a giudicare dall'aneddoto su Fabrizio
scandalizzato nell'apprendere alla corte del re Pirro gli elementi essenzia-
li di quella dottrina ( T 24 s. Garbarino). Lesclusione dell'esponente epi-
cureo dall'ambasceria del 155 pu essere variamente motivata ( Garbari-
no, II, p. 378, n. 2): comunque verosimile che gli Ateniesi abbiano
giudicato poco producente e costruttivo inviarlo. L'isolamento della
scuola negli ambienti politici ( che non va per preso come sintomo d'im-
popolarit, specie tra i giovani: Paratore, 1960, pp. 83- 7; Andr, 1966,
pp. 209- 13; Gigante, pp. 13 s.) testimoniato dal bando che nel 173 o
nel 154 ( T 73- 75 Garbarino: discussione cronologica in Garbarino, II,
pp. 374- 9) colpisce a parte gli epicurei Alcio e Filisco perch insegnava-
no i piaceri. Per una volta il moralismo catoniano, che traspare dietro
la sanzione, potrebbe avere trovato intesa con l'attivismo stoicizzante
dell'ambiente lelleno.
Nemmeno tuttavia il caso di sopravvalutare - dando troppo credito
al nostro spesso unico informatore e interprete, Cicerone - l'influsso
stoico sulla mentalit, la cultura e la letteratura romana dell'epoca ( cfr.
il quadro tracciato da Pohlenz, I, pp. 535 ss.; una lucida posizione in
Iocelyn, 1977, p. 327: a p. 343 la preponderanza nel Brutus di oratori
vicini allo stoicismo viene spiegata con ragioni tecniche estranee a un
eventuale preminente influsso di quella scuola). Da un lato Cicerone
stesso segnala il prestigio goduto in Roma da loso d'altra scuola ( per
esempio, l'accademico Clitomaco, in rapporti con L. Marcio Censorino e
il poeta Lucilio: T 92, 210 Garbarino; cfr. Garbarino, II, pp. 470 s.);
dall'altro, conviene alquanto ridimensionare le conseguenze filosofiche
delle amicizie stoiche intrattenute da illustri personaggi romani: il caso
di gran lunga pi importante riguarda Scipione Emiliano ( col suo vasto
entourage) e Panezio di Rodi, ma si pensi anche a Tiberio Gracco e
Blossio di Cuma ( opportune riconsiderazioni ancora in Garbarino, II, pp.
380- 458: cfr. T 93- 199 Garbarino). Persino nei due pi strenui discepoli
romani di Panezio, Q. Elio Tuberone e P. Rutilio Rufo, lopzione stoica,
che pur si fa coerente regola di vita, non approda ad alcun tangibile esi-
to speculativo. Le uniche opere filosofiche cui resti legato il nome di Tu-
berone lo vedono in veste di dedicatario ( autori Panezio ed Ecatone di
152 LA PRosA LATINA
Rodi: T 165- 168 Garbarino). E Rutilio stesso, storiografo in greco e au-
tobiografo in latino, non ha lasciato nulla che si possa direttamente ri-
condurre alla dottrina professata ( Garbarino, II, pp. 443 s.).
Va infine messo nel dovuto risalto il debito contratto fuori della
scuola stoica, soprattutto nei confronti del Peripato, dal diritto romano,
che proprio in questo periodo sta producendo il primo poderoso sforzo
sistematico. Il rigore logico della diairetica greca ( tecnica di classificazio-
ne per generi e specie) riceve un energico investimento funzionale, for-
nendo schemi operativi che rimarranno efficaci per gli ulteriori sviluppi
della giurisprudenza latina ( si confrontino i Topica di Cicerone). Emi-
nente l'apporto in tal senso di Q. Mucio Scevola il Pontefice, oratore e
autore d'un corpus in 18 libri di ius civile ( cfr. Talamanca, in partic. pp.
211 ss.).
Nato troppo tardi ( intorno al 140) per essere in rapporti significativi
con lEmiliano ( + 129) ma non per respirare la cultura del suo entoura-
ge e per rifarsi all'insegnamento paneziano ( almeno attraverso l'intima
amicizia con Rutilio Rufo), Scevola ( che cadr vittima dei mariani
nell'82) anche lunico personaggio dell'ambiente filosofico del quale sia
noto ( F. 310 Garbarino) un impegno produttivo in campo filosofico. Se
abbia scritto un'opera specica e se questa fosse in prosa latina impos-
sibile dire, dato il carattere indiretto della testimonianza agostiniana
( C.D. IV 27, 1 ss.) attinta a Varrone. In ogni caso sarebbe l'eccezione
che conferma la regola: la classe dirigente romana ha un concetto stru-
mentale ed eteronomo dell'attivit filosoca e prende le distanze se la
coglie in conitto con la ragion di Stato. Come noto ( Boyanc, 1972,
pp. 58- 62; Lieberg, pp. 106- 15; Garbarino, II, pp. 476- 81), Scevola il
primo a far conoscere tra i Romani lo schema ( ripreso poi da Varrone)
dei tria genera theologiae, a poetis a philosophis a principibus civitatis:
dottrina ( forse non esclusivamente) stoica. Dopo Ennio, Scevola: il sec.
II si apre e si chiude con due sporadici saggi di divulgazione teologica. E
l'analogia col pensiero di Ennio non finisce qui: anche Scevola fa un
preciso richiamo alla teoria evemeristica e critica il mito antropomorfico.
Solo che il suo razionalismo ancora pi spregiudicato e si ritorce con-
tro le stesse proprie matrici teoretiche: le speculazioni dei loso in ma-
teria religiosa o sono superue o hanno dannosi risvolti politici; meglio
non farle conoscere ai popoli, che conviene lasciare nell'inganno dei culti
ufficiali. Religione come instrumentum regni: riecheggia lo scetticismo di
Panezio ( Garbarino, II, pp. 479 s.) e, pi puntualmente, quello dell'altro
eminente intellettuale greco vicino a Scipione, Polibio ( VI 56, 6- 12, col
commento di Walbank, I, pp. 741 s.).
In una certa misura, il filellenismo scipionico si trasmette, tra i secc.
Il e I, al circolo di Q. Lutazio Catulo - anch'egli uomo di guerra e di
lettere ( Garbarino, II, pp. 481 s.) _ ma con interessi pi diretti alla poe-
sia che non alla filosofia ellenistica. Come gi per l'Emiliano e i suoi
amici, pure per Catulo bisogna valutare con cautela l'immagine offerta
da Cicerone ( cfr. Alfonsi, 1960).
In contrasto singolare coi vuoti emersi in questo panorama sta - con-
fermando nuovamente il comportamento atipico e isolato della scuola -
La prosa filosoca, scientifica, epistolare 153
la produzione epicurea romana, per quel poco che se ne riesce a discer-
nere dalle sprezzanti stroncature ciceroniane ( T 205- 209 Garbarino),
contenute soprattutto nei proemi delle Tusculanae. Cicerone avverte con
imbarazzo l'incongruenza d'una letteratura filosoca in lingua latina ine-
sistente o quasi nell'ambito delle tre scuole pi accreditate politicamente
e viceversa coltivata con larghezza e successo proprio entro quella meno
compatibile con l'ottica della classe dirigente. Di fronte all'aporia reagi-
sce in modo capzioso e denigratorio: i cultori romani illius verae elegan-
tisque philosophiae non hanno lasciato traccia scritta del loro sapere o
perch troppo presi dal grande impegno politico o perch persuasi di
non poter istruire gli ignoranti ( Tusc. 4, 6); nel loro vuoto si sono inseri-
ti gli epicurei contando sulla facile presa popolare del loro edonismo
( ibid.), ma la loro ampia produzione affatto destituita di ars e dignit
letteraria ( Acad. 1, 5; Tusc. 1, 6) e perci non merita nemmeno d'essere
definita filosofica n d'essere letta da alcuno ( incluso lo stesso Cicerone)
al di fuori del ghetto epicureo ( Tusc. 1, 6; 2, 7 s.). Le conclusioni
sono quelle citate da noi all'inizio, da cui l'Arpinate trae la patente per
la propria scrittura filosoca: philosophia iacuit usque ad hanc aetatem
nec ullum habuit lumen litterarum Latinarum: quae monstranda et exci-
tanda nobis est ( Tusc. 1, 5).
Sotto il peso di questa denigrazione, non esente da menzogne ( Cice-
rone non pu non aver letto gli autori da lui stroncati: Gigante, pp. 15-
9), e della ben altrimenti fascinosa ars lucreziana, ha fatto totale naufra-
gio la prosa epicurea latina del periodo pre- ciceroniano: perdita non lie-
ve sia in se stessa sia perch ci sottrae un background tecnico che sareb-
be stato certo utile per misurare non solo Lucrezio ma lo stesso Cicero-
ne.
Dei molti autori di quella letteratura, diffusasi - come ammette Cice-
rone ( Tusc. 4, 7) - in tutta Italia, non resta che qualche nome, di crono-
logia incerta ( Garbarino, II, pp. 458- 70; a p. 462, n. 6 altra bibliogra-
fia). Fatto cenno a T. Albucio, il primo epicureo romano, filelleno cos
spinto da incontrare l'ostilit dello stesso ambiente scipionico, forse ari-
dus precursore della poesia didascalica di Lucrezio ( T 200- 204 Garbari-
no), la principale menzione spetta a C. Amanio, pi probabilmente atti-
vo verso la fine del sec. II. Il fatto che soprattutto su di lui s'appunti la
freccia avvelenata di Cicerone ( T 205- 207 Garbarino) dimostra l'impor-
tanza del bersaglio da abbattere. Gli viene contestato di essere malus
verborum interpres ( come ammette Cassio in Fam. XV 19, 2) e, per boc-
ca di Varrone ( Acad. 1, 5), di disputare nulla arte adhibita de rebus
ante oculos positis vulgari sermone, senza la minima cura stilistica e re-
torica. Se Lucrezio, grande poeta, pu a buon diritto ignorare il prece-
dente prosastico di Amafinio ( cfr. R. n. 1, 136 ss.; 922 ss.; 5, 335 ss.;
Paratore, 1976, pp. 321 s.), Cicerone, per valorizzare appieno la propria
originalit, costretto a calpestarne la memoria: non perseguendo il fine
della Kunstprosa, l'opera di Amafinio non va considerata nemmeno
prosa, luogo della consapevolezza letteraria, valutabile secondo para-
metri retorici e stilistici ( Tusc. 1, 6). Ma l'eteronomia della scrittura filo-
sofica una premessa irrinunciabile per Cicerone, mentre forse proprio
154 LA PRosA LATINA
la prosa referenziale di Amafinio e seguaci seppe farne a meno. L'auc-
toritas dell'Arpinate ha contribuito in misura non secondaria ad affossa-
re ben presto il diritto alla vita d'un genere in lingua latina dedito to-
talmente ed esclusivamente a registrare e comunicare la cogitatio loso-
ca. Evince Gigante ( p. 18):
Dalla critica ciceroniana possiamo dedurre la principale caratteristica dell'0-
pera di Amafinio: esposizione semplice e chiara della dottrina fisica e della dot-
trina morale di Epicuro, senza sottigliezze dialettiche e senza complicazioni ter-
minologiche, in vulgaris sermo, cio in un linguaggio adeguato all'intelligenza
della moltitudine, che ne rimase conquistata [. . .] Il metro academico, con cui
Cicerone giudica e manda Amafinio, , ovviamente, antistorico.
Coi seguaci di Amafinio ( accomunati con lui nella stroncatura cicero-
niana) entriamo certamente nel sec. I a. C. Se di Rabirio possediamo il
solo nome ( Cic. Acad. 1, 5), su Cazio, insubre e morto poco prima del
45 ( i dati in Cic. Fam. XV 16, 1) sappiamo di pi ( Gigante, p. 18): in
quattro libri De rerum natura e De summo bono ( cfr. Porph. ad Hor.
Sat. Il 4,1) divulgava la fisica e l'etica di Epicuro con calchi semantici
irrisi pour cause da Cicerone ( Fam. l.c., spectra Catiana: cfr. la replica
deIl'epicureo Cassio in XV 19, 1, che contrappone ben pi rustici Stoi-
ci). Ma Quintiliano, critico meno prevenuto, gli conceder l'onore di fi-
gurare, unico della sua scuola, nello sparuto drappello dei loso in lin-
gua latina, con un giudizio - levis quidem, sed non iniocundus - che fa
specie se confrontato col drastico lectio sine ulla delectatione con cui
Cicerone ( Tusc. 2, 7) liquida in blocco la produzione epicurea a Roma.
La cronologia di Cazio, che appartiene in pieno allet ciceroniana,
non deve tuttavia ingannare: si tratta di un epigono. La divulgazione del-
l'epicureismo per tutta Italia, in facile prosa latina, vero e proprio feno-
meno di massa, in via di esaurimento, se non gi conclusa ( Cicerone in
Tusc. 4, 6 s. usa i tempi storici: Boyanc, 1970, p. 19, n. 10). Contro
suggestive letture dell'epicureismo romano in chiave democratica ( cfr. la
rec. di Momigliano, 1941, a Farrington; Boyanc, 1970, pp. 20 s.) con-
statiamo in Roma alla met del sec. I una nutrita schiera di adepti nobi-
li, anche negli immediati paraggi di Cicerone ( a partire da T. Pomponio
Attico: l'elenco in Gigante, p. 19); ed epicureo L. Calpurnio Pisone
Cesonino, il grande mecenate della Villa dei Papiri a Ercolano. Lucrezio,
per parte sua, pu affermare con orgoglio che lautentico pensiero del
Maestro tristior. . . retroque volgus abhorret ab hoc ( 1, 943- 945). Ma
nessuno di questi aristocratici arroccamenti fa pi ricca la prosa latina:
con Lucrezio si celebra la trasfigurazione del genere filosofico in poesia
( sintomatica la giustificazione eteronoma prodotta nel seguito del luo-
go citato), mentre l'epicureismo campano appartiene tutto di diritto alla
cultura greca ( Boyanc, 1970, p. 21).
Per ci che riguarda le altre dottrine ellenistiche, la prima met del
sec. I offre certo vigorosi stimoli alla cultura filosofica dei Romani. Su-
perando gli antagonismi che isteriliscono le singole scuole, esercitano il
loro fascino prestigiosi maestri greci quali Antioco di Ascalona e Posido-
nio di Apamea ( Donini 1982, pp. 73- 81 per Antioco, pp. 93 s. per Posi-
La prosa filosofica, scientifica, epistolare 155
donio). La loro lezione, che sarebbe tuttavia sbrigativo definire eclettica,
promuove tra Accademia, Peripato e Stoa spinte al confronto, alla sinte-
si, alla convergenza da cui trarr largo profitto Cicerone. Notevoli pre-
corrimenti di questa duttile mentalit troviamo nella figura del famoso
oratore L. Licinio Crasso. La vasta cultura filosofica da lui esibita nel De
oratore ciceroniano, con punte di preferenza per l'Accademia, resa at-
tendibile da un tirocinio in Asia e ad Atene presso quotati maestri ( an-
che della Stoa e del Peripato: T 218- 223 Garbarino; cfr. Garbarino, II,
pp. 482 s.). Al pensiero di Antioco possiamo con sicurezza ricondurre
l'orientamento filosofico di M. Giunio Bruto ( 80 ca.- 42), il futuro cesari-
cida, tra i pi importanti destinatari e corrispondenti dell'Arpinate. L'ap-
prendistato ad Atene, presso Aristo, fratello di Antioco, alla base della
sua opzione accademica aperta ad altre dottrine, specialmente stoiche
( per le testimonianze cfr. Schanz- Hosius, I, p. 396; Portalupi, pp. 18 s.).
Della sua perduta produzione filosofica Latinis litteris restano i giudizi
molto positivi di Cicerone ( Acad. 1, 12), Quintiliano ( X 1, 123), Tacito
( Dial. 21) e i titoli di tre trattati etici, De virtute ( dedicato nel 45 a
Cicerone che lo ricambia col De finibus: cfr. 1, 8), fregi noufhuovrog o
De officiis ( cfr. Sen. ep. 95, 45; Priscian. GLK 2, p. 199, 8), De patien-
tia ( cfr. Diom. GLK 1, p. 383, 8, con un frammento minimo). In Brut.
120 Cicerone ascrive allo stile filosofico dell'amico le cifre della suavitas
dicendi et copia, strettamente connesse con l'opzione accademica. I tra-
gici eventi che portarono a Filippi hanno precocemente tolto di scena
lunico autore latino concretamente accostabile nell'ambito filosofico,
per cronologia pensiero e stile, all'Arpinate ( Leeman, 1963, pp. 287 s.).
Continuano nel frattempo ad approdare a Roma dall'Oriente greco,
nel bottino dei generali vincitori, libri e anche intere biblioteche di con-
tenuto filosoco. La vicenda pi famosa riguarda le opere di Aristotele,
predate ad Atene da Silla nell'86, dopo complesse peripezie ellenistiche,
e in Asia Minore da Lucullo, l'amico di Antioco di Ascalona. Gi forse
accessibili in qualche misura a Cicerone, le opere acroamatiche saranno
edite a Roma negli ultimi anni della repubblica da Andronico di Rodi:
una svolta decisiva nella storia dell'aristotelismo, perch fu lui con la
sua edizione ad aprire alla posterit l'accesso ad Aristotele ( Dring, p.
50; cfr. Donini, 1982, pp. 81- 92; Canfora, pp. 34- 7, 58- 66, 181- 90;
Gottschalk, pp. 1083 ss.)
Questa ricerca di un genere era partita sulle orme, incerte e a tratti
leggendarie, di Pitagora; e a Pitagora adesso ritorna, per tentare sondag-
gi letterari in un ambiente di difcile accesso. Dopo Ennio, dopo l'em-
blematica distruzione dei libri di Numa, il pitagorismo sembra a Roma
tacere per tutto il resto del sec. II, sommerso ma non spento dalle nuove
tendenze filelleniche ( Ferrero, pp. 236- 64). Dallo stato latente lo riscuo-
te la crisi dei valori politici e degli ideali umani che avevano nutrito
l'epoca scipionica. Gi da tempo il continuo afusso di siriaci, caldei,
egizi aveva portato, a Roma e in Italia, londa del misticismo orientale. A
questa pressione dal basso si erano per molti decenni opposti con suc-
cesso, ai livelli sociali pi elevati, gli argini del tradizionalismo, su un
fianco, del razionalismo, illuminismo, scetticismo, sull'altro. L'istanza
156 LA PROSA LATINA
mistica trova ora spazio anche tra gli aristocratici, specialmente tra quel-
li pi frustrati dalla rivoluzione romana. Per spiegare il processo, non
il caso di invocare specifiche mediazioni filosoche, in particolare il
passe- partout di Posidonio ( Ferrero, pp. 268- 80, fa ancora largo appello
al suo sincretismo stoico- pitagorico , sempre meno attendibile dopo le
recenti revisioni del suo pensiero: Laffranque, p. 526). Molto pi con-
creta , semmai, la funzione ausiliare svolta da un Alessandro Polistore
( Ferrero, pp. 280- 7). Bisogna d'altronde distinguere fin dalle origini nel
pitagorismo l'aspetto propriamente dottrinale matematico e l'aspetto
acusmatico, pratica mistica e religiosa pi che metodo di ricerca filoso-
fica e scientifica. E la tendenza esoterica quella che prevale nel pitagori-
smo romano del sec. I: l'organizzazione dei pitagorici si modella nuova-
mente sull'antico schema della setta misterica e, se perde in vitalit e
forza di penetrazione e prestigio sulla vita pratica della societ, acquista
tuttavia caratteri ben definiti e circoscritti appunto nella sua cristallizza-
zione erudita e chiesastica ( Ferrero, p. 281).
Fatto un cenno a Q. Valerio di Sora ( tutt'uno con l'Edituo del circo-
lo di Lutazio Catulo?), la cui vena mistica, in versi e forse anche in
prosa, variamente collocabile tra Pitagora e la Stoa, bisogna fermarsi
sulla misteriosa e complessa personalit di P. Nigidio Figulo, pythagori-
cus et magus a detta di S. Girolamo ( Chron. Ol. 183, 4 = 45 a. C., che
l'anno della sua fine in esilio). Contemporaneo di Cicerone, presenta
una biograa pi volte tangente a quella dell'Arpinate, che lebbe al fian-
co contro Catilina e nelle file dei pompeiani ( testimonianze in Liuzzi, pp.
18- 27; cfr. Della Casa, pp. 9- 53; Gallotta, in partic. pp. 150- 6). Lapida-
rio l'elogio scritto alla sua morte nel Timaeus, 1: denique sic iudico post
illos nobiles Pythagoreos, quorum disciplina extincta est quodam modo,
cum aliquos saecla in Italia Siciliaque viguisset, hunc extitisse, qui illam
renovaret. Questo ripristino consistette anzitutto nell'organizzare a Ro-
ma, a immagine delle antiche comunit magnogreche, un sodalizio segre-
to ad quem plurimi conveniebant ( con sede forse nella basilica neopita-
gorica di Porta Maggiore), avversato peraltro come factio minus probabi-
lis ( Schol. Bob. ad Cic. In Vatin. 6, 1), certo per il suo carattere iniziati-
co, aristocratico e avulso dalla logica del potere ( Gianola, pp. 49- 58;
Ferrero, pp. 287- 310).
La produzione di Nigidio, densa di esoterica dottrina, si raccorda
strettamente al suo magistero nella setta. Quattro le direttrici ancora ac-
certabili: grammaticale, scientifica, mantica e teologica ( edizione critica
di testimonianze e frammenti in Sw oboda; i frammenti di mantica, con
traduzione italiana, in Liuzzi). La prima, in cui Nigidio fu assai attivo
( almeno 29 libri di Commentarii grammatici: cfr. Della Casa, pp. 55-
99), non ci interessa direttamente, sebbene gli studi sul linguaggio, spe-
cialmente sul problema etimologico, fossero saldamente ancorati tra gli
antichi alla teoria filosofica. Della seconda si accenner a suo tempo
( cfr. infra, p. 187). Collegata con essa, la terza, a met strada tra scienza
e superstizione, alimenta la nomea di magus attestata, tramite Svetonio,
da S. Girolamo, e rivela il confluire nella dottrina nigidiana di inussi
orientali e italici ( Raw son, pp. 309- 12). Abbiamo titoli e frammenti ri-
La prosa filosofica, scientifica, epistolare 157
guardanti l'auspicio, l'extispicio, il linguaggio fulgurale, interpretato so-
prattutto nel calendario brontoscopico tratto dai libri etruschi di Tagete
e trasmessoci da Giovanni Lido ( De ostentis 27 s.; cfr. 45); all'astrolo-
gia orientale si rif la Sphaera, Graecanica e barbarica, opera catasteri-
stica e oroscopica ( un campo in cui Nigidio ebbe fama: cfr. Lucan. 1,
639- 672; Suet. Aug. 94, 6). Il filone teologico, che ci riporta al prece-
dente enniano, quello in cui meglio appare il misticismo pitagorico
( Della Casa, pp. 130- 8): comprendeva almeno 19 . libri De diis ( cfr.
Macr. Sat. III 4, 6), con spunti escatologici, orfici e stoici ( le anime divi-
nizzate, le et degli dei, l'ekpyrosis). La tradizione indiretta ci restituisce
gli argomenti, non lo stile della trattatistica di Nigidio. Che si adeguasse
in astrusit ed esoterismo ai contenuti, lascia capire Gellio ( XIX 14, 3):
pur equiparando pi volte in polymathia Nigidio a Varrone, ne contrap-
pone il Nachleben: Nigidianae autem commentationes non proinde in
volgus exeunt et obscuritas subtilitasque earum tamquam parum utilis
derelicta est. Un esito peraltro conforme alle scelte di vita dell'uomo,
impopolari e senza compromessi, fino alla morte in esilio.
Oscura rimane la collocazione d'un'altra setta pitagorica, i genethlia-
ci, di cui parla Varrone nel De gente populi Romani ( cfr. Augustin. C.D.
22, 28); sappiamo solo che al centro dei loro libri era il dogma della
palingenesi ( Gianola, pp. 45- 9). Della setta sestiana, ponte tra il pitago-
rismo repubblicano e lo stoicismo imperiale, diremo pi avanti ( cfr. in-
fra, pp. 173- 5).
Sull'ispirazione platonica e pitagorizzante della storiografia sallustia-
na ( anche con spunti stoici, specie nei proemi delle due monografie),
molto si scritto e discusso ( Andre, 1977, pp. 50- 2). Agisce certo l'indi-
mostrabile suggestione ( Ferrero, pp. 310- 9) che lo storico sia tutt'uno
col poeta degli Empedoclea ( cfr. Cic. Ad Q. fr. Il 9, 3) e coll'adepto al
sodalicium nigidiano ( Pseudo- Cic. In Sallust. 5, 14). E, come in tutti i
casi di difficile accertamento d'un pedigree filosofico, s' invocata la fon-
te posidoniana. Per parte nostra, la disamina pi lucida rimane quella di
La Penna, pp. 34- 50, di cui basti riportare una conclusione ( p. 45 s.):
Di fronte a Cicerone, che nell'ultimo periodo della sua vita non sempre
seppe resistere a tentazioni escatologiche o all'ideale della quiete interio-
re, Sallustio pi saldamente legato ad un ceppo romano solo superfi-
cialmente intaccato dalla filosofia greca e per niente da inuenze religio-
S6.
Resta, dei grandi repubblicani coevi a Cicerone, ancora un nome,
quello del sommo poligrafo M. Terenzio Varrone reatino ( 116- 27). Ma
giova subito premettere che nemmeno con lui - nonostante la vasta cul-
tura filosofica - si entra nel genere ma semmai se ne esce, in direzione
dell'enciclopedia e della divulgazione teoreticamente elastica. Davvero
paradigmatica della pi diffusa mentalit romana la neutralit, se non
indifferenza, con cui nell'arco d'una lunghissima vita e d'una portentosa
attivit letteraria ed erudita Varrone assorbe e cerca di conciliare le pi
varie esperienze e inuenze del pensiero greco ( Cbe, I, p. 137; Andr,
1977, pp. 52 s.).
All'origine anche per lui la lezione accademica di Antioco di Asca-
158 LA PRosA LATINA
lona, gi ascoltato forse in Roma nell'88 insieme al rivale Filone di La-
rissa ( l'orma di Antioco su Varrone fortemente rilevata da Boyanc,
1972; 1976). Dall'84 all'82 .Varrone ad Atene, ove frequenta con con-
tinuit la scuola di Antioco ( Della Corte, 19702, pp. 39- 49). La vetus
Academia di Antioco, conciliante Platone con Aristotele ed entrambi con
gli stoici, rappresenta una reazione in senso dogmatico alle aporie dello
scetticismo e del probabilismo ( la nuova Accademia di Arcesilao Car-
neade Filone), ma offre anche ai discepoli romani un comodo crocevia
intellettuale ove acquisire, senza timore di vicoli ciechi, il sapere loso-
co. Poco profondo pensatore ma generoso ed entusiasta indagatore di
problemi culturali ( Della Corte, 19702, p. 41), Varrone d nelle Satire
Menippee, composte subito dopo l'apprendistato ateniese, il saggio gi
evidente del suo habitus mentale. Non perdiamo di vista che Varrone
non un filosofo professionale, ma un letterato che si serve della loso-
fia e desidera, nelle Menippee, rivelarla ai suoi compatrioti, divertendoli
al tempo stesso e moralizzandoli ( Cbe, I, p. 138). Indossati i panni
prosimetrici del divulgatore cinico ( Oltramare, pp. 97- 110), testimonia
la sua sostanziale equidistanza rispetto a tutte le scuole di pensiero, ap-
prezzandole nei loro tratti sovrapponibili e irridendo, per contro, ai loro
irrigidimenti dogmatici e settari ( cfr. Mras). Ci vale per lo stoicismo ( F
245, 483 Buecheler), per Fepicureismo, in cui sa ben distinguere la dot-
trina originaria dalle degeneri applicazioni ( F 315, 403 B), per l'Accade-
mia, in cui, fresco della lezione di Antioco, colpisce con asprezza lo scet-
ticismo di Carneade ( F 483 s. B), per il Peripato ( F 84 B: cfr. Cbe, III,
pp. 365- 70). Ma non per questo bisogna vedere in lui un cinico militante
( Cbe, I, III p. 137; III, pp. 346- 8) n un convinto pitagorico ( Cbe, II,
p. 149; III, p. 336). I suoi strali vanno alle risse, alle logomachie che
oppongono l'un genus cptltow gov all'altro ( F 43, 210, 243 B). E cos
alla lode della filosofia attica, nutrice della cana veritas ( F 141 B) nel
nome di Socrate ( F 6, 99 B), contrappone il sarcasmo in blocco per i
vaneggiamenti dei loso ( F 122 B: cfr. Cbe I, pp. 115 s.).
Il punto sull'attivit losoca varroniana fino al 45 e sui suoi limiti
negli Acad. post. di Cicerone ( Kumaniecki, in partic. p. 240) che proprio
a Varrone affidano le partes Antiochinae, l'espressione del pensiero di
Antioco ( cfr. Fam. IX 8, 1) ma prima gli muovono l'appunto di trascura-
re, nonostante l'alacrit di scrittore e l'eccellente competenza, il genus
della prosa losoca Latinis litteris ( Acad. 1, 3; 1, 9). La replica posta
in bocca a Varrone pare rispecchiare fedelmente le sue idee ( 1, 8): tra-
mite lo cmouaioyltotov menippeo, le laudationes ( probabilmente le
Imagines), i proemi delle Antiquitates, si prefisso di rendere le temati-
che losofiche accessibili ai minus docti. E un effetto che al tempo di
Gellio ( cfr. XIX 14, 2) continua a prodursi, e che d al suo autore pre-
stigio di "filosofo" ancora nel sec. IV d. C. ( cfr., a parte il De civ. Dei di
Agostino, Hieron. Chron. 106 a. C., Appian. B. c. 4,47).
La problematica teologica occupa specialmente il I. I delle perdute
Antiq. divinae, dedicate a Cesare pontiex maximus, ma la trattazione ha
valore strumentale. Volendo occuparsi nel resto dell'opera degli dei e dei
culti tradizionali, con interessi antiquari ed eruditi non disgiunti da ra-
La prosa losoca, scientifica, epistolare 159
gioni di fiancheggiamento politico ( Momigliano, 1984, in partic. pp.
201- 4; contra Iocelyn, 1982), Varrone deve all'inizio dell'opera giusti-
care contro la critica epicurea la religione ufciale ( Della Corte, 19702,
pp. 123- 34; Raw son, pp. 312- 6). L'immortalit dell'anirna di matrice
platonica ( cfr. Serv. Ad Aen. 6, 703), il dogma stoico della divina prov-
videnza ( cfr. Augustin. C.D. 4, 22) concorrono ai suoi fini con la triper-
tita theologia gi resa nota ai Romani dal pontefice Scevola ( Augustin.
C.D. 6, 2- 9; cfr. Boyance, 1972): la sua difesa della theologia civilis sca-
valca, in nome della ragion di Stato, la teoria losoca.
L'intenzione di adeguare la filosoa alle esigenze del popolo romano
informava un'altra opera perduta, i Logistorici, composti probabilmente
negli ultimi anni di vita. Caratterizzati perlopi da doppio titolo, del per-
sonaggio romano e del tema discusso, dovevano offrire, entro la struttu-
ra di dialoghi dominati dall'eponimo, facili sintesi tra la concretezza de-
gli exempla storici e l'astrazione dei disparati logi in oggetto. Si tende a
riconoscere saggi del genere, come vedremo pi avanti, nelle pi sempli-
ci opere filosofiche di Cicerone, Cato maior de senectute e Laelius de
amicitia, scritte nel 44 forse in concomitanza coi primi Logistorici varro-
niani, con libero riferimento alla maniera dialogica dellaccademico Era-
clide Pontico ( Leeman, 1963, p. 289; Della Corte, 19702, pp. 238- 40;
Zucchelli).
Il proposito di conciliare e divulgare in forma enciclopedica il sapere,
anche qui come nelle Menippee innegabile ( Zucchelli, pp. 35 s.), trionfa
nella pi tarda tra le grandi opere varroniane ( perduta anch'essa), i nove
Disciplinarum libri, generalmente considerati una delle prime impalcatu-
re latine su cui riposa, non senza rielaborazioni e ristrutturazioni, il si-
stema tardoantico e medievale delle arti liberali.
E doveroso dire che ci muoviamo in un campo senza certezze, data la
precariet delle testimonianze. Secondo una accreditata linea esegetica,
dopo le discipline letterarie ( grammatica, dialettica, retorica), quelle
scientifiche ( geometria, aritmetica, musica) e prima delle tecniche ( medi-
cina, architettura), veniva probabilmente la losofia, autentica chiave di
volta del sapere enciclopedico ( Della Corte, 19702, p. 219) rispetto a
cui le altre arti sono in posizione subalterna e ausiliare. Ancora Della
Corte, 19702, pp. 228 s., indica bene la ciclicit della posizione varro-
nrana:
il centro di tutto il sistema filosofico era cos costituito da un ritomo a Platone o
meglio ancora a Socrate, e cio alla supremazia del problema del bene sopra
ogni altro interesse. Sull'esempio socratico Varrone riduceva tutta la filosoa a
un'agatologia, in quanto fisica, etica e logica dovevano raggiungere sempre l'idea
suprema del bene; e l'enciclopedia, in questa sua disposizione, riduceva il pro-
blema filosofico al rapporto fra discipline e virt. La qual virt, se era, come
comunemente si credeva, un'abitudine al ben fare, nella costruzione intellettuali-
stica varroniana non poteva non identificarsi col sapere stesso, e cio con quelle
dottrine e discipline, codificate e sistemate nella sua enciclopedia.
Ma lo status quaestionis ( su cui fa il punto Pizzani, pp. 696- 9) am-
mette molte varianti, e anche il drastico ribaltamento della communis
160 LA PRosA LATINA
opinio operato dalla Hadot, che, attribuendo un'origine neoplatonica al
ciclo delle arti liberali, approda a un ( ipercritico) non liquet sui contenu-
ti delle Disciplinae varroniane ( pp. 156- 90).
Comunque si voglia affrontare il problema dei rapporti col contesto
enciclopedico, la stessa assunzione della filosofia come oggetto g e n e-
ra le d'indagine sistematica - evitando i viaggi perigliosi di Cicerone
nel mare delle controversie scolastiche e nell'arcipelago dei singoli pro-
blemi etici, gnoseologici, teologici e politici - ci sembra possibile in una
prospettiva affatto diversa da quella dell'Arpinate, che mai avrebbe dato
titoli come i varroniani De philosophia e De forma philosophiae ( per la
prima opera si impone il confronto col De inibus). All'interno del De
philos. ( di cui sappiamo il contenuto grazie ad Augustin. C.D. 19, 1)
questa prospettiva porta Varrone a trattare la filosofia come una scienza
esatta, proponendo una specie di sistema mendeleeviano delle scuole
filosofiche: non quae iam essent, dice Agostino, sed quae esse possent!
Nel novero totale teorico di ben 288 sectae, calcolato secondo artificiosi
criteri tassonomici e aritmologici, ( muovendo da una poco originale
modifica della divisio Carneadia : cfr. Cic. Fin. 5, 16), si ricompongono
e si neutralizzano vicendevolmente tutte le diverse interpretazioni greche
in materia di summum bonum ( Giusta, I, pp. 106- 12). Proprio nell'am-
bito della filosofia, che dovrebbe essere per eccellenza la scienza del
dubbio, lo spirito enciclopedico varroniano produce il massimo sforzo
inverso: una illuministica lotta contro l'incertezza in favore della chia-
rezza e della precisione ( Della Corte, 19702, p. 231). Buon saggio ne
offre l'ideologia del progresso civile sottesa ai Rerum rusticarum libri,
questa volta probabilmente sotto l'inusso del peripatetico Dicearco di
Messina ( cfr. Novara, I, pp. 445- 70).
Come gi in Ennio, anche in Varrone l'atteggiamento razionalistico si
ricongiunge, senza che si debbano scorgere contraddizioni o svolte teore-
tiche, con tratti pitagorici, completando il quadro di una sostanziale neu-
tralit di pensiero. Le indagini di Gianola, pp. 91- 105, e di Ferrero, pp.
319- 34, li hanno da tempo messi in luce. Ma, mentre per taluni dogmi
acusmatici ( immortalit dell'anima: cfr. Symm. Ep. 1, 4; metempsicosi
e palingenesi: cfr. Menipp. F 127 B; Augustin. C.D. 22, 28) o per l'alle-
gorismo etimologico del De lingua Latina sembra inopportuno prescin-
dere dalla lezione platonica di Antioco ( Boyanc, 1976, pp. 141- 5), il
versante pitagorico pi congeniale all'erudito enciclopedico pare essere
quello matematico: ne fanno fede gli scrupoli aritmologici applicati al-
la divisione in libri delle vaste opere varroniane ( e anche all'interno del
De philos.), cui corrispondono ampi interessi teorici estesi al campo mu-
sicale e astronomico, dalle Menippee ( cfr. Deschamps) al logistorico At-
ticus de numeris al De principiis numerorum ai libri scientifici delle Di-
sciplinae. Suggestivo infine l'exitus del sommo poligrafo, che nel 27
volle essere sepolto Pythagorico modo ( Plin. N. h. 35, 160).
Di una produzione cos numerosa e disparata, a noi nota soltanto at-
traverso la tradizione indiretta, ovviamente impossibile accertare le ci-
fre stilistiche. Su Varrone scrittore pesano comunque un complessivo
giudizio antico di trasandatezza ( Quintil. X 1, 95: plus tamen scientiae
La prosa losoca, scientifica, epistolare 161
collaturus quam eloquentiae) e una accusa moderna di desultoriet
( Norden 19153, I, p. 209: mescolanza di stile asiano ed italico ): cfr.
Traglia, 1979.
2. La prosa losoca: alla ricerca d'un metodo
La nostra ricerca di un genere filosoco attraverso la prosa latina
repubblicana ha dato finora risultati deludenti, sia sul piano formale e
linguistico sia sul piano teoretico. E ci nonostante che, pur tra inibizio-
ni e prevenzioni resistenti, il pensiero greco appaia sempre meno estra-
neo al bagaglio culturale dei Romani immersi nella res publica e trapeli
dall'attivit letteraria espressa nel loro ambiente. Ma questo corredo inci-
de assai modestamente sulla conduzione degli affari politici e tanto meno
incentiva interessi professionali di tipo losofico: non ci sembrano dra-
stiche le opinioni in tal senso espresse da Iocelyn, 1977, in partic. pp.
327, 349 s., 366.
E su questo sfondo che bisogna misurare il significato complessivo
dell'operazione letteraria condotta nel ventennio centrale del sec. I a. C.
da M. Tullio Cicerone ( 106- 43 a. C.): operazione che prende avvio dalla
problematica retorica ( segnatamente coi tre libri De oratore del 55), spo-
standosi a quella politica e giuridica ( De re publica in sei libri elaborati
nel 54- 51 e conservatisi soprattutto nei primi due e nell'ultimo; De legi-
bus intrapreso pi verosimilmente intomo al 52 e rimastoci in tre libri
lacunosi), fino a quella pi specificamente losoca che, a parte i Para-
doxa Stoicorum del 46, si raccoglie tutta nel febbrile biennio successivo
alla morte della figlia Tullia ( febbraio 45: entro marzo scritta la perdu-
ta Consolatio). A
La pratica intensiva della scrittura losoca d a Cicerone i mezzi
spirituali per reagire al frustrante assommarsi del lutto e dell'infortunio
politico ( cfr. Mazzoli, 1982). In una serrata e pianificata sequenza ( cfr.
Grilli, 1971a; per la cronologia assoluta e relativa giovano molto i dati
dell'epistolario: accurate disamine in Ruch, pp. 103- 81) si succedono en-
tro l'estate del 45 il perduto Hortensius, Academici priores in due libri
( possediamo il secondo) rifusi in quattro libri nei posteriores ( possedia-
mo parte del primo), De inibus bonorum et malorum in cinque libri,
Tusculanae disputationes pure in cinque libri; entro la primavera del 44
Timaeus, De natura deorum in tre libri, Cato maior de senectute, De
divinatione in due libri, De fato; entro la ne del 44 Laelius de amicitia,
De officiis in tre libri. Tra le opere perdute si annoverano inoltre De
gloria in due libri, De virtutibus, De auguriis ( sempre nel 44), e le tra-
duzioni dell'Oeconomicus di Senofonte e del Protagora di Platone.
