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SENECA

Marzia Mortarino, Mauro Reali, Gisella Turazza


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QUESTO VOLUME, SPROVVISTO DEL TALLONCINO A FRONTE (O OPPORTUNAMENTE PUNZONATO
O ALTRIMENTI CONTRASSEGNATO), DA CONSIDERARSI COPIA DI SAGGIO - CAMPIONE GRATUITO,
FUORI COMMERCIO (VENDITA E ALTRI ATTI DI DISPOSIZIONE VIETATI:
ART. 17, C. 2 L. 633/1941). ESENTE DA IVA (DPR 26.10.1972, N. 633, ART. 2, LETT. D).
ESENTE DA DOCUMENTO DI TRASPORTO (DPR 26.10.1972, N. 633, ART. 74).
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MORTARINO, REALI, TURAZZA
LOCI SCRIPTORUM
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LOCI SCRIPTORUM
Antologia modulare di autori latini
LOCI SCRIPTORUM SENECA
Loci scriptorum: unantologia modulare che, grazie a volumi monograci dedicati ai singoli autori
della letteratura latina, permette di gestire con grande essibilit la programmazione didattica.
Le opere Consolatio ad Polybium, Consolatio ad Marciam, De ira, De brevitate vitae,
De tranquillitate animi, De providentia, De otio, De clementia, Naturales
quaestiones, Epistulae morales ad Lucilium, Fedra, Apokolokyntosis
I percorsi antologici Il losofo e il potere
Il saggio e gli uomini
Dalla riessione losoca alla precettistica etica: il tempo, la morte, le
passioni
Le schede La diatriba e la satira menippea; Sereno e Lucilio, due destinatari di
Seneca; La schiavit a Roma; Lo stoicismo; Il tempo; Seneca, gli Annei e il
cristianesimo
Il lessico Le parole della losoa
Il lessico militare
Il lessico morale
Figure, temi, motivi Intellettuali e potere: tra impegno e disimpegno
Il genere epistolare: Cicerone, Seneca, Plinio il Giovane
La morte del saggio: Socrate, Catone, Seneca
Oltre Seneca La morte del saggio: Seneca nella storia dellarte
Seneca nel Medioevo e nellUmanesimo
Permanenza del mito di Fedra e Ippolito
I Laboratori veriche dei percorsi
lavoro sul testo latino e traduzione italiana
brani di versione dal latino e guida allanalisi
Seneca indicato per il V anno del liceo classico e per il V anno
del liceo scientico.
Puoi arricchire la tua biblioteca
con TACITO, CESARE, VIRGILIO, CATULLO, LUCREZIO
CICERONE e SALLUSTIO
LOESCHER EDITORE
Marzia Mortarino, Mauro Reali, Gisella Turazza
Loci scriptorum
Antologia modulare di autori latini
Seneca
A cura di Marzia Mortarino
3445_001_004.indd 1 18/04/11 16:04
Loescher Editore - Vietata la vendita e la diffusione
Loescher Editore - Torino - 2011
http://www.loescher.it
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6 5 4 3 2 1 N
2016 2015 2014 2013 2012 2011
ISBN 9788820134457
Nonostante la passione e la competenza delle persone coinvolte nella realizzazione
di questopera, possibile che in essa siano riscontrabili errori o imprecisioni.
Ce ne scusiamo n dora con i lettori e ringraziamo coloro che, contribuendo
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Loci scriptorum un progetto nato dal lavoro comune degli autori.
In particolare, il presente volume stato curato da Marzia Mortarino.
Fabio Cannat ha contribuito alla revisione didattica dei materiali. Mauro Reali
ha curato le sezioni Intellettuali e potere: tra impegno e disimpegno; La morte
del saggio: Seneca nella storia dellarte; Seneca, gli Annei e il cristianesimo.
Coordinamento editoriale: Milena Lant
Redazione: Matteo Boero
Progetto graco e impaginazione: Silvia Ceratto, Sara Keller - Rubber Band
Ricerca iconograca: Emanuela Mazzucchetti
Copertina: Visualgraka - Torino
Stampa: Sograte Litograa s.r.l.
Zona Industriale Regnano
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Indice
PROFILO DELLAUTORE
Lucio Anneo Seneca ............................................. 6
La vita .................................................................... 6
La famiglia .............................................................. 6
La prima educazione e il viaggio in Egitto ................ 6
Dal ritorno a Roma allesilio ..................................... 6
Il quinquennium Neronis ......................................... 7
Il ritiro a vita privata e la condanna a morte ............. 7
Le opere ................................................................ 8
I Dialogi .................................................................. 8
I trattati De clementia e De beneciis..................... 10
Le Naturales quaestiones ....................................... 11
Le Epistulae morales ad Lucilium............................ 11
Le tragedie ............................................................ 12
LApokolokntosis ................................................. 13
I temi ................................................................... 13
Seneca tra potere e losoa ............................. 14
Lingua e stile ...................................................... 15
Ricchezza e nalit dello stile................................. 15
Artici retorici e lessico .......................................... 16
La fortuna ........................................................... 16
Indicazioni bibliograche ....................................... 17
I CONTENUTI DELLE OPERE .................................... 19
PERCORSI ANTOLOGICI
Percorso 1
Il losofo e il potere ............................................... 21
1.1 Claudio e Caligola
(Consolatio ad Polybium 13,1-4) .......................... 21
1.2 Apokolok yntosis: la morte di Claudio (1-2) .......... 24
Letteratura
La diatriba e la satira menippea ............................ 27
1.3 Monarchia assoluta e sovrano illuminato
(De clementia 1,1-4) ............................................ 28
Lessico Le parole della losoa ................................ 28
1.4 Augusto e Nerone, due diversi esempi
di clementia (De clementia 10,1-11,3) ................. 30
1.5 Il ritiro a vita privata non preclude il perseguimento
della virt (De tranquillitate animi 4) .................... 34
Analisi del testo 36
1.6 Impegno e disimpegno: la scelta del saggio
(De otio 3-4) ....................................................... 38
Lessico Le parole della losoa ................................ 38
1.7 La coscienza del saggio (De otio 6,4-5) ................ 40
FIGURE TEMI MOTIVI
Intellettuali e potere: tra impegno e disimpegno .... 43
1.8 Lotium una scelta necessaria (De otio 8,2-3) .... 45
Letteratura
Sereno e Lucilio, due destinatari di Seneca .......... 46
1.9 Vivere, Lucili, militare est (Epistulae 96) ............... 47
Oltre Seneca
La morte del saggio:
Seneca nella storia dellarte ................................... 50
Laboratorio
Verica del percorso ............................................ 52
Lavorare sul testo
Tutte le ambizioni del saggio sono indirizzate
alla virt (Epistulae 73,1-2) ................................... 52
Versioni e guida allanalisi
Sereno: tra partecipazione e ritiro
(De tranquillitate animi 1,10-13) .......................... 53
Il tiranno (De beneficiis 7,19) ................................ 54
Percorso 2
Il saggio e gli uomini .............................................. 55
2.1 Il saggio rifugga dal mescolarsi alla folla
(Epistulae 7,1-3; 6-8) ........................................... 55
2.2 Gli schiavi appartengono anchessi allumanit
(Epistulae 47,1-4) ................................................ 58
Lessico Il lessico militare .......................................... 58
Analisi del testo 59
2.3 Eguaglianza tra gli uomini di fronte ai rivolgimenti
della Fortuna (Epistulae 47,10-21) ....................... 60
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Storia, civilt, cultura
La schiavit a Roma ............................................... 64
2.4 Siamo le membra di un grande corpo
(Epistulae 95,51-53) ............................................ 65
Analisi del testo 66
2.5 Sia la scienza, sia la losoa possono giovare
alluomo (Naturales quaestiones, Praefatio 1-8) ... 67
2.6 La losoa e il valore dellamicizia (Epistulae 6) .... 71
Storia, civilt, cultura
Lo stoicismo ........................................................... 74
FIGURE TEMI MOTIVI
Il genere epistolare: Cicerone, Seneca,
Plinio il Giovane ...................................................... 75
2.7 Deus intus est (Epistulae 41,1-6) .......................... 77
Oltre Seneca
Seneca nel Medioevo e nellUmanesimo ............... 80
Laboratorio
Verica del percorso ............................................ 82
Lavorare sul testo
Non li abbiamo nemici, ma li rendiamo tali
(Epistulae 47,5-9) .................................................. 82
Versioni e guida allanalisi
Ritratto di Elvia
(Consolatio ad Helviam matrem 2,4-5) ................. 84
Gli amici (Epistulae 9,8-10) .................................. 85
Percorso 3
Dalla riessione losoca alla precettistica
etica: il tempo, la morte, le passioni ...................... 86
3.1 Lo sconsiderato sperpero del tempo,
il bene pi prezioso (De brevitate vitae 3) ............ 86
Lessico Il lessico morale ........................................... 87
3.2 Recuperare il senso del tempo per recuperare
il senso della vita (Epistulae 1,1) .......................... 89
Lessico Le parole della losoa ................................ 90
Analisi del testo 92
Storia, civilt, cultura
Il tempo .................................................................. 93
3.3 La morte non n un bene n un male
(Consolatio ad Marciam 19,3-5) .......................... 94
Analisi del testo 96
3.4 La morte ci accompagna in ogni momento
(Epistulae 24,15-21) ........................................... 96
FIGURE TEMI MOTIVI
La morte del saggio: Socrate, Catone, Seneca .... 100
3.5 Il senso delle disgrazie umane
(De providentia 2,1-4) ....................................... 102
3.6 Lira, la pi rovinosa tra le passioni (De ira 1,1) ... 104
Storia, civilt, cultura
Seneca, gli Annei e il cristianesimo ................... 107
3.7 Non possiamo fuggire da noi stessi
(De tranquillitate animi 2,13-15) ........................ 108
3.8 La sconvolgente passione delleros in Fedra
(Fedra 129-135; 165-170; 177-185) .................. 110
Oltre Seneca
Permanenza del mito di Fedra e Ippolito ............ 112
Laboratorio
Verica del percorso .......................................... 115
Lavorare sul testo
Il sapiente indifferente ai colpi della sorte
(De constantia sapientis 5,4-5) ........................... 115
Versioni e guida allanalisi
Lo spreco del tempo negli occupati
(De brevitate vitae 2,1-3) .................................... 117
Non cambiando luogo che ci si libera
dai propri errori (Epistulae 104,13-15) ............... 118
Glossario dei termini di retorica e stilistica ................ 119
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Questo certamente si richiede ad un uomo, che sia utile agli
uomini, se possibile, a molti, se no, a pochi, se no, ai pi
vicini, se no, a se stesso
(De Otio 8, 3, 5; trad. G. Viansino)
Hoc nempe ab homine exigitur, ut prosit
hominibus, si fieri potest, multis, si minus,
paucis, si minus, proximis, si minus, tibi
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Lucio Anneo Seneca
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Lucio Anneo Seneca
La vita
La famiglia
Lucio Anneo Seneca nacque in Spagna a Cordova, capi-
tale della Hispania Betica. La sua data di nascita pu esse-
re stabilita solo in modo approssimativo: se infatti mol-
ti studiosi lhanno fissata nel 4 a.C. sulla base di calcoli
condotti su elementi ricavati dalle stesse opere di Seneca,
altri (tra cui lo storico Pierre Grimal) la situano nel 1 d.C.
Il padre, Lucio Anneo Seneca, nato intorno alla met del
i secolo a.C., era un importante intellettuale, appartenen-
te a una ricca famiglia equestre spagnola, esponente di
quel ceto di provinciali eminenti, di origine italica, stan-
ziatosi nelle colonie da diverse generazioni, dal quale
limpero aveva cominciato a trarre una parte della pro-
pria classe dirigente (proprio da questo ceto verr il pri-
mo imperatore di origine provinciale, Traiano). Seneca
padre, detto anche il Retore, in quanto autore di due ampie raccolte di declamazioni te-
nute da illustri retori e oratori (Controversiae e Suasoriae), aveva soggiornato giovanissimo
a Roma. La madre Elvia, anchessa di ricca famiglia, fu responsabile delleducazione dei
figli e dellamministrazione dei beni nei periodi in cui il marito era nella capitale.
Il fratello maggiore di Seneca, Anneo Novato, fu allievo delloratore Giunio Gallio e da lui adot-
tato; Seneca gli dedicher il De vita beata. Il fratello minore, Anneo Mela, sar padre di Lucano.
La prima educazione e il viaggio in Egitto
Ancor molto giovane, Seneca fu portato a Roma dalla zia materna; qui ricevette una vasta
educazione letteraria e storica, completata con studi di retorica e di filosofia: il suo primo
maestro fu Sozione di Alessandria, vicino alla scuola stoico-pitagorica dei Sestii, succes-
sivamente lo stoico Attalo, cultore di scienze naturalistiche, mentre Papirio Fabiano fu
probabilmente lultimo dei suoi maestri prima della partenza per lEgitto; qui egli si rec
intorno al 26 d.C. per motivi di salute, al seguito del prefetto Gaio Valerio, suo zio. Le sue
condizioni di salute migliorarono, anche grazie alle cure della zia materna, come egli stes-
so afferma nella Consolatio ad Helviam matrem (19,2).
Dal ritorno a Roma allesilio
Tornato a Roma, sempre grazie allappoggio della zia intorno al 33-34 d.C. ottenne la que-
stura, primo grado del cursus honorum; nel contempo si dedic allattivit oratoria, otte-
nendone fama e successo.
Nel 39 d.C., come riferisce lo storico di lingua greca Cassio Dione (155-235 d.C.), Caligola,
per il solo fatto che Seneca aveva difeso in senato una causa in modo brillante (o forse per-
ch lo sospettava coinvolto in intrighi politici), ne decret la condanna a morte, da cui lo
avrebbe salvato unamica dellimperatore (forse la stessa Agrippina, sua sorella). Sveto-
nio (Caligola 53) testimonia che limperatore disdegnava loratoria di Seneca, definendola
sprezzantemente arena senza calce.
Di questi anni sono la Consolatio ad Marciam (D TESTO 3.3), il primo dei suoi scritti pervenutici,
composto tra il 39 e il 40 d.C., e i primi due libri del De ira (D TESTO 3.6). Si tratta delle prime ope-
re di argomento filosofico di Seneca, il cui complesso ci stato trasmesso sotto il nome di Dia-
logi, anche se in realt delle dieci opere una sola, il De tranquillitate animi, ha carattere dialogico.
Cosiddetto ritratto di Seneca, I secolo d.C.
(Roma, Museo Nazionale Romano).
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Prolo dellautore
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Nel 41 d.C. Caligola venne eliminato da una congiura; gli succedette Claudio. Non noto
quali rapporti intrattenesse Seneca con Agrippina e con Giulia Livilla, altra sorella di Caligola,
ambedue coinvolte nella congiura. Pure rimane ignoto il vero motivo per cui Claudio condan-
n Seneca allesilio in Corsica dal 41 al 49 d.C.: il pretesto era unaccusa di adulterio con Giu-
lia Livilla, sostenuta dal famoso delatore Suillio davanti al senato, ma ispirata da Messalina.
Sullisola Seneca costretto a rimanere per otto duri anni, malgrado il tentativo di ingra-
ziarsi Claudio con lelogio smaccatamente cortigiano contenuto nella Consolatio ad Poly-
bium (D TESTO 1.1), dedicata a un potente liberto dellimperatore addetto alle petizioni.
Sempre del periodo dellesilio la Consolatio ad Helviam matrem.
Il quinquennium Neronis
Nel 48 d.C. Messalina fu uccisa e il suo posto venne preso da Agrippina: divenuta la nuova
moglie di Claudio, la donna ottenne per Seneca il perdono e, nel 50 d.C., la pretura; il fine
era quello di farne il precettore di Nerone, il figlio che Agrippina aveva avuto in prime
nozze. A questo periodo andrebbe ascritta la versione finale del De ira e la stesura del De
brevitate vitae (D TESTO 3.1).
Nel 54 d.C. mor Claudio, e Seneca ebbe su di lui una vendetta postuma componendo una
beffarda satira menippea, il Ludus de morte Claudii, noto anche come Apokolokntosis (cio
Apoteosi della zucca D TESTO 1.2).
A soli sedici anni quindi Nerone sal al trono e Seneca divenne, insieme al prefetto del pre-
torio Afranio Burro, consigliere politico e amicus del giovane imperatore; questa fase, nota
come quinquennium Neronis, dur fino al 58-59 d.C. e venne considerata di buon governo,
nonostante diversi crimini di Nerone, come luccisione del fratellastro Britannico nel 55 d.C.,
che Seneca giustifica in nome della ragion di Stato. Parte dei beni di Britannico furono de-
stinati a Seneca; il filosofo in questo periodo comincia ad accumulare un ingente patrimonio
che, continuamente accresciuto, lo porter a divenire uno degli uomini pi ricchi di Roma.
Proprio degli anni 55-56 d.C. il trattato etico-politico De clementia (D TESTI 1.3-4), che si
potrebbe considerare come il manifesto ideologico della monarchia illuminata, significa-
tivamente dedicato a Nerone. Altri dialoghi redatti in questi anni sono il De constantia
sapientis e il De tranquillitate animi (D TESTI 1.5; 3.7); probabilmente composte durante la
permanenza a corte sono anche le tragedie (Hercules furens, Troades, Phoenissae, Medea, Pha-
edra D TESTO 3.8, Oedipus, Agamemnon, Thyestes, Hercules Oetaeus).
