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H.

\NDBOUND
AT THE

UNIVERSITY OF

TORONTO PRESS

y\o'ra.

3RAZI0 LIRICO
STUDI

GIORGIO PASQUALI

OPERA PUBBLICATA CON CONTRIBUTO


DELLA FACOLT DI LETTERE
DEL

R. ISTITUTO DI

STUDI SUPERIOJI IN FIRENZE

>r^-

FIRENZE
FELICE LE MONNIER
1920

pa

Propriet letteraria riservata

Firenze 1919.

Stabilimento Tipografico E. Ariani. (Ord. 2589).

ALLA PURA MEMOWA


DELLO STORICO

ADALBERTO GARKONI
CHE COMBATT E MORI SENZA ODIO

PKEFAZIONE

Questo

libro

nou ha

forse bisogno

di prefazione

in principio e in fine di ciascun capitolo

ho detto

ci

che in esso mi proponevo di dimostrare o credevo di


aver dimostrato, assai chiaramente per ogni lettore
libero da pregiudizi. Bench la mia opera sia venuta
pili voluminosa che io non desiderassi, spero che non
le i)ossa esser mosso rimprovero di mancare di unit
chi la legga di seguito, docilmente, non corre rischio
di smarrire il filo conduttore nonostante qualche giro
:

e rigiro.
Il

libro era tutto pensato e per

quando scoppi

buona parte anche

guerra: durante la
guerra continu e fin la stesura, incominci anche
la stampa. Ma questa dovette ben presto essere sospesa per l'incertezza del mercato librario, i>er l'enorme
aumento del prezzo della carta, che allora si credeva
pjisseggero, per la scarsit della mano d'ojera tipo-

scritto,

gratica.

La stesura

periodi di

non sospesa,

ma

frastornata da

cattiva salute dell'autore e da

militare sedentario,
sere

fu

la nostra

ripresa

un generoso

solo

mn

gravoso.

nell'estate del

un

servizio

La stampa pot
'11),

es-

e solo grazie a

sussidio concesso dalla Facolt di Lettere

dell'Istituto di Studi 8u[)eri()ri in Firenze: e da allora

viri

in i)oi i)roce(l lupidatiiciite. Xelhi revisioiie mi prestarono la loro opera volenterosa per la prima j)arte
lina donna gentile <' l'amico incomparabile alla cui
pura memoria (piesto libro df^licato, ])er la seconda
amici \)\h giovani, studenti torentini.

Qui vorrei chiedere indulgenza per certe scabrezze


nell'esposizione, j)er certe inconseguenz(? nell'ortooratia

specialmente dei nomi propri greci, per gli errori di


stampa, senza dubbio pi numerosi di quel che mi sia
accaduto di notare sinora.
Me ne dispiace; ma sono minuzie, e non temo di
essere a cagiou loro troj)po biasimato. Pi mi dorrebbe,
se iion fosse onestamente riconosciuto

quanta

fatica,

onesta e, spererei, non priva d'intelligenza, io abbia


speso per rivivere nella cerchia di Orazio, per ricostruire le sue letture e risentirle quale egli le sent,
per intendere, cio, il poeta come l'intendevano 1 suoi
contemporanei.

4|i

iti

L_A t^

j fllitli grillili

iHlill,

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1*

* *""'*"^

** ^^

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**' f!^

*^ f* *- ** **

'f

CAPITOLO PRIMO
Orazio e Alceo.
crede

Si

imitato

comunemente che Orazio


tradotto

perfino

poeti

nelle

lesbii

Odi abbia
in

ispecie

Alceo. Se e in qual senso e dentro quali limiti quest'opinione sia giusta, mostra l' interpretazione accurata di

contengono espressioni che hanno


scontro nei frammenti conservati di Alceo.
alcune

odi,

che

ri-

I.

L'ode a Varo

I,

18 e

carmi dionisiaci.

1.

Varo
vita;
Il

Pianta anzitutto
;

il

ma

vino

1'

la

unico

vite

nel tuo

podere di Tivoli,

conforto nelle avversit

guai a colui che abusa del dono

nesso dei pensieri


non ego

te,

fin

qui chiaro.

Segue

candide Bassaieu.

invituni ((nafciain noe variia ohsita frondihiis

snb

divoiii lapiain

saova tene enni Beieeyntliio

cornn tynipana, quae 8nl)sef|uitnr eaecus


et tolleus

vaeuom

arcaniqne Fides
1

plus

niiiiio

|)r()dif^a,

Amor

Gloria verticem

perliwidior vitro.

della

Dioniso

di

sui

>.

_
L' iiitcrjjretazione

commento

nel

questa

non
da

Perci,

nie,

dipitro

Bassareo splendido

supplico,

ti

di

non

troppo in

giovinezza,

di

lungi

tieni

selvaggia,

cui

io

tengono

se e orgoglio vanitoso e ciarle

di

Chi intenda

ci

in

dovr

cos,

non dicono nulla

sia gi stato detto

gi troppo a lungo Orazio


briet, egli

formulata

e.

p.

sfrenatezza

segreti confidati .
ciie questi versi

confessare
nulla che

con

l'ebrezza

amore soverchio

Vraditrici

coni'

coiisucita,

Kiessling e Heinze, a un dipresso

festeggiare

voglio

li

di

y)

nuovo,

di

questa stessa ode

ha vantato

pregi della so-

che pure non suole n ripetersi n indugiare


comun pensiero solo. N s' intende come
i

mentatori possano vedere nominata o descritta l'ebrezza


nei versi che ho trascritto, nei quali, per quanto a me
pare,

menti
la

si

parla solo del

sobriet o

essi

il

corni e di timpani, istru-

tirso, di

che non hanno nulla a che fare con


ubriachezza. E in qual modo spiegano

tutti di culto
1'

sub cUvom rapiam

Che anzi non

lo

spiegano e

traggono per lo pi d' impiccio con espressioni

si

vaghe e

Metonimia che sostipoco significative come questa


tuisce il donatore al dono .
A me sembra che questo passo si possa intendere
Io non voglio prender parte alle processioni
solo cos
:

orgiastiche in onor tuo, Dioniso


al tuo volere
di vizi. I

dietro

ai

un

tal culto contrario

tuoi simboli

commentatori, costretti

cammina un

dalle

corteo

precise parole

Orazio a concedere ch'egli parla qui di un culto orgiastico, credono di spicciarsi poi di ogni difficolt assedi

rendo che questo

culto

un' immagine,

quanto

ai

corni berecintii se ne sbarazzano con tutta faciUt dicendoli tolti di peso dalle Baccanti di Euripide, che

erano gi classiche ai tempi di Callimaco e che Orazio


ha senza dubbio letto, tant' vero che altrove (epist. I,
16; 73 sgg.) ne cita un verso. Il male che qui Orazio

ma descrive un culto
che quindi reminiscenze poetiche non
hanno qui luogo, o, per meglio dire, possono al pi spiegare la forma, non la sostanza. Se non fossero consernon

cita antiche opere letterarie,

del tennpo suo, e

vate

testimonianze

altre

che questo

pure indurre da esso che

in quel

passo,

dovremmo

tempo a Roma era

in

voga un culto dionisiaco

in cui

per cos dire, cibelici

questo caso le parole di Orastesso valore di documento per

zio

avrebbero per noi

la

Roma

del

in

l6

suo tempo che

l'Atene dell'et sua.


di processioni,

erano penetrati elementi,

quelle

poeta romano

Il

ci

di

Euripide

nelle quali istrumenti sacri erano portati

per la citt a suono di timpani e di corni

in giro

ridisce al

veder celebrati nella sua

stranieri.

La

mystica,

spaventosa

Roma

di

vizi,

ai

occhi

suoi

dei vizi

in

inor-

culti orgiastici

turba fanatica, che teneva dietro alla

trasforma

si

per

parla con orrore

cista

una processione

che sogliono esser congiunti

con l'ebrezza.
Il

dente

valore di questa interpretazione affatto indipendalle

storia

la

dei

conseguenze che se ne possano trarre per


culti romani, ne sarebbe strano che di

un culto orgiastico
si

Dioniso nella

di

Roma

augustea non

riuscisse a scoprire altra traccia, giacch noi

sediamo

in

non pos-

questa materia tradizione che non sia fram-

mentaria. Eppure

caso

che noi
impero un
(alito orgiastico di Dioniso attestato da molte iscrizioni (1). vServio c'informa che versi di Virgilio (ecl. V, 29)
il

non aspettiamo. Per

ci

favorisce forse pi

tempi pi tardi

dell'

Daj>hu8 et Armeuias curru subiungere tigris


instituit,

Dapbnis thiasos nducere Bacchi

et follia lontas intcxer^ iiiollilms liaBtas

(1)

passi sono indicati dal

Wissowa.

Heligion^, .103 sg.

_
alludono a Cesare
constai

sacra

Liberi

hoc aperte ad Caesarem pertinet, quem


patris

Fiomam.

tratistulisse

<|uan-

tunque questa spiegazione non possa, nella forma in cui


presentata, cogliere del tutto nel segno, perch il culto
del padre Libero in Roma, com' noto, molto anteriore a quest'et, pure non h lecito trascurare completa-

mente questa testimonianza. Una nota

del cosidetto In-

20 sed si de Gaio Caesare dietimi est, inulti


Venerem
matrem
accipiiud, per thiasos sacra, quae ponper
tifex instituit ci mostra che cosa intenda dire il Servio
terpolatore

vero

al V,

Cesare introdusse in

Roma

un culto mistico, or-

poco importa al nostro assunto,


se Servio abbia inteso rettamente Virgilio o no (l); la
testimonianza di un antico commentatore su antichit
romane ha per noi altrettanto valore quanto quella del
giastico di Dioniso.

poeta commentato

(2).

Ora un epigramma

di

parla di un santuario di Dioniso

Marziale

di uno
che sorgevano sulla Velia poco lontani tra
loro
Jiecte vias hac, qua madidi sunt teda Lijaei et Cyheles picto stat Corijbante tholiis. E proprio in cima alla
Velia fu scoperto alcuni anni sono un pezzo di archi(I,

70, 9)

di

Cibele

ci

(1)

La

tendenza, che ora domina, di restringere assai o addirit-

tura di negare per

le Ecloghe la legittimit dell'interpretazione almi sembra, almeno nelle sue estreme conseguenze, errata
quando a Dafni si attribuiscono invenzioni che non hanno nessuna
relazione con l' indole sua originaria (sulla quale v. Schwartz, Goti.
Nadir., 1904, 285 sgg.), n sono narrate da Teocrito o da altri, la

legorica

spiegazione allegorica pare l'unica possibile.


(2)

certamente vero che

che volta errato

la loro autorit e

ma

gli antichi

loro sbagli

non fanno

lecito

commentatori hanno

non scuotono punto,


a nessuno

([ual-

in generale,

di rigettarla

nei

sin-

goli casi senza alcuna ragione particolare. Contro le esagerazioni del

Dessau {Herm., XLIX, 1914, 521 sgg.


Bakhrens {Herm.. L, 1915, 261 sgg.).

ora

con ragione insorto

il

trave arrotondato con sopra un frammento

monumentale

toninus

Il

imj).

iscrizione

di

...

stituit
|

a destra dell' iscrizione conservata ancora la figura di

medaglioni di
una Menade. Lo Hiilsen ha confrontato
Antonino Pio, che rappresentano un tempio rotondo con
una statua di Bacco nel mezzo (1), e non ha trascurato
neppure l'epigramm.a di Marziale il Wissowa (2) ha citato a questo proposito anche il Servio autentico, A me
pare che l' identificazione proposta divenga assai pi
i

probabile, se
in ispecie se

Essa

s'

il

Danielino e

interpreta rettamente quest'ode di Orazio.

mostra che un culto orgiastico

ci

medesimo che

certo quel

Roma

nella

confronta con l'autentico

si

augustea.

giacche

Orazio conteneva elementi

il

frigii,

giacche

santuari

V uno accanto

Cibele sorgevano

Dioniso e di

di Dioniso,

da Cesare, fior
culto combattuto da

fu introdotto

di

all'altro

ancora nell'et dei Piavi, e vicinanza locale di culto

congiunta

il

pi

delle volte,

come mostrano numerose

analogie, con relazioni pi profonde, sar da credere che


culto dur

lo stesso

fino

che

in

nelle quali

o forse

3, p.
(2)

il

pi

tarda.

interrotto dai tempi

di

Cesare

Da

era scosso in aria,

bambino Dioniso

era

vibrato

stesso (3) ed

Ht'i.SEX, niim. Alitf.Wll, 1502,

(1)
I,

non

Orazio apprendiamo ancora


questo culto avevano luogo processioni solenni,

all'et

!ir>;

il

tirso

era portata in

Joudan-HCi-sex, Topogr.

103.
Kelig.', 303.

difficile seeyliere tisi le duo iiitcrpretazioni, che Kiesslin'GHkinze propongono; il ])rouoino personale le di le qualiam converrclibe
(3)

meglio a un siumlacro
che

fa

pensare

al

di

Dioniso

inf'iinte

d'altra jjarte

il

qitaiiam,

vibrare della culla, quale era iu uso nelle cerimo118), mi pare non si
non sappia che il Xixvov

nie d'iniziazione (Dietkrich, Kleine Schriflen,

addica bene a una processione

non che

io

era portato in giro in cortei nuziali (IIakkison, Journ. of

hell. Stitd.,

t\

giro quella suppellettile che di solito

samente nella

cAsta.

tamente, perch
sub divom
rilievo

la

proposizione nec variis obaita frondibim

rapiam, nella quale


parole sub

alle

divom,

solito era celato a tutti, sia

giro senza
il

caso

cista,

sia

Demetra

cesto di

ritmo d uno speciale?

il

pare indicare

era esposto a sguardi

processioni

diffcile

custodiva gelo-

si

Mi esprimo a bella posta cosi cau-

che
in

che

nelle

che

la cista fosse scoperchiata,

Callimaco

(1);

di

fossero portati in

falli

che

quel

profani

in

come

questo secondo

determinare, se la suppellettile sacra con-

davvero di falli. Non crederei che in fondo alla


un serpente, sebbene Clemente Alessandrino
{protr. II, 22, 4) chiami la serpe appunto opy^ov Aiovao-j
Baaapou e sebbene Orazio nomini qui il candidus Bassareus ; che non mi so immaginare che il serpente rimanesse quieto nella cista scoperchiata e non fuggisse via
dall'apertura. Poco importa che nell'et imperiale la cista

sistesse

cista ci fosse

sia per lo pi rappresentata aperta (2)

gli

artisti

vole-

vano mostrare il contenuto, e la circostanza che questo


una serpe viva, indica appunto che la figurazione era
convenzionale, come conveflzionale dev'essere la rappresentazione della serpe avvolta intorno alla

Se

gli utensili sacri

porre che

il

relazione con

culto

furon davvero
descritto

culti italici, p.

falli, si

cista

chiusa.

potrebbe sup-

da Orazio avesse qualche


e. con quello di Lavinio,

XXIII, 1903, 315), ma portare tntt' altra azione che vibrare. A me


piace di pii la prima spiegazione.
(1) H. VI, 3 sgg. Tv xaXad-ov xaiivxa x^I^^*^ 9-aaslaO-s ^^a/.oi,
dunque o il cesto non
}iY]5' iib ToO isysog (lyjS' tlid-sv ayaoarpS-s
:

aveva coperchio o questo era sollevato. La spiegazione del WilamowiTZ, che il cesto fosse chiuso, ma che pure ci si potesse gettar dentro

uno aguardo
(2)

Un

dall'alto (Reden n.

Vortrag^, 275),

non persuade.

elenco delle rappresentanze d Prin'GSHKim, Beiirage

Gesch. dee eleus. Eultes (diss. di Bonn,

1905).

ziir

nel quale un fallo era portato in giro per citt e campagna su di un carro (1).
Torniamo alla poesia da cui abbiamo preso le mosse.
Il primo verso com' noto, traduzione di Alceo fr. 44

XXo

{XTjv

condo verso

trasporta in Italia

ci

tuto scrivere

ma

uptcpov Svpcov ixrXu).

cp'j-'jarj;

vv. 3-4

(2).

gi

se-

Alceo avrebbe po-

omnia .nam dura deus

siccis

il

'proim-

neque mordaces aliter diffugiunt sollicitudines, non certo

suit,

seguente quis post vina graveni m'ditiam aut paiiperiem

il

che detto senza dubbio con il pensiero ad Alceo,


appunto perci non avrebbe senso in bocca del poeta

crepai,

ma

lesbio.

dovr intendere:

colto,

(1)

Varrone presso Agostino

in generale

cum

e.

non

saltetn

cum honore magno

nam

culto pubblico di Lavinio

tur,

donec ilud

coronam

cui

necease

in

l'i

Lavinio

Agostino riferisce

21.

(soggetto Varrone) sacra


ut

in

honorem pv-

eius

membrum

secreto, sed in

jyer

in

Liberi dies

compitia

et

passa a trattare di peculiarit

unus Libero

oppido autem Lavinio

omues

verbis Jtagitiosissimif^ uteren-

membrum per forum transrectum esset atque in loco suo


membro inhonesto matres familias honestissimas })alam
erat imponere. Eppure dubbio, se Agostino, o per

meglio dire Varrone, sapesse


di

VII,

dicit

hoc turpe

totus mensis tribuebatur, cuius diebus

quiesceret

d.,

impositum prius rure

plostellis

lo

vino l'unico conforto

aUquanto verecundiore

usque in nrbem postea vectabatnr. Di


lei

Il

tanta licentia turpitndinis,

virilia colerentur,

propatiilo exsultante nequitia;


festos

quaedam

in Italiae compitis

Liberi celebrata

dtnda

che Orazio vuole e suppone dotto o per

lettore,

Il

meno

perch

di

difficile

altri culti

credere cbe

italici

simili oltre

dappertutto

il

quello

fallo fosse

Ed

portato a passeggio prima per la campagna e poi per la citt.

chiaro che Agostino ha interesse a mostrare, quanto diffuso fosse tra


i

gentili
(2)

con

un uso indecente.
MitiH

Catullo,

il

mitis vindemia, II,


|itov

Ma

Atvuaog,

suolo di Tivoli, perch mitem educai uvam, per dirlo

LXII,

.50

uras

mitis

Georg.,

1,

non vero che mj<j

31

-1

il

Georg..

scrive Virgilio,

522; milin Baoohua chiama egli


mite Virgilio

il

vino, non

amava questa

sia in latino epiteto fisso di

Haceo.

1,

44S.

Vmparola.

anphe Alceo, dopo aver bevuto, ha spesso dimenticato


la

povert e

esule, di

le

incertezze

mercenario

(1).

v.

11

dolori della sua vita di

G segna

passaggio ad

il

un inno; pater in Bacche pater un attributo schiettamente romano, che fu forse una volta limitato alla
cerchia non larga degli Indigeti (2); decens aggettivo
cos oraziano e presuppone teorie estetiche cos raffinate e cos complicate che non riesce facile immaginare
che un altro poeta l'abbia adoperato in tal senso prima
di Orazio. L'inno, di cui abbiamo udito quasi i primi
accordi,, non si svolge, ma si trasforma a poco a poco
in un' esortazione, che sta meglio in bocca a un cittadino romano pratico della vita e non digiuno di cultura filosofica che non a un cavaliere dei vecchi tempi
giovenilmente avido di godimenti e sfrenato. E quel che
ne rimane dei au[x7ioatax di Alceo, ci conferma in quest'impressione: la moderazione e la disciplina non erano
affare suo.

Anche

la rarit del

mito del

delitto e della

punizione dei Sifoni, che in questa forma s'incontra solo


qui, fa

pensare piuttosto a un'epopea dionisiaca del tempo

ellenistico

La

che a un carme

lirico

parenesi rimane parenesi,

di

ma ha

un antico Lesbio.
pur qualcosa

di si-

mile a un inno; le allusioni a miti rari e in ispecie l'avvicendarsi dei pi diversi attributi della divinit cantata
sono, coni' stato osservato del resto

qualit caratteristiche

che segue,

il

dello

stile

da lungo tempo,

degli

inni.

rifiuto del culto straniero, pio

Anche

com'

di

ci

una

piet severa, la descrizione del tiaso spaventevole dei vizi

che incedono dietro

(1)

ai

simboli

risente della

Kiessling-Heinze sembrano intendere altrimenti,

quella frase proprio in bocca ad Alceo.


del tntto chiare.
(2)

dionisiaci,

AVissowA,

Relig.^, 26.

Ma

le

loro parole

cio metter

non sono

un poeta

fantasia grandiosa e selvaggia di

La

l'impressione di arte moderna.

pittoresca: V Amor sui cieco, la Gloria

come

oscilla a destra e sinistra,

l'acqua al cervello, la Fides

ellenistico, fa

descrizione dei mostri

con

capo che

il

quello di chi abbia avuto

arcani prodiga

pi

traspa-

rente del vetro.

La concezione

della poesia

non pu essere

che possediamo intere poesie di

ora

tettate magistralmente

meglio

di

ma

lui,

di

liriche

Alceo

archi-

semplicemente, noi sappiamo

prima ch'egli non

fu

capace

di

fantasie cos

complicate. Che cosa nel carme oraziano deriva, pu derivare da

Alceo? Certo

ma

quarto,

ch neppure

il

primo verso, forse

il

terzo o

prima strofa d l'impressione

la

di

un carme

esclusivamente greco o grecheggiante. Dunque


zione al principio compie l'ufficio

pu parlare

ma

il

sono come tramezzati dal secondo, cosic-

essi

di

imitazione nel senso

di

motto

comune

(1);

la cita-

non

si

della parola,

pi di un prender le mosse da un poeta greco e pi

al

ancora

sempre cosi,
pagine seguenti mostreranno meglio. E

di contrasto voluto.

come

le

lecito

a ognuno

In Orazio

condannare quest'arte,

di

ma

chi

la

condanna, non dovr dissimularsi che l'arte stessa di


'Peocrito, il quale comincia la seconda poesia dei 7:a:5tx
acoXix

con un verso

'xal Xi^sx',

inni,

l'arte

specialmente

Ma

neppure

Alceo, come

comodit
di

di

si

(1) Il

nulUtm,

(juello

a Zeus.

Vare,

ai

i.

d.

Alt.-

le viste

sacra vite prius severis arbo-

NoRDKN, cho ha trovato per

elegante, Einl.

cor troppo

in

primo verso traduzione letterale di


crede generalmente, com'anche noi, per
il

dimostrazione, abbiamo sinora fatto

concedere

iiiiila

Alceo 'dvo;,,^ to cpfXe na, XYsiat


stessa che vanto di Callimaco negli
di

1'8h.,

negatori dell'originalit.

1,

ipiest'arte oraziiiiia
.504,

mi par che

una

for-

roiicetla an-

corrispondo

%'em

una

in

lo

generale

parola. Orazio

ha

al

44

f'r.

af^g^iunto

non aggettivo n comune

vite,

Alceo, salvo

di

sacra,

ne ozioso;

(1)

in

detto della

che,

ha

seguito in ci un classico, ina un classico romano, non

un greco. Ennio aveva nell'Atamante


Vahl.)

descritto

giovani

onore

in

hi.s

cos
di

canti

Dioniso

Lyaens

tum

])ariter enlian

vitis

due schiere

di

erat in ore liroinius,

illis

128 sgg.

(scaen.

alterni* di

hi.s

UjiooIhis |iiter,

inventor sacrae,

(enhoe euhoe) euliiura

igiiotns invenuni coetns alterna vice

inibat alacris Bacchico insnltans modo.

Anche

qui

si

alternano attributi diversi

la differenza tuttavia

consueto

dai

che ci

in

un inno

grammatici, nei commenti

Dioniso, con

di

legittimo

ai

poeti

greci

che anche Ennio avr adoperato, l'epiteto di Lieo era


tal modo che esso veniva come a contenere
in germe
versi di Orazio sopra il conforto che offre il

spiegato in
i

vino nelle avversit

(2).

Ma

queste somiglianze potreb-

bero essere fortuite; tradisce invece l'imitazione la paroletta sacra, che in


vitis

in

Ennio ha

il

suo chiaro riferimento

inventor sacrae, sacra cio al suo inventore Dioniso;

Orazio invece adoperata in funzione assoluta

in

Dunque Orazio ha fuso insieme una


Alceo con una di Ennio e ha fatto delle
motto solo. Chi abbia pratica dell'arte sua

principio del carme.

citazione

due un

di

e della tecnica ellenistica, sa gi ch'egli non desiderava

che

il

suo furto rimanesse celato

ai lettori,

ma

anzi vo-

leva ch'essi se ne accorgessero ed era orgoglioso

(1)

Virgilio usa secondo gli indici 29 volte

ma.i l'epiteto sacra.


(2) Cfr.

Athen., Vili, 363

viti,

non

le

di

que-

aggiunge

to

lista callida iunctura.

ne saranno accorti pi

lettori se

facilmente di un moderno, perch'essi avevano imparato

che
il vecchio Ennio sui banchi della scuola
divenuto presto poeta classico e rimase tale, finch non lo soppiant Virgilio. Certo, nella scuola si saranno
ma pure queste
letti piuttosto gli Annali che le tragedie
a memoria

egli era

erano rappresentate ancora sul teatro al tempo di Cicerone, che ne sapeva larghi tratti a memoria, ed erano
note nell'et augustea che Virgilio, il quale
da buon epico imita gli Annali, pu imitare un
passo del Tieste, senza tema che la sua abilit nel trasformare sfugga al lettore. La descrizione della pianta vivente
e sanguinante in principio del terzo libro dell' Eneide

ancora

cos'i

di solito

nani qiiae prima solo niptis radicibus arbos


vellitur, buie atro liqnontur
et terrara tabo

sanguine guttae

maculaut

deriva in parte da scaen. 362 sg.


ipse suinniis saxis txns asperis evisceratua
latere

peudeus saxa spargens tabo sanie et sanguine

come mostra
scrittori
dell'

atro.

atro sanc/ui7ie e pi ancora tabo, che

arcaici e classici parola rara.

La

negli

raffinatezza

imitazione consiste nel prendere a imprestito parole

da una celebre descrizione delle sofferenze di un


una pianta, che una volta era
stata essa stessa un uomo, che ha sangue nelle vene
come un uomo e come un uomo muore dissanguata, che
ha sensi umani e umanamente soffre.
celebri

uomo

e nel trasportarle a

2.

Certo, Orazio ha venerato Dioniso,


niso,

un Dioniso che non ha

dell'ebrezza volgare.

<

Non

solo

il

lia

un

altro Dio-

di

conume con

terzo

ma anche

luilla

il

il

dio
se-

concio libro delle odi ha

12

suo epilogo;

il

come

la poesia

del terzo loda l'opera d'arte eterna, ciie non ebbe

filiale

n avr pari, e invita

Musa

la

a coronare

poeta, cos,

il

neir ultimo carme del secondo, Orazio, conscio della sua

grandezza, profeta
cigno apollineo.

nell' immortale
metamorfosi del secondo libro
consacrazione. Orazio immortale,

trasformazione sua

la

Ma

preceduta da una

la

perch Dioniso stesso


ciascuno dato
canti

suoi
di

vedere

alle

di

ascoltare

suoi

ai

solo ai

ineffabile;

(1).

dio, mentr'egli

il

sue Ninfe e

volto

il

ha consacrato poeta

1'

Satiri,

Non

insegna

non a

a
i

tutti

poeta concesso,

e questi giura dinanzi ai pi tardi nepoti, dinanzi ai po-

che per secoli e secoli

steri

poesia, ch'egli

si

inebrieranno

della

sua

ha veramente udito, veramente veduto.

Bacchnm

carmina rupilms

in reniotis

vidi docentera. ciedite posteri,

Nymphasqne

discentis et anris

capripedum Satyrorum

L'anima sua trema ancora


afferra

elle

la

(2).

Ci per

deo

di

me prova
;

che

il

secondo libro fu pubblicato dapprima

l'apoteosi, anzi per giunta un'apoteosi dop-

ha

il

(2)

Plenoque Bacchi pectore va inteso letteralmente, non deve es-

suo luogo solo alla fine dell'opera.

sere degradato a pallida

che

angoscia,

ma,
prova una gioia cupa e
Orazio pieno di Bacco, come
Torbida ancora quella gioia,

(3).

separatamente dal terzo


pia,

inesprimibile

egli

s,

petto

Il

Pitia piena

(1)

dell'

ciascuno in presenza di una divinit

poich ha Bacco in
torbida

aciitas.

immagine e basta a intenderlo ricordarsi


come ogni sacramento, unione, comu;

misteri dionisiaci sono,

nione del mortale con la divinit.


(3)

Tutta questa cerchia

MithrasUturgie^, 93 sgg.

di concetti e illustrata dal

Del resto

il

pensiero che

quasi e riempia di s corpo e anima dell'uomo,

il

Dieterich,
dio

invada

pare singolarmente

13

perch ogni epifania scuote l'anima

perch

bidum,

turhatus

erat

Orazio laetatur tur-

parafrasi eccitazione

la

un sentimento compli-

gioiosa rende troppo semplice

cato. Simile alle sensazioni di Orazio

che (Criton.

puPavtLwvTS?.

il

delirio dei xo-

credono sempre

54'')

di udire

suoni irrequieti del flauto e sono sordi a ogni altro ru-

more. Orazio
di

una

descrive non la visione n

ci

visione,

ma

condizione

la

dianzi degnato dell'epifania divina. Certo,

zione

di

voglia,
sideri

che

il

Ma

le

dio lo tocchi con

di risparmiarlo.

dalla

descri-

mosse un inno
se si
Orazio non accenna ch'egli de-

questo stato prende

un ditirambo.

preludio

il

colui eh' stato pur

di

tirso

il

Qui non espresso

anzi lo supplica

in

modo che

alcun

Dioniso abbia riconosciuto, abbia consacrato Orazio toc-

candolo con

il

come con una verga magica, che

tirso

membro

quel contatto faccia del poeta un

del tiaso rac-

un pari dei Satiri e delle Ninfe, cos


aveva battuto con il tirso il cuore
di Lucrezio (I, 922)
acri percussit tyrso laudis spes magna
meum cor et sirnul incussit suavern mi in pectore amorem
colto intorno al dio,

come

la spes laudis

Miisarum, quo nunc


ragro loca

istinctus

mente

vie/enti

avia Pieridum pe-

nullius ante trita solo. Orazio

si

raffigurato

altrimenti quel sacramento; in che modo, non lo ha voluto dire, che

l'

non deve

iniziato

r indeterminatezza

qui

rivelar tutto al profano,

cento volte

pi

che

bella

non una descrizione minuta.


Solo questo

certo, ciie

principio dell'estasi,
fa

vedere

gioia cupa

caro

al

torbida,

(lui

III,

si

Orazio

non rappresenta

risveglio dall'estasi

il

poeta, mentre

il

nostro poeta:

num. Anello

ma

ancor

tremante,

gioioso

appresta a cantar V inno.

25 coniiucia

([iio

me, Hacchc,

il

ch'egli ci

rapi.y

di

Non

tui pie-

pensare a una volgare ul)riache7.za sareMie un andar

contro alle intenzioni della poesia.

_
ognuno
zio, s,

l'

cantar

pericolo

s(;nza

i)u

Libero colpisce

14

indegno

col tirso

lecito, perch'egli

che

lodi del dio,

le

ma

tremendo,

stato accolto nel

a Ora-

tiaso.

segue r inno.

Questo Dioniso scende assai di rado nelle citt dei


mortali egli si compiace della montagna e delle selve, dei
luoghi dove vivono le divinit della natura. Non ostenta
;

per la strada
farsi

ma

suo vigore genitale e non

il

accompagnare per via da

cortei

di

si

presta

rivela solo al poeta e solo nell'estasi che

si

gente volgare,
vino

il

non pu procurare. Se questo Dioniso sia stato una volta


la divinit del teatro attico marcia di vecchiezza, non
saprei dire; per Orazio e nell'et di Orazio egli

mento a
dica,

ridestarsi,

vigore selvaggio della divinit nor-

il

andato perduto nel

che era

Ateniesi. Egli

dio

il

ancora sonnecchia, pronto ogni mo-

dei poeti, nel quale

un Macedone come

mite Dioniso degli


il

Dioniso delle Bac-

canti.

Questa poesia

tra

pi antiche, perch'essa

le

la

sola alcaica nella quale la legge, che proibisce la cesura

dopo la pentemimera dell'enneasillabo,


malmente laetatur. Eiiioe parce Liber
:

utque

truncis

nodo coerces

sia violata nor;

cantare

rivos
\

Non

viperino.

possibile

credere voluta, sistematica l'irregolarit e supporre che

Orazio cerchi, componendo irregolarmente

un carattere

all'ode

versi, di

entusiastico, ditirambico

dare

perch, se

forma ritmica

egli avesse voluto far corrispondere la

al-

non avrebbe rivestito questi dei


che suonano cos misurati e cos puri. No,

l'ardore dei sentimenti,

ritmi alcaici,
il

poeta ancor giovane

Ma

da Dioniso nella
un programma e

fa qui iniziare

questo carme ha
una promessa.

poesia
di

si

il

valore

di

Orazio stesso stato iniziato dallo stesso dio ad

un mistero maggiore

III,

25 ce

lo

mostra sottratto

alla

15

societ meschina degli uomini

il

ha trasformato

dio lo

nel pi profondo dell'anima e lo rapisce attraverso boschi

non tocchi da piede umano

Non

canta

sue Ninfe (1);

alle

Dioniso stesso l'ascolta

Pure

poeta non ce

il

un mistero.

sto

ma

canta egli stesso

spechi selvaggi, che appartengono

negli alti
e

dentro a grotte montane.

fin

pi egli ascolta Dioniso cantare,

gesta di Cesare, e certo

le

a che fine altrimenti

ratto ?

proposito di celebrare la grande ge-

Il

poeta prima

ha meritato questo nuovo saguarda dall'alto, gi dal


Tracia coperta di neve, la cima del monte

cimentato, gli

si

cramento. Ora egli

Pangeo,

Rodope,

il

perch anche que-

lo dice chiaro,

sta di Cesare, l'assunto a cui nessun altro


di lui

a Dioniso

la
i

beato

si

cui fianchi calca solo piede barbaro, e

sente

si

una Baccante. Ancora una preghiera al dio, ancora la promessa di non cantar pi nella lingua volgare
pari a

degli uomini, di aprir le labbra solo a canzoni

immortali, e

poeta

il

sfrenato; anch'egli ormai

a Dioniso.

Troc/l

vapi)rj-/.o-fpo'..

forze

[Xv

-aOpo'.

non bastino, precipita

ricolOj bello

una

divinit di quelle che fan

Chi segue

corteggio

li

il

-i

(1)

Basta riooidare

le

'^Ay.'/pi,

vaoipocpad- Bpiiio?;

y^si

Xayw

xv

di

qualcosa di

bello

comune con

pe-

il

noto.

dio

il

rievO'e

v.oiXri cftXopvi;, 5ai|iva)v

o' &\iwrniQi(b, ; o xe Bxxj^ai^

xaxapp^jag jipov. Dioniso beve

cassa di Cipaelo (Pana., VI, 9,

crate Rodio (presso Athen., IV, 148') parla di

Sympoeiou, 93.

e colui cui le

cui utensili erano portati

Kcopuxig Tixpa

/(Bpov,

8[>cy,v

adraiato in una grotta sulla

di

Ma

parole della profetessa nello Eumenidi (v.

apco Si Nulicpag. sv5-a

ioxpaTYjYVjasv 9-eg

corre pericolo

questo brivido gioioso.

Questo Dioniso ha altrettanto

sgjT;.)

tiaso,

nell'abisso.

del culto straniero orgiastico,

22

sublimi,

precipita dietro al dio nel tiaso

si

Altre

Baxxix

cvxpa

6),

So-

come

testimonianze raccoglie lo Stl'UNICZKa,

Ib

Roma, quanto le pure orgie


Lo stesso poeta

in processione per le vie di

del poeta con l'ebrezza dell'uomo volgare.

pot scrivere l'ode a Varo e

canti dionisiaci.

II.

L'allegoria della nave

Se Orazio ha potuto

mosse da una citazione


rito

14.

una sua poesia prender le


cui egli ha inse-

in

Alceo, in

di

un'espressione sola, un'espressione, a dir vero, assai

caratteristica

suoi

I,

.di

Ennio,

ha potuto

se

comprendessero

lettori

questo un indizio

che

sicuro

far

gustassero

conto che

uomini

gli

tale tecnica,
colti

della

Roma

augustea conoscevano bene non solo il poeta nazionale Ennio ma anche il lesbio Alceo. Eppure si suol

generalmente credere che Orazio abbia primo tra i Romani letto Alceo perfino uno studioso cos dotto e di
gusto cos squisito come il Norden, ha scritto teste (1):
Nessun Romano prima di Orazio ha, per quanto sappiamo, letto Alceo e Pindaro . Eppure qualche riga
sotto egli giudica cos l'arte di Orazio nelle Odi: La
;

sua tecnica consueta (come gi quella degli Alessandrini,


p. e. di Teocrito 29 e quella di Catullo 51, 56, che deriva
da tali modelli) consist nel prendere a prestito motivi,
ch'egli colloca a guisa di motto in principio e svolge poi

pi o

meno originalmente

Come

due osservazioni ? Un motto pu

si

accordano queste

eccitare

un determinato

sentimento solo in colui che abbia presente all'animo il


contesto da cui esso preso. Noi moderni sogliamo an-

(1)

Einl.

i.

d.

Ah.-Wiss.,

I,

504.


Cora aggiungere

al

17

motto

di

sperare che

il

mentre
diamo l'aria

la citazione esatta, e,

facciamo pompa della nostra erudizione,


lettore riscontri

il

ci

libro citato. Orazio

invece non poteva neppure ricorrere a questo espediente


nell'antichit persino la

nonch
che

in quei

tifica

letteratura prosastica

la poesia, evita di citare

che

tempi uso

letteraria.

una

di

che

pi alta,

esattamente, com'era anfilologia piuttosto

fine,

scien-

dunque, avrebbe Orazio

Roavessero saputi quasi a memani del suo tempo non


moria, quasi cos bene come il loro vecchio Ennio ? E
gi Catullo ha non tradotto ma trasformato, non so se con
intenzione, una poesia, sia pure la poesia pi celebre; di
Saffo, ha rivestito di versi celebri la confessione del suo
amore (1), ci che non avrebbe potuto fare, se non avesse
avuto ragione di supporre che quei versi erano a Lesbia altrettanto familiari quanto a lui. Anzi, com'avrebbe
egli potuto chiamare Lesbia la sua amata, se non fosse
innestato nel suo canto versi di poeti lesbici, se

li

sicuro che tutta la cerchia per la quale scriveva,

stato

avrebbe subito inteso quel nome ? E poco importa che


noi non riesca di stabilire se questi giovani Romani
amanti di arte greca abbiano qui in Roma in comune
letto per la prima volta
carmi lesbii, se li siano forse

spiegare

fatti

gi

nella

dalla Latina Siren, o se

Verona un grammatico

sua

glosse lesbie e versi lesbici;

conoscenza certa. N
letteraria,

che

io

comunque

Catullo abbia
fatto

imparare

acquistata, quella

posso credere che l'educazione

le letture di

un fanciullo romano

dell'et

augustea siano state molto diverse dall'educazione e dalle letture di un giovinetto

di

Cesare e poi

(1)

11

naiiiente
2

di quella

WiLAMuwnz,
(il

Sappilo u. Simonidex, 58-, ha trattato pi

ogni altro di questo carme.

ti-


greco contemporaneo

(1).

18

Si consideri

appunto

la tecnica

Catullo e di Orazio, e se ne rimarr convinti.

di

Questa tecnica del principio-motto stata osserin tempi recenti, e non poteva infatti essere
scoperta, prima che non fosse scomparso il pregiudizio,
qualche anno fa ancor pi diffuso che non ora, che
Orazio fosse un Alcaeus dimidiatus come Virgilio un di-

vata solo

La concezione

midiatus Homerus.
zio

che

difendo,

io

si

dal giorno che la scoperta di


di

di Oraqualche modo strada

dell'arte lirica

fatta in

alcuni versi di un epodo

Archiloco mostr che Orazio non ha nei Giambi, nonch

tradotto

minate,

il

Parlo, neppure tolto da esso situazioni deter-

ma

solo imitato

il

tono e

lo stile (2).

Gi

lo studio

Varo conferma che a un dipresso lo stesso si


deve dire anche delle odi, come hanno gi veduto, per
citare solo alcuni tra i maggiori, il Reitzenstein, il Wilamowitz, il Norden (3). L'analisi accurata, quale ce la
dell'ode a

siamo proposta, delle


servati

riscontri

determinare

nella

poesia

quali sono con-

le

lesbia,

giova tuttavia a

pi precisamente, quale sia stata la rela-

zione tra Orazio e

(1)

altre odi, per

suoi modelli, com'egli abbia conce-

Quintiliano discute seriamente

dei vantaggi

dei pericoli

per l'educazione morale che presenta nella scuola la lettura di Alceo;

sembra dunque supporre che essa fosse consueta

X,

1,

63 Alcaeus in

parte operis aureo plectro vierito donatur, qua tyrannos insectatns mnltum
etiam moribus confert, in eloquendo quoque brevis
gens

et

plerumque oratori

ribua tamen aptior.


pitoli nella quale

similis, aed et lu8it et in

et

magnificus

et

dili-

amores descendit, viaio-

Per questo periodo fa parte di una

serie

di ca-

sono nominati anche scrittori che in quel tempo

certamente nessuno leggeva pi, cosicch sar pi prudente astrarre

da questa testimonianza.
(2) Cfr. Leo, de Archilocho et Horatio, progr. di Gottinga, 1900.
(3) Al Noi?i)EN nuoce tuttavia quel pregiudizio che ho pur dianzi
combattuto.


pito la sua

dipendenza da

19
essi,

come

si

accordino queste

derivazioni con V uso larghissimo ch'egli


presi dalla poesia

modo
la

che

in

quali mezzi tecnici

con

materia tolta da

all'ode
di

ellenistica,

altri.

La

dei

fa

egli

abbia trasformato

nostra ricerca

rivolge ora

si

ritiene imitazione pi servile di

si

Alceo, a un'ode per la quale,

motivi

qual misura e in qual

come

fin

un carme

d'ora occorre

confessare, la formola motto insufficiente e inade-

guata.
Il

carme

14

stato

spiegato allegoricamente gi

dagli antichi commentatori, dai quali attinge Quintiliano

Kukula

^VIII, 6, 44). Soltanto in tempi recentissimi R.

(1)

ha osato negare il carattere allegorico di questa poesia,


che secondo lui un vero propemptico indirizzato alla
nave sulla quale Augusto nell'anno 30 compi la traversata da Samo a Brindisi e ripart poi 27 giorni pi
tardi per le Cicladi e l'Asia Minore
secondo il Kukula
il poeta ha scritto o fnge di aver scritto
l'ode nell'intervallo tra
due viaggi. L' ipotesi attraente, tanto
pi che Svetonio {Aug. 17, 3) ne informa che la nave
che port Augusto da Samo a Brindisi, aveva perduto
il
timone e una parte dei cordami attraente ma errata.
Innanzi tutto nei ventisette giorni Augusto avr avuto
e, se non
cura di far riparare la sua nave ammiraglia
:

gli

fosse

per qualsiasi ragione riuscito, ci che

non

immaginare, di farvi mettere timone e gomene


avrebbe fatto il viaggio su di un'altra nave
siccome, a quel che narra Svetonio, egli era partito per
r Italia con tutta una squadra di navi, e solo una parte
di esse era andata perduta nella bufera, non avrebbe
avuto altro imbarazzo che quello della scelta. Che quegli ch'era ormai il dominatore onnipossente del mondo,

facile a

nuove,

(1)

iViener Studicn,

XXXIV,

1912, 237,

ao

da Brindisi su una nave che faceva acqua,


ne qui giova richiamarsi a una
congettura assurda
pi alta verit poetica. Orazio cadrebbe nel ridicolo,
se dicesse mal ridotta una nave rimessa a nuovo o parsia partito

due navi diverse come se fossero una sola(l).


E
pu incominciare in tutte le ma
o
7iavis, referent in mare te novi fuctus
niere fuorch
dobbiamo forse immaginare che una nave, che voleva
appunto uscire dal porto in mare, avesse poi timore di
ci che voleva (2) ? fortter occupa p>ortum suona ben altrimenti che r E'JTiXooc opjjLGv Ixoizo di Teocrito VII, 62, che
un augurio benevolo, mentre la frase oraziana fa piuttosto l'impressione di un ammonimento severo, cui l'o quid
agis? premesso aggiunge ancora forza; s'j-Xoo: opiJiov IV.oito,
lasse di

poi un propemptico

cos parla chi considera solo in generale

navigazione

una nave
e

fortter

pu

che neppure
lo scoglio

l'

interpretazione del

indicano anche secondo

per meglio dire,

marosi.

Kukula

dell'allegoria, tant' vero

sollicitum qiiae miii taeditcm,

o,

pericoli della

vede

un momento,
un bastimento che in

solo a

riferire

vicinanza del porto combatte con

levis

esclama chi

in pericolo: occupa e l'azione di

fortter si

il

occupa portum

che

Il

peggio

riesce a evitare
le

parole nuper

nunc desiderium curaque non


lui una nausea morale ,

riferiscono piuttosto alla situazione

si

di

Au-

pur sempre preferibile l'antica interpretazione

alle-

politica generale che

non

alla

nave ammiraglia

gusto.

E
(1)

fosse

non

Dalle

parole

menzione

di

del

Kukula

un viaggio

di

parrebbe che nelle nostre fonti

una nave determinata,

ci che

(2) L'interpretazione che

bligo morale

errata

di esporti

da quando

tura etica

in

alla

il

Kukula d
furia della

([ua yXtozx

non hai l'obdubbio


contiene una sfuma-

del v. 15 se

tempesta

cpXtaxavetv

senza

~
gorica. Cos

ha inteso

pure respirava

'l

nostro carme Quintiliano, che

il

la stessa aria intellettuale del nostro poeta.

Orazio stesso accetta altrove


stoici d'interpretazione

(epist.

I,

2)

metodi cinico-

che possono ben

omerica,

dirsi

simbolici, giacche riducono gli eroi a rappresentanti di di-

La nave

versi generi di vita.

pretata

cos

che, in

qualunque

modo

fonti

gi

dallo

di

Alceo

Pseudoeraclito

tempo

ellenistiche

sia

(fr.

18) inter-

{Probi,

vissuto,

liom.

attinge

e riesce difficile

5),

ogni

immaginare

che la Stoa si sia lasciata sfuggire un'occasione cos bella


di annodare considerazioni morali a un testo classico.
Orazio avr dunque letto Alceo in un'edizione commenche

tata,
letto,

anche per

gli sar stata indispensabile

il

dia-

avr trovato in essa V interpretazione allegorica, e

dalla poesia di Alceo intesa allegoricamente avr tratto

r ispirazione

di

questo carme.

Coir interpretazione allegorica molte difficolt scompaiono immediatamente. Il poeta sta sulla riva e guarda
il mare tempestoso. Una nave, ridotta male
dalla tempesta, pur riuscita con grande stento a giungere quasi
alla

onde
si

bocca del porto,


la ricaccia

di

ma una nuova
un tratto verso

furia di vento e di
l'alto

mare.

Orazio

rivolge alla nave: Perch non resisti con pi tenacia

Se non
perduto

riesci
il

ora a entrare in porto, tu sei perduta. Hai

timone, l'albero

travi, che, prive

acqua le
tenevano strette,

spezzato, fanno

ormai delle funi che

le

non hanno pi forza di resistere ai iiutti. Le vele sono


lacere, le immagini degli dei tutelari sono state spazzate
via dalle onde. Per quanto fatta di legno di pino pontico, per quanto nobile e celebre e quantunque ridipinta
di fresco, difficile che ti salvi
una volta respinta di
nuovo in alto mare, sarai zimbello dei venti. Tu che mi
fosti pur dianzi ragion di disgusto, che eri ora la mia
;

cura e

il

mio amore, guai a

te se capiterai nei labirinti

2-2

Ponto menzionato perch il


miglior legno per navi veniva di l, senza che per questo
vi sia bisogno di pensare a una leniiniscenza del celebre
rocciosi delle Cicladi

phaselus catulliano
phaselus ante
saepe sibilum

fiiit

. Il

trucemve Ponticiim simun, uhi

cornata silva;

ediclit

coma.

Che

nam

iste

post

Cytorio in iugo loquente

anzi la reminiscenza

mi pare

esclusa da considerazioni stilistiche. Orazio avrebbe guastato l'efTetto del suo carme, richiamando alla

memoria

un lusus, uno scherzetto poetico. Le Cicladi


sono nominate in questa poesia, perch gli stretti tra
r una e l'altra erano noti per pericolosi e fors'anche
perch erano state spesso cantate dai poeti ma non si
pu dire se Orazio alluda a un passo determinato di Alceo. In simile modo egli menziona altrove l'Egeo (e. Ili,
29, 57): non est meum, si mugiat Africis maliis j^^'oceldei lettori

ad miseras preces decurrere et votis pacisci, ne Cypriae Tytum me biremis


riaeqiie merces addant avaro divitias mari
praesidio scaphae tictum per Aegaeos tumultus aura feret
lis,

Pollux. Il Ponto e le Cicladi sono nominati


con speciale riferimento alla nave il sollicitum taediinn,
il disgusto inquieto , che esprime bene lo stato d'animo
di Orazio negli anni che seguirono Filippi, quand'egli

geminiisque

non voleva pi
in

sentir parlare di politica e di politica era

fondo pi appassionato che mai,

allo

stato

meglio

il

ci che

si

attaglia meglio

nave alla nave conviene


desiderium, perch non si pu desiderare se non
assente cura detto bene di ambedue. Un

romano che

alla

tale conflitto di epiteti inevitabile in qualsiasi allegoria.

L'

immagine corrisponde cos bene alle condizioni


romano (1) negli anni immediatamente pre-

dello stato

(1)

Chiedere con

il

KtiKULA ad Orazio, qnale

rappresentato dal rottame, temerario

mente risposto

ree

Romana.

il

i^artito sia

per lui

poeta avrebbe probabil-

cedenti e seguenti alla battaglia di Azio, che riesce diffcile datare il carme. In quegli anni lo stato romano
sembr spesso essere finalmente sul punto di entrare in
porto, e fu di nuovo respinto in alto mare e sbattuto

pensare

onde.

Si

della

lotta

ultima tra

zioni

contro

dalle

suol

al

momento

dello scoppio

Ottaviano e Antonio, e

le obie-

presentate recentemente dal

questa data,

Hoppe

sono tutte di molto valore. Il Hoppe


(1), non
nega a ragione che l' immagine della nave convenga a
una guerra esterna, ma non si accorge poi che la lotta
tra Ottaviano e Antonio fu soltanto formalmente considerata tale. Certo, verissimo che la guerra si dichiar
all' Egitto (2), che Ottaviano trionf dell' Egitto, non di

Antonio ma questa concezione, che era quella ufficiale,


doveva servire a imprimere il marchio di traditore sulla
fronte di Antonio, che secondo essa sarebbe passato al
nemico e infatti la segue nella descrizione dello scudo
di Enea Virgilio, che voleva appunto bollare il tradimento di Antonio. Ma anche la partecipazione di un
;

naviglio

straniero

nell'opinione dei pi

quella lotta era


le
si

guerra non

alla

carattere di

il

poteva trasformare
guerra civile, che in

Da ambedue

principale e l'essenziale.

il

romani senatori romani


erano dichiarati favorevoli ad Antonio e si erano ri-

combattevano

parti

(1)

N. Jahrb.

(2)

Dio, L,

spyw 8

TiicpYjvav,

d.

f.

4,

cittadini

(lXXov

nXiiiO'j avxixp'jc; mrjyyeiXav.


Kpo7zoX\xf.oi.

7io{Y,aav,
xy'ivtov

xax x

nsp kou

xs'.vev.

cp:oavxo,

xw

xfj

5' "Avxo)vi(p

l'osprosaioiie del
llitto

6,

4,

npcg

4,

xf^

Xy':>

oSv

I^v

ox

KXsoTiixpx xv

5i

xo

Ka'.aapog

w? xal

xr,v

5"^{^e/

xotoDxov

Koi.iiK (Uerm., XI. IX,

ad Antonio.

Antonio)

KXsonxpav spyw 8
oOv KXsonixp-/. 5i xxOxa xv

|i.v

|iv

nSsigav.

irp; xo 'Evostov XO-vxs; Tiivxa xx

vo|ii^|Jisvov

XycjJ

1912, 693 agg.

xs (oggetto

Ti&Xs|Ji.tv

Tiavxg

XXIX,

Alt.,

hi.

izrffys.t.Xci.^.

19U. 290\

di

cpvjxiaXio'j

v.al Tipg

'Av-

tcXeiov '^ri-

Imprecisa

un Laudo

iu-

24

fugiati presso di lui. Orazio stesso,

qui le idee della corte o per lo

il

meno

(juale

rappresenta

della cerchia che

si

raccoglieva intorno a Mecenate, dice altrove chiaramente

che quella guerra fu una guerra

civile.

Quale altro senso

hanno

infatti le parole dell'epodo

IX,

1 1

emaneipahis feminae

fert

valium

Romanus ieu {poet arma miles

steri negabitis)
et

spadonibits servire rugosis potest, interque signa {turpel) mi-

conopium ? In che consiste l' ignominia


che legioni romane combattono in servigio

litarla sol aspicit

se
di

non
uno

in ci

stato straniero

gusto e

la

N gioverebbe

supporre che Au-

sua corte abbiano in tempi diversi concepito

forma giuridica di questa guerra l'epodo


stato probabilmente scritto (1) durante il blocco, che
precedette la battaglia di Azio, e Dione (L, 8, 5) ci
conferma che anche prima di quella vittoria l'opinione
pubblica di Roma giudic cos. Velleio, regnante Tiberio,
diversamente

la

considera quella battaglia

quando Augusto

Roma,

torn a

finita vicesimo

la

pena

post

tutti,

amia

come

bellum

narra

fine delle

Actiaciim

guerre

Alexandrinumque

egli, si rallegrarono,

bella civilia (II, 89).

civili

Ma non

perch'erano
vale neppur

di ricercare l'eco del giudizio della corte

augustea

nello storico o nel poeta, quand'ancora ci sono conservate


le

parole di Augusto stesso. Corrisponde a quelle

norme

guardingo principe osserv per tutta


la vita, che egli ancora nelle res gestae non chiami la
guerra di Azio altrimenti che
guerra di Azio (25, 3)
iuravit in mea verba tota Italia sponte sua et me belli, quo
vici ad Actium, ducem depoposcit. Qui egli non aveva interesse a mettere in rilievo che la coniuratio si riferiva
a una guerra tra cittadini e cittadini. Ma dove si vanta
di

cautela che

il

di

aver posto termine alle guerre intestine, egli ha

raggio

di scrivere,

(1) Gir.

il

co-

senza per vero nominare espressamente

sotto p. 38 sgg.


Azio (34):

ubi civU]ia exstinxeram

b[e,lla

per consensum

Bomani arbitrinm

senatus p)opnlique

in

(1),

rerum oynniiim, rem puhicam ex mea

universorum potitus
potestate

-25

transtuli.

Qui ubi exstinxeram dev'essere congiunto strettamente


con transtuli: Appena io ebbi spento le guerre civili^
resi aj senato e al popolo il potere, di cui conforme
al volere sovrano della nazione mi ero impadronito
:

non

pu unire

si

bella civilia

quest' ultima proposizione

riferire

perch non

Cesare,

di

sori

con

potitus

si

exstinxeram

al castigo

degli ucci-

pu ammettere che Au-

gusto dichiari di essersi attribuiti poteri straordinari proprio

quando

il

pericolo pi grave era scomparso

(2).

Questa concezione ufficiale e cortigiana della guerra


contro Antonio ha anche solido fondamento nel diritto
pubblico romano. Antonio non venne dichiarato hostis
publicus solo perch, come Dione osserva con bella preci-

non ce n'era bisogno, prevedennon avrebbe abbandonato


Cleopatra
non valeva la pena di deliberare l'odiosa
messa al bando, dal momento che si vedeva chiaro ch'egli
nel bando sarebbe da s stesso caduto. Da quando Vabrogatio gli tolse il carattere di magistrato, egli aveva la
scelta tra due partiti, dei quali non si sa dire quale
sione di linguaggio

gi di

dosi

(3),

che egli

sicuro

fosse

peggiore

il

o sciogliere

a discrezione a Ottaviano,

(1) 1

supplementi

il

suo esercito e arrendersi

seguitare a comandare le

sono assicurati dal

confrouto della verniono

fireca
(2) Il
(3)

L,

MoMMSKN
6,

IO)

d l'interpretazione

5' 'Avxu)v((|)

chiarazione di K'ierra)
O'Yjao'.xo

(o'j

Y^P

^^'->

o8=v

a'j|iPxvxog,

vs'.Xsxo.

xax

xyj^

(cio

niente di-

^'j

xai PouX|i=voi xai ax zob-zo TipoasYxaXaat


:ix{ag 7iX|xov ixfov

ictoOiov

T^ i5TcC OTt xai aXXojj tiosjkoxvkjv xl to Kaiaapog ;:patx6'.v |ieXXs)

sti/^yY^^'-^'^

Ti^oio'q,

jjinsta.

8^ft^ev

oi, xt

xv uirp xfic Ayu-

Tia-piSoc;, |jiy,5v; a->x()

SsivoO oixc{>'v

SJqt.

"<1

nonostante Vahroyatio e

legioni

farsi

cos

jerduellh.

Il

colpevole di perduellio passa in virt del suo atto stesso


dalla

comunit dei

cittadini nella categoria dei

della patria, cosicch

la

nemici

dichiarazione che egli

Jiosfis

ha valore non costitutivo ma puramente dichiarativo ed perci i)riva di ogni importanza (1). Dunque,
in certo senso la guerra contro Antonio era anche giuridicamente una guerra civile; di i)i non domander
chi ricordi che hellum civile non un concetto giuridico.
Nel diritto penale romano non esistono guerre civili, ma
delitti di perduellione, che rendono immediatamente il
colpevole straniero e nemico della patria.
Altrettanto ingiustificata l'obiezione del Hoppe, che
in principio del hellum Actiacum lo stato romano non
poteva essere simboleggiato da un rottame, o, per seguir
pi da vicino le parole di Orazio, da una nave gravemente avariata. E vero che Augusto aveva dalla sua

piiblicus,

tutta l'Italia e tutto l'Occidente:

anche

le

ognuna

ma

grandissime erano

forze di Antonio, che disponeva di 30 legioni,

col

numero massimo

distribuite in

modo

di soldati

che poteva avere,

assai abile in Grecia, Cirenaica, Siria

ed Egitto. Ancora ad Azio egli aveva il comando di


100.000 fanti, mentre Augusto in quella stessa battaglia
aveva sotto di se solo 80.000 uomini (2). Anche la fiotta
di Antonio era al principio della campagna molto superiore (3). Roma negli ultimi anni areva sofferto molto
a cagione delle guerre

civili,

e qualsiasi

persona

di sen-

vedendo avvicinarsi una nuova guerra, ch'era lotta


di vita e di morte, doveva temere per la salvezza della
patria. L'allegoria esprime bene questo stato di animo,
no,

(1)

(2)
(3)

MoMMSKN, Strafrecht, 590.


Kromayeu, Herm., XXXIII, 1898, 28. 54. 67 sgg.
Non per nella battaglia decisiva (Kromayer, Herm., XXXIV.

1899, 30 sgg.).


che era comune a
timenti

tutti

prodigi, che

della guerra (Dion. L,

temeva sventure

gosce dei Romani

8),

romani

buoni sen-

di

dissero osservati allo scoppiar

mostrano che l'opinione pubblica


ci descrive chiaramente le an-

(1).

Hoppe hanno anche meno

Gli altri dubbi del

Che

lo spirito del

ben

altre condizioni,

corda bene con

cittadini

si

Dione

27

valore.

poeta fosse nella primavera del 31

come mostra

il

primo epodo,

Appena

data tradizionale.

la

la

si

in

ac-

guerra

il buon cittadino si rassegna all' inevitabile,


non aveva desiderato, ma che non era stato
in suo potere di tener lontano. Siccome il suo protettore Mecenate deve partire per la guerra, Orazio pronto
a seguirlo
ma piuttosto con la rassegnazione che d
il
senso del dovere liberamente accettato, che non con
vera gioia. Il pensiero della possibile morte del suo
caro annebbia l'anima del poeta: v. 5 quid nos, quibus
te vita si superstite iucunda, si cantra, gravis? E che ad
Orazio dispiacesse di combattere ancor una volta in una
guerra civile, mostrano le parole lihenter hoc et onine mi-

dichiarata,

che

egli

hellum

litabitur

tuae

in

spem gratiae, nelle quali hoc

omne per chiunque non sia privo di ogni senso di


significa

questa guerra e una

terpretare

in

troppo

senso

temporali tiuper sollicitum

Orazio
di

non

curaque

sideriiim

taedium

animo dur

nel 40 (2)

egli

in

(1)

L,

(2)

Le osservazioni

8,

non mi paro
s tra re.

l'cujjiKioi

elio

lui

ristretto

La

levis.

di

le

si

1(5)

riescano

se
in-

determinazioni

nunc

de-

patria

era

divenuta ad

ma

questo stato

Ancora
di

nel

presentarsi

Ts x 7ip&|iax|ivov iJivotspiod-ev
di

devono

Filippi,

lungo.

finge (ep.

quae miki taedimn,

giorno

dal

stile

ancora peggiore,

pure una peggiore ce ne pu essere

et

41

forse

dinanzi

ai

|ioi(iif t^v,

xts.

Joskimi Kuoli. (fferm., XLIX, liU4, G29

11.),

i>r(>vare

ci

che esse InttMuiono

tlinio-

- 28
suoi

cittadini

Solone e

in

veste

araldo al

di

modo

incoraggia ad abbandonare

li

del vecchio

a rifu-

la patria,

campi dei beati come si pu


chiamare una tale condizione di animo se non disgusto,
taedium? Ancora verso la fine del 39 egli ha lanciato
verso Sesto Pompeo e verso Ottaviano quel grido
quo

giarsi in lidi lontani, nei

quo

scelesti riiitis,

Anche questo
necchiava,

si

(ad cur

taedium.

dexteris aptantur enses

la

speranza, che in

conditi ?
lui

son-

risvegli solo a poco a poco da quel giorno

fu accolto nella cerchia di Mecenate


dunque dalla fine del 38 o dal principio del 37. Che Orazio
abbia scritto poesie con determinata tendenza politica
negli anni immediatamente seguenti al 37, non dimostrato (1), ne tali carmi converrebbero ad uno che ancora
nel 39 si professava disgustato di ambedue i partiti. Di
una disposizione di animo, che comincia appena a rivelarsi, naturale che si dica mine e che questo mine si
in

cui egli

opponga a un
poetiche

avuto

il

di

tempo

il

mostrare

di rallegrarsi

quand'essa era gi di nuovo

Chi non

si

anche

nuper. Corrispondeva

Orazio

ch'egli

alle intenzioni

aveva appena

della salvezza della nave,


in

alto

dia per vinto e insista con

mare
il

e in pericolo.

Hoppe

sul nuper

opportuno ricordi come Orazio abbia usato nuper di


una vittoria ch'era stata riportata cinque anni prima
epod. IX, 7, ut nuper, actus cum freto Neptunius dux fugit

L'epodo scritto nel 31, Sesto Pompeo fu


Naulochos nel 36.
Mi par dimostrato che la poesia I, 14, si pu riferire
allo scoppio del hellum Actiacum, non tuttavia che non

ustis navibus.

sconfitto a

siano

possibili

altre

ipotesi.

Impossibile

per

quella

proposta dal Hoppe, che questo carme alluda alla guerra.

(1)

La

poesia ad Agrippa,

I,

non

si

pu datare.

d.y

Pompeo e sia stato composto dopo le diClima e di Scyllaeum e dopo il disastro navale
di Messina (App. b. e. V, 81-92). Secondo il Hoppe questa
spiegazione avrebbe il vantaggio che l'allegoria della
nave significherebbe una guerra navale, nella quale le
navi di Augusto avevano gi una volta sofferto molto
nella tempesta. Il profitto a me pare mediocre, perch
contro Sesto
sfatte di

al

Hoppe non

riesce di

eliminare del tutto l'allegoria,

ha il coraggio di spiegare il taediun


per mal di mare o d' immaginare che Augusto sia ripartito
su una nave mal rabberciata. E, ammesso una volta un
elemento allegorico, tant' riconoscere un'allegoria completa che una mezz'allegoria anzi questa mi sembrerebbe
di gusto peggiore. Ma c' di pi la cronologia del Hoppe,
che farebbe risalire quest'ode all'anno 38, inaccettabile, perch'essa contraddice a quanto sappiamo dello

giacch neppur

lui

svolgimento dell'arte metrica di Orazio. Non


portuno indugiare su questo punto, perch
zioni ritmiche

mostrano l'assurdit

molti ne sono stati intrapresi in

di

forse inople

considera-

ogni tentativo, e

questi

ultimi anni, di

cercare nel nostro canzoniere odi giovenili.


Orazio, com' noto,

si

attiene nella metrica delle odi

a una dottrina, secondo la quale tutti


originati
parti

di

versi

lirici

sono

da un piccolo numero di versi primitivi o da


combinati tra di loro per mezzo

questi versi,

diQWadiectio, della detractio, della concinnittio e della pcr-

mutatio, specie di operazioni tra aritmetiche e chimiche.

Di

qui

si

spiega che

nella

sua metrica prendono

un

aspetto fisso e immutabile certi piedi che dai Lesbii sono

ancora formati liberamente; altrimenti la derivazione dal


trimetro o da serie dattiliche, esametro e pentametro,
non sarebbe possibile. Di qui anche le cesure fisse, non
libere

come

nei

Lesbii, perch, per la teoria

segue, la cesura indicava

il

|)unt()

di

sutura

che Orazio
degli eie-

menti
si

una

tale teoria

cordarsi

pi di

lo

imponeva

bene con

eccezioni per

le

gettar via

e ch(; a lui

leggi

sembravano

eufoniche naturali
egli

ha avuto

ceppi della teoria e di

ai

che

forse ac-

alcune

farsi

la

forza

del

tutto

suoi primi tentativi,

che pi probabile, non aveva ancora

tecnica sufficiente per seguirla in

rizia

Orazio

(l).

restrizioni,

tempo o non conosceva ancora quella dot-

egli a quel
o,

verso

alle

riscontrano nelle sue prime e nelle sue

si

guidare dal suo orecchio. Quanto


trina

nel

fusi

buon grado

Dimque da vecchio

ultime odi.
di

che sono

indivisibili,

adatta per

30

esempio nella penultima ode del primo

ogni

libro,

la pe-

Per

caso.

che com-

dopo la presa di Alessandria, nell'agosto del 30,


permette ancora di formare un alcaico endecasillabo senza cesura dopo la quinta sillaba nientemque
hjynphatam Mareotico e un altro con la semicesura invece della cesura antehac nefas depromere Caecuhum
vale a dire che Orazio ancora nell'anno 30 componeva
versi dal punto di vista suo non perfettamente corretti,
cercava, quanto alla ritmica, ancora la sua via. Che
solo in quegli anni egli si sia arrischiato per la prima
posta
egli

si

volta a riprodurre

in

latino

la

strofa alcaica, confessa

chiudendo l'odicina a Lamia I, 26, che


composta anch'essa nel 30 (2), con un invito alla Musa
a consacrare il suo amico con un carme di nuova specie,
stesso

egli

che pu consistere

fdihus novs. In

ritmo

Le

parole

necte fores, necte

(1)

la

novit se non nel

quae fontibus integris gaudes, apricos

meo Lamiae coronam, Pimplei

Fondamentale

sulla questione la

memoria

del

dulcis

Christ

nil

sull'arte

metrica di Orazio alla luce della tradizione antica {Munchener Sitzungsierichte,

1868).

La

prefazione del Kiessling alle odi basta per nna

prima orientazione.
(2)

Cfr. la nota di

Kiessling-Heinze

al v.

5.

sine te mei ijossunt honores

noto,

versi di Lucrezio

fonth atque

dere

clecet
I,

927 sgg. hivaf integros acce-

petere

cajyiti

credere che anche

la

imita-

quest'ode infatti

la tecnica di

ammessa una

volta (hu7ic Lesbio sa-

dopo

Ugualmente

13, e'

II,

1'

Quindi necessario

quarta sillaba del-

la

che altrove evitata

segua monosillabo.
stesso anno,

modo che

tal

fores

unde primo

coronam,

al lettore.

crare plectro) la fine di parola

l'enneasillabo,

decerpere

parole di Orazio aspirino ad avere

le

valore di programma.

ancora difettosa

novos

inde

tempora Musae, e in

nidli velarint

zione non poteva sfuggire

dopo

fidibus novis, hiinc Lesbio

sorores parafrasano, coni'

iuvatque

aurire,

insignemque meo

hwic

sacrare pledro teque tuasque

meno che non

ode dello

un'altra

in

nello stesso verso fin

quinta sillaba, che in Orazio

parola

di

per

meno

lo

assai rara fuorch dinanzi a monosillabo.


di I, 14, perfetta. Ne si ha il diritto
metro diverso e che Orazio pu avere
imparato a padroneggiare prima gli asclepiadei, della

Invece la ritmica

di obiettare

cui

che

il

trattazione

ellenistica,

gli

che non

numerosi

forniva

strofe

la

esempi

alcaica, per

costretto a ricorrere a modelli antichi. Orazio

non ha raggiunto subito


vero che anche nei primi tre libri

asclepiadei

nello

lo iato tra

stesso
il

ferecrateo

vano aurarum
(jenibus

cura. In

et

tremit),
I,

metro che

15,

siliiae

che

il

I,

14,

poesia

anche negli

la perfezione, tant'

delle odi sono

tenute poesie di tecnica imperfetta. In


posto

la

quale era

la

23, che comammesso ancora

I,

gliconeo {matrem

metu; dimovere lacertae

et

non sine
corde

et

poeta pi tardi evita con ogni

il

ode che mostra tracce

d'

immaturit nel-

r idea generale e nell'esecuzione tecnica, la i)ase


volta, contrariamente alla regola,
e

con-

una

formata da un trocheo

non da uno spondeo i(/)iis Iliacas domos.


E davvero probabile che tutte queste odi siano stata
:

composte prima
del 41

a-i

quando l'epodo pi

del 38,

L' inverosimiglianza, anzi

agli occhi.

si

l'

antico,

1(1,

il

impossibilit salta

aggiunga che dei canti della prima rac-

colta quelli che sono databili sono stati composti per lo

immediatamente precedenti a quello

pi negli anni
l'edizione,

il

che come
del 28;

I,

23.
si

Delle 38

odi

del

primo

del 30

detto, imperfettissima,

26;

35, del

I,

29,

all'

libro (1)

del26,

I,

I,

incirca del 25;

2,

12,

I,

probabilmente del 24; I, 21, pare del 23, come probabilmente anche I, 4. Le altre poesie non presentano indizi cronologici.

Delle 20 odi del secondo libro

composta certamente nel

e imperfezioni ritmiche evidenti;


tardi

II,

II,

13,

30, e presenta infatti singolarit

12, certo dopo

il

17,

II,

29, sebbene
verso il 27

scritta

pi

sia difficile dire,

quanto tempo dopo II, 16,


II, 9, nel 27 o
qualche tempo pi tardi II, 2, nel 27 o nel 26 II, 11,
nel 26 o pi tardi
II, 4, nel 25 o in tempo posteriore
le altre odi non si possono datare. Delle trenta odi del
terzo libro le sei odi romane sono composte tra il 28 e
il 26
le altre sfuggono per la maggior parte al tentasi pu solo dire che III,
tivo di stabilirne la cronologia
8, appartiene all'anno 29, che III, 29, non scritta prima
del 27 e che III, 14, composta nella primavera del
24 (2). Violerebbe pi sicuri canoni del metodo chi attribuisse la maggior parte delle poesie non databili appunto agli anni nei quali le databili non furono composte perch contrasterebbe con le leggi pi elementari
della probabilit immaginare che per un caso strano ci
;

fossero conservate odi giovenili tutte impossibili a datare,

(1) Gli indizi crouologici

raccolti

per

lo

pii

nel

commento

di

Kikssling-Heinze.
(2)

provare

Non mi pare che


clie

III,

al

Kiessling

11 anteriore al 30.

e al

Hkinze

sia

riuscito di

33

odi del periodo della maturit tutte

data sicura. In-

di

vece noi dobbiamo concludere che Orazio ha raggiunto


tardi la perfezione metrica, ma che, una volta raggiuntala, se pure aveva composto prima altrettante liriche
quante pi tardi, del che non dubito, le ha escluse quasi
dobbiamo constatare che
indegne dalla pubblicazione
solo negli anni immediatamente precedenti al 23 gli
riuscito di scrivere poesie che lo soddisfacevano del tutto.
Questa conclusione non esclude che alcune poche poesie
;

pi antiche siano comprese nella raccolta, quantunque


si possa, come vedremo, dimostrare che queste poche non
hanno forme ritmiche puramente lesbie ma qualunque
ipotesi supponga che una parte considerevole della no;

stra raccolta sia formata dalle poesie giovanili,

deve

es-

sere respinta.

Queste considerazioni mostrano che la datazione del


insostenibile. Esse non dimostrano che l'ode

Hoppe

non pot essere scritta nel 32, come non fu nel 38, perch non si pu negare la possibilit che a Orazio un
ritmo sia riuscito men bene che un altro, ma non sono
neppure troppo favorevoli a questa data. Siccome per
non v' neppure una ragione determinata per assegnare
l'ode proprio a quest'anno, sar forse opportuno guardarsi
14, ai

intorno e domandarsi se non convenga riferire

tempi della

Augusto

ma

ha,

crisi interna,

com' noto, rinunziato

questo solo

l'

ultimo atto

I,

che segui Azio. Nel 27


ai poteri

di

straordinari

una lunga

serie

di

provvedimenti, per mezzo dei quali egli o intendeva o


fingeva d'intendere di ricondurre lentamente lo stato dal
governo personale alle condizioni giuridiche consuete e
normali. Gi nel 28 egli port

fasci,

che

gli

spettavano

alternativamente con il suo collega


Agrippa (Dion. LUI, 1, 1); nello stesso anno abrog in
generale
suoi provvedimenti del tempo del triumvirato
in virt del consolato,


LUI,

(Dion.

2,

34

Nel 23 rinunzi finalmente anche

5).

al

consolato (Dion. LUI, 32, 2) (1). Dunque nell'atto solenne


dell'anno 27 culmina una tendenza, che aveva gi co-

minciato a farsi sentire subito dopo Azio e che non


appare d' improvviso sull'orizzonte. Che Augusto abbia

dopo

subito
la

la vittoria

sua intenzione

ci

fosse narrato

re p. bis cor/itavit

memor

sinceramente o

a tutti

gli ufici

no,

pubblici e

a vita privata, sarebbe in se probabile, quand'anche

ritrarsi

non

dichiarato,

di rinunziare

obiectum

da Svetonio

immum

sibi

ab eo saepius, quasi

redderetur.

Ne

Mommsen,

la cui autorit

e'

de reddenda

p)er ii^sum starei

ragione sufficiente per rigettare con

ne
il

seguono la maggior parte degli


che non pu esser nata da ma-

questa notizia,

storici,

28, 1)

(Atir^.

post oppressimi statini Antonium,

linteso.

Orazio ha dunque poco dopo Azio creduto alle voci

Roma

sparse in

che Augusto

privata e se ne angosciato

<^<

si

volesse ritirare a vita

Come

? lo

stato

non ancora riparate, e


navicella deve ancora una volta esporsi alle

giunto in porto,

le falle

mare, avariata com'essa


ogni

modo

tarda,

io

malumori

di

non

proporrei
politici

appena

la nostra

furie

del

Giacche nuper consiglia a

? .

una data troppo


tempo
Orazio erano passati da poco. E

attribuire alla poesia


il

di

30 o

il

29

(2),

(1)

Ed. Meyer, Eleine Schriften, 460. 480.

(2)

La data secondo me gmsta

nel qual

stata gi trovata dal

Fraxkk,

ha forse torto di fondarsi siU


ricorrere della stessa immagine nel discorso di Mecenate in Dione,
LII, 16, che composto liberamente e prosegue fini politici attuali,
come ha dimostrato P. M. Meyer nella sua dissertazione de Maecenatis
oratione a Dione ficta (Berlino, 1891). Ma il pensiero del Franke non
poi cos sciocco, come piace rafQgurarlo a Kiessling-Heinze
somiglianze tra le orazioni di Dione e alcuni motivi nelle odi civili di Orazio ne cogliamo anche altrove, ci che mostra che Dione attingeva as
Fasti Horatiani,

153, eccetto che questi

che

strano

citare l'ode

questa controversia non

tutta

in
I,

2,

35

che pure mostra

soglia

si

stessa disposizione

la

animo ed esprime il timore che Augusto voglia ritirarsi


a vita privata. Essa fu composta nell' inverno dal 28
di

al

27

in essa

il

poeta rivolge liberamente

parola

la

Ottaviano, mentre nell'allegoria evita di menzionare nomi

appena appena.
rimane
ipotetica.
cronologia
anche
questa
Ma
Eccoci dunque al nostro assunto principale, la ricerca delle relazioni di questa poesia con il frammento di
Alceo, citato per lo pi dai commentatori. Il Hoppe ha
negato che Orazio derivi in alcuna maniera da Alceo
e asserito che il modello Teognide 671 sgg. ouvsxa vOv
propri: gli anni del taedium erano passati

cppG[ia9-a xaO-*
oiL

ovGcpspYjV.

bxta Xsux paXvxe?

vxXetv

xo'.ywr

{ji'-fOXpwv
(Sepv/jXTjV

|JLv

ypr,|jLaxa

S'

5'

ox O-Xouacv,

xTzz^'^vXXti

[jiXa xcc yjxXzTZwq a(Cexai.

oV

S-Xaaaa

ooo'J'ji-

xo-

ETiauaav saO'Xv, oxtc cpi)Xaxy,v "/V 7T::axa|a.vw;

pTiJ^ouat

piYj.

5'

xajxo?

taoc Y;'vxai q x jJLaov.

cpopxrjyol

xat"j7ipd'v

TTox;

ficile

tivxou vjxxa

ex

Mir^X-'ou

ot[xa''v(i)

iJ-T;

7tX(oXv. 5aa|i5 5' oxx'

vaOv xax

5'

xaxol

S' y.pyo'JC'..
X'j|j.a

ti-'y].

aYaO-Jv

Ma

credere che Orazio, lo studioso dei Lesbi,

si

difsia la-

che non abbia


un carme che lo Pseudoeraclito considera evidenretori
temente modello classico dell'allegoria, da cui

sciato sfuggire un'ode celebre di Alceo,


letto

come esempio; mentr' invece


prova che proprio quell'elegia del corpo

antichi citano spesso versi

manca

qualsiasi

teognideo, che per vero era letto nelle scuole, fosse cosi
nota, e anzi dalla
a Stobeo

dovremmo

mancanza
arguire

supporre che Orazio abbia,

ma

si

sia

il

di

ogni citazione anteriore

dovremmo

contrario.

s,

letto

la

dato ogni cura per evitare

forse

poesia di Alceo,

di

imitarla?

reudevauo bene l'opinione pubblica dell'et auguotea. Un


buon esempio di questa relazione trovasi pi sotto, p. 59.

fonti, che


Certo

legge

le

differenze

3t

sono grandissime, e appena uno

aovxr^lii t)v vi|io)v

[lv

yp

axaoiv

cvO'EV xjia x'jX{v3sxat,


8'

x 8' vO-ev, &|i|isg

v xo fisaaov

vi cpopi^iied'a a-jv |isXa(vq:

iieyaXw [lXa*

y{|i(f);i

|iox9''Jvxes

z=p

yp vx/.og 3xo;i5av

|JLv

xal Xxi83j

iii'(aXoi.i

vtax'

X.ei,

aOxo,

X'iXaiai 5' yxupa'.,

salta subito agli occhi la maggiore. Orazio

una nave che gi in porto,


bocca del porto combatte con marosi

sul lido

cezione simile

al

twv

dunque una con-

lucreziano suave mari magno. Alceo na-

viga egli stesso sulla nave;


auvTTj{it

guarda fermo

o meglio presso la

v|i.wv axatv

in ansia per la salvezza

il

il

primo verso del suo carme


grido del

marinaio, eh'

sua e dell'equipaggio.

Il

con-

trasto determinato dalle condizioni speciali dello stato

romano, che Orazio vuole esprimere allegoricamente. E


in ci egli pi simile a Teognide? Questi ha ^spiJieaB-a
come Alceo cpopr^[x9-a l' elegiaco parla a lungo della stoltezza e dell'ostinazione dell'equipaggio, ci che Orazio
non fa.
La condizione della nave in Alceo descritta in
modo simile ad Orazio, mentre Teognide non ne fa parola
non Ubi sunt integra lintea lo stesso che ac'^o; 5
Tcv C^^OTjXov rpri xal XxcSeg jiyaXa'. xax" aj-o. In Teognide
la nave cammina a forza di remi, perch la furia del
vento impedisce di veleggiare; di vele strappate manca
ogni cenno. La somiglianza tra Alceo e Orazio maggiore che tra Orazio e Teognide; anche questa volta Orazio si dato cura di far vedere che adoperava Alceo.
Certamente la relazione questa volta di natura ben
;

37

diversa che in nullani, Vare, sacra; col un motto in principio, tradotto letteralmente o quasi,

ma

poi svolgimento

completamente indipendente dal modello classico qui


somiglianze con il modello, che non sono mai letterali,
ma si estendono a tutta la poesia. Il lettore non poteva
neppur qui non accorgersi della dipendenza; anzi Orazio
voleva eh' egli gustasse l' imitazione e ammirasse con
quanta abilit e con quanto spirito il poeta moderno
adattava un' immagine antica alla condizione attuale dello
stato, con quanta maestria riempiva di vino nuovo gli
otri vecchi. E che il motivo della nave derivasse da Alceo, doveva scorgere anche il lettore pi ottuso. Alceo
ha spesso cantato di navi in pericolo, come mostrano i
nuovi frammenti. Egli ha celebrato l'epifania dei Dioscuri, che, dritti a cavallo, appaiono nelle tenebre della
notte in cima alle sartie e recano ai marinai luce e salvezza (papiro di Ossirinco 1233, fr. 4). Pi simile alla
nostra ode il fr. S del papiro 1234: siccome il frammento comincia uv cppxtov. bisogner supporre che Almarinai erano stati costretti a
ceo prima narrasse che
gettare in mare il carico. Orazio scrive in un'altr'ode
;

(III,

29, 57)

non

est

meiim,

si

miigiat Afrcis malus proceUis,

votis pacisci, ne Cupriae T>fad miseras preces decurrere


tum me biremis
riaeque merces addant avaro divitias mari
praesidio scaphae tutum per Aegaeos tumiiUus aura feret geminusqtie Pollux. Alceo continua dopo un verso che non
et

si

ancora

xxuTrw]

riusciti

ojA^po)

a supplire

[.l'/safl-at

)(':|jiaTC

xal

x-jjxa-::

T'YP-'l^l

7z'k'y^(t'.o\y.

'J^oi:.'!'

r/J^zy

^apD-

jjippr^v,

Questa nave non ha pi


la forza di combattere. Segue ancora l'apostrofe ad un
amico, un invito a godere; segno questo che il poeta non
s'immagina questa volta di far viaggio sulla nave; egli
siede a mensa cogli amici. Ma par certo che nonostante

'fvT(i) 5' p[jtaii xu7rT0[Xva payrivai.

le

somiglianze

di

quest'ode con quella

di

Orazio, (piesti

38

non che,
non senz' intenzione, egli riprese proprio un motivo
che Alceo aveva pi volte toccato.

si

sia attenuto alia descrizione pi celebre, se

forse

III.

L'ode di Cleopatra

L'ode

I,

I,

37 e l'epodo

37 segue piuttosto la tecnica

sacra che quella di

navis referent

meno fedelmente

cerca

in

ma

somiglianze con un modello determinato,


principio pi o

Nullam, Vare,

di

non va

IX.

di

traduce in

primi versi di un'ode

di Alceo, per distaccarsene poi subito. L'intelligenza di

quest'ode congiunta cosi strettamente con l'interpre-

ma

anche storica dell'epodo V,


non posso risparmiare ai miei lettori una breve

tazione non solo filologica

che

io

disgressione intorno a quest'ultima poesia.

Le ricerche
Kromayer (3) e
chiaro

Bticheler

del
di

punti seguenti: l'epodo

dinanzi alle coste d'Azio su

Friedrich

del

(1),

Paolo Corssen
,

(2),

del

hanno messo in
o si finge, composto

(4)

una nave;

vv. 33 e sgg.

capaoiores adfer huc, piier, scyplios


et

Ghia vina

vel

aiit

Lesbia,

quod flnentem nauseam coerceat

metire iiobis Caeciibum


si

riferiscono al

mal

ancora incominciata

(1)

Coniectanea,

(2) Q.

di

mare, perch

(5).

La viva

Programma

la comissatio

non

descrizione hosiiUumqiie

universitario di Boun, 1878-79, 13 sgg.

Roraiius Flaccus, 26 sgg.

XXXIV,

(3)

Rerm.,

(4)

Horatiana.

1899, 39

])rogr.

del

3.

Bismarckgymnasium

di

Wilmersdorf,

1903.
(5)

gere

le

Che Orazio, sceso

a terra, provasse

mal

di

mare

navi battute dalla tempesta, ha voluto dimostrare

al solo scoril

Cors.sen

latent puppes sinistrorsum citae, qualunque


conseguenza storica scaturisca da queste parole, mostra
che Orazio ha veduto queste navi. Argomenti in contrario mancano del tutto. Mecenate fu probabilmente

navium portu

presente alla battaglia; Orazio

attesta

ci

guerra:

l'intenzione di partire per la

alta naviuyn, amice, yropugnacula

e la

ch'egli

aveva

Lihurnis inter

ibis

prima delle Elegiae

che risalgono forse ancora all'et augumostra che egli rec ad effetto l'intenzione:

in Maecenatem,

stea
V.

ci

(1),

45 sgf. cum

freta Niliacae texerunt laeta carinae, fortis

circa, fortis et ante diicem, militis

erat

secutus, territus

ad

Nili

ragione di dubitare in

dum

generale

questa poesia, quand'anche

mostrato che

fugit

si

ille

Eoi fugientis terga


storica

dell'autorit

di

debba ammettere per di-

poeta qua e l sbaglia

il

Ne abbiamo

capiti.

(2).

d'altra

prova
non avrebbe lasciato immutato il primo
verso del primo componimento di un suo libro di versi,
un passo cio che era in evidenza quanto nessun altro,
se r aspettazione espressa in esso non si fosse adempita.
parte gi

il

passo del primo epodo sarebbe

forse

sufficiente; Orazio

in luce gi dal Biicheler.

Tutto ci stato posto

Ma

l'epodo non stato scritto, com'egli credeva, subito dopo


la battaglia quella stessa sera,

taglia durante

gi

il

Kromayer

il

ma

ancor prima della bat-

blocco, che la precedette,

precisamente il Corssen.
sono ancora dileguate dalQuando berremo il vino della vitsi

l'animo

di Orazio.

toria,

Cecubo, nel tuo palazzo di

il

(p.

Roma, Mecenate?

solo quando^ che espressione quant' altra

A me

15).

la cui

natura

(1)

(2)

ripugna supporr
si

visto

e dimostrato pi

L' incertezza e le ansie non

il

come ha

rispeccliia

sana

coa deliole di nervi


e

il

poeta antico,

vigorosa nella poebia.

8KUTSCH, P. ',, IV, 946 8gg.


Cfr. IIaktmann, de pugna Actiaca.

diss.

mai patetica,

di CJieH^^iii.

liU.".


nare subito a

animo.

farsi

poter

di

tor-

ha l)isogno

lovi ijratum ch'egli

sic

di

Gi una volta poco tempo fa ai)biamo


dopo che avevamo incendiato le

celebrato

una

navi

traditore Sesto

del

non spera

Orazio

basta a mostrare che

Roma;

40

vittoria,

Pompeo

Orazio non

po-

si

Antonio non
in
ispecie
risparmiata
intatta,
ancora dal
fosse ancora
fuoco. Ancora soldati romani sono schiavi di una femmina egizia, di eunuchi egizi . Quantunque anche dopo
Azio soldati romani continuarono a servire Cleopatra,
l'espressione, cos mescolata com' di dolore e di sdegno,
non conviene al carme della vittoria. Il ma che setrebbe pi esprimere cos, qualora

gue

difficile

data

at

huc

non

intendere, se

(1)

frementes

canentes Caesarem

la

(2)

la flotta di

si

accetta la nostra

verterunt bis mille equos Galli

vergogna dura,

ma

gi due mila

cavalieri Galli sono passati a Cesare . Queste parole

un successo

qui senso, se non indicano

hanno

non

parziale,

che importano pi i
di vittoria maggiore
duemila Galli dopo Azio (3) ? Segue hostiliumque navium
che arra

at huc,

(1)
il

adhuc, ad hiinc sono diplomaticamente lo stesso, e solo

senso pu decidere.

cavalli, perch un uomo non


(2) Frementes naturalmente sono
pu insieme fremere e cantare (Corssen, p. 14).
Plutarco, Ani., 63) sia
84, 2
(3) Che il re Aminta (Veli. II,
i

passato a Cesare con questi 2000, non e narrato in nessuna fonte,

ma

congettura del

Kromayer

(p. 23),

mi sembra, probabile. In Dione

racconto della defezione di Deiotaro Filadelfo (L, 13, 5)


precede la descrizione della diffidenza di Antonio verso Aminta (L,
infatti

13, 8)

il

noto eh' egli

solo (LI, 2,

come

in

1)

non narra che questi pass ad Augusto,

che Augusto

gli

lasci

titolo regio

il

del tutto certo,

durante
Il

ma

segue subito

Orazio cos in Dione la narrazione del combattimento navale

con la differenza che Dione mette anzi in rilievo

Non

il

ma

combattimento

Heinze, che crede

il

probabile che

la

contemporaneit.

Galli passarono al

nemico

meuzionnto da Dione, L, 14, 3.


carme composto in Roma dopo la battaglia,
di cavalleria

41

portu latent piippes sinistrorsum

citae;

danno

questi versi

l'impressione che la flotta sia dovuta rientrare in porto,

non

senta pi sicura,

ma

che a ogni

che essa,

forse,

modo

ancora intatta, mentr' invece ad Azio pochis-

sia

si

sime navi sfuggirono


ciale
di

fuoco, secondo la versione uffi-

confermata da Orazio stesso, che ha qui pi valore


I, 37, 13 vix una sospes navis ab igni-

ogni altra fonte

bus.

al

La

descrizione delle navi

si

accorda invece benissimo

con ci che sappiamo della piccola sconfitta dell' antoniano Sosio, eh' narrata anche da Dione, subito dopo
l'episodio di

Aminta

(L, 14, Ij; Sosio, profittando di

mattina nebbiosa, aveva tentato

di forzare

il

una

blocco, e sa-

rebbe anche riuscito nel suo intento, infliggendo cos un


grave colpo alla flotta di Ottaviano, se non fosse sopravvenuto casualmente A grippa con il suo naviglio. Allora
le navi di Sosio furono costrette a rinunziare al
segno e a rientrare nella baia di Ambracia, che
a sinistra di chi faccia rotta verso mezzogiorno.
questo successo di quei di Ottavio perdeva ogni

dopo

la

grande vittoria

Azio.

di

Il

fuga,

81

fosse indotto che

l'

(lotta di

rimane

Anche
valore

poeta continua:

costretto a supporre elio a Koiiia nei primi monieiiti

che solo una piccola parte della

loro di-

Antonio

lo

dalla

aveva

tu

notizia

sey;nito nella

eiiuipnggio delle navi rimaste nella radi

di Azio, disgustato, avesse ricnsato l'obbedienza.

supporre un malinteso nel bollettino

ufficiale

Ma

in

primo luogo

pare ipotesi disperata

non solo non menzionano, ma


dotta si fosse sollevata contro Antonio lo navi
rimangono nascoste noi porto ci che non fa-

in secondo luogo le parole di Orazio

anzi escludono che la

sono ancora

hostiles e

E poi come conviene l'esprescome vogliono Kiessi.ing-Heinzk, essa indica

reljbero, se fossero j)assate al nemico.

sione siniahorsnm citae, se,

che

la flotta

aveva fatto rotta verso

erano rimaste ferme nel porto


i

il

sud, a navi che contro

jier

il

coniando

arrivare a questa conclusione

commentatori devono supporre per giunta che Orazio avesse parlato


punto di vista non suo ma dell'avversario,

di destra e di sinistra dal

ognuno vede con quanta

proba1)ilit.

42

? Eppure tu non hai mai ricondotto


un capitano grande come questo . Pare increche queste parole siano riferite da alcuni a diffi-

tardi ancora, Trionfo


in patria
dibile
colt,

diciamo

cos,

amministrative, che ritardavano quel-

La

chiusa esprime ancora una volta af-

r atto solenne.

fanni, ansie, timori per la salvezza di Cesare.

questa

dopo una vittoria?


Dunque quest'epodo fu scritto prima di Azio. 11 Corssen, cui non sfuggito che secondo Plutarco {Ant. G5)
la disposizione degli spiriti

per tre giorni e tre notti prima della battaglia la bufera


infuri nell'Adriatico,

l'epodo.

Comunque

propone

sia,

pochissimo tempo prima

di

riferire

esso o finge

a questo tempo
essere scritto

di

Dione non
inserisce tra le vicende di guerra presupposte da Orazio
e la narrazione della battaglia nessun altro avvenimento
militare che in Orazio non si rispecchi.
della battaglia, poich

Sin qui giunta finora la ricerca erudita.

ancora

a spiegare

difficili

terra

il

v.

27 e sgg.

Rimangono

marique victus hostis punico

lugubre mutavi t sagura.

Aut

ille

centuiii

nobilem Cretam urbibus

ventis iturus non suis,


exercitatas aut petit Syrtes Noto,

aut fertur incerto mari.

Antonio sino

alla battaglia

navi nella baia di Azio

(1).

La

rimase chiuso con

le

sue

sola spiegazione possibile

(1) Io uu tempo ho pensato anche a scrivere nuiabit per mutavit.


come propose gi, ci che non sapevo, il Lachmann (p. 23 del commento a Lucrezio) petit e fertur avrebbero allora senso di futuro,
;

ci che

non

Futurum im

raro nei presenti dei verbi che indicano


Altlateinischen, 6 sgg.).

Ma

se

moto (S.toGREn.

le difficolt

grammaticali

sono forse superabili, tanto pi che una formazione come iturus, un


qualche cosa di mezzo tra presente e futuro, serve da ponte di pas-

mi pare quella
cessi

si

43

del Corssen (p. 15),

sia sparsa nel

campo

che dopo

e nella flotta di

primi suc-

Ottaviano

voce che Antonio fosse riuscito a sfuggire al blocco.


Plutarco (A?t. 63) narra, non so se con buon fondamento
di verit, che nel consiglio di guerra degli Antoniani,
che precedette la battaglia, fu discusso se non convela

nisse

tentare

anche

le

vicende

nebbiosa riusc

di

anche

poteva

es.

p.

di

un

Sosio,

tale

quale in una mattinata

al

a una fuga

ci si

potesse

si

disegno, mostrano

avvicinarsi inosservato

di

Ottaviano. E, come
sare, cos

Che

fuggire la regina.

far

di

sperare nell'adempimento

si

flotta di

alla

poteva facilmente pen-

poteva facilmente credere.

aver preso l'assalto

di

La

Sosio per un

flotta

ten-

Antonio di sfuggire al blocco. La brevit del


racconto di Dione non ci d modo di giudicare se e
quanto Sosio si sia avanzato in alto mare, se forse una nave
la possibilit di
sia riuscita a sfuggire all' inseguimento
una tale ipotesi incontestabile, poich Dione stesso

.tativo di

narra (14,

2)

che Sosio volse in fuga e insegu

non sopravvenne per caso

di Augusto, finch
di

Agrippa.

saggio e che

Non

ci

sarebbe da far

petit indica piuttosto

le

la

la flotta

squadra

meraviglie, se una

una risoluzione che un'azione

(/-

iurum prospectivum lo chiamerebbe lo Sjgren 32 sgg.), gli ostacoli


he la storia oppone, non sarelbero ancora tolti di mezzo con questo
spediente e infatti, mentre mntabit profeterebbe la prossima sconttta
;

di Antonio, la

buona

riuscita

della

fuga dovreb1)o

piuttosto

essere

concepita come un successo. Antonio stesso, dando battaglia, non ha


mirato ad altro che a forzare il blocco (Kromayer, 29 sgg.\ ed e
quasi certo che Angnsto era stato informato dei suoi disegni dal di3). Si aggiunga che. essendo raris-

sertore Q. Belilo (I)ion., L, 23,

simo nell'et aiigustea il presente col senso di futuro, non corrisponde


alle regole del buon metodo di supporre insieme una corruttela, sia
pure lievissima, e un uso ili lingua raro in un ]>asso che presenta
difiicolt storiche rravi.

nave

trionfo:

al

prendere

fosse riuscita a

largo e a salvarsi

il

(1).

accorda bene con l'invocazione


Trionfo, tu indugi ancora; ma il nemico

Quest'interpretazione

si

per mare

Esso confessava la
non aves
Qui coppe e vino, servo; nel
sero recato un risultato:
vino noi vogliamo annegare le ansie per la salvezza di
gi vinto

per

terra

sconfitta fuggendo, ([uantunciue

Cesare

La fuga
il

riuscita senza grandi perdite

Augustei una confessione

gli

com)attinienti

germe

essendo

di pericoli nuovi,

di vittoria e

di sconfitta,
al

conteneva per
portava in s

ma

tempo

sariamente cadere presto o tardi nelle mani

ma

stesso

pegno

minaccia. L'esercito di terra doveva necesdi

Ottaviano,

Antonio in Oriente era ancora intatta:


quattro legioni egli aveva sotto il suo comando in Cirepotenza

la

di

naica, forse sette

in

Egitto e in Siria

(2),

tutte truppe

bene istruite e fresche, che valevano per Antonio molto


pi che l'esercito abbandonato ad Azio, formato per due
terzi almeno di molli Orientali e rovinato per giunta da
epidemie. Una volta giunto in Egitto, Antonio poteva
riguadagnare il sopravvento. E perci appunto questa
poesia finisce in un grido di ansia.