Ambientato nel 91, il dialogo De oratore ha in L. Licinio Crasso e
nel suo rivale in eloquenza M. Antonio i protagonisti. Nel primo libro
gi si scontrano le due opinioni. Crasso esige dall'oratore ideale, oltre
alle doti naturali, l'universalit del sapere perch possa su tutto discute-
re, in particolare la cultura losoca ( 54- 59). Antonio giudica questo
ideale troppo ambizioso, insiste sui risvolti pratici e specialistici dell'atti-
162 LA PRosA LATINA
vit oratoria, negando tra l'altro l'utilit della competenza losofica
( 219- 233). Nel secondo libro Antonio tratta le prime tre partes dell'elo-
quenza. Nel terzo libro Crasso, su cui Cicerone proietta le proprie con-
vinzioni, si riserva l'esame delle ultime due partes e in due ampie digres-
sioni ribadisce la necessit delle conoscenze filosofiche ( 56- 95) nel qua-
dro d'una cultura generale ( 120- 143).
Nel De re publica il dialogo ritrae il prestigioso ambiente di Scipione
Emiliano, ormai vicino a morire, nel 129: intorno al leader, i suoi aristo-
cratici amici, a partire da Lelio, Filo, Tuberone. Sullo sfondo della sa-
pientia greca e dell'utopia platonica, l'Emiliano espone ( libri I- II) la teo-
ria del regime misto, optimus status civitatis, attuata, nell'idealizzazione
ciceroniana, dalla costituzione di Roma. I libri successivi discutevano i
fondamenti giuridici, morali, tecnici e culturali del potere politico. Il VI
si conclude col famoso Somnium Scipionis, escatologia del buon gover-
no, tra Pitagora, Platone e il panteismo stoico.
Cronologicamente e logicamente connesso col De re publica, secondo
il paradigma platonico, il De legibus ncora saldamente il diritto alla fi-
losofia ( il problema giuridico era gi al centro del perduto De iure civili
in artem redigendo). Protagonista del dialogo questa volta Cicerone
stesso, interlocutori Attico e il fratello Quinto. Dottrine stoiche e plato-
niche convergono nel libro I dedicato a mostrare le basi razionali e natu-
rali, etiche e metafisiche del diritto positivo. Se il diritto religioso, esami-
nato nel libro II, prefigura ( ma con diverso assunto) l'opera teologica di
Cicerone, le leggi dello Stato romano, considerate nel III, integrano con-
cretamente lo statuto teorico del De re publica.
I Paradoxa Stoicorum, illustranti sei luoghi comuni dell'etica stoica,
costituiscono una sorta d'atipico interludio tra retorica e filosoa, non
senza suggestioni e moduli della diatriba ( Oltramare, pp. 117 s.). Ben
pi profondo impegno umano e intellettuale accompagna scritti perduti
come la Consolatio a se stesso e l'Hortensius. Il credo platonico nell'im-
mortalit dell'anima bilanciava il pessimismo esistenziale della prima. Il
secondo era il protrettico alla filosofia, dialogicamente strutturato ( prota-
gonisti l'oratore Ortensio, in veste di detrattore, e Cicerone stesso, ap-
passionato difensore della filosofia). L'approdo era ancora l'escatologia
platonica, mediata attraverso il Protrettico di Aristotele. Nell'opera ( da
ci il suo fascino, decisivo per la prima conversione di S. Agostino) si
armonizzavano gli apporti pi vitali di tutto il pensiero greco.
L'esperienza dialogica degli Academici, come rivela il loro stesso tra-
vaglio compositivo, appare cruciale per il collaudo del metodo filosofico
ciceroniano. La teoria della conoscenza che si focalizza nel criterio della
verit al centro del dibattito tra nuova e antica Accademia, che ha
permeato la formazione ciceroniana: su un piatto la linea scettica, dall'a-
gnosticismo di Arcesilao al probabilismo di Carneade e Filone, sullaltro
la linea dogmatica di Antioco che riallaccia a Platone tutto l'ulteriore
corso delle filosofie socratiche, recuperando la certezza in campo etico,
fisico e logico. Nel Lucullus, il libro rimasto della prima edizione, il dog-
matismo antiochino esposto da Lucullo contestato da Cicerone proba-
bilista in fisica, in etica, in logica. In quanto resta della seconda edizione
La prosa losoca, scientifica, epistolare 163
le parti di Antioco sono affidate a Varrone. Qualcos'altro apprendiamo
dal Contra Academicos agostiniano.
Il De nibus bonorum et malorum immette al centro dell'ottica cice-
roniana il problema etico, con una ricognizione a 360 gradi sulle teorie
delle scuole ellenistiche circa il sommo bene. Nei cinque libri si raccol-
gono tre distinti dialoghi, che hanno il comune denominatore nell'attiva
presenza di Cicerone. Con struttura a dittico i primi due libri s'incentra-
no sul pensiero epicureo. A Torquato che l'illustra nel libro I ( dottrina
del piacere, atarassia, aponia) si contrappone nel libro II Cicerone che
dimostra l'incoerenza e anche il pericolo dell'utilitarismo epicureo. Altro
dittico nei libri III- IV, ove il dialogo si sposta sull'etica stoica. Il suo
esame affidato nel libro III a Catone, l'eroe stoico suicida nel 46 ( pri-
mato della natura, assolutezza della virt, morale sociale). Nel libro IV
la replica di Cicerone ironizza sull'astrattezza e sulla scarsa originalit
della dottrina. Nel libro V il terzo dialogo, nella prestigiosa sede ateniese
dell'Academia, corona il confronto tra le scuole. Pisone illustra le tesi di
Antioco che, conciliando Accademia e Peripato con la Stoa, inseriva nel
quadro antropologico un sistema misto dei beni, naturali e morali. Dopo
le obiezioni, in nome del probabilismo, rivolte da Cicerone, spetta anco-
ra a Pisone l'ultima replica.
Se il De inibus, conformemente al titolo, d una visione teorica e
teleologica della vita morale, le Tusculanae disputationes la affrontano
da un punto di vista eminentemente pratico e terapeutico. Il piglio dida-
scalico e divulgativo riduce il dialogo a mero espediente dialettico che
presto cede il posto al monologo del conferenziere. Le conferenze, una
per libro e una per giorno, hanno per oggetto prevenzione e cura dei
mali dell'esistenza: timore della morte ( libro I), dolore ( II), sofferenza
spirituale ( III), passioni ( IV). Il libro V, preceduto da una famosa laus
philosophiae, celebra la vittoria del sapiens su tutte le avversit affronta-
te nei libri precedenti, indicando nella virt la ragione necessaria e suffi-
ciente della perfetta felicit. Nelle Tusculanae, vicine nei libri I e III al
genere consolatorio, si coalizzano spiritualismo platonico e rigorismo
stoico; ma persino Epicuro, nell'ultima conclusione, recuperato tra i
grandi terapeuti della condizione umana.
L'interesse di Cicerone per la fisica si concentra tutto nel problema
teologico. Preparato dalla traduzione del Timeo platonico ( ne resta un
frammento pi la cornice iniziale, relativa all'incontro con Nigidio Figu-
lo), il De natura deorum coinvolge nel dibattito, al cospetto di Cicerone,
l'accademico Cotta, l'epicureo Velleio e lo stoico Balbo. Nel libro I Vel-
leio critica le concezioni antropomorfiche o naturalistiche della divinit,
cos come quelle delle scuole socratiche, esaltando il messaggio di Epi-
curo che libera dalla superstizione. La pars destruens affidata a Cotta
che, con argomenti di matrice scettica, mostra le contraddizioni delle tesi
epicuree. Nei libri II e III la controversia si sposta tra stoicismo e Acca-
demia. Balbo nel libro Il espone la dottrina stoica, monistica, finalistica
e provvidenzialistica. Il libro III, mutilo al centro, contiene la replica
scettica di Cotta: critica il panteismo stoico, la divinazione, ricorre ad
argomenti razionalistic contro la mitologia, nega la provvidenza divina.
164 LA PRosA LATINA
Cicerone, per parte sua, d un saggio finale di probabilismo, evitando
una posizione troppo netta fra i due interlocutori.
Strettamente connesso col dialogo precedente, il De divinatione, di
cui doveva essere appendice il perduto De auguriis, ripartisce in due li-
bri tesi favorevole ( affidata al fratello Quinto) e antitesi critica, assunta
in proprio da Cicerone. Quinto sostiene il fatalismo stoico, attribuendo
alla divinazione un triplice fondamento, divino, fatale, naturale. Confor-
memente alla sua professione di probabilismo, Cicerone corrode le cer-
tezze fatalistiche, contrapponendo una visione casualistica da cui emer-
gono gli atteggiamenti superstiziosi o in mala fede della teologia civile.
Nel De fato mutilo, che rinuncia subito all'espediente dialogico, continua
la critica al fatalismo stoico, salvaguardando spazio al libero assenso del-
la volont umana.
Probabili esempi del logistorico, i dialoghi Cato maior de senectute
e Laelius de amicitia sono biografie spirituali in cui si prolunga l'uni-
verso intellettuale del De re publica, grazie al legame vivente dei perso-
naggi ( Andr, 1977, p. 94). Un idealizzato Catone, tra mos maiorum e
libero ricorso a spunti ( anche diatribici: Oltramare, pp. 119- 124) del
pensiero greco, esalta davanti all'Emiliano e a Lelio la positivit sociale e
spirituale della vecchiaia. A sua volta Lelio, davanti ai generi Scevola e
Fannio, elabora, contro l'utilitarismo epicureo, lo statuto morale, sociale
e politico dell'amicizia.
Summa discussa di un umanesimo arroccato sulle posizioni degli
optimates ( Fedeli, pp. 421- 7), il De oiciis, sotto forma di trattato per il
figlio Marco, segna il ritorno dell'autore al problema morale assunto non
pi in astratta prospettiva teleologica e nemmeno in ristretto riferimento
al microcosmo individuale. L'interesse antropologico e sociologico:
modello dichiarato ma non unico dei due primi libri, Panezio. Il libro I
contiene il catechismo dell'honestum, il bello morale. L'esame della sua
struttura quadripartita - conoscenza della verit, oicia sociali ( giustizia
e benecenza), magnanimit, temperanza - approda alla teoria etico-
estetica del decorum, il conveniente. Il libro Il si occupa invece dell'u-
tile, principio non morale ma economico. Ma l'arte di procurarsi i van-
taggi materiali dell'esistenza ha una spiccata valenza sociale e per ci
stesso etica: i tre strumenti essenziali, favore degli uomini, prestigio, ge-
nerosit, se non fanno leva su un saldo criterio morale di segno aristo-
cratico, divengono controproducenti. Il libro III tira le somme, in modo
originale a detta di Cicerone ( Marte nostro: 34), perch il momento del-
la sintesi era assente in Panezio. La conciliazione tra honestum e utile
applicata attraverso tutta la struttura quadripartita del libro I. L'etica del
decorum ( in senso anche politico) trionfa sullutilitarismo e individuali-
smo epicureo. Intorno al trattato - che ben terr presente S. Ambrogio
nel suo De officiis ministrorum - gravitano le due opere perdute, De
gloria e De vrtutibus.
Se contingenti ragioni affettive e politiche hanno indubbiamente cata-
lizzato l'attivit losoca dell'ultimo periodo, Cicerone tiene a ricordare
che essa ha ben pi remote radici ( si confrontino almeno i proemi ai due
libri del giovanile De inventione: Alfonsi, 1968). Il proemio apologetico
La prosa losoca, scientifica, epistolare 165
di N. d. 1, 6 ss. ( cfr. Off. 2,3) ribadisce che la fitta e celere produzione
recente e la stessa opzione accademica hanno alle spalle lappassionato
tirocinio di tutta una vita e la diretta frequentazione di quattro principali
maestri, Diodoto, Filone, Antioco, Posidonio: stoici ( gli estremi) e acca-
demici ( i medi), di diverso segno come s' visto ( i primi tre sono gi
nell'analitico curriculum di studi tracciato nel Brutus, 306; 309; 315;
per il quarto cfr. almeno Tusc. 2, 61). La mancata menzione, pour cau-
se, di maestri epicurei va tarata confrontando Acad. prior. 2, 115 o Fin.
1, 16, da cui risulta la familiarit con Fedro e Zenone ( Michel, 1965;
Gigon, pp. 229- 31; Andr, 1977, pp. 55- 9). Dalla viva lezione di questi
maestri, integrata dalla conoscenza diretta di qualche altro recente ( Pa-
nezio anzitutto) e dall'uso di raccolte dossografiche, discende in massi-
ma parte la cultura losoca di Cicerone. Per i pensatori pi antichi, con
l'eccezione privilegiata di Platone, prudente ipotizzare in genere cono-
scenza indiretta: problematico il caso dellAristotele acroamatico, come
gi s' accennato ( Moraux; Canfora, pp. 65, 189).
Nei citati contesti del Brutus e di N. d. 1 Cicerone mostra con punti-
glio il convergere nella sua esperienza culturale di retorica, politica e fi-
losoa. La convergenza riespressa recisamente sub specie philosophiae
nel celebre proemio a Div. 2, 1- 4, ove lArpinate include nel catalogo dei
libri filosofici composti per i suoi cives anche De re publica, De oratore
e persino Brutus e Orator. Va fin d'ora osservato che in siffatta tenace
redactio ad unum ( Gigon, pp. 243 s.) - nel segno e nel senso d'un mili-
tante impegno personale - di ambiti teorici e tecnici notevolmente di-
stanti la critica pi avveduta scopre oggi la parte creativa del pensiero
ciceroniano , la marca pi caratteristica del suo umanesimo romano ( Mi-
chel, 1971- 72, p. 85).
A differenza di un Varrone, insomma, Cicerone non , di fronte alla
filosofia greca e alla sua ricezione in Roma, un neutrale e, tutto som-
mato, male gli si adatta la superficiale etichetta di eclettismo. Il fatto
che assorbe anch'egli, alla scuola ateniese di Antioco, la tendenza alla
mediazione, al superamento dei settarismi scolastici, pagando il prezzo
di transazioni dottrinali non sempre chiare e coerenti. La lezione di An-
tioco viene in genere riconosciuta nella filigrana politica di De r. p. e De
leg. ( Grilli, 1971; Boyanc, 1975). E ancora ad Antioco parrebbero ri-
mandare, nel catalogo di Div. 1, 1- 4, l'ordine tenuto nel considerare le
partes philosophiae ( morale, fisica, logica) e l'inclusione in esse della
stessa retorica ( Boyanc, 1971).
Ci spieghiamo perch subito dopo il protrettico alla filosofia abbia
ritenuto cos urgente mettere a fuoco, negli Acad., il conitto tra dogma-
tismo e probabilismo: era per lui essenziale, prima di qualunque investi-
mento teoretico, dirimere il problema del metodo filosofico. In ci risie-
de il senso pi profondo del suo platonismo ( Burkert; Untersteiner,
pp. 30 s.). Scegliere l'aporetica di Filone un'operazione rischiosa e tut-
t'altro che stabilizzante, ma assicura a Cicerone, sul piano del iudicium e
su quello dell'ordo scribendi ( Fin. 1, 6), la maggiore libert d'azione.
Michel, 1964, p. 492, ha opportunamente richiamato l'aneddoto nar-
rato in Leg. 1, 53 su Gellio, proconsole ad Atene, che convoca i litigiosi
166 LA PRosA LATINA
loso greci proponendo il suo arbitrato per dirimere le controversie
scolastiche. Questo spirito tutto romano di conciliazione non nega, con
radicale scetticismo, l'esistenza della verit ma la certezza della sua indi-
viduazione ( cfr. N. d. 1, 12): alla verit assoluta preferisce la verosimi-
glianza, la probabilit, valori relativi e uidi largamente commisurati alle
variabili dell'hic et nunc. Esistono famose prese di posizione, non prive
di vis polemica: nos in die vivimus; quodcumque nostros animos proba-
bilitate percussit, id dicimus, itaque soli sumus liberi ( Tusc. 5, 33). Uta-
mur igitur libertate, qua nobis solis in philosophia licet uti, quorum ora-
tio nihil ipsa iudicat, sed habetur in omnis partis, ut ab aliis possit ipsa
per sese nullius auctoritate adiuncta iudicari ( Tusc. 5, 83). Non enim
tam auctores in disputando quam rationis momenta quaerenda sunt
( N. d. 1, 10). Proposizioni come queste hanno procurato affrettate con-
clusioni sull'eclettismo ciceroniano: per meglio comprenderle conviene
rinviare a tutta una serie di studi del Michel ( in partic. Michel, 1967- 68;
1969a; 1969b).
La struttura portante del pensiero ciceroniano non il s i s t e m a -
gerarchico, dogmatico e monologico - ma il m etodo, trasversale,
dossografico e dialogico ( cfr. Buckley). L'interazione propugnata tra re-
torica, politica e losoa, se da una parte si inserisce in una concezione
progressiva della vita filosoca ( Novara, I, pp. 163- 534), dall'altra ha
radici preellenistiche, anzi presocratiche ( Michel, 1971- 72, p. 102); in
ogni caso non pu privilegiare alcuna tra le grandi scuole, in quanto le
attraversa tutte ( epicureismo compreso) alla ricerca di nozioni comuni,
piuttosto che di modelli esclusivi.
Sostituendosi alle petizioni di principio della vecchia Quellenfor-
schung, l'indagine dossograca ( Festugire, II, pp. 350- 69; un saggio im-
portante in Giusta; cfr. Michel 1971- 72, pp. 90- 8) riapre presunte 're-
censioni chiuse' delle fonti ed in grado di reimpostare il logoro tema
dell'originalit di Cicerone, troppo a lungo condizionato dalla confessio-
ne Ad Att. XII 52, 3 ( rtyoacpa sunt, minore labore fiunt; verba tan-
tum adfero, quibus abundo). Non sul terreno greco della pura teoresi
che questa originalit va misurata: l'aemulatio in tal senso un obiettivo
complessivamente estraneo a Cicerone ( O. 3 un caso contingente e
comunque inverificabile data la larga perdita dei riscontri ellenistici).
Mancanza di originalit teoretica non significa per mancanza di rigore
ermeneutico. Soprattutto per merito di Boyanc ( si vedano le ricerche
adunate in Boyanc, 1970, e inoltre Boyanc, 1974, pp. 237- 42, per il
rapporto con lo stoicismo) stata resa giustizia all'intelligenza critica di
Cicerone, responsabile interprete del pensiero che - senza significativi
precedenti - si cimenta a vertere in prosa latina.
E dunque sul terreno di Roma che deve spostarsi chi voglia compren-
dere a fondo il senso della sua operazione e recuperame l'0riginalit, co-
s larga d'inussi nel tempo ( cfr. Davies; Adorno). Osserva Michel
( 1971- 72, p. 85):
Si scopre allora che la parte creatrice del pensiero ciceroniano non appare
nella dottrina che si limita a trasporre o trascrivere, ma nell'applcazione che ne
La prosa losoca, scientifica, epistolare 167
d per costituire storicamente una saggezza suscettibile di rispondere alle esigen-
ze specifiche della vocazione romana.
E Grilli ( 1986, p. 860):
Il nostro interesse per il concetto di filosofia in Cicerone consiste proprio nel
fatto che il concetto di persona non filosofa, che - alla stregua di tanti Romani
d'allora che si formavano la cultura attraverso lo studio della retorica e della
filosoa - aveva pensato in un primo tempo alla filosoa come fondamento pro-
fondo che desse solidit all'oratoria ( per es. nel De oratore) e che nei suoi ultimi
anni vi aveva ravvisato l'arma che, trasformando la virtus civica romana nella
virtus socratica individuale, plasmasse delle coscienze capaci di affrontare i mo-
menti duri della dittatura.
Il filo rosso che lega il De oratore al De oiciis ( per non parlare di
tutta l'attivit retorica e oratoria svolta prima del 55) attraversa il De re
publica scritto - precisa Div. 2, 3 non senza nostalgica iperbole - cum
gubernacula rei publicae tenebamus. La logica del probabile, cos come
la retorica dell'apte congruenterque dicere, il diritto del consensus, l'eti-
ca del decorum e la teologia della religio hanno nella dimensione politica
il loro comune fondamento. In un periodo critico per I'aristocrazia di
cui, homo novus, si erge a tutore, l'Arpinate individua per primo lucida-
mente a Roma ( e, diciamo pure, nella cultura occidentale) la filosofia
come arma o, comunque, armatura ideologica la cui efficacia strumenta-
le direttamente proporzionale alla fl e s sibilit . L'apostolato
d'un Lucrezio esula affatto dalle intenzioni di Cicerone, che, a dispetto
dei tentativi giovanili ( saggio principale i frammenti degli Aratea incasto-
nati in N. d. 2, 104- 114) non riuscir mai ad avere una visione poetica
dell'ontologia. Cos come esula, persino nella difficile primavera del 45,
l'assunzione d'una ortodossia eletta a riparo dal mondo ( Adorno, pp. 54
s.): L'uomo cio non tale se solo, se individuo, ma uomo in quanto
societas, rapporto, in quanto cittadino, in quanto concretamente si costi-
tuisca non come privato, non in un suo privato negozio ma come uomo
politico, in un giusto rapporto e in una giusta misura di negozi; fonda-
mento della cosa pubblica . La freddezza del metodo probabilistico con-
sente a Cicerone di aggiustare volta per volta l'obiettivo filosofico nel
modo pi conveniente.
Solo in quest'ottica possiamo apprezzare pienamente le diverse impo-
stazioni del problema morale no al quadro sociologico del De off.
( Gabba; Perelli, in partic. pp. 77- 84) o il variare dell'orientamento teolo-
gico dal tempo del De r. p. e del De leg., in cui Cicerone nutre illusioni
di potere effettivo, a quello del De n. d. e del De divin. ( Linderskj; Mo-
migliano, 1984, pp. 204- 11; Troiani, in partie. pp. 942, 951 s.; e da
ultimo, con ampia revisione critica, Timpanaro, in partic. pp. LXXIV-
LXXXIII, XCIV- CI).
La preminente valenza politica dell'opera losoca ciceroniana tra-
spare anche dal ruolo assegnato alla storia romana ( Gigon, pp. 254- 7).
Non si dimentichi che la produzione losoca compensa in certa misura
labbandono di progetti storiograci caldeggiati dagli amici e rimpianti
168 LA PRosA LATINA
gi da Cornelio Nepote ( F 57 Malcovati; cfr. Leeman, 1955, in partic.
183- 8; Marchal). La storia romana verica non soltanto la dottrina co-
stituzionale del De r. p. ma anche pragmaticamente e paradigmaticamen-
te il pensiero greco messo a confronto nelle opere etiche e teologiche; e
deliberatamente tutti i protagonisti dei dialoghi ciceroniani sono non fi-
losofi di professione ma uomini politici romani. La famosa formula -
politica, non losoca - dell'otium cum dignitate ( Grilli, 1953, pp. 194-
200), che ha la sua sofferta controparte nel dramma del ritiro impossi-
bile ( Andr, 1966, pp. 279- 334), si coglie ancora nella filigrana dei
proemi degli anni 45- 44, ove la scrittura filosoca in lingua latina di-
chiarata in tutto idonea al decoro del vir consularis ( Gigon, pp. 257-
60) purch retoricamente elegans ( Acad. prior. 2, 5; Fin. 1, 1; 1, 10- 12;
Tusc. 1, 7), anzi di immediato interesse per la comunit politica ( N. d. 1,
7; cfr. Div. 2, 1; Off 2, 2- 5):
nam cum otio langueremus et is esset rei publicae status ut eam unius consilio
atque cura gubernari necesse esset, primum ipsius rei publicae causa philoso-
phiam nostris hominibus explicandam putavi, magni existimans interesse ad de-
cus et ad laudem civitatis res tam gravis tamque praeclaras Latinis etiam litteris
contineri.
L'eteronomia del genere filosofico non potrebbe essere pi chiara-
mente riaffermata. Il problema della forma tocca in realt la sostanza
stessa del genere.
3. La prosa losoca: alla ricerca d'una forma
Cos come si configura in Cicerone, il problema di dare una forma
conveniente al genere filosofico tocca almeno tre ambiti, peraltro stret-
tamente correlati, teoria letteraria, lingua e stile.
Calare la dottrina in un testo non una mera operazione di tecnica
retorica, proprio in quanto retorica e filosoa si stringono in un nodo
indissolubile e la scelta formale si rivela una diretta funzione del metodo
filosofico. La riessione ciceroniana, particolarmente sensibile in propo-
sito, individua lo spazio letterario pi adatto nel d i al o g o, ereditato
dalla pi illustre tradizione del pensiero greco. Apparentato al dramma
per la sua forma, alla storia per la sua cura della verosimiglianza, all'elo-
quenza per il suo bisogno di persuadere, il dialogo nasce anzitutto dalla
necessit di oggettivare, di rendere comuni delle idee e questa tendenza
si manifesta con lo sviluppo crescente della prosa che, anch'essa, inventa
e crea. E sotto questa forma singolarmente complessa e varia che ci
stata_trasmessa la filosoa antica ( Ruch, p. 30).
Il denominatore eletto da Cicerone la Socratica ratio, ma in realt
avvertiamo nelle sue scelte tensione tra due essenziali paradigmi, Platone
e Aristotele ( cui variamente si rifanno ulteriori modelli accademici e pe-
ripatetici del sec. IV, quali Eraclide Pontico e Dicearco di Messina).
Il dialogo mimetico, drammatico la valenza della prima maniera
platonica, cui seguir ( la svolta sembra farsi esplicita nel Teeteto: Ruch,
La prosa losoca, scientifica, epistolare 169
pp. 35- 7) la seconda maniera, narrativa, col progressivo abbandono della
maieutica e del dialogo stesso a favore dell'esposizione continuata del
protagonista, un Socrate sempre pi impalpabile. Contro questa tenden-
za monologica e dogmatica Aristotele reintrodurr la dimensione del dia-
logo. Ma si tratta d'un dialogo ormai lontano dalla forma platonica: lo
sfondo non la vita ma la scuola; il dibattito tende alla disputatio in
utramque partem; a differenza di Platone, che nelle ultime opere indossa
ma non depone la maschera di Socrate, l'autore partecipa alla discussio-
ne come diretto interlocutore anche se non necessariamente con le redini
del protagonista; questa presenza dialettica ma non mimetica lo autoriz-
za a intavolare coi lettori proemi privi di coerenza con l'azione dialogica,
atti anzi a frazionarla nei vari tempi ( e libri) in cui si articola. Quanto ai
dialoghi di Dicearco, I caratteri essenziali paiono: titolo dal luogo ove
sono ambientati; partizione in pi libri subordinati a un'unica tesi ( syn-
taxis), cronologia arretrata, tematica politica, personaggi numerosi e sto-
ricamente illustri. Alcune di queste caratteristiche - divisione in libri,
netto arretramento cronologico, storicit, prestigio e numero degli inter-
locutori - sono comuni anche alla maniera dialogica di Eraclide. Familia-
re anche a Varrone, come s' visto, questa maniera intitolava in base al
contenuto, talora anche al nome d'un personaggio, e inquadrava proba-
bilmente il dialogo in una cornice narrativa, premettendo proemi forse
legati all'attualit.
Le pagine di Ruch, meglio che il vecchio saggio di Hirzel ( su Cicero-
ne, I, pp. 457- 552), consentono di percepire bene lo svariante rapporto
dell'Arpinate coi suoi modelli ( cfr. anche Andr, 1977, pp. 67- 70), quale
si desume specialmente dall'epistolario e dai proemi alle opere retoriche
e filosofiche. Il problema si pone con particolare urgenza all'epoca dei
primi dialoghi, De r. p. e De or. ( cf. Riposati). Da un lato esercita il suo
fascino il modello platonico, che in De or. 1, 28 viene evocato nella sua
forma pi perfetta, lo scenario del Fedro, ed ben presente sullo sfondo
del De r. p. ( Att. IV 16, 3, del 54: feci idem quod . .. deus ille noster
Plato). Dall'altra parte sussistono chiare prese di posizione in favore del
modello aristotelico. Nello stesso contesto Att. IV 16, 2: in singulis libris
utor prohoemiis ut Aristoteles; e in Fam. I 9, 23, pure del 54: scripsi
igitur Aristotelio more, quemadmodum quidem volui, tres libros in dis-
putatione ac dialogo de oratore. In che consista questo mos spiegato
in De or. 3, 80: de omnibus rebus in utramque sententiam . . . dicere et
in omni causa duas contrarias orationes praeceptis illius cognitis expli-
care, e, in modo diverso, in Att. XIII 19, 4 del 45: sermo ita inducitur
ceterorum, ut penes ipsum sit principatus. I modelli dicearcheo ed eracli-
deo sono a loro volta oggetto di precisa quanto infruttuosa aemulatio:
informa in proposito lepistolario ad Attico ( del maggio- giugno 45 nel
primo caso, del maggio- novembre 44 nel secondo).
Di fronte a questa molteplicit di fattori tradizionali, Cicerone opera
con notevole elasticit combinatoria. Per ci che riguarda le parti proe-
miali ( Ruch, pp. 41 ss., vi distingue tre essenziali funzioni: preambolo
oratorio, lettera di dedica, preambolo narrativo) la matrice aristotelica si
palesa nel rapporto col lettore e nel distacco dall'azione dialogica, cos
170 LA PRosA LATINA
come nell'apposizione di singoli proemi ai vari libri d'una stessa opera.
La suggestione platonica invece viva nella messa in scena, nello svilup-
po dei dialoghi introduttivi al dibattito losofico: si coglie soprattutto
nella cura dedicata dai primi dialoghi, De or., De r. p., De leg., all'am-
bientazione ( nei lussuosi giardini di campagna), cui si lega senza forzatu-
re l'occasione del dibattito.
Diversi sono anche i modelli per Finquadramento cronologico: la ma-
niera eraclidea, implicando la netta retrodatazione del tempo dialogico,
caratterizza De r. p., Lael. de am., Cato maior de sen. ( interlocutori tutti
d'epoca pre- ciceroniana; doppio titolo negli ultimi due dialoghi, probabi-
li saggi di logistorico") e parzialmente De or. ( con Cicerone puer e sen-
za parte: cfr. Att. XIII 19, 4); tutti gli altri dialoghi adottano, in misura
pi o meno spiccata, l'Aristotelius mos ( cronologia recente o contempo-
ranea, autore protagonista o almeno interlocutore). Se prescindiamo dal-
la presenza di Cicerone protagonista, solo De leg. si lascia accostare di
pi alla maniera platonica: assenza di prooemium oratorio, maniera
drammatica, conversazione viva ( Ruch, p. 352).
Per ci che attiene alla tractatio vera e propria, il modello aristotelico
appare preminente: come quello che meglio s'addice al metodo aporetico
d'ascendenza filoniana. Il prologo di Fin. 2 esalta, contro il dogmatismo
trattatistico, la socraticit della disputatio in utramque partem, rilanciata
dal probabilismo. Ma innegabile che, conteso tra molti stimoli, Cicero-
ne non riesca a conferire una fomra stabile al suo infaticabile sperimen-
talismo. Pi viva in dialoghi quali Acad., Fin. ( impostato secondo la syn-
taxis dicearchea), N. d., Div., la disputatio si essicca nelle Tusc. ( titolo
dicearcheo, ma interlocutori evanescenti come nelle Leggi platoniche);
in Off. la dialettica delle tesi rinuncer del tutto all'espediente dialogico.
Nel pi vasto problema di traduzione delle forme si cala la delica-
tissima questione delle scelte linguistiche e stilistiche, campi in cui Cice-
rone - disprezzando o addirittura ignorando i precedenti, soprattutto
epicurei ( persino Lucrezio, come s' accennato) - si propone quale ap-
passionato pioniere e collaudatore all'ammirazione della cultura occiden-
tale.
In questo ambito non pu ingannare l'understatement del citato luo-
go sugli myoacpot, Att. XII 52, 3. Il vertere in prosa d'arte latina impli-
ca un complesso rapporto di aemulatio coi modelli greci, primo fra tutti,
come ben rilevava Quintiliano ( X 1, 123), il venerato Platone ( Yon, in
partic. pp. 198- 216; Poncelet; Alfonsi, 1961- 64; Traglia 1971; Leeman,
1963, in partic. pp. 276- 84; Puelma).
La pi vistosa, ma certo non unica, faccia del problema concerne il
lessico: un piccolo ma istruttivo saggio dell'atteggiamento ciceroniano ci
gi stato offerto dall'ironia di Fam. XV 16 sugli spectra Catiana ( Nar-
do; Leeman, 1963, pp. 277- 81). Per un'analisi organica e una larga do-
cumentazione conviene rinviare al vaglio di Moreschini. Ci limitiamo a
riprenderne alcune chiare indicazioni. Come gi Lucrezio ( 1, 136- 139,
ecc.), Cicerone muove dalla frequente constatazione dell'inopia linguae
Latinae di fronte al terreno ancora vergine della tradizione losoca gre-
ca, specialmente ellenistica; constatazione peraltro compensata ( con al-
La prosa losoca, scientifica, epistolare 171
trettanta insistenza, non disgiunta da nazionalistico ipercorrettismo) da
quella di segno opposto, circa una pari, se non addirittura superiore, at-
titudine del latino rispetto al greco a rendere i tecnicismi del linguaggio
filosofico ( i due atteggiamenti coesistono anche in una stessa opera: cfr.
Fin. 1, 10 con 3, 40 o 3, 51: ricchissima documentazione, anche per il
Fortleben latino dei due motivi, in Pease, I, pp. 143- 5, ad Cic. N. d. 1, 8).
Cicerone abbraccia dunque con consapevolezza insieme retorica e fi-
lologica la missione dell'augens linguam Latinam ( Fat. 1) in tutte e tre
le partes philosophiae, percorrendo con pari alacrit la duplice direttrice
della neoformazione e del calco semantico. Se l'operazione risente talora
della fretta con cui l'Arpinate procur di dare una letteratura losofica a
Roma, se sussistono margini di oscillazione nella resa dei nuclei concet-
tuali, se infine l'assunto retorico fa aggio talvolta su quello scientifico,
l'ornate dicere, questo va sottolineato, non quasi mai stato causa di
una traduzione imprecisa, errata, trascurata .
Questa conclusione di Moreschini, p. 178, giova a correggere almeno
in parte la tesi propugnata con acume e polemicit da Poncelet d'una
lingua latina congenitamente e insanabilmente inabile a rendere il pensie-
ro astratto greco perch male attrezzata a tal fine sintatticamente ( per
carenze nel sistema preposizionale e participiale, e soprattutto assenza
dell'articolo); donde in Cicerone la scelta della ridondanza espressiva
demandata alla retorica, non per abbellire ma per marcare l'inadeguatez-
za dei suoi enunciati sul piano cognitivo e indurre con mezzi affettivi il
lettore a uno sforzo d'integrazione concettuale pedagogicamente efficace.
Come rispiega Leeman, 1963, p. 284: in greco il Ayo ( pensiero) pot
trovare un sistema quasi perfetto di simboli nel ltyog ( discorso), mentre
in latino la ratio non pot fare a meno degli elementi irrazionali della
suggestione e emozione contenuti nell'oratio: l'oratio non pot mai esse-
re pi che una paronomasia della ratio .
Sebbene Cicerone non ami far professione di doctrina ( cfr. Fam. IX
20, 3), l'esame approfondito ` del lessico sconsiglia tuttavia di enfatizzare
la sua inesattezza teoretica. E giusto rilevare le difficolt incontrate dal
latino nella resa del pensiero astratto, ma sarebbe stato utile in proposito
poter confrontare campioni di dimessa Fachsprache quale probabilmente
fu la prosa degli Amanii scomparsa proprio sotto la condanna cicero-
niana. N, d'altronde, la parte assegnata dall'Arpinate all'ornate dicere
sembra riducibile a quella di mero evidenziatore psicagogico d'una ina-
deguatezza cognitiva. La difesa della ragione letteraria operata in conte-
sti proemiali come Acad. 1, 10, Fin. 1, 4- 8, N. d. 1, 8 ( Iocelyn, 1977,
pp. 353 s.) conferma che anche per Cicerone impossibile concepire in
modo autonomo l'attivit filosofica. Alla retorica appunto, come ha ben
visto Michel, 1971- 72, p. 85, egli afda il compito irrinunciabile di sal-
dare la teoresi greca, per se stessa insufficiente alle istanze latine, con
l'azione politica, che sul piano letterario si traspone nella specifica forma
dell'eloquenza.
Proprio a Michel dobbiamo gli studi capitali in materia, tesi a veri-
care nelle orazioni e nei trattati retorici i fondamenti filosofici dell'arte
di persuadere ( come sottotitola l'imponente Michel, 1960; cfr. Michel
172 LA PRosA LATINA
1982a; Michel, 1982b, pp. 55- 62) e, reciprocamente, nelle opere loso-
che, l'essenziale incidenza dei procedimenti retorici ( Michel, 1961; e so-
prattutto Michel, 1973, utile anche per una revisione dei punti di vista
di Poncelet).
Teoria e pratica dello stile filosofico vanno viste necessariamente en-
tro queste coordinate. Bisogna muovere dal passo dell'Orator, 62- 64, che
definisce, sulla scorta dei pi illustri esempi greci, lo stile dei loso in
rapporto con la dottrina, poco dopo formulata ( 69 ss.), dei tria genera
dicendi, grande, medium, tenue, nalizzati rispettivamente a movere, de-
lectare, docere. Siccome scopo specifico del filosofo docere, mentre
movere incompatibile e delectare non necessario, Cicerone ben con-
sapevole che lo stile pi adatto alla losoa sia il genus tenue, umbratile
e pi libero da vincoli ritmici. Ma giustamente Leeman, 1963, pp. 271- 3,
rileva uno scarto fra teoria e pratica ciceroniana. La polemica antiepicu-
rea in nome dell'eleganza stilistica e, per contro, il culto per Platone et
gravitate et suavitate princeps ( Or. 62) indicano che Cicerone non con-
cepisce il docere scisso dal delectare ( appunto perch non riconosce l'au-
tonomia della sfera losoca n giudica se stesso tout court un filoso-
fo): talvolta anzi si spinge al movere ( esempio famoso l'inno alla filo-
sofia di Tusc. 5, su cui Hommel).
L'ambito stilistico d'elezione dunque il genus medium, che meglio
consente di esplicare, contro la subtilitas del filosofo astratto, l'arte della
sfumatura, propria piuttosto del saggista ( Michel, 1973, pp. 158- 63).
Anche in questo senso la scelta della retorica signica per Cicerone una
posizione media fra teoria e azione: nel giardino del dialogo, equidi-
stante tra la scuola e il foro.
4. La prosa losoca: alla ricerca di un'autonomia
Se spostiamo lo sguardo alla fase di trapasso dalla repubblica all'im-
pero, non possiamo che restare delusi per i mancati sviluppi dell'opera-
zione ciceroniana. Quell'appassionato confronto e collaudo di metodi e
forme sul piano dottrinale, linguistico e letterario non suscita l'aemulatio
intrinseca alla vita dei generi . Perch qualcuno riprenda con risultati
ancor oggi tangibili la sfida lanciata da Cicerone alle risorse della prosa
latina occorre che passino almeno ottanta anni: tanti ne trascorrono tra
la ne drammatica dell'Arpinate e la prima produzione di Seneca.
Nel frattempo la vita delle scuole losofiche ( Andre, 1987) continua,
quando continua, umbratile ( all'ombra del potere o nell'ombra rispetto
al potere). La losoa, duttile chiave di volta dell'umanesimo aristocrati-
co di Cicerone, viene progressivamente riducendosi ad arte e parte del
sapere enciclopedico ( tutto sommato, pi fecondo il modello varronia-
no); a Txvn etica sempre pi sganciata da precisi ormeggi logici e onto-
logici, e perci permeabile al facile radicalismo e alla retorica popolare
della diatriba. E consentaneo che per le esigenze espressive di questa
rxvn sia istituzionale il ricorso al greco, appunto perch lingua tecnica,
e risulti ininuente il precedente ciceroniano, ben diversamente motivato
La prosa losoca, scientifica, epistolare 173
e finalizzato. Anche sul piano dottrinale, l'orientamento filoniano del-
l'Arpinate non lascia impronte nella letteratura latina tardo- repubblicana
e del primo impero.