Il ritiro a vita privata e la condanna a morte
Nel marzo del 59 d.C., Nerone decise di eliminare la madre; il matricidio segn la definiti-
va svolta negativa del suo regno e da parte di Seneca la fine dellillusione di un governo
improntato a unautocrazia illuminata. Tuttavia egli rimase a fianco di Nerone fino al 62
d.C. quando, dopo la morte di Burro, divent prefetto del pretorio Tigellino, uomo senza
scrupoli; a questo punto, con il permesso dellimperatore, rinunciando a ogni incarico Se-
neca si ritir a vita privata e si dedic ai suoi studi.
Agli anni 62-65 d.C. in cui, ormai lontano dalla vita politica, Seneca ampli e approfond
ulteriormente la sua cultura appartengono, oltre al De otio (D TESTI 1.6-8) e al De provi-
dentia (D TESTO 3.5), le opere pi vaste: i trattati De beneficiis e Naturales quaestiones (D TESTO
2.5) e le Epistulae morales ad Lucilium (D TESTI 1.9; 2.1-4; 2.6-7; 3.2; 3.4). Come testimonia Ta-
cito (Annales 14,56,3), lotium letterario di questi anni si accompagna a un ostentato distac-
co dalla vita non solo politica, ma pubblica, probabilmente per stornare possibili sospetti
da parte del principe. Ogni precauzione si rivel tuttavia vana: nel 65 d.C. venne scoperta
la congiura di Gaio Calpurnio Pisone. Nel corso della sua sanguinosa repressione (nella
quale per anche il poeta Lucano, nipote del filosofo), il 19 aprile, per ordine dellimperato-
re, Seneca (non si sa se coinvolto o semplicemente a conoscenza della congiura) venne co-
Cosiddetto ritratto di Seneca, I secolo d.C.
(Roma, Museo Nazionale Romano).
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Lucio Anneo Seneca
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stretto al suicidio (D La morte del saggio: Socrate, Catone, Seneca, p. 100), come raccontato
da Tacito (Annales 15,62-64). Pompea Paolina, la seconda moglie, avrebbe voluto seguirlo
nella morte, ma per ordine di Nerone venne salvata.
Le opere
Nella sua attivit intellettuale, Seneca ha coltivato i generi pi disparati (D I contenuti
delle opere); tra le opere che ci sono pervenute possono essere ascritti allambito filosofico-
morale i Dialogi, i trattati De clementia e De beneficiis, le Naturales quaestiones e le Epistulae
morales ad Lucilium; ci rimangono inoltre nove tragedie, la satira menippea Apokolokntosis,
e una raccolta di epigrammi in distici elegiaci (forse non tutti autentici). Parecchie altre
opere sono andate perdute, tra cui una biografia del padre Seneca il Retore, molte orazio-
ni, vari trattati relativi ad argomenti scientifici (De lapidorum natura, De piscium natura, De
motu terrarum, De forma mundi), diversi scritti di carattere morale (De amicitia, De immatura
morte, De matrimonio, De remediis fortuitorum, De libris moralis philosophiae, De officiis).
I Dialogi
La composizione dei dieci Dialogi tutti in un libro, tranne il De ira che ne comprende tre
si estende per lintera vita del filosofo, ma pochi sono databili con sicurezza. Concepiti
e pubblicati autonomamente dallautore, sono stati raccolti dopo la sua morte. Il nome
di Dialogi, con cui sono indicati gi da Quintiliano, in realt non corrisponde alla forma in
cui sono stati redatti (tranne che per il De tranquillitate animi): infatti, a differenza dei dia-
loghi di Platone e di Cicerone, nei quali ricreata una discussione fra personaggi storici in
unambientazione fittizia, qui lautore parla sempre in prima persona, rivolgendosi quasi
esclusivamente al dedicatario dellopera. I dialoghi senecani possono quindi essere pa-
ragonati a una riflessione continua, solo episodicamente vivacizzata da interventi del de-
dicatario o di un interlocutore anonimo. Il pensiero viene sviluppato in modo non siste-
matico; la vivacit espressiva, legata anche al frequente utilizzo di esempi tratti dalla vita
vissuta, e lo stile informale rivelano linflusso della tradizione della diatriba cinico-stoica.
Sulla base della struttura e dellispirazione, la tradizione distingue allinterno dei dialoghi
vari gruppi di opere.
Un insieme piuttosto omogeneo rappresentato dai dialoghi di consolazione, che consi-
stono in una riflessione, rivolta a un destinatario, per consolarlo della assenza, temporanea
o definitiva, di una persona cara. Il genere nasce in Grecia intorno al iv secolo a.C. e in esso
confluiscono temi provenienti sia dalla poesia epica e tragica, sia dalle varie scuole filosofi-
che, che apportano ciascuna elementi specifici: con la sofistica, il discorso diviene un mez-
zo per lenire la sofferenza, mentre lAccademia contribuisce con la propria metafisica, che
presuppone limmortalit dellanima; lo stoicismo si concentra soprattutto sul controllo del
dolore come passione. Dal punto di vista dei contenuti, la consolatio attinge a un repertorio
canonico di temi, quali la fugacit del tempo, la precariet della vita e dei beni, limprevedibi-
lit del futuro. Appartengono a questo gruppo le tre consolationes ad Marciam, ad Polybium
e ad Helviam matrem. La prima dedicata a Marcia, la figlia dello storico Cremuzio Cordo
(avversario di Seiano, il potente prefetto del pretorio di Tiberio), in occasione della morte del
figlio (D TESTO 3.3: nel passo, col ricorso ad argomentazioni retoriche e filosofiche, Seneca
dimostra che la morte non n un bene n un male). Cordo, autore di Annali, accusato da
delatori appartenenti alla consorteria di Seiano, era stato processato per aver esaltato Bruto
e Cassio nella sua opera, e si era tolto la vita nel 25 d.C. Lopera fu redatta sotto il principato
di Caligola e quindi prima dellesilio, probabilmente fra il 37 e il 38 d.C., ma potrebbe essere
di qualche anno pi tarda; il ricordo di Cremuzio percorre tutto il dialogo, con il fine di se-
parare le responsabilit di Tiberio da quelle del suo prefetto, attribuendo solo a questultimo
ogni nefandezza. Le altre due consolationes appartengono allepoca del confino in Corsica e
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sono dirette la prima a Polibio, il potente liberto di Claudio, con la speranza di ottenere il
ritorno dallesilio, e la seconda alla madre, per esortarla a sopportare la lontananza dal figlio.
Ai dialogi di tipo speculativo appartengono i tre libri del De ira, dedicati al fratello Novato
e pubblicati sicuramente dopo la morte di Caligola (41 d.C.), dal momento che limperato-
re viene qui vituperato senza timore. Lopera una trattazione, ricca di esempi storici, sulle
caratteristiche e sulle funeste conseguenze dellira, passione considerata, secondo la conce-
zione stoica, come distruttrice della ragione, in quanto reputata una vera e propria malattia
dellanima: il dialogo costruito come un trattato medico, con la descrizione degli accessi di
collera, lindividuazione delle cause e la definizione della terapia e dei rimedi (D TESTO 3.6). Al
periodo dopo il ritorno dallesilio va attribuito il De brevitate vitae; dedicato da Seneca al
suocero, il cavaliere Pompeo Paolino, che ricopriva allora la carica di prefetto dellannona. Pa-
olino non solamente il destinatario del dialogo, ma assume il carattere paradigmatico di chi,
raggiunto un traguardo di carriera, pu lasciare la politica e volgersi a un diverso impegno,
quello di far fruttare il tempo rimanente della propria vita. Il tema del dialogo infatti quello
della brevit del tempo concesso alluomo e della necessit di prendere coscienza della va-
nit delle occupazioni, per lo pi fasulle, in cui la maggioranza spreca la propria esistenza
(D TESTO 3.1). Il tema del tempo (D Il tempo, p. 93) quasi unossessione per Seneca: esso trat-
tato programmaticamente in questo dialogo, ma ritorna pi volte in altre opere, soprattutto
nelle Epistulae morales ad Lucilium (D TESTO 3.2). Collocabile intorno al 58, e indirizzato sempre
al fratello Novato (che nel frattempo era stato adottato dal retore Gallione, e ne aveva assunto
il nomen) il dialogo De vita beata, dedicato alla discussione di problematiche dottrina-
rie dello stoicismo, principalmente in polemica con lepicureismo; la parte pi interessante
dellopera, per la conoscenza della personalit di Seneca, quella che egli dedica alla difesa
dalle accuse di aver accumulato un immenso patrimonio e di vivere nel lusso e tra i piaceri.
Vengono raggruppati in una trilogia, dedicata allamico Anneo Sereno (D Sereno e Luci-
lio, due destinatari di Seneca, p. 46), cortigiano e funzionario imperiale (era prefetto dei
vigiles) i dialoghi De constantia sapientis, De tranquillitate animi e De otio, che sembrano deli-
neare una sorta di percorso filosofico di perfezionamento verso la saggezza.
Particolare dal rilievo di un sarcofago, II-III secolo d.C. (Citt del Vaticano, Musei Vaticani).
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Lucio Anneo Seneca
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Il De constantia sapientis, di datazione incerta, mira a valorizzare la figura del saggio,
la sua capacit di tollerare le offese, non tanto sulla base dellapatia epicurea, quanto con
lausilio di una virt che trova il suo modello nella divinit; la superiorit cos acquisita si
manifesta, a livello dei rapporti sociali, con una superiore magnanimit del sapiente.
Il De tranquillitate animi dedicato a Sereno in un momento particolare della sua vita, in
cui questultimo oscilla tra i modelli di comportamento propostigli da Seneca e le lusinghe
e i piaceri della vita dei ricchi, preda di unangoscia esistenziale dalla quale non sa uscire.
un momento di insicurezza anche per il filosofo: siamo probabilmente subito dopo il
quinquennium Neronis, quando la sua posizione di potere comincia a vacillare, e si pone il
problema di pianificare il ritiro a vita privata, da attuare in modo prudente e graduale.
Il trattato inizia con una lettera di Sereno che chiede consiglio e aiuto e si sviluppa poi
come un monologo di tono confidenziale. La tematica filosofica dellopera ruota intorno al
concetto della serenit dellanimo: esso corrisponde alla euthyma, argomento del corpus
di sentenze (Per euthymas) di carattere morale del filosofo Democrito di Abdera (460-370
a.C.), divenuto canonico per lesortazione a valorizzare la vita interiore, e che influenz
anche letica di Epicuro. Seneca riprende la traduzione di euthyma in tranquillitas che ave-
va proposto Cicerone nel De finibus bonorum et malorum (5,87). Nel dialogo il filosofo, ai fini
di raggiungere la tranquillit dellanimo, tenta una composizione tra i doveri del saggio di
giovare agli altri e i limiti derivanti dalla realt politica dellepoca (D TESTO 1.5). Ne risulta
unopera di impostazione fondamentalmente stoica, che accoglie per contributi della fi-
losofia cinica, ad esempio per quel che riguarda il distacco dai beni terreni.
Nel De otio la questione del ritiro a vita privata appare risolta dalle circostanze: il dialo-
go, giunto incompleto, infatti databile presumibilmente intorno al 62 d.C., al momento
del definitivo distacco di Seneca da Nerone. Lopera ci pervenuta mutila, priva delle
parti iniziale e finale, per cui la dedica a Sereno congetturale. Argomento della trattazio-
ne lotium, termine che a Roma, indicava naturalmente per gli esponenti della classe
dirigente il tempo che gli obblighi politici e militari lasciavano libero, una volta che si
fosse ottemperato ai propri doveri verso lo Stato. Questi doveri si estendevano in ogni
caso anche alla sfera dellotium, che poteva essere un momento di meritato riposo, come
pure un impegno diverso, dedicato alla societ. Lotium era quindi considerato come un
intervallo accessorio tra gli officia; a partire dagli ultimi anni della Repubblica, tuttavia, la
scelta di dedicarsi allotium non pi del tutto volontaria: se per Sallustio la storiografia
una scelta di impiego del tempo libero a vantaggio della res publica, Cicerone lamenta di
vivere in ozio poich costretto dalla dittatura di Cesare, e si rende utile alla collettivit
solo con limpegno culturale (De officiis 2,2,5). La situazione vissuta da Seneca ancora
peggiore: il suo vivere appartato divenuta questione di sopravvivenza; ci nonostante,
egli focalizza la sua attenzione sulla figura del saggio stoico, e sulle molteplici possibilit
che ha in ogni circostanza di giovare agli altri (D TESTI 1.6-8).
Tra gli ultimi dialogi a essere scritti troviamo il De providentia, indirizzato a Lucilio (D Sere-
no e Lucilio, due destinatari di Seneca, p. 46) cui saranno destinate le Epistulae morales ,
dedicato al tema, fondamentale nello stoicismo, della razionalit immanente al cosmo,
tesa a un fine ultimo e di natura divina. Nel breve trattato, in sei capitoli, Seneca si occupa
anche del problema del male, che parrebbe inficiare tutta la costruzione provvidenzialisti-
ca: la sventura ha una valenza etica e pedagogica, una sorta di esercizio cui la divinit
sottopone il sapiens, il quale lo accetta come via di perfezionamento (D TESTO 3.5).
I trattati De clementia e De beneciis
I due libri del De clementia (55-56 d.C.) delineano, sotto forma di trattato politico, il program-
ma di governo del sovrano illuminato, qui identificato in Nerone, dedicatario dellopera e
gratificato con un elogio sperticato (D TESTO 1.3). Per la prima e unica volta nella letteratura
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latina classica, Seneca, preso atto dellirreversibilit del principato come istituzione, sviluppa
una completa teoria del potere monarchico, ispirandosi a una tradizione greca di pubblici-
stica politico-morale che aveva avuto inizio con la Ciropedia di Senofonte (430-355 a.C.) e che
si era poi sviluppata nellellenismo. Dal punto di vista filosofico, lautore si basa sullo stoici-
smo pi ortodosso (D Lo stoicismo, p. 74): come luniverso provvidenzialmente governato
dal logos, cos lo Stato retto da un principe che la personificazione del saggio stoico. Nella
stessa ottica viene riconsiderato il concetto di clementia (D Le parole della filosofia, p. 28):
essa era originariamente una virtus romana, prima rivolta agli hostes e poi, nelle guerre civili,
estesa anche ai nemici interni (come fatto da Cesare), come espressione della magnanimit e
della capacit politica del vincitore, nonch come instrumentum regni in grado di dare stabili-
t allo Stato. Seneca, tuttavia, amplia la portata del concetto, sino a farne una virt stoica, che
ben si armonizza con lideale del monarca come saggio.
Il De beneficiis un trattato in sette libri, dedicato allamico Ebuzio Liberale, e appartie-
ne agli ultimi anni dellattivit di Seneca: numerosi passi evidenziano latteggiamento
disilluso e amareggiato di un uomo che ha ormai concluso la sua carriera, e vari indizi
suggeriscono come data di completamento della stesura dellopera il 64 d.C. Nel trattato si
riconoscono due piani fondamentali fra loro intrecciati: da una parte, un discorso teorico
che mira a delineare un modello di comportamento umano, studiando la fenomenologia
degli atti del dare e del ricevere, che stanno alla base dei benefici e che costituiscono
un tratto fondamentale dei rapporti sociali e interpersonali delle classi alte; dallaltra, la
descrizione dei comportamenti reali che il filosofo ha potuto osservare con i suoi occhi o
trarre dalla storiografia, rilevando una profonda contraddizione tra ideale e realt, che si
rispecchia anche nei comportamenti di Seneca medesimo: di questi ultimi lautore fa un
bilancio impietoso. Bersagli del trattato sono Nerone, cui spesso Seneca allude, pur senza
mai citarlo direttamente, e i tiranni del passato, incluso Alessandro Magno.
Le Naturales quaestiones
Dedicate a Lucilio Seneca gli si rivolge direttamente nel corso della trattazione e composte
con probabilit tra gli anni 62 e 64 d.C., le Naturales quaestiones costituiscono unopera dosso-
grafica (raccolta di argomenti eruditi) in otto libri, sostanzialmente indipendenti tra loro, in
quanto ciascuno destinato alla descrizione di un fenomeno naturale secondo uno schema co-
stante (prefazione di carattere morale, sezione centrale con argomenti scientifici, conclusione
ancora di natura etica); la discussione scientifica sempre unita a un intento morale, quello
etico-pedagogico di miglioramento delluomo, chiaramente riconducibile alla filosofia stoi-
ca (D TESTO 2.5). Infatti, se il carattere tecnico dellopera quello di un compendio che tratta
di fenomeni eclatanti che si manifestano sulla Terra, nellatmosfera e in cielo, lo stoico Seneca
(con un intento per certi aspetti simile a quello dellepicureo Lucrezio) sottolinea il carattere
naturale di tali fenomeni, sottraendoli alla dimensione della superstizione, e, negando loro
ogni aspetto minaccioso di inspiegabile prodigio, li riconduce nellambito dellordine razio-
nale del mondo. Uno degli scopi dellopera quindi la liberazione delluomo dalle sue pau-
re irragionevoli, dovute allignoranza, e in particolare dal timore della morte.