L'ode I, 37
morte di

la

del 30.

NOv

Il

principio

{x9"jai)-rjV

)(prj

M'jpaiXoi;.

composta dopo

Cleopatra,

Nunc

l'imitazione.

est

xa: xcva

L'identit

del

Ambedue

nell'

le

la

presa di Alessandria

agosto

nel

settembre

hibenclmn deriva da Alceo 20:

7rp(;

[3''av

tlwvyjv.

sTietSrj

metro d maggior
poesie

invitano

y.iO-ave

rilievo

al-

festeggiare

non pu, a qnel che mi pare, indicare V intenzione,,


non snis non pu voler dire se non venti contrnri :
dunque sia clie egli sar portato da venti contrari a Creta ecc.
(2) Kromayer, 49 e Herm., XXXIII, 1898, 65 sgg.
(1)

perch

iturus

il

vetitis

4o

con un convito la morte del nemico della patria, nel


carme di Alceo un concittadino che nelle lotte civili ha
usurpato

il

potere, nell'ode

di

niera che ha mosso guerra a

Orazio una regina straRoma. Ma gi nel primo

verso il poeta romano si stacca dal suo modello delle


due vigorose espressioni |ji\)"jcj^r(V -p: jj-'av egli ha can:

cellato ogni traccia, poich egli giudica grossolano l'ubriacarsi per celebrare

la

morte

di

ha

Orazio

chicchessia.

evitato costantemente nei carmi la parola ebrius, mentre

Sermoni (I, 4, 51 II, 3, 60). Solo


appunto in questa ode, egli l'adopra: Cleopatra ebria, non gi di vino ma fortuna dulci, mentre
di vino l'anima sua lymphata. Teucro non ubriaco,
le sue tempie sono uda Lijaeo (I, 7, 22); i mortali grati
lo7ibenefici di Augusto
celebrano, sia uvidi sia sicci,
l'usa senza scrupoli nei

una

volta,

cum

integro sicci inane die, dicimus uvidi,

una
un nemico ma il

Sol Oceano subest

(IV, 5, 37 sgg.). Solo

volta, per festeggiare

morte

ritorno di

di

proposto: non ego sanius


amico

miii furere est

di

un nemico,

solennemente
lo

(II,

7,

hstis

nome, quasi

lo

sia

non
egli

recepto

si

la

dulce

26).
di

mostrare esultanza per

pure

della

populi Romani.

tenesse

un amico,

Edonis:

bacchabor

cosi pure egli schiva

mofte

il

<<

utinam, du.r bone, ferias praestes Hesperiae dicimus

gas

in

Ne

serbo

regina
tace

in

la

dichiarata
principio

per la chiusa, non

volesse mescolare col lieto invito alla gioia del sim-

Ma

anche nella chiusa, anche dopo che il canto


passato a poco a pco dallo stupore per l'audacia della
femmina orientale nata all'amore, che ha osato gettare
il guanto a Roma, ha osato sperare la rovina della citt
eterna, all'ammirazione per la morte eroica dell'ultimo
rampollo della dinastia macedone, anche nella chiusa,
posio.

dico, egli descrive Cleopatra, la sua indole, le sue azioni

senza dirne

il

nome. Orazio voleva che a chi leggesse

il

4(i

non isfuggisse quanto pi signorile, pi cavalleil cittadino romano che il nobile lesbio.
La poesia comincia: Nunc est hibendum; mine pede li-

principio

resco nella gioia

nunc Saliaribus ornare pulvinar deorum


tempus erat dapihus, sodales. Cos si deve punteggiare, diversamente dai pi, che pongono virgola dopo bibenduni,

bero pulsanda tellus,

punto e virgola dopo tellus, ma a torto perch mine est


bibendum detto in generale, mentre mine pede libero pul:

sanda

tellus si

amici o anzi

rivolge gi

Che

ai Salii,

il

poeta inviti

gli

popolo a danzare, creder solo chi tra-

il

ingenuamente concetti moderni nel mondo antico.


adulti hanno danzato solo in feste religiose; il
ballo per loro non una festa profana ma un rito sacro.
ha
II fossor, che si vendica delle pene che la terra gli
in
ritmo
compie
del
col piede,
un atto
dato, battendola
sporti
I

Romani

culto, e le parole di Orazio gaudet


sor ter pede terram

frasare

danza
i

Salii

cum

parola

la

dei Salii.

(III,

18,

15)

tripudium, che

Secondo Livio

perch marciassero per

tripudiis

soUemnique saltatu.

Vili, 663) narra che

Salii

invisam pepuUsse fos-

non fanno
I,

la

20,

ma

il

verbo

che

dopo, bench

subito

segue

salio,

il

citt

re

esso

canentes earmina

il

cos,

qual frase

di

termine tecnico. Chi non

perch
s

ado-

all'etimologia,

uso comunissimo,

la chiosa tripudio, cio all'espressione

aggiunge

della
istitu

parimenti Servio {Aen.

necessario
sia

non parafisso

Numa

sono chiamati

circa aras saliiint et tripudiant, nella

perato

se

nome

il

si

generale

si

contenti di que-

ed esiga che Orazio sia spiegato solo


con Orazio, legger con profitto e. IV, 1, 28, in morem Saliuni ter quatient iunium, dove il confronto si riferisce appunto al triplice ritmo (1). Perch danzassero durante il
ste te;-timonianze

(1)

La danza

dei contadini latini era originariamente identica con

quella dei Salii e mirava anch'essa, come quella, a eccitare la fecon-


convito,

il

Romano

4/

elegante prendeva in

affitto ballerine

bene conviene all'etra, non


matrona romana, Sempronia secondo Sallustio (Cat.
25, 2) era docta psallere, saltare elegantius quam necesse erat
probae e l'autore stesso chiarisce subito dopo meglio le sue
parole aggiungendo multa alia quae instrumenta luxuriae.
E a che non crediamo che l'opinione pubblica .dell'et
di professioni o etre; ballar

alla

imperiale giudicasse diversamente, per Orazio la fanciulla

che motus doceri gaudet lonicos quella stessa che


amores de tenero meditatur

mal costume
estendeva anche

palestra del

danna

si

ungiti, la

scuola di

e dell'adulterio (1).
agli

incestos

una

ballo

con-

la

uomini; Cornelio Nepote

costretto nella prefazione a difendere le sue

biografie

avrebbe trovato
disdicevole che Epaminonda sapesse danzare. Cicerone
rinfaccia a Gabinio tra le altre scelleratezze di avere
spesso ballato [post red. in sen. 13; j^^^o domo 60; Pis.
18. 22) (2). E si inquieta grandemente che a un suo didi capitani greci dai

Murena,

feso,

si

rimproveri di chi

sia fatta la stessa

accusa:

il

modo come

tenta di confutarlo, mostra in quale stima egli tenesse

dita della teira. L'istituzione dei Salii

(WissowA,

Relig.^,

ditJ'nsa

in

tutto

(1) Dopo la seconda guerra punica iusieme con le


manze greche era stata accolta in Roma anche la scuola

giovane

Lazio

il

555).
altre

costu-

di ballo

ma

sdegnava per l'abbandono delle vecchie tradizioni (Macr., Ili, 14, 7)


cant in ludum saltatorium inter ciaedos
rirgines puerUiue ingenui. Al vedere in una di (|ueste scuole un jiieruni
hulalum letitoriH (l'antica parola per candidato, usata ancora da Orazio) filium non minorem annia duodecim eseguire una danza oscena, si
Scipione

il

si

sente prender da comi)assione per la patria sventurata,

come narra

egli stesso.
(2)

uomini
zare

Macroliio (HI, It, 15) parla ancora con stupore


])olitici

Gabinio,

dell' et.\ ciceroniana,


il

che non

M. Celio difeso da Cicerone

minore del triumviro.

si

di

vergognanuio

tre

noti

di

dan-

o Licinio Crasso, tiglio

48

danza: l'avversario Catone aveva accusato


Murena di aver ballato, non gi di altri stravizi ma
com' mai possibile pensare che uno abbia danzato senza

l'arte della

tempestiva

multiim

convivia,....

quali Comes

est

extrema

deliciarum,

tutte cose

alle

che nessuno danza se non

saltatio,

ubriaco fradicio.

Eppure,

si

Orazio ha scritto

dir,

ne careat pulchra dies nota

neu morem in Halium


opporre che mentre

canta un convito

gono

(|ui

motivi

della poesia.

per

di

Cressa

civile,

I,

36

vecchi amici, che quindi non sconven-

ellenistici,

Ma

stessa,

37 una grave ode

I,

10):

36,

pedum. Si potrebbe forse

requies

sit

(I

promptae modus amphorae

7ieu

che

turberebbero la solennit

questa soluzione, non so se sufficiente

non

risolve un'altra difficolt,

come mai

con la
danza
Salii.
pesante
dei
Anche in un'altra ode (IV,
1, 28) Orazio ha comparato danze, che fanciulli e vergini ballano in onore di Afrodite, con la saltatio dei
Salii, ha per messo bene in luce che il paragone si
riferiva solo al ritmo triplice
illic bis pueri die numen
<^um teneris virginibus tuum laudantes pede candido in morem
Salium ter quatient iumum. Ogni dubbio si risolve facilmente, quando si consideri che nulla obbliga a supplire
cio gli allegri balli conviviali siano confrontati

come soggetto Orazio

suoi amici;

sit

requies

pu essere

detto in maniera del tutto impersonale. Segue neu multi


Danialis meri Bassum Threicia vincat amystide
poi, di
nuovo impersonalmente, neu desini epulis rosae neu vivax
;

Come ad ornare di fiori la tavola


avranno pensato schiavi, cos le danze saranno state
seguite da schiave o da fanciulle leggiere prese in afupiuni neu breve lilium.

ftto

un'etra, Damalis, a ogni

Quanto
riera,

alla

danza

modo

dei Salii essa era

come originariamente

era

anche

presente.

una danza guerla

^uppi'/r;,

che

per ben presto assunse carattere lascivo. Gi Senofonte


{Anab. VI,

1,

12) narra di

scudo danzava nuda

che

una

che reggendo uno

p^iga-pf;,

con

la wjpp'.yr^, certo

fini

Quella ballerina, quantunque schiava

pii.

ballo

senza dubbio

di

tutt'altro

un Arca-

quanto pare, da un Misio

de, era stata istruita, a

di origine greca.

ma

il

danze

infatti

sono rappresentate gi su vasi del principio del

simili

49

come ha mostrato

secolo,

il

Latte nel suo bel libro

danze greche (1). Nell'et imperiale, dimenticato da


un pezzo il nome VwpaS. qualsiasi ballo lascivo era detto
7iupp7jj; ancora lo scoliasta bizantino di Luciano (p. 9,
15 Rabe) definisce il xpa^ in tal modo che si vede
chiaro che quella parola era per lui antiquata, ci indica
.Tiuppi/Y] come l'espressione consueta per la stessa cosa (2).
N si deve credere che la 7:'jpp'>/Y]. divenendo lasciva,
sulle

avesse perduto

armata

suo originale carattere guerriero

il

uno scudo era

di

danzare, cos ancora

appartiene
volgare,

al

il

secondo o

presenta

figure
delle

abiti trasparenti,

come

schiava che Senofonte vide


rilievo di Villa Casali (3), che
la

al

pi al terzo secolo dell'era

femminili

vestite

cosiddette Coae

insieme con uomini armati.

dei

che

(4),

famosi

ballano

Che nome dare a questa

danza a un tempo lasciva e pesante, sensuale e guerriera, se non "'jpp:'/-/] ? Tale danza da Orazio paragonata
con quella dei Salii.
Il principio dell'ode per la morte di Cleopatra non
contiene l'espressione di un irresistibile impulso alla danza,
ma piuttosto il desiderio che Roma provveda a una festa

degna

XIII,

Vorarb.,

(1)

Religiongt6ch

(2)

xp5ag l8o; rtpeiioOg xai aio^P^t*

membri

del

::apa7tX>,o'!af

t^c

Orazio, volgendosi ai

della vittoria.

Vvr.

n.

'2,

40.

^'9"fjfl^*^i

nuppCxTQS.
(3)

Matz-Duhn, AntiU

Bidwtrkc. Ili. 3680

(4)

V. sulle Coae

Properzio,

p.

e.

I,

2,

cfr.

II,

1.

Lattk. 58 sgg.
5.


sodalizio, canta

suo
1

piedi

dei

sciolgano

Le

pii

che

Ora

50

venuto

il

tempo

si

aspetta a ordinare un

bere.
si

lettisternio ?

ultime non vogliono biasimare

parole

di

danzatori, legati sinora dalla guerra,

senato di

il

non avere ancora ordinato la supplicatio. Le parole un


po' vaghe di Dione LI, 19, 4, o); [iiyxoi xal let^vswia aiv
(cio

Antonio)

Tcpoae'jiyjcpaavio

Itt'j^ovto...,

Ka-'iap:

xxl

non dicono chiaro, se il sela morte del traditore Anfesteggiare


ordinasse
di
nato
anche quella della nemica Cleopatra. Le due
tonio
notizie devono essere giunte a Roma quasi contemporaringraziamenti agli dei fosneamente; probabile che
sero offerti per ambedue. Ma le parole che seguono subito in Dione, paiono mostrare che la prima ipotesi quella

atecpvo'jc xal fepc-ixrjVt'a;

noXky.c,

vera: xal auKo xal exepa

xec'vw vtxyj^vxa^

xo'jc

Tipxepov

o'jxs

xal xwv AY'jTtxcwv y^Ycrv

iTitv'v.ia )C

eBoaav xv yp 'Avxwvtov xal

XXou?

La

xo'j?

'Ptojjiaio'j^

xxe,

o'jxe

w; xal

abv

opx^S'.v

forma vernon era


ancora deliberato (l); quelle parole non contengono per
un rimprovero, come non lo contengono lo triimiphe, tu
morars aureos currus et intactas boves. Anzi col il trionfo

a-f? eu' axolc iov.

wvjxaaav.

bale in tempus erat mostra che

scelta della

lectisternium

il

ancora incerto, la supplicazione qui certissima.

Ma

a chi

rivolge queir invito

quale pio

cerdotale

danze

si

Neil' antica

sodalizio

quale collegio sa-

doveva eseguire quelle

Roma come

in

cerimonie di sup-

hanno spesso
una schiera di fan-

plicazione cos in feste di ringraziamento

danzato o solo cori


ciulle dall'

eh'

di

una

(1)
(p.

origine greca,

In ci
14).

il

vergini

parte, di giovinetti dall'altra. Questo rito,

207 e durava ancora

LER

di

CoRSSEN

al

(p.

fu

introdotto

tempo

in

di Orazio,

Roma
come

18 8gg.) ha ragione contro

gi

nel

fa vedere

il

Bl'che-

-olii

carme secolare

meglio

commentar ium

il

scoperto alcuni anni sono

(1).

questa festa

di

Ma puhanda

tellus

non

si

addice bene a tenere vergini. Nella descrizione della pi


antica
reste

di

tali

pompe,

menzione

cesserunt la

fune,

che aiutava

vocis

manus

37, per

pulsu pedum ynodidantes in-

delle dolci voci femminili

della

le

vergini a prendere posizioni gra-

l'

impressione di arte singolare, alla

dando

ziose, toglie,

XXVII,

Livio

in

data virgines sonum

parola pidsus quel certo che di greve che essa forse contiene.

che pidsus com'anche pellere molto meno


che dipinge subito alla mente la pesante

pulsare,

di

Roma

danza religiosa della pi antica


Italia,
i

tripudium

il

ma

Salii

anche per

questo

di

quest'espressione

ma

(2),

Non

Fratres Arvales.

usano spesso

sodalizio

e della pi antica

tripudium attestato non solo per

Il

gi la

loro

solo gli atti

forma verbale

nella

antichissima can-

comando triumpe. Per ne certo


che prima di Azio Augusto risuscitasse a nuova vita
questa fraternit estinta gi da lungo tempo (3), ne vetilena contiene spesso

il

diamo mai ch'essa prendesse parte a feste di ringraziamento e i frammenti conservati dei loro Acta sono tanti
e cos diffusi che in questo caso perfino Vargumentum ex
;

WissowA.

(1) Cfr.

Relig.^,

426;

Dikls,

SibylUnischc

Blutter,

passim.
(2)

Anno

91 succinti nacerdotes carme diceuies tripodavenitit

218 Carmen descindentetf tripodaierunt


(;on

stesse

sicurezza nel nuovo frammento in Klio,


(3) Il

si

le

frammento pi antico
Benndorf, 283 sgg.)

era infatti

jjfi

ponti/ex. Se

il

membro

36, nel quale

1902,

p.

il

nome

Bormann ha
di

anno

suppliscono
277, 11.

dove

supplito {Fest-

Domizio Calvino, che nel 21

del sodalizio e che fu imperator e per giunta

supplemento

HORMANN ha

il

II,

si

del 21. Nel titolo degli atti,

legge ancora la parola imperator,

Hchrifi fiir

parole

come

pare,

giusto,

il

sodalizio,

come

osservato, non pot essere costituito ]>rima dell'anno

Domizio acquist quel

titolo.

52

ha grande valore. Invece la funzione principale


dei Salii consisteva appunto in una danza guerriera. E
assai bene ai loro movimenti si applica pulsare, se pure
a ragione Seneca identificava (epist. XV, 4) saltus fuUo-

silentio

Dunque n

sodali di Orazio ne ver-

niiis

e sccltus saliaris.

gini

ne fratres Arvales sono qui invitati a ballare

ma

della vittoria,

non

se

danza

Salii.

sommamente

Quest'interpretazione sarebbe

anche

la

fosse

verisimile,

qualche modo confermata dalla

in

mine Saliaribus ornare pulvinar


seguente
deorum tempus erat dapihus, sodales. Pulvinar nome coproposizione

stante

del

lettisternio

degni dei

manicaretti

dapes.

Ma

qui dove

sioni proprie un'

contesto, significare o

al

Salii

o lo

stesso che Saliorum

parla di azioni sacrali, tra le espres-

si

immagine presa appunto

cui quelle espressioni proprie

meno che

dapihus pu, conside-

Saliaribus

rato di per se senza riguardo

incomprensibile.

dalla cerchia a

riferiscono, sarebbe

si

Dunque

Saliaribus

poco

= Saliorum.

Noi non sapevamo che i Salii, collegio sacerdotale davvero romano, avesse parte neW Achivus ritus dei lettisterni.
Ma, per quanto ci permette di scorgere la tradizione, assai

frammentaria e manchevole in questa materia, il letha preso il posto di un rito simile italico, del-

tisternio

mangiavano non gi
come gli uomini
nessuna meraviglia, quindi, se, quando le tra-

Vepulum, nel quale


distesi

italici (1)

dizioni nazionali
inestricabile,

anche

gli

ma

su cuscini

si

di

italici

seduti su

confusero con

Salii

furono

ai letti di divinit

sedie,

groviglio

le straniere in

ammessi a prestar

servizio

greche.

Cosi spiegata la prima strofa. Essa prende le mosse

da Alceo,

ma

trasporta a

Roma,

(1)

WissowA,

gi la seconda

met

del primo verso

sostituendo istituzioni

Rel.^,

romane

ci

all'espres-

422 sgg.

53

una gioia che a un Romano libero e bennato


doveva sembrare indegna il lettore romano si sar accorto del mutamento. La seconda strofa riprende il motivo accennato gi dal nunc del principio, ma cita a un
tempo un poeta romano, proprio come in Nnllam, Vare,
sacra, tranne che il poeta questa volta non un antico
sione di

ma

Orazio stesso. Antehac nefas depromere Caecuhum cellis


avitis riprende il motivo di Quando repostum Caecuhum ad
tecum

dapes....

festas

bibam

sub

domo,

alta....

nessuna casa conviene

delle cellae avitae, della cantina ereditata


al

Maecenas,

beate

meglio

la

dagli

menzione
avi, che

palagio del nipote di favolosi re etruschi: vietare laetus

Caesare l'opposto di

dum

funiis et imperio parabat

essa

Captolio regina dementis ruinas

finche la regina fosse in vita,

non avrebbe mai rinunziato a tentar con ogni mezzo

Roma e dell'impero; solo


Roma la sicurezza. Ne

la distruzione di

sua morte

la

poteva restituire a

Cesare pot

vantare vittoria prima del giorno in cui ridusse Cleopatra


in

suo potere

sciolto.
si

(l)

poeta

Il

accorgesse
nel

riaccenna

il

(1)

(p.

Come

contaminato cum

Le obiezioni

del

mutare nell'epodo
vino

al

Corsskn

(jrege

ip.

va;j;a

si

l)cve a sorsi

della vittoria.

il

lettore

il

l'epodo suo
il

principio,

secondo periodo

turpium morbo vrorum

19)

contro

il

spa-

Frikorich. che

il

mente, a quest' iuteritretazione

Caecuhum del

di

Corssen propone

Il

36, perch

v.

Ma

il

v.

riserba

in ([uesto seCecnbo
medicina contro il mal di mare meire

giorno della vittoria.

condo passo una specie di


detto con squisita i)roprict
ora

Orazio era

pensiero che espresso da Romanus....

Ili) ha pensato, sia pure

<liiesto

di

in principio egli cita

antehac nefas mi paiono di non molto conto.


di

voto

dire cos, citava

secondo periodo parafrasa

dell'epodo

il

dato ogni cura, perch

ch'egli, per

dell'anno prima.
cos

allora, solo allora


si

>

il

^cl'r.

per frenar

la

UCciiki.kr, 13)

nausea, scorrer a

<|uesto vino, che


risi

nel convito

54 -

donibus servire rugosis potest.


periodi dell'

uno

appunto

due periodi

dell'altro

riscontri tra due


carme sarebbero

arra sicura delle intenzioni di Orazio, se di arra

bisogno

per

come

un fatto cosi naturale,

Orazio richiami alla memoria del lettore

ci

fosse

che

quello

la bella poesia,

composta un anno prima, era certo gi divenuta


si meritava, ch'egli, ora che i sentimenti
dei Romani, oscillanti fin allora tra l'ansia e la fiducia,
si sono convertiti in pura gioia, ricordi come gi abbia
che,

celebre quanto

imprecato all'onta e affrettato col desiderio

La menzione

della regina

dei suoi

la vittoria.

eunuchi

ritra-

sporta Orazio nella cerchia dei ricordi. Essa rimase fino


air ultimo

La

qiiidlihet

impotens sperare fortimaque

(ulci ehria.

Azio ha non pi che diminuito la sua


temerit pazza, minuit parola bene scelta, perch mostra
che essa sino all' ultimo non si era piegata alla rinuncia
saggia ma vile, parola che fa gi pensare al nobile suicidio. Ne le similitudini frapposte della colomba insesconfitta

di

guita dallo sparviero e della lepre che fugge dinanzi


cacciatore abbassano la figura di

e al cacciatore somigliato non un

Cesare.

Quel giorno

ella

conobbe

intendere quanto pi grande di

lei

che

lei,

uomo
la

fosse

al

allo sparviero

qualsiasi

impar a

realt,

Roma

ma

ma

l'av-

non durarono
a lungo. Essa si fece coraggio e si prepar alla morte
fortuna dulci ehria, e, peggio, mentem lympkatayn Mareotico {) suonano scherno; ma fatale monstrum, collocato

vilimento,

timores, veri timores del resto,

(1) Si

phata,
il

ma

aspetterebbe piuttosto

diilci

Orazio ha qui scambiato

WiLAMOW'iTZ

(nel

commento

all'

merosi esempi nella poesia greca,


di

romanzi francesi moderni

Orazio.

Mareotico eiria e fortuna lym-

gli attributi in

quel

modo

di cui

Eracle v. 883) ha mostrato nu-

latina,

tedesca e fino nella prosa

per la poesia latina fornisce esempi solo

OD

un periodo lunghissimo

COSI in fine di
strofa, indicano

che

del poeta di

un

seguitasse dopo
rare che

sentimento,

il

la

non

xxO-avs MjpacXo;.

non certo esaltando

come Alceo

so

ma

valore e

il

di

disposizione di animo

tratto mutata. Io

^-^'.r^

e in principio

pu giu-

si

coraggio

il

di

Mirsilo dinanzi alla morte. Se ne avrebbe avuto ragione,


non so so che i suoi sentimenti cavallereschi non giun;

gevano a tanta finezza. Orazio ha voluto mettere in luce


che egli non odiava pi, morta, l'invisa nemica del popolo
romano, la regale cortigiana eroica. Al cittadino romano
dal tempo degli Scipioni in gi sensi di umanit vietano
di alzare il selvaggio grido di gioia sul nemico caduto.
Il traditore Antonio non , invece, neppure nominato.
Le strofe seguenti non presentano difficolt storiche
insuperabili per chi interpreti precisamente
regina

dementis ruinas....

tempo

sino alla morte; minuit furorem

in

adurguens.

veros
Il

dnm

si

Capitolio

(1) tutto

riferisce

il

ad Azio.

soltanto mentemque lymyhaiam Mareotic

Pu imbarazzare
redegit

parahat comprende

Caesar ab Italia volantem

timores

Corssen

24

(p.

con adurguens, vorrebbe

remis

che congiunge ah Italia


tutto il luogo al passaggio

sg.),

riferire

Cesare e della sua flotta da Brindisi in Grecia, che


secondo lui avrebbe costretto Cleopatra e Antonio a ridi

tirarsi

nel

golfo

si

Ambracia, rinunziando

di

disegno di assalire

l'

accorda per con

neppure asserire che


tutto chiaro.

(1)

Italia.
le
il

Non

nostre fonti, e non

senso

delle

sue

ma

a torto,

il

Corsskn,

il

si

potrebbe

parole

bens vero che Antonio, se

Diversamente,

a qualsiasi

tutto quel ch'egli dice,

20.

sia

in

si

d retta

Una

simile

espressione anche in Dione, L, 5, 4, jture di Cleopatra ttjV s'Jxtjv xir.v


laeyiafyjv, nxe xt |Jiv'Joi, TiotscaO'at x v x KanixwXio Stxxaai. Se ne

induce che voci intorno a un tale proposito della regiua correvano


veramente in Roma in quel tempo. La frase fu coniata dapprima pt-r
i

Galli,

come mostra

il

NoRDKx.

Kitnius n.

Veifiius,

107.


a Dione (L,

I),

2),

56

gi nell'anno 32 fece rotta verso l'Italia;

ma anche secondo quest'autore, non appena giunto a


Corcira, avendo ricevuta notizia che navi romane incrociavano all'altezza dei Ceraunii, convinto che tutto il
naviglio di Cesare avesse compiuto la traversata, meninvece

tre

una piccola parte

solo

subito

della

flotta

si

era

Patrasso,

mossa
dove svern. Caesar ah Italia remis adnrguens non si
accorda dunque bene con il passo di Dione, il cui vadall' Italia, risolse

lore

storico

del

di

dubbio. Di

assai

resto

ritirarsi

tentativi

of-

non
fanno cenno, e quel che sappiamo degli avvenimenti che
fensivi

contro

precedettero

posteriori

Italia

a questo le

fonti

Azio, esclude qualsiasi supposizione di tal

genere. Del resto, non potendo volantem essei'e adoprato

assolutamente, bisogner congiungere con esso e non con


adnrgueis

Vab

Italia^

come

anche

d'altronde

consiglia

l'ordine delle parole. Si osservi ancora che, accogliendo

l'interpretazione del Corssen, bisognerebbe

Orazio, dopo aver gi parlato

ammettere che

della catastrofe

di

Azio,

che spezz per sempre la potenza di Cleopatra, avesse


aggiunto ancora, congiungendola per mezzo di un qtie,

anteriore che non ebbe alcuna


conseguenza. Quale importanza spettava ormai dopo Azio
a una tale ritirata, a una ritirata, del resto, che probabilmente non mai avvenuta? (1).
la

menzione

di

un

fatto

Redegit in veros timores


della regina

dopo Azio

si

riferisce .invece

(1)

mente sua

che

Kromayer, Herm. XXXIII,


est jioetarnm,

ita nt in lino

quae

fin

miseramente ad

farla signora dell' Italia

1898, 59.

considerazioni non basta l'osservazione del

eum, ut

fuga

Orazio pu dire che essa fugge

ab Italia, perch la spedizione

Azio, doveva in

alla

et locis et

couspectn omnia videres

nulla

contraj)pesftre queste

Corssen

coruprehendisse

temporibus inter
.

se distarent,

oiper Cleopatra, una volta vinta e distrutta

di pi facile

la flotta

di

Augusto, che compiere

e sbarcare truppe in Italia.

la

Invece,

breve traversata

sfuggendo

essa,

al

blocco e dirigendosi verso l'Egitto, rinunzi all'invasione


e

allontan dall' Italia per

si

La

ultima volta.

1'

proposizione che segue alle parole fatale monstrum

non presenta

difficolt,

se

zione retorica del periodo

si

ponga mente

alla costru-

esso composto di due met;

i
di due membri
membri
due met si corrispondono tra loro chiasticamente, quelli della seconda met hanno forma aggettivale. Una proposizione participiale, comune alle due

ciascuna met, alla sua volta,

(bh'

ce')

met

delle

(a),

apre, un'altra aggettivale chiude

il

segue ancora una proposizione participiale

periodo
[d)

(a');

a guisa

di epilogo.
a)

quae geuerosiiis perire ((uaerens

6)

nec mnliebriter expavit enseiii

e)

nec lateutis classe cita reiiaravit oras,

e')

ansa et

b')

fortis et asperas tractare serpentes, ut atruiu corpore

a')

deliberata morte ferocior,

rf)

saevis Liburnis scilicet iuvidens prisata deduci su-

iacenteiii visere

regiam voltu sereno,


[combiberet veneimui,

[perbo non

an

parlano della sua intenzione

mente

del suo stato di animo,

solto di morire
ce

linniilis niulier

hb'

di

trinnipho.

morire e rispettiva-

una volta che aveva

ri-

del suo coraggio dinanzi alla morte;

della sua tenacia intrepida nei propositi formati.

Gli

anelli di questa catena sono saldati cos bene tra di loro


che non lecito riferire alcune proposizioni a un tempo
diverso da quello delle altre.

Nec muliebriter expavit ensem non pu, vero, riferirsi,


gi il Corssen (p. 25) ha osservato, al tentativo di
trafiggersi con un pugnale, che Cleopatra fece subito

come

dopo

morte

la

ordipe e in

perch

Antonio, quando Paculeio l'arrest per

di

nome

in poesia

58

di

Cesare (Plutarco,

non

si

Atit.

79); non gi

possa dire spada per stocco,

ma

perch ciascuno che legga senza convinzioni preconcette


nec muliehriter expavit

Non temette
femmine . Ma quelle

ensem. intender:

combattimento, come sogliono le


si adattano anche meno bene alla battaglia di
Azio. Le strofe precedenti mostrano che anche per Orazio
Azio solo, per cos dire, la svolta che essa non aveva

il

parole

ad Azio ancora ragione di cercare la morte (perire quaerens). Si aggiunga che. avendo Orazio gi narrato la fuga

dopo quella battaglia, tutto ci che segue al quae deve


designare un periodo posteriore della vita di Cleopatra;
qual altro se non la resistenza ultima in Egitto contro
il Cesare vittorioso ?
Cleopatra non ha tradito Antonio
al
vincitore, ha combattuto, senza timore
n si arresa
delle spade nemiche, fino
parranno ancor pi belle, se

all'

ultimo

(1).

Quelle parole

sia lecito credere

che Orazio
che cor-

in esse fa fronte a voci, chi sa se vere o false,

revano gi a quel tempo e sono state raccolte da Dione


e da Plutarco. Secondo queste Cleopatra avrebbe dopo
la battaglia annodato trattative segrete con Cesare all'

insaputa

vincitore

il

di

Antonio

e tentato

suo non gi drudo

ma

anzi di

consegnare

al

marito legittimo (Dione

4; Plutarco Ant. 72), avrebbe a bella


posta fatto cadere Pelusio nelle mani del nemico (Dione

LI, 6,

5;

1,

Plutarco Ant. 74), avrebbe ancora una volta


Antonio nell'ultima battaglia (Dione LI, 10, 5

LI, 9, 5
tradito

8,

Plut. Atit. 76).

Orazio ricusa di prestar fede a queste

calunnie, vuol credere che la regina, non intimorita dalle

armi nemiche,

(1)

sia

rimasta sino

all'

ultimo fedele

Bene, quantunque non iu tutto esatto,

il

Friedrich

al

suo

(p. 113).

Antonio

59

ferma nell'odio contro

Roma

tutto era perduto, abbia cercato la morte

E
oras

cos

pure col suo nec

poeta

il

voluta

fuggire

non

oppone

si

in

terre

(1).

lafentes classe

alla

quando

poi,

cita

reparavit

voce che Cleopatra fosse

lontane,

nei paesi

sogno.

del

che essa abbia trasportato le navi di


l dall' Istmo, che da Antonio le sia stato impedito di
far vela verso l'Arabia . Di un tal disegno narra Plu No,

vero

Mar Rosso

tarco {Ant. 69); che essa volesse rifugiarsi nel

Ispagna,

in

noto a Dione (LI,

6,

quale rac-

il

3),

conta che anche Cesare ebbe sentore che Cleopatra dise-

gnasse navigare con Antonio verso

la

Spagna

e incitare alla rivolta queste province (LI,

o la

8, 5) (2j.

GaUia

chi

non abbia anche avuto notizia della


tradizione raccolta da Dione (LI, 10, 4), secondo la quale
Cleopatra avrebbe rattenuto Antonio ancora dopo 1' ulresti della flotta verso
tima battaglia dal far vela con
la Spagna ? Dione attribuisce l'operato di lei a tradimento Orazio, se ha creduto alle voci che correvano, lo
pu

dire se Orazio

crede frutto di tenacia nei propositi.

Anche

di

le

parole

qui al periodo

seguenti confermano che Orazio allude

tempo immediatamente seguente ad Azio, quand'ap-

punto essa tent di trasportare le navi di l dall' Istmo


di Suez. Ausa iacentem visere regiam voltu sereno, descrive
il suo primo ritorno
al palazzo avito dopo la battaglia
di
(p.

Azio,
112).

(1)

forse

come ha minutamente dimostrato


Giunta

Al mio assunto

disposto che

Groag

non

non impoitii
lo

si

XIV, 1914, '

{h'iio.

il

Friedrich

in Alessandria, essa os, sconfitta, rive-

stabilire,

se

Ottaviano abbia

impedisse di uccidersi,
gg.).

cunie

crede

il

interpretare Orazio occorre solo

tener presente la versione ufficiale.


(2)

intendere cos, quasi come una smentita,

ingiustificati

dubbi del Fiukdiuch

(p.

IH

sg.).

il

passo, appaiono

dere la reggia da cui era partita fiduciosa nella vittoria,

senza sentirsi per ci umiliata. Resist senza disperare,


non gi si rifugi in terre lontane quale una femmina
fantastica.

La

poesia

assomma

si

nell'esaltazione del-

e finisce

morte che

l'orgoglio regale, che accetta piuttosto la

vita oscura, che la

vergogna

di figurare

la

bottino nel corteo

del trionfatore: saevis Libnrnis () scilicet invidens privata

deduci superbo non humilis mulier trinmpho. Triumpho sta


isolato

alla

fine

non

frapposto

tra

esso e

humilis mulier.

badiamo a quella parola,


bito,

come

si

suo attributo superbo

il

Orazio

ricordava l'antico lettore, di

moraris aureos currus

et

da noi che

esige

e infatti noi ci ricordiamo

intadas hoves.

su-

Trivmphe, tu

io

Ormai non

e'

pi

venuto a mancare al trionfo


l'ornamento maggiore.
(piello che ne sarebbe stato
L'ode, assai bella, presenta tracce d' immaturit giovenile (2), non tanto nel trattamento del verso che pure,
ragione di indugio

solo

come abbiamo osservato sopra

30),

(p.

che, quanto nella composizione

nel

non

senza pec-

periodare troppo

Il carme prende le mosse


da un verso di
Alceo per passar subito ad istituzioni specificamente romane; in tre passi diversi esso vuol richiamare alla memoria un'altra poesia di Orazio esprime un mutamento
di disposizione di animo, che in Alceo si cercherebbe
invano, espresso cosi che la differenza salti agli occhi.
Anche i periodi sono straordinariamente complicati. Per
lo pi, quando gi sembrano dover finire, sono continuati

complicato.

(1) saevae

trasportare a

souo

Roma

le

ch non lasciarono un
la

Liburne, nou solo perch' esse avrebbero dovuto

Cleopatra prigioniera,

momento

ma

altrettanto e pi per-

di pace a lei e ad

Antonio durante

fuga (Plut., Ant., 67).


(2)

Cos pare abbia giudicato anche

rum quae

il

Bucheler

in tres libros digestae sunt, videtur

prima

haec ode ea-

fuisse

p. 14).

da

participi

proposizioni
pitolio

t]

reggono

aggettivi, che

nuovo

di

antehac nefas depromere Caecnbum,...

regina....

ruinas parabat, quidlihet

fortunaque dnlci ebria.

Le

intere

dnm

Ca-

impotens sperare

parole seguenti sed mimiit fu-

rorem vix una navis sospes contrastano piuttosto con

l'ul-

tima proposizione participiale del periodo precedente che


con la principale. Similmente in quest'altro periodo, allorch la proposizione principale redegit in veros timores

par gi completa,

ab

participi

ai

volantem

Italia

remis

adurguens vengono ancora aggiunte due proposizioni comparative e una finale. Costruzioni participiali e aggetti-

nuovo cornice al periodo prossimo, che


sua volta continuato, com'abbiamo veduto, da un
fanno

vali
alla

participio

triamo

di

e nella

proposizione che ne dipende, incon-

nuovo due determinazioni nominali

di bel

zione di attributi del soggetto, anch'esse

come

il

fun-

participio, in nominativo. L' intenzione di scrivere

Uno sguardo

in stile alto evidente.

come

in

naturalmente,

Romano xwXa

al

brevi

aVOrator (1) mostra

facessero

l'

impressione

di

pugnali che scintillino un attimo dinanzi agli occhi, un


periodo lungo costruito con maestria quella

di

un

edificio

maestoso.

La maniera

oraziana

far

di

dipendere da aggettivi o

participi intere proposizioni infinitive

mira a formare xwXa

lunghi, che secondo le teorie dei retori conferiscono allo


stile

come Demetrio spiega chiaramente

\ieyzd-0Q.

(1)

quam fortunaa

oportet,
el.

13,

Depretaam,

hrevitas faciet
1)

oixEv....

Cap. 44

Xsw? KoaiwTiv

caecam, iacentem

tua aestimasti

Tipicpspecs ozyoLz
(2)

224 Deinde omnia lamquam crepidint qnadam comprtheusiotie lou-

giore guetineniur.
et

(2).

ipna

Nam

liberiores

x ;:spLo5ix

i his

pedes.

xXa

-coij

domum

pluria quatti

quihus ut pupiuncuUs

Siiiiiliuento
X'-d'Oii

te
itti

Demetrio (de

zoic dvxepsiSo'jat t;

xal 30vxoo3iv.

xwwv

'ny9-&j- x yip

si; xXov Ppax'") xaTao|iixp'Jvi xV^v

xoO Xyou osiivxTjxa.

Tiots

8 xai x

\iy]V.ri

tcv

62

non sar neppiir caso che il xwXov ultimo di solito il


pi lungo ma dimostrer invece che Orazio era seguace
di una teoria che Demetrio espone e l'opera pseudoermogeniana Ttept eupaeojc; combatte vivacemente. Demetrio
;

insegna (cap. 18)


xAov [xaxpTEpov

auvOiToc?

xcdc,

Ttepioocs

TsXe'jxalov

ypri efvac xal oinep Tiep'.ycv xal m^'.z'.Xrf^Q

ouTW yp jAeyaXoTipsuT]? eaxao -/a; aejxvr; -epi'oSo; eJi;


asjxvv xal |ji,axpv Xyjyouaa xtoXov
5 [X7j 7ioxxo|j.[XVT) xal
zlXa.-

-/^

XwXfj

{i,o''a

(1).

Lo pseudo-Ermogene

Rabe), sentenzia severamente


Tf^?

{de inv. IV, p. 179, 1

xoyiac oh ^y^iopoc, xrjv

TceptSou ijiaxpoxlpav Trooyjaat

Tf;(;

Che Orazio abbia dunque

ricercato a bella posta tali

peculiarit nella formazione del periodo, pare a


e l'orecchio dice

che

me

certo

Demetrio e non quella


giusta. Non si deve imputare

la dottrina di

pseudo-Ermogene

dello

uoatv

Txpoxaewg (2).

la

ad assurdit della regola, se

periodi sono in questa poesia

uniformi, faticosi, piuttosto troppo carichi che solenni e


se

preponderare delle determinazioni nominali impeche abbia rilievo ci che pi importa; ma se ne

il

disce

deve piuttosto dar colpa ad eccesso giovenile di zelo nel


difficile, che lo impaccia ancora nel maneggio dei mezzi tecnici. A quelle regole
Orazio ha tenuto fede, ma la sua tecnica anche quanto
al periodare divenuta ogni giorno pi perfetta (3).
poeta, fors'anche al metro

per

contrario nelle prescrizioni

il

ysiv v T^ auvO-asi to

ya-<^'^v.'^ripoc,

sul

genus

tenue (cap. 204) cpsu-

to'jtou 7ip)xov [lv x

yp nv [xf^xo?.
(1) Cfr. anche 206 xai "^p xax

[it^xtj

xtXwv

xtv

IieyaXoTTpsTisg

x xsXsuxaa xxasig

(jLsyaXo-

7rp7CE$.

(2)

L'Ermogeae autentico

pio della sua tSa del xaXog

membri sono brevi tranne


(3)

cita

{de id.,

periodi

307,

21 K.)

come

domostenici, nei quali

esera-

tutti

l'ultimo.

Die romisclie Poesie verdankt ihre Ausbildung der genaue-

was der poetischen Rede ziemt, wahrend die


zum Ausgang der Republik schwaukt zwischen Poesie

ren Eicbtuug auf das,


alte Poesie bis

Nelle odi del

IV

(33

libro egli

ha raggiunto l'apice anche

di quest'arte.

Giacche l' interpretazione di quest'ode riuscita aslunga che non avrei desiderato, sar opportuno
riassumere brevemente quel che pi importa ai fini della
sai pi

muove da un verso di Alceo, ma


primo verso ne riconduce subito nella Roma augustea, conforme a quella tecnica che abbiamo gi osservato in I, 18. La seconda e la terza strofe citano un
nostra ricerca. L'ode
gi

il

carme romano, non per

La

di

un antico

ma

di

Orazio stesso.

sesta strofa e le seguenti sino alla fine ci mostrano

un mutamento
Cleopatra,

il

nella disposizione di

animo

del poeta verso

quale certamente contrastava assai col tono

della poesia di Alceo.

La

parola ultima, posta in rilievo

con arte che par quasi eccessiva, richiama ancora una


volta alla mente l'epodo. L'ode giovanile mostra raffinasoverchia

tezza

nella

tecnica

del

periodo

il

possesso

della metrica ancora imperfetto.

IV.

L'inno a Mercurio

Le poche osservazioni

I,

10.

incidentali del Reitzenstein (1)

su quest'inno mettono cos bene in rilievo


senziali di esso

le qualit es-

che non occorre ormai se non

di

formulare

und Prosa. Solche langen Periodeu, wie Lncrez, I, 930-950, siud eben
der Prosa angeniessen, nicht der Poiisie. Nodi Catnll bat am Anfau<j
dea Gedichtes auf das Haar der Herenike eiiio.... lauge Periodo .
Trascrivo queste belle parole di Moritz Haupt dal commento del
NoRDEN al VI deli' Eneide (p. 369). il Norden vi aggiunge P osservazione

cbe Virgilio ba di rado periodi

quattro esainetri,
grandi opere
costruisce
(1)

ma

di arte,

membri

che sorpassino la misura

che egli sa fare anche di


diflerenziando

e periodi

membri.

periodi

Orazio in quest'ode

troppo simili tra loro.

Zwei religionegeachichtliche Fragen, 69'.

di

pi lunghi

(i4

pi precisamente alcuni particolari. Alceo aveva scritto


un inno a ilrmete nello stesso metro. Quanto fosse lungo,
non possiajno dire; la misura dei carmi rinvenuti ora nei
papiri fa supporre che l' inno di Alceo fosse altrettanto
breve quanto quello di Orazio. Te canam corrisponde
bene alla formula che Alceo ha preso dagli inni omerici

come

e introdotta qui
o

|Ji0C5

o Y^'P

yvvaTO KpoviSa

[J-oc

in parentesi (fr. 5)

B-OiJiog

fjLvrjV,

{jLyetaa 7;a[i,paa''Xr^i.

y.atps

KuXAava;

xv xop'rfat; Iv a-jiac?

Mala

Sebbene Pausania ne

in-

formi che Alceo aveva anche cantato del furto dei buoi,

da questa coincidenza di Orazio con esso non possiamo


conclusioni, perch quest' avventura apparteneva
al nucleo fondamentale del racconto dall'inno omerico
in poi. Altre somiglianze con frammenti conservati non
trarre

si

riscontrano,

ma

la somiglianza del principio rincalzata

dal metro bastava a richiamare alla mente del colto lettore

romano

la poesia di Alceo, a indurlo a riprenderla

in

mano

in

modo

singolarissimo

ad esaminare a che Orazio mirasse, costruendo


cos diversamente la sua ode.
Kiessling-Heinze hanno osservato a ragione che la
composizione di Orazio si attiene alle regole scolastiche
suir ETtacvo? ^ejv, che noi leggiamo nello Pseudo- Alessandro (II, 558 sgg. Spengel). Ma la parte che nel retore
non a caso tiene il primo luogo e che infatti non manca
mai nei modelli pi antichi, il yvo?, trattata da Orazio
:

Mercuri^ facunde

Alceo aveva cantato non


glio di Zeus,
le

nipote

non tralasciando

di

di

nepos Atlantis.

Atlante

uomini

all'uso

sia di, di

ma

fi-

il

menzionare minutamente

circostanze della nascita. Orazio invece non

per nulla

si

il

si

attiene

consueto agli antichi nel pregare sia

aggiungere

rivolgono parole supplici,

il

nome della persona cui


nome del padre. Anzi egli

al

non tace, che Mercurio figho di Giove lo


invoca magni lovis et deortim mmtium, non gi fliiim. Per

vela, se pur


il

Titano egli ha pi riverenza che

per

il

agli
il

(55

uomini
di

figlio

ragione e

la

Giove.

il

rOhmpio, pi

vivere sociale, che non per

fratello

Il

Orazio non solo

quale fu sin dall'origine,

e.

16,

13

particulam

Prometeo, per

di Atlante,

benefattore e

il

nit,
I,

per

rampollo della stirpe antichissima che ha donato

il

protettore dell'uma-

ma anche

il

suo creatore:

Prometlieus addere principi limo coactus

fertiir

undique desectam. Questa

concezione

per noi la prima volta in Eraclide Pontico

(fr.

spunta

25 Voss).

Ma

per Filemone (fr. 89) gi leggenda notissima che


Prometeo abbia foggiato uomini e bestie. Chi oser dire,
quando i vasai del Ceramico abbiano attribuito all'avo
vasai la creazione non solo della femmina ma
di tutti
dell'uomo in generale (1)? La testimonianza non attica
pi antica per noi in Callimaco, che accenna a questa
tradizione come a un racconto proverbiale (fr. 87. 133).
i

Dall'ellenismo in poi essa appartiene alla vulgata mitografica (2). Orazio spiega scherzosamente la sua irosit con

un pezzetto

che Prometeo avrebbe ficcato nello


stomaco del primo uomo gi Filemone aveva dato a Prometeo la colpa della variet dei xpTioi degli uomini (3).
Orazio avr considerato Atlante, che le persone colte
dell'et augustea imparavano dalla mitologia avere inventato r astronomia (4), anche come un benefattore deldi leone,

(1) Cfr.
(2)

WiLAMOwiTZ,

Come provano

Aisohyloa,

passi

115.

raccolti

iu

Puei-lkr-Iobkkt,

I,

81*,

che tuttavia uou sono col disposti nell'ordine giusto: Menaudro narra
Kolo la creazione della donna.
(3)
<li

Siccome questa tradizione pii iintica di Orazio o gi. prima


poeti ne hanno l'atto uso per risolvere (jucstioni pii o

lui altri

meno

serie o scherzose,

LiNG {Fhil. Unlers.


cenate.

La forma

II,

non

iia

ragion di essere

l'

87) che Orazio pensi (|ua al

forse in parto determinata da

ipotesi del IviKss-

Prometeo di Meimitazione di Lu-

crezio, III 29f sgg.


(4)

passi

dello

fonti

soiki

raeeolti

dal

Wkknuki:.

/'.

II'.,

II.

m
rumanit, e dal punto di vista degli uomini del suo tempo
avr avuto ragione, perch la conoscenza del cielo serve
all'uomo comune specie a

come

fini

pratici,

anche

il

L' Interpolator Servii ci narra (Aen.

I,

al calendario,

asserisce

all'agricoltura e

proemio di Arato.
741) che Atlante

insegn l'astronomia non solo ad Eracle, com' tradizione comune, ma anche a suo nipote Mercurio. Non po-

tendo questa notizia essere attinta ad Orazio, giacche


questi accenna soltanto quel che il commentatore narra
per disteso, verisimile che essa risalga a fonti pi antiche e che ad Orazio essa sia gi nota. Mercurio secondo
lui

aveva trasmesso

ai

mortali

Chi abhia letto con attenzione


il Mercurio

doni di suo nonno.


le

sar gi accorto che

nostre osservazioni,

di

si

Orazio diverso dal

dio di Alceo; in altre parole, che perii lettore romano,

che conosceva bene Alceo, il vecchio dio del Lesbio doveva far da contrapposto al dio nuovo, che piuttosto
Titano che Olimpio, e metterlo cosi in maggiore rilievo.

La seconda

strofa

conferma questo modo d'intendere


hominum recentum voce formasti ca-

l'ode: qui feros cultus


tus et decorae

centum,

appartiene

more pcdaestrae

fanno

che
a

sempre

(1).

Le

pi

spiccare

parole hominum re-

che Mercurio

una generazione pi antica di divinit,


non senz' intenzione, con la bibbia della

contrasta, certo

teologia ermetica, con

l'

inno omerico, secondo

il

quale

pargolo divino incontra gi nella sua prima spedizione


notturna un vecchio vignaiuolo. Mentre secondo l' inno

il

il

genere

umano

tichi del dio,


il

e l'agricoltura sarebbero

ancora pi an-

Orazio pare invece supporre che Mercurio,

precettore dell'umanit, sia nato prima di questa. Gi

2125.

La

tradizione del resto cos diffusa che la conosce perfino

coltissimo proletario Vitrnvio (VI,


(1)

7,

l'

in-

6).

L'epigramma CLE. 1528 deriver proprio

dalla nostra ode.

67

primo verso accenna quale attributo convenga a questo


Mercurio facunde nepos Atlantis, dove faciindus sar traduzione di lrj'('.oc. Ermete quale dio della parola ha gi
il

avuto qualche parte nelle speculazioni platoniche, ma


al culto e al sentimento religioso dell'et pi antica. Il Socrate del Cratilo (408 a sgg.) premette all'eti-

ignoto

mologia del suo nome, che vien derivato da etpscv \.-i<i'xzo,


un tal proemio, che bisogna indurne che Platone deve
costruire per la prima volta
di

un dio

del

'>^rj^(oc,

(1)

concetto ignoto fino allora

il

ci

che non imped pi tardi

ai

Hermes

si

teologi, nell'et in cui nell'Egitto ellenizzato

era gi accostato assai a Thoth, di adoperare questo passo

testimonio pi antico (2) della fusione

ai fini loro. Il

(3),

Ecateo di Abdera, vissuto ancora sotto il primo Tolomeo. Nella sua teologia egizia, che conservata in Dio-

elvat xai x ar^^&ko^t

yois xat

xci

Reggio

Tif-pl

Eitukm

(F.

lo scolio

Omero K

fnsamente come siano da spiegare


:

o'zoc,

svai i 'Ep|i.r,5, xai. t

ti

[lv

o5v

zokoc.

npaYfia-

Ermete con il Xyos, madopo aver esposto difdei, asserisce in ge-

pxalog Tidvu

&iiQAoy:oi.q

esaYsvouc; xo 'Pyjy^voo, og npjxos Ypa'{/

i\

67,

nomi degli

a-Jxyj

Vili, 782) che gi Tea','eue

fT'.,

2 Diels) abbia identificato

(fr.

lissimo fondata

nerale

Xycv

xal x xXenxtxv xs xai x TtaxrjXv v

Yopacc^xv uepl Xyou Suvaniv oxi uaa

xeta. L'aft'ermazione dell'

di

eowe

Tox Y

(1) dcXX [ivjv


piJLYjva

mpi

'(>|iy,po')

cv

xai n

xxi. Qni viene

Teagene solo l'uso dell'interpretazione allegorica.


L'inno orfico 28, in cui il dio detto non solo YX(uO(3r,j Seivv uXov e XYoo ^VYjxolot Ttpocpi^xr^g non certamente anteriore all'ellenismo, e l'ambiente pergameno. nel quale fu composto, sub inattribuita a
(2)

flussi egizi; cfr.


(3)

ora Kern, fenethliakon, 87

Certo gi

pi antichi tra

avranno identificato
Hermupols dato alla

Thoth

poterono

influsso

esercitare

Herm..

XLVI,

1911, 431.

Greci, che visitarono

Hermes, come mostra anche

citt sacra di ThotJi

r Egitto divenne un centro


cosmico.

sulla

religione

ma

Egitto,
il

nome

non
non quando
XYOC un concetto

(pieste relazioni

greca, se

di cultura ellenica o

1'

il


doro

(1), si

celebra

5uva|Xvwv wj^zlypyx

()8

Hermes
~>jv

(Diod.

xo'.vv

P''ov,

1,

16) per l'Ttivaa iwv

e in primo luogo viene

menzionata anche qui l'invenzione del linguaggio: Or


TG'j-oi)

TTjV

7rf-(T)xov

xocvfjV

Z'.'jXzv.xov

5'.ap0'ptoi)-f//a:.

che

originariamente egizia, salvo

zione

delia parola rappresentata

mocrito

(2)

plici suoni,

turale in

secondo

la

La concecreazione

la dottrina di

De-

quasi un ordinamento sistematico dei molte-

che

modo

uomini formavano per

singoli

diverso

gli

uni

dagli

istinto na-

Diodoro o

altri.

meglio Ecateo vanta poi l'invenzione della ginnastica


quale necessaria per la bellezza e l'educazione del corpo.

Questa concezione greca, perch i fellah antichi erano


moderni, ma,
altrettanto poco amanti dello sport quanto
i

trasportata in

mezzo a

pensieri egizi, rivela le intenzioni

pedagogiche di Ecateo. Questi menziona poi l' invenzione


lira, che neppure Orazio passa sotto silenzio. Essa
appartiene al nucleo primitivo del mito, ma si presta ad
essere concepita come mezzo educativo Ecateo le attridella

buisce anzi valore cosmico.

A
non

spiegare questa coincidenza di Orazio con Ecateo


e'

bisogno di supporre che quegli abbia letto o

l'opera di questo

o,

peggio,

libri

egizi.

Ed

dubitare, se egli abbia derivato dall'Egitto


curio,

non

lecito anzi
il

suo Mer-

piuttosto l'abbia gi conosciuto sui banchi

Omero ed Esiodo; che


avranno probabilmente spiegato i classici a
quel modo che usa lo Pseudoeraclito nelle sue allegorie
omeriche. La Stoa aveva fatto subito suo pr' della religione egizia di Ermete (3), che le forniva cos largo
della scuola, sentendo interpretare
i

suoi maestri

(1)
(2)

(3)

V. SCHWARTZ, P. w., V, 671.

Reinhardt, Herm. XLVII, 1912, 501.


mio proposito trattar qui della letteratura apocalittica

Non

grecoegizia, che continua questa religione nell'et imperiale

Poimandres del Reitzenstein

ora

anche

Bousset,

GGA,

(cfr.

il

1914,

<^->

campo a svolgere ampiamente


ricamare

la dottrina del yoc e

disquisizioni sulle relazioni tra religione

sottili

endoterica e essoterica. Gi Ecateo persegue

quand'anche non riesca


determinata

nome

il

facile

ascriverlo

fini filosofici,

una scuola

che nel suo epillio sotto


cant Thoth, si professava scolaro,

Eratostene,

(1);

del

Xytoc

sebbene non ammiratore,

di Aristone,

quantunque sospetto

opinioni

di

pur sempre stoico


(2). Apollo-

ereticali

di Atene, che anch' egli fu congiunto con la Stoa


da simpatie, ha trattato a lungo del Xy'.oc nei libri r.t^\
^')v (3). E l'Hermes egizio e stoico continua a portare
questo nome nei compendi scolastici dell'et imperiale,

doro

Cornuto

in

Eraclito

e in

(4)

l'ellenismo in poi l'equazione

15

94,

(p.

Hermes

sgg.)

Xc-yo;

Dal-

(5).

forma parte

costante dell'apparecchio macchinoso della teologia stoica,

non gi

di quell'egizia. Il

quinto Mercurio dell'elenco di

in

che Cicerone riporta nel terzo libro del de natura


56), ancora un mezz'egiziano, nato com'
Grecia ma bandito presto di l in pena dell'uccisione

di

Argo ed emigrato

divinit,

deorum

(III,

Cicerone,

di

H97 sgg.);

in

Varrone

clie

(in

Agostino, de

contemporaneo
civ.

dei VII,

14)

comunit del Pohnandres e tanto pi la Gnosi


Ma egli, qnand'uua volta

la dottrina e la

non hanno nnlla

Ma un

Egitto.

vedere con Orazio.

volle cantare di un 3-si; PaatXeOg acoTYJp, si ricord di Hermes, dio e


insieme incarnazione inviata dal cielo in terra, dunque dio e uomo
:

cCr.

REnzEN.STKix, Pohnandres, 176 sgg.


(1) Jacoby, /'. ir., VII, 27r)3 sgg.
(2)

(3)

'I

SCHWAUTZ, Charaktevkopfc,
La sottoscrizione y; iotopia

II,

82.

Tt^p

tw 'AnoXXocpr; dello scolio

198 non merita tuttavia fiducia, com' d'altronde noto.


(4)

20,

$ oOpavo
(5)

dise.
])iirtc

18 TOYX*v=^ ^
0'.

Kkinuardt,
XXI, 51

Hai.,
di

EpiJi'^C

XYO?

v ov noxsiXav

Tipe,?

7,(1x5

O'SoL

Cornuto.

de

draicontm

theologia,

sgg., clic riconduce i)Pro

2(5

ad

Hrlno Schmidt,
Aiiollodoro

troppa

70

equazione senz'accennare

stessa

riferisce la

all'Egitto;

cos pure gli scrittori posteriori.

Mercuri, facunde nepos Atlantis, qui feros cuHus homi-

num

recentnm voce formasti catus

et decorae more palaestrae,


deorum nuntium curvaeque lyrae
qui tutto composto di un sol getto, e

canam magni

te

parentem;

fin

lovis et

lineamenti antichi del dio

con

moderni, come

teologia

La

essi

accordano armonicamente

si

sono spesso riuniti insieme nella

sua professione di araldo

si adatta benissimo alle dottrine stoiche, sia che la parola venga in-

(1).

tesa quale espressione del

pensiero o anche identificata

con esso, come in Eraclito

(95,

15), sia

che egli

sia detto

yysXoq d-em perch noi

apprendiamo per mezzo di parole


il volere degli di, come espone Cornuto (22, 1).
Di qui
in poi per Orazio vuole tornare di nuovo a percorrere
la via maestra del vecchio mito e non esita neppure a narrare le avventure ladresche del dio; che, per quanto lo imbarazzino non poco (2), avevano radici cos profonde nella
tradizione ch'egli non poteva passarle sotto silenzio. Ma
di necessit fa virt, prendendo in ischerzo ci che non
pu tacere; callidtim quidquid j)I acuii iocoso condere furto sta
in fin di periodo come fatale monstrum, e come fatale monstrum segna un cambiamento nella disposizione di animo

del poeta.

(1)

Cos p.

ginnastica e
(26,

dio voleva solo scherzare, tant' vero che

e.

della

il

fratello

iu

Diodoro

lira,

in

maggiore non

le

ha a male

si

iuvenzioni del linguaggio,

Cornuto

la

lira

della

(25, 9) e la ginnastica

1).

(2)

Perci la maggior parte dei teologi non parla

xXuxvjg.
il

Il

fondo anche

in

Cornuto

quale yXnxst

(p.

saS-'

25, 11)

s'

6xe t^ TnS-avxYjXt xrjv Xy^'&siav,

ma

poco soddisfatto di quest'interpretazione che premette:


axo

TYjv

SuvafiLv

uapStxav.

v.a,i

dell' attributo

ingegna a spiegarlo come di colui

Sta xcv nsjjicpaivvxwv

O-Xovxs^

si

sente cos

7i;apaaxf,aai 8
y.XTTxr/v

axv


ammira

inganno, anzi

dell'

La leggenda secondo

71

furberia

la

di quella birba.

mentre Apollo richiedeva


a Hermes i buoi rubati, questi gli port via con ammirabile destrezza anche la faretra, era cantata anche da
la quale,

Alceo, che non c' ragione di dubitare della testimonianza


di Porfirione

nota

nella

al

v.

Ma, per quanta

(1).

fi-

nuovi frammenti ispirino nell'abilit stilistica di


Alceo, non possiamo credere ch'egli sia il modello anche
formale di questa terza strofa. Essa presenta carattere
ellenistico
con quanta maestria la composizione stessa
ducia

del periodo indica

il

succedersi

rapido, anzi la contem-

poraneit dei due sentimenti opposti nell'animo di Apollo!


te,

olm

hoves

minaci voce

nisi

dum

viduus pharetra

grande minaccia ancora

tello

(1)

dolum amotas, puernm

reddidisses per

terrei,

Mi pare tuttavia

il

assai diilibio che

Apollo.

risii

piccino

di

gli scolii

fra-

Il

ogni genere

AB

all'Iliade

256, che riferiscono la stessa versione, dipendano da Alceo, e non sapoeti lesbii abbiano altrove lasciato tracce nella
prei neppur dire se
i

niitografia.

Siccome Filostrato

il

Vecchio,

che segne d'altronde

la

26, tace dell' invenzione della lira, il Robert


ne vorrebbe {Herm. XLI, 1006, 416) indurre che anche Alceo non ne
abbia trattato. Ma trarre una tale conclusione da quella premessa
non sarebbe prudente neppure se fosse sicuro che Alceo sta a capo
di tutta la tradizione; perch la descrizione della pittura, anche cos

stessa versione (imaci.

I,

dimentica tanto di essere descrizione per correr dietro


si \n\ credere che lo scrittore si sia fatto
scrupolo di sopprimerne qualcuna per non rendere l'opera sua ancora
pili complicata e meno perspicua. Del resto la notizia di Portirione

com' ora,

si

a varie avventure, che non

fabula haec ah Alcaeo fida potrebbe forse

riferirsi

anche

al furto dei

buoi, perclit- lo scoliasta pu aver ignorato che

questo era gi can-

tato uell' inno omerico. Io penso che sia ancora

l'

ipotesi pii

verosi-

timoroso cenno di Apollo nell'inno omerico (v. 51) 8e{5La,


Ma'.doc ut..., [ir; [lot |JLa yCki'i^Xli x'13-ap'.v xa- xap,nuXa t^a sia stato
8o.stituito a una versione piti antica, che narrava il compimento del
furto
e non viceversa, come crede il Robert. Una spiegazione diversa

mile che

il

vien proposta dal Wii.AMOwrrz, Sappho

iiiid

Simonidc, ;U

sg.

^- 72

immaginabile

possibile e

restituisca subito

paura

di

morte, qualora questi non gli

buoi, fa ancora la

al piccolino, lo

voce grossa per far


guarda ancor bieco, e gi non si

sente pi pendere dal fianco la faretra


e ride di gusto.
Questa strofa piena davvero di grazia scherzosa (1) si

ugualmente dal principio solenne

stacca

e dalla chiusa

Similmente Eratostene ha premesso


alla sua apocalissi, ch'era certamente assai grave, il
racconto di un paio di birichinerie del divino bambino:
piena

di

mistero.

mentre la madre e le zie facevano il bagno (fr. 1),


avrebbe nascosto loro gli abiti e si sarebbe fatto pregare
un bel pezzo prima di tirarli fuori (2).
La quinta strofa, meno mossa com', serve, come ha
veduto il Kiessling, di ponte di passaggio tra lo scherzo
spensierato della terza e la seriet cupa dell'ultima: qiiin
et la lega ancora strettamente alla precedente: Tu hai
impiegato la tua astuzia anche al conseguimento di fini
pi alti; per merito tuo e della tua conoscenza dei senquesti,

tieri

pi solitari Priamo, sfuggito

campo

ai

nemici, riuscito a pe-

Achei ed a giungere non veduto


, Quest' Hermes un rjsjiv:oc, che sa per metter bene a profitto l'esperienza del
ladro.
Che quest' pexr^ del dio fosse cantata gi da Alceo, non certo, ma neppure improbabile (3). Che essa si
attagli bene al resto dell' inno, non prova nulla, perch
netrare nel

degli

sino alla baracca di Achille

(1)

Spielend, gracios

chiama

il

Eeitzenstein, Religionsgesch.

Fragen, 69, l'intero carme.


si fonda su uu
sostegno mezzo
una sottoscrizione della forma yj laxopia rtap Tt oelv.. Ma
del mito non conservata altrove alcuna traccia, e queste Atlantidi
che si vergognano della loro nudit, hanno iin' aria cos ellenistica che
non si pu credere a contaminazione.

(2)

L' attribuzione a Eratostene

fradicio, sur

(3)

Il

sicurezza.

WiLAMOWiTZ

(Sapplto unii Simonides, 312) parla con troppa

73

Orazio possedeva l'abilit di costruire


pietruzze gi

adoprate.

stata parte costante della leggenda,


(79, 20)

si

edifici

teologo Eraclito

il

sarebbe risparmiata la fatica

di

L'ultima strofa mostra Hermes nell'atto

anime
egli

nato: tu pias
coPrces

ombre,
bro

si

ma

malvagi, viene soltanto accen-

laetis aiimas

aurea turbam.

Lia,

commentarla.
condurre le

di

da loro meritate. Che

dei buoni alle sedi dei beati

accompagna anche

nuovi con

ogni modo, se non fosse gi

reponis

levis

sedihus virgaque

turba

comprende

leveni

tutte le

mem-

severo coercet mostra che nel secondo

il

parla piuttosto dei malvagi che dei buoni.

Il

Kiess-

ling avr ragione di negare che la strofa derivi da Alceo,


al cui

non

tempo

la

credenza a premi e pene dopo la morte

era, a dir poco,

molto

diffusa. Pias anhnas, laetis se-

ma la promessa
mantenuta, quasi Orazio avesse ritegno a parlare
del xt)-vto?. Superis deorum gratiis et imis riprende il motivo di magni lovis et deorum nuntium, accennando questa volta pure al servigio che Mercurio compie anche
per il Giove dei morti (1). Il tutto fa l'impressione che
Orazio non osi parlar chiaro, come se sulla chiusa della
poesia posasse nebbia leggiera.
dibus par quasi promettere un'antitesi,

non

Lo

stile

mostra che l'ode non giovenile. Quando

Orazio scrisse Nunc

est

bibendum, non sapeva ancora rag-

con mezzi cos semplici.


Ora non pi periodi smisurati, non pi proposizioni participiali accatastate le une sulle altre. La simmetria non
pi pedantesca, non pi petulante. La divisione dei
giungere

effetti stilistici raffinati

coincide

periodi

con quella delle

primo periodo comprende due


in

due

(1)

parti

simile

la

strofe,

prima comprende

almeno

nella

strofe,

ma
il

forma Escliilo

tranne che

il

diviso anch'esso

vocativo con una

('lioeph.,

124

't'^P'^S

74

proposizione relativa dipendente da esso

mincia

canam

te

e continua

con

non

curio, posti questa volta

la

vocativo

in

tivo quali predicato di te] la variazione fa

membro

decorae

ma
s

accusa-

in

che nessun

questo periodo appaia troppo carico. Alle pa-

di

role qui feros ciiltus


et

seconda codi Mer-

attributi

altri

hominum recentum

voce formasti cattis

more palaestrae corrisponde callidum quidquid

placnit iocoso condere fvrto, con costruzione mutata. Tutte


le

dalla

strofe

come

seconda

in

gi sono legate da anafora

il Norden (1) ha
chiamato Du-Pradikation. Bella sovra ogni altra la composizione della terza strofa: dapprima due proposizioni
secondarie ficcate l'una dentro l'altra, che formano un insieme un po' faticoso, quasi un po' asmatico, che dipinge

te-te-te,

esige lo stile di quella che

bene l'eccitamento:

boves olim nisi reddidisses per

te

dnm

amotas, puernm minaci voce


dosi viduus jiharefra

la tensione.

in quest'ode

vuoto

risii

Apollo,

poi

Ciascuna parola accentata fortemente ha


e un epiteto per lo pi non

un complemento

decora palaestra, cio che rende belle le

dolum

una breve apoche scioglie di un tratto

terret

membra,

iocosum furtum, Atridae superbi, che richiama alla mente


tutta la trama dell'Iliade,
bello,

perch

accenna

la

dives

Priamus, singolarmente

volont di

costo la salma di Ettore, laetae sedes.

zione delle parole

squisita;

verbo

Straordinariamente bella anche

la

e pias, che
vicini

(1)
(2)

si

il

la

a ogni
colloca-

solito l'aggettivo e

di

sostantivo incorniciano

riscattare

Anche

la

il

parola reggente.

maniera con cui

laetis

corrispondono nel concetto, stanno anche

(2).

Agnostos Theos, 149 sgg.


Il

KiESSLiNG, Phil. Unters.,

trattameuto del verso


riodo che

il

II,

63 sgg., mostra che anche

saffico fa attribuire

carme secolare e

il

quarto

il

quest'ode allo stesso pe-

libro.


Ma

lo

importa per ora ai nostri fini meno che


navis
lesbio. Qui come in
il modello
verso
un
da
mosse
le
prende
poeta romano non
stile

con

le relazioni

referent

il

Alceo per staccarsene poi subito, ma tenta


scrivere un carme che emuli e soppianti l'ode

determinato

di

piuttosto di
classica.

7d

Anzi

la

differenza nella concezione diviene qui

memoria
nome di
lo
stesso
ha
un
dio
che
il modello antico. A
quello celebrato da Alceo e che pure diversissimo da

contrasto, che deve a sua volta richiamare alla

esso,

si

rivolge in principio

il

canto

poi esso riprende la

via del vecchio mito. Se questa strofa, quella di mezzo,


certo non deriva dal
derivi da Alceo, non sicuro
;

Lesbio il passaggio rapido per stati di animo diversi. Le


ultime due strofe sono gravi, l'ultima anzi cupa, come

aduggiata da un pensiero

di morte.

V.

L'ode dell'inverno

I,

9.

comincia con un verso di Alceo vides vt


alta stet nive canclidum Sorade pu esclamare chiunque
guardi verso settentrione, se non dal Campo Marzio o dai
I,

9 non

colli della

vecchia Roma, donde

Soratte non

il

si

scorge,

da Ponte Molle
almeno dal Pincio o dal
nec iam sustineant onus slvae laborantes conviene cosi bene
ai dintorni di Roma, quali erano in quei tempi, che
non e' bisogno di pensare che i versi di Alceo a noi non
Gianicolo o

conservati che seguivano dopo


jjtyac

y^''(xoiv,

KSTiYaac

5'

xwv

gerito ad Orazio quelle parole.


tosto povero, per
tico assai selvoso.

[lv

usi

(fr.

f/ac

11

Zs-j;,

34),

ex

5'

pivw

abbiano sug-

Lazio, che ora piut-

quanto non privo,

Ancora Dionigi

di

di boschi, fu in

an-

Alicarnasso nelle Inv-

des Italiae, in un luogo cio dell'opera sua che deriva ni

7()

parte da esperienza personale, descrive

(I,

compreso

che

di

ammirazione,

il

bosco

italico,

37, 2), tutto

aggrappa

si

a coste di monti e a pareti di burroni e a pendici incolte


di colli, e celebra la

quantit immensa

mani ne ritraevano per

le loro

navi e

legno che

di

loro palazzi

Ro-

37, 4).

(I,

Strabene rimasto stupito della grandezza dei tronchi che


dall' Etruria erano mandati gi alla deriva per il Tevere

Roma

sino a

(V, 222)

devono essere

Anche

(1).

stati pi boscosi

dintorni

numero

per convincersene anche solo riflettere al


sacri fuori delle porte

gina che

il

Orazio

(2).

della

citt

che non siano ora: basta


(epist.

4, 4)

I,

dei luci

s'imma-

suo amico Tibullo vada a passeggio nel bosco,

tacitum silvas inter reptare salubris, nelle vicinanze di Za-

una regione che ancora


Olevano ancor oggi folto di

garolo, in
di

boschetti,

selvosa:

il

alberi.

territorio

ancor oggi

non sono rari,


Monte Mario

pi, a dir vero, assai modesti,

almeno nella direzione verso


coronato di pini; una pineta,

il

nord

la

Pineta Sacchetti,

(3).

si

erge

non vuol dire, del resto,


foresta vergine. Orazio stesso parla di una silva iugerum
paucorum (e. Ili, 16, 29); egli, che aveva desiderato un
piccolo podere con un po' di bosco, paulum silvae (s. II,
nella Valle dell'Inferno.

6,

3),

rallegra sorpreso che la liberalit di Mecenate,

si

oltrepassando
il

suo fattore

(1)

(2)
telinus,

modo

suoi desideri, gli dia

vilice

silvarum

milvi

et

me

di

chiamare

reddentis agelli

passi sono raccolti iu Nissen^ Italische Landtskunde,

l,

433.

Lucus Furrinae, Alhionarum, Deae Diae, Camenarum, Egeriae, PeEobighns, Stimulae, Annae Perennae, Laveniae

inter

(fnus

Silva

Salariam

Stara-Tkddk

et

Tiberini

nel Boli, com.,

prendo

la

lista

il

lucus pervia-

dall' articolo

dello

XXXIII, 1905, 189 sgg. Tra parentesi

Stara non doveva prendere sul serio

1'

identificazione

lo

ovidiana di

Stimala con Semele.

Per anche nei monti Albani sono splendidi boschi di olmi ;


Albano e Velletri nna grande foresta, la macchia della Faiola.

(3)

e tra

(epist.

I,

14, 1);

anche questa

una selva vergine,


Silva infatti

frutto che

s'

il

ma un

nome

ma

come
da

di quel po' di alberi

inalzavano nel peristilio-giardino dei palazzi

laudaturque

(epist.

10, 22) (2).

chiamano non solo altri scritnempe Inter varias nutritur silva

li

Orazio stesso

columnas
I,

Orazio non sar stata

di terreno alberato,

costante

signorili cittadini. Cosi


tori (1)

di

pezzo

domus,

potuto far distinzione tra

Orazio stesso ha scritto

quae prospicit agros

longos

che

vale obiettare

singolare e

il

il

forse

sia

si

che

plurale,

adiecere bonae paullo plus

artis

Athenae, scUicet ut vellem^curvo dignoscere rectuni atque inter

Academi quaerere verum

silvas

(ep. II 2, 43),

l'Accademia, da quando Sulla

la

mentre pure

devast (Plutarco, Sul-

non era pi un bosco, ma un giardino o


un modesto parco (3). Di silvae Orazio poteva a
buon diritto parlare, sia che egli immaginasse se stesso

la,

12) in poi,

al pi

Vedi Bljmner, rdm.

(1)

ziona

le silvae,

supponendo cio

gare l'espressioue,
nunc,

sigila

42.

Privataltertiiiner,

Gi Ciceroue men-

a proposito della casa di Verre, senza iudiigiarsi a spie-

uhi sunt ?

Verres,

Illa

columnas, omnibus etiam intercolumniis,


vidimue {Verr., II,

un giardino nel

1, 51). Il

peristilio.

essere

di

inteso

quaero quae aiiud


in silva

te

da

tutti

qiiae

nuper ad omnis

dcnique disposita sub divo

contesto mostra ch'egli intende parlare di

La

silva,

non

l'edificio era di

qualche valore

nella domus Tamphiliana di Attico sul Quirinale (Coru. Nep., Att. 13,
(2)

10, 5)

Nello stesso senso egli adopra anche la jiarola nemus

nemus

inter

pulchra satnm teda

2).

(e, III,

cosi ])ure Tibullo, III,

'^.

15

nemora in domihus sacros imitantia lucos. Properzio, I, 14, 5 nemn


unde satas intendat vertice silvas, urgetur quantis Caucasus arboribus semet

bra intendere per nemus

mano

ma

il

passo

si

il

boschetto, per silvae gli alberi che lo for-

riferisce piuttosto a

una

Tevere che a una casa cittadina. Non dissimile


silva

nemus non
(3)

La

villa sulle

Ovidio

sponde del

a. a. III.

6S9

facit.

notizia di

dell'Accademia sotto

Damaselo
lo

(in

scoliarcato

versi cespiti senza stabilire

Fozio,
di

bihl.

Proclo

34l> a

una rubrica speciale per

del resto espressamente detto.

35) sui redditi

somma

insieme
il

pareo,

di-

come

in

sia

citt,

suo carme

Segue

in

78

che componesse o fingesse

una

comporre

di

il

villa dei dintorni.

Queste parole

(jeUique flnmina constiterint acuto.

sono traduzione del

TceTryaat

o'

oxwv

^a:

Alceo.

di

Le

coincidenze anche nei versi seguenti indicano che Orazio,

dopo aver preso

le

mosse da un'impressione, che

avere solo nei dintorni

di

Roma, parafrasa

si

pu

poi Alceo, o

per meglio dire, prende a prestito da questo la forma,

E dubbio se la notizia di
Tevere gel una volta nel 400, meriti fede pi che le altre notizie minute sull'et che precedette la catastrofe gallica; perch per debba essere
errata la tradizione di Dione Cassio (in Zonara Vili, 6,
veste

cui

di

Livio (V, 13,

sensazioni sue.

1)

che

il

16) intorno agli straordinari rigori dell'anno 270, la quale


si

riflette

anche

in

Agostino de

civ.

dei III, 17 (p. 140,

Un

Hoffm.), non riesco bene a intendere.

zionale fu anche quello cantato da Orazio;

appunto

la guarentigia pi sicura

che

inverno ecce-

ma

quest'

poeta attinge

il

il Soratte coperto di neve non


lineamento ne caratteristico ne normale del mite inverno
romano. Quindi io non vedo perch si dovrebbe esitare

qui a vita vissuta, che

a credere che una volta al

tempo

di

Orazio

il

Tevere o

gel o trasport nella sua corrente grandi massi di ghiaccio,

se

il

poeta

lo narrasse;

rola: filmina significa cos

un grande fiume

oat'

esso,

avrebbe usato

dirittura
corsi di
colti nel

(1)

il

senonch egli non ne fa pail


Tevere come uaxo?

poco

se Orazio avesse inteso parlare di

singolare.

spreco dei nobili

nomi

Romani facevano addi

fiumen e amnis per

acqua modestissimi, come mostrano

commento

Non mi

di

Kiessling-Heinze

(1).

passi rac-

Parimenti

arrischio a far uso del passo di Giovenale, VI, 522,

che interpretato rettamente dal Heinze, perch


che questo caso come pure

altri simili

futuri

sono supposti,

mostrano

fittizi.

Orazio


Greci chiamavano
gi

letto

l'anno

piccole fiumare siciliane,

~oto!.\o

tempo

loro

al

7J

era

(1)

di

il

cui

certo asciutto tutto

(2).

La

dunque una
romano pi freddo
del consueto; solo l'ultimo verso riprende uno spunto di
Alceo. Anzi il quadro ha maggior unit che nel Lela pioggia di Alceo non va bene d'accordo con
sbio (3)
descrizione della prima strofa forma

unit e conviene bene a un inverno

il

ghiaccio

pu

La seconda
/c''[iwv'.

[lv

sTil

forse

'Jz:

significare nevica ?

strofa segue
tcO-so;

da presso Alceo

Tip v o

ypov^ axp ixy. y.fja iJiaxov

zip va:;

|x^^C'

o?vov

,3wv/ yv'faXov,

che Orazio introduce un particolare locale,


e sovratutto traduce

modello nel suo

il

che

7il

[lv-v

Ci

la

Sabina diota,
large de-

stile:

dell'antico

poeta,

perch

parole contrapposte sono pi ricche di significato.


l'

intreccio degli aggettivi con

merum

jjii-

tranne

un contrasto pi sen-

ponens-benignius deprome producono


sibile

y.x}}7.1Xz xbv

-^ecoto;

le

Anche

sostantivi quadrimiim Sa-

maneggiato cos, indizio


anche nella disposizione delle parole. E si aggiunga che Orazio ha sottoposto il suo modello a una correzione non soltanto formale, tacendo dei molli cuscini
suoi lettori si saranno
resi facilmente ragione del mutamento.
Thaliarche

bina

diota ,

nuova, che cerca

di un'arte

effetti

scrive lina volta Jhivihia per ^s^pa: frigida parvi fnutiiit

Scamandri

flumina epod. XIII, 14.


(1)

Che

il

clima d'Italia non

dlungen del Pknck, X,


(2)

Queste

2,

osservazioni

KiKSSLiNG, Phil. Unters.,


nides,

imitato,

mostra

sono dirette

contro

Ieko nelle Ahiaii-

il

59.

II,

62 e del

argomenti del

gli

Wilamowitz, Sappho

u.

Simo-

311.

(3)

Lo ha osservato

il

Noni,,

Vochenuchr.

f.

kl.

l'Ini.,

20 sgg., che anche nel resto mi 8eml)ra abbia ragiono contro

i.AMownz.

1915,
il

Wi-

-sovocativo apre gi

li

via

la

alla

parenesi.

Il

nome

Thaliarchus non certo preso da Alceo, giacche r)razio

non prende a

prestito

richiamare alla memoria


OaXtap/o;. signor

uomo

il

tranne che per

chiamarsi solo un

banchetto, pu

del

schiavo assume spesso


di liberi e

beli' e fatti

celebri amasi di poeti celebri.

condizione elevata

di

gi nel

nomi

Se

(1).

nome

pur vero che

lo

del padrone, che in Sparta

nomi
and lentamente scomparendo (2),

secolo, altrove pi tardi, la differenza tra

nomi

servili

bisogna pure

riflettere che restrizioni e riflessioni di quegenere hanno luogo solo quando si voglia spiegare

sto
il

nome

di

un personaggio

storico.

Un

personaggio finto

nome assai scialbo o uno


non pu, quindi, essere immaginato schiavo da Orazio. Esso viene pregato di andare in cantina a prendere un fiasco e a gettar legna
sul fuoco, non perch' egli sia uno schiavo, ma perch i

naturale invece riceva o un

caratteristico, tipico. Taliarco

La Prosopographia

(1)

del

Kirchnkr

registra sei cittadini ateniesi

il VI e il II avanti l'era volun 6aXiapxo5 in Nisyros IG XII, 3, 94 'Ep|JLOxpa)v Qa.\ixpy^o<j


si chiama un Rodio in un' iscrizione anteriore all'era volgare (IG
XII 1, 127, 66). A Cirene un aiap^oj Epu7ixoXs|j.ci) stato dei xptaxa-

di questo nome, sparsi per cinque secoli tra

gare

Tocpxai >SGDI 4833, 21. A Messene un Sgio^


menzionato nell'iscrizione IG V, 1, 1486,

un ESafiiSag
imperiale IG V, 1, 154,

no|x7if,ios
6.

eaXtapxos, viene

In Laconia

membro

il

nome

era

un collegio
nell'et
nella cittaduzza di Tenaro un
7
M. ApYjXioc; OaXiapxog 9aXiocpxou fu eforo ej)onimo verso la met del
terzo secolo dell'era volgare
IG V, 1, 1241. Il nome appartenne gi
al pili antico patrimonio onomastico di questa regione, come prova
il GaXtapxoXa scritto o almeno inteso dal lapicida nell' iscrizione arcaica di Geronthrai IG V, 1, 1134, n meraviglia che in terra dorica,
nel paese dei banchetti degli uomini, predomini questo nome. Anche
altrove esso, come mostrano le iscrizioni, fu portato spesso da persone
diffuso

in Sparta

aXipxo'J fu

di

di alto lignaggio.
(2)

36.

37.

M. Lambertz, Griech.

Sklavennanien,

I,

6 sgg.

II,

28

sgg.

bl

due siedono soli, conversando confidenzialmente, o perch i verbi sono adoperati in senso fattitivo.
La parenesi, che ritrae dalle situazioni attuali una
norma morale o immorale di vita, vien subito nella terza
abbandonarsi agli dei e intanto divertirsi senza
pensare al futuro, che si giovani una volta sola. Ne la

strofe

forma parenetica ne il genere di morale predicato qui


nuovi frammenti di Ossirinco
sconverrebbe ad Alceo
(pap. 1233, col. 2) ci hanno insegnato che egli non dispregiava ne l'una n l'altro; egli vuole inculcare a un
amico la vecchia verit, che si vive una volta sola
i

speri, forse,

Melanippo,
'Axpovxx

5ivvaevT'

^og [OoTSpov

^otPat[g JeXio) xO-apov


c<\isod-{ca)

Da

questa considerazione scaturisce

XX'

ccyi

[XTj

litY^lt))^

Tz\i^7.XXeo\,

l'

che non

invenzione di molli poeti ionici o di

invito a godere
,

come

si

artisti ellenistici

vede,

troppo

stanchi di vita e di cultura. Sisifo, che sfuggito all'Ade,


riuscito solo

morir due

volte,

neir inferno costretto a rotolare

il

e per

masso

ci
:

ora gi

conviene

pi rassegnarsi alla morte e vivere intanto lietamente


xai yp

HXcc xa

voYjoa|j.svoj

KoXuiSp'.g (ov

[S-vaxov

n xpt

[scpa]

AoX{5aic; flaatXeuc;

iiiaocpoc;

vSpwv TiXeaxa

di

cp'jy'i'jv)'

[8ts]

[2iv]vx[]vx' 'AxJpovx' TTspaos, p.[Yv S oLJ


[xfxx](o [i[x]0-ov

'-/(ri'^

[|jis]Xaiva$ yd--^oi;-

Kpovc5atg p[p'jv (ptoe]

XX' yt,

|iy)

x[5' sTiXitso].

Eppure si pu ben pensare che la strofa oraziana non


da Alceo. Per Orazio l'inverno e la neve, come
lui gi osservato il Kiessling (l), sono non soltanto avve-

derivi

(1)
jin

Errata mi parrolibc iina iiitorprotazione, che

senso troppo prej^iiaiito


i;

ai

cipressi

(|iu'sti

volessi attrilmiie

alberi

ijii\

al

tempo

li

S-J,

ma anche fatti interni, stati di animo.


grava sull'anima, sull'anima gli cade la

nimenti naturali

L'inverno

gli

neve: solo chi intenda

cos, riuscir a risentire,

tendere in astratto non


divis celer.

oggi

che

l'in-

passaggio a permitte
;

tranquilli sotto la neve; l'aria

chiara;

fredda,

il

infuriava la tempesta su terra e mare

Ieri

campi giacciono

quieta,

giova,

cielo

il

pallido

ma

sereno.

Che

avverr domani? E inutile chiederlo: vivi ed ama . Ma


vivere e amare s'incarnano per Orazio in scherzi giulivi
di amanti giovani nella tiepida aura di primavera; il poeta,
mentre siede accanto al fuoco, si dipinge dinanzi all'immaginazione le gioie del tempo quando potr passare la

giornata all'aperto.

cenno

al

mare che

Il

sentimento della strofa spiega


infuriava, oggi

ieri

calmo.

l'ac-

Spesso

a Orazio, allorch egli pensa a un'anima torbida e tempestosa, appare l'immagine del mare. Occorre forse sup-

porre che, quando egli cant ut melius, quidquid


seu pluris hiemes

seti tribuit

debilUat pumicihus

conoe

in riva al

Non

solo

il

mare Tyrrhenum,

mare

erit, pati,

luppiter ultimam, quae oppositis


egli

fosse con

Leu-

trattare

il

paesaggio quasi fosse uno stato

ma

anche il trascorrer rapido da


da un sentimento all'altro non
conviene alla poesia del vecchio Alceo. Fin ora abbiano
in ogni caso trovato che un tal mutamento di disposizion
di animo a mezzo dell'ode era una novit oraziana, n

di

anima, ellenistico,

un argomento

pare che qui

all'altro,

si

debba giudicare

altrimenti.

Tutto ci che segue certo nuovo ed oraziano, lo


Orazio non erano in Italia cos rari

clie

sia necessario

pensare a un

ve n'erano in ogni cimitero (epod. 5, 18), ma


Varroue parla (r. r. I, 15) di nn podere alle falde del Vesuvio, che
era delimitato da filari di questi alberi. Anzi gi in Catone 28 essi
sono menzionati insieme con gli olivi, gli olmi, i fichi, i meli, le
giardino:

viti,

non

solo

piante tutte punto rare.

83

non credo che Alceo sapesse trovare un tono cosi cittadinescamente elegante, cos aristocraticamente frivolo.
L'ardito cavaliere avr amato piuttosto un giovane scudiero che un'etra e di

non

si

sar dilettato di

Nelle due ultime strofe


della giovent elegante

Siccome

un amore sempHce
scherzare, come qui
si

riflette

et,

canto

verbo,

si

che

scherza.

invece la vita amorosa

verbo repetantur dipende -

il

e composita hora,
al

si

romana.

tre soggetti, areae legato a lenes siisurri

da

e rude,

come mostra

da

que,

dai

non pi

la collocazione ac-

non soltanto

riferisce

xoivoO

ai

susurri.

si

dovr credere che forse tutto il periodo, ma certamente


almeno la menzione delle areae si riferisce ai convegni
notturni; in altre parole, se queste prime paressero troppo

complicate, almeno

areae

le

susurri e fors'

campus, sono congiunti endiadicamente

anche

il

repetantur lenes

in areis et campo. Si pu aggiungere


che sostantivi di senso cos diverso come areae e susurri
non possono stare in fila l'uno accanto all'altro se non for-

sub noctem susurri

malmente, se non quando


subordinazione.
riferendo

il

Una

la

coordinazione mascheri una

ragione di pi

per

intendere cos,

modo anche ad

sub noctem in qualche

areae,

consiste in ci, che le piazze sono adatte solo di notte a con-

vegni amorosi. Di notte

per vero in solitarie piazze ro-

mane, dove cresce l'erba, s'incontrano ancor oggi coppie]


di amanti, si ode ancor oggi il loro tenero sussurro, ma
di giorno non si fa l'amore in piazza n a Roma ne altrove. Orazio, nel nominare il campus, non pensa qui certo
alla porticus Octaviae o alla porticus Pompeia, ai

delle ragazze

romane

eleganti,

suo discepolo di andare a


stringere

ma

spasso,

una nuova relazione

(. a. I,

a parti pi solitarie, dove

tanto

pili

passeggi

dove Ovidio consiglia

ci

si

al

ogniqualvolta voglia
Ili, 387 sgg.);
poteva incontrare, e

67 sgg.;

a tarda sera, con pi agio e pi

speranza di

84

non essere osservati, ai giardinetti e ai boschetti che erano


sparsi qua e l per tutta l' immensa stesa del Campo
Marzio (1). A ogni modo, comunque s' intenda questo
passo, certo che Alceo non potrebbe aver composto
conn questa strofa ne qualsiasi altra simile. Anche
i

vegni notturni nei parchi e nelle piazze spirano odore


di vita e gioia di vivere cittadina e moderna, cio ellenistica.

E
si

l'ultima strofa mostra un tipo di fanciulla che non

poteva incontrare prima dell'et

ellenistica.

La

bella

nasconde nell'angolo pi riposto della stanza,


forse dietro a un battente di porta, non una comune
bimba, che

La

meretrice.
cos,

ma

si

pi casta delle fidanzate scherzerebbe oggi

gli antichi

giudicavano

minile pi severamente.

in

materia

di

pudore femla Galatea

pur vero che anche

mentre fugge dopo aver gettato un pomo, dema le ninfe sono esenti da certe
convenzioni sociali. A ogni modo a una meretrice il giuocare cos a nasconderelle non avrebbe recato alcun piacere.
Questa fanciulla, al momento di andar via dopo il primo
convegno di amore, fa la schifiltosa, giura e spergiura di
non voler tornare mai pi, e, pur fingendo di difendersi
il
meglio che pu, lieta che l'amante, strappandole
per forza un pegno, la costringa a tornare per ricupedi Virgilio,

sidera di essere veduta,

rarlo (2).

Ne

il

carattere della fanciulla ne questo

elegante di giocare con l'amore conviene all'arte

di

modo
Alceo.

L'amore sensuale si raffinato per la prima volta e per


prima volta divenuto sentimentale nel IV secolo
in Attica si sviluppata precocemente quella che doveva
la

ma

(1)

Strabone, V, 236.

(2)

male pu

il

intendersi grammaticaluieute

anche come elativo,

senso mostra che esso deve qua scemare, non aumentare

tensit dell'azione, e anche quest'uso documentato.

1'

in-

85

poi divenire l'erotica ellenistica,

cune

parti del Simposio.

tosto che le

l-calpai

come ben mostrano

contemporanee, sono

stati

delle fanciulle dei poeti ellenistici e romani.

poeti romani,

come

al-

-als; xaXo'' di quest'et, piuti

precursori

L'amore

quello dei nobili romani,

dei

rivolge

si

a eleganti Ubertinae e a peregrinae dal sontuoso tenore di


vita,

che non lecito ne confondere con

le

meretrici ne

agguagliare ad esse nella disistima.


Chi abbia seguito con attenzione queste considerazioni,

si

sar

convinto sempre pi che Taliarco non

pensato di condizione servile. Quest'ode non


nelle bassure della vita e dell'amore.

Ben

ci

trasporta

altrimenti sono

Sermoni (li, 7, 46 sgg.) le femmine, con le


ha commercio il servo Davo. La parenesi si rivolge qui a un uguale, a un amico del poeta, come del
resto in Alceo. Che al puer venga raccomandato di non
dispregiare la danza, non una ragione in contrario il giovane non deve danzare, ma far danzare altri in sua presenza. Non saprei dire se Orazio pensi qui a una danza
in onore di Afrodite (1), come in IV, 1, 25, dove non vi
cenno che il nobilissimo Paolo Fabio Massimo prenda
parte al ballo, o se piuttosto, come a me sembra pi prodescritte nei

quali

babile, intenda carole di danzatrici

di

mestiere durante

Che un giovine onesto prenda parte a un


non crederei, quantunque quell'azione dovrebbe
sembrare anche ad Orazio pi scusabile in quell'et che
in un uomo maturo.
Riassumo brevemente. L'ode muove dall'impressione
che su Orazio produce un giorno invernale. La coincidenza con uno spunto di Alceo determina altre coincidenze
formali; con parole di Alceo il poeta invita un amico a
il

convito.

xpa^,

ber vino insieme con

(1) Cfr.

sopra,

\>.

lui,

Ki sj;g.

seduto presso

il

focolare.

Ma

hi

8()

fredda giornata d'inverno per Orazio anclie uno stato

animo, ci che per Alceo non era. L'esortazione al


godimento suppone nei particolari forme di vita amorosa, che furono prodotte soltanto dal tenore di vita delle

di

grandi citt e dalle condizioni della societ del periodo


ellenistico-romano. Dalla terza strofa in gi Orazio

si

staccato di nuovo completamente da Alceo.

VI.

lamento della verg-ine

Il

III,

Miserarumst neque amori dare ludum

motivo e
in

rilievo

il

ancor maggiore dalle


alla

del canto di

Alceo

yoiQca

(fr.

mana

V identit del

ritmo inconsueto all'orecchio romano, messo

mato subito

nel suo

12.