Le tracce maggiori sono di marca stoica ed epicurea. Lo stoicismo ha
alla corte di Augusto ( autore dun protrettico perduto, Hortationes ad
philosophiam) una posizione privilegiata, per via di maestri come Ateno-
doro di Tarso e ( nel solco largo e conciliante di Antioco di Ascalona)
Ario Didimo ( Michel, 1969c, p. 22). Ne troviamo il segno poetico nelle
opere pi mature di Virgilio e Orazio, pi tardi in Manilio, Germanico,
Persio, Lucano. A parte va notata, poich preme dal basso e non dall'al-
to, l'influenza della diatriba stoico- cinica, dai Sermones oraziani a Colu-
mella ( Oltramare, pp. 126- 251). Spiace la perdita delle opere filosoche
di Tito Livio ( cfr. Sen. Ep. 100, 9; Schindel ne mette per in dubbio
l'esistenza), che avrebbero permesso la verica dei tratti stoicizzanti e
diatribici delle Storie ( Andr, 1977, p. 137). A sua volta l'epicureismo
( che gi informava l'atteggiamento utilitaristico dei commentarii cesaria-
ni: Rambaud) impregna la formazione degli stessi Virgilio e Orazio e la
personalit di Mecenate, ma non ha udienza ufciale a corte; mentre an-
cora su Virgilio e Ovidio esercita suggestione il verbo di Pitagora.
Ma, dopo Augusto, la losoa a Roma incontra tempi sempre pi
difficili. Gli intellettuali stoici del Senato passano all'opposizione ( ecce-
zion fatta per il quinquennium Neronis): Michel, 1969c, pp. 46- 59; e
per talune scuole messa in questione la stessa sopravvivenza organizza-
ta: in particolare per l'esoterismo pitagorico, duramente colpito dalla re-
pressione tiberiana.
La testimonianza pi perentoria ( cui non bisogna per dare valore
assoluto) viene da Seneca, nell'accorato nale delle Nat. quaest. ( 7, 32,
2). Tra le amiliae colpite dalla crisi delle istituzioni losoche annovera
appunto i Pitagorici, l'antica e la nuova Accademia, e nalmente Sextio-
rum nova et Romani roboris secta, la quale inter initia sua, cum magno
impetu coepisset, extincta est. Famoso epitafo per una scuola in cui
meglio consentito seguire la linea di trapasso tra le vocazioni loso-
che di Cicerone e di Seneca ( Oltramare, pp. 153- 89; Lana, 1953; Ferre-
ro, pp. 360- 79; Mazzoli, 1967, pp. 203- 62, 226- 44; Andr 1977, pp.
143- 9).
Il fondatore Q. Sestio padre, di cui Seneca si far fervido testimone e
ammiratore, compie, al tempo di Cicerone, un gesto emblematico: riuta
gli onori della vita politica ( il rango senatorio) offertigli da Cesare ( Sen.
Ep. 98, 13) per immergersi nel og i ew gnrm. Fa dunque da solo la
scelta cui Cicerone costretto, ma non per astratti interessi speculativi.
Riassume bene Lana, 1953, p. 26 le cifre complessive del suo atteggia-
mento: l'interesse teoretico- speculativo esula dalla nuova scuola: perci
troviamo in essa ( per quel poco che sappiamo) coesistenti un forte e ge-
nerale colorito stoico, elementi platonici ( come la definizione dellani-
ma), pratiche tipicamente pitagoriche ( abitudine dellesame di coscienza
quotidiano; astensione dai cibi carnei) . E da ritenere che Sestio, pro-
prio nella misura in cui fu sensibile all'anima esoterica del pitagorismo,
opponendo, sulle orme di Nigidio, il ritiro nella secta al fiancheggiamen-
174 LA PROSA LATINA
to politico, riutasse collusioni con lo stoicismo, accreditato, come sap-
piamo, presso il potere. Rifiuto che Seneca, Ep. 64, 2, contesta con vigo-
re, ribaltando la prospettiva: per lui lo stoicismo sestiano consisteva nel-
l'aver sostituito, quale supremo oggetto della contemplazione losoca,
la virt alle astratte entit metafisiche platoniche e pitagoriche e nella-
ver visto in tale contemplazione la condizione necessaria per innalzarsi
volitivamente alla sapienza tramite una strenua attivit morale. In ci
dovette anzi sussistere la peculiarit della dottrina sestiana, nova et Ro-
mani roboris. Si tratta di una endiadi: nuova proprio perch non di ma-
trice greca ( con connotazioni negative di sottigliezza e sterilit) ma di
militaresca e robusta praticit romana.
E qui scatta l'unica contraddizione ravvisata in Sestio da Seneca: vi-
rum acrem, Graecis verbis, Romanis moribus philosophantem ( Ep. 59,
7). La scelta linguistica di Sestio non ci sorprende affatto dopo quanto
s' accennato sulle tendenze tecniche e retoriche dell'etica imperiale. Ma
per 1'occidentale Seneca, fiero avversario del grecismo ( Mazzoli, 1988,
pp. 157 s.; Setaioli, 1970, pp. 11 ss.) si tratta certo - come meglio ve-
dremo pi avanti - dun controsenso, che gli impone di scavalcare il mo-
dello sestiano. Chi vuole fare davvero losoa Romanis moribus non
pu contravvenire al rcgsrov linguistico, deve scrivere in prosa latina.
Con ci il Cordovano si riallaccia, a distanza d'un secolo, all'Arpinate.
Ma le valenze romane delle loro operazioni non sono accostabili. Al
filosofo ciceroniano associamo metonimicamente l'immagine del civis
( tra losoa e agone politico c' contiguit); al filosofo senecano asso-
ciamo metaforicamente l'immagine del miles ( tra losoa e agone bellico
c' analogia).
Che la lettura del liber sestiano alimenti ancora in et matura l'ener-
gia morale di Seneca ( Ep. 64, 2- 5) si comprende meglio tenendo presen-
te che il rapporto con la secta rimonta alle pi profonde radici della sua
formazione. Ricostruire le fasi di questa ( Lana, 1955, pp. 51- 77; Mazzo-
li, 1967, pp. 252- 9; Grifn, pp. 29- 43; Grimal, 1978, pp. 43- 78, 245-
62) giova a dare almeno parziale e provvisoria risposta ad alcuni tra i
pi cruciali problemi suscitati dalla personalit culturale di Seneca: per-
ch, glio di retore, si fece filosofo e tuttavia profondamente attento alla
dimensione retorica della sua scrittura latina; perch fu stoico e tuttavia
aperto al fascino, anche poetico, dell'irrazionale; perch immerso nei
torbidi della vita politica e tuttavia capace di approdare, senza i rimpian-
ti e le illusioni di un Cicerone, al iog smgntm; tutte contraddizioni
che non si elidono in un ritratto di disumana coerenza ma che bilanciano
in una suggestiva e drammatica tensione i tratti d'una complessa spiri-
tualit.
E un pitagorico di Alessandria, Sozione, che per primo sottrae il ti-
runculus Seneca alla totalizzante educazione retorica voluta dal padre,
allenandolo a pratiche astinenziali munite d'un duplice referente: il mi-
sticismo di Pitagora appunto e l'ascetismo etico di Sestio padre. Trovia-
mo davvero qui ( il ricordo in Ep. 108, 17- 23) Seneca al bivio: decisive
le pressioni paterne a dirottare il suo rischioso amor Pythagorae nell'al-
veo laico della scuola sestiana. E un alveo che con la seconda ( e ulti-
La prosa losoca, scientifica, epistolare 175
ma) generazione, quella di Sestio Nigro figlio di Quinto, s' fatto largo,
in senso enciclopedico: una specie di camera di compensazione tra inte-
ressi grammaticali- retorici, propaganda diatribica, vocazioni filosofiche e
( come vedremo a suo tempo) inclinazioni scientifiche.
Appartiene a questa fase della scuola A. Cornelio Celso ( prima di de-
dicarsi all'enciclopedismo, a giudizio di Lana, 1953, pp. 225- 30): tra i
pochissimi autori filosofici in lingua latina che Quintiliano ricordi tra Ci-
cerone e Seneca ( 10, 1, 124) in virt d'una abbondante produzione ( tut-
ta perduta) non priva di qualit stilistiche e retoriche.
Ma un altro il Sestiano che fa presa indelebile e determinante su
Seneca, Papirio Fabiano. Per lui ( come per il retore suo discepolo Albu-
cio Silo e soprattutto per il grammatico Crassicio Pasicle) la secta pun-
to d'arrivo non di partenza. Signica la conversione dalla retorica ( forse
dalla politica) alla losoa senza peraltro abdicare ai sussidi che la reto-
rica, se tenuta sotto controllo, offre alla parenesi morale ( Lana, 1953,
pp. 209- 15): e ci autorizza a credere che Seneca padre, suo estimatore
( Controv. 2, Prae.: Leeman, 1963, pp. 357- 60), abbia promosso o co-
munque visto di buon occhio il passaggio del figlio alla sua scuola, sce-
vra dell'esoterismo di Sozione. Fabiano scrisse di losoa ( anch'egli in
lingua latina!) tanto quanto Cicerone ( Sen. Ep. 100, 9) e inoltre trattati
naturalistici. Nei Libri civilium ( Sen. Ep. 100, 1) espose forse ( Lana,
1953, p. 211) il pensiero della setta circa i rapporti tra il filosofo e lo
Stato. Imitatore, dunque, di Sestio padre nelle scelte di vita e di dottri-
na, gli si contrappose nell'opzione linguistica, fornendo cos a Seneca un
indispensabile magistero esistenziale, tematico e soprattutto stilistico ( ne
largo documento l'Ep. 100: Leeman, 1963, pp. 360- 71). Quando la
naturale vocazione losoca impone ormai al giovane l'accesso a una si-
stematica Weltanschauung, certo il militante attivismo morale di Fa-
biano ad additargli irreversibilmente lo stoicismo, presso il terzo mae-
stro, Attalo: ancora una volta, crediamo, col beneplacito paterno ( cf.
Suas. 2,12).
Uscito dalla scuola di Attalo ad civitatis vitam ( Ep. 108, 15), rientra-
to a Roma da un soggiorno egiziano molto utile per la conoscenza dei
culti orientali, Seneca accompagna, interpreta o risarcisce la sua trenten-
nale parabola pubblica a ridosso della dinastia giulio- claudia ( cfr. spe-
cialmente Lana, 1964; Griffin) con una intensa produzione in prosa e in
versi che ha ( come per Cicerone) l'akm negli ultimi anni di ritiro dalla
politica attiva ( 62- 65 d.C.).
Allineare con precisione sull'asse cronologico questa produzione
impresa inutile soprattutto perch l'autobiografismo di Seneca ( efficace-
mente rappresentato da Misch, pp. 421- 41) concede il minimo possibile
al dato evenemenziale, spiazzando l'acribia dei filologi. Occorre so-
prattutto prestare attenzione agli indizi interni e accontentarsi di risultati
relativi.
L'opera losoca che pone pi problemi in tal senso certo la silloge
in 12 libri dei Dialogi ( da confrontare almeno gli studi di Giancotti e
Abel). Comprende tre consolationes: Ad Marciam ( forse lo scritto pi
antico rimastoci di Seneca, posteriore all'avvento nel 37 di Caligola), Ad
176 LA PROSA LATINA
Helviam matrem, Ad Polybium ( dopo il 41, durante l'esilio in Corsica,
sotto Claudio); tre libri De ira al fratello Novato ( tra 41 ei52); De brevi-
tate vitae a Paolino e De constantia sapientis a Sereno ( intorno al 50'?),
cui segue De tranquillitate animi pure a Sereno come forse De otio ( da-
ta imprecisabile, forse dell'ultimo quinquennio di vita); De vita beata a
Gallione, nome adottivo assunto da Novato ( tra 54, avvento di Nerone,
e 62, ritiro nell'otium); De providentia a Lucilio ( nell'ultimo scorcio di
vita).
Delle altre opere ( Lana, 1955, passim; Abel, pp. 164- 9; Griffin, pp.
395- 411 ; Grimal, 1978, pp. 262- 323), il De clementia a Nerone, giunto-
ci incompleto in due libri, appartiene agli inizi del principato neroniano,
il De beneiciis a Ebuzio Liberale, in sette libri, databile dal 56 al 64,
pi probabilmente dopo il ritiro; all'ultimo Seneca appartengono infine
le altre due opere dedicate a Lucilio: i sette libri Naturalium quaestio-
num e le Epistulae morales giunteci in numero di 124 e in venti libri ( ne
comprendevano almeno ancora due). Di discussa cronologia sono altre
opere rimaste in frustuli, segnatamente De immatura morte ( frr. 26- 29
Haase), De superstitione dialogus ( frr. 30- 44), De matrimonio ( frr. 45-
88), De amicitia ( frr. 89- 97) e, nell'ultimo scorcio di vita, il protrettico
Exhortationes ( frr. 14- 24) in due o pi libri e i Moralis philosophiae
libri ( frr. 116- 125): Lausberg; Mazzoli, 1977.
Da questa veloce rassegna di titoli rileviamo nettamente l'orma se-
stiana e in particolare l'impronta di Papirio Fabiano: con linteresse mo-
rale, egemonico, coesistono quello naturalistico ( Nat. quaest. e altre ope-
re andate perdute) e quello per il rapporto tra filosoa e potere ( Clem.,
espressione del quinquennium Neronis, nello sforzo di dare corpo al so-
gno del princeps- sapiens). Ma naturalmente lo sfondo sestiano non esau-
risce l'orizzonte losofico di Seneca: fornisce, ed ci che importa, un
punto cardinale per orientarsi nei confronti d'un pensiero notoriamente
refrattario a troppo precise denizioni stemmatiche.
Famose prese di posizione dello stesso Seneca ci mettono in guardia
( per esempio Brev. vit. 14, 1; V. b. 3, 2; Nat. quaest. 2, 21, 1; 6, 5, 2
s.; Ep. 33, 11; 45, 4; 80, 1). La libert si spinge no ad abbattere le pi
tradizionali barriere scolastiche: cfr. Ira 1, 6, 5 e soprattutto ( nei riguar-
di dell'epicureismo) l'emblematico asserto di Ep. 2, 5, soleo enim et in
aliena castra transire, non tamquam transuga sed tamquam explorator.
Indipendenza, tuttavia, non significa eclettismo ( Scarpat, 19702, pp.
87- 101; un buon saggio del modo di lavorare senecano in Gianotti). Una
simile etichetta, che gi abbiamo visto mal applicabile a Cicerone, in
presenza d'un centrale asse m e t o d ol o g i c o , non si adatta nemme-
no a Seneca ma per una diversa ragione. Per giusti che siano i rilievi
sulla asistematicit del suo pensiero ( e soprattutto del modo letterario di
esprimerlo), questo pensiero nasce e si sviluppa in rapporto costante
( anche quando dialettico) con un sis t e m a . Al probabilismo di Cice-
rone Seneca contrappone ( Ep. 88, 43- 46; Pohlenz, II, pp. 59 s.) una fer-
ma presa di posizione contro lo scetticismo e contro la disputatio in
utramque partem. La losoa non pu rinunciare a una dottrina unitaria
sui problemi dell'uomo e del mondo. E questa dottrina la stoica, seb-
La prosa filosofica, scientifica, epistolare 177
bene Seneca non perda occasione per contestare il rigore ortodosso del-
l'antica Stoa.
Non ci sembra perci nella giusta prospettiva chi, come Donini,
1979a, pp. 149- 300; 1982, pp. 181- 210, giudica lo stoicismo una gab-
bia troppo stretta per uno strano Seneca continuamente portato all'eva-
sione, prima in campo epicureo ( ma cfr. Andr, 1969a) e da ultimo nel
platonismo medio ( sulle posizioni di Antioco di Ascalona), con una con-
versione profonda mistificata in superficie dalla maschera stoica.
Per parte nostra, spostare il baricentro del pensiero senecano fuori
del sistema stoico significa determinarne il crollo. Per metterne a fuoco il
rapporto globale con Platone e la tradizione platonica occorre sempre
tenere sotto rigoroso controllo lo strumento lologico: come in Setaioli,
1988 ( pp. 117- 40), cui ( pp. 505- 10) rinviamo anche per i rilievi sul me-
todo del Donini ( salvo separarci nell'ultima conclusione, che insiste forse
troppo sull'asistematicit senecana).
Basti qui solo osservare che Donini ha pienamente ragione nel rico-
noscere nelle Epp. 58 e 65 un bagaglio di dottrine medioplatoniche e nel
cogliere in Ep. 65, 15 ss. le matrici teoretiche di Nat. quaest.; ma che
tutto il suo sforzo viziato all'origine dalla pretesa di vedere in opposi-
zione testi paralleli quali le due lettere ( cfr. Maurach, pp. 130- 7), errore
prospettico che fatalmente coinvolge il senso complessivo assegnato a
Nat. quaest. Il fraintendimento costringe Donini, 1979 ( p. 207, n. 46) a
rifiutare la pi plausibile chiave di lettura dell'Ep. 65, sintomaticamente
offerta proprio dalla lettera precedente ( 64, 6): la lezione sestiana. Doni-
ni ( ibid., p. 204, n. 34) non la esclude, ma ovviamente non sa coglierne
fino in fondo la determinante suggestione.
Per ridimensionare l'eclettismo di Seneca, pi produttivo ci sembra lo
sforzo di chi ( come Pohlenz, II, pp. 31- 104; Grimal, 1978, pp. 323- 439;
1970; Andr, 1977, pp. 156- 63) recupera in una visione sistematica
l'iter filosoco di Seneca, cercando, tappa per tappa, di mostrarne la
compatibilit con le dottrine stoiche: uno stoicismo che le interazioni
scolastiche del cosiddetto periodo di mezzo ( Panezio, Posidonio: Poh-
lenz, II, pp. 63- 9; e da parte accademica Antioco) consentono di assu-
mere ormai non come gabbia dell'ortodossia ma come griglia larga di
riferimento.
L'istanza sistematica, potenziale ma non assente nei dialoghi pi anti-
chi, si fa forte ed esplicita proprio nelle grandi lettere dell'ultimo perio-
do, in particolare Ep. 89, 9- 18; 90, 28 s., ove la successione antiochina
delle partes philosophiae appare rivitalizzata e reinterpretata alla luce
d'una nuova sensibilit: anzitutto la prima sezione della philosophia
moralis, quella che tratta dei valori; poi linsieme della fisica, a cui si
riconnette il resto della philosophia moralis, lo studio della psicologia e,
per conseguenza, quello delle passioni. Da cui si dedurr la conoscenza,
caso per caso, delle condotte pratiche ( Grimal, 1978, p. 362). La pare-
nesi ( admonitio tramite praecepta) viene cos fondata sulle solide basi
della institutio procedente per decreta ( Epp. 94 e 95: Bellincioni, 1978,
pp. 87- 116; 1979). All'ultimo posto viene confinata, e svalutata, la logi-
ca ( intesa come dialettica e come retorica).
178 LA PROSA LATINA
Un principio cardinale profondamente stoico, naturam sequi, garanti-
sce e regola la coesione del sistema a tutti i livelli e tra tutte le parti: a
livello macrocosmico tra ontologia e teologia ( sul problema religioso in
Seneca, cfr. Scarpat, 19832; Mazzoli, 1984), a livello microcosmico tra
antropologia, gnoseologia, psicologia ed etica ( Husner); nella polis ( De
clementia) tra cives e princeps ( Adam; Grimal, 1978, pp. 435- 8; Bellin-
cioni, 1984), nella cosmopoli imperiale ( Tranq., Ot., Ben., Ep.) tra mo-
rale individuale e sociale, vita contemplativa e attiva ( Grilli, 1953, pp.
217- 80; Andr, 1962, pp. 27- 81; Bodson; Conde Guerri; Dionigi, pp.
66- 100; Chaumartin).
E peraltro innegabile che questa istanza sistematica ( forse culminante
nell'ultima opera, i perduti libri moralis philosophiae: Lausberg, pp.
168- 96) venga costantemente frenata, e talora neutralizzata, da una spin-
ta in senso inverso, tesa alla diffrazione, se non alla disintegrazione, del-
la problematica losoca. Alla base lo scontro tra l'assoluto e il relati-
vo, tra l'ideale e la pratica. Pilastri ideali del sistema stoico sono il telos
divino, la virt, la felicit, il sapiens ( Ganss; Guillemin, 1952; Hadot,
1969; Martin Sanchez). Ma il sapiens nella sua sovrumana, addirittura
sovradivina ( Ep. 53, 11 s.) condizione, una fenice ( Ep. 42, 1). Nella
pratica esiste solo il vir bonus secundae notae, esistono solo gli inperec-
ti et mediocres et male sani: sono questi i veri destinatari di Seneca
( Tranq. 11, 1), che si sforza di attivame il proectus morale contro il
rischio sempre in agguato della diastroph verso il vitium ( Guillemin,
1953; Bellincioni, 1978).
E una sorta di continuo pronto intervento" che acuisce e moltiplica
ma anche disarticola e frammenta, nei contenuti e nelle forme, la Seelen-
leitung senecana in un inesausto gioco di specchi tra actio e contempla-
tio. E siccome Seneca il primo a rendersi conto di essere anch'egli nel-
la massa dei proicientes ( V. b. 17) ecco crearsi nella sua riessione
quella doppia direzione, centripeta e centrifuga, verso l'interiorit e ver-
so la predicazione, i cui effetti drammatici sul linguaggio losofico so-
no stati magistralmente analizzati da Traina 19874.
E ora pi facile comprendere il senso del primato assegnato all'etica
( contra, Donini, 1979a, pp. 185, 209- 42): illa ago ac tracto quibus pa-
catur animus, et me prius scrutor, deinde hunc mundum ( Ep. 65, 15);
sic itaque me audi tamquam mecum loquar, in secretum te meum ad-
mitto et te adhibito mecum exigo ( Ep. 27, 1). Seneca certo non rimuove
dall'orizzonte dell'institutio il paradigma del sapiens ideale ma, data la
sua sostanziale inattingibilit, lo sublima in oggetto di culto, in un verti-
ce teleologico e teoretico ( Ep. 64, 5 s.; 115, 3- 5). I concreti parametri
della moralis philosophia egli li cerca, e li coglie, in se stesso. L'autoana-
lisi diviene la base del1'admonitio: questa la prima volta - dice bene
Pohlenz, Il, p. 84 - , nella filosoa greco- romana, in cui noi vediamo la
coscienza considerata come una forza viva e attiva . Raggiungiamo il nu-
cleo centrale del pensiero senecano ( Mazzoli, 1984, pp. 969- 71) e anco-
ra una volta riconosciamo determinante l'impronta sestiana. Il suggestivo
luogo Ira 3, 36 riconduce al modello di Sestio la pratica ( pitagorizzante)
del quotidiano esame di coscienza.
La prosa losoca, scientifica, epistolare 179
L'intera speculazione di Seneca si inarca dunque tra due momenti
pervasi di sentimento religioso, l'ascolto del custos interiore ( deus inter-
nus: il celebre motivo di Ep. 41) e la venerazione del logos, supremo
valore teologico. In mezzo si distendono l'umanit e il mondo fisico, i
referenti corporei che al filosofo stanno assai pi a cuore degli incor-
porali oggetti della logica. Non ci sembra un caso ritrovare tutto questo
paesaggio, con le sue luci e le sue ombre, nei frammenti del perduto
protrettico alla losoa, le Exhortationes ( Mazzoli, 1977, pp. 31- 47), col
prezioso finale che indica ( sestianamente) nella volont e nell'attuosit
della vita morale il raccordo tra i due poli della coscienza e di Dio. Il
freddo intellettualismo crisippeo lontano da questo volontaristico Stre-
ben, che l'anima stessa del proectus morale ( Pohlenz, II, pp. 85- 91);
ma prima di gridare al1eterodossia si ricordi il forte rilievo dato alla vo-
lont e al sentimento religioso da Cleante, il secondo scolarca dell'antica
Stoa ( Festugire, II, pp. 310- 32).
Nel circuito coscienza- res ( umane e naturali)- Dio circola la corrente
che anima e personalizza la scrittura losoca di Seneca. E una scrittura
composita e incline alla sperimentazione delle forme invalse nella lettera-
tura filosofica ( Untersteiner, pp. 51- 101): troviamo teorizzato il hypo-
mnema ( Foucault, pp. 7- 11) e praticati consolatio, dialogo aristotelico
( un embrione in Tranq.), dialogo diatribico ( nella maggior parte dei Dia-
logi, talora anche nei trattati), protrettico ( Exhort.),` trattato ( Clem.,
Ben., Nat. quaest., Mor. philos.), satira menippea ( Apocolocyntosis), epi-
stola ( Ad Luc.). Vivissima ovunque l'istanza dialogica ( Andr 2, pp.
163- 7): con se stesso, con i concreti destinatari, con tutti i proficientes,
con gli avversari, mediante l'espediente diatribico dell'interlocutore tti-
zio, e fra i personaggi tragici. Si tratta d'una dialogicit ben diversa dalle
maniere ciceroniane ( Michel, 1977). La valenza politica e prosopograca
del tutto scomparsa. La valenza retorica, senza la quale Cicerone nean-
che concepiva una prosa losoca in lingua latina, stata sottoposta a
una rigorosa revisione teorica da cui risulta, conformemente al posto as-
segnato alla logica, lo stretto asservimento dei verba ( incorporali) alle
esigenze r e ali del discorso filosofico, secondo un principio martellato
perentoriamente attraverso tutta la raccolta epistolare ( cfr. almeno Ep.
16, 3; 45, 5 s.; 75, 7; 108, 7 e 35) e ricondotto in Ep. 100 al modello di
Papirio Fabiano. V
Le ragioni della retorica e del bello stile si lasciano recuperare solo in
seconda istanza come ngonynvot ( Setaioli, 1985, pp. 777- 801) rispetto
alla tradizionale aridit dello stile stoico ( Traina, 19874, p. 124, n. 2):
una concessione questa che Seneca, glio di retore e scolaro di retori
prima che di loso, fa anzitutto a se stesso, elaborando quei moduli del
nuovo stile cos aspramente stigmatizzati dal classicista Quintiliano e
dagli arcaisti Gellio e Frontone ( Leeman, 1963, pp. 381- 8). Setaioli
( 1985, pp. 782- 5) distingue per utilmente nella dottrina stilistica sene-
cana due tipi di discorso filosofico: la disputatio e il sermo ( Ep. 38). La
tendenza centrifuga e psicagogica della prima, tipica della parenesi,
giustifica il dispiego di mezzi retorici, il taglio diatribico, il pathos e il
ricorso alla sentenza quale cellula espressiva ( Traina, 19874, pp. 25- 41,
180 LA I> RosA LATINA
77- 130). L'intimismo e la scarsa appariscenza del sermo, inlaboratus et
acilis ( Ep. 75, 1), idoneo all'institutio non all'admonitio, ne fanno, nelle
intenzioni dell'autore, il rspecchiamento diretto, non retoricamente me-
diato, dei sensus, dunque l'irradiazione esterna ( Ep. 27, 1) del centripeto
e riessivo linguaggio dell interiorit ( Thvenaz; Traina, 19874, pp. 9-
23, ` 43- 77).
E anzitutto da questo versante della coscienza che la pratica stilistica
ed esistenziale di Seneca cerca risposta alla teoria concordet sermo cum
vita ( Ep. 75, 4; cfr. 24, 19; 114, 1- 3). La coerenza tra stile e moralit -
riconducibile alla dottrina paneziana etico- estetica del ngnovz Setaioli,
1985, pp. 792- 801 - deve essere una corrispondenza biunivoca: quod
sentimus loquamur, quod loquimur sentiamus ( Ep. 75, 4). Una retorica
e una dialettica che non solo riflettono ma addirittura producono l'ethos
di chi le impiega si reificano, perdono l'inconsistenza degli svalutati in-
corporali logici. Concentrata per questa via intorno al polo della co-
scienza, la scrittura losoca trova giustificazione in se stessa, svincolan-
dosi dallo statuto eterodosso che condizionava ancora l'operazione cice-
roniana: scrittura di s ( Foucault, pp. 12- 8), tesa a convertire l'adesio-
ne, teoretica e insieme religiosa, al divino in energia morale irradiante
sugli altri. A ragione Traina, 19874, p. 22, osserva che il linguaggio del-
l'interiorit, forse il maggior contributo di Seneca alla terminologia filo-
soca dell'occidente, conuisce soprattutto per tramite di Agostino nel-
l'esperienza cristiana ma non compie ( se non per metafora: Mazzoli,
1977, pp. 974 s.) il salto della trascendenza.
Possiamo anzi ricondurre proprio all'immanentismo scolastico ( il lo-
gos immerso nella realt morale e fisica) il disprezzo di Seneca per un
linguaggio sganciato dai suoi referenti. La Stoica lingua ( Setaioli 1988,
pp. 24- 33) fatta di magna verba. .. sed vera ( Ep. 13, 4). Come la
parola teatrale tende a fenomenizzarsi ( effetto rilevato da Lanza) cos il
segno losofico mira a coincidere col senso, a sua volta tutto calato sul
referente, nelle dimensioni dello spazio e del tempo ( per i rapporti tra
Seneca filosofo e Seneca poeta cfr. Biondi, pp. 34- 43).
Le conseguenze sulla scrittura sono imponenti, e investono composi-
zione, stile e lingua. La Spannung gi incontrata nel pensiero, conteso
tra le istanze sistematiche dell'ideale e le diffrazioni del reale, si visualiz-
za nelle tormentate, ma non assenti, strutture delle opere, suscettibili
perci di ricostruzioni tutt'altro che univoche ( Albertini; Abel). A livello
stilistico il modello elegante della prosa losoca ciceroniana - fonda-
to sulla concinnitas ritmica, sulla macro- cellula del periodo, sulla gerar-
chia centralizzante dell'ipotassi - viene energicamente contestato ( docu-
mento essenziale l'Ep. 114: Leeman, 1963, pp. 371- 81) e superato
( Guillemin, 1954; Traina 19874, pp. 25- 7; Setaioli, 1985, pp. 811- 29),
ma non totalmente rimosso nella ricerca assoluta dellaritmicit ( cfr.
Bourgery, 1910) e dellasimmetria ( Traina, 19874, pp. 102- 10, contro
Castiglioni).
In ambito linguistico due sono i tratti pi notevoli, l'apertura all'Um-
gangssprache e i rinnovati criteri in materia di traduzione e di lessico: su
entrambi gli aspetti a vecchi e ancor utili studi, quali Bourgery, 1922,
La prosa losoca, scientifica, epistolare 181
Pittet, si uniscono ora essenziali contributi di Setaioli ( rispettivamente
1980- 81 e 1988). La sensibilit per la lingua viva dell'uso, favorita an-
che dalla forte inuenza della diatriba, costituisce - sul piano lessicale,
morfologico e sintattico ( colloquialismi, popolarismi, tecnicismi, poetici-
smi) - un importante veicolo di variazione rispetto all'uniforme modulo
letterario dei dialoghi ciceroniani e una continua spia di come pratica-
mente Seneca avvertisse l'esigenza del sermo inlaboratus et acilis ( Ep.
75, 1- 7).
Infine, il problema del vertere, sia a livello lessicale sia a livello te-
stuale, polarizza la riessione del filosofo sulle ragioni della sua scrittura
e delle conseguenti scelte operative. Con Cicerone e Lucrezio condivide
il lamento sulla paupertas, immo egestas della lingua latina ( Ep. 58, 2),
sussistente in generale ( Ben. 2, 34, 2) e in particolare per le esigenze
filosofiche. Imprestiti e calchi dal greco dunque si impongono e sono
avallati dagli autorevoli precedenti di Cicerone stesso o Fabiano ( Ep. 58,
6 s.; 111, 1).
Ma sul pi largo piano della testualit l'emancipazione dal greco
necessaria. Alla traduzione letterale ligia ai verba e dunque inevitabil-
mente patinata di grecit lecito contrapporne una attenta soprattutto ai
sensus ( Ep. 9, 20): a questa va la preferenza di Seneca, come conferma
efficacemente la sua prassi ( acute analisi in Traina, 19874, pp. 37- 40;
116- 24). L'implicazione vita- oratio ( Ep. 114, 1 ss.) viene pesantemente
generalizzata in natio- oratio ( Ep. 40, 11 s.), alimentando quel pregiudi-
zio etico- stilistico nei confronti dei Greci che, come s' gi accennato,
alla base stessa dell'opzione linguistica senecana. Dalla parte del greco e
la gratia ma anche ( cfr. almeno Ben. 1, 14, 1; Ep. 40, 11) l'inutile sotti-
gliezza, la licentia; dalla parte del latino il robur, la potentia ( Pol. 2, 6;
Nat. quaest. 7, 32, 2; Ep. 59, 7). Date queste drastiche premesse, la
Stoica lingua di Seneca non pu che parlare e scrivere latino ( ridottissi-
ma nelle sue pagine filosofiche la stessa presenza graca del greco):
ma un latino in cui il significante, rifiutato come ne, si faccia buon
conduttore deIl'intensione semantica.
Per discutibili che siano le motivazioni culturali soggiacenti, la pri-
ma volta nella storia del genere filosofico a Roma che la conquista delI'i-
dentit linguistica e stilistica ci appare un processo omorganico alle ra-
gioni in t er n e deIl'operazione teoretica. Trasposta dalla schola alla
vita ( contro il pessimistico rilievo di Ep. 106, 12) e dai condizionamenti
della polis al foro interiore della coscienza, la scrittura losoca recu-
pera con Seneca uno statuto di autonomia che la abiliter a presenze
suggestive in scenari assai diversi, quali il cristiano e il medievale ( cfr.
Nothdurft; Entretiens Hardt XXIII, passim; Colish, I, pp, 13- 9).
Ma non, come s' gi accennato, nella cultura pagana dell'epoca dei
Flavi e degli Antonini: ben poca sintonia sussiste tra la ntootu cptlto-
oocpooot del tempo e gli orientamenti di Seneca. La sua gura patisce
in misura emblematica gli effetti di quella crisi della vocazione losoca
che, gi da lui denunciata e contrastata con tenacia, si acuisce nell'et
della nuova sofistica ( lerphagnon, pp. 167- 82).
Le istanze eteronome riprendono il sopravvento, spostando di nuovo
/( W
182 LA PRosA LATINA
il pensiero losofico dal vitale rapporto con l'interiorit spirituale in di-
rezione della polis da un lato e della schola dall'altro. Esemplificano be-
ne la prima tendenza, che rilancia anacronisticamente il modello cicero-
niano, il retore Quintiliano ( 11, 1, 35); 12, 2; Andr, 1977, pp. 192 s.)
e Plinio il Giovane ( Andr, 1975). Nell'altro verso la losoa s'incasella
nello scacchiere delle arti liberali o si fa ancella del mistero.
Se lo stoicismo appare per tutto il sec. I la dottrina prevalente nella
cultura romana ( ma la scelta linguistica di Seneca non ha seguito: Muso-
nio Rufo e poi Marco Aurelio scriveranno in greco come Epitteto), dagli
inizi del II si fa sempre pi centrale in quella cultura la posizione del
platonismo e in generale delle istanze metafisiche e irrazionalistiche: ri-
prende vigore il pitagorismo e non ci sono pi argini all'influenza del
misticismo orientale ( Festugire, I, 1- 44).
Moreschini, 1978, pp. 9- 18, segue gli sviluppi letterari della nuova
situazione, dal famoso excursus tacitiano sul fato e il libero arbitrio
( Ann. 6, 22) al superficiale interesse di Aulo Gellio fino ad Apuleio, l'ul-
timo nome della prosa losoca latina. Ma se convinta pu sembrare la
professione del philosophus Platonicus ( cfr. Apol. 10, 39, 64; Hijmans)
e fervido il misticismo delle Metamorfosi, le cosiddette opere filosofiche
di Apuleio deludono chi cerchi al di l delle dottrine medioplatoniche
utilmente esposte l'apporto di una personale rimeditazione. Al nucleo
platonico ( trascendenza divina, demonologia, presenza dell'irrazionale) si
uniscono inussi peripatetici ( in particolare l'etica della neomg) e stoici
( per esempio nelle nozioni del sapiens, del fato, della provvidenza):
Beaujeu, pp. XXIII- XXIX; Moreschini, 1978; Donini, 1979b.
Con Apuleio assistiamo in realt al disintegrarsi del genere filosoco,
che c'era apparso con Cicerone e con Seneca alla costante ricerca d'un
asse centrale portante, sul piano della forma, del metodo o del sistema.
La cultura del Il secolo non in grado di controllare quel delicato equili-
brio tra la scuola e il foro in cui l'eteronomia della posizione ciceroniana
trovava il suo punto d'assestamento. Apuleio passa con disinvoltura ( e
senza eccessivi scrupoli di acribia) dall'arido catechismo scolastico ( i due
libri De Platone et eius dogmate, discussa espressione, ristretta alla fisica
e alla morale, della scuola di Gaio": Moreschini, 1978, pp. 133- 91) al
plagio ( De mundo, versione mimetizzata dello pseudo- aristotelico magi
uouov) alla brillante conferenza che ( in senso opposto al principio se-
necano) dissolve in verba le res ( De deo Socratis, sulla demonologia me-
dioplatonica). Le discrepanze nel ritmo clausolare ( Beaujeu, pp. XVI-
XXIII) confermano la scarsa omogeneit di queste opere.
La losoa non che il fiore all'occhiello del retore: la componente
pi prestigiosa di quel sapere enciclopedico che Apuleio ostenta a livello
sia di formazione ( Flor. 20, 4) sia di produzione letteraria ( Flor. 9, 28)
tam Graece quam Latine ( cfr. Flor. 18; 16, 38 s., 42): anche la scelta
linguistica non ha matrici ideologiche ma semplicemente in funzione
dei pubblici cui le opere sono rivolte ( Deo Socr. 113). A questo sostan-
ziale bilinguismo, collaudato anche da traduzioni perdute ( dei dialoghi
platonici Fedone e Repubblica), va comunque assegnato il merito d'un
La prosa losoca, scientifica, epistolare 183
ulteriore arricchimento della terminologia losoca latina, soprattutto
nell'ambito della dottrina metafisica ( Moreschini, 1978, pp. 193- 217).
Dal II secolo la cultura pagana soccombe progressivamente alla pres-
sione del pensiero cristiano: temibile tanto negli aspetti di contrapposi-
zione frontale quanto, e maggiormente, nel sempre pi organico sforzo
di raccordare sapienza di Dio e sapienza del mondo, rivelazione e
ragione, Scrittura e losoa gentile ( Wolfson, in partic. pp. 13- 130). I
tentativi di resistenza non possono che sortire effetti di arroccamento, su
linee di tendenza gi visibili in Apuleio: il ripiegamento nella scuola e il
rifugio nell'esoterismo. Della prima linea fa fede nel sec. IV, tra medio e
neo- platonismo, il commentario di Calcidio al Timeo ( Moreschini, 1978,
p. 175, n. 118), che rester essenziale per la conoscenza di Platone nel
medioevo occidentale.
Il prodotto pi signicativo della seconda tendenza , ancora nel sec.
IV, l'Asclepius, non a caso conservatosi nel corpus filosofico apuleiano.
Questo dialogo, versione d'un perduto Logos teleios greco, l'unico te-
sto latino a noi rimasto della losoa ermetica, che interess vivamente
anche apologeti cristiani come Tertulliano e Lattanzio ( Moreschini,
1985, pp. 13- 119). Con esso siamo ormai fuori dal genere filosofico,
non solo per il contenuto mistico ma anche per il sermo religiosus e la
destrutturazione letteraria ( Moreschini, 1985, pp. 78, 83, 117). Ci non
significa assenza di forti suggestioni platoniche e anche stoiche; n man-
ca dinteresse tecnico ( e di rapporti con la tradizione) la resa latina d'u-
na terminologia per eccellenza ermetica in un'epoca in cui gi va dira-
dandosi in Occidente la conoscenza del greco ( Bertolini).
Il nostro percorso tra le tensioni eteronome e autonome del genere si
pu qui concludere: ma non senza significato che l'ultima opera latina
dell'antichit o, se preferiamo, la prima del medioevo sia, col platonico
Boezio ( 480 ca.- 524), nel nome consolante della losoa.
5. La prosa scientifica del periodo repubblicano
Gli intellettuali romani pi dotati del periodo classico non seppero compren-
dere la natura sistematica delle discipline scientifiche, e non furono in grado di
padroneggiare nessuna delle scienze greche. Solo raramente attingevano ai tratta-
ti teorici, e di solito lasciavano tali argomenti agli scribacchini e ai polimati, i
quali capivano meno ancora il rigore e la logica dell'indagine scientifica. A causa
della loro mancanza di interesse per il pensiero scientifico, i Romani devono es-
sere considerati i responsabili della decadenza della cultura nell'Europa occiden-
tale durante il primo millennio dell'era cristiana.
In queste severe parole si condensa il bilancio di Stahl ( pp. 342 s.)
sulla cultura scientica romana: negativo senzaltro, dato lorientamento
ellenocentrico del giudizio, portato tutto sul valore epistemico, non sul-
l'apporto tecnico di quella cultura; inaccettabile sul piano della pi larga
comprensione storica, perch unilaterale, elaborato secondo parametri
perlopi estranei alla civilt romana e insensibile ai suoi pi globali por-
tati, che non si possono ridurre ad agenti di mera decadenza.