Le Epistulae morales ad Lucilium
Le Epistulae morales ad Lucilium unanimemente riconosciute come il capolavoro di Seneca
sono una raccolta di lettere di argomento etico indirizzate da Seneca allamico Lucilio,
composte tra il 62 e il 65 d.C. Ci sono pervenute 124 lettere in venti libri, ma almeno altri
due libri sono andati perduti. Il dedicatario Lucilio (D Sereno e Lucilio, due destinatari
di Seneca, p. 46): sappiamo da Seneca che era di rango equestre, pi giovane di lui, e che
aveva ricoperto le cariche di governatore e procuratore; a lui sono indirizzate anche le
Naturales quaestiones e il De providentia.
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Non sembrano esservi dubbi che lepistolario sia reale, e
non una finzione letteraria; tuttavia, le lettere sono chia-
ramente scritte non solo per Lucilio, ma per il pi vasto
pubblico dei posteri. Esse contengono, nella forma pi
ampia e compiuta, lespressione del pensiero filosofico di
Seneca, lontano da una sistematicit di tipo trattatistico.
Sono infatti componimenti di tono colloquiale, intimo,
discorsivo, dotati di grande immediatezza, e in questo
aspetto formale risiede innanzi tutto linnovazione intro-
dotta da Seneca nei confronti delle epistole filosofiche di
tradizione greca, come quelle di Platone o Epicuro (D Il
genere epistolare: Cicerone, Seneca, Plinio il Giovane,
p. 75). Un altro elemento innovativo e in questo Sene-
ca dimostra la propria mentalit romana costituito
dalla coesistenza della dimensione teoretica con quel-
la pratica: la riflessione filosofica si accompagna allesperienza concreta, anche quotidiana.
La raccolta contraddistinta da una grande variet, innanzi tutto riguardo alla dimensione
delle lettere: ve ne sono di molto concise (Epistulae 1 D TESTO 3.2), e altre che raggiungono la
dimensione di un breve trattato (Epistulae 47 D TESTI 2.2-3); anche lo stile costruito su uno
schema estremamente flessibile e vario, con risultati particolarmente originali, ottenuti con
lutilizzo di immagini, metafore, esempi che ravvivano il discorso.
Lobiettivo delle lettere il progresso morale; sono pi volte affrontate alcune delle grandi
tematiche etiche valorizzate dallo stoicismo, quali la miseria delluomo di fronte alle avver-
sit della vita e allassalto delle passioni e del male; il ruolo essenziale dellintrospezione;
il rifugio nella solitudine della saggezza (Epistulae 73 D Lavorare sul testo 1; Epistulae 7,1-3 e
6-8 D TESTO 2.1) e insieme la partecipazione al destino di tutti gli altri individui, dei quali si
postula la sostanziale uguaglianza (Epistulae 95,51-53 D TESTO 2.4); la riflessione sul tempo,
sulle sventure umane (Epistulae 96 D TESTO 1.9) e sulla morte (Epistulae 24,15-21 D TESTO 3.4).
Le tragedie
Seneca scrisse nove coturnate (tragedie di argomento greco), delle quali non conosciamo
la cronologia; una decima tragedia di argomento romano attribuitagli, intitolata Octavia,
invece sicuramente di et posteriore.
Si tratta di un corpus che si riallaccia alle tematiche del teatro tragico latino precedente,
da Livio Andronico ad Accio, e che riprende unampia serie di spunti tratti da altri generi
letterari, in particolare dalla poesia di Virgilio e Ovidio. Il modello greco, soprattutto Euri-
pide e in minor misura Sofocle, presente negli argomenti: al ciclo troiano appartengono
le Troades, il Thyestes e lAgamemnon; al ciclo tebano Oedipus, Phoenissae, Hercules furens ed
Hercules Oeteus; alla saga argonautica si rif la Medea e a quella di Teseo la Phaedra.
La produzione tragica di Seneca di grande importanza anche perch si tratta delle uni-
che opere drammatiche della letteratura latina pervenuteci nella loro interezza; molti
tuttavia sono gli aspetti non chiariti, oltre a quelli relativi allepoca della composizione:
non sappiamo con quale scopo esse siano state scritte, se con fini didattici oppure in segui-
to alla presa datto del fallimento politico. Un altro quesito irrisolto riguarda la fruizione
di questi testi, se cio fossero stati concepiti per la rappresentazione scenica oppure, pi
probabilmente, solo per la declamazione (recitatio) e la lettura.
Dal punto di vista letterario, caratteristiche delle tragedie senecane sono la rappresenta-
zione di passioni sconvolgenti (in particolare il tema della lotta per il potere e lo scontro
Miniatura da un codice del 1475 delle Epistulae ad Lucilium.
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catastrofico tra il furor, lirrazionalit, e la sag-
gezza, la mens bona D TESTO 3.8), il gusto del
macabro, il linguaggio espressionistico. Gli
eroi sono spesso negativi. Per accentuare la
tensione drammatica, lautore fa largo uso di
elementi ripresi dalla tradizione non solo tragi-
ca, ma anche epica: spettri e carri alati, sogni e visioni, delitti e suicidi, atrocit di ogni ge-
nere. Notevole la precisione del racconto sia delle azioni che si presuppongono svolgersi
sulla scena, sia di quelle che avvengono al di fuori dellazione principale; anche per questo
motivo, grande stata linfluenza della produzione tragica senecana sul dramma elisabet-
tiano e, successivamente, sul teatro di Alfieri.
LApokolokntosis
LApokolokntosis una sarcastica dissacrazione del defunto imperatore Claudio, redatta,
con tutta probabilit, entro la fine del 54 d.C., anno della sua morte. Il titolo di questopera
indicato nei codici Ludus de morte Claudii oppure Divi Claudii apotheosis Annaei Senecae per
saturam; quello di Apokolokntosis deriva da un passo di Cassio Dione (Storia romana 60,35) ed
divenuto nel tempo di uso comune; il significato del titolo greco piuttosto incerto. Dato
che in greco il termine kolkyntha significa zucca, alcuni studiosi hanno interpretato il titolo
nel senso di trasformazione in zucca, con implicito riferimento e in contrapposizione con
il termine apothosis, cio trasformazione in dio. Tuttavia, poich nel testo non v alcun
riferimento ad una trasformazione di Claudio in zucca, si pensa che il significato sia apo-
teosi, deificazione della zucca: infatti per lo zuccone Claudio, impacciato, balbuziente,
zoppicante, non ci si poteva certo attendere post mortem quella divinizzazione che era toccata
ai suoi predecessori Cesare e Augusto. LApokolokntosis lunico esempio di satira menippea
pervenutoci (D La diatriba e la satira menippea, p. 27), un genere caratterizzato dal prosi-
metro, ovvero dallalternanza di poesia e prosa, e dalla parodia letteraria, con la citazione di
passi dalla poesia greca e latina in contesti del tutto incongrui a scopo comico. Seneca mette in
scena le vicissitudini di Claudio dopo la morte (D TESTO 1.2), dallascesa al cielo nel mal riusci-
to tentativo di ottenere la deificazione, alla catastrofica discesa agli Inferi. Lopera si conclude
con la condanna dellimperatore a giocare per sempre a dadi in compagnia di un liberto (chia-
ra allusione allo spazio eccessivo che Claudio diede a questa classe sociale nella sua corte).
I temi
Dal punto di vista dottrinario, Seneca si rif dichiaratamente allo stoicismo, ma affermando di
non essere schiavo di alcun maestro (Epistulae 45,4), accetta apporti da altre scuole: la scuola ci-
nica, quella neopitagorica ed anche quella epicurea, con la quale pure spesso polemizza. In tutta
la sua opera, inoltre, il filosofo non persegue mai una sistematizzazione del pensiero stoico, dal
momento che il suo intento sostanzialmente pedagogico ed esortativo, volto a fini pratici: la
filosofia non in verbis, ma in rebus, non consiste nella teoria, ma nella prassi (Epistulae 16,3).
Il sincretismo filosofico si riflette nelle tematiche dellopera, che si configura come com-
plessa e variegata; tuttavia, possono essere individuate alcune costanti.
La contrapposizione tra otium e negotium profondamente radicata nella latinit; rispetto
ad essa, per parte sua, lo stoicismo ha un atteggiamento ambivalente: in linea di principio
richiede limpegno del cittadino nella vita pubblica, al fine di giovare agli altri, ma se le cir-
costanze lo richiedono ne pu giustificare il ritiro (D Intellettuali e potere: tra impegno e di-
simpegno, p. 43). Le vicende della carriera politica stimolano in Seneca una costante rifles-
Miniatura da un codice del XIV secolo dellHercules furens
di Seneca (Citt del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana).
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sione sul problema dei rapporti tra filosofia e potere, ovvero tra tempo dedicato allotium
e tempo dedicato al negotium: se nel De tranquillitate animi si delinea per il saggio, quando
la vita politica sia difficilmente praticabile, una scala di possibilit via via decrescenti in
relazione al progressivo restringersi dello spazio pubblico dazione, nel De otio il distacco
dalla politica definitivo e lotium viene nobilitato come modo di giovare allumanit intera:
necessit o scelta, il principio epicureo del vivi appartato diventato di estrema attualit.
Scopo pratico della filosofia per Seneca ottenere la sapienza: un cammino graduale
verso la saggezza (proficiscere), attraverso un processo morale di correzione e miglioramento
continuo, che coinvolge in primo luogo se stessi. Seneca si propone contemporaneamente
nel ruolo di medico dei mali dellanima e di paziente, di maestro e di discepolo di se stesso e
di altri, come evidenziato dalla frequente compresenza, nelle Lettere, dei verbi discere e docere.
La meditazione sul tempo e sulla morte centrale in Seneca. Sulla morte e sullimmortalit,
Seneca non esprime una posizione definitiva, ma oscilla tra diverse opinioni contraddittorie.
Se chiaro che come fenomeno la morte una condizione inevitabile, uguale per tutti gli uo-
mini, che si inserisce nel moto delluniverso, sulla sopravvivenza dopo la morte Seneca si at-
tiene talvolta allortodossia stoica, secondo la quale lanima sopravvive dopo la morte, ma solo
sino al momento della conflagrazione che distrugger luniverso. Altre volte invece il filosofo
si lascia pervadere da uno spiritualismo di marca platonica, che contempla una forma di vita
futura, altre volte ancora abbraccia la concezione di Epicuro per cui la morte coincide con il
nulla assoluto, ma non un male, dal momento che corrisponde alla fine delle sensazioni. Pi
che interessarsi alla speculazione teorica, tuttavia, il filosofo affronta il problema della morte
con unattitudine pragmatica: bisogna ogni giorno esercitarsi a morire per essere capaci di non
temere la morte (morire bene morire volentieri, Epistulae 61,2; ma anche in De brevitate vitae
7,3: per tutta la vita bisogna imparare a morire). La morte uno strumento di liberazione
dal carcere della vita, un mezzo di fuga per liberarsi da sofferenze intollerabili: in questo
consiste il suicidio, visto nellottica stoica come atto supremo di rivendicazione della libert.
Il tema del tempo (D Il tempo, p. 93), presente in tutte le opere filosofiche, affrontato in
particolare nella prima delle Epistulae e occupa lintero De brevitate vitae. Unico bene real-
mente in nostro possesso, viene sottratto o sprecato; solo il presente ci appartiene, solo il
presente esiste (come gi sosteneva il secondo fondatore dello stoicismo antico, Crisippo,
e come si ritrover in Agostino) e quindi conta e deve essere valorizzato con limpegno
nella virt, mentre il tempo passato gi appartiene alla morte.
Seneca deriva dalletica stoica (D Lo stoicismo, p. 74), il suo interesse per lanalisi e la cri-
tica delle passioni, che sviluppa sia in opere teoriche, come il De ira e il De clementia, sia
nelle Epistulae, sia nel corpus delle tragedie, dove in particolare sono rappresentate lira,
lavidit di potere e i furori delleros, sotto forma di brama e di gelosia. Negazione della
razionalit che impronta luniverso, fonte di disordine morale, le passioni rappresentano
una vera malattia dellanima; per evitarne lesito distruttivo, devono essere controllate at-
traverso la costante cura di se stessi nel progresso verso la virt e, se necessario, estirpate.
La problematica etica della liberazione dalle passioni non interessa solo il saggio, che per
definizione se ne affrancato, ma anche luomo che esercita un potere sugli altri, sia egli
il princeps che regge lo Stato, sia semplicemente un padrone che comanda sui suoi schiavi:
infatti, il dominio di se stessi base del corretto dominio sugli altri.
Seneca tra potere e losoa
Dopo avere trattato della vita e delle opere di Seneca, anche alla luce dellampia lettera-
tura che lo riguarda, impossibile sottrarsi a una riflessione pi ampia sul rapporto tra
la sua personalit storica e la sua dimensione filosofica e intellettuale. Seneca stato il
filosofo che ha provato a fare di Nerone un princeps saggio e clemente per poi diventare
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una vittima del regime, oppure stato complice dei
delitti dellimperatore, caduto in disgrazia, come ca-
pita spesso nei regimi tirannici?
Precettore del giovane princeps, alla luce degli inse-
gnamenti dello stoicismo egli non solo si prodig
nella sua formazione ma lo affianc concretamente
nella gestione dello Stato. Se il suo influsso contribu
alla prosperit del quinquennium Neronis, per vero
che un testo come il De clementia avrebbe potuto
giustificare il progetto neroniano di trasformare lim-
pero in una monarchia orientalizzante, dove il rapporto
tra sovrano e popolo dipendesse non dal diritto ma dal-
la magnanimit del regnante. Gi si detto come anche
lomicidio di Britannico (55 d.C.) e perfino di Agrippina
(59 d.C.) siano stati tollerati da Seneca con un realismo poli-
tico assai lontano dalletica stoica.
Ma, forse, fu proprio il matricidio a cambiare irrimediabil-
mente le cose. Il filosofo infatti non solo perse una potente
alleata, cio la donna che laveva scelto e voluto a fianco del
figlio, ma si rese conto che linvoluzione autocratica di Ne-
rone era ormai inarrestabile: il precario equilibrio tra il ruolo di saggio consigliere e quello di
ricco, potente e rispettato amicus principis si era rotto per sempre.
Il conseguente allontanamento volontario dalla vita pubblica (62 d.C.) deriv dunque da ra-
gioni di opportunit, ma anche da quellapprofondimento filosofico sul ruolo del sapiens che
ben visibile ad esempio nella speculazione del De otio (D TESTI 1.6-8). Importante infatti lidea
del saggio che vuole giovare alla res publica vere publica, cio allumanit, e non a una precisa re-
alt politica (D TESTO 1.6); non disgiungibile per da quella del civis che non pu pi praticare la
libertas politica (come prescritto dal mos maiorum), ma solo quella interiore. Fu questa consapevo-
lezza filosofico-politica ad affrancare definitivamente Seneca dal ruolo di complice del potere, ad
originare i suoi ultimi capolavori letterari e a portarlo a quella morte esemplare modellata sul
suicidio di Socrate e Catone Uticense che Tacito ci ha descritto. Si era cos moralmente riscattato
da un compromesso con il potere che, per un intellettuale romano, soprattutto se aristocratico,
diveniva spesso inevitabile (D Intellettuali e potere: tra impegno e disimpegno, p. 43).
Lingua e stile
Lo stile della prosa senecana il risultato della rielaborazione, molto personale e origi-
nale, di due componenti fondamentali della sua formazione culturale, quella retorica, in-
fluenzata dallo stile asiano, ricco ed elaborato, e quella filosofica, che segue limpostazione
didascalica propria della diatriba cinico-stoica (D La diatriba e la satira menippea, p. 27).
Volendo interagire con un dedicatario o un interlocutore fittizio per coinvolgerlo e convin-
cerlo, Seneca fa largo uso della prima e della seconda persona singolare per rimarcare a
fini didattici laspetto soggettivo. La caratteristica pi evidente di questo stile quindi la
ricca variet formale, che rappresenta una profonda innovazione rispetto alla tradizione
prosastica precedente, in particolare a quella ciceroniana.
Ricchezza e nalit dello stile
La struttura sintattica della prosa senecana basata sulla paratassi e caratterizzata da un
andamento irregolare e asimmetrico (inconcinnitas). In tal modo si dissolve la disposizio-
ne gerarchica delle proposizioni propria della tradizione ciceroniana e la coerenza logica e
dottrinaria del discorso viene affidata, pi che a nessi grammaticali, alla contrapposizione
Testa della statua colossale di Nerone,
64 d.C. (Monaco, Glyptothek).
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o allaccostamento di concetti e di immagini. Notevole inoltre limpiego dellellissi, spe-
cialmente del verbo, come pure laccostamento di modi e tempi verbali continuamente di-
versi, o i rapidi mutamenti dallattivo al passivo e dal discorso diretto al discorso indiretto.
Lo stile di Seneca mira alla ricerca della brevitas, cio dellespressione sintetica del concetto
che viene espresso con efficacia da frasi ad effetto, le sententiae (ad esempio: Servi sunt.