59).

mente
ejjle

del
oec'Xav

avranno richia-

dieresi,

lettore
[x

romano

uatav

il

principio

xax,0TTwv izzi-

Orazio avrebbe forse osato esprimere

canto l'aspirazione sospirosa della fanciulla ro-

buona famiglia ad una vita pi libera, meno


da proibizioni di ogni genere, se non avesse gi
avuto in Alceo un modello da cui prendere il motivo
di

ristretta

e la forma letteraria e ritmica

volta non avrebbe forse

poesia d'arte

il

Alceo stesso

ardito rivestire

sospiro di desiderio, che

si

dei

alla

sua

ritmi della

sperdeva nella

clausura della casa lesbia, non avrebbe conferito la nobilt

che solo

la

forma eletta pu dare,

alle parole semplici e

un po' ingenue, della fanciulla educata severamente, se non avesse attinto alla poesia popolare
lesbia, la quale, come facilmente si pu dimostrare, spesso
sincere, anzi

esprimeva con bella franchezza e semplicit i sentimenti


di fanciulle malate di amore. Il lamento angoscioso, se
non di una vergine, almeno di una donna 55'jy. [xv

OcXvva
ce

IlXr/tac;.

y.al

Vvats'jo)

[Jiva

non

TcO-w o(Xtaa

l'axov

' i^'/cx'

52)

(fr.

wpa, ly^
(1),

ma

dalla canzone popolare deriver

90) yX-r/sca

(fr.

-ap

poesia di Saffo

desiderio di libert, che

il

Saffo

di

o vjxtcC.

[liaoc:

canto popolare lesbio.

anche

87

TraTo; [jpaivav

oggi noi udiamo vibrare nella

si

o-j

jjtxsf-,

riflette nella
-jvaixa:

to',

ot'

lirica

poesia

xpxrjv

tv

'A-f po-'xav.

Cos ancor

oraziana

suoni della

poesia popolare lesbia.

Ma
come

gi

le

del linguaggio

mano
che

prime parole hanno preso colore romano

dare ludum cos anche patrua lingua sono espressioni

romano

tutt'e

usuale, forse

due queste espressioni,

come rappresentante

il

linguaggio ro-

del

borghesi e popolane.

cerchie

di

caratteristico

dare ludum e

il

patruos

schietto degli antichi costumi, della

prisca severitas brontolona, appaiano proprio in quell'ora-

zione di Cicerone nella quale egli

si

studia di parlare di

ancori volgari in linguaggio volgare, nella Celiana. Pro-

dove vuol mostrarsi difensore indulgente di costumi un po' liberi, egli dice che l'opinione pubblica
concede ormai ai giovani prima del matrimonio relazioni
sessuali non legittimate
datur enim concessu omnium
huic aliqni ludus aetati ( 28) (2). E alcune righe prima
aveva gi versato a piene mani il ridicolo sulla severit
prio l

eccessiva dell'oratore avversario

dixit

enim multa de lu-

xurie, midta de libidine, multa de vitiis iuventutis, multa de

morihus,

et,

qui in reliqua vita mitis esset

et

in hac suavifate

humanitatis, qua prope iam delectantur omnes, versari periu-

WiLAMOWiTZ, Sappilo ud Simoiides, 75, 1. Efe8tiono cita il


nome di autore, ma dove pure avorio letto nella raccolta
poesie di Sarto
e come altrimenti un tal canto sarebbe potuto

(1)

verso senza
delle

convengono a
(2)
si

Il

riferisce

Ma

le

parole non

iiimia nolo desidiac ti

daif ludum

venire a conoscenza di uno studioso di eotesta et

Sarto.

versd plautino liacch.

1(I8S

similmente alla vita un po' dissipata di Pistocloro.

emide

solerei,

fuit

censor, magister...,

Ma

disserut.

in

88

hac causa pertristis quidam patruos,

multa de incoutinentia intemperantaque

anclie altrove

il

patruos sostiene

stessa

la

parte nella morale sessuale romana, cos

p. e. in

gramma

putruom ohiur-

di

Catullo (74)

Gellius audierat

un

e])i-

dove lo zio
;
godimento sono addirittura concepiti
come due termini inconciliabili. Che l'espressione fosse
proverbiale mostra di nuovo Orazio nei Sermoni (II, 3, 87)

gare

solere,

e qualsiasi

si

quis delicias diceret aut faceret

forma

di

prave sen recte hoc

sive ego

stesso registra tra

iratum patruom

(s.

volui, ite sis

patnios mihi

egli

mali che possono avvelenare la vita

II,

2,

verit dell'et matura:

97)

Persio esprime cos la se-

cum sapimus patruos (1, 11 j (1). Che


anche il fatto che essa

l'espressione fosse popolare, mostra

ricorre cos spesso nel genere letterario basso della satira.

Dare ludum frase romana e volgare pu per forse


Alceo avere usato una frase proverbiale che corrispondesse in qualche modo all' espressione romana parimenti
;

popolaresca patruae verbera linguae

camente

di no,

brontolone invenzione

patruos

recente.

Helm)

ci

Io risponderei fran-

per quanto sappia che


greca,

bens vero che Apuleio {Fior.

narra che Filemone mise in

ohiurgator;

non v' ragione

di

pi credono

il

sebbene piuttosto

XVI,

iscena

p. 24, 17,
il

patruos

dubitare della veracit di

n escluso che Orazio abbia coperto


di una patina ellenistica lo sfondo del quadro di Alceo
ma ci nonostante difficile o impossibile credere ch'egli
sentisse straniera la figura dello zio severo, che era da
secoli proverbiale in Roma; impossibile credere che
questa

notizia,

quel tipo cos diffuso abbia in

(1)

f.

lai.

Questo e

altri passi

Roma

origini letterarie.

souo raccolti nell'articolo

dell'

Otto, Arch.

Lex., V, 374, a cui per sfuggita la testimouiaiiKa forse pi

importante, quella di Catullo.


La

89

letteratura greca dell'et imperiale, che cita con

predilezione la

grande

commedia nuova, non conserva, che

io

che non
ne mancava l'occasione almeno nelle opere che espongono, che predicano in forma popolare etica popolare
sappia, alcuna traccia di questo carattere, e

si

in

Plauto ne in Terenzio n nei frammenti della va

o nelle scene di Menandro venute da poco


nuovamente alla luce compare questo tipo, che, quindi,
non deve essere stato diffuso nella commedia. E forse
non parr inopportuno supporre che esso in Roma derivi
dal diritto, cio dalla vita comune, e non dalla letteratura.

conservati

Gi nelle Dodici Tavole (Giustiniano,


30; Gaio
il

I,

Inst.

17, Cod.

I,

155) lo zio del padre, non quello della

tutore legittimo. Questa prescrizione rende anche

gione, perch sia proverbiale


In Grecia invece

anche

in Grecia

fosse

patnios,

non erano

fratello del

il

preferito

quello

non Vavunculus.

padre a parit

ri-

Bench

cos spiccati.

della

ra-

privilegi della famiglia agnatizia

spetto a quella cognatizia

zioni

il

V,

madre

di

condi-

madre, neppure

in

Atene, nella citt cio della Grecia dove la dignit della

donna era meno

alta,

mancano esempi

cognatizi,

collaterali

di

di

che esercitano

zii

la

materni

tutela

in

qualit, sembra, di tutores legitimi. Cos Diocle (Iseo Vili,

42)

TOTpoTios

dei

figli

della

sua sorella adottiva, Di-

caiogene (Iseo V, 10) parente per cognazione e tuttavia


tutore legittimo, come dicono chiaramente le parole di
Iseo

o'jTO); coixohc,

Tp7iDv (1).

Acxacoyvy]? ouxoal

sYYuxtw

ancor pi importante

rentela cognatizia negli stati dorici

lov

y^vou;

la parte della

secondo

la

izt-

pa-

lettera

che probabilmente genuina,


Dionigi di Siracusa pretese l'epitropia del tglio di sua
sorella e di Dione, sostenendo che essa spettava a lui
platonica VII

(p.

345

e),

fi) LlPSlus, Attisches h'cchl.

Il,

.">L'l

H<;fj.

per legge

(1).

Gortina,

0
ai

tempi

l'antica legge, lo zio paterno e

cui

in

era in

vigore

quello materno ammini-

comune, il patrimonio delTorfana


ereditiera (2), ed certo che Platone ha preso di l o
dalle istituzioni di un altro stato dorico l' idea del consiglio di tutela delle sue Leggi (XI, 924 b), composto di due agnati, di due cognati e di un amico del
padre morto, nominato, pare, dai vo|JLO'fjXa-/.;. quantunque
sia probabile che egli l'abbia sostanzialmente modificata,
aggiungendo appunto l'amico. Nel mondo romano, dunque,
non nel greco ha le radici il tipo dello zio autoritario e

stravano,

sembra

in

brontolone.

anche

romano che

lecito chiedersi se
lo zio si

non

anche particolare

sia

sdegni particolarmente perch la fan-

beve vino Vaiit e il passo di Catullo teste citato


indicano quale debba essere la risposta a questa domanda.
Aiit significa qui in caso contrario e non pu riferirsi che al secondo membro della proposizione complessa
introdotta dai neque ; perch chi amori ludum dedit divenuta etera e quindi non ha pi ragione di temere zii.
Ne consegue che a ogni modo il dulci mala vino lavere
non avviene in un convito, sia che quelle parole rispecchino vita greca, sia che riflettano consuetudini romane
che in Grecia non prendevano parte a banchetti donne ne
maritate ne vergini, e a Roma, se pur la moglie accom-

ciulla

pagna

talvolta

propria

(1)

(2)

marito a conviti o fa

Natura Imente Dione era considerato

morto, percli

V.X -rv

il

(3), la fanciulla esclusa in

casa

agli effetti giuridici

come

cTi|ao5.

XII, 29 xv Ti-cpoa xa
sraxapKiv pxsv

ondi,

t|x [id.zpo'x.
y.a

Tvg

Basta a mostrarlo

il

iy(X\i\iyO'^c,

vuvavxai xXXiaxx

Queste disposizioni sono forse pi recenti che


(3)

gli onori in

ogni caso dal ban-

il

Tipiv

x xp|iaxa
x' n'jisxac.

corpo della legge.

noto passo nella prefazione di Cornelio

Nepote, dove egli confronta usanze greche e romane

quevi

Homano-


chetto

91

Quei versi significano

(1).

sorso di vino

osiamo

se

la

malinconia con

sgrida lo zio

farlo,

non dobun

noi infelici

biamo n amare n mandar gi

Lo

zio

ha dunque sorpreso la nipote a bere di nascosto in camera


anche la fanciulla prova durante il pranzo di
famiglia a farsi versare un sorso di vino di nascosto dal
;

ma

coppiere o dalla schiava complice,

lo zio

fulmina

la

con uno sguardo, ed essa si rannicchia tutta, aspettando


di sentirsi piovere addosso una grandine di male parole
o di scherzi maligni. Lo zio , dunque, contrario a ogni
raffinatezza

aut

dicat

mollezza e

faciat,

solet

con

per dirlo

obiurgare,

si

quale deliciae non pu appunto significar


TcBsta (2).

qui

delicias

verso di Catullo

il

nel

che

altro

i^-j-

Questo motivo presuppone per alla sua volta


di vita e tradizioni romane, non greche.

consuetudini

Alla donna greca, a quanto sappiamo, non era affatto

Non

proibito di bere vino.

e'

traccia di

un

tale divieto

nei noti passi (3) di Aristofane, dov'egli mette in ridicolo

eppure egli
tendenza delle donne all' ubbriachezza
non se lo sarebbe di certo lasciato sfuggire. E la mancanza di testimonianze non pu essere attribuita a uno
la

strano capriccio del caso, giacche


l'et imperiale

fanno

le alte

meraviglie delle poche citt

nelle quali leggi particolari non

rum padet uxorem

tifex, fa

come

e)

luoghi.

donne

in casa del

ijoi-

esse sono in certo senso ma-

matronae sono considerate per ogni rispetto

infatti quali

Lo sposo

il

dio,

il

pontefice

i!

.suo

rappresentante.

Mostra bene l'uso della parola Seleiico (presso Ateneo,


T TtaXatv ov. slvat l^-oj ox' olvov

TidO-siav npoa(fpso9'at,
(3)

alle

intende a notte tai'da.

eccezione soltanto apparentemente

dalla legge.

40

s'

Che Vestali prendano parte a nu banchetto

(1)

(2)

concedevano

ducere in convivium? Cicero meuzioua nella Celiaua

{Vili, 20) uxores a cena redeuntea,

tronae,

dotti ellenistici e del-

P.

e.

Theam.

|yj

fl-swv

ni

nXsiov o~n' XXyjv

II,
t,5o-

vsxa to^zo 8p)vxag.

3}13. 5.">6. (530.

733;

Li/x.

l!)r>,

in

nu-lti

nitri

<H

di bere vino (l). Cos Ateneo (X, 429 a) narra che le


donne a Massalia dovevano bere solo ac(|ua, e aggiunge

che Teofrasto riferiva che a Mileto era in vigore la stessa


legge
a un dipresso lo stesso raccontato da Ebano,
V. h. II, 38. K non a credere che per questo rispetto i
Greci abbiano fatto distinzione tra ragazze e donne macostumi
ritate, quantunque sia per se verisimile che
;

abbiano concesso anche in questa materia maggiore? libert alle matrone. Senofonte narra si (2) che in quasi
tutte le citt elleniche le vergini non potevano bere

ma

vino,

aggiunge subito prudentemente

vino fortemente innacquato

ma

oppure solo

poich nell'antichit

uomini dabbene non hanno mai bevuto normalmente


vino puro, quelle parole dicono soltanto che le vergini

gli

mettevano nel vino pi acqua che non

giovanetti,

com'

del resto naturale. Dionigi di Alicarnasso scrive addirit-

tura a proposito dell'astinenza delle donne


25, 6)

romane

Tivtwv eXy^caxov fxapTrj^ixwv "EXXrp'.

Tipxs^v,

TIC,

TOoOaa

olvov p^iY]

yuYf^.

Uno

(II,

o^eisv

av

greco

zio

non si sar facilmente sdegnato che la nipote tentasse


di mandare in bando la malinconia con un sorso di vino.
La costumanza italica affatto differente. Notizie sicure

(3) riferiscono

che nell'antica

Roma

(1) Altrettanto essi stupiscono della sererit

a questo i)roposito. Coa Polibio

(cfr.

di registrare a parte la singolare


(2)

re.<<p.

Lac.

I,

1,

3 olvou ys

sotto, p.

(4)

era proibito

dei

costumi

93)

italici

trova necessario

usanza romana.
|Jiy]v

T)

TcaiiTiav 7icX0[Jisvag

Yj

OSapsl

Xpwfivae Siaycuoiv (soggetto sono gli Elleni'. L' uso di uSapyjg illustrato bene dal passo di Antifaue presso Atheu. X, 441 b, o-jO-' uSapg

interessante anche come documento della intemperanza


femmine, cb' messa bene in luce pure dalle citazioni che in

o'Jx' cxpocxov,

delle

Ateneo seguono questa.


(3) Raccolte dal Hosius in nota a Gellio X, 23.
(4)

Che

la

costumanza fosse generale nel Lazio, dice Gellio X, 23;


italici, esponeva Alcimo iixsXitXYjs
i popoli

che fosse estesa a tutti


v

T'^

sTnypacpojJivyj

xtov pi^Xtov ^Iio-Xiv,^

(Athen. X, 441

a).

donne

alle

di

bere vino, e

93

pu

ci si

Gli

divieto.

qua!

scrittori

scomparso

imperiale

dell'et

gi

da

secoli.

quando
non cale il

solo chiedere

esse principiarono a tenere generalmente in

considerano

lo

Servio

{Aen.

737)

I,

parla dei maiores nostri; gi Gellio confessa di conoscere


la

consuetudine solo dalla letteratura:


atque

victu

ciiltii

Romani

populi

X,

23,

scripserunt,

qui de

1,

mulieres Ro-

mae atque in Latio aetatem abstemias egisse dicunt, dove


il tempo
di egisse pu forse indicare che il costume era
gi antiquato ai tempi dello scrittore da cui Gellio ricava
queste notizie, senza dubbio Varrone. Che non ne rimain tempi in cui le
matrone avevano smesso il venerabile uso di sedere a
mensa e giacevano liberamente come gli uomini (1), non
pu in alcun modo sorprendere. Ma nell'et di Polibio
l'antico divieto era ancora osservato rigorosamente: ueipr;xat scrive egli ancora (presso Ateneo X, 440 e)
Plutarco {qiiaest. roni. 265 b), che nel resto lo copia, cambia
quella parola in -nzi^r^iiivov f^v
segno che nel frattempo
si era compiuto il cambiamento. Che Varrone nel de vita
populi romani (2) abbia menzionato l' uso come estinto,
non fuor d'ogni dubbio nonostante il passo di Gellio
teste citato
e del resto quegli visse cos a lungo e a
cavaliere tra due et cos diverse che, quando le testimonianze sue non sono precisamente databili, il loro va-

nesse pi traccia nell'et imperiale,

(1)

Cfr. Svetonio,

VII, 712

f,

Calig.

24 e ancor meglio Plutarco qnaext. coni.

invalsa ormai

ohe menziona (|nesta consuetudine quale

generalmente.
(2)
2>ere

Nonio

68, 26

larvo dv

abHtemian mulieres voluerivt

l'opnli

l^ila

ee,

rei

liomaui

Uh.

ex mio exemplo

nuaulv

pot videri

In Varrone lovevano segnire alcuni dei famosi esomiii di <lonue con-

dannate a morte per aver bevuto vino, come prescriveva


attribuita a

mento
feoit,

Romolo (Dion.

II,

del discorso de dote di

mnlieri

iiidc.r

pr censore

25, 7).

Catone
est

Non s'intende

(Geli.

la

Itene se

X, 2S) rir ci

il

legge

fram-

dirortium

imperili), ipiod ridetiir, hnhel, si

quid

94

lore cronologico assai scarso. Cicerone

sua et, quando

alla

si

riferisce per

un passo pur troppo frammen-

de republica scrive (presso

del

tario

magnam

in

Nonio,

10)

5,

ita

habet vim disciplina verecundiae, careni temeto omnes

Che sarebbe del tutto arbitrario


presente un tempo del passato, n deve
mulieres.

sostituire
ispirar

al

dubbi

r uso del vocabolo arcaico temeUim, da lui adoprato solo


perch esso era la parola dell'antica legge, come mostrano
i

passi

Catone (presso Plinio n. h., XIV, 90) e di


costume deve essere mutato solo negli ultimi

di

Gellio.

Il

tempi della repubblica o

Lo

in principio dell'et imperiale.

che si continuino
usi della sua giovinezza (1).
zio oraziano esige

Mentre

l'amore

impedisce di tessere,

motivo che occorreva gi nella poesia

perverse taetreque factum est a muiere

passato o

manza

il

come mostra

lesbia,

multitaiur,

rispecchi

si hibit

presente o solo gli ideali dell'oratore

di quel

(1)

con colori ro-

la severit dello zio dipinta

mani, la fanciulla cui

famiglia gli

in

ma

il

sulla costu-

tempo non pu cader dubbio.

Gli antichi

Romani consentivano per almeno

alle

donne an-

ziane certe qualit di vino dolce cos leggermente alcooliche che ad


essi

non parevano rientrare nel concetto

ferunt loream, passum, murrinam


seguita Gellio, che

ha dinanzi

et

di vino

Ubere autem

agli occhi

de vita populi romani conservato a noi

il

passo del libro primo del

da Nonio (551, 15)

mulieres maiores natu bibebant loram aut sapavi aut defretum

sum, quam murrinam quidam Plautus appellare

gando

solitas

quae id genua sapiant potu dulcia,

solet

antiquae
aut pas-

e continua spie-

maggior parte di queste parole per mezzo di citazioni dallo


stesso libro di Varrone donde, a quel che pare, deriva tutta la nostra tradizione su questa materia (cfr. Plin. XIV, 93 non Inter vina
modo murrinam, sed Inter dulcia quoque nominatam, e, intorno a tutti
la

questi passi, MiJNZEU, Quellenkritik des Plinius 189 sgg.

la sapa

mosto dolce cotto passum vino, come dice il nome, di passerina, la


muriola o murrina secondo Varrone un altro nome dello atesso liquido la Iurta o lorea o lora una bevanda ottenuta macerando bucce
;

di

uva nell'acqua.


frammento

il

VJ5

di Saffo citato pi

sopra

(p.

ma

87),

che

per conviene anche bene alle consuetudini romane. Eros

che strappa alla fanciulla

non greca antica

ma

concezione

conocchia,

la

ellenistica

romana

ma

sostiene qui la parte principale;

il

non

dio

un'espressione sim-

bellezza giovenile di Ebro, come fa sensimmetria delle due proposizioni Ubi qualum Cythereae jmer ales, Ubi telas operosaeque Minervae siudium

bolica

della

tire la

aufertf Neobuie, Liparaei nitor Hebri.

Similmente Eros

rappresentanze ellenistiche e romane per


figura secondaria pi o

meno

decorativa, direi

accessorio scherzoso e nulla di pi.


dell'antica poesia, che

Alcmane

(fr.

in

una
quasi un
pi

lo

Ben diverso

Eros

l'

38) dice ^cyc^, Ibico

l'Eros di Saffo che infuria contro


di
monte, vento procelloso (fr. 42)
Ibico (fr. 1-2), che fulmina il poeta con uno sguardo che
fa tremare; di Anacreonte (fr. 47), che dopo avere martellato l'amante lo tuffa nel gelido torrente montano,
come il fabbro fa con il ferro rovente per temprarlo.

(fr.

1) pc[jivs

gli

alberi su per

"Epw? vfxais

L'

[jisXXcpyjiSo?

sogno
tosto

di

bimbo

canta ancora Sofocle.

Non

cos ci raffi-

Orazio; non l'efebo dell'arte pi antica

che Prassitele scolpi come smarrito

(1), toglie la
il

il

[JLc/z/^av,

guriamo l'Amor
il

O-afXjjTfjC

di

rocca

di

Apollonio

mano
(III,

alla fanciulla,

114 sgg.) che

si

un

in

ma

piut-

diverte

Zeus a giocare a dadi con Ganimede e cui


il
la mamma afferra il ganascino per dargli un bacio
piccino che in pitture pompeiane si libra cos spesso
nell'aria insieme con i compagni o in terra si lascia annel giardino di

dare a ogni genere di scherzi e di birichinerie innocenti.

A
la

un giovane forte disdirebbe il furto scherzoso che


fanciulla non lotta seriamente, anzi si lascia certo
;

(1)

Su

di esso cfr.

Fuhtwangi.kis,

100-101, e L<\VY, ScuUnra greca 81.

Meiiitnirei-ke rSS,

con

lo figure

<m --

portar via la conocchia di buona voglia, digito male per-

La scena schizzata cosi fuggevolmente da Orazio


graziosissimi quadretti degli Amoricorda in certo modo

tinaci.

che rubano ad Eracle

rini

armi

le

(Ij.

nomi "E^poc e No,3(')Xa deriveranno da


Ne
come per il secondo prova anche la forma ionica o
i

Alceo,
attica.

abbastanza verisimile che il secondo sia preso da Archiloco, sebbene un nome formato cosi normalmente da
parole cos comuni poteva essere portato in ogni tempo
da qualsiasi donna di qualsiasi citt greca (2) ed essere adoperato da un poeta, senza che questi avesse la pi lontana
intenzione di coniare un nome. "E^poc, pi raro, pure tutt'altro

che nome

mentatori

Delfi nella

come sembrano credere comuna famiglia borghese di

di fantasia,

esso fu ereditario in

seconda met del

quale teste in

IX
di

atti

di

(,j,ja'.cotr(p}

emancipazione rogati durante

sacerdozio (GDI 2194, 30; 2273, 5; 2284,

nomi

di fiumi

come nomi

pi antica assai raro

Un

secolo avanti Cristo.

II

"E^po? o "E[ipo; "Efipou figura quale garante

di

ma non

colo un Ciziceno chiamato

uomini

inaudito

AfairjTco?

dal

5).

liberi
:

gi nel

nome

o
il

L'uso
nell'et

VI

se-

del fiume

che lo stesso, della divinit del fiume della sua citt


(GDI 5522 b, 2). Porse Orazio ha trovato che il nome
"E^po: era usato nella poesia d'amore ellenistica come
0,

denominazione

fissa di

un

tipo determinato,

allo

stesso

(l L'uso di Eros u scenette di genere era del resto tutfaltro


che nuovo nella poesia romana basta ripensare all'Amorino di Ca;

tullo,

che starnuta ogni volta all'udire

e di Settimio
(2) Il

(e.

le

parole di amore di

Acme

45).

caso vuole che io conosca solo un NspooXog di Hypata, no-

IG IX 2, 13, 11. Il sesso


ha poca importanza, perch la maggior parte dei nomi greci di donna
sono femminili di nomi adoprati per gli uomini, non nomi particoGermani.
lari come tra

minato

in un' iscrizione dell'et di Tiberio

modo

97

com'egli non ha gi inventato

teratura di tal genere

nome

il

ma

attinto

forse davvero ricercato la somiglianza fonetica con


nitidus,

La

come vogliono
descrizione

ellenistica

ha

hr^oc^ic,

secondo

Kiessling-Heinze

pensare ad origine ellenistica

infatti

fa

let-

commentatori.

Ebro

di

Cijrus (l). In Liparaeus

la

menzione della caccia, che nella va svago consueto


ne si pu negare che
dei giovani di buona famiglia
anche gli altri particolari paiono mettere sotto occhio
;

il

tipo dell'efebo, quale dal quarto secolo

fuse

dall'

Attica in tutto

il

in

mondo greco

poi

si

dif-

insieme con

r istituzione militare dell'efebia. Eppure non mi sembra

negar senz'altro che Alceo potesse descrivere un


tipo simile di giovane. Le prove dell'esistenza del gin-

lecito

ginnasiarchia sono per vero piuttosto re-

nasio e della

centi sia in Mitilene

(2) sia in

zione mitilenea in onore di

come prova

Ereso

un

(3)

recente

'^[3apyo; (4)

l'

iscri-

IG XII,

2,

forma delle lettere nella copia di


recenti sono
Ciriaco, che unica ce ne d conoscenza
anche le iscrizioni agonistiche (5) cosicch per questo
rispetto non ci sarebbe difficolt a supporre che l'organizzazione militare dell'efebia sia stata introdotta a Lesbo
da Atene nell'et stessa che in tante altre citt elleniche (6), nel IV o III secolo. Ma bisogna anche riflettere
134,

la

(1) Cfr.
(2)

sotto, cap. II.

IG XII,

2,

208. 211. 232. 244

di

sono dell'et imperiale;

lista di

supplire nell'ultima riga t Tiv Tg [YUnva]o[tapxiaj], tanto


il

82,

numeri ordinali e di somme


danaro, che noi non intendiamo, sicch jmramente arbitrario

che anteriore, contiene solo una

sigma non
(3)

piti

che

neppure sicuro.

IG XII,

(4) Il

Twv

2,

527, 34.

titolo della magisti-atura nella r. 4;

vltov xai T)v cp[dpa)v]


(5)

P. e. 224. 241-251.

(6)

Okhlkk,

l'V.

10 ex twv

V, 2743.

i5(ti)v

v. 6 YW|^vaoi[apx"i^]aacg

nsTtor^xwv YU|ivd[a'.ov].

osche Mitilene ha dato sinora pochissime iscrizioni e che


anche altrove documenti di sodalizi giovenili non risalgono in generale ad et molto antica, mentre pure tali
societ presentano un carattere assai arcaico (I). E la
i

poesia e la personalit di Saffo rimangono inesplicabili,

non

se
lizi

le si

immaginino nate nella

dovremo

sposto sodalizi maschili.


nell'orbita dello

vita

comune

femminili, ai quali impossibile non

non un

ri[ioc,

stato potesse
veaviwv; che,

esistere

soda-

ammettere che

forse

mentre

di

abbiano corri-

un

-pvaixwv

-7;|io;

donne s'inse-

alle

gnava la musica e l'arte della poesia,


giovani
medesima condizione sociale non si esercitassero
i

armi e nella ginnastica

nelle

Per, se anche Alceo nell'ode che dette

lo

spunto ad

Orazio, esaltava forse la valentia del bel giovane


esercizi propri della

della

sua et, Orazio sostituisce

negli

ai parti-

La menzione del Campo


Tevere non prova, presa di per s, nulla,
perch quelle localit possono essere state sostituite a
importa invece mostrare che sono nomilocalit lesbie
nati solo esercizi che al tempo di Orazio erano in voga
tra la giovent romana.
colari lesbii particolari romani.

Marzio e del

La

caccia forse sport originariamente greco

signore

romano

del

tempo

delle

niche affidava agli schiavi

vaggina

il

che nella

suo

desco

Roma

il

primitiva

il

ricco

due prime guerre pu-

compito

ma come

di

fornire

difficile

cittadini,

di

sel-

immaginare

che erano semplici

contadini, abbiano rinunziato a cacciare nei dintorni an-

cora boscosi, cos pure


in voga,

appena

l'

l'

uso

di

andare a caccia torn

influsso greco cominci a farsi sentire.

Dalla notizia di Polibio

(XXXI,

29, 3),

che Emilio Paolo

durante la spedizione di Macedonia aveva incaricato

(1)

UsENER,

Vortr. u. Aitfs.,

122 sgg.

i3x-


CT'.Xc'xo:

macedoni

ma non

cacciare,

insegnare a Scipione

di

suole indurre che

Romani

suo amico

solessero

intendo come

avere svegliato nel

di

passione per la caccia, mentre gli

la

una precoce

con

Ne

si

voglia ricavare dal fatto che

vanta

giovani romani preferivano

bili

di

si

{ibd. 29, 8) si

caccia,

la

queir et non

di

so quanto a ragione.

questa stessa conclusione


Polibio stesso

1)9

abbandonarsi

di

che

attivit politica (1);

no-

altri

alle gioie

solo confronto

il

consuetudini di ragazzi ambiziosi non legittima

le

modo

in alcun

La menzione
un opuscolo pubblicato nel 44
deWaucupium come di occupazioni pre-

osservazioni cos generali.

invece che Cicerone


fa della venatio e

in

un vecchio venerabile,

ferite di

ritiratosi

campagna {Cat. mai.


che abbia valore di documento quanto
ultimi giorni in

a passare

suoi

me

16, 56), pare a

alla

stima

in cui la

non importa che questo


in genere da fonte greca, che egli
lo ha rimaneggiato assai profondamente per farne un
lavoro che si adattasse bene ai Romani. Varrone, forse
alcuni anni prima che fosse composto quest'opuscolo
di Cicerone, sent il bisogno di scrivere una delle sue
menippee contro cacciatori e cacciatrici, i Meleagri (2),
sua et teneva quest'esercizio
suo trattatello

questo della larga diffusione di quell' uso. Al-

indizio

cuni anni dopo


til.

4,

(1)

(2)

del

1)

il

trattatello

di Cicerone, Sallustio {Ca-

narra di s stesso con

orgoglio ch'egli,

eli-

Cfr. anche Plutarco, Paul., 6.


I

frammenti non mi sembra

NoKDKN

accordino con

si

{Fleckeisens Jahrb. Suppl.-Band,

tira contenesse

Io

dipenda

un contrasto

tra

un nemico

non so vedere che espressioni

comodi, 80 non

ci

si

ostili

guadagna nulla?

XVHI,
un amico

29r>-29() a

298 qtiem

la

congeUura

326), che
di

che

la sa-

questo sport.
tino tanti

idcirco

in-

Itna non

cnelum recepii si riferir ad Ercole, come conferma anche il


299: qui viene schernito l'eroe cacciatore, che anche nell'inno
ad Artemia di Callimaco 153 sgg. consiglia mezzo furbescamente mezzo

cepit et
fr.

10<)

minato dalla politica attiva, aveva preferito dedicarsi


a studi storici che non agro colundo aut venando, servilibus offciis, aetatem agere ; ma non lecito attribuire vagenerale

lore

alla professione

fede tutta personale

di

un uomo smisuratamente superbo di s e del suo ingegno e desideroso di vivere e pensare diversamente
di

che pochi altri in (jueiret avrebbero osato


condannare cosi l'agricoltura. E non e' in fondo
neppur bisogno di raccoghere testimonianze altrui, giacch
Orazio stesso parla sovente della caccia lodandola assai
e magnificandola quale sport veramente romano. Per lui
essa anzi (epist. I, 18, 49) un Romanis sollemne viris
opis ; ed egli cos poco conscio dell'origine forse straniera di una costumanza, la quale appariva ormai cos
romana, che non esita a contrapporre la caccia e l'equidagli altri

di

tazione quale milizia

romana

giuochi

ai

della palla e del disco, al graecari


lassus ab indomito vel,

Romana

si

meno

faticosi

leporem sectatus equove

fatigat

militia

adsuetnm

graecari, seu pila velox moUiter austeriim studio fallente la-

borem

seii te

discus agit e cos via (semi,

li,

9 sgg.)

2,

(1).

stupidamente alla dea di andare a caccia di porci e di buoi e di lasciare cervi e altri simili animali, da cui si ritrae troppo poco vantaggio

cos

aveva sempre fatto

finch gli dei, impietositi

300-302

si

dei

rivolgono contro

le

lui,

divenendo una calamit per

mortali,

non

lo

inalzarono in

tutti,
cielo,

cacciatrici e le loro indecenti foggie

di vestire.
(1)

teriale

Sulla diffusione della caccia nell'et imperiale ha raccolto mail

Blmner, 515

sgg.; interessante sapere che Plinio

il

gio-

vane (epiat. I, 6, 1), andando a caccia, si portava appresso gli strumenti per scrivere che un uomo cos poco appassionato per lo sport
non riuscisse a sottrarglisi, mostra che la moda era generale, e a
pensare che da quel passo si suole ritrarre la conclusione opposta
Parimenti errato il metodo di supporre dipendenza da modelli
il che sia osgreci, ogniqualvolta un poeta romano parla di caccia
;

servato contro lo .Jacoby, Bhein. Mus.,

LX, 1905, 75 (nota a

p. 74).


Simile

il

101

contrasto in cartn.

Ili,

haerere ingenuos puer venarique

Graeco iubeas trocho seu e

24,

54

timet,

equo rudis

nescit

dodior seu

ludere

cos via, dove, se

trochus e

il

greco, la caccia dev'essere romana,

E appunto cignali menzionati da Orazio in quest'ode


non erano in quel tempo rari in Italia e neppure nei dintorni di Roma. Gargilio (epist. I, 6, 57 sgg.), ch'era un
buon Romano, fa passare il suo corteo di caccia, reti,
lance o meglio spiedi, servitori la mattina per tempo per
il foro e torna la sera a casa con un cinghiale comprato
i

questa storiella basta a mostrare che a quei tempi nelle

Roma

vicinanze di
ghiali

anche

c'era speranza di

fuori dei parchi e delle riserve

proprietari di terre. Lavrens per

addirittura
finato

imbattersi in cin-

un

il

epiteto fisso del cinghiale.

non apprezzava per

Laurens mahis

est,

ulvis et

Un

5,

28)

palato raf-

carne del Laurens aper,

la

erbe palustri, prendeva fa-

perch questo, nutrendosi


cilmente un sapore cattivo o sciocco
di

grandi

dei

poeta (epod.

serm.

II, 4,

42 tiam

harundine pinguis. Esso, dunque,

viveva rintanato nelle macchie basse della costa (1); il


che non esclude che cinghiali ci fossero anche nelle riserve. Proprio in quel di Laurentum ne possedeva una,
un therotrophium, Q. Ortensio, nel quale, a qiel che narra

Varrone

(r.

r.

Ili,

13, 3),

pascolava grande quantit di


da fossi

cinghiali e cervi. Di tali parchi di caccia recinti

e staccionate e dei cervi, che in essi erano allevati, parla

Varrone

in

generale nella stessa opera

testimonianze antiche

che ora

in Italia

fossero qui

non

si
si

ha

l'

(l)

12,

1.

impressione che

Dalle
cervi,

trovano pi fuorch in bandite,

anche nell'antichit molto pi

ghiali, pure non mancando del tutto

Ancora al tempo di Marziale


dono consueto.

45, 4) era

III,

il

rari

che

che, se fossero

cin-

man-

Laurenit aper iIX, 48, 5; X,

102

non darebbe tante ricette per


l'arrosto di cervo, ne Orazio stesso prenderebbe esempi
dalla caccia al cervo come da uno sport abituale (epist.
I, 2, 05 sgg.). La sua prima ode ci mostra il cacciatore
menar all'aperto vita disagiata lontano dalla moglie pur
di prendere una cerva o un cinghiale, un cinghiale italico, Marsus aper. Cos leggendo in quest'ode celer arto
latitantem fruticeto excipere aprum vien fatto involontaria-

cati,

Apicio (341

mente
quale
si

di

sgg.j

pensare alla caccia con


pratica ancora nella

si

spiedo, venahnnm,

lo

macchia bassa e

stende lungo la costa latina;

catiis

fitta

che

idem per apertum

fugientis agitato cervos iaculari indicher piuttosto la cac-

immense bandite

cia a cavallo nelle

per lo

meno

p. e.

maremmane

(1).

inverosimile che Alceo praticasse un tale

sport

nella sua piccola ed aspra Lesbo, cos

avr

avuto

anche raramente occasione

di

come

egli

nuotare in

grandi fiumi.
lotta

erano invece, com' noto,

eW exercitatio

cainpestris, degli esercizi cio

L'equitazione
parte cospicua
della ricca

la

giovent romana dell'et augustea. Orazio

chiede altrove

venuto

veris atque solis,

con aria

8)

(e. I,

di Sibari, cur

rimprovero che

di

cur ncque militaris

Gallica nec lupatis

sia av-

apricnm oderit campum patiens pul-

temperet

ora

Inter

frenis ?

aequalis equitet,
cir

timet

flavoni

Tiberini tangere ? cur olivoni sanguine viperino cautius vifat,

ncque iam livida gestat armis bracchia


forse esercizi greci

greco

il

Son anche questi

giovinetto al quale Ora-

24 rimprovera (v. 54) di non sapere andare a cavallo e di aver timore della caccia ? No,
i
tre passi si integrano a vicenda
il giovane, che Orazio
zio nell'ode

romana

111,

(1)

Ambedue

queste cacce sono spesso rafiSgurate su sarcofagi ro-

mani dell'et imperiale:

cfr.

2249. 2949. 2956. 2958. 2979.

p.

e.

^Iatz-Duhs, Aniike Bidwerle,

11,


ha

mente,

in

appartiene

Augusto

giovane romano di buona famiglia, che


iucemim costituiti o ricostituiti da

il

ai sodalicia

da esso a continuare nella vita mo-

e destinati

derna antichissimi

anche

103

usi

italici.

Sibari

Il

oraziano abile

in esercizi di ginnastica greca, nel getto del disco:

saepe disco, saepe trans finem iaculo nobilis expedito, perch

l'educazione militare romana di questo tempo aveva ac-

anche generi

colto

come Augusto

originariamente greci, cos

sport

di

nel

risuscitare

iuvenum

sodalicia

italici

aveva avuto l'occhio anche all'efebia attica; ma ci nondimeno rimasto il giovinetto romano, che in et di
quindici o sedici anni, prima di partire da Roma per
compiere nelle province il suo servizio militare, riceve
prima educazione ginnastica e militare a Roma nel
Campo Marzio. L'etra Lidia attira a s Sibari, di.straendolo dai suoi obblighi militari e rendendolo molle; di un
la

altro giovane dalla stessa et e della stessa condizione


s'innamora la vergine Neobuie (1). Il carme della vergine
sospirosa non imitazione di Alceo se non nell'idea ge-

nerale

mano

e nel

principio

(1)

greche.

Il

il

Rostowzeav

passi

A mo'

il

epicurea

come

omni tempore

il

poche parole su
st.ito osservato
alla

monito

vixeris

sa

cria

ha posto

di

II, 3

aequain memento

1'

malinconia, non so se

s9-j}iia.

ellenismo

ci sia

re-

da gran tempo, una


che la

tra epicurea e stoica

di serbare

i>ii

souo

con istituzioni

italico dell' istituzione augustea.

che

che carica di ricchezze e di onori, senz' una ragione


la vita nella

ha trattato

egg.), a cui uoii

Staat der Ilaiker, 44 sgg., 92 sgg.

contrapposta

precede; epicureo b

61

relazioni storiche

le

fondamento

di appendice

bua in arditi. L'ode,

e uelle proviucie

(Bleiiesserae,

oraziani n

Rosknbkhg,

in pih chiara Ince


(2)

Roma

Dei sodalicia iuvenum iu

sfuggiti n

8tH8

resto oraziano e ro-

il

(2).

egregiamente

cria

tutto

Anche
di
al

seu mae-

Alceo

gente

mondo pass

stata nell'antica Grecia; quo

con quel che segue rendono testimonianza deiranu>re moderno per la campagna, del sentimento nostal-

pinna

ingene

albaqite

populua

104

VII.

Orazio imitatore di Alceo?


1.

L'esame accurato di quelle odi di Orazio per le quali


hanno riscontri nei frammenti di Alceo, mostra che
quegli non ha mai n tradotto ne parafrasato questo, ma
che o ha preso da esso solamente lo spunto, il motto,
si

gico che spinge a fuggire dalla citt grande. Pure in quest'ode cos

moderna
spunto

forse inserito

uno spunto

Orazio, scrivendo huc vina

amoenae ferre iuhe rosae, dnm


atra

ricord forse di

si

Tatg uo3-ufit8g Ttg,


(fr.

36

V.

y^Bidxw

All'

sororum

[lv Tiept

fila trinvi patiuntur

Talg Spaiai mpd-izu) ^Xx-

Su

[l'jpov

1-2 sono stati cougiuuti con

tamente a ragione).

non pi per che uno


et ninmim irevia flores

unguenta

ree et aetas et

tkXX' vV^xo)

xa5 Ss

aleaico,

et

v.a.x

tw

ai-qb-soq &[i\ii

seguenti dal Bergk, cer-

aneto Orazio ha sostituito la rosa, che per

Eomani il fiore del convito (cfr. Hehx, Eulturpflanzen^ 255 sg.),


come mostra anche l'ode ultima del primo libro mtte sectari rosa
quo locorum sera moretur, ha schivato di descrivere il modo come si
i

sarebbe fatto versare addosso

l'

unguento, certo perch

gli

spiaceva

minuta di un' azione molle. Ma gli unguenta, cos rari


in lui, fan pur pensare ch'egli derivi qui da Alceo. Nimuiin brevis
res, come a me pare, romano, che
flores gi di nuovo ellenistico
non sar plurale n vorr dire generalmente le circostanze, ma si dovr
la descrizione

intendere nel senso concreto di patrimonio, ricchezza


sei ricco e

godi, finch

giovane e la Parca te lo concede. Le strofe seguenti sino

alla fine sono di


tati dal poeta

nuovo specificamente romane, romani

ma

posseduti dal ricco Dellio

la casa in citt e la villa sul

Tevere

romano

non invenmontani e

lo spettro dell' erede,

che l'obbligo morale, che ognuno ha, di trasmettere

ma non

bei pascoli

il

capitale, usu-

mi pare rispecchi l'ordinamento gentilizio di Roma, che esige che la ricchezza rimanga nella
stirpe. Anche nfima de plebe pare schiettamente romano. L' identit
del motivo tra omnes eodem cogimur, omnium versatur urna seritis ocius
sors exitura e la quarta strofa dell'ode romana III, 1 aequa lege Nefruito

intaccato, intero a chi vien dopo,

105

per passar subito a cantare romanamente sentimenti ignoti


all'et del

Lesbio

o anche,

ma

raramente, ha composto

su argomenti cantati gi da Alceo carmi di tal fatta che


ricordassero al lettore dotto la poesia corrispondente,

non

per simile, del poeta antico, Orazio ha preso spunti non

da Alceo ma, coni' noto, anche da Anacreonte


ha scritto, non soltanto da vecchio, carmi che nello stile
vogliono arieggiare Pindaro e che portano in fronte come
motto la traduzione di sentenze del vate tebano ha inserito ai suoi carmi parole celebri di Ennio. Pure u
antichi ne moderni lo dicono imitatore di Anacreonte, di
solo

Pindaro,

di

Bacchilide,

maggior parte
sere anteriori

di

Ennio.

Ha

rielaborato

nella

non possono esall'ellenismo; eppure nessuno lo chiama


delle poesie motivi che

seguace e continuatore della poesia

ellenistica, o dei con-

tinuatori romani della poesia ellenistica, dei vswxepoc.


scritto su

Ha

argomenti romani odi romane, in cui n un

pensiero n un sentimento n un'espressione potrebbero


essere stati pensati, sentiti, espressi in tal modo se non
da un cittadino romano dell'et di Augusto; nessuno lo
vanta poeta originale. Come si spiega questa parzialit
di giudizio ?

Ne ha
si

forse colpa

l'

interpretazione poco precisa che

suol dare dei passi di Orazio nei quali egli parla del-

omne capax movel urna nomen fornisce


ima riprova. Dunque una reminiscenza da Alceo in un carme
Anche la peuultinia
che vuole e riesce bene ad essere moderno.
strofa dell'ode per il ritorno di Augusto dio et argutae properet Seae.
rae murreum nodo cohibere criuem vuol forse richiamare Alceo 4(5 xXop,a Ttva xv x'P^-'''c* Mvwva xdXsooat, ai XP^ oi)[i7ioaiag n' vaatv |Jioi
YeyvyjaO-ai. Ma Alceo non ha certo aggiunto i per invisum mora ianiiorem fiet, abito, che la pazienza non fu certo la virti principale di
cavalieri le8l>ii, e quel che segue non pu essere stato sentito e detto
eesaitas aortitur insignis et imos,

forse

da

altri

che da Orazio.


l'arte
Il

vale

sua;

pena

la

pi importante e

primo

lil)ro.

Orazio

di

accuratamente.

ponderarli

pi chiaro nell'epistola 19 del

il

si

106

lamenta degli imitatori

e in

primo

luogo di coloro che lo avevano preso troppo alla lettera:


dal giorno ch'egli aveva condannato un genere di arte
che sapesse pi di acqua che di vino, poetucoli romani
avevano preso a inebriarsi giorno e notte. Dal deridere lo scimmiottamento di esteriorit di nessun valore
i

Orazio passa a poco a poco a dileggiare la pedissequa imitazione letteraria: rupif larbitam Timagenis aemula lingua,
larbita, per volere superare

cio

zie,

cui

decipit

non era nato, rovin

exemplar

vitiis

Timagene

se stesso

cio

imifabile,

ammirano

(1).

nelle face-

pi oltre

un esemplare

di

che naturale saltino pi facilmente agli occhi, ed imitano quequodsi pallereni casti, biberent
sti . L'esempio aggiunto
exsangue cumnum mostra che Orazio, ancorch enunci la

degno d'imitazione

essi

solo

difetti,

massima
tori si

in

modo

generale, pensa a se stesso

gli imita-

studiano di riprodurre quelle peculiarit dell'arte

sua delle quali egli

si

ormai spogliato,

le

quali

egli

pems, ut mihi saepe bilem, saepe iocum vestri movere tumuUus; l'operosit incomposta degli imitatori, dei suoi imitatori gli mette addosso
un po' rabbia, un po' voglia di ridere. Chiunque legga
ora condanna:

imitatores, servom

queste parole, intende subito che seguiranno versi nei


quali il poeta contrapporr l'originalit propria alla servilit degli imitatori; e infatti

vacuom

viene appresso:

posili vestigia princeps, non aliena

qid sibi fidet, diix reget examen.

meo

libera

pressi

per

pede

Con queste parole Orazio

rivendica a se stesso l'originalit piena, cosicch esse non

(1)

Nou

che fingono

si

di

devono prendere sul

serio autoscliediasmi di scoliasti,

sapere che, per imitare Timagene, larbita, a furia di

sbraitare, scoppi.

107

potrebbero in alcun modo conciliare con la confessione


suoi imiche il poeta dipenda da modelli greci, come
tatori da un modello latino. La costruzione stessa del
si

periodo seguente Parios ego lrimum iambos ostendi Latio,


numeros animosque secutns Archilochi, non res et agenda

Lycamhen mostra che anche nella mente del poeta


ho introdotto per primo nella poesia latina i ritmi di Archiloco, e ho cercato di riprodurre il tono del poeta Parlo
ma ho scelto tutt'altri argomenti . Poich non vi sarebbe ragione di dubitare della veracit di Orazio, anche
se non ne avessimo le prove, si potrebbe ricavare da
queste parole che egli, come per il primo (che gli esperimenti isolati di Catullo non contano) ha ripristinato in
luogo del senario, adattamento geniale di un ritmo greco
alle leggi di accentazione e alla melodia caratteristica della
lingua latina, il trimetro ionico originario, dando ad esso colore schiettamente archilocheo, non tragico o comico, cos

verba

la proposizione ultima la pi importante. Io

pure

non

si

sia studiato di riprodurre in

lo stile, di

di questo

Archiloco, ed abbia

al

generale

il

tono,

ma

pi preso dai giambi

qualche spunto, senza seguir mai ne per intero

ne da vicino un carme determinato. Pure una conferma


non sar inutile la porge il ritrovamento di un epodo
:

nuovo

di

Archiloco

Orazio nell'epodo
di Archiloco,
dello,

ma

riducendo

dell'odio contro

in

un papiro

X abbia

preso

le

mostrando come
mosse da una poesia

(1),

abbia trasformato del tutto


l'espressione

il

suo mo-

appassionata ed ingenua

un amico, che Archiloco, poich ha

tra-

dito la santit dell'amicizia, vuol vedere naufrago e schiavo

un propemptico in tutta regola per


un nemico letterario, dove non manca neppure la promessa consueta di un sacrifcio alle Tempeste, se non

di barbari Traci, a

1)

lierliner Sitzu)if}berichte,

1899, 857 spg.


gi lo salvino,

ma

ha mutato ogni
sce quasi pi

riodare

Leo

lo

lo

108

mandino

particolare,

in

egli riproduce di

ma

stile

solo

il

poeta romano
non si riconoArchiloco non gi il pemalora.

che

Il

la poesia

tono generale, animos.

Il

ha tentato con buon successo la prova anche


per quelli epodi, per cui o non sono conservati riscontri
si hanno solo in frammenti, e ha dimostrato che Orazio
ha anche preso l' idea dell'epodo II da Archiloco (fr. 25)
ma che ha mutato il metro, sostituito al falegname
Charon la figura caratteristica dell' usuraio, trasformato
le lodi dell'agiatezza modesta nell'elogio della vita campagnola; che insomma svolge motivi quali non poterono
venire in mente ad alcuno prima che si formassero citt
veramente grandi, prima cio del periodo ellenistico.
Parimenti l'epodo VI contiene s un richiamo a un
vanto archilocheo sv S' Tiirjxo!.\i.ca (jLsya, xv Vwaxw? jxs pwvxa
(Ij

Svvoc? (2) vxoL^ti^zod-aLi xoLxolq (fr. 65),

ma

nel resto le mi-

nacce contro gli obirectatores non hanno di


la poesia del Pario altro

che

la la^^ixri

loc

comune con
e

cos gli

epodi VII, IX, XVI, pur riproducendo la situazione, con-

come

sueta al pi antico giambo


del

poeta che, oratore o araldo,

alla pi antica elegia,


si

presenta a parlare

dinanzi al suo popolo, sono tuttavia poesie romane,


derne,

imitazione.
e pi

in

originali,

cui

chiaro anche che negli epodi XIII e

XI neppure

ancora nell'epodo

ma

che

mo-

nessun particolare frutto


la

ca|jLi3i>c7j

di

XIV

'Mfx,

forma
stilistica, in contrasto singolare e bello con la forma metrica, eh' ancora per met giambica, sono prettamente
conservata,

gli

argomenti,

il

tono e

la

lirici (3).

(1)

De Horatio

(2)

et

strano che

ArcMlocho
ci aia

dente della parola corrotta


(3) Il

Leo

Gottinger

Programm

1900.

ancora chi ricusi questa emendazione evidiivog.

dice, troppo ristrettamente, elegiaci.

109

non solo
seciitus
arte
della
sua
anche
equo
estimatore
sincero
.... non res et agentia verba Lycamhen ricordano, ne la
coincidenza sar fortuita, la dichiarazione che Callimaco
mette in bocca al suo Ipponatte redivivo nel proemio

Dobbiamo dunque riconoscere che Orazio

ma

dei coliambi
Lziovxoi.

lunghi

Io

torno al

Bo'jTTas'.ov

xTjV

tratti

(fr.

mondo

cppoy^ Ta|ji^Jov

\i^t:/r^'^

Ora dopo la scoperta


un papiro di Ossirinco

90).

dei coliambi in

di
(1)

possiamo far la riprova e scorger con gli occhi nostri


che Callimaco ha di Ipponatte la forma metrica, non
altro, non lo sprito che Orazio riconosce di avere da
Archiloco, numeros animosque.

Orazio dunque contrappone se agli imitatori e si vanta


di essere stato originale, poich di Archiloco

a voce alta

ha

solo lo spirito e la

forma metrica. Segue ac ne me


quod timui mutare modos et car:

foliis ideo hreviorihus ornes,

minis artem

temperat Archilochi

musam

jjede

mascida Sap-

pho, temperat Alcaeus, sed rebus et ordine dispar, nec soce-

rum

quaerit

quem

famoso Carmine

versibus oblinat afris, nec sponsae

nectit.

La

laqueum

dottrina esposta in questi versi,

non facile (2), va messa in


rilievo maggiore che generalmente non si soglia. Con
queste parole Orazio, checch ne dicano gli interpreti, fa
fronte alla teoria comune gi nelle scuole (3) al tempo di
Aristotele e da questo acerbamente combattuta nella Poetica (1447 b y sgg.), secondo la quale il genere letterario determinato dalla forma esterna, in ispecie ritmica.
nei particolari d' intendimento

(1)

Oxyrh. Pap., VII, n. 1011.

Il

fr.

90 ricoiupare nei versi test

scoperti.
(2) Salto ,

secondo me, detta pede mascula, appunto perch ha

attinto ad Archiloco ritmi tutt* altro che femminili.


(3)

che,
p. e.

Non

com'

c' ragione di credere che Orazio ahlia letto la Poetica,


noto, stata nell'antichit molto meno' ])opolare clie

la Retorica.

non

Ilo

Orazio non

un

riconosce a

criterio

valore ed asserisce l'originalit

bene conceda che

di

cos

alcun

esterno

Saffo e Alceo,

seb-

dipendono da Archiloco quanto


ai ritmi (1). Cos ritoglie in certo modo con la sinistra
quel che aveva dato con la destra: di Archiloco egli ha
gli

spiriti

essi

ma

ritmi,

l'originalit, tant'

ritmi

non importano nulla

al-

vero che nessuno sosterrebbe imita-

tori Alceo e Saffo, i quali pure hanno preso i loro ritmi


da Archiloco.
Continua con htinc ego, non alio dictum prius ore, La-

immemorata ferentem ingenuis


dove volgavi non pu significare tradussi , come non lo significa mai nella
lingua latina dei buoni tempi, ma solo resi noto, pi
noto . Orazio rese Alceo popolare, scrivendo carmi che
lo richiamavano alla memoria; gi la pubblicazione stessa
tinus

volgavi

fidicen

iuvat

ocidisque legi manihusque teneri

meliche latine doveva invogliare

di poesie

sfogliare

carmi

di

Alceo, ai

quali

somigliava nei ritmi, in alcuni spunti


d'ora, nello

^[^rpic,

stile.

anzi

lettori

poeta nuovo

il

e,

diciamolo

Orazio non accenna qui in alcun

ri-

rasfin

modo

contemporaneo, che giungeva a questi

il

versi fresco della lettura del passo su Archiloco, doveva,

non messo

sull'avviso,

necessariamente

intendere

che

Orazio era originale rispetto ad Alceo come di fronte ad

Archiloco

e le parole

che vengono subito dopo, imme-

morata ferentem, non potevano se non confermarlo in que-

intende

(1) Egli

Heinze, che

Lesbii

senza dubbio, come spiegano bene Kiesslinghanno preso dai giambi e dai trochei di Archi-

loco gli elementi costitutivi della strofa alcaica e safQca, e


sulla teoria varroniana,

consueta di ordine, quale


e vuota

su cui v. sopra p.
si

29.

fonda

mi pare troppo vaga

legge nei commenti,

io interpreterei rebus et ordine peduin

si

L' interpretazione

Alceo diverso da

Archiloco negli argomenti e nella disposizione degli elementi ritmici

comuni ad esso con

lui.

sta interpretazione.

non

ego,

didum

alio

Ili

giacche tutta la proposizione hunc

prius ore, Latinus volgavi fidicen fa

perfetto riscontro a Parios ego

primum

ionibos ostendi Latio,

giacch anche nei versi su Archiloco Orazio aveva concesso di derivare da esso quanto ai ritmi,

dere che

le

parole

dobbiamo

cre-

che anche qui confessano in certo

modo una dipendenza, si riferiscano ai ritrai. Orazio dicit


Alcaeum, non alio didum prius ore, perch ne riproduce
i

non per

ritrai,

poesia la parte

altro.

poich

lettore antico,

il

nella

concludererao noi

pi iraportante, egli,

corae avr concluso

non sono

ritrai

sente pienamente

si

originale.

Che

il

metro non

per

sia

Orazio ribadisce nell'ode 32

Latinum,

barhite,

non istrumento,

se

lui

primo

del

Carmen Lesbio primum

libro

age

modulate dvi.

die,

Al-

ceo ha per primo intonato raelodie sue su quelle stesse

corde eolie sulle quali Orazio suona ora canzoni romane


lesbia la cetra, cio
lesbio

il

cpwvsaaa

Non

metro,

il

ma

roraano

principio ispirato a Saffo 45 ye


^(ho'.o,

ma

dissimile

roraani
il

vanto

5r]

canto

il

-/a'j

ol

(l);
\io'.

sensi.
di originalit nell'ode

ultima

prima raccolta gloria di Orazio princeps Aeolium


Carmen ad Italos deduxisse modos. La parola deducere pu
significare o detorquere o pungere, o derivare o comporre;
della

passo dipende dal significato di

la retta intelligenza del

prima vista

aspetterebbe piuttosto Aeolios


modos ad Italum deduxisse Carmen, aver ridotto a poesia

modos.

italica ritrai eolii ,

si

avere rivestito

di

ritrai

eolici

una

poesia latina; e quasi fosse scritto

cos, interpreta la

Ma

Orazio ha scritto e

maggior parte

(1)
al testo

.310;

L'ode
assai

dei commentatori.

del resto sia

controversa

quanto all'interpretazione sia (luauto


Wh.amowitz, Sappho n. Siinonides,

(cfr.

Rkitzknstein, Uh. Mns. LXVIII, 1913,

L'5l

sgg.).


voluto altrimenti

di nmneri,

pecles

112

modi non dunque qui sinonimo di


non indica il metro o il ritmo, come

pure altra volta in Orazio

(I),

ma

Non

prio di melodia o modulazione.


bia,

gi che Orazio ab-

a essere cantate e

in generale, destinato le sue odi

abbia musicate egli stesso

le

sta nel senso pi pro-

(2);

ma

giacch ogni lingua

ha la sua modulazione, la sua melodia particolare, cos,


carmi latini di Orazio
pur rimanendo eolio il ritmo,
i

suonano ben differentemente dalle liriche di Alceo.


modi sono dunque

vanta dunque

melodie latine, suoni

aver composto

latini .

Itali

Orazio

meloanche questa volta di non dipendere da Alceo se non nel ritmo e rivendica a se

si

di

in ritmi eolici

die latine, asserisce cio

stesso l'originalit

(8).

giudicare pi precisamente quale sia

tra Orazio e Alceo, della

la relazione

quale sappiamo solo che non

a determinare qual

nome secondo Orazio

fu

[j,c[xrjat?,

le

spettasse, giova, pi che le disquisizioni teoretiche o

vani/i del poeta,

un passo

dell' epistola

stesso

a Floro, nel quale

argutamente e anzi un po' malignamente


il modo di agire con lui di un emulo non benevolo (epist.
II, 2, 87 sgg.).
Qui a Roma, un tempo due fratelli,
egli tratteggia

giureconsulto l'uno, retore


darsi

l'altro, si

a vicenda lodi smaccate,

(1) Epist.,

I,

3, 12, fidibusne latinis

erano accordati per

da uguagliarsi

l'

un

Thebanos aptare inodos studet

tenta di adattare alla poesia latina ritmi pindarici?

epist.,

I,

19,

27, nel passo trattato dianzi, quod tinud mutare modos et carminis artem, che sono rimasto fedele ai ritmi e al tono di Archiloco .
(2) Solo il

cantato

il

carme secolare fu evidentemente

passo nupta iam dice

'

ego

dis

per essere

scritto

aniicnm

saeculo fesias

modorum vatis Horati (e. IV, 6,


41 sgg.) induce a credere che Orazio ahbia composto egli stesso la
musica.

referente luces reddidi carmen, docili

(3)

Poich

ridurre ritmi a

'

melodie sarebbe concetto assurdo,

deduxisse usato qui nel senso di aver composto.


l'altro a
si

Gracco

sottraggono

mento
essere

e a

113

Muzio Scevola;

neppure

cos

alla pazzia delle societ di

poeti

mutuo incensa-

La storiella dei due fratelli ha tutta l'aria


meno vera che il fatterello toccato al poeta,
.

di

non

di cui

avranno
riconosciuto quei due altrettanto facilmente quanto l'emulo di Orazio: carmina compono, hic elegos: mirabile visu
singolare rilievo, che
il
caelatumque novem Musis opus
Orazio si compiace un po' ironicamente di dare alla finitezza del lavoro, fa subito pensare a un imitatore o a un
questi

si

appresta subito

parlare

lettori

continuatore della poesia ellenistica, a un Alessandrino

osservanza stretta. Segue la descrizione del singoiar


certame, a cui i due erano scesi in una sala di declamadi

zioni.

L'uno e

recitano le loro poesie

l'altro

cum
spectemus vacuam Romanis

adspice primiim quanto

(v.

92 sgg.):

fasfu, quanto molimine circum-

vatibus

aedem

mox

etiam,

si

forte vacas, sequere et procul audi, quid ferat et quare sibi

nectat uterque coronam.

mimus hostem
v. 93, tutto

lento

caedimur

et

totidem plagis consu-

Samnites ad lumina ptrima duello.

formato com'

di

Il

spondei tranne nel quinto

ha suono davvero gladiatorio il dispondeo di cirdue versi, e il pesante vacuam Romanis accrescono ancora l' impressione di mole
schiacciante. I leggieri dattili del v. 95 mox etiam, si forte
vacas, sequere et procul audi esprimono bene la curiosit
premurosa dello spettatore; e il ritmo grave di lento Samnites, la forma arcaica duello ridanno solennit alla chiusa.
Chi legge, s'aspetta che un duello di tal genere non
possa finire se non con la distruzione di uno degli avversari. Segue invece discedo Alcaeus puncto illitis, ille meo
quis? quis nisi Callimachus? Il duello non era se non una
finta, che doveva fornire occasione al riconoscimento vicendevole dei meriti dei due poeti contendenti. Il lettore
ripensa necessariamente, non senza un sorriso, ai due
piede,

cmnspedemus, diviso cos tra


fratelli

cipio.

compari

erano messi

Orazio

lirico

Il

si

114

il

di accordo sin da prinsecondo Alceo; l'altro un Cal-

limaco redivivo. Chi pu aspirare


perzio

(1),

egli

si

nome

non Pro-

se

Mani

di

Filita e di

contenta del vanto

di

aver rinnovato l'elegia

timenti, l'adoratore

al

l'alessandrinissimo cesellatore di versi e di sen-

ma

alessandrina,

dei

vuole avere risuscitato

Callimaco?

la ionica, essere

un Mimnermo redivivo si plus adposcere visus, fit Mimnermns et optivo cognomine crescit. Orazio per, pronto di buon
:

grado a sobbarcarsi a qualsiasi fatica nello scrivere pur


di tenersi buona la genia irascibile dei poeti (la botta va
diritta a colpire la sensibilit eccessiva di Properzio), non
si rassegna poi a subire con volto sorridente letture di
versi freddi e a piaggiare

Di tutto

il

il

versaiuolo declamatore.

passo importa a noi principalmente che

collega di Orazio, pur di essere riconosciuto

il

quale Cal-

limaco e

Mimnermo

nome
come

Alceo; importa Voptivnm cognomen, che mostra


nome di qualche an-

di

novello, concede a lui senz'altro

il

poeti aspirassero allora al

tico, aspirassero cio

a soppiantarlo.

non

Properzio,

a imitarlo

ma

a pareggiarlo e

grande ammiratore

di

Calli-

maco, non l'ha imitato se non nel lavoro sottile dello


stile, che quegli non ha mai cantato il suo amore in elegie (2) eppure, se crediamo ad Orazio, volle essere un se;

condo Callimaco. Quest'uso o questo programma poetico


gi ellenistico, gi callimacheo

Callimaco in principio di

coliambi, che di Ipponatte non hanno ne le res n gli


animi, finge se stesso Ipponatte redivivo (3); il proemio

(1)

Che Orazio

si

faccia qui beffe di Properzio, stato osservato

gi da gran tempo, ed anzi ormai l'iaterpretazione corrente.


dimostrato che
(2) Lo Jacoby {Rh. Mus., LX, 1905, 38 sgg.) ha
nessun poeta ellenistico ha mai composto elegie sui propri amori.
quale si mostra nel
(3) Un Epicarmo convertito alla concisione,

papiro di Hibeh

(cfr.

ora Cronert, Rerm., XLVII, 1912, 102)

tilt-


come

degli Altea narra

vero

poeta

al

sulle pendici dell'Elicona appar-

Muse,

le

115

pronte a rispondere

domande intorno alle


come un giorno avevano
sue

cause

vello Esiodo

le

42), cos

rivelato la loro sapienza al pa-

Esiodo. Callimaco rivendica a s

store

a tutte

(AP. VII,

vanto

il

di

eppure, giacch scrive in metro e in

no-

istile

diverso, non si pu dire che abbia preso dall'antico se non


qualche glossa e il xpKoq, nel senso generalissimo nel
quale questa parola posta nell'epigramma, cui Calli-

maco
5ou

stesso

compose

in lode del

zio\ia yj: b tprco?.

t'

Ma

poema

Arato

di

'Hai-

Arato, pur essendo pi

non Callimaco, quanto non se ne


1' uno e l'altro poemi didasca(che Callimaco, col narrare di s stesso una visione

simile ad Esiodo che

discostai Pure, scrivendo


lici

simile a quella esiodea, dichiara gli Altea


lico),

poema

didasca-

vollero l'uno e l'altro eguagliare Esiodo. Callimaco

procede anzi un passo pi in

l e asserisce

che Arato

pi dilettoso a leggersi che non Esiodo stesso, che cio

non

solo

Sou t
JAY]

t'

un Esiodo nuovo

ma un

eca|ia xal zgTZoc,

'Hae-

y.^(

x [leXr/ptatov tjv sTrwv IioXz^jq Tieji^axo.

Orazio attesta dunque qui


era diffuso al suo
scussi,
gli

Esiodo migliorato

o tv otoov a)(atov, XX'

mostra

tempo

Ennio, come

che questo ideale di arte


che abbiamo gi di-

in passi

di seguirlo egli

Alessandrini? Porse

antichi.

pi

dicono

stesso. Imita

certamente
i

critici,

egli

in

ci

Romani pi
come Orazio

quantunque con un po' di mala grazia,


fu gi un alter Homerus (epist. II, 1, 50). E infatti Ennio
stesso nel primo libro degli Annali aveva cantato come,
cupa ombra piangente, il vecchio Omero gli era apparso
in sogno per rivelargli che nel petto di lui era passata
stesso riconosce,

t'

altra cosa: qui

cui compila.

il

compilatore scompare dietro

ai

poeta antico da

116

l'anima sua e per comunicargli

la

sapienza pi riposta.

da Omero non gi quale imiseguace, ma quale pari o successore, non gi


tatore
quale Omeride ma quale Omero novello e proclama a

Ennio

si

fa riconoscere qui

un tempo ad alta voce che la poesia, che la letteratura


romana non traduce o imita, ma continua e sostituisce
quella greca (1). Ennio proclama se stesso Omero rinato
in un sogno che fonde insieme la visione di Esiodo e
.

quella

Callimaco,

di

cos

come

il

suo

poema

per lo

altrettanto ellenistico quanto omerico, cos come


sua in genere non torna in dietro di secoli e se-

meno
l'arte

ma

quanto di nuovo avevano portato gli


anche
pi
recenti, mostrandosi cos non imiAlessandrini
coli,

profitta di

vera continuatrice dell'arte greca. E forse


omerico, non alessandrino il sogno di Ilia? omerica, non
schiettamente romana la figura dell'amico di Serviho Ge-

tatrice

mino

ma

Romana

la figura qual' Ennio la tratteggia,

ellenistico l'uso di inserire

un

ritratto

minuto

di

un

ma

per-

sonaggio secondario in un poema epico. Parimenti Orazio,


dicendo se Archiloco nuovo ed Alceo nuovo, ripete un

vanto che fu gi dei poeti Alessandrini, ma ripensa al


vecchio Ennio, che fu nuovo Omero; mettendo se alla
pari dei grandi poeti greci, rivendica

poesia

romana

il

a se

stesso nella

suo posto accanto all'archegeta; asseren-

dosi eguale dei Greci, segue la tradizione dei pi grandi

Romani. In

poeti

solo a Ennio,

ma

ci egli pi vicino agli antichi,


al

che non a Catullo, il


tamina senza grande
(1)

mana
d.

non

vecchio Plauto, che non ai vexspot,


quale, quando imita, traduce o conabilit

(2).

Della relazione tra Ennio e Omero, la poesia greca e la ro-

discorre finemente a proposito di questo sogno Fr. Leo, Gesch.

rom. Ut.,

I,

164 sgg.

carme 64, come dimostrer


maldestra di due modelli differenti.
(2) Il

jresto altrove,

contaminazione

Nonostante

gli

sdegni e

tre contro certa rozzezza

mana
essa

117

dispregi di esteta, che nu-

vigorosa della letteratura ro-

primitiva, Orazio per certi rispetti pi vicino ad

che non

grandi Greci

ai

poeti

come Catullo

legato

dell'et

augustea

fronte ai

di

come Plauto ed Ennio, non

sente libero

si

e Calvo, la cui arte egli

del resto

sembra considerare superata e antiquata simius iste nil


praeter Calvum et doctus cantare Catnllum. Anche in ci
Orazio si rivela figlio genuino dell'et augustea, che nella
religione, nelle istituzioni politiche, nei costumi sempre
:

volle e spesso

seppe

rifarsi alle

liche, oscuratesi negli ultimi

Plauto erano

e pi

liberi

antiche tradizioni ita-

tempi della repubblica. Ennio


nel

trattare

modelli

greci,

perch non erano vincolati dalla scienza filologica come

ha a volte nel tradurre e nell' imitare scrugrammatico ma la grammatica, che ha nei suoi
principi inceppato i vewxspot, ha pure liberato Orazio da
Catullo, che

poli di

preconcetti: questi sa che altro

compito del tradut-

il

tore e dell' imitatore, altro quello del poeta.

Quest'aspirazione a divenir l'eguale di un poeta antico


era ai tempi di Orazio diffusissima; Properzio
di
il

aver bevuto

al fonte

ma

padre Ennio,

Eliconio, a cui

si

(III, 3)

era dissetato

aver tentato indarno

di

Roma, che Apollo ne

narra

di

cantare

aveva dissuaso e
Calliope gli aveva spruzzato il viso con acqua Filitea.
Anche qui dunque le sue ambizioni sono solennemente
riconosciute, sono consacrate, e non pi da Filita stesso,
cui pure egli venera (1), ma dalla Musa. Chi dubiti ch'egli
si asserisca originale,
non ha che a leggere nell'elegia

le glorie di

(1)

quaeso,

III,

me

1,

1,

CaUimachi manes

sinite ire

nemuK

quoce pede ingressi

Coi

sacra

Philiiae,

in

restrum,

lrimus ego ingndior puro de fonte saccrdos

Itala per Graios orgia ferre chorox


in antro

et

lo

dicite

quamre

quo paritrr carmeii

bihisiis

aquam'i

teiiuastit


che

prima del HI

la

118

libro

opus hoc de monte sororum

1, 17) (1), Chi non


avvede che l'acciiia Filitea lo rende pari degli alessandrini, non ha che a rileggere l'elegia a Mecenate III,
9, 43 Inter Callimachi sat erit placnisse lihellos et cecinisse
modis, Coe poeta, tids. Callimaco il maggiore, non il minore
chi degno di stargli a fianco, anche un pari

nostra

detulit intacta jMf/tna

via (III,

si

di Filita

ara Philitaeis

certet

naeas urna ministret aguas

descrivendo

il

Romana

conjmbis

Cyre-

et

scrive egli stesso (IV, 6, 3)


simbolico sacrifizio del vate. Non un pa,

reggiarsi di professo a Callimaco e incidentalmente anche

ad Esiodo, ad Omero, a Ennio lo scrivere


se io potessi comporre carmi epici, non canterei n la Titanomachia n Tebe n Troia ne le vicende antiche di Roma,
:

ma

la

tua gesta. Augusto. Purtroppo l'epopea non con-

viene alla mia arte

sottile

mea

pectore Callimachus,

conveniunt duro praecordia versu Caesaris

condere nomen avos

(II,

1,

En-

sed neque Phlegraeos lovis

celadique tnmulfus intonet angisto

39)?

i?i

nec

Phrygios

l'ambizione sua di

ri-

valeggiare con un antico, senz' imitarlo, almeno nel senso,

consueto

(1)

di

Anche

nimento che
pi alto. In
iibistia
jlica
si

questa parola

qui,

(2),

come nei due carmi

collocato apjjresso,
III,

aquam ? In
due grandi

era ambizione di mille altri.

dionisiaci di Orazio,

il

compo-

Properzio chiede ancora agli alessandrini quamve


III, 3

beve egli stesso

ai

due

fonti. In III, 1 sup-

di lasciarlo entrare nel bosco a essi sacro.

fa consigliare e guidare da Apollo, consacrare

spruzzare a uno

il

pare indicare un' iniziazione di grado

viso di

acqua santa dev'essere

ma

In

III, 3

da una Musa. Lo

rito preso dai misteri.

un Linceo (il nome


immaginaria fors'anche la persona) n dialoghi
platonici n carmi omerici giovano nell'amore: iu satius memorem
Musis imUere FhiUlam et non inflati somnia Callimachi (II, 34, 31) .
Giacch narrazioni di sogni misteriosi non sogliono piegare fanciulle
(2)

Properzio scrive non di se stesso

certamente fnto,

ritrose, bisogna intendere

di

Solo elegie

aiutano in amore

119

Properzio scrive a un Pontico che lavorava a una


Tebaide (I, 7, 3) ita sim felix, primo contendis Homero,
sint modo fata tuis mollia carminibus. Questo passo basterebbe da solo a confermar vero ci che abbiamo ricavato da Orazio, che come ambizioni cos complimenti di
tal fatta erano comuni tra i letterati del tempo. Properzio
stesso, l'alessandrino, scrive di Virgilio con ammirazione
sincera ch'egli non solo pareggia ma supera Omero (II,
cedite Romani scriptores, cedite Grai
nescio quid
34, 65)
maius nascitur Iliade. Che Virgilio segue tutt' altre regole
:

tutt' altri ideali di arte che non Omero, ha


primo forse tra i moderni, e dimostrato benissimo
Riccardo Heinze in un libro omai celebre; ne sar sfuggito a Properzio che Virgilio, come Ennio e come Orazio,
non solo rinnova in certo modo la poesia greca antica

e persegue
scorto,

ma

continua quella ellenistica. Ch'egli

valeggiare con Omero, mostra gi

il

abbia voluto

ri-

modo come ha con-

libri non solo l'Iliade ma anche l'Oromana: ne l'una ne l'altra potevano mancare nel
suo poema, di cui tuttavia doveva essere pregio princi-

densato in dodici

dissea

pale la stringatezza, la concisione insegnata nelle scuole


ellenistiche di poetica (1).

Come

si

chiama

nelle

lingue

colui che vuole porre a fianco


opera nuova di bellezza pari,

antiche

Fattivit

di

di

un'opera classica una

si

che la vicinanza del

modello, eccitando al confronto, renda pi evidenti

pregi

moderpa ? In greco si chiama non ^l[xrp:;. ma


CfjXo^, in latino non imitatio ma aemulatio. Pure Orazio, che
loda SI una volta V imitatio di singoli pregi dei pi antichi
comici (s. I, 10, 17), non mai quella di un autore tutt' intero, che chiama imitator colui che riproduce servilmente
di quella

(1)

di

La

emulare

S'^coiula aofistioa,
gli

antichi,

si

elio

pur

si

contenta poi

prefigge
di

anch'essa a parole

imitarli

pedissequamente.

modelli

non gi

illustri (l),

-iu

l'artista

che penetra della sua

potenza creatrice e rivivifica materia gi trattata e foggiata sia i)ure da mille altri, Orazio sembra evitare di
termini aemulari e
proposito di applicare all'arte sua
solo una volta si arrischia a scrivere (e. IV,
aemulatio
i

Pindarum

2, 1)

sV^oOv, che,

dove aemulari sta


mentre porta a rovina

rivaleggiare con

Pindaro, l'imitarlo in

quisquis studet aemulari;

appunto nel senso


sicura

il

voler

di

modo

certa misura e in certo

come

lecito,

infatti

Orazio

pindarico appunto in quell'ode

stesso imita lo stile

(2),

Perch mai tanto ritegno nell'uso di questa parola? Il


perch, ce lo mostrano forse altri passi nei quali Orazio
adopra aemulus, discorrendo di tutt' altro che di letteratura aemula nec virtus Capuae (epod. XVI, 5), riijnt lar:

bitam

Timagenis aemula lingua

(epist.

Roma, Timagene
ischerzi di buono e

era la nemica di

concorrenza

in

animo non certo amichevole

I,

di

anche

19,

e larbita

15).

Capua

facevano

si

cattivo gusto con

la tibia tubae

aemula

dell'Arte Poetica (v. 202) fa concorrenza sleale all'istrumento per natura sua pi sonoro: aemulus ha in Orazio,

come anche
ostile,

in

che non

scrittori

altri

un non

latini,

osserva cos spesso in

si

so che di

Ricercare

^f^^oc,.

questa differenza non forse senz'interesso.


la causa
Per Aristotele lo ^fiXoQ nel senso pi generale della
di

parola un

TiO-og,

giudizio etico,

(1)

hnm

ma

e,

come

tale,

non soggetto

pur tuttavia proprio

A. 131 sgg. puiliea materies privati

in s

al

che

ri-

di coloro

iuris erit, si

nec verbo ver-

curabis recidere fidiis interpres ec desilies imitator in artum, unde

pedem proferre ptidor


(2)
libellos

Un

vetet

aut operis

lex.

concetto di tal genere in Plinio

meos..

cum componerem

orationi Bemostliems
illos,

v.ot.z.

quam

sane,

habui in manibus, ion ut aemularer {improbum

enim ac paene furosum), sed tavien imitarer


diversitaa ingeniorum,

Minore, VII, 30, 4 qui

Mi{o'J confers

maximi

et

et

sequerer,

quantum aut

minimi, aut cansae dissimilitudo paieretur.

tengono

121

raagnanimi

se stessi capaci di cose grandi, dei

e dell'et

1388 a 32)

magnanima,
il

della giovinezza; esso {Rhet.,

dolore che uno prova scorgendo

tali

II,

che a

lui

sono simili per natura, in possesso di beni degni, che


anch' egli potrebbe acquistare, dolore derivato per non
dal possederli altri
si

ma

dal

non possederli anche

contrappone quindi all'invidia, in quanto

lui

lo ^yjXwTcx^

desidera acquistar per se quei beni, l'invido desidera che

non li abbia il prossimo suo. E il senso buono di ^f/.oq non


scompare nella filosofia postaristotelica ancora Plutarco
in un trattatello morale d'intonazione piuttosto eclettica
che stoica, nel quomodo quis suos in virtute profedus setitiat chiama ^f^Xo^ il sentimento di Temistocle, cui i trofei
di Milziade non lasciavano dormire in pace la notte; che
(84 bc) tutti gli Ateniesi lodavano l'ardore e il valore
di Milziade; egli solo, non pago di lodarli e di ammirarli,
si studiava emularli (^rjXoOv) e imitarli. E poche righe pi
sotto egli contrappone l'emulazione non solo all'ammi:

ma all'invidia; che l'emulo onora,


ammira, ama il buono, non l'odia (1). Ma gi alcuni secoli prima che un moralista eclettico parlasse cos, la
Stoa pi severa aveva dato il bando alle perturbazioni
7i9-rj quali contrari alla
dell'animo, aveva condannato
perfezione etica. La lista di proscrizione dei ni.Q'ri, che

razione neghittosa,

non manca mai nei manualetti stoici


gene VII, in Stobeo II, in Andronico
stantemente

lo ^y^loc,,

stesso posto, tra

(1)

il

di
(2),

morale, in Dio-

comprende co-

eh' collocato invariabilmente allo

cpO-vo?

e la ^YjXoiuTOa. Quello definito

Al senso buono di ^riko^ rimane fedele la nomenclatura della

scienza letteraria di Dionigi


t^uX'^S 'i^P^S O-ajJLa -coD

vero solo
(2) I

de im.

1, ir.

3 Us. C^X? axiv svpysia

Soxovcoc slvat xaXoO xivou|iv7)

primo impulso allo ^y,Xoj.


passi nei frammenti degli Stoici dell'Arnim,

per

quest'

il

III 391. 112-

11.

dolore per

beni altrui

122

lo i^y/o;

possieda quei beni che uno non


detto che
l'

anche

definizione,

ha

dolore perdi'
Aristotele

v.

altri

aveva

non ha anche lui , e la soppressione delbasta qui a cambiare del tutto il senso della
sopprimendo a un tempo stesso quasi ogni

distinzione tra

il

concetto dell'invidia e quello dell'emu-

lazione.

Tutta

la cultura

romana

sotto

l'

influsso della Stoa,

pi particolarmente della Stoa di mezzo. Nessuna mera-

romani arrischino

viglia che gli scrittori

rado di ado-

di

prare in senso buono una parola che gi sui banchi della


scuola avevano

con

udito

(Tusc, IV, 17) conserva

Romani

colti,

tra

il

che

stoico da lui ridotto agli

^O-voc e la

'^r^KovjrJ.ci.

un dipresso

dentia e Vobtrectatio; ne d a

nizione

Cicerone

V aemulatio allo stesso posto

occupava nel manuale

lo C^jXoS

usi dei

accezione cattiva.

Vinvi-

la stessa defi-

Egli ag-

ch'era tradizionale in quei libriccini.

giunge, vero, a scarico di coscienza, che aemulatio pu

avere anche un senso buono,

di imitatio virtutis;

ma

assai

verisimilmente non la conoscenza sottile della lingua latina d'uso


gnificato,

comune

ma

lo induce a registrare quest'altro siun'avvertenza simile nel modello che tra-

duce: anche Stobeo nota

{ed. II,

xepw; Z%Xoy |xaxapca[x&v sxXsoO;

92 W.)

lt(t'jb'X'.

(1), xal Iti aXXo);

-/.al

\ii\LrfS'.v (he,

av xpe-'tiovo;;

e Andronico (cap. 2) ha un'aggiunta, che

ma

senza ragione sufficiente, considerata in-

di solito,

terpolazione
per

r^

Neoattici la virt letteraria pi

impressole dalla Stoa

poteva pi godere

(1)

axciir^xo;

^y^Xo; [Jiaxap:a|Ji;

Cos propone

noscritti.

A me

<v)svSsog, che

il

il

il

marchio

alta.

di vizio,

a-'.-y]c

Una

volta

Vaemdatio non

favore di gente che la pretendesse

Wachsmuth

j)are richiedersi qui

ha

1'

nella prosa tarda

di scrivere per

1'

svSso; dei

ma-

un'espressione pi generale, p.

e.

senso di completo, perfetto

il

H3
a filosofo

che anzi

come

passi di Orazio mostrano forse

rimanesse attaccata anche nella


lingua dell'uso comune dell'et augustea. Usano aemuus

quella certa nuance

ed aemulatio

in

le

senso buono solo

retori e

grammatici
che

di mestiere, cresciuti nella scienza della letteratura,

sino alla fine rimase greca,

Quintiliano, Plinio Minore,

Macrobio; Nonio distingue ancora tra aemdatio e


invidia (1). Quindi si spiega come Orazio dica se stesso
Gellio,

secondo Archiloco e secondo Alceo,


tmilus ne dell'uno ne dell'altro.

Lo

Zf/.o^,

ma non

si

vanti ae-

pur escludendo piuttosto che esigendo imi-

tazione di componimenti determinati, presuppone somiglianze, che permettano

il

confronto tra

Orazio adopra, a parlare all'ingrosso,

Xa)[ivoc.

ha composto
perch, avendo trovato

ritmi di Alceo e
narie,

esemplare dell'edizione

che gi
tre

lo ^rp^oiTy^;

sappiamo che

odi in

li

scrisse

critici

stessi

gli

strofe

^Yj-

quater-

avr immaginato

suoi carmi cos,

men-

seguito.

Que-

tutti

di

sta somiglianza basterebbe certo, secondo


renti tra

l'

strofe quaternarie nel suo

alessandrina,

poeta avesse disposto

il

noi

le

le teorie

cor-

romani, forse anche secondo l'opinione

personale di Orazio, a stabilire l'appartenenza allo stesso

genere letterario e quindi

la possibilit dello

L,f,Xo;

hnnc

Ma, confrontando se con


Archiloco, Orazio pone mente anche a due altri elementi
di giudizio le res e gli animi
del Pario egli ha non le
res ma gli animi, che cosa del Lesbio ?
I frammenti che di lui sono stati scoperti nei papiri
di Ossirinco permettono di misurare un po' all' ingrosso
la cerchia degli argomenti comuni. Alceo ha composto

ego non alio dictnm prius

(l) I passi

ore....

sono indicati noi Thesaurua.


come

I:i4

Orazio, oltre che canti di guerra e canti di amore,

carmi

inni a divinit, canti conviviali,

anche, ci che noi

nh

civili

politici,

sapevamo n avremmo im-

maginato, parenesi, poesie esortative

().

a un amico {Oxijrh., X, 1233, fr. 1,


la vita, che non si vive due volte
:

Alceo consiglia

col.

che abbia

solo

il

creduto di essere sfuggito alla morte.

godersi

di

2)

Sisifo, riusc solo

a morire due volte. Quest' morale, sia pure un po' faci-

Iona

dello stesso

stampo

l'etica di Elieu fugaces, Postu-

me, Postume, lahuntur anni, che presenta

il

riscontro mi-

anche per altri rispetti. Tutta quest'ode, che ci


sembrava finora spirare dottrina epicurea, si potrebbe
compendiare in un verso dell'ode, diciamo cosi, di Sisifo
X'ayt [xr] [isYXwv [TOpXXo]. Neppure la narrazione miil contica in forma lirica par che mancasse in Alceo
fronto tra la casta Tetide e la libidinosa Elena mena
gliore

dritto al racconto delle loro nozze, della nascita di Achille,

non

delle gesta dell'eroe. Chi legge, ripensa

daro,

ma

Europa

anche

(III,

alle

27), delle

odi

solo a Pin-

oraziane di Nereo

Danaidi

(III,

11)

(I,

15),

di

e poco importa

se Porfirione abbia torto o ragione di confrontare

il

va-

con la profezia di Cassandra in Bacresta pur sempre vero che non Orazio per il
chilide
primo ha rivestito delle forme metriche della lirica eolica
quegli argomenti che nella poesia pi antica parevano
retaggio esclusivo della melica corale, ma che gi un Eolo

ticinio

di

I,

15

vero, Alceo, l'aveva preceduto.

La

cerchia delle res dunque a un dipresso la stessa,

argomenti
amore abbondano, ma,

se pure la parte concessa ai singoli generi di

certamente diversa. Liriche di

mentre Alceo soleva celebrare, a detta

(1)

di

Orazio stesso

Svolgo qui come sovente in questo paragrafo concetti accenWilamowitz, Neue Jahrhucher, 1914, 230 sgg.

nati brevemente dal


32,

I,

(e.

11),

Lycmn

nigroque crine decorum,

nigris oculis

nella poesia di Orazio

Sar forse cagione

sto.

J25

bei fanciulli

occupano poco po-

questa differenza la sana na-

di

tura del poeta romano, che, nonostante


furores, ch'egli

insieme con

mille

puerorum

puellarum

si

mille

fa rinfac-

Damasippo, biasimatore del resto certo troppo


severo (s. II, 3, 325), inclinava alla forma pi naturale
dell'amore; ma bisogner anche riflettere che gli amori
maschili non sarebbero stati bene nel canzoniere civile
Carmi parenetici,
del vate della romanit rinnovata.
se in Alceo, come si vede ora, non mancavano, prendono in Orazio quasi tutt'un libro (1), e predicano spesso
una etica meno indulgente che non Alceo. Orazio anche

ciare da

in
I

questo

si

tempi, per

sar voluto mostrare fedele al suo Cesare.

un impulso che venivano

dall'alto,

anda-

vano ridivenendo morali, e l'esempio di Augusto esercitava grande influsso sul poeta proclive forse per natura sua a vita leggiera. Basta a mostrare

il

cambia-

mento un confronto tra il primo e il secondo libro dei


Sermoni la satira I, 2, trasportata da quella in questo,
stonerebbe, che ben pi miti, ben meno impudiche sono
la satira di Damasippo e quella di Davo, a ogni modo
le pi audaci del secondo libro.
Carmi di guerra propriamente detti, Orazio ha avuto di rado occasione di
:

campagne che seguirono ad


Roma, e Orazio,

scriverne, che nessuna delle

Azio, mise in repentaglio la salvezza di

non soldato di mestiere, non prese parte a guerre coloniali. Pure egli celebra qua e l, il pi spesso in accenni,
le vittorie di Cesare, n dimentic mai Filippi, Alceo

(1)

Giacch Orazio sul modello di Alceo

poesie di arfi^oiiiento diverso, la


netici nel
])ari

secondo

abbondanza.

lilro

prova

serio

elio

e^li

(v. sotto) Hiiole

alternare

non interrotta di carmi parenon aveva trovato in Alceo

-Ideer soldato di mestiere, cresciuto ancora nel

mondo

della

cavalleria.

Pur tuttavia
per
glio

argomenti rimane su
rimane l'ordine o, per mevariet nella disposizione. Alceo non ha

la

dire,

certo concepito
nati

la

la stessa;

giti

cerchia degli

lo stesso

suoi canti

a essere raccolti

in

come

unit,

uno o pi

non

rotoli

li

ha

a essere

desti-

messi in commercio. Gli Alessandrini o hanno raccolto


sue poesie e

essi le
0,

le

hanno raggruppate a

capriccio,

che parr pi probabile a chiunque ripensi

ci

spetto

di

sommato insieme

raccolte

precedenti,

il

ri-

hanno

solo

compilate a

fini

quella filologia per la tradizione,

non scientifici, da persone che si dilettavano di


poesia, non da scienziati. Orazio ha avuto in mano un
esemplare che derivava da quella stessa edizione alla
quale risalgono i frammenti di Ossirinco di recente scoperti, e, come la divisione in tetrastichi, cos ha imitato
non l'ordine ma il disordine. Il disordine diviene tuttavia,
nelle sue mani, sapiente. Non solo
primi componimenti
del primo libro danno esempi dei metri principali, ma in
pratici,

tutto

il

carmi

canzoniere, tranne forse nel secondo libro

(1),

avvicendano cos varii di metro, d' intonazione,


di argomento che non si ingenera mai noia nel lettore.
E un' altra somiglianza va riferita forse, secondo la
mente di Orazio, alle res ancora pi che agli animi. A
lui era piaciuto in Lucilio non la finezza d'arte, a suo
giudizio scarsa, ma l'evidenza con la quale il vecchio
metteva sott'occhio la vita senz' infingimenti ille velut
si

fidis

arcana

serai,

soclalibus olim credebat Uh'is,

usquam

deciirrens alio, neque

si

bene

neque
:

si

qio fit

male

votiva pateat veluti descripta tabella vita senis. In altre

(1)

Cfr. la nota precedente. L' ordine dei primi carmi del

libro stato mostrato bene dal Kiessling (in Phil.

ces-

ut omnis

Unters. II).

pa-

primo

127

role egli s'interessava per poesia che fosse o


di essere

autobiografica:

non contengono

biografia di Orazio

ancora

Sermoni

sentiti

critico

|ilt,3'.to[jivov

il

romano Catullo canta


profondamente per una donna vera nessun

forse caratteristico dello spirito

amori

Epistole e pi

le

per

Quest' interesse

che fingesse

quanti frammenti di un'auto-

assennato

si

arrischier a volere stabilire, quanto

della poesia di Properzio, di Tibullo, di Ovidio sia dav-

vero autobiografico, quanto finzione


si

l'aria di

ma

cantare amori suoi veri,

timenti eccitati in

da una serie

lui

ciascuno di essi
cantare sen-

di

di casi capitatigli.

Anche Orazio ha dato

al suo canzoniere forma autobioAlceo aveva espresso nelle sue poesie


animo pur anche fuggevoli, aveva cantato in
amori suoi per bei fanciulli e l'odio contro i ne-

grafica. Cos pure


stati

di

esse gli

mici, letizie e tristezze sbite, disgusto e stanchezza. Si

all'uno

che

all'altro

si

potrebbe applicare

Marziale: vitam pagina nostra

sapit.

una buona parte

delle

corali, Stesicoro,

Pindaro, Bacchilide, non

l^^Xoc,

il

motto

di

In ci consiste anche

'AXxaax^ di Orazio.
gli

lirici

presenta-

vano nulla di simile


noi conosciamo il poeta Pindaro,
chi si pu vantare di conoscere l'uomo?
E gli aitimi? o meglio, in questo caso, e V animus?
Se Orazio credesse di avere ereditato da Alceo anche gli
;

non saprei dire certo, se mai, sapeva di essere


un Alceo assai trasformato giacch si sentiva cittadino
romano e non cavaliere lesbio, suddito devoto al principe e non uomo di parte. E ([uesta differenza si rispecchia nella poesia. Gli axaauoitx divengono carmi civili;
le odi romane sono carmina non prins audita, il poeta
Musarum sacerdos Orazio avr saputo bene che Alceo
non avrebbe potuto scrivere di s ne queste parole n
spiriti,

Orazio ha odiato una regina


straniera, che minacciava a Roma servit e rovina, Cleo-

virginihus jmerisque

canto.


patra, quanto Alceo

taco

ma non ha

128

tiranni concittadini, Mirsilo e Pit-

ripetuto

il

invito

lieto

del

Lesbio a

bere e a inebriarsi per festeggiare la morte del nemico,


differenza non sfuggisse al lettore
ha ammirato la morte eroica della regina barbara,
che in vita aveva odiato. Orazio ha saputo dimenti-

e ha voluto che la

anzi,

care gli anni


videnziale

tristi

implacabile. Alceo
(pap. 1234,

delle guerre civili e riconoscere prov-

principato; Alceo dev'essere stato partigiano

il

fr.

parla

in

uno

dei

nuovi frammenti

2) del bere e narra aneddoti ridicoli di

un

banchetto sfrenato, n rifugge da parole che devono appartenere al linguaggio usato nei conviti un po' grossolani dei cavalieri lesbii

mentre Orazio evita

materia qualunque particolare possa prestarsi

questa

in

al ridicolo

anche qualsiasi espressione troppo precisa in tali argomenti i xupta nocciono alla dignit. La poesia oraziana,
di quanto meno fresca e meno spontanea di quella di
e

Alceo, di altrettanto pi dignitosa.

poeta romano, oltre che nei numeri e nelle res,


che forse nello spirito della poesia, emula il lesbio
nello stile. Lo stile di Alceo si serve quasi esclusivamente
Il

oltre

due mezzi, dell'aggettivazione e dell'ordine delle pain alcune poesie nessun sostantivo nudo, a meno
che non faccia esso stesso le veci di determinazione; gli
epiteti abbondano straordinariamente e s'intrecciano con
i sostantivi, cos che la simmetria e il contrasto si percepiscono con l'orecchio prima ancora che si raffigurino alla
di

role

fantasia.

Coc,

Xyos,

xiXo;, cpXoiatv]

T<o)auTav
aociq]

ex

Al(x.v.ih[ccic,

[vxy]X' avi'

epywv] nsppjxw xal

^'

acMXwaa?]

TiO"y]xov] Tcvxai; ?

yixov

S'

izcdili

"IX'.ov l'pav.

[jL[xapac;

yet' ex Nrjpvjo^ eXwv [[JLsX^pwv] upO-svov ^pav

Xppwvos, sX[ua
Xeoc,

xxwv

at-ev Tc-'xpov. 7T;[6pt

ec,

Sg{xov

yva] ^to'[x){xa Trap^lvw cpiX[xa? ya-jw]

xal NrjpetStov pax[as]

ic,

5'

xaXa-

Tlr^-

v:auxov uaSa yvvax' atjjnO-lwv

[xpxcaxov], bX^iov ^avt-av Xx7j[pa tcwXwv]

ecc.