184 LA I RosA LATINA
Il fattore che va realmente riconosciuto lo scollamento sussistente
tra scienza e tecnica, tra teoria e pratica ( e nella pratica rientra anche
l'elaborazione letteraria del sapere scientifico); ma, come stato oppor-
tunamente rilevato ( Lana, 1973; Ritti; Pasoli), un fenomeno che inve-
ste in generale il mondo antico non cristiano, e non si saprebbe imputare
pi allambito romano. che a quello greco, connesso com con l'inade-
guata ( quando non assente) assunzione del lavoro sul piano delle catego-
rie antropologiche ( cfr. Lana, 1984).
Un plausibile riassetto critico contro il deprezzamento operato da
Stahl va nella direzione segnata per tempo da della Corte, 1978 ( p. 23):
se ai due universali valori prammatici, di cui l'umanit va debitrice a
Roma, Giure e Cattolicesimo, dovessimo aggiungere un terzo, altrettanto
imperituro nei secoli, non a torto potremmo nominare l'Enciclopedia, in
quanto organizzazione armonica e unitaria della cultura umana. Le no-
stre valutazioni tecniche e letterarie sulla prosa scientifica latina faranno
bene a tenere conto dell'orizzonte enciclopedico in cui essa sembra esse-
re stata pensata, fin dalle sue primissime espressioni.
Secondo l'interpretazione da Iahn in avanti tradizionale ( cfr. della
Corte, 1978, pp. 27- 40; della Corte, 19692, pp. 107- 11), la prosa scien-
tifica inserita nella dimensione enciclopedica avrebbe avuto per primo
autore il padre stesso della prosa letteraria latina, M. Porcio Catone
( 234- 149). I suoi libri Ad Marcum ilium, contrapposti polemicamente
alla cultura ellenistica in cui pure risiedono le matrici dell'enciclopedi-
smo latino ( rileva il paradosso Pizzani, pp. 694 s.), sarebbero la prima
enciclopedia pratica del sapere romano, archetipo delle future artes, met-
tendo sullo stesso piano agricoltura medicina retorica strategia e forse
diritto: modello, due secoli dopo, per Celso ( cfr. Barw ick).
In tempi recenti la tesi di Iahn stata da taluno contestata, e in mo-
do pi organico da Astin, pp. 332- 40. Lungi dall'avere respiro enciclope-
dico, l'Ad ilium catoniano sarebbe una silloge monobiblica di precetti
ed esortazioni variamente succedentisi, senza una riconoscibile struttura-
zione enciclopedica.
Il problema resta aperto; in ogni caso, per prendere le misure della
prosa tecnica catoniana assai pi fruttuoso rivolgersi al trattato che ci
giunto integro De agricultura, opera della vecchiaia di Catone, caotico
libretto ove si affollavano, si intrecciavano, si componevano la sua vita
giovanile, la sua esperienza di campagnolo, la sua volont di arrivare alla
ricchezza, agli onori, alla stima universale ( della Corte, 19692, p. 103;
cfr. anche Flores, 1974, pp. 118- 20).
Da ultimo Astin ne ha studiato le ragioni d'essere sotto il prolo let-
terario ( pp. 189- 203) e socio- economico ( pp. 240- 66). Flagranti sono,
sul piano compositivo, gli scompensi, le iterazioni tematiche, il comples-
sivo disordine della pur breve opera; e ci ha alimentato il dibattito tra
chi spiega lo stato attuale del trattato con interpolazioni e rimaneggia-
menti posteriori e chi lo imputa al modo stesso di lavorare di Catone. E
probabile che ci sia del vero in entrambe le interpretazioni, ma che so-
prattutto sia stato asistematico il processo compositivo, per la molteplici-
t delle motivazioni, la disomogeneit dei materiali preparatorii, la desul-
La prosa losoca, scientifica, epistolare 185
toriet del lungo periodo di stesura cui forse venne a mancare l'ultima
revisione. E non va sottovalutato il carattere pionieristico dell'operazio-
ne, data l'assoluta assenza di modelli di riferimento in prosa latina, che
costringe Catone a un formidabile impegno di creazione linguistica,
messa ampiamente in luce da Till ( pp. 60 ss.).
Quanto al rapporto catoniano con la letteratura greca, topicamente
problematico e inficiato da pregiudiziali etiche, i sondaggi specifici di
Boscherini inducono a meno scettiche conclusioni, perch rivelano tutta
una serie di aforamenti della cultura scientifica greca ( soprattutto bota-
nica e medica), non solo al livello del lessico ma anche, a tratti, a quello
della tecnica espositiva e dell'organizzazione logica. Certo minor peso ha
l'inuenza della retorica greca; ma bisogna anche in questo caso distin-
guere prudentemente tra la curata elaborazione formale della celebre
prefazione ( lanson, pp. 84- 7; Leeman, 1963, pp. 16- 22; von Albrecht,
pp. 15- 23; e, per le valenze socio- economiche, Flores, 1978, pp. 67- 76)
e il pi incomposito stile della restante trattazione, propriamente tecnica.
La tradizione manoscritta, trasmettendo insieme loperetta catoniana
e i tre Rerum rusticarum libri di M. Terenzio Varrone reatino ( aa. 116-
27), ci ha messo ( raro privilegio) nella condizione di effettuare il pi
diretto e calzante confronto tra i due prosatori repubblicani cui mag-
giormente debitrice la letteratura tecnica latina.
La centralit dell'agricoltura nell'economia romana - si pensi alla tra-
duzione, decretata dal Senato gi nel 146 a.C., dei 28 libri di Magone
cartaginese, vera e propria Bibbia della rusticatio ( Martin, 1971, pp.
37- 52; Martin, 1985, p. 1967: da qui la citazione) - giustifica ampia-
mente che appartenga a questo settore il solo terreno di confronto tra i
due autori a noi preservato integro ( per un loro calibrato profilo nell'am-
bito della trattatistica agricola preimperiale cfr. White, 1973; e inoltre
Kolendo per i due Saserna; Martin, 1971, pp. 237- 55, Brunt per Tremel-
lio Scrofa; i frammenti in Speranza, I).
Notevolissime le differenze, che Salvatore ( pp. 15 s.) cos sintetizza:
Rispetto al De agricultura di Catone, opera - come stata definita - di pre-
cettistica apodittica, una specie di manuale pratico che testimonia il sapere
agrario italico e riette l'esperienza limitata al pater amilias, al direttore di un'a-
zenda privata, il De re rustica varroniano presenta un ben pi ampio respiro,
rivela una diversa formazione intellettuale e umana, che si esprime nell'esposizio-
ne didascalica, s , ma accompagnata da discussione e da dimostrazione. Al con-
cetto pratico di utilit, al quale fermo Catone, si aggiunge, in Varrone, quello
estetico e pi largamente umano, del diletto, del piacere ( voluptas). ll De re
rustica attinge sostanza e vigore dalla stessa humus, fertilissima, dalla quale sono
originate le altre opere del Reatino.
La differenza marcata gi sul piano formale: alla secca esposizione
monologica di Catone, Varrone contrappone il dialogo - beninteso Ari-
stotelio more ( cfr. Martin, 1971, pp. 213- 35) - che, valendosi anche di
arguti artificii ( a partire dai cognomina agricoli o zoologici dei personag-
gi) o di effetti a sorpresa ( si pensi alla drammatica cornice finale del l.
I), ravviva l'aridit della trattazione e moltiplica i punti di vista.
186 LA I> RosA LATINA
Il comune ricorso allo strumento dialogico non deve tuttavia indurre
al confronto con la prosa ciceroniana ( cfr. Norden, 19153, I, p. 208), dal
quale in buona misura proviene a Varrone la taccia - tradizionale in
tempi antichi ( Quintil. X 1, 95) e moderni ( Heurgon, Laughton) - di
negligenza stilistica. E apprezzabile la rivalutazione operata, con ampiez-
za di analisi, da Salvatore ( pp. 9- 52), che non solo si sofferma sui fre-
quenti tratti di vivacit espressiva ma segnala anche la stretta inerenza
del sermo humilis al suo etimologico referente ( cfr. inoltre, per l'inciden-
za del parlato, De Saint Denis e, per l'ibridismo linguistico dell'opera,
Zaffagno, pp. 2313 s.).
In generale, la tecnica dell'esposizione funzionale rispetto alla sua
sostanza contenutistica e metodologica ( cfr. Skydsgaard, in partic. pp.
89- 124). All'orientamento pratico e settoriale del De agricultura catonia-
no - privilegiante, a dispetto del titolo onnicomprensivo, solo le colture
giudicate pi redditizie come la vinicola e la olearia ( Astin, p. 189;
Gummerus) - Varrone contrappone le esigenze assolute della teoria, of-
frendo da un libro all'altro un panorama circolare delle res rusticae.
Lungi dal presentare l'ottica monodirezionale del pater amilias, l'opera
valorizza il gioco delle parti, in modo da affidare a ciascun personaggio
lo svolgimento pi congeniale alla sua specifica competenza; ne esce un
quadro articolato ed equilibrato dell'agricoltura e dell'allevamento. Molte
- dalla laus Italiae di I 2 ( Martin, 1971, pp. 257- 86) al De apibus di III
16 - le affinit con le Georgiche virgiliane ( rimandiamo ancora in tal
senso al saggio di Salvatore, pp. 53- 151; cfr. gi della Corte, 19702, p.
212), ma con un profondo divario di carattere economico e spirituale,
perch Varrone espone le ragioni del latifondo e Virgilio - quali che sia-
no i suoi destinatari ( Martin, 1971, pp. 129- 34) - esprimer i sentimenti
del piccolo campo.
Il distacco tra Catone e Varrone si fa vistoso e paradigmatico nella
concreta applicazione del metodo scientifico. Catone non dichiara mai i
suoi debiti, lasciando alla critica moderna il delicato compito di evincer-
li. Varrone gi dal primo esordio fa - dando l'esempio a Plinio il Vec-
chio - esplicito riferimento a oltre 50 fonti e in seguito non manca di
citare e discutere gli autori principali ( Catone incluso), in costante con-
fronto con la propria esperienza autoptica. Osserva ancora Salvatore
( pp. 16, 18, n. 28):
Varrone ricerca la verit, attraverso l'opera paziente di ricostruzione del pas-
sato. Dal presente egli risale continuamente alle origini [. . .] Non sempre facile
distinguere i conni tra letteratura ed esperienza di vita, tra scienza e realt. E
un nuovo tipo di letteratura che potremmo definire letteratura scientifica.
Come la critica ha chiaramente rilevato ( della Corte, 1978, pp. 41-
50; Stahl, p. 101), la distanza da Catone emerge nel modo pi netto se
ci spostiamo a esaminare il senso e la portata dell'enciclopedia varro-
niana. Comunque si vogliano interpretare i praecepta ad ilium del Cen-
sore, rimane indiscutibile la sua visione meramente pratica delle artes.
Nel perduto insieme in IX libri ( di pitagorica valenza aritmologica) delle
Disciplinae culminava all'opposto - almeno secondo una accreditata in-
La prosa losoca, scientifica, epistolare 187
terpretazione ( della Corte, 19702, p. 219: cfr. supra, La prosa filosofica,
pp. 159 s.) - l'istanza teorica dell'ultra- ottantenne Varrone, la concezio-
ne liberale delle arti dominate dalla losoa da cui uscir, variamente
mediato da Agostino, Marziano Capella, Boezio, Cassiodoro ( della Corte,
1978, pp. 66- 107), il sistema medievale del Trivio e del Quadrivio.
Nel complesso strutturale delle Disciplinae, le scienze esatte - geo-
metria aritmetica musica, tutte e tre con implicazioni astronomiche e
probabili inussi della disciplina Etrusca e dellaritmologia pitagorica:
Raw son, pp. 158- 64, 167 s. - sarebbero al centro, tra le arti del futuro
Trivio e, presumibilmente, la losoa; quelle di carattere pi pratico,
medicina e architettura, in coda, svalutata appendice ( secondo la com-
munis opinio del tempo: Raw son, pp. 84- 8). L'ordine - che almeno per
le ultime posizioni non sembra discutibile - parla da solo e testimonia lo
sforzo senza precedenti compiuto da Varrone per dare a s la mentalit
scientifica e alla cultura e lingua di Roma i contenuti e le forme del sa-
pere ellenistico ( cfr. della Corte, 19702, pp. 217- 32).
La perdita dell'enciclopedia ci sottrae purtroppo la possibilit di mi-
surare compiutamente, come nei Rer. rust. libri, le cifre tecniche e lette-
rarie dell'operazione ( e analogo discorso va fatto per molti altri scritti, in
particolare i libri geograci, 8- 13, e cronograci, 14- 19, delle Antiquit.
rer. hum.); ma l'orma di Varrone resta fortemente impressa nella lettera-
tura scientifica dell'et imperiale e qua e l ne riaffiorano i tratti. Ben
pi oscura - come gi s' accennato supra, La prosa filosofica, p. 156 s.
- la sorte di Nigidio Figulo, altro grande poligrafo del sec. I a.C. Dal
novero dei suoi interessi scientifici, marcati molto pi che in Varrone
dallesoterismo pitagorico, trapelano appena gli studi naturalistici ( De
vento, De hom num naturalibus, De animalibus: Raw son, pp. 181- 3,
288), mentre la gi ricordata produzione astrologica si sposta sull'incerto
margine che separa la scienza dalla magia.
E tempo di passare oltre il periodo repubblicano; ma non senza avere
dato a Cesare quel che di Cesare : l'autore del De bello Gallico, pri-
ma dell'autore della Germania ( su cui classico Norden, 19594), occupa
un posto di prestigio nell'ambito geo- etnografico, per la ricchezza e og-
gettivit dell'informazione scientifica: rinviamo in proposito ad Armand;
cfr. anche Raw son ( pp. 259- 63) e, per altri tratti del profilo scientifico
cesariano, Forni.
6. La prosa scientica del periodo imperiale
A un ex- ufficiale del genio di Cesare approdato poi alla parte di Otta-
viano per farsi infine costruttivo ( in senso proprio) interprete dalla pax
Augusta tocca il compito delicato di inaugurare, raccogliendo i portati
dell'ultima cultura repubblicana, la prosa scientifica imperiale.
Vaga e discussa sotto il profilo storico, la personalit di Vitruvio ( au-
tore di 10 libri De architectura dedicati rispettivamente ai fondamenti
dell'edilizia urbana, I; ai materiali, II; agli edifici sacri, III- IV; agli edifici
pubblici, V; all'edilizia privata e alla decorazione, VI- VII; allidraulica,
188 LA I RosA LATINA
VIII; agli orologi, IX; alle macchine, in particolare belliche, X) stata
spesso oggetto, dopo gli entusiasmi rinascimentali, di valutazioni distorte
o sfocate anche sul piano scientifico e letterario ( bastino come specimina
taluni deprezzamenti di Stahl, pp. 123- 8, e di Raw son,pp. 185- 93); ma
siamo oggi in grado di comprenderla molto meglio dopo i contributi di
Lana ( 1973, pp. 21- 6), Pasoli, Tabarroni, Gros, Callebat e il recente sag-
gio di Romano. Il punto nodale sta nel significato dell'enciclopedismo
vitruviano in rapporto con le specifiche istanze, anche linguistiche e let-
terarie, del sapere tecnico.
Grande interesse presentano in proposito le riessioni introduttive ai
singoli libri del trattato ( in particolare al I, Il, V), che si lasciano apprez-
zare anche sub specie rhetoricae ( risentendo la lezione ciceroniana) quali
paradigmi del prologo scientifico: cfr. Andr, 1985; 1987. L'adesione di
Vitruvio ( Arch. I 1, 7) al programma filosoficamente fondato delle Disci-
plinae varroniane gi messa in luce da della Corte, 1978 ( p. 51). Le
concomitanze tuttavia sono pi nel metodo ( cfr. Lana, 1973, pp. 23 s.) e
nello spirito che non nel concreto impianto della encyclios disciplina
( Arch. I 1, 12, prima trascrizione latina dell'espressione ellenistica: cfr.
VI Prae. 4; Hadot, pp. 265- 8). Ci che soprattutto si modifica il pun-
to di vista: l'architettura occupa in Varrone l'ultimo posto, all'estrema
periferia del ciclo culturale, mentre ovviamente Vitruvio - proprio per-
ch consapevole del discredito in cui era tenuta per la sua valenza pret-
tamente tecnica e banausica - si sforza di spostarla dai margini verso il
centro dello schema enciclopedico, tramite una pi elastica codicazione
intesa a superare il tradizionale scollamento tra sapere teorico e arti
pratiche.
Analizza bene questa sorta di complesso d'inferiorit ( e di isola-
mento) Romano ( in partic. pp. 81- 141), ravvisando in esso la molla che
spinge Vitruvio a inserire la propria opera nel programma augusteo di
ricostruzione, e in una vantaggiosa prospettiva di integrazione culturale.
A noi importano molto i risvolti linguistici e stilistici di un simile atteg-
giamento. Le ammissioni dell'autore circa le modeste qualit della sua
scrittura ( I 1, 18; V Prae. 1 ss.) vanno intese come invito a prendere
atto non solo della propria difettosa formazione umanistica ma anche
dell'autonomia della prosa scientifica rispetto agli altri generi letterari,
[. . .] del carattere peculiare del linguaggio tecnico, in nome della scienti-
ficit del discorso e contro ogni tentazione di ricorrere ai mezzi della
retorica ( Romano, p. 87).
Anche l'analisi del tecnicismo vitruviano ( Devoto, II, pp. 244 s.) con-
duce in questa direzione evidenziando fattori di novit e di libert ( come
l'uso dei diminutivi, degli astratti), fuori dal condizionamento retorico
accolto in sede prologica; e pure stato notato ( Ruffel) lapporto dato
da Vitruvio al lessico scientifico europeo nel trattamento del grecismo
tecnico. Possiamo concludere con Callebat ( p. 720) riconoscendo che la
prosa del De architectura - in alcuni casi poco disciplinata, ma pi co-
stantemente sorvegliata - manifesta soprattutto la competenza lessicale
del redattore, la scelta diversificata degli strumenti di rappresentazione,
l'orientamento didattico dell'enunciato e che, a dispetto di mende e
La prosa losoca, scientifica, epistolare 189
contraddizioni, si presenta come lo strumento insieme funzionale e arti-
stico d'un'opera letteraria .
A chi si accinge a esaminare la letteratura scientifica latina dell'et
imperiale riesce difcile la veduta d'insieme, per la scarsa coesione delle
tendenze in atto e dei risultati conseguiti. Ancora una volta non persua-
de ( cfr. Donini, 1984, pp. 357 s.) una impostazione come quella di Stahl
( p. 164) che vede un salto di livello tra la manualistica latina e la coeva
scienza ellenistica. Il dislivello intrinseco al sapere scientifico ellenisti-
co nel suo complesso; opportunamente Vegetti, 1984 ( pp. 467- 70) vi di-
stingue un duplice profilo interno: una razionalit alta, fredda e sere-
na, concemente una embrionale comunit scientifica che agisce nel sen-
so dell'omogeneit e dell'unificazione e una pi bassa ove il sapere si
disintegra tra compartimenti reciprocamente chiusi da barriere professio-
nali o viene adattato alle esigenze di gradevole intrattenimento di un
pubblico colto.
Il carattere teorico dell'enciclopedia varroniana, organizzata in un in-
sieme compatto e gerarchico di discipline, si accosta maggiormente al
profilo scientifico alto; e non si stenta a comprendere come lo sforzo
di Vitruvio di aderire al suo modello possa essere rimasto isolato nel
panorama della prima et imperiale ( della Corte, 1978, p. 43). Ben mag-
giore successo riscuote, a un ribassato livello di razionalit, il modello
dell'enciclopedia pratica ( s' detto di Catone come possibile precursore)
disgregata in arti giustapposte.
Ancora della Corte, 1978 ( pp. 51- 4) ha opportunamente mostrato
lincisivo apporto fornito in tal senso dalla scuola dei Sestii, fiorita e
sorita a Roma tra la seconda met del sec. I a.C. e la prima del sec. I
d.C. Lo strenuo volontarismo del fondatore Q. Sestio padre, proteso ad
affermare il primato dell'etica nella losoa ( Mazzoli, pp. 1376- 78), anzi
nell'intera Weltanschauung, non pu che ridimensionare il ruolo della
scienza: l'indagine della natura viene ridotta a una funzione pratica im-
mediata, di conferma delle impostazioni morali , di fatto un abban-
dono delle posizioni dogmatiche e teoriche, con cui si era fino allora stu-
diato il complesso della scienza ( della Corte, 1978, p. 52).
Un buon saggio della via sestiana all'enciclopedia doveva fornire
Papirio Fabiano, di cui s' gi ricordata ( supra, La prosa filosofica, p.
175) l'appassionata mediazione tra la prima e la seconda generazione
della secta ( Seneca incluso): all'attivismo losofico, alla pregressa attivi-
t retorica affiancava concreti interessi naturalistici, documentati dai li-
bri Causarum naturalium e De animalibus ( Lana, 1953, p. 211).
Anche la scuola dei Sestii sembra non voler riconoscere il divario tra
scienza pura e scienza applicata, ma, invertendo l'ottica vitruviana, sem-
bra schiacciare la prima sul polo della seconda; possibile che in questa
direzione agisca il modello posidoniano ( Lana, 1980, p. 27), ma non fi-
no a comportare per le arti pratiche, crediamo, una promozione di livel-
lo n l'inserimento in una organica dottrina del progresso tecnologico.
Sta di fatto che nella seconda ( e gi ultima) generazione degli adepti,
venendo meno lunificante denominatore etico, la valenza pratica del-
l'impegno scolastico appare spostarsi tutta dal piano ascetico a quello
190 LA PROSA LATINA
empirico, senza cercare un collegamento tra le diverse direttrici della ri-
cerca tecnica applicata. Pu essere sintomatico che Sestio Nigro, glio ( a
quanto sembra) del fondatore, compaia tra le fonti mediche di Plinio il
Vecchio.
Ancora pi emblematico potrebbe essere il caso di A. Comelio Celso,
specie se seguiamo linterpretazione di Lana, 1953, pp. 225- 30: il suo
passaggio dagli interessi losoci all'enciclopedismo pratico illustre-
rebbe esemplarmente la parabola del sestiano voltosi ad altri congeniali
campi di indagine dopo la cessazione della scuola ( dovuta probabilmente
alla repressione tiberiana).
L enciclopedia di Celso si opponeva alle Disciplinae varroniane gi a
partire dal titolo Artes ( l'altro, pi scherzoso, Cestus, sottolineava la va-
riet della materia). Erano ( della Corte, 1978, pp. 46- 8) monografie se-
parate ricalcanti nei contenuti, secondo l'accennata ipotesi di Barw ick, lo
schema catoniano: alla losoa venivano cos ad aggiungersi almeno
agricoltura, medicina, arte militare, retorica, diritto ( cfr. Capitani, 1966).
Si sono salvati solo gli otto libri De medicina, relativi a dietetica farma-
ceutica patologia chirurgia. La lezione sestiana emerge sia a livello reto-
rico ( l'opera offre un buon saggio di stile scientifico letterario, peraltro
non alieno, ove occorra, dal tecnicismo di matrice greca: Stahl, pp. 128-
31; Capitani, 1975) sia sul piano del metodo. La prefazione marca subi-
to il carattere empirico del trattato, riutando una scienza delle cause
prive di immediata evidenza ( Lana, 1973, p. 28; Pigeaud; Mudry).
La letteratura medica latina dell'et imperiale - raccolta nel Corpus
Medicorum Latinorum: ricordiamo, in et claudiana, Scribonio Largo;
fra III e IV sec., Gargilio Marziale, Sereno Sammonico, Aviano Vindicia-
no, Teodoro Prisciano e, a parte, il trattato veterinario della cosiddetta
Mulomedicina Chironis; nel sec. V, Marcello Empirico, Celio Aureliano,
Cassio Felice ( cfr. Mazzini, 1987, pp. 1323- 34) - conferma il rifiuto,
quando non Fincomprensione, dei vasti orizzonti teoretici greci, nono-
stante la comunanza culturale ormai instauratasi fra le due aree linguisti-
che dell'impero ( panorami, con ricco supporto bibliografico, in Scarbo-
rough; Gourevitch; I. Andr, 1987). Il punto aggiornato sugli aspetti
tecnici e sui problemi esegetici presentati da questa produzione si pu
trovare negli atti dei due recenti convegni di Saint- Etienne e di Macera-
ta, mentre speciale interesse rivestono i suoi caratteri linguistici, sia per
ci che attiene ai grecismi tecnici e pi in generale alle traduzioni ( si
pensi all'Ippocrate Latino) sia per la ricezione dei popolarismi e per il
crescente inusso del latino volgare ( De Meo, pp. 224- 36).
Anche le altre molteplici direzioni in cui si apre il ventaglio dell'enci-
clopedia tecnica mostrano perlopi svolgimenti letterari- separati nella la-
tinit imperiale.
Mettiamo al primo posto l'agricoltura ( cfr. in generale White, 1970,
per gli autori tecnici pp. 14- 37; sugli aspetti linguistici, con particolare
riferimento al lessico e alla morfologia, Bruno; De Meo, pp. 25- 65). Me-
rita qui un ricordo distinto l'agrimensura ( cfr. Dilke; Conti, pp. 1947
s.), applicazione sul campo di aritmetica e geometria, che i Romani
recepiscono dall'ambito etrusco ( di derivazione etrusca il termine stes-
La prosa losoca, scientifica, epistolare 191
so designante lo strumento principe, la groma) e sviluppano come fonda-
mentale supporto della conquista militare e del successivo riassetto dei
territori da colonizzare. La raccolta tardo- latina ( secc. V- VI) dei Groma-
tici veteres, edita da Rudorff ( cfr. Dilke, pp. 61- 4), accoglie autori dal
sec. I d.C. come Frontino ( De agrorum qualitate, De limitibus, De con-
troversiis agrorum) all'et traianea ( come Igino, Siculo Flacco) fino al-
l'ultima latinit. Basta scorrere l'index verborum della raccolta ( II, pp.
481- 520) per misurare l'apporto fornito da questi testi alla lingua tecni-
ca latina: una lingua chiara e stringata in quelli dei secc. I- II, esposta nei
pi tardi allinusso del latino volgare.
Il trattato agronomico pi vasto e importante dell'et imperiale anzi,
si pu ben dire, dell'intera letteratura latina certo il De re rustica in 12
libri ( cui si aggiunge un libro De arboribus) di L. Giunio Moderato Co-
lumella, spagnolo di Gades contemporaneo e ammiratore ( Ill 3, 3) del
losofo Seneca. Il trattato ( composto probabilmente tra il 60 e il 65)
spazia dapprima in prosa per i tre tradizionali ambiti agricoli, l'uomo e i
campi ( libri I- II), l'arboricoltura ( III- V), lallevamento ( VI- IX): sezione
conclusa dall'apicoltura, con una aemulatio virgiliana che produce addi-
rittura un l. X in esametri sull'orticoltura per integrare, come dichiara
l'annessa prefazione, il disegno delle Georgiche lasciato aperto dal suo
autore ( IV 147 s.). All'opera si uniscono, di nuovo in prosa e forse in un
secondo tempo, i libri XI ( sul vilicus, il calendario e ancora gli orti) e
XII ( sulla vilica e le ricette di sua competenza).
La rilevanza economica e ideologica ( che fa premio su quella pi
strettamente agronomica) e il merito letterario ( opportunamente rivalu-
tato in questi ultimi tempi) emergono dagli inquadramenti critici e bi-
bliografici dedicati al trattato da Cossarini ( 1976; 1987) e da Martin
( 1971, pp. 289- 373; 1985). In particolare gli studi di Martin mettono in
risalto i tratti anticipatori del pensiero columelliano, che senza cadere in
uno sterile pessimismo muove dalla denuncia della crisi agricola contem-
poranea ( nella celebre prefazione al l. I: cfr. Ianson, pp. 92- 5) per ap-
prodare alla proposta di una agricoltura intensiva sostenuta da forti inve-
stimenti. Costantemente sullo sfondo Virgilio, suo maitre- - penser per
ci che riguarda il primato assegnato alla rusticatio fra tutte le attivit
umane; tra le fonti pi propriamente tecniche spicca il grande trattato di
Magone.
Sul piano della lingua e dello stile la scrittura di Columella prende
decisamente le distanze dalla secchezza catoniana e dal parlato varro-
niano per costituire un modello di prosa d'arte sensibile ma non asservi-
to alla retorica e ritmica ciceroniana e illuminato dalla viva frequentazio-
ne della poesia virgiliana: le indagini pi recenti, da quella di Dallinges
ai ricordati contributi di Cossarini e Martin, ne restituiscono le cifre es-
senziali, reagendo ai vari pregiudizi della critica precedente.
Certo che Columella segna un punto d'arrivo della letteratura agro-
nomica latina e diviene il fondamentale autore di riferimento per la trat-
tatistica successiva: in particolare per Q. Gargilio Marziale e Palladio
Rutilio Tauro Emiliano, vissuto il primo nel sec. III e il secondo in un'e-
poca posteriore localizzata pi verosimilmente tra i secc. IV e V.
192 LA I RosA LATINA
Di Gargilio ( gi ricordato tra gli autori medici) restano solo tre fram-
menti, il pi notevole dal De hortis ( con evidente ricalco della tematica
columelliana), utile soprattutto sul piano storico- linguistico, per via del
tributo pagato all'Umgangssprache dell'epoca nonostante l'assunto di
uno stile elevato ( Mazzini, 1978, pp. 44- 82). A maggior ragione, per la
pi tarda cronologia e l'ampiezza del trattato, interessa l'Opus agricultu-
rae di Palladio in 15 libri, di cui il I di impostazione generale, i successi-
vi 12 dedicati ai lavori agricoli secondo il calendario, il XIV di argomen-
to veterinario, mentre il XV , in distici elegiaci, un carmen de insitione
( cfr. Martin, 1976, pp. VII- LIV; Cossarini, 1987, pp. 1839- 46). Gi da
questa giustapposizione prosimetrica appare la dipendenza dal modello
di Columella, agrante - a onta delle dissimulazioni formali - a livello
contenutistico; ma sono ben tenuti presenti anche Gargilio e, nel l. I cir-
ca la costruzione della villa rustica, Vitruvio col suo tardo abbreviatore
M. Cezio Faventino. Il quadro economico risultante dall'opera di Palla-
dio appare marcatamente anacronistico rispetto ai tempi dell'autore.
Analogamente retroesso appare l'impegno stilistico, teso al recupero di
moduli classici, pur senza perdere di vista la funzionalit tecnica ( come
afferma la breve premessa al I. I; Martin, 1976, pp. XXXIX- LIV); ma
inevitabilmente l'intendimento letterario deve fare i conti con la pressio-
ne del coevo latino volgare, di cui il trattato fornisce documenti lessicali
e grammaticali esplorati a fondo nella monumentale indagine di Sven-
nung.
Evidenti rapporti con le due artes ora esaminate nei rispetti letterari
- medicina ( per la farmacopea) e agronomia ( per il ricettario) - presenta
la res coquinaria, studiata sotto il profilo tecnico e lessicologico da I.
Andr, 19812; al quale ( I. Andr, 19742) si deve inoltre la pi compe-
tente edizione commentata del trattato gastronomico per antonomasia,
trasmessoci sotto il nome del famoso gourmet di et tiberiana M. Gavio
Apicio ( ma la redazione pervenutaci appare per argomenti interni e spie
linguistiche una compilazione prodotta tra i secc. IV e V sulla base di
nuclei pi antichi).
Gli antitetici referenti ideologici ed economici ( campagna e campa-
gna militare) non impediscono, anzi, forse, promuovono nell'orizzonte
enciclopedico la contiguit delle trattatistiche De re rustica e De re mili-
tari, come mostra, sulla discussa scorta di Catone, l'inquadramento cel-
siano. E la res militaris presenta dall'avvento del principato altre conti-
guit: con l'architettura ( come illustra la seconda parte del l. X di Vitru-
vio, sulle macchine da guerra: Romano, pp. 213- 9) e, fuori dello stretto
ambito tecnico, con la storiografia e la riessione giuridica ( a partire da
L. - Cincio e soprattutto, in et severiana, con Tarrutenio Paterno, Arrio
Menandro ed Emilio Macro: Giuffr, pp. 11- 23, 39- 46, 61- 104; De
Meo, pp. 171- 5).
Per ci che riguarda l'ars bellica specificamente assunta, le prime
trattazioni a noi rimaste si incontrano solo tra i secc. I e II: ed signifi-
cativo che nella produzione dei loro autori, Sesto Giulio Frontino e Igi-
no, la res militaris si affianchi appunto alla rustica ( furono entrambi gro-
matici, come sappiamo; ma l'identit di Igino discussa) e all'architetto-
La prosa losoca, scientifica, epistolare 193
nica ( ingegneria idraulica per Frontino, castrense per Igino, autore d'un
breve De munitionibus castrorum).
Come gi Vitruvio, anche Frontino e verosimilmente Igino sono tec-
nici che scrivono dall'interno delle proprie varie competenze. Pi volte
console e generale, superando indenne i perigliosi rivolgimenti politici da
Vespasiano a Traiano, Frontino lasci quattro libri di Strategemata ( spu-
rio probabilmente il quarto), aneddoti di condotta militare sulla base
perduta d'uno scritto teorico ( Giuffr, pp. 47- 50); fu inoltre curator
aquarum ( nel 97, dieci anni prima di Plinio il Giovane), dandoci nel
trattatello De aquae ductu urbis Romae il documento duna prosa refe-
renzale sobria e precisa, attenta a contemperare i dati tecnici della docu-
mentazione con i portati dell'esperienza personale ( Grimal 1944, pp. IX-
XVI; VVhite, 1984, pp. 187 s.).
Dopo let severiana ( in cui sono ancora da annoverare parti dei Kes-
toi di Giulio Africano: Giuffr, pp. 105- 10) bisogna attendere la tarda
latinit per incontrare l'ulteriore produzione tecnica De re militari. Alla
seconda met del sec. IV appartengono l'Epitome rei militaris in quattro
libri di Flavio Vegezio Renato ( autore anche di quattro libri di Mulome-
dicina) e, secondo la communis opinio, il cosiddetto Anonymus de rebus
bellicis. Si osserva ancora in entrambi un significativo convergere dell'in-
teresse per i problemi militari e per quelli agricoli, afferenti al medesimo
( e ormai precario) quadro economico d'insieme ( Gabba, pp. 231- 4). Ci
non toglie che sussista una notevole diversit fra i due trattati ( Giuffr,
pp. 113- 5): retroesso, talora anacronistico quello di Vegezio, teso al
restauro dell'antica disciplina legionaria ( cfr. Marcone); proiettato in
avanti quello dell'Anonimo, talora avveniristico nelle proposte tecnologi-
che ( lo ridimensiona tuttavia ora Brandt, spostandone inoltre la cronolo-
gia alla prima met del sec. V).
Presa nel suo complesso la letteratura De re militari non offre all'esa-
me linguistico e stilistico che i tratti d'un sermo concreto ed essenziale,
prettamente denotativo, e senza pretese formali ( De Meo, pp. 175 s.).
L'attenzione per gli spazi del cielo e della terra, di ovvia importanza
pratica e politica per l'espandersi delle vie di comunicazione militari e
commerciali ( cfr. in generale Nicolet), non ha a Roma, dopo Varrone e
Vitruvio ( I. IX), una ricaduta nella prosa scientifica confrontabile per
qualit e quantit con le grandi opere ellenistiche ( Santini, pp. 239- 43;
Gely).
Il posto di prestigio occupato dall'astronomia nel sistema enciclopedi-
co si rispecchia specialmente nella poesia didascalica ( basti ricordare gli
Astronomica di Manilio). Fatto cenno al De die natali di Censorino,
opuscolo cronologico scritto nel 238, lunica trattazione in prosa di spe-
cifico rilievo resta quella in quattro libri De astronomia di Igino, solo
omonimo del gromatico e del tecnico militare, forse tutt'uno con C. Giu-
lio Igino, versatile bibliotecario di Augusto di cui possediamo ( se lattri-
buzione esatta) l'opera mitografica. Con essa il trattato astronomico
trova riscontro nel l. II dedicato ai catasterismi, mentre il I si occupa
della sfera celeste, di cui poi vengono considerate le costellazioni ( l. III),
le circonferenze e il moto ( I. IV). Debitore alla scienza greca ma anche
194 LA PRosA LATINA
al pitagorismo latino ( Nigidio Figulo), il manuale non ambisce a speciali-
stico rigore n a dignit letteraria, tranne che ( come di costume) nella
breve prefazione, di ciceroniana fattura ( cfr. Le Boeufe, pp. VII- XXXI
sull'opera, XXXI- XLXV sullautore).
Di momento ancor minore l'apporto alla prosa scientifica imperiale
d'interesse geografico. Perduti i Commentarii di M. Vipsanio Agrippa -
che dovevano comunque avere carattere di dossier tecnico, funzionale al-
la redazione della famosa carta esposta nella Porticus Vipsania: cfr. Ni-
colet, pp. 112 s., 269 s. - il primo ( e praticamente solo, se escludiamo i
tardi Itineraria) contributo monografico che ci resta il De chorogra-
phia in tre libri di Pomponio Mela, spagnolo del sec. I, che esce schiac-
ciato non dal confronto con la sezione omologa della Nat. hist. pliniana
ma da quello coi trattatisti greci ( come Strabone, precedente, e Tolomeo,
successivo). Al trattatello, pi che la compendiosit ( potrebbe trattarsi di
una editio minor), si rimprovera la scarsa congruenza con le istanze tec-
niche: la descrizione della terra cognita, Europa Asia Africa, si appoggia
a fonti invecchiate, come anacronistico il metodo del periplo che, se-
guendo per sommi capi le coste mediterranee e dei presunti mari esterni,
impedisce di approfondire l'esame del retroterra continentale ( ben pi
interessante dal punto di vista romano). Infastidisce poi l'artificiosit re-
torica dellesposizione, proclive inoltre ai mirabilia e alle superficialit
( Stahl, pp. 118- 22; Parroni, pp. 15- 53).
Ben altri significati assume lo guardo teso tra cielo e terra nelle Natu-
rales quaestiones, composte verso la fine della vita ( 62- 63) dal filosofo
Lucio Anneo Seneca. S gi detto del suo tirocinium alla scuola dei Se-
stii, sensibile ai risvolti etici e pratici dell'indagine naturalistica. Ma l'a-
desione successiva allo stoicismo tiene lontano Seneca dall'empirismo e
tecnicismo in cui si ridusse la seconda generazione sestiana. L'equazione
col logos e l'aret conferisce alla physis pienezza di statuto filosofico e
alle technai, per converso, una posizione ancillare.
Fondamentali documenti di questa scala di valori offrono le tre lette-
re a Lucilio 88, 89, 90: specialmente la terza, che non esita a polemizza-
re frontalmente con Posidonio per ribadire lo iato sussistente tra artes,
strumentali e propedeutiche, e philosophia, che l'ars vitae. Ci aiuta a
comprendere il posto che Seneca assegna al sapere tecnico, corredo ne-
cessario ma non sufficiente della vera scientia, che si occupa de divinis
humanisque ( Ep. 90, 3: come campione d'indagine si potrebbe indicare
il suo uso della lingua medica, che sottende ma non ostenta la sicura
competenza in materia a livello dottrinale e terminologico, restando su-
bordinato alle istanze espressive dell'argomentazione losoca: cfr. Mi-
gliorini).
A loro volta le N. q. sono il frutto finale degli interessi naturalistici
d'una intera vita, risultanti anche dai titoli di trattati tecnici perduti, di
incerta cronologia, d'indole fisica ( De forma mundi, De motu terrarum),
geografica ( De situ et sacris Aegyptiorum, De situ Indiae), mineralogica
( De lapidum natura), zoologica ( De piscium natura): cfr. Grimal, 1978,
pp. 307- 9.
Sette, pi verosimilmente otto sono i libri del trattato, cadenzati da
La prosa losoca, scientifica, epistolare 195
proemi ed epiloghi, conservati dalla tradizione manoscritta nel seguente
ordine ( di discussa attendibilit): I fuochi celesti, Il fulmini e tuoni, III
acque terrestri, IVa Nilo, IVb nubi, V venti, VI terremoti, VII comete. Il
proemio del l. I sancisce in modo netto la teleologia dei valori: il divario
sussistente tra losoa e arti si riproduce all'interno della filosoa tra il
piano teologico e il basso orizzonte umano. Il raggio della conoscenza
non pu limitarsi all'universo fenomenico ma deve aspirare ai segreti che
si sottraggono alla laica ricognizione del mondo sublunare.