Immo homines D TESTO 2.2, oppure la celebre espressione cotidie mori D TESTI 3.2-3, o lancor
pi famosa: vita, si uti scias, longa est, la vita lunga, se la sai spendere, De brevitate vitae
2). Queste ben si adattano a veicolare al lettore consigli e norme con cui delineare unarte
del ben vivere, con un costante richiamo alla vita concreta, allesperienza quotidiana.
Seneca infine utilizza lo stile per scandagliare la vita interiore delluomo, a partire dalla sua di-
mensione privata, facendone emergere le pulsioni e i drammi interiori che danno alimento alle
passioni: assai felicemente il critico Alfonso Traina
ha parlato, per Seneca, di stile drammatico.
Artici retorici e lessico
Seneca fa ampio uso di figure retoriche di suono
quali lallitterazione, il poliptoto e lassonanza.
Lartificio retorico da lui prediletto per la meta-
fora, che trae preferibilmente dalla sfera del quoti-
diano, della vita militare, della legge. Il riferimento
allesperienza militare in particolare si riconnette al
topos stoico dellimpegno che il saggio deve porre
nel perseguire la virt, come un soldato che si im-
pegna al massimo delle sue forze (vita militare est,
Epistulae 96 D TESTO 1.9).
Ai fini di chiarire un concetto filosofico astratto,
Seneca tende a correlarlo con immediatezza a
una vicenda concreta, attraverso frequenti ri-
chiami per analogia a esempi ed episodi di vita
vissuta; la trattazione pertanto non si sofferma
mai allambito teorico, ma mantiene un tono colloquiale, ancor pi evidente per la presenza di
citazioni, proverbi e per linserimento di versi (soprattutto da Virgilio e Ovidio).
Il lessico particolarmente ricco, e attinge ai campi semantici pi diversi, da quello della
medicina a quello della lingua parlata, con la presenza di diminutivi e volgarismi.
Relativamente al lessico tecnico filosofico, linnovazione apportata da Seneca piuttosto
circoscritta, in quanto egli preferisce utilizzare gran parte della terminologia coniata da
Cicerone. Non mancano tuttavia aperture al lessico dellinteriorit (ad esempio il termine
conscientia, che sar ampiamente ripreso dai prosatori cristiani).
Se nella prosa evidente una certa ricerca di drammaticit, questa raggiunge lacme nelle
tragedie, non soltanto per le caratteristiche proprie del genere. Il linguaggio poetico ri-
sente dellinfluenza della poesia del periodo augusteo (importante la presenza di Ovidio
per quanto riguarda il lessico dellindagine del sentimento amoroso), come pure di quella
della tragedia latina arcaica (evidente nei toni magniloquenti e carichi di pathos). Lo stile
sentenzioso il tributo dovuto da Seneca alla retorica asiana, percepibile anche nellenfasi
declamatoria, nella ridondanza dei costrutti e nella sovrabbondanza dellaggettivazione.
La fortuna
Lopera di Seneca ebbe valutazioni contrastanti gi a partire dai contemporanei, fatto spie-
gabile con lo stacco nettissimo che essa rappresenta nei confronti della tradizione letteraria
greca e romana. Fondamentale per la svalutazione successiva la critica di Quintiliano,
Particolare dal rilievo di un sarcofago del IV secolo d.C.
(Milano, Museo Archeologico).
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Prolo dellautore
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che, pur riconoscendo a Seneca numerose e grandi qualit, una vena dingegno sponta-
nea e abbondante, una grande capacit di applicazione, una vasta cultura, e pur accet-
tando che molte sue pagine sono da leggere per il loro contenuto morale, tuttavia le
considera stilisticamente corrotte e tanto pi insidiose per gli studiosi giovani e inesperti
in quanto piene di vizi seducenti (Istitutio oratoria 10,128-130, trad. A. Pennacini).
Alla reazione classicistica di Quintiliano segue nel ii secolo d.C. lostilit dei seguaci della
tendenza arcaicizzante, come Frontone (100-166 d.C.) e Gellio (130-180 d.C.): questul-
timo attacca pesantemente Seneca nelle Notti attiche (12,2) definendolo nugator, ineptus e
insubidus (chiacchierone privo di gusto e sciocco). La cultura filosofica dellepoca, con
Epitteto (50-138 d.C.) e Marco Aurelio (121-180 d.C.), sembra ignorare totalmente il filoso-
fo, sebbene sia ripreso da lui il procedimento del dialogo con se stesso.
La figura di Seneca stata poi oggetto di un trattamento abbastanza malevolo da parte
degli storici successivi, che non hanno mancato di sottolineare le contraddizioni tra lideale
austero di sapiente delineato nelle opere, da un lato, e i compromessi con il potere e la bra-
ma di ricchezze perseguita senza scrupoli dallaltro. Lo storico greco Cassio Dione (155-
235 d.C.) critica ferocemente Seneca per i suoi comportamenti pubblici e privati, rimarcan-
do come fossero in assoluto contrasto con la filosofia che predicava (Storia romana 61,10).
Nella tarda latinit, probabilmente per la possibilit di strumentalizzarne il pensiero a fini
propagandistici (significativo in tal senso il carteggio apocrifo con Paolo di Tarso, risalente
al iv secolo, D Seneca, gli Annei e il cristianesimo, p. 107), sono i cristiani a manifestare
apprezzamento per Seneca, con leccezione di Agostino (354-430 d.C.), che rimarca in-
vece le incoerenze tra moralista e politico. Nel basso Medioevo Dante circonda di rispetto
la statura di Seneca filosofo, ponendolo nel Limbo fra gli Spiriti Magni (Seneca morale,
Inferno IV,141). Il Trecento e poi lUmanesimo vedono una nuova attenzione ai testi sene-
cani, anche grazie alla circolazione di opere fino allora ignote (D Oltre Seneca, p. 80).
Il filosofo molto amato anche dal moralista francese Michel de Montaigne (1533- 92), che
lo cita un centinaio di volte negli Essais e lo difende dalle accuse mossegli da Cassio Dione.
Sostanziale linfluenza del teatro di Seneca sui grandi autori del teatro elisabettiano, a
partire da William Shakespeare, Christopher Marlowe e Thomas Kyd (Tragedia spagno-
la), in particolare sulle opere, come il Tito Andronico di Shakespeare e lEbreo di Malta di
Marlowe, strutturate secondo lo schema della tragedia di vendetta (revenge tragedy).
Nel secolo successivo, linfluenza di Seneca si manifesta potentemente nella tragedia clas-
sica francese di Pierre Corneille (1606-1684) e di Jean Racine (1639-1699), specialmente
per quanto riguarda losservazione e lanalisi delle passioni, osservate nel vigore del loro
manifestarsi e nellintensit dei loro contrasti (D Oltre Seneca, p. 112).
Linfluenza del teatro di Seneca nella letteratura italiana del Settecento evidenziata dalla
ripresa da parte di Alfieri della figura senecana di Clitennestra nellAgamennone e nellOre-
ste; nella sua opera, particolare sviluppo ha anche il tema del contrastato rapporto tra
libert e potere. Foscolo si ispir a Seneca nella sua tragedia giovanile Tieste (1796).
Indicazioni bibliograche
Edizioni e traduzioni
Tutte le opere di Seneca sono edite a cura di J. W.
Basore, R. M. Gummere, F. J. Miller, TH. H. Carcoran
nei dieci volumi della Loeb Classical Library, Cam-
bridge Mass., Harvard University Press, 1917-72.
Edizioni delle singole opere: De beneficiis e De clemen-
tia a cura di M. C. Gertz, Berlino, Weidmann, 1876;
scritti filosofici a cura di E. Hermes, C. Hosius, A.
Gerke, L. Annei Senecae opera quae supersunt, Lipsia,
Teubner, 1898-1907; da segnalare anche le edizioni di
F. Prchac, Snque, Des bienfaits, Parigi, Les Belles
Lettres, 1926-27; Lettere a Lucilio, a cura di A. Beltra-
mi, Roma, Istituto Poligrafico, 1931, rist. 1949; F. Pr-
chac, H. Noblot, Parigi, Les Belles Lettres, 1945-64;
L. D. Reynolds, Oxford, Clarendon Press, 1965; Dia-
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Lucio Anneo Seneca
logi, a cura di A. Burgery, R. Walts, Parigi, Les Belles
Lettres, 1922-27; L. D. Reynolds, Oxford, Clarendon
Press, 1977. Tragedie: fondamentale ledizione di F.
Leo in due volumi, L. Annei Senecae Tragoediae, Ber-
lino, Weidmann, 1878-79 (comprende anche lOcta-
via). Da segnalare anche ledizione di L. Herrmann,
Parigi, Les Belles Lettres, 1924-26. Si possono leggere
le opere di Seneca in italiano nella collana Prosato-
ri di Roma di Zanichelli (Lettere a Lucilio, 3 voll., a
cura di B. Giuliano; I benefici, a cura di S. Guglielmi-
no; Operette morali, 3 voll., a cura di B. Del Re); nella
collana Il pensiero occidentale di Bompiani (Tutte le
opere: dialoghi, trattati, lettere e opere in poesia, a cura di
G. Reale, A. Marastoni, M. Natali, I. Ramelli); nella
BUR (Lettere a Lucilio, 2 voll., introduzione di L. Ca-
nali, traduzione e note di G. Monti; Apokolokntosis,
introduzione, traduzione e note di R. Mugellesi; Epi-
grammi, introduzione e traduzione di L. Canali, note
di L. Galasso; oltre al volume con Tutte le tragedie
curato da M. Scandola, e ai due volumi dei Dialoghi
tradotti da A. Mattioli. Fra le opere teatrali e filo-
sofiche pubblicate separatamente si ricordano: nella
BUR, Agamennone ed Edipo, a cura di G. Paduano;
Medea e Fedra, a cura di G. G. Biondi; Le Fenicie, a cura
di G. Petrone; Ercole sul monte Eta e La follia di Ercole,
a cura di E. Rossi; Tieste, a cura di F. Nenci; Le Troiane,
a cura di F. Stok; La brevit della vita, Le consolazio-
ni e La provvidenza, a cura di A. Traina; La fermezza
del saggio e La vita ritirata, a cura di N. Lanzarone;
Lira, a cura di C. Ricci; La tranquillit dellanimo, a
cura di G. Lotito e C. Lazzarini; Sulla felicit, a cura
di A. Schiesaro; negli Oscar classici latini e greci di
Mondadori: Dialoghi, 2 voll., a cura di G. Viansino;
Lettere morali a Lucilio, a cura di F. Solinas; Teatro, 2
voll., a cura di G. Viansino; De clementia, a cura di
C. Campanini. La UTET ha pubblicato i volumi delle
Epistulae morales ad Lucilium a cura di U. Boella, del-
le Naturales quaestiones a cura di D. Vottero, dei Dia-
logi a cura di P. Ramondetti, e delle Tragedie a cura di
G. C. Giardina e R. Cuccioli Melloni. Di Garzanti si
segnala ledizione delle Lettere a Lucilio (introduzio-
ne, traduzione e note di C. Barone, con un saggio di
L. Canfora) e di alcune tragedie (Medea, Fedra, Tieste,
introduzione e note di C. Barone, traduzione di V.
Faggi). Altre importanti traduzioni: Apokolokntosis,
a cura di C. F. Russo, Firenze, La Nuova Italia, 1967;
I Dialoghi, introduzione, traduzione e note di R. Lau-
renti, Roma-Bari, Laterza, 1978; a cura di R. Roncali,
Venezia, Marsilio, 1989; a cura di G. Focardi, Firen-
ze, Giunti, 1995; a cura di C. Benedetti, Milano, La
vita felice, 2000; De providentia, a cura di E. Andreo-
ni, Roma, Ateneo, 1971; De otio, a cura di I. Dionigi,
Brescia, Paideia, 1983; Naturales quaestiones, a cura
di P. Parroni, Milano, Fondazione Lorenzo Valla -
Mondadori, 2002. Tutti i frammenti di Seneca sono
raccolti nelledizione curata da D. Vottero, Bologna,
Patron, 1998.
Studi
Dellimmensa bibliografia critica si segnala solo una
selezione di titoli: C. Marchesi, Seneca, Messina-Milano,
Principato, 1920; I. Lana, Lucio Anneo Seneca, Torino,
Loescher, 1955; A. Traina, Lo stile drammatico del filo-
sofo Seneca, Bologna, Patron, 1974; M. T. Griffin, Seneca.
A philosopher in politics, Oxford, Claredon Press, 1976; P.
Grimal, Snque ou la conscience de lEmpire, Parigi, Les
Belles Lettres, 1978 (trad. it. di T. Capra, Seneca, Milano,
Garzanti, 1992); P. L. Donini, G. F. Gianotti, Modelli filoso-
fici e letterari. Lucrezio, Orazio, Seneca, Bologna, Pitagora,
1979; M. Bellincioni, Potere ed etica in Seneca. Clementia e
voluntas amica, Brescia, Paideia, 1984; A. Setaioli, Seneca
e i Greci. Citazioni e traduzioni nelle opere filosofiche, Bolo-
gna, Patron, 1988; V. Srensen, Seneca, Roma, Salerno
Editrice, 1988; P. Mastrandrea, Lettori cristiani di Seneca
filosofo, Brescia, Paideia, 1988; G. Mezzadroli, Seneca in
Dante. Dalla tradizione medievale allofficina dellautore, Fi-
renze, Le Lettere, 1990; A. Setaioli (a cura di), Seneca e
la cultura, Universit di Perugia, 1991; C. J. Herington,
Seneca il Giovane, in AA.VV., La letteratura latina della
Cambridge University, Milano, Mondadori, 1992, pp. 153-
83; A. Borgo, Lessico morale di Seneca, Napoli, Loffredo,
1998; A. Traina (a cura di), Seneca. Letture critiche, Mila-
no, Mursia, 1995; M. Zambrano, Seneca, Milano, Bruno
Mondadori, 1998; P. Veyne, Seneca, Bologna, il Mulino,
1998; AA.VV., Seneca nel bimillenario della nascita, Pisa,
ETS, 1998; R. Deglinnocenti Pierini, Tra filosofia e poesia.
Studi su Seneca e dintorni, Bologna, Patron, 1999; I. Dio-
nigi (a cura di), Seneca nella coscienza dellEuropa, Milano,
Bruno Mondadori, 1999; R. Gazich (a cura di), Il potere e
il furore. Giornate di studio sulla tragedia di Seneca, Milano,
Vita e Pensiero, 2000; P. Parroni (a cura di), Seneca e il suo
tempo, Roma, Salerno Editrice, 2000; A. Traina, Seneca.
Letture critiche, Milano, Mursia, 20002; G. Garbarino, I.
Lana (a cura), Incontri con Seneca: atti della Giornata di stu-
dio, Torino, 26 ottobre 1999, Bologna, Patron, 2001; F. Cit-
ti - C. Neri, Seneca nel Novecento, Bologna, Carocci, 2001;
P. Fedeli (a cura di), Scienza, cultura, morale in Seneca, Bari,
Edipuglia, 2001; G. Guastella, Lira e lonore: forme della
vendetta nel teatro senecano e nella sua tradizione, Palermo,
Palumbo, 2001; G. Lotito, Suum esse. Forme dellinteriori-
t senecana, Bologna, Patron, 2001; F. R. Berno, Lo specchio
il vizio la virt, Studio sulle Naturales Quaestiones di Se-
neca, Bologna, Patron, 2003; I. Gualandri - G. Mazzoli (a
cura di), Gli Annei. Una famiglia nella storia e nella cultura
di Roma imperiale, Como, New Press, 2003; G. Reale, La
filosofia di Seneca come terapia dei mali dellanima, Milano,
Bompiani, 2004; E. Malaspina (a cura di), Bibliografia se-
necana del XX secolo, Bologna, Patron, 2005; L. De Finis
(a cura di), Atti del Colloquio su Seneca. Atti del Convegno
di Studio, Trento, 28 ottobre 2004, Trento, Roncafort, 2005;
AA.VV., Seneca e le radici della cultura moderna: Convegno
nazionale di studi, Ragusa 29/30 novembre 2005, Ragusa,
Liceo classico Umberto 1, 2007; F. R. Nocchi, Il De tran-
quillitate animi di Seneca: contenuti e metodi per educare al
dominio delle passioni, Roma, Aracne, 2008.
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I CONTENUTI DELLE OPERE
Gli scritti filosofico-morali
I Dialogi Tramandati dal Codex
Ambrosianus, risalente al X o
allXI secolo, secondo il seguen-
te ordine, non corrispondente a
quello cronologico.
De providentia Dedicato al di-
scepolo Lucilio, affronta il tema
della contraddizione fra il provvi-
denzialismo stoico e il fatto che la
sorte sembra premiare i malvagi e
punire i buoni. Dolore e sventura
sono considerati dal saggio mez-
zo e prova per il rafforzamento
dellanimo e lesercizio della virt.
De constantia sapientis Dedicato ad Anneo Sereno, di da-
tazione incerta, tratta del paradosso stoico secondo cui
il saggio non riceve n ingiuria n contumelia, perch
la virt, rendendolo superiore agli eventi esterni, non con-
sente che egli ne sia danneggiato.