Posto cos in

129

non s'intende se si riferisca a Peleo


o ad Achille; l'attenzione rimane tesa, finch la menzione
del matrimonio dapprima fa immaginare, quella della
casa di Nereo poi conferma che l' Eacida Peleo. Nelle
due prime strofe ogni epiteto disgiunto dal suo sostanti v^o da parole interposte: solo negli adonii l'aggettivo segue subito il sostantivo, s che i due membretti si corriTipOsvov appav richiama alla
spondono perfettamente
mente "IXcov "t'pav; la vergine che divenne madre del diprincipio, Atay/5ai;(l)

struttore di

sta in contrasto con la citt distrutta dagli

Ilio,

mano del figlio di lei, per colpa della moglie infedele. Come Peleo nominato da principio in modo che
non s'intenda subito di chi si parla, cos il nome di Tedi per

tide addirittura taciuto, ex NV^peoc; iieXO-pwv diviso in

due da
altro

eXow,

che non posto

che appunto

fine

si

l,

direbbe, per

dividere, ex

di

nessun

Nr^peo? [xsXO-pwv

colpisce appunto perch privo di epiteto; gli corrisponde


5|jtov

ic,

Xppwvo;, eh' messo in evidenza dalla posizione

che ha, proprio

in

capo

alla strofa.

dei sostantivi e aggettivi alternati


aria, finch

non

ci

va congiunto con

si

Poi ricomincia
:

la

fuga

ayva resta a lungo in

accorge quasi con meraviglia che

le due parole, che stanno in


mezzo, trattenendo l'attenzione, costringono a riflettere
cptXxa;;

all'audacia dell'epiteto,

ya-jo) (2) Jly^Aeoq

camente a

che preannuncia alla sua volta


simmetria qui perfetta anche

cd\iid'ii>yv

nel
il

[xpttaxov]

ritmo,

migliore tra

Chi legga
(1)

(2)

che
i

oXp'.ov

la

il

lettore

semidei
^avi^-v

che necessariamente

Xxr^pa

Nereide migliore.

-'Xtov

Wir.AMowiTZ (p. 23U).


Anche se il supplemento dovesse

conosca bene
altri

particolari

il

che a quel posto non

gettivo.

sente

figlio della

Magistralmente intorno a questo, come ad

stilistici,

certo

risponde chiasti-

NrjpetSwv p-'axa^,

vi

essere

errato,

rimarrehlio

pu essere stato altro che un

ajj-

Orazio,

ripensa

a pias

faciliTiente

animas reponis

laetis

sedibus o a virgaque levem coerces aurea turham

salvo

sizione delle parole la stessa,

che

in

la dispo-

Orazio

il

verbo interposto la rende pi complessa senza toglierle


grazia. L'inno a Mercurio (1), che pure non ha preso da
Alceo, quanto al contenuto, se non spunti, e anche que-

ha profondamente trasformati, presenta quanto allo


stile in tutto e per tutto il riscontro migliore: anche qui
sti

n metafore audaci n larghe similitudini

gli epiteti e la

disposizione delle parole bastano a dar luce e calore

ai

non sono ne nell' inno a


Mercurio ne nell'ode di Alceo cos ampi e cosi complicati come spesso in Pindaro, com' anche in qualcuna delle

fantasmi del poeta.

periodi

odi giovenili di Orazio stesso (2); nessun sostantivo ac-

compagnato da pi
lirica corale,

ma

tranne dove

sottile,

avverbio o ragioni di

nudo

di

un

di

epiteto,

ciascuno ha

come sovente

nella

suo, spesso scelto con arte

il

sostantivo fa quasi le veci di un

il

stile

evidenti consigliano di lasciarlo

ogni determinazione.

Gi gli antichi si sono accorti della somiglianza dello


stile, Alceo secondo Quintiliano (X, 1, 63) in eloquendo
brevis et magnifcus et diligens et pleriimque oratori similis

ha detto subito prima,


qua tyramios insectatus multum
non tutto, aggiunge ora, pa-

la parte migliore dell'opera sua,

sono

le

poesie politiche,

etiam moribus confert.

Ma

rimenti degno di lode, che

im., II, 8)
^51)

(1)

OGOV

Dello

(2) Cfr.

8gg. 60 segg.

lusit et in

amores descendit,

'AXxaiou 5 axTOt x {iSYaXocpue? xal ^pxyh xal

|ix SeivxTjTO?,

(piTjVetav.

et

Dionigi di Alicarnasso scrive (de

maioribus tamen aptor.

axrjc:

stile

ext

Sa xal xou? oyri\x(xxio\iob(; xal xr]v aa-

[atj xfj

otaXxTfo

abbiamo ragionato

xt

xxxo)xat. xac Tipo aT^v-

pii

minutamente a

quel che abbiamo scritto di Nunc

est

p.

73 sgg.

bibendum a p.

5T


xwv x

xtov TioXtxcxcov 7L0irj[ixa)v '^^oc;*

XI? et Ttepcot,

dizi,

-M

come

^Tjxopei'av

gli

altri

v eupoc

7ioAAayo\j y^'JV x [xxpov

TioXixtxr;/.

che in ambedue

Che

due giu-

prece-

scrittori

gli

non sono indipendenti tra loro, fu gi


scorto dallo Stefano; non che Quintiliano, com'egli credeva, abbia tradotto o ridotto Dionigi; ma tutt'e due
adattano ai fini loro uno stesso autore, diciamo pure
un autore ellenistico (1). Baster sommare i due giudizi
dono

e seguono,

per restituire nella sua integrit pristina

il

giudizio

di

non tener conto delle restriQuintiliano, che sembrano dettate dal ri-

questo, salvo che occorrer


zioni etiche di

romana, e tener presente


dall'altra parte che Dionigi conservato in compendio.
Breve Alceo fu di sicuro, perch manca appunto Vornatus,
se ne eccettui gli epiteti saggiamente distribuiti; di Pindaro si loda invece la heaiissima rerum verhorumque copia,
il fliimen eloquentiae. Magnifico o (xeYaXocpur,? detto Alceo
appunto perch la nobilt severa dello stile, che egli de-

guardo

alla severit della scuola

non lo lascia cadere in tono dimesso,


dove sono mescolate espressioni popolari,
l dove egli lascia libere le briglie alla passione
di parte; nel freno dell'arte consiste appunto la diligentia.
'H5? il suo stile, perch n periodi troppo lunghi e complicati n immagini sublimi e violente inalzano e a un tempo

riva dalla misura,

neanche
neanche

stesso affaticano lo spirito del lettore

legato; fph [xex

(1)

oetvxirjxo? (2).

Lo ha veduto bene

edizione bonnense dal uep

l'

pure

egli se lo tiene

Della chiarezza non occorre

Usouev

|ii{iYJaeu)c)

che (nell'epilogo alla piccola

cerca di provare che fonte co-

lmine di Dionigi e di Quintiliano e inoltre di Cicerone nell' Ortensio


nel

De

Oratore e di Dione Crisostomo nell'orazione

di Aristofane

da Hisanzio. Quest' ipotesi

non portava giudizi:


al

Wilamowitz,

XVIII

il

canone

il

canone

Textgesek. der Lyriker, G6 sgg.

Ermogenk

(de id., II, 369,


e della materia.

per

fu

credo, errata

fine proposto, dei m<z/i

(2) fistvtyjc

niente

cfr.

15)

l'uso,

conve-


neppure parlare

i:^:>

come

solo talvolta fan dillicolt a noi.

gi all'autore di Dionigi, parole dialettali lesbiche. Quintiliano

ha tralasciato

le figure,

-oh- ayr/iJta-'.ano'j;

Dionisio

intender parlare appunto dell'ordine delle parole studiato


sottilmente, delle anafore e dei chiasmi, che, avvicendan-

pongono in evidenza singoli concetti, li associano


e li contrappongono appunto l'uso abile di questo mezzo
d allo stile di Alceo un'impronta particolare. Quanto
alla dUiijentia o airsTzcjxeXg, esso da Ermogene quasi
dosi,

identificato col

y.iXo;,,

che consiste specialmente nel

(xeipov e nell'epiJioaiov {de id.,

296, 17), in

I,

|jLTp:a jj,cX(T)v Yjxi [Xp)v [lex' tyj^oiocc,

(296, 25).

a'j|jL-

una certa
Quale

au|j.-

pi

stile

simmetrico di quello di Alceo? Dell'eloquenza politica

Alceo non sappiamo nulla, perch appunto dei carmi


rimangono solo brandelli ma non so perch
non dovremmo credere a un critico che mostra nel resto
di

politici ci

buona informazione e giudizio cos assennato. Non


debbano essere necessariamente brutte, nonostante la condanna severa di critici
di dottrina grande e gusto fine forse una brutta poesia
quo quo scelesti ruitis ? oppure altera iatn teritur ? Eppure
hanno tono l'una e l'altra oratorio. Sono forse brutti
cosi

giurerei che poesie eloquenti

pochi versi che

ci

sono rimasti dell'elegia di Solone su

Salamina, che pure sono un' orazione verseggiata


io oserei

riscontri

condannare intactis opulentir, che ha pure i suoi


non solo in diatribe ciniche e stoiche ma anche

in orazioni di

Romani

antichi

dissipazione. Chi sa che Orazio,

contro

la

quando

lussuria
inser

un

la

tale

carme nel suo canzoniere, non si potesse far forte delCerto il carme di questo avr avuto

l'esempio di Alceo

contenuto molto diverso.


Quintiliano consiglia al suo studente di arte oratoria
letture

non

solo greche

ma romane.

Orazio (X,

1,

96)

lyrcorum.... fere solus legi drjnus, nani et insurgit aliqnando


et i^lenus

est

iucnnditatis

felicissime audax.

Il

1c;j

et variis

gratae

et

fguris

pare ricalcato

giudizio

(1)

et verbis

su quello

che non Quintiliano stesso ma il suo autore, quale lo ricostruiamo dal confronto tra Quintiliano e Dionigi, dava
di Alceo: et insurgit aliquando significa ch'egli, senza

mantenere sempre il [xsYaXocpijc del suo modello, lo raggiunge talvolta; noi non esiteremo a dare un giudizio

La

ancor pi favorevole.

iucunditas e la gratia corrispon-

dono all' -^^56, le variet fgurae agli ayr^\i.:c-io\i.oi Vaudacia,


che si mostra in esse e in parole nuove o adoprate in
senso nuovo o con colore nuovo, sembr forse a Quintiliano maggiore che a noi l'ardire stilistico appare sempre
pi evidente agli occhi di chi sente pi immediatamente la
;

lingua di un tempo, cio del contemporaneo o quasi con-

temporaneo.
3.

Orazio, abbiamo detto, adopra

motivi di Anacreonte

me

similis,

il

yoO.ad-riv'^^

|xYjxp<;

7cxoy^8yj

l'aure

uomo

(fr.

et

oax' iv

che

avvicina

di

il

pi

noXer^Delc; u-o

vano timore
il

X(ov ^p\r/^o<; xai)-5i

88).

(fr.

concetto simile

'

somnos adimnnt, amatqne

tibi

corda e vuole ricordare xoO

Un

povera crea-

2b parcius iunctas quatiunt fenestras iadibus

iuvenes protervi, nec

Simonides, 310.

del-

cerbiatto a un

e ci cresce nell'animo la piet per la

ianua limen, quae prius multimi

(1)

xspoaarjc

'JAr,c

tranne

51),

selva

della

tura sperduta.
crebris

I, 23 vitas hinnuleo
pavldam montibus aviis matrem
silvae metu c{ccmc, dy. xe ve^pv

Cdoe, quaerenti

non sine vano aurarum


veoS'TjXa

liberamente spunti e

principio di

facilis

movebat cardines

|aoxXv v

Che

accennato

1,

iHjpYjOc

27 natis

ihil

in

ri-

ot^f,atv

^a-

usum

hie-

Wii.amowh/., Snppho

ii.

i:u

titiae sct/phis prende le mosse e segue per un buon tratto


Anacreonte ()3, stato gi osservato da Porfrione; T immagine della puledra in principio di II, 5 suggerita ad
Orazio da Anacreonte 75, 7:'T)e (r)r,f-/,ir^ con quel che segue lo stesso motivo ritorna, questa volta non cosi trasformato, in III, 11, 9, in un'ode ch', nel resto, assai
poco anacreontea. Come si accordano queste somiglianze,
;

queste imitazioni col carattere lesbio del


Orazio

canzoniere di

Da nessuna

Anacreonte Orazio ha atmetro egli ha, per dir cosi,


tradotto la materia fornitagli da Anacreonte in ritmi lesbii. Chi consideri quanta parte il ritmo abbia nello stile,
vedr gi che Orazio ha posto studio a che le imitatinto insieme

delle

odi

motivo e

il

di

il

non stonassero troppo nel canzoniere


non solo egli ha mutato il metro ma anche lo

zioni anacreontee

lesbio.

nel senso pi ristretto di codesta parola. Chi con-

stile

fronti

23 col

I,

51,

fr.

dell'aggettivazione

dam matrem

accorge subito che

si

sostituito

al

y.epoaar];

accrescere quella somiglianza con


di

cui

anche

abbiamo
la

teste

mamma

toccato,

una

!J-Tj'p;

pavi-

forse

per

una creatura umana

per far dimenticare che


montibus

bestia;

vano metu sono aggiunti;

la ricchezza

maggiore

Orazio molto

in

d'altra

aviis,

parte, Orazio

non

sine

non

se-

gue Anacreonte nell' aggiungere a un sostantivo pi di


un epiteto ve^pv vsoiV^Xa ^('xX'x^r^'jv. In I, 25 iunctas fenestras, iactihus crebris, iuvenes protervi mostrano anche nell'intreccio dei sostantivi

con

Anacreonte dice

senz'altro, per Orazio

sono

\ioy.Xii

Anche

faciles.

lo

gli

aggettivi colore alcaico:


i

cardines

studio della simmetria deriva da

non da Anacreonte, che si muove pi libero.


Anacreonte 63 permette un confronto pi ampio
ye
Alceo,

5rj,

cpp'

syysa;

Vj|Ji''v,

(T)

''jy.zoz.

Trai.
toc

y.eXs^yjv oxo); jjiuaxiv

r.iv-s.

5'

oTvoo.

7i;po7T::oD,

yjjd-o'jz.

w;

[xv

ox'

vj^p'.a-l ava.

orp-t pa.oox^-f^aoy
Sxu^r/,rjV

tzo'.v

Iv u[ivo:g

meno
zio

uap'

oOio) T^aTayo) te x).ar|X(T)

XX

[jlcT(o(Xv.

particolari

periodi sono

OTiGTuivovxe?

v.o.ol^

pi spontaneo,

meno temperato

ha soppresso

stura del vino.

ocvo)

|jLr/.Tl''

pi fresco

forse

stringato e

simmetrici

rp-zz

y.ye

i;>j

troppo

minuti

divenuti pi

ma

certo

usum. Ora-

di natis in

della mi-

corti e

anche qui quasi ogni sostantivo ha

il

pi

suo

aggettivo, e la giuntura per lo pi assai audace, p.

usum

scjphis natis in

laetitiae

e.

verecundum Bacchimi, a cui

seguente impiiim clamorem. La


Orazio traduce Anadifferenza dello stile evidente
creonte nello stile proprio, che lo stile dei Lesbi raffa

nella strofa

riscontro

finato;

forma

attinge

ad Anacreonte materia, cui imprime

la

(1).

per questa stessa ragione,

come non rompono

poche odi nelle quali troviamo motivi deda Anacreonte, cos neppure stuonano le moltissime che presentano spunti presi da carmi ellenistici
anche queste poesie di Orazio hanno lo stile suo, che deriva da Alceo, per quanto lo stile di uno scrittore grande
pu derivare dallo stile di un altro. Dei motivi ellenistici
nella lirica di Orazio ragiona pi di proposito il secondo
l'unit le

dotti

capitolo del presente libro.

Orazio non ha del classico nazionale Ennio se non

non lo imita, salvo che in certo senso


in I, 18, ma lo cita qua e l, come noi inseriremmo con
orgoglio nella poesia nostra un verso di Dante, ogniqualvolta sentissimo che non stuona tra i nostri le reminiscenze divengono fitte nelle odi romane (2). E dove una
reminiscenza di Ennio si mescola a una di un classico
reminiscenze

egli

(1)

Non imporla

iiiii

osservare

elio

il

sofiiiito

allontana da Anacieonte ancie noi contenuto.


(2) Cfr.

il

caj).

Ili

del nostro lavoro.

dell'oile,

I.

27

si

i:{6

greco, pi libera appare l'arte di Orazio di fronte ai suoi


modelli. Orazio, pur riconoscendo la grandezza di r]nnio,

ha stimato forse il suo stile e la sua arte metrica pi


rozzi di quel che veramente siano (1), imitato la sua arte
non ha mai.
Di Pindaro egli ha reminiscenze molte, ma nessun'ode
della prima raccolta vuole essere pindarica fuorch I, 12
quem virum aut heroa. Ed anche in questa Orazio ha commisurato

respiro

il

periodo

del

all'ambito

breve della

Caratteristica dello stile pindarico appunto, oltre

strofa.

immagini grandiose,

ampiezza del periodo, che si distende a suo agio nella larga strofa; un Pindaro in strofette non pi Pindaro, n a Pindaro conviene la simmetria quasi scrupolosa dello stile oraziano. Nel quarto

le

l'

ha voluto scrivere altrimenti. In IV, 2 per


periodi non sono pi cos brevi, per dirlo in

libro Orazio

esempio

latino, cosi anxii,

ma

corrono, balzano,

si

precipitano, non-

curanti dei freni della simmetria, per strofe e strofe. Orazio nel

Ma

il

IV

non vuol parere pi dUgens ma essere


Pindaro dopo essere stato l'Alceo romano.

libro

essere

^rikQ,

il

quarto libro esige anche per

tazione

particolare.

Noi

tacitamente abbiamo per

altri rispetti

anche

una

trat-

come

ci

riferiamo

lo

pi fatto sinora, alla prima

qui,

raccolta.
4.

Pu venir

mai Orazio abnon per esempio Stesicoro o


Ibico
Pindaro. Risposta adeguata a questa domanda,
come ben s' intende, non si pu dare quest' il segreto
fatto

di

chiedersi perch

bia scelto a modello Alceo,

(1)

Quanto

alla metrica

nou

escluso

che ad Orazio alcune par-

ticolarit prosodiche della lingua arcaica, p. e. le

lunghe conserAate

in sillabe tnali uscenti in consonante e la brevis brevians, riuscissero


pii

ostiche che a noi moderni.

del poeta.

Ma si pu forse

Vi

formulare

la

domanda

altrimenti

non corrisponda
a un buon conoscitore di

e chiedere se lo ^f/.oz 'Axai-.x; di Orazio

bene

allo spirito dell'et sua, se

questa non apparirebbe strano ch'egli avesse scelto

menti

il

altri-

suo modello.

augustea fu non solo classico ma


Antonio volle essere un re ellenistico. Augusto un magistrato romano mentre quegli saliva, marito di Cleopatra, il trono dell'Egitto mezzo greco, Augusto rifiutava il nome di re, che avrebbe offeso gli

Lo

spirito dell'et

classicistico.

come offendeva quelli romani.


che divengono pi tardi corpi di

orecchi dei Greci antichi


I

iuvenum,

sodalicia

paggi

al

modo

ellenistico,

riproducono ancora sotto Augu-

sto istituzioni italiche e attiche

(1).

La

superstitio ca-

rattere dell'antica

Roma

suntuarie, la cura

monim

risuscitano provvedimenti del-

dell'antica

l'era di vScipione e dei Gracchi, e a

l'Atene del quarto secolo

Roma

proprio in

(2).

che

un tempo imitano

Nell'et augustea nasce

l'atticismo, che

lare dalla lingua tutto ci

Atene. Le leggi

di

si

propone di cancelvi aveva portato

nuovo

dagli ultimi decenni del quarto secolo in gii lo svolgi-

mento naturale

mescolanza delle stirpi dell'era ellenistica. Lo studio deir'-fs'.a. che si rispecchia nell'ammirazione per Lisia, si propone di passar la spugna sull'eloquenza fiorita del tempo alessandrino. Il padrone del
mondo, Augusto, esalta egli stesso le sue gesta, come
qualche decennio prima Antioco di Commagene, come
prima del rgolo superbo chi sa quant' altri sovrani ellenistici ben pi possenti, chi sa quanti monarchi orientali
ma lo stile nudo delle res gestae contrasta singolarmente con periodi tronfii dell' epigrafe del Nemrud-Dagh.
e la

(1)

Cfr. sopra

(2)

Cfr. pi oltre, <ap.

ii

p.

loi.

III.

la

volont ferma

romana ma greca
nelle arti figurate

risuscitare

di

classica
:

il

i:8

si

l'antichit

tempo

dei

non

solo

ancor pi evidente

palesa

Neoattici e dell'

Ara

Pacis.

Augusto non
i

a vincere l'ellenismo. Gi sotto

riusc

suoi successori prossimi

il

principato

si

avvia a divenire

regno, Nerone vuol essere, Adriano un

(iaa-.e'j;

greco,

che comanda sur un popolo misto di Romani, di Greci


e di barbari. La reazione si annunzia gi negli ultimi
tempi

di

Augusto

nella politica.

Lo

letteratura prima che

nella

stesso, e
stile tutto

punte e arguzie dei decla-

matori soffoca l'eloquenza severa di Pollione,

di colui

dopo essere stato nella prima giovinezza l'amico dei


v0)Tpoc, nell'et matura recit per primo
suoi scritti
ad invitati, aprendo cos senza volere la porta alle orche,

gie stilistiche dei retori

(1).

Auromano Orazio,
restaurazione augu-

Ovidio, che, ancor vivo

gusto, sostituisce nel favore del pubblico


discepolo dei retori; lo spirito della

che si infuse da ultimo anche in Properzio cos


lungamente riluttante, non ebbe presa su di lui.
Orazio appartiene al periodo pi severamente classico
dell'era augustea. Molto in lui di ellenistico, ma egli,
non che non se ne sia accorto, ma lo ha creduto elaborato
e fuso nel crogiuolo della sua anima di Romano antico e
di Greco antico; noi vediamo forse pi chiaro nel suo spila materia
rito e nella poesia sua che non egli stesso
ellenistica si ribella in lui talvolta alla forma classica.
Ma probabilmente di ci egli non ebbe coscienza chiara.
Il barocco , secondo un grande scrittore moderno di
stea,

storia dell'arte,
di mezzi.

ragione, o

(1)

abuso

di

mezzi;

il

classicismo risparmio

L'arte di Orazio classicistica; e per questa

anche

per questa ragione, egli gareggia con

Seneca, oontr. IV, praef.

139

Alceo, non con Pindaro ne con Stesicoro ne con Ibico,

metrica e nello

nella

quanto discreto
ritmici, confronti

sue riduzioni dalla

Chi

stile.

voglia

veder

Orazio nella scelta dei

sia

cantici di Plauto
va,

questi

chiaro,

suoi mezzi

allarga le

inserendovi liriche composte nei

ritmi ch'egli trae dalla cantata, dall'opera ellenistica

Per farne ritmi

(1).

latini era necessaria sicurezza d'orecchio,

finezza di discernimento per la melodia della lingua propria e per quella della greca, quali nessun poeta posse-

dette pi dopo di lui


solo

Catullo imita ormai per lo pi

(2).

pochi ritmi che trova pi in uso nei poeti

giori ellenistici

solo

una volta

durre un'ode specificamente lesbia

ma non ha

sato a trasportare ritmi pi complicati, quali ora

adoprati da Callimaco nei


attinge

suoi ritmi pi

[xXr]

La

pi

belli

mag-

arrischiato a ripro-

si

mai penvediamo

sfera da cui Plauto

complessi, la

sfera

lamento della donna abbandonata, troppo bassa per l'arte sua, che vuol essere
impeccabile. Orazio trasporta non molti metri lesbii, che
riproduce con severit rigorosissima, quali glieli aveva
insegnati a comprendere non tanto l'orecchio suo quanto
la dottrina metrica varroniana. Chi non vuol sapere ne
di polimetria n di larghe strofe, non pu propriamente
stessa alla quale appartiene

imitare Pindaro,

il

il

ha bisogno

cui stile

di stendersi nel-

l'ampiezza del periodo ritmico: la rispondenza di


brevi

appartiene in certo

modo

quel che detto dei ritmi,


il

si

membri

aU'qjeXc, all'iay^vv.

applica anche allo

largo svolgimento delle similitudini, l'audacia delle

tafore, le

(1) Cfr.

lunghe fughe di

in

epiteti,

Io

me-

periodi ampi, pi che

generale Lieo, l'Iantiniache Cantica.

non ho ritegno ad asserire che l'arte metrica


<inanto a genialit inventiva e a nn tempo a severit, i
dietro di gran lunga qnella di Orazio.
(2)

stile

di

Pianto,

lascia ad-

\M

accurati, della lirica pindarica, le arditezze di pensiero e

forma dovevano sembrare a Orazio, pi che classiche,


di un barocco ammiral)ile ma non facile a imi-

di

barocche,

tare. Pi tardi egli ha pensato diversamente e ha pindareggiato di proposito, ma, per bello che sia il quarto
libro delle odi, nei carmi pi veramente pindarici il con-

brevi numeri lesbii e il respiro largo dello


non appaga appieno. Orazio forse sent pi rettamente di s, quando a se non rivendic altro che spiritrasto tra

stile

tiim

Graiae temiem Camenae.

CAPITOLO SECONDO

Orazio e

poesia ellenistica.

la

Le fonti ellenistiche dei motivi

La

lirica

oraziana svolge spesso motivi attinti a poe-

sia ellenistica

non

lirici di Orazio.

se

ne accorge subito qualunque

sia sprovvisto di

ogni senso per

la

differenza tra ci

eh' greco antico e ci che appartiene al terzo

e lo conferma

grammi

il

confronto tra poesie

dell'Antologia.

in volta, se Orazio abbia

lettore

secolo;

oraziane ed epi-

pi difficile distinguere di volta

avuto sott'occhio

sia quegli stessi

epigrammi che leggiamo noi nell'Antologia, sia altri sinon piuttosto avesse presenti carmi lirici maggiori, di cui gli epigrammi ci hanno
serbato un riflesso, un'ombra, cos come monete bosporane ne aiutano a rappresentarci alla mente quale fosse
l'aspetto della Parthenos fidiaca (1). Se fossimo in grado
di stabilire che Orazio ha sempre o per lo pi svolto in
mili che sono andati smarriti, o

(l)

Il

IvKITZKNSTKIN

con oculata cautela

(/'.

II'.

anche in ci

VI 911
clie

VUgli.l

segue

lettura del suo articolo sull' epifjrraniraa.

io

le

ipotesi

presnppoujio

pOSl>U
atteut;i

14^2

odi
motivi ch'egli trovava contenuti nel giro stretto dell'epigramma, salirebbe in noi assai alta la stima per la
quale mai potenza di stilista sarebbe
sua originalit
i

una collana di epigrammi


di cui una volta (piella

stata necessaria a trasformare


in

odi senza che della

forma,

materia era impressa, rimanessero pi che

Ma

porre cos

una soluzione

il

quesito tutt'uno che

questa fatta

di

lievi tracce

accorgersi che

sarebbe assurda.

as-

anche il cercare una risposta


unica a un quesito cos complesso senonch presentare
a se stesso la domanda non sar inutile, quando stimoli
a gettare uno sguardo sugli scarsi monumenti, conservati in frammenti o riscoperti in questi ultimi anni, di
quei generi della poesia ellenistica nei quali cercheremo le
surdo

sarebbe anzi

fors'

fonti di Orazio.
1.

Con una

certa sicurezza siamo in grado di giudicare

Anche lasciando da parte


carme secolare che, destinato com'era a essere messo in
musica e cantato da un coro di fanciulli e di vergini,
occupa una posizione singolarissima nella lirica di Oradella poesia religiosa, degli inni.

il

zio,

pochi degli

altri inni

possono considerarsi quali

gamenti, quali svolgimenti di epigrammi.


facunde prende

un carme

di

le

mosse,

lo

abbiamo veduto

Alceo, sia pure per

di sopra,

trasformare

ha

nistico

ma

da

dio del

il

Lesbio in un Hermes diverso e quasi opposto


poesia, che ricalca, direi, in senso inverso le orme
ceo,

allar-

10 Mercuri,

ma

la

di Al-

nel sentimento e nei particolari molto di elle-

punto

di

epigrammatico, e ha conservato anzi

pi di ogni altra la struttura dell'antico inno.

12 quem

virum aut heroa ha

21 Dia-

nam

il

largo respiro pindarico

tenerae tutto contenuto nelle formule consuete del

culto,

attribuisce

ai

tre di

cantati

altri

epiteti se

I4:j

che risonavano nella preghiera da secoli e secoli, sino all'ultima strofa, che aggiunge un voto attuale,
romano e oraziano. Il poeta si rivolge al suo coro per

non

quelli

come

invitarlo a cantare,

iptxuosa \i.Xnzx) ^ioi, e

Bacchilide XII 190

p. e.

vctwcv

poeta del peana ad Apollo ed

il

Asclepio di cui possediamo ora una copia anteriore all'et


ellenistica (1) Ilatva z'jTjxrjXcv e-'aais xoOpot, In I 35

gratum Orazio canta

diva,

voga

nell'et ellenistica

tivi

romana

che fu pi in

divinit

la

ma

parte maggiore dei

la

pur qualche aspetto

di

mo-

questa Fortuna

ma tale che ricorda alla lontana non


epigrammi, bens l'inno forse tardo e certo assai rozzo

ellenistico,

di cui ci

Berlino
al

ha dianzi

restituito

dive

(2).

carme

IV 6

un frammento un papiro di
iiroles, che un proemio

quem

secolare, segue nella

prima parte

la foggia del

vecchio inno omerico, in quanto dall'invocazione del dio


passa rapidamente all'esaltazione di una sua grande vittoria, che narra diffusamente. Le ultime strofe aggiun-

gono un invito

alle vergini del coro, a ubbidire al poeta,

mentr' egli batte

tempo, che un giorno saranno orgo-

il

gliose di aver cantato l'inno della festa secolare

da Orazio e

Le ultime
rico

di essere state

ad Apollo;

lirica corale

Un

5' e-j cpspst, xa[jiov


xic,

esemplare del

ni,

171

e.).

Ho

2,

U2.

sgjj.)

01 sfig.)

ouv

o'

La

fan-

carme

se-

cii.rf)VQC,'

cantato

il

XaO-efa

scoperto ad Erytbrae (Wiuno del 97 dopo Cristo a Touno recente ad Atene (/. G.

3(50 a. C. stato

(Plaumann, riokmais,

(2) Klaasikertextr.

a'.WTi-

h^Yipzi X^cpcv Ksca?

un giorno, sposa

i-AMOWiTZ, Nordionische Steiue


leniaide

suggello dell'inno

anche pi da vicino espressioni della


non ricorda la chiusa della terza ode di

xaXftv xal [leXtyXcaaou

ciulla dir

ammaestrate a cantarlo.
ome-

lui

il

ma

chi

Bacchilide up^avn

(1)

da

parole richiamano

composto

modorum

colare docilis

vatis

Morati

Clii

potrebbe imma-

In

ginare condensato in un epigramma questo carme

HI

\'oglia,

di

Mercuri, vtim

sa di ellenistico, sa anzi, se

te

si

Antologia Palatina, che Mercurio ne esaltato

teressatamente n invocato
pericolo,
tra

ma

come

del

sarebbe vano ricorrere all'esempio

che supplica Afrodite

di Safro,

momento

supplicato di voler essere mezzano di amon;

poeta e Lyde.

il

salvatore nel

disin-

gi altra volta era

adempierle

di

scesa dal

il

desiderio,

cielo alle

sue pre-

era offerta a costringere ad amare l'amata


Se Orazio ha pensato a quell'ode, il che
dubbio, si certo studiato di allontanarsi da essa il pi
possibile nel tono. N l'amore per Lyde ostinata su-

ghiere e

si

riluttante.

scita nel cuore del poeta -/Iskt.:


curio,

amabile

come

l Afrodite,

ruffiano

ne

il

il

contegno della

sul serio

qui

confronto della

il

suo Mer-

un dio temibile
colpa delle Da-

menzogna dell'una

naidi infedeli e della splendida

con

|ipi|xvat.

celeste,

piccola etra vuole

fedele

preso

essere

scherzo questo carme, simile in ci

frivolo

a quello davvero epigrammatico

30, o

Venus regina, dove

Mercurio mezzano e appare una Venere indulgente favoreggiatrice di amori leggeri. Ma punto epigramriappare

il

matica, per quanto,

come

si

detto,

leggermente parodica,

l'aggiunta di un mito solenne almeno nella forma.

scorso diretto, che conclude

il

il

mito e l'ode, espediente caro

alla giovinezza di Orazio (1), par piuttosto proprio di

tecnica che,

Pindaro
lirici

come sogliono
si

(1) Cfr. ep.

13

e. I

una

poeti corali, sovr'ogni altro

pensi alla quarta Pitica

materia da epos. Quindi

di-

le

vesta di ritmi

somiglianze con l'Anto-

7; I 15; III 27, tutti compouimeuti che sono

o possono essere giovanili.

Di pi, sn ciascimo

di essi e sul

mezzo

tecnico in essi adoprato, nel paragrafo 6 di questo capitolo e nel caXiitolo

IV intorno

allo srolgiraento di

Orazio

lirico.

supponendo
di Orazio e gli epigrammi
qui davvero melica ellenistica,

dovranno spiegare
da una parte che il carme

logia

si

dell'Antologia riflettano

14.')

questo

in

caso,

considerando che, poich l'Antologia la fonte

dall'altra

principale e per certi rispetti unica, da cui possiamo at-

tingere una qualche

immagine

della poesia alessandrina,

quindi tutto quello oh' alessandrino

si

colora per noi di

Antologia. Pur dianzi in un libro divenuto subito celebre


il

Norden ha voluto dimostrare che

III

(1)

21 o nata mecum,

un epigramma di Poma, poich il carme oraziano pi simile in alcuni particolari a epigrammi pi tardi di poeti oscuri che
non a quello di Posidippo, a me pare si possa stabilire
che Orazio dipende qui non da Posidippo ma dalla fonte
di Posidippo, che pu essere anche un carme lirico (2).
Che rimane degli inni di Orazio che possa derivare da
epigrammi? I 32 poscimus; si quid vacui ha dell'inno solo
l'invocazione; la dea cui esso si rivolge, la lira eolica,
l'inno alla dea bottiglia, deriva da

sidippo,

, cio,

poesia lesbia cui

la

il

poeta romano rinnova;

motivo deriva, come abbiamo veduto di sopra (p. Ili),


da Saffo; del resto l'ode, punto epigrammatica, s'intende
meglio concepita quale proemio che quale inno. IV 3
quem tu, Melpomene, semel prende s davvero lo spunto
da un epigramma sepolcrale di Callimaco, come stato
osservato dal Reitzenstein (3) ma tutto ci che segue o
il

attinto alla lirica corale o riprende

motivi svolti gi

da Orazio nella prima raccolta delle Odi e altrove, e li


ripete cosi che a nessun lettore attento e memore pu

(1)

JgnostOH TheoH Ilo

sfjjj.

La dimostrazione minuta nella


capitolo. Qui, quando posso, non parlo
(2)

neralmente
(.3)

10

di

.seconda
di

mela

di

questo stesso

ciascuna poesia se non ge-

alcune torno a ragionare noi paraj^rati seijueuti.

Nette Jahrbucher 1908,

Sr>.

]W sfuggire che

il

Anche IV

se stesso.

cita

p()(;ta

non presenta

nter-

forme consuete della


lirica religiosa, perch l'invocazione a Venere serve solo
a (lare un giro nuovo alla poesia che deve far da prefazione alla nuova raccolta: Orazio supplica Venere di risparmiare lui vecchio e di recarsi j)iuttosto nella casa di
missa, Venus, din

le

Paulo Massimo, che, devoto com'

Ma

r accoglier di buon animo.

che

vana

supplica

la

amore cantando questa volta


vinetto, Ligurino (IV 10).

sa

dove

gi

r inno

sono

il

il

della

nuovo poesie d
sua passione per un gio-

scrive
la

dea e giovane,
da principia

egli sa fin
di

Chi legge rursus

poeta va a parare,

preludio di una

si

bella tnoves'^

accorge gi che

nuova raccolta

che

di canti,

amore.

in parte di

Che rimane dunque ? Rimane HI 18 Faune, Nympharum fugientum. Qui la descrizione della letizia tranquilla
e degli innocenti sollazzi dei contadini in festa,

dietro subito
strofa, fa

all'

pensare

al

sentimento per la natura morta e per

la vita semplice, quale

per

lo

Anyte,

si

rivela negli

(1),

di

Mnasalca; e pu infatti ben essere che


quegli epigrammi, o piuttosto di uno simile

distici

amebei

inseriti

di

Orazio, sebbene p.

nell' idillio

Pseudoteo-

dello

crito

Vili 41 sgg. rispecchino un sentimento non

mile.

Il

l'ipotesi

dissi-

Fauno dell'epigramma sarebbe stato un Pan ma


, come si vede, affatto incerta. Rimangono an;

cora, oltre III 13 e III 22,

e 31 che insieme con


si

votivi,

di Nicia, di

la lettura di

epigrammi

pi della scuola cosiddetta peloponnesiaca

perduto abbia aiutato la fantasia


e.

che tien

invocazione contenuta tutta nella prima

gi trattato,

due odi del primo

32 poscinus

si

libro I

30

quid vacui, di cui

formano come un gruppo. Orazio ha

raccolto, commentato,
(1) Quel 'che ne resta,
Reitzenstein, Epigramm u. Skolion 123 sgg.

giudicato

dal

147

messo queste tre poesie insieme forse perch, diversisle une dall'altra, hanno in comune di essere inni,
sicch poste vicine contrastano vivacemente tra loro.
sime

31 quid dedicatum poscit Apollinem rappresenta per noi

un

inno, di cui, per quel

tipo di

servato

vesse

dare

poeta

perzio

IV

un

poesia

nella

simile

il

titolo,

chiamerei

lo

nome

questo

6, eh'

che vedo, non con-

ellenistica:
la

gli si

do-

preghiera

del

se

calzerebbe anche bene a Pro-

pure poesia assai differente

(1);

tutti

non a un epigramma ma a un
lirico ellenistico, che ognuno dei due varia per
conto suo. All'ellenismo conviene bene che il poeta si
stacchi COSI nettamente dalla folla, che osi pregare non
per il suo popolo, ma per se in quanto poeta. Tutt' e due
carmi romani menzionati sono scritti non per il canto,
due
carme

poeti attingeranno

ma

per la lettura

o,

che fa

lo stesso,

per la recitazione

alla lettura sar stata destinata la poesia o le poesie gre-

regina.

Il

motivo,

l'

Rimane ancora

30 o Venus
invito a Venere a recarsi con il suo

che che noi supponiamo.

manca Mercurio, in casa


come si detto dianzi, 111

corteggio, nel quale non


etra, ricorda

ambedue
che

il

un

carmi

po',

gli di

poeta stesso sente

di

una

11

in

sono sollecitati a cantare amori


frivoli

ma

in

30

lo stile e la

brevit sono davvero epigrammatiche. 'Il Reitzenstein (2)


ha mostrato che quest' ode deriva da un epigramma di
Posidippo parodia Alcmane,
Posidippo (AP XII 131)
sono cos epigrammatici,
stile
ma, poich e argomento e
converr, pi risolutamente che non faccia il Reitzenstein,
asserire che Posidippo la fonte vera, se pur anche Ora;

Cfr. ora Rostagni, Poeti alessandrini 375 sgg.. oon il luale


non
mi accordo in tutto.
per
(2) N. Jahrb. 1908, 90 sg. I particolari pi sotto ucll' interpreci)

tazione di quest'ode.

lis

ha (li certo avuto presente l'ode antica (1). Questo


an/.i uno di quei pochi casi, in cui si pu esser sicuri che
non una poesia lirica, di cui l'epigramma ci serl)a un riflesso, ma l'epigramma stesso il modello di Orazio. Parimenti di due strofe, parimenti epigrammatico III 22
monfinm cnstos, che consacra a Diana un pino che si ergf*
zio

sulla villa del poeta; tradotta in distici, quest'ode

gurerebbe nel VI

libro dell'Antologia (2).

Bandusiae presenta nelle due prime strofe


la

nell'

innologia antica

virt della fonte.

Con

la

III

non

il

sfi-

13 o fons

la stessa

anaforicamente

terza, invece, ripetendo

consueto

tu,

forma,
cora'

esalta due pregi, due

(3),

promessa

che il tu
forma di inno,

gloria,

di

dell' ultima strofa riveste anch' essa della

Orazio aggiunge se al novero dei grandi lirici greci, che


avevano cantato sorgenti (4). II futuro fies pare a prima
giunta poco epigrammatico, ma anche epigrammi, che
nell'Antologia figurano tra glianatematici, non contengono
pi che una promessa. Io non so se l'epigramma di Theo-

VI

dorida

157, a cui forse Orazio

quantunque

finisca anch' esso

ispirato per III 22,

si

con una promessa,

rpyoto cpXa^ xievwv xs xal ypoO. x^fo

oou 5

cpc'Xou;

'%xi ooi roppl^ec Fpyo; ytjxpow

xal topacouc pvac; n\ Trpo^potc.

non

sere scritto sulla base della statua

"ApTSfx'.;

jiv y.XojTra;

vo|i.a''rj;

fosse destinato
all'

aljia

ad es-

atto della dedica.

In questo caso quella poesia starebbe a cavaliere tra


tipo

non raro dell'epigramma anatematico,

Vien quasi

(1)

ad Orazio da

gramma
(2)

il

il

il

il

pi

dubbio che P ispirazione di III 11 sia venuta


cosi, egli avrebbe attinto all'epi-

pili e

il

meglio.

formano un gruppo come

30-32

segue una diatriba sulla preghiera.


(3)

di cui

30; anche se fosse

III 21-23

NoRDEN, Agnostos Theos 143

(4) Cfr.

yj

^J.t,

sgg.

Reitzenstkin. N. Jahrh., 1908,

H9.

a due preghiere

14U

bell'esempio Callimaco 53 (1), e l'epigramma che non


contiene altro se non la promessa. Tale lo foggia un

contemporaneo

VI 240)
r]

Orazio. Filippo di Tessalonica (A. P.

di

Zrjv; xal Ar^ToO;

xHipoaviTZt

voDaov

^aXjxo'JC to'jc f>tov eXa/s;.

ex paaiXf^oc aO-XoTaxo'j

ovjye^r^v

a'ji)-/][ipv

Trucppopfov oo:

5y^ptc

7i:|j.'|/a'.g

to^t: xo'jpr^. "'ApTtjJL:c.


xr//

'^7.0 \}7ze<p

xaT^pov peco-

Pwjxwv xjjLv Xt^voio OiXtTiixos ^^ec 7waXXcl^uT()v

v|jiov. Qui nulla consiglia di credere che il poeta si rivolga a una determinata effigie di Artemide, dedicandola; no, egli prega la dea Artemide e le fa, non le scio-

un voto.

glie,

senso idillico

Il

della

natura in

III

13

assai simile a quello che anima gli epigrammi della


riscontri particolari sono
scuola peloponnesiaca anche
i

qui pi evidenti che in alcun'altra poesia di Orazio. Fonte

non certamente, un epigramma

sar probabilmente, se pure

perduto.

Nonostante
generale
Kai

(1)

ws

o'jv

le molteplicit delle risposte, la

delinea semplice e netta:

si

TtXtv, EXi^O-ULa,

E'Jxoywiv],

iiaxepov u)Sr;$

(og

XXo

avxooa

[lv

vag s^ot

il

v.pvjg

soluzione

carmi religiosi di

Auxaivi5o; Xd-h xaXs'Jarjg

t5c vv
zi

e\>Xoyoc, wSivojv

uTisp,

6 TiaiSg

peiiHiero (|uesto per ora

di pi

per una grazia maggiore , espresso qui con grande delicatezza,


certo per riguardo
cui

non

si

la formula

non

solo alla da

ma

anche alla piccola nata,

vuol dire cbc la nascita sgradita. In poeti

non nasconde pi

il

suo carattere di mercato

Tessalonica (VI 231)

meno

clV. p. e. Fi-

Tieayo'Js

pp'Joao

itvaooa, XYjX' 'evyjj, S-uosi XP'^3'^"''--PWV xsjjiaSa; Getnlico

(VI 190)

lippo

1160

di

papuYUiov

dcTtcoao vooov,

Cornelio Longo (VI


!)oxovTa
/.apixa.

|i'

sa'4'sai

la

5' ihg

a-j,

vouoo'j,

a|iov,

TtsvirjV, Scou) tz'.uabow

Ajiiv,
s

ci'

mq

'/inu^ow;

poso xa uevtj^, xa lxs ^cu-

a;S'J5oi5 vxiXcrpev xy;v Ti' |s'j

YjV

(VI 238)

formula diviene meno grossolana, quand'^ espressa

come da Agide (VI

generalmente,

501V

XX

iXaasi; xa

y.

In quest' ultimo epigramma un gran signore sembra parlare

A un operaio.
pi

Iftl)
;

S' thq

ili

valenti

S xt [le^ov
eivj

8' g

ScDpYjOirj

Xiyor^ iXl-^ri

Sattiov, r.apg|is9'a.

152) spyouv ^ Xycuv Xy'Iv

xwvSe noXuJtXaota o da Apollonido


yip'.c,' si Ss SiSot^c nXsiGva, xai koXXwv,

xioet

150

Orazio non derivano da epigrammi, se non quando

vocazione

al

una poesia

dio introduce o

l'in-

amore o

d'

la

dedica del dono votivo.


Alla medesima conclusione

passando

tra via,

ma

le

in

si

giunge anche per alcarmi oraziani,

rassegna non pi

poesie ellenistiche,

ma

tipi

ellenistici

di

poesia

che avrebbero potuto servir di modello ad Orazio. Mentre epigrammi amorosi di quell'et, se non sostituiscono,
per

lo

meno

riflettono liriche perdute, e{)igrammi che pos-

condensati si conservano solo in piccolo


numero. Non costituiscono un' eccezione quei moltissimi
epigrammi dedicatorii, che finiscono in una preghiera: questo tipo era antico e diffuso, perch era consentaneo allo

sano

dirsi inni

spirito della religione antita

dio

mercede del dono.

in

che

il

donatore esigesse dal

questa categoria

annoverare quelle poesie, che, se non sono,

si
si

devono
fingono

composte per essere scolpite sulla base del simulacro del


dio, come, oltre l'epigramma di Theodorida teste citato e
pi certamente di esso, uno attribuito falsamente a Nosside che ne una cattiva imitazione, AP VI 273 (1). E
un carattere tutto loro hanno anche quei carmi nei quali
la preghiera maschera intenzioni o scoptiche, come nell'epigramma di Callimaco AP IX 566, che figura messo
in bocca a un poeta drammatico vincitore (2), o erotiche
come negli epigrammi di Posidippo AP XII 131, di Asclepiade AP XII 166 e di Dioscuride AP XII 171. Epigrammi che non contengono altro se non la preghiera e
nei quali la preghiera pi che veste, non mancano per
vero, sebbene i pi siano posteriori all'et pi veramente
classica
basti citare Alceo di Messene AP XII 64, An:

(1)

(2)

Su quest'ultimo, pi difusameute altrove.


Qui la foruia per giuuta anche, anatematica

tazioue pi ])aiticolareggiata altrove.

un' interpie-

151

VI 349, Giulio Polieno IX 7


X 24, Maccio
IX 403 (1). Ma nessuno degli epigrammi citati ha quei
segni, esterni quanto si vuole, ma che negli inni di Orazio non mancano, si pu dire, mai e che li ricollegano,
come vedremo meglio tra breve, alla liturgia (2) la ripetizione, il parallelismo, l' anafora in ispecie, che imprime air inno greco il suo stampo particolare, che, discreta ancora nei principi, risuona sempre pi penetrante
tipatro

Alfeo

9,

25,

Filoderao

IX

90,

Crinagora VI 244 e

all'

orecchio gi nella lirica liturgica del

come ancora

quarto secolo

in quella del pi tardo periodo imperiale.

Nes-

epigrammi prepone alla enumerazione delle


gesta o degli attributi del dio un tu ripetuto ogniqualvolta si aggiunge la menzione di un'altra pexrj, com' di
suno

di questi

regola nella lirica greca; Orazio

si

attiene per lo pi seve-

ramente a questa, ch'egli evidentemente sente quasi legge

dello stile innologico.

un perdersi

in esteriorit

l'avvertire tale differenza paia


:

a6 ripetuto, costringendo a

il

costruire le varie strofe simmetricamente, conferiva all'inno

maest severa;
richiamando

(1) Antifilo

non

perch tradizionale, la paroletta,


memoria, ogni qualvolta risuonava al-

di pi,

alla

IX 404

agli di del culto

un

ma

po' diverso, perch la preghiera

alle

Non manca invece neppure

(2)

di predicati vari alla divinit,

gramma

di Po.sidippo,

si

rivolge

divine api.

epigrammi l'attribuzioue
forma relativa come nell' epi-

in questi

sia in

che abbiamo detto test piuttosto erotico che

forma participiale come in Alceo, Filonominale come in Antifilo e Maccio. Certo, anche queste forme derivano dalla tradizione inuologica,
dal rito (cfr. per le due prime gli esempi raccolti da Nordkn, Aijnoreligioso, e io Alfeo, sia in

demo, Giulio Polieno,

at08

sia in foruui

Theos 168 sgg., 166

Virtfi)

ma

citati sotto a p. ir)3,

non

u la forma

raente propria dell' inno;


il

per la terza p.

caratteristico cho

il

parallelismo, l'anafora.

tv, n,

di

si

corno

e.

1'

inno di Aristotele albi

trovi, se

non

negli opigranmii

predicazione pi partioohirsi

dichiaia meglio nel testo,

\:r2

r orecchio,

dava

voleva o

l)revit

sia quella relativa,

un

sia

o sostituire

li-

che anche

per chi a ogni

introdurre

predicazione

modo non

nessuno

esterno,

criterio

la

nel-

participiale

che pure appartengono propriamente

ghiera canta ex professo


di

questa peculiarit alla

a quelli dell' et augustea di

r epigramma-preghiera

all'inno,

in

riflettere

hanno luogo sufTciente per 1' anafora, come


ha pure consentito agli epigrammatisti elle-

tre distici

nistici

conformarsi

di

rica alta cui

la

una patina d'antichit. N d'al-

dica che la brevit stessa dell' epif^ramma

si

impediva

gli

preghiere pi consuete e pi venerabih',

le

alla poesia quasi

tra parte

la

di

potenza,

voglia acchetarsi a

epigrammi-pre-

questi
i

pregi del dio, com'

regola nell' inno greco e nella poesia pi veramente


Orazio, nessuno esalta le sue

religiosa di

Non

virtutes.

neir inno liturgico ha

le sue radici questa forma letterache pure dell'inno imita qualche movenza, ma, secondo ogni verisimiglianza, nell' elegia. Gi il vecchio
ria,

Solone aveva incominciato un poemetto


jjioauvrjv
\ioi

)(0[JLV(p

che

in

distici Mvtq-

in

xal ZtjV? JOXuixtiiou ya lxva. MoOaa'.

questo principio non

\l:s.p'.cc.

si

/.Oi

debba rav-

visare r invocazione alla Musa, consueta in principio di

ogni carme

dimensioni anche minime, mostra

di

tenuto delle preghiere che seguono oX^ov


jxaxpwv xs xal

Tzpc,

[xc.

iV^v stvac Se yXuxv wSe

cpiXo^c.

iy^^poloi

Ii)'I(o*

ce Tttxpv. xoac jxev

7iv~o)c -jazEpov rp.B'

chiede alle dea del canto beni di

canto

ne

si

perch sono

(1)

Che

del poeta

sia

con-

Tivxwv vO-pwTcwv odti S^av lyziw ya-

alolGv. xoiGi 5 osivv tosTv. )(pr^|xata 5' Ljxsipo) [xv r/ov,

ot -eTiLod-oci ox)x

il

-pc i^ewv

'.'/.r^.

fxwc

Solone

tutt' altra sorta

che

riil

ad esse per altra ragione se non


protettrici del poeta (1). In nessun epi-

rivolge
le

questa

1'

ultima radice della

preghiera ellenistica


gramraa antico, forse

153

nessuno anteriore

in

al terzo secolo,

si

trova la preghiera se non quale aggiunta alla dedica

di

un dono votivo. L'epigramma-preghiera non

che

dall'

uso del culto

sia sollevata a

si

stica,

perch

l'

solo l'epigrafe ritmica,

condensata

ma

composti

nell'

et elleni-

non

del terzo secolo continua

anche, abbreviata, concentrata,

antica elegia.

1'

Di epigrammi-inno,
l'

stati

epigramma

Ma

ha luogo.

dignit letteraria, perch esso nel culto non

epigrammi-preghiera sono

forma

poco a poco a

epigrammi ohe serbano

di

del-

inno la ripetizione anaforica, la struttura simmetrica,

non conosco se non pochi esempi

come par

se

= Kaib.,

818)

ambedue

tologia,

si

io

tenga conto,

giusto prescinderne, della poesia tarda e non

buona, che incisa sur una pietra

229

non

(1),

Paro (IG XII

di

posteriori al

5,

due
tempo pi propriamente
carrai dell'An-

forse soltanto

uno la struttura simmetrica si e anaforme solenni del culto son volte, quasi gio-

ellenistico. Neil'
forica,

ma

le

cosamente, a fine frivolo


trasformata

-j'JiJiiJLayc.

xv

v:cp[jicVov. K'jTrp:.

rsio

Tiopcp'jpsf;)

XpYts, oCo^i

jJic.

l'

invocazione del dio

amato.

21

K-jTrpt

jjL

tv fp'x/iv

nccj-Gr/. xv yj-oi '^u^^/jV


[x,

di

giocoso

K'j-pc.

Naiaxo'j; ipt].

-p;

trsTZzi.

lui,

come mezzo scherzoso

Anohe su questo

cpc-

Xt[ivai;.

poeta sta

il

che, chi avesse letto

epigrammi, sapeva amatore

simbolo del mare anche in Orazio,

(1

KsX-

xv oosvl xoO^a XaXeOvxa,

xXu!I|ivov T^eXcYcC, K'JTrpc cpcXop[xiaxip3c.

per affondare, ha in bocca a


di

primo

cptXvD[xcp.

YaXrjvaiT].

Qui gi r immagine delle onde, nelle quali


suo libro

Il

K'JTipi IIO-cov (if^isp sXoTiocov. KuTtpt.

Tv y^^iaTiaaiov nb xpoxwv
x'.oi

nell'altro

AP X

quello di Filodemo.
KTTpt czauov

in quella del giovinetto

il

frivolo, qualcosa

a[ipare a noi questo


III,

onnin' qiialrhu parolii

26 e

<li

me

tabula

pi ;ltro\p.

ir>i

sacer votiva pnries indicai livida suspendisse potenti vestimenta

maris dea non pu esser detto sul serio, ne alcuno disconoscer la piccola malizia, che si nasconde nel confronto

con

delle semper vacua, semper atnahilis

aequora

gli

comune

per giuochi di questo genere abitudine


ellenistici.

Nel secondo, nell'epigramma

158

lllhov oaTCGtva Oerj upe. ooi

oo'.

{!

nihiXoc. "Epojc:

Xxotat

uTieatpeasv. ^elvov

y'^I^-'^^'^

y^aXtvoc;. tjxs'pw

5 TU)(elv xX:vo;

iigris

Afrodite marina

Servirsi del predicato di

ventis.

aspera

di

in poeti

Meleagro XII,

|i.

BexAet?, jipo-

7il

^''vrj:.

oaixaa?

XX

cpiXtai;-

tv

a-j

axpyovx' TiavatveaL, o5 as {^Xyet o xP*^vo?. o ^uvr^s a-^^oXa

aoi

7i''paxa

Cwr)?

jioi

'5v3c^,

tXa<)-

a(0'^poa'JVYj<;.

cXyji)".-

a yp

xal i-avxo'j

La

imitate molto pi accuratamente.

nale del

au,

della dea ripetuto anaforicamente,

Ed

che anche una

come

primo.

il

hanno dagli
ozio,

del carme.

(Athen.,

potenza del

la

il

inno costituisce

dell'

dio.

ritorni a celebrare

si

Anche Arifrone chiude il suo


XV, 702 a) se gli uomini
:

{xxatp' TyiEca.

x^P^'S

x{>aX

ouzic,

xal

Tivxa

Sa''{xa)v

Fortuna del papiro berlinese

questi due

epigramma

carmi
di

si

pu

X|X7i:

cos

forse

Xapfxwv

pure l'inno

{Klassikertexte.

finisce Tcvxojv yp pyv xal xXog aytov

ripe-

di qualche gioia o qualche ristoro alla pena,

5apor a^v 5

l'altro

il

solo in que-

qui l'imitazione trascende

qui

poema ad Igea

alla

non

come V o,

particella,

davvero esaltata
conforme alla tradizione che la
;

nella chiusa

[At

nome

nell'ultimo distico,

e,

formale e investe ci che

r essenza

dal

quinto verso, l'ultimo innanzi alla preghiera,

il

bipartito
rispetto

ripetizione tradizio-

e lo studio di simmetria si rivela

ste formule:
tuta, e

iv

a'|X(i)V

inno sono

conferisce simmetria alla struttura di tutto

dell' l'XaiH

carme

dell'

epigramma

nell' altro

sostituito

(optaE

f)'v

forme

le

2,

143)

Ix^'-i-

aggiungere anche

Meleagro, che nell'Antologia tien

subito dietro* a quello di cui abbiamo dianzi parlato

<jol

Muaxe,

TO|ji,

TcpujxvTjaca

[icou

vfjTrxa'.,

v aoc

va:

XaXeOvxa

x a&v '^awpv cTicax'JV.ov

Vccy?

5[JL(xaxa, vai {x

o(i,|i,a

yccpbri

pXiT)!; Txoxe, X'[J^<5'

xai

'j'ux^''

x a, xojpc, x xal xw^oac

r:v0[Aa x sccpO-v exc*

oSopxa

r^v

5'

(l), f^v [iot

EXapv

^XlT^Tf,?,

auv-

ipb

Anche in questi versi si rispecchiano, quantunque meno evidenti, le forme dell' inno. Qui pare a

x^YjXev eap.

prima vista mancare

la preghiera,

che del resto nel-

l'inno parte tutt'altro che essenziale; pure essa, se

non

enunciata, accennata nella chiusa, che l'ultimo distico


siimi propizio, e fiorir per

significa:

me primavera

primo verso, che riprende l'ultimo dell'epigramma pre(2), e il giuramento mostrano come Meleagro consideri Myisco davvero qual dio, qual un vo^ "Epw;. La
Il

cedente

struttura anche qui simmetrica, anaforica

potenza

la

dell'amato sul suo fedele esaltata anche qui in

fine.

Tre epigrammi-inno abbiamo sinora trovato; saranno,


non ne dubito, di pi, ma non molti di pi e questi tre
sono tutti parodie o quasi. L'epigramma non imita l'inno
se non per travestirlo.
Perch mai, mentre nell'et ellenistica l'epigramma
erotico fiorisce rigoglioso s forse da aduggiare, certo da
pareggiare l'albero annoso del (x^o;, l'epigramma-inno o
non c' o non ha fortuna? La ragione della differenza
si scorge facilmente, quando si consideri che il [iXoc, el;

lenistico

appartiene alla

lirica

solo

della parola, che esso fu destinato


lettura.

Il

cambiamento

cipio di quest'et

che

separata dalla musica

(1) cpatSpiv rtcax'Jv'.ov e

oxviov
(2)

detto da

Omero

l)an(|Me essi

Meleagro.

si

nel senso

non

moderno

al canto,

ma

alla

nei ritmi annunzia fin dal prinla lirica

vive ormai, in genere,

le strofe

troppo complesse scom-

un iuulace oxynioron, chi ripensi che entil sopracciglio minaccioso del leouo.

(P 136)

aiiccedevauo

in

(|iiest'ordine giii noi libro di

paiono

nuovi poeti, che sono

adoprano per

matici,

:a\

tempo gram-

allo stesso

pi pochi versi che essi stessi

lo

lianno ricavati (hill'analisi dei complessi cantica della

drammatica, o

rica classica, in ispecie


la

li-

ripetendo

rsv.yy/Mi.

stessa l'orma dal principio sino alla fine del carme, o

ag^rup[)ati in strofe i)revi; per (jual ragione se non per-

ch l'avvicendarsi raj)ido

di ritmi trop[)0 varii,

come

legati da responsione,

nelle

monodie

anche non

di Euripide,

procura alla maggior parte degli uomini fatica e fastidio


piuttosto che godimento,

quando

la

poesia non sia soste-

nuta dalla musica; se non perch l'orecchio non avverte


pi la responsione,

meno che

quando

aiuti la

lo

l'intervallo troppo grande,

musica,

lo

aiuti fors'

sta delle evoluzioni del coro danzante che

Fanno eccezione appunto

la lirica

Nelle cerimonie del culto

si

si

anche

la vi-

ripetono (l)?

drammatica

seguit a cantare

e l'inno.

come un

tempo non che imitazioni dei canti del culto in metri


lirici non fossero composte da poeti anche celebri e destinate alla lettura, ma questa rimase pur sempre eccezione (2). Isillo di Epidauro compose verso il 300 il suo
peana in ionici in onore di Asclepio, perch ogni anno
;

il

giorno della festa del dio

lo

cantassero, incedendo in

processione, gli eletti del popolo vestiti di paramenti solenni:


^aJ-iot-c,

il

peana comincia appimto

b/voi.i\ca

alla lettura
in

un

libro,

xaS' 'ETctoaupou.

cos

poco

non dico

il

si

ma

perfino di appenderlo, inciso nel

consultato gliene fa

fa

scrupolo

di pubblicarlo

marmo,

dopo che il dio di Delfo


comandamento per il bene dell'anima

si

risolve solo

L'evoluzione della metrica iu quest'et tratteggiata a grandi

da Fedkuico Leo, Plauiinische Caniica, 65 sgg.


(2) Se ne discorre subito dopo a pag. 165 segg.

linee

poeta pensa

che

nel santuario e ci

(1)

teTiaiva O-ev e:aaT ao:,

157

sua (1). Dei cinque inni scoperti ornai a Delfo, proprio


due pi recenti ad Apollo {Fouilles, III 2, p. 152, 158),
proprio quelli che non risalgono pi in l della met del
i

Il

dei

secolo, ci sono giunti corredati

due

inni di
III

{Fouilles,

Aristonoo,

che trovano

lo stesso

quello gi noto ad Apollo

di

nuovo a

quello

di

meno

217), per lo

{Fouilles, III 2, p.
ritrai

213j

p.

2,

Ma

note musicali.

di

il

Jlestia

secondo presenta

riscontri pi vicini nella tragedia (2)

variare rapido di xwXa diversi, la stessa com-

posizione astrofica, la quale ritorna nei due inni ad Apollo,

meno

garantiscono che per lo


sto

non dico per

tempio prova che

neppure per

quest'inno non fu compo-

la lettura (che gi la
le

consacrazione nel

poesie furono in uso nel culto),

la recitazione, bens per

canto.

il

ma

quel eh'

un inno, deve ritenersi anche dell' altro. Le


due poesie di Aristonoo, a detta dell'ultimo editore, sono
composte nel 222 il peana a Dioniso di Pilodemo di
Scarphie {BCH XIX, 1895, 400 sgg.) appartiene ancora
al quarto secolo. La composizione strofica, ma anche
qui nell'ambito della strofa s'incalzano rapidamente ritmi
diversi
a una pericopa giambica o, eh' lo stesso, coriambica seguono tre ionici a minori, poi gliconei, poi
ancora a mo' di ritornello ionici e gliconei (3). Anche quecerto dell'

(1)

d'r.

Fiiiukel ad

Wir.AMOWiTZ,
IG IV, 9.50.

(2) L'ulliiiio editore,

InijUoa,

il

13.

La data secomlo

Colin, pensa che

1'

l'tiitoif

convenga assegnarli

spettivamente agli anni 148 e 138, nei qnali, come sappianio


iscrizioni Fouillex, III 2, 17 e

Atene mand a Delfo

peana;
.'->29

cfr.

in

18,

il

collegio dogli artisti dionisiaci di

buon numero

anche (Jomptes-rendut de

ri-

<lall(>

l'

snoi

membri

a cantare

il

Aoadcmie den hiHcriptions, 1913,

sgg.
(3) Anciic

membri

r inno a Ilestia comincia con nno ionico

dattilici,

ci

tenter nu' analisi.

s'

e oltre

incontrano ancora giaml)i e gliconei. Altrove


sta poesia scritta per

il

componeva

quali Aristonoo

canto.
i

onoravano Cleochare

Delfi

irs

Negli stessi anni nei

suoi poemi, forse nel 227,


figlio

Bitone, Ateniese,

di

onore del dio aveva composto un


prosodio e un peana e un inno, che dovevano essere can|ie(T)v,

Tioir^TTjv

perch

in

Theoxenie (.%/// 6G2).


mutato
Delfi
dalla
Nulla si era
a
fine dei quarto allo
scorcio del secondo secolo; tranne che la musica era forse
dai fanciulli nella festa delle

tati

divenuta pi complicata con l'andar del tempo, giacche

due
certi

provano, da professionisti del canto, dai tecniti dioAtene.

nisiaci di

N Epidauro ne
ai

Delfo costituiscono eccezione: l'inno

Cureti scoperto nel tempio di Zeus a Palaicastro in Creta

XV,

(Ann. of the Brit. School at Athens,


fu inciso in pietra in

certamente appunto
cora pi antico non
cepiti
l'

note furono cantati, come indizi

corredati di

inni

La

periodo ellenistico

si

pu,

metrica,

perch

quasi

risale

ritenerlo an-

Cureti

antichi

un proemio

strofe ioniche a maiori,

cantato

ma

al

quali personaggi storici,

umanit.

1908-09, 357 sgg.)

tempo imperiale,

sono con-

benefattori del-

giambi seguito da

in

mostra che anche quest' inno fu

e le libert nella responsione degli ionici

si

spie-

ammetta accompagnamento musicale.


\J invito, quasi il comando rivolto al dio, i^ps, mostra
che i sacerdoti danzavano essi stessi. Verso la fine
gano

solo se

si

dopo il 167, i Delii {Si/ll} 721)


decretano onori ad Amphicle di Renea, [louaox? y.al [xeXwv
TiocrjXTJc:,
per aver egli composto un TrpoaStov jxjisX? in
onore della citt, degli dei che hanno sede nella citt e
del secondo secolo, certo

del popolo ateniese e per avere insegnato ai figli dei cittadini Tips Xjpav T [iXos aSetv

(1)

in

(1).

Diversamente dovr essere giudicato

quegli

stessi

anni

Cnossii {Syll.^

poesia per musica

1'

eucomio per

il

quale

722) ringraziano e rendono


si

dovranno

15U

alla stessa stregua ritenere

prosodii,

poeti sono menzionati in primo luogo tra

agoni

gli

Thespie

di

cui

vincitori ne-

che abbracciano un pe-

in iscrizioni

riodo di quattro secoli, dal secondo avanti Cristo al se-

condo dopo (i).


Che poesie nuove fossero composte in ispecie per nuovi
culti, naturale, che le religioni antiche saranno state
i

venerabile per et e si saranno


mostrate poco disposte a sostituirla con canti nuovi, ai
fiere della loro liturgia

mancato

quali sarebbe

Ma

ouore

grauimatico Diosciuide

al

prestigio

il

interessante che per

figlio di

della

nuovi

culti

tradizione

(2).

continu, forse

si

Dioscuride di Tarso, che pare

XXXV 1900, 542) da


twv ko.o' 'Oiir/pqj vo^-ijicdv. Dioscuride aveva
luandato il suo scolaro Myrino TzoiriXiM nwv xa [isXtv a Creta SiaO'Vjai[isvov XX 7ie7toaY|JiaTU|j.sva tc' aTi). Il decreto non dice che Myrino inper sia da distinguere

Wilamowitz, Herm.

(cfr.

colui che scrisse l'opera Tispi

segnasse a un coro a cantare n fa parola di esecuzione musicale,


parla solo di xpoaaei;
dei Cretesi tutti (se no,
Yy.u)|i.iov

xax tv

1'

Onsp

y^t" I^tov

troveremmo

Ttoivjxv,

cio

xi

BCH

(1)

XIX,

la

9-v:os, cio

scritto xxq ^is KXiog), detto

lo

avr declamato, forse

declamazione con qualche accordo

1895.

336

data

(la

che

il

BCR

(2)

IG VII, 1773 BCH XTX,


spiega come negli agoni, mentre

XIX, 338

Cos

si

di cetra.

Nordkn,

Theo 160, attribuisce a quest'epigrafe, mi pare troppo alta)

1760

ma

in lode

secondo Omero. Esso, dnnque, sar

composto in forma esametrica e Myrino

stato

aiutando e sostenendo

.\x(i>

Agnontoit
;

IG VII.

343.
frequentissima

menzione del TiotY]XYji; stcwv, non si faccia quasi mai, fuorch a


Theepie, menzione di un TTOiy]TY)g TxpoaoStou: nelle lodi in esametri della
grandezza della citt, che avevano carattere profano, la novit piala

mentr' essa sembrava disdicovole nel prosodio, ch'era rito

ceva,

ligioso.

Dnrante

il

lo piii seguitato a

punto

cantare

il

peana

non avevano tra

poeti lirici, si poeti epici

Del resto

loro

(tre p. e.

gli agoni,

dell' antica liturgia.

collegi di artefici dionisiaci,

dei concorsi,

51).

ohe introduceva

sacrificio,

si

Per

che erano organizzati

re-

sar per
ci apin

vista

membri, a quel che sappianu),


in quello di Tolemaide Or. gr.

poeti epici o tragici avranno al bisogno saputo scri-

Tero qualche verso lirico.

\iA)

senz eccezione, a comporre musica e poesia

nuova, non

tent di sostituire

si

verso recitativo, o l'encomio

al jiXo;

musica

[)er

l'esametro, che

prosa solenne, che fuori del

in

culto dall'et ellenistica in poi viene sempre pi in voga.

Nel 307

Ateniesi bandirono un concorso per un peana

gli

da cantare in onore del re deificato Antigono vinse,


secondo narra Filocoro (Athen., XV, 607 a) llermocle di
;

Cizico.

La salma

di

Arato

trasportata, per suggeri-

fu

mento dell'oracolo delfico, da Egio a Sicione con accompagnamento di peani e di canti corali. Nelle feste sue
natalizie, che per anni e secoli dopo la sua morte e la
sua eroizzazione vennero celebrate dai Sicionii, un coro di
tecniti

cantava

\iiXri

a suon di cetra (Plut., Arai., 53). In

Arcadia, l'unico paese della Grecia secondo Polibio (IV


20) nel quale l'educazione musicale

suo tempo,

si

al

era rimasti fedeli alla tradizione pi antica,

e non la corporazione prezzolata

cantavano una volta l'anno inni

Che

non era decaduta

ma
in

giovani cittadini

onore di Filopemene.

del resto lo storico arcade esageri per patriottismo

che anche a Delo, come


dei cittadini erano istruiti

locale, parr sicuro a chi ripensi

abbiamo veduto
nel canto. Vero

test,

figli

tuttavia che a Delo, sull'arido scoglio

che ritraeva dal santuario ogni floridezza anche di commerci, i cittadini saranno stati pi zelanti e pi esperti
del culto che non altrove. I Calcidesi, scampati all' eccidio per beneficio di Tito Plarainino, istituirono sacrifici

lui,

durante

quali cantavano

un peana

riporta la fine {TU., 16): tJ.ozivo

yaXeuxtOTxav opxoic cpuXaatv

\iXKt-t

xoOpai

Tw[jiav xe Tt'xov ^' a[xa TwfJtatwv xe r.iaziv

awxep.
stiere

(1)

altri

Anche
(1).

di cui Plutarco

Ta)[JLa''wv a^o|jLv Tv (is-

ii;.z

Zf^va

Tlacv.

jiyav
Co

T:x

qui cantavano cittadini, non artisti di me-

In quegli stessi anni la citt di Teo, istituendo

WiLAMOWiTZ,

presso

esempi di inni cantati

Norden, Agnostos Theos


per lo meno la maggior

,"92,

raccoglie

parte

si riferi-


un culto
che

alla

figli

regina ApoUonide di Pergamo, disponeva

dopo

dei liberi cantassero

fa,jw|x:Gv e le

un -a-

sacrificio

il

vergini incedendo processionalmente intona?-

un inno

sero

161

{Or. gr., 309, 8).

L' inno dunque anche nel tempo ellenistico era rimasto in complesso poesia per il canto e per l'uso pratico:
l'epigramma, che inadatto non dico al canto ma persino alla declamazione solenne, che poesia per la let-

tura

pi per la recitazione, che pu talvolta essere

al

gustato solo da una cerchia di amici, la quale ne intenda


tutte le finezze,

non poteva ne

sostituirlo

(3razio per lo pi nei suoi inni

ne

non ha

fargli

ombra.

attinto a epi-

grammi ellenistici, perch nella letteratura ellenistica


epigrammi-inno non esistevano ha forse attinto a inni
ellenistici, come a prima vista par naturale supporre?
;

assai difficile dare

canza

rende gi

ellenistici

una risposta determinata. La man-

spiccatamente nuovi nei canti liturgici

di caratteri

di

per s sola pi

diffcile la ricerca.

L' innologia di questo tetnpo ha cos poco un' impronta

sua che persino conoscitori di vaglia e di gran nome ritennero ellenistico il peana ad Apollo e ad Asclepio, che
in redazioni differenti era stato trovato a Totemaide e

ad Atene

in iscrizioni dell'era imperiale, finche

epigrafe scoperta ad Erythre mostr che lo


in Ionia gi verso

il

360

a.

C. (1).

una nuova
si

potr stabilire nei casi singoli la dipendenza

singoiar ventura,

quando

si

di

si

di inni ora-

ziani dalla liturgia ellenistica, salvo che'per caso

battiamo proprio nell'esemplare

cantava

Come mai dunque

non c'im-

Orazio? E questa parr

ripensi che la nostra cono-

scenza di questa letteratura dipende tutta da epigrafi,


cio poco

meno che

fortuita.

8ce all'et imperialo, la quale

tuttavia

continuato nel cnlto la tradizione


an;li

esempi da
(1)

11

Cfr.

me

pi

certamente per

lo pi

avr

antica een// innovare. Certo

raccolti se ne potrehbero aggiun^cero molti altri.

Wii.AMOwiTZ, yordioiische

Steive,

11 t<gg.

Si

pu

Uri

andare ancora un passo oltre e domanche Orazio abbia coliturgia ellenistica meglio di noi. Da libri

forso

stessi, se sia verisimile

dare a noi
nosciuto la

forse no. Solo gli inni delfici furono, a quanto sappiamo,


raccolti in

un

libro,

una sola volta in


non da grammatici ma da
Consbr.) cita (juale esempio di

e questo citato

tutta la letteratura antica, e

metrici: Efestione (p. 42, 7

una certa variet


tO-c

di tetrametro

[xxap :piXo'^f/vw; e; eptv

serva nel suo commento

peonico

il

verso

)-j|i/.'//.v

Giorgio Cherobosco

yy/zw^ ih

xtov /,aXoo[JLV(')v A'fi7.'j)v.... [,

ci

con-

notizia che esso deriva

la

o^rj\iy. xo~j

i/.

Ti'j'.r^zr/j,

dunque da una raccolta di liturgia delfica, nella quale le


poesie non portavano nomi di autore. Se la possedessimo
ancora, vi ritroveremmo fors' anche
scavi

ci

hanno

rivelati.

Ma

carmi che ora

gli

non
La mancanza

libro era raro (1), e

il

verisimile che ne esistessero altri consimili.

nomi di autore mette bene in luce che il fine di quei


poeti non era letterario: chi fa incidere in marmo un
suo carme liturgico e lo dedica in un tempio, non si cura
dei

della diffusione libraria,


sia

nota

ai

ma

si

contenta che la sua poesia

devoti del santuario

gli scrupoli di Isillo

mo-

strano quanto poco egli pensasse a pubblicare le sue poesie. Del resto conviene confessare che tutta questa lirica
cos scolorata non avrebbe meritato queir onore.

Pure

le

forme degli inni oraziani sono

in

genere

le

stesse di questa poesia, se pur esse dal genio poetico di

Orazio ritraggono pi luce, pi calore, pi vita.


posizione simmetrica, anaforica,

comune

La com-

anche negli inni

pi antichi, non ha in essi quello sviluppo quasi indiscreto

che

s'

impone

cos

prepotentemente

nella liturgia ellenistica e in Orazio

possono essere

(1)

fortuite.

le

all'

orecchio

somiglianze non

Converr, vero, distinguere tra

Giorgio Cherolioseo copia certo coiuiiienti pi antichi.


le

poesie di Orazio che

16:

rivelano chiaramente compo-

si

ste per la lettura, e quelle

che o furono da lui destinate


le forme di quelle

esecuzione musicale o rispecchiano

all'

scritte per musica.

questo secondo gruppo apparten-

carme secolare e I 21 Dianani tcse anche l'imitazione della liturbasta


a
spiegare
completamente solo le
ellenistica
gia
poesie di questa seconda serie, converr confessare che
essa liturgia pure una delle radici degli altri inni, bench certamente non la radice unica.
Per che via ha Orazio conosciuto canti liturgici, se
essi non erano pubblicati? Io penso che egli li conoscesse
non dai libri ma dal culto. Studente ad Atene, ufficiale
gono

di sicuro solo

nerae dicite virgines.

in

il

Ma

paese greco, in giovinezza avr avuto spesso occasione

cantare in tempii greci, da fedeli e da tecniti,


peana e prosodio. Ma la fonte pi pura non sempre
quella che getta maggior copia di acqua non in Grecia
il poeta ha conosciuto per la prima volta culto e poesia
liturgica greca, ma gi a Roma. Orazio nel carme secolare
di udir

in 1 21, fors'anche in

non

tanto

oscuri

il

poeti

IV

(3,

dive qiiem proes Niobea

continuatore di

delfici

quanto

di

maynae,

Aristonoo e degli

altri

Andronico.

Non

Livio

Augusto per primo dette incarico a un poeta celebre di


un carme latino di forme greche e di farlo eseguire da un coro di giovinetti e giovinette. Gi alla fine
scrivere

del III secolo la liturgia ellenistica penetra in

sieme con

il

ventosi, viene

giro due

Roma

in-

culto greco: nel 207, a procurare prodigi spa-

anche

stabilito

che una processione porti

in

simulacri di Giunone Regina fatti di legno di

due vacche bianche. Nella processione incedono


nove vergini, numero caro alla speculazione greca (l), cantando un carme in onore della dea

cipresso e

tra gli altri tre volte

(1)

DiKF.s,

Silnilliiiischf-

liliilliv,

12.

ICi.

composlf) per (juella solennit da Livi(j Ainlronico {lAv.

XXVII

37, 7,

l)iire in

numero

lontanare

12 sgg.). Sette anni


di

i)ii

tardi

vergini,

le

nuovo per

ventisette, cantarono di

al-

anche questa
tempo celebre,

pericoli minacciati dai prodigi, e

volta lo stato incaric un


P. Licinio Tegula, di

poeta a

(^uel

XXXI

comporre V inno (Liv.

L'uso rimase, come mostrano molti passi

12, 9).

di Giulio

Osse-

(1), che deve far per noi le veci di Livjo pei


tratti perduti. Augusto, disponendo l'esecuzione dei giuochi secolari, tien fermo alla processione delle vergini

quente

e al sacro

numero

ventisette.

storia della religione

romana

pubblica manchevolissima.
che,

come

il

rito

mano sempre

La

tradizione intorno alla

negli ultimi secoli della re-

Ma

noi

dobbiamo credere

greco o achvo divenne nel culto ro-

pi preponderante,

cosi

la

liturgia greca

incominciasse a servire ad altro oltre che a scongiurare


prodigi.

Anche

nel canzoniere di

tenuto un inno a Diana

(e.

amore

di Catullo

con-

34j Dianae sumiis in fide

(2),

che ha tutta 1' aria di essere stato scritto per il culto.


Esso si rivolge a puellae et pueri integri, come I 21 e il

carme secolare; esso riproduce

lirica liturgica

composizione simmetrica e nell'anafora del


strofette di tre gliconei e

un

ferecrateo,

greca nella

tu.

lo

Il

metro,

stesso di

quello del peana ad Apollo di Aristonoo. Orazio, dunque,


in quei suoi carmi che pi propriamente possono dirsi

li-

ha seguito una tradizione non soltanto ellenistica


anche romana. E possiamo anzi esser sicuri che i

turgici,

ma

suoi inni,

come

quello di Catullo,

come gi

forse quello di

Livio Andronico, che pure allo storico Livio sembrava


cos rozzo

da non meritare

di esser

messo sotto

gli oc-

chi a lettori, dell'et augustea, sono cento volte pi belli

(1)

Raccolti dal Diels,

(2)

laterinetato bene dal

ihid.,

43 sgg.

Norden,

p.

151.

H)5

dei canti liturgici ellenistici, composizioni di poeti di terzo

ordine o di musicisti non di altro solleciti che dell' arte


loro.

di

Solo

Roma ha

pio popolo di

il

comporre

la

incaricato poeti grandi

sua liturgia.

Gli altri carmi

religiosi,

pochi che sono epigrammi

quando

lirici,

ne tolgano quei
derivano pure da poesia
se

come mostra la struttura generale delle singole


ma non solo e non direttamente da essa molti dei

liturgica,
odi,

pensieri che vi sono espressi, sarebbero fuor di luogo in

carmi destinati all' uso pratico del culto. Per questi converr pensare ad altro.

Un epigramma-inno non
perch

attecch,

inno

l'

vi fu,

abbiamo

rimasto

era

non

detto, o

per canto.

poesia

Pure non manca qualche eccezione. Proprio

in principio

dell'era ellenistica alcuni poeti, tra cui anche dei celebri,

compongono
che

inno a

si

direbbero

che per un volgo

tori dotti

Soli,

inni che

fiori

Pan

IV

composti

secolo

scrisse

(1),

che

in tal guisa,

podie potevano scambiare tra loro

per let-

Castorione di

di ascoltatori.

verso la fine del

in trimetri

scritti piuttosto

un

le di-

posto senza danno

il

del senso. Nei versi che Ateneo (X 455 a) ci ha conservati di quest' inno, egli si vanta di questo ritrovato o

chiama

la

(1) Il
5'

sua scrittura sapiente e

diflcile

Leopardi ha visto che aitiiartengono a

eOYSvsxag

YjX'.jiopcpoc; ra3-io'.5

codice di Ateneo (XII 512 e) a

Ini

a intendere a
p;Ii

ionici sg'ix"**

p/^fov as T'-iiatai '*pa'lc.Ei attribuiti

un

leipcov di Soli.

Il

zione da Dnride intorno al lusso di Demetrio Falerco; Eliano

racconta del Poliorcota


.ScilMlD (II 113)

non pu

i',

verso che

il

l'

itifallo

essere anteriore al 291,

in

h.

IX, M)

dnl)l)io a torto,

perch Ateneo

chiama

il

suo Demetrio arconte, iv

segue

che abbiamo riportalo;

naturalmente, Dioniso. Poche righe

attribuiscono al .S02

(i*.

quasi con le stesse parole. CiiRisr-

Hfonono Eliano, senza

essersi sbagliato, giacchia

a-nv T^f/jiiaxa, corno


oe

lo stesse cose

nel

passo sta in una cita-

jiii

sotto

Ciirist-Sciimid

onore del Poiorceto.

elie

non

i>no

non

clii

sia sapientfj

TY,'

|iO'jaOTO

/.X'JctV.

culto

"y/.J.stT'

ao'fY,

a tv

'&r^yyyi\u

vafovl-' i'pav.

llv,

y.yrjiyyzV/

tl7^f>.

'Apx)v.

K/^p,

\'^^'rli
'JO'ffo

[t^

CllO

\ltih.-(\i' hlc..

'iz

fosse invocato |aoj707:o;

l-*an

j-j/'ucJ.ov

y.'/.ypt')

5vac. j^yvcoaia

a'Jv>-'';.

st;-/]

vt-foxxnc/i:

,'jcXaT;

yl-v'

parrebbe

liei

iiiipos-

quand'anche il disprezzo del poeta per non iniziati


non mostrasse ch'egli sdegnerebbe di scrivere per una festa
popolare. Degli inni di Simniia Rodio Efestione non ci ha
sil)ile,

conservato che
7ctv:7.

yX'jxh

[VJ/wv

(\).

priiici{)ii (juali

vjii'fv

41,

5pv

Consbr.)

11)

Awp'.

esempi del metro: nTco


/.jjoxtOtoov

( 1

v^^^av' ).''fov

no: |iv 'jt7r-o; 'j-ov.o:

'>

y/ca-a-

wxv a/|iv 'EvjzXlo; e-jaxo-ov X:v (41, 22): ai Tzc-.t


Al; v -naTa vsap xp vEJjpo/^Litov (42, 3)
'az'.cc yv
-' 'j;''vc)v [Aax -o\yw) (20,
J^alia;
xap
16); xafs ava^

o;

jixap

"Hlia;

12) (2).

(21,

ritmi,

peoni e

in

dattili

non gli anapesti, sono quelli della tradizione liturgica


r accumulamento degli epiteti conviene bene

ispecie,

agli

inni cletici

la

posizione delle parole,

assai artifi-

che si aspetta da poeti alessananche quando scrivano per gli usi del

ciosa, tuttavia quella

drini

culto.

di vaglia,

Ma

la scelta singolare degli di cantati fa

a poesia dotta per lettura

(1)

Forse

si

devo leggere (x')

Dioniso, Hestia,

'ripy.-^'

congettura

Hermann

si

(3)

iuteudeif Nereo. Che Do-

ride 8iu cliiamatii essa v;pavo; del mare, nou par possibile.
la

pensare

Eracle

Xoa

so se

trovi gi uella raccolta dei fraiumeuti di Siiiimia di

Fiaxkkl, che ho

lotta

in

bozze,

ma

che ora non

ho

mano.
(J) (nesto

frammento

e citato

da Kfestione sotto

la

denomina-

ma

zione x -'.[inU-Ov, che in se stessa

si

stile lo stesso di quello degli altri

frammenti. Gli scoliasti pi tardi

non hanno saputo ritrovare

riferisce solo al

metro

h>

passo nel libro di Simmia, o forse esso


tempo della composizione dei AeXcpixx.
(3) A questo riferirei il frammento citato quale x 2tiJ.|i{'.o/
di solito scrivono v^/?a; con la minuscola. Non saprei dire a chi Enyail

andato smarrito prima del

lio

abbia concesso la sua lancia.

J07

sono divinit consuete, ma culto di Doride e Nereo non


e' mai stato. Certo, il culto delle Nereidi fu in Grecia
abbastanza diffuso (1); ma il rpwv, che era adorato a
Gytheion, non ha

un

(III 21,

9)

cio per

comune con Nereo

di

dio marino, e

l'

non ha valore

non per

se

tempi della teocrasia

propone con una

se

non

di essere

identificazione proposta da Pausania


l'et del periegeta,

e Pausania stesso la

formule con

di quelle

le

quali suole in-

trodurre le sue speculazioni piuttosto teosofiche che religiose

Quanto a Doride, nulla

(2).

deve concludere da

si

un'espressione cosi vaga come quella che Virgilio (Aeu.


Ili
et

73) adopera di Delo gratissima feJus Nereidiim ynatri


Neptuno Aegaeo, tanto pi che sulla religione delia delle

Nereidi siamo bene informati grazie a un frammento della


-oK'.-t'.y.

Arp.''or/

(Athen. Vili 296

di Aristotele

e),

narra che con esse congiunto nel culto Glauco,

dove

si

(juale

il

possiede col anche un oracolo (8). Per di pi Efestione


dove dice chiaramente e dove fa capire che gli inni di
Simmia erano stichici, ci che non conviene a poesia per

(1)

III

236
(2)

sg.

cfr.

in

Roscukk

cv voud^o'jat F'^Ssxa". FspovTa. oixslv v ^oCkzit^ '^hvo:,

Nyjpa evia
(3)

la Weiszackki
anche Wide, Lakonische Knlte, 221.

Le testimonianze sono raccolte

s'jp'.axov.

Poche righe prima Ateneo scrive

3-; tv rXa'J/.o; U|Jiv(o

IloastSivog aOxv

EvO-v;; d'

uicv

slvat

pa^^'lvcx,

k-.OT.o:>,c,

xa Nai^oj

xe

v xe

viii-^y^;

O- erpco? y.axs-

ji'.Y^,''^'-

x 'ApsiSvig v Aiv] x^

iicpB-y;.

Codesto Euautlie omesso nello storio letterarie e nel Panly-

Wissowa. Siccome

egli detto epico e nell'

ventura pi complicata di
in
tri,

vr,oc;)

iiuel

inno raccontava un' av-

che possa esseie brevemente esposta

un {isXo;, il suo inno sar stata una composizione epica in esamecome gli inni omerici e callimachei. Che sia identico con l'Ev&r^;

MsO-'Juvxto;

%'9-xpf|)l-,

che verso

il

280 ji5'5aTO

tq)

3-S(;>

in

Deh

{liCH VII, 1883, 109) f Ih questo caso egli recit il suo carme aioompagaandosi con qualche accordo di cetra, pii simile in ([uesto ;ii
vecchi aedi omerici che non a Calliraaco.


meno che

musica, a

h.s

canti o meglio

la si

musicale durante

coiiii)agnameiito

la

si

reciti

con ac-

per la

marcia.

stessa ragione non crederemo destinato al canto l'inno (1)


di

Filico

Corcira in esametri coriambici stichici, dal

di

quale Efestione
TE

A7,|jir;xp''

-/.al

(:}(),

22) riporta

(I>cpa-^vr|

che a un carme da

recitarsi dal

polo non converrebbe


<I>iX''xo'j.

Y?3cii|JLax'.xo;',

che Filico

il

il

owpa

verso

r?,

XO-ov:y, h'j7t:x'>.

xal KX'j|ivo) l Sjpa. Si aggiunjja

vanto

popolo o dinanzi

auvO-asto: r?^:

poco importa

-p^; Oix:.

'^po)

al j)0-

xaivoypx'f&'j

stesso, quale sacerdote di

Dioniso, marciasse

nella processione di Tolemeo Filadelfo descritta da Callixeno (Athen. V^I 98 e);


giacche non detto che egli fosse membro di quel collegio e dovesse quindi comporre canti per l'uso pratico;
e se del resto fu membro, sar stato tale non quale poeta
melico, ma qual tragico, giacche in nessun elenco di
collegio troviamo un jjiewv -oirjXTj?. mentre sappiamo che
Filico appartenne alla Pleiade tragica alessandrina. E,
poich composto in priapei parimenti stichici, sar stato
destinato parimenti alla lettura l'inno che, secondo ne
informa il Cherobosco (p. 241, 11), il grammatico alessandrino Eufronio compose in onore del dio di Lampsaco.
Ma nessuna somiglianza di stile ci riesce di scoprire tra i
giuochi abili s ma di una destrezza un po' fanciullesca
in testa agli artefici dionisiaci

di

Castorione e

menti

le

complicati e

Orazio

classici di

Simmia cariche
pesanti dall' una parte, e

invocazioni di

(1)

parlano

Un
i

gli inni

ma non
due liriche anonime, che,
non inganna, appartengono a un periodo po-

di

se lo stile

orna-

dall' altra.

Maggior somiglianza con


liturgica

di

la poesia religiosa

Orazio palesano

inno fu di certo, perch

trattati metrici latini

gralia del nome,

cfr.

ora

uu inno a Cerere e Libera


Caes. Bass. 263, 25. Snll'orto-

di

cfr.

WiLAMOwnz,

Beri. Sitzungsber. Itil2, 549.

ItAl

steriore dell' et ellenistica

intendo parlare dei due

io

frammenti d' inni a Tyche, V uno in dattilo-epiconservato da Stobeo {ed. I 6, 13), scoperto l'altro

inni o
triti

pur dianzi in un papiro berlinese [Berliner Klassikertexte


2, 143), dove compare in una redazione assai lontana da

quella originale,

come mostrano

in dattilo-epitriti

come

numerose irregolarit
metriche e parecchie espressioni, che, mentre paiono a
prima giunta aver qualche senso, ne sono, chi ben guardi,
affatto prive. Appartiene certo allo stesso genere anche un
frammento d' inno, naturalmente parodico, all' oro, conservatoci da Diodoro (XXXVII 80) (1), composto esso pure
il

l'

le

inno alla Tyche in Stobeo, con

quale esso presenta somiglianze notevoli.

hanno conservato

Tutt' e tre queste composizioni

le

forme degli inni liturgici 1" inno di Berlino chiede alla


Tyche, come mai il poeta possa esaltare la sua potenza
e la sua natura, tijs xpr^ tsv a/'jv ts Zilcy,: za: Tsv zi-.v
con quale predicato egli la debba invocare, se Clotho o
:

Ananka

o Iris
quest' un accenno alla -o'jcovu|ji.ta della
dea consueta negli inni cletici (2 Il frammento serbato da
Stobeo ha conservato la struttura simmetrica e l'anafora
:

del fu:

t'j

|Ji7i'.

yjf-y-c

coi'f-v;

xal ao'^:a: ilxxs:;

Zco: av

o' |jLa-/av:'a;

T'J

tura simmetrica

si

spa;;

--.io'y^y.

y.av...

yp'jjiav

xh

-pov zlltz iv XYsa'.v.

trova anche

nell'

La

ex asH-ev
xtx

-Xa-'.YY-

stessa strut-

inno all'oro

-vTWv

Ma, per quanto questi tre inni, diversi del resto tra loro, presentino le forme
comuni della lirica liturgica, si distinguono chiaramente
da essa e si avvicinano alla parte di gran lunga magxpx-t'jTc, ;t7-viwv fjpavvs.

(1)

I-l

-vTa

\\-i'/:;t:z.

l'ramuieuto, che segue ia IJioiloro,

li

un inno

alla

-o-^'.y.

troppo breve e incolore, perch se no possa dare giudizio.


(2) Simile < anche la formnla di passaggio noli' inno omcriio
A))ollo

rcio;

px

a'

'j[iv/,oc'>

::avtto; e'j'jivov vtx.

i-

;ul

ITU

giore delle poesie religiose di Orazio, perch non possono


essere state comj)Oste
in

[)er

uso pratico. E, altrimenti che

ma come sempre

Sjmniia e in Castorione,

Orazio,

in

anche nell'ode che comincia nominando un santuario determinato,

diva f/ratum (juae

rer/is

una potenza cosmica, non pi

il

Antium,

dio che

la divinit

uomo

1'

antico

venera in un' effigie determinata esposta agli sguardi in


un tempio determinato. L'Oro, la Tyche, come la For-

come

tuna,

il

Mercurio oraziano, son qui divinit non

adorate che dal pensiero

(1); pel resto le

somiglianze tra

due inni alla Tyche e l'ode alla Fortuna sono di tal fatta
che converr credere che Orazio dipenda non dai due
mediocri componimenti a noi conservati ma dal loro modello comune.
E ha conservato la forma degli inni liturgici, ier
quanto destinato evidentemente alla lettura, l'inno, scritto
in esametri, di Cleante.

non
umana,

Anche

pi la

ferente dall'

della mitologia

un principio, anzi

unica di cui tutte


ch'essa

il

il

7iv|xa

(2)

in

Ora-

Zeus

lo

principio cosmico,

dif-

di Cleante

divinit

la

non sono che emanazioni, perche pervade il mondo. L'inno era

le altre

celebre nell' antichit

suo carme

come spesso

qui,

persona umana, o poco

zio, la divinit

Arato

lo

imita nel

Orazio, studioso di filosofia,

proemio del
avr cono-

1'

sciuto fin dalla prima giovinezza.

Poesia per

dunque

gli usi pratici del culto seguita

a essere composta, in grande quantit

ma non

con mire

propriamente letterarie, anche nel periodo ellenistico,


senza che dal quarto secolo in poi vi s'introducano novit

notevoli di pensiero e di

(1)

che

Di tale fatto

gi

"Fpw;

forma.

Tentativi

viy.aT \iy.yaw e in certo senso an-

Zs'jg, oaxic, jix' sa-iv.