Il che ci sembra pienamente consentaneo con quanto a suo tempo
( cfr. supra, La prosa filosofica, p. 181) abbiamo osservato: per chi, co-
me Seneca, persegue l'autonomia dell'indagine losofica, l'eteronomia
non solo della tecnica ma della scienza stessa risulta inevitabile. Seneca
si accosta al mondo fisico con competenza ( Aristotele e Posidonio sono
le fonti principali dirette o indirette: esamina a fondo la complessa fili-
grana dossograca delle N. q. Setaioli, 1988, pp. 375- 452) ma non con
mentalit di scienziato: esplicito in proposito Ben. VII 1, 4 ss.; ma la
spia pi eloquente viene dalla stessa prassi linguistica e stilistica delle
N. q. che non presenta scarti da quella delle opere pi propriamente filo-
sofiche ( Vottero, pp. 61- 86). Sin qui la critica daccordo, ma tra le
spiegazioni prodotte sussiste una sostanziale bipartizione. Su una linea si
pone chi marca la subordinazione della naturalis quaestio all'istanza eti-
ca ( Lana, 1955, pp. 1- 19; Stahl, pp. 131- 4, con inaccettabile severit di
giudizio; Grilli 1986), sull'altra chi chiama in causa la complessiva onto-
logia del filosofo, nell'alveo del monismo stoico ( secondo Waiblinger
l'ordine stesso trdito dei libri N. q., scandito da poetiche contrastivit
binarie, rispecchierebbe la stoica mundi concordia ex discordibus, VII
27, 4) o in pi o meno plausibile direzione platonizzante ( Stahl; e, con
tanto recisa quanto fuorviante prospettiva dualistica, Donini, 1979a, pp.
209- 42: cfr. Grimal, 1978, pp. 379- 85).
Sotto la parziale affinit dei titoli e nonostante la vicinanza cronolo-
gica e la comune matrice losoca, una incolmabile distanza intellettuale
e metodologica separa dalle N. q. la Weltanschauung della Naturalis his-
toria di Plinio il Vecchio ( Gaio Plinio Secondo: 23- 79), dedicata meno
di 15 anni dopo ( nel 77) al futuro princeps Tito. Alla sublime carica
elativa che in Seneca raccorda il mondo fenomenico al supremo telos
teologico si sostituisce in Plinio l'immanenza dello sguardo, aperto a 360
gradi sull'universo fisico.
Si sarebbe in prima analisi tentati di raccordare questa visione glo-
bale presente nell'incipit ( II 1- 9) come nell'explcit ( XXXVII 205, nu-
meris omnibus) dell'immensa trattazione con la concezione stessa enci-
clopedica professata in sede prefatoria ( 14) e cogliervi i segni di un ap-
proccio organico e unitario al mondo naturale; ma a dissuaderci si frap-
pongono tutti e 37 i libri ( tanti ne conta lopera, compreso - caso unico
nell'antichit - il I dedicato interamente agli indici per argomenti e fonti,
latine e straniere, di ciascun libro), probabilmente il pi vasto monumen-
to mai innalzato alla disintegrazione del sapere scientifico ( si vorrebbe
sapere di pi sui Prata svetoniani per operare confronti).
Un incoercibile fattore scompositivo agisce all'interno della N. h. e in-
196 LA I> RosA LATINA
cide inevitabilmente sullo spettro della moderna bibliografia pliniana,
ampia e diffratta come poche altre. Qui non si pu che rinviare ai pi
recenti apporti: ai repertori che la inquadrano con maggiore compiutez-
za e lucidit analitica, da Sallmann, 1975, a Rmer, 1978, a Serbat; agli
atti dei convegni tenuti a Como, citt natale di Plinio, a 19 secoli dalla
sua tragica ed emblematica morte alle falde del Vesuvio e, sul back-
ground aviano, a Rieti nonch a Nantes; e infine ai saggi introduttivi
dell'edizione Einaudi ( con traduzione italiana) della N. h., giunta ora con
rara puntualit alla conclusione ( Calvino; Conte; Barchiesi, Ranucci,
Frugoni), a quelli adunati nel reading French- Greenaw ay e alla sintesi di
Ballaira.
Un posto a s occupa per il notevole valore testimoniale la prefazione
epistolare alla N. h. dedicata da Plinio a Tito ( su cui da ultimo Pascuc-
ci). Ne vengono fuori il temperamento ostinato dell'uomo - col suo spi-
rito di servizio ( Cova, 1979) ma anche coi suoi tics, con le sue punte
polemiche e moralistiche ( Citroni Marchetti) - e la tempra onnivora del-
l'erudito, atleta asceta e infine martire dello spoglio o autopsia e stoccag-
gio d'ogni scheggia del sapere ( cfr. le famose lettere del nipote Plinio il
Giovane: III 5; VI 16; 20): 20.000 fatti degni di nota, [. . .] ricavati
dalla lettura di circa 2.000 volumi [. . .] di cento autori scelti ( Prae.
17: una banca- dati arrotondata non certo in eccesso; cfr. Ferraro).
Con ragione Calvino e Conte riconducono limmanentismo della Hi-
storia alla prospettiva antropocentrica della visione pliniana. Tutto nel
mondo relativo all'uomo, segno o funzione del suo pur imperfetto esse-
re razionale affettivo psicologico materiale. Lo stesso Dio non si sottrae
a questo discrimine ( II 18; 27) ; e solo in base a esso si lascia osservare
e interpretare l'intera gamma dell'esistente ( VII 1). Nella struttura dello-
pera ( della Corte, 1982; Rmer, 1983) cosmologia ( 1. II) e geografia
( III- VI: doppio periplo a forma di 8 abbracciante Europa Asia e Africa:
cfr. Sallmann, 1971) sono la necessaria premessa spaziale dell'antropo-
logia ( VII) al cui servizio si pongono la zoologia ( VIII- XI), la botanica
( XII- XIX), seguite in chiasmo dai rispettivi amplissimi risvolti medicinali
( XX- XXVII, XXVIII- XXXII); e finalmente la mineralogia, coi risvolti
delle arti plastiche e figurative ( XXXIII- XXXVII).
Questo criterio finalistico vieta naturalmente che il pliniano inventa-
rio del mondo ( la definizione di Conte, mentre solo geografica l'ac-
cezione nel recente saggio di Nicolet) si dia un corretto principio di clas-
sificazione sistematica ( Vegetti, 1981, mostra la distanza della N. h. dal-
la tassonomia aristotelica). I fattori di associazione per la materia tratta-
ta sono quelli della somiglianza e della contiguit, operativi per metafora
e per metonimia: Per una scienza cos atteggiata la connessione dei fe-
nomeni diventa un semplice giustapporsi di segni, uniti da nessun altro
vero legame che non sia quello dell'analogia psicologica. Domina su tut-
to il criterio della simpatia e dell'antipatia fra gli esseri, dell'affinit
e dell'incompatibilit d'ogni creatura fisica ( Conte, p. XXXVII).
E ci espone Plinio all'impasse tra un razionalismo stoicheggiante di
facciata e la soggezione frequente, di fatto, ai paralogismi della magia
omeopatica.
La prosa losoca, scientifica, epistolare 197
Caratteristica sintomatica l'atteggiamento ( cfr. ancora Conte) nei
confronti dei mirabilia, gli scarti dall'ordine statistico naturale. Espun-
ti in se stessi ( Prae. 12) in quanto amoenitates poco confacentisi in li-
nea di principio al reale assunto della trattazione, vengono recuperati e
riciclati con disarmante larghezza in quanto cerniere del reale stesso, ar-
gini rilevati ( e perci rilevanti e degni di memoria : si capisce l'uso di
fonti quali i perduti Rerum memoria dignarum libri di Verrio Flacco)
entro cui scorre la pi piatta norma naturale. Esemplare contraddizio-
ne per l'autore che, sempre in sede di prefazione ( 16), affermava di an-
teporre l'utilitas iuvandi alla gratia placendi: tanto pi notevole se si
pensa che anzitutto al preterintenzionale fascino paradossografico si do-
vr nei secoli lo straordinario Fortleben della N. li. ( Roncoroni), non of-
fuscato anzi polarizzato dal successo di pi o meno arbitrarie epitomi e
compilazioni come i Collectanea rerum memorabilium di C. Giulio Soli-
no, sec. Ill ( Stahl, pp. 180- 90), la Medicina Plinii ( sec. IV) o il libro VI
del De nuptiis di Marziano Capella ( Stahl, pp. 229- 34, 374 s., n. 4).
La contraddittoriet dell'opera pliniana ben si rispecchia nelle oscilla-
zioni della critica moderna, dalla stroncatura alla rivalutazione sul piano
scientifico e stilistico. C' chi da un lato rileva il suo mancato sperimen-
talismo ( Capponi) e, come Gigon, ne fa il capitolo conclusivo d'uno
Zerall della scienza naturale antica gi da tempo avviato: Plinio pi un
curioso di cose naturali che un vero indagatore, rappresenta bene la
mentalit del tempo, che tende ad affrontare sempre pi in modo lettera-
rio i problemi scientifici, limitandosi per lo pi a riportare dati e osser-
vazioni altrui ( Micheli, p. 345).
Dallaltro lato si pone chi, pur consapevole dei difetti di metodo e
scrittura, non rinuncia a considerare la N. li. una delle opere pi straor-
dinarie che ci siano pervenute dall'antichit ( cos esordisce su Plinio
Stahl, p. 135) o ne sottolinea variamente l'impegno politico ( della Corte,
1978, pp. 50- 5; Lana, 1980, pp. 31- 43; De Oliveira) 0 l'eccezionale va-
lore documentario ( Serbat, pp. 2099- 102), specie in ambito etno- antro-
pologico ( Ernout, Schilling) e archeologico ( Sallmann, 1975, pp. 244-
99; Rmer, 1978, coll. 180- 201; Serbat, pp. 2153- 70). Limiti teorici e
aspetti tecnici dell'enciclopedismo pliniano, cos come il suo rapporto di-
retto o mediato con le fonti greche e latine, ben risultano dagli studi
applicati, spesso a opera di specialisti, alle singole sezioni del grande
trattato: rinviamo in particolare ai contributi dei ricordati atti di Como e
Nantes.
Sul piano stilistico, Plinio fatica a riprendersi dalla condanna senza
appello pronunciata da Norden ( 19153, pp. 325- 28): la sua opera, con-
siderata sotto l'aspetto stilistico, fra le pi scadenti che ci siano perve-
nute. L'esperto studioso dell'antica Kunstprosa si spinge a trattare lo
stile pliniano alla stregua di quei mirabilia descritti a futura memoria dal
naturalista ( p. 207: dai suoi tentativi di costruire dei periodi, nascono
delle mostruosit che solo a fatica si riesce a sbrogliare ; e a p. 327 cita
IX 102 s. come uno dei brani pi pazzeschi in assoluto in prosa lati-
na ).
La genesi di questi e di altri consimili giudizi ( cfr. in Serbat, p.
198 LA PRosA LATINA
2085) risiede nella scarsa compattezza del registro stilistico__ pliniano,
oscillante dal tecnico al volgare al retoricamente affinato ( cfr. Onnefors).
Si dimentica per facilmente quanto di intenzionale e pratico vi sia nelle
scelte stilistiche di chi ( Prae. 13) afferma: rerum natura, hoc est vita,
narratur, et haec sordidissima sui parte ut plurimarum rerum aut rusticis
vocabulis aut externis, immo barbaris, etiam cum honoris praeatione
ponendis. Le movenze di questo stile sono ora riesaminate da Healy, che
analizza pure la ricca coniazione del lessico tecnico pliniano, dal greci-
smo ( imprestito e calco) e barbarismo al popolarismo al neologismo.
Analogamente tra lingua e stile si tengono i contributi adunati in Cova
( 1986a), con utili puntualizzazioni estese dal lessico ai procedimenti sin-
tattici e narrativi e ai moduli affettivi e arcaizzanti; e a Cova ( 1986b)
ancora si deve la pi aggiornata messa a fuoco del complessivo status
quaestionis. A fronte del contenuto difusum, eruditum nec minus va-
rium quam ipsa natura, secondo il celebre giudizio del nipote ( Ep. III 5,
6), si confermano ulteriormente sul piano formale le cifre della variet:
grandezza e limite di chi pi d'ogni altro volle mediare tra le istanze
pratiche e teoriche dell'enciclopedia latina. Tra Catone e Varrone, ma
con una curiositas commisurata alle dimensioni ecumeniche dell'impero
romano.
7. La forma epistolare
La moderna teoria letteraria non restia a conferire alla dimensione
epistolare lo statuto di genere, sebbene ne avverta le intriganti sfasatu-
re spazio- temporali e l'arroccamento ai limiti di strutture diverse o as-
senti: una delle particolarit pi singolari delle corrispondenze, e forse
una delle principali ragioni del loro fascino, sembra derivare dal loro ca-
rattere di soglia, dal loro porsi all'ambiguo punto di confine che separa
l'interazione, lo scambio dialogico con l'altro, dalla solitudine autosuffi-
ciente della scrittura ( Violi, p. 90). L'atteggiamento che colpisce di pi
nella prosa epistolare , in ogni caso, il discorso diretto, [. . .] il rapporto
diretto col destinatario. Rapporto difficile, complicato, che si ritorce sul
soggetto, sul mittente, rapporto suppositivo, immaginario, proiettivo
( Bonifazi, p. 16).
Manca invece nell'antichit una adeguata presa di coscienza teorica
sulla categoria epistolare. Sintetizza Bernardi Perini ( pp. 17 s.):
nessuna lettera antica obbedisce a specifiche regole retoriche oltre a quelle assai
generiche e relative della brevitas e della concisio oltrech della saphneia: non
esiste cio una vera retorica epistolare, bens viene applicata di volta in volta
nella singola lettera la retorica imposta dai singoli contenuti [. . .] N si pu pro-
priamente parlare per l'antichit di vero e proprio genere epistolare, tant' ve-
ro che nemmeno l'ellenismo conosce o elabora canoni epistolari: la precettistica
e manualistica di cui si ha notizia generica e abbastanza tardiva, ed ricavata a
posteriori dalla observatio della letteratura epistolare gi consolidata. La lettera
non si costituisce mai come genere a s e nemmeno come sottogenere: piutto-
La prosa losoca, scientifica, epistolare 199
sto una forma polivalente, che pu diffrangersi nei vari generi costituiti, dei
quali segue di volta in volta le regole canoniche.
L'accennata manualistica si riduce a ps. Demetr. Tr. gn. 223- 235 ( p.
13 s. Hercher) e Tim. mot. ( p. 1 Hercher); ps. Liban. mor. Xotoomt.
( p. 6 s. Hercher); Iul. Vict. Ars rhet. 27 ( p. 447 s. Halm); e agli Exc.
rhet. p. 589 Halm. Sussiste in compenso una ricca quanto sfusa topica
formale e contenutistica, opportunamente citata e analizzata nei princi-
pali saggi moderni dedicati alla teoria e alla storia della forma epistola-
re antica: da ricordare almeno, con specico riguardo alla letteratura la-
tina, la classica opera di Peter, le pagine di Deissmann puntualizzanti la
basilare distinzione tra Brief ( lettera diretta realmente a un preciso desti-
natario) ed Epistel ( lettera artisticamente elaborata mirante a un pi va-
sto pubblico); sintesi utili come quelle di Sykutris, Luck o Scarpat; e la
trattazione di Thraede, giustamente critica ( pp. 1 ss.) contro una troppo
rigida demarcazione tra Brief ed Epistel ( almeno al livello qui considera-
to, che quello della scrittura letteraria). Ma lo studioso cui in questi
ultimi anni si devono gli sforzi pi ampi e approfonditi per una organica
riconsiderazione, sul piano ecdotico teorico e storico, dell'epistolografia
latina Cugusi: da un lato con l'edizione, giunta all'et augustea, degli
ELM ( Cugusi, 1970- 1979), dall'altro col saggio ( Cugusi, 1983) che, pur
con limite cronologico al sec. II d.C., sostituisce con vantaggio il vecchio
Peter. Ne integrano il quadro storico Cugusi, 1970 ( per l'et precicero-
niana), 1972 ( per l'et ciceroniana e augustea); 1985 ( supplemento per
Fepistolografia tardo- antica); 1987 ( sintesi dell'intero ambito greco- lati-
no con particolare riguardo ai testi cristiani). Alle ampie bibliograe ra-
gionate corredanti Cugusi, 1983 e 1987, si pu ricorrere per speciali ag-
giornamenti e approfondimenti critici.
Sulla scorta di Cugusi, 1983, pp. 43- 135, si possono cos riepilogare i
caratteri genetici, strutturali, stilistici e tipologici della lettera latina.
1. Nata per una esigenza di comunicazione tra persone colte, instau-
rando un dialogo tra assenti, la lettera mutua dal dialogo la franchezza,
la riservatezza, il sermo cotidianus, il ngnov nei confronti del destinato-
re e del destinatario; ma si distingue per la maggiore stilizzazione com-
portata necessariamente dalla scrittura.
2. E tuttavia essenziale, per ci che attiene alla destinazione, la diffe-
renza tra lettere private e lettere pubbliche.
3. La diversa destinazione, i diversi rapporti ( affettivi, sociali, gerar-
chici) tra i corrispondenti, la diacronia incidono sui formulari dell'in-
scriptio, della subscriptio, dell'indirizzo, canonizzandovi tutta una serie
di varianti.
4. In ordine ai contenuti si raccomanda l'esposizione ordinata, moti-
vata, densa, breve, chiara, stesa di pugno o tramite persona fidata, con
ammissione di poscritti.
5. Sul piano linguistico e formale un ampio corredo di elementi topi-
ci ravviva, sostiene o precisa la funzione epistolare: formule allocutive,
deprecative, grecismi ( tecnici od ornamentali), citazioni ( testuali, adatta-
te, compendiate), proverbi, stereotipi, ellissi, incisi.
200 LA I RosA LATINA
6. La tipologia delle lettere private include lettere informative, scher-
zose, gratulatorie, augurali, consolatorie, erotiche, letterarie.
7. Tra le private e le pubbliche si collocano le commendatizie e le
ricevute.
8. Nella tipologia delle lettere pubbliche rientrano lettere ufficiali,
autobiografiche, politiche, tecniche, losoche, artistiche, poetiche, proe-
mali.
9. Un posto a s hanno infine le falsificazioni epistolari.
8. Periodo repubblicano ed epistolografia pubblica
Tutto il materiale epistolograco preciceroniano a noi noto per via
letteraria c' stato trasmesso dalla tradizione indiretta ( soprattutto sto-
riografica). Ci restano perci soltanto, pi volte col dubbio delle falsifi-
cazioni, testimonianze e frammenti ( registrati in ELM, I): le lettere pub-
bliche prevalgono nettamente sulle private. Tra queste ultime particolare
interesse presentano, per via della mittente ( sarebbe la sola prosa episto-
lare femminile della latinit pagana) ma anche per la problematica au-
tenticit, due frammenti ( trasmessici nei mss. di Cornelio Nepote quali
excerpta di un Liber de Latinis historicis) di Cornelia al figlio Gaio
Gracco ( ELM, n. CXXIV, frr. 3, 4 Cugusi: discussione e bibliografia in
Cugusi, 1970, pp. 54- 63): i rimproveri che muove al suo operato politi-
co sono parsi poco in linea con la tradizionale figura della mater Grac-
chorum; ma la questione resta aperta.
Dal periodo tardo- repubblicano le lettere pubbliche a noi conservate
si fanno molteplici. Sono in primo luogo importanti per la loro rilevanza
storica quelle di contenuto politico, suasorie o pamphlets. Le prime talo-
ra, pur mantenendo il tu epistolare, assumono per dimensioni e temati-
che il peso di veri e propri trattatelli simbuleutici e propagandistici (
opportuno parlare di lettere aperte, con un primo destinatario e un pi
vasto pubblico di parte).
Esempi famosi quanto discussi ( ma i pi propendono per l'autentici-
t) sono il cosiddetto Commentariolum petitionis di Q. Tullio Cicerone,
diretto a Marco candidato al consolato del 63 a.C. ( cfr. ora Fedeli, pp.
13- 65), e le due Epistulae ad Caesarem senem sallustiane, ascrivibili, se
autentiche, la I anteriormente, la II al periodo del bellum civile tra Cesa-
re e Pompeo ( sui loro molti problemi, anche sulla compatibilit tra arcai-
smo stilistico e indole epistolare, aggiorna Neumeister).
Con l'avvento del principato prende avvio il filone delle lettere impe-
riali con le direttive amministrative del principe e della sua burocrazia,
coordinata dal segretario ab epstulis: filone riccamente attestato nella
vasta periferia imperiale da reperti epigraci e papiracei ( Cugusi, 1983,
pp. 118- 21; per i risvolti privati, 265- 70).
Un compito preciso, sempre pi assimilabile alla funzione pubblica
delle moderne prefazioni, assolvono le epistole proemiali a opere o a sin-
goli libri di opere letterarie, dedicate a un destinatario specico oppure
al generico lettore: una prassi con ascendenti nella trattatistica scientifi-
La prosa losoca, scientifica, epistolare 201
ca ellenistica, attestata a Roma dalla tarda repubblica ( Irzio: ELM II, n.
CVI, fr. 20 Cugusi), riccamente praticata nel periodo imperiale, come s'
potuto osservare esaminando la prosa scientifica ( si pensi a Vitruvio,
Scribonio Largo, Plinio il Vecchio, Solino).
L'epistola si distingue dal normale proemio appunto per la presenza
del destinatario ( cui l'opera dedicata spesso con forte valenza politica:
Ambaglio, in partie. pp. 12, 42 ss.), comportante il formulario dei saluti
e la presenza di elementi topici quali l'asserzione di brevitas e la recusa-
tio ( lanson, in partic. pp. 106- 12). Va da s che il distacco metalettera-
rio dell'epistola prefatoria rispetto allopera assume il massimo risalto
quando questa poetica: prassi invalsa dal sec. I d.C., a noi documenta-
ta per la prima volta in modo saltuario e con qualche sintomo di per-
plessit da Marziale ( libri I, II, III, IV, VII, IX, X), canonizzata nelle
Silvae di Stazio e destinata a fortuna fino a Ennodio ( cfr. Pavlovskis).
9. La prosa epistolare di Cicerone
Per vario che sia il panorama dell'epistolografia pubblica latina, dob-
biamo spostarci al versante delle lettere private per incontrare, a partire
nuovamente dalla tarda repubblica, i corpora famosi che hanno contri-
buito in misura decisiva alla codicazione futura del genus epistolare:
che , essenzialmente, il genere della lettera familiare, destinato a vive-
re fortune umanistiche e moderne ( cfr. i contributi raccolti in Quad.
Ret. Poet., 1985).
La familiare atteggia la schiettezza e improvvisazione del sermo co-
tidianus ( il che la rende prezioso documento per ricostruire la lateinis-
che Umgangssprache), configurandosi come un dialogo dimezzato ( se-
condo la nota definizione di Artemone in ps. Demetr. J T. on. 223) tra
amici; ma opportunamente Pennacini 1985 ( p. 15) sottolinea che questa
lettera la stilizzazione letteraria della conversazione, ovviamente
della conversazione degli uomini colti ( i soli che si scrivessero lettere) .
Un sintomo della sua raffinata elaborazione la consecutio temporum
nel cosiddetto stile epistolare, di cui Cicerone offre ricorrenti esempi.
Osserva ancora Pennacini: la lettera spedita non solo lontano, ma an-
che nel futuro, quando il dialogo si realizzer. Un finissimo artificio del-
lo stile umile per afferrare un momento futuro nel quale con le parole di
tutti i giorni un amico possa incontrare un amico cui confidare in libert
e franchezza, scherzando e sul serio, cose da ridere e cose gravi.
Afancato da altre raccolte, in massima parte perdute ( redatte da
personaggi di primo piano come Bruto, Cesare, Varrone, Augusto), il
corpus ciceroniano entra con straordinaria forza paradigmatica e vivacis-
simo Fortleben nella storia dell'epistolografia e dell'autobiografia latina
( Misch, pp. 357- 72; Cugusi, 1983, pp. 159- 85). Si sono conservati 16
libri di Epistulae ad Atticum, con inserti ad altri corrispondenti ( Cugusi,
1983, pp. 143 s.), altrettanti Ad amiliares ( destinatari diversi libro per
libro), tre Ad Q. ratrem e, se autentici, due Ad M. Brutum ( s' persa
almeno una decina di raccolte dirette ad altri destinatari): complessiva-
202 LA I> RosA LATINA
mente sono pi di 900 lettere comprese in un quarto di secolo, dal 68 al
43, anno della morte. Le non ciceroniane ( circa un centinaio) apparten-
gono a oltre trenta altri mittenti ( Cugusi, 1983, pp. 165 s.).
Le cifre gi mostrano la straordinaria importanza storica e letteraria
di questo carteggio, che ci restituisce con una vivezza pompeiana lo
spaccato della Roma tardo- repubblicana da una prospettiva omo- intra-
diegetica, naturalmente dall'interno della classe dirigente. Non c' rico-
struzione della personalit o dell'et ciceroniana ( basti ricordare le bio-
grafie di Bchner, Seel, Gelzer, Kumaniecki o il celebre saggio storico di
Syme, 1962) che non sfrutti intensivamente l'epistolario come fonte di
prima mano: un debito che si accentua ancora nell'approccio biografico
di chi ( Shackleton Bailey, 1970) di quelle lettere ha curato - dopo Tyr-
rell e Purser - la pi vasta edizione commentata ( Shackleton Bailey,
1980) o di chi vi fa leva assoluta per reinterpretare in malam o in bo-
nam partem ( da Carcopino a Trisoglio, 1985) la condizione umana del
loro autore.
Il problema che primo si pone dinanzi all'epistolario ciceroniano ( e
anche, ovviamente, a quelli successivi) denirne indole e destinazione.
Bisogna anzitutto distinguere tra ( o dentro) le varie raccolte: molte sono
le sfumature, psicologiche e stilistiche, nella qualit e dimensione del
privato, comandate dal Ttgzrtov nei confronti dei diversi corrisponden-
ti; e non poche lettere possono essere senz'altro assunte come pubbliche
( cfr. per tutte Ad fam. XV 1 e 2 dirette al Senato da un togato Cicero-
ne proconsole in Cilicia: von Albrecht, col. 1284 s.).
Rispetto alla composita intonazione delle Ad fam. ( ci che abbiamo
del carteggio con Bruto pu esserne considerato una tranche a parte)
risalta la compattezza del corpus ad Attico, improntato a un rapporto
d'intimit assolutamente irriproducibile nei confronti di altri destinatari
( incluso lo stesso fratello Quinto; un caso a s costituiscono, data l'inci-
denza del fattore sociale, le lettere al liberto Tirone, Ad fam. XVI). E
comunque indubitabile che i vari corpora siano venuti sedimentando nel-
l'arco del cruciale venticinquennio per non programmata risposta alle
pi varie istanze della vita di relazione, affettive morali intellettuali poli-
tiche socio- economiche. E altrettanto vero, per, che anche nei momenti
di pi schietta privacy la comunicazione epistolare conservi per Cicerone
la valenza di un atto culturale e che lo stilista sia sempre presente, seb-
bene allo stato libero, nell'uomo, anzi costituisca di quella humanitas
una cifra inconfondibile ( quanto analiticamente illustra Monsuez,
1954; cfr. Bernardi Perini, pp. 21- 4).
E assai credibile che Cicerone fosse sempre pi consapevole del mo-
numentum edificato per crescita spontanea in tanti anni di febbrile vita
politica e privata e che, nell'ultimo scorcio d'essa, fosse orientato a dar-
ne pubblicazione: per gli indizi in tal senso da lui lasciati e per i presup-
posti materiali di tale intenzione ( conservazione, reperibilit, raccolta dei
testi epistolari presso autore, destinatario o terzi) rinviamo a Cugusi,
1983 ( pp. 139 s.).
Pi delicato e dibattuto il problema dell'effettiva edizione degli epi-
stolari, che la repentina morte nel dicembre 43 precluse di fatto a Cice-
La prosa losoca, scientifica, epistolare 203
rone stesso. Contro la vecchia opinione che, basandosi sulle prime testi-
monianze sicure ( non anteriori ai due Seneca), tendeva a spostarla al
sec. I d.C., appare oggi meglio fondato il parere di chi ( Canfora, pp.
115- 29; Cugusi, 1983, pp. 168- 73)la situa a breve distanza dalla morte
dellautore, per iniziativa di Attico ( Ad Att., Ad Brut., forse Ad Q. ra-
trem) o di Tirone ( Ad fam.) e col placet ( peraltro selettivo) di Ottaviano.
Pesa la famosa notizia di Cornelio Nepote che, vivo ancora Attico, atte-
sta l'allestimento ( non propriamente la divulgazione) di 11 volumina di
lettere a lui dirette ( Att. 16, 3).
I criteri verosimilmente soggettivi cui i diversi editori si attennero
nell'organizzare i vari corpora epistolari ne hanno notevolmente alterato
la successione cronologica; e non agevole ricostruirla in base ad argo-
menti interni quando nella lettera, come spesso accade, manca ( omessa o
soppressa?) o incerta la data ( la questione, che ha una notevole ricadu-
ta sul piano storico, discussa con bibliografia in Cugusi, 1983, pp.
166- 8).
Con mimesi colta dell'uso vivo ( Hoffmann, passim), lingua e stile si
adattano plasticamente allo svariare delle circostanze, destinazioni e
Stimmungen che compongono la griglia tridimensionale dei carteggi cice-
roniani ( sulla scorta di analisi quantitative mirate alla sostanza sintattica
degli enunciati epistolari Iaeger giunge a ricostruire psicogrammi di al-
cune delicate fasi della vita dell'Arpinate). Luoghi come Ad fam. II 4, 1;
IV 13, 1; IX 21, 1; XV 21, 4 ( ma gli esempi si possono moltiplicare)
mostrano quanto l'autore fosse consapevole del polimorfismo genetico,
funzionale e stilistico della prassi epistolare ( Koskenniemi; Thraede, pp.
27- 47), senza per mai spingersi a elaborare un sistema tipologico che
andasse oltre le due essenziali istanze dell'informazione e della colloquia-
lit ( Cavarzere, 1985, pp. 25- 9).
Von Albrecht, coll. 1271- 86, sintetizza con ordine i tratti formali pi
caratterizzanti delle lettere ciceroniane ( riccamente documentati da Mon-
suez, 1952- 53; 1954):
1. La pressione dell'Umgangssprache emerge talora dalle scelte fone-
tiche, marcatamente a livello morfologico e lessicale ( diminutivi, interie-
zioni, prefissi e suffissi, popolarismi, neologismi).
2. Particolarmente importante la categoria dei grecismi, la cui indo-
le e frequenza una preziosa spia della familiarit e affabilit epistola-
re ( Venini, 1952a; Oksala, pp. 91- 109).
3. Soprattutto a livello sintattico si affermano i moduli della lingua
d'uso: ellissi o per converso pleonasmi e iperdeterminazioni, costruzioni
libere, anche nella posizione delle parole, locuzioni affettive o banaliz-
zanti, espressioni grecizzanti, strutture paratattiche, spunti proverbiali,
citazioni, exempla storici, giochi di parole, effetti di humour e ironia.
4. Se indiscussa in ogni caso la funzione della retorica, maggior
autocontrollo linguistico e stilistico presentano le lettere ufficiali o co-
munque meno intime, marcate anche da un fonnulario pi protocollare e
da una immissione pi intenzionale del ritmo clausolare ( Bornecque, pp.
121- 32).
204 LA I> RosA LATINA
5. Va tenuto comunque presente l'incidere di importanti variabili,
quali i ruoli dei destinatari, della tematica, della situazione epistolare; e
persino delle modalit tecniche redazionali ( scrittura o dettatura: Bernar-
di Perini, pp. 22 s.). Un buon termine di confronto, data l'esatta sincro-
nia e la piena omologia del contesto storico- culturale offerto dall'usus
dei corrispondenti ( cfr. Bornecque, pp. 239 s.; Monsuez, 1954, pp. 71-
4; Cavarzere 1983, pp. 62- 78; 1985, pp. 30- 2).
10. La prosa epistolare di Seneca
La problematica della valenza epistolare, che gi si pone sul piano
stilistico per Cicerone ( Bernardi Perini, p. 22: fino ad asserire che ap-
punto lepistola, anche l'epistola familiare, non diversamente dalla satira
fa del sermo amiliaris una lingua in qualche modo darte, in cui la spon-
taneit e la quotidianit risultano da una precisa volont di stile piutto-
sto che da un esercizio naif della lingua di tutti i giorni ), investe nell'in-
tera sua consistenza, concettuale e formale, il secondo epistolario in pro-
sa latina a noi trdito, le Epistulae morales ad Lucilium del filosofo Se-
neca ( per un esame pi approfondito rinviamo a Mazzoli, 1989, in par-
tie. pp. 1846- 77).
Si tratta di definire - e non agevole - se e quanto le ragioni, palesi,
di propaganda filosofica prevalgano sulle funzioni pi proprie di un car-
teggio, s da configurare una finzione letteraria piuttosto che un autenti-
co prodotto epistolografico. Sono a noi giunte 124 lettere in venti libri,
ma Gell. XII 2, 3 ss. cita da un perduto I. XXII ( che potrebbe anche
essere stato l'ultimo).
Per l'indole ttizia della raccolta ( una linea critica che da Giusto Lip-
sio giunge fino ad Abel) ha preso decisamente posizione Bourgery, con
argomenti tratti specialmente dalle scansioni cronologiche dell'epistolario
e dall'incerta personalit del corrispondente. La veste epistolare, indotta
dalla suggestione del modello epicureo ( esplicita nei primi tre libri) da-
rebbe insieme copertura e coerenza a un eterogeneo insieme di riessioni
filosofiche prodotte negli ultimi anni dal pensatore.
Sul fronte opposto, a difendere l'autenticit epistolare della raccolta,
si schierato, con puntuali repliche a Bourgery, Albertini, pp. 132- 46.
Anch'egli giudica vano lo sforzo di quanti cercano un'ordinata struttura
logica nel carteggio; ma questo disordine sarebbe proprio il sintomo mi-
gliore della sua genuinit, derivando da un progressivo accumulo di let-
tere in semplice sequenza cronologica. Lucilio ne sarebbe il primo, ben
concreto destinatario; ci non toglie che Seneca scrivesse ( e provvedesse
personalmente) per la pubblicazione, procurando anzi una preventiva
diffusione in una lite includente lo stesso principe Nerone; e che a tal
fine apportasse verosimilmente tagli e aggiustamenti tesi a rimuovere
spunti d'interesse troppo contingente e personale: da ci gli sfasamenti e
le oscurit su cui fanno leva i fautori della finzione epistolare. Del dibat-
tito, lungo e teso, tra i due campi ha fatto di recente un sensato bilancio
Cugusi, 1983, pp. 195- 206, mostrando come l'ambiguo equilibrio in cui
La prosa filosofica, scientifica, epistolare 205
il carteggio si tiene - tra lettera ed epistola, tra comunicazione mira-
ta alla formazione ( pi che all'informazione) di un ben preciso destinata-
rio e prodotto letterario pensato anche per i posteri - non sia affatto
inconciliabile con la realt storica di un epistolario genuino.
Notevole incidenza ha nel dibattito il problema cronologico, varia-
mente impostato e risolto dall'una e dallaltra parte. Se vige un consen-
sus quasi generale sull'attribuzione del carteggio all'ultimo Seneca, si
apre una marcata linea di dissenso tra quanti ( in base a indizi interni: le
lettere sono del tutto prive di datazione) sostengono una cronologia
corta ( 63- 64 d.C.) e quanti una lunga ( 62- 64). Questa appare la pi
verosimile e certo pi conciliabile, sul piano del ritmo epistolare, con la
realt della corrispondenza. Se ne fatto recente ed attento interprete
Grimal ( 1978, pp. 219- 24, 443- 56), che distingue opportunamente tra le
frequenze apparenti e quelle effettive del carteggio ( giunto a noi pro-
babilmente alterato da operazioni selettive).
Come gi accennato, anche la discussa concretezzastorica del desti-
natario, Lucilio junior, ha non poco peso nel processo indiziario all'au-
tenticit delle Epistulae morales. Basti ricordare, dopo Bourgery, Griffin
( pp. 347- 53) che, senza invalidare la sussistenza prosopografica di Luci-
lio, tende a farne un prestanome per istanze etiche e spirituali intrinse-
che al solo Seneca. L'atteggiamento critico esattamente inverso ha porta-
to altri, segnatamente Delatte, ad attribuire il massimo di attendibilit
storica a tutt- e le indicazioni fornite dal filosofo sul destinatario, s da
comporre di questultimo una particolareggiata biografia esteriore e inte-
riore.
Non pare il caso. Seneca certo non inventa Lucilio ( se cos fosse,
l'avrebbe fabbricato in modo pi comodo per le esigenze di una astrat-
ta direzione spirituale: Abel, p. 497), ma innegabilmente lo usa e lo
tratta liberamente per i propri ni argomentativi, con la probabile con-
nivenza dell'amico, coinvolto nellavventura spirituale d'un carteggio che
travalica il realismo delle comuni missive di informazione per atteggiarsi
a specchio di coscienze ( cfr. Mller, pp. 139- 42).
Estremamente aperto anche il problema della struttura dell'epistola-
rio, che la tradizione manoscritta ha trasmesso in due distinte sezioni
( Epp. 1- 88, 89- 124); quanto alla divisione in libri, non mancano, in rap-
porto alla logica dei contenuti, arbitrariet. La critica fortemente analiti-
ca di Albertini, pp. 132- 46, ha anzi negato, come s' detto, che alcun
piano logico sovraintenda, tra e nelle lettere, alla composizione della rac-
colta.
Altri studiosi, per contro, specie tra quanti sono persuasi del suo ca-
rattere ttizio, hanno prospettato svariate partizioni, nessuna pienamente
persuasiva. Interessano particolarmente le proposte di Cancik e di Mau-
rach, che, rinunciando a cercare nell'opera un disegno in divenire ( dalla
parenesi alla teoresi etica), la assumono come un insieme sincronico co-
mandato dalle strategie del reseau entrelac ( Cancik, p. 68) o della ver-
borgene Systematik ( Maurach, p. 179). La veste epistolare, con la conse-
206 LA PRosA LATINA
guente frantumazione dei contenuti, per entrambi espediente dissimu-
lativo d'una ben pi salda strutturazione profonda, che in Maurach ( p.
17) indicata poco elasticamente con la metafora organicistica del cor-
pus. Assai utili per specifici approfondimenti esegetici, queste prospetti-
ve critiche non rendono giustizia al dinamismo dell'epistolario senecano,
ben meglio assimilabile a un w ork- in- progress, continuamente rialimenta-
to dalla dialettica mittente- destinatario, all'insegna dell'amicitia e ( cfr.
Hadot) della Seelenleitung.
Importa soprattutto comprendere meglio il rapporto tra la forma epi-
stolare e i contenuti filosoci di Seneca. Sullo sfondo si incrociano gli
inussi di quattro paradigmi principali, le lettere filosofiche di Platone e
specialmente, anche per il denominatore della cptkot, di Epicuro, l'episto-
lario Ad Atticum di Cicerone e ( sebbene poetiche) le Epistulae morali di
Orazio. La familiarit e quotidianit delle lettere ciceroniane sono
sicuramente al punto d'innesco ( cfr. Ep. 21, 4; 97, 3 ss., 118, 1 s.; Cu-
gusi, 1983, p. 203) dell'operazione epistolare senecana, che per, non
sopportando le banalit dell'esistenza spicciola, trasfigura e interiorizza il
vissuto, traendone gli stimoli sia per la guida del destinatario sia per la
scrittura di s ( Misch, pp. 421- 41; Rosati; Foucault). Pur riducendo al
minimo il proprio spessore materiale e il peso degli stereotipi formulari,
la cornice reale ha nell'epistolario senecano un interesse da non sotto-
valutare rspetto alle famose tematiche stoiche in essa inquadrate.
Sul piano linguistico e stilistico, l'epistola si rivela lo strumento di
gran lunga pi congeniale per il temperamento letterario del filosofo, in-
sofferente di troppo rigidi lacci formali. Ne d conferma la stessa amplis-
sima gamma di tagli ( sono generalmente pi brevi i formati della pri-
ma parte: si va dai due paragrafi dell'Ep. 38 ai 74 dell'Ep. 94). Trionfa-
no la sententia, spesso in veste nobile di citazione ( specie poetica), la
concentrazione espressiva, le essenziali cifre grammaticali, retoriche e
dialettiche dello stile nuovo e drammatico ( necessario il rinvio a
Traina, 19874, passim).