De ira Dedicato al fratello Marco Anneo Novato, si divi-
de in tre libri. Il I unanalisi siologica dellira, passione
deplorevole perch ottenebra la ratio ed quindi incom-
patibile con il raggiungimento della saggezza. Nel II e nel
III vengono fornite indicazioni terapeutiche e una serie di
esempi positivi e negativi di personaggi storici.
Consolatio ad Marciam indirizzata alla glia dello stori-
co Cremuzio Cordo per consolarla della perdita del glio.
Largomentazione addotta quella tipicamente stoica
della morte considerata non come un male ma come li-
berazione dai legami del corpo e della vita terrena; solo la
morte rende infatti luomo libero e padrone di s.
De vita beata Dedicato al fratello Novato (chiamato ora
Gallione, dopo ladozione da parte del senatore Giunio
Gallione), affronta il tema della felicit e in particolare della
via per raggiungerla. La felicit non consiste nel possedere
beni materiali, ma nel vivere secondo natura e nelleserci-
zio della virt che basta da sola a se stessa. Seneca rispon-
de anche a quanti gli rimproverano la contraddizione fra
il rigore etico professato e le ricchezze accumulate: egli
afferma di non essere un saggio, ma soltanto un uomo
che si sforza di esserlo.
De otio Dedicato ad Anneo Sereno, mutilo della parte
iniziale e nale. Affronta il tema del rapporto fra vita atti-
va (negotium) e vita contemplativa (otium): vi sono circo-
stanze in cui necessario che il losofo partecipi alla vita
della citt e altre invece in cui opportuno che egli si ritiri.
De tranquillitate animi Il primo capitolo costituito da una
lunga richiesta di aiuto da parte di Anneo Sereno, lamico
cui dedicata lopera, mentre la risposta di Seneca occupa
il resto dellopera. Sereno presenta a Seneca, come a un
medico dellanima, il malessere di cui soffre: vittima del
taedium vitae, la noia di vivere, in costante oscillazione
fra il male e quel bene che non si risolve a intraprendere.
Seneca gli fornisce una serie di precetti per guarire, che
si concretizzano in indicazioni pratiche su come compor-
tarsi nella varie circostanze della vita. La via di uscita la
ricerca di un ideale equilibrio fra otium e impegno nella
vita pubblica.
De brevitate vitae Dedicato a Pompeo Paolino, il prefetto
dellannona, parte dallaffermazione paradossale che non
la natura ad aver reso breve la vita, ma siamo noi a
renderla tale. Il tempo non deve essere sprecato in futili
occupazioni, ma, come se ogni istante di vita fosse lulti-
mo, impiegato nello studio e nellesercizio per il consegui-
mento della virt e quindi della saggezza.
Consolatio ad Polybium Si indirizza a Polibio, il potente
liberto di Claudio, per consolarlo della recente perdita del
fratello. Il vero scopo dellopera tuttavia quello di otte-
nere dallimperatore, grazie a Polibio, la revoca dellesilio.
Consolatio ad Helviam matrem Ha come intento quello
di consolare la madre della separazione dal glio. Seneca
si mostra convinto che per il saggio non esiste lesilio, e
che ogni condizione umana sopportabile se luomo non
viene meno alla sua dignit: lesilio un semplice muta-
mento di luogo, unoccasione di otium e quindi di pratica
della virt.
Altre opere filosofico-morali
De clementia Il trattato (dei tre libri di
cui era composto ne sono rimasti due)
si rivolge a Nerone, da poco impera-
tore, elogiandolo per aver saputo -
nora esercitare con umanit e mitezza
danimo il suo potere illimitato. La virt
pi grande di cui il principe d prova
la clemenza con la quale egli si distin-
gue dal tiranno, si procura la fedelt
dei cittadini e garantisce la stabilit dellimpero.
De beneciis Dedicato allamico Ebuzio Liberale, in sette
libri, tratta di uno dei fondamenti del vivere civile, il bene-
cio, di come concederlo e riceverlo, e della conseguente
riconoscenza o ingratitudine. Il valore del benecio consi-
ste nel fatto stesso di donare, nella disposizione danimo
del donatore indipendentemente dal valore della cosa do-
nata o dalle possibili conseguenze dellatto. Ogni essere
umano, anche lo schiavo, in grado di fare del bene al
suo prossimo.
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Lucio Anneo Seneca
Naturales quaestiones Anche questopera dedicata a Lu-
cilio: si presenta come un compendio di scienze naturali in
sette libri, ciascuno dedicato allanalisi di un fenomeno: il I
si occupa dei fuochi celesti, il II dei tuoni e dei fulmini, il III
delle acque terrestri, il IV delle piene del Nilo e delle nubi, il
V dei venti, il VI dei terremoti e il VII delle comete. Tuttavia,
al pari degli altri scritti senecani, anche questa unopera
losoca, dove Seneca mira, attraverso le spiegazioni ra-
zionali dei fenomeni naturali, a liberare luomo dalla super-
stizione che deriva dallignoranza e dalla paura della morte.
Epistulae morales ad Lucilium Lopera consta di 124 lette-
re divise in venti libri. Gli argomenti, quasi mai trattati in
forma sistematica, sono i pi vari; fra gli altri ricordiamo:
lamicizia (lettere 3, 6, 9, 19, 35, 62), lautosufcienza del
saggio (9, 20), il bene (71, 87), i beneci (81), i beni ma-
teriali (21, 77, 87, 91), il dolore (24, 63, 67), la felicit (16,
23, 85, 92, 120), la libert (44), la malattia (50, 78, 104),
la morale (49, 58, 89, 94, 95, 111, 113, 117), la morte
(4, 30, 36, 54, 61, 82, 117), la natura (5, 51, 55, 56, 60,
106), la povert (17, 85), la ragione (41, 92), il saggio (74,
76, 98, 109, 118), la schiavit (47), lo stoicismo (45, 57,
59, 66, 90, 102), il suicidio (70, 75), il tempo (1, 49, 93,
101), la virt (27, 85, 97), la vita (4, 93, 101), il vizio (1,
97, 104, 122).
Le tragedie
Hercules furens (La pazzia di
Ercole) Durante lassenza di Er-
cole, Lico ha usurpato il trono di
Tebe, cercando di convincere Me-
gara, moglie delleroe, a sposar-
lo. Ercole, una volta ritornato, per
volont di Giunone in un attacco
di follia massacra la moglie e i gli. Rinsavito, medita il suici-
dio, ma, vinto dalle preghiere del padre Antrione, desiste.
Troades (Le Troiane) La tragedia si apre con i lamen-
ti delle prigioniere troiane sulla loro triste condizione di
schiave: particolarmente dolorosa la sorte di Ecuba. Il
dramma si chiude con il racconto del messaggero che
narra luccisione di Polissena sulla tomba di Achille e la
morte di Astianatte gettato dalle mura.
Phoenissae (Le Fenicie) Il titolo si riferisce alle prigionie-
re fenicie che costituiscono il coro, ma la tragedia, incom-
pleta, composta di due tronconi: nel primo Antigone
dissuade il padre Edipo dal suicidio; nel secondo Giocasta
cerca senza successo di impedire la lotta fratricida tra Ete-
ocle e Polinice.
Medea (Medea) Medea decisa a vendicarsi di Giaso-
ne che lha ripudiata per sposare Creusa, glia di Creonte,
re di Corinto: dapprima ne provoca la morte con vesti
avvelenate, poi uccide i due gli avuti da Giasone, fug-
gendo su un carro trainato da draghi alati.
Phaedra (Fedra) Fedra, moglie di Teseo, viene respinta
dal gliastro Ippolito. Offesa, Fedra lo accusa dinanzi al
padre di aver tentato di usarle violenza; Teseo le crede e
invoca la vendetta di Poseidone: il glio muore per ope-
ra di un mostro marino inviato dal dio. Fedra, disperata,
confessa la sua colpa e si uccide.
Oedipus (Edipo) Una terribile pestilenza ha colpito la
citt di Tebe. Il re Edipo apprende dalloracolo di Apollo
che il responsabile uno straniero colpevole dellassassinio
del re Laio, la cui anima, evocata in seguito dallindovino
Tiresia, rivela che Edipo suo glio: Edipo dunque las-
sassino del padre e lo sposo della madre Giocasta. Dispera-
to si acceca, mentre Giocasta si toglie la vita con la spada.
Agamemnon (Agamennone) Egisto e Clitennestra han-
no architettato di uccidere Agamennone di ritorno da
Troia con Cassandra, glia di Priamo e sua concubina.
Dopo la morte del padre, Elettra mette in salvo il fratello
Oreste, ma non riesce a sfuggire alle ire della madre e
dellamante che la relegano in una grotta. Cassandra an-
nuncia la vendetta di Oreste.
Thyestes (Tieste) Lombra di Tantalo viene sulla terra
per istigare il nipote Atreo alla vendetta contro il fratello
Tieste, che gli aveva sedotto la moglie e insidiato il re-
gno. Atreo nge una riconciliazione, ma gli imbandisce
una mensa con le carni dei gli. Quando Tieste chiede di
vedere i suoi gli, Atreo gli mostra le loro teste mozzate.
Hercules Oetaeus (Ercole sullEta) Deianira, moglie di
Ercole, folle di gelosia per la giovane Iole, invia al marito
una tunica intrisa del sangue del centauro Nesso, pen-
sando che sia un ltro amoroso. In realt si tratta di un
veleno che divora le carni delleroe. Dopo aver saputo che
Deianira si uccisa Ercole ordina di innalzare un rogo sul
monte Eta e vi si immola, rivelando poi dallOlimpo la sua
apoteosi alla madre Alcmena.
LApokolokyntosis
Limperatore Claudio, dopo la morte, arriva in cielo: nessu-
no, neanche Giove, comprende chi sia quellessere zoppi-
cante che parla in modo incomprensibile. In seguito, con
laiuto della dea Febbre, Ercole lo riconosce e sottopone
allassemblea dei celesti la sua divinizzazione. La discus-
sione degli di si svolge secondo la procedura del senato
romano, dove ogni partecipante esprime il proprio parere:
in particolare il divo Augusto chiede una severa punizione
del nipote, dal momento che ha ucciso numerosi membri
della sua famiglia. Alla votazione, tutti si esprimono contro
lapoteosi di Claudio e quindi Mercurio lo trascina rapida-
mente verso gli Inferi. Viene allora condotto al cospetto
del giudice infernale Eaco e sottoposto a un sommario
processo, simile a quelli che si svolgevano sotto il suo go-
verno: il princeps pertanto condannato a giocare per
leternit ai dadi con un bussolotto forato. Per intervento
di Caligola, tuttavia, Claudio viene consegnato al liberto
Menandro perch lo aiuti nelle inchieste giudiziarie.
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1. Il losofo e il potere
PERCORSO Il losofo e il potere
I
l percorso inquadra levoluzione dei difficili rapporti che Seneca intratten-
ne con il potere imperiale, dallalterno giudizio su Claudio, lodato durante
lesilio (D TESTO 1.1) e pubblicamente deriso post mortem (D TESTO 1.2), ai non
meno travagliati trascorsi con Nerone. La figura di questultimo, di cui Seneca
fu anche il precettore, segna tutta la vita del filosofo. Dopo una prima fase
in cui egli sillude di poterlo guidare verso una forma di monarchia assoluta
ma illuminata (D TESTO 1.3), basata cio sul concetto di clementia (D TESTO 1.4),
Seneca prende progressivamente coscienza degli ostacoli che impediscono al
saggio di partecipare alla vita politica. In parte cerca di eluderli stemperando
il rigorismo stoico con posizioni epicuree, argomentando cio che il ritiro a
vita privata non impedisce al saggio di giovare ai pi (D TESTI 1.5-6). In parte
finisce col ribaltare di fatto una prospettiva sullaltra, fino a farle coincidere
(D TESTO 1.7): per il saggio il ritiro a vita privata (otium) non una scelta, ma
una necessit (D TESTO 1.8). la fine di una lunga meditazione sulle possibilit
e sul senso ultimo della partecipazione alla vita politica sotto limpero. Ma non
una riflessione tragica. Per il saggio stoico tutte le sventure delluomo, anche
la morte, rispondono a un disegno provvidenzialistico, a un volere superiore:
suo compito di affrontarle con la stessa virile dignit con cui il soldato roma-
no sceglie liberamente la vita militare (D TESTO 1.9).
1.1 Claudio e Caligola (Consolatio ad Polybium 13,1-4)
Dalla Corsica, dove sconta lesilio dal 41 d.C., Seneca viene a sapere che Polibio, il potente
liberto di Claudio addetto alle petizioni (a libellis), ha da poco perduto un fratello. Locca-
sione propizia: il losofo rispolvera il suo ricco repertorio consolatorio e lo piega alla
celebrazione del liberto e del suo princeps. Le lodi di Polibio e di Claudio occupano pi
di met della consolazione, tutta tesa a ottenere dallimperatore, che
nel frattempo ha intrapreso una serie di vittoriose campagne
militari in Germania e in Britannia, il permesso di ritornare a
Roma. Nella miseria dellesilio (che in realt una relegatio,
dunque non prevede la consca dei beni), e pur allapice
delladulazione, Seneca non riuta al suo destinatario con-
sigli sulle vere prerogative del princeps, cui non debbo-
no mancare la iustitia e la clementia. E sono proprio la giu-
stizia e la clemenza di Claudio, contrapposte alla sanguinaria
ferocia di Caligola, le protagoniste di questo brano, che
riconosce esplicitamente al princeps gli attribu-
ti della divinit (divinae manus, fulmina iu-
stissima). Da parte sua, il losofo non potr
che accettarle di buon grado: i fulmini pi
giusti recita la sententia nale sono quelli
che venera anche chi ne colpito.
Ritratto di Claudio,
50 d.C. (Roma, Museo
Pio Clementino).
Ritratto di Caligola,
(Venezia, Museo Archeologico).
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PERCORSI ANTOLOGICI
22
1. Abstine ab hoc manus tuas, fortuna, nec in isto potentiam tuam nisi ea parte, qua
prodes, ostenderis. Pate re illum generi humano iam diu aegro et adfecto mederi,
pate re quicquid prioris principis furor concussit in suum locum restituere ac
reponere. Sidus hoc, quod praecipitato in profundum et demerso in tenebras
orbi refulsit, semper luceat. 2. Hic Germaniam pacet, Britanniam aperiat, et
patrios triumphos ducat et novos; quorum me quoque spectatorem futurum,
quae ex virtutibus eius primum optinet locum, promittit clementia. Nec enim
sic me deiecit, ut nollet erigere, immo ne deiecit quidem, sed impulsum a
fortuna et cadentem sustinuit et in praeceps euntem leniter divinae manus
usus moderatione deposuit: deprecatus est pro me senatum et vitam mihi
non tantum dedit sed etiam pett. 3. Viderit: qualem volet esse, existimet
causam meam; vel iustitia eius bonam perspiciat vel clementia faciat bonam:
1. Abstine ostenderis: Tieni le tue mani lontane da lui, for-
tuna, e su di lui non mostrare la tua potenza, se non per quel
tanto che gli puoi giovare (se in quella parte in cui sei favorevo-
le); abstine: imperativo da abstineo; si tratta di unespressione
formulare che appartiene al lessico giuridico; ab hoc comple-
mento di allontanamento riferito a Claudio; ea parte: ablativo
di limitazione; nec ostenderis: imperativo negativo. Pate re
mederi: Concedigli di curare il genere umano, gi da lun-
go tempo ammalato e sfinito; patere: 2 pers. sing. dellimpe-
rativo presente da patior; si noti la variatio nel parallelismo del
verbo, che regge prima linfinito mederi poi lendiadi restituere
ac reponere; mederi: nella sua potenza limperatore possiede
propriet terapeutiche; il verbo si costruisce con il dativo.
restituere ac reponere: che rimetta al suo posto, cio lascia
che Claudio ristabilisca lordine costituito, sconvolto dal suo
predecessore. prioris principis furor: Seneca allude a Cali-
gola, che con la sua follia ha gettato limpero nel caos. Il furor,
nella concezione stoica, limpulso irrazionale opposto alla ra-
tio. Ma la follia di Caligola era gi una sorta di topos; Svetonio
(Caligola 50,2) ne indica la causa in una pozione erotica som-
ministratagli dalla moglie Cesonia. in suum locum: compito
di Claudio ricondurre limpero allordine che gli proprio,
come sottolineano il complemento di moto a luogo, che sot-
tintende il fine dellazione, e i prefissi di re-stituere e re-ponere,
il cui modello dato dal governo augusteo. Non a caso nel
paragrafo precedente (12,5) si legge acta hic divi Augusti aequet,
eguagli le azioni del divino Augusto. Sidus hoc luceat:
Questo astro, che rifulse al mondo precipitato nellabisso e
immerso nelle tenebre, sempre risplenda; refulsit perfetto
momentaneo contrapposto al congiuntivo presente deside-
rativo luceat; profundum: aggettivo sostantivato; praecipitato ...
orbi: liperbato sottolinea quasi mimeticamente il baratro in cui
Caligola ha precipitato il mondo. Si noti la corrispondenza co-
stante tra il genere umano e il mondo e limpero romano. Per
limpero Caligola stato, simbolicamente, lantitesi della luce.