(2)

Cfr.

il

isolati,

mio articolo su questo

nelle Charifes fiir Leo.

intrapresi nel primo

171

mezzo secolo

dell'

ellenismo, di sol-

levare questo genere a dignit letteraria, liberandolo dai


vincoli della liturgia e trasformandolo in poesia dotta per

non ebbero forse successo felice a ogni


pare congiunto a questi poeti e a questi

la recitazione,

modo Orazio non

carmi da una linea

diritta. Pi tardi questi tentativi furono ripresi con successo migliore in poesie nelle quali il

dio inneggiato, sciolto

contingenze del culto, era


(). A questa lirica faceva
dai primordi dell' ellenismo il carme esadalle

trasformato in potenza cosmica


riscontro fino

tempo

metrico di Cleante, Orazio subisce a un

gli

in-

questa poesia greca emancipata dal culto e delle


ferme liturgiche, quali erano state introdotte ed elaborate

flussi di

romano da

nel culto

poeti molto maggiori che

stati gli oscuri artefici della liturgia dei

Parecchi degli

inni

di

Orazio,

tempi

non siano
ellenistici.

l'esaltazione

oltre

della potenza del dio, che ne costituisce necessariamente


la

parte essenziale, contengono, per lo

pi in fine,

preghiera. Quest' tradizione liturgica; che

gl'inni,

una
di-

ciam pure fisici e cosmici composti per la lettura che


abbiamo considerato in ultimo luogo, o non hanno preghiera di sorta,

come

l'inno alla

Tyche

del papiro ber-

che degli altri non si pu dire,


essendo frammentari), derivano in ci dalhi hturgia (2). I
proemi omerici quando chiedono f>ir',v -s /.%: oX,3ov oppure vx' (of^; [i'.o-ov iS-jjjiv'psa, rillettono secondo ogni
linese, o se l'ebbero

(1) Il

cosiddetto Menandio, in un capitcdo del primo liluo

3Ki5eixTi7.(&v,
il

^uoLxg
(2;

lettore

prescri/ioiii

intorno a un genere spe;iale

nspL

<lell'inuo,

'')|ivo;.

La consni^tudinc dovi- essere generale, se nn uomo di Imumcome Aristide, c>iieliiude il suo inno prosiistieo a Koma con

unii preghiera,
v(ov TioiYjtai,

Keil).

(il

ierelic x^txxioTOv,

e'jxVjV

Parimenti

Tiva 7:poa9-vca

(airp oC'iiti)

twv

SLS-jpauJiicov ts y,xI

xaTax?.yj3X'. xv

la naXivfpSia n'. 2[i'>pvY)

lnisee

in

Xyov

~%;x-

(Il 1-1. S

mia pregliifia.

ri

probabilit antichissimi inni melici.

inni

gli

della

li-

turgia ellenistica non fanno per lo pi altro che tradurre


in stile

termine

il

jjarole, salvo che


che aveva ormai preso un

semplici

quclU;

fiorito

lirico

viene evitato

feiir,,

senso diverso da quello di prosperit


l'^ilodamo chide s'r^pwv xav^e -'.v

Aristonoo chiude

TioXbv

-/([xc

/ops'js'.y.

come

ai'fov

quello ad

fcTta'.v,

0)

Il

peana ad Apollo con

il

[jov il

T^jjLctspo:;

ijjjivoi;

"^([Ac,

(1).

ZiZojc,

ilestia

y.\

le

tjv

^oi^wv

y.y.\

r/o VTa; si :-aj>il'povov n'^l av

ojiJov

vecchie

formule siano

'^/.,j';>;

parole /apsl;
'firo-.:

otoo '|io'.^$ iz -j-'ov

In tutt'e tre questi carmi la parola

le

ritornello di

^'jaa'j*'Ja''f")v:

presenti

t-'jui/.av

o,'5o;

mostra

all'animo

dei

non di trascenderle.
N le trascende la chiusa del peana d'Isillo, quantunque essa non contenga pi la parola tradizionale:
poeti che

studiano

si

di

variarle,

yap' 'AaxXaTi'i, xv av 'ETwi'a-jpov jxaTpT^oXtv ajEov. quest'

parafrasi di
'^pcal

5i'ood psxyjv;

zl a(jxaacv

|ioTu:

il

seguito

svapY'J'i? o'^y^e'-av 7-'.-[jL7:ot;

parafrasa

salvo che al bene

o,3ov.

generico sostituito quel bene specifico che

il

dio Ascle-

pio in grado di concedere, la salute del corpo, e

si

aggiunge qui, dell'anima. Assai pi larga la fine del


secondo tra gli inni delfici corredati di note: XX'w Oo^s.
a(j)^

i^sxxiaxov IlaXXooc axu

x^wv

zrsTzzi

(1)

Kpy]a:wv

In im iuno

che

-/w'jvcv

x'

"/al

Xav xeivv. auv X 0-e

"Apx[x:;

dalla

trae senz'ambagi le conseguenze. L'inno I

che n la
l)ossouo

il

virfcti

far

omerici,

Cal-

mutata

finisce StSou x' pst/jV x'


le

sue parole, mostra

senza la ricchezza n la ricchezza senza la virt

felice

parafrasata,

7.u5:axa,

significazione

poeta stesso, quasi glossando

l'uomo: ojx' psx^g axsp

gsiv, O'Jx' psxv) cpvoio. Alla line


pii

Aax.o

conserva la forma di quegli

limaco prende psxi^ nel senso nuovo


acpsvg x; poi

7^Z

ma

oJ.Jio;

sTiiaxaxa'. cvSpa-

Callimaco ripete la formula non

nel testo originale diSoo

S' pxr;v xe

Anche nella chiusa del Tolemeo di Teocrito (JpsxV;


V. WiLAMOWiTZ, S(q)pho u. Simonides 171^.

-/.ai

sta nel scuso

cXpov.

nuovo.


'rj.izy.z A/.-fcov

v.y).

aTG'jc. By./o'j

i)-'

ma

tt^jAcsiI' a;xa tv.vo'.;

!pov:'xaca'.v

oopcaTSTC-ov xp-i Tto|xa''o)v


cppv:xav;

17;]

nonostante

iiJtaaov y.-'x.-

a'j[ij3''o'.:

tv xs

c|jiV; [xbXzxz TupoaTrota'.,

p/v

numero

il

cate e la sonorit delle parole

yi'JpxTW

a'j^''

delle divinit suppli-

pensiero non

il

B-Xo'j^av

presenta

nuovo. L'attualit ci si insinua soltanto di straquanto il coro chiede agli dei di esser benigni
non solo al popolo Delfico ma anche all'impero di Roma.
In Orazio in fine d' inni che cantano la divinit in
se, sciolta da ogni legame con contingenze del suo culto
terreno, l'attualit si aggiunge nella preghiera con deternulla

di

foro, in

minatezza mirabile

che

desiderio

si

Caesarem

in

iuveniim recens examen Eois

ti-

di particolari; sia

il

riferisca alla salute di Cesare: serves iturum

nltimos

orbs

Britcmnos

et

mendum partibus Oceanoque

rubro

(I,

35), o a quella di

Jiaec

bellum lacrimosuni, lue miseram

pnlo

et

principe Caesare

motus aget prece

(1)

(I,

in

che Orazio supplichi

una

dio di render docile alle sue voglie


cfic

modos,

lui latis

nuptiarum
11)

(2).

Li/de

qnibus obstinatas

equa trima campis ludit


expers

et

Se quest'arte

adirne

a po-

Britcmnos vestra

Persas atque

21), sia

Roma

famem pestemque

il

bella riluttante

adpUcet auris, quae ve-

exsultin

protervo

sia originale,

ynetnitque

cruda

tancji

marito

non saprei

dire

(III,

con

come conchiude spesso gli epinici aggiungendo dopo il mito una preghiera di mirabile
attualit, cosi anche nella chiusa del peana per Abdera
sicurezza: certo Pindaro,

[io[l

5=

7.(o]v

C7[X(T)v

]'j7.Xa

[xpa'v(o]v

}(p'.v|''A[ilrjp

y.y).

impinta clic ([ui la preghiera si amuiaiiti di profezia.


Qui por vero la pregiiiera udii in fiue ma poco dopo il principio. Se si confronta questo carme con I 30, vien fatto di pensare
che Orazio riprenda (ui nna seconda volta con solennit apimrontemeute maggiore il motivo di Posidippo e lo sviluppi, aggiungendovi
un mito che in s serio. l>i ijui l'orse la complicatezza della com(1)

Polio

(2)

posiziono.

aT[faxv] tTiTio/piiav [a ^]ta


y;

Tca-.v

time

Tia-.v

i/j

i)arole,

17-

::'>)i[|i]fj) Te'j[Ta''](|) 7:po|5'.[i;roi;

\v!,r^'-jzt e-'-o'.

non ha, tranne

nulla della formula,

ma

su[)|)lica

nelle ul-

con parole

suoi cittadini in
eponimo di soccorrere
~'j/[('>
l'espressione
l'ultima:
essere
deve
una guerra che

originali l'eroe

quanto ardita

Le

sua

nella

TeEJxa-'o)

fonti

stringatezza

altrettanto

ellicace

(1).

ellenistiche della lirica religiosa

di

Orazio

non breve; modelli della lirica


in poche parole. Questi carmi
sbrigare
civile si possono
categorie, in \xAr^ -o'.t'.-/.'/
si possono dividere in due

hanno

e in

richiesto discorso

ijaa'.Xr/.,

\i.zl'fi

greci

trattatisti

per dirlo

con parola greca, come

d'eloquenza pa^-lavano

Alla prima appartengono

Aiyoi;.

cipio del terzo libro.

non abbiamo

La forma

audita

odi

di esse

un

romane

|jaa'./.:x:

in prin-

originale

noi

diritto di rifiutar fede al poeta, quand'egli

proprio in principio della


prius

le sei

di

Musarum

prima asserisce carmina non

sacerdos

rirginibus inierisque canto,

n questa volta baster a spiegare il passo supporre che


effli si vanti di aver sostituito la strofa alcaica al distico
elegiaco che sarebbe stato il metro consueto di componimenti di cotesto genere. Orazio desidera che tendano
1'

orecchio

(1)
<li

111

al

carme suo nuovo giovinetti

e donzelle

la

tutta ([nesta ricerca intorno alle fonti della lirica religiosa


gli inni in esametri, qnali i callinia-

Orazio ho lasciato da parte

chei,

il

frammento

di

Arato presso Strabene

486, l'inno di

Andro

ad Iside. Callimaco e Arato hanno scritto inni epici; l'inno a Iside


.
tutto, fuorch nel proemio, un vanto che la dea fa di s: io sono
colei che etc, forma prettamente orientale ed egizia, comS ha mostrato il Norden nel suo libro, la quale non ha in Orazio alcun riscontro.

170

menzione degli ascoltatori e


che l'accenno

stra

ma

metrica,

carme.

ai

alla

di questi

novit non

pensieri

si

forma

che dan vita

sentimenti

mo-

ascoltatori

riferisce alla

al

non conviene

l'architettura complessa del ciclo

all'arte semplice e un po' ingenua del vecchio Solone (1).


Basta poi ripensare le condizioni sociali e letterarie dell'

ellenismo per credere, nonch inverosimile, impossibile

che un poeta
questa

fatta.

di quell'et

avesse composto un carme

Orazio parla qui

al

suo popolo, non

di

al so-

vrano; cittadino, non suddito. Cesare s nominato,


anche esaltato il poeta profeta anzi che diventer dio^
:

ma

tutto incidentalmente. Orazio evita qui perfino di ri-

volgere a
lui

lui

direttamente un consiglio che solamente a

poteva indirizzare con efficacia:

si

profezia sul

la

che coglierebbe i Romani, se volessero restaurare Troia, posta in bocca a Giunone, che la pronunzia
durante un consiglio di di. Il poeta si atteggia fin da
principio a maestro del suo popolo, ne per comunicare
triste fato,

con

lui

sente bisogno d'intermediari. Questo ciclo di odi

non poteva essere composto

se

repubblica voleva serbare per

non
lo

in

uno stato che della

meno

le

apparenze.

uomo

elleniistico

invece non cittadino

dito (2). Egli

pu chiamar

se stesso

L'

solo

perch la parola

tico,

per ci

ti-.c

-OJ-zr^z di

ha perduto

che ha conservato

stesso

il
l'

ma

una

citt,,

valore

antico

sud-

an-

signi-

pu essere -oXizr,:; di Teno, di Alessandria,


magari
di tutt'e tre queste citt insieme, ma non
di Soli,
dell'impero dei Tolemei, dei Seleucidi, degli Eumenidi.
grandi imEppure non pi Teno o Alessandria, ma

ficato.

Si

peri sono le unit politiche.

Vita politica e vita

(1)

Al (inalo pensavano Kiossliiig-Hoinzo.

(2)

fanno eccezione

di stati cioi

comu-

cittadini della lega etolica e di (im-lla adita,

che por la -nUnra non contavano nnlla.

17()

naie sono orinai altrettanto distinte quanto in un grande

moderno lo stato-citt morto o condannato alimpotenza solo Rodi fa eccezione. La -/.'.:, Alessan
dria, pu conferire onori ambiti e privilegi redditizi, ma
nulla pi; non pu far politica per conto proprio; neppure
Atene, chi ben guardi. I destini dello stato sono nelle
mani dei re, consigliati, quando ne sentano essi il bisogno, da uomini di loro fiducia. Il singolo suddito di un
grande stato conta cos poco che la lingua ellenistica
non ha inteso il bisogno di coniare un vocabolo che indichi l'appartenenza a un grande impero; n-o|iatVy.o'' (1
sono i soldati, non i sudditi dei Tolemei (2).
Chi avrebbe osato in Egitto o ad Antiochia, forte
stato

l'

solo del

dono della Musa

rivolgersi direttamente

anche

dita

in

e della sua libert di cittadino,

nome

proprio alla nazione sud-

solo ai Greci sudditi privilegiati, per esporre

loro precetti di viver civile, per fornire loro consigli su

una questione

politica ?

La

controversia dei

ozi xhv -^lao-^ov -oXcxc'jsail-a'. (3)

che

scherno,

al

llosofo

suona

La

Sarebbe stolto

cittadine,

cio

muni-

il

negare che poeti

ellenistici

intenzioni e preoccupazioni

abbiano

etiche.

Che

maggiori, Callimaco e Teocrito, non pensano che al-

l'arte

per l'arte, letterati per vero

nuano r antica tradizione greca

minor conto contignomica.

in un'iscrizione di Erythre, Syll. 210, 17.

(1)

Sono menzionati

(2)

Anche qui fanno eccezione

(3)

La polemica

di

di

della poesia

gli Achei.

Epicuro contro

il

suo

maestro Xaiisfane

(presso Philod. rhet. II p. 5 sgg.) certamente legittima;

contemporaneo
il

ti

sola questione che abbia ancor senso, quella.

talvolta avuto
se

filosofi,

quest'et quasi

chiusa la grande politica e

aperta solo la via a magistl'ature


cipali.

in

mondo

si

di Aristotele

era mutato.

non aveva per

il

ma

anche

il

tempo suo ancora torto:

177

G. A. Gerhard, nel libro eccessivo ma dotto e non inutile che ha scritto per illustrare i resti che dei coriambi
del poeta cinico Fenice di Colofone e di suoi correligionari anonimi sono stati

ogni giorno scoprendo

si vengono tuttavia
ha riempito pagine e

scoperti e
nei papiri,

nomi e frammenti di poeti gnomici dell'era


non fortuito che questo genere di poesia
sia usato per lo pi, se non cos esclusivamente come
sembrava al Gerhard, da filosofi cinici cio da seguaci
di quella scuola che pi completamente prescindeva dall'esistenza della citt; la vecchia etica cittadina era morta
una nuova
con il decadere della citt a municipio
etica civile e statale non si era formata, perch nei nuovi
stati autocratici non se ne poteva sentire il bisogno. Fepagine

di

ellenistica.

Ma

nice e

suoi correligionari scrivono

contro

il

desiderio

eccessivo di guadagno e contro gli amori maschili;

anche

strato della sua citt e

pur

dov

ma

magicampo,

legislatore di Megalopoli, Cercida (l), che,

il

essere

comandante

uomo

di

vita

di eserciti in

attiva,

tutt' altro

che

mite contemplatore, nei frammenti ritrovati test tratta


anch' egli a un dipresso gli stessi argomenti al pi polemizza per giunta contro la religione tradizionale morta
da un pezzo negli animi delle persone colte, polemica
tutta che non poteva pi dar ombra a nessuno stato ne
;

della vecchia maniera

comunale ne

della

nuova autocra-

tica internazionale.

Nelle odi
il

romane ferma

Kiessling, sono originali

e contenuto, checch ne dica


originale

il

pensiero di con-

giungere in un ciclo carmi melici composti nello stesso


metro, quasi
sono,

(1)

Su

Hoguente.
12

libri

di

come abbiamo
lui

come

un poema epico originali e


anche ammonimenti,
;

'detto,

8U Fenice qualciio

\tai()l;i

di

\nh

lu-l

attuali

timori.

)>iir:irr;iro

178

non vuole tuttavia escludere


che Orazio nella scelta dei mezzi di espressione abbia
tratto proftto dai suoi studi di lirica greca. Il poeta parla

predizioni. Quest' asserzione

verso la fine di s stesso,

mito i)rende qui


daro, proprio

lo

Ma

mezzo.

il

come

Pindaro, e

talvolta

il

stesso luogo che negli opinici di Pin-

deve

la scelta della favola

ri-

cordare ai lettori un episodio celebre del poema classico di


Ennio. Orazio ricanta qui liricamente una saga gi svolta
epicamente da Ennio, cosi come Pindaro attinge i suoi miti

Ma

alla tradizione dell' epos.

egli,

quasi costellando

suoi

che non dovevano sfugil


quale
aveva imparato a megire al lettore romano,
moria gli Annali sulle panche della scuola, indica, vuole

versi di reminiscenze enniane,

indicare che queste odi sono davvero romane.

il

poeta

s'inganna nel giudizio sull'opera propria, onde converr


a noi trattare delle odi romane nella parte di questo libro
destinata allo studio degli elementi romani nella lirica di
Orazio.

Quanto

alle odi regie sar

parte III 14 HercuUs

rifu,

bene lasciar per ora da

descrizione di

un

corteo, la quale

appartiene a un tipo particolare, e considerare in primo

luogo quelle liriche che o come IV

14 e

15

quae cura

patrum e Phoebus volentem sono tutte un inno al dio imperatore 0, movendo da concetti diversi, in un tale inno
si assommano, quali I, 2 iam satis terris, l, 12 quem virum
aiit heroa e particolarmente lY, 2 Pindarum qnisqnis studet.
Derivano queste odi, come gli inni agli di celesti, da tradizioni pi propriamente liturgiche o da modelli letterari
celebri ?

Certo, quasi
si

titti

concetti svolti o accennati in essi

ritrovano simili in iscrizioni contemporanee, in

titoli

pubblici di citt asiatiche che parlano di Augusto quale


di divinit evidente e presente

egli

ha arrecato

al

genere

ed esaltano

umano.

Il

benefici che

sovrano

anche


il

179

magistrato rappresentante dello stato sovrano,

Roma,

chiamasse anche Verre, soleva ormai da secoli, gi fin


dai tempi di Quinzio Flaminino, essere onorato da Greci
si

quale

e Orientali
ator/,p (1),

rasse anche lui

ricusasse

gli

benefattore

e ricevere

e salvatore, eepY^tr^; xal

divino.

Che Orazio conside-

suo Augusto quale dio vivente e non

il

gli

culto

dovuti a ogni divinit e pi a

onori

quelle incarnate in

uomini, parr naturale a chiunque

consideri la condizione degli spiriti nell'et augustea

senza che per questo

sia

ci

poeta andasse in cerca

bisogno

di pensieri

di

(2),

supporre che

il

e di espressioni nella

liturgia del culto imperiale, quale lo praticavano le pro-

vince orientali

dell'

quelle epigrafi.

Ma

impero e quale lo rispecchiano a noi


con quelle epigrafi Orazio ha comune
non dico tanto il sentimento che, restituita la

ben altro:
pace e la sicurezza nel mondo grazie
potere centrale, una nuova era

umano
orcio,

che

il

al rafforzarsi di

aprisse

per

il

mac/nus ab integro saeclorum

un

genere
nascitur

virgiliano mostra quanto diffuso fosse questo senti-

mento
culto

(3)

romano

quanto l'identificazione, ignota

sin allora al

e tollerata dai magistrati solo

in Oriente,

del mortale pari agli dei


il

si

con divinit determinate, quanto

concetto, pochissimo romano, che la bont dell'impe-

ratore ha fatto della vita

una

festa perenne. Invitano al

confronto con Orazio tre documenti, la lettera del proconsole Paulo Fabio Massimo scritta nel 9 av. C. al con-

(1)

Sulla

Wendland,
(2) Cfr.
(3)

vatore

di

quest'attributo

su di essa lo studio del

Gi nel 62 av. Cr.

Pompeo Magno
mondo {Syll.

pace nel
xoiz

storia

Ztschr. f. neutest. Wisa.

il

demos

vincitore

337)

cfr.

la

geuialo

Nordkn

in N. Jahrb. VII 1901.

dei Mitileuci onorava ((uale sal-

dei
8|i,05

pillati,

aver restituito

per

xv a'JTto

at-cvjpa

xaxaaxovTa; xv oinr^ivav noXjiotg xal xax

Xaaoav.

ricerca del

335 sgg.

y*''

la

xataX-jaavix

'tal

xaxi

S'i-

18()

sorzio delle citt greche dell'Asia, che ordinava loro di

cominciar tutte

il

loro

anno con

natalizio dell'Augusto,

il

decreto di esse citt (Or. 458), e meglio ancora

il

l'iscri-

zione di Alicarnasso, Greek inscr. in the Brit. Mus. 894,


che pare posteriore al 2 av. C. Si confrontino per esempio

con quest'ultima

IV

del

Iscr. d

epigrafe alcuni

passi

regi

libro:
Decreto del xoivdv

Alicarnasso

Orazio IV

2,

37

(Augusto) oO

|ivcv

quo nihil maiua me-

O-avaTOC xo navx;

xo'j? Tipo a'jxo

Ysyo-

liuHve terrie fata do-

cpuaig T nyt jXOv Afot.-

vo[xas sOepYxagTiep-

nei

3-v

i,

altvio;

'/.a.^

npc u7iepPaX?vO'j-

oa^

v-

espYsa.a;

cv xog oo|ivoig X7c'.5[a

Kaioapa tv i;E^aoTv

3oX7?

vsvy.aiivyj
il[i.c,

tco

0:toXi7:wv Otisc-

|j.v

Y^P

tum

aurum

tem-

via exiget

88

sgg.

domus stupris, mos et


lex maotdosum edolaudantur

simili prole puerperae,

culpam poena premit

IV 5,

sXti-

a)v iiv xpi<3'co)v Kp;


u }jL

e:

Ss ctg x Tiapv xwv

29 sgg.

diem

coUibus in suis

et vi-

tem viduas
arhores

et

aut

ducit

ad

miseras inimi-

urbis,

profu ndum

non

qui

Dan uviu

bibunt,edicta rumpent
ldia,

non Getae, non

Seres inUdique Persae.

non Tanain propefiuorti

IV

quisque

condii

redit

cat

nen

Comes.

Tg soxiv ya^-oO,

civilis

odum, non

ira quae lyrocudit en-

nuit nefas,

xs xal cpop uav-

custode rerum Caesare

non furor

nulis polluitur casta

flOVOiZ

IV 15, 17 sgg.

mare

volilant per

IV 5, 21

x [lXXov, 5-

redeant in

paca-

iiavitae

v-jiT^

divi

pora prificum.

19-20

5, 17,

tutus ho8 etenimrura

perambulat...,

xai S-aXatxx,

SVO|l:f

bonique

dabunt, quamvis

Orazio IV

yy]

navere
nec

y.aO-'

eOSa'^iiovi pio).,

EpYjvs'Jouo'.

dXX'o'

Pa]?.|ievog,

^apiaaio

O'ptTiois

carmi

dei

nosque
cibus
iocosi

15,25 Sgg.
et profestis luet

sacris

munera

inter

Liberi

hinc ad rina

cum prole matronisque

al-

nostris vite deos prius

laetus

et

181

xal

TERIS TK M EX SIS
ADHIBET DEUM
te

adprecati

ycaiv

progeniem

multa prece,

pr-

nemus

x xal u[ivois

[se-

sequitur mero

v9-pw7t(ov
o|i.vwv,

v<i:7iX-(^-

guono parole fram-

pateris

mentarie].

tuom
uti
et

te

almae
Venerifi ca-

defuso

Laribus

et

numen,

miscet

Oraeeia

Castoris

magni memor Herlongas

culis.

titi-

nam, dux bone, feria


praestes

Hesperiae

dieimus integro

mane

die,

sicoi

dieimus uvi-

di (1), CMwi sol

Oceano

subest

Augusto non
Tou v-oivoxj xwv vS-pwTJWv '(ivo'jc, ma anche lo
in Egitto egli spessissimo identificato, una

L'iscrizione di Alicarnasso saluta in


solo

il

awTYjp

Zshc, 7raxp(T)oc;

volta anche nella formula

del giuramento, vale a dire

un documento ufficiale (2), con lo Zeb? 'EXs'jO-pco?;


chi non riconnetter subito questi conguagliamenti con
le parole di Orazio che esaltano in Augusto non solo im
beniamino di Giove, ma un secondo Giove, minore solo
del dio supremo (I, 12, 49) gentis humanae pater atque custos, orte Saturne, Ubi cura magni Caesaris fatis data, tu

in

secuhdo Caesare

regnes...,

te

minor laetum reget aequos or-

(1) Chi confronta la chiusa dell'ode 15 (stampata a riscontro) s


avvede che queste parole dicono sotto il principato di Augusto ogni

sera essere festa.


(2)

329.

passi sono raccolti da

Il

Blumenthal

si

Blumextual, Arch.f. Papyrusforschung

proposto di dimostrare

peratori non ricevettero in Egitto culto uticiale,

ma

che
i

primi im-

passi raccolti

lui stesso (cfr. per es. p. 328, 3) provano che per Augusto ha torto,
com'egli stesso mezzo e mezzo confessa; Tiberio fu certamente pi

da

schivo.

hem' (1)

l.>-2

L'ode seconda del primo

libro esalta nel vendi-

catore di Cesare, nell' espiator(3 delle colpe dei padri un

Mercurio ncurusiio: sive mutata iuvenem f(jur(i ales in teralmae filius Maiae, patiens vocari Caesaris ultor.

ris imitaris

La

concezione non ignota neppure

dica dell'

dell'

Urbe una deRoma, menziona

all'

era volgare, scoperta a

primo luogo innanzi a Giove e a Giunone Mercuriiia aeMercurio, come osserv colui che primo la
pubblic, lo Hiilsen {liim. Miti. VI, 1891, 129) non pu
esser altri che Augusto stesso; che altrimenti non s'intenderebbe n la precedenza concessa a lui sugli di maggiori n la qualifica di eterno, che per il Mercurio solito
s'intenderebbe da se (2j. Di qui si spiega come ministri
pompeiani di Mercurio e di Maia divengano ben presto
ministri di Augusto, Mercurio e Maia. L'identificazione
stata portata sino in Gallia, dove sono state trovate
monete che portano sul dritto 1' effigie di Augusto, sul rovescio il caduceo (3). Ma essa proviene dall'Oriente, anzi
pi propriamente dall' Egitto solo in Egitto Mercurio o
meglio il dio Thot che i Greci identificarono con il loro
Hermes, fu non solo un dio ma anche un gran re, cio
in

ternus deus

un

, chi

(4), mentre il concetto dell' incarnazione


ben guardi, del tutto estraneo alla religione ro-

(1)

In apparenza assai simile l'epigramma di un ignoto, sco-

dio incarnato

perto in Egitto (978 Kaib.): dedicato Ka'.aapi tiovtojiSovti xa TCstpwv


xpaTovxt, Zavl

z^ sx Zavg

Tiatps 'EXs'jO-pio)

etc,

ma

lo

Zens iiadre

di Zeus Cesare.
(2)

atov^ios p. es. detto

l'iscrizione di Rosetta;
JViss.

344

sg.

cfr.

altri

anche

Tolemeo Epifaue nel prescritto

esemjd in

Syll.

365

Wendland,

del-

Ztschr. f. neutest.

in principio aTO zb lif^cO-tlow-zr;-

dcO-avaaixg, di Caligola.

HiRSCHFELD, Eleie Schriften 131.


Reitzbnstein, Poimandres 175 sg. e ci che sopra abbiamo

(3) Cfr.

(4)

detto di Mercuri facunde.

183

appunto in Egitto, a Derderah, Augusto fu


con un'altra divinit, a dir cos, mercuriale,
con Helmis (2), cos come gi Tolemeo Epifane nell'iscrimana(l).

identificato

zione di Rosetta (v. 19) detto


I riscontri di Orazio

'Ep'jif^;

con quelle

Non

[J-sy^?

y.at

che

sono essere

fortuiti.

menti

siano tutt'e tre posteriori anche al

citati

delle Odi; nessuno


iscrizioni,

docu-

tre

IV

libro

immaginer che Orazio dipenda da


dall'uso- vivo

invece che

in quelle iscrizioni

fa difficolt

(JLva;.

non pos-

iscrizioni

si

della

poich'essa continua

di quelle iscrizioni,

stico dei sovrani (3).

E non

che

liturgia

e la liturgia pi antica

riflette;

il

culto

elleni-

sorprende neppure che qua

e l nella lirica oraziana s'incontrino pensieri ed espressioni che, pure

avendo tutta

l'aria di essere rituali,

tornano nelle iscrizioni in onore

di

non

Augusto. La tradi-

zione epigrafica frammentaria, e quei concetti

si ritro-

vano in documenti anteriori e posteriori, riferiti a Tolemei e perfino a impiegati dei Tolemei, e a imperatori
romani. Un solo esempio baster Orazio supplica (IV,
lucem redde tuae, diix
5, 5) Augusto assente di tornare
:

bone, patriae

(1)

instar veris enim

voltus

tibi

Cicerone, quando scrive della devozione

Pompeo

{de imp.

aliquem non ex

Cn. Pomp. 41) omnes nunc in

liae

tuos adfulsit p-

degli

iis

orientali

loda Pompeium

urbe missum sed de caelo delapsum intneniur

forma anche nelle espressioni

al

modo

si

per
sietit

con-

di pensare di coloro dei quali

parla.
Il

(2)

materiale raccolto da H. Heinkn, Elio

famiglia

di

XI 1911, 1.^0^. Tutto


e i membri della
di un prospetto

Augusto
Augusto contiene, nella modesta forma

l'articolo suo sul culto di Cesare, Antonio,

cronologico, erudizione squisita e osservazioni assennate e perspicaci.


(3)

Del resto, che

l'

iscrizione

av. Cr., perch parafrasa

ad Augusto dal popolo

il

di Alicaruasso sia

posteriore al 2

titolo pa/cr jM/r/fle decretato in quell'anno

o dal senato,

non

certissimo

che quell'at-

tributo fu spesso usato da privati anche prima del conferimento


ciale (v.

MOMMSKN, Monumentitm Anciranum-

l'A).

uffi-

(jratior

ptilo,

it (ies

che

ritrova, per quel

concetto parr

soles meliiis nitent. II

et

un concettino

a noi moderni
si

184

so,

gusto, appare invece (2) in


iscrizione in onore di

Eppure esso, se non


in documenti in onore di Auforma pi smaccata sia in un
(1).

un maj^istrato tolemaico

grafi in lode d'imperatori pi tardi. Callimaco

cittadini di
astijo

Tolemaide

splendido

ceni, per dire

194, 19, del 42

{Or.

(oaTiep

Xa[X7:p(;

che Caligola

a.

appare

ai

quale

C.)

7ra[jL'|v. I

Cizi-

era degnato di investire del

si

potere regio regoli minori,


b vioq "HXto?....

airjp....

sia in epi-

si

esprimono

auvavaXji'jiat tal;

lo'.yj.c,

cos (%//. 305):

OyaTc xal

-.%c.

ciopu-

Acraephiae
iffEU-c^viac.
in Beozia (IG VII 2713, 353) chiamano Nerone vo: "Hto;
raX|X'|ac xolc, "EXXr^aiv. Quale isola non pi del sole ma del
nuovo sole, Nerone, Rodi celebrata da Antifilo di BirjO-Xyjasv

cppouc

if^c,

sanzio

(AP IX

178).

Ancora

'^aoJ^ocj;.

Quei

di

l'editto del prefetto di

Egitto

Tiberio Alessandro [Or. 669, 8) dice di Galba che


Xa|Ji4'v T^;[irv

sul

Eppure,

atoiyjpia

non possono,

Si

alla liturgia,

pu

umano.

queste

tutte

coincidenze

lo ripeto, essere fortuite, io

tenere che Orazio per

mente

del genere

nonostanti

ma

^aatXix

[xXyj

non

non

che

che

esito a ri-

attinse diretta-

segu modelli letterari

infatti dimostrare

kii-

ellenistici.

poeti romani

dell'et

augustea principiarono a esaltare Augusto qual dio molto


prima che a lui si pensasse di tributare un culto ufficiale. L'ecloga prima di Virgilio si ritiene scritta nel 41
:

in essa

Ottaviano salutato dio in espressioni che mo-

(1) I

passi che Kiessling-Ueinze citano a riscontro dalla lettera-

tura greca e dall'ellenistica sono assai dissimili.


(2) Forse si deve anche intendere cos il titolo ufficiale del sovrano di Egitto, figlio del sole; le iscrizioni in onore di Caligola e
Nerone citate nel testo sembrano porger sostegno a qnest' interpre-

tazione.


strano chiaramente

i^5

come questa

una devozione

sia

sonale del personaggio che rappresenta


cio del

natnque

poeta stesso
erit ille

deus

nobis

mihi semper deus

lutee

poeta,

il

otia

fecit.

per-

Titiro,

Segue

queste parole sarebbero

peggio che vane, se Ottaviano fosse ormai riconosciuto


quale incarnazione di una divinit non solo da Titiro o
Virgiho,

ma

una

notizia

(civ.

da

un

tutti o dai pi.

po'

vaga

di

infatti, se si

Appiano, secondo

132, 546) le citt lol? acps-pct;

viano ventottenne

(1)

eccettua
la

quale

auv'opuov Otta-

d-Eoq

gi dopo la vittoria su Sesto

Pom-

peo nel 36 a. C, a ogni modo dunque cinque anni dopo


queir ecloga, Augusto non fu venerato qual dio se non

dopo

la

conquista di Egitto, quando

il

tempio, che Cleo-

patra aveva destinato ad Antonio, seguit a esser fabbricato,


Virgilio,

ma

in

onore del vincitore (Suid.

dunque, non segue qui

intende, forse,

spianargli

la

chiama pochi

versi

nem, quotannis

bis senos cui

ma

via.

oltre (v. 42)

s.

v.

f.jjii'epY^v) (2).

precede

Di pi

Augusto

il

culto,

ma

Titiro stesso
illuni..,,

iuve-

nostra dies (diaria fiimant.

celebrazione mensile del natalizio e del dies imperii

La
del

sovrano devozione assai consueta nei regni ellenistici (3),


ma non mai, per quanto sappiamo, passata nel culto

romano. Questo particolare prova, come ha ben veduto


il Wissowa (4), che Virgilio non pu dipendere da liturgia contemporanea, e mostra a un tempo che egli attinge
qui a opere letterarie, possiam pur dire a carmi elleni-

(1)

Diche

citt

si

p.nrhi^ Si

\t\\

forse peusaie che ad

Angusto

l'os-

sero allora solo erette statue onorarie in recinti sacri.


(2)

in cui

Che secondo pettegolezzi ancor prima Augusto in una cena


convitati erano vestiti da di consenti, avesse sostenuto la

parto di Apollo (Sueton. Aug. 70), non prova, vero o no, nulla quanto
al

culto.
(3)

(4)

SchUhek, Ztschr. f. iieudsl. Vsh


Henn. XXXVIl 1902, 157 sgg.

II

18

sfrfj.

186

che descrivevano il culto del sovrano, clie, possiamo


ormai congetturare, celebravano il sovrano, il Tolemeo

stici,

dio. Si potrebbe pensare, vero (il Wissowa non


ha pensato), che Virgilio sappia di feste mensili dal
Tol(Mneo di Teocrito, l dove del Filadelfo questi dice che
(|uul

vi

in

onore dei genitori

\ir^o'.y.

xa:'.

[irpl

(v. 127)

TrepLTzXojilvotatv

uo

-tavSivta jiowv l

IpsuvJ-ojjivwv

ma

^wjjiGjv.

tzI

-(z

anche lasciando stare che quei versi attestano il culto


mensile di un morto, non quello di un vivo, che pure
nei regni ellenistici fu comune, resterebbe pur sempre
vero che Virgilio qui non attinse al culto, ma lo precedette. Quel eh' vero per Virgilio, si applicher anche
senz'altro a Orazio. Ch'egli dipenda da liturgia ellenistica, inverosimile, anche perch il culto ellenistico del
sovrano, a differenza di molti altri culti greci, n sotto
Augusto n sotto i suoi predecessori immediati penetr in

Roma;

Italia e in

tata pi sopra,

come

il

dediche come quella a Mercurio,

devono essere giudicate

ci-

alla stessa stregua

passo di Virgilio, quali espressioni di devozione

personale. Ora

non parr pi fortuito ne si potr pi


come sinora ne avevamo il diritto e il
iscrizioni di Asia in onore di Augusto sono

spiegare altrimenti,

dovere, che
posteriori

le

tutti

^aai^r/

[i.ilr^

oraziani.

s'

assumano

anche come questi divengano pi frequenti


pi l'aspetto di celebrazione ufficiale nel

mano Augusto
vrano,

IV

intende

libro;

man

mostra meno restio a un culto del sopoeti romani si sentono in dovere di spianare la
si

nuova anche qui essi precedono, non


seguono il culto. Cos Orazio chiama gi pater Augusto
in un'ode del III libro (24, 27), mentre il titolo gli fu
via alla religione

decretato ufficialmente solo nel 2

(1)

(p.

Poni tuttavia mente

183, n. 3).

alle riserve

C.

(1).

esposte

da

a.

noi

pi sopra


Noi siamo cosi
nimenti letterari

187

ridotti

ad andare in cerca

ellenistici, dai quali

di

compo-

Orazio possa avere

attinto e che d'altra parte abbiano avuto relazioni cosi

con la liturgia contemporanea che spieghino facilmente le somiglianze con quella. Chi rifletta che le formule specie sacrali delle iscrizioni in onore dei Tolemei
e di magistrati tolemaici derivano alla fin fine da concezioni religiose egizie, chi ripensi che l'iscrizione di Rostrette

setta trilingue e che le disposizioni contenute in essa


si

riferiscono a

impossibile che

un culto

egizio,

si

avvede subito esser


componimenti el-

la liturgia copii questi

qualunque essi siano al contrario tanto i dequanto queste opere letterarie riproducono non solo
concetti, ma talora anche espressioni, anche formule fisse
lenistici,

creti

del culto egizio.

culto la fonte prima, per la poesia

Il

romana non attinge direttamente ad


nimenti

letterari,

sentito l'influsso.

esso,

ma

compo-

a poesie ellenistiche, che del culto hanno

Encomi

prosastici, specie

carmi

di

in

prosa in onore del sovrano, non mancarono certo nei regni ellenistici, ed verisimile che questi

per adoprar

1'

espressione dei trattatisti

l'et imperiale, esaltassero


dissimili

da quelle

adoprando

le epigrafi.

retorica del-

di

re qual dio in

dei jSaacXcx

gli stessi concetti,

Orazio e

il

\ii\ri

le

Xyo:,

,3aa'.X'.7.o:

forme

non

oraziani, svolgendo

stesse

espressioni

che

Orazio stesso celia su di un processo

discusso a Clazoraene dinanzi al pretore Bruto, dove l'una


delle

Persio,

parti,

nutrito

evidentemente

di

retorica

romano quello stesso console e con gli astri che abbiamo trovato in
in onore di un alto impiegato tolemaico e

asiana, applica al magistrato

fronto con

il

un' iscrizione

ritrovato in epigrafi

in

lode d'imperatori

cui Orazio stesso fa in qualche

modo

romani, e

perandolo con assai dignit e molto buon gusto


oraziano

si

di

uso, se pure tem:

il

Persio

compiace, invece, tanto del paragone barocco


che estende
[serm.

7,

I,

23)

excepto Rege,

ai cittadini

consUium del pretore, e

nel

Bnitum

Asiae

Non

metafora astrale anche

la

che siedono

188

laudat

appellai

Canem

Brutum laudatque
stellasque

illnm

invisiim

cotortem, solem

appellai

mliihris

romani,

avversario

all'

of/ricolis

siclus,

cotnites,

venisse.

anche questo ini esempio di un ,3ao'./.'y.: Xyo:


volgare ? Pure per molte ragioni non verisimile che
Orazio abbia attinto ad eloquenza ellenistica
mentre
Cicerone cita ancora nei suoi scritti retorici, spesso con
lode, sempre con interesse, gli oratori specie degli ultimi tempi dell' ellenismo, particolarmente quelli che
furono suoi maestri, questa letteratura scompare di un
tratto al principio dell'et augustea. Gi Cicerone stesso

negli ultimi anni di vita costretto a difendersi contro gli


assalti degli Atticisti,

che considerano

suo amore per l'eloquenza

p. e. dei

lui

superato e

Sotto Augusto r atticismo, che non riconosce


delli

non

se

classici,

maggior parte
stica

dei pochi

che ancora possediamo,

perch

al retore

romano

ci

Rutilio

la singolare idea di ridurre a

libro passato

Si

ormai

di

mo-

moda

La

eloquenza ellenigiunta per puro caso,


di

Lupo venne un giorno

uso della scuola latina

il

del retore ellenistico Gorgia.

aggiunga che, anche a voler prescindere dal mutare

degli indirizzi, ogni

nuova generazione

di oratori e decla-

matori rigetta nell'ombra la precedente:

che

Seneca padre ha

dello ai suoi
se

altri

gi sulla via della vittoria.

frammenti

il

Rodii un' anticaglia.

il

suo

persone;

figli,

libro
i

uditi,

Quintiliano

di cui Pilostrato

stene in poi cosa efiraera,

cita

scrive

L'eloquenza
che ha voga e vita

quelli dell'ultima generazione.

Non

declamatori

proposti

mo-

sarebbero a noi perfettamente ignoti,

fosse perito:

sofisti,

ammirati,

verosimile che Orazio, oltre

diato a scuola e letto pi

tardi

altri

tutt' altre

sono
da Demo-

le vite,

di

classici,

un giorno.
avesse stu-

oratori che quelli


dell'ultima generazione.

189

si

consideri ancora

che egli

non
mostra nelle odi quasi libero da
nei carmi per tempo primissimi (1).
pi probabile supporre che Orazio abbia piuttosto
conosciuto e studiato carrai ellenistici in onore dei sovrani, che fossero poesia anche nella forma ritmica.
Per le stesse ragioni per le quali i poeti ellenistici non
influssi retorici se

si

composero
celebrare

il

carrai civili,

sovrano.

sono conservati

l'

essi intesero

Due encomi

uno,

svolge

Hieron,

lo

sister tutto nel contrasto tra

tra.

il

esaraetri

non senza
L'effetto doveva con-

pensiero e la lingua, voluta-

antichi dall'una parte e

Ma

il

verso moderno dall'al-

r esser salutato dio non sarebbe convenuto alla

posizione e alla politica di Jerone,

ghese

in

agli antichi melici cosi certo ai rapsodi,

forse qualche novit nei particolari.

mente

luoghi corauni cari

della pi perfetta arte alessandrina

come

propria

l'opera

esametrici di Teocrito

e,

Tolemeo

di

uomo

nome almeno, magistrato

assai pi

moderno

esalta quali vere divinit se

ma anche
non

di origine bor-

repubblicano.

Il

qui Teocrito non

genitori e gli ante-

nati del re presente, del Filadelfo. Questi

il

primo de-

uomini e nulla di pi non con gli di egli compama con gli eroi discendenti dagli di (v. 5). Il poeta
vuole inneggiare al re, perch gli inni convengono persino agli di, segno evidente ch'egli non lo considera
qual dio. Non il Filadelfo e Arsinoe sono confrontati,
verso la fine del carme, con Zeus e Hera, ma il loro
matriraonio con lo csp; yt.\ioc, del fratello e della sorella
divini. Solo qui dove occorreva velare una bruttura che
doveva assai disgustare sudditi greci, il poeta nel comparare trascende la sfera dell'umano, se pure dell'umano
eroico, esprimendosi del resto anche qui cautamente. E

gli

rato,

{1} V. l'ultimo c;i[)itolo .suUd MvnlgiiniMito dell arie

luna

ili

ra/.io.


mondo umano

nel

tali.

ridiscende la chiusa:

X|xa, a{)'v l'i'f^) Jaa

alle cui schiere

IIX)

-/.al

y.alps

va^

icXXoiv ixvxaoiia'. -/([nfliov. I

Tolemeo vien qui

IIio-

semidei,

erano mor-

ascritto,

Contatti tra Teocrito e la liturgia, dunque, non esi-

stono; con che

non

si

di poeti altrettanto o

nega che

men

carmi
sovrano

vi potessero essere

quali

celebri, nei

il

vivente fosse cantato dio secondo la concezione egizia.

Ma

parr, naturalmente, anche pi verisimile che Orazio

continui qui non poesia esametrica


altre parole

che

ma

la lirica ellenistica

si

poesia melica, in

sia gi ispirata

generalmente orientale. Noi possein onore di un


re nei primi decenni dell' ellenismo (1). Quando nel 290
291 (2) Demetrio Poliorcete di ritorno da Leucade e Cor-

liturgia egizia o pi

diamo ancora un carme melico composto

eira fece

il

Eleusinie,

suo ingresso solenne in Atene

al

tempo

delle

cittadini, come narra Demochare (Athen. VI,

con grande solennit; egli fu conla dea da cui aveva il nome e che
contemporaneamente con lui giungeva in. Atene a celebrare i misteri. In suo onore furono cantati e danzati
prosodii e cori e itifalli. Duride (Athen. VI, 253 d) ci ha
252

f)

lo ricevettero

giunto nel culto con

conservato per lo

meno uno

divinit appaiono insieme

(1)

dei carmi itifallici

(3).

Due

Atene, Demetra e Deme-

in

Del resto gi assai tempo prima nn grande capitano, LisanDuride (presso


nella forma del peana

dro, fu celebrato qual dio

una

Plut. Lys. 18) riporta

strofa xv 'EXXioc, -faS-xe a-cpaxxYv Alt

epuy^pou STidcpxas 6[ivy,ao[isv,

Co

Iv)

Tratolv.

Che non nel 302, ma solo in quegli anni (Wilamowitz, Autigonos 2J:2
Beloch, gr. Gesch., Ili 2, 200) si poteva parlare degli
Etoli come se ne parla in questo carme. Chkist-Schmid, II 1, 113
lo ascrivono al 302 in una pagina nella quale questo non l'errore
(2)

n unico n maggiore.
(3)

Il

frammento

neo XI, 497


(bv

di

e 'Ed'Joajjtsv

Theocle sv
yp

'IS-ocpdXXoig

OT^iispov stoxT^pia

mcbv T Sixspa^ wg tv cptXxaTov paaiXa

conservato da Ate-

TOvieg

Ticipsijit

ol xexv-ai, {isS-'
si

riferisce forse


trio

ma

viene a compiere

l'iina

lyi

gravi misteri di Persefone,

altro ilare e bello e ridente

K6p'/]c [Auaxy'ipcK sf/.^^'

'^"^'''^

^o'i^(<^'(l

xal xaX? xal ^{zkw)

Ticpsaxt,

contrastano con la

aeixvxr]!;

seguita

ed

egli

in

mezzo,

o(j,oig;

'^

x a[xv

xf^?

waTisp xcv 9-ev

osT,

yt^ [lv

5"'iapi;,

Demetrio
dei misteri della dea. Il carme

dove

dovunque appare,

"

gli

waTxsp

tre epiteti di

stanno intorno
oc

cpt'Xo'.

gli amici,

axpsc,

[xv

-/^to?

'Ixstvog . Qui torna ancora una volta nella forma pi genuina quell'immagine che, temperata, anche Orazio ap-

plica ad Augusto. E incerto se in essa s' incontrino poesia


greca e liturgia egizia o se gi verso il 290 l' ignoto poeta
ateniese faccia tributo al nemico dei Tolomei di un' im-

magine che era


tichi re egizi.

coniata dalla liturgia per

stata

A me

la

ecpsYYrjS aXva,

se

aveva cantato

vTipsTTcV

; axptov

di

un

5ia7.p''vi cfr/]....

paragone tra lume di luna


una poesia celebre di Saffo

e luce

il

di stelle era gi in

non

y^p

7rvxai)-Xo'.a'.v

an-

seconda ipotesi par pi verisimile:

che, se gi Bacchilide (VITI, 27)


vincitore^

gli

(fr.

3),

punto naturale mettere insieme brillar di stelle e


fulger di sole, che il sole non si vede mai circondato di
stelle, come il re di cortigiani. Invece il re egizio fin
da tempi antichi era detto figlio del sole, e pochi anni

prima nel 295 (1) il Soter era stato alleato di Atene


(Plut. Dem. 33). Se gi a quel tempo esistessero ^aa:X:x
[j-Xy) alessandrini, che potessero essere noti fino in Atene,
se l'ignoto poeta attico avesse conoscenza diretta del
culto egizio del sovrano, impossibile dire.

carme continua

Il

dite

gli altri di o

Salve, figlio di

Posidone e Afro-

sono lontani o non hanno orecchi o

non esistono o non pongono punto mente a noi

alla l'osta di

ladelfo
(1)

un

v.oivv

staxi^pia

Per

-cciv

te noi

nepl xcv Atvjoov xx.vix)v in onoro del Fi-

fanno pensare

la cronologia cfr.

al

regno tolemaico.

Bei.ocii,

</).

(leseli.,

Ili

1,

223.

vediamo presente, non di legno n di marmo ma vero ".


Segue la preghiera. Le forme di adorazione dei democratici ateniesi esprimevano certo sinceramente la loro graverso

titudine

perfettamente sinceri

Poliorceta;

il

erano nel preferire

di rivolgere le

loro

preghiere

dio visibile piuttosto che ai lontani Olimpii; questa

essi

un
non

solo l'et degli di di Epicuro ritratti negli intermundi,

ma

anche quella

comincia la devozione dei i^sol


che portano nel nome l'esaudimento
rapido, come Sant' Bspedito (1). Ateneo ha dunque torto
^y^xcc/i,

di

in cui

delle divinit

scandalizzarsi

devozione per
nelle grandi

gli

ma

un culto del re, che negasse la


non sarebbe pi stato lecito

altri dei,

monarchie degli

altri

Epigoni, nella seleuci-

dica, nell'attalica e pi particolarmente nella tolemaica,

che ben pi saldamente degli Antgonidi aveva saputo


organizzare una chiesa, che, valido sostegno dello stato,
soddisfacesse

bisogni spirituali di tutti

sudditi.

certamente rimasto oscuro (2),


carme com' tutt' altro che pregevole. Al nostro assunto
L'itifallo ateniese sar

importa stabilire che esso il primo esempio di un genere che alla corte dei monarchi ellenistici dovette avere

grande voga. Quale altro era il dovere civico e l'ufficio


rimunerato dei poeti ellenistici se non di celebrare il sovrano?

Si

epidittica

aggiunga che da Gorgia,


suole

riflettere

la

poesia,

in

onde noi

stenza di Xyoi paacXtxoi ellenistici abbiamo

che
porta anche

indurre

ci

furono anche

riflettere

l'eloquenza

poi

PaatXix

il

[xXr^.

dall'esidiritto

di

qui ira-

che Orazio attinger pi proba-

bilmente a poesia che non a prosa, e considerare che


(1)
(2)

zio nel

Weinreich, Athen. Miti., XXX VII, 1912, 1 gg.


Christ-Schmid (1. e), hanno certo torto di supporre che Oraluogo delle Satire citato sopra imiti proprio questo canto:

non avrebbero senso, se non fosse


asiani abusavano davvero di queste immagini.
suoi scherzi

stato vero che oratori

la lirica pi

atta

193

ogni

di

genere letterario a
non crede

altro

rispecchiare immediatamente la liturgia. Chi

che queste prove possano bastare a colmare la lacuna


cronologica tra un oscuro carme del primo ellenismo e
la lirica

augustea,

come Callimaco,

rifletta

frammento

nel

recentemente scoperto dell'Arsinoe, subito dopo la morte


della sorella e moglie del Piladelfo canti epicamente s,
ma in versi lirici com' essa sia stata assunta in cielo,
{Berliner Sitzungsherkhte
axspcav uTr'jjtaEav

if/t]....

1912,

528, v. 5):

[xXsTitojxvja uap^sc

v[j,'fa

asXva

(1).

limaco, sia pure in tono non di fredda devozione


affezione cordiale,
OcXosXcpoc,

che

si

araldo

fa

dell'apoteosi

ab

[xv

Cal-

ma

di

dea

della

consorte superstite o aveva ordinato o

il

stava appunto allora per ordinare.

Il

carme, eh' mutilo,

sar finito certamente nell' apoteosi, perch

l'

apoteosi

gi implicita nelle parole che abbiamo pur ora trascritte.


In quello

tempo

anzi

carme

stesso

si

narra

come

del re Piladelfo, Philotera

(2),

la sorella perita

che dopo morta

era stata ricevuta nel corteggio di Demetra, accortasi del

fumo che sale dai fuochi di lutto accesi per tutto l'Egitto,
compiuto in un batter d'occhio il viaggio da Enna a
Lemno, faccia col visita alla moglie di Efesto, Charis,
e la preghi di salir sull'Athos per scrutare di l quel eh'

successo in Egitto. Philotera tratta Charis sul piede di


perfetta parit. Arsinoe, la regina potente, la cui morte

pianta in questa poesia, non poteva esser da


sorella, che,

(1) 11

quale

supplemento

lemma

(2)

meno

della

almeno a quanto sappiamo, non ha mai avuto


xSTiioiivoc corto,

perch la parola

.si

ritrova

nello scolio.

Che FiladcU'o

aTeocrito XVII 121


solo ai genitori

le

aveva reso

secondo

ma anche

culto, si

manoscritti

xaXq,

il

sapeva gi dallo scolio

Filadolfo eresse tcmi)li non

SsXcpaig 'Apotvig xal

cpwxfjpa.

Il

TUONNK ha visto che cfcoTVjpa corruttela di 4>iX[oT]px, ch'era


noto qual nome di una sorella del FiladeU'o da Stral)onc.
l.S

Lkgiii

194

party nella politica. x\nche (jnesta considerazione mostra

che nel seguito della poesia c'era l'apoteosi. Callimaco


anche nel cantar questa si sar saputo tener lontano
dall'adulazione, abile coni' era nel parlare dei suoi sovrani
in tono confidenziale

fettuoso

(1).

Chi

ma non

irriverente, e soprattutto af-

nuovo

fa cos banditore del culto

si

di

che morendo diviene dea, non pu essersi lasciata


sfuggir l'occasione di celebrare, con pi o meno fede
ma certo senza mancar di riguardo alla dignit propria,
colei

il

auvvaog della dea,

marito superstite. Orazio adopra

il

anche qui forme non soltanto ellenistiche

ma

proprio ales-

sandrine.

Non

si

deve dubitare

che

abbia adoprate

le

con

libert di cittadino e di artista. Nell'antica liturgia egi-

zia

doveva essere lode

assai

comune

grazie alle sue eminenti virt

Nilo durante
sueto

l'

inondazione

e questo x-oc,

il

per

livello

sovrano che

il

acque del

delle

sia stato pi alto

del

con-

che sembrerebbe dovere essere

ri-

serbato al signore legittimo e consacrato, al sovrano di

anche usato in onore del prefetto di


Egitto Balbillo (verso il 55 d. C): Or. 666 5i x; toutod
diritto divino, stato

)(p:xac;

-/.al

cf/Yca''ac

7tX-/;{X'jpo"jaa

-aiv Y^O-or?

^^

Aly^^'^S,

xc xoO NeiXou owps? 7Z7:Sio\xbnc, xax'exo; ^stopoOaa, vOv jxX-

Xov TiXa'jc

xy^c,

S'wXaiac

a credere che, se

non esito
Callimaco, che hanno

va^xacws xoO ^oO.

non Teocrito

mostrato sempre molto ritegno, poeti

non

parla

una volta

del rifiorire

ellenistici

pi tardi

Anche Orazio
dell' agricoltura sotto Augu-

siano lasciati sfuggire questo

si

lo

-zizoc,.

sto (IV, 5, 17): tutus bos etenim rura peramhulat, nutrit rura

mare

Ceres almaqiie Faustitas, pacatum volitant per

Anche

campi rendon

di pi sotto di lui

navitae.

Cerere e la

(1) Fin qui ha ragione il Wilamowitz, Sitzungsherichie 532, che


ha torto per di dubitare se la poesia fluisse con la consacrazione.


nuova

Faustitas (la parola


E'j-r;p:'a)

195

concedono ad

essi rigoglio.

miracolo, qui descritto

traduzione di

sar, penserei,

un

fatto

Ma

umano

piuttosto che

un

favore degli

il

conseguenza della sicurezza pubblica ristabilita.


Pi sopra abbiamo mostrato come anche Orazio celebri la luce di cui rifulge al popolo il volto del prindi

Anche questo

cipe.

un vecchio

osservi con quanta finezza

direttamente

il

il

soles meliiis nitent (IV,


;

ma

5,

instar

it

dies et

il

nuovo

sole brilla pi lucido, la luce del giorno pi

il

cara agli uomini, quando Augusto presente.


il

sole

Non Augusto

6) (1).

si

comparare

di

viso dell'amato sovrano con

enim voltus ubi tuos adfulsit populo, gratior

veris

sole

poeta evita

il

ma

t-o; orientale,

poeta ha

il

buon gusto

di

Anche

non avventurarsi nella

qui

sfera

pericolosa del soprannaturale.

*
* *

Abbiamo sinora messo come in disparte IH, 14 HerAnche questo carme, ancorch finisca nei pre-

culis ritu.

parativi del convito, deve annoverarsi tra

Esso

^ocactx [isAr].

la descrizione progressiva della festa

che

in

un

primavera del 24 fu celebrata a Roma per il


ritorno del principe assente gi da tre anni. E particolare di quest' ode, come anche di I, 27, natis in usum lac-

giorno

di

titiae scyphis,

che l'azione

si

svolge mentre

il

poeta parla

o finge di parlare (che questa certo poesia destinata alla

poeta

lettura).

11

veda

corteo

il

comporta quale uno

si

svolgerglisi

dinanzi

che
occhi. Poich

del popolo,

agli

quello per lui giorno di gran festa, Orazio ordina allo

(1)

Anche

sol pulcer, o

pii

moilerataraeute

laiidande

canam

si

esprimo

recepii)

il

poeta IV

diesare feii.

2.

16:

<>


schiavo

di

preparare

il

1(^<)

convito e d'invitare

1'

amata

della

Se rifiuter, meglio non insistere: gli ardori dell'et prima sono passati.
Anche quest'ode continua forme ellenistiche. Callimaco nella Pannychis, scoperta test assai mutila nello
stesso papiro di Berlino che ci ha reso l' Arsinoe, negli inni

sua giovinezza, Neera.

V e VI e con

arte pi raffinata nell'inno II

(l),

ha cantato

una festa. L' inno II e la


Pannychis hanno comune con Orazio anche il modo, in cui
poeta spettatore assume a volte il tono di un araldo, di
il
un xf^p'4 volontario della festa. La Pannychis cominciava
cos, quasi in veste di spettatore,

probabilmente

(2): eveax' 'AtoXXcov Xfo )^opo)

xa; xjv 'Epwxo)v

lixi xA'^pooixrj

-((aO-ixr/r

xow.

xf^; X'jpyj;

dopo

e seguitava

pochi versi con la promessa, a chi rimanesse sveglio tutta


la notte, di focaccie e di ricompense,

come

del permesso di baciare fanciulle o, chi

li

nel cottabo, e
preferisse, fan-

ciulli: 6 5' Ypo7rvy,aac;.... xv 7T;upa[iO'JVxa Xr^'ht-ai xal xi xoxx-

Tiapouawv

r^v d-iXei

pta.

7.7,1

xtv

solo

un

araldo. Gli inni li e

in esametri,
in

il

cosiddetti

in distici

Epiroosia

xov

VI
la

O-Xct '^^Ckipt:.

di

Cos parla

Callimaco sono

Pannychis

auvpxr^xa.

scritti

in versi

composti

di

lirici,

un

di-

metro giambico e di un itifallico. Non sar fortuito che


in un metro non dissimile, trimetro giambico H- itifallico,
siano verseggiati componimenti destinati non alla lettura

ma

a essere davvero recitati e cantati in una festa,


onore del Poliorcete e quello di Theocle.

l'

iti-

fallo in

L'arte della descrizione progressiva non era dunque ignota, nonch alla poesia esaraetrica, neppure alla

(1)

Di quest'arte

lio

trattato pi particolareggiatamente nelle mie

Quaesiioms Callimacheae p. 148 sgg. Chi ha detto che io ridncevo


cos gli inni callimachei a mimi, non ha riflettuto che io avero asserito

chiaramente di credere

gli inni poesia

(2) Berline)- Sitzuugsber.

1912, 538 sgg.

per lettura.

alessandrina

lirica

(1).

197

sar puro caso che a noi non

come

siano conservati carmi che, proprio

bravano

la festa del ritorno di

Orazio, cele-

un sovrano assente. Questa

dell'andare incontro al monarca, quand'egli


alla citt,

dei regni dell' est,

storici e

si

avvicina

consuetudine costante della Grecia ellenistica


costante che

cos

racconti degli

decreti delle citt libere ci mostrano che

era formata per queste cerimonie

una terminologia

si

fssa.

L'andare incontro si chiama Tiavxv o Travxv o TivTr^atc


si menziona che i sacerdoti e le sacerdotesse
avevano aperto o dovevano aprire i templi e pregare per il
sovrano, che al corteo, oltre essi sacerdoti che non mancano
mai, dovevano prender parte i ragazzi delle scuole, e cosi
ogni volta

Quando Demetrio torn

di Corcira o Leucade ,
Demochare, descrivendo la festa durante la quale
fu cantato l' itifallo da noi menzionato cos spesso, Tipoa-

via.

scrive

cia xal tO-'jcpaXXot [ix' p-zr^asto; xal

tempo, nel 291,

Demochare ha

le

formule non

Tcr^vxtov aCixo)

'\Of^c.

si

in

erano ancora fissate

quel
;

d'altra parte interesse a raccontare per

ma

e per segno la cerimonia,

bassezza di ossequio

filo

soltanto a mostrare a che

fosse ridotto

si

Ben pi circostanziatamente

ne

il

popolo ateniese.

(XVI

Polibio

25) narra quali

accoglienze festose gli Ateniesi stessi facessero ad AtI nel 199 a. C.


avrebbe degnato la

talo

creto intorno
XoTipETiox;

all'

i'\)rf~f>i'jy.xo

gi fissa e

pi tardi.

Non

Un

Tiepl
i

ma

una

yvo'jc,

visita,

il

re

promulg un de-

uapouaiav axoQ jxsya-

xyjv

Qui la terminologia
medesimi che incontreremo anche
i

tutti

ultimo rillesso

-avxY^aeto:.

xf^c

soltanto

darono incontro,

(1)

incontro

riti

popolo, appena seppe che

Il

citt di

ili

magistrati e la cavalleria
i

cittadini

cu

(jivov oi

gli

an-

xc pyjtc

tale lirica jjiiizza forse ancora nella bolsa

prosa poetica dell'esortazione a festeggiare

il

nuovo imperatore Traiano

ritrovata in un papiro di Giesson (3 K)rn.).

l'JN

s/ovis;

|JiT

tTiTzwv,

T(T)v

TxvtSi;

y.al

le

sacerdotesse e

(p^av

sacerdoti

T^oXtia: ixex xjv


si

presentano

[isx Zz -aOia xo; vao-j; vi-

non manca mai

l'apertura dei tempii

oc

Al Dipilo

Ty.vo)v y.al YiJvaf/.jv -y;/ioiv aTolc;.

in

queste ce-

rimonie.

Un settant' anni pi tardi una citt del regno pergamene, forse Elea, dispone che qualora il re Attalo Filosacerdoti
matore (138-113) la degni di una visita, tutti
aprano i tempii e sacrifichino e preghino per la salute
i

del sovrano [Or. 382, 27 sgg.)


TiXiv

y^jxJv, ....

vxcrjg

xwv

re.

xal

O-ejv

pyoyxy.c, xal xox; Espovc'xai;.... xal

xy;/

xobz.

xv

xou? xs TipoYS-

axpaxyjYO'J?

xo'j;

il

Y^IJ-v^ca-'ap/^ov

^-2''-

[isx

"^'j?

xjv

xal xwv v[wv xal x|v -a'.ooviJiov [xx xw[x r.T.Zor/ xal

'^rjljojv

xo'j;

voi^avxa;

Tiavxf^aai oh aOxo)

xal x; tpefa; xal

tepsT;

7rapaY''vr;-a'. ci;

Ispea?

xc;

xv Xi|java)xv eu/caO-a: per

xal STitO-jovxa;

L' iscrizione continua

Ypajji{XVOu;

oxav....

zal

tcpel;

xo'j;

xal x; [Yuvalxac; xal T^apO-vo'j; 7:v]xa; xal xobz

7i;oXc'xa;

voixoDvxa; v aS-f^at

Le

ax^av(0|ivou;].

l[cc\inp'xXq

forme, almeno in Oriente, erano rimaste le stesse

tempo di Caligola, quando il popolo di Cizico


udendo prossima la visita dei regoli bosporani
Rhoemetalce e Polemone impose ai magistrati di presentargli un decreto di incontro, 'j)r,cp:a[j,a 6-avxr,c703; z'.'jrf/i^aaaO-a: aOxoT;
un termine fisso per decreti
l' esistenza di
ancora

al

365),

{Sijll.

genere mostra quanto frequenti dovessero essere

di tal
tali

occasioni.

porre

uTi

xyjv

vo-'^avxa; x

atwvcou

magistrati

x|ji,vt] ....

otajiovf^?;

xal

si

a-MV

dooo'j

'>/aO'a:

xf^c,

affrettarono infatti a pro|XV

zcr:c,

[xv

xouxou awxTjp'a;.

qui le stesse, spesso letteralmente

grafe tanto pi antica di Elea,

per la salute dei regoli,


del

mondo, da

pianeti

si

xal x;

zffi Faio-J

la

o Travia;....

luce

ip:'a;

Kat^apo:

Le formule sono

le stesse

che nell'epi-

tranne che, invece che

prega per quella del signore

cui essi derivano la loro autorit

riflettono

K'jZ'.xr^vo'j;

cpT;

-sp

del

sole.

UTiavxr^aavxa;

Il

\izxx

decreto

come

seguita

xwv pyvxwv xa-

199

Tjv axscpavYjcppwv aTiaaaOa'' zt


I

ragazzi delle scuole non

anche qui

ii>

scpr^Sou;

xo-j;

l'^r^ljapyov

pi splendidi, quelli

cortei

di descrivere feste,

tro agli di visibili, ai sovrani ? Si

quando Orazio canta


s

ma

modo

al

di origine ellenistica,

quanto

drini (1). Che, per

ha
si

-r^v

iiz:

compiaceva,

si

lasciasse sfug-

si

che andavano incondovr concludere che

ellenistico
1'

Zi

via.

divisi

xal xv 7:a:5ov|XGV

possibile che la lirica ellenistica, che

abbiamo veduto,

gire

qui,

due gradi secondo l'et: ya^slv

b-Av-rp'.v xal tv

lo

e cos

auvr^aO-f/^ai

xjcl

mancano neppur

una

festa,

romana

occhio a modelli alessan-

sia inteso

carme diversa-

il

mente, egli canta un corteo che all'uso greco va incon-

composto

tro al sovrano,

forse, vero,

solo di

matrone

o di matrone e vergini con la moglie e la sorella del


principe a capo. Kiessling-Heinze intendono che matrone

vadano

e vergini

vero che

in processione a porgere agli di

ma

grazia,

di

crifizio

questa spiegazione

in iiistis operata divis

sariamente senso

il

sa-

erronea.

V operata non ha neces-

perfettivo; bastano gli

esempi raccolti nel Porcellini a provare che anche in latino questo


participio, come spesso altri di deponenti, pu avere senso
di presente, e

caico

si

sia

s'

intende facilmente come quest' uso ar-

mantenuto a lungo appunto

significazione sacrale.

che operata

divis

Ma

qui

in

un verbo

non potrebbe mai voler

come

dire,

tendono e traducono scialbamente Kiessling-Heinze:


Dienst der Gotter

>>,

in servigio

degli di,

crificando agli di. Perch venisse

commentatori

(1)

11

aver

Thcoa,

il

solo

ini
:

sa-

senso che

in

uso in

Imon naso,
supponeva che Orazio ado-

152, ha avuto clniKuio

proseliti le iscrizioni,

due xnot ^i

torno del monarca.

fuori

ma

in-

ostinano a volervi trovare, occorrerebbe

NouDKX, AguoslOH

i[uriudo, senz'
prasst qui

si

di

presente non d senso

il

eti\

dlonistiia per

la

tosta dol

ri-


che operata avesse senso

-UH)

di futuro

per sacrificare ,

il

che impossibile. No, Livia ha sacrificato agli di, e ora


insieme con Ottavia, alla testa di una processione di matrone e di vergini, va incontro

ha qui

rata

il

senso

pii

al

consueto

principe reduce

e ope-

di participio perfetto (1).

abbiamo detto, rito ellenistico. Non importa


ma ha tuttavia qualche interesse i)er la storia della cultura, sapere se cerimonie simili non vi fossero anche
nel rituale romano. Certamente vi erano, ma risalivano, credo, a origine greca. Qui V Ouvcyjotg non congiunta con il trionfo, che Angnsto aveva, com' noto (Dio LUI, 26), rifiutato quest'onore decretatogli dal senato. Ma nel trionfo, se non 1' uTidvxyjoig propriamente
detta
che il corteo non andana incontro aW imieralor, ma si formava
fuori della porta trionfale per accompagnare V imperator in citt
(Marquardt, rm. Staaisvertvaltung II, 182 sgg.),
avevano luogo molti
di quei riti che, come abbiamo veduto, erano congiunti con l' Trxvr/;^'.?
nelle monarchie ellenistiche. I templi rimanevano aperti tutto il giorno
(Plut. Aem. Paul. 32); ognuno bruciava incenso in onore degli di (Orazio e. IV 2, 51 dabimusque divis tura lenignis,, Ovid. trist. IV 2, 4).
(1)

L' 7idvf/)aig

nulla al nostro assunto,

Questi stessi

riti si

dei templi p.

e.

ritrovano

tali e

secondo Livio

quali nelle supplicazioni

(XXX

1'
;

apertura

17, 6) nella supplicatio decretata, al

giunger della notizia della vittoria definitiva sui Cartaginesi nel 203
(cfr. anche Liv. XXX 40, 4
XL 53, 6) la libagione d'incenso pure se;

condo Livio (X 23, 1) gi nella supplicazione del 296. Anche da questi


indizi, a cui si aggiungono per vero altri non meno certi, gli eruditi
concludono generalmente (v. Wissowa, Religione 424) che nella sup1'

plicatio

da

fitti

non

antico nucleo

romano

strati di culto greco,

in et storica fosse avvolto e coperto


che gli erano cresciuti intorno. Perch

ritrarre dagli stessi riti la stessa conseguenza per

qui

il

che

il

nucleo romano

il

trionfo

Solo

mette a nudo pi facilmente: romano p. e.


capitano vincitore indossi le vesti di Giove Capitolino, ro-

mano che
romano

si

deponga

egli

o italico che

nostre conchiusioni non

antichissima

le

insegne nel tempio del dio ottimo massimo

soldati cantino versi scherzosi e lascivi.


si

pu obiettare che

il

trionfo istituzione

che noi non possediamo descrizioni particolareggiate cre-

dibili di trionfi antichi. Dalle descrizioni del trionfo di

Romolo

in Dio-

nigi di Alicarnasso (II 34) e di Cincinnato in Tito Livio (III, 29,

per

le

Alle

quali naturalmente quegli scrittori

trionfi del loro

tempo, passiamo suhito

hanno preso

al trionfo di T.

4),

colori dai

Quinzio Fla-

Anche

qui

non

Orazio

2Ui

riproducono a un dipresso
particolari,

un

da questo

tipo,

parativi per

di

nell'

invenzione, se non nei

ne egli si diparte ancora


o forse combina solo con esso un altro,

tipo ellenistico

pure tradizionale, quando


il

diversamente che
Alceo. Le prime strofe

procede

nelle cosiddette imitazioni

ci

trasporta in

convito festivo.

Ma

il

mezzo

pre-

ai

richiamo agli amori

giovanili nelle ultime due strofe porta nell' ode


una nota personale e oraziana. Porse il poeta non avrebbe
scritto neppure queste due stanze, se non avesse letto Callimaco ma sue e nuove esse sono ci nonostante. Ora
suoi

che l'arte con la quale il poeta


corteo, cos come gli passa dinanzi agli occhi,

importa solo
descrive

ebbe

il

stabilire

riscontri, cio modelli, nella lirica ellenistica.

frammenti nuovi mostrano che anche Alceo

carmi parenetici. Noi non conosciamo ancora

non r esortazione a una


Melanippo, che

^Xso,

facile sapienza

tutti

|xr^

dobbiamo morire,

solo tent di sottrarsi a questa necessit.

solo a morire due volte .

Se

egli

di

scrisse

se

lui

\z'(1wj

Itii-

e colui

che

Sisifo,

riusc

abbia scritto molte

al-

gnomiche, impossibile dire, ma parr non probabile a chiunque ripensi come Orazio accumuli molti
carmi di tal genere nel secondo libro, violando cos
quella norma della massima variet possibile, che abbiamo
veduto dominare nella raccolta alessandrina dei carmi di
tre odi

Alceo. Orazio, par

si

odi parenetiche che

debba indurne, ha
non Alceo, che nel

minino, descritto da Livio

(XXXIV

scritto tante pi

distribuirle

non

nn)do del

resto assai

soiuraario e insufficiente, e a qnello di Emilio Paolo (Plut.

Acm. Paul.

32 sgg.

il

testo di Livio

se riscontriamo in

[XLV

52,

4)

in

40] qui lacunoso).

tempi cos recenti elementi

Che meraviglia,

ellenistici

ha pi potuto

attenersi,

come

suole, al canzoniere di co-

ha raccolte tutte insieme. Ma


anche questa sar sempre conclusione non del tutto certa,
perch tratta da indizi forse insufficienti. Ad a.:serzioni
pi sicure conduce l'esame degli argomenti delle odi pamodello e

(piale a

stui

le

renetiche.

L'ode a Dellio aequam memento

II 3,

Postumo

quella a

ehei fuyaces II 14 e sino a un certo segno anche quella


a Sestio solvitur acris hiems I 4, dove per il sentimento
e alcuni particolari sono ellenistici, predicano a un diconviene saper vipresso la stessa sapienza che Alceo
vere e non perder tempo, perch si vive una volta sola.
Gli altri componimenti parenetici (1) trattano temi che,
se non per la prima volta impostati, per la prima volta
furono trattati sistematicamente dalla filosofia morale
:

ellenistica. II 2 nullus argento ricorda a Crispo Sallustio


il

paradosso stoico

oti

[jivo;

ao-^;

-Xo-jaio;.

impossibile

a concepirsi se non da chi avesse appreso, sentito, vissuto la filosofia di Socrate


voc.

[AsaxrjTo;

II

II

10 redius

16 otiuni divos un

iam panca aratro un

vives

un

7:aivo; \^'j[ji:a;

t-x.li

15

un 'i^yo; xpu'^f,; v.y}.


aby^poVvEpSeta;
e contro
18 non ebur neque aureum
Il
l'aa/poy.ps^a si avventa parimenti III 16 indusam Danaem. L' invettiva xa-3c tXo'jxo'j III 24 intactis oindentior
rivela un sentimento, l'ammirazione mista di invidia
per i popoli selvaggi, che non suole sorgere se non in
uomini stanchi per eccesso di cultura. Si invero commesso spesso il torto di disconoscere che in queste odi
parenetiche Orazio attinge a piene mani dal tesoro gnomico dell' antica melica (2) e dell' antica elegia il com'Y^^oz.

Tf^'yJi''(ti

(1)

Escludiamo per ora dal novero

le

consoaiiones,

ohe sono di

tatt' altra natura.


(2)
il

motivo

noto
di

p. e.

che

un carme

di

il

principio di non ebur neque aureum ripiglia

Bacchilide non dissimile neppure nel metro.


mento

203

Kiessling-Heinze, specie nell' ultima

di

raccoglie troppi paralleli da moralisti popolari

troppo

ma

con tutto ci non possibile inganOrazio prende da altri poeti classici, oltre che da

pochi da poeti
narsi.

edizione,
e

cita anche qui, come suole. Ma


r impulso a scrivere carmi tutti gnomici non gli viene
n da Pindaro ne da Bacchilide, per i quali la sentenza

Alceo, spunti e colori

non

non un ponte di passaggio, un episodio, una chiusa, e neppure da Teognide o da Pocilide;


specialmente non deriva, non pu derivare da alcuno di
questi la maniera di trattare ampiamente questi problemi,
sfaccettandoli in mille guise, ragionando di etica eude per lo pi se

monistica quasi

di professo, talvolta

pur troppo pi an-

cora da professore che da poeta.

Orazio non ha potuto prendere dai poeti classici


teresse semifilosofico per problemi morali.

Cicerone e

ma

tempo

rario.

ellenistico,

venuto ora

in-

passi paralleli dei filosofi fanno

vedere che Orazio attinge qui


del

l'

dialoghi di

Seneca mostrano quest' interesse

trattati di

vivo nei Romani

suoi motivi a letteratura

non dicono a qual genere


il

momento

di

lette-

chiederlo. Questo

problema si ricollega con l'altro, se Orazio derivi anche


per la forma da quelle stesse fonti alle quali attinge per
il

contenuto

in altre parole, se

rettamente da Alceo l'idea

di

Orazio abbia ripreso di-

scrivere odi gnomiche, nelle

quali poi per suo conto abbia trasfuso contenuto ellenistico di pensiero, o se invece abbia

formali, pi

vicini

in

avuto modelli, anche

gnomica

poesia

dell'

et alessan-

drina.

Non

si

pu supporre che Orazio, nello scrivere

abbia dimenticato
pulso a comporre

le

letture

le Satire.

ma

Se

il

contenuto etico

Odi,

le

dalle quali ricevette


di

l'

im-

que-

che esclusivamente, epicureo, una particolarit formale, che imprime su alcune


di esse quasi un suggello distintivo, il dialogo con un
ste per lo pi,

tutt' altro

-'

:i04

interlocutore fnto ed evanescente, che salta fuori, scompare, si muta a piacere del poeta, deriva loro, come
noto ormai da anni, dalla diatriba cinico-stoica. Orazio
riprende in esse spesso i motivi e assume il tono del
predicatore che sulle piazze, ritto in mezzo a una cerchia
di

problemi di etica e risponde


che chiunque vuole, gli presenta, anzi ne

curiosi, discute

zioni

se stesso,

quando

gli

vien comodo.

alle obie-

fa egli a

meglio, Orazio di-

pende da rifacimenti letterari di tali prediche popolari,


si pu immaginare, in istile s di conversazione ma pure ben pi alto e pi decoroso di quello
che cotesti filosofi da strapazzo usavano nel disputare per
le piazze. Sarebbe assurdo supporre che Orazio nello scrivere le Odi avesse del tutto dimenticato gli scrittori di
composti gi,

diatribe cari alla sua giovinezza.

Rimane

solo

gli occhi, oltre

il

dubbio, se egli non abbia avuto sotto

questa letteratura prosastica, anche carmi

parenetici alessandrini

limaco

p. e.,

hanno

fatto

(1).

Liriche dei maggiori, di Cal-

certamente no
l'

arte per

l'

che

maggiori Alessandrini

arte senza

preoccupazioni mo-

neppure in epigrammi e in elegie dei minori


avrebbe trovato facilmente modelli adatti. Il libro dell'Antologia che contiene gli epigrammi protreptici, il X,
rali.

uno

126 epigrammi, da cui si deve togruppo dei primi 25, che di componi-

de' pi smilzi

gliere subito

il

menti non parenetici. Gli autori sono tutti recenti, poeti


del tempo imperiale, Pallada e Luciano, o addirittura
dell'era bizantina, Agathia e Paolo Silenziario. I pochi
pi antichi risalgono all'et di Tiberio,

come Basso,

di

(1) lu tutta la ricerca sar prudente non prender mai come pietra
paragone il motivo gi svolto da Alceo
la vita breve, la
morte inevitabile , essendo esso diffuso in tutta la letteratura greca

di

romana

e in ogni genere letterario.

i205

Augusto, quali Antifilo e Bianore. Un paio di apoftegmi


di filosofi ellenistici, p. e. Cleante, qualche citazione di versi
sentenziosi di tragici, di Eschilo e di Euripide, o anche

anche

di Pocilide o

sotto

nome

il

di

una

(^

delle raccolte

Simonide, non mutano

che andavano

comcompo-

carattere

il

Il modo appunto come esso


prova che epigrammi gnomici ellenistici
non ci furono se ci fossero stati, alcuno ne sarebbe conservato nell'Antologia sia pure tra un numero molto maglibri che contengono gli
giore di imitazioni tarde. Cosi
epigrammi sepolcrali, epidittici, erotici sono per la parte

plessivo del libro.


sto, fornisce la
;

maggiore composti di poesie del tempo imperiale, ma contengono anche alcuni dei carmi pi antichi, i quali in
quelle poesie tarde

parente

si

rispecchiano.

un epigramma

di

Orazio a Licinio Murena rectius

di

un' eccezione ap-

Basso congiunge, come V ode


vives

II

stesso ordine che Orazio, con la lode della

fronto dell'

uomo che

che sa evitare cosi


Orazio

la

il

cautus

miitm premendo

Basso AP X 102

ncque

horresois,
litus

con-

retto

al-

|J-VjX;

[is

y:|aaxi

"viog yoc

lum semper urgcndo ncque, dtim


procellas

il

cammino e della nave


tempesta come la bonaccia (I):

batte

10

II

rectius vives, Licini,

10 e nello

iJ-saty;;

ni-

iniquom

[oiS

O-pas'Jj,
-(iX-q'^riz

pY;^S YjOTiaaxiJirjV ty,v rAXi vrjVEjiivjv


a: |j.3jxyjXe; cpiaxar kt, 5i xs Ksrjg'.sg

[vSpwv,

aureum
diigit

quisquis

mediocritatem

y.a

TcaXi |jixpiov sy

tutus, etc.

CM'Tv.
xo'-jx'

Le coincidenze anche
tali

xpxiov y^jTiaji-

nell'

y*'^") 9-^- Aa|ira

espressione sono tante

che, per quanto e la lode della mediocrit e

(1)
9-paa'Ji;

mare.

In Orazio
e

della

il

couironto pi plastico: Hasso parla

VYjV|i'.r],

Orazio dell'attilla ))res8o

al

lido e

il

con-

di-l

tcvxo;

dell'alto


fronto della vita

iiO)

umana con

il

corso di una nave siano

comunissimi nelle letterature antiche (1), par certo

esse

non siano fortuite. Che Orazio e Basso usino tutt' e due


di uno stesso carme ellenistico, sia questo poi un carme
melico o un epigramma, non si pu naturalmente escludere del tutto

ma

un' altra spiegazione parr pi verisi-

epigramma , come
sembra, tutt' uno con lui, vive a Roma al tempo di Tiberio, canta la morte di Germanico (AP VII 391), celebra la leggenda di Enea con gli stessi concetti a cui si
ispirano 1' Eneide e le odi romane di Orazio (AP IX 236).
Sarebbe imprudente dedurre dal nome ch'egli fosse un signore romano dilettante se non fu, fu per altro almeno
un Greco o un Orientale, che, ottenuta la cittadinanza romana, assunse
nomi del suo patrono. E probabile che

mile

Lollio Basso, se

Basso

il

dell'

egli

abbia letto Orazio.

Quanto alle due elegie davvero gnomiche di buon


tempo alessandrino, che ci sono giunte sperdute tra gli
epigrammi dell'Antologia, quella di Leonida Tarentino
La vita breve,
(VII 472) riprende 1' antico monito
quella di Posidippo
quindi forza moderare i desideri
(IX 359
Stob. 98, 57) svolge il motivo doloroso, frequente anche nei pochi frammenti che ci sono rimasti
Ogni condizione umana dolore
dell' antica elegia
meglio non esser nati o esser morti appena nati (2).
:

(1)

secondo

Per
gli

la

xnima vedi

p. e.

l'epigramma auouimo

AP

esempi raccolti dal Gerhard, Phoinix 98 sgg.

oraziani pi completi nel

commento

di

X, 51
;

gli

per

il

esempi

Kiessling-Hrinze a questo

passo.
(2)

Mi par che

lo

1905, p. 80 sgg.) non

Schott

{Posidippi ep'ujrammaUi, diss. di Berlino

abbia ragione di dubitare che questi carmi

non era filosofo di menon giusto esigere da lui che non si contraddica mai. La
metrica, come confessa lo Schott stesso, ottima una contravven-

siano del Posidippo celebre. Poich Posidippo


stiere,

207

Questi due componimenti mostrano che ancora in tempi


alessandrini poeti di vaglia rimasero fedeli agli spunti e

forme

alle

dell' elegia ionica

parenesi filosofica di Orazio

congiunge

due

le

ma

la

un abisso, e nessun ponte

e'

carmi e

tra questi

rive.

In papiri di Heidelberg, di Londra, di Oxford furono

un

scoperti (e sono raccolti ora in

libro ricco di dottrina

da G. A. Gerhard) (1) coliambi filosofici di et ellenistica.


Di un componimento contenuto in un papiro di Heidelberg si conosce 1' autore, il cinico Fenice di Colofone
nello stesso rotolo sono congiunti con questo altri componimenti coliambici di autore diverso, ma di argomento,
;

di

tendenza, di arte simile

Due

(2).

dei tre temi trattati

in questo papiro sono svolti da Orazio nelle odi

simo

dell' ataypoxepsca

saggio.

che

il

bia-

ricchezza giova solo

la

al

papiro di Londra e quello di Oxford contene-

Il

due uno stesso carme, anche questo un ^yo;


Solo il terzo carme del papiro di Heidelberg,
una polemica assai diffusa contro gli amori maschili, non
trova riscontro quanto al tema nelle Odi di Orazio, il

vano

tutt' e

aia/ po'/spoe-'as

zione a una regola che Fosidippo

di

aolito

segue, non

pei" nxilla

pih grave delle molte divergenze che per qnesto rispetto corrono tra
l'uno o l'altro di epigrammi suoi senza dubbio autentici.
di Chares, Xdpvjxog

])rima

met del

Yvcjia!,,

III secolo avanti l'era volgare (G. A.

Abh.

delberger SUsungs'berichte, 1912,


alla

storia della

13)

pedestre

si

quella delle antologie. Chares

poesia originale, a

pu immaginare.

Gkriiakd, Hei-

appartengono, piuttosto che

adatta versi antichi in servigio della scuola, la


lii

Le massime

scoperto recentemente in un papiro dcUn

Nessim

filo

forma quanto

di

congiunge Chares con

Orazio.
(1)

Phoinix von Kolophon. Lipsia 1909.

(2) Il

Gerhard

sce trovare

comandata,

(p.

secondo me,
il

tono dello

103) vi scorge differenze che a


pii

stile

mono

me non

rie-

rigorosa che sia l'ascesi qui rac-

rimane sempre

convers.aziono garbata nui alla buona.

lo stesso,

quello di una

^208

quale, diversamente da quel che fa nelle Satire, qui per


riguardo alla dignit letteraria evita di discutere dottri-

nalmente materie sessuali. Del resto la pederastia non


Cinici del
era forse argomento cosi attuale come per
nelle Odi
tzo:
ricompaiono
Anche
tempo, alessandrino.
non molto mutati. Anche in Fenice la vita umana confrontata con una nave esposta al naufragio, anche qui si
i

parla con biasimo della

chiunque

sia

r^jyo; ab)(poxpo''a?

TcoXX

Iv0"v

Ttpy'^aaetv

xa:

malus

to-j;

non

ad miseras

votis pacisci ne Ct/priae Tyriaeque merces


tias

mari

(III 29,

57 sgg.).

La

versi del

yj [xv ojv,

J)

voiv-Zzo^-v.: yyci'jzb^

7_i)'pouc

verr in mente

procellis,

xal

iJta'JK

tiox' scttsv

inutile del fabbricare.

Orazio nel leggere

heidelbergense 70 sgg.:

f;Xi)"V vO'' r)X9'v,

giat Africis

di

etvai Tap^eOvi'

Ilpvs, pouXo:'[xyjV
Yj

pompa

un po' pratico

Xcov Zs '-^i^zo^

mii-

est tneiim, si

preces

decurrere

addant avaro

et

divi-

differenza consiste solo in

che Orazio immagina che il buttar via il carico, quale


inutile, possa salvare la nave, l'anonimo rappresenta invece il naufragio gi avvenuto, ed distinzione

i,

zavorra
di

poco conto.

chicchessia le

o/.fat

v.

X-'O-ou a[jiapaYO''xo'j

e le axoal 'LxpaxuXoo di Fenice (83 e 85) richiameranno


alla memoria V aureiim lacunar e le columnae ultima recisae
Africa di Orazio (II 18, 1 e 4) o anche la chiusa della

prima ode romana cur invidendis postibus et novo sublime


ritu moliar atrium ? Il male che, come mostra subito
uno sguardo gettato sul commento del Gerhard, 1' uno e
r

altro xTCog

cinici,

ma

sono comuni non solo ad Ora2do e

a un' infinit di

ai

poeti

altri scrittori, tra gli altri

ap-

punto a quelle diatribe cinico-stoiche, a cui sappiamo che


Orazio attinse per le Satire non diversamente che a scrittori epicurei.

Pure io non dubito punto che Orazio, se non proprio


noi, abbia letto altri coliambi
i componimenti giunti a
cinici. Il fatto stesso che in uno stesso rotolo sono con-

209

mi pare, che quenon agli amanti di letteraa gente che aveva per la propaganda

giunti poemi di autori diversi mostra,


ste raccolte erano destinate

ma

tura raffinata

un

cinica

interesse pratico, a persone del popolo proba-

come fanno vedere

bilmente. Orazio,

buongustaio

popolare

quelli prosastici

avr ricevuto

l'

avr letto

stoica

problemi di etica popolare.

lirici

egli

un

era

Satire,

le
;

non meno che


di morale p. e, epicurea. Ma non da qui
impulso a trattare in istile alto e in me-

poetici di etica cinica

trattati

tri

letteratura

di

Lo

Fenice e

stile di

dei suoi correligionari semplice e spoglio di ogni orna-

mento,

il

verso non sostenuto

prosa. Solo

una volta

il

ma

cadente e simile alla

tono del poeta predicatore

si

eleva di qualche grado, quando nel carme heidelbergense


contro r ata)(poxp5ca assevera

l'

esistenza del

veglia sulle azioni degli uomini,

nome

T axGTTsc

|v](Xc

sia
i

5"

di

oa:(xwv,

xaxo)

il

che

buon

xyjV

pena
05

(v.

67 sgg.)

v XP'^^'P

xaxatai'av [Jiopav.

"^^

y^P? ^attv
o xa-ata)(6vec

laxtv

0-eTov

Ma

per lo pi la poe-

riman fredda e vola terra terra. N


cui sono stati ritrovati ora frammenti nei pa-

questi

poeti di

piri,

vendicando

e,

della divinit negata e tenuta a vile, distribuisce

equamente premio
he,

5a''[j.cov

Ioni

costituivano un'eccezione:

Parmenone

di

Bizanzio e

Hermeias di Kurion erano su per gi della stessa levatura. Invece Orazio in uno solo dei carmi gnomici, in
II 2, nulls argento color est adopra lingua qua e l volgare e stile basso
volgarismi 2 lamnae, 13 hi/drops, 24
1' esatacervos sono stati gi da tempo posti in rilievo
tezza medica di tutta la strofa crescit induUjens sili dirus
;

hi/drops, nec sitim

pellit,

nisi

causa

morbi

ftii/erit

aquosus albo corpore languor in un argomento in

vens et

cui

le

voci proprie ollendono, contrasta singolarmente con l'ele-

vatezza

che

di

tono consueta nelle Odi. Qui la dilferenza an-

stilistica,
14

diciamo a i)iacere dalla diatriba prosastica

210

ma

minima;

dai coliambi cinici

quest'ode per ogni

rispetto eccezionale.

In generale, questi coliambi cosi discorsivi e ragionatori ci

aiutano

a renderci conto dell'origine

si

ma

di

alcune

non avessimo altro, dovremmo


concludere che Orazio ha preso s il contenuto dei suoi
carmi gnomici da diatribe ellenistiche, ma stato in-

satire

oraziane,

se

dotto a rifonderli nel crogiolo dell' ode dall' esempio dei

carmi

parenetici

tutto cosi

per lo

del

vecchio

Pure non del


ha cantato

Alceo.

meno un poeta

ellenistico

in metri lirici e in istile elevato, in certo senso pi ele-

vato

di quello di Orazio,

poeta cinico Cercida

di

temi

frammenti del

pongono in grado
capo a questo para-

ci

(1),

domanda formulata

di dare alla

Megalopoli, scoperti pochi anni

papiri di Ossirinco

or sono in

etica.

di

in

grafo una risposta diversa e pi esatta.

Cercida tratta in metro e in

istile lirico

solo di etica

ma

quattro tra

nuovi frammenti dai quali

argomenti non

Ben due

perfino di metafisica.

si

di

quei

ricava qualche

senso, trattano della materia prediletta delle disquisizioni

poetiche dei Cinici. In quello peggio ridotto

(p.

39

fr.

4)

Cercida pare per vero piuttosto incoraggiare che non biasimare gli amori tra maschi, tutt' al contrario di quel che
sogliono

menzione
fu,

suoi

compagni

di setta

dell' efp^wc Zavwvix?,

come ben

che femminili

si sa,

(2).

il

il

testo finisce con la

fondatore dello Stoa

propenso ad amori piuttosto maschili


converr credere che Cercida,

Ma non

nuovi mostrano che


(1) Pap. 1082 (Vili p. 28 sgg.). I frammeuti
Cercida poeta e filosofo tutt'uno cou il legislatore e capitano niegalopolitano, che fior verso la met del III secolo.
nou nai(2) D. L. VII 13 rtaiSapioi? te xprf^o OTravdcog, cTtag 7; tic,

il

5i,axap[w

Ttv(,

malevolmente

Iva
l

5o%oi7j \i.iooyvr,i; slvai. Ateneo (XIII 563 e) esagera


dove trasforma quella notizia cos oHtzozs y^va'-xl
[ir)

xpr]oa.zo, naiSixos 5'et,

co?

"Avtyovos o Kapuaxios lo-cope Iv

icp Tiepl


un argomento

in

211

cosi importante di

morale pratica pro-

fessasse opinioni affatto contrarie a quelle di tutti,


dire,

Cinici

Le

(1).

distanza lc o To[i]auxac

di

si

pu

parole che precedono a poche righe


axsTCToa'Jva?....

\'Q

OTiouov

7t:o'.-

ad-[at],

per quanto mutile, mostrano che Cercida distin-

gueva

tra

due diverse specie di amore. Egli avr inteso


la dottrina stoica, secondo la quale l'amore del
sapiente ha per oggetto non solo il corpo, ma anche
r anima (2), e, accettandola francamente, avr raccomanrettamente

zoo poo aToO


il

ed

certo

che Diogene riproduce qui pi fedelmente

pensiero dell'autore comune, Antigono.

MOWiTZ non commetterebbe pi ora


di

Diogene

l'

Ma

senza dubbio

come lo tradusse quand'era giovane


pi un giovinetto, di rado una ragazza

cos

vizio per lo

il

ingenuit di tradiirre
:

il

Aveva

Wilapasso
al ser-

{Antigouos von

Karystos 115). Qnest' interpretazione appare errata, anche perch nell'antichit

non

schiava

che

Il

Gerhard ha mostrato

al servizio una o due volte una


potevano licenziare a piacere come ora ;
per disfarsene bisognava venderli o donarli. Del resto, a togliere ogni
dubbio suir interpretazione, segue in Diogene ancora una storiella sur
un'avventura amorosa di Perseo e del maestro.
(1)

poteva

si

servi

non

avere
si

(Phoinix 144 sgg.) che

zione solo ciarlatani dell'et imperiale, che coprono col

'

fanno ecce-

nome

rispet-

merce sospetta, oltre Bione, piuttosto che filosofo,


quindi punto rigido nella fede ai dogmi della scuola a cui

tabile di Cinico

letterato e

pur professava di appartenere.


(2)

Esagererebbe malamente chi credesse che

gli Stoici esigessero

nell'amore maschile la castit assoluta, riduceudolo cos a un senti-

mento quasi del tutto


none, specie

tunque

il

intellettuale.

Quel che

si

sa della vita di Ze-

particolare riferito da Diogene, che egli talvolta, quan-

assai raramente,

si

sia unito

anche con donno

per non parer

misogino, basterebbe a mostrare che egli considerava inditercnte


r atto sessuale in s stesso
anche se non soccorressero frammenti
;

espongono chiaramente questa opinione. Secondo


(presso Sesto, Pyrrh. hypotyp., Ili, 205.246) non c' nessinia

delle sue opere, che


lui

differenza

tra

ciare con le

doloro.