Se, per ragioni ideologiche oltre che tecniche, assente lo scanzonato
uso ciceroniano del grecismo ( cfr. Setaioli, 1988, pp. 33 ss.), ricca
l'immissione del sermo cotidianus, pi varia e vivace nelle Lettere sebbe-
ne estesa al complesso della prosa senecana ( cfr. Setaioli, 1980- 81).
Il losofo d l'impressone di volere neutralizzare, per via essenzial-
mente linguistica, le elevate stilizzazioni e tensioni intellettuali dell'epi-
stola morale, rendendole compatibili con le istanze genetiche della let-
tera familiare", chiaramente esposte in Ep. 75, 1: qualis sermo meus es-
set si una desideremus aut ambularemus inlaboratus et acilis, tales esse
epistulas meas volo, quae nihil habent accersitum nec ctum. Da qui
l'accennato effetto ambiguo del carteggio, con conseguenze anche sulla
fortuna tardo- antica: modello sommerso, scarsamente ricordato ( offusca-
to dal prestigio della corrispondenza apocrifa con S. Paolo), ma certo
importante punto di riferimento per i grandi epistolari spirituali della pa-
tristica latina.
La prosa losoca, scientifica, epistolare 207
11. La prosa epistolare di Plinio il Giovane
Certo non Seneca ( sebbene spesso ne sia ricalcato l'assunto etico- di-
dattico) ma Cicerone ( cfr. Weische) il paradigma su cui prende le mi-
sure il terzo pi importante epistolario in prosa latina rimastoci ( cfr. Au-
brion), quello di Gaio Plinio Cecilio Secondo ( 61/62- 113 ca.) nei primi
nove libri Ad amiliares ( per un totale di 247 lettere a ben 105 diversi
destinatari), mentre il X, contenente il carteggio ufficiale col principe
Traiano ( 73 lettere di Plinio e 48 rescripta imperiali) deve essere valuta-
to con distinti parametri ( ultimo aggiornamento bibliograco complessi-
vo in Rmer).
Cugusi, 1983 ( pp. 207- 39) si sofferma pi volte ( in partic. pp. 215
s., 223- 5) sui rapporti col modello ciceroniano, sottolineando omologie
( nell'atteggiamento mentale, nella topica, in spunti ampi o particolari) e
scarti: del resto Plinio stesso a prendere le distanze da Cicerone attri-
buendosi minori risorse di talento, ma anche di tematiche utilizzabili ( IX
2, 2 s.), a causa delle mutate condizioni politiche e della sua pi spiccata'
avversione per le banalit epistolari ( III 20, 10- 12).
Ma la differenza principale sta nello spirito che presiede alla raccolta
pliniana. Emerge bene dall'epistola sintomaticamente premessa al l. I co-
me prefazione. In essa l'autore mostra di avere personalmente condotto
la pubblicazione delle proprie lettere e d conto dei criteri:
a) selezione ( non definitiva) in base alla maggiore accuratezza for-
male;
b) disposizione non conforme all'ordine in cui sono state scritte,
bens affidata al caso.
Alla colta spontaneit dell'epistolario ciceroniano si sostituisce la col-
ta ostentazione del signore cisalpino ben accreditato nella capitale, che -
finite le precariet dell'et aviana - ama lasciare a contemporanei e po-
steri il miglior ritratto possibile di s nel suo milieu, all'insegna del bon
ton e di una ingenua immodestia, spia d'un protagonismo indiscreta-
mente esibito, in cui da riconoscere una componente non secondaria
della pubblicazione dell'epistolario ( Gagliardi, p. 1700; cfr. D'Elia).
I due criteri enunciati nella lettera prefatoria suscitano subito - e con
evidenza ancora pi spinosa che nei precedenti carteggi - i problemi,
ovviamente connessi, dell'autenticit epistolare e della cronologia dei li-
bri I- IX.
Cominciamo dal secondo, che concerne distintamente composizione
delle lettere e pubblicazione dei libri ( il punto in Cugusi, 1983, pp. 208-
12). E ormai convinzione generale ( specie dopo i contributi di Syme,
1971, pp. 863- 8, e di Sherw in- \ lVhite, in partic. p. 20) che quanto asseri-
sce Plinio in merito al disordine cronologico dell'epistolario da lui pub-
blicato vada ammesso in senso relativo e con beneficio di inventario.
Sebbene le lettere siano prive di qualunque elemento di datazione, le al-
lusioni a eventi datati bastano a mostrare che la sequenza dei libri rispet-
ta la cronologia, con qualche difficolt per i due ultimi, integrati proba-
bilmente da lettere scritte in tempi anteriori. I termini entro cui si collo-
208 LA I RosA LATINA
ca la redazione del carteggio sono a quo il 96 con l'avvento di Nerva e
ad quem il 109- 110 con l'imminente governatorato in Bitinia. La pubbli-
cazione, per libri singoli o a gruppi ( secondo le varie tesi), segue con
probabile ritardo di uno o due anni i tempi di composizione ( vale sem-
pre il terminus ad quem dellincarico in Bitinia).
Inconseguenza cronologica va invece riconosciuta all'interno di cia-
scun libro, ove vige non certo giustapposizione casuale delle lettere ma -
in accordo con la riessione teorica pliniana ( Cova, 1966, pp. 37 s.,
126- 36) - il criterio della varietas e dell'alternanza tematica.
Dall'ammettere l'artificialit dell'ordine si pu giungere, compiendo
un passo non troppo lungo, a sostenere addirittura l'artificialit dell'inte-
ra raccolta, il carattere affatto fittizio di composizioni ove la presenza
del destinatario mascheri quella di un semplice dedicatario senza rappor-
to col tema trattato.
Non sembra tuttavia questa linea critica ( fissata da Peter, pp. 100-
21) la pi convincente sul piano storico- culturale: dato per sicuro l'inter-
vento selettivo dellautore in veste di editore, pi plausibile che alla
base dell'operazione vi fosse un autentico materiale epistolografico, dota-
to di una sua precisa immersione nelle coordinate spazio- temporali. Dif-
ficilmente un astratto prodotto letterario, sia pure rivitalizzato ricorren-
do alla tecnica del carteggio, presenterebbe il duttile aggancio etico e
spirituale alla societ dei suoi tempi riconosciuto dagli interpreti ( cfr.
Btler; Trisoglio, 1978; Andr, 1975; Cova, 1978) e soprattutto la viva
importanza documentaria che emerge dal commento storico e sociale
di Sherw in- White.
In un saggio, molto fine sul piano dell'analisi letteraria, Guillemin
( 1929, pp. 127- 57) ha sottolineato in Plinio il Giovane la forte sugge-
stione esercitata dalla poesia latina non epica, aperta al gusto alessandri-
no. Nel suo alveo trovano ricezione, fino a costituire clichs, temi e
spunti mondani gi liberamente presenti nelle lettere ciceroniane. Non
manca in quella poesia il ricorso alla forma epistolare, come in Orazio e
nell'elegia ovidiana; e rientrano con varie stilizzazioni autori pressoch
contemporanei a Plinio, come lo Stazio delle Silvae e soprattutto Marzia-
le. Sicch Guillemin giunge a denire, a seconda delle misure, le epistole
pliniane epigrammi 0 epilli in prosa ( cfr. pp. 130, 150). Ma sarebbe uni-
laterale limitare in questa dimensione tutta artificiale il ventaglio tipolo-
gico di quelle lettere. Quanto sia vario stato mostrato gi da Sherw in-
White, pp. 42- 50, e ora da Gamberini, al quale si deve nel complesso la
pi esauriente revisione critica del problema epistolare pliniano ( in par-
tic. pp. 122- 78). Sulla sua scorta ( pp. 136- 43) si possono distinguere i
seguenti tipi di lettere:
1. Occasionate da ragioni pratiche ( di accompagnamento a copie di
opere pliniane; di riferimento a casi processuali; di raccomandazione o
mediazione; di donazione; di impegni affidati o accettati; di materia eco-
nomica).
2. Determinate da ragioni sociali ( di informazione su usi costumi
eventi pubblici e privati; di invito o ringraziamento per inviti; di corte-
La prosa losoca, scientifica, epistolare 209
sia; di risposta generica; di esortazione morale; di riessione morale; di
discussione letteraria; di richiesta ad amici assenti).
3. Corrispondenti ai tipi di excursus retorico ( cfr. Quintil. IV 3, 12:
laudes hom num, laus locorum et descriptio regionum, expositio quarun-
dam rerum gestarum, expositio rerum abulosarum). Appartengono a
quest'ultima categoria i pezzi pi noti di Plinio, come le laudes dello
zio naturalista ( III 5), di Silio Italico ( III 7), di Marziale ( III 21), la de-
scrizione delle ville laurentina ( Il 17), toscana ( V 6), lariane ( IX 7), del-
le fonti del Clitumno ( VIII 8), le celebri cronache vesuviane ( VI 16 ; 20),
le storie favolose dei fantasmi ( VII 27) e del delfino ( IX 33).
Sono soprattutto queste lettere di digressione, pi volte caratterizzate
da inconsueta lunghezza e con evidenti apporti artificiali, ad aver pola-
rizzato la marca di finzione epistolare apposta indebitamente sul1'intero
carteggio. In realt l'epistolario, se indagato con attenzione, offre con
larghezza gli spunti teorici utili a una pi corretta impostazione del pro-
blema ( Cova, 1966, pp. 18- 25, 51- 9; Sherw in- White, pp. 3- 6; Lilja, pp.
63 ss.; Picone, pp. 11- 89; Gamberini, pp. 170- 5), specie in tema di re-
tractatio ( VII 9, 5 s.), monotematicit ( VII 6, 8), modus ( V 6, 42- 44),
varietas ( III 13, 3 s.), pressus sermo purusque ( VII 9, 8) ed eleganza
epistolare ( I 1; VII 13; IX 28). L'esame combinato della teoria e della
prassi pliniana consolida l'opinione che i libri I- IX cos come a noi tra-
mandati siano il frutto di una rielaborazione formale sistematicamente
condotta su un fondo di corrispondenza reale e spontaneo ( Cugusi,
1983, pp. 216- 20; Gamberini, pp. 130- 6).
L'uso linguistico e le articolazioni dello stile pliniano, se da un lato
confermano la pretta letterariet dell'opera ( per i grecismi cfr. Venini,
1952b; per il ritmo clausolare Bornecque, pp. 323- 40), dall'altro mostra-
no la essibile aderenza delle forme dellespressione alle forme del con-
tenuto, lezione ciceroniana reimpostata in base alle diverse istanze dell'e-
poca in cui Plinio vive. La puntuale analisi di Gamberini, pp. 179 ss.,
mostra le varie curve disegnate nell'uso epistolare dalle figurae elocutio-
nis e dai tropi ( pi presenti le prime nei tipi 1 e 2, lettere di ragione
pratica o di relazione sociale, i secondi nel tipo 3, spiccatamente narrati-
vo e immaginifico).
Sul piano sintattico, tuttavia, le opposizioni tra i vari tipi tendono a
neutrali)zzarsi, consentendo una denizione complessiva ( Gamberini, pp.
461 ss. :
in generale la sintassi pliniana segue tendenze gi invalse nella prosa della latini-
t argentea, per esempio l'uso esteso del genitivo dopo aggettivi e participi, l'uso
di casi indipendentemente dalle preposizioni che in passato li reggevano, l'uso
esteso dell'infinito dopo verbi e aggettivi, e minore aderenza alle regole che go-
vemano la scelta dell'indicativo e del congiuntivo. La tendenza dominante in Pli-
nio nella direzione della brevit, che tuttavia raramente spinta come in Tacito
al limite dell'intellegibilit; la prosa pliniana sfrutter pi moderatamente le pos-
sibilit della sintassi latina, che determinano troncamenti sintattici - come per
esempio in poesia - con la soppressione di particelle funzionali. Nei libri 1- 9 tali
tratti, spesso mutuati dalla poesia nella prosa augustea e post- augustea, quando
210 LA I> RosA LATINA
si abbinano con la paratassi e moderata ellissi caratteristiche di Plinio, produco-
no ci che possiamo chiamare il rainato colloquialismo delle Lettere.
Se ci portiamo ora al l. X dell'epistolario, notiamo subito un netto
spostamento dell'uso linguistico e stilistico: maggiore incidenza del for-
mulario, un vocabolario sempre piano e concreto che fa spazio ai tecnici-
smi amministrativi, una sintassi pi sorvegliata e ciceroniana con pre-
minenza dell'ipotassi, un assai limitato dispiego di immagini e figure re-
toriche ( Gamberini, pp. 493 s.). Sebbene anche nei primi nove libri pre-
valgano misure epistolari ridotte ( la tabulazione complessiva in Gamberi-
ni, pp. 151 s.), qui sono la regola ssa, con una sola eccezione: la famo-
sa lettera 96 di Plinio a Traiano sui Cristiani.
I rescritti del principe sono a loro volta caratterizzati ( esemplare ap-
punto quello alla 96) da ancor maggiore brevitas e accentuata stereoti-
pia, che marcano bene la superiorit gerarchica senza peraltro escludere
l'affettivit del rapporto confidenziale. Ci induce a credere che siano di
pugno del princeps piuttosto che biglietti della sua cancelleria ( sulla di-
scussa questione cfr. Cugusi, 1983, pp. 235- 8). Il carattere privato va
anzi riconosciuto all'intero carteggio, sebbene le ragioni ufficiali del rap-
porto epistolare ne circoscrivano il referente alle sole esigenze dell'ammi-
nistrazione pubblica.
Nel libro si distinguono due sezioni cronologiche nettamente separa-
te. Le lettere 1- 14 ( in realt 15, in quanto la 3 include anche il rescrip-
tum imperiale) sono relative ai primi anni del principato traianeo ( dun-
que coeve ai primi libri delle lettere Ad amiliares); le successive appar-
tengono tutte, con un break quasi decennale, all'ultima fase della carrie-
ra pubblica di Plinio, il govematorato in Bitinia ( dal 111, interrompen-
dosi, pare, alla sua morte nel 113). Sporadici nella prima sezione, i res-
cripta nella seconda seguono quasi alla pari le cadenze epistolari del de-
voto funzionario, risolvendone in modo tranchant le perplessit. Inutile
sottolineare la rilevanza storico- documentaria di questo carteggio, fonte
insostituibile per introdurci per un periodo di tempo continuato nelle
pieghe minute di una non facile amministrazione provinciale all'apogeo
dell'impero ( bibliografia essenziale in Cugusi, 1983, p. 235, n. 308 e,
per la lettera e il rescriptum sui Cristiani, p. 309; aggiornamenti in R-
mer, coll. 179- 85).
Pubblicato verosimilmente dopo la morte di Plinio, fu perci forse
meno soggetto alla retractatio del suo autore ( ed solo un sospetto che
l'editore vi abbia apportato censure selettive). La sua storia esterna, non
meno dell'indole e costituzione interna, lo distingue dunque subito dai
libri I- IX, gettando presumibilmente gi le basi per la separata tarda ri-
scoperta umanistica, attestata dalle edizioni del primo Cinquecento.
Ben maggiore fortuna ebbe gi nella tarda antichit la raccolta Ad
amiliares. La sua dichiarata e raffinata letterariet ne fa un paradigma
sicuro per la grande rifioritura epistolograca pagana e cristiana prodot-
tasi, dopo la stasi del sec. III, nell'ultima latinit. Ben noti a Girolamo,
forse ad Ambrogio, quei nove libri furono assunti come misura classica
del corpus epistolare privato ( altrettanto paradigmatico fu nel suo genere
La prosa losoca, scientica, epistolare 211
il Panegirico di Plinio a Traiano): se il problema aperto per il carteggio
di Simmaco ( seconda met sec. IV: bibliografia in Cugusi, 1983, p. 226,
n. 276), nessun dubbio sussiste per Sidonio Apollinare ( II met sec. V)
che, pur apprezzando altamente Cicerone e Simmaco, elegge Plinio a suo
maestro d'arte epistolare ( Cugusi, 1987, pp. 838 s.) e ne segue, appunto
nel numero dei libri, orbitas ( cfr. Sidon. Ep. IX 1, 1).
12. La prosa epistolare di Frontone
Il genere si ormai codificato e ha ssato il suo canone: questi
tardi sviluppi ( per cui cfr. Cugusi, 1985; 1987; Garzya) portano oltre il
mondo antico e fuori della nostra prospettiva, che, non spingendosi al di
l del sec. II d.C., include un solo altro importante epistolario, quello
frontoniano.
Per le lettere di M. Cornelio Frontone, nato a Cirta agli inizi del sec.
II e vissuto fin verso gli anni Settanta, i primi problemi derivano dalle
cruciali condizioni del testo, che si conserva pressoch unicamente nel
palinsesto del sec. V smembrato dopo varie vicissitudini tra i mss. Am-
bros. E 147 sup. e Vat. Lat. 5750. La sua scoperta ottocentesca a opera
di Angelo Mai, l'entusiasmo suscitato in Giacomo Leopardi e la delusa
reazione della filologia germanica di et romantica sono eventi famosi:
n si saprebbe affermare che la questione frontoniana si sia a tuttoggi
riassestata in una unitaria ricomposizione critica ( cfr. Polverini; Cova,
1971; Wauters).
Alle difcolt di lettura ( il codice ter scriptus), aggravate dall'uso di
reagenti chimici per la decifrazione, altre ne aggiungono la lacunosit
( risarcita in minima parte dal Paris. Lat. 12161, anch'esso palinsesto,
studiato da Bernhard Bischoff) e il disordine del codice, scompaginato in
seguito al reimpiego in modo da non consentire la ricostruzione dell'or-
dine primitivo.
Nell'edizione teubneriana van den Hout si succedono le seguenti rac-
colte ( di antichit provata dalle citazioni di Carisio ma di precaria com-
posizione, come indicano anche lettere dislocate o duplicate: Cugusi,
1983, pp. 243- 6): scambi epistolari con Marco Aurelio prima del princi-
pato ( cinque libri Ad M. Caesarem) e dopo l'ascesa al trono ( quattro
libri - ne attestato un quinto - Ad Antoninum imperatorem); con Lu-
cio Vero ( due libri Ad Verum imperatorem); cinque lettere a Marco Au-
relio imperatore De eloquentia e una De orationibus; un libro di scam-
bio con Antonino Pio; due libri Ad amicos; lettere separate: Principia
historiae secondo i pi a Marco e Lucio imperatori; Laudes fumi et pul-
veris e neglegentiae a Marco Cesare; De bello Parthico a Marco impera-
tore; De eriis Alsiensibus e De nepote amisso, scambi con Marco impe-
ratore; una aggiunta di lettere tutte, tranne una, greche a vari destinata-
ri. Nel complesso - tira le somme Polverini, p. 442, nota - la corri-
spondenza risulta costituita [. . .] di 217 lettere ( pi 26, conosciute per il
solo inizio): 135 ( pi 10) di Frontone, sei delle quali in greco; 79 ( pi
10) di Marco Aurelio; sei di Lucio Vero; due di Antonino Pio e una, in
212 LA PRosA LATINA
greco, di Appiano. La cronologia abbraccia i decenni centrali del sec. II
( 139- 167 secondo la capillare ricostruzione di Champlin), facendo perno
sul 161, anno dell'ascesa al trono di Marco Aurelio e di Lucio Vero.
Una serie di indicazioni sulla societ del tempo viene dalle lettere Ad
amicos. L'accurata indagine prosopografica di Paum bipartisce i desti-
natari e per conseguenza la teleologia della raccolta. Da una parte sono
gli altolocati politicamente: destinando loro una delle sue composizioni,
modelli di eleganza stilistica, lusingava il loro amor proprio e riusciva
simultaneamente a far conoscere a tutti i ferventi presenti e futuri di let-
teratura quale era stata l'irradiazione del proprio genio. Nell'atto stesso
di onorare i suoi amici e conoscenti, onorava se stesso . Dall'altra parte
si pongono personaggi di minore risalto pubblico: si tratta di ferventi
dell'arte del ben parlare ed per avere condiviso lentusiasmo di Fronto-
ne per leloquenza che sono stati giudicati degni di veder figurare il loro
nome sull'intestazione d'una lettera del maestro, di cui perlopi sono
stati i discepoli e i protetti ( pp. 559 s.).
La cerchia comunque una ristretta lite unificata dal denominatore
culturale di cui Frontone si presenta antistite: la paideia retorica retro-
flessa ai modelli stilistici e linguistici della latinit arcaica ( cfr. Marache;
Soverini). Se legittimo valersi anche dei suoi epistolari per interpretare
la Roma degli Antonini ( cfr. Champlin), appaiono d'altra parte fondate
le perplessit di Polverini circa una loro assunzione come Schatz fr den
Historiker ( in termini mommseniani), al di fuori del conchiuso mondo
scolastico: senza voler negare in modo assoluto alla scuola retorica del
sec. II un impatto pratico nel senso della promozione e selezione socio-
politica.
Le prime dieci lettere del l. I Ad amicos, tutte commendatizie, attira-
no l'attenzione sul modello ciceroniano ( Ad fam. l. XIII). Epistulis Cice-
ronis nihil est perectius afferma Frontone alla fine di una breve lettera
( Ad Anton. imp. Ill 8) che attesta la sua frequentazione di quei carteggi,
preferiti alle stesse orazioni dell'Arpinate e prediletti anche dal suo im-
periale corrispondente ( Portalupi, p. 119; Pennacini, 1974, p. 160 s.;
Cugusi, 1983, pp. 174 s., 262 s.).
A sua volta, la compresenza nel corpus frontoniano di epistole Ad
amicos e a/da principi invita al confronto col modello pliniano. Si posso-
no stabilire probabili 0 possibili riscontri ( Cugusi, 1983, pp. 239, 263
s.); ma proprio dai carteggi coi corrispondenti imperiali emergono le pi
marcate differenze, sia per le.diverse dimensioni in rapporto al corpus
complessivo ( minoritarie in Plinio, nettamente maggioritarie in Fronto-
ne), sia soprattutto sul piano dei referenti epistolari.
Il princeps pliniano era coinvolto esclusivamente sul versante ufficiale
della sua personalit, quello amministrativo ( assente ogni altra tematica,
in particolare la letteraria), laddove i Cesari e gli Augusti di Fronto-
ne tengono rigorosamente fuori della corrispondenza la propria funzione
pubblica, ritagliando col loro magister spazi di intimit ove prevalgono
atteggiamenti e interessi francamente dgags: q I}oo1:oQyot ( assai gradi-
ta al maestro: Ad Ver. imp. I 6,7; cfr. Cova, 1978), famiglia, salute ecc.
Se impegno c', solo a livello di discussione letteraria e in riferi-
La prosa losoca, scientifica, epistolare 213
mento all'idolo culturale di Frontone, la paideia retorica ( Steinmetz, pp.
173- 87). I saggi di maggiore portata ci vengono dai nuclei pi consisten-
ti dell'epistolan'o con Marco Aurelio, prima e dopo del 161. Questi car-
teggi si lasciano leggere in varie prospettive: in generale per la ricogni-
zione della cultura letteraria di gusto arcaizzante ( quadro esauriente in
Selvatico) e poi facendo centro sull'una 0 sull'altra delle due personalit
messe a fronte.
Da una parte abbiamo il Marco Aurelio latino ( Pepe, in partic. 28-
56; Cortassa, in partie. 11- 32), sorta di piccolo Bildungsroman autobio-
graco che traccia la parabola del distacco del giovane discepolo dal
maestro ( in controluce si evince la conversione dalla retorica alla loso-
a, che apre la strada alla grande autobiografia spirituale del Marco
Aurelio greco: Misch, pp. 448- 93).
Dall'altra parte si sviluppa il dramma culturale e psicologico del reto-
re che, dopo aver avvinto il giovane discepolo ( al tempo delle Laudes,
tanto frivole nei contenuti quanto provocatorie nell'assunto paradigmati-
co), lotta coi mezzi dell'instituti0 e del pathos per non lasciarselo sfuggi-
re; e inne, anziano e sconfitto, riannoda il carteggio con lui ( e col fra-
tello) al vertice dell'impero, aggiungendo saggi in forma di lettera ove la
distensione alla vecchia maniera ( De eriis Alsiensibus), la consolatio
( De bello Parthico, De nepote amisso), il didascalismo ( Principia histo-
riae: cfr. Cova, 1970) si alternano alla polemica, anche risentita, in no-
me dei suoi ideali retorici ( De eloquentia, De orationibus).
A fronte emerge anche la stilistica dei due corrispondenti. In Fronto-
ne l'insoddisfazione linguistica ( Pennacini, 1974, p. 127 ss.) suscita
l'ossimoro, ideologico oltre che tecnico, dell'el0cuti0 novella ( p. 151, 4
v. d. H.) tesa alla ricerca populo ( pf 135, 17 v. d. I- I.) di insperata atque
inopinata verba ( p. 57, 16 v. d. H.) epper sostanziata di arcaismo ( Por-
talupi, pp. 81- 121; Pennacini, 1974, in partie. pp. 150 ss.), anzi di rab-
bioso misoneismo, contro Seneca e la paideia losoca ( Portalupi, pp.
55- 80). Ma la caccia alle parole scolpite caelo et marculo ut gemmulas
( p. 58, 25 v. d. H.) un fattore di destrutturazione sintattica: cos il
retore non si avvede di incorrere proprio nei tanto vituperati mollia et
ebriculosa prunula senecani ( p. 153, 12 v. d. H.: rassegna critica in Co-
va, 1978, pp. 478- 80).
Da parte di Marco Aurelio ( Pepe, pp. 53- 6) si avverte Pimpegno di
emulare nelle lettere l'esempio stilistico e linguistico del maestro; ma la
sua diversa personalit non manca di rivelarsi in tratti di maggiore sem-
plicit, libert da pastoie scolastiche e schietta adesione alla lingua viva.
La minore ampiezza dei carteggi rimasti con Lucio Vero e Antonino Pio
non permette rilevazioni stilistiche altrettanto articolate.
Nel complesso dell'epistolario frontoniano Cugusi, 1983 ( pp. 258-
62), distingue tre livelli d'impegno letterario: dimesso, normale, artisti-
co. Nel secondo livello, caratterizzato da tematiche usuali ma anche da
cura stilistica, si situa la maggior parte delle lettere ( commendatizie,
dinformazione spicciola, augurali, affettive e, in maggioranza, lettera-
rie); rarissime le lettere ufficiali ( cfr. Ad am. II 10 e 11).
214 LA PROSA LATINA
Tra le lettere di pi elevato impegno artistico si lasciano collocare i
pezzi di scoperto carattere retorico, in particolare le Laudes.
Fronto neque ipse epistulas eddit neque edere voluit afferma reci-
samente van den Hout ( pp. LIX- LXIII). Il corpus inedito, conservato
con cura nellambito familiare, sarebbe poi stato pubblicato, omettendo i
soli elementi di datazione, in un'epoca anteriore al sec. IV, in cui Carisio
lo cita. In effetti, l'intimit del carteggio coi principi, ricco di effusioni
affettive e di tratti poco congruenti con la loro immagine pubblica, la
stessa insulsit di vari biglietti ( si pensi al l. V Ad Marc. Caes.) non sem-
brano facilmente compatibili con un progetto di pubblicazione. Ci tut-
tavia non esclude che ( cfr. Hanslik) l'ordine presentato dallepistolario
possa aver fatto capo all'intervento personale dello stesso Frontone.
Distinto forse il caso delle Ad amicos e di pezzi di pi rilevante
impegno retorico- letterario. Le diverse ma ugualmente importanti funzio-
ni propagandistiche delle prime e dei secondi sarebbero rimaste affatto
vanicate senza una tempestiva pubblicazione: e ha probabilmente ra-
gione Cugusi, 1983 ( pp. 247 s.) nell'attribuirla al loro medesimo autore.
Ma, qualunque sia stato il momento iniziale della diffusione, la fortu-
na delle lettere di Frontone non riusc mai a varcare i confini della scuo-
la, creando le premesse per l'umbratile sopravvivenza nel fondo d'un pa-
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R. Schilling, La place de Pline l'Ancien dans la littrature technique, in Rev.
Philol., 52, 1978, pp. 272- 83; G. Pascucci, La lettera prefatoria di Plinio alla
Naturalis historia, in lnvigilata lucemis, 2, 1980, pp. 5- 39; P. V. Cova, Plinio
il Vecchio o l'etica del funzionario, in Atti Congr. intern. st. vespasianei, cit., II,
pp. 325- 34 ( = Cova, 1979); P. V. Cova, R. Gazich, G. E. Manzoni, G. Melzani,
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va, La lingua di Plinio il Vecchio: studi e problemi, in Boll. St. Lat., 16, 1986,
pp. 47- 54 ( = Cova, 1986b); M. Vegetti, Lo spettacolo della natura. Circo, teatro
e potere in Plinio, in Aut- Aut", 184- 185, 1981, pp. 111- 25 ( = Vegetti, 1981);
S. Citroni Marchetti, Iuvare mortalem. L'ideale programmatico della Naturalis
Historia di Plinio nei rapporti con il moralismo stoico- diatribico, in Atene e
Roma, n.s., 27, 1982, pp. 124- 48; F. della Corte, Tecnica espositiva e struttura
della Naturalis historia, in Atti del Convegno Plinio il Vecchio sotto il profilo
storico e letterario ( Como, 5- 7 ottobre 1979), Como 1982, pp. 19- 39 ( = Della
Corte, 1982); A. Roncoroni, Plinio tardoantico, ibid., pp. 151- 68; Plinio, Storia
Naturale, 5 voll., Torino 1982- 88; I. Calvino, Il cielo, l'uomo, l'elefante, ibid., I,
1982, pp. VII- XVI; G. B. Conte, L'inventario del mondo. Ordine e linguaggio
della natura nell'opera di Plinio il Vecchio, ibid., pp. XVII- XLVII; A. Barchiesi,
G. Ranucci, C. Frugoni, Nota bibliografica, ibid., pp. XLIX- LXXIV; F. Capponi,
Cultura scientifico- naturalistica di Plinio, in Helmantica, 37, 1986, pp. 131-
48; F. De Oliveira, Ideias morais e polticas em Plinio- o- antigo, Coimbra 1986;
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Inuence, ed. by R. French and F. Greenaw ay, London- Sidney 1986; G. Serbat,
Pline l'Ancien. Etat present des tudes sur sa vie, son oeuvre et son inuence, in
ANRW, II, 32, 4, Berlin- New York 1986, pp. 2069- 200; G. Ballaira, s.v. Plinio
il Vecchio, in Diz. Scr. Gr. Lat., cit., III, pp. 1709- 26; I. F. Healy, The Language
and Style of Pliny the Elder, in Filologia e forme letterarie, cit., IV, pp. 3- 24; Atti
Convegno Como Tecnologia economia societ, cit.; Atti Conv. Como Plinio il
Vecchio sotto il prof. stor. e lett., cit.; Atti Congr. Rieti St. vespasianei cit.;
Pline l'Ancien temoin de son temps. Conventus Pliniani internationalis Namneti
22- 26 oct. 1985 habit. acta, edenda curav. I. Pigealdus I. Orozius, Salamanca-
Nantes 1987: cfr. in Helmantica, 37, 1986, pp. 7- 320.
La prosa epistolare
Teoria e storia della forma epistolare: H. Peter, Der Brief in der rmischen
Literatur, Leipzig 1901 ( rist. Hildesheim 1965); A. Deissmann, Licht vom
Osten, Tbingen 19234, pp. 193- 213; I. Sykutris, s.v. Epistolographie, in RE,
Supplb. 5, Stuttgart 1931, coll. 185- 220; G. Luck, Brief und Epistel in der Anti-
ke, in Das Altertum, 7, 1961, pp. 77- 84; T. Ianson, Latin Prose Prefaces. Stu-
dies in Literary Conventions, Stockholm 1964; Z. Pavlovskis, From Statius to
Ennodius: a brief history of prose prefaces to poems, in Rend. Ist. Lomb., CI.
di Lett., 101, 1967, pp. 535- 67; K. Thraede, Grundzge griechisch- rmischer
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rium criticum, Aug. Taurinorum 1970; vol. II, Aetatem Ciceronianam et Augu-
steam amplectens, 1. Testimonia et fragmenta, 2. Commentarium criticum, Aug.
Taurinorum 1979 ( = ELM); Id., Evoluzione e forme dell'epistolograia latina
nella tarda repubblica e nei primi due secoli dell'impero, con cenni sull'epistolo-
grafia preciceroniana, Roma 1983 ( = Cugusi, 1983), Id., Studi sull'epistologra-
fia latina, I, L'et preciceroniana, in Ann. Fac. Lett. Cagliari, 33, 1970, pp. 5-
112 ( = Cugusi, 1970); II, Le et ciceroniana e augustea, ibid., 35, 1972, pp. 5-
167 ( = Cugusi, 1972); Id., Aspetti letterari della tarda epistolografia greco- lati-
na, ibid., n.s., 6, 1985, pp. 115- 39 ( = Cugusi, 1985); Id., s.v. Epistolografi, in
Dizionario degli Scrittori greci e latini, Settimo Milanese 1987, II, pp. 821- 53 ( =
Cugusi, 1987); G. Scarpat, L'epistolograia, in Introduzione allo studio della cul-
tura classica, vol. I, Milano 1972, pp. 473- 512; D. Ambaglio, La dedica delle
opere letterarie antiche fino all'et dei Flavi, Como 1983 ( Bibl. di Athenaeum,
2) ; A. Garzya, L'epistolografia letteraria tardo- antica, in Il mandarino e il quoti-
diano. Saggi sulla letteratura tardo- antica e bizantina, Napoli 1983, pp. 115- 48;
P. Violi, L'intimita dell'assenza. Forme della struttura epistolare, in Carte se-
miotiche, ott. 1984, pp. 90- 7 ( anche i saggi precedenti del fascicolo sono utili);
AA.VV., La lettera familiare, in Quaderni di retorica e poetica, 1, 1985; in
partic. A. Pennacini, Situazione e struttura dell'epistola familiare nella teoria
classica, pp. 11- 5 ( = Pennacini, 1985); G. Bernardi Perini, Alle origini della let-
tera familiare, pp. 17- 24; A. Cavarzere, La corrispondenza di Celio e la precetti-
stica di Cicerone, pp. 25- 32 ( = Cavarzere, 1985); N. Bonifazi, Il genere lettera-
rio. Dall'epistolare all'autobiografico, dal lirico al narrativo al teatrale, Ravenna
1986, pp. 9 ss.
Sul Commentariolum petitionis: Quinto Tullio Cicerone, Manualetto di cam-
pagna elettorale ( Commentariolum petitionis), a cura di P. Fedeli, con una pre-
sentazione di G. Andreotti, Roma 1987.
Sulle Epistulae ad Caesarem senem: Chr. Neumeister, Neue Tendenzen und
Ergebnisse der Sallustforschung ( 1961- 1981), in "Gymnasium", 93, 1986, pp.
52- 5.
Su Celio: A. Cavarzere, Marco Celio Rufo, Lettere ( Cic. fam. l. VIII), Brescia
1983 ( = Cavarzere, 1983).
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Contenuti biograci degli epistolari: R. Y. Tyrrell, L. C. Purser, The Corre-
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1112, Iv2, v , VI2, V111, Dublin- London 1901- 1933 ( rist. Hildesheim 1969); I.
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Misch, Geschichte der Autobiographie, I, 2, Bern 19503; R. Syme, La rivoluzione
romana, trad. it. Torino 1962 ( = Syme, 1962); K. Bchner, Cicero. Bestand und
Wandel seiner geistigen Welt, Heidelberg 1964; O. Seel, Cicero. Wort- Staat-
Welt, Stuttgart 19673; M. Gelzer, Cicero. Ein biographischer Versuch, Wiesba-
den 1969; D. S. Shackleton Bailey, Cicero, London 1971 ( = Shackleton Bailey,
1971); Id., Ciceros Letters to Atticus, I- VII, Cambridge 1965- 70; Cicero Epistu-
lae ad familiares, I- II, Cambridge 1977; Cicero Epistulae ad Ouintum fratrem et
M. Brutum, Cambridge 1980 ( = Shackleton Bailey, 1980); K. Kumaniecki, Cice-
rone e la crisi della repubblicana romana, trad. it. Roma 1972; F. Trisoglio, La
lettera ciceroniana come specchio di umanit, Torino 1985 ( = Trisoglio, 1985).
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delle parole greche nell'epistolario di Cicerone, in Rend. Ist. Lomb., Cl. di Let-
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pp. 67- 80; 2, 1953, pp. 97- 120 ( = Monsuez, 1952- 53); Id., Le style pistolaire
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schichte eines Topos der Epistolartheorie von der Antike bis zu Samuel Richard-
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Rosati, Seneca sulla lettera filosofica. Un genere letterario nel cammino verso la
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co imperfetto. Un'immagine minore dell'uomo nella letteratura latina del princi-
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le developpement du got archaisant au Ile sicle de notre re, Rennes 1952; L.
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de Cirta, in Hommages Iean Bayet, Bruxelles- Berchem 1964, pp. 544- 60; L.
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tone, Napoli 1970 ( = Cova, 1970); E. Champlin, Fronto and Antonine Rome,
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ca letteraria nell'opera di Frontone, in ANRW, II, 34, 2, Berlin- New York ( in
corso di pubblicazione); R. Wauters, M. Comelius Fronto: Trends and Themes
of Past and Present Research, ibid. ( in corso di pubblicazione).
ADDENDUM La bibliografia in sequenza cronologica, ma le opere d'uno
stesso autore sono elencate nell'ordine in cui vengono citate nel corso del testo.
AGGIORNAMENTI SULLA PROSA FILOSOFICA
In generale: G. Cambiano, I testi filosofici, in AA.VV., Lo spazio letterario
di Roma antica, I, La produzione del testo, Roma 1989, pp. 241- 76; G. Mau-
rach, Geschichte der rmischen Philosophie. Eine Einfhrung, Darmstadt 1989.
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Fortenbaugh and P. Steinmetz, New Brunsw ick- London 1989; P. MacKendrick,
The Philosophical Books of Cicero, London 1989; E. Narducci, Modelli etici e
societ. Un'idea di Cicerone, Pisa 1989; L. Perelli, Il pensiero politico di Cicero-
ne, Firenze 1990; P. Steinmetz, Planung und Plannderung der philosophischen
Schriften Ciceros, in AA.VV., Beitrge zur hellenistischen Literatur und ihrer Re-
zeption in Rom, hrsg. v. P. Steinmetz, Stuttgart 1990, pp. 1,41- 53.
Per Seneca: M. Armisen- Marchetti, Sapientiae facies. Etude sur les images
de Snque, Paris 1989.
Per il pensiero tardo- antico: C. Moreschini, Movimenti filosofici della latini-
t tardoantica: problemi e prospettive, in Atti Primo Convegno Associazione Stu-
di Tardoantichi su Metodologie della ricerca sulla tarda antichit ( Napoli, 16-
18 ottobre 1987), Napoli 1989, pp. 89- 120.
AGGIORNAMENTI SULLA PROSA SCIENTIFICA
In generale: P. Parroni, Scienza e produzione letteraria, in AA.VV., Lo spa-
zio letterario, I, cit., pp. 469- 505; AA.VV., Prefazioni, prologhi, proemi di opere
tecnico- scientifiche latine, a cura di C. Santini e N. Scivoletto, vol. I, Roma
1990.
Opere varie: N. Gros, Senecas Naturales Ouaestiones. Komposition, Natur-
philosophische Aussagen und ihre Ouellen, Stuttgart 1989; U. Pizzani, L` enciclo-
pedismo tardoantico e le discipline del quadrivio: prospettive metodologiche, in
AA.VV., Metodologie della ricerca sulla tarda antichit, cit., pp. 49- 69.
AGGIORNAMENTI SULLA PROSA EPISTOLARE
In generale: M. N. Muoz Martn, La epistolografia latina. Anlisis de la
carta latina en prosa, Granada 1985; P. Cugusi, L'epistolografia. Modelli e tipo-
logie di comunicazione, in AA.VV., Lo spazio letterario, cit., II, La circolazione
del testo, Roma 1989, pp. 379- 419.
Opere varie: M. Wilson, Seneca's Epistles to Lucilius. A Revaluation, in
Ramus, 16, 1987, pp. 102- 21; A. Marcone, Due epistolari a confronto. Corpus
pliniano e corpus simmachiano, in AA.VV., Studi di storia e storiografia antiche
per Emilio Gabba, Como 1988, pp. 143- 54; P. Soverini, Tra retorica e politica
in eta imperiale. Studi su Plinio il Giovane, Frontone e la 'Historia Augusta',
Bologna 1988.