2. pacet aperiat ducat: congiuntivi desiderativi. Ger-
maniam Britanniam: Seneca allude alla campagna militare
sui Cauci e sui Catti, due popolazioni germaniche la cui scon-
fitta, nel 41 d.C., aveva guadagnato a Claudio ben due volte
il titolo di imperator. Eguale successo ebbero le spedizioni in
Britannia (43-44 d.C.). La speranza di Seneca era di rientrare
nei gesti di clemenza che di solito si accompagnavano ai gran-
di trionfi. patrios triumphos: sono le vittorie di Druso, pa-
dre di Claudio, sui Germani. Seneca tiene a inserire Claudio
in una ininterrotta catena di successi familiari. quorum
clementia: costruisci quorum clementia, quae ex virtutibus eius
primum optinet locum, promittit me quoque spectatorem futurum,
dei quali la clemenza, che al primo posto tra le sue virt,
promette che anchio possa esserne spettatore; quae prolet-
tico di clementia. Il termine parola chiave nel capitolo (dove
compare per ben tre volte). Seneca invita il princeps a essere
clemente nei suoi confronti e a richiamarlo in patria, com-
piendo cos un atto di giustizia. Sar proprio la clementia la
dote indicata a Nerone come virt cardinale di tutta la politica
del princeps; ex virtutibus: complemento partitivo. Nec sic
me deicit: Egli non mi ha abbattuto a tal punto; da quanto
sappiamo Claudio, che su istigazione di altri senatori avrebbe
potuto condannare a morte Seneca, si limit a mandarlo in
esilio; un esilio peraltro temporaneo: cos va interpretato il
senso della consecutiva ut nollet erigere, da non volermi risol-
levare. immo: correttivo anzi. quidem: affatto, raf-
forzativo. impulsum cadentem euntem: participi con-
cordati con me. a fortuna: complemento di causa efficiente.
Con impulsum a fortuna, colpito dalla fortuna, Seneca tiene
a sollevare il princeps da ogni responsabilit riguardo al suo
esilio: lunica vera responsabile la sorte. Si notino la climax e
il polisindeto, che dilatano iperbolicamente la metafora della
caduta: impulsum a fortuna et cadentem sustinuit et in praeceps
euntem. sustinuit: (mi) ha trattenuto. leniter depo-
suit: (mi) ha deposto dolcemente, usando la moderazione
della sua mano divina; usus participio perfetto di utor,
regge lablativo di strumento moderatione. Torna il tema della
clemenza del princeps, paragonato alla divinit. deprecatus
est senatum pett: Seneca chiarisce quanto accennato pi
sopra: Claudio non solo gli ha concesso la vita, ma ha inter-
ceduto per lui di fronte al Senato, commutando la condanna
a morte in relegatio. pro me: complemento di vantaggio; me
... mihi formano poliptoto. pett: forma di perfetto contratto
per petivit, da peto, chiedere per ottenere.
3. Viderit: Vedr lui. Seneca si rimette al giudizio di Clau-
dio: sia che sia giusto e dunque lo riconosca innocente, sia
che, riconosciutolo colpevole, lo grazi con la sua clemen-
za. qualem causam meam: quale vorr sia, giudichi
la mia causa iperbato; qualem introduce una proposizione
interrogativa indiretta. existimet perspiciat faciat:
congiuntivi esortativi; si noti anche qui linsistito paralleli-
smo dei verbi reggenti. vel bonam: la sua giustizia la
riconosca come buona, o la renda buona la sua clemenza;
la congiunzione disgiuntiva vel suggerisce che, per chi par-
la, lalternativa indifferente: si stabilisce cos una stretta re-
lazione tra clementia e iustitia; il gusto per lartificio retorico
si coglie ancora nel chiasmo bonam perspiciat faciat bonam.
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1. Il losofo e il potere
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in aequo: locuzione avverbiale. Viderit scierit volue-
rit: i tre verbi relativi alle decisioni del princeps sono posti in
climax. Interim pervagantem: Intanto di grande conforto
per la mia miseria vedere che la sua misericordia vaga per tutta
la terra; Interim magnum miseriarum mearum solacium: il chia-
smo sottolineato dallinsistita allitterazione della nasale m, che
continua anche nella frase successiva misericordiam eius totum
orbem pervagantem; pervagantem participio presente congiun-
to con misericordiam, regge laccusativo totum orbem. Nel passo
il termine misercordia, cos come precedentemente moderatio,
usato come sinonimo di clementia; nel De clementia al contrario
la misericordia sar considerata una forma di aegritudo. quae
transeat: costruisci cos: quae (misericordia) cum effoderit et in lu-
cem reduxerit ex ipso angulo, in quo ego defixus sum, complures obru-
tos ruina multorum iam annorum, non vereor ne me unum transeat,
la quale misericordia, avendo dissotterrato e riportato alla luce
da questo angolo, nel quale sono confinato, parecchi gi sepolti
da una rovina di molti anni, non temo che tralasci me solo;
quae nesso relativo; effoderit reduxerit: congiuntivi perfetti;
entrambi rimandano alla metafora dellesilio come sepoltura,
rimarcata anche dal chiasmo effoderit ex ipso angulo ... in lucem
reduxerit; ruina complemento di causa efficiente. Lallitterazio-
ne della r, obrutos ruina multorum iam annorum, rende ancor pi
icastica limmagine della sepoltura; vereor: verbum timendi co-
struito in questo caso con ne + congiuntivo. novit: perfetto con
valore di presente; altra prerogativa tipica della divinit che
Claudio sa da s quando sar il caso di agire e venire in soccorso
dellesiliato. quo debeat: relativa impropria con sfumatura
consecutiva. succurrere: regge il dativo cuique. ego omnem
operam dabo: la contrapposizione tra ipse ed ego sottolineata
dal chiasmo novit tempus operam dabo. ne erubescat: af-
finch non si vergogni di venire da me; finale negativa; erube-
sco un verbo incoativo; la buona condotta dellesiliato pu
diventare un elemento prezioso nel giudizio del princeps.
4. O felicem clementiam tuam: accusativo esclamativo. Lelo-
gio suggella la deprecatio di Seneca. Caesar: Claudio. quae
efficit, ut: che fa s che; la relativa introduce una proposizione
completiva dichiarativa che sottolinea il risultato dellazione,
evidenziando cos gli effetti positivi della clementia Caesaris.
quam nuper sub Gaio egere principes: rispetto a quella che
poco tempo fa vivevano i maggiorenti sotto Gaio; proposizione
comparativa; ege re = egerunt; Gaio Caligola, del quale lo stesso
Seneca ricorda pi volte nei dialoghi la crudelt. Non trepi-
dant nec expectant nec pavent: il periodo, articolato in
tricolon con climax e asindeto, fa riferimento alluccisione degli
esiliati nelle isole per ordine di Caligola. per singulas horas:
complemento di tempo continuato; Seneca rende nei particolari
il clima di terrore che si respirava sotto il principato di Caligo-
la. ad omnem conspectum: a ogni avvistamento di nave;
omnem riferito per ipallage a conspectum ma da legarsi logica-
mente a nave: alla vista di ogni nave. Caligola era solito inviare
sicari per assassinare gli esiliati che pensava tramassero contro
di lui. per te quietem: costruisci per te habent ut modum fortu-
nae saevientis, ita spem quoque melioris eiusdem ac quietem praesentis,
grazie a te hanno un limite allinferocire della sorte, cos come
la speranza di una sorte migliore e la tranquillit della presente;
per te: complemento di mezzo; si noti il chiasmo: spem ... melioris
... praesentis quietem. Scias licet: Sappi che. ea demum ful-
mina colunt: i fulmini pi giusti sono quelli che venera an-
che chi ne colpito. La sententia finale suggella il paragone del
princeps con la divinit. Claudio come Giove: la sua iustitia non
ha misura umana, ma vie-
ne intesa e venerata an-
che da chi ne colpito.
Statua dellimperatore
Claudio, 42-43 d.C.
(Citt del Vaticano,
Musei Vaticani).
utrumque in aequo mihi eius beneficium erit, sive innocentem me scierit
esse, sive voluerit. Interim magnum miseriarum mearum solacium est videre
misericordiam eius totum orbem pervagantem: quae cum ex ipso angulo,
in quo ego defixus sum, complures multorum iam annorum ruina obrutos
effoderit et in lucem reduxerit, non vereor ne me unum transeat. Ipse autem
optime novit tempus, quo cuique debeat succurrere; ego omnem operam
dabo, ne pervenire ad me erubescat. 4. O felicem clementiam tuam, Caesar,
quae efficit, ut quietiorem sub te agant vitam exsules, quam nuper sub Gaio
egere principes! Non trepidant nec per singulas horas gladium exspectant nec
ad omnem navium conspectum pavent; per te habent ut fortunae saevientis
modum ita spem quoque melioris eiusdem ac praesentis quietem. Scias licet
ea demum fulmina esse iustissima, quae etiam percussi colunt.
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PERCORSI ANTOLOGICI
24
1.2
Apokolokntosis: la morte di Claudio (1-2)
Nonostante ladulazione e le sperticate lodi della Consolatio ad Polybium, con la qua-
le Seneca aveva tentato di ingraziarsi limperatore, Claudio era rimasto irremovibile, e il
losofo aveva potuto tornare a Roma dalla Corsica solo nel 49 d.C. per intercessione di
Agrippina, che lo aveva scelto come precettore per il glio Nerone. Essendo stato proprio
Claudio a mandarlo in esilio nel 41 d.C., Seneca aveva motivi di risentimento nei con-
fronti dellimperatore, la cui morte, avvenuta il 13 ottobre del 54 d.C., aveva reso felice
pi di un senatore. In questo contesto, di rivalsa personale non meno che di irrisione
generale (il culto del divino Claudio fu presto abbandonato dallo stesso Nerone), si in-
serisce lApokolokntosis, di cui qui riportiamo i primi due capitoli. Con il genere della
satira menippea (D La diatriba e la satira menippea, p. 27), lincipit dellApokoloknto-
sis condivide una serie di elementi strutturali: la commistione di versi e di prosa, che va
di pari passo con quella tra il registro alto, proprio del genere epico, e quello basso della
lingua duso, qui testimoniata da svariati colloquialismi; la parodia dissacrante della
storiograa, della poesia di corte, persino dei colleghi loso, a dimostrazione del fatto
che per Seneca non c nulla di sacro nel maldestro tentativo dellimperatore di compiere
la propria apoteosi e farsi accettare fra gli di. Su tutto domina il gusto per il particolare
realistico, anchesso proprio della satira: ma se la caricatura di aspetti sici e corporali
un ingrediente caratteristico del genere comico (si veda, nel nale, limmagine di Claudio
che cerca di agere anima spingere fuori lanima, quasi si trattasse di evacuarla), essa
anche il mezzo per denunciare gli abusi e le illegalit di un potere imperiale divenuto,
con Claudio, ancora pi assoluto.
1,1. Quid actum sit in caelo ante diem iii idus Octobris anno novo, initio saeculi
felicissimi, volo memoriae tradere. Nihil nec offensae nec gratiae dabitur. Haec
ita vera. Si quis quaesiverit unde sciam, primum, si noluero, non respondebo.
1,1. Quid tradere: Voglio consegnare a futura memoria
cosa accaduto in cielo il 13 ottobre di un nuovo anno, inizio
di unera di prosperit; quid actum sit: proposizione interro-
gativa indiretta dipendente da volo; memoriae tradere: espres-
sione formulare con cui si aprono tradizionalmente le opere
storiche; tutto lincipit della satira, con laccenno alla memoria,
la data precisa, la garanzia di verit, una parodia del genere
storiografico; ante diem tertium: nel calendario romano le Idi
cadevano di solito il tredicesimo giorno del mese; nei mesi di
marzo, maggio, luglio e ottobre il quindicesimo; anno novo: il
54 d.C., con la morte di Claudio pu iniziare unet pi felice,
cio quella di Nerone. Nihil dabitur: Non si conceder
nulla n al risentimento n al favore (personale); anche que-
sta una tipica formula incipitaria delle opere storiografiche.
Haec ita vera: espressione brachilogica, ellittica del verbo,
propria del sermo cotidianus. Una delle caratteristiche stilisti-
che pi evidenti dellApokolokntosis, gi frequente nelle satire
menippee di Varrone, la commistione di un registro lingui-
stico alto, impiegato in chiave ironica, e della lingua duso. Si
quis respondebo: Se qualcuno mi chieder la fonte, per
prima cosa, se non vorr, non risponder; quis = aliquis; unde
sciam: interrogativa indiretta, lett. donde io sappia; unde
avverbio di moto da luogo del pronome relativo qui; noluero:
futuro anteriore in rapporto al futuro semplice respondebo. La
finzione del dialogo una costante della diatriba cinico-stoica
e del genere letterario della satira, ma qui possibile anche
unallusione ironica al linguaggio burocratico e giudiziario,
che pi volte nel corso dellopera Seneca si diverte a parodiare.
Cammeo con i ritratti di Claudio e Agrippina Minore
(a sinistra) e di Germanico e Agrippina Maggiore
(a destra), 49 d.C. (Vienna, Kunsthistorisches Museum).
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1. Il losofo e il potere
25
Quis coacturus est? Ego scio me liberum factum, ex quo suum diem obiit ille,
qui verum proverbium fecerat, aut regem aut fatuum nasci oportere. 2. Si
libuerit respondere, dicam quod mihi in buccam venerit. Quis umquam ab
historico iuratores exegit? Tamen si necesse fuerit auctorem producere, quaerito
ab eo qui Drusillam euntem in caelum vidit: idem Claudium vidisse se dicet
iter facientem non passibus aequis. Velit nolit, necesse est illi omnia videre
quae in caelo aguntur: Appiae viae curator est, qua scis et divum Augustum et
Tiberium Caesarem ad deos isse. 3. Hunc si interrogaveris, soli narrabit: coram
pluribus nunquam verbum faciet. Nam ex quo in senatu iuravit se Drusillam
vidisse caelum ascendentem et illi pro tam bono nuntio nemo credidit, quod
viderit verbis conceptis affirmavit se non indicaturum, etiam si in medio foro
hominem occisum vidisset. Ab hoc ego quae tum audivi, certa clara affero, ita
illum salvum et felicem habeam.
Quis est?: Chi ha intenzione di costringermi?. Luso
della perifrastica attiva assolve a una duplice funzione: da un
lato un tratto della lingua parlata, quindi adatto al genere
della satira menippea, dallaltro sottintende unidea di sfida
nei confronti dellipotetico interlocutore con cui lautore ha
iniziato il dialogo. Ego: luso del pronome personale sottoli-
nea la forte presa di posizione di Seneca. me factum: di
essere diventato libero; infinitiva oggettiva; liberum parola
chiave che allude alla libert non solo individuale ma collet-
tiva dal tiranno. suum diem obiit ille: lett. giunse al suo
giorno; ille riferito a Claudio, che ancora, ironicamente, non
viene nominato. qui verum proverbium fecerat: che aveva
avverato il proverbio; luso frequente di proverbi un altro
tratto caratteristico della satira. aut regem oportere: bi-
sogna nascere re o pazzi (sott. per fare quello che si vuole);
il senso della frase probabilmente che Claudio ha avverato
il proverbio agendo impunemente, al di sopra delle leggi, da
rex o da fatuus; aut ... aut: la congiunzione disgiuntiva indica
unopposizione tra due termini che si escludono a vicenda;
oportere nasci: infinitiva epesegetica.
2. Si venerit: Se mi far piacere rispondere, dir ci che
mi verr alla bocca. Il si riprende il precedente primum, si no-
luero, a mo di catalogo; continua cos, in termini colloquiali
(buccam), la parodia nei confronti dello storico, del testimone
e dellutilizzo delle fonti. Laccostamento dei due termini, di-
cam, termine tecnico dellambito forense, e buccam, forma col-
loquiale per os, proprio della satira, in primis di quella me-
nippea. Quis exegit?: Chi ha mai preteso testi giurati
dagli storici?; iuratores: gli ufficiali preposti al controllo della
veridicit delle dichiarazioni dei cittadini sul proprio censo,
che dovevano riferire al censore. Tamen vidit: Tuttavia,
se sar necessario produrre un teste, chiedi a colui che vide
Drusilla andare in cielo; auctorem producere unespressione
del linguaggio giuridico, quaerito un imperativo futuro usato
sempre nellambito giuridico; il verbo regge ab eo; euntem: par-
ticipio congiunto da eo; qui: si allude al curator della via Ap-
pia, Livio Gemino, che secondo Cassio Dione (49,11) avrebbe
giurato in senato di aver visto salire in cielo Drusilla, sorella e
amante di Caligola, e unirsi agli di; in caelum: la scelta di in e
accusativo sottolinea lascesa di Drusilla in cielo rimarcandone
la divinizzazione. idem aequis: egli dir di aver visto
Claudio fare il cammino a passi non uguali; non passibus
aequis: parodia di un celebre passo virgiliano (Eneide 2,724),
in cui il piccolo Iulo, figlio di Enea, segue il padre in fuga da
Troia cercando con difficolt di tenergli dietro; lallusione al
difetto di Claudio, che zoppicava visibilmente. Gi secondo
Aristotele una caratteristica essenziale del genere comico
la caricatura dei caratteri psicologici e fisici dei personaggi.