Lo

1'

aver

mani
stesso

contatto

sessuale con la

madre

qualsiasi altra parto del corpo di

Sesto (ibid. Ili, 245)

rijiorta

un

e lo stropic-

lei j)er

sedare un

jiasso delle 6ia


dato

di scegliere

sumere che

21-2

un amato,

le cui fattezze

facessero pre-

almeno atto a ricesemi della virt (1). La donna doveva sembrare


vere
meno suscettibile di educazione morale, onde dal contatto con lei r amatore non poteva apprender nulla. Ne
egli

era o virtuoso

sorprende che il Cinico


modello di vita morale

ha adottato senza

dell'

et ellenistica esalti quale

fondatore della Stoa

il

Zenone

quanto a etica sessuale, massime ciniche, fondendole nel suo sistema. Secondo la trascrupoli,

VI 58) si sarebbe congratulato con


un bel giovane studioso di filosofia, perch egli guidava a poco a poco alla bellezza dell' anima gli amadizione (Diog. Laert.

xpi^aJ, uel

quale Zenone eapone che uoa importa se

proprie voglie con TiaiStxa o con

mine. Cosicch non vi sar

quando

scettico,

anche

oi

cavano

uspi

|xr)

j)ropri()

soddisfino le

si

uaiStxa, con maschi o con fem-

ragione di negar fede

riferisce (ibid. Ili, 200)

che non solo

al

medico

Cinici,

ma

xv Ktxisa Zi^vcova xac KXeavd->]v xa XpuotTtnov giudi-

affatto indifferente

1'

ppevop.i;ia.

La parola

Sidcpopov usata

da Sesto sar proprio quella adoperata da Zenone, come conferma


Stobeo ed. II 65

W.

t epv ax

[jlvov

5iaq;opov slvai,

xal uepl cpaJXo'jg. Quindi I'Arnim (Wiener Studien,


sgg.) avrebbe torto a volere integrare

mento

in

modo da

fargli dire

che

vedere certi spettacoli, ancorch

il
i

il

-0x2

1912, 23

principio mutilo del fram-

sole chiude

suoi

sTieiSr; Y'-vstx

XXXIV,

suo occhio per non

il

ingegnosi supplementi non

rendessero necessario, come rendono, di trasporre ijarecchie ijarole in

un passo lacunoso. La dottrina

muove

stoica dell'amore

da quella

platonica e la riproduce anche in punti molto scabrosi, come nel prescrivere che nella citt ideale le donne siano comuni,

ma

fa conces-

sioni molto maggiori alla carne.

D. L. VII, 129 Hai

(1)

paad-T^asofl-at 6 xv oocpv

sp,fatvvxa)v Sia xo s'iSoug xyjv Ttpg psxifjv Ecputav

sta massima sono eitati


Kpf)Z(p

nspl

finizione

B(i)v

dell'amore

n-^atviisvov si

che secondo

Zv^vcov

sv

x'g

UoXizBicf.

xat 'TroXXStopog sv x^
slvai xv

soggiunge xai

gli Stoici esso in

'HO'txf;.

spwxa niPoXYjv
|,y)

xwv

xwv

xal XpuatTrTzog sv xtp

Subito dopo alla de-

cptXonoitag,

elvai ouvouoiag

vscov

quali fonti di que-

XX

5i

cftXtag.

xaXXog

Che an-

genere non pu fare a meno dell'unione

:il

del suo corpo. Non questa appunto la dottrina,


adombrata da Cercida in questo frammento mutilo ? (1).
Anche nel secondo meliambo, che meglio conservato, Cercida tratta di amore, rivolgendosi a un tal Damonomo, a noi del tutto ignoto. Eros spira secondo lui
due venti dalla bocca quegli tra
mortali cui il vento
soffia dalla gota destra del figlio di Afrodite, governa
sicuro in bonaccia la nave di amore con il saggio timone
della persuasione
ma guai a colui cui il vento spiri
procelloso dalla gota sinistra! Costoro avranno da comtori

battere con

il

mare grosso per

tutta la durata del loro

corso. Qui Cercida stesso ci informa che egli

non isvolgere, per vero


Euripide

questi, a quel

due venti

(2)

assai largamente,

che pare, aveva solo parlato dei

senza insistere oltre

nell'

immagine

invece qui svolta fino minuziosamente.

que meglio

carnale,

si

non fa se
un verso di

Non

che
dun-

(3),

seguita Cercida, dei due venti scegliere

vede dall'esempio scelto

di

Tbrasonide che, sebbene avesse

non volle usar con lei, solo perch si sapeva


questo dell'astensione doveva pur sembrare un caso

in suo potere l'amata,

odiato da essa

eccezionale, se a motivarlo occorreva mettere in luce

golare di Thrasonide per

il

rispetto sin-

sentimenti dell'amata. Si scorge chiaro an-

che qui che l'atto sessuale in s considerato indif'erente.


(1)

Lo coincidenze sono molte

e notevoli in tutta questa materia.

Antistene esigeva ancora (Diog. VI, 11) che


creare

figli

ma Diogene

voleva comuni

Platone e Zenone (Diog. VII,


Ili,

206), cos anche

ragione che

3.3).

savi sposassero per pro-

donne (Diog. VI, 72) come


Come Zenone (Sext. Pyrrh. hypot.

Diogene giudicava

Cinico porta in difesa

le

lecite pratiche solitarie, e la

queste (Diog. VI, 46 cfr.


anche VI, 69) quella stessa che (v. sopra p. 211 n. 2) Zenone adopra per sostener permesso l'incesto, non essere maggior peccato strofinare una parte del eorpo che un' altra.
il

(2) 6iao 7ivsu|JioiTa uvei^,

di

'Epwo finora frammento adespoto 187 N

*.

(3) Quest' del resto assai familiare alla gnomica e in genere alla
poesia greca
cfr. Gkrhard, Phoiuix. 98 sgg.
:

^I*

e, maneggiando con sagtimone della y)ersuasione, navigar dritto verso l


possibile il varco con l'aiuto di Cipride ? Qui man-

quello che a noi favorevole,

gezza

il

ove sia
cano sette righe, poi segue il consiglio di tenersi all'Afrodite di piazza, che non fonte n di timori ne di turbamento al prezzo di un obolo ciascuno pu immaginarsi
;

di giacere al fianco di un'


si

Elena.

La concezione che

rispecchia in questi versi, concorda anch' essa con la

morale

stoica,

amore,

1'

secondo

quale

la

una accompagnata da

sono due specie

(I) vi

virt, l'altra viziosa,

di

che

deve essere considerata quale pazzia. Nel tratto perduto


Cercida doveva esporre brevemente che quanto a certi
bisogni vi
farsi

servo

modo

di soddisfarli

della

passione,

prontamente anche senza


anche senz' immischiarvi il

cuore che dev'essere risparmiato per qualcosa

Anche

qui

considerare

il

sessuale quale indifferente

disforme dallo spirito della scuola,

VI

il

consigliava di avvicinare solo

3)

meglio.

come abbiamo veduto

bens,

ma non

conforme a dottrine stoiche,

di sopra,

di

soddisfacimento del bisogno

il

neppure

cui fondatore (Diog.


tali

donne che do-

vessero saperne grado.

Un

altro

biografica,

meliambo

ma non

a quel che pare,

si

direbbe

d'

indole piuttosto auto-

istuona in questa raccolta di carmi,

tutti filosofici.

Che

il

poeta in una poe-

sia parlasse di se stesso, era uso frequente nelle lettera-

ture antiche almeno dal

sorprende che

tempo alessandrino in poi, e solo


carme autobiografico (2) non sia qui

il

proprio in fine del rotolo

(1)

Stob. ed.

psTYiv TToiv
p(j()xo|J.av^
iioloc,

II,

65

anooSatov

xiva.

-cv

com' del resto certo, perch

pcoTiv-v xai iyj^ XiYa%-a.'., xv

vxa, tv 5

Poi dopo

uua

xat

ttjv xav.iav v

i>roposizioue

XysaS'ai zi^ dc^'.o^iXrjXcp xaL o

tw

Su carmi autobiografici

cfr.

'"'?

Tr^v

^"^

mutila xv T'gipaaxov

La;:oXatjaxu>- za/ yLp gtov

OTTOuSatou spwxog, zozo^ slvai gipocaxov.


(2)

xaT

tJ'^YVi

sotto.

segue

la sottoscrizione

Ci vien

fatto quasi di

215

amore Zenoneo.
chiedere a noi stessi, se non fosse

al

raeliambo

sull'

altrimenti nella raccolta originaria delle poesie di Cercida

che r autorit

non

un manoscritto

di

-.

secondo secolo dopo

del

questo riguardo superiore

per

a ogni soche Cercida, rivestendo il suo addio alla vita della forma di un ammonimento a se stesso e al suo cuore, riuscito bene ad
adattarlo al tono degli altri carmi e a dare anche ad esso
Cristo

spetto. Del resto conviene riconoscere

colore parenetico. Altri ha spesso chiuso senza volerlo

occhi al sonno

gli

(1),

Cercida no

il

suo cuore rima-

sto saldo e invitto, e ha divorato ogni cura. Perci nes-

suna cosa bella

gli sfugg, e

ciatore delle Pieridi.

grigio

il

Ora

suo animo fu ottimo cac-

il

capelli del poeta sono bianchi,

mento. Dai pochi versi che seguono ancora nel


si ricava, che il periodo mutilo.

papiro, poco costrutto

Ma

il

senso generale della parte perduta non dubbio:

Cercida ha saputo vivere da savio, ora sapr rinunziare


a speranze mendaci e morire

di

buona

ricorda la fine della epistola oraziana


satis atqiie bibisti:

tempus abire Ubi

l'ideai et pulset lasciva decentius

per
di

me una

est,

voglia.

Chi non

Insisti satis, edisti

ne potum largius aequo

aetas? Questa somiglianza

ragione di pi per credere che questo carme

Cercida fosse una volta V ultimo.


Singolare

mai

gli di

il

primo meliambo.

non tolgano

le

Il

poeta

ricchezze

ai

si

chiede come

prodighi e agli

avari, per concederle a chi rettamente


al

savio

(2).

il

saprebbe usarne,
dubbio angoscioso intorno alle ragioni

(1) [uoXXocJxij 8[ia)-3ls ^pozbc, O'Jit xwv vuol dire (|iie8to, come ha
ben veduto M. Ckoiset, Journ. dea iSavani 1011, 486, seguito dal

Fraccakoli,
(2)

liv. di FU. XL, 1912, 129.


L'Arnim ha ben veduto {Wiener Studien

XXXIV

1912, 13) che

non pu essere se non un uomo che beve da un


cratere unico insieme con altri, un tale cio che appartiene a uu'assoil

xoivoxpaxYjpaxucpos

21 r

della giustizia divina apre l'adito alla

domanda,

Cercida non osa addirittura negarlo

esistano.

se gli di

ma

nel

suo ragionamento sono enunciate pi o meno chiaramente


le due premesse da cui la negazione dovrebbe logica-

mente

scaturire. Chi chiede

TreouaXxwTat

|is

\-!^kox' 0"jv

zLz

i'^^h-

^'/jxc

forse l'occhio della giustizia

si

in-

talpito?, pensa che la giustizia attributo essenziale del

concetto della divinit. Pi sopra detto chiaramente

che nulla potrebbe impedire agli

di, se volessero, di in-

staurare in terra la giustizia: xal

xi

x xwX'jov

f^c,,

oix

x'.(;

uno chiedesse perch non hanno distribuito pi equamente le ricchezze) (1) segue ^eTa yi'p ^ar.
(o}(p' po\i]xo

(se

dazione la qnale ha tra le sue coneuetndini quella del banchetto comune;


ma ha torto poi di pensare che Cercida intenda parlare di un pover

uomo

qualsiasi,

il

quale, per jtoter bere vino, debba riunirsi

ciet con altri a che gli costi

pone costui

caro. Cercida, dal

in so-

momento che op-

allo spilorcio, al p'jnoy.i^o'zv.oy v.aX xsO-vaxox!xxt8ag, e allo

sprecone, al

un savio

men

TzaXiyBv.yj^e^i'zOi.c,

t)v

or egli, per quanto

XTedvwv Xs9'pog, ne fa un virtuoso,

nomo

parte popolare,

di

non poteva

supporre qui tacitamente che ogni popolano e ogni povero mettesse


in pratica la

massima

del

giusto mezzo. Anche per

sono rari in qualsiasi condizione sociale.

Il

Cinici

savi

xoivoxpaxTjpoxocpog dun-

que il savio cinico che mette a disposizione degli amici quel po' di
danaro che basta, xv XXu^ivav SauavuXXav, per il banchetto comune.
La parola che precede xotvoxpaTTjpoxocpoc, smxaSsoTpcbxTaj, conferma
quest' interpretazione
xpiyeiv non pu esser detto dell'uomo del popolo, che costretto dalla necessit, ci provi gusto o no, a mangiare
:

cibi semplici;

ma

pasticcini, ogni

del Cinico che assapora con volutt, quasi fossero

cibo che ha a mano.

La

virt

del y.oivoypaxvjpoxu-

come sembra abbia veduto bene il Fraccaroli, MsxaSwg, come


traduce ingegnosamente Donoua .

cpog ,

egli

(1)

senso

L'Arnim difende

di p|iolxo e

xev&oai e 5p,ev.

grave scapito
xxeX(o)oai
1

Ma

dell'

la lezione del ms. cppoixo, spiegandola nel

facendo

dipendere

da questo verbo gli infiniti


pu conservare solo con

la scrittura del papiro si

che fisa y^p oxi &(}) nv


per parentesi, troppo lungo; e che

eleganza e del senso

XP'^M'' tiI

voOv 6x'

13

dio, l'onnipotente si accinga, tenti di punire

ricompensare,


XTXa<a)ac

Tiv

d-e)

di, se esistono,

La

X9W\

217
^^'-

"^^^"^

^'^'

^Xi

cio

(1)

che

gli

devono essere onnipotenti.

chi asserisce che gli di


devono essere onnipotenti e giusti, e nega poi che giustizia esista nel mondo, dovrebbe negare che gli di

conclusione evidente

esistano. Cercida
ba[\Loyzc,

ojv toI

arrischia

si

[ir^x'

xouv

jjltjx'

ancora a chiedere
Tiv TTSTcajxvoc

tiGc,

ma

'u

in fine

cava con un Xojov [jLsd-jjisv uepl xouttov xoXc jjtexswpoxuot^, dove r ultima parola avr s il senso letterale di
axpoXycc attribuitole da uno scolio marginale, ma indicher in tono un po' dispregiativo
metafisici,
filosofi
teoretici . Questi, seguita Cercida con ironia pungente,
si spera possano risolvere senza fatica una questioncella
di tal fatta. I soli di, che a noi Cinici importano, sono
Peana e Msxaow?, che questa sola da e Nemesi in
Peana il dio che presiede ai frugali banterra (2).
Msxa:')? non tanto la lichetti dei filosofi cinici (3)
beralit, che virt propria del ricco, quanto la partecipazione , il fare agli altri equa parte del molto o
poco che si possiede. Una tale virt, con miglior rase la

tal

concezione

non

che

si

accorda bene con

1'

onnipotenza,

cui

Cercida vuol qui rilevare.


(1)

La congettura

costituito cos

il

testo,

(o>cp'poiTo

del

Wilamowitz. L'Arnim ha

modificando leggermente la tradizione secondo

esigenze metriche.
(3)

L'Arnim

(p.

21)

si

accorto,

credo per

dev'esser qui predicato, come del resto

il

primo, che N|ieoic

mostra in ispecie

la

collo-

cazione delle parole nal Ns(ieats xax yv.


(3)

Secondo I'Arnim, come secondo

piuttosto

il

gli

editori

dio che conserva e restituisce la salute.

inglesi,

Ma

il

sarebbe

Cinico grazie

sua frugalit l'uomo meno esposto a prendersi malattie, e lo


Peana sar duncjuo piuttosto 1' ipostasi divina del naitxv terrestre,
della poesia che si canta levate le mense, prima del simposio. Auolm
MexaSwg , come abbiam veduto di sopra (p. 215 n. 2), divinit conalla

sa.

viviale. Cfr.

ancora avanti

p.

224.

gione che non

la figura

218

mitologica dello stesso nome, pu

esser detta N|xeacs, distribuzione, giusta distribuzione


in

quanto essa corregge

di

fortuna, cancellando

poveri.

ingiusta

l'

ripartizione dei beni

odiosa distinzione tra ricchi e

1'

Seguono ancora poche parole

a onorare costei, nelle quali

poeta

il

si

di

incitamento

rivolgeva certo

ai

hanno bisogno di tenersela da


conto, hanno interesse a far getto di una parte dei loro
averi per salvare il resto. Ma di questo tratto non riricchi (1),

mane

che costoro

intatto che

il

principio

xatav. finch

Q'.%v.. -'.|i-

onoratela .

Le

\iia-f'

ojv

navigate con

ultime parole erano

fondo

rivomitar dal

il

oa:|jifov ojp-.a z'j-

vento

v:i)-v

in

poppa,
cio

h,\i.i'jy:..

certo la ricchezza.

Questo meliambo, assai largo per vero e quasi prolisso,


composto con singolare abilit. Cercida s pur troppo
un poeta ragionatore, ma nel suo ragionamento freme la
egli possiede per cos dire l' eloquenza della
passione
dialettica. In questo meliambo il ragionamento incalza
qua e l con foga che travolge. Che impedisce agli di
di togliere le sozze ricchezze all' avaro e al prodigo e
di concedere al savio quel poco che basta ? Fin qui lo
ma il poeta
stile ancora calmo, largo e sostenuto
preso a un tratto da un impeto di passione, i suoi dubbi
;

lo

trascinano quasi a insultare la divinit. Egli chiede

Dike siano per caso divenuti di talpa, se


Fetonte, il sole, non si sbagli a guardare con la sua unica
pupilla, se Themide, la splendida, non si sia annebbiata.
se gli occhi di

Un
Tzic,

diapason

di

angoscia raggiunto dalle parole seguenti

Ixi 5aip,ov<; o'jv

toI

[Jtr^x'

xouv

{xr^x'

T^v 7:e7ia|xvoc

esi-

stono ancora gli di, se non hanno n vista ne udito

Cercida sta

Ci)

per profferire la bestemmia

ma un

Se u sono avveduti, l'uno indipendentemente dall'altro,

Fraccaroli

I'Aknim.

ri-

il

219

una
Zeus tien dritta la bisolo quand' venuto il giorno dellancia senza piegare
cos
per gli uomini meritevoli, d il crollo (1)
l' Ataa
almeno dice Omero nell' Iliade ma come mai egli non
propende per me, ma piuttosto per i peggiori tra gli
uomini ? (2)
Di qui in poi la passione ricresce a poco
Cercida
asserisce ancora di aver ritegno a dire
a poco
di quanto la bilancia sia falsata. Ma di un tratto prorompe di nuovo E a quali signori, a quali Celesti si
dovr uno rivolgere per aver giusto compenso ai suoi meriti, quando il Cronide, padre comune di tutti, agli uni
si mostra padre, agli altri padrigno ? La risposta sarebbe
una sola gli di non esistono ma Cercida preferisce non
rispondere: Xwov (ji^[iv Tiiepl xo'jxwv xor(; (jLSTswpoxuoc? che
essi sanno risolvere qualsiasi problema. Noi curiamoci dei
cordo omerico

^li offre

destro di ripiegarsi ancora

il

volta su se stesso e di meditare

nostri di, e cos via di seguito.

concatenamento dei pensieri bello e abile Cercida riesce a non dire quello che pure noi leggiamo tra
egli non crede a dio di sorta, ma non si
le righe (3)
arrischia a confessarlo. Forse non lo poteva quale magistrato di un paese ricco di reliquie e di leggende e
assai dedito a culti anche mistici. N del resto certi riIl

guardi sono disformi dalle consuetudini della sua setta.


Antistene fece guerra a viso aperto alle divinit e

Si

(1)

Ti:!.

dovr senza dubbio leggere con I'Arnim

v 'I?.ia6t, psTistv

slTtsv
5'

non a

che

zo^' '0\iripoz

tav ataiiiov |xap vSpaai x'jSaXijio:; e non p-

Omero

perch la citazione da
ci

y.ai

ai culti

precede

cos

aveva

si

riferisco a quel

del

resto

gi:\

che segue e

inteso

il

Frac-

CAKOI.I.
(2) Il

passo ora corrotto ab antiquo, come mostra la variante mar-

ginale del papiro.

mano
(3) Non

qui la

L'Arnim

(p.

17 sgg.)

felice nel correggere.

vuol farlo l'AuNiM (p. 20).

non mi sembra abbia avuto

particolari,

sava

ma non

all'

220

idea della divinit.

Egli profes-

riconoscere un sol dio (1); se non che questo dio

di

non era per

n un padre affettuoso n un giudice se-

lui

vero. Tertulliano {ad nat.

II 2)

narra che Diogene, richie-

sto che avvenisse in cielo, rispondesse:


salito ;

Non

ci

domandato ancora che cosa pensasse

chiarasse di esser solo corto della loro esistenza


dei Cinici, se fu sincera, fu fredda (3)

ma

sono mai

degli di, di(2).

La

fede

Antistene forse

simul per rispetto umano; cos come, non potendo scuo-

poemi omerici,

tere r autorit dei

industri a volgerla in

comodo

tutto quello che tornava

anche

cinico

atatixov

in

ci

per

r||i.ap

giorno della felicit


piatto

dell'

uno

stile di

si

citando

che,

Cercida buon

lui.

Omero,

Omero non, come

ma

il

quando

il

questi secondo
la

svisa (4)

Io

per Cercida,

quello della morte

tracolla,

muore, non gi acquista

Lo

fnse di venerarla e

suo vantaggio, facendo dir loro

l'

antico

poeta

beatitudine.

Cercida misto di elementi assai

varii.

Pa-

non mancano prova ne sia 1' ^enaa'., l'ultima parola che noi leggiamo chiara nel primo meliambo. Anzi esse abbondano
e pur tuttavia prevalgono le

role volgari

espressioni prese dal lessico convenzionale dell' antica

Philod. de

(1)

'AvTioO-vei 5'v

xax S
(2)

fonte

piet.

72

Gomp. (=

Cic.

t $uatx(p Xystai x xat

de

nat.

deor.

32)

Tiap'

vd|j,ov elvai -^loWahc, O'sog

cpuatv va.

solito

una cattiva

qui basta ripensare a Cercida per accorgerei

che l'aned-

Tertulliano per apoftegmi di

ma

|Jiv

li-

doto o autentico

filosofi

di

Diogene o inventato da Cinici

di

di stretta osser-

vanza.
(3)

Sulla religiosit di Antistene

Gomperz

che per non dubita, come me, della sincerit.

Gr. Denlier^ II 134,

Ma

in qualsiasi si-

un dio che non serve a nulla, solo una concessione


all'opinione pubblica
io non ho ritegno di giudicare cos anche gli
stema

filosofico

di di Epicuro.
(4)

L'Arnim

se ne accorto (p.

14).

^i

Ma, pi che elementi

rica.

lessicali, la

composti, specie nominali, d allo


ticolare

io

y.oyaX'Aihoi.c,

90?

e,

stile

intendo espressioni come


T:aXtvex)(u|xev:xa(;

per citare oltre

grande quantit di
un' impronta par-

^utcoxcIjoo-xwv. -ceOvx-

iTOxaSsoxpwxxa? xoivoxpaxYjpax'j-

nomi un verbo,

ai

r.'.\izXoGcc^y.o-S7.-

Tutte queste parole sono nuove, molte di senso e


alcune forse non erano intese
di formazione non facile
facilmente a primo acchito neppure dai contemporanei.
Yv.

oiTcX e

a maggior ragione

sono,

xpcTtX

caratteristici dello stile ditirambico (I)

punto

la X^c? 6c^upa[xptxYJ.

com' noto,

Cercida imita ap-

Assai singolare che egli

si

diverta a formare parole composte cos, cio nobili, con

elementi che, presi ognun di per

s,

sarebbero plebei

pensi solo alla auoTiXouxoa'jva. Il poeta,

fannosamente
effetti

in cerca di disaccordi.

s frequente in alcune

direbbe,

si

Ora

va

si

af-

lo studio di tali

letterature moderne,

ma

non si pu parlare, che specie il primo meliambo , nonch scherzoso,


pur troppo amaro e angoscioso. Non sar fortuito che un
rarissimo appunto nella greca. Di parodia

simile tentativo di intrecciare insieme

colo

si

il

ritrovi in un' altr' opera, la quale,

sublime e

il

ridi-

quantunque non

un ditirambo, ha con questo genere relazioni strettis(2). Timoteo non ha scritto,


almeno
cinque ditirambi (3);
alcun
altro
nomo,
bens
pare,
nessuna meraviglia quindi che anche nell'unico nomo
non si faccia scrupolo di usare di quelle forme e di quei
mezzi stilistici che gli erano pi familiari. Timoteo
che questi
in verit molto pi oscuro che non Cercida
evita le metafore che quegli sceglie ardite e strane e acsia

sime, nei Persiani di Timoteo

(1)

Aristot. a. p.

1459 a y

xtv 8'vs|xx(ov za. \iiw

5i7tX (laXiaxa

ipjixiei xotg SiO-opaiiPot^.


(2)

cida,

Chi volesse scrivere

uou dovrebbe

(3) Clr.

uiu studio

completo sullo

forse diineiiticare uef)piire

WiLAMOwnz,

Thnotheos, 80.

stile

di Cer-

Leonida Tarentiiio.


cumula

222

poi temerariamente le

une

Eppure

sulle altre.

carattere generale dello stile non

il

molto diverso: che

anche Cercida con


suoi composti, non facili a intendersi a prima giunta, sembra volere a bella posta sbai

lordire

zione

per

maggiore

Tf-iTrX

stile

biamo

detto, lo

foggia

studio

ditirambico.

Ma

in

predile-

la

in

Timoteo ancora quasi

come

[jLouao7iaaLo/.'j|iac, xaiaxi-

oiizki

bastino esempi

e cos via.

|xa|ji7:etao/''T(jDy

IJLoxax/jC.

anche

lettore: questa particolarit deriver

il

da imitazione dello

lui

del

contrasto

come ab-

pari ,

se

Timoteo non

suoi composti con elementi volgari

come Cer-

non ha ritegno a immischiare


una scenetta burlesca nel pi bello di una descrizione
commovente l dove tratteggia le sorti infelici dei macida, egli fa di

peggio

rinai persiani sconfitti a Salamina,

un Frigio

ardisce

riprodurre

il

greco spropositato

di

da un Elleno,

chiede merc. Che la mescolanza del

burlesco con

il

gli

le

ingegnato

capelli

sublime derivi anche in Cercida dalla

dizione del ditirambo

contro

che, tirato per

Comunque

sia

di

ci,

intenzioni del poeta chi asserisse


di scrivere in istile

tra-

andrebbe

essersi egli

piano e dimesso. Anche

le

da Omero e da Euripide non saranno sembrate sconvenienti ai contemporanei in un componimento


due

citazioni

di alto

stile

poetico,

rebbe parso a
Il

come parrebbe a

lettori del

noi e

come

sa-

quarto e pi del quinto secolo.

poeta maggiore del periodo alessandrino, Callimaco,

Cydippe non solo nomina l'autore da cui ha le sue


Xenomede, ma sunteggia anche per filo
e per segno tutto il libro di costui e in un altro frammento degli ATxta scoperto di recente (1) cita una frase
omerica proprio come Cercida invitato a un convito,
egli si mise a giacere sul divano stesso che uno straniero

nella

notizie su Ceo,

(1)

Ox. Fap. 1362,

XI

85, v. 9 sgg.


non perch

interessante,

posti fossero stati determinati

cos a bella posta, XX'aivoc


G

Tv

'IsuSr^c. c

rico,

ojjLotov

che un dio

Come

yet

223

'0[i,r,p:7.c.

av o[jigiov

raa vero

conduce sempre

il

il

O-sr.

proverbio ome-

simile al simile

Gercida fa coi passo di Euripide e contrariamente

a quel che fa con la

mostra

di trovar

caso, la

mile a

gnome.

lui

otvoTotscVj

pr^tx-'r^v

Xi'Yq) 'r^^zo

rore di tracannar

xtaau^cw

anche

suo

al

[Jiv

noTWft yavv

si-

a(i'jaTtv

che anch'egli aveva oril


boccale tracio, e

gi a garganella

gioiva di piccola tazza

Cercida

applicabile

cio

suo vicino di mensa era davvero

Il

xal yp o

sua citazione omerica, Callimaco

giusta,

meliambi

intitola

suoi

carmi,

trova

cio

un elemento melico-lirico nei ritmi dattilo-giambici, che


compone non del tutto a orecchio ma secondo un sistema
di dottrine ritmiche gi assai diffuso in quel

stesso a cui

si

La mancanza

attiene Orazio,

il

tempo, quello

cosiddetto varroniano

(1).

una responsione vera e propria ha riscontro nelle monodie di Euripide e nel nomo di Timoteo, in poesie cio destinate all'accompagnamento musicale.

di

Eppure, poich

la poesia ellenistica, se si

astragga

commedie, dai drammi satireschi, che


sono andati tutti perduti, e da canzoni di caff-concerto,
delle quali da alcuni anni in qua abbiamo di nuovo
dalle tragedie, dalle

qualche esempio, stata scritta tutta per


e

per la lettura, anche

carmi perch fossero recitati e


cantati

(2).

contenuto

il

a quei

tempi

suoi

non perch fossero


\.zX(oc\'^oc,

sia

nomenclatura conera vecchia di secoli carmi


la

Sui ritmi e sul titolo tratter pi ampiamente in un articolo

che apparr negli Studi italiani


(2)

Tetti,

poco importa che nella parola

\iXoc

venzionale dei generi letterari

(1)

la recitazione

Cercida avr composto

di filologia.

Fin qni sono d'accordo con

il

FraccaK(1i.i.

234

che s'intitolano ixXrj, erano scritti v.y-y. zv.ypv in metri prettamente recitativi.
Dove Cercida abbia per la prima volta recitato suoi
di Callimaco,

non sapere, indovinare. Il meliambo


primo parla del cratere comune e della dannata spepu

carmi,

si

succia

, del

Ta5wrs in

forse, se

misero contributo

certo

convito con

modo

gli altri,

al

sobrio banchetto. Ms-

la divinit di

Peana

il

chi

si

riunisce

dio del canto conviviale.

discutono di amore, come di amore discute


Simposio platonico. Chi duri fatica a credere che gli
antichi, anche filosofi, a mensa non solo discutessero di
filosofia ma anche recitassero carmi su argomenti etici e
metafisici, ripensi all'elegia di Senofane che incita a lo-

Due meliambi

il

dare chi nel convito tratta di virt e non narra tenzoni


mitiche

non

forse destinata essa stessa,

sofica, a essere recitata nel

mente

xal xXoxsi;

7i;vT(j)v

Qn

libro

l'

elegia

Lo dicono

composto

tutt' intiero

filo-

chiara-

vQv yp otj C7;:eoov xaO-apv xal


con quel che segue.

primi versi

simposio

/.epe?

di liriche dottrinali

per noi del tutto singolare; forse non soltanto per

moderni.

noi

La massima, la riflessione etica o magari megnome occorre s nell'alta lirica, in alcuni

tafisica, la

autori,

come

in Pindaro, quasi

regolarmente in ciascun

componimento; ma essa, altrimenti che nell'antica elegia


e nell'antico giambo, forma col il principio o la chiusa,
o serve di comodo spunto a un rapido passaggio Alceo
fa in qualche modo, lo abbiamo detto (1), eccezione. Eppure Cercida non tal poeta che gli possiamo attribuire
un'innovazione cos profonda; nell'era ellenistica da fi:

losofi dilettanti di poesia,

quale fu anch' egli,

stesso genere dovettero essere composti in


t'

altro

(1)

che scarso.

E non

Cfr. sopra p. 201.

libri dello

numero

tut-

punto strano che proprio

in

zzo

CJ)u>

quest'et gli argomenti gnomici,

ai

quali fino allora erano

recitativi, facciano

ritmi

stati riserbati

anche

irruzione

nella lirica pi alta; che ormai in quest'et anche l'alta


lirica

La

non pi

destinata

al

canto

distinzione rimane quanto allo

ma

alla recitazione.

stile.

Orazio ha preso

le mosse anche qui dal vecchio Alanche qui egli ritrae il contenuto da poesia
ellenistica, in parte da quegli stessi giambi filosofici, che
furono una delle radici della satira romana, ma in parte
anche da componimenti di tono molto pi alto, da libri
del genere di quello di Cercida. Questi non solo gli fornivano la materia greggia, ma anche l'incoraggiavano, per
cos dire, a versarla in forma lirica. La metrica diversa,
perch Orazio segue quanto ai ritmi Alceo; diverso anche lo stile, ma non meno alto di tono. Solo Orazio ha

ma

ceo,

come

evitato
le

certe crudit di effetti cos particolarmente

gonfiezze dello

stile

scrivevano

tutti

letto,

ditirambico, se pure

uno

stile

poeti,

simile a quello

che ha
Cer-

di

cida: Orazio voleva essere non

un seguace degli Alessandrini, ma un classico, un rinnovatore dei Lesbii. Che egli,


del resto, abbia letto proprio Cercida, non mi pare ne

probabile n provato
fu solo

uno

di molti.

sono in verit grandi

che un meliambo

di

come appunto un'ode


neii sit ancillae

ugual

diritto

giambo

si

questi secondo ogni verisimiglianza

Le somiglianze quanto
:

al contenuto
possiamo facilmente immaginare

Cercida principiasse proprio cos


del secondo libro oraziano, la quarta

amor pudori^ Xanthia Phoceic.


pu pensare che cominciasse

Ubi

filosofico p. e. di Fenice.

Cercida tratta

nei

Ma

con

cos

un

Pi importa che, come

meliambi un argomento

metafisico,

l'esistenza degli di, cos Orazio canti in un'ode di un

mutamento,

sia

pur fuggevole, delle sue opinioni intorno

alla divinit e al

mondo

yarcus deorum cultor

quens. Altre liriche di tal fatta,


15

non ne conosco

et

infre-

in tutta

tu')

ch certi cori di tragedia, a cui alcuno penserebbe, sono assai diversi. Ma somiglianze di
parole non si riscontrano se non una sola volta, e questa
volta nella trattazione di un luogo comune, sicch viene
fatto di sospettare che l'espressione fosse proverbiale (1):
Orazio ha senza dubbio letto, se non Cercida, libri simili.
la letteratura antica;

APPENDICE

Cercida
Il

Fraccaroli

{lv.

di

Orazio.

FU,

XL

1912, 127 sgg.) ha

che Cercida un vero

brevemente
precuri
meliambi sono il ponte di passaggio
tra il giambo greco e la satira romana. L'autorit che
questo studioso meritamente gode per l'altezza dell'ingegno e la vastit della dottrina, mi induce a prendere
qui in esame la sua opinione (2),
La poesia di Cercida sarebbe, caso mai
e questo
una
avr voluto dire senza dubbio anche il Fraccaroli
sostenuto

sore di Orazio, e

sola delle molte radici della satira oraziana.

vero, contengono per lo pi disquisizioni etiche

ma anche

terarie,

mento

cio, se

metico

ma

monologo

sermoni,
e let-

un componinon propriamente drammatico, almeno miil

di

Priapo,

anche dialoghi del poeta con interlocutori


fittizi ed evanescenti, che compaiono e

non gi sempre
(1)

Di pi nell'aiipendice che segue subito a questo paragrafo.

(2)

{Boll, di

Tent gi di confutarla M. Lenchantin dk Gubernatis


fil, XIX, 52 sgg.), senoncli 'ai suoi argomenti se ne pos-

sono aggiungerejmolti

altri.

__ 227

scompaiono come fa comodo a


persone determinate, quali
lo

il

bens talvolta anche

filosofo stoico

il

Damasippo

gastronomia Cazio, o tipi caratteristici,


servo Davo
ma anche dialoghi tra personaggi

scrittore

quali

lui,

di

Tiresia, componimenti cio veramente drammatici; ma anche narrazioni di fatti ai quali


il poeta ebbe parte o di cui fu spettatore, come il viagmitici, quali Ulisse e

gio a Brindisi, l'incontro con

nanzi a Bruto tra Rutilio

schiettamente narrativi,-

il

seccatore, la disputa di-

componimenti cio
mescolanza era anche magPersio,

e
la

giore nel predecessore di Orazio, in Lucilio:


di

questo aveva

la

nell'opera

sua parte la disquisizione bonaria

ma

sempre arguta, su argomenti etici, politici,


letterari, persino grammaticali e ortografici
n mancavano componimenti drammatici, che nel libro 17 erano
poste in iscena Penelope ed Euriclea, proprio come nel
quinto sermone del secondo libro oraziano Ulisse e Tiresia; ma, a giudicar dai frammenti, i componimenti narrativi, tutt'al contrario che in Orazio, prevalevano di
gran lunga. Lucilio narrava, con intenti sempre di riso,
processi, veri o inventati, di uomini e di di, banchetti
riusciti bene o male, viaggi e spedizioni militari, colloqui con filosofi. Orazio riprende certo i pi tra questi
motivi, ma non tutti, ed ben lungi dall' accettare tutte
quelle forme letterarie che Lucilio adoperava senza scrupolo si pensi che il libro 22 conteneva epigrammi funeL'opera di Orazio anche
bri per gli schiavi del poeta
o maligna,

come

nelle Satire
di scelta,

satira

romana da Ennio

loro

(1) Cfr.

Odi

classicistica, vale a dire

che intende cio a limitare

linea retta
il

nelle

mezzi.

La

opera

storia della

almeno ad Orazio forma una


Ennio erano ancora quello che

sino

le saturae di

nome

indica nel

suo

significato

Ullmann, Class. PhU. Vili, 1913, 176

sgg.

originario

(1),

Leo, liom. LilA'2S

di vario argomento, drammatiche,


anche didascahche (1), non Hriche per n di
non satiriche nel senso che diamo noi

miste, poesie

poesie

narrative,
alto,

stile

a questa parola.

Satiriche

nel

per grande parte gi quelle

mento

2t

significato

nostro erano

Lucilio; in Orazio l'ele-

di

dottrinale prevale di gran lunga senza riuscire a

cacciare in bando tutti gli

mutamenti
la satira diviene sempre pi una, assume sempre pi un
carattere suo. Ma al principio fu non l'unit, s la molteplicit. A una radice unica del genere non si deve
pensare esso si formato a poco a poco nella letteratura romana da elementi svariatissimi, non tutti, s'inpi romani (2).
tende, e forse neppure
Ma la lirica di Cercida , non che radice nica, forse
neppure una delle radici della satira oraziana. Ben a ragione il Praccaroli ha notato tra l'uno e l'altro genere
di componimenti caratteri comuni; ma dalla sua osservazione si ritraggono tutt' altre conseguenze, quando si
ponga mente ai giambi di Fenice e dei suoi correligioaltri.

Attraverso

che presentano

nari,

Anche
lenza,

che

ti

umane

non

pi.

ne vio-

passioni, la sciocchezza della concezione volgare

un ragionamento tutto mosso, pieno

Leo 206 8g.


Geffcken ha

intitolato s

greca {Xeue Jahrbucher

f.

d.

Studi sulla sa-

XXVII,

1911, 393 sgg.,

Alt.

singoli fattori della

satira si ritrovano nella letteratura ellenistica, solo

creato questo genere letterario.

d'inter-

un sno lavoro

kl.

469 sgg.), lua concliiude confessando che, se

matica

molte

invettiv^a

ragionamento filosofico quel ragionamento


smonta i pregiudizi, che ti mostra l'inanit delle

(2) Il

tira

stesse somiglianze e

ma

della vita;

(1)

le

nei giambi dei cinici trovi

La

Romani hanno

questione della satira dram-

(cfr. ora Ullmaxn, Class. FUI. IX, 1914, 1 sgg.) e quella


menippee varroniane sono troppo coutroverse perch si possano
qui anche solo sfiorare.

delle

1'J

rogativi, tutto figure, pieno di spunti tolti alla vita co-

una

mune...,

Per

comune

vita
xoic,

molto positiva e molto scettica

filosofia

insieme per

gli interrogativi e

vopaiv.

xaX;

ad-T.'.

si

pensi a Fenice v. 92 sgg.


[o

JIoizic>iT:7zt,

y.xzt.zocc,

aii-apaySiTou.

dvlcLc, e-(

X-'O-o'j

verbiali,

come mostrano

un proverbio

tioXwv, [ajOtO'j?

citazioni e

Fraccaroli.

Questi ha

persona determinata

a un Posidippo.

Ma

, sulle

che

il

'^pto; svO-sv

comune a

lo stile dei

coliambografi

di Orazio,

che nella sua semplicit

che invano cercheresti

quali insiste

discorso a qualche

ci sia

si

accosta

perch pi umile.

Orazio scrive alla buona, affetta talora

di

scrivere

alla

squisitezza di arte,

alla

Penice e consorti, importa qui


nostra ricerca. Cercida, invece, anche a detta
in

del Fraccaroli, foggia parole

ditirambici

come

difficile

Cercida

scrive,

pi alta

lirica,

o')

composte all'uso dei poeti


li imita, e non soltanto e

oserei dir io,

non principalmente con

L'

intenti parodici.

la questione della somiglianza metrica.

secondo io credo, in ritmi propri della


ad ogni modo assai lontani da quelli

supplito,

ma

par sicuro

chi supplisce altrimenti nel

verso precedente, <levo acconciarsi a ficcare una zeppa in questo.


(2)

anche i coliambi contro rata-/poun Parno il carme di Penice

senza dubbio di pi a quello

(1)

(2)

almeno
oraziana quanto le

osservato

rivolgere

il

sono indirizzati a

Pi

Gerhard

Xwv ce

72):

(v.

reminiscenze di poeti

Cercida e ad Orazio

poco

o'Orcpy'.v

e la predilezione pei proverbi

altrettanto caratteristica per la satira

xoo'j-

citato dall'anonimo xax' a:a7pcxp''a5 che

[}.^zVj IvO-' ^ld-ey,

buona

ojv]

erano pro-

tre centesimi

passi raccolti dal

precede nello stesso papiro

xpsta

dalla

(1) ctx:a; [iv XcXtf^-

G]\j[i'^Afjrj'/.vj

ypr^{xxwv

xt

[to?

tolti

yaXxwv. Pochi versi prima aveva nominato

Qio'jc x[pt]wv

il

spunti

gli

Phoinix 137.

^S'M

della prosa; l'esametro di Orazio invece assai rotto e

piano, quantunque,

prosa
e

come mi sembra, non tanto da parere


avvicina, com' noto
il giambo si

Alla prosa

(1).

che

gi sapeva Aristotele, assai pi

come

il

dattilo

coliambografi scrivono giambi cui l'allungainonlo dell'ultima breve doveva togliere gran parte dell'effetto
i

ritmico normale. Ora l'esametro nella satira, per cosi

dapprima settenari
un
fa
non
Orazio
certo punto in poi soltanto esametri (2)
se non continuare Lucilio non solo quanto alla scelta del

un succedaneo: Lucilio

dire,

scrisse

trocaici, poi i)romiscuamente senari ed esametri, da


;

metro ma anche quanto al modo di maneggiarlo, 11 trimetro nella satira pi originario che l'esametro.
Questione del tutto diversa se Orazio abbia letto
Cercida. Il Fraccaroli inclina a crederlo il Lenchantin,
;

me sembra

con ragione, nega che si possa provarlo.


Cercida e Orazio mettono alla pari l'avaro e il prodigo
e a

{Mei.

col.

I,

II v.

miglianza tra

5 sgg.; Serm.

II,

3,

due poeti piuttosto

166-67),

ma

di pensiero

la so-

che di

sentenza sar stata patrimonio comune delle


varie scuole ellenistiche di filosofia: Cercida cinico;
Orazio la pone in bocca a un commerciante di oggetti
parole.

la

Damasippo, il quale per non fa se non riragionamento di uno Stoico da strapazzo, Stertinio

d'arte fallito,
ferire

il

tra l'etica cinica e quella stoica corrono molti fili. Il Fraccaroli ha confrontato, e questo riscontro di evidenza assai

maggiore, a
Xy,5,

oxa

yops 'A-f po5:xa xal x

xp-/(^Yp,.o'j cp^o;,

TuvSapoio

(1)

5'

Esso

56-/.i

y^P-??^?

|xyj5v? jiXctv. TraviV.a

oO xapa)(- xozoci

""''''

W^'^ ^-O^

'^oXG)

pi simile, coni' noto, al vecchio

esametro di Ennio

e di Lucilio che a quello classico, che appare a noi per la


nelle traduzioni di Cicerone
(2)

da Arato.

V. Leo, Bni. Ut. 409.

y.ataxXtva;

due versi (125-126)

prima volta

della

23i

seconda del primo

satira

dextro corpus mihi laevoni,

Ilici et

libro haec

Egeria

est;

uhi

siipposuit

do nomen quod-

illi. La somiglianza davvero grande; ma tuttavia


non mi par necessario supporre che Orazio dipenda da
Cercida. E anzitutto mi sembra da escludere che, come fa

libet

intendere

Fraccaroli, Orazio abbia voluto

il

come poche righe

cida,

pi innanzi

citare Cer-

aveva

citato l'epi-

grammatista e filosofo epicureo Filodemo. Questi era


molto pi moderno di Cercida, era in voga nei circoli epicurei frequentati anche da Orazio; eppure il poeta, perch s'intenda di chi sono quei versi, fa il nome dell'autore; quello di Cercida, non lo fa. Non solo; ma invece
di Elena nomina llia ed Egeria: come avrebbero potuto
indovinare che lo spunto era cercideo, se i nomi
i lettori
erano del tutto mutati? Eppure essi non erano tenuti a sapere a memoria i versi di Cercida, mentre invece a scuola
avevano imparato a mente Callimaco ed Ennio (1).

Ma
senza

Orazio,

citarlo.

obietter, potrebbe usare

si

Neppur questo mi sembra

di

Cercida

verisimile. Orazio

continua qui l'esposizione di dottrina epicurea, seguita a


svolgere

che gi contenuto nei versi di


pu immaginare che egli muti qui

concetto

il

Non

Filoderao.

ci si

un tratto di fonte ma converr invece riconoscere che


Cinici ed Epicurei avevano in comune la dottrina che

d'

bisogni naturali fossero assai

vivano dello stesso

xkoc,

facili

preferire le meretrici, pi sicure


alle

donne maritate,

diversa in

(1)

scrittori

(lei

XllI 5851)).

1'

Elena

la

degli

Eleiia

siili'

attica

accattoni

si

ser-

consiglio

di

buon mercato,
coloritura non molto

filosofi,

meretrice

11

e pi a

ritrova in

punto

resto lo scherzo

ventato da Cercida
ntwxs^svyj,

si

a soddisfare e

per sostenerla.

l'

nei

comici

da strapazzo
K(xX}J.jz:ow

Elona

attici.

In

etato in-

era

chiamata

accattona

(Atlieu.


Ateneo

568 d)

(XIII,

-UH

consiglia a un Cinico di far uso

si

il
consiglio con passi della commedia: Filemone esaltava Solone quale inventore dei postriboli: La porta aperta; un obolo; salta dentro (fJOd) .
L'obolo, che pur era il prezzo consueto del biglietto di in-

dei bordelli e

si

conforta

gresso al postribolo

mone

(l), ci fa

stesso precede:

Ma

ricordare Cercida.

Stan

in File-

nude, perch tu non possa

essere ingannato: guarda bene tutto . Quest' tal e quale


l'oraziano adde Ime qiiod mercem shie fucis

fjestat,

aperte quod

venale hahet, ostend'd, nec siquidhonestist, iactat hahetquepalam,

quo turpia

qiiaerit

celet.

Un frammento

di

Xenarco

(ibd.

569 a sgg.) deplora, come Orazio, che


giovani preferiscano esporsi a pericoli, pur di aver commercio piuttosto
i

con

matrone che con

le

mentre queste ofL'adultero qui dipinto con

le meretrici,

frono tanta libert di scelta.


gli stessi colori

che nella satira oraziana: l'entrare per una

scala a pioli o per


tetto

o nascosto

una

finestrella posta proprio sotto al

nella paglia

accoppia bene con la

si

descrizione della paura e della fuga dell'adultero, che

chiude

sermone

il

di Orazio.

Eubulo (569 e) consigliava

l'uso di quelle donne, Tiap' wv


[jitxpou

Tipiaa^aL

mone ha

Da

'^t'^jyAnz

-ffOYl;^/

i-^yjMZ x

come

l'

riscontro nel cinico Cercida, cosi

magno

nel non

ty]V

'/.piJiato?

pretio

dell'epigramma

di

titi-J. ay.

^oX? di Fileil

[l'.xpv

y.ip\x7.

Filodemo.

questi riscontri, che con poca fatica possono es-

sere aumentati,

mi pare

chiaro che la letteratura

risulti

cinica sia epicurea

filosofica popolare, sia

Gerhard 169.
E uon solo cinica ed

(2),

attinge

(1) Cfr.
(2)
l'

Erotico di Plutarco (759

OTt,

SpaxiA^S

Itoci

spiv OTCSjieivs. Il
il

O'j'cs

f)

epicurea
asserisce

auche

iiu

personaggio del-

f^g 'A'^poStxYjg Topyov wviv

71V0V oSeg o'jts xiv5ovov cppoSiaiwv

Ivsxa

prezzo dei bordelli doveva essere aumeutato

Tnog proviene dalla letteratura,

della vita.

ma

}iy)

che

come nutrito dalla pratica

a un genere letterario assai poco filocommedia. Alla commedia attingeva Lucilio,


che pure nel libro XXIX {v. 859), a proposito di mere-

dottrina e

ttio;

sofico, alla

asseriva

trici,

a dir

cos,

corpus solidum invenies,

Me

stare ijapillas

Lucilio che di fanciulli, che erano,

(1);

corrispondente maschile di meretrici, diceva

il

866) qui

(v.

liic

marmoreo

pectore

et

poscent minus

offerte e favori delle

peresne? doce

{v.

praebebunt rectius multo

che consigliava, pare,


matrone at non siint

sine flagitio; Lucilio

alle meretrici

et

ncque dant

quid,

di respingere

cio

similes

dare vellent

si

et

acci-

868).

Orazio dunque riprende nella seconda satira del primo

un motivo che Lucilio aveva


dalla commedia lo aveva

libro

come

dia,

lo

svolge in piena conformit


Heinze, vero, anni sono in

popolare

(2),

una dissertazione meritamente famosa


Orazio negli ultimi versi segue
gli

comme-

attinto la letteratura

le dottrine epicuree. Il

filosofica

con

attinto dalla

Epicurei

veva essere
poeta
tace

piuttosto

poich la dottrina autentica


assai diversa

sostenne che

(3)

Cinici

di

da quella raccomandata qui dal

sostenne, abbiamo detto, che ora nel

su

questo punto, essendosi

congettura non essere

che

Epicuro do-

bene

forse

accorto

fondata.

commento

infatti

la

sua

del

tutto assurdo supporre che Orazio proprio in fine della

cambi fonte

satira

anche

versi che appaiono ora cos

non

demo

(1)

(Rm.

la

chiusa,

simili a

compresi

quelli

di

due

Cercida,

non svolgimento dell'epigramma di Filoo espone qui forse anche Filodemo, autore di
se

La somiglianza

Lit. 410*),

tra Cercida

che ha per

il

Lucilio osservata dal

torto di

non

iiensare,

Lko

come neppure

hanno pensato, alla commedia.


Poco importa so Cercida lo abbia attinto dirottaniento dalla
commedia o lo abbia ricevuto dai suoi maestri cinici.
(3) De Horatio Bionis imitatore (Bonn 1889), p. 22 sgg.

gli altri
(2)

i>:}4

tanti e tanti trattati epicurei, dottrine

non epicuree

ma

ci-

niche? Certo rEpicur(!0 autentico consigliava la massima


moderazione n(dl' uso dei godimenti sessuali. Egli considerava il desiderio di tale volutt quale naturale s ma
non necessario (fr. 450 Us.), e in una lettera a un discepolo giungeva ad esclamare malinconicamente: -fpoiaca oinoxe wvrjaev yaTir^tiv 5

ci [x-q

Ji5a'];v;

la

volutt

non ha mai giovato, uno si dovrebbe gi contentare che non avesse fatto male (1). Ma in quella
stessa lettera egli mostra di non avere in massima alcuna ripugnanza contro piaceri di tal genere allo scosessuale

laro egli consiglia di consentire alle sue tendenze erotiche

solo

quando

verchio

i(x-/.zla\)-xi

v[Aoi)c;

7iuv9-vo(ia''

/cax

xr^v

xcv

\xrfze

XuTif,c;

xaTa xaxavaX'laxYjc;,

x xaXw;

[xy^xs

zr^v

ypw w;

senza dispendio so-

apxa

x:vr^acv 'fO-ovw-cfrOV

evxeu^ov oh o oxav

7ip5 xr^v :ppo5ca:a)v

xaxaXuY];

TcXrjCTiov

aou

ne

senz'offendere ne leggi

possa fare

lo

costumi, senza danno della salute,

eO-y]

apxa

[jO'jXei

y.''jjiva

y,ivf,c

xaxaca''vr,;

-7^

[i,7,x

\ii{iz xo-j;
[iTJxs

xwv

x vay-

otjxc'j Tz^oT.piazi.

Ag-

non incappare in
qualcuno di questi danni ma le parole, che abbiamo riportate di sopra, mostrano che l'usare o il non usare con

giunge, vero, che difficilissimo (2)


;

meretrici era per lui

solo

questione di opportunit

quanto sappiamo della sua etica, il frequentare il bordello avr urtato secondo lui tutt'al pi contro opinioni
vane, S^ac xvai, non gi contro costumi ragionevoli, l^r,
xaXto?

x''{i,va.

Del resto non importano qui tanto le opinioni di Epicuro quanto le dottrine dei suoi seguaci, e Origene {e.
Cels. Vili 63, fr. 535 Us.) informa appunto che gli Epicurei sconsigliavano l'adulterio

(1)

Gnomol.

Vai.

non per

la

turpitudine

51 {Wiener Studien X, 195).

(2) ixiiXO'-'^oy iivxot

t ys hy] oOx ivi y xiv lOJxtv C'jvsx,ea9-at.

235
dell'azione in se,

ma

per

pericoli

che con essa

si

ac-

corapag)iavano, vale a dire per quelle stesse ragioni per

biasimavano comici attici ed Orazio. Anzi un


raffronto accurato mostra tante e tali somiglianze che
forza ritenere che Orazio attinga qui proprio da una diale quali lo

triba epicurea.
Orig.

oi

5i xoizo o
ouotv,

Orazio.

'Eraxo'jpo'j o
iioiy^s'-

Tixovxai

&Ti

37 Audire

est

operae irretium procedere recte

5i T v=vo|ii>cvat t-

qui moechis non voltis, ut omni parte laborent

Xog

aique

5'

T/jV fjSoVYjV, 7ioX?.

navxv xwXoxix

(ICf?

atqtie

illis

multo corrupta dolore voluptas

haeo rara cadat dura nter saepe pericla,

x^ xo [loixsusiv

TjSov^ xal a6-'oxs

Xaxg

hic se praecipitem tecto dedit

cpoy^S

Tj

ille flagellis

cp'j-

ad morlem

caesus;

fugiena

hic deeidit

acrem

>]

praedoium in furiavi, dedit hic pr corpore nummos.

9-avdxou$,

'KoXXd^ic, 8 Ttp xoxtov yal xtvS'jvoug

xa-

132 discincta tanica fngiendumst


ne

nummi

et

pede nudo,

pereant aut puga aut denique fama.

xx7n,x-^psvxTf]v

xo vSpg s|o5ov
.Tz xriz

XV

olxias xat

127 nec vereor

ne,

ianua frangatur,

dum

futuo, rir rure reourrat,

latret canis

xSLVO'J ifpo-

vouvxwv.

Il

confronto cos chiaro che converr oramai ragio-

nare inversamente e asserire che

passi oraziani confer-

mano che Origene riferisce con fedelt la


Epicurei. Non dunque senza ragione da un
Cicerone (Tusc.

V 94)

(1) si

(1) obscenas voluptates....

aetate, figura

dottrina degli

noto passo di

suole indurre che gli Epicurei

non genere aut

loco aut ordine, sed

metiendas putant (cio gli Epicurei).

forma,


davano

gli stessi consigli

appare fedele,

se non

23r)

che Orazio; e Diogene di Enoanda


maestro primo, almeno alla sua

al

scuola, (piando dice inutili alla felicit ricchezza e gloria

civica e

regno e

il

molle e

la vita

il

lusso della tavola,

non gi le volutt d'amore, ma il raffinamento nelle


volutt d'amore (1).
Vero , secondo me, che Orazio, quanto almeno al
che la questione della forma
contenuto della Satira

tutt'

altra

meno

deriva molto

molto pi fedele

dai Cinici ed rimasto

alle dottrine epicuree di

creda comunemente

ma

fu scolaro non di Epicuro

deve immaginare che

quanto ora

si

Solo bisogna ricordare che egli

(2).

non

di tardi epigoni, e

seguaci del Giardino siano

si

ri-

masti per secoli e secoli in tutto fedeli alle opinioni del


maestro senza mutarle in nulla, che sarebbe contro la

natura delle cose

umane

Che difficolt c' ad ammetpropaganda abbiano adot-

(3).

tere che gli Epicurei nella loro

tato anch'essi un'idea diffusa nell'etica popolare e l'ab-

biano confortata di un

commedia

gi svolto dalla

-ztzoc,

attica ?

(1)

bnb

Fr.

XXIII WiL.

xr,; cpuasco; xx'/jaiijsvot

ax 5'Jvaxai uapas/sv
xog po5
(ii^x'

y.%i

XXo
(2)

Si

pu essere

xXog

iiyjts

5ga

xpscns^wv uoX'jxXsia

xi

felici

solo x

8' axi, zo\izo.

uoXsix-.xy) [irjxe ^aatXia


[yjx'

-i^y;-:o'J[jivov

cxt xs jiv^xs
|iy,0-'

-XcOxo;

i^poSiai-

cppoSsiaiwv YX=Yp.iva)v

rfiowfx.1

iirfivj, cpiXoaocpia 5 Tiipmcilisl livvj].

Sulle fonti filosotclie delle Satire spero di tornar presto al-

trove.
(3)

Tra

segnaci di Epicnro sorsero spesso controversie di inno-

vatori con seguaci ortodossi delle dottrine del maestro


nieglii,

ingegnosamente sostenuti

(Riv. di

FU.

XXXVII 1909,
Mits. LXVI

LIPPSON [Eh.

60 sgg.)

ma
le

arbitrari,

v.

contro

del nostro

di-

Bignonk

assennate osservazioni di R. Phi-

1911, 231 sgg.).

237

4.

In quest'ultimi tempi
imhres e specie

24

due epicedi

quis desiderio

romane pi

piuttosto con consolationes

neraria anteriore.

Da

che

precetti

ion

di letteratura fu-

si

noterebbero

professori greci dell'et

periale impartivano nelle loro scuole di retorica


alla

[j.ovq)o:a,

semper

confrontati

certe somiglianze, che essi presente-

rebbero con quelle, da certi riscontri che


tra essi e

stati

tarde, soprattutto

che non con quel che resta

di Stazio,

li

sono

all' TOxcpco;,

al

uapaixut^Yjtcx?,

come

im-

intorno
divide

questa materia il secondo dei trattati attribuiti a un Menandro (1), o intorno all' Tziixrpioc, soltanto, come la com-

prende in un nome unico V ars dello pseudo Dionigi di


Alicarnasso (cap. VI) (2), si voluto inferire che Orazio
attinge qui i motivi della sua lirica da manuali elleniche mette in versi luoghi comuni della retorica (3).
Questa conclusione appare gi a prima giunta sospetta
stici,

parr strano che

l'

della

influsso

retorica su

Orazio

si

scorga appunto quasi soltanto qui; possibile che egli proprio solo quando aveva a comporre, diciamolo pure brutalmente, una lettera poetica di condoglianze, rivolgesse
la

agli studi retorici della sua adolescenza ?

mente

il

ragionamento, da cui quella conclusione scaturisce, viziato

da pi

Sia o

(1)

ambedue

di

un

no costui

errore.

il

retore

Monandro

li

Laoclicea, par certo elio

trattati siano stati composti verso la fine del terzo secolo

dopo Cristo: Schmid, Pauhj-Wissowa VII, 1134.


(2) In verit per (jnesta parto un manuale
nini

Kadkrmacuek,

(3)

hi.

Ali.

nouKG

dell'et degli Anto-

Faulji-fViHsowa V, 969.

Un pensiero giusto e lino del Reitzenstkin


XXI 1908, 82) stato esagerato e travisato
{ibd.

XXV

1910, 271 sgg.)-

{N. Jahrb. f. d.
da M. Sik-

cos


Infatti esso

trine retoriche,

238

non considera che (Jrazio, oltre 1(3 dotpoteva avere ed ebbe probabilmente pre-

sente tutta una letteratura poetica alla

giunge parimenti

quale

ricon-

si

la pratica e la dottrina dell'eloquenza

funeraria dell'et imperiale: anche se non fossero

come

servati,

con-

sono, frammenti di elegie mortuarie di Ar-

chiloco e di treni di Simonido, anche se non solo fossero

andati smarriti tutti gli epitymbii ellenistici, che sono di

natura un po' differente,


notizia di epicedi

sandrini

lirici

ma

si

fosse perduta

ogni altra

o elegiaci composti dai poeti ales-

pure un passo appunto dell'ars dello pseudo-

Dionigi avrebbe dovuto mettere in guardia

Siebourg

il

e rattenerlo dal formulare asserzioni precipitose. Dionigi

Non avremo

scrive:

soltanto

collettivi

pieni di essi, sia

scarsit di modelli per

ma

individuali

che

cosiddetti epicedi, sia

v' grande abbondanza

di tali discorsi in

epitafi

treni; cosi pure

forma prosastica

sia nella letteratura antica, sia in quella pi recente

modo come

Il

lo

pseudo-Dionigi propone

non

carmi sono

(1).

ai suoi discepoli

di retorica indistintamente

carmi e prosa ad imitare, ba-

sterebbe a indicare che

fu

ci

antica e che essa svolgeva a

una poesia funeraria pi


un dipresso gli stessi mo-

che ritroviamo in Orazio e nelle Consolazioni, anche


se non sapessimo che la prosa d'arte, la cosiddetta eloquenza epidittica, quella appunto che s'insegnava a scrivere nelle scuole di retorica, sostituendosi anche in altri

tivi

campi
anche

ambisce di continuarla per ogni rispetto;


termine di [jiovwo'a non dicesse che

alla poesia,

se lo stesso

(1) II 278, 7 Us.

pa8stY|J.aT)v),

tts

~oi

o'jy.

7topr,ao|j.v O'JS tjv Tipg

xal T uotyjiiaxa

o'jTcos Gv&[Jta^[isvo'. ^y7,^/o'. to'


aT'.

TotO'JTWv

[iSVOlg.

XYWV V te

iole,

ixaaxov

{iEox totcov,

cbaatiitog nXo'noc,

uoXg

naXai xai Tog Xcyov

tjv

ci

(scil. 7ia-

my.rfieioi

xaxaXcya5r]v

xi Tipo

7j|ji(j)v

ysvo-


r eloquenza emula qui
euripidei

239

pathos dei canti degli attori

il

(1).

Quindi, che motivi degli epicedi oraziani

con
con
cili

le
i

prescrizioni

dei

accordino

si

magari siano identici

trattati, o

motivi, che s'intrecciano nelle poesie di troppo do-

discepoli della retorica, dell'autore della Consolatio ad

Liviam e

non prova nulla;

Stazio,

di

o dimostra tutt'al

pi che proprio della natura umana, quando


o compiangere o consolare
certi sentimenti e

mettere

rebbe la dipendenza

di

una sventura,

si

vuole

fare appello a

in luce certi pensieri.

Prove-

queste liriche dalla retorica chi

mostrasse che in Orazio ricorrono tutte o quasi tutte


parti che

distinguono

trattatisti

negli

gi nello stesso ordine che essi prescrivono.


cosi:

secondo

gli

insegnamenti dei

le

epicedi, su per

Ma non

trattati parte indi-

spensabile sia dell'orazione funebre sia della consolazione

un encomio

del morto, distinto nelle lodi della schiatta,

della nascita, dell'indole

modo

dell'educazione,

del

dovrebbe seguire un'esaltazione


Che c' di tutto ci in Orazio? Si obiet-

di vita, alle quali

delle opere (2).

(Ij

naturale,

Anche Menandro

cercati nella poesia,

ma

sa cbe

|jiov(o5{a vanno
Omero, cbe introduce Andro-

primi esemiii della

risale sino a

maca e Priamo ed Ecuba a lamentare la loro sorte (p. 434, 11 Sp.).


La derivazione non sorprender chi ripensi die per Platone Omero appartiene al Ysvog au|Ji|JLt>CTOv ma non credo che autori del buon tempo
;

avrebbero chiamato
(2)

Menandro

chiaro, dico

secondo
stessi

ycoy^i;, Tptxgswg,

nell' x(tY>

1'

monologhi omerici.

e lo xisendo-Dionigi coincidono quasi letteralmente:

il

deve derivare dagli


cpaecos,

oiSai

(p.

278, 16), che la lode uell'epitalio

luoghi che nell' encomio

ma

poche righe

pii

si

TtaxptSo;, Ysvoug,

innanzi egli distingue

vatpo-^>^, la nai^sia, gli Tiixi^SeuiiaTa.

Monandro

(p.

420,

10) prescrivo per l'epitafio l'uso dei luoghi encomiastici consueti, ysvot>;,

YEvaswg, cpuoecDg, vaxpocp^S, TtaiSeiac,

7rtT]8eu|jixtt)v;

(420, 25) seguono quale parto principale le upagsij.

che Menandro distingue la Yvsaij dal Y^vog

La

subito dopo

sola difterenza

considera categorie, coor-


non

ter che

minute

ragiono

vi

!240

aspettarsi partizioni cos

di

Ma questa osservazione
che Hrica concettosa non pu dipen-

in lirica cos concettosa.

significa tutl' al pi

dere dalla retorica, ci che anch'


poesia
il

conformi

si

buona

di

poeta, a precetti di

genere,

tal

Stazio nelle Selve. Questi


il

in
ai

K come

credo.

se

vuole

mostra l'esempio

di

accomoder a cantare anche

si

{siv. II, 1, 72 e
quasi con
metter
06
spiritosamente
sgg.)
5,
luce che essi discendono da progenie, relativamente
pi tra i servi, nobile
si
acconcer a celebrare la

servi

di

yvos

le

io

mala voglia,

o di

liberti

parole

stesse

cultura

(II

113 sgg.) e

1,

50 sgg.)

le virt (II 6,

di j;j<en

Menandro (414, 16. 421, 16) e Io pseudo-Dionigi


(283, 8) impongono a una sola voce che alla fine dell'orazione funebre non si trascuri di accennare alle sorti felici di cui le anime buone godono oltre tomba. E la visione
dell'estinto che vive beato oltre la morte, come si ritrova
nella Consolatio ad Liviam 329 sgg. (1), cos manca di rado
delicati.

227 sgg.; II 6, 98 sgg.; V


tutto ci nei due epicedi oraziani

in Stazio (II

Nulla

di

1,

strofa sola sarebbe bastata.


si

dimentichi di impartire

1,

251

sgg.).

eppure una
Menandro prescrive che non

ai

congiunti la debita lode per

che essi ebbero, del funerale e del sepolcro la


Consolatio ad Liviam si distende su questo argomento per
la cura,

quasi cento versi


esaltare

1,

il

208

'^oY'f].

(1)

altre,

La

alcune che per

pure non pare

|ivo5 sXiou

TivTttv

il

stessa lista

sia greca classica

etc.

(fr.

cfr. nei

si

si

(II 1,

lo

157 sgg.

di

II 6,

pseudo-Dionigi sono sottospecie

ritrova ancora in

Menandro

p. 413, 10.

938, cita molti altri esempi di poeti e

sia accorto

che la fonte j)rima la poe-

frammenti dei treni

con quel che segue


131).

non manca mai

85 sgg.;
morto un bimbette schiavo o la

Lo Skutsch, PTT. IV

prosatori

)iv

sia

sgg.),

dinandole alle
dell'

167-264). Stazio

(v.

lusso delle esequie

(fr.

di

Pindaro

lolai Xd|i7:ei

130 ScHR.) e xa

a)|ia

|Jiv

^41

moglie del poeta. Orazio non vi accenna: anche questo

un segno che non si cura di regole.


No, Orazio anche qui ha derivato i motivi non dall' insegnamento scolastico ne da prose contemporanee, ma
dalla poesia. I 24 finisce, com' del resto noto, con una
II 9 riprende il motivo del vacitazione di Archiloco
riare del tempo e delle stagioni, cos frequente negli epigrammi ellenistici, e lo applica all'epicedio. Come non

avrebbe fatto suo pr' dei treni di Pindaro chi scrisse di


lui: flebili sponsae iuvenemve raptum plorai et viris animumque moresque aureos educit in astra
(e.

IV

egli,

2,

oltre

21)? Pu rimanere

che

carmi dei

nigroque invidet Orco

solo dubbio, in che misura

classici,

abbia avuto presente

poesia pi moderna. Quel che sappiamo della sua dipen-

denza da forme alessandrine negli inni e nelle liriche parenetiche ci suggerisce che egli abbia messo parimenti
a profitto per questi due epicedi poesie del III secolo
avanti Cristo, fors' anche pi recenti.
La ricerca presenta per questa volta difficolt ancor
pi gravi che per i due ylvr] di cui dicevamo dianzi:
troppa parte della letteratura poetica che dovremmo confrontare con Orazio, smarrita. La Lyde di Antimaco
che, sebbene scritta da un contemporaneo di Platone,
precorre gi la letteratura ellenistica, perduta quasi per

pochi frammenti conservati non informano se


non intorno a particolari mitologici, cosicch, se la Consolatio ad Apolloniiim, che va sotto il nome di Plutarco
(106 b), non ce lo dicesse, da essi non scorgeremmo neppure che Antimaco scrisse quest'elegia per consolarsi
della morte della moglie con l'annoverare le sciagure degli
eroi, tentando cos di consolare il suo dolore con le sventure altrui (1). I frammenti e il passo della Consolatio,
intero

(1)

16

Ancor meno

si

ricava da Ermosiauatte (ap. Atlien. XIII 508

a).

-24-2

con

mostrano solo che la


che, cio, anche
se fosse conservata, poco ne potremmo ricavare per Orazio. Se il Telefo di Filita fosse un carme in morte del
padre del poeta, che si chiamava infatti cosi, o solo
messi a riscontro

Lyde

gli uni

l'altro,

era piuttosto narrativa che

ima poesia a

lui

lirica,

dedicata, o se piuttosto cantasse

casi

non possiamo determinare in alcuna


maniera; gli epicedi di Arato per il fratello Myris, per
Cleombroto, per Theopropo (2), quello di Euforion(; per
r astrologo Protagora (Diog. Laert. IX 56), quei di Partenio per la moglie Arete, per Archelaide, per Biante,
per Auxithemide sono vani nomi senza soggetto. La forma
metrica, dovunque la possiamo determinare, era elegiaca,
ma spesso neppur del metro abbiamo notizia. Del carme
di Callimaco in morte di Arsinoe Filadelfo, ritrovato
pochi anni or sono in un papiro (3), lirica si la forma
metrica, archebulii non privi ancora dell'antica libert
eolica del primo piede (4) ma ripetuti y-ax oxiyov, lirica
dunque solo nel senso in cui questo nome conviene a
versi destinati alla recitazione o alla lettura, non al
del Telefo mitico

canto

ma

quasi del tutto

presentare e lo
cui

(1),

ispirazione

stile.
il

Dopo

narrativo

il

modo

di rap-

l'invocazione al dio, senza la

poeta non potrebbe nulla, Callimaco

passa a cantare che Arsinoe era gi assunta in

(1)

cielo.

Kagioni di qualche peso in favore di quest' ipotesi sono state


campo dal Cessi (Eiv. di fi. XLII 1914, 283 sgg.).

portate iu
(2)

Maass, Aratea 233 sgg.

(3)

Pubblicato e commentato dal Wilamowitz, Beri. Sitz.-Ber.

1912, 524 sgg.


(4)

Lo schema

-^^-^^-^^-jj^^-^

la

forma con giambo

ini-

un verso, dov' giustificata dal nome proprio;


la cesura o dieresi fissa dopo il terzo anapesto prova che il verso era
recitativo. Il dialetto del carme dorico, come quello dei due ulziale si trova solo in

timi inni.

243

mentre appena incominciava a diffondersi in terra la nosua morte, mentre luci di fiaccole la portavano da un punto all'altro dell'Egitto. Il papiro cos
lacunoso che, quantunque citazioni di Efestione diano
modo di integrare qualche verso, non s' intende del principio se non questo poco che abbiamo detto
anzi, invece di intendere, s'indovina. Dei venti versi seguenti
rimangono solo le ultime lettere. Il primo verso conservato quasi per intero dopo la lacuna mostra che in essa
si raccontava come la notizia giungesse a Proteo. Poi si
tizia della

narra come Piloter, una sorella del Piladelfo morta fan-

da Demetra nel numero delle divinit


Lemno, dove si trovava a far

ciulla e accolta

sue seguaci, scorgendo da


visita a Efesto

alla famiglia,

il

mare

tracio coprirsi di

fumo, s'inquieti e mandi l'ospite sua, Charis, sull'Athos


a vedere se bruci una citt; come questa osservi e rife-

fumo venir dall'Egitto e annunziare sventura:


qualche grande dover essere morto. Il resto manca ma
scorgiamo chiaro che lo stile quello consueto di Callirisca quel

maco

nelle poesie narrative, lo stile che ci diviene ogni

giorno pi familiare,

man mano

della Hecale e meglio degli Aitia


riodi

semplici e

parole

rare,

nuovi frammenti

che

vengono

trapassi

alla luce: pe-

agili

indugiar

lungo su particolari, azione rapida e discorsi che


stendono a bell'agio per versi e
dell'epicedio

leggero

non

vi

traccia;

il

Della

versi.

tono

allegra, quasi burlesca la

si

si

di-

tristezza

direbbe

quasi

maniera come

gli

di sono effigiati qui, del pari che in altre poesie di Cal-

limaco, simili a uomini dell'et sua.

N cordogHo

o so-

lennit erano, chi" ben consideri, richieste dall'argomento:

Arsinoe era stata assunta tra


preghiera ad Apollo

ch

la

tw5'

eteiv....

5uva:|xav

in principio di

gli di,
'(iiii)

non era morta. Poi-

O-ei;,

y^P

^Y''^

^'X^

sarebbe legittima e consueta anche

un carme narrativo,

di lirico

non rimane


se
in

non l'apostrofe; vjn'fa,


mezzo alla narrazione

a|u'ja-:o;],(T)

?;a:|jioT.v

Ui
aj
l'

aTpiav -" na:av

(iv

invocazione

(v, 45j aio

che

p-ayiV^i (1). Piuttosto

gli

t^Tj

5'

e
y//

epicedi

dovranno confrontare con l'Arsinoe poesie oraziane


cum fraheret, nelle quali lo stesso il dissidio tra il metro lirico dall' un lato, il contenuto epico

si

quali Pastor

quasi epico dall'altro.

lo stile

Che rimane
tare con

che

di epicedi ellenistici

si

possa confron-

due carmi oraziani? Dei due conservati nella


raccolta dei Bucolici l' epitafio bioneo di Adonide pare
anch'esso a prima vista piuttosto narrativo che lirico,
sebbene elementi lirici, nonostante la forma esametrica,
vi abbiano parte pi cospicua che nell'Arsinoe callimachea. Bione, dopo l'esortazione ad Afrodite a destarsi e
levar alto il pianto per la morte dell' amato, passa quasi
insensibilmente a descrivere il corrotto della dea e le
i

Due esametri, il cui senso si riassume in breve:


lamento Adonide, lo lamentano con me gli Amori ,
danno come il tono fondamentale della poesia; un esametro
dello stesso senso, di parole un po' diverse, chiude ogni
lassa (2j, fuorch due, delle quali l'una contiene non pi
esequie.
io

(1)

Non

si

potrebbero confrontare apostrofi epiche qnali tv b'&~x-

fisipjievog Tipoas9Y]5, Wj]ia.<. ouptxa.

triche la formula

sempre

ed molto pi densa di

un

Qui

la stessa; in

appunto perch

sijruificato,

me-

in ossequio a necessit

Callimaco l'invocazione varia


il

poeta mira a

effetto lirico.

67 a^u) tv 'ASwviv

(2) 1 sg.
v.a,Xbc,

"AScovig' naia^ouGiv "Epoates

C;o'jat.v

'Epwxss

'

TtwXsto HaXg 'AScovi^'. 'wXsto


6.

15 ai^to xv "AScovtv na-.-

28. 86 'alai Tv KuO-spstav

'alai xv Ku9-spetav v.Xexo

'

sTtoti^ouatv

"Eptrtxeg

ritornello nel v. 39 Knpiog avv spiota xig ox ixXaoasv av alai;

qui precede:
vig'. x''^ ^'

al r.

vxE^aosv 'TitXsxo xaX; "AStovtg'

67.

ma

Afrodite canta 'alai xv KuS-psiav, <ia)Xsxo xaXcg 'Atw-

parte della lassa accenna gi

nano

63

xaXg 'AScovl^'. La forma pi libera del

il

vale a dire l'ultima

ritornello con quelle parole che ritor-

ii4o

narrazione,
(v.

ma

nuovo esortazione

di

(v.

68 sgg.), l'altra

87 sgg.) circoscrive tutta pi distesamente appunto

quelle parole di compianto

Ogni lassa, tranne quelle


due, parimente introdotta da un verso sempre diverso
ma di significato sempre simile. Non strofe sono ma lasse,
di estensione non esattamente pari le une alle altre, ma
di significato compiuto come le strofe della lirica. E anche quel non ritornello ma specie di ritornello di cui
dicevamo, che sta esso stesso all' efimnio dei cori tragici
come la lassa alla strofa, d quasi l'illusione che i versi
(1).

rispondano l'uno all'altro pi esattamente che

essi

in

non facciano. Ha movimento lirico anche l'esametro,


spezzato spesso dalla cesura in due met, che si corrispondono anche nel senso o talvolta, come nella lassa
V. 87 sgg., congegnato cosi che il primo emistichio del

verit

verso seguente ripete o quasi

secondo del precedente.

il

ma

poeta non narra con disinteresse epico,

il

gia le scene, isolate le une dalle altre e raccolte


se stessa

in

merc quegli

ognuna

dicevamo, con

che

artifizi

tratteg-

tanta passione che quel suo rivolgersi in

nome

proprio

ad Afrodite nel mezzo (2) e nella chiusa (3) non istuona


ne meraviglia come noi non ci stupiremmo, presenti a
una rappresentazione teatrale che ci appassiona, se uno
;

spettatore parimenti appassionato interrompesse gli attori

(1)
s-.t

Imeneo canta

TrXov

'cXexo
uoX)

y}

xxXj "ASwvtg

nXov
(2)

Tion pi

O|j.vxiov (v,

68

7]

90);
sv

'

u[iy,v, ujiT^v,

lo

C'hariti

XXaXaLO'.

Spuiictot.

75 pdXXs S

vt,v

aal

'

Xsyoiaai,

y.x

'tv "Atov.v'

lglio

il

5'

'aal'

tv vspa [lpso, Kirpi

oxecpccvoiat

Xsicpaoi, palvs ix'JpOLOiv,


(S)

'

Ti

Cinyra

cg XYovx'-

Tiauva.

|JLr,xx' svL

KuS'peia, x oov vDv vsxpg "AStovig


01

ma

lamentano

97 sg. XvjYS

nocXiv xXaaai, TriXtv

dXX'Ja^w

y(tv,
eie,

72 xt^-s

xa avO'Sot

litipa ::xvxa,

KuO-pJia,

70 Xy.xpo^ xoi,

viv |iaXaxolg vi cfips

77 sg.

fiaive

S viv 2upioiaiv

x av

[l'Jpov

wXsx' "ASiovi;.

x ay^ispov, "iax0

Exog XXo Saxpoat.

xo||jl)v, Ss

zs

^Ji-t)

senza rendere conto a se stesso della sua azione. Ma


tra r arte di Orazio e questa non ci nulla di comune:
un ])oema di tal genere ad Orazio, se egli lo conobbe, dovette sembrare troppo raflinato;

fuggiva da

Il

gusto del

Romano

carme

Hione inse-

di

ri-

sino a che punto di squisitezza malaticcia giungesse

gna

r arte greca verso


qui

il

maturi.

frutti troppi

come

100 av.

il

Cr.

egli tra gli Alessandrini

Orazio mostra anche


non prediligesse coloro

che erano pi lontani dal gusto classico, Bione, Euforione, Partenio.

L'epicedio

di

un discpolo

maestro Bione perito

veleno, assai

di

presenta, esso solo tra

italico

morte del suo

in

inferiore

arte,

di

carmi che abbiamo sinora esa-

uno almeno degli epicedi oramesse in rilievo. L'invenzione di-

minati, somiglianze con


ziani

degne

versa:

il

di essere

poeta invita dapj)rima la natura dei paesi dorici,

quella inanimata
lui la

di

come

quella animata, a lacrimare con

morte dell'Orfeo nuovo

descrive poi

il

pianto degli

campestri e degli uccelli per la perdita

dorica orfana

Muse, Cipri,
Smirne, che

lo
gli

la poesia

le figure

aveva dato

si

Omero;

dell'altro figlio suo, di

dell'antichit

che Bione cant, Galatea,


lamentano; lo piange il fiume Melete
;

natali, lo

le patrie dei poeti

addolorano, non

di essi, per quella di

piange

meno che

Bione. Egli,

il

al

le

di

pari

grandi

per la morte

discepolo, ormai

musa dorica. L'erba muore e nasce


ogni anno; l'uomo muore per sempre. Chi fu cosi cru-

l'erede unico della

dele da
il

avvelenare

poeta

il

Giustizia lo punir.

Egli

discepolo, se potesse, scenderebbe all'Ade per ascoltare

anche col Bione.


poesia siciliana,

mondo

di sopra.

Se, Bione, canterai a

tua conterranea,

ella, la

Anch'

io,

agli Inferni e implorerei

bero

se sapessi

Persefone una

ti

rimander

cantare,

da Plutone che

ti

al

scenderei

lasciasse

li-

^24/

l' esempio
di Orfeo,
carme per gran parte si agnon manca neppure in Orazio I 24. Il discepolo

sono simili

Alcuni particolari

intorno al quale questo


gira,
di

Bione vuole scendere

Virgilio

vere

gli

egli all'Ade

Potrai forse tu, o poeta

di

di

sotterra,

anche

pi soave di quello di Orfeo?

se

Orazio

chiede

sovrano,

commuo-

intonerai

un canto

Cipri e

gli

Eroti cele-

da Bione e Galatea ricercano invano il poeta, cosi


Veritas sanno che passer
il Pudor e la Fides e la
molto tempo, prima che essi trovino uno pari a Quintilio. E queste somiglianze hanno maggior valore di prova,
perch affatto escluso che Orazio pensasse a questo
carme nello scrivere l'epicedio per Quintilio, e perch
poco meno che certo che il discepolo italico di Bione non
ha inventato nulla di suo, ma varia luoghi comuni. La
sua poesia quasi un imparaticcio, sicch la sua pretesa
di esser lui l'erede della poesia di Bione (93 sgg.) muove
quasi al riso. Anche Bione nell' epitafio di Adonide passa,
come abbiamo veduto, da un'invocazione lirica a una narrazione, di cui almeno la forma esterna epica. Ma il
trapasso, che in Bione non offende, perch il suo stile
lirico, anche quand'egli narra, perch la sua anima
sempre presente al suo racconto, appare nel suo discepolo quasi un salto. Neil' epitafio dell'Italico gli esempi
di poeti antichi e di personaggi mitici sono accumulati
come in un catalogo Ascra ed Esiodo, la Beozia e Pindaro, Lesbo e Alceo, Teo e Anacreonte, Paro e Archiloco, Mitilene e Saffo, Siracusa e Teocrito (v. 86 sgg.),
la Sirena, 'Arjowv, XeJvCcov, Ceyx, l'Aurora (36 sgg.); e il
male che non erudizione peregrina
Se potessi,
come scese Orfeo al Tartaro, come un tempo Odisseo,
come prima l'Alcide, anch'io forse discenderei alla casa
di Plutone . La classificazione cronologica fa un effetto
brati

come

quasi burlesco. Delle opere di Bione

si

d un nudo

in-


Le

dice (v. 65 sgg.).

espressioni infelici non

un confronto come quello con


rana canti sempre.

Non

suo canto non bello


nuo,
cos

rana:

la

ma

lenzio coperto dalla terra,


la

ii4

le

le

^\\i

contano:

si

giacerai in

si-

Ninfe hanno voluto che

invidio per ci; poich

il

105 sgg.), vuol essere inge-

(v.

ma fa ridere. Non si pu credere che un poeta di


poca levatura inventasse molto di nuovo (1). Qual-

cuno ha creduto
rito

che

ma

spiegare con

lo fa

di

scorgere in

assomigliare

lui

una piega

precetti dei retori

dello spi-

discepolo dei retori Stazio (2)

al

carme

il

di

un poeta

del principio del primo secolo av. Cr. sarebbe assurdo,

che retorica e poesia non


non si fondono se non nella

congiungono intimamente,
Roma del primo tempo dell' imsi

pero. Bisogner dunque, al contrario, vedere in (|uella so-

miglianza una prova di pi della derivazione dei

luoghi

da fonti poetiche.
Il problema si presenta dunque a un dipresso cosi: Da
numerosi nomi di autori e da titoli conservati si induce
con sicurezza che nel migliore tempo ellenistico fiori una
letteratura poetica funeraria, sia in forme meliche, sia in
distici. Il poco che ce ne rimane non presenta per lo pi
somiglianza con i due epicedi oraziani tranne che un
componimento anonimo del primo secolo, opera non originale di un poeta mediocre, appare a loro simile in alcuni motivi (3). Da questo poemetto si ha il diritto di ar-

retorici

(1)

Sarebbe bello, se

principio,

V invito

si

che

potesse provare

specchi un tipo consueto nella poesia ellenistica,

Ovidio

1'

iuvenzione

agli animali a partecipare anch' essi al lutto,

(^wi. II 6) e

Stazio

(II 4) esortano,

per burla, gli uccelli a radunarsi per alzare

ma non

mezzo ani
il

del
ri-

ci si riesce.

serio

mezzo

pianto sulla morte di

un pappagallo, ma gli uccelli, quali compagni del morto, corrispondono agli uomini e non agli animali degli epicedi umani.
(2)

WiLAMOWiTZ,

(3) L' eijicedio

di

Textgeschichte der Buloiker 68.

Properzio

per

l'amico Peto morto

in

mare

i>4"J

guire che esisterono altri componimenti di poeti maggiori

Con-

e pi celebri che svolgevano quegli stessi motivi.

verr dunque confrontare Orazio non solo con

menti conservati
lationes

di poeti antichi

ma

anche con

poetiche della letteratura romana posteriore, com-

poste alla

stregua dell'insegnamento retorico

converr

davano
anche

ragguagliarlo ai precetti che in questa materia


i

fram-

le conso-

maestri di

retorica

e bisogner aver

poich

alle consolazioni filosofiche (1),

l'

occhio

filosofia

popolare

non sono delimitate da un confine netto, ed


anzi certo che anche i filosofi svolgevano, come i retori,
e retorica

Ma

motivi forniti loro dalla poesia.

in tutto questo

la-

voro non converr perder di vista che coincidenza non


dice ancora dipendenza, che dietro alle consolationes filosofiche e retoriche e ai precetti dei retori

consuetudine artistica

di

si

cela spesso

poeti grandi e piccoli. Decidere

se di classici o di ellenistici,

non

si

pu

se

non volta per

come un motivo in
sua dal modo come Orazio

volta merc l'analisi, che mostri


incolore riceva una tinta

applica al caso particolare o lo trasforma. Quindi

il

s
lo

pre-

sente paragrafo, contrariamente a ci che soglio, quando

mio libro, non pu procedere


due carmi.
non a patto di analizzare
Cominciamo da I 24: qiiis desiderio sit pudor aut modus

posso, in questa parte del


oltre se

tam

cari capitis? praecipe luguhris cantus

quidam pater vocem cum


ritrova qui il tono delle consolationes
cithara dedit.

svolge tutt'altri pensieri e

(III, 7)

ptici, di cui,

si

per cos dire, rovescia

Il
:

Melpomene, cui

Reitzenstein

Orazio

82)

rivolge-

si

confronta meglio con

(p.

li-

propcra-

motivi.

BURKSCH, Consolationum historia critica (in Leipziger Studien


d di queste un catalogo arido ma, a quel dio sembra, comNonostante il pomposo titolo, il Bnrescli va lungi dal segno

(1)

IX

1886),

pleto.

quelle rare volte che tenta di penetrare oltre l'esteriorit

dovrebI)e essere rifatto.

il

lavoro

non parlerebbe a se
nominato solo al verso 10; anche
poeta paro avere la mente ad altro midtis

rebbe gi qui

Ma

stesso.

nel V. 9

la

No,

di

stesso

nulli flehilior fjunm

occdit,

febilis

proghiera alla

proprio,

la

principio a Virgilio,

in

Virgilio

il

bonh

ille

i>5()

Musa

profferita senza

tihi,

^er(/ili.

nome

(lubl)io in

non perch ella aiuti l'amico nel canto fun(;l)re.


Virgilio non ancora parola: Orazio parla a se
esorta s a non vergognarsi del pianto, supplica

Musa

d'ispirargli

canto.

il

Il

pensiero occorreva certo

assai spesso nelle eonsolationes. L'ars dello pseudo-Dionigi


si debbano
dolore dei superstiti e non dargli
subito addosso. Monandro annovera tra gli uffici del di-

prescrive

(p.

281, 8 Us.-Rad.) che nel consolare

far concessioni al

scorso consolatorio quello di mostrare la grandezza della

sventura (413, 6 sgg.) solo nella seconda parte dell'orail retore dovr passare ai conforti (413, 22). E la
;

zione

ad Liviam si attiene cos scrupolosamente a preche di 474 versi ben 329 sono spesi nel compianto, nel i>-pr^vo;. Che Stazio non dimentica neppur lui
questo dovere del buon consolatore, non occorre neanche
consolatio

cetti tali,

dire

(1).

Ma

il

luogo

, se

luogo

lo si

vuol chiamare,

ben pi antico della retorica quella stessa elegia di Archiloco che Orazio cita in fine del suo carme, la pi an;

tica consolatio della letteratura

greca

notizia, incomincia

cosi

pixXsg, ooi iiQ axtov

(fr.

9)

[jisjji-fjjisvo;

di cui ci sia

xifjzv.

O-aXcr^c

|jiv

giunta

axovevTa, Ile-

ii^/hz-%'.

oo -Xtc,

e continua toioug y^P v-ax y.Ojjia 7i:ou'^Xo:a,joto 9-a^aacjr];


la pi
aev, oLSaXoug {icp' ohyrf, lyo].zv 7:vi>[xova; (2).

passata poesia ellenistica non

(1) II 1,

doma

(2)

II 6,

14

nemo

vetat

si

satiare malia

lascia

sfuggire

Menaudro ha

tra

suoi esempi ok

^vjTOvxag TOiotov (p. 413, 20)

questo

aegrumque dolorem

17 quisnam haeo in ftinera missos eastiget


|i[j,"^o(i,ai

r/.X'j-

com-

libertate

hictis ?

:iv9-oDvTa; xxi

la coincidenza quasi letterale

mostra


motivo,

ma

aggiungendogli

lo ripiglia,

chieste dall' etica di

ii31

una

le

restrizioni

scuola filosofica in

voga

ri-

in quel

tempo: Euforione, nel solo frammento conservato d'un


epicedio (20 Scheidw.),

scrive

jxxpca

yjxi

i<])

LvAyoixo. |XxpLa xal vXy/jov.f

cpO'qjtsvo)

tiv.

-/.al

(xv

rl

v.c,

7C7.|j.7:av

oa-

Queste parole raccomandano la (xsconsigliata dagli Academici e biasimano quale


inumana l'indifferenza, 1' aTrS-cta imposta dagli Stoici (1).
Orazio svolge dunque anch' egli un motivo familiare gi
Mopat

xp'jv

7iy][jLYjvavxo.

xpioTiO-eta

ma non

ignoto n alla poesia moe gli


n alla filosofia popolare
per
consolare
non
servendosene
imprime il suo suggello,
altrui ma per far coraggio a se stesso. La forma in cui
alla poesia pi antica,

derna ne

alla retorica

intimamente

egli lo presenta, pi

lirica

che negli

altri

poeti e scrittori.

La prima strofa
Musa la isola, per

un proemio: l'invocazione

quasi

cos dire, dal sguito dell'ode.

non stuona ne urta

(2)

alla

Quindi

che Orazio ricominci quasi dac-

capo: ergo Quintilium perpetws sopor urgel? h^ ergo, poich

prima notizia della


bene in principio: ben a ragione stato confrontato il lamento ipocrita dell'erede nelle Satire (II 5, lOI) ergo mine Dama
sodalis nusquam est? unde mihi tam fortem tamque fidelem?
esprime

lo

stupore di chi riceva

perdita irreparabile

bene corno

tali xkoi

di

persona

discendano

la

cara, sta

iier sentieri

antica alla retorica dell' et imperiale

tortuosi dalla poesia pi

^yj-cIv

coi'risponde al deside-

rium oraziano.
(1)

cons. in Apoll.

102

e o

yp ycoYc

awiicpspojiat TOg u|ivoai tVjv

ypiov xal axXy]pv nad'eiav, ego) xal xo Suvaxo xal xo au|icppovxo5

poche righe pi avanti

ocxv,

seguo subito una citazione


fonte

ox Tto5ox(.|AaaTov
accademico Crantoro, che

xy]v iie*cp'.c7:i5-eiav

filosofo

"

comune

(2)
8(),

del

di quest'opera e del i^rimo libro delle Tiisctiaue.


L'osservazione diretta contro Kikssling (Phil. Unters.

Kkiizknhtkin, Sikhoukg.

Il

252

Ma

appunto per ci ergo conviene a questo luogo, perch tra la prima e la seconda strofa uno stacco. Segue cui Piidor et lustitiae soror incorruptn Fides nudaque
Veritas quando ullum inveniet parem'^ Qui tacitamente
presupposto che il Pudore, la Fede, la Verit siano rimaste orlane in terra. Cosi la morte di Hione rimpianta da Afrodite e dagli Amori, perch' essi non hanno
pi

chi

Motav.

canti:

li

... '/jx\

K'jTtpcs cfcXec

-vca tou

atuYVol

7iox)vJcaxovxa r^lXrpv^.

quis desiderio (1).

pi chi

venti

poia,

aw|jia xs^v
9^

zb

"EpwT:.

-7.

l Tipwav tv "Awv.v

anch'essa intonare:

Cipri potrebbe

Gli di del discepolo di Bione non hanno

non han

operando ne faccia realt

Quintilio, chi

vi-

(2).
il

di Quintilio, a Virgilio; sinora

amico

s; di qui in poi l'epicedio

Le

xXa-'oua'.v

cp:Xrj[ia,

Nella terza strofe Orazio rivolge

ille

owpa

a-JYx-.V.v

canti; le divinit astratte di Orazio

li

morto

pi,

~^^\

ae tzoVj tzXzov

(o

bonis

flebilis

occidit,

si

pensiero al migliore

aveva pianto per

trasforma in consolatio: multis

nulli

flebilor

quam

parole seguenti non sono del tutto chiare

Ubi,
:

Vergili.

tu, frustra

Ovidio in un passo dell'elegia j)er la morte di Tibnllo (Jni.


sembra imitare il discepolo italico di Bione nec minus
confusa Venus morieitte Tibullo, quam iuveni rupit eum fenis in(1)

Ili 9,
est

15)

guen aper.

Tranne la Veritas, tutte queste divinit ricevevano culto al


Augusto alla lustitia egli dedic pi tardi, l'S gennaio del
13 d. Cr., un tempio; della Fides e della Pudicitia plebia esistevano gi da gran tempo santuarii tutt' e tre appaiono su monete.
(2)

tempo

di

Valerio Massimo, che scrive ancor viva Livia, scioglie in principio


del VI libro un inno alla Pudicitia e ne scorge la sede principale sul
Palatino e nel letto geniale di Giulia. Che lustitia e Fides siano sorelle, non , eh' io mi sappia, detto altrove ; ma Valerio tratta gli

esempi di queste due virt in due capitoli consecutivi. Su tutte queste dee, tranne Veritas, cfr. "Wissotva, Eel.^ 133. 333.


plus,

non

heu,

stra pius

non

modo

sebbene Kiessling-Heinze abdarne un' interpretazione errata.

di

gli

di

non ha giovato

con

lui,

togliendogli anzi

Virgilio la piet sua verso

sono mostrati

essi si

tempo l'amico pi
scono

il

Fru-

creditum poscis Qiiintilium deos.

ita

fa difficolt,

biano trovato

^53

crudeli

Talvolta

caro.

frusta pius al morto,

morte

dio nell'elegia per la

non

ma

consolationes

riferi-

cosi Ovi-

ai superstiti:

Tibullo {Am.

di

Ili 9,

37)

Mors gravis a tempensiero compare, nella stessa

vive pius, morere; pius cole sacra


plis in cava busta trahet;

le

il

colenteni

forma

in cui lo presenta Orazio, in consolationes pi recenti

ma

che non possono dipendere da quest'ode: l'autore

si

ad Liviam stempera per una decina di versi


domanda, che mai ad essa sian giovate le insigni virt
41 sgg. quid tibi nunc mores prosimi et puriter aduni omne
della consolatio

la

aeviim...? quidque pudicitia tantum involvisse bonorum'-f con

quel che segue. Stazio comincia

il

lamento per

la

morte

un fanciullo schiavo, che aveva tenuto in luogo di figlio,


con una sfilza di domande alla Musa, che delitto egli
abbia commesso (V 5, 3 quae vestra, sorores, orgia, Pieriae, qnas incestavimus aras? numquid inaccesso j^osui vestidi

gia lucof

num

vetito

luimus tantis?