Alessandro Barchiesi
' Il romanzo
1. Un genere difcile
Qualsiasi trattazione del romanzo latino dovrebbe cominciare con
una lunga, imbarazzata ammissione di ignoranza. Il genere romanzesco
praticato da Petronio e Apuleio non poggia su canoni esplicitamente s-
sati - e questo, per la verit, succede anche nel romanzo greco; ma so-
prattutto, Petronio e Apuleio non danno l'impressione di avere in comu-
ne neppure una poetica implicita. Abbiamo di fronte due autori di
straordinaria originalit creativa, che lavorarono, per quanto dato sape-
re, a circa un secolo di distanza l'uno dall'altro; pu darsi che Apuleio
conoscesse Petronio ( gli indizi di collegamento sono tuttora vivacemente
discussi), ma in ogni caso non sembra che egli traesse dal Satyricon un
vero e proprio impulso, emulativo e creativo, come tipico dei rapporti
intertestuali all'interno dei generi letterari antichi. Peggio ancora, ci
manca, a connessione fra i due, quel tessuto di minori che spesso age-
vola l'analisi di un genere letterario, perche rende pi trasparenti le con-
venzioni e le strutture tradizionali. E proprio la statura artistica di Petro-
nio e di Apuleio a rendere pi problematico il loro isolamento.
Qualche tratto connettivo comincia a emergere se teniamo ferma, per
confronto, la scuola del romanzo greco d'amore ', che nel mondo greco-
latino un punto di riferimento importante per lo studio della prosa nar-
rativa di finzione". E fuori dubbio che questa tradizione, gi assestata
nel I secolo d.C., poteva essere nota ad Apuleio e anche a Petronio: e
alla luce di questa comparazione, Satyricon e Metamorfosi cominciano a
sembrarci meno lontani fra loro. I romanzieri greci intrattengono con i
materiali narrativi un rapporto che possiamo definire partecipante e
idealizzato. Le disavventure degli amanti divisi e perseguitati suscitano
partecipazione, che il narratore comunica al suo destinatario. Le situa-
zioni patetiche richiedono seria adesione ai sentimenti del personaggio;
per mantenerla, i narratori rinunciano in genere ( anche se sarebbe sba-
gliato appiattire insieme le tecniche narrative dei diversi autori) a marca-
re effetti complessi di distacco e di ironia. Lo sviluppo della trama -
' Cfr. in genere il mio capitolo sul romanzo greco in AA.VV., Da Omero agli Alessan-
drini, a cura di F. Montanari, La Nuova Italia Scientica, Roma 1988, pp. 341 ss.
230 LA PRosA LATINA
centrato sulle traversie di due innamorati che vogliono mantenersi fedeli
e ritrovarsi o comunque ricomporre una giusta unione - presuppone un
certo asse di valori che il narratore implicitamente accetta, e che si sup-
pone gradito anche al pubblico: una chiara divisione tra buoni e cattivi,
per non parlare di valori come la verginit e la fedelt, che sono basilari
all'azione.
Idealizzazione e partecipazione sono tendenze che staccano netta-
mente il romanzo greco da quello latino. Il mondo del romanzo latino -
e in questo senso davvero possibile accomunare Petronio con Apuleio
- ci appare dominato da tendenze ben diverse: ironia, realismo, poliglot-
tismo stilistico, complessa orchestrazione letteraria. L'ironia apre spazi
di distacco critico fra i personaggi ( siano anche i personaggi principali, o
addirittura il narratore come nel caso di Encolpio) e i lettori. Il realismo
propone scorci sulla realt quotidiana, guardata senza illusioni e senza
semplificazioni idealizzanti. La ricca plur vocit dello stile esclude qual-
siasi partecipazione troppo ingenua alle vicende raccontate, e sposta l'at-
tenzione dalla materia degli intrecci verso lo spessore artistico dellope-
razione letteraria. Il gioco dei modelli letterari e culturali implicati nel
testo - spesso modelli alti: grande poesia, losoa, mito - chiede al
lettore non solo basi culturali e capacit di orientamento, ma anche sen-
sibilit per i dislivelli e le trasformazioni tendenziose che questi modelli
attraversano. In confronto con la narrativa greca ( pur senza voler svalu-
tare i virtuosismi di cui sono capaci Eliodoro o Achille Tazio), Petronio
e Apuleio ci appaiono autori difficili, per cultura e consapevolezza tec-
nica. Vedremo pi avanti, alla fine della nostra rassegna, alcune implica-
zioni di questa diversit di fondo.
2. Il Satyricon di Petronio
Molti lettori contemporanei - e fra di essi molti artisti, che per la
loro speciale sensibilit si segnalano tra i lettori comuni - stimano il Sa-
tyricon uno dei massimi capolavori dell'antichit classica; e a differenza
di altri classici, la fortuna attuale del romanzo non accenna a declinare.
Proprio per questo, salutare ripetere, se ce ne fosse bisogno, che del
romanzo ci pervenuto solo un frammento: un testo di circa ottanta-
cento pagine se lo leggiamo in una media edizione a stampa, residuo di
un'opera che, per quanto ci dato sapere, poteva anche essere dieci vol-
te, o ancora pi, la lunghezza delle Metamorfosi di Apuleio, e pi di
met della Bibbia o di Guerra e Pace.
2.1. Autore
Sono incerte, per il Satyricon, quasi tutte le coordinate su cui tradi-
zionalmente basiamo le nostre analisi e i nostri giudizi letterari: l'autore,
la data di composizione, la forma esatta del titolo e il suo significato,
l'estensione, la trama, per non parlare di quesiti pi immateriali ma non
certo minori, come il genere letterario e la tradizione in cui quest'opera,
ll romanzo 231
per tanti versi eccentrica, vuole essere inserita. ormai chiaro, per, che
non tutti questi interrogativi sono altrettanto sfuggenti. Almeno per l'au-
tore e la datazione, una risposta oggi comunemente, e giustamente, ac-
cettata si imposta negli studi. Il Petronius Arbiter autore, secondo i
manoscritti, del romanzo, deve proprio essere identificato con il perso-
naggio della corte di Nerone, l'uomo che Tacito ha caratterizzato in mo-
do indimenticabile ( ma senza fare, come noto, il minimo accenno al
romanzo! Tac. Ann. 16, 17- 20).
2.2. Datazione
L'identificazione apre ulteriori prospettive, attraenti ma non del tutto
certe. Il modo con cui Petronio, secondo Tacito, gesti e mise in scena il
proprio suicidio ha profonde rispondenze con la poetica del Satyricon:
parodia, irriverenza, raffinata cultura, sono qualit che emergono in en-
trambi i contesti. E invece oltranzista e irragionevole l'idea che la denun-
cia dei costumi di Nerone, che Petronio avrebbe composto nelle sue ulti-
me ore, riguardi in qualche modo il Satyricon: si ricordi quanto abbiamo
premesso sull'ampiezza e la elaborazione artistica del romanzo.
Sembra dunque da escludere che il Satyricon sia in qualche modo un
romanzo a chiave, per esempio una diffamazione di Nerone e dei suoi
vizi sotto maschere narrative. Nulla, nel testo che abbiamo, prova questa
ipotesi. Sono invece frequenti nel Satyricon riferimenti, pi o meno in-
tenzionali, pi o meno certi, al clima culturale dell'et neroniana. La cri-
tica ha il compito di approfondire questi riferimenti, che se ben dimo-
strati restanp validi anche per chi volesse dubitare dell'identificazione
tacitiana. E infatti accertato che lingua, stile, implicazioni storiche, giu-
ridiche, Realien, nomi di persona, e altro ancora, sono tutti elementi
perfettamente compatibili con la datazione neroniana, e spesso inconci-
liabili con proposte alternative. Con altrettanta sicurezza, la parlata bas-
sa e incolta dei liberti in casa di Trimalcione non indizio di una data-
zione tarda: i volgarismi - che sono rigorosamente confinati alla caratte-
rizzazione dei liberti e non hanno riscontro nella curatissima, letteraria
prosa delle parti narrative - sono evidentemente la spia non di uno stato
della lingua cronologicamente tardo, ma di uno strato basso, socialmente
basso, che corre per un lungo periodo storico, e ci invisibile a lungo
solo perch la selettivit del linguaggio letterario classico ne esclude le
tracce. I graffiti pompeiani e le glosse hanno fornito ottimi paralleli per
questo.
Non prudente, comunque, insistere su una datazione troppo preci-
sa: se si guarda alla cronologia letteraria del periodo neroniano, qualche
problema resta aperto. Il principale sembra riguardare i rapporti con Lu-
cano e il suo poema epico. E probabile che un lungo brano poetico del
Satyricon - il Bellum Civile declamato da Encolpio - contenga allusioni
ben precise allopera di Lucano. Ma Lucano mor solo un anno prima
del Petronio di Tacito, e la Pharsalia non fu mai terminata. E probabile
anche che parti del poema fossero da un po' pi di tempo circolanti ne-
232 LA PROSA LATINA
gli ambienti di alta cultura; ma la questione conserva, allo stato attuale
della ricerca, qualche margine di incertezza.
2.3. Titolo
Verosimilmente Satyrica, o insomma Satyricon libri ( il Satyricon"
quindi una designazione scorretta: il genitivo plurale dipende da libri,
esattamente come in Metamorphoseon libri = le Metamorfosi). Il tito-
lo ha almeno due livelli di connotazione:
a) il suffisso greco - m tipico nella formazione di titoli di opere
narrative, come Aithiopik Storie Etiopiche, e
b) in questa luce senz'altro paradossale e volutamente inattesa la
derivazione da Satyroi, i Satiri: figure del mito e del folclore che condu-
cono una vita randagia, lussuriosa, anarchica.
Pi incerto se il titolo ammetta anche una lettura anfibologica, risen-
tendo non solo del nome, di origine greca, dei Satiri, ma anche del voca-
bolo latino satura. Un titolo misto latino- greco avrebbe paralleli nelle
Menippee di Varrone, e il riferimento al genere della satira pu avere
interessanti implicazioni, dato che il Satyricon composto in una prosa
narrativa inframmezzata da inserti poetici.
2.4. Ricostruzione
Come noto, la narrazione che abbiamo sembra coprire parte dei
libri XIV e XVI e la totalit del libro XV. Non sappiamo quanti libri
avesse il romanzo. Non possediamo alcun testo narrativo paragonabile al
Satyricon, da cui trarre ipotesi ricostruttive. L'apporto dei frammenti di
tradizione indiretta anchesso marginale, almeno per trarne deduzioni
sull'intreccio. Fortunatamente la narrazione conservataci contiene diver-
se allusioni all'antefatto: ma sulla continuazione e sul nale della storia
non ci consentita alcuna ipotesi 2. Inoltre, l'interpretazione della parte
che abbiamo strettamente collegata alla storia della tradizione; il testo
di Petronio ci giunto mediato dall'attivit di almeno un excerptor che,
presumibilmente in et tardoantica, ha operato delle selezioni, dei tagli,
forse anche delle interpolazioni e dei raccordi all'interno del testo perve-
nutoci. Gli studi sulla tradizione di Petronio sono tuttora in pieno svilup-
2 Sarebbe interessante uno studio sistematico dei finali che in varie epoche si sono
inventati per il Satyricon: chiaro che, a seconda di come ci si immagina il nale, si d
anche un diverso giudizio sulla natura deIl'enigmatico romanzo petroniano. Ad esempio, la
continuazione di Nodot, che ha avuto grande fortuna in Francia, vede un Encolpio ricco e
soddisfatto che chiude in attivo le sue avventure: chiaro l'inusso del romanzo picaresco
moderno. Invece il Satyricon di Fellini, pur conservando l'impronta frammentaria del mo-
dello, ha inter- polato una scena nale, in cui si arriva a un'iso1a misteriosa. Il tema dell'iso-
la tipico del romanzo fantastico, o romance, e suggerisce vagamente, come aw iene nei
romanzi d'iniziazione, l'approdo a una diversa condizione.
Il romanzo 233
po, e qualsiasi indagine su trama e struttura dell'opera deve necessaria-
mente fare i conti con questa problematica.
3. Il Satyricon e la tradizione letteraria
3.1. Romanzo
Il romanzo greco che conosciamo, e che anche Petronio doveva cono-
scere, soprattutto d'amore. In Petronio l'eros visto in modo ben di-
verso: non c' spazio per la castit e la fedelt, o meglio questi ideali, se
si affacciano, vengono costantemente frustrati dalla realt. Nessun perso-
naggio, e nemmeno il narratore Encolpio, un serio e credibile portavo-
ce di valori morali. ll sesso trattato in modo esplicito, ed visto come
occasione di situazioni comiche. In pi, lamore omosessuale ha una lar-
ghissima parte nella vicenda: l'amore pi importante nella vita di Encol-
pio sembra essere il giovane Gitone, che ha un ruolo in tutte le avventu-
re conservateci.
Daltra parte, il romanzo greco idealizzato offre un gran numero di
paralleli tematici. Riettendo su queste similarit, Richard Heinze ha
proposto che l'ispirazione fondamentale del Satyricon nasca da una pa-
rodia del romanzo greco d'amore. Cos , il travagliato rapporto omoses-
suale tra Encolpio e Gitone, con tutti i relativi ostacoli, equivoci, ingan-
ni, sarebbe in fondo una parodia, una degradazione dell'amore romanti-
co che lega i protagonisti del romanzo greco: i danzati divisi, perse-
guitati e alla fine felicemente sposati. Questa tesi coglie elementi di veri-
t - tutta la dimensione della parodia importante per capire il Satyri-
con - e spiega bene un certo numero di effetti comici dei singoli episodi,
ma risulta unilaterale se si guarda al testo nel suo insieme. Non sembra
che Encolpio sia stato sempre innamorato di Gitone, e i due amanti non
sono quasi mai separati, secondo la struttura narrativa che caratterizza il
romanzo greco.
3.2. Narrativa comica
Daltra parte la narrativa seria non l'unico genere narrativo a cui
Petronio potesse riferirsi, e la tesi di Heinze restringe troppo il campo
delle inuenze. A partire almeno dal I sec. a.C. ha grande fortuna una
letteratura novellistica: i materiali - situazioni comiche, spesso piccanti
o amorali, con caratteri sommariamente disegnati - dovevano essere in
circolo gi da molto tempo, ma sembra che la fissazione narrativa in for-
ma di novelle traesse grande impulso dalla fortuna di un'opera chiamata
Milesiak. Le Storie Milesie di Aristide ( II sec. a.C.) ebbero grande
successo, anche a Roma dove furono importate e tradotto nel secolo se-
guente, e milesia divenne anche in latino una designazione pi genera-
le, valida per ogni narrativa comica. Nel frattempo situazioni tipiche del-
la milesia ( come adulteri e altri amori clandestini, con buffi incidenti e
234 LA PRosA LATINA
travestimenti) erano portate in scena con altrettanto successo di pubbli-
co dal mimo romano.
Purtroppo ignoriamo no a quale grado di stilizzazione letteraria po-
tesse arrivare la tradizione milesia. Tipicamente milesie nel tono ci
sembrano due narrazioni di Eumolpo nel Satyricon, la storia dell'efebo
di Pergamo e quella della matrona di Efeso. Il sottofondo morale co-
stante: gli uomini sono sciocchi, le donne pronte a cedere, i bei ragazzi
venali. Sono storie brevi: Petronio ne d una visione sofisticata per ela-
borazione stilistica, ma i nuclei narrativi sono quelli di semplici barzel-
lette. Eumolpo racconta la prima storia come sua esperienza diretta, e la
seconda in terza persona, come si racconta una fiaba ( C'era una matro-
na a Efeso . . . ). Sembra possibile quindi che la milesia comportasse en-
trambe le possibilit, cio modi narrativi sia auto- che eterodiegetici.
Questo interessante perch, come mostra il modello greco delle Meta-
morfosi di Apuleio, una narrazione autodiegetica si presta bene a espan-
dersi su un telaio narrativo da romanzo: basta che i nuclei novellistici
vengano collegati sullo schema del viaggio, come successive esperienze
di un personaggio che dice io. Personaggi passivi, sottoposti a mutevoli
esperienze e fortune, sono una risorsa comune al romanzo greco, alla
milesia, a Petronio e ad Apuleio.
Non abbiamo elementi per dire che il Satyricon sia un prodotto li-
neare della tradizione milesia. La trama del Satyricon non una sempli-
ce collana di novelle, e anzi le parti propriamente milesie figurano come
intermezzi, brevi e isolate inserzioni gestite dalla voce di un personaggio
( come del resto le storie di fantasmi e lupi mannari che si raccontano a
casa Trimalcione, e che hanno anch'esse una retroterra nella narrativa
popolare). Soprattutto, non abbiamo prove che la narrativa comica greca
potesse almeno avvicinarsi a un simile grado di complessit letteraria;
anche se, come vedremo immediatamente, la scoperta del Romanzo di
Iolao aggiunge al quadro qualche nuovo tratto connettivo.
3.3. Satira e satira menippea
Il Satyricon non un'opera satirica. Petronio ha in comune con Luci-
lio e Persio determinati interessi: la sua poetica vuole occuparsi della
societ romana contemporanea, e ci offre sguardi concreti, realistici, sul-
la realt di tutti i giorni - e questa una differenza rispetto al romanzo
greco che non si finirebbe mai di sottolineare. Come i poeti satirici, Pe-
tronio ci fa guardare con ironia e disincanto alle scene e ai luoghi tipici
del suo mondo: la scuola di retorica, i riti misterici, la pinacoteca, il
banchetto, la piazza del mercato, il postribolo, il tempio. Ma assente in
Petronio quel filtro unificante che indispensabile al genere satirico: Lu-
cilio, Orazio e Persio osservano tutto attraverso un filtro di idee, usano il
prisma di un commento morale che continuo, anche se pu non essere
esplicitato. Si vuole, soprattutto, che il lettore si formi un giudizio e co-
struisca una reazione contro i vizi, le mode, le degenerazioni. Poco im-
Il romanzo 235
porta se il tono prescelto sia quello dell'aggressiva indignazione ( Giove-
nale) o della ricerca di un complesso equilibrio interiore ( Orazio).
I tentativi di misurare Petronio su questo metro non convincono. Il
Satyricon per quanto ne sappiamo non ha alcun messaggio positivo da
suggerire. Encolpio, l'osservatore oltre che primo attore della vicenda,
non cambia e non migliora mai. I costumi degli uomini sono guardati
senza compiacenze, ma non emerge nessuna ideologia positiva: sarebbe
impossibile trasmetterla attraverso un narratore come Encolpio, che non
ha rispetto agli eventi la superiorit che si richiede a un poeta satirico.
Insomma, Petronio percorre la via al realismo che propria della sati-
ra romana ( e cos si allontana dai fondali astratti e idealizzati del roman-
zo greco), ma si ferma prima di adottare il gesto della protesta o della
predicazione.
Nel compromesso tra struttura romanzesca e realismo satirico inter-
viene un terzo elemento regolatore, che la curiosissima, eccentrica for-
ma narrativa del romanzo: l'uso del prosimetro. E questa forse la pi
originale acquisizione di Petronio. La prosa narrativa si blocca, con ap-
prezzabile regolarit, su inserti poetici. Alcune di queste parti in versi
sono "motivate" sul piano tematico: in altre parole, un personaggio, Eu-
molpo, viene introdotto esplicitamente come poeta. Eumolpo ha una tor-
renziale vocazione poetica, e vi d spazio in improvvisazioni di variabile
lunghezza ( come la Presa di Troia o la Guerra civile). Questi sono inser-
ti tematicamente motivati; come se, in una commedia, un personaggio si
mettesse a cantare perch fa il cantante dopera. Ma molte altre parti
poetiche sono strutturate come interventi del narratore, che nel vivo del-
la storia abbandona la relazione degli avvenimenti per commentarli.
Spesso questi commenti hanno una funzione ironica: il commento poeti-
co non corrisponde, vuoi per stile e livello letterario, vuoi per contenuto,
a quella situazione, a quella aspettativa in cui dovrebbe inquadrarsi. Ne
derivano contrasti e sbalzi. La realt smaschera illusioni che Encolpio
spesso nutre con i fantasmi della propria cultura classica. Quando Encol-
pio paragona una turpe fattucchiera ubriacona a un personaggio di Calli-
maco, o canta in endecasillabi catulliani le sue gioie d'amore subito pri-
ma di essere cornificato da Gitone, il lettore scopre - a spese dell'inge-
nuit del narratore - un ironico scarto tra la realt e i miti che la cultura
propone.
La presenza di un narratore passivo e ingenuo , come abbiamo vi-
sto, elemento funzionale all'intreccio narrativo; ma l'uso libero e formal-
mente motivato ( come quando si canta in un'opera buffa) della poesia
allontana il Satyricon dalla tradizione del romanzo. Nuovi interrogativi
emergono.
La libera alternanza di prosa e versi non ha una presenza marcata nei
testi narrativi antichi che conosciamo. Esistono per tracce di un genere
misto , prevalentemente non narrativo, che usiamo definire satira me-
nippea. Di Menippo di Gadara ( II sec. a.C.) sappiamo pochissimo: se
come sembra ha influenzato certe opere di Luciano ( II sec. d.C.), possia-
mo dedurne che Menippo non disdegnava citazioni poetiche, con funzio-
ne blandamente ironica e scherzosa. Poco di certo ci offrono anche le
236 LA PRosA LATINA
Satire che Varrone volle chiamare Menippee. Le affinit con Petronio so-
no state spesso esagerate: dai frammenti emerge che Varrone ( pur com-
ponendo prevalentemente in versi) us anche parti in prosa; e che c'era-
no vivaci bozzetti realistici, ad esempio scene di banchetto. Ma un vero
inusso formativo su Petronio non si riesce a intravedere. In ogni caso, a
questa tradizione menippea si richiama chiaramente l'Apocolocyntosis di
Seneca ( composta probabilmente nel 54 d.C.), un testo in prosa che si
apre a svariati inserti poetici: non solo citazioni ironiche e distorte da
autori classici ( un fenomeno che tipico della menippea, ma che in Pe-
tronio piuttosto raro) ma soprattutto parti poetiche composte in pro-
prio, spesso a loro volta dei pastiches imbastiti su moduli della poesia
elevata. Una caratteristica interessante di questa menippea la continua
escursione tonale, fra toni seri e giocosi, risonanze letterarie e crude vol-
garit: la trama del racconto - I una ascesa al cielo che si tramuta in cata-
basi all'inferno - sembra in un certo senso simbolica della struttura let-
teraria propria delle menippee.
Dal cielo all'inferno , anche Petronio ci sconcerta: ponendo in boc-
ca ai liberti assurde reminiscenze omeriche, o concludendo a suon di pe-
ti la tirata epica di Eumolpo. Tutto questo si pu definire eredit menip-
pea; ma le differenze rispetto a Seneca restano marcate. La satira sene-
cana una narrazione di compasso molto breve, senza vero sviluppo al
di l della trovata iniziale. Inoltre, un testo di satira intesa come libel-
lo, come attacco personale rivolto contro un bersaglio esplicito: il defun-
to imperatore Claudio. In Petronio nessun obiettivo polemico appare
preminente.
E importante notare che, nella menippea, lalternanza di prosa e versi
soprattutto una risorsa formale; ma Petronio usa il prosimetro come
una vera e propria tecnica narrativa. Infatti molto spesso gli inserti poe-
tici forniscono al lettore la prospettiva illusoria in cui immerso il nar-
ratore Encolpio; in essi viene a contatto l'elemento mitico che di
continuo all'orizzonte della storia. Petronio mantiene coerentemente il
punto di vista del suo personaggio- narratore, ma riesce anche, attraverso
questa straordinaria risorsa ironica, a giocare con noi off- stage, dietro le
spalle di Encolpio: intrecciando a spese del narratore una complicit
ironica fra autore e destinatario.
Ci si pu chiedere se l'uso della prosimetria sia veramente cos isola-
to nel quadro della narrativa antica, e comunque limitato alla tradizione
menippea. Un frammento narrativo recentemente scoperto, il cosiddetto
romanzo di Iolao, mostra una narrazione greca in cui gli inserti poetici
dovevano giocare un certo ruolo. Il frammento presenta vari aspetti enig-
matici, ma comunque chiaro che si trattava di una narrazione comica:
vi figurano dei Galli, o cinedi, cantori evirat che hanno spazio anche
in una scena comica del Satyricon. E possibile quindi che la risorsa del
prosimetro giungesse a Petronio non solo dal filone satirico ma anche
da esperienze di narrativa greca: in ogni caso, lecito dubitare che que-
ste tecniche avessero raggiunto, prima di lui, cospicua statura letteraria.
Il romanzo 237
3.4. Parodia: epica e romanzo
Possiamo tentare un bilancio: il Satyricon risente molto, per trama e
struttura del racconto, della narrativa greca ( sia essa idealizzata, e quindi
ripresa in chiave parodica, o nella pi umile versione comico- picaresca);
e- .deve anche qualcosa alla tessitura formale della tradizione menippea:
ma trascende in complessit e ricchezza di effetti entrambe le tradizioni.
Il dato pi originale della poetica di Petronio rimane la forbice tra
realismo e parodia. E inutile insistere sulla ben nota carica realistica: il
viaggio di Encolpio si sofferma - a volte, come a casa di Trimalcione,
con minuta e lenta attenzione descrittiva - in luoghi tipici e determinati
del mondo romano. L'autore ha un vivo interesse per la mentalit dei
vari strati sociali oltre che ( nella sola Cena di Trimalcione, a quanto pa-
re) per il loro linguaggio quotidiano.
E pericoloso isolare troppo il realismo della Cena ( che viene conti-
nuamente edita e commentata in modo autonomo) dal resto dell'opera.
\ Latteggiamento di Encolpio un forte elemento di congiunzione: la sua
passivit frustrata, ora ironica ora ingenua o rassegnata, si ripropone
esattamente uguale sia di fronte all'esibizione enciclopedica di Trimalcio-
ne sia quando subisce spettacoli d'altra natura - di retorica o pedagogia
( Agamennone), sesso ( Quartilla), poesia ( Eumolpo).
A sua volta, il realismo appare riassorbito nelI'intenzione unificante
della parodia. La parodia petroniana uno sguardo sul mondo carico di
ambiguit: in qualche caso, il suo senso preciso inafferrabile. La punta
corrosiva sembra rivolta ora verso la cultura e i modelli che propone
( inattingibili, convenzionali, retorici, persino insensati) ora verso la vita
e le sue frustrazioni materiali. I grandi modelli appaiono prigionieri di
situazioni degradate: una furba ancella cita Virgilio per convincere la pa-
drona a concedersi; Encolpio, perseguitato da Priapo - cio affetto da
un blocco sessuale - si paragona a Ulisse perseguitato da Nettuno.
Richiami alla grande epica sono molto ricorrenti: soprattutto, fre-
quenti appaiono le allusioni all'Odissea. La struttura itinerante del ro-
manzo rende abbastanza naturale questo privilegio, ma si anche pensa-
to ( a partire da un vecchio studio di E. Klebs) che tutta la storia di En-
colpio sia concepita come una parodia dell'Odissea, una moderna Odis-
sea di diseredati. Le coincidenze sono sotto gli occhi di tutti: ma questa
teoria sembra a volte sopravvalutare allusioni generiche - come quando
noi, nel linguaggio di tutti i giorni, esclamiamo che odissea! . Il vero
nucleo della teoria sta nel confronto fra l'ira di Priapo - a cui Encolpio
per un paio di volte riconduce la causa delle sue sventure - e l'ira degli
dei che perseguitano Odisseo. Si sospetta del resto che le disavventure di
Encolpio risalgano a un incidente iniziale, per esempio un sacrilegio e
una maledizione divina. Questo del tutto convincente: ma fino a che
punto necessario pensare al modello dell'ira di Posidone, o di Helios,
nell'Odissea? Il ruolo della persecuzione divina estremamente scarso
nellintreccio dell'Odissea: Omero dimostra, anzi, che si pu costruire
un'intera trama di avventure usando solo in modo sporadico e accessorio
questo ingrediente soprannaturale. E pi prudente concludere che la pa-
238 LA PRosA LATINA
rodia omerica va riassorbita nel gioco complessivo delle parodie, inesau-
ribile tessuto del Satyricon. Se Priapo aveva sul serio un ruolo dominan-
te, facile capirne i motivi: come le divinit olimpie contraddistinguono
l'epica, le danno il suo giusto tono, cos la buffa divinit del sesso rurale
ha la funzione di marcare il livello della storia ( esattamente come i Satiri
evocati dal titolo). Su questa linea bassa, comico- avventurosa, Petronio
ha chiamato a raccolta, rivisto e parodiato tutti i generi letterari e i miti
culturali della sua epoca: Omero e Virgilio, la tragedia, l'elegia d'amore,
la storiografia, la losoa, come anche la letteratura di consumo": ro-
manzi sentimentali, novelle, mimi, declamazioni, storie sensazionali di
magia nera e lupi mannari. Questa irriverente summa enciclopedica non
fuori posto in un'epoca che avr il suo Plinio il Vecchio e il suo Quin-
tiliano, e che si apre con lo spiazzante modello delle Metamorfosi di
Ovidio.
/
4. Le Metamorfosi di Apuleio
Se si pensa a Petronio, gli studiosi di Apuleio possono dirsi fortunati;
il testo sostanzialmente ben conservato, la personalit dell'autore non
un mistero e, anzi, una copiosa documentazione letteraria offre interes-
santi scorci sulla formazione culturale ( infatti, una considerazione inte-
grata delle Metamorfosi insieme a testi come lApologia, i Florida, e an-
che le opere filosofiche, ha dato buoni frutti negli studi recenti, e sareb-
be sbagliato insistere a trattare il romanzo come un tour de force occa-
sionale). Aggiungiamo subito che Finterpretazione delle Metamorfosi po-
ne almeno due difficolt cruciali, che continuano a suscitare una curiosi-
t insaziabile, davvero degna di quella che crocigge il protagonista Lu-
cio. Si tratta in realt di due problemi interdipendenti perche, come si
sa, non buon metodo analizzare le fonti di un'opera senza che se ne
indaghi direttamente struttura e significato. Ma noi, per chiarezza esposi-
tiva, ne tratteremo per tappe separate, e distingueremo, ma solo provvi-
soriamente, tra il problema delle fonti e quello, pi generale, posto dalla
struttura complessiva del romanzo.
4.1. Composizione e fonti
Per quanto ci risulta della personalit culturale di Apuleio ( e qui
preziosa la testimonianza delle sue opere retoriche, e dell'opera minore
in genere), dobbiamo aspettarci che nelle Metamorfosi sia conuita una
densa e variopinta quantit di inussi formativi. L'omonimia con il titolo
ovidiano dev'essere, anche per questo aspetto, niente affatto casuale. In
effetti, anche a una lettura superficiale chiaro che la struttura del ro-
manzo si apre ai pi diversi inussi: la novellistica comica, greca e latina
( in particolare il genere che un po restrittivamente si definisce fabula
milesia, cfr. par. 3.2), la fiaba popolare, il romanzo greco d'amore, le
aretalogie isiache, ma anche testi di alto rango letterario come l'Eneide,
sono tutti contributi vitali, che la cultura di Apuleio rielabora in una sin-
Il romanzo 239
tesi personalissima. Ma siamo anche certi, per una particolare combina-
zione di indizi, che Apuleio tenne d'occhio un suo modello narrativo
principale, un testo narrativo greco il cui inusso non si limit a singoli
episodi o a strategie formali. La portata esatta di questo inusso princi-
pale tuttora al centro della discussione, e ha costituito a lungo per gli
studiosi di Apuleio la questione per eccellenza.
Questo modello narrativo , per comune ammissione, perduto, ma ha
lasciato una cospicua traccia di s. Tra gli scritti spuri conservati nel cor-
pus delle opere di Luciano, il grande prosatore greco allincirca coetaneo
di Apuleio, c' un lungo racconto ( definiamolo cos senza troppe pretese
di esattezza) intitolato Lucio o l'asino. Si tratta della strana avventura
capitata al narratore, che si presenta come Lucio di Patre ( Patrasso, citt
del Peloponneso). Viaggiando per affari in Tessaglia, Lucio irretito dal-
la curiosit per le arti magiche che rendono famoso quel paese; seduce
una servetta della casa in cui ospitato, e la ragazza lo fa assistere in
gran segreto alle magie della padrona di casa. La donna si muta notte-
tempo in un volatile, grazie a un unguento prodigioso; Lucio sperimenta
lo stesso prodotto e si trova, con gran meraviglia, mutato in asino. In
questa insolita prospettiva ( ha conservato infatti le sue facolt mentali
umane) l'asino si trova coinvolto in numerose peripezie: ha a che fare
con pericolosi briganti, donne vogliose e preti lazzaroni. L'unica speran-
za per Lucio- asino mangiare dei petali di rosa: la ricerca dell'antidoto
si rivela difficile. Ma proprio quando per Lucio si profila l'esperienza pi
frustrante - deve accoppiarsi con una condannata a morte di fronte al
pubblico di un teatro, a Tessalonica - egli riesce finalmente a ingerire il
rimedio, e a tornare uomo. Segue un brusco nale con ringraziamenti
agli dei per la mirabolante salvezza.
Semplicando un po' la discussione, si pu dire che questo testo rap-
presenta solo indirettamente la fonte utilizzata da Apuleio. E oggi opi-
nione comune che l'Onos sia la versione ridotta di una storia pi lunga,
che Apuleio conobbe e imit; alcuni pensano con buoni argomenti che
l'autore della versione originaria fosse proprio Luciano di Samosata. Per
quanto possiamo capire, l'Onos un prodotto minore di una tradizione
di narrativa comica, che nella letteratura greca ci relativamente male
attestata. Il tema magico della metamorfosi in asino funziona come pro-
duttore di effetti comici e realistici; l'idea di un animale che si fa osser-
vatore della societ umana ha chiare parentele con le tradizioni del fol-
clore e della fiaba, e nello stesso tempo si presta bene agli intenti satirici
di un letterato colto e illuminato. Si pu notare che la struttura del rac-
conto rivela un certo debito con la tradizione del romanzo greco idea-
lizzato: tra crisi iniziale e salvezza conclusiva si crea un arco di tensio-
ne, in cui possono insediarsi libere successioni di peripezie e incidenti
ritardanti. Questo schema narrativo permette a sua volta facili interfe-
renze di materiale novellistico, e non semplice dire quanto una narra-
zione del genere potesse, volendo, estendersi: la parte centrale dello
schema per sua natura molto dilatabile. E anche possibile che il model-
lo dell'On0s vada concepito come una risposta parodica alla tradizione
del romanzo d'amore; i motivi comuni, come quando l'asino sfortunato
240 LA PRosA LATINA
fa coppia con una fanciulla perseguitata, tipico personaggio del romanzo
patetico, suggeriscono al lettore un effetto di degradazione ironica. L'im-
portanza di temi licenziosi opera nello stesso senso.
Le conseguenze per la valutazione di Apuleio non sono trascurabili.
Sovrapponendo lo scheletro narrativo dell'Onos a quello delle Metamor-
fosi molti spazi vuoti saltano allocchio: mancano all'Onos numerosi im-
portanti episodi come, per esempio ( trascuriamo per il momento l'XI li-
bro di Apuleio, la conclusione isiaca del romanzo), le storie di Aristome-
ne e Socrate, di Telifrone, di Amore e Psiche; senza parlare della costan-
te scala accrescitiva con cui Apuleio espande temi che il racconto greco
presenta in modo conciso. Il vero problema, a questo punto, come im-
maginiamo il rapporto fra l'Onos e la sua originaria versione piena 3.
Nella critica di questo secolo, si affermata sempre pi la tendenza a
non sopravvalutare l'estensione originaria del modello, il modello comu-
ne all'Onos e alle Metamorfosi. In base ad argomentazioni complesse e
delicate, che qui non abbiamo la possibilit di riassumere, si arrivati a
fissare per l'originale un'estensione non tanto diversa da quella del testo
pseudo- lucianeo: se si vuole un parametro preciso, si tratterebbe di un
testo al massimo cinque pagine pi lungo di quello che abbiamo!
Questa tendenza ha favorito una benefica rivalutazione dell'originali-
t di Apuleio e un interesse pi convinto per la poetica e le intenzioni
delle Metamorfosi: lipotesi di un ampio modello romanzesco, un vero e
proprio ipotesto delle Metamorfosi, finiva per togliere respiro a questo
tipo di indagini, e si ha l'impressione che i critici accolgano con sollievo
il ridimensionamento della questione. D'altra parte, era gi da tempo
evidente che settori- chiave per l'economia del romanzo, come la lunga
fabella di Amore e Psiche e tutto il nale, sono del tutto estranei all'im-
pulso formativo del Romanzo dell'Asino utilizzato da Apuleio. Oggi
che l'autonomia di Apuleio rispetto ai modelli comunque un dato fuori
questione, si pu forse far notare che il ridimensionamento del modello
andato un po' troppo oltre. Il fatto che l'Onos continui a essere pre-
sentato come un'epitome, un raccorciamento dell'originale, suscita qual-
che inquietudine; che scopo concepibile poteva avere, produrre una ver-
sione riassuntiva di un testo poche pagine pi lungo? Indagini ancora
pi recenti, fondate nuovamente sull'escussione di Apuleio e dell'Onos,
tornano a indiziare un modello per cos dire di media ampiezza, ben pi
ridotto delle Metamorfosi, ma sensibilmente pi ricco ( all'incirca il dop-
pio) del racconto pseudolucianeo. E facile sospettare che la struttura
narrativa tollerasse inserzioni episodiche pi ricche di quelle che abbia-
mo; qualcuna di esse ( come parte delle storie dei briganti nel IV libro di
Apuleio) sar stata omessa dall'Onos, ma riutilizzata da Apuleio.
Che questa rielaborazione sia stata, comunque, una ricreazione per-
sonalissima, un altro dato incontestabile. E questo ci conduce, ma sen-
za voltare le spalle alla traccia del modello greco, a un problema pi
3 Trascuriamo qui, per semplicare, i problemi posti dalla notizia di Fozio ( IX sec.)
sull'esistenza di un lungo romanzo di Lucio di Patre intitolato Metamorfosi.
ll romanzo 241
denso: l'interpretazione del romanzo e del disegno complessivo che rego-
la la tessitura dei motivi. A molti sembra quasi che la storia voglia pre-
starsi a due letture: ma non nel senso meccanico e comunque codificato
che noi restiamo normalmente all'allegoria. Si tratta infatti di due stra-
tegie di lttura troppo diverse per lasciarsi facilmente unificare. Il lettore
diventa soggetto di una metamorfosi.
4.2. Problemi d'interpretazione
Posta nel mezzo delle Metamorfosi, nei due libri mediani V- VI, la
lunga favola di Amore e Psiche si rivelata un potente centro di attra-
zione per i lettori di ogni epoca; anzi ha finito per godere di una sua
fortuna autonoma, legata a fitte speculazioni folcloriche e allegoriche,
qualche volta soverchiante rispetto a quella del suo contesto romanze-
sco. Quando poi si cerca, come anche doveroso, di riconnetterla al tes-
suto narrativo, gli interrogativi aumentano. La storia di una fanciulla
chiamata Anima e delle sue molteplici prove invita a considerare il testo
di Apuleio in una luce pi impegnativa. E importante ricordare che que-
sta la pi estesa addizione che Apuleio porta al canovaccio del suo
modello; ed naturale affiancarla all'altro importante accrescimento, il
libro XI, che di per se si stacca, con le sue effusioni liriche in onore di
Iside, non solo dalla traccia dell'On0s, ma anche dalla tonalit generale
della narrazione apuleiana. In una simile prospettiva, tutta la storia di
Lucio si ricompone in un itinerario moralmente signicativo, tra caduta
( libri I- III), punizione e prove ( libri IV- X), redenzione finale ( libro XI).
Si pu pensare allora che la simbologia di Amore e Psiche debba funzio-
nare come un modello interpretativo, che il lettore deve poi generalizza-
re, per decrittare in una chiave riposta tutto il resto delle avventure di
Lucio.
Ma il romanzo, ostensibilmente, fa resistenza. Non siamo certo im-
preparati, come lettori moderni, a cogliere nell'impasto dei romanzi ar-
dui connubi tra realismo, grottesco, parodia, e profondit filosofiche o
teosofiche: Rabelais e Ioyce ne sono eloquenti esempi. Eppure sussiste,
tra l'isotopia religiosa, allegorica e persino edificante, e la sostanza con-
creta del racconto, uno iato difcile da superare. Lo stesso racconto di
Amore e Psiche, che dovrebbe esserci da guida nella lettura a chiave,
pieno di dettagli ribelli a un'analisi rigorosamente allegorica. L'itinerario
di Lucio, poi, resta sostanzialmente modellato sulle avventure picaresche
di un modello greco, certamente non ispirato a rivelazioni teosofiche; e
quando Apuleio modifica il suo modello, sorprendentemente raro che
la trasformazione avvenga nel senso spiritualistico che ci aspetterem-
mo. La sensuale servetta dell'Onos, Palestra, si chiama ora Fotide, e il
nuovo nome pu arricchire le connotazioni simboliche del racconto, se si
pensa al greco phos luce ( cos come Lucio un nome che riceve nuova
pregnanza dall'accostamento con la parola latina corrispondente, lux):
ma rimane il fatto che l'incontro fra i due un episodio di vivace lasci-
via fine a se stessa, in cui difcile intravedere le premesse di un supe-
242 LA PRosA LATINA
ramento del piacere materiale. In generale, Lucio impara pochissimo sia
come asino che come uomo, e tutta la storia governata da un'esteriore,
meccanica metamorfosi della Fortuna: non questo il romanzo di una
modificazione interiore.