Velit aguntur: Voglia o non voglia, inevitabile che veda
tutto ci che avviene in cielo; velit nolit: forma colloquiale.
Appiae est: custode della via Appia; curatores viarum:
sono i funzionari imperiali dellordine senatorio, addetti alla
sovrintendenza delle strade. La via Appia fu costruita sotto la
censura di Appio Claudio Cieco (312 a.C.); da l entravano in
trionfo i generali. qua: avverbio di moto per luogo (passag-
gio obbligato). et et isse: sono saliti tra gli di anche il
divo Augusto e Tiberio Cesare; infinitiva oggettiva. Augusto
e Tiberio morirono in Campania e furono riportati a Roma per
la via Appia: si noti lironia sottesa a scis, come dire: lo sanno
tutti che per raggiungere gli di bisogna passare da l...
3. Hunc faciet: Se interrogherai costui, esporr il fatto a te
solo: di fronte a pi persone non dir mai una parola; si inter-
rogaveris, soli narrabit: periodo ipotetico della realt; soli: collo-
quiale in contrasto con il verbo narrare, che richiama la narratio,
cio una parte dellorazione; verbum faciet: altra espressione che
rimanda allambito forense; nel Foro era pi consono riferire in
pubblico che non in privato. ex quo: da quando, dal momento
in cui, complemento di tempo continuato. se ascenden-
tem: di aver visto Drusilla salire al cielo; ascendentem parti-
cipio congiunto da ascendo con Drusillam; il nesso caelum ascen-
dentem tipico della lingua poetica, cos come il successivo pro
tam bono nuntio di quella popolare: ancora una volta, dunque, la
satira mescola i due registri. quod viderit: alcuni interpretano
la subordinata come esplicativa del credidit, e per cos bella noti-
zia nessuno credette a quel che aveva visto, altri (forse in modo
pi convincente, se si guarda ai tempi verbali), come dipendente
da se non indicaturum, non avrebbe rivelato ci che gli fosse ca-
pitato di vedere. verbis conceptis: formula solenne di giura-
mento, vale solennemente. se non indicaturum: infinitiva
con sottinteso esse; il verbo indico (manifestare, testimoniare)
appartiene al lessico forense. etiam si: concessiva con congiun-
tivo piuccheperfetto; sottolinea lirrealt dellipotesi; introduce
lespressione iperbolica in medio foro hominem occisum vidisset.
Ab hoc habeam: Tutti i fatti che ho sentito da costui, li riferi-
sco come certi e chiari: cos mi possa, quello, stare sano e in buo-
na fortuna; certa clara: asindeto (allitterante) proprio del sermo
familiaris; salvum et felicem habeam: la formula di scongiuro della
lingua duso e allude probabilmente al giuramento solenne che
Livio Gemino fece di fronte al senato: si pu dunque interpre-
tare, non senza ironia, spero per lui che abbia detto la verit.
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PERCORSI ANTOLOGICI
26
2,1. Iam Phoebus breviore via contraxerat ortum
lucis et obscuri crescebant tempora Somni,
iamque suum victrix augebat Cynthia regnum
et deformis Hiemps gratos carpebat honores
divitis Autumni iussoque senescere Baccho
carpebat raras serus vindemitor uvas.
2. Puto magis intellegi, si dixero: mensis erat October, dies III idus Octobris.
Horam non possum certam tibi dicere, facilius inter philosophos quam inter
horologia conveniet. Tamen inter sextam et septimam erat. 3. Nimis rustice.
2,1. Iam uvas: il secondo capitolo si apre e si chiude con
una breve sequenza di esametri. Lalternanza di prosa e poesia
(il cosiddetto prosimetro), caratteristica della satira menip-
pea, funzionale agli intenti parodistici del genere: cos, se
nel primo capitolo Seneca faceva il verso alla storiografia, qui
la poesia epica di corte a essere presa di mira. Phoebus
lucis: Febo con un cammino pi breve aveva ritardato
il sorgere della luce. La lunga perifrasi indica prima la sta-
gione (lautunno) e poi lora (il mezzogiorno) della morte di
Claudio; Phoebus appellativo di Apollo, il lucente; breviore
via: ablativo di mezzo; contrahere ortum lucis, lett. abbreviare
il sorgere della luce, vale ridurne la durata; lenjambement
ortum lucis mette in risalto lantitesi di questultima con ob-
scuri. obscuri Somni: si dilatavano i tempi delloscuro
Sonno; si noti liperbato obscuri ... Somni; Somni metonimia
per notte. Lallungarsi delle ore di buio reso dalla contrappo-
sizione temporale fra limperfetto indicativo e il piuccheper-
fetto del verso precedente (contraxerat ... crescebant). suum
Cynthia regnum: Cinzia, vincitrice, ingrandiva il suo re-
gno; Cynthia epiteto usato per indicare la Luna, una delle
forme con cui si manifestava Diana; lappellativo allude alla
nascita sul monte Cinto nellisola di Delo; lespressione vic-
trix Cynthia ha una duplice valenza: luna di tipo astronomi-
co (in autunno la durata della notte maggiore di quella del
giorno), laltra di tipo religioso, con allusione al simbolismo
funebre cui rimanda, negli stessi versi, limmagine della vite
simbolo di Dioniso, e quindi con riferimento ai misteri; suum
... regnum: altro iperbato. deformis: linverno cos definito
perch senza ornamenti, ovvero senza frutti (honores); si noti
la posizione a inizio e fine di verso dei due termini antitetici:
deformis Hiemps e divitis Autumni (v. 5). Hiemps Autumni:
personificazioni. iussoque senescere Baccho: e comandato
a Bacco di invecchiare; accostamento ossimorico del verbo
incoativo senescere con Baccho, dio delleterna giovinezza. Es-
sendo Bacco per metonimia sia luva sia il vino, c chi inten-
de il senso della frase come far invecchiare luva sui tralci,
chi piuttosto far invecchiare il vino. carpebat uvas: il
tardo vendemmiatore coglieva i rari grappoli; laggettivo ra-
ras sembra alludere alla raccolta tardiva di grappoli rimasti
dopo la prima vendemmia. Bisogna ricordare che solitamente
la vinificazione avveniva entro l11 ottobre, giorno in cui si
celebrava la festa dei Meditrinalia; carpebat: la ripetizione del
verbo a breve distanza (epanalessi), luso del parallelismo,
delliperbato e dellantitesi e di tutti gli altri stratagemmi reto-
rici tesi a innalzare il tono di questi versi sono funzionali alla
perifrasi ironica e dissacrante del paragrafo successivo (2.2);
vindemitor: si pu intendere come un tardo vendemmiatore o
come apposizione a deformis hiemps. Il Vendemmiatore an-
che una stella della costellazione della Vergine (Ovidio, Fasti
3,407) che si pensava avesse influenza sulluva (si noti nel v. 6
lallitterazione insistita della r).
2. Puto Octobris: Credo che si capir di pi se dir: il mese
era ottobre, il giorno il 13 ottobre. Al passaggio versi-prosa
corrisponde un forte scarto stilistico nel registro dominante,
che passa dellepico-sublime al colloquiale. Horam con-
veniet: Lora esatta non te la posso dire: pi facilmente vi
sar accordo tra i filosofi che non tra gli orologi; non si rispar-
miano neppure i filosofi colleghi dellautore; ma bisogna ri-
cordare che la sententia dissacrante una delle caratteristiche
della satira; quam inter horologia: secondo termine di paragone.
inter sextam et septimam: tra mezzogiorno e luna. Le ore
diurne si contavano dalle 7 antimeridiane.
3. Nimis rustice: Che rozzezza; con un procedimento dif-
fuso nella satira linterlocutore interviene a commentare il
tentativo di parafrasi appena fatto riguardo lora della morte,
ed esorta il poetastro a descriverla con versi pi appropriati
Bacco, seduto sotto un albero, beve vino da una coppa;
particolare da un mosaico di et imperiale (Baalbeck, Libano).
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1. Il losofo e il potere
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<Adeo non> adquiescunt omnes poetae, non contenti ortus et occasus
describere, ut etiam medium diem inquietent: tu sic transibis horam tam bonam?

4. Iam medium curru Phoebus diviserat orbem
et propior nocti fessas quatiebat habenas
obliquo flexam deducens tramite lucem:
Claudius animam agere coepit nec invenire exitum poterat.
(quelli che seguono al 2.4). <Adeo non>: integrazione; si
tratta del primo termine della consecutiva ut inquietent, A tal
punto non trovano quiete tutti i poeti ... da inquietare anche
il mezzogiorno; si noti il chiasmo adquiescunt omnes poetae ...
medium diem inquietent, con la contrapposizione dei due ver-
bi quiescunt e inquietent. tu bonam?: tu lascerai passare
unora tanto bella?; lhoram bonam per due diversi motivi,
entrambi a modo loro ironici: primo perch propizia a com-
porre perifrasi in versi, secondo perch lora della morte di
Claudio, linizio della nuova et felice di Nerone.
4. Iam lucem: Gi Febo col carro aveva diviso a met il
percorso, e pi vicino alla notte scuoteva le briglie stanche,
traendo per lobliquo sentiero la luce calante; curru ablativo
di mezzo; medium orbem: iperbato. Le ore diurne arrivava-
no sino alla dodicesima, quando si iniziavano a contare le ore
della notte; fessas ... habenas: ipallage in quanto laggettivo
riferito alle briglie invece che ad Apollo. Se per, vista lalta
concentrazione retorica dei versi, si intende habenae come si-
neddoche per cavalli, allora laggettivazione coerente (per-
ch i cavalli sono stanchi); deducens: de- sottolinea il movimen-
to dallalto verso il basso e rende realisticamente limmagine
del calare del sole; obliquo ... tramite: moto per luogo obbligato.
Claudius anima agere coepit: Claudio cominci a mettere
in moto lanima, nel senso di cominci a morire, non senza
una sfumatura di affanno; il nesso agere anima vale esalare
lultimo respiro, ma agere usato comunemente anche per
indicare il gesto di spronare, spingere avanti gli animali, sic-
ch il passo assume di nuovo una coloritura comica. nec
poterat: ma non riusciva a trovare un varco; a tutta la scena
sottesa ironicamente la dimensione concreta, materiale, sca-
tologica dellevacuazione: una delle caratteristiche fondamen-
tali della satira infatti il continuo uso del particolare realisti-
co, ora con fini prettamente ironici ora per bilanciare le stesse
immagini iperboliche e fantasiose dellironia.
Letteratura
La diatriba e la satira menippea
Quello della diatriba un genere letterario nato
nellambiente della losoa cinica. Secondo la tra-
dizione, il suo inventore sarebbe stato Bione di Bo-
ristene, uno schiavo liberato poi divenuto losofo
cinico tra il IV e il III secolo a.C. Per divulgare le proprie
idee, i cinici usavano discorsi nei quali esponevano un
principio o un concetto losoco per lo pi di carat-
tere etico in modo semplice e lineare, con un tono
adatto a suscitare linteresse degli ascoltatori. Tali di-
scorsi erano caratterizzati da uno spirito polemi-
co e mordace nei confronti della mentalit dominan-
te, che i cinici intendevano sottoporre a critica serrata,
spesso ricorrendo anche alla citazione parodistica di
poeti. Gi nellantichit dunque la diatriba fu conside-
rata un genere spoudaioghloion, serio-comico.
Signicativo che Orazio (Epistulae 2,2,60) denisca
le proprie satire sermoni di Bione (Bioneis Sermoni-
bus) proprio in considerazione degli accenti polemici e
diretti tipici della divulgazione losoca cinica.
Nellambito della tradizione diatribica assume carat-
teri specici unaltra tipologia letteraria, la satira me-
nippea, la cui invenzione attribuibile a Menippo di
Gadara: uno schiavo vissuto secondo la tradizione
nel III secolo a.C. Si tratta di un genere che presenta
unestrema variet tematica (da qui la denizione di
satura): gli argomenti sono presentati con lo spirito
polemico e la tagliente ironia tipica delle argomenta-
zioni ciniche. Per quanto riguarda la struttura formale,
Menippo avrebbe inventato il cosiddetto prosimetro,
ovvero una trama formale articolata in sezioni di pro-
sa che si alternavano a sezioni espresse in versi. Alla
struttura della satira menippea possono essere avvici-
nate numerose opere di Luciano di Samosata, scrit-
tore greco del II secolo d.C., nonch le Saturae Me-
nippeae di Varrone, lApokolokntosis di Seneca e il
Satyricon di Petronio.
Maschera teatrale
di satiro (Roma, Museo
Nazionale Romano).
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PERCORSI ANTOLOGICI
28
1.3
Monarchia assoluta e sovrano illuminato (De clementia 1,1-4)
Ambedue i libri del De clementia hanno inizio con uno sperticato elogio di Nerone: lesal-
tazione del giovane imperatore percorre il passo qui riportato, che funge da proemio
dellopera e ne anticipa molti motivi. Al primo paragrafo accennata la sostanziale giu-
sticazione della monarchia assoluta, laddove Seneca descrive i sudditi come una mas-
sa turbolenta, priva di ragione, incapace di vedere il bene comune. Successivamente Ne-
rone che parla rivolgendosi a se stesso, secondo lespediente retorico della sermocinatio, e
d inizio a un monologo caratterizzato da pennellate descrittive a tinte forti e drammatiche
(vita e morte, guerra e pace, dominio e schiavit). I temi sono la ricerca della pace, la ca-
pacit di controllare lira e la vanagloria; la decisione di conformare il proprio compor-
tamento alla clemenza, in implicita polemica con gli abusi di Claudio; la consapevolezza
del dovere morale di render conto del proprio comportamento agli di.
1. Scribere de clementia, Nero Caesar, institui, ut quodam modo speculi
vice fungerer et te tibi ostenderem perventurum ad voluptatem maximam
omnium. Quamvis enim recte factorum verus fructus sit fecisse nec ullum
virtutum pretium dignum illis extra ipsas sit, iuvat inspicere et circumire
bonam conscientiam, tum inmittere oculos in hanc inmensam multitudinem
discordem, seditiosam, inpotentem in perniciem alienam suamque pariter
1. Scribere de clementia ... institui: Ho deciso di scrivere sul-
la clemenza; de clementia complemento di argomento; per
il termine clementia vedi sotto D Le parole della filosofia. ut
... fungerer ... ostenderem: per fungere in qualche modo da
specchio e per mostrare a te, te stesso, proposizioni finali;
fungor regge lablativo vice; te tibi: si noti il poliptoto. perven-
turum: che stai per giungere, participio futuro concordato
con te. Seneca fa ampio uso di questa forma verbale funzionale
alla concentrazione espressiva, con lo scopo di esprimere la
predestinazione e lineluttabilit dellavverarsi di unazione.
ad voluptatem ... omnium: al piacere pi grande di tut-
ti; il piacere che deriva dal beneficare i propri sudditi e che
differenzia il re dal tiranno: questultimo infatti prova piace-
re nellesercitare la crudelt (cfr. De clementia 1,11,4: tyranni
in voluptatem saeviunt, i tiranni infieriscono per il piacere di
farlo). Quamvis ... sit: Infatti bench il vero frutto delle
cose compiute rettamente sia, proposizione concessiva; rec-
te avverbio; factorum genitivo neutro plurale. fecisse:
laverle compiute. nec ullum ... sit: e non ci sia alcun pre-
mio degno delle virt al di fuori delle virt stesse. iuvat:
fa piacere, regge gli infiniti inspicere, circumire, immittere e
loqui. inspicere et circumire: osservare e indagare; i due
verbi provengono entrambi dal linguaggio militare cui spesso
Seneca ricorre come ricca fonte di metafore; per inspicere vedi
sotto D Le parole della filosofia; circumire, composto da circum
(intorno ) e da ire (andare), indica lazione dellaccerchia-
re, chiudere in circolo: nel linguaggio filosofico presentano
entrambi il senso di esaminare attentamente. conscien-
tiam: sostantivo astratto derivato dalla forma conscire essere
consapevole, (D Le parole della filosofia, vedi sotto). tum ...
oculos in: poi volgere lo sguardo verso. hanc inmensam
... exultaturam: questa immensa moltitudine discorde, sedi-
ziosa e incapace di dominarsi, pronta a saltar su; secondo uno
stereotipo ricorrente nelle sue opere, Seneca presenta la massa
sulla quale il principe deve governare come priva di ragione,
spinta da motivi irrazionali e pertanto tendente allanarchia;
exultaturam: participio futuro da exulto, ben rende lidea di una
belva pronta a lanciarsi. I tre aggettivi discordem, seditiosam,
inpotentem sono disposti in climax ascendente. in pernici-
em ... pariter: in egual modo per la rovina propria e altrui.
clementia: vale clemenza, mitezza, indulgenza. concetto fondamentale in Seneca, che
ne fa la virt cardinale dellagire politico del princeps ideale. Al confronto di Augusto, che la
acquis solo in tarda et e a prezzo di sanguinose guerre civili, la clementia di Nerone innata,
e come tale dovrebbe essere alla base del suo principato (D TESTO 1.4).
inspicere: composto dalla preposizione in, dentro, + specere, guardare, il verbo signica
genericamente guardare dentro e nel linguaggio militare spiare per mezzo di esploratori; nel
linguaggio losoco assume il valore di esaminare; Seneca lo impiega spesso in unione con il
pronome riessivo per indicare il continuo ripiegarsi del soggetto su se stesso al ne di migliorarsi.