(jiiem

de fonte bibi? quae culpa, quis error,

La

prolissit retorica

dei

due poeti

posteriori fa gustare di pi l'arte concettosa di Orazio,

quale chiude

rori degli interpreti,

Ma

non

perfettamente chiare.

creditum

ita

difficile.

Chi,

Heinze, asserisce che in quelle parole


zione non pi del tutto chiara
chi,

come

solito

il

luogo

Siebourg

comune
non

data dagli di
questi

hanno

in

il

680),

(p.

delle

diritto

il

fa dire al testo

il

pensiero in due parole, nonostante gli er-

il

cela

Kiessling-

una

rela-

rinunzia a interpretare:

scorge espresso qui

consolationes,

propriet
di

come
si

ma

togliercela

che

in

la vita

prestito,

il

ci

che

quando vogliono,

contrario di quello che in esso con-


tenuto. Certo, Orazio

2r)4

riferisce proprio a quel x-o:

si

(1),

che dall'Axioclio pseudo-platonico (367 b) in gi rliscende


per tutta la letteratura greca e latina, ma per confutarlo.
Cicerone aveva scritto {Tusc. I 03): Via quelle sciocchezze quasi da vecchierelle, che sia una sventura morire anzi tempo! Qual tempo? quello di natura? Ma
questa

concesso in prestito la vita come danaro,

iia

ci

senza stabilire un termine fisso. Che diritto hai dunque


di lamentarti, se ne chiede la restituzione, quando vuole?

L'avevi ricevuta a questo patto

Orazio contraddice

non Cicerone ma il pensiero espresso da Cicerone a No,


non vero, la natura, che ci aveva concesso Quintino, non doveva ritogliercelo cosi anzi tempo . Il sen:

insorge contro

timento
cuore
dai

mente.

contro la

retori?

Non

ragionamenti

dei

anche questo un

parrebbe;

ma

filosofi,

xtto?

il

derivato

che Orazio

verisimile

dipenda qui da un poeta ellenistico. Abbiamo veduto di


come Euforione avesse protestato poeticamente
contro gli Stoici, che esigevano anche nei pi gravi lutti

sopra,

l'-u':a:

che meraviglia, se egli stesso o un altro poeta

di quell'et gridasse

spiegando che
questa, se

ai

la vita

gli

di

filosofi:

inutile consolarmi,

concessa in prestito. Che grazia

vogliono ritoglier cos presto quel

che hanno donato? . Un epigramma funebre, che gli


apici sulle vocali lunghe e la semplicit dello stile mostrano di buon tempo (1001, 3 Biich.), dice

(1) I

passi sono raccolti da

Skutsch, PTT. IV 938

nessuno dei due sembra conoscere

il

come Orazio:

Sikbourg.

Ma

luogo di Cicerone. Pi slavata

l'espressione nella consolatio ad Apollouium 106 f; inVece

il

passo

di Cicerone dovr essere integrato cou l'altro della consolatio ad Jpol-

loninmlllG ab, che dipender appunto dalla stessa fonte

da Crautore
Marc. 10,

2.

il

pensiero

clie

Cicerone,

argutamente modificato da Seneca ad


quod

repefitmn

id

quaeritis,

diem. Tutt'e due

i>55

iaiustus cr editor ante

abstuUt

avranno

poeti, Orazio e l'anonimo,

in

mente lo stesso verso di un poeta, non un precetto di


retore:

l'epigramma anche nello

stile

par libero dalla

retorica.

Segue: quid
arboribus

rere

si

Threicio blandius Orpheo auditam mode-

num

fidetn ?

vanae redeat sangiiis imagini,

quam

virga semel horrida, non lenis precibus fata recludere,

nigro

compiderit Mercurius gregi?

usato in vario

modo

in

L'esempio

di

Orfeo

carmi funebri, e ci in et assai

anteriore a quella delle consolazioni retoriche. Gi Euri-

pide canta nell'Alcesti (v. 965 sgg.) non trovarsi rimedio

contro la Necessit (e

s'

intende la necessit di morire)

nelle tavole tracie che Orfeo scrisse


Yj^pov,

ouS

XI

cpp[Jt,a>tov

Sp-lfjacci-

sv

xpscaaov o^v 'Avyxa^


axv:'atv,

xi;

'Op'feta

xa-

Questo significa in generale: Neppure la


sapienza di Orfeo seppe trovare un rimedio alla morte .
Ovidio scrive {Am. IH 9, 21): quid pater Ismario, quid
mater profuit Orpheo? Carmine quid victas obstipuisse feras?
cio: Anche il cantore mitico, Orfeo, dovette morire^
come te, grande poeta nostro, Tibullo . Qui la forma
speciale dell' esemplificazione suggerita dalla, diciamo
-tf^y.'ltzv

cos,

Yf|pU(;.

comunanza

pi naturale

di professione tra Tibullo e Orfeo.

si

pensi,

come

qui in Orazio, al tentativo

disperato, che Orfeo fece, di strappare con

Euridice all'Ade, alla sua discesa agli


il

Ma

signore dell'oltretomba, reso vano

suo canto

il

inferi, al

patto con

dall'amore troppo

molle del citaredo. Cosi nell'epitafio per la morte di


Bione, nel quale si pu ancora scorgere come il poeta
inetto e pure ambizioso di originalit abbia tentato

modificare
(v.

il

xkoc,

di

tradizionale senza riuscirvi. Se potesse

115 sgg.), egli discenderebbe nella casa

di

Plutone

come Orfeo, come un tempo Odisseo, come prima Alcide:


questo si chiama seminar nomi con il sacco, non con la


mano. Si aspetterebbe
gue invece per vedere,
:

che cosa canti

^2:;

por strapparti agli Inferi

e,

se tu canti a Plutone, per udire

L'invenzione barocca.

Ma

il

se-

poeta-

stro vuole a ogni costo sfruttare sino in fondo la sua eru-

dizione mitologica.

canto

Bione deve cantare

siciliano, e Persefone,

come ha

alla luce Euridice, cos ridoner

carme

finisce:

se

un giorno

restituito

Pione

ai

un

stesso

egli

suoi monti.

11

anch'io avessi qualche abilit nel

suonar

la siringa, anch'io canterei a Plutone . Chi non


vede che qui un zko^ non retorico ma poetico malamente tagliato a mezzo ? che al poeta, disceso all'Ade

per impetrare con

il

canto la restituzione

di

persona cara,

un poeta che scende per vedere e udire


cantare col il suo maestro morto ? che al maestro qui

si

sostituisce

attribuita la parte di Orfeo, quasi questi avesse impetrato

da Persefone la liberazione sua, non quella di Euridice?


che il discepolo non pu tuttavia far a meno di comparare anche s con Orfeo ? Si scorge chiaro che un poeta
pi antico aveva cantato a un dipresso cos
Anche
Orfeo scese all'Ade, ma non pot, se non per poco, re:

Euridice alle aure terrestri

stituire

di Bione, imitandolo, storpia

il

il

motivo

discepolo italico

(1).

Secondo ogni

verisimiglianza Orazio ha conosciuto quel poeta;


lui le

ma

per

anime, sia dei buoni sia dei cattivi, sono apparenze

vane, immagini esangui,


strofe

[iev7]v

xprjva.

Lo

stile della

elegante di un'eleganza un po' ricer-

solito,

il

cata, che ritrae effetti dall'aggettivazione squisita e dal-

bene studiato delle parole.


due ultimi versi tornano al modello

l'ordine
I

(1)

Anche Stazio tenta

tradizionale

adoperare in modo nuovo l'esempio


si fatto intendere da selve

nepj)ure a Orfeo, che pure

e da fiere, riuscirebbe....
superstiti

di

classico, alla

II 1,

11

1,

non
23.

di

piegare

gli

Inferi

ma

di consolare


poesia di Archiloco da cui
diirum,

secl levius

^0/

carme aveva preso

il

patientia quidquid corrigere

fit

le

mosse

est

nefas,

che

assomiglia, nella sua brevit, molto pi alle parole

in Archiloco tengon subito dietro a quelle trascritte a


p. 250, che non alle varie forme in cui quel ttco; com-

pare in poeti e
v.axoTatv,

oj

'-pi'X',

filosofi

ul

tardi (1)

xpaieprjv

XX

0-sol

yp

vr^xcj-oia:

ed-saav

-Xr,[JLoa'Jvrjv

cppjxaxov

aveva spesso sulle labbra una sentenza che pare a prima vista non dissimile, se Svetonio (2)
non inventa, l dove narra essere stato egli solito di dire
che la virt pi utile all'uomo la pazienza e che non vi
Certo, anche Virgilio

sorte cos aspra cui

Ma

non vinca.

forte,

quidquid corrigere

pazientando prudentemente,

manca

proprio quella parte, la

trasforma la sentenza di archilochea

seconda, che
stoica

il

in Orazio

est

nefas dice anzi tutt'

il

in

con-

due spunti classici incorniciano, per cos dire,


l'ode, conforme a un modo che abbiamo avuto agio di
studiare nel primo capitolo.
Su II 9 non semper imbres non occorre spendere tante
parole: Valgio, il mal tempo e l'inverno non durano
trario, l

meno favorite da natura: tu


non canti funebri per il tuo
Anche Nestore cess un giorno di lamentare

eterni neppure nelle plaghe

non

hai, giorno e notte, se

Mystes

(3).

(1) Cfr.

vivxa;
splv

105

Marc.

Stesich. 51 xeXataxa

Ibyc.

27 ox saxiv

2.

6,

Prop. IV 11, 2 sgg.

y.al

animava T0O5 9-a^wg ili cpipjiaxov

nna

Senec. ad Polyb.

67

RiiKi'.

S0UU18

esse patientia ac

erat

ad
2, 1. 4, 1
430 b parrebbe ohe anche Al-

consolatio

npoxiojisv yp oSv oifisvoi,

(2)

homini

Dallo parole di Ateneo

ceo 35 fosse frammento di


xpiiYjV'

yp

rtocpS-^nvoig

passi di tragici e comici citati nella conaolatio ad Apollonium

sgg.

t'

p. e.

%ka.leu

dicere

ntillain aaperani

io

y^pr^

xxxoiai

&'j|iov

-t-

Bx^i.

nullam

virlutem

vommodiorem

adeo esse fortniiam,

qnam

prii-

dentcr patiendo vir forila non vinoal.

liUCHKLER pensava (M. Mua. XXX VII 1882, 231) che Mystes
pseudonimo di nn figlio di Valgio ma paro altrettanto scou-

(3) Il

fosso lo

17

'ia

Antiloco; anclie Priamo e

le sorelle

smisero un giorno

morte del loro piccolo Troilo. Tu canta


piuttosto le vittorie nuovo di Cesare . Il carme, squisito
anche nei particolari, molto pi spontaneo e pi uno
che non l'epicedio a Quintilio. Il sentimento delle prime
strofe affine a quello che si specchia nelle strofe di mezzo
il

lutto per la

di I 9 vides ut alta,

dunque

Anche

ellenistico (1).

qui la

pioggia cade sull'anima, l'anima scossa dalla procella,


il

ghiaccio toglie all'uomo ogni capacit

sentire. E, poich

in

questa

il

l'uomo tutt'uno con

di

poeta riconosce qualit umane:

zati dall'acqua

sono ispidi come

raccolto nel suo lutto, non

di

campi

sfer-

volto di tale che, tutto

il

rade pi ne

si

pensare e

natura morta,

la

si

pettina (2);

che tormentano il Caspio, sono inaequales, come


un padrone capriccioso (3); il gelo iners, come iners
le procelle,

l'uomo

intirizzito;

querceti soffrono, lahorant, ai

degli aquiloni; gli ornelli sono


delle foglie, viduantur,
stretto.

Non

come

non

spogliati

ma

soffi

vedovati

un parente suo

chi perda

pare ancora necessario che

il

poeta abbia

avuto presente un modello determinato ma, se l'ebbe


e
vedremo presto che l'ebbe
esso fu una poesia elle;

nistica.

Lo

stesso

motivo

ritorna,

accennato appena, nella

veniente che un consularis celebrasse un suo


greco, quasi fosse un'amasia o

chiamato con

tico per la perdita di questo sia

amores.

Stazio mostrano quanto spesso

per

affetto

nome

lamento poeparola che soleva

la

esser titolo del libro di elegie amorose,


1'

sotto

figliuolo

un amasio, quanto che


Le

pieri

il

cotisolationes

delicati

di

divenisse

quasi paterno.
(1) Cfr.

sopra, p. 81 sg. Simile lo stato di animo,

dello spirito e del

mondo

esterno, anche in I 7 laudabnnt

il

olii,

consenso
e specie

in I 4 solvitur acris hiems e nel cauto gemello della seconda raccolta

IV

7 dffngere nives.
(2)

L'osservazione del Bucheler,

(3) Il

arbiter

sentimento lo stesso che in I

Hadrae maior,

tolere seu

ponere

ibd.
3,

230.

14 rabiem Noti, quo non

voli freta.

259

ad Apollonnim, dove (103 b) il tempo bello e catcomparato con le sorti alterne e opposte degli
uomini. Ma la coincidenza prova tutt'al pi non gi che
Orazio dipenda qui dai retori, ma piuttosto che le conso-

consolatio

tivo

lazioni dei filosofi e dei retori attingono a carmi elleni-

Che

veramente cos, prova la quarta strofa (1).


e Priamo non piansero eternamente i loro
cari, e s che l'uno e l'altro erano vissuti cos a lungo
per sentire tanto dolore, e s che Antiloco era il pi amabile dei giovani, Troilo l'ultimo dei figli e ancor bimbo (2).
Un discepolo sempre fedele e non di rado servile degli
Alessandrini, Properzio (li 13, 46 sgg.), ha commiscrato
la vita troppo lunga di Nestore. A ter aevo functus.... senex
stici.

sia

Anche Nestore

risponde a capello Nestoris

Segue

Properzio

in

mari,

diceret

non

aut

mors,

visus post tria saecla cinis.

est

Antilochi vidisset corpus hu-

ille

mihi sera venis?

ciir

Cal-

limaco aveva scritto aver pianto pi Priamo che Troilo


Nestore e Antiloco, Priamo e Troilo

(Cic. Tusc. I 93) (3).

decedunt amores nee rapidum fugiente


ha anche un riscontro nello pseudo-Plutarco, ohe (114 e) a tali
che per una specie di pazzia perseverano senza fine nel lutto, vorrebbe
(1) lieo tibi vespero surgente

solevi

Tct'^jS-ylaaS-at

x 'Op,y]pixv

'

|j,'jpo|i.svotat

5= xoat [lXag

ti

eanspog

r^Xfl-s'.

Un'allusione a un passo omerico converrebbe bene a un poeta alessandrino

il

lasciano

modello di Orazio direbbe


pianto, noi no

il

Il

male

gli eroi

a memoria, confonde in uno due versi differenti


po5o5axxo?.05 'Hojg
f,Xd-v

a 423

(2)

La

o 306

109 o

xoioi

l'

come sempre

impube corpus

Htraziato dallo streghe, quale posset

[JiXag

8 TOat
tiI

cpvyj

aTtspoj;

in nuest'odo, squisita:

(e^iod.

13) del fanciulletto

impia mollire

Thraeum peciora
un benia;

fa ripensare all' indole mito, che fece di Antiloco

mino dell'iracondo Polido.


(3) La stossa massima senza nomo
plutarchea 113

ma non

(xupo[i.=vo'.oi

Tpuo|j,Voiai

scelta delle parole,

impuhem Troilou ricorda

V amahilis

omerici, giunti a sera,

che lo pseudo-Plutarco, citando

f.

Lo Schueider

(fr.

apjroda a nulla di I)uono.

di autore nella consolatio pseudo-

363) tenta di farne un trimetro,,

iitU

due esempi, Peleo o Achille,


due non svolti cosi diprolissa
e fastidiosa enumerazione
stosamento, in una

dei mali della vecchiaia, in Giovenale X 24<i sgg.


due esempi
verisimile che (questi dipenda almeno per
principali da una fonte unica. Properzio annovera tra le
si

ritrovano insieme con

altri

ultimi

Laerte e Ulisse, questi

sue glorie di avere rinnovato Callimaco: probabilmente

Fonte prima fu dunque un epicedio callimacheo per la morte di un giovane, che fu


letto ancora da Orazio e da Properzio: Giovenale pu
avere imparato quegli esempi nelle scuole dei retori, ma
questi alla lor volta derivavano da Callimaco (l).
anche

egli lo imita

qui.

Lirica funebre ellenistica

ricostruisce faticosamente,

si

confrontando tra loro imitazioni e derivazioni romane.

Il

caso ne ha conservato, tra

di

ritmo
dei

lirico della letteratura

[iilr^

di

Callimaco

da cui Orazio prese

(2),

lo

pochi frammenti poetici

alessandrina, tra

proprio

il

Una

canoni della sua arte, e


tivi

ellenistici,

ma

cita

pochissimi

spunto del protreptico per Vir-

gilio I 3, sic te diva potens Cypri;

converr parlare.

principio di quell' ode

che proprio

di

spunto

rompe fede ai
non solo rifoggia materia e mole prime parole di un carme di

volta tanto Orazio

Callimaco. Era sua intenzione che

le

parole navis, quae

Uhi creditum dehes Vergilium fnihus Atticis, reddas incolti-

meni precor
alla

et

mente a

(1) I fatti

per, jter

non

serves aniniae
va?,

dimidium meae richiamassero

[lvov ^)iyyoQ \x\y t y^ux-j t? Z,ox;

sono stati tntti osservati e raccolti dal Biicheler, che


so quale timidezza,

si

arrestato dinanzi alla conclu-

sione ultima.
(2)

Raccolti dal

Wilamowitz,

Beri. Sit::HHgsberichte 1912,

540 sg.


'pTra^ac.

t.ov.

Zxv;

modo come Orazio


anche per un

glia

261

XcixevoaxTiw

i7.vu(jiac

tratta

il

altro rispetto a quelle cosiddette

tazioni di Alceo, di cui

114).

(fr,

il

motivo callimacheo. assomi'<

imi-

abbiamo discorso nel primo capi-

tolo del presente libro: Orazio vuole abbellire l'originale,

sostituendo all'immagine
della vita
la

>^

ormai invecchiata

l'espressione pi vivace

quale a quei tempi non aveva ancor perduto

della novit, se pur vero

prima

me

di

un poeta greco

luce

(1)

met dell'anima

che nessuno

il

pregio

l'aveva usata

contemporaneo

Catullo.

fli

pare probabile che Orazio abbia questa volta attinto

a un

epigramma, a quello

che comincia
f][i:a'j

iJLS'j

o'jolo?

Meleagro (AP XII 52)

di

e\i7zvs.'jao(.c,

vy/jxcuc,

Nxo;,

oaspwisc,

quanto naturalpossa escludere che Meleagro abbia non

'J/; ap7i;aav 'AvpyaOov. per

mente non

si

coniato lui quell'espressione,

ma

l'abbia attinta a sua volta

da un carme lirico. La scelta della parola


rapire , forse persino una particolarit di lingua, cio la
mancanza di aumento nel verbo, mostrano che Meleagro
nello scrivere ebbe in mente il carme di Callimaco; Orazio conobbe, con ogni verisimiglianza, tutt' e due
egli
poteva supporre che i suoi lettori avessero presente di
certo il propemptico, probabilmente anche l'epigramma.
I due pi recenti correggono, ognuno per conto proprio,
un'espressione appassionata del grande poeta Callimaco
questi accusava la nave di avergli rapito l'amata o forse
meglio l'amato, e a un tempo la scongiurava di condurlo
salvo in porto (2). Meleagro sostituisce alla nave il vento,
n pi prega, ma narra nel primo distico celebra beati,
egli stesso

(1)

Gil

nell'Odissea Telemaco

dolce luce ;

ti

23, p 41 y,XO-s;

TyjX|iaxs YXoxspv 9x05.


(2)

Quel

XinsvoaTtTZO) e

il

reddas

suftciento che la poesia nilliniachea

incolnmrm oraziano

sono

continuava a un dipresso

arra
cos.

nel seguente, navi,

flutti,

262

venti che portano l'amato

rim-

piange nel terzo di non essere un delfino per poterlo trasportare egli stesso alla mta, Rodi, sul suo dorso. Orazio
ritorna all'apostrofo callimachea; ma, poicli

cozzo

il

di

sentimenti opposti non sembra convenire all'ideale della

sua arte, che

si

una certa grazia

direbbe, quella di

de-

cens, corregge: non rimprovera la nave di rubargli l'amico,


bens le ricorda il dovere di consegnare fedelmente, giunta

porto,

in

il

prezioso

carico affidatole.

Le

parole navis.

quae Ubi creditinn debes Vergilium fmibus Atticis

tano una specie di negozio giuridico, di


di

un

ci

presen-

Pi
rimpianger che Orazio
Callimaco sono anch' io
depositum.

lettore le trover fredde e

abbia mutato cos la poesia di


dello stesso parere;

ma

all'interprete

non rimane

altro

che constatare che Orazio ha voluto qui, come altrove, introdurre in una poesia, la cui ispirazione gli veniva da un
poeta greco, un elemento specificamente romano. Questa
volta non gli riuscito senza danno dell'effetto poetico,

ma

anche per

meno
un'

altri rispetti

questa

lirica

pare a

me

delle

felici.

Invece fu audacia felice quella di trasportare all'amico


immagine che un poeta greco, probabilmente Me-

leagro

luno

(AP XII

52), aveva coniata per l'arcato (1). Taha negato che il dimidium animae abbia qual-

(2)

siasi relazione

con

l'f^jxiau

'|u/jjC,

dell'amicizia, l'altra dell'amore.

(1)

che l'una cosa detta

Ma

le espressioni di

Meleagro riprende a sua volta un motivo callimacheo

tal

Cal-

una met dell'anima e sospetta


si sia rifugiata in un suo amato. Ad Ascleiiiade (AP XII 166) dopo
tanti amori rimasto solo un pezzettino di anima. La concezione
limaco

(ep.

41) sente di aver perduto

forse ispirata al bell'epigramma platonico o pseudoplatouico per Aga-

tone

XYiv

tj'uxviv

'Aya^-cova cpiXwv

rJ.

y^^stXsaiv

ioxov.

f,?.0-s

fiiov u)g Siapy]ao|xvY;.

(2) Cfr.

Kiessltng-Heixze intorno a

qiiesto passo.

yp

r,

tTj-

263

genere che, a indicare le relazioni tra amici, sono adoperate da scrittori anteriori, quella di Cicerone (de ani.
92), secondo la quale amicitiae vis in eo est, tit iinus

XXV

quasi aniniis

ex pluribus, e quella di Aristotele (Diog.

fiat

un'anima che abita


ben pi lontane dalle parole di
Orazio la coincidenza con l'epigramma di Meleagro
invece letterale, non soltanto somiglianza concettuale.
Gi i pi antichi Greci non facevano distinzioni tanto sotAcliille (I 342 sg.) professa di
tili tra amicizia e amore
et molto pi tarda
cpiXslv Briseide. E i loro nipoti di
Laert.
in

1,

20) che la definisce

due corpi

sono

non parlavano diversamente:


'^z\j'(:a[it\l'(x.-

xf,;

cpiXia;

K-jTrpt?

|x:poTpwv

"(iyo^''

vyZoyoc,,

sax'

canto della fanciulla abbandonata;

aVpsa:;-

comincia

Venere,

la

il

venere

Chi vuole alzare un muro tra 1' r,\i'.iu


t];uyf^g dell'amore e il cUtnidium animae dell'amicizia, non
deve farsi forte del mito che Platone nel Simposio mette
non l'anime, ma i corpi degli
in bocca ad Aristofane
uomini, quali sono ora, sono dimezzati. E non ha inteso
bene il Convito chi non si accorge che il suo. significato
garante della

cpiX:a

complessivo proprio questo, che l'amore umano non vai


nulla, se non trascende il suo fine immediato, il com-

mercio sessuale, se non


per l'anima, con la

tutt'

cpiXta

non vede come appunto

uno con

chiude

l'affetto

dell'anima

gli occhi alla luce chi

la popolarit di

questo dialogo

giov a che quella certa nobilt, che propria delle cose


dello spirito, fosse conferita anche a relazioni sessuali,
se

non

illecite,

almeno

illegittime,

anche

agli

amori con

persone di condizione inferiore. La poesia ellenistica di


amore non sarebbe stata qual , senza il Simposio e, se
;

l'ellenistica,
gli

tanto

meno

la

romana. Comunque

sia di ci,

chiamano amicae e trattano


perch ad Orazio non dovrebbe

elegiaci dell'et augustea

quali amiche le loro

amate
una parola che era

esser lecito di riferire

stata

coniata

2(i4

per l'amore, all'amicizia fraterna per

il

poeta grande, cui

doveva la conoscenza di Mecenate? Ne di quell'immagine egli ha abusato la si ritrova ancora una sola
egli

volta nella solenne ode a Mecenate, nella

ferma

canis aeque nec

Mecenate
tello:

quale

voto
morire con lui a,
animae rapii maturior vis, quid moror

Ijartem

il

vivere e

di

il

egli

superstes

aveva

poeta, figlio

si

nec

17, 5). Anche


modo sentimento di

fra-

poveri genitori, ul)bidiva

cenni del potente ministro

ma

(1),

per

lui,

ai

poteva chiamarlo

quale un suo pari; poteva anche dinanzi a

letto,

mene

altera,

integer'^ (Il

in certo
di

te

ricon-

di-

senza

timore di suscitare gelosie o di parere insolente, vantare

che lo avrebbe sottratto alla morte


non ego pauperum sanguis parenticm, non ego quem vocas,

la gloria propria,

dilecte

Maecenas, ohib

(II 20,

5).

Le reminiscenze callimachee

principiano soltanto nella

seconda strofa: che non verisimile che Orazio abbia solo


mutato l'ordine dei pensieri e che il propemptico alessandrino contenesse anche l'invocazione agli di marini.

Quel che conservato del carme callimacheo sono proprio

primi versi, e un' apostrofe di quella sorta non po-

teva stare se non in principio.

Anche

suo propemptico per Mecio Celere


agli di marini;
ci

dall'ode

di

si

obietti

Orazio.

Stazio comincia

(III 2)

che

egli

con

la

pu dipendere

(1)

Quest' certo

(con

il

(2)

rem

al-

ma

il senso di quem vocas; ma pare eccessivo voler


una circoscrizione del concetto giuridico di cieis

BCHELER, Rh. Mus. XXXVII,

1882, 238).

Cfr. p. e. Stazio 8 sgg. con Orazio 1 sg.

Orazio 3

in

Egli aveva di certo letto quel

carme, lo aveva dinanzi alla mente, come provano


cuni riscontri (2), anzi si studiava di emularlo (3);

fare di quelle parole

il

preghiera

Stazio 42 sgg. con

sg.

(3)

Animae dimidium meae diviene animae pariem

(v.

7 sg.).

nostrae maio-


pure egli invoca nomi

che

egli

S65

di divinit delle quali

dunque aveva imparato

nistici 0,

Orazio tace,

dalla lettura di poeti elle-

che torna a esser lo stesso, nelle scuole di redoveroso menzionare in questo genere di

torica, esser

carmi: oltre

Dioscuri oraziani ed Eolo, anche le Nereidi,

Proteo, Tritone, Ino e Paleraone.


egli

si

immagina

modo

il

stesso

maggior parte

l'aiuto della

di

come

queste

divinit, basta, se non erro, a mostrare che egli dipende


da modelH, o segue regole ritratte dallo studio di modelli. Proteo, Tritone, Glauco devono nuotare innanzi alla
nave (v. 35 sgg.) le Nereidi sono pregate di raggiun;

gerla nel suo corso e di prestare su di essa servizio

marinai (13

Monandro prescrive (399,


che salpi per un viaggio

sg.).

scorso per tale

1)

di

di

che nel dimare, non

menzione delle divinit marine, di Proegizio,


teo
di Glauco di Anthedone, di Nereo, che fanno
corteggio alla nave e le corrono ai lati
Stazio le immagina proprio cos; anche qui la retorica avr preso i suoi
TTCoc dalla poesia. Lo spuntare delle Nereidi a fior di acqua
intorno alle navi familiare a chiunque non sia digiuno di
poesia greca (1); i lettori di Stazio lo avranno conosciuto
almeno dalla lettura dell'epillio catulliano (LXIV 14 sgg.).
Stazio, inventando che le Nereidi, non paghe di far festa
alla nave di Mecio Celere, si adattino anche a trasformarsi
esse stesse in marinai per mandarla innanzi pi presto, vuol
ravvivare il sapore di una vivanda omai stantia.
Ma appunto perch l'invocazione agli di marini in
si

trascuri di far

principio era consueta in poesia di questa fatta, Callimaco


l'evit; e

si

rivolse

non

agli di

ma

dola a un tempo e scongiurandola

ei)

D esempi Vahlkx,

(2)

Allo parole parafrasate

iniuiediataniente (p. 399, 7)

opusc.

vj

di

Il

alla nave, ingiurian(2).

Orazio, promet-

22".

sopri'

segue

8s vag S-situ)

in

S-eog

Menaiidro quasi
svaXiYxiov

vSpa

2()G

tendo all'apostrofe la consueta preghiera agli di del


mare, rientra, per cos dire, nella normalit di tale poesia:
dir questo non fare una lode. Lo stile della prima strofa
concettoso e arguto, troppo concettoso e arguto.

sono detti fratres Helenae, perch in alto mare

essi,

sandosi, luci gemelle, sulla cima dell'albero,

quel fuoco unico, funesto alle navi, che era

noto sotto

mati

nome

il

perch contro

devono sostenere aspra

nn augurio

lotta

po-

scacciano

comunemente
sono chia-

di Elena. (1): vale a dire essi

fratelli della loro sorella,

(^ipo'cx,

rie

(^astori

la sorella essi

per la salvezza dei navi-

in terza persoua,

non un'apostrofe o una perso-

nificazione.
(1) Cfr.

Plin. n. h. II 101; Senec. . q. I 1, 13.

L'apparizione

dei Dioscuri, portatori di salvezza nella bufera, gi cantata

Isocr. Rei. 61

un'epifania

nel-

anche Eurip. Hel. 1500 sgg. 1664 sgg. El. 1241


Tlieocr. XXII 8 sgg. Ma i poeti paiono immaginare

l'inno omerico:

cfr.

degli

di

consueto

nel

antropomorfico: Alceo

aspetto

ba inteso i fuochi di Sant'Elmo che


balzano intorno a gomene e sartie e ad essi avranno probabilmente
pensato gli altri, quantunque, rivolgendosi agli di, abbiano messo
nel suo inno

(cfr.

Oxyr. Pap.

59)

in luce piuttosto quella che la loro figura consueta nelle opere di


arte.

La denominazione

funesto,
tra

di Elena per il fuoco solitario, minaccioso e


sembra essere venuta in voga tardi Isocrate, che annovera
:

meriti di Elena quello di aver fatto dei suoi fratelli

dei marinai,

come
pili,

non avrebbe parlato

suole, a

se

il

coy, o

almeno

si

mostrar vera la sua asserzione contro

fuoco di

qixel

nome

gli

salvezza dei naviganti.

d sulla voce, che Elena

le

funesta,

Ma

opinioni dei

compagna

ai fra-

Sosibio (citato nello scolio)

non recatrice

di salvezza. Poich

Sosibio l'erudito spartano del principio del terzo secolo

parlato di Elena appunto nell'opera sul culto

salvatori

gi al suo tempo fosse stato ritenuto

di malaiigurio. Euripide {Or. 1637) celebra l'eroina


telli nell'etere e

sarebbe indugiato,

egli

avr

spartano, nspl xwv v

dovremo indurre che quel nome fu dato al fuoco


probabilmente da taluno che pens come
Elena anche iu vita fosse stata una poco di buono, tutt' il contrario
dei suoi nobili fratelli. Ma quella denominazione non pare sia mai
divenuta di uso comune Plinio ne parla, Seneca no.
Aax5ai|i,ovi 9-uat(Bv

solitario nel quarto secolo,


ganti
la

Quest'

(1).

Nimc
lirici

un carme

in

bibendum, abbiamo notato

est

ma

dotti

stile,

e fa venire

vjxv.oZ^r^doi..

poesia sia giovenile

^liil

non

belli

sino al quarto libro,

sempre maggiore. N

si

al

simili

(2)

Callimaco

Che

educando a semplicit

andato

periodo del trapasso dai giambi

reminiscenze callimachee non appaiano prima

non sorprende

strofa,

nell'ode dell'inverno Vides ut alta

un' impressione del poeta

ricordo letterario,

come

rint acuto richiami alla

Orazio

il

ma

(3).

le

seconda

della

di

artifici

Orazio, dai suoi primi tentativi

melica sconviene quel citare non Alceo o Saffo

alla

il

sospetto che

il

dei pi antichi,

come

ripensi

chi

primi versi esprimano

romano senza mescolarvi alcun

soltanto geluque flumina constite-

mente Alceo. Abbandona

suo modello nelle strofe seguenti

Non

forse

credo

rimpianto della semplicit degli antichi tempi, per-

duta

man mano

che

si

letteratura ellenistica.

derno

sentirsi sazi di

inciviliva

Anche

il

allora,

civilt.

mondo, anima tutta la


come ora, pareva mo-

Che

natura

la

umana

si

appaga di poco e che basta vivere secondo natura per

dogma comune

esser felice,

stiche di filosofia

degli Stoici
lo

ma

pi nel buio

(1)

fralrcs,

(4),

degli

la vita

dilecaelo;

scuole elleni-

le

(5)

non meno che

secondo natura cercata per


che pure

di et trascorse (6). Gli Stoici,

stazio dilucida ottimamente


....

di tutte

Epicurei

il

passo oraziano

v.

10 Oehalii

Iliacae longe nimbosa sororia astra fugate, precor, totoqne exchi-

ma

questa, appunto perch ottima parafrasi, pessima poesia.

(2) Cfr. sopra p. 60 sgg.


{',i)

Vedi

(4) Cfr.
(5)
fr.

il

quarto capitolo del presente libro.

Pohlenz,

nemo de

Charites fiir Leo 76.

tenui victu plura dixit che

Epicuro

(fr.

472)

cfr.

4.9 sgg.
(6)

Bellissime sono lo osservazioni del

denza dei tempi,

Pohlknz

p. 83 sgg., specie 85 sgg.

su

questa ten-

2C)8

credevano l'uomo nato dal fango, indotti forse pi ancora dal s(3nti mento generale che du considerazioni razionali, proiettarono essi pure nel passato pi remoto l'et
quale

dell'oro, l'evo nel

prima

le superflue

COSI

non esistevano ancora

Come

(1).

umano

fessa apertamente che l'ideale

modo

fu attuato nel

danna

la civilt dei

100

stizia (v.

con simpatia

la

scuola,

nuovi tempi non

la vita

retti

pii

da Giu-

descriveva

Recale

Callimaco nella

sgg.).

[iro-

di consorzio civile

pi perfetto in et favolosa, e con-

semplice dell'evo eroico, la pura po-

vert della vecchietta


ospitale offr ricetto a

campagnola, che nella capanna


Teseo e lo rifocill con cibo fru-

(2).

Anche
piange

la

come

Orazio,

Romani

di colori ideali

la

suo tempo, rim-

tanti altri del

semplicit

prisca

voli Greci e

vizi,

alla vita,

utili

furono inventate dai sapienti,

poeta forse pi popolare di quell'et, Arato,

il

gale

davvero

arti

le

di tutte l'agricoltura,

anch' egli,

come innumere-

dal quinto secolo in poi

(3),

barbarie, priva di bisogni

Anche per

degli Sciti (III 24, 9 sgg.).

dipinge
pura di

lui la santit

maggiore del viver sociale fu nel passato ma, pi realista e meno romantico che non Callimaco, che non Tibullo, egli la cerca nell'antichit romana, in Romolo e
nell'intonso Catone (II, 15, 10), nella giovent che com;

(1) Cfr.
(2)

le

nite volte negli

axov del
la parca
(3)

mie osservazioni in Chartes 118 sgg.

Della cfiXgstvos xaliv] parla

il fr.

131

epigrammi degli imitatori

di

essa ritorna del resto

Callimaco

il

Ty&S

infi-

otXy^i-

frammento 41 sar tutt'uno con essa. Che Teseo non sdegnasse


mensa di Hecale, narrato da Giuliano nell'ep. 41 (p. 543, 16).

La leggenda

strani costumi degli

dello Scita

EUeni

li

Anacars,

giudica

che

per

alla semplicit patria, fu popolare in Ionia e

prima che Erodoto la raccogliesse


Bliimner 425 sgg.

ai

molti

meraviglia degli
rispetti inferiori

Sparta anni e decenni

vox der Mhll,

Festg. fiir

liOU

batt e vinse contro Pirro, Annibale, Antioco

(III, 6, 33).

un mondo che narrano, senza crederci,


essere esistito in et lontana, che sanno non essere stato
nel passato, non poter essere mai nel futuro; egli pensa
a modi di vita, che forse era in potere della generazione
Quelli sospirano

augustea rinnovare, purch avesse voluto. Ne, fuorch in

condanna mai

quest'ode, egli

la civilt,

ma

solo certi ec-

rimpiange che Prometeo abbia portato agli

cessi di cultura:

uomini il fuoco da quel giorno tormentarono l'umanit


malanni non mai prima visti e la vita divenne pi breve.
Solo qui (1) egli ammanta il suo rimpianto di veste mitica:
si pu supporre lo abbia fatto perch Callimaco gliene
:

dava l'esempio.
Nell'ode di Orazio l'et dell'oro quel tempo in cui
la

navigazione non era stata ancora inventata: dell'agri-

anche ellenistica che


tutti
mali degli uomini provengano dalla cupidigia,
dalla cptXo)(pY][xaT:''a, dunque dal commercio (2), che nell'ancoltura non parola.

dottrina

(1)

Per meglio

la fantasia del

dire, qui e nel gioveuile

diffusa in quei tempi.

pare

Sertorio

nelle isole dei Beati (v. la nota di

crederei, nelle Canario

La

epodo

Ma

16.

in questo

poeta colorisce soltanto una credenza che fu davvero

felicit, di cui

per

Antonio

godo nella insulae

si

pensasse

davvero a rifugiarsi

Kiessling-IIeinzk
Cleopatra

al v. 41), cio,

cfr.

sopra p. 59.
quella

divites, del resto pari a

dell'et dell'oro, quale la descrive Esiodo.


(2)

at

(Questo motivo bene in luce in Ovidio {Am. Ili 8,

cum regna

senex cadi Saturnus haheret,

omne lucnim

3;")

iciiehris

sgg.)
alta

premchat humus, e pochi versi pi sotto curia 2)aiipcribun chiusasi; dai


ceiisus hoiores

inde gravis iudex, inde severus

giono d'insisterci su, poich

amata

gli preferisca

in

un amatore

quella

eques.

incolto

poesia
s

ma

Il

poeta ha ra-

lamenta che la sua


ricco
Cfr. anche il
!

passo di Properzio citato sotto a p. 272. Orazio, al suo solito, sto-

motivo

ricizza

il

perlam

el sic

niclius

liumanos in usns.

Roma
sihnn.

futura, (juale egli la spera, sar anriim inrc-

cum

terra

celai,

xpenirrc fortior iinam colere

i7U

sempre commercio trasmarino. Il poeta filosofo Arato, correggendo tacitamente


Esiodo, secondo il quale nell'et dell'oro ne si coltivacampi n si navigava, immagina che gli uomini
vano
greca era

tichit specie

(juasi

pi antichi adoprassero
in disparte dal

se Callimaco nel

aratri e buoi,

ma

si

tenessero

Che meraviglia
amato
o un'amata
propemptico per un

mare

110 sgg.)

(v.

(1).

che cimentava la vita sulle onde, riprendendo il motivo


fornitogli dalla poesia filosofica, abbia maledetto la navigazione, origine di tutti i mali della civilt presente?
Egli aveva letto Arato e lo ammirava 'Hatoou x6 x' &v.a^v.
xal 6 TpTTo?: un suo epigramma funebre, il 17, comincia
:

wcpsXs

[JtY]2'

yvovxo

vis;.

d-occl

calli macheo dei poeti

pi

Il

romani, Properzio, nel carme funebre per Paeto perito in


mare (III 7, 29 sgg. 43 sgg.), dove confronta la povert
sicura dell'agricoltore con la vita agitata del navigante,

ha un pensiero
(1)

simile a quello di Orazio in que-

assai

La maggior

parte dei poeti romani rimane fedele alla descri-

zione esiodea dell'et dell'oro

cos Virgilio Georg. I 125 sgg., Ovi-

il coro
dio nell'elegia test citata 39 sgg., Seneca Phaedr. 533 sgg.
della Medea 301 sgg., per contro, parla di tempi felici nei quali l'agri:

coltura esisteva gi

ma non

non norat

opes.

sicch

ancora

le navi,

parvo

dive.s, nisi

patrio.... senex factiis in nrvo,

Anche Tibullo, che

I 3,

ognuno

37 sgg.) celebra gli di

poesia

(II 1,

campestri, che resero davvero

umana

la vita feroce dei

in

consueto,

332)

41 canta l'et dell'oro nel

un'altra

modo

(v.

qnas tulerat natale solum,

primi uomini,

inventando l'agricoltura qui gli di fanno la parte dei savii primi di


Arato e della Stoa. S'intende che ciascun poeta adopra questi motivi
con la massima libert, secondo gli vengono in acconcio. Disposizione
momentanea d'animo e fede non sono la stessa cosa, specie in un ro interessante il modo come un poeta
mantico quale fn Tibullo.
:

nemico acerbo degli Stoici, Lucrezio, trae proitto da questo TTCog. Gli
uomini primitivi, secondo la dottrina di Epicnro e sua, erano tutt'almolti perivano di morte orribile, divorati a pezzo a
tro che felici
pezzo dalle iere ma almeno non in un giorno solo morivano tanti
:

in battaglia o in

mare (V 999

sgg.).

271

st'ode: la morte nell'onde, l'uomo se la cerca da se:


29 sgg. ite, rates curvae et leti texite causas : ista per hiimanas mors venit acta manus; terra parum fuerat fatis,' adie-

cimus undas; fortunae miseras auximus

non pare

egli imiti

Orazio

arte

presente lo stesso carme di Callimaco,


risorge, se

umana

si

dell'ode. Egli

45 sgg.

esclama:

cum pelago?

tihi

(1)

contila te sollers,

nimiiim damnis ingeniosa

samente quid
non et caelum,
tal e

contenta

diverso, sicch

riesce

chiusa

fuisses;

La prima

tertia reggia, petis? (2).

la

e chiede angoscio-

tiiis,

terra

quale l'oraziano caelum ipsum petimiis

con

hominum natura,

simile al passo di Properzio citato dianzi

testo

due avevano
stesso dubbio

confronta l'apostrofe di Ovidio alla natura

nell'elegia An. Ili 1,

fuisti et

lo

Eppure

vias.

piuttosto, tutt' e

diffcile

seconda

la

cur

parte pi

stultita. 11

con-

immaginare che

Properzio dipenda qui da Orazio, Ovidio alla sua volta

da Properzio. Anche questa sembra una conferma che


l' inventore della navigazione sia, nel-

r invettiva contro

l'idea generale, callimachea.

a Callimaco anche per un altro rispetto essa con-

viene.

Il

poeta degli

al'tta

dannose

di altre

egli

renicis

ferro

(fr.

si

35'^):

di

arti

e perverse (3).

contro

scaglia

XaXu^wv

Xovta y.axv cputv

naturale

come

degli upxa:, di supeiac

o'C

[jl:v

(he.

interessasse

utili

(1)

Coma Be-

Chalybi, scopritori del

Da

yhoc.,

^Eid-v/

vxlX-

Callimaco, dunque,

callimacheo Properzio avr attinto l'invettiva

(2)

anche

vita cos

alla

infatti nella

uloizo

e'iiriwoc.y.

s'

(I

il canne gi citato jiifi volto nelle note.


Sogne ancora un TcpoaSxvjTOv, nn' arguzia, che sciupa

ma

fetto patetico,

pure talmente ovidiana che non

s'

il

17, 13):

l'ef-

intendo come

taluno la espunga.
(3)

elio

Sugli

eupYjiJiata cfr.

Lko, Plautinische ForaohiOKjen- 151 sgg.,

senza ragioni sul^icienti credo di avere scoperto nella conimodia

la fonte

prima.

'll-A

a pereat, quicianque ratis et vela paravit primus et invito


(jurqite fecit iter: il poeta finge di scrivere sur una nave
pericolante presso a

una costa selvaggia;

suo

il

in

modo un propemptico per se stesso. L'elegia per


Paeto comincia con una maledizione della '^t^.oyfYjtxaTia
certo

e)-go sollicitae tu

mortis adimus

causa, pecunia,

iter.

vitae,

L'epigramma

di

per

te

Antifilo

immaturum

AP

IX 29

sar, al solito, abbellimento di un carme alessandrino, dunque, nel nostro caso, callimaclieo. Per Antifilo l'inventore non un mortale, ma la Tixa. l'Audacia in persona. Nell'et dell'oro il mare si guardava

due abbellimenti ci lasciano


freddi, ma l'epigramma conferma che anche Callimaco
congiungeva la scoperta della navigazione con la fine
di lontano,

come Hade.

dell'et dell'oro.

Un'altra ragione perch l'idea

dell'invettiva contro

l'inventore della navigazione sia piuttosto di Callimaco


che non di Orazio, ha valore soltanto soggettivo, si che
la presento solo

con riluttanza.

La cagione che muove

li

poeta a maledire tutt' intera la civilt e i suoi ritrovati,


non solo la navigazione ma persmo il fuoco, senza il quale
non possibile alcuna arte, pare un poco sproporzionata
a tant' enfasi
tiva la

ma

fama

sia stata a quei

tempi quanto

si

voglia cat-

del basso Adriatico e delle coste

impiegati e soldati

dell'

albanesi,

impero, studenti e persone

vacanza traversavano ogni momento quel tratto


di mare (1). Tanto j;a^/tos pare sprecato; e non
breve
cos
si riesce facilmente ad immaginare che Orazio si com-

colte in

(1)

Anche

il

Kiessling deve aver sentito quanto poco proporzionata

sia la violenza dello sfogo alla cagione

che lo determina. Dieser

herbe Ansgang scrive egli della chiusa ist -n-eniger in der Situation als in der tiefernstou von Sorgen iiber das sittliche Elend der
Zeit beherrschten Stiramung des Dichters begriiudet . Ma proprio
la chiusa

ha riscontro

in Ovidio.

273

io lo conosco male, o
movesse sul serio per cos poco.
non si pot riscaldare cosi se non a freddo, se non
perch un modello celebre gliene dava l'esempio e gliene
forniva l'occasione. Callimaco invece era molto diverso:
spesso egli parl con accento patetico, eppure con il sorriso sulle labbra. Cos appunto nella Chioma di Berenice
sfoghi che sembrano dolorosi, come quell'invettiva, si
alternano con tratti di eleganza cortigiana, com' l'accenno agli unguenti di cui era profumato il capo della

egli

regina

(v.

con descrizioni quasi lascive

77),

(v.

79 sgg.),

con domande birichine. Mal possiamo credere che il cortigiano, avanzato ormai negli anni ed esperto della vita,
chiedesse sinceramente sia pure alla nuora dei d-eo: cp'.Xnon orbum

et tu

SsXcpot

flebile

discidium ?

Il

luxti deserta cubile, sed fratris cari

tono di questo carme frivolo, come

come

quello di quasi tutta la poesia ellenistica,

mani quello
e

di

meno che mai

di Virgilio.

mutamento

ro-

Par certo che Orazio abbia

preso questa volta un po' troppo sul serio


Il

tra

Properzio e pi di Ovidio, non gi di Orazio

di tono, se,

modo

come

il

suo modello.

credo, ci fu, fu infelice.

anch'essa forse un segno che il carme dei pi giovenili. Particolarit stilistiche confermano questo giudizio
perrumpere, con un
Infelice a ogni

l'enfasi;

fiume, Acheronta, per oggetto, tale audacia quale Orazio

non

permette nelle poesie dell'et matura

si

e forse lo

dovr dire degli iracunda fulmina. Le anafore,


sic-sic in principio, poi qui-qui (18. 19), audax-audax (25. 27)
sono del genere di quelle che abbiamo studiate in Nunc
est bibendum. La strofa settima audax omnia perpeti gens
stesso

si

iumnna

(1)

ruit

per

vetitum

nefas

(l);

andax

L'ordino delle parole iiou mi pare favorevole alla

zioue proiostu dal Rasi (Rendic. deVIsi. Lomh. 1909.


retfnm

lapeti

(uej'tta!).

18

L'92)

genus

interpiin:

niU per

iiy

ignem fraiide inala gentibus

poche

'(-

intulit cos artificiosa

come

Un'audacia, che consiste

altre fuori di quell'ode.

nel sopportare, doveva stupire il lettore. A\V audax del


primo verso contrapposto V audax del terzo, di un verso
che anche ritmicamente risponde a quel primo; alla gens
hiimana si oppone V audax /pe^i ^ew?<s, dove l'intenzione
,

si

scorge nella scelta del collettivo genus per un singolo.

Prometeo;

il

genere

umano

riappare, variato nella forma,

nel verso seguente: gentibus; l'alternarsi di gens

genus

Ignem principia il quarto verso della


il primo
della seguente. Lo
l'ode, non delle
stile non solo artificioso ma prolisso
delle
lunghe che
pi varie nell'intonazione, piuttosto

gentibus h studiato.

strofa

post ignem riprende

non

delle brevi.

Orazio prese l'idea dell'invettiva da Callimaco

ma

il

Noto signore dell'Adriatico,

gli

(1),

Acroceraunii scogli

infami, sono particolari convenienti solo al viaggio di Virgilio,

sono aggiunte del poeta,

imprimere

ha

il

quale ha voluto cosi

suo suggello alla materia callimachea,

fatto spesso

maco avr

il

quella

derivata da Alceo (2);

come
Calli-

parlato di una traversata dell'Egeo o del basso

Mediterraneo.

Anche

la nova

Febrium

cohors,

il

corteggio

di Febbri che segue la Macies, fantasia grandiosa e sel-

vaggia, dello stesso genere della processione di

vizi,

che

tien dietro alla processione dionisiaca in Nidlam, Vare, sacra.

(1)

con

il

Il

confronto, tradizionale nell'esegesi di Orazio, di tutta l'ode

primo stasimo dell'Antigone IloXX

fuori strada

za,

Ssivcc

porta del tutto

questo un'esaltazione dell'ingegno dell'uomo, che solo

morte non sa porre rimedio. Ha ben notato la differenza il Friedrich {Roratius p. 168), che per ripropone una cronologia impossibile.
(2) Quanto alla prima immagine, al Noto, quo non arlUer Hadriae
maior, tollere seti ponere volt freta, si confronti nello odi romane III 3, 5
Auster, dux inquieti turbidus Hadriae
in ambedue i luoghi il vento
un tiranno capriccioso.
alla

275

Orazio ha composto ancora due propemptici


di quello
il

per

il

fetente

Mevio (epod.

Leo. L'altro Lnpios parrae

(III

ma

cui

non ha

dell'uno,

ha detto abbastanza
carme di tipo assai par-

5),

27)

ticolare: canto di addio per un'amata,

rerebbe non partisse

il

che

il

poeta deside-

coraggio di augurare

augura dunque quel bene che essa non merita,


pur nell'augurare cercando senza parere di farle timore a
che desista dal viaggio. Il tono , almeno nella prima parte
del carme, un po' leggiero, quasi scherzoso il poeta fa le
viste d' intendersi di aruspicina molto pi di quello che in
verit ne sappia. Vien fatto di sospettare che egli sia un
indovino da salotto e che la sua scienza serva soltanto

male

le

a quei

fini

cui forse intende la dottrina di

molti

chiro-

manti e cartomanti dell'uno e dell'altro sesso, che la sua


mantica sia poco pi di un elegante giuoco di societ
poesia dunque da amatore ragionevole e da uomo di mondo.
Quale esempio dei pericoli di una traversata scelta Europa; al poeta poco importato che ella, a differenza
di Galatea, compiesse il viaggio non a bordo di una nave
ma in groppa a un toro, sia pure divino. Il mito, se deve
davvero ispirare timore, scelto quanto peggio si poteva
Europa se la cava con la paura, e l'onore di essere sposa
di Giove e di dare il proprio nome a una parte del mondo,
compensa a usura i timori vani giunta a Creta, essa ha
appena tempo di inalzare il lamento sulla sua sorte infelice, che Venere, paga alfine dello scherzo, le fa coraggio,
rivelandole il nome dell'amatore e la gloria futura. Pure
la monodia di Europa trattata dal poeta con gravit
nel narrare il mito egli sembra dimentico di s e delle
sue intenzioni. Al lamento della figlia di re, che teme di
divenire schiava, esposta a tutte le sevizie di una rivale,
moglie e barbara, tengono dietro parole ancora ambigue
aderat quereliti lerfdum ridens Venus et remisso plius arcu.
Il lettore immagina che la dea nella sua crudelt si coni:

570

piaccia della condizione indegna a cui l'amore


la fanciulla

Ma

Venere

regia

ridena

perfdiim

h di miglior pasta

che non

ragione.

creda

si

ridotto

lia

par dargli

suoi

scherzi sono crudeli s ma, in fondo, innocenti. Nella strofa


seguente ella mostra tutt' il suo buon umore: cum Uhi

mette in
infamem mihi

inviaus laceranda rddet cornila taurus riprende e

ridicolo

il

proposito fiero di

mine iuvencum dedat

Europa

si

quis

iraiae, lacerare ferro et franr/ere enitar

modo miiltum amati cornila monstri. Lacerare le corna di


un toro non impresa troppo facile per una fanciulla,
anche se l'animale ci si presta di buon grado. Il carme,
che era cominciato con un sorriso appena appena malinconico, finisce in un bel riso franco, in un riso a bocca
aperta. Chi sa, pensa Orazio, che Galatea non trovi fortuna
oltre mare ? Se non un re, un proconsole o un procurator.
In ordine un po' diverso i motivi della prima parte
del carme ritornano nella prima parte di un'elegia di
Properzio I 8 Tune igitur demens. Il poeta non pu rassegnarsi al pensiero che la sua amata lo lasci per esporsi
ai pericoli del mare, per recarsi a dimorare in una terra
fredda e inospitale, in Illiria. Egli si augura che l'inverno
duri il doppio, che venti contrari impediscano alla nave
anzi va pi oltre e spera che essa, appena abdi salpare
bandonata la sponda, sia cos travagliata dai venti, che
la crudele, vedendo lui ancora sulla riva, lo chiami, pensuoi metita, con la mano. Ma no, qualunque siano
riti, egli non pu desiderarle altro che una navigazione
;

prospera:
notizie.

si

Ma

consoler dell'assenza chiedendo


no, essa

sempre fedele a
Properzio
all'amica che

si
il

non pensa pi a

lui, tant' la

ai

partire,

naviganti

rimane per

forza dei carmi.

ad augurare
compia; Orazio ri-

lascia in principio trascinar

desiderio di

cusa sin da principio

di

cere alla fanciulla che

lei

non

si

sperare in ci che non pu far pia-

ama: ogni bene

egli le

augura.


Ma

Tu

viaggio pericoloso. Motivi a un dipresso

il

eguali

si succedono in ordine inverso. Pure non sembra che Properzio nel primo libro abbia mai imitato Orazio (1), ne
le coincidenze sono di tal sorta che obblighino a cre-

derlo contro ragioni generali di peso grande.

Anche

qui

due dipendono da un esemplare comune. Leggendo, si


ha r impressione che Orazio sia qui pi originale poich
gli empi partano con auegli principia il suo carme
gri cattivi, io non so desiderare il male di chi amo ,
verrebbe fatto di intendere Altri auguri male alla sua
amata, io no , e di pensare che egli voglia, per cos dire,
rovesciare un motivo tradizionale. Fonte comune sar
ad arte ellenistica conviene
stato un carme ellenistico

<'

bene

modo

il

sentimentale

tra

Che anche

l'amore.

la

ferita

scherzoso

anche
mondo. Egli non augura

perzio apparr, a chi ben guardi, a fior di pelle


il

da uomo

suo carme

all'amata la morte, no,


versa

impedisca

le

il

ma

di

trattar

di

aperta nel seno di Pro:

soltanto che la stagione av-

viaggio, che la procella le metta in

cuore, appena partita, desiderio dell'amante, che l'aspetta

ancora sulla sponda. Anche queste sono imprecazioni da


innamorato bonario e di spirito. Porse, se non caso che

l'amata

tutt' e

due

le volte

passi l'Adriatico,

il

modello

comune forse opera di un Greco che scriveva gi in


Roma, che considerava gi il mondo dal punto di vista
romano dunque di un contemporaneo non di Callimaco
;

e di Teocrito

ma

rigorosa non

si

di

Partenio e

di

pu dare, perch

Pilodemo.

Ma una

naturale ogni

prova

Romano

pensasse a quella traversata che era la pi frequente

Cfi-.

(1)

LXV,

litio,

(2)

noi

1(10

noier StudienJX, 1887, 120; Jacouy.

Kkisch,

IVi.

(2).

Mus

211.

Si confronti

il

piiucipio di un'altra elegia di Proporzio,

mine Hadriae vereor mare nascere tecum, Tulle.

ti

278

Ciascuno dei due poeti imprime

il

suggello

proprio

sulla materia ellenistica. In Properzio la disposizione di

animo muta di un tratto l'amata si convince a restare,


tanto in amore possono
carmi Orazio narra all'amica
un lungo mito, che le pone sott' occhio i pericoli del
:

viaggio,

pericoli vani.

La seconda

parte dell'ode ap-

partiene a quella categoria di carmi oraziani che ripro-

duce

e continua poesie epiche di

contenuto e sino a un
forma metrica di queste, che si possono dire ballate , se ballata si prende
nel senso che le davano i romantici, tratta brevemente
il paragrafo 6 del presente capitolo. Il contenuto epico,
che fa sentire maggiore lo stacco tra questa e la prima
parte del carme, spiega come l'avventura di Europa, pure
certo segno di

stile, liriche

nella

narrata cos sul serio, non istuoni

il

poeta epico rimane,

per COSI dire, a certa distanza dalla materia del suo canto.

La

chiusa volge tutto

il

carme

in riso. Quest'ode, nella

quale sono fusi in armonia piena elementi, che sembrano


a prima vista discordare inconciliabilmente
altri,

forse la

pii

festosa tra le oraziane.

gli uni dagli

Il

modo come

Orazio imita, qui del tutto originale.

6.

Di Orazio conservata una sola ode prettamente narI 15 Pasto)' cimi traheret ; ma di un altro carme,
di quello appunto che abbiamo trattato poc' anzi. III 27
Impios parrae recinentis omen, la narrazione mitica riempie
pi che due terzi, cosicch il propemptico, che l'introduce, fa la figura di un proemio personale e nulla pi.
Da quando fu scoperto Bacchilide in poi, si sono spesso
confrontate le due odi, specie la prima, con quei carrai di
questo poeta che, comunque egli stesso li avesse chiamati.
rativa,

:i/U

nell'edizione alessandrina erano intitolati ditirambi

ma

somiglianza innegabile,

abbia imitato direttamente carmi

componimenti non

se

abbiano fornito
epillii

il

lirici

La

del quinto secolo,

poeti

dissimili di

(1).

se Orazio

ellenistici

gli

modello. Sinora non erano noti se non

alessandrini composti tutti in esametri, l'Hylas

l'Heracliscos; se epillio
crito;

pu chiedere

ci si

l'Europa

vati senza

di

nome

di

li

pu

si

Mosco;

l'

dire,

Dioscuri

(2) di

Teo-

Eracle e la Megara, conser-

autore nella raccolta dei bucolici

(3)

due carmi, ai quali


si
ispirato Catullo per la poesia 64 Peliaco quondam
prognatae vertice pinus. E, poich a un occhio attento non
poteva sfuggire che le somiglianze tra Bacchilide e Orazio
sono minori che tra Orazio e alcuni almeno di questi
carmi alessandrini, si era costretti a immaginare che questa poesia epica in forme liriche si fosse svolta a un
cos pure

il

carme, o forse meglio

dipresso cos. Estintosi

Stesicoro, e

l'epos,

Corinna avrebbero rinarrato in metri

lide e

strappati dal tessuto

della

leggenda.

Gli

poi

Bacchi-

lirici

episodi

Alessandrini

avrebbero ancora una volta riversato quella materia in


poemetti esametrici, riproducendo in essi certi atteggia-

menti

lirici

e,

quel che pi conta, la penetrazione

lirica.

Il papiro Ox. 1091 ha chiuso definitivamente la controversia:


FracCaroli, Lirici H 421 sgg.
(2) Sono propriamente un inno, ma l' invocazione agli di non
pi che un cappello, e le formule cos comode dell'inno omerico non
servono qui se non a dar modo al poeta di trattare due episodi

(1)

cfr.

scelti

liberamente senza riguardo al complesso della leggenda; cos pure

nell'Eracle l'artista fa finta di esser

nn rapsodo per poter cominciare,

sospendere, ricominciare la narrazione dove pih gli cade in acconcio.

Com'

noto, Teocrito nella chiusa dei Dioscuri rivendica a s

di avere

emulato l'inno omerico con

vi offro XiYwv jiS'.XiyiJLaxa Mouatov,


o\v.o<;,

oV axal

WiLAMOWiTZ,

vanto

nuovo:

io

rcotpxouot

xa- w?

jij

'jTiapxei .

(3)

il

un cauto suo

Textgescliichtc dcr Bukoliler 19.

sgola

presenza continua, per cosi

getto, Orazio

questa

specie

avrebbe trasfuso
di

ballate ,

dire, del
di

soggetto nell'og-

nuovo

metro

in

di ballate,

s'

lirico

intendo, nel

senso che questo termine ha nella poetica dei romantici


tedeschi e nostri, e non nel significato in cui l'intende-

vano
poeti del dolce stil nuovo (1). Anche chi non
aveva timore dei molti zig-zag, avrebbe dovuto arrei

trare dinanzi alle conclusioni, se avesse ripensato che

ancora conservato, quantunque soltanto in una riduzione


un epillio greco in metro lirico, l'Attis di Catullo: certamente anche il suo esemplare era composto
latina,

in galliambi.

Scoperte recenti danno


dro.

Come mostra un

modo

di colorir

papiro di Berlino

narrato con atteggiamenti

meglio

il

qua-

Callimaco ha

(2),

e in metri lirici la

morte di
turbamento, anzi lo sgomento che
la triste notizia produsse tra gli di, l'apoteosi della regina. I versi sono archebulei trattati con libert davvero
meliche (3), che parrebbero a prima giunta aliene dall'inArsinoe Filadelfo,

il

dole cos severa della ritmica

tono:

il

soggetto, anche questa

una leggenda

il

di

vono nel tempo presente


ancor

volta,

di di e di eroi
senonch gli di sono qui
uomini accolti dopo morte in cielo, gli eroi vi-

fatti mirabili

in parte

alessandrina. Lirico

fissa

ma sul nascere;

leggenda
ben conscio della sua

e a corte, la
e,

non

libert,

appunto dal nulla o quasi dal nulla l'artista, che ne


Il carme conferma
a ogni modo che nel secolo terzo si composero ballate.

la crea

ha

forse ricevuto l'incarico dal suo re.

un dipresso

Eeitzrnstein,

(1)

Cos a

(2)

Berlincr Sitzungsher. 1912, 524 sgg.

il

GGA

1904, 957.

(3) Vedine lo schema nel manuale di Efestione (cap. 8), che ce


ne aveva serhato tre frammenti di un verso ciascuno, quali tuttavia,
avulsi dal loro testo, senza che neppure sapessimo se appartenessero
tutti a un carme, non ci potevano essere di alcun suffragio.
i


oltrech in esametri,

metri

lirici,

ticolari

come

come

:il

quelle dei bucolici, anche in

quelle oraziane; di somiglianze pi par-

con Orazio avremo agio

di

occuparci tra poco.


quella dei Persiani,

Un'
ha mostrato che anche nel quai;to secolo, quando l'epos
tornava a fiorire con Antimaco, la lirica non restava per
ci di narrare. Il nomo di Timoteo conchiuso da un
altra scoperta

epilogo personale, dalla

pi

celebre,

della tradizione, nel quale

a'^^o^yic,

il

vantando i suoi meriti e difendendo l'arte


sua da accuse. Questo carme, quand'era intiero, sar stato
del pari preceduto da jm' invocazione al dio, come sappiamo che erano altri componimenti dello stesso genere (1),
invocazione del resto che di per se sola non basta a imprimere stampo lirico a una poesia, tanto che la si trova
di regola appunto in principio di poemi epici. Ma, nonostante l'invocazione e l'epilogo, la parte maggiore del
nomo narrava, se non un episodio di leggenda, un fatto
poeta parla

di s,

aveva ormai dignit di leggenda, la battaglia


La lirica di Timoteo di una specie tutta
particolare, poesia per musica, libretto se non di opera
che un'opera non si pu immaginare se non dialogata
almeno di cantata ;
e distribuita tra diversi cantori
questo suo carattere spiega alcune particolarit di composizione e la gonfiezza dello stile. A noi non importano
particolari, ma vogliamo solo constatare che anche
qui
storico che
di

Salamina.

nel quarto secolo

si

sia

come

continu,

leggenda e storia leggendaria


pure soltanto quando

nel quinto, a narrare

in versi lirici e in

il

carme

lirico

tono

lirico,

era composto

esclusivamente per mettere in luce l'abilit del citaredo


nel cantare e nell'accompagnarsi con il suo strumento.

tici

Del resto, anche prima della scoperta di Timoteo i criavrebbero dovuto sapere che poesia narrativa in metri

(1)

WiLAMOWnz,

Timotheos 97.

era in fiore nel quarto secolo

lirici

della Repubblica (III

394

generi di poesia secondo

1;),

gli

Platone

in

nel quale distingue

un

altro misto,

come l'epopea

ponimenti, un altro ancora


TiotYjtoOil

eupo'.; 5'

vari

pura imi-

in

e molti altri

com-

axlv.... ot' nxyyz'/J.y.;, cczo'j xoO

v atyjv |xxXtax nou v O-upxixjjOL;. Poich

criterio di distinzione per

se

elementi mimetici, asserisce

che un genere, quello drammatico, consiste


tazione,

quel passo

Platone unicamente questo,

poeta, a cos dire, falsifichi s in altrui forma o no,

il

evidente che per Platone

certi

ditirambi

avevano

(1)

per caratteristica di essere puramente narrativi, mentre


il

mischia sempre

poeta epico
di

retti

personaggi.

soggettiva

il

racconto discorsi di-

al

vero, anche

poeta parla a

nome

in

lirica

puramente

proprio senza prender

maschera altrui; ma Platone, se avesse voluto ciun esempio di lirica pura, avrebbe nominato piuttosto i Lesbii, piuttosto Saffo che non gli insignificanti
ditirambi a questi appunto ricorse perch non aveva
la

tare

di meglio.

stotelica,

del resto la poetica platonica e quella ari-

proprio

perch fondate sulla

gono, come d'altronde noto, dalla


detta.

Ditirambo

Aristotele

li

nomo sono

considera

il

(iLfiYjai?.

lirica

generi

astrag-

propriamente

affini,

tanto che

pi delle volte insieme (2); egli

avrebbe chiamato 5t^upa{i|3w5r]; lo stile del nomo di Timoteo, che per i Peripatetici rumoroso e ditirambico sono
tutt'una cosa {Rhet.

(1)

pi

Non

direi

jjiXtoToc Tcou

il

Ili

1806 b

ditirambi in genere, che l'ottativo

paiono indicare

diretto per Platone

2) (3).

clie la

s'jpo'.;

narrazione senza

un caso eccezionale, che

si

trova

al

discorso
pii

nel

ditirambo.
(2)

Cos Foct. 1447 b 24, 1448 a 14.

(3)

Forse appxmto perch la parola ditirambo era divenuta sino-

nimo

di lirica narrativa, gli editori antichi

tra

suoi ditirambi anche gli 'HtS-sot, che sono

di

Bacchilide

un peana.

inclusero

283

Orazio, nelle due odi che ora consideriamo, tratta una


scena del mito senza riguardo a ci che nella leggenda
precedeva e seguiva egli esige dal lettore conoscenza
piena della favola, vuole che questi, udita appena la prima
:

parola, intenda subito di che

si

tratta: pasfor senz'altr' ag-

giunta deve subito svegliargli nella mente


Paride. Cos pure in III 27

Europa
sulla sponda

gi

tico

teto dolosus

salita

il

ricordo di

mi-

in principio del racconto

groppa

in

al falso

toro, gi

mezzo alle onde. Solo l'epitoro non un animale dei

del mare, gi in

accenna che

il

ma

un'incarnazione di Giove (1): dell'innamoramento del dio non fatta parola; il rapimento indicato
con parole che prendono quel significato solo per chi co-

soliti,

nosca gi

tutt'

particolari di esso; che particolari sono

et

non il fatto
debitae Nymphis

opifex coronae.

chilide

cominciano per

lo pi altrettanto ex ahrupto:

in se: niqjer in pratis studiosa

descritti e

rum

ditirambi di Bac-

bella sposa del divino Antenore, ministra di

doveva seguitare
sciatori

degli

ricevette

casa sua

in

Argivi, Menelao e

fio-

Ulisse

La

Athena , e
due amba La nave

che portava l'intrepido Teseo e i


due volte sette figli degli Ioni, tagliava le onde creprora

dalla

tesi .

questa

l'uso rimasto costante in

rativa: super
Atti,

cernia,

alta

vectus Attis celeri

donde venga, non

rate

detto, perch

perch del resto indifferente

privilegio di distribuir luce e

il

nar-

lirica

maria; chi
il

lettore

lo

lirico profitta del

sia

sa

suo

ombra come crede conve-

niente alla sua arte. Quale diff'erenza dal tono omerico,


dal passo sempre

(1)

Cos in

Nonno

uguale dell'epos!

gli

Ma

perci appunto

animali che contiMigono un dio trasfonnato,

sono chiamati a ogni pi sosiiinto

(J'E'jS/jijlovs;

opi)nre vO-oi

i|ncsti

termini devono essere alessandrini, ch anche per Catullo Atti privo


della ])ofienza virile, Atti infemminito

)iollia

nnilicr (v.

27).

'd^i

Callimaco non voleva che si componessero pi grandi


poemi epici e preferiva tali narrazioni in versi lirici o
anche ballate esametriche. Gli epillii di Teocrito e dei
suoi imitatori trasportano spesso altrettanto rapidamente
in medias rea quanto Bacchilide e Orazio. Cos l' Heraclisco incomincia con la descrizione, come Alcmena mette
a letto i due bimbi lattanti Eracle e Ificle cos il primo
episodio dei Dioscuri, dopo l'invocazione, principia a un
dipresso cos Argo, sfuggita alle Simplegadi, giungeva
ai Bebrici carica di semidei
e ancor pi bruscamente
il secondo episodio
I due figli di Zeus, rapitele, portavano via con se le due figlie di Leucippo, e li inseguivano di forza due fratelli, fidanzati di esse, i figli di
Afareo ; la narrazione comincia a mezzo l'inseguimento.
Anche il principio dell'Europa di Mosco assai brusco:
Una volta Cipride invi ad Europa un dolce sogno ,
e qui il sogno seduttore descritto. Orazio lo fa invece
accennare da Europa a met del suo lamento in modo
anche questa volta non comprensibile se non da chi
;

conosca particolareggiatamente il mito: vigilansne ploro


commissum? an vitiis carentem ludit imarjo vana, quae

turpe

porta fugiens eburna somnium ducit: sono desta, o tutto

un sogno?

passata

gono

il

eleganza,

Chi

sa,

come quello della notte


Megara e dell' Eracle raggiun-

integra:

principii della

colmo della bruschezza; che artisti di minore


che non siano Teocrito, Orazio, perfino Mo-

sco, sentono

meno

il

freno

dell'arte e applicano, quasi

formule, senza discernimento alcuno, procedimenti ed espedienti che

maggioi'i usano con cautela.

La Megara

in-

comincia Madre mia, perch tanto ti tormenti in cuor


tuo? ; com' stato osservato (1), se non lo dicesse il
titolo, non s'intenderebbe facilmente chi parh. L'Hera:

(1)

WiLAMOWiTZ,

edizione dei Bucolici 160.


disco comincia con un

285

5'

xv

Ypwv

|3owv

Ttpoas'.Tis

iiioopoi; poxpsu?
anche qui solo il lemma premesso alla
prima scena mostra che un oratore indeterminato parla
ad Eracle. La seconda scena (che il poemetto si divide
in iscene staccate l'una dall'altra nello spazio e nel tempo)
incomincia: Il Sole volgeva i cavalli alla tenebra, conducendo la sera v x 5' urP^uO-s ixcova ^fjXa ex ^oxi.yri(; vtvxa
fix' aXia x arjxo'ji; xe; quali pecore? e a chi appartengono?
Augia nominato solo venti versi pi in gi (v. 108). Tutto
quel che precede, riempito dalla descrizione del ritorno
;

delle greggi agli stazzi;

il

gna

La

la

prima, con un

pingui campi, subito

citt, Phyleo e la forza


anche riconoscere che

una vaga

farsi

InnKjXrp'.c la rasse-

come

terza scena comincia,

ed essi due, lasciati

pu

lettore curioso

idea di ci che seguir solo dal titolo

si

di

Eracle

il

poeta ellenistico imita la con-

(1). Certo,

qui occorre

suetudine dei rapsodi, di recitare solo scene scelte

come Teocrito

os

avviarono alla

ma

nei Dioscuri volge a questo fine la forma

dell'inno omerico, cos questo poeta

si

serve della libert,

che l'imitazione della rapsodia gli concede, per cantare


ci solo che conviene al gusto moderno, senza i trapassi
convenzionali dell'epopea.

Siccome

(1)

le

primo due scene

liaiino

speciali, autentici

titoli

perche necessari all'intelligenza della poesia,

il

Wii.amowitz crede

(edizione dei Bucolici 165) elio anche la terza parte avesse originariamente un titolo proprio, smarritosi poi nelle vicende della tradi-

zione manoscritta. Io sono convinto che esso non

ci

sia

mai stato

qui un
era

lemma sarebbe stato superfluo, mentre nelle prime due scene


indispensabile. La seconda finisce S-aiiatiov 5'.... uig te Satcppiov
:

^uXsg

La

ol'

Ts....

pouxXoi iXvSpeg,

terza ripiglia

Xsxvjv,

*uXsg xe

'A|i(ytTpu(iJvi,dt8a pivjv

S'

eg

ptyj

0-'

'lIpaxXyjsiY).

L'identit dei nomi basta, aiirhe

senza

titolo, a orientare

ciali,

cio lemmi, essendo scritti in margine,

lasciare

il

uulpoTrXov it'X^c,.

oxu XiTivxe xaiauTS-i 7:(ovag Ypo'ig oti-

x)

lettore.

come pi tornava comodo.

Occorre ricordarsi che


si

puti-vano

titoli

spe-

mettere e


Il

carme oraziano

proj)ria:

di

Venero, saziata

286

Europa ha una chiusa vera e


la sua crudele hrama di riso,

conforta Europa mostrandole che tutt' stato per

carme

suo

il

Nereo finisce cos improvvisamente come


era incominciato, con la fine della profezia. Ma altri carmi
lirici di contenuto narrativo terminano in modo ancor
molto pi brusco. A prescindere dagli esenif)! bacchilidei
che gli Antenoridi sono, sembra, mutili in fondo (1),
e dell' Eracle non conservata se non la prima triade
bench sia certo che Orazio, se lesse Bacchilide, il che
non sicuro, lo lesse in quella stessa forma nella quale
bene;

il

di

conservato a noi

la raccolta dei Bucolici offre parec-

La

chi esempi di ballate piuttosto interrotte che chiuse.

Megara non ha una fine come non ha un principio.


Alcmena, narrato il sogno di funesto auspicio, augura che
volga contro Euristeo. Certo, chi legge,
sente che tutt' vano, poich sa che n la madre n la
moglie rivedranno pi Eracle ma cotesta arte mira ap-

la predizione

si

punto a questo fine, di dar modo al lettore di integrare


con il pensiero quel che il poeta non dice. Le scene
dell'
i

Eracle hanno chiuse altrettanto rapsodiche quanto

principii. Nell'Heraclisco, forse la pi raffinata di tutte

come Eracle strangol

queste ballate, al racconto,


penti,

alla

profezia

di

Tiresia segue

minuta del semplice tenore

di

vita

la

ser-

descrizione

dell'eroe fanciullo.

L'ultimo verso dice: e portava vesti disadorne, che

arrivavano a mezza

gamba

molti

critici

gli

hanno segnato

a me pare bene a ragione, il Fraccaroli, Lirici II 2i,


aveva un tempo giudicato anche il Wilamowitz, GGA 1898,
quale tuttavia pensa oggi altrimenti (Timotheos 103) neppure

(1) Cos,

e cos

135,

il

l'imitazione

dell'uso

rapsodico

esponga solo idee generali.

spiega

come Menelao ambasciatore

lacuna; peccato che

il

novA impedisse di creder mutilo

anche il principio del carme! (1)


L'ode di Nereo , fuori che la prima strofa, tutt'una
il lamento d Europa e poi
profezia, in discorso diretto
conforti di Venere riempiono tutta la seconda met di
i
III 27. I discorsi di Teseo e di Minosse sono anche parte
principalissima degli 'HtO-eoc bacchilidei, che per gli Alessandrini erano un ditirambo (2). In discorsi si svolgeva
tutta, per quanto possiamo vedere, l'Arsinoe di Callimaco:
Philotera, la sorella del Filadelfo, morta giovane e accolta
tra le creature divine del corteggio di Demetra, scorto
da Lemno il fumo che si stendeva sul mar tracio, invita
Charis a recarsi sull'Athos per osservar di l che sia avvenuto Charis le d retta e d' in cima al monte le grida no;

tizie;

Philotera risponde, Charis replica ancora; e la con-

versazione

continuava, pare, nella

Dioscuri teocritei Polluce e

Amyco

parte

si

Nei

perduta.

sfidano a duello con

L'Europa par davvero rautila iu fondo, nonostante le ragioni


Taccone, Atti di Napoli IV, 1915, 52 l'ultimo emistichio interpolato per comijiere il verso, oli, comunque
s'intenda il ttcxs, divenne in un subito madre rimane una goffaggine, mentre nel verso precedente y\ 8 Tcocpo^ xoupY) Zvjv; ysvsx'
aTixa vu|j,cpvj, quella che era sino allora fanciulla, divenne di un
(1)

recate in contrario dal

tratto sposa di Zeus ,

espressione ragionevole.

se pure pensiero

Come negare

sull'altro? I versi caduti sono per


(2)

In verit

erano

un peana

tutt'altro

che

ben pochi.
cfr. Fraccaroli,

Lirici II 422.

Degli Anteuoridi, che nel papiro finiscono anch'essi con


o

principio di discorso,

di

Menelao,

sublime,

che l'nn emistichio foggiato

non

si

un

discorso,

pu tener conto, per

non contenesse probabilmente pi che il


non fo uso del Teseo, che composto unicamente di discorsi alterni in primo luogo non escluso
che sia qui imitata la tragedia, e poi questa forma, puramente
quanto

la

fino

i)erduta

resto di quell'orazione. Cos pure

drammatica, dovette nel ditirambo rimanere per

lo

meno

altrettanto

eccezionale quanto quella, prettamente narrativa, di cui parla Platone.


una vera

esametrica conchiusa, come

av."/oixuO:a

un gruppo

nolla traf^edia, da

288

l'uso del discorso diretto

di

due

spesso

Pi discreto

versi.

nel-

Heraclisco, eppure anche in

l'

questo circa trenta versi su centoquaranta sono occupati


dalhi profezia di Tiresia. Nell'Europa di

Mosco

l'eroina

parla a se stessa, appena destatasi dal sonno; invita con


\in

discorso le altre fanciulle a scherzare con

il

toro;

si ri-

volge stupita alla bestia, quando si trova sola in mezzo


mare, e scongiura Posidone di salvarla; anche il toro

al

risponde a Europa con un discorso diretto.


dell'

La prima scena

Eracle, tranne poche formule epiche di introduzione

e di passaggio e la descrizione minuta dell'avviarsi

due

che ve

allo stazzo e dell'abbaiare, dei cani,

li

dei

riceve,

tutta composta dei discorsi alterni di Eracle e del vec-

chio bifolco

parimenti formata di discorsi la terza scena,

salvo gli otto versi d'introduzione. Phyleo s'informa cauta-

mente
leone

chi sia

il

compagno

suo

Nemeo; Eracle narra

di via, se l'uccisore

la battaglia contro

del

mostro:

il

buona educazione non di


una persona per bene del tempo

specie Phyleo parla con tutta la

ma

un eroe omerico
ellenistico.

composta

di

La Megara, di centoventicinque esametri,

di

due

discorsi,

tranne che, tra l'uno e

cinque versi fanno da ponte

Ne

didascalia in esametri.
introdotto,

come pur

passaggio, quasi fossero una

di
il

tutta
l'altro,

primo discorso

di

Megara

suole avvenire anche nell'epillio, da

pochi versi narrativi. Taluno

(1)

ha voluto considerare

questa poesia esercitazione scolastica del genere

di quelle

di cui ne ha conservato esempi prosastici Seneca il vecxiva; icv


chio, o anche delle declamazioni quintilianee
:

d-oi Xyo'j;

Ma

'f,

Meypa

r^

r^

'AX/.p^vr] in

questo o quel caso.

per componimento scolastico questo

troppo buono; che

(1)

WiLAMOWiTZ,

il

sentimento

vi

carme

ancor

pi fresco e pi

Bucolici 1G6.


non

sincero che

pare che

il

289

soglia in esercitazioni retoriche

a rae

poeta abbia solo esagerato quel carattere mi-

metico, mimetico nel senso che d a

\t.''\J.rp'.z Platone, che


ed era tradizionale come nella lirica narrativa COSI nella ballata esametrica. Platone avrebbe con-

pareva a

lui

siderato appartenenti al suo

abbiamo

(jlixtv

yi'^o;,

come

tutti questi epillii

avrebbe sbanditi
tutti dalla sua repubblica, ma avrebbe colpito con una
condanna pi severa la Megara, che rientra gi quasi
di

cui

per intero nella

detto, e,

apparsi

li

pura.

(x-'jAYja:;

Fin qui Bacchilide e


aio ci sono

tali,

gli

come

Alessandrini

un

sur

Timoteo

sol piano.

e Ora-

Chi aguzzi

due odi oraziane, non che clasfili sottili con


la poesia
pi moderna. Con ci non intendo asserire che Orazio, oltre
Teocrito letto a scuola, abbia dovuto conoscere necessariamente i poeti, oscuri forse anche ai loro tempi, e i
carmi compresi ora nella raccolta dei Bucolici
ma ne
avr letto altri simili che, se prescindiamo dall'Antologia, VAppendix theocritea contiene i soli esempi superstiti
della poesia greca del secondo e del primo secolo.
Il carme Pastor cum traheret per la parte maggiore
vedr che

lo sguardo,

le

sicheggiare, sono congiunte da

costituito di
di

Europa

una profezia;

in

una profezia

tua sectus orbis nomina ducet.

sandra di

Bacchilide

predizioni,

come

in

conteneva
generale

nella poesia ellenistica (basti

finisce

una profezia

sono

il

Anche

tutt' altro

carme

la

Cas-

ma

le

che rare

pensare all'Alessandra

di

Licofrone e alle Chiliadi di Euforione), cos

si

particolarmente nella ballata esametrica.

Tiresia del-

l'

Il

Heraclisco profeta ad

Alcmena

Il

ritrovano

grandezza del

figliuolo.

vaticinio delle Parche, esposto anch'esso in

orazione

la

carme 64 di Catullo. Un sogno, che il poeta con grande cura designa veritiero, d
principio all'epillio di Mosco: dal sogno Europa indotta
diretta, parte cospicua del

19

290

all'aspettazione fiduciosa di fatti mirabili, con

consola

la

La Megara

toro divino.

il

un vaticinio
racconto

finisce nel

Alcmena, sa profetico,
(raa spera davvero o vuole ingannare
se stessa?) che esso prometta male ad Kuristeo e non
a Eracle. Nh sar fortuito che nelT Hluropa di Mosco e
nella Megara il vaticinio stia in fondo, coni' esso chiude
un sogno, che
sebbene si auguri

la

di

ambedue

narratrice,

odi oraziane.

le

In III 27

mito ha intento, per cos

il

dire, parenetico,

poich deve dissuadere Europa dal viaggio. Per verit


esso riesce

al

suo fine solo sino a un certo segno

r Europa del mito ricompensata ad usura

di

vaglio e timore. Orazio, lo abbiamo veduto dianzi

chiude l'ode ben pi festosamente che


facesse aspettare

ma

l'

intento

del

il

di provare, di persuadere.

di Teocrito.

Non

non
pur

Cosi nell'Hyla

soltanto noi cediamo all'amore


i

che

(p. 276).

principio

mito rimane

sempre quello

cono, riassunti in brevi parole,

ogni tra-

di-

primi versi, pure Era-

un fanciullo . Anche qui quel che pi


non ci che d a intendere di voler
provare, ma il mito nei suoi particolari, sebbene le parole
ultime, accennando che Eracle a piedi arriv pur egli al
termine del viaggio, mostrino che chi cede all'amore, non
cle

s'innamor

importa

di

al poeta,

per questo ancora perduto (1).

La

parte pi bella di III 27

Di monologhi
teo:

un Persiano

(1)

che

il

monologo

anche quasi intessuto

il

profferisce vanterie stolte

Come ognuno vedr

facilmente,

io

accetto

di

nomo

Europa.

Timocontro il mare
di

l'interpretazione

Hyla ha proposto il Wilamowitz {Textg. d. Buk. 174 sgg.);


non intendo far mie certe sue formule troppo rigide, come

dell'

con ci
che l'Hylas sia un'apologia del 7rai5ixg spcDg.

(juella

Wilamowitz non ha pensato

all'ode di Orazio.

Del resto,

il


che

gente che annega, lancia un


patria lontana e gli di patrii. An-

penetra in gola

gli

ultimo grido verso la

che

il

il quale, mal pratico


un gergo strano e ridicolo

Frigio,

plica in
i

291

della lingua greca, sup-

mente

che lo trae per


promette oscura-

l'Elleno,

capelli prigioniero, di risparmiarlo

tenersi d'ora in poi lontano, profferisce

di

un mo-

nologo, che l'Elleno non risponde; cos monologico

lamento

di

cito per

comandare

Serse, ancorch questi


la ritirata.

dino tanto in un libretto

il

rivolga al suo eser-

si

Perch

le

monodie abbon-

s'intende facilmente; anche

nell'opera italiana antica le arie sono pezzi di bravura.

Ma

la tradizione del

cos forte

che anche

monologo
l'

nella lirica narrativa era

si

gara

, in

uno

Attis di Catullo ne recita

perpetua anche nella ballata esaraetrica

essa

fondo, composta di

ed

Medue monologhi, che Megara


:

la

in principio del suo discorso la parola ad


Alcmena, e cos Alcmena a Megara, ma ognuna delle
due dopo le prime parole parla per s e per il lettore,
non gi per l'interlocutrice. Nel carme di Catullo l'Arianna dell'arazzo lamenta le sue disgrazie di amore come
l'Europa di Orazio. Questi monologhi o monodie gi in
Timoteo sono per lo pi lacrimosi, proprio come le arie

rivolge

delle nostre opere sono per lo pi patetiche.

La monodia

doveva, del resto, apparire mezzo tecnico assai comodo


agli Alessandrini, anche quand'essa non aveva pi, nell'accompagnamento musicale, la sua ragione di essere; quale
altra finzione avrebbe permesso all'artista di mostrare la
sua scienza del

cuore

monodia, nella quale

Non

umano

cos

facilmente

come

la

personaggio parla a s di s ?
sar neppure fortuito che questi monologhi dolorosi
il

ma ci dipender dall'interesse che un'et raffinata ha per l'anima


pi resta ad aprirsi, men facilmente penetrabile. Ognuno
siano cos sovente messi in bocca a donne,

penser alle monodie del grande contemporaneo e animi-


Timoteo

ratore di

292

Euripide;

(1),

suoi canti iizb

'zvi.ri^f,<;

sono messi per lo pi in bocca a eroine infelici. Euripide, anch' egli fautore della musica cromatica moderna,

avr dato sviluppo a queste arie per ragioni musicali,

ma

avr anche adoprate volentieri quale mezzo ac-

le

concio

tratteggiare l'anima

Non

cata.

come

psicologica,

di arte

l'occasione

migliore di

femminile, cosi complessa e

intri-

a caso l'Arianna di Catullo arieggia in molte

Una

parti eroine euripidee.

delle

monodie

ma

forse quella di peggior gusto,

dei Persiani,

certo nelle

intenzioni

un pezzo di gran d'effetto, messa in bocca a


un Frigio, che parla un greco sgrammaticato; dell'Oreste
celebre la monodia dello schiavo frigio, pur essa di
gusto dubbio, ancorch il carattere orientale dello stile
non urti il lettore moderno quanto gli errori ridicoli
dell'autore

del connazionale in Timoteo. L'Oreste fu rappresentata

nel 408

Persiani

sembra, del primo decennio

sono,

del quarto secolo (2);

il

poeta musicista Euripide ha

Timoteo

rato quella figura al musicista

male

da preoccupazione soverchia

intesa, favorita forse

due

cfr.

(2)

WiLAMOWiTZ, Timotheos

63.

(3)

Il

(1)

Sulle relazioni tra

795

hllca

colorito

dello

misto di sublime

stile,

il

(v.

159),

Frigio

di

quello

S-avxTO'j ppPapot Xyoua'.v, aa,

Euripide

'AaiSt

quelli che annegano.

canta
cpcov^.

ma

Anche costoro invocano

ridicolo,

del

resto

Timoteo sXoasxo 'EXX'

di

imita Euripide non soltanto in quest'aria,

come

gerenda respu-

sit

un Frigio basterebbero a provarlo

riscontri

'Aoiocdi cpttv

pxv

Plutarco an seni

d.

scelta proprio di

mancano

ispi-

l'emulazione

(3);

la

non

IjiTiXxiov

1395) alXivcv

(v.

Ma

Timoteo

anche nei lamenti di

la lontana Ilio (v. 132)

anche costoro supplicano la


salvarli (135. 139), cos come egli invoca disperata-

lo schiavo dell'Oreste (v.

madre Idea di
mente 'ISaia [jLtep

1381)

{itsp pp{[ia ppCfia (v.

1453), ecc.

Hanno

accen-

nato a queste relazioni M. Croiset nella Revue dee iudes Grecques,


XVI, 1903, 335 e G. FKACCAROLr, Lirici Greci, II, p. 537 sg.

293

di effetti musicali, ha indotto questo a peccare contro il


buon gusto. Anche gli intenti -di Euripide nel comporre
le monodie sono, almeno in parte, musicali. Se egli, come
ha ispirato Timoteo, cos sia forse stato ispirato da predecessori di Timoteo, da ditirambografi pi antichi, non
si pu dire con sicurezza.
Al lamento dell'Europa oraziana segue ancora un
epilogo Venere la consola in due parole, non senza darsi
cert'aria di superiorit: ella sa meglio di Europa stessa
quello che le convenga. Anche nell'Europa di Mosco al
lamento dell'eroina tien dietro un breve discorso del toro
:

divino, che mira allo stesso intento, a confortarla, e lo rag-

lamento dell'eroe
seguono ancora le parole di una divinit, Cibele; la quale,
per vero, non si degna di parlare al suo schiavo Atti,
ma lo costringe con la paura a compiere il suo dovere,
mandandogli contro un leone, al quale ella rivolge il discorso: qui l'eroe passa dalla disperazione, se non alla
quiete, a un'amara rassegnazione.
Le vicende della lirica narrativa, da Stesicoro sino
a Orazio, ci si presentano in luce assai diversa che non
apparissero al Reitzenstein. Gi nella prima met del sesto
giunge.

cos nell'Atti catulliano al

secolo l'interesse del poeta e degli uditori

si

affisa

su epi-

egualmente
narrare per disteso era venuto in

sodi importanti del mito, invece di diffondersi

su tutte

le

sue parti

il

uggia, e bisognava, per farsi udire, saper raccontare per


iscorcio.

Anche

il

gusto musicale

si

era

mutato, dive-

nendo pi complicato e pi esigente


pochi accordi
convenzionali, che accompagnavano la recitazione dell'aedo, non soddisfacevano pi. Gli antichi carmi epici
non cessarono per questo d'interessare e di essere ammirati, che nessuno poteva rimaner cieco alle bellezze
dell'Iliade e dell'Odissea; ma epopee nuove non si componevano pi, 0, se ne era scritta ancora qualcuna nelle
:

94

mondo greco, non avevano pi


che locale. Non il poeta epico, autore
della Telegonia, Eugarnraon di Cirene, il classico del
VI secolo, ma Stesicoro, cui gi Simonide (Tr. 58) mette
insieme con Omero quale cantore di Meleagro. Del suo
regioni pi lontane del

altro

sucoesso

stile

possiamo

menti

descrizioni

mulati;

un'idea anche dagli

farci

scarsi

fram-

passaggi sono pi rapidi che non nell'epos,

pi

larghe,

metri ampii rinforzano

le

sono talvolta accu-

epiteti

gli

gli

dello

effetti

stile;

non

sappiamo nulla (1). Le hallate


epiche di Ibico ci sono, se vogliamo essere sinceri con
noi stessi, del tutto ignote
frammenti, che sono tuttavia per lo pi presi da tutt'altri componimenti, ci mocomposizione

della

strano pi spiccate quelle caratteristiche, che


in Stesicoro

reggiano
tardi,

le descrizioni di

sco

ci

di

rileviamo

piante lussu-

e di epiteti. Parecchi decenni pi

di particolari

Corinna compone ballate, che risentono molto meno


nuova che non
carmi dei due Greci di Occi-

dell'arte

dente

animali e

alla

donna beota, quale un papiro scoperto

presenta

la

sua poesia

narra in strofette episodi

di

(2j,

mancava

leggende

locali,

il

di fre-

genio. Essa

che ben altra


piano, senza

potenza poetica avrebbero richiesta: lo stile


voli, senza accensioni di spirito: in questa lirica non senti

punto che l'anima della poetessa partecipi, che


sente alla leggenda da
voli

cantata

lei

n scorci, minuta, e anzi

(1)

Meno

di quel che

non creda

studio della tavola iliaca

del

il

si

sia pre-

narrazione senza

la

smarrisce, talvolta, nei

Mancuso

Capitolino

il

di

aver ricarato dallo

suo lavoro tien troppo

poco conto della storia della mitografia, che mostra come compendi
ai ciclici u ai lirici; a questa

tardi non attingano pi direttamente u

stregua deve essere giudicata anche quella tavola.


(2)

L'edizione pi facilmente a portata di

Supplemevtuv lyricnm del Diehl.

mano

ora quella nel

particolari,

come non

295

suole l'epica, se non forse

meno

dei poeti pi tardi e

quella

detto Esiodo
m' immagino che la lirica
pi antica di contenuto epico, composta forse quando
ancora le antiche forme, per virt d'inerzia, seguitavano
a essere usate, non fosse molto diversa da questa di
Corinna. La poetessa scrive, a quel che sembra, per la
recitazione e per il canto di un solo, non per
cori ciclici (1); n sar fortuito che essa fosse nativa della reabili,

del cos

di certe parti dei Cataloghi. Io

gione in cui era

fiorita la

poesia esiodea, della Beozia.

La

poesia nuova, corale, fiorisce nelle colonie di Occidente,

meno

legate alla

tradizione

geniale. In Corinna, di
si

Stesicoro

nuovo o almeno

di

rileva solo quella certa predilezione per

il

discorso di-

che abbiamo notato essere caratteristica assai no-

retto,

tevole di tutta questa lirica narrativa.


tista

un innovatore
nuovo per noi,

molto maggiore

Bacchilide ar-

nei suoi ditirambi egli narra

ma non s che non si senta l'emozione


anche quando questi si tiene a bella posta un

ordinato e piano,
del poeta,

po' indietro. Egli tratteggia

mente, facendo pur trasparire


per taluno di

essi,

personaggi efficace-

suoi

che egli prova


giovane Teseo. In

la simpatia,

per esempio per

il

Bacchilide troviamo gi nettamento segnati parecchi dei


caratteri che ci riappaiono quale nell'uno e quale nell'altro dei
il

componimenti

prevalere dei discorsi,

genda

di per s soli

seguiva,

il

ellenistici
il

da noi considerati

senza riguardo a ci che precedeva e

cominciare senza proemio,

le fini

brusche.

molto pi semplice, molto meno carico


menti che non in Stesicoro e in Ibico.
stile

(1)

quale categoria ascrivessero questi

alessandrini,
II,

393.

trattare gli episodi della leg-

non sappiamo;

forse al

nomo:

compouimeuti
cfr.

Lo

di orna-

Fraccakoli,

critici

Lirici

La
anche

<m\

rivoluzione musicale del quarto secolo

ditirambo

la lirica narrativa;

trasform

nomo divennero

< cantate

, il testo poetico perdette assai di importanza


all'accompagnamento musicale, discese al grado
di libretto. Il solo poeta di cui possiamo farci qualche idea,
Timoteo, profitta abilmente nel suo nomo di libert che

rispetto

gi

ditirambo pi antico

il

si

era acquistate

discorsi

divengono in lui per lo pi monodie. Il confronto


dei Persiani con l'Oreste mostra che Timoteo, nella sua
riforma, aveva l'occhio anche alla tragedia contemporanea, la quale pure risentiva del grande mutamento del
gusto musicale. Nello stile Timoteo non rifugge da effetti
arditi, da mescolanze di sublime e di comico, quali forse
non disdicono appunto alla cantata; anche per questo
diretti

rispetto Euripide gli forniva l'esempio,

gico

freno dell'arte

il

grafo e nomografo.
sione

senta di

si

ritmi

ancorch nel trapi che nel ditirambo-

non sono pi

legati

da respon-

gi Pindaro aveva, com' noto, scritto ditirambi

astrofici.

Almeno

dalla fine del quarto secolo in poi

alta non pi destinata al canto

mai, alla recitazione.

Ma

ma

cesse alla poesia per musica.

passaggi sono rapidi:

cazione

medias

ma

res

il

Anche

oh

|XV

axeptav

il

uti'

tu sei in cielo non lungi dall'Orsa

carme

discorsi diretti

siano pi monodie,

compagnamento

si

\i.i\f\

libert con-

Arsinoe

nella sua

carme comincia con un'invo-

gi al quinto verso

vu[xcpa

lirica

alla lettura o, caso

Callimaco scrive ancora

narrativi, nei quali profitta di molte tra le

la

poeta entrato in
[ia^av
.

f^r),

Anche

tengono grande parte

spiega facilmente: non

sposa,

questo
che non

in
;

c'era ac-

Lo

stile non ha pi nulla della


Timoteo Callimaco, raffinato com'era, aborriva la musa a buon mercato dei ditirambi
del resto quello stile era, almeno in certi suoi eccessi,

musicale.

pesantezza bt^rocca

di

297

congiunto indissolubilmente con la musica

sparita que-

anche quello si doveva mutare. Appunto perch la


maniera di recitare non distingueva pi la lirica dall'epica,
Callimaco fa risaltare qua e l con particolari espedienti
che egli scrive carmi lirici
gi abbiamo veduto che il
racconto comincia con un'apostrofe alla regina rapita in
cielo; quand' una seconda volta cade in acconcio al poeta
di esprimere lo stesso concetto, ricorre di bel nuovo all'apostrofe, inserita qui arditamente in mezzo alla narsta,

Lemno,

Philotera

era

gi a

ib 5a'[xoaLv puay^-ia.

non sapeva

razione

di . Tien subito dietro

il

5' fjV

aio

7.[ii'jrjzoi'}

di te, o rapita dagli

discorso di Philotera: 'fxo o.

e disse .

Componimenti

soggetto narrativo seguitarono

di

lirici

a essere composti per tutto

il

modello dell'Atti catulliano

si

periodo ellenistico, che

direbbe appartenere piut-

Ma, poich

tosto al secondo che al terzo secolo.

renza tra

lirica

la diffe-

ed epica non poteva essere pi sentita

cos netta dal giorno che


in disuso

il

anche nella

metri non recitativi, sorse

tare in esametri episodi

scelti della

lirica
il

erano caduti

pensiero di trat-

leggenda, senza

ri-

nimziare a quelle libert e a quei comodi che erano ori-

ginariamente connessi con l'uso del verso

lirico

con

l'accompagnamento musicale. Il poeta alessandrino, ogniqualvolta vuol comporre una ballata esametrica, sceglie
liberamente un episodio del mito senza sentirsi obbliprecedenti e con
seguenti, a
gato a connetterlo con
svolgerlo ugualmente in tutte le sue parti. Egli non rinunzia neppure al monologo, per Io pi lamentoso, del
personaggio principale giacche questa monodia esametrica, che l'erede, non so se legittima, della monodia
lirica, dall'un lato gli consente di mettere in mostra la
i

sua arte psicologica, dall'altro conferisce

all'epillio

il

ca-

rattere patetico, richiesto dal gusto del tempo. Del resto.


queste ballate

in

i898

esametri divengono

di esperimenti di ogni sorta

in

quell'et teatro

poeti del terzo e del se-

condo secolo rinnovano e innovano forme a loro talento.


Noi abbiamo pi sopra distinto parecchi tipi di composizione e ne abbiamo cercate le tracce anche nelle due
odi oraziane.

Ma

perch fioriscono

gli epillii

esametrici,

non per questo decadono e scompaiono gli epillii in versi


lirici: Callimaco compose s l'Arsinoe e s l'Hecale; l'Attis
ellenistico

come

parecchio posteriore a

pare, di

Solo, appunto perch

anche

melica faceva uso

la

lui.

di versi

due tipi di composizione era


andata man mano scemando. L'Attis dall' un lato e l'Europa di Mosco e l'Arianna catulliana dall'altro rientrano
recitativi, la differenza tra

nello stesso genere nonostante la diversit ritmica. Orazio,

poich scrive un libro di liriche, compone

ballate in metri

seconda e

le

sue due

Egli sceglie due strofe, l'asclepiadea

lirici.

inconsuete forse nella melica narra-

la saffica,

due carmi non istuonino, congiunti


con gli altri in una raccolta. Del resto, l'uso di metri
eolici non poteva offendere neppure in ballate, perch
narrazioni mitiche, sia pure embrionali, si trovavano gi
tiva, affinch questi

nel canzoniere di Saffo (1).

due odi epiche continua, secondo noi,


consuetudini ellenistiche d'arte, piuttosto che imitare diOrazio nelle

rettamente

gli antichi classici della

poesia corale. Sembra

a prima giunta contraddire a questa opinione un antico


scolio a Pastor

cum

Bacclnjliden mtatur.

di imitazione

il

traheret:

Ma

Porfirione

annota hac ode

quel che segue, mostra che non

caso di parlare,

ma

solo dell'uso di

mezzo d'arte gi adoprato da Bacchilide: nam


Cassandra

facit vaticinari

futura

belli

ut

un
ille

Troiani, ita hic Pro-

teum. L'uno e l'altro poeta mettevano in bocca a un loro

(1)

Cfr. sopra p. 124.

299

personaggio una profezia delle calamit di Troia, ma il


personaggio era diverso nei due poeti. Il nam dice chiaro
che solo nel vaticinio consiste il tertium campar ationis. E

un

sembra indicare che

altro particolare

quest'ode un carme ellenistico


il

vate Nereo, secondo Porfirione

bisogner applicare

il

(1)

fonte vera di

la

secondo

manoscritti

Anche

Proteo.

criterio della lecHo diffcilior, e,

qui

poich

vate marino del mito, mentre Nereo molto pi raro, converr

Proteo

dal quarto libro dell'Odissea in poi,

dar ragione

manoscritti contro lo scoliaste

ai

per Esiodo {Theog. 233)

il

Euripide narra {Ovest. 369) che a Menelao,

da Troia, Glauco, apparso presso

la

Nereo

(2).

-jisuor,; Xrpr^c, vrj(i,pxY,g,

al

cio vate.

suo ritorno

Malea, annunzi, per

incarico di Nereo, l'uccisione del fratello; Glauco detto

FXaxo; l^surj; B-s;; probabile che Esiodo


ed Euripide pensino tutt' e due a una scena dei Naxoc (3),
caduta poi sempre pi in dimenticanza, quanto pi popolare divenne l'episodio dell'Odissea. Se Glauco gi nei
NY]f0); 7:po:pr|tYj(;

Nosti profetasse quale ministro di Nereo, o se Nereo, e non

Glauco, apparisse in quel

contamini due versioni

ma

poema

differenti,

a Menelao, ed Euripide

non saprei

dire di sicuro

seconda alternativa mi pare pi probabile, ripensando che il tragico attribuisce a Glauco un epiteto che da
Esiodo dato a Nereo. La predilezione per la forma pi
rara della leggenda conviene bene a un poeta ellenistico.
la

Come

(I

si

vede,

io

suppongo qui che Orazio non

(1)

Lattanzio Placido {ad Stat.

(2)

Non prova

nulla

Tetide,

vedere

32)

esclami
perch,

al

Proteo

Proteo appunto
(3)

al

nell'Achilleide di

il

vero

verso
.

Troia

La profezia

racconto di Orazio, anteriore

il

vate

pii

Euripide ha

tisso

bene

uoe {Hel. 15) ha

che

Paride navigare

aveva vaticinato

contrariamente

si

Theh. ^'II 330) copia Portirione.

contrario

in

solo

Stazio

con Elena,
un'altra,
al

ratto, e

consueto nel mito.


in

mente che Nereo

in retaggio la profezia <lal

un vate

Theo-

uo antenato Nereo,


a poesia ellenistica,

ispiri

300

ma

che segua, che

riduca

giovenile e imperuna poesia determinata. Il carme


fetto. Che qui e soltanto qui il gliconeo cominci una
volta con base non spondaica ma trocaica, Ufnis lliacas
domus, stato osservato assai spesso. Indizio non certo
3

che

nove

di

fin

strofa e fin

non

che

spesso

strofe

cinque

movimento solenne

poesie che sappiamo essere

siderare

navibus

primo periodo

il

Idaeis

giovenili

pastor cum

Helenen perfidus

come
(1).

hospitam,

senso vanno insieme

il

il

carme

parenetico,

di

Europa

come nelI'Hyla

Ben

(2)

Basti con-

ingrato

qui

il

freta
celeres

Con quanto
che

parole

altra maturit

ma

la

soltanto

traheret per

studio sono divise le une dalle altre quelle

mostra

Ma

dell'epos.

obruit olio ventos ut caneret fera Proieus fata.

per

in

suo verso qualche poca

al

tranquillo

collocazione delle parole cosi ricercata


in

pi

(\\\\

volte

pensare che Orazio adottasse

questo mezzo per imprimere


del

Orazio,

in

potrebbe

si

periodo coincidono

di

sogliano

arte

di

mito ha intento

teocriteo.

Assai simile all'Europa h

III

11, Mercuri,

nam

te

do-

non abbiamo considerato sin qui, perch


la preghiera a Mercurio, d' intonare un canto che pieghi
Lyde troppo dura, pi che proemio, il mito delle Danaidi non pi che chiusa. Anche qui la favola ha valore
parenetico, ainche qui la parte mitica tutta in un discorso diretto. Questo di chiudere il carme con l'orazione
di un personaggio mitico, modo caro alla poesia giovenile di Orazio. Il pi bello degli epodi, il 13, Hor-

cilis

magistro, che

(1)

Cfr.

sopra, p. 60 sgg.

qui
lo credono
))i recente che III 17
ad aquae augur, traduzione dell' OsT|i.avxig euforioneo, Orazio ha aggiunto, per essere inteso, annosa eornix, mentre non sente il bisogno
(2)

Kiesslin'G-Heinze

di glossare

L'indizio

imbrium divina
troppo tenue.

acis

imminentium, ormai familiare

ai lettori..

301

rida tempestas, finisce cos nell'esortazione a dimenticare


le tristezze della vita e

volge

a godere, che

Achille

al piccolo

nello stile e nel metro

si

il

savio Chirone

ri-

un componimento che

del pari,

mostra ancor pi simile agli


I 7 a Fianco Laudabunt

epodi che alle altre odi, l'ode

un

chiuso da

aia,

simile

invito,

compiuti appena lunghi anni


tria dal volere del

di

che Teucro, quando


toccata la pa-

esilio e

padre risospinto in mare, indirizza agli

amici (1). Anche in questi due carmi l'intento del mito


parenetico. Il carme di Europa par rivelare, si detto,
certa pienezza di arte, quello delle Danaidi non si pu
datare (2) cosicch non si pu decidere se Orazio sia
;

matura a una forma di arte cara alla


sua giovinezza, o se l'abbia presto abbandonata del tutto.
ritornato nell'et

Parecchie odi

di Orazio, I 6 scriberis Vario, II

longa ferae, in certo senso anche


e

IV

2 Pindarum quisquis

(3),

IV

12 nolis

15 Phoebus volentem

svolgono a un dipresso questo

motivo: Altri canti in versi epici le gesta degli eroi


che sotto gli auspici di Augusto sottomettono a Roma il
mondo: io non so altro che dire di amore in versi lirici .

(1)

che genere

di

poesia

Orazio

abbia,

attinto quest'uso

di

carme con un discorso diretto, abbiamo detto di sopra, risolvendo forse cos un dubbio che il WiLAMOWiTz{iSapjp/jo u. Sivwnides 806')
chindei-e

il

riteneva insolubile.
(2) Secondo Kiessling-Heinze, anteriore al 30; ma l'indizio sembra questa volta, nonoli insufficiente, insussistente.
(3) H. LuCAS {Festschr. f. Viklen 319 sgg.) ha sostenuto che in questi rifiuti Orazio dia sotto mano quel che nega di voler concedere,

008

come Mark Twain annunziava in lettere autografe ai cercatori


non poterli contentare ma carmi oraziani non si pos-

di autografi di

sono ragguagliare con trovate utnoristicho.

302

genere non imitano modelli classici. Meceprima di Mecenate, anche prima dei ToDinoe non impossibile ch?
Seleucidi,
lemei e dei
epici
canti
menidi e gli Aleuadi abbiano richiesto invano
che vissero alle loro corti. Che noi non
ai poeti grandi

Carmi

di tal

nati vi furono

ne sappiamo nulla, poco importa; con pi ragione

si

po-

trebbe opporre che la concezione della potenza poetica

quale capacit di trattare indifferentemente qualsiasi ar-

gomento

in

accorda con

tempi

lo spirito dei

ellenistici

a menti pi antiche.

si

meglio che non

Ma, comunque
assurdo immaginare che prima dell'et

convenga
ci,

qualsiasi metro, quale cio virt formale,

pensi di

si

ellenistica

lirica e cosi via fossero state

epopea, poesia didascalica,

gi classificate in ordine di dignit, sicch un poeta nel

respingere un

invito potesse scusarsi protestando che la

sua capacit bastava a un genere e non agli altri (1).


Nell'et augustea, invece, avvenne spesso che l'imperatore o uomini di stato e di guerra chiedessero ai poeti
quello che essi non potevano

dare, di celebrare le loro

E poeti se ne schermivano con


quanto pi garbo potevano, confessando s impari al
compito, il loro ingegno sufficiente soltanto a generi ingesta in poemi epici.

Cosi fanno spesso

feriori.

sospinto Properzio

(2)

Virgilio

e Ovidio, a ogni pie

cosi fa Orazio non soltanto nelle

Odi: nella prima satira del secondo libro (serm. Il 1, 10 sgg.)


egli si fa rimproverare: Se non puoi fare a meno di
scrivere, invece di dir
di

Cesare

(1)
il

pili

Aristotele accenna {poet. 1449 a 23) che

vicino alla prosa,

la poesia
(2)

male del prossimo, canta

giambica

Molti passi

duzione a

I 6.

le

gesta

per poter rispondere: cupidum, pater optimey

ma

per lui
sono

il

metro giambico e

nulla mostra che egli ritenesse inferiore


il

metro

raccolti

un

criterio esterno.

da Kikssling-Heinze

nell' intro-

Tu

argomenti non da

vires deficiunt; trattare tali

prima epistola del secondo

303

libro scrive

Nella

tutti.

ad Augusto

245)

(v.

Va-

hai ragione di far gran conto di Virgilio e di

ricompensarli con munificenza; anch'io preferirei

rio e di

celebrare le vittorie riportate sotto

i tuoi
auspici e la pace
comporre sermones radenti la terra, purch
avessi tanta possa quanta ho voglia; ma ne un piccolo
carme conviene alla tua maest, ne la mia modestia osa
tentare un assunto cui le forze non bastano .
La classificazione dei generi letterari secondo la loro
dignit, ancora ignota ad Aristotele, compiuta in ogni
particolare al tempo di Orazio, che infatti ne parla come
di cosa familiare ai lettori. Parr verisimile che, se non

vittoriosa, al

condotta a termine, l'abbiano iniziata


ni (1).

anche

il

infatti gi

Aloe,

un carme elegiaco

(fr.

165-1- 490)

Non

nare non mio,

condanna
xXcxv, e

me un

esigete da

ma

confronti

Zeus

di

poema

del

i^O-aipo)

altro

frammento

un

un poema uno
Apollonio e

che

la

xu-

ctvsxsv

287),

(il

ricusi

contese con

le

qui di comporre

epico, protestandosi anch'egli, certo

(1) Il

7ro''7j{jia

to-

chiuso in un distico,

rifiuto

il

perch'io non abbia composto

immaginer che Callimaco

poema

xo

e continuo , chi ricordi

rifletta

Xkx.

Chi non dimentichi

ciclico

oO)( V siajjta r^vx; r^vuaa,

jjiv.

canto di gran suono


.

ijxo

[x-rp' Ti'

gx

[ii'cx o'fo'j'jav o'.r;V xiV.-sai^-a:- ,3povTv

alessandri-

pi celebre dei grammatici, che fu

pi celebre dei poeti del terzo secolo, Callimaco,

scrisse in
Oi^te

il

critici

un

non sincera-

pi alessandrino dei Romani, Prciperzio, pi frei|nentemente

di ogni altro mette in contrasto,

anche fuori delle excusatioies, epos


ed elegia, riconoscendo sempre la maggior <lignit del primo genere
per confessare che

il

secondo

poich primo contendit Homero


giare Properzio

tu cave

gli
(I

nostra

e pi caro.
7,3),

tuo

pu

Il

poeta epico Poutico,

sentirsi tentato di dispre-

contemnaa carmina fastn

a lui ha vietato di avere a vile tam graciles mnsan

(li

13, S).

Amore


mente, impari

304

cimento, che affetta di credere grande

al

e degno, rivendicando a se l'elegia

perfetta

tenue,

di

forma.

Che stima Callimaco


del

non

{iXo;,

ispiri all'

si

neva

facessero

quindi diffcile sta-

Orazio imiti qui determinati

bilire, se

o se

e la sua generazione

dato indovinare

c'

(jiXr,

alessandrini,

elegia famosa di Callimaco che

conte-

distico dianzi citato, o se forse faccia suo pr' di

il

carrai elegiaci della stessa fatta. Considerazioni

altri

po' sottili

mostrano ammissibili solo

la

prima

un

terza

e la

ipotesi.

Quel

distico pare sicuro appartenesse agli AT.a;

Callimaco pot
pose in

scrivere altri carmi elegiaci,

distici la

sibio,

ma non

nate

in

Chioma

di

che

come com-

Berenice e l'epinicio per So-

poetare una serie di elegie amorose ordi-

guisa da

formare un romanzo autobiografico,

simile ai libri di Tibullo e di Properzio (1); l'elegia sog-

gettiva e autobiografica pare per molti indizi invenzione

romana. Anzi improbabile che i carmi elegiaci composti da Callimaco oltre gli ATxca siano stati raccolti in
un volume intitolato Xeyelai. il nome manca nella tavola di Snida;
e l'eTOvixtov

oltre gli Alita


distici,

sono

e,

che pi importa,

Swac^cov,

eie,

due

soli

il

Bepev^'xr];

7zXy,'x\oc,

carmi calliraachei che

sappiamo di sicuro essere stati scritti in


con i loro nomi particolari, non come

citati

Una parte del fr. 67 citata,


Magnum (s. v. SuaQ (2) sotto il
Xeydoic,, ma l'ultima parola sembra

parti di quella raccolta.

vero, nell'Etymologicum

lemma

KaXXt|jLa)(o; v

piuttosto designare

(1)

Di

(2)

L'articolo

ci

metro che riprodurre

il

titolo,

per

qualche parola pi avanti.


deriva dal Genuino, dove

la

citazione

riappare

non essendo il Genuino ancora stampato, ho


stesso uno dei due mss. principali, il Vat. 1318.

nella stessa forma

scontrato io

il

ri-


il

quale in questa et

frammento parla

si

305

attenderebbe

iXey&'.a.'.c,

ma non

del resto di amore,

Il

(1).

dell'amore

del poeta, sicch sta benissimo a posto negli Ah-.a, che,

come vediamo

frammenti scoperti negli

ora dai lunghi

ultimi anni, erano narrazione intramezzata da riflessioni

personali del poeta. Esso descrive un conforto all'amore,

come un frammento

del

primo

libro

11)

(fr.

un conforto

alla vecchiaia.

Poich quel distico spetta agli

ognuno penser

ATxta.

a prima giunta che facesse parte del proemio

poema, della visione imitata da Ennio


E infatti, secondo l'epigramma anonimo
insieme colla terza elegia

terzo

del

quel

di

da Properzio.
AP VII 42, che

Properzio

libro di

maggior parte degli elementi per la ricostruzione del proemio (2), un sogno rapisce Callimaco dalla
Libia fin suU' Elicona trasportandolo in mezzo alle Piefornisce la

ridi

queste,

(3);

rispondendo

agli eroi pi antichi,

domande intorno

sue

gH espongono secondo l'epigramma

chiama altrove

Callimaco

Cos

alle

suoi

L' imitazioue di Ennio, assai libera (Leo,

7i'(Vwi.

(1)

Xzyo'.

ATia

ofr.

sotto p. 311, u, 2.
(2)

servirebbe poco, anche se non dovessimo

Lit.

164), ci

ricostrnirlu alla sua

volta

faticosamente da poche citazioni letterali e dalle allusioni di Lucre-

dove

la visione di

Non

!.,-

mano

la

Cydippe del Dilthey,

Callimaco ricostruita.

Di questa parte del proemio rimangono solo

(3)
ar]Ot

Properzio, Persio.

zio,

yp

7)>.6-ov

ma

l'anon. 388,

sapSrjv)

versari.

si

che nell'opera

<iuello

o'jy.

sysvovxc

cftXoi)

appartenga

vede perch Callimaco avesse

Perch

il

dello

fr.

un pentametro,

il

lui

al

r)22

(MoO-

Schneider

che appartiene certamente a Callimaco. Che

(vYji5$ d Mo'joyj;

vato^ n

il

fr.

'i

188

sogno, non pro-

a dir male

frammento spettava

degli

agli Alita,

av-

prima persona e inseriva ricordi personali,


aveva occasione di polemizzare anche in altre parti di questo carme
11 ir. auon. 302 &k' 'Aay.pY;i)sv tro[)p(i tenne, perch valga la pena di

il

poeta, che

ragioiuirne.

20

parlava

in

3()6

anche le Cause degli dei beati. Non possiamo immaginare che Callimaco osasse rivolgere, non richiesto, interrogazioni alle dee (1), tanto pi che egli sollevato
suir J!]licona nel sonno, (luindi, in certo senso, mal
suo grado. certo che alle esortazioni delle Pieridi
a cantare in un carme epico
fatti degli dei, egli rispose ponendo innanzi dall'un canto che il metro elegiaco, il solo consentaneo alla sua natura, insuflicente
all'argomento, dall'altro che egli incapace di prender
su di s assunti cos grandi. Proprio qui certamente egli
parlava del tuono di Giove (2). Si pu anche indovinare
che tema le Muse gli abbiano proposto ed egli abbia rifiutato. Properzio a Mecenate, che 1' esortava a cantare
Cesare, risponde del pari nel proemio del libro Lo farei volentieri, ma non sono da tanto: sed ncque Phlegraeos
i

lovis Enceladique tumultus intonet angusto pectore Callima-

chus, nec

mea conveniunt duro praecordia

Phnjgios condere nomen avos

versu Caesaris in

Pochi versi
comporre
un carme epico, non canterei Titani . Seguono ancora
altri argomenti di epopea, ma la menzione della Titanomachia precede sino quella dei poemi omerici, della
prima aveva scritto

(II

1,

Se avessi

39

sgg.).

la capacit di

(1) Il fr.

le altre

331,

Callimaco ocppa as
/.'hz-Q, TxXsioxpifl

il

consta di due

TxXs'.oxp-/)

cfixpuYt-

cxuale celebre, probabile

di Callimaco, si

Genuinum, da cui derivano tutte


citazioni, l' una attribuita a
SsOpo 5xo|J-ai, l' altra anonima cp^-fft^^,

come mostra

testimonianze,

Poich

1'

Etimologo

cita

il

secondo verso

che auch'esso appartenga a Callimaco. Se

trovava negli

Aii-.a,

perch negli Etimologici sono

citati solo passi degli Aix-.a e dell' 'ExdXy], e

questa era in esametri.

Forse Callimaco, esortato dalla Musa Calliope a cantare gli Ali-.a,


la prega di mostrargli con pi voce, cio con stile pi alto, le Cause
degli eroi.
(2)

a torto,

S'intende di solito che Callimaco si rivolga al pubblico:


come mostrano le parole corrispondenti di Properzio.

ma

307

Un

motivo a un dipresso identico


anche in un'altra elegia,
Io non sono buono
diretta del pari a Mecenate, III 9
ad altro che a infiammare giovani e fanciulle, ma se tu
te duce vel lovis arma canam caeloque
mi sarai guida,
minanten Coeum et Phlegraeis Eurymedonta ingis (v. 47).
Anche qui il tuono di Giove e la Gigantomachia sono
in prima fila tra gli argomenti da trattare, e al tema
Tebaide e

dell'Iliade.

ritorna con gli stessi particolari

temi omerici.

sono contrapposti

esiodeo

prima Properzio aveva

versi

arcem

sedisse paternos

nec referam Scaeas

et

scritto

non

Ancora pochi
flebo

in cineres

Cadmi nec septem proelia clade pari,


Pergama ApoUinis arces. Anche qui

Tebaide e Troia nello stesso ordine. Dunque negli AiTta


le Muse invitavano Callimaco a comporre una Gigantomachia ed egli se ne schermiva, supplicandole di aver
riguardo al respiro breve della sua arte.
Che Callimaco qui con certa sua modestia affettata
parlava anche della tenuit del suo stile, mostrano alcune
espressioni di Properzio, angusto pectore qui e non inflafi

somnia Callimachi
tante

sua

in II 34, 32. Il

secondo passo impor-

Linceo, innamorato, non sa pi che farsi n della

filosofia

ne delle sue tragedie ne della sua epopea,


all' elegia. Il sogno di Calli-

ed costretto a rivolgersi

maco non

poesia d'amore, n quindi Properzio

aveva

occasione di menzionarlo qui se non per la forma ritmica.


Tu, epico solenne , esclama Properzio, troverai salsomnia
vezza solo nella tenue elegia ; il non inflati e
stanno in istretta relazione Callimaco nel sogno parlava
del suo stile. In Properzio Calliope esorta il poeta a cani

tare

di

amore, spruzzandolo

Calliope non ha nulla a


il

Romano non pu
(quella

quale

maggiore

la

acqua filitea. Poich


con poesie d' amore,

averla introdotta qui

parte

lasciato

dell'

che fare

delle

che

essa

Muse:

/)

ma

lui,

sosteneva

le

negli

-po-^cpsaxir] iatlv

ha

AVt:x
y.Tzx-

:{()s

awv, scrive Esiodo {theoff. 79).

in

Calliope

esortava Calli

non a cantar d'amore

inaco, ben s'intende,

ma

a esporre

versi elegiaci gli Axv.y. (l).

Come mostra
dendo

anonimo, Callimaco,

l'epigrannna

volere delle

al

Muse

metro elegiaco

(2),

si

ce-

professava disposto a

Cause degli eroi. Se egli


per colmo di benevolenza rivelarono al loro ministro anche quelle degli dei,
non mi pare resulti dall'epigramma. Gli ATxta non contenevano, per quel che sappiamo, e ormai grazie ai papiri
ne sappiamo parecchio, se non leggende e novelle eroiche. Porse l'epigramma risponde alla poesia di Apollonio
grammatico, A P XI 275, dove Callimaco insultato aT-c.o;
cantare

in

le

stesso abbia narrato che le

Muse

6 YP^'I^"? Al'xia KaXoixyo'j.


oitTca

Ma

dove" Alita la colpa;

xal [jiaxpwv risponderebbe

bene ad

il

delitto:

aTtta KaX'.|jLyo'j.

questa congettura.

forse ancora dato d' intravvedere che

poema

di

Callimaco seguisse

che per Persio, che

Muse ha due cime


prolii

vette

Ha

ispira

si

assenso del poeta

a Ennio,

bicipiti

lo

an-

monte

delle

fonte

lahra

sommasse Parnaso memiui.

hanno valore simbolico

quindi ragione

il

prologo comincia nec

il

cahalUno nec in

Le due
(1)

all'

cosa nel

(3),

significano cio

Sebneider di creder ealliniaclieo

e di

suo frammento anon. 114 t>; 5' scpf)Y;axo Kai-ix:


ed probabile cbe parte del Ir. 331 (cfr. sopra p. 30G, u. 1) stesse

collocar qui

il

appunto nel discorso del poeta a Calliope.


(2) Forse apparteneva a questa scena il fr. 481, che, poich
t'ormato li un pentametro, spetta quasi di certo agli Alxia: le Muse,
insistendo, avranno ricordato a Callimaco che loro consuetudine |y]
{isTpsv ax.oivat -spoiSi tyjv G03p-^v, non misurare a canne la poesia. Il
])entainetro allude insieme al

metro elegiaco, quasi mozzo nel secondo


diversamente lo Sebnei-

Terso, e alla brevit.\ degli episodi degli AiTia


der, p.
(3)

115.

Appuuto per

mentre Callimaco

ci

poco importa che Persio parli del

e del pari

Ennio, come mostra Lucrezio

Parn.'iso.

117, col-

309

Ennio il dio Apollo coun sorso dell'Ippocrene.


In Callimaco una cerimonia di tal genere non poteva
mancare nella visione di Properzio, quando il poeta
entrato nell'antro delle Muse additatogli da Apollo, Calliope, rivoltogli un discorso nel quale gli proibisce di
cantare d'altro che di amore, gli spruzza il volto con
acqua filitea. L'epiteto non ha senso, se oltre quella di
Pilita non c'era un'altra acqua. E infatti Properzio, in
principio di quella stessa elegia, finge che, mentre bedue generi diversi

mandava

di poesia. In

forse al poeta di bere

veva a quella sorgente


Apollo ne
visus

linde pater sitiens

Ennius ante

bibit,

avesse rimproverato. L' elegia incomincia

lo

eram molli recubans Heliconis

umbra, Belleropliontei

in

humor equi, e la fonte di Ennio, se pure Proveduto in sua mente un quadro di contorni
precisi, sar appunto l' Ippocrene. A questa distinzione
egli allude in un altro passo, il quale, perch sta in prin-

qua

fluit

perzio ha

cipio di libro ed parte di un' invocazione agli

geti del genere

cui

prega

1),

sco

(III,

1,

coltiva,

egli

Ombre

programma.

deve avere valore

Callimaco

di

concedetemi

di

Filita egli

di

di entrare nel vostro

bo-

prims ego ingredior puro de fonte sacerdos Itala per

Graios orgia ferre choros

Anche

qui non

dere dal fonte della poesia in genere,


certa specie
pariter

di

Carmen

poesia.
tenuastis

Properzio
in

antro

'f

pi

ritorna,

una

precisa,

recusatio (II,

locavano la visioue
concludenti

le

sull'

ricerche

in

di

La

poeta fa

Dicite,

pede

acque

stessa

elegia
le

pu intenuna

si

dal fonte di

seguita

un' altra

IO). Il

ma

(^uove

Dunque,
Quamve bibistis aquam
delle Muse ve n' era pi di una.
in

arche-

di

quo

ingressi ?
di

grotte

distinzione

Properzio,

viste di cedere al

Elicona. Per la stessa ragione non mi seiiiluaiio


lei

Maass {Hn-m. XXXI

topografia del monte delle Muse.

lJ<9t>.

379

<;' "illa

- :m
carme

desiderio di Augusto, disponendosi a comporre un


epico.

questo

Ma....

un'altra

nume

volta

per ora deve ras-

nondum etiam
modo Pe-messi finmine lavit Amor. Qui non la Musa, ma Amore bagna
(^anti nel Permesso;
tuttavia mal si dubiterebbe che il
Permesso, quanto almeno al valore simbolico, debba essere identificato con V acqua Philitaea, che anche per Virgilio esso il fiume della poesia d'amore
il vecchio Sileno canta {ed. VI, 64 sgg.) come una delle Muse al)bia
condotto Permessi ad flumina Gallnm nei monti Aonii e
segnarsi a l)ruciare al

vili

incensi

Aacraeos norunt mea carmina fonte,

seri

come

il

coro

Febo

di

si

sia

levato in

piedi

per

fargli

onore: Gallo era amante e poeta d'amore. Callimaco avr

nominato il Permesso quale fiume della poesia elegiaca;


anche a lui le Muse avranno spruzzato in volto acqua
del Permesso. Solo, poich gli Aixta non erano, nell' insieme, poesie d' amore, quantunque narrassero talvolta
d'amore, il Permesso doveva essere per lui il fiume dell'elegia,

non quello

della poesia erotica

l'identificazione

amorosa romana.
La menzione del fonte prova che tutto il passo deriva da Callimaco, confermando a un tempo la nostra
di elegia e di vita

congettura sul posto, che

il

occupava nella

Gli

visione.

distico ricostruito dal Dilthey

argomenti

cui

alla

tratta-

zione Callimaco finge di essere stato incitato da Calliope,

laGigantomachia e
rici

in grazia di

che parla

al

la

Titanomachia, sono esiodei, non ome-

un verso esiodeo, quella

tra

le

Muse

poeta Calliope; Callimaco considera Esiodo,

non Omero quale archegeta

della sua poesia, perch la

prima che a CalliE Callimaco


maco, le Muse erano apparse sull'
confessava subito in principio quale fosse il suo modello:
visione

ispirata a

Esiodo

lui,

Elicona.

fr.

an.

388 Schn.

t:o'.\iy.

\i.y).y.

vijjtov:'.

7:ap" Tyvcov

^so;

I'tvtiou

311

ox' i^^zioi.'jz^/ (1). E bello che FAlesmosse dal luogo dove per la prima
volta nella poesia greca un poeta proclama divina la sua
'Hat5(|)

Mouawv

sajji;

sandrino prenda

le

arte.

Di pi sulla visione callimachea non forse dato sapere (2)


quel che ne sappiamo, mostra che i Romani
la imitarono di frequente, ma con grande libert. Nes;

suna

pu

elegia di Properzio, neppure III 3

derivare tutta dal proemio

disse

stesso

se

che visione,
quegli che

Acxia;

degli

Callimaco romano, qui, come

in

tutta

r opera sua, intreccia motivi vari, che ricompaiono in


variazioni sempre nuove, senza che mai uno solo sia svolto
sino in fondo. Dovremo credere che
motivi della reAttca
agli
cusatio non attinti
siano stati inventati da poeti
romani? Chi confronti i diversi componimenti, si accorge
che essi attingono a un patrimonio comune. Properzio in
i

principio dell'elegia III 9 rifiuta di cantare,

nate vorrebbe,

grandi

mettendo innanzi che


mittere pondus
zio, nella

concetto

I,

turpe

di
est

Augusto

come Mece-

e se ne scusa,

quod nequeas

capiti

com-

pressum inflexo mox dare terga genu. Ora-

prima epistola del secondo libro, svolge lo stesso


nec meus audet rem temptare piidor, quam vires

ferre recusent.
e.

et

fatti

lo

stesso pensiero ritorna nella recusatio

nos, Agrippa, 7ieque haec dicere nec

stomachum cedere

nescii....

gravem Pelidae

conamur, tenues grandia,

dum pu-

dor imbellisque Igrae Musa potens vetat laudes egregii Cae-

(1)

Froutone narra

maco, perch carico

mane.
(2)

Il

di

di

aver letto

(juei

versi

scuola;

Calli-

erudizione, fu libro di testo nelle scuole ro-

franimento spetta, secondo me, sicuramente a

L' invocazione diretta, pare, alle Grazie

(fr.

lui.

121) SXXxis v5v,

XiYoiai 5' svtcIn^aaaO-s Xirtcaag X^^P^C S|J,oc5, iva |iot tto'jXv |1vo3'.v Itog
sta bene nel passaggio dalla visione alle singole leggende, dove l'h.i

collocata lo Schneidor,

ma

meglio

in principio di tutta

l'opera.


saris et tuas culpa

;il:i

deferere

ntjeni (1).

La

risposta,

cos

una conversazione umana, parrebbe a me di


pessimo gusto in una scena mitologica, in un colhxjuio tra
poeta e le Pieridi, perch troppo i)orghese. Questo
il
motivo non pu derivare dalla visione degli Ama. Ma
dagli Alita non dipende (|uel che
sia pure altrimenti
garbata

in

segue. Properzio

finge

cedere alle esigenze del suo

di

protettore; se egli lo aiuter col suo favore, sapr cele-

brare
perfino

dei

lotte

le
si

Titani

tempi

primi di

cimenter a dire delle vittorie

Roma;

Cesare sui

di

Mecenate lo guidi. La conil


poeta
dizione mostra che il cedere una finta
vuole aver tempo dinanzi a s. 11 motivo ritorna, formulato con meno riguardi, in un'elegia ad Augusto (II 10):
E giunta per me l'ora di comporre carmi epici
io sefati mi riserbino questo
guir le tue armi, o Cesare
Parti e su Antonio, purch

. Chi ode le ultime


che Properzio ha meno voglia di

giorno, servent hiinc mihi fata dem


parole, indovina gi

consacrarsi

all'

subito:

infatti

epos che non voglia far credere.

Come, quando

troppo alto, bisogna deporre

la

il

Segue

simulacro d'un dio

corona

ai piedi di esso, sic uos

nunc inopes laudis conscendere Carmen, pauperibus sacris viia


tura damus . Con queste parole il poeta, mentre assicura
di voler mantener la promessa, ne rimanda l'adempimento
lontano futuro. Qui, se derivano dagli Alxix i due
ultimi versi gi discussi di sopra, Callimaco non poteva
rispondere alle Muse: Vi dar retta un altro giorno .
al pi

Eppure

il

ratteristico

motivo n inventato da Properzio ne


dell'elegia

Virgilio

ca-

canta, in principio

del

io edificher in riva al Mincio


Georgiche
un tempio, con te nel mezzo, o Cesare; e vi offrir Egizi

terzo delle

(1)

tivo

L'aggiunta della Musa vietante accenna forse a un altro mo-

velli subito

appresso p. 314.

313

Nel santuario avranno posto, simulacri viventi, i tuoi progenitori troiani. Intanto cantiamo le selve
delle Driadi e i boschi non violati, tuo comando, Mecee Parti vinti.

. Checche si sia creduto dai moderni, Virgilio non


ha pensato neppur per un momento a cantare epicamente

nate

le

guerre

civili e le lotte

contro

Parti.

L'intenzione e

medesimi che in Properzio. Ambedue i


un carme ellenistico, che non il proemio
degli Mv.x, e che non possiamo neppur dire se fosse
scritto in distici, perch Virgilio, nelle Georgiche esal'artificio

sono

poeti imitano

non pensa alla forma metrica, ma soltanto alla


dignit maggiore o minore dell'argomento.
Neppure l'elegia III 3 di Properzio visus eram molli,

inetriche,

di sopra, deriva per intero dalla visione


Callimaco. Properzio narra d'aver bevuto in sogno a

l'abbiamo detto
di

quella fonte dell'Elicona a cui aveva attinto Ennio e di

aver aperto la bocca a celebrare i fatti della pi antica


storia di Roma, finche Apollo, rimproverandolo, non lo

aveva

distolse dal proposito troppo grave. Callimaco

in-

avessero fatto coragvece immaginato che le Muse


gio a cantare gli aiux /jpwojv. Properzio ha dunque, per
gli

cos dire, rovesciato


le

l'

invenzione callimachea

laddove

Muse incitavano l'Alessandrino a un compito

Apollo ne rattiene

il

che (piesta forma di


invenzione originale

difficile,

successore romano. Tuttavia neanrecusafio,


di

il

Properzio

rimprovero
;

il

quale

del

pure

dio,
le

ha

conferito freschezza e giovent nuova. Orazio principia

una

delle poesie

Phoebus volentem
it/ra,

ne parva

da noi considerate, l'ultima delle Odi,


proelia me loqui victas et urbis increpuit

Ti/rrhenum

surdo pensare che

per

aequor vela darem.

Orazio imiti Properzio

da

lui

dispregiato; pi assurdo, per ragioni, cronologiche,

porre

il

as-

tanto
sup-

Apollo aveva gi rimprotono familiare, Virgilio, quando si accingeva

contrario. Del resto.

verato, in

Mi
a narrare re e battaglie {ed. VI,
proelici, Ci/nthius

aurem

pingues pascere oportet

3):

cum canerem

reges et

admonuit: pastoreni,

vellit et

7'iti/re,

deducttim (1) dicere carmeti; f

oves,

Orazio stesso aveva gi accennato timidamente lo stesso

motivo, senza svolgerlo,

ma anche
pare

la

Musa

in

6,

1,

dove non solo

piidor,

il

potens imhellis lyrae gli vietano di sciu-

Cesare. Dal confronto di questi tre passi

le lodi di

un carme

ricava, secondo me, che in

ellenistico l'autore

si
si

faceva rimproverare da Apollo di essersi assunto un carico


troppo grave.

quella poesia

impossibile determinare la forma ritmica di


lo

motivo compare negli esametri

stesso

Properzio,

delle Bucoliche, nei distici di

nell'alcaica

di

modello con originalit magOrazio. Questi riproduce


giore d'invenzione anche nell'ultima satira del primo liil

bro, l

dove narra che, mentre era tutto intento a com-

porre carmi greci,

sogno,

il

patrio

dio

viet di tentare, lui

gli

Quirino, apparsogli

Romano,

alla schiera infinita dei poeti greci (v. 31

passo,

considerato alla luce

delli greci

liberi

dove pi certamente

si

a cui Apollo, che

lettore,

il

siano

che non

il

dio

doveva
greco,

role atque ego

cum

poeti

si

mo-

presenta

al

alta, era

compiacenza nell'udire
il padre
della gente romana
aveva costretto a rinunziare

sorridere di

ma

era apparso a Orazio e lo


alla fisima di divenir

ispirano a

poeta per distoglierlo dallo scrivere poesia troppo


figura familiare,

Questo

sgg.).

degli altri gi menzionati,

par fatto apposta per mostrare quanto

romani proprio

in

aggiungersi

di

poeta

di

lingua straniera.

Le

pa-

graecos facerem, natus mare citra, ver-

con quel che segue, asseriscono orgogliosamente


potenza della romanit di qua dal mare la cultura

sicidos

la

romana ha conquistato a
(1)
e.

I,

6,

anche

bilingui, ricacciando

Cio tenue, come spiejjaiio scoliasti e ^lo.ssograti


9 tenues graidia.

cfr.

Orazio


la

greca

La

l dall' Ionio.

di

315

nella letteratura greca tutti

continua

satira

come

generi sono stati trattati

Che debbo
Similmente Virgilio, nel
luogo gi detto delle Bucoliche: mine ego, nam super Ubi
eccellentemente, cos oggi

non comporre

far io, se

pi nella latina.

satire ?

enint qui dicere laudes, Vare, tuas cupiant

incomincia l'Ode

6 ad Agrippa

Vario fortis

mili: scriberis

et

condere

tristia

et

continuer a scrivere carmi pastorali

bella,

Orazio stesso

con parole non

dissi-

hostium victor Maeoni carmi-

poco diversamente nella prima


15 sgg.): multi, Roma, tuas lau-

nis alite. Properzio scriv^e

elegia del terzo libro (v.

addent, qui finem imperii Bactra futura ca-

des annalibus

nent

ma

il

nostro volume, per una via ancor non bat-

ha portato gi quest'opera dal monte delle Muse,


in pace tu la legga . Stretto
il suo senche (v. 14) non datur ad Musas currere lata via;

tuta,

perch
tiero,

stretto,

ma

59 sgg.)

suo.

me

il

medesimo poeta

diletti riposare,

sera innanzi, con ancora sul


Virgilio cantare Azio

dice altrove

capo

la

corona

Dunque anche

il

ma

intatti

me non

34,

piaccia a

pensiero: Ge-

neri di dignit superiore sono stati gi coltivati

maggiori

(II,

stanco del convito della

da poeti

meno

restano se non campi

feraci,

diffuso nella letteratura augustea, cio

de-

riva da poesia pi antica, ellenistica.

Per Properzio scrivere carmi elegiaci e menar vita


amorosa tutt' uno a chi gli domanda perch componga
:

distici,

risponde

(II, 1, 4):

ed espone chiaramente
navita

la

ingenium nobis ipsa

de ventis, de tauris narrai arator,

vulnera, pastor

oves

nos cantra angusto

et

di esen^pi:

numerat miles

rersantes

ledo: qua pot

quisqiie, in ea conterai arte diem.

non potr

amare, allora sar giunto

pii

piiella facif;

sua dottrina, valendosi

il

proelia

Quand'egli

tempo

di scri-

vere epopee: aetas prima canal Veneres, e.vtrema tiimultus:


bella

canam quando

scripta puella

mea

est (II, 10, 7).

L'epico

:ilb

Linceo, poich, vecchio com*

mnit (tmores

II,

innamorato {seros in-

, si

dovr darsi

84, 25),

all'elegia.

Properzio,

j)Overo e di famiglia oscura, perch el(?giaco (v. 55 sgg.),

signore dell'amore

il

del

convito.

simile spunta pure nell'Ode ad Agrippa.

Una concezione
Il

carme

finisce:

nos convivia, nos proelia virginum sectis in iuvenes unguibuf


acriim cantamus, vacui

litum

leves

pur mi

canta

le

riscaldo,

conviti

quid nrimur, non praeter

sive

ultime

parole

come

incostante

amori

risce solo a fior di

pelle.

significano

leggeri,

Come

di

freddo

solito

perch

Eros

per Properzio

se

Orazio
lo

fe-

scrivere

elegie e cantar d'amore tutt'uno, cos per Orazio

nar vita leggera e comporre

so-

o,

me-

certo genere di liriche.

Il

primo che ha avvicinato vita imbelle e melica, ha avuto


in

mente un passo omerico, l dove detto che a Paquando morder la polvere, non gioveranno n la

ride,

cetra

luogo e

lo

conosce bene

quel

imita in un carme giovanile, caricando

anzi

cijthara

car-

doni di Afrodite.

le tinte (I, 15, 14):

(jrataqiie

Orazio

feminis

imbelli

mina divides. Ma il confronto con Properzio mostra che


vicino di I 6 ellenistico. Soltanto riil modello pi
man dubbio se gi un poeta alessandrino abbia identificato lirica e vita spensierata, o se Orazio per il primo
abbia trasportato alla lirica, modificandolo, ci che un
pi antico scriveva dell'elegia. Chi crede sia esistita in
tempo ellenistico un'elegia soggettiva, accetter questa

seconda supposizione noi non lo crediamo, perch vediamo che Properzio, dovunque vuol nominare un esempio classico del suo genere, cita gli Araa che erano nar;

propendiamo quindi per la prima. I [lr^ di


Callimaco contenevano anche lirica leggera, e non sarebbe strano ch'egli o un altro Alessandrino celebre avesse
detto: ad altri l'epos; io, uomo di amori, scrivo poesie
meliche . Quegli che primo cant il suo amore in un
razioni, e

ciclo di elegie, forse

317

romano

il

Gallo, avr ripreso

tivo, applicandolo al divario di dignit

secondo

distico

il

lo

amore

in distici .

meno

epici;

parere, e

ma

danno

otium

il

amo, e sfogo

io

mio
am-

il

gli

negotium e negotiiim

la storia dell' elegia

romana

uomini pi

seri

vo-

volentieri a credere ai con-

che per

siderar seria quell'attivit


versa,

che corre tra l'epos

Gallo aveva in verit ben altre

bizioni che quelle amorose,

gliono

mo-

dottrina scolastica: Agli uomini

la

scrivere carmi

gravi

il

gioco e vice-

essi

Ma, perch

Votium.

ignota

nei

rimangono pur sempre punti oscuri anche


che qui ci interessa.

suoi

Esiodo e l'aedo dell'inno ad Apollo sono

nomo

poeti greci che parlino di se; nel

principi,

nella questione

pi antichi

era

citaredico

tradizionale dai tempi pi remoti sino a Timoteo che in

un posto determinato il cantore dicesse dell" arto sua


Teognide d un segno, il nome dell'amato (v. 19 sgg.),

a che

tutti

perbo

di

possano riconoscere

aver fornito

suoi versi

suo diletto

al

(v.

egli

237 sgg.)

suali

che

lo portino sulla terra e sul mare, sicch egli sia presente

a ogni banchetto e tutti


labbra.

Man mano che

veniva pi chiara

la

commensali abbiano

nell'artista, egli sentiva

affermarla anche col dove

il

il

bisogno

didi

genere letterario non sem-

brava consentirlo. Nell'et ellenistica


i

lui sulle

coscienza della personalit

tutti,

pii

o meno,

poeti parlano di s tranne gli epici: per rispetto al loro

archegetu, Omero,

rompere

non osano
non vosenza presentarsi, senza mandare in nome
suoi epigoni alessandrini

cancelli dell'oggettivit.

gliono finire

proprio un saluto
tutti

firmare, e

al

Ma

gli

altri

dedicatario o al pubblico, vogliono

non soltanto nel

titolo,

non soltanto con

il

nome

patronimico.

il

gruppano agevolmente
nere letterario

sua appartenga.

pochi

di questi

tipi,

Gli uni

che non siano alta epopea,

scelto V 'EaiZeioc, () anzich V


si

ge-

didasca-

primo

in

zione

della

come Nicandro:

ambedue

ordine di tempo,
patria

di ospitalit

5poio [xvf^axtv ^y^oiQ, tv


u[xvo7LXoio xal

At?

di

solito

suoi

poemi

l'altro,

poich

la patria

nota, inserisce ancora un'esortazione a

evi)-'

Kat xev

eO'pS'^^e

eaxi

ormai

era

non dimenticare

'0|Ji r^psio'.o

xal etaxc Ntxv-

KXpo'j v/fsaaa noV.yyr^ e

Nixvopo'.o

(j-vf^axiv

lyo'-c,

sioni conferisce loro

due espresuna formula questo


sottoscrizione di una

il

carattere di

moderna. Virgilio, riprendendolo nel commiato del

lettera

suo carme didascalico, lo tratta tuttavia con pi arte

compongo

il

mio carme, mentre Cesare vince

Per Callimaco
egli

Io

sull'

Eu-

spiana la

frate, riconosciuto legislatore dai popoli e si

(Ij

y.al

i^7(jiv

cpuXaao:?. Il parallelismo delle

"izY.oio

tipo assomiglia, pi che altro, alla

proemio

che

x^r^o;

non dimenticare Nicandro ; quello che


Theriaca, aggiunge la men-

finiscono: e

legame

quelli

'0\ir^^:v.>jc,

spicciano con poche parole, rivolte

al dedicatario,

il

possa attribuire, in un senso quasi negativo, dai poeti

avevano

x'

rag-

si

poeta sente o crede che l'opera

il

pi semplici sono usati dai

di distici o esametri

il

congedi

diversi secondo

presa questa parola nel significato pi ampio clie

lici ,

le si

Le forme

in

quale

al

318

suoi Aixia erauo nua poesia esiodea, che nel

altermava se successore di Esiodo. Ennio, pure imitando

Callimaco, rivendica a se

il

vanto di essere originale di fronte

a lui,

nuovo Omero. Se Callimaco avesse considerato epopea i


suoi Alila, come taluno sostiene, non l avrebbe u fatti precedere
da una visione personale n conchiusi con uu commiato egli li voleva esiodei. Gli elegiaci ronuiui hanno seguito quanto ai congedi la

di essere

il

tradizione degli Aixia

Properzio e Tibullo avrebbero probabilmente

ascritto la loro poesia al genere didascalico. Questa osservazione .serve

forse a intendere

V Ars Jmandi

di

Ovidio.

319

via al cielo; abito a Napoli, e son quello che ha scritto

Bucoliche haec super arvorum cultu pecorumque canebam et super arboribus, Caesar dum magnus ad alturn fidminat Euphraten bello victorque volentes per populos dal
iura viamque adfectat Olympo; ilio Vergilium me tempore
le

dulcis alebat Parthenope studiis fiorentem ignobilis

mina qui

tulae cecini

audaxque

pastorum

Itisi

tegmine fagi.

sub

mostra somiglianza collo

inventa,

Anche

il

tempo

te

dei

epistolare. Properzio

stile

tiene anch'egli a questo tipo,

car-

oti,

Titgre,

pa-

verbi
si at-

modificandolo, nell'ultima

da amico qual sei, tu mi


donde io sia. Sono di origine
un mio parente morto nelle stragi di Peru-

elegia del primo libro

Tulio,

chiedi di che famiglia e

umbra, e

. La domanda naturalmente fittizia: che Tulio,


appunto perch amico, avr saputo donde fosse Properzio
ma da Esiodo in poi era tradizionale che carmi didascalici si rivolgessero a una persona determinata, e
anche la poesia di Properzio apparteneva per lui aU"Ha'.oetoc xpTco?. Tulio nominato nel primo e nell'ultimo
carme del libro per indicare che a lui offerto tutto il
volume (1). Anche Orazio riprende questa forma in
un'opera che egli stesso assegnava probabilmente al
oiaxTcxv '(ivoz
nell'ultima epistola della prima raccolta
egli si accomiata non da un amico ma dal suo libro,

gia

dandogli

istruzione

di

dichiarare, richiesto dell' autore,

da cui meglio risalta il valore peranima senza celarne i diconfessarne l'et. Qui la sottoscrizione non pi

l'origine sua umile,

sonale, di descriverne corpo e


fetti, di

presentazione,

'1)

11

Lko

diventa ritratto vero e proprio.

(Golt. Xachr.

congedo, perch
iiiesse ai testi

ma

lo

18i)8,

gindiciiva

469 sgg.) creleva

imitazione

classici nell'edizione alessandrina,

stanno in principio, non in

line.

mutilo qiustu

scherzosa delle
ina (pifi

Vite
,iiot

pie-

o yvr^

320

modo un po' diverso, come ha


un frammento scoperto di recente {Oryrh.

Gli Altea (iniviino in


fatto vedere

Fap.

1011, voi. VII, V. 88):

casa

dei

delk^

Muse

ma

miei signori,

Salve, Zeus, e proteggi la

calcher a piedi

io

; xalf,ZeO. ixya xal

rs'j.

prato

il

5' [[i]v (1)

ao)

olxov

K difficile dire
preannunzino giambi, come ho spie-

vy.TWv. aOtp b() Moualojv

se le parole finali

Tie^c; t::|x'. vo|jiv.

un tempo, o non piuttosto 1' attivit critica di


Callimaco
comechessia, assolto un compito, egli, guardando con compiacenza l'opera compiuta, ne promette
gato

io

degli Amori, dif^hiara

un'altra. Cos Ovidio, alla fine

accingersi a comporre tragedie

nerorum mater

Amonim

corniger increpuit
gri is

post

raditur

thyrso

area maior equis;

mea mansunim
Per altri generi

quaere noviim

Lyaeus

imbelles elegi,

pulsandast ma-

Musa

genialis

fata superstes opus

di
te-

ultima meta meis...;

elegis

Iiic

graviore

votem,

valete,

(2).

venne in voga nell'et ellecommiato. In quel tempo usava

di poesia

forma di
comporre epigrammi che si fingevano destinati a essere
scolpiti sulla tomba di un classico
non necessario citare esempi, che basta aprire a caso il VII libro dell'Antologia. E probabile che almeno alcune di queste poesie
nistica un'altra

precedessero o seguissero

il

testo in edizioni di classici.

mi poeta ellenistico, non sappiamo quale, venne in


mente di chiudere la raccolta dei propri versi con un

(1)

di fatto

Supploiutnto del Wii.amowitz (Sappho


che Callimaco uou Ja qui

il

suo nome,

intendere perch non lo potesse, come

il

u.

Simonides 299).

ma

Sta,

confesso di non

Wilamowitz

asserisce.

Quel che in mezzo tra principio e fine, esprime la compiacenza per il lavoro compiuto questa stessa impronta di s la chiusa
dei Remedia Amoris, dei terzo libro e incerto senso anche del primo
(2)

dell'

Jr Amadi.


epigramma funebre su
pi antico quello

321

se stesso

L' esempio per noi

(1).

visse al principio del terzo secolo

che

locria Nosside,

poetessa

della

(A P VII 718)

Stra-

niero, se tu navighi verso Mitilene dai bei cori per ac-

cendervi

il

che io ero cara


Locride mi dette vita appreso che
era Nosside, prosegui pure il tuo cammino ;

fiore delle grazie di Saffo, di'

il

Muse

alle

e che

mio nome

(T)

^ev'

TU ye

la

nlzXc,

nozl y^.aXkiyopov Muxcvav. xv

)(aptxo3v ocvS-o? vaua{i,voi;. eTtelv

Aoxplc: Y^c xxxev l'aat; 5' oxt

toc,

Mo'joccia'.

xoijvo|i.a

[xot

Asclepiade (A

P VII

dice

500)

Le

uno

di

che passi

tu

a xe

Noaafi;, l^i (2).

formule son quelle degli epigrammi sepolcrali


:

Itocnfo'jc.

x' f^v

cpi'Xa

in-

nanzi alla mia vuota tomba, quando tu giunga a Ohio,


di'

a mio padre Melesagora ch'io sono perito in mare

Uno

di

Callimaco

(ep.

12) imita

questo

di

Asclepiade,

superandolo in squisitezza Se tu capiti a Cizico, poca


fatica ti far trovare Hippaco e Didyme, che nota la
:

famiglia; e dirai loro


io

una parola

triste,

sto sopra al figlio loro Crizia .

Ma

ma

pur

dilla,

Nosside non

che

manda

lontana della sua morte, anzi


messaggio che un'altra Saffo nata
a Locri. L' epigramma sar stato nell' ultima pagina di
una raccolta di versi, probabilmente composta in tutto
o in parte di ixsXy], poich Nosside era celebre quale [s.zXo-

ad avvertire

la famiglia

invia a Mitilene

il

come testimoniano

TioL;,

Saffo, alla quale essa

11

(1)

Wilaiuowitz

si

sono certo

clie si

(2) IvauatJievoc e
|)er

carmi

accender col
sattici

21

come

il

(p.

e poich

233 sgg.

che

ma

gli

sano

lesbico.

lia

imi derivau dagli altri.

e concettoso

poesia saftca, per

nominativo

2!)9)

epigrammi,

dell'altro genere di

sia accorto

non corrotto

la face <lella

"iaaig

tost citata

iiell' o]ior;i

liscorso egregiaraento dell'niio

ma non

lemmi dell'Antologia,

confronta, era famosa molto pi

io

ispirarti

intendo:
<(d;\

.1

per

che per

liriche

le

epigrammi spuri

gli

Di Calli-

(1).

maco sono conservati due epigrammi sepolcrali, composti


in modo che s'integrino a vicenda, l'uno per il padre,
penso che fossero gli ultimi
Similmente Leonida di Taranto, vivendo gi vecchio lungi dalla patria, in un epigramma funebre (A P VII 715) commisera s stesso per la
morte in esilio, ma annunzia orgoglioso che il suo nome
non morr:
doni delle Muse lo annunzieranno, quasi

l'altro per s (21

e 35);

io

del libro degli lmYP^|J.|iaxa

araldi, per tutta l'eternit: uoXXv

x T Tpavioc;
TiXaviwv ^to?
(xeXtypv
paas'u

syw

Tuxprj;,
^io<;-

xoOxo i

XX

o-jvofxa h'

Mouawv

rcvxac

[xe

o\v.

lt:

'\xyjJ.y.c xe'-|Jiai /^^ovc;

Ttcxpiepov O-avtou' xoioOxoc;

(xot

MoOaaL saxep^av. X-jypwv o


Aswvioo'j, aOx

fj(jiua

Iti* eX-'ou;.

giudicare spurio l'epigramma

Non

vi

|j.

sono ragioni per

lo stile quello degli

vxl

fopa xtj-

au-

Leonida lo avr scritto nei suoi ultimi anni,


quando prevedeva che non avrebbe pi riveduto la patria (2). Nella stessa et Meleagro compone due epigrammi funebri su se stesso (A P VII 417. 419): nell'uno egli dichiara di scrivere, avanzato negli anni com',
su tavolette invece che sul sepolcro, confessa cio che
il
suo gioco letterario; nel secondo, con le formule
consuete agli epigrammi funebri, narra che Cos aveva
tentici:

(1) Il secondo argomento da solo non basta, che Nossido poteva


paragonare se con Saifo quale grande poetessa senza pensare ai generi.
(2) Che 1' autore sa che Leonida non mor in patria, 1' argomento principale recato dai critici contro l'autenticit vjiiuas sta in
quel significato con audacia davvero leonidea
cos pure il nXocvtos.
dove ci si aspetterebbe Xccvog, corrisponde ai canoni della sua arte
!

egli

adopera anche

TZKNSTEiN, Epigr.
(li

TrupivEo;, pcpavtog
u. Skol.

147. Il XYjpuyjia delle

Callimaco per Teeteto XXcov

|j.v

Hvjpuxsg

cp^ySovTai, xsivou S' 'EXX^ si aocpirjv,

spesso Callimaco.

per njpivcg, op;(:avos:

come

Muse parafrasa

ti'.

il

cfr.

Rei-

l'ep. 7

ppa^'Jv 0'Jvo|ix xaipv

Leonida autentico

imit.i

ospitato la sua

Questi

vecchiaia.

anch'esso, in certo

senso,

323

due e VII

sepolcrale

un

adatti quale chiusa ciascuno di

(1),

che

418,

erano assai

Corona

libro della

(2).

Orazio nelle odi ultime del secondo e del terzo libro


anch' egli

parla

morte: exegi moniimentiim significa:

di

miei carmi sono

mio monumento, immortale pi


la parte maggiore di me risar. Melpomene, consacrami
capo del lauro ; non usitata vuol

il

che non marmi o bronzi


marr viva finch Roma

cingendomi il
dire
non io son sottoposto al fato comune degli uomini
io non sapr la morte, io figlio di famiglia umile,
io tuo cHente, Mecenate amico. Gi mi trasformo in cigno,
popoli pi lontani tenderanno
gi m'inalzo nell'aria;
l'orecchio alle melodie nuove del mirabile uccello. Il mio
funerale non sia rattristato dal pianto; vani saranno gli
fin

d'ora,
:

onori della tomba, perch io non sar l . E forse troppo


audace immaginare che Orazio abbia collocato ciascuno
in fine d'un libro questi due carmi, nell'uno dei quali il
poeta trascende la morte, nell'altro la nega, appunto per-

ch

il

posto ultimo era riservato, per tradizione, all'epi-

gramma

funebre ? Anche Leonida lancia dalla sua tomba


un grido verso l' immortalit (3).
Ennio aveva scritto nemo me lacrumis decoret nec fa:

nera

ftetu faxit,

cur?

volito vivus

dire se questo distico facesse parte di tutto

epigrammi, o

(1)

se,

per esempio, chiudesse

Esso non dico chiaramente

<li

per ora virum.

difficile

un

libro

le satire:

stare sur un sepolcro,

di

tutt'un

ma

ac-

c(Mina alla patria, alla dimora, alla l'ama di chi parla, conio sogliono

appunto

gli

epigrammi

i'unehri.

(2)

Qnesta supposizione

(3)

Un conmiiato

netica di tutto

ma non

il

stata avanzata dal

alla vita, abilmente

volnme,

si

l'ultimo carme.

abbia raccolto egli stesso

legge anche tra

Del
le

sne

resto,

noi

i)oeHe.

Reitzrnstkin

intonato
i

all'

i:-!'.

indole pare-

raelianibi di

non sa])piamo

Cercida,

se Cercida

3"24

che tanto spesso s' ispirano


epigrammi. Orazio qui prende

libro delle satire di Lucilio,

a Ennio, era composto

da Ennio

ma

mossa,

la

di

trasforma

per cosi dire, pi sensibile

sformare nel bianco

motivo, rendendolo,

il

ancor vivo,

egli

sente tra-

si

vivo

apollineo, ancor

uccello

tra-

scorre alto per l'aria, cantando a popoli di ogni linguaggio.

Ennio non faceva che riprodurre l'espressione convenzionale


degli antichi poeti, per esempio di Teognide aoi |jLv y)
:

av

Tixp' sooxa,

aav cp[xvoc

ueipova tivtov

Iti

ole.

^r^toicoi;'

i>-o:vr,Ci

xal

yjx:

Tvax'ipf^^

^{f^ tzL-

TiapaaYi

tlX(x.n'.yrp>.

Anzi proprio a questo


tranne che volito vivus per

uaatc;. tzoXXoc xe:{ievc; ev axdjjLaaiv.

passo egli pare essersi ispirato,

immagine pi

ora virum

Nel canto

di

per la vita

comune

egli

Orazio

si

felice

di

sv a-f^iiaaiv

xEifAsvo;

un disgusto momentaneo

riflette

degli uomini impacciata di corporeit

vuole spiegare

le ali

alla libera serenit.

*
* *

Qui, a mo' di appendice, poche parole intorno a un'al-

forma di commiato, che direi simbolica. L'ulti.na ode


primo libro dice: Odio il lusso, fanciullo; a me
basta una semplice corona di mirto neque te ministrum
tra

del

dedecet myrtiis neque

amore e convito

me

sub aria

vite

improntano

bibentem. Mirto e vite,

poesia

di

Orazio. L' ultima ecloga di Virgilio finisce: surgamus:

so-

let

esse

gravis cantantibus

venit Hesperiis,

ite,

umbra....

capellae.

vuol dire cessare dal canto

il

poeta bucolico, come

coronato

di

mirto e beve,

haec sat

erit,

il

domum

il

le

saturae,

pecore

commensale che siede

lirico erotico e

in Virgilio,

divae, vestrum cecinisse

gracili fiscellam texit hibisco.

ite

pastore che pascola can-

il

simbolo pi perspicuo

Qui menare a casa

tando,

Il

se tutta la

di

Virgilio

simposiaco.

perch precede

poetam,

dum

ha ereditato

sedet et
il

sim-

ma

bolo da Teocrito,

la

325

forma del congedo non

si

ri-

trova in quel che c' rima&to di poesia ellenistica; eppure essa mi sembra di gusto alessandrino. Il Simposio
di Platone, al
ispirati,

finisce

quale
:

Un

poeti del III secolo


solo

il

si

sono spesso

migliore nel comporre

commedie . Io credo che Platone, parlando


commedia, intenda appunto il suo Simposio e lo contrapponga agli altri dialoghi. Anche questo un commiato simbolico.
tragedie e
di

9.

Alcune tra le odi oraziane invitano amici o amiche a


un modesto desinare (l): tali I 20 vile potabis e IV 12
iam veris comites ; tali I 17 velox amoenum, III 29 Tyrrhena
regum, IV 11 est mihi nonum ; un'altra, III 17, diversa
solo in ci che il poeta non invita altri, ma annunzia a
un amico che egli verr a pranzo da lui il giorno dopo.
Di queste odi l'ultima e pi I 20 hanno la brevit e un
po' anche l'andatura dell'epigramma. Invitare a cena con
un epigramma, dovette essere di moda nell'et ellenistica:
quel poco che necessario scrivere in un invito, fa figura pi graziosa, se lo si riveste di versi impeccabili
e infatti un poeta dell'era ellenistica pi recente, del
quale Orazio, che secondo verisimiglianza lo conobbe di
persona, cita altrove appunto un epigramma (2), Filodemo, quando volle invitare alla festa epicurea dell'exic:
;

(1)

opportuno

ilistinjjuere tiiiesto tijto

l'esortazione a l)ere e a gioire o

si

finge

da quelle odi uelle quali


recitata

durante

il

cimi-

vito stesso.
(2)

Furono intimi

di

Filoderao e suoi discepoli

Lucio Vario, amici ambedue

di

Orazio.

c^uintili)

Vato v

32fi

I^isone, gli mand un epigramnia die


il suo patrono
corda assai I 20 (1). Esso dice (A F XI 44):

ri-

A'jpiov sig XiXYjV 0 xaX'.aSa, 'flXzoiZc. lU'co)/,

g vdxYjc s?.xi [iOuaocptXYjg g-:apo{,

eixda

8t7iv'l!|a)v

o'JS-ata xai

XX' xipo'jg
<Iaiy|Xt))v

5s 7ioT=

y^v

^onsv

E comune
dizionale:

ai

ivtaoiov

uGAsi-j/S'.;

^o'jXj |i.Xiypxpa-

ozpi-\ifi<;

Xixfjg

xaL g Y(P.sag

eixaSa

due carmi

Bench

5'

::avaXvj9-a5, XX' Traxo'JOY;

'|)'.

Y'^-1'C

sv.

ei

Bpo|iiou XtoYsv^ Tipnoo-.v,

il

|jL[iaxa,

Il'!oo)v,

irtoxpvjv (2).

motivo, probabilmente tra-

tu a casa tua sia avvezzo a

mensa

ben altrimenti sontuosa, pure ti contenterai per questa


volta di cenare modestamente da me . Non si accenna
in nessuna delle due poesie alla possibilit che l'invitato
ricusi

che

il

Ma

potnhis,

ecaay.oarj.

o-jieat.

patrono, che gli

Orazio

a un

Il

poeta

si

sente sicuro

tempo amico,

accetter.

ma-

astiene dall'enumerazione minuta dei

si

nicaretti ghiotti cui

penitenza con

lui

Mecenate dovr rinunziare per

far

particolari di cucina stuonano in poe-

sia lirica, sia pure di

andatura modesta.

demo promette compenso

ai piaceri della

Pisone Pilo-

mensa

perduti,

nei colloqui di amici veri: la stima alta dell'amicizia

bocca dell'Epicureo,
sapore
di pedanteria, che a
invito
ha
un
certo
ma in un
Orazio, se conobbe, com' probabile, quell' epigramma,
non piacque quantunque il premettere all' invitato un
-compenso per il suo scomodo fosse di rigore, come model consorzio amichevole sta

bene

in

stra

il

{!)

carme

Il

di Catullo (XIII) a

Fabullo: sed cantra ac-

solo accenno, che io conosca, a tale somiglianza del Rki-

TZKNSTEiN, N. Jakrb. 1908, fi6.


(2) La XtXYj xaXiocs nna reminiscenza della
dell'Hecale callimacliea

(fr.

131).

cpiXocsivoto

xaXif,-

327

meros amores, seu quid suavius elegantiusve est:

cipies

nam

unguentum daho, quod mene puellae donarunt Veneres Cupidiiesque. Orazio promette a Mecenate un vino di poco
prezzo, ma che per lui ha, come si direbbe modernamente,
valore affettivo Berrai vino di Sabina, che io stesso
travasai in una botte, che aveva contenuto vin greco,
proprio quel giorno che tu fosti applaudito in teatro da
tutto un popolo . Mecenate, appunto perch schivo di
onori ufficiali, doveva compiacersi di una popolarit spontanea. L'arte della seconda strofa singolarissima anche
nei particolari pi minuti
Mecenate chiamato eques
:

proprio mentre
il

si

fa risaltare

plauso riservato per

mostra che Orazio, pure suo


qui inferiore

ma

amico.

ille

ego qiiem vocas, dilecte

un

servo,

ma

che

popolo tribut a

il

pi a magistrati superiori: care

lo

in

Maecenas

Orazio pu dirgli

come si
come a un

vocas,

dilecte

Paterno flumine accenna discretamente che

il

fa di
pari.

cavaliere,

che vuole rimanere inferiore alla sua fortuna, sangue


re di antichit favolosa. Filodemo nell'ultimo distico
chiede copertamente un piccolo
il

convito riesca

ger

gli

meno

(1)

non si considera
mente le parole

cliente,

Tornano

lui

di
(2)

aiuto di danaro perch

male. Se tu

ti

degnerai

di vol-

occhi a me, la festa, invece che^^ magra, riuscir

abbastanza pingue . La formula, imitazione delle invocazioni agli dei consuete in fine degli epigrammi dedima il motivo, suggerito
catori, di adulatore smaccato
;

La lezioue mi par

(1)

certa, sellitene

il

\olliuer sia torunto

ina

a scrivere dare cou codici cousiderati inferiori da lui stesso. La difende l'altro passo di Orazio citato nel testo e il cpiXxaxe ITeCacDv di
Filodeiuo. che, avvicinati, provano forse che
viti

mettere in rilievo conio

masse

la

si

soleva in qnusti in-

diversit di condizione sociale non sce-

l'alletto.

(2)

Spiegato giustamente cos dal KAinKi-,

(Greifswalder Projjranim 1885), 25.

l*ltioi1imi rpiifinitninitn

3i28

del resto dalla consuetudine diffusa che

mensa anch'

tasse a

sere tradizionale.

un piccolo dono

egli

doveva

(1),

XIII

Catullo

ricordare

Basti

convitato por-

il

es-

cenabis

mi Fabulle, apud me, si tecum attuleris bonam atqiie


: V arguzia consiste qui appunto in ci che
poeta si rivolge non a un patrono ricco, ma a un po-

bene,

magnam cenam
il

ridotto a cercare

diavolo

vero

per

inviti

sfamarsi

(2).

promette all'ospite vino


fino, ma solo in contraccambio di un vasetto di unguento IV 12, 14 sed pressiim Calibus ducere Lberum
Orazio stesso

in

un

altro invito

si gestis,

iuvenum nobilimn

cliens,

nardo

vina

merebere.

quanto poco

continua scherzosamente, ponendo in rilievo


nardo basti all' ospite ad acquistar tanto vino. Tanto
nardi parvos
quanto basti a sciogliere le cure amare
onyx eliciet cadum, qui mine Sulpiciis adcubat horreis, spes
donare novas largus amaraque curarum eluere efjficax. E
c'insiste ancor su, appunto per mostrare che egli celia:
:

ad
ego

qiiae si
te

meis

properas gaudia, cum tua velox merce veni

immunem

ut in domo.

Ma

(3)

7ion

meditar tinguere poculis, piena dives

Orazio poteva con pi dignit scherzare

cos con un ricco commerciante che con colui al quale


doveva la sua agiatezza e perci appunto, allontanan A te il bere vini
dosi dallo schema fisso, conclude
;

prelibati

(4),

io

non possiedo vigneti

probabile che

un epigramma greco,

(1)

{ad

IV

immunes

uoto

12, 21)
et

il

Orazio
forse

abbia

preziosi .

preso lo spunto da

appunto da quello

passo di Gellio citato anche

cum domuvi suam

nos

da

Kiessling-Heiuze

vocaret, ne omnino.

quaestionum.

Noi portiamo

fiori

(4)

ut

alla

di casa.

(3)

Filo-

dicitur.

aaymboli veniremus, coniectabamus ad cenulam non cuppedias

cihorum sed argutias

(2)

di

Cfr.

XLVII,

6.

Traduzione dell' ajiPoXog conservato da Gellio.


Bibas pur sempre la congettnra migliore.

padrona


demo

329

(1); gli endecasillabi catulliani

immaginare facilmente

possono anche

si

tradotti in distici greci o meglio

che nella letteratura greca metro recitativo.


Epigrammi di questo tipo, inviti del poeta protetto al suo

in faleci,

patrono, apparterranno piuttosto all'et ellenistica tarda,

tempi nei quali

ai

il

centro della vita e dell' arte greca

Roma, che non al terzo


avevano un solo protettore,
era

secolo

poeti

non

alessandrini

potevano permettere di invitarlo in casa propria. Catullo scherza con


un xTio: della letteratura greca contemporanea.
Anche III 29, Tyrrhena regimi pu riprodurre nella
prima parte lo schema di un epigramma, aggiungendovi,
come Orazio usa, moltissimo di personale, ponendosi anzi
qua e l in contrasto con particolari tradizionali. Anche
qui il poeta si rivolge al suo protettore
anche qui subito in principio un accenno, anzi lo stesso accenno,
il

re, e

si

non

alla nobilt regia dell'invitato, la quale contrasta, se

almeno con la modestia della sua poMa, mentre in I 20 il poeta confessava


solo vini ben curati ma di poco prezzo,

colla sua potenza,

sizione ufficiale.
di

potere offrire

qui Orazio dichiara di aver fatto quel che poteva

il

ba-

vino buono aspetta gi

da gran tempo, non


tocco, il nobile ospite
gi da gran tempo attendono le
rose e 1' unguento orientale. A s Orazio non concede
simili lussi, ma li riserva a Mecenate, che, tanto pi
riletto di

alto, gli

fa

r onore

di accettare la

sua ospitalit,

r ordine in cui Orazio ha disposto

le

preceduta non solo da

ma

Vile potabis,

Nel-

sue odi, questa

da

Persicos

odi.

Chi legga la raccolta ordinatamente, deve ricordare che

dopo il 30, ,
(1) Lo stile dell' ode, scritta, a quel che pare,
come nei carmi pi antichi di Orazio (cfr. sopra, p. 60) faticosamente studiato neir apparente seniplicitA, lo parole son disi^ostt con
;

ingegnosit; a indicar!

il

vinosi suceedoiio (|uattro espressioni diverso.

Si)

Orazio per s vuole rose solo nella stagione nella quale


sono a buon mercato mitte sectari rosa quo locorum sera
:

morelur; questa volta estate,

come dicono

le strofe

quarta

e quinta.

Gi da gran

tempo

ti

aspetta

mia

nella

convito, che ho cercato di preparare degno di


di re

eppure tu rimani

da cui contempli

la

tuo palazzo di

nel!' alto

montagna

mutare,

ricchi piace

ai

piace

villa
te,

Roma,

Tuttavia anche

lontana.

una volta

per

un

nipote

la

mensa

Qui Orazio prepara gi di lunga mano il passaggio alla seconda parte dell' ode, che parenetica.
Segue in due strofe congiunte da anafora il concetto

povera

Ormai

l'afa pesa,
Il

l'

altra

mostra

ci

l'estate, a

pastore,

il

dir cosi,

che, mentre

cerca ristoro di ombra e acqua a se e al gregge.

un altro inlam veris comi-

particolare bucolico torna tale e quale in


cui toccheremo subito,

vito di
tes

una descrive

estate. L'

astronomica

nei pouxoXcaaxat

in

in:

ma

xiv'

il

|X'^(i)

Non

pensiero di

un

Quest'

cosi

a5[ivo'. O-peoc

tratto

ricavato

senso della cam-

il

ma

Orazio non agricolo,

neppure con
le

(1).

cantano

estate

cos nel Tirsi

importa notare che

Qui un colpo d'ala:


cipe

una fonte

xpvav

To:5' cctiZov

[ia-t

dalla vita;

pagna

12

pastori di Teocrito nei meriggi di

distesi all'ombra presso

{jLac;)

IV

in

pastorale.

tormentarti con pensieri,

Roma

a te affidata dal prin-

cose vanno per la loro china,

come un

fiume,

senza che l'uomo vi possa far nulla. Bisogna vivere alla


giornata e compiacersi che quanto abbiamo goduto di

(1)

comune

La

fonte ombieggiatu che

epigrammi

di

AnyteAPIX313

nida di Taranto VI 334. IX 326,

ancora

ott're

uella poesia ellenistica anche

al

IV

sec.

XVI
XVI

(Coi.axgelo, Sfndi

ristoro dalla calura,

fuori

motivo

della bucolica: cfr. gli

228, 291, Nicla

IX

315,

Leo-

230. Anyte appartiene

forse

italiani,

XXI, 282

sgg.).

non

bello,

mondo
presa

sono

ci

pu pi esser

occorre vivere

sull'

animo, non

ci

tolto.

La

fortuna domina sul

guisa che essa non abbia

tal

possa togliere

Questo ho fatto
ben maggiore che

veri.

novit

331

io .

Il

non

beni

che

soli

carme congiunge, con


17,

elementi diversi:

animato questa volta di particolari non consi apre a poco


a poco il varco alla
parenesi, che culmina nell'esaltazione della virt stoica.
Il poeta cliente la vede, con beli' orgoglio,
impersonata
in se. Tra il principio, 1' invito quasi umile al protettore,
e la chiusa che addita a questo il poeta quasi modello,
un contrasto di grande effetto. Orazio lo ha ottenuto,
prendendo le mosse da uno spunto convenzionale.
Anche III 17 Aeli vetusto ha qualche cosa dell' epigramma ellenistico, sebbene il senso della natura in temdall'invito,

venzionali, Orazio

pesta, cras foliis nermis mitUis

alga litus inutili demissa

et

tempestas ah Euro sternet, parr

si moderno, ma, piuttosto


che epigrammatico, proprio specificamente di Orazio lirico. Quanto a questo carme noi non abbiamo dunque

modo

di rischiarare
il

dubbio.

il

dubbio rimane anche per IV 12 lam

Quanto abbiamo detto

mostra che

di sopra,

veris comites.

seconda

la

parte dell'ode sfaccetta giocosamente in molteplici variazioni

un T-o; che

si

ritrova

un epigramma

in

del pi

tardo periodo ellenistico e in poesie romane che derivano

probabilmente da epigrammi.

La prima

parte,

scrizione del risvegliarsi primaverile della

nata a invogliare

l'

(1)

A me sembra almeuu

che

le (lue

ffinnte solo

.solo

ritiro

probabile

campestre

(1),

che

iuviti

il

poeta

pare

in-

Virjjjilio

carme acquista vera unit:


descrizione della primavera e 1' inviti), sono con-

se

parti, la

de-

invitato ad accettar la profferta del

poeta e a visitarlo nel suo

in campn<;'iia

una

natura, desti-

s'

inteude cos,

esternamente ihxWudducrv

il

hIh

la

sproporziono

tra

il

tonato

epigrammi

Kiessling-Heinze.

Il

33^

come hanno osservato

ellenistici,

molti che per bocca di Priapo incitano


tentare la fortuna dei

un

solo

Priapo

pi

dai

in tutti,

non manca mai

sembrano modellati

che

sieno

tutti

menzione

la

rondine chiacchierina

Io credo

ri-

antichi sino agli ultimi,

rivela solo in fondo. G' ingredienti sono

si

gli stessi

della

marinaio a

il

ora che la natura rifiorisce

flutti,

e la navigazione aperta (1). Tutti

sur

ne ha serbati

libro dell'Antologia

del fiorire

(3),

imitazioni

sempre

dello Zefiro (2),

dei prati (4).

pi antico, di

del

quello di Leonida Tarentino, che tra gli epigrammatisti


alessandrini fu

Le due
,

sitirn

ricordarsi

scuola

caposcuola

di

pi sguito.

da un verso che
di Alceo
tempora, Vergili. Il mercante Virgilio deve
un passo di classico che aveva letto a
reminiscenza,

cora' noto,

adduxere

uo

il

parti dell'ode sono congiunte

di

cio

Tiaiov

f^po? vO-eixsvxo;

citazione,

iv

pyo[Xvoio....

[xeXcSso? oxxc xy^caxa VwpxYjpa (fr. 46).

7.:pva-

probabile che

e V iuvito ofteuderebbe, se quello fosse soltanto


un ornamento. Io intendo iirimavera, e la natura rifiorisce.
tempo di bere, Virgilio, come canta Alceo vieni dunque da me
in campagna . Il bariletto di Galeno, che aspetta negli horrea Sul-

proemio descrittivo

picm, cio sotto l'Aventino a Marmorata,

sar stato trasportato per

mare da Minturno a Roma, per esser poi carreggiato


villa

Leonida Tarentino

(1)

tario

di

fino alla

Sabina di Orazio.

4, Thyillo,

1,

Antipatro Sidouio

l'amico di Cicerone,

Satyro

6,

2,

Marco Argen-

Agathia 14, Paolo

Silenziario 15, Teeteto Scolastico 16.

Leonida

(2)

/apistc;

tyro Zscpupoio TioTjtxou

Zcpupo^

Marco upyjOYiXws

Thyillo Z--cupog senz'altro

Zcpupog

Sa-

dei tre Bizantini

non tengo conto.


' T^y^sai
AnMarco parlano, come Orazio, del suo nido.
Antipatro Xeijitvcav 8' appi '{e^i
(4) Leonida Xscfitvg S' vO-sai
nxaXa Marco vO-ea 5' vxXXouai xax xS'va Satyro Xsiiivag vO-o-

Leonida XaXaysaa x^^^Sv; Satyro Kexpouidsg

(3)

tipatro e

uno

Orazio avesse presente


forse

non uno

333

di

epigrammi, seppur

tali

di quelli conservati, e, tagliata via la figura

Priapo e l'esortazione a navigare,

di

lo

congiunga con

a cena epigrammatico, consueto nella societ e


i' invito
una reminiscenza di Alceo far
nella poesia ellenistica
;

da ponte

passaggio. Orazio avrebbe qui, a parlar gros-

di

samente, fuso in uno due epigrammi mediante uno spunto


melico. Il resultato non del tutto sicuro non possiamo
;

due parti
ellenistico, ma non

davvero escludere che


nite in

un

[iXo?

le

probabile che Leonida

un

della sua descrizione da

cificatamente a cena,

abbia

ma

si

trovassero gi riu-

vi sono indizi sicuri.

derivato

\iiloc.

alcuni

colori

che non invitava spe-

incitava a godere

la

vita.

11

tardo bizantino Paolo Silenziario, che suole cosi spesso


riflettere

modelli ellenistici, in un

epigramma priapeo gi

paragrafo (X 15) parla dei


navi, tratte in secco nell'autunno, ven-

citato in principio di questo


cilindri su cui le

gono

Xxc u'

antiche

pi

mare (apxt ooupaiocacv iTicoX-'ai^Tjae


}li^(j)'^ le. PmHv Xxo[i.vir)), come una delle

fatte scivolare in

xuX''v5poc;

liriche

grata vice veris

et

di

Orazio,

soivitur

acris

hiams

Favoni, traliuntque siccas machinae cari-

Il metro complicato e raro di quell' ode pare derivato


da modelli ellenistici (1); come si vedr meglio pi
avanti, anche quel che segue, forse ispirato a un carme
ellenistico (2). Ma da queste osservazioni si ricava al pi
che in un' ode ellenistica, composta appunto nel cosiddetto primo metro archilocheo, la descrizione della primavera serviva di incitamento al godere e che Leonida
conobbe e imit quel carme. In I 4 manca proprio il

nas.

(1)
st'

Osservato da Kiessliug-Hi'inze,

ipotesi per
(2)

che

in

Pi avanti

IV

7.

che

hiiuno

presentato

i|iu>-

4.
si

mostrer che Orazio ebbe presente

(|uel iisXo;

an-

334

IV 12, il canto della roncomuni sono presentati in modo molto


che pi importa, Paolo in tutto il resto non

particolare pi caratteristico di

dine

particolari

dissimile;

e,

presenta riscontri con l'ode oraziana,

ma

imita evidente-

mente Leonida. Converr quindi supporre che egli, uomo


colto, abbia innestato nella sua imitazione da Leonida
un particolare ricavato da un altro carme, per lui classico
tutti sanno che egli non fu se non un mosaicista.
:

Orazio fonde qui secondo verisimiglianza, lo ripetiamo,


due epigrammi ellenistici.
Ma qui, dove imita epigrammi, egli pi che mai
lirico e originale. Quanto sia nuova nelle variazioni scherzose di un solo motivo la seconda parte, abbiamo veduto
dianzi: la prima somiglia anche in particolari dove pi
all'uno e dove pi all'altro degli epigrammi in tal guisa
che si direbbe che egli abbia avuto sott'occhio anche
componimenti perduti. Ma egli ha saputo imprimere alla
materia vecchia il suggello di uno stile nuovo, nobile e
tutto suo. I primi versi somigliano, pi che ad altri epigrammi, a quello di un poetucolo anteriore di una generazione, Thyillo, l'amico di Cicerone,

vento primaverile, che


ma
che differenza tra
nelle vele;

accenna
ol\iix

al

xoXTcoOxai [AaXax?

le

5.

Anche Thyillo

scava quasi un seno


molli parole

O-va^ Z-fupog e

il

f/5rj

v*

solenne iam

quae mare temperante impellunt animae lintea

veris comites,

Thraciae.

v.c,

si

Le

dette

aure,

animae con parola in questo

senso propria solo del linguaggio antico o della poesia pi

elevata

(1),

sono qui inalzate a dignit di persona, e di

compagne della primavera,


modo di concepire caro
oraziana; che ognuno leggendo ricorda rabiem

persona quasi divina: sono


le

signore del mare

alla lirica

(1

Cfr.

le

questo

passi, raccolti nel Thesaurus, di Accio,

crezio, Virgilio.

Varrone, Lu-


Noti, quo
freta
(III

(I

335

non arhiter Hadriae maior,


8,

dux

Aiister

4) e

tollere seii

ponere

Thraciae che, attribuito per lo pi a Borea,

3, 15). Il

qui detto dello Zefiro, costringendoci a sostare


e a riflettere, finche ricordiamo

mento

volt

Hadriae

turhidus

inquieti

la patria di tutti

che

la

un mo-

Tracia

venti, c'impedisce di trasvolare troppo

rapidamente sulla strofa anche questa quasi oscurit voluta accorgimento di lirica alta. Dei fiumi che non pi
rumoreggiano gonfi di neve invernale, non menzione
negli epigrammi. Del mito della rondine non v' pi che
un cenno negli epigrammi Satyro (X 6) scrive KsxpoTi'xsc 5' Y;/jat e nulla pi; un poetino contemporaneo di
Orazio, Marco Argentario (1), fa intendere dottamente che
conosce la leggenda chiamando balbo labbra il becco
:

amante

della rondine ed essa

talamo,

r^Syj

xap-^''xy]v

TcrjXooo[it

xal

B-XaiJLov

quanto Orazio, nidiim


avis

et

Cecropiae, domiis

baras regum

est

Pan

suo

nido
ye^Xea'.

fa

umana

la

gemens, infelix

aeternwn opprobium, qiiod male har-

del ^ouxoXtafis (2) arcadico,

il

-y^sXiStov

nessuno

Iti/n flebiliter

La

ulta libidines.

negli epigrammi,

tpauXcIat

ma

ponit

prole e

della

'^cXisxvoc

terza strofa,

pur

non avendo
gusto

concepita nel

dell'

che parla
riscontro

ellenismo

non solo dei poeti bucolici


ma degli epigrammatisti dal HI sec. in gi. Il suo paese,
l'Arcadia, pur non cantata da Teocrito, la terra clastardo.

il

dio preferito

sica della semplice

per Virgilio
quegli, che

e,

vita

pastorale e del canto bucolico

prima che per

lui,

per Erycio e Glauco

visse sino al principio dell'et

augustea, co-

mincia un epigramma (A P VI 96) FXajxwv xal Kopjocov


iJouxoXoviec. Wpxoec jjt-fxspot. attinge cio a
oi v oupeac
:

(1)

Intorno al

(2)

Del PovxoXcao|x$,

tonipi) cfr.

ma

Rkitzknstein,

I'.

IF.

Il

712.

senza accenni all'Arcadia, parla, come

abbiamo veduto, anche una strofa

di

III

2S>.

:3:}6

quello stesso esametro al quale

Ecloghe per
cantare

et

che visse

suo ambo

il

pares

et

si

ispirato Virgilio nelle

Arcades ambo,

fiorentes aetatibus,

respondere parati (1) (VII

4).

Glauco,

primo secolo avanti


Dafni, l' archegeta del

al pi tardi in principio del

Cristo, finge
PouxoXcaa[ji(;,

(A P IX 341) che
incidendo lettere su

dia al suo amatore

pone cio che

corteccie

un appuntamento

in

d' alberi (2),

Arcadia, sup-

sappiano arcade Dafni (3j.


quanto al motivo a una concezione che dell'ellenismo tardo, quanto allo stile in
perfetta armonia colla precedente
come col la rondine
non viene menzionata col suo vero nome, cos qui Pan
indicato con una circonlocuzione dicunt in tenero gramine pinguium custodes ovium carmina fistula delectantque

La

suoi lettori

strofe di Orazio, ispirata

deum

cui pecus et nigri colles Arcadiae placent

per selvosi, pare a

Le due odi I
num (4) sono di

me

audacia

17 velox
tipo

un'amica a visitare

il

amoenum

IV

diverso

villa,

scrizione delle gioie campestri,

neri colli,

felice.

alquanto

poeta in

ma

11
;

est

esse

mihi no-

esortano

allettandola colla de-

qui

invito al convito

l'

(1) difficile che Virgilio traduca in un carme bucolico il verso


un epigrammatico mediocre, e del resto quell' epigramma non
intelligibile se non per chi conosca per fama arcadi Glauco e Corydon,

di

che

nell' idillio

quarto di Teocrito era dell'Italia meridionale. Proba-

bilmente la fonte comune sar stata un

idillio

esametrico, del genere

di quelli che sono conservati nell' Apjjendix Bneolicorum

In ci il Dafni di Glauco imita l'Acontio callimacheo.


Per queste relazioni tra Virgilio e autori precedenti quanto
all'Arcadia confronta Reitzenstein, Ep. u. Skol. 243 sgg. I due passi
citati mi paiono i soli che provin qualcosa gli epigrammi di Erycio
Diodoro Zona, che
e Glauco appartengono alla corona di Meleagro
v. Knaack in
tior al tempo di Mitridate, ne mette in burla uno
(2)

(3)

SusEMiHL, Alex. Ut. II 497.


(4) Di un altro carme, nel quale Orazio mette

grammi

ellenistici,

si

forse a profitto epi-

ragiona nella seconda parte di questo capitolo.

337

IV

insieme richiesta di amore, aperta in

appena

in I 17.

Nulla trattiene pi Pillide

innamorato

Telefo

si

amore

di Orazio. Nella villetta

a temere

l'

un' altra

di

11, dissimulata
in citt,

essa

sar

1'

dacch
ultimo

sabina Tindarb non avr

ira del geloso Ciro.

campagna non sorprende ne un poeta ellenistico ne uno romano il desiderio angoscioso di tuffarsi nella natura divien pi forte
man mano che 1' uomo civile si strania dai campi per
Il

sospiro del cittadino verso la

chiudersi in citt

senso

il

il

natura

della

pari passo con l'urbanesimo.

Diceopoli degli Acarnesi,

contadini

il

di

Trigeo della Pace deside-

rano la campagna per satollarsi

Ma

vergine va

aristofaneschi,

frutta fresca, per go-

di

uomini del terzo secolo,


si rifugiano in seno
alla natura come noi moderni. Callimaco, che visse in
Egitto, regione anche allora povera di alberi, finge che
Acontio, malato di amore, erri per le selve e incida nella
dersi la schiava

quando son

tracia.

gli

travagliati da angosce,

corteccia degli alberi

il

nome

dell'amata

(fr.

101). Nella

sveglia mattutina degli uccelli, che era nell'Hecale, un

rugiadoso descrive l'alba rumorosa della citt


bene solo ad
si attagliano

vicino

grande, con particolari che

Alessandria

Non sono

che gi ardono
esce

come

lampade mattutine

rischiarandosi

casa

di

le

pi in caccia

giudici delle

Vespe

il

le

qua

dei ladri,

cio la gente gi

cammino

gi

mani

colla lucerna,

e l intona la sua

canzone tale che trae su l'acqua dalla cisterna , come


l'asse, scricsi fa ancora dai campagnuoli di Egitto
ha
la sua stanza
chiolando sotto il carro, sveglia chi
;

sulla strada;
gli
il

orecchi

dotto

fal)bri

(1).

schiavi dentro la bottega assordano

Qui parla non un uccello montano,

nato e cresciuto

ai

confini

del

mondo

ma

civile,

<lts Kr:lter:i>gn
(1) 11 testo rreco in Mitlvil. iiux di-r r<ipiiri(><>i((muiluii(i

liainer

VI
22

18!I3, p.

12 dcll'eatratto.

338

sulla soglia del deserto, nella lontana Cirene, e costretto

ora a soggiornare nella grande Alessandria, parla e sfoga


il

Che

disgusto del ciottolato rintronante.

bucolica se non un aprire


cittadini

Ma
l'et

via,

all'

le

finestre

altro la poesia

dei

odore dei prati e dei greggi

Romani

salotti

tropj)0

degli ultimi tempi repubblicani

del-

augustea non sentivano meno il desiderio di fuggir


appena potevano, dalle mura infocate. I ricchi e
i

potenti edificano ville sui colli laziali e sabini; riducono

il

fanno

cortile delle loro case di citt a giardino alberato,

dipingere sulle pareti delle loro stanze vedute campestri,

per godere della

campagna almeno

sono trattenuti in

Roma

l'

illusione,

dalle faccende

(1).

Come

quando
Orazio

campagnuola, ci mostrano, ancor


meglio che le Odi, le Epistole, dove meno poteva su lui
la tradizione letteraria, dove egli con meno ritegno si lasciava andare a esporre i suoi sentimenti sinceri si ripensi s