Apuleio sembra molto interessato a colorire di dettagli concreti l'am-
bientazione contemporanea della storia. Questa una tendenza che ha
poco spazio nel modello greco, e che neppure si armonizza bene con
l'istanza moraleggiante e allegorica: sono invece palesi, su questo piano,
le affinit con la poetica del Satyricon. Sia nella storia principale che nei
numerosi inserti novellistici ( con la sintomatica eccezione di Amore e
Psiche) sono fitti i riferimenti a istituzioni politiche e civili, a pratiche
sociali ed economiche ben precise ( o, se questo gergo suona troppo
astratto, alle cose della vita quotidiana: come la vita atroce degli schiavi
nei mulini). Come ha osservato lo storico Fergus Millar, questo l'unico
testo narrativo da cui si possa estrarre un'immagine non convenzionale
della vita in una provincia del primo periodo imperiale romano. La stes-
sa curiositas di Lucio, che il motore della narrazione, ha certo un pro-
fondo significato soggiacente: solo alla fine della storia Lucio capir che
la sua mal riposta curiosit per la magia come l'altra faccia, l'aspetto
dannato di una sete di sapere spirituale e positivo - ma questa implica-
zione, nell'ampio sviluppo delle esperienze di Lucio, soverchiata da
un'altra: la curiositas la motivazione narrativa che accompagna la scel-
ta di un punto di vista intensamente focalizzato sulla vita quotidiana
( IX, 13):
A questa vita di patimenti non c' consolazione, se non che la mia innata
curiosit mi sorreggeva, dato che, non tenendo conto della mia presenza, tutti
agivano e parlavano spontaneamente, in libert. Con piena ragione il divino ini-
ziatore dell'antica poesia greca, volendo ritrarre un uomo di altissima saggezza,
cantava di lui dicendo che acquist altissime qualit visitando numerose citt e
conoscendo popoli diversi. E cos anch'io conservo grande gratitudine per la mia
forma d'asino, perch celato sotto di essa e provato da variabili fortune, ne sono
uscito, se non saggio, almeno ricco di saperi.
Questa curiosit di Lucio dunque come l'interfaccia di un mondo
narrativo complesso, che non rinuncia n all'osservazione realistica, n
alla suggestione di livelli conoscitivi pi reconditi. La stessa insistenza
delle Metamorfosi su temi di instabilit, vacillazione e disordine - esseri
mutanti, streghe e maghe, bande di fuorilegge ecc. - meriterebbe di esse-
re letta come una testimonianza, sia pure obliqua, che riguarda profon-
damente l'ideologia unificante dellImpero romano e i suoi problemi. Ri-
mane la sensazione che in questo campo ci sia da riflettere ancora util-
mente.
Ci che sappiamo per altra via della complessa formazione culturale
di Apuleio ci incoraggia a cercare nel romanzo le vie di un originale sin-
cretismo. L'importanza cruciale della dea Iside - che nella rivelazione
finale si offre a Lucio come Fortuna con gli 0cchi opposta alla cieca
Fortuna che travolge l'uomo ~ non e assolutamente separata rispetto alla
formazione medio- platonica di Apuleio. Un testo come il De Iside et
Il romanzo 243
Osiride di Plutarco aveva indicato i modi di una conciliazione tra plato-
nismo e idee religiose egizie. Altri fili non trascurabili connettono il
mondo del romanzo alla demonologia tracciata da Apuleio nel De deo
Socratis. La permanenza in Grecia, che frutto ad Apuleio la prestigiosa
etichetta di filosofo Platonico, senz'altro un presupposto importante.
Se poi si accetta, come sembra probabile, che la composizione delle Me-
tamorfosi cada in un periodo tardo, si possono proporre dei collegamenti
fra la tendenza isiaca del romanzo e il clima religioso dellAfrica setten-
trionale nella seconda met del II secolo. E persino possibile che l'enfasi
posta sulla spiritualit isiaca contenga una risposta competitiva rispetto
all'espansione del messaggio cristiano. Ma se si arriva a concepire tutta
l'opera come un gesto di predicazione, si finisce per semplificare troppo
la personalit culturalmente polimorfa di Apuleio.
Un altro aspetto di questa personalit, che non coincide con la for-
mazione filosofica e la sensibilit religiosa, sembra essere ancora pi im-
portante nella struttura del romanzo. Per molti anni prima di scrivere le
Metamorfosi, Apuleio stato soprattutto un retore. Per anni il suo pre-
stigio, e anche la sua sussistenza materiale, si sono basati sull'esibizione
spettacolare di capacit verbali; di fronte a larghe folle, in un contesto
quasi teatrale, Apuleio si formato soprattutto come show man della pa-
rola. Capacit di improvvisazione, senso del ritmo e dello spettacolo,
inesauribile ricchezza verbale, e sensibilit per l'interazione fra autore e
pubblico, sono tutte qualit che quest'arte affina al massimo grado: e
sono qualit decisive per chi apprezza le Metamorfosi come testo lettera-
rio. Lo stile funambolico di Apuleio narratore si riconduce, con solare
evidenza, all'officina del retore: un aspetto fondamentale a cui, qui,
non possiamo prestare dettagliata attenzione. ( Aggiungiamo solo che
questo stile d forma unitaria al racconto, e che per questo aspetto Apu-
leio totalmente autonomo da qualsiasi suggestione del suo modello gre-
co.) Ma anche la poetica narrativa di Apuleio profondamente retorica e
sofistica: le differenze con il romanzo greco ( e per certo verso anche con
Petronio) sono nette e illuminanti. Apuleio il narratore antico che tiene
in maggior conto l'interazione fra il testo e i suoi destinatari: la figura
del lettore una funzione determinante nella poetica narrativa delle Me-
tamorfosi. Sembra che a questo si debba riconnettere anche la spettaco-
larit quasi teatrale esibita dal proemio. Qualcuno, non sappiamo ancora
chi, parla e dice io:
at ego tibi sermone isto Milesio varias fabulas conseram . _ .
promettendo piacevoli storie intrecciate sotto il segno della fortuna e
delle sue metamorfosi. Poi questa voce ancora indifferenziata di autore-
esecutore dell'opera viene a precisarsi, sotto la spinta del lettore:
Exordior. Quis ille? Paucis accipe . _ .
proprio come, a volte, il prologo ancora senza volto della commedia si
244 LA PROSA LATINA
muta, per risposta alla curiosit del pubblico, in personaggio definito.
Cos Apuleio comincia con l'esibire al lettore la prima spettacolare meta-
morfosi della sua storia: impersona il greco Lucio, che scriver in un
latino provvisorio e imparaticcio ( !) le proprie avventure. Solo alla fine
del romanzo, dopo l'iniziazione isiaca, una traccia sottile e ironica ricon-
giunger Lucio al suo autore: ora il personaggio che dice io rivela per
un attimo, contraddittoriamente, che viene da Madauros ( XI, 27: come
Apuleio, ma non come il Lucio che conoscevamo sinora); e la prospetti-
va finale, con Lucio avviato a studi di oratoria, va a saldarsi con la reale
formazione dell'Apuleio a noi noto. Ma l'interscambio fra realismo e fin-
zione sembra non fermarsi mai e non concede tranquillit al lettore.
L'informazione sull'uomo di Madauros viene da una visione onirica
che investe un sacerdote di Osiride a Roma. Abbiamo quasi dimenticato
l'uomo- asino: ma il sacerdote che riceve il sogno rivelatore porta - fra
tutti i nomi possibili - quello di Asinius . . .
Lungo tutta la storia, Apuleio adotta una tecnica narrativa condizio-
nata dalla preoccupazione di un pubblico, che deve essere catturato fin
dalle prime battute ( lector intende: laetaberis, I, 1). Le raffinate tecniche
con cui l'attenzione viene mantenuta, la cura dei nessi causali, la mani-
polazione del punto di vista, la ricerca di plausibilit, sono tendenze fra
loro complementari, e complementari anche all'artificiosa spettacolarit
dello stile: tutto si salda in una poetica del fittizio nutrita dalla costante
adesione degli spettatori. Curiosamente, Apuleio , da un punto di vista
antico, un narratore impuro: le sue tecniche non vengono dalle offici-
ne della narrativa greca. Il modesto Caritone in un certo senso pi
narratore di lui. Ma se capovolgiamo la prospettiva, Apuleio ( come
sappiamo dalla sua ricchissima fortuna) il pi vero maestro della moder-
na narrativa borghese. Una corrente diretta porta dalla sua impura
poetica di sofista- narratore sino alla formazione in et moderna di una
autonoma tradizione romanzesca, sempre meno nutrita di apporti ester-
ni.
Se si considerano le affinit con Petronio, e le differenze con il ro-
manzo greco, bisogna concludere che quella di Apuleio fu una sperimen-
tazione piuttosto isolata. Una prima spiegazione pu essere cercata in
chiave sociologica. Come il Satyricon, le Metamorfosi presuppongono un
pubblico assai maturo, consapevole e culturalmente attrezzato. Il livello
di artisticit del linguaggio e la densit delle allusioni letterarie bastano
da sole a restringere l'orizzonte del destinatari possibili. Uli pubblico del
genere sembra essere tipico del romanzo latino, o meglio degli esperi-
menti isolati che noi riuniamo sotto questa dizione. La narrativa greca
tiene, nel complesso, un livello molto pi accessibile, e pu contare su
un pubblico medio notevolmente pi vasto. Questo pubblico , per cos
dire, gi incanalato dalla confortante continuit di una tradizione me-
dia del romanzo di intrattenimento; la ricorsivit delle trame e la me-
diet dello stile depositano la consuetudine di un genere riconosciuto da
tutti. Nati da un assetto pi precario, il Satyricon e le Metamorfosi han-
ll romanzo 245
no avuto una vittoria postuma, risultando molto pi decisivi nel sorgere
del romanzo moderno europeo.
Bibliografia
Opere generali sulla narrativa antica
Per un inquadramento complessivo della narrativa antica cfr. soprattutto: Q.
Cataudella, introduzione a Il romanzo classico, Firenze 1958; B. E. Perry, The
Ancient Romances, Berkeley- Los Angeles, 1967 ; T. Hgg, The Novel in Antiqui-
ty, Oxford 1983. Rinvii meno generici a studi sulla narrativa greca sono presen-
tati in A. Barchiesi, Il romanzo, in AA.VV., Da Omero agli Alessandrini, a cura
di F. Montanari, Roma 1988, pp. 341 ss. Sulla tradizione novellistica cfr. pi
oltre, al principio della bibliograa apuleiana.
Il Satyricon
Come si visto, il testo pone difficili problemi filologici; l'edizione critica
di punta attualmente quella curata da Konrad Mueller ( Mnchen 19833); le
due precedenti edizioni di Mueller ( Mnchen 1961 e, con trad. tedesca, 1965)
offrono sensibili differenze di impostazione. Ancora importante F. Buecheler
( Berlin 1862; 19226); stimolante la versione francese di A. Ernout nella collezio-
ne Les Belles Lettres.
Petronio ha avuto numerose versioni italiane, alcune condotte solo con libere
finalit letterarie. Da un punto di vista filologico si possono consigliare le edizio-
ni con testo a fronte di G. A. Cesareo, N. Terzaghi ( Firenze 1950), e V. Ciaffi
( Torino 1967, con pregevole introduzione).
Un commento moderno a tutta l'opera la principale lacuna negli studi pe-
troniani: tuttora utile P. Burman, Titi Petronii Arbitri Satyricon quae supersunt,
Amsterdam 1743 ( anastatica Hildesheim- New York 1974, 2 voll.). Frequenti in-
vece i commenti alla sola Cena, tra cui: A. Maiuri ( Napoli 1945, antiquario);
E. V. Mannorale ( Firenze 1947); P. Perrochat ( Paris 19522, linguistico), M. S.
Smith ( Oxford 1975); inoltre il classico P. Friedlnder ( Leipzig 19062). Pi sag-
gistica la discussione del testo completo del Satyricon in E. Paratore, Il Satyricon
di Petronio, 2 voll., Firenze 1933.
E difcile indicare un singolo, affidabile saggio introduttivo. I. P. Sullivan, Il
Satyricon di Petronio. Uno studio letterario, trad. it. Firenze 1977, offre una
panoramica assai personale, con ricca informazione sugli studi; si pu vedere
anche P. G. Walsh, The Roman Novel, Cambridge 1970.
Il migliore bilancio sulle questioni di attribuzione e datazione K. F. C. Ro-
se, The Date and Author of the Satyricon, Leiden 1971. La datazione tarda era
stata propugnata soprattutto da E. V. Marmorale, La questione petroniana, Bari
1948.
Lo studio pi fine sulla ricostruzione della trama probabilmente V. Ciaf,
Struttura del Satyricon, Torino 1955, ora da affiancare con H. van Thiel, Petron:
Uberlieerung und Rekonstruktion, Leiden 1971 ( importante anche per i connes-
si particolari lologici, che riguardano la formazione del testo superstite).
La teoria sulla derivazione del Satyricon da una parodia del romanzo greco
idealizzato avanzata nel classico lavoro di R. Heinze, Petron und der griechi-
246 LA PROSA LATINA
sche Roman, in Hermes, 34, 1899, pp. 42 ss. ( = Vom Geist der Rmertums,
Stuttgart 19603, pp. 417 ss.). La teoria sul tema dell'ira Priapi come parodia
dell'Odissea ha la sua prima formulazione in E. Klebs, Zur Komposition von
Petronius' Satirae, in Philologus, 47, 1889, pp. 623 ss. Fra gli studi su struttu-
ra narrativa, tecnica letteraria ecc., segnaliamo: B. E. Perry, Petronius and the
Comic Romance, in Class. Philol., 20, 1925, pp. 31 ss.; P. Veyne, Le le
dans le Satiricon, in Rev. Et. Lat., 42, 1964, pp. 301 ss.; I. P. Sullivan, Rea-
lism and Satire in Petronius, in AA.VV., Critical Essays on Latin Literature: Sa-
tire, London 1963, pp. 73 ss.; E. Cizek, L'ironie dtache, procd de composi-
tion dans le Satyricon de Ptrone, in Studii Clasice, 9, 1966, pp. 171 ss.;
A. M. Cameron, Myth and Meaning in Petronius: Some Modern Comparisons, in
Latomus, 29, 1970, pp. 397 ss.; R. Beck, Some Observations on the Narratve
Technique of Petronius, in Phoenix, 27, 1973, pp. 42 ss.; A. Aragosti, in Ma-
teriali e discussioni per l'analisi dei testi classici, 3, 1979, pp. 101 ss.; M. Bar-
chiesi, L'orologio di Trimalcione, in I moderni alla ricerca di Enea, Roma 1981,
pp. 109 ss.; P. Fedeli, Petronio: il viaggio, il labirinto, in Materiali e discussioni
per l'analisi dei testi classici, 6, 1981, pp. 91 ss.; G. Mazzoli, Ironia e metafo-
ra: valenze della novella in Petronio e Apuleio, in AA.VV., Semiotica della no-
vella latina, Roma 1986, pp. 199 ss.; P. Fedeli, R. Dimundo, I racconti del Sa-
tyricon, Roma 1988; A. Aragosti, P. Cosci, A. Cotrozzi, Petronio: l'episodio di
Ouartilla, Bologna 1988; N. W. Slater, Reading Petronius, Baltimore- London
1990 ( giustamente contro l'isolamento della Cena rispetto alle altre sezioni nar-
rative).
Sul Romanzo di Iolao, cfr. P. Parsons, A Greek Satyricon?, in Bull. lnst.
Class. Stud., 18, 1971, pp. 53 ss.
Lo sfondo storico- sociale del Satyricon stato studiato soprattutto per rica-
varne elementi di datazione; una prospettiva nuova aperta da P. Veyne, Vie de
Trimalchion, in Annalesz Economie Socits Civilisations, 16, 1961, pp. 213
ss., che estrapola da Trimalcione un modello socioculturale. Su folclore, religiosi-
t e simili cfr. soprattutto M. Schuster, Der Werw ol und die Hexen, Zw ei
Schauermrchen bei Petronius, in Wiener Studien, 48, 1930, pp. 149 ss.; M.
Grondona, La religione e la superstizione nella Cena Trimalchionis, Bruxelles
1980.
Per lo studio della lingua utile H. Petersmann, Petrons urbane Prosa, Wien
1977. Sulle parti in versi cfr. H. Stubbe, Die Verseinlagen im Petron, in Philo-
logus", Suppl. 25, Leipzig 1933.
Altre informazioni sono comodamente ricavabili da G. Schmeling, I. H. Stuc-
key, A Bibliography of Petronius, Leiden 1977.
Apuleio e il suo romanzo
Sulla tradizione novellistica cfr. soprattutto S. Trenkner, The Greek Novella,
Cambridge 1958; A. Mazzarino, La milesia e Apuleio, Torino 1950; E. Paratore,
La novella in Apuleio, Messina 19422; L. Pepe, Per una storia della narrativa
latina, Napoli 19672; AA.VV., Semiotica della novella latina, Roma 1986. Su
tutta la tradizione della narrativa greca cfr. il mio lavoro citato all'inizio di que-
sta bibliografia.
Di tutto Apuleio esiste un'importante edizione annotata in latino, G. F. Hil-
debrand, L. Apulei opera omnia, 2 voll., Leipzig 1842 ( rist. Hildesheim 1968).
L'Apol0gia ( l'opera minore pi rilevante per lo studio delle Metamorfosi) com-
mentata da H. E. Butler, A. S. Ow en ( Oxford 1914). Mancano invece commenti
Il romanzo 247
moderni che coprano tutta l'estensione del romanzo. Per il libro I cfr. A. Scobie,
Apuleius. Metamorphoses I. A Commentary, Meisenheim a. Glan 1975; per l'Xl,
W. Wittmann, Das Isisbuch des Apuleius, Stuttgart 1938; I. Gw yn Grifth,
Apuleius of Madauros: The Isis- book, Amsterdam 1975. Molto pi spesso stata
commentata la favola di Amore e Psiche; ad es. cfr. E. Paratore ( Firenze 1948);
P. Grimal ( Parigi 1963, con annotazioni piuttosto concise); E.I. Kenney ( Cam-
bridge 1990).
Sulla formazione filosofica cfr. soprattutto C. Moreschini, in Maia, 1965,
pp. 37 ss.; F. Regen, Apuleius philosophus Platonicus, Berlin 1971; C. More-
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sen 1908.
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A. Lesky, Apuleius von Madaura und Lukios von Patrai, in Hermes, 1941, pp.
43 ss.; L. Castiglioni, Lezioni intorno alle Metamorfosi di Apuleio, Brescia 1971;
V. Ciaffi, Il romanzo di Apuleio e i modelli greci, Bologna 1983. Il bilancio pi
aggiornato H. van Thiel, Der Eselsroman, I ( Mnchen 1971) e Il ( 1972), che
offre anche un'edizione sinottica di Apuleio e del1'Onos.
Sui rapporti con Petronio cfr. V. Ciaffi, Petronio in Apuleio, Torino 1960 ( le
conclusioni del libro hanno incontrato scarso consenso).
L'aspetto iniziatico e religioso stato spesso valorizzato; cfr. anche H. Rief-
stahl, Der Roman des Apuleius, Frankfurt 1938, e in generale gli studi di R.
Merkelbach ( come Roman und Mysterium in der Antike, Mnchen- Berlin 1962).
Sul tema unificante della curiosit cfr. specialmente A. Wlosok, Zur Einheit
der Metamorphosen des Apuleius, in Philologus, 113, 1969, pp. 68ss.
Sterminata la bibliografia specifica su Amore e Psiche. Diversi studi sono
raccolti da G. Binder, R. Merkelbach ( eds.), Amor und Psyche, Darmstadt 1968;
dopo il classico R. Reitzenstein, Das Mrchen von Amor und Psyche bei Apu-
leius, Leipzig 1912, cfr. pi recentemente: T. Mantero, Amore e Psyche. Struttu-
ra di una fiaba di magia", Genova 1971; D. Fehling, Amor und Psyche, Mainz
1977; A. Scobie, Apuleius and Folklore, London 1983.
Per l'analisi de1l'inquadramento storico e del realismo di Apuleio impor-
tante F. Millar, The World of the Golden Ass, in Ioum. Rom. Stud., 71, 1981,
pp. 63 ss.
Gli studi recenti fanno emergere sempre pi la complessit narratologica
di Apuleio, cfr. specialmente K. Dow den, Apuleius and the Art of Narration, in
Class. Quart., n.s. 32, 1982, pp. 419 ss. ( importante sul legame tra poetica
narrativa e formazione retorica), e ora I. I. Winkler, Author & Actor: a Narrato-
logical Reading of Apuleius' The Golden Ass, Berkeley- Los Angeles- London
1985; G. F. Gianotti, Romanzo e ideologia, Napoli 1986 ( importante sul nes-
so fra platonismo e narrativit); P. Iames, Unity in Diversity, Hildesheim- Zrich-
New York 1987; I. K. Krabbe, The Metamorphoses of Apuleius, New York-
Bern- Frankfurt a. M.- Paris 1989; G. Mazzoli, L'oro dell'asino, in Aufidus, 10,
1990, pp. 75 ss. Fra le raccolte di studi miscellanee si vedano AA.VV., Aspects
of Apuleius' Golden Ass, Groningen 1978; AA.VV., Erotica Antiqua, Bangor
248 LA PRosA LATINA
1977; e un numero monografico di Materiali e discussioni per l'analisi dei testi
classici, 1990, dedicato al romanzo antico.
Lingua e stile: fondamentali restano E. Norden, Die antike Kunstprosa, II
vol., Leipzig 1909 ( ora in un'attesissima versione italiana, La prosa d'arte anti-
ca, a cura di B. Heinemann Campana, 2 voll., Roma 1986) ; M. Bernhard, Der
Stil des Apuleius von Madaura, Stuttgart 1927 ( rist. Amsterdam 1965). Inoltre,
P. Mdan, La latinit d'Apule dans le Metamorphoses, Paris 1926; L. Callebat,
Sermo cotidianus dans les Metamorphoses d'Apule, Caen 1968.
Indice degli autori antichi
Accio, Lucio, 29 Arrio Menandro, 192
Achille Tazio, 230 Arrunzio, Lucio, 56
Acilio, Gaio, 21, 38 Aruleno Rustico, Giulio, 64
Adriano ( imperatore), 72, 74- 8 Asconio Pediano, Quinto, 62
Afro, Domizio, 128- 9 Asinio Pollione, Gaio, 21, 47- 9, 53- 5,
Agostino, Aurelio ( santo), 79, 152, 87
157- 60, 162- 3, 180, 187 Asinio Quadrato, 79
Agrippa, Marco Vipsanio, 57- 8, 194 Atenodoro di Tarso, 173
Agrippina ( minore), 62, 68 Attalo, 175
Albucio, Tito, 153 Attico, Tito Pomponio, 41- 3, 58, 62,
Albucio Silo, 175 154, 162, 169, 201- 3
Alessandro Polistore, 57, 156 Audio Basso, 60- 1, 63
Amafinio, Gaio, 153- 4, 171 Augusto, Gaio Giulio Cesare Ottavia-
Ambrogio ( santo), 164, 210 no ( imperatore), 15, 32, 48- 9, 51- 2,
Ammiano Marcellino, 76- 7 55- 8, 60- 1, 74, 123- 4, 173, 201
Ampelio, Lucio, 77, 92 Aureliano ( imperatore), 77
Andronico di Rodi, 155 Aurelio Vittore, Sesto, 30
Anonimo De rebus bellicis, 193 Aviano Vindiciano, 190
Anteio, Publio, 63
Antioco di Ascalona, 154- 5, 157- 8,
160, 162- 3, 165, 173, 177 Balbillo, Tiberio Claudio, 62
Antioco di Siracusa, 16 Bebio Macro, 57
Antistio Vetere, Lucio, 62 Bellum Africum, 40, 85
Antonino Pio ( imperatore), 211, 213 Bellum Alexandrinum, 40, 85
Antonio Giuliano, Marco, 64, 103- 7, Bellum Hispaniense, 40, 85
114, 116, 122, 124, 161- 2 Bibulo, Lucio Calpumio, 41
Antonio Nigro, 57 Blossio di Cuma, 151
Apicio, Marco Gavio, 192 Boezio, Anicio Manlio Severino, 183,
Appiano, 31, 48, 212 187
Appio Claudio Cieco, 14, 18, 146 Bruto, Marco Giunio, 39- 41, 60, 155,
Apuleio, 182- 3, 229- 30, 238- 44 201- 2
Aquilio Nigro, 57 Bruttedio Nigro, 60
Aquilio Regolo, Marco, 64
Arato di Sicione, 30
Arcesilao di Pitane, 158, 162 Calcidio, 183
Ario Didimo, 173 Callimaco, 148, 235
Aristide di Mileto, 36, 233- 4 Calvo, Gaio Licinio, 37, 119- 21
Aristo, 155 Carisio, Flavio Sosipatro, 25, 33, 211,
Aristotele, 24, 43, 105, 155, 158, 162, 214
165, 168- 70, 179, 185, 195- 6 Caritone di Afrodisia, 244
250 LA PROsA LATINA
Carneade, 150- 1, 158, 160, 162
Cassiodoro, Flavio Magno Aurelio,
187
Cassio Felice, 190
Cassio Emina, Lucio, 24- 5, 82, 146
Cassio Severo, 55- 6
Catone, Marco Porcio ( il Censore), 13-
4, 16, 20- 5, 29- 32, 41- 4, 46- 7, 49,
57, 82, 97- 101, 121- 2, 147- 8, 150-
1, 164, 184- 6, 189, 191- 2,198
Catullo, Gaio Valerio, 42, 235
Cazio, Tito, 154, 170
Cecilio di Calatte, 122- 3
Celio Antipatro, Lucio, 28- 9, 35, 39,
82
Celio Aureliano, 190
Celso, Aulo Cornelio, 61, 125, 175,
184, 190, 192
Censorino, 193
Cesare, Gaio Giulio, 32, 39- 42, 44- 6,
48- 9, 51, 56, 58, 67, 74, 76, 84,
113- 4, 119- 21, 124, 158, 173, 187,
201
Cetego, Marco Comelio, 97
Cezio Faventino, 192
Cicerone, Marco Tullio, 15- 6, 19, 21,
27- 9, 31, 36- 43, 45- 8, 52, 54, 59-
60, 62, 86, 95- 6, 98- 9, 101, 103- 4,
106- 4, 106- 25, 127, 130- 2, 134- 8,
145- 6, 150- 76, 179- 82, 186, 188,
191, 201- 4, 206- 12
Cicerone, Quinto Tullio, 162- 3, 200,
202
Cincio Alimento, Lucio, 20- 1, 58, 61,
192
Cipriano ( santo), 79
Claudio ( imperatore), 61- 2, 65, 68, 72
Claudio, Appio ( il Cieco), 97
Claudio Pollione, Tiberio, 64
Cleante di Asso, 179
Clitarco, 36
Clitomaco, 151
Clodio Licino, Gaio, 56- 7
Cluvio Rufo, 63- 4
Columella, Lucio Giunio Moderato,
191- 2
Corbulone, Gneo Domizio, 61- 2
Cordo, Elio ( o Giunio), 78
Cornelia, 200
Cornelio Bocco, 62
Cornelio Labeone, 79
Cornelio Nepote, 21, 34, 41- 3, 55, 57,
85, 150, 168, 200, 203
Coruncanio, Tiberio, 15
Crassicio Pasicle, 175
Crasso, Lucio Licinio, 103- 7, 114- 6
Cratete di Pergamo, 57
Cremuzio Cordo, Aulo, 60
Crisippo, 179
Critolao, 150
Curzio Rufo, Quinto, 65, 90
Dellio, Quinto, 48
Demostene, 37, 102, 113, 121, 123
132, 138
Dicearco, 160, 168- 70
Diocle di Pepareto, 17
Diodoto, 165
Diofane di Mitilene, 101
Diogene Stoico, 150
Diomede, 155
Dione Cassio Cocceiano, 72
Dionigi di Alicarnasso, 14- 5, 20, 26- 7
38- 9, 55, 122- 4, 146
Druso, Gaio, 57
Ecatone di Rodi, 151- 2
Elio, Sesto, 18
Elio Stilone, Lucio, 28
Elio Tuberone, Lucio, 39
Elio Tuberone, Quinto, 39, 84, 123
151, 162
Eliodoro, 230
Ellanico di Lesbo, 16
Emilio Macro, 192
Empilo, 41
Ennio, Quinto, 19- 20, 40, 51, 72, 97
120, 145, 147- 50, 152, 155, 160
Ennodio, Magno Felice, 201
Epicadio, Cornelio, 32, 77
Epicuro, 150- 4, 158- 9, 163- 6, 170
172- 3, 176, 206
Epistolario apocrio Seneca- S. Paolo
206
Epitteto, 182
Eraclide Pontico, 159, 168- 70
Erennio Senecione, 64
Ermagora di Temno, 104, 106- 8
Erodoto, 22, 54
Esiodo, 148
Evemero, 148- 50, 152
Fabio, Marco, 77 n
Fabio Massimo Serviliano, Quinto, 26
Fabio Pittore, Quinto, 18- 22, 24, 42,
81
Fabio Rustico, 63
Fannio, Gaio ( annalista),
Fannio, Gaio ( biografo),
Fedro epicureo, 165
Fenestella, 61
Filino, 19
Filone di Larissa, 158, 162, 165, 170,
173
Flavio, Gneo, 14, 18, 26
Flegonte, 77
_27, 39, 82
74
Floro, Lucio Annio, 76, 93
Fozio, 240n
Frontino, Sesto Giulio, 191- 3
Frontone, Marco Cornelio, 37, 131
179, 211- 4
Furio, Aulo, 31
Furnio, Gaio, 56
Gaio, 182
Galba, Servio Sulpicio, 101
Gallo, Plozio, 105- 7, 117 ,125
Gargilio Marziale, Quinto, 190- 2
Gellio, Aulo, 21, 23, 26,
147, 157- 8, 179, 182,
Gellio, Gneo, 25, 37
Genethliaci, 157
33, 36- 7, 95
204
Giovenale, Decimo Giunio, 75, 235
Girolamo ( santo), 61, 15
Giulio Africano, 64, 193
Giulio Marato, 57
Giulio Ossequente, 76
Giulio Saturnino, 57
Giulio Secondo, 64
6, 158, 210
Giulio Vittore, Gaio, 199
Giunio Congo, 27
Giunio Gallone, Lucio, 5 5
Giunio Graccano, Marco, 27
Giustino, Marco Giuniano, 55- 6, 76
Gordiano I ( imperatore),
Gorgia ( retore), 125
Gracco, Gaio Sempronio, 99, 101- 2,
107, I I 1, 1 18
Gracco, Tiberio Sempron
107
Granio Liciniano, 76, 93
Historia Augusta, 77- 9
Ieronimo di Cardia, 16
78
io, 99, 101- 2,
Indice degli autori antichi 251
Igino ( astronomo), 77 n, 193
Igino ( gromatico), 191- 3
Igino, Gaio Giulio, 57- 8
Ippocrate ( latino), 190
Irzio, Aulo, 40, 201
Isocrate, 118
Itineraria, 194
Labeone, Marco Antistio, 58
Labieno, Tito, 55- 6, 60, 124- 5
Lattanzio, Lucio Cecilio Firmiano,
148, 183
Lelio, Gaio, 102
Lentulo Getulico, Gneo Cornelio, 61
Levio, 36
Licinio Crasso, 155, 161- 2
Licinio Macro, Gaio, 36- 9, 53, 84
Lisia,119,121,123,131
Livio, Tito, 14- 5, 19, 37- 9, 49- 56, 60-
1, 65, 70, 72- 3, 76, 87, 146- 7, 173
Lollio Urbico, 77 n
Lucano, Marco Anneo, 60, 127- 8,
131,157,173, 231- 2
Lucceio, Lucio, 39
Luciano, 235, 239- 41
Lucilio, Gaio, 18, 24, 102, 151, 234
Lucio Vero, 211, 213
Lucrezio, Caro, Tito, 145, 153- 4, 167,
170, 181
Lucullo, Lucio Licinio, 32
Lutazio Catulo, Quinto, 30- 3, 55, 83,
152, 156
Lutazio Dafni, 34, 55, 83
Macrobio, Ambrogio Teodosio, 25, 79,
157
Magone, 185, 191
Manilio, 173, 193
Marcello Empirico, 190
Marco Aurelio ( imperatore), 182, 211-
3
Mario Massimo, 77- 9, 93
Marziale, Marco Valerio, 76, . 201,
208- 9
Marziano Capella, 187, 197
Mecenate, Gaio Clinio, 49, 55, 57- 9,
173
Medicina Plinii, 197
Menelao di Marato, 102
Menippo di Gadara, 235- 6
Messalla Corvino, Marco Valerio, 48,
57
252 LA PRosA LATINA
Metello, Quinto Cecilio, 96- 7 Polibio, 14, 28- 9, 33, 36, 38- 9, 43,
Molone di Rodi, 109 53- 4, 71, 97, 152
Muciano, Gaio Licinio, 64 Pollione, Gaio Asinio, 124- 5
Mulomedicina Chironis, 190 Pompeo Planta, 73
Munazio Rufo, 62 Pompeo Saturnino, 73
Musonio Rufo, 182 Pomponio Mela, 194
Pomponio Secondo, 65
Ponzio, 78
Nevio, Gneo, 19- 20, 24 po,- rione, 154
Ni< = 1 di Damasco, 57 Posidonio, 46, 76, 154- 7, 165, 177,
Nigidio Figulo, Publio, 156- 7, 163, 194- 5
173 187 194 Postumio Albino, Aulo, 21
Nonio Marcello, 16, 34- 5 pl- isciano, 37, 155
Pseudo- Demetrio, 199, 201
Omm % 236- 8 i f ; 2299.41
Oppio, Gaio, 41 - - - '
Orazio Flacco, Quinto, 16, 50, 55, 73, PSeud0'QumnhanO' 126
154, 173, 206, 208, 234
Or 5i Pa l 19 Quadrigario, Quinto Claudio, 36- 8, 83
Ortensio O1'tal Qlm 39- 42 108` Quintiliano, Marco Fabio, 60, 63, 120,
10 112 123 162 127- 35, 137, 139, 154- 5, 160, 170,
0Sfi0 29 175, 179, 182, 186, 209
Ottavio Musa, 56
Ottavio Rusone, 56
Ovidio Nasone, Publio, 55, 57, 73, Rabirio, 154
208, 238 Romanzo di Idro, 236
Rutilio Lupo, Publio, 125
_ _ _ _ _ Rutilio Rufo, Publio, 31, 34, 83, 151
Palladio, Rutilio Tauro Emiliano, 191-
2
Panezio di Rodi, 31, 102, 151- 2, 164- Sallustio Crispo, Gaio, 21, 25, 30- 1,
5, 177, 180 35, 39, 43- 50, 53- 6, 58, 60- 3, 66,
Papirio Fabiano, 175- 6, 179, 181, 189 70, 72- 3, 76, 86, 98, 157, 200
Periochae, 76 Sammonico, Sereno, 79, 190
Persio Flacco, Aulo, 60, 62, 173, 234 Sardo, 73
Petronio, 127, 229- 38, 242, 244- 5, Sasema ( padreefiglio), 185
247 Scauro, Marco Emilio, 30, 32, 56, 82
Pirro ( re d'Epiro), 30, 37 Scevola, Publio Mucio ( giurista), 15
Pisone Frugi, Lucio Calpumio, 25- 7, Scevola, Quinto Mucio ( pontefice),
29, 82 152, 159
Pitagora, 146- 50, 155- 8, 160, 162, Scipione Emiliano, Publio Cornelio,
173- 4, 178, 187 102
Platone, 46, 157- 63, 165, 168- 70, Scipione, Publio Cornelio ( figlio del-
173- 4, 177, 182- 3, 195, 206 l'Africano Maggiore), 21
Plauto, Tito Maceio, 145 Scribonio Largo, 190, 201
Plinio, Gaio Cecilio Secondo ( il Giova- Scribonio Libone, Lucio, 42,
ne), 73- 6, 137- 9, 182, 193, 196, Sempronio Asellione, 32- 5, 83
198, 207- 12 Sempronio Tuditano, Gaio, 26- 7, 29
Plinio, Gaio Secondo ( il Vecchio), 14, Seneca, Lucio Anneo, 56, 60, 63, 67-
19, 61- 5, 90, 146, 186, 190, 194- 8, 8, 71, 127- 8, 130- 1, 155, 172- 82,
201, 209, 238 " 189, 194- 5, 203- 7, 213, 236
Plutarco,'15, 17, 26, 31, 38, 48, 66, Seneca, Lucio Anneo ( retore), 60- 1,
74- 5, 146, 242- 3 76, 112, 126- 8, 174- 5, 179, 203
Indice degli autori antichi 253
Senofonte, 22, 31, 121, 161 Tirone, Marco Tullio, 41, 99, 119
Servilio Noniano, Marco, 60 122, 202- 3
Servio Onorato, Mauro ( o Mario), 57 Titinio Capitone, Gneo Ottavio, 74
Sestio Nigro, 175, 190 Tolomeo, Claudio, 194
Sestio padre, 157, 173- 9, 189, 194 Traiano ( imperatore), 68, 73- 4, 77
Settimio Severo ( imperatore), 77- 9 207, 210
Siculo Flacco, 191 Trasea Peto, Publio Clodio, 62, 64
Sidonio Apollinare, Gaio Sollio Mode- Tremellio Scrofa, 185
sto, 211 Trogo, Pompeo, 55- 6, 76, 88
Sileno, 28 Tucidide, 35, 47, 54, 73, 98, 119,
Silio Italico, 209 121, 131
Silla, Lucio Comelio, 32, 34- 5, 46- 7, Tusco, 61
56, 58, 77, 83
Simmaco, Quinto Aurelio, 160, 211
Sisenna, Lucio Cornelio, 34- 6, 47, 63, Valerio Anziate, 35.9, 34, 147
33 Valerio di Sora, 156
Socrate, 27, 31, 158- 9, 162- 3, 167- 70 Valerio Edifuo, 156
SOllI` lO, GHIO GIUIIO, 62, \ /313110 Flaco, Gaig, 65
SOZlOI16 di Alessandria, 174- 5 Valerio Massimo, 16, 59, 65, 89, 95
5faZ0, PUbli0 PPi11i0, 76, 201. 203 Varrone, Marco Terenzio, 16, 39, 42-
Stesicoro. 24 3, 51, 58, 61- 2, 115, 152- 3, 157- 60
Strabone. 194 163, 165, 169, 172, 185- 91, 193
Sulpicio Galba, Gaio, 39 193, 201, 232, 236
Svetonio Paolino, 62 Vegezio Renato, Flavio, 193
Svetonio Tranquillo. Gaio. 34, 41. 57, Velleio Patercolo, Gaio, 58- 61, 65, 89
62, 65- 6, 74- 5, 77- 8, 92, 156- 7, 195 Vennonio, 27
Verrio Flacco, 58, 197
Vespasiano ( imperatore), 63- 4
Tacito, Publio Comelio, 21, 49, 60, Vibio Massimo. Gaio, 74. 76
62- 76, 78, 91, 95, 98, 130, 132- 5, Vlpstano Messalla, 64_
137- 3, 155, 209, 231 Virgilio Marone, Publio, 51, 55, 57
Tanusio Gemino, 39 _73 _173 1_86 191 237'8
Tarrutenio Paten- 10, VIITUVIO POIIIOIIC,
Teodoro Prisciano, 190 Voltacilio Pitolao, Lucio, 34
Teofane di Mitilene, 34 V0lUm11}0 FlaC< f0 41
Teopompo, 23 Volumnio, Publio, 40
Tertulliano, Quinto Settimio Florente, VUICQZIO Tef nZ1an0 77 U
183
Tiberio ( imperatore), 58- 62, 68- 9, 72
Timagene, 55 Zenone di Cizio, 150
Timeo di Tauromenio, 16, 20, 22 Zenone di Sidone, 165