Espressioni analoghe in tal senso sono interrogare animum suum, se scrutari, se excutere.
conscientia: sostantivo astratto derivato dalla forma conscire, essere consapevole, compo-
sto da cum + scire (sapere); signica consapevolezza, coscienza; pu essere sia buona sia
cattiva. Per il saggio la buona coscienza il presupposto della felicit e della tranquillit interiore.
LE PAROLE DELLA FILOSOFIA Lessico Lessico
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1. Il losofo e il potere
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exultaturam, si hoc iugum fregerit, *** ita loqui secum: 2. Egone ex omnibus
mortalibus placui electusque sum, qui in terris deorum vice fungerer? Ego
vitae necisque gentibus arbiter! Qualem quisque sortem statumque habeat,
in mea manu positum est; quid cuique mortalium fortuna datum velit
meo ore pronuntiat; ex nostro responso laetitiae causas populi urbesque
concipiunt; nulla pars usquam nisi volente propitioque me floret; haec tot
milia gladiorum, quae pax mea conprimit, ad nutum meum stringentur; quas
nationes funditus excidi, quas transportari, quibus libertatem dari, quibus
eripi, quos reges mancipia fieri quorumque capiti regium circumdari decus
oporteat, quae ruant urbes, quae oriantur, mea iuris dictio est. 3. In hac tanta
facultate rerum non ira me ad iniqua supplicia conpulit, non iuvenilis inpetus,
non temeritas hominum et contumacia, quae saepe tranquillissimis quoque
pectoribus patientiam extorsit, non ipsa ostentandae per terrores potentiae
patientia: sostantivo derivato da pati (soffrire, sopportare, patire), indica la virt stoica
della sopportazione.
Lessico
si ... fregerit, ***: una
volta che avr rotto que-
sto giogo; fregerit: fu-
turo anteriore da fran-
go; hoc pu avere valore
deittico e quindi la la-
cuna pu essere sanata
inserendo un semplice
et; altri studiosi ritengo-
no invece che hoc abbia
valore prolettico rispetto
ad altri termini perduti che
meglio specificano il signi-
ficato di iugum; iugum ha qui
il senso traslato di dominio.
2. Egone: la particella encli-
tica -ne introduce una
proposizione interro-
gativa retorica. Ha
qui inizio il monolo-
go che Seneca immagina
che limperatore debba fare
con se stesso. ex ... mortalibus:
fra tutti i mortali; complemento par-
titivo. placui electusque sum: sono pia-
ciuto e sono stato scelto; Seneca non dice chi sceglie il princi-
pe; sar la frase conclusiva del monologo (par. 4) a chiarire il
senso di questa espressione: Nerone infatti si presenter come
colui che deve rendere conto del proprio comportamento a
chi gli ha affidato un incarico, cio agli di. qui ... fungerer:
per fare sulla terra le veci degli di; proposizione relativa
impropria con valore finale; vice: ablativo retto da funger. ar-
biter: il termine designa qui chi detiene il potere svincolato
dalla legge. Qualem ... habeat: Quale destino o condizione
ciascuno abbia; proposizione interrogativa indiretta, funge
da soggetto di positum est. in mea ... positum est: riposto
nelle mie mani. quid ... fortuna ... velit pronuntiat: la
sorte annuncia quel che vuole che venga assegnato. cuique
mortalium: a ciascuno dei mortali; cuique: dativo del pro-
nome quisque. meo ore: lett. con la mia bocca; dipende da
pronuntiat, lo fa sapere. ex nostro ... concipiunt: da una
nostra risposta popoli e citt traggono motivi di gioia. nulla
pars ... floret: nessun luogo prospera. nisi ... me: senza
la mia benevolenza e il mio favore; ablativo assoluto. haec
tot ... stringentur: tutte queste migliaia di spade che la mia
pace fa rimanere nel fodero, a un mio cenno saranno sguaina-
te; milia regge il genitivo gladiorum. Pax da intendersi come
concordia civile. quas ... quas ... quibus ... quibus ... quos ...
quorumque ... oporteat: quali popoli debbano essere distrutti
totalmente, quali fatti trasferire, a quali si debba dare la libert,
a quali strapparla, quali re debbano essere ridotti in schiavit
e sul capo di quali sia opportuno che venga posta la corona;
si tratta di una serie di proposizioni interrogative indirette
dipendenti da mea iuris dictio est, in mio potere stabilire,
introdotte dallimpiego del pronome interrogativo in casi dif-
ferenti, tramite cio un poliptoto. Gli infiniti excidi, transportari,
dari, eripi, fieri, circumdari sono tutti retti da oporteat; nationes:
ha il senso di popolo, popolazione; funditus: avverbio, signi-
fica dalle fondamenta e quindi completamente; transpor-
tari: si tratta del trasferimento forzato di una popolazione da
un territorio allaltro; mancipia: il termine (da manus + capio)
designando lo schiavo come cosa posseduta, propriet ha
una connotazione pi negativa rispetto a servus. quae ruant
... quae oriantur: quali citt debbano andare in rovina e quali
sorgere; proseguono le proposizioni interrogative introdotte
questa volta dal pronome interrogativo in anafora.
3. non ira ... conpulit: non lira non mi ha spinto a inflig-
gere supplizi iniqui. non ... inpetus: non limpeto giova-
nile; Nerone aveva preso il potere allet di sedici anni. Si
noti lanafora del non che sottolinea tutte quelle passioni di
cui scevro lanimo di Nerone. non ... contumacia: non la
temerariet o la tracotanza degli uomini. quae ... patien-
tiam: che spesso anche dai cuori pi tranquilli la pazienza;
patientiam: vedi sotto D Le parole della filosofia. extorsit:
strappa via; perfetto con valore gnomico da extorqueo.
ostentandae ... potentiae: di ostentare la propria potenza,
Ritratto di Nerone,
I secolo d.C. (Roma,
Musei Capitolini).
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PERCORSI ANTOLOGICI
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dira, sed frequens magnis imperiis gloria. Conditum, immo, constrictum apud
me ferrum est, summa parsimonia etiam vilissimi sanguinis; nemo non, cui
alia desunt, hominis nomine apud me gratiosus est. 4. Severitatem abditam,
at clementiam in procinctu habeo; sic me custodio, tamquam legibus, quas ex
situ ac tenebris in lucem evocavi, rationem redditurus sim. Alterius aetate
prima motus sum, alterius ultima; alium dignitati donavi, alium humilitati;
quotiens nullam inveneram misericordiae causam, mihi peperci. Hodie
dis inmortalibus, si a me rationem repetant, adnumerare genus humanum
paratus sum.
gerundivo. frequens magnis imperiis: usuale in chi a
capo di grandi imperi. gloria: nel senso negativo di va-
nagloria. Conditum ... est: La mia spada riposta, anzi
legata presso di me; lavverbio correttivo immo, o meglio,
enfatizza la disposizione in climax ascendente di conditum e
constrictum; ferrum: metonimia per spada. summa parsi-
monia: sottinteso est. nemo non: la negazione non quando
segue un pronome indefinito di senso negativo corrisponde
a una forte affermazione non c nessuno che non, quindi
tutti. cui ... desunt: al quale mancano tutte le altre cose.
hominis nomine: in virt del titolo di uomo; ablativo di
causa dipendente da gratiosus, gradito.
4. in procinctu habeo: tengo a portata di mano, quindi sono
sempre pronto; in procinctu: espressione tratta dal linguaggio
militare, vale infatti in assetto di guerra. tamquam ... red-
diturus sim: come se fossi sul punto di render conto; propo-
sizione comparativa ipotetica; legibus: alle leggi; il principe,
che, come si visto al par. 2, si definisce arbiter, non vinco-
lato dalle leggi, ma volontariamente vi si sottomette. quas
... evocavi: che ho riportato alla luce dallabbandono e dalle
tenebre. Motivo ricorrente delle laudes Neronis il ripristino
del rispetto della legge dopo gli abusi perpetrati da Claudio e
dai suoi liberti (cfr. Apokolokntosis 4,1,24 e Tacito, Annales 11,5-
7); situs presenta vari significati: mancanza di cura, ruggine,
deterioramento, muffa ed relativo a ci di cui nessuno pi
si cura. Alterius ... alterius: anafora. aetate prima: dalla
giovinezza; complemento di causa efficiente. motus sum:
sono stato commosso. ultima: sottinteso aetate, indica la
vecchiaia. alium ... humilitati: ho fatto grazia a uno per la
sua dignit, allaltro per la sua umile condizione; qui il ver-
bo donare presenta il significato di graziare, perdonare, ed
costruito con laccusativo della persona e il dativo della cosa
in nome della quale si concede la grazia. Si noti lanafora di
alium. quotiens ... inveneram: tutte le volte che non ho tro-
vato; inveneram indica azione iterata nel passato. peperci:
ho risparmiato per me stesso; perfetto da parco, regge il dati-
vo mihi. si ... repetant ... sum: se me ne chiedono conto, sono
pronto a; si tratta di un periodo ipotetico misto con protasi
della possibilit e apodosi della realt, come richiesto dalla sua
natura di exemplum fictum.
1.4
Augusto e Nerone, due diversi esempi di clementia
(De clementia 10,1-11,3)
Presentando le gure di Augusto e di Nerone Seneca sottolinea come il princeps debba
esercitare il potere assoluto lasciandosi guidare dalla clementia e rifuggendo dallira: pro-
prio lira lopposto della clementia, e dunque la caratteristica che pi distingue il tiranno
crudele dal princeps giusto.
Ma laccostamento di Augusto a Nerone fornisce a Seneca un interessante
spunto per formulare un elogio della clementia e del senso di umani-
t di Nerone. Infatti a Nerone, esempio di clementia, non viene con-
trapposta la gura di un altro uomo potente ed esempio di ira, ma
gli viene accostato Augusto, celebre perch diede prova della sua
mitezza solo dopo aver conseguito il potere assoluto attraverso
le sanguinose guerre civili. Al contrario di Augusto, Nerone, pur
giovanissimo, possiede gi questa virt senza che il popolo
romano abbia dovuto versare nemmeno una goccia di sangue. In
questo senso, Nerone veramente il princeps ideale, in quanto
portato dalla propria indole a un atteggiamento di mansuetudo
verso i suoi sudditi.
La personicazione della Clementia Augusta, sul verso di un denario
del I secolo d.C.
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1. Il losofo e il potere
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10,1. Ignovit abavus tuus victis; nam si non ignovisset, quibus imperasset?
Sallustium et Cocceios et Dellios et totam cohortem primae admissionis ex
adversariorum castris conscripsit; iam Domitios, Messalas, Asinios, Cicerones,
quidquid floris erat in civitate, clementiae suae debebat. Ipsum Lepidum quam
diu mori passus est! Per multos annos tulit ornamenta principis retinentem
et pontificatum maximum non nisi mortuo illo transferri in se passus est;
maluit enim illum honorem vocari quam spolium. 2. Haec eum clementia
ad salutem securitatemque perduxit; haec gratum ac favorabilem reddidit,
quamvis nondum subactis populi Romani cervicibus manum imposuisset;
haec hodieque praestat illi famam, quae vix et vivis principibus servit. 3.
Deum esse non tamquam iussi credimus; bonum fuisse principem Augustum,
bene illi parentis nomen convenisse fatemur ob nullam aliam causam, quam
10,1. Ignovit abavus tuus victis: Il tuo antenato perdon
i vinti; abavus significa letteralmente trisavolo: Augusto
era il trisnonno di Nerone attraverso la propria figlia Giu-
lia Maggiore; il verbo ignosco regge il dativo victis, participio
perfetto sostantivato. nam si non ignovisset, quibus im-
perasset?: infatti, se non li avesse perdonati, su chi avrebbe
esercitato il potere assoluto?, periodo ipotetico dellirreal-
t, in cui lapodosi uninterrogativa diretta introdotta dal
pronome interrogativo quibus; imperasset forma sincopata
da imperavisset. Sallustium conscripsit: arruol dallac-
campamento degli avversari Sallustio, i Coccei, i Dellii e tut-
to il gruppo di quelli che venivano ricevuti per primi; Sallu-
stio era il nipote dello storico, mentre Cocceio era un avo di
Nerva e Dellio era passato dalle fila di Augusto a quelle dei
suoi avversari. Il plurale (anche dopo Domitios Cicerones)
ha la funzione di generalizzare ulteriormente gli effetti della
clementia di Augusto. Lespressione primae admissionis si rife-
risce alla consuetudine per cui le personalit importanti era-
no ricevute dal princeps senza attendere, e quindi sottolinea
la rilevanza sociale e politica di coloro che furono beneficiati
dal perdono di Augusto (totam cohortem). iam Domitios
clementiae suae debebat: gi doveva alla sua clemenza i
Domizi, i Messalla, gli Asinii, i Ciceroni e tutti quelli che fio-
rivano nella citt; lespressione clementiae suae debebat indica
la volont di Augusto di risparmiare alcuni suoi avversari.
Non sappiamo con certezza a chi si riferisca Domitios (Do-
mizio Enobarbo lavo di Nerone, oppure il politico che dallo
schieramento di Antonio pass a quello di Augusto nel 31
a.C.); Asinio Pollione e Messalla Corvino furono intellettua-
li di rilievo che mantennero un atteggiamento indipendente
da Augusto; Cicerone il figlio del celebre oratore, militan-
te accanto a Bruto; floris genitivo partitivo dipendente dal
pronome neutro quidquid. Ipsum Lepidum quam diu mori
passus est!: Quanto a lungo aspett che lo stesso Lepido
morisse!; Lepido aveva sottoscritto nel 43 a.C. il secondo
triumvirato con Antonio e Ottaviano. Seneca sottolinea che
Augusto permise che Lepido morisse di morte naturale (av-
venuta nel 12 a.C.), ovvero lasci che vivesse tutto il resto
della sua vita. Per multos annos retinentem: Per molti
anni sopport che mantenesse le insegne del principe; tulit
(perfetto di fero nel senso di sopportare) regge retinentem,
participio predicativo che a sua volta regge laccusativo or-
namenta; per multos annos complemento di tempo continua-
to. et pontificatum passus est: e non permise che la
carica di pontefice massimo fosse trasferita su lui stesso se
non dopo che quello mor; il perfetto passus est (da patior)
coordinato a tulit e regge linfinitiva pontificatum maximum
transferri (infinito passivo da transfero); mortuo illo ablativo
assoluto con valore temporale. Augusto assunse la carica di
pontefice massimo nel 12 a.C. maluit enim illum honorem
vocari quam spolium: prefer infatti che quella fosse chia-
mata carica onorifica piuttosto che bottino di guerra; illum si
riferisce a pontificatum maximum; honor significa sia onore,
sia carica, magistratura, mentre spolium indica la preda ot-
tenuta in guerra. Seneca ribadisce cos non solo la clementia di
Augusto, ma anche la scelta di legalit del princeps.
2. Haec perduxit: Questa clemenza lo port a una salvez-
za sicura; la coppia salutem sicuritatemque pu essere intesa
anche come unendiadi (una salvezza sicura) enfatizzata
dallallitterazione. haec gratum ac favorabilem reddidit:
questa lo rese gradito e ben voluto; si noti lanafora di haec,
che rinforza la centralit della clementia nel nuovo ordine po-
litico e sociale fondato da Augusto (si veda anche dopo haec
hodieque); gratum ac favorabilem sono predicativi dellogget-
to riferiti al precedente eum (Augusto). Lattributo favorabilis
deriva dal sostantivo favor favore, simpatia: in questo caso
va inteso con significato passivo. quamvis imposuisset:
anche se aveva posto la mano sulle teste del popolo romano
che non erano state fino ad allora sottomesse; quamvis intro-
duce una proposizione concessiva con verbo al congiuntivo
piucchepperfetto (imposuisset), che regge laccusativo manum
e il dativo cervicibus, a sua volta concordato a subactis (partici-
pio perfetto da subigo). haec hodieque praestat illi famam:
questa anche oggi gli assicura una fama. quae servit:
che a stento risulta utile ai prncipi quando sono ancora vivi;
il verbo servit va inteso nel senso di essere utile, mettersi al
servizio di e regge il dativo vivis principibus; vivis, in allittera-
zione con vix, ha valore predicativo.
3. Deum credimus: Noi crediamo che sia un dio; credimus
regge linfinitiva deum esse; iussi riferito al soggetto sottinteso
nos ed participio perfetto da iubeo, usato al passivo nel senso
di ricevere un ordine; introdotto da tamquam, come se fos-
simo stati comandati (cio come se ci avessero ordinato di cre-
derlo). Augusto fu deificato alla sua morte nel 14 a.C. bonum
fatemur: dichiariamo che Augusto stato un buon principe
e che a lui si adattato bene il titolo di padre; fatemur, coor-
dinato al precedente credimus, regge le infinitive bonum fuisse
Augustum e bene convenisse; lespressione nomen parentis
allude al titolo di padre della patria che Augusto assunse nel
2 a.C. ob nullam quam: per nessun altro motivo se non.
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