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Stefano Jossa

DA «DONNA DI PROVINCE» A «MATRIA INSANA»:

L’ITALIA DEI POETI

Abstract While some Italian poets could often be accused of offering an empty and rhetorical conception of na­
tionhood, others have produced a more complex and critical view of Italian national identity. By carefully recon­
structing the poetical representation of Italy, in terms of a collective feeling towards the country rather than re­
curring themes, this essay aims to highlight the mutually incompatible attitudes of Italian poets towards their
native land: on the one hand there is a pompous glorification of Italy, while on the other there is a search for a deep­
er meaning in the concepts of nation and nationhood.

L’Italia dei poeti logica di una promozione capitalistica del proleta-


Non suscita simpatia, a prima vista, l’Italia dei riato, per cui l’Italia, da proletaria, avrebbe conse-
poeti. È forte la tentazione della retorica nazio- guito il riscatto grazie all’affiancamento alle potenze
nalistica e patriottica. Tra fine Ottocento e inizio capitalistiche. L’eco di questa politica sul piano
Novecento, con gli esiti nefasti che sappiamo, i poetico si trova nella conclusione dell’Inno a Torino
poeti si fecero carico della costruzione del senti- dello stesso 1911:2
mento nazionale, affidando, romanticamente, alla
forza delle passioni contenuta nel verso l’adesione E voi cantate – ché la madre Italia
a una collettività prima di tutto spirituale. Mentre non altre voci ode al cuor suo più care –
la prosa sviluppava la narrazione e l’educazione cantate dunque: Italia! Italia! Italia!
della nazione, tra il verghiano ciclo dei vinti, le
Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo e Cuore Gracili voci: ma da queste pare
di Edmondo De Amicis, la poesia metteva in scena balzar l’eco di quelle dei grandi avi:
soprattutto i sentimenti e le passioni di una na- marcie, comandi, cariche, fanfare.
zione la cui anima era invitata a palpitare per
l’idea stessa di patria. Dite, o fanciulli e vergini soavi,
Potrà dispiacere, ma Giovanni Pascoli non era certo l’Italia ch’ora è su lontane sponde:
ostile, da sinistra, a un’idea di sviluppo e coscienza la Patria: itale tende, itale navi.
nazionali fondati sulla conquista e la violenza
quando scriveva La grande proletaria si è mossa, il […]
famoso discorso a favore della guerra di Libia pro-
nunciato a Barga il 26 novembre 1911.1 Pascoli Per onde e sabbie i giovinetti eroi
contrapponeva l’Italia proletaria alle nazioni capi- in sentinella, dànno il “Chi va là?”
talistiche, ma il suo invito alla campagna di Libia, – Quella ch’è dietro voi, ch’è innanzi voi,
da cui verranno fuori alcuni dei più grandi orrori
della storia militare italiana, si muove tutto nella ch’è sopra voi: l’Italia, eroi, che va! –

1
Cfr. Piero Treves, Pascoli colonialista “sinistrorso” (1983), in id., Ottocento italiano fra il nuovo e l’antico, Mucchi, Modena, 1992,
pp. 155­173; Massimo Lucarelli, L’Italia come “grande Proletaria”: sul nazionalismo pascoliano, in Romano Luperini – Daniela Brogi
(a cura di), Letteratura e identità nazionale nel Novecento, Manni, Lecce, 2004, pp. 35­53.
2
Cfr. Roberto Vivarelli, Fascismo e storia d’Italia, il Mulino, Bologna, 2008, pp. 64­65. Si cita da Giovanni Pascoli, Inno a Torino, in id.,
Poesie, Mondadori, Milano, 1970, pp. 1341­1363, alle pp. 1362­1363.

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Un inno a cantare l’Italia nel nome della retorica più tremenda, la 15-18, guidata con scelleratezza,
patriottica e nazionalista, che si esalta nella mis- si è saldata in un disfacimento morale dalle mai
sione affidata ai lettori nell’epigrafe in calce alla più cancellate conseguenze) l’italiano moderno –
poesia: ‘NUNC IGITUR CANITE ITALIAM’. Le Poesie varie (un’astrazione, ma non so come evitarla) non
dell’anno successivo (1912) si aprono con La notte ha avuto in consegna che una patria simbolica
di Natale, dedicata Ai marinai e soldati in Tripolitania e semiceleste, un regno dell’aria, per il quale
nel Natale del MCMXI, la cui prima strofa è un vero non alzerebbe un dito, perché l’uomo non sente
e proprio inno all’Italia:3 che la forza della terra, e quando combatte è
l’alito di madre a spingerlo e a ubriacarlo.
Sopra la terra le squille suonano
Il mattutino. Passa una nuvola Dal canto suo Garboli non esitava a ritenere il ceto
Candida e sola. intellettuale «responsabile di un’idea retorica e let-
L’Italia! L’Italia che vola! teraria dell’unità d’Italia, un’idea che ci ha persegui-
tato da Petrarca in poi, forse anche da Dante in poi».6
Nella Prefazione la sorella Maria affermava: «A me Tutto vero e indiscutibile, soprattutto se si pensa
risuona sempre quel verso ch’egli ogni tanto ripete- al ruolo del poeta-vate nella tradizione italiana tra
va sfiorandolo appena con la voce, e dandogli una Otto e Novecento, da Vittorio Alfieri e Ugo Foscolo
velocità come di ale: ‘L’Italia! L’Italia che vola!’».4 Il fino a Pier Paolo Pasolini e Franco Fortini. Clamoroso
modulo retorico ritorna, forse inconsapevolmente, è il caso di Giuseppe Ungaretti, che riadattava la
ma a riprova di una memoria implicita della cultura stessa poesia, come ha segnalato Romano Luperini,
popolare, nella canzone di Francesco De Gregori, a seconda dell’atmosfera politica dominante, da
Viva l’Italia (1979), nella quale l’anafora seguita dalla una prima versione anarchica a una seconda fasci-
relativa si ripete a scandire le caratteristiche del- sta fino a una terza repubblicana:7 Popolo, questo
l’identità italiana: «viva l’Italia, l’Italia che non muore è il titolo della poesia, passa così da una versione
[…] viva l’Italia, l’Italia che non ha paura. / Viva sovversiva a una istituzionale fino a una cosmo-
l’Italia, l’Italia che è in mezzo al mare […] Viva l’Ita- polita ed ecumenica. La prima versione, pubblicata,
lia, l’Italia che lavora, / l’Italia che si dispera, l’Italia con dedica a Benito Mussolini, su “Lacerba”l’8 mag-
che si innamora […] viva l’Italia, l’Italia che resiste». gio 1915 e riproposta con leggere varianti in Allegria
Giovanni Pascoli, con Giosue Carducci e Gabriele di naufragi del 1919, celebra, al suono di «fanfare
D’Annunzio, è tra i responsabili di quell’uso reto- sperdute nei monti», il «ritrovo del proprio destino»
rico e propagandistico della poesia, romantica- di «centomila… facce comparse / a assumersi / la
mente interprete della voce del popolo, che ha piramide che incantata trabaccola / sorrette /
portato numerosi intellettuali a posizioni estre- all’osanna di mille bandiere / al vincolo agitate / di
mamente critiche nei confronti di un’ipotesi di un subdolo diavolo accorso / al comune bramito
identità nazionale costruita su base letteraria, di accenderci / di un po’ di gioia»; la seconda, appar-
come quelle espresse in tempi recenti da Guido sa nell’Antologia dei poeti fascisti del 1935, canta,
Ceronetti e Cesare Garboli. Da un lato Ceronetti con toni trionfali, «D’improvvise bandiere agli
denunciava:5 osanna / senza fine echeggianti al bramito / di ac-
cenderci di gioia immortale / centomila le facce
Dai suoi poeti più unificatori di suolo e raccogli- comparse / a salire la voce del sangue / ritornata di
tori d’anime, dal suo tesoro figurativo e di pen- colpo alto vincolo»; la terza, infine, inclusa nell’Al-
siero, dalle sue rivolte e guerre passate (la guerra legria del 1969, riscopre la presenza dell’intera storia

3
Ivi, vol. IV, pp. 1371­1372, p. 1371.
4
Ivi, vol. IV, p. 1370.
5
Guido Ceronetti, Abbiamo una patria?, in id., Albergo Italia, Einaudi, Torino, 1985, pp. 193­197, alle pp. 196­197.
6
Cesare Garboli, Italianità, in id., Ricordi tristi e civili, Einaudi, Torino, 2001, pp. 69­74, a p. 71.
7
Cfr. Romano Luperini, Poesia e identità nazionale: dal “popolo­nazione” al “popolo che non c’è”, in “L’ospite ingrato”, III (2000),
Globalizzazione e identità, pp. 17­28, alle pp. 18­19, nonché id., Letteratura e identità nazionale: la parabola novecentesca,
in Romano Luperini – Daniela Brogi (a cura di), Letteratura e identità nazionale nel Novecento, cit., pp. 7­33, alle pp. 11­12
(poi Romano Luperini, Letteratura e identità nazionale, in id., L’autocoscienza del moderno, Liguori, Napoli, 2006, pp. 35­52,
alle pp. 38­39). Luperini cita e discute gran parte dei testi di cui mi occuperò nelle pagine seguenti, ma in una prospettiva di sistema­
zione storiografica anziché dal punto di vista della costruzione di un immaginario collettivo.

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nazionale nella voce del poeta-vate nei quattro versi per gli altri siamo solo
finali: «O Patria ogni tua età / s’è desta nel mio san- spaghetti e mandolini.
gue // Sicura avanzi e canti / sopra un mare famelico».8 Allora qui mi incazzo
son fiero e me ne vanto
Poesia, cultura popolare, formazione gli sbatto sulla faccia
del discorso pubblico cos’è il Rinascimento.
Eppure la poesia è stata anche la forma di un’iden-
tità collettiva che si è riconosciuta in parole-chiave, Nel romanzo di De Roberto, invece, si denuncia l’uso
che hanno portato con sé non solo una gramma- strumentale e vacuo della tradizione letteraria nella
tica della lingua, ma anche un universo di passioni costruzione della retorica politica dell’Italia unita:10
ed emozioni, secondo quel meccanismo di coinvol-
gimento che lo studioso inglese Raymond Williams La patria nostra è quest’Italia che il pensiero di
ha indagato con l’espressione structures of feeling.9 Dante divinò, e che i nostri padri ci diedero a
La memorabilità della rima, la ripetizione scolasti- costo di sangue (Vivissimi applausi). La nostra
ca, le ricadute e riscritture musicali, la riduzione a patria è anche quest’isola benedetta dal sole,
proverbialità e frasario, sono tutti elementi che dov’ebbe culla il dolce stil novo e donde parti-
concorrono a questa funzione storica della poesia rono le più gloriose iniziative (Nuovi applausi).
italiana, che meriterebbe ulteriori indagini, ormai,
sul piano proprio della ricezione popolare, degli Letteratura svuotata di senso, certo, privata di va-
usi pubblici e della retorica politica. Esemplare al lori estetici e dimensione poetica, ma decisiva ai
riguardo il riferimento al ‘Rinascimento’ in una fini della formazione dell’immaginario collettivo,
canzone popolare come Io non mi sento italiano di dotata di una forza di penetrazione e propaganda
Giorgio Gaber (2003), una delle più belle rifles- che non ha pari nella sfera delle arti, musica com-
sioni recenti sull’identità nazionale, mentre l’uso presa. Lo stesso Gaber, del resto, in apertura della
politico della retorica letteraria è testimoniato ge- citata canzone Io non mi sento italiano, metteva in
nialmente dal discorso di candidatura da parte luce, criticamente, il legame tra retorica naziona-
del principe Consalvo di Fracalanza verso la fine listica e tradizione poetica, denunciando il rischio
dei Viceré di Federico De Roberto (1894). Di fronte che la «bella idea» della Patria si traduca troppo
alla riduzione dell’italianità a stereotipi folcloristici, facilmente in «una brutta poesia»:11
Gaber rilanciava, sul filo dell’ironia, lo stereotipo
simmetrico e contrario del grande passato e della Mi scusi Presidente
grande arte dell’Italia: non è per colpa mia
ma questa nostra Patria
Mi scusi Presidente non so che cosa sia.
dovete convenire Può darsi che mi sbagli
che i limiti che abbiamo che sia una bella idea
ce li dobbiamo dire. ma temo che diventi
Ma a parte il disfattismo una brutta poesia.
noi siamo quel che siamo
e abbiamo anche un passato Un’invenzione politica
che non dimentichiamo. Alla letteratura era affidata la rappresentazione
Mi scusi Presidente politica dell’Italia fin dai primordi. Dante si era
ma forse noi italiani interrogato su un’Italia che politicamente e lingui-

8
Per tutta la vicenda redazionale ed editoriale della poesia cfr. Giuseppe Ungaretti, L’allegria, edizione critica a cura
di Cristiana Maggi Romano, Mondadori, Milano, 1982, pp. 194­202. In una lettera a Giuseppe De Robertis del 16 agosto 1942 Ungaretti
comunicava: «In Allegria ho rifatto Popolo, della quale non ero mai contento. È una delle poesie, insieme al Capitano,
alla quale ho lavorato di più. Forse ora Popolo sarà a posto» (Giuseppe Ungaretti – Giuseppe De Robertis, Carteggio,
a cura di Domenico De Robertis, Mondadori, Milano, 1982, p. 22).
9
Cfr. Raymond Williams, Structures of Feeling, in id., Marxism and Literature, Oxford University Press, Oxford, 1977, pp. 128­135.
10
Federico De Roberto, I Viceré, in id., I Viceré e altre opere, a cura di Gaspare Giudice, Torino, UTET, 1982, p. 805.
11
Sul rapporto tra parole poetiche e retorica nazionalistica cfr. Mario Isnenghi, Le guerre degli Italiani, il Mulino, Bologna, 2005,
pp. 89­127; Giuseppe Antonelli, Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato, il Mulino, Bologna, 2010.

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sticamente non esisteva, ma che esisteva come unità È proprio in questa continuità, prima di tutto cultu-
culturale, continuità di una tradizione, oltre che come rale, che sta la forza dell’Italia, invenzione politica
forma geografica. L’Italia di Dante, ricostruita in un in quanto invenzione poetica.
saggio famoso dello studioso americano Davis,12 è Agli inizi del processo risorgimentale, quando la ri-
un’Italia prima di tutto politica, donna abbandonata al chiesta di corrispondenza fra popoli, territori e
suo destino, come appare nel VI canto del Purgatorio:13 nazioni di matrice prima illuministica e poi ro-
mantica si affacciava alla coscienza dei primi pa-
Ahi serva Italia, di dolore ostello, trioti italiani, un giovane poeta di provincia, Gia-
nave sanza nocchiere in gran tempesta, como Leopardi, allora sconosciuto, non esitava a
non donna di provincie, ma bordello! riallacciarsi proprio alla lezione di Dante e Petrar-
ca nella contemplazione dello stato dell’Italia:
La metafora della donna è una felice costruzione una donna abbandonata e dolente, che deve alla
identitaria.14 Si potrà discutere, come si fa da tem- violenza dello straniero la sua perdita di sé, cioè
po, se l’identità sia o no un valore, se porti con sé della propria dignità, del proprio passato e della
chiusura o differenza, se determini riconoscimento propria soggettività:17
o separatezza,15 ma resta vero che definizioni e per-
cezioni orientano cultura e valori. La personifica- O patria mia, vedo le mura e gli archi
zione è certamente un meccanismo di riconosci- e le colonne e i simulacri e l’erme
mento identitario, perché rende l’oggetto simile a torri degli avi nostri,
noi, portatore di un’identità nel senso etimologico ma la gloria non vedo,
del termine, essere somigliante. Di qui la percezio- non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi
ne, al tempo stesso, della sua differenza: l’Italia di i nostri padri antichi. Or fatta inerme,
Dante è persona che può confrontarsi, in quanto nuda la fronte e nudo il petto mostri.
persona, con Arrigo VII e Bonifacio VIII, capi di Stato
che rendono, attraverso il confronto personale, l’Italia Difficile uscire, allora, dal legame tra poesia e po-
un’entità politica. Dante rende l’Italia-donna sog- litica, perché è la parola dei poeti, in quanto parola
getto politico, al pari dei suoi interlocutori politici. fondante, a dare identità, cioè sostanza e coscienza,
All’Italia non esiterà a rivolgersi anche Petrarca, politica a un’Italia che politicamente non esiste.
nella consapevolezza che la parola designa non La retorica nazionalistica e patriottica sarà una
una geografia o un territorio, ma una potenzialità deriva successiva, ma l’idea che la poesia, in quanto
politica, fatta di persone che condividono un co- creatrice di immagini e miti, sia in grado di unire
mune orizzonte di senso, cioè prima di tutto una una nazione più di qualsiasi processo economico
cultura, l’eredità dell’antica Roma:16 e politico è un elemento fondante della tradizione
italiana, di una sua continuità identitaria, nella
Italia mia, benché ’l parlar sia indarno somiglianza, che giunge fino ai giorni nostri. Non
a le piaghe mortali era difficile, perciò, per Carducci, replicare alla
che nel bel corpo tuo sì spesse veggio, battuta di Metternich che «l’Italia è un’espressione
piacemi almen che’ miei sospir’ sian quali geografica», con un’altrettanto fulminante e sim-
spera ’l Tevero et l’Arno, metrica battuta: «l’Italia è un’espressione letteraria,
e ’l Po, dove doglioso et grave or seggio. una tradizione poetica».18

12
Cfr. Charles T. Davis, L’Italia di Dante, il Mulino, Bologna, 1988.
13
Dante Alighieri, Purgatorio, VI 76­78, in id., Commedia. Purgatorio, a cura di Emilio Pasquini – Antonio Quaglio, Garzanti, Milano, 1982, p. 99.
14
Sull’identità femminile dell’Italia cfr. almeno Natalia Costa­Zalessow, The Personification of Italy from Dante through the Trecento,
in “Italica”, LXVIII (1991), pp. 316­331; Ilaria Porciani, Stato e nazione: l’immagine debole dell’Italia, in Simonetta Soldani – Gabriele Turi
(a cura di), Fare gli italiani. Scuola e cultura nell’Italia contemporanea, il Mulino, Bologna, 1993, pp. 385­428; Alberto Mario Banti,
L’onore della nazione. Identità sessuali e violenza nel nazionalismo europeo dal XVIII secolo alla Grande Guerra, Einaudi, Torino, 2005.
15
Cfr. Francesco Remotti, Contro l’identità, Laterza, Bari, 2001, e id., L’ossessione identitaria, Laterza, Bari, 2010.
16
Francesco Petrarca, Rerum vulgarium fragmenta, CXXVIII 1­6, in id., Canzoniere, introduzione di Roberto Antonelli, testo critico
e saggio di Gianfranco Contini, note di Daniele Ponchiroli, Einaudi, Torino, 1992, p. 174.
17
Giacomo Leopardi, All’Italia, 1­7, in id., Canti, edizione critica a cura di Francesco Moroncini, presentazione di Gianfranco Folena,
Cappelli, Bologna, 1978, p. 3.
18
Giosue Carducci, Presso la tomba di Francesco Petrarca in Arquà, in id., Discorsi letterari e storici, Zanichelli, Bologna, 1935 (Edizione
Nazionale delle Opere di Giosue Carducci, vol. VII), pp. 329­355.

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Tradizione e popolo: strutture di sentimento magini – sono determinati molto meno dalla
Che vuol dire l’immagine poetica dell’Italia? Una nostra esperienza precedente che dall’influenza
tradizione vive di continuità e diffrazioni, perché che su di noi esercitano i prodotti dell’apparato
l’uguale non sia solo ripetizione e il diverso non culturale.21
sia solo estraneità. Bisognerà andare a cercare, al-
lora, costanti e varianti di questa tradizione, per La contrapposizione tra storia nemica e natura
capire come dall’immagine poetica dell’Italia sia amica si specchia, sul versante costruttivo, nella
nata una mentalità, un processo d’identificazione potenzialità comunitaria di chi dalla storia, che
collettiva, un sistema di valori e riferimenti che si determina divisione e conflitto, è escluso, ma non
muove lungo la linea del tempo, sia nella persi- da una forma del vivere che è piacere della socialità,
stenza sia nella trasformazione. Se la prima imma- incontro, amore e condivisione. Stereotipi facili e
gine, archetipica, mitologica e fondante, dell’Italia codificati, anche qui, ma cos’è uno stereotipo se
nella tradizione che verrà riconosciuta come ita- non la formalizzazione di un comportamento e di
liana, è quella di una donna sofferente, che porta un immaginario collettivi?
con sé un passato glorioso ma perduto, che ha Ecco perché, nel corso del Novecento, tre poeti
grandi potenzialità ma non le esprime, che vor- profondamente diversi, ma uniti dal lascito della
rebbe ma si ferma, il senso di una storia collettiva tradizione otto-novecentesca, come Umberto Saba,
fatta di ferite, sconfitte, ingiustizie e privazioni Giuseppe Ungaretti e Salvatore Quasimodo, si
sarà consustanziale all’identità poetica dell’Italia: propongono ancora una volta come cantori del lo-
di qui il senso di perenne insoddisfazione rispetto ro popolo, nel nome di un’equivalenza tra poesia
a un altrove che potrebbe essere ma non è, di qui e popolo di ascendenza decisamente romantica.
la mitizzazione del passato o dello straniero come Nella poesia In morte di un fattorino telegrafico,
portatore di sanità rispetto alla nostra malattia, di pubblicata su “La Riviera Ligure” nel dicembre
qui la lamentela costante sulla propria condizione 1914 (di cui riportiamo i primi nove versi), Saba fa
perché è colpa degli altri.19 Si tratta di luoghi comu- leva sul compianto per un lavoratore morto ai fini
ni, stereotipi, ma cosa sono le strutture di senti- della costruzione del sentimento nazionale, di cui
mento se non stereotipi che assumono una forma il poeta è veicolo e cantore:22
collettiva, ripetuti e assorbiti al punto da costituire
un’identità profonda e radicata? In morte di un fattorino telegrafico
Fin dal 1922, del resto, nel suo classico studio sulla (Morto a Bologna, per una caduta di bicicletta,
formazione dell’opinione pubblica, Walter Lippmann scendendo l’erta dell’Osservanza)
aveva riconosciuto che lo stereotipo garantisce il
rispetto di sé e la presa di coscienza, di fronte al Italia mia, mio conquistato amore,
mondo, del proprio valore, della propria posizione per quest’umile, cui colse sventura,
e dei propri diritti: gli stereotipi, concludeva, sono dammi, per suo lenzuolo, il tricolore;
profondamente carichi dei sentimenti con cui che il corpo ne ravvolga adolescente
sono nati.20 Più tardi il grande sociologo americano e se lo porti così alla sepoltura!
Charles Wright Mills, ricostruendo l’immagina- Sua triste morte par sbianchi la gente:
zione sociologica, insisteva sul primato dell’im- e a me balena, sul compianto grande,
maginario rispetto all’esperienza nella formazione come una luce, che alla patria sposa
della mentalità collettiva: il caduto per via, dentro il suo sangue.

I nostri standard di credibilità, le nostre defini- Con apertura petrarchesca Saba affida al giovane
zioni di realtà, le nostre forme di sensibilità – defunto, «povero come il popolo italiano; / ma so-
così come le nostre immediate opinioni e im- brio, e come in cuore allegro in vista», il compito

19
Sul lamento come sport nazionale degli italiani si può vedere una simpatica nota di Pierpaolo Antonello su “L’indice dei libri del mese”,
XXV (2008), 9, p. 4, dove si sottolinea che «è probabilmente proprio l’Italia uno dei contesti dove il lamento è diventato
uno dei caratteri che meglio definiscono lo spirito nazionale».
20
Walter Lippmann, Public Opinion, Hartcourt Brace, New York, 1922, p. 96.
21
Charles Wright Mills, Sociologia e conoscenza (1958), trad. it., Bompiani, Milano, 1971, p. 189.
22
Umberto Saba, Tutte le poesie, a cura di Arrigo Stara, introduzione di Mario Lavagetto, Mondadori, Milano, 1988, pp. 905­906.

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di rappresentare un lutto collettivo, che la respon- foricamente, della sua patria: vero e proprio ufficiale,
sabilità individuale avrebbe potuto evitare: è solo cioè investito di un ufficio, un dovere e una missione.
colpa del giovane, infatti, ch’egli sia caduto dall’al- A Ungaretti non interessa, qui, riflettere sull’iden-
to. Eppure la sua morte suona come un ricongiun- tità nazionale, ma rivendicare la funzione pubblica
gimento alla terra, in mistiche nozze tra il caduto e del poeta-vate: nient’affatto soggettivo, quindi, ma
la patria, come un soldato troppo temerario, il cui orientato verso una definizione/oggettivazione del
saluto si compiva «dopo un saluto quasi militare». sentimento collettivo (dall’interprete del ‘grido una-
Il poeta ne piange la morte nel segno di una per- nime’ alla ‘serra’ che contiene l’intero patrimonio
dita che è tale per tutti. della tradizione).24
La congiunzione tra identità nazionale ed espres- In Il mio paese è l’Italia (1947) Quasimodo, dal canto
sione poetica è rivendicata esplicitamente da Un- suo, identifica il canto del poeta con l’appartenenza
garetti con il dittico Italia e Poesia che chiude Il porto a un popolo e a una storia, in contrapposizione allo
sepolto del 1916: a dare senso, identità e consistenza ‘straniero’, alla ricerca di una voce per il ‘pianto’ e il
all’Italia è il canto dei poeti. Nella penultima poesia ‘lutto’, perché il dolore della morte sia superato con
Ungaretti non esita a comporre in endiadi il po- la fiducia nella vita: «I poeti non dimenticano. Oh
polo e il suo poeta:23 la folla dei vili, / dei vinti, dei perdonati dalla mi-
sericordia! / Tutto si travolge, ma i morti non si
Italia  vendono».25 Si potrà simpatizzare col dolore delle
Sono un poeta vittime della seconda guerra mondiale, esprimere
un grido unanime la rabbia e l’orrore di fronte alle persecuzioni naziste,
sono un grumo di sogni ma alla fine, come si legge nella conclusione, il poeta
è poeta nazionale:
Sono un frutto
d’innumerevoli contrasti d’innesti Il mio paese è l’Italia, o nemico più straniero,
maturato in una serra e io canto il suo popolo, e anche il pianto
coperto dal rumore del suo mare,
Ma il tuo popolo è portato il limpido lutto delle madri, canto la sua vita.
dalla stessa terra
che mi porta Il canto del poeta, in questo modo, riscatta il popolo
Italia da una storia di sofferenza e dolore: la poesia as-
solve a una funzione catartica, che nel momento
E in questa uniforme in cui contempla i campi di concentramento riesce
di tuo soldato anche ad andare oltre, guardando al futuro. Mentre
mi riposo Saba e Ungaretti scrivevano all’inizio e nel pieno
come fosse la culla della prima guerra mondiale, al momento di un
di mio padre impegno pieno di tensioni e inquietudini, Quasi-
modo scrive alla fine del secondo conflitto mon-
Popolo terra padre e patria sono una sola cosa, alla diale e vuole esprimere la fuoriuscita dall’orizzonte
luce dell’esperienza del poeta che dà voce e vita della guerra e della violenza: costruire un’identità
all’Italia: il poeta è tale solo se canta il popolo, ma e un sentimento collettivi è comunque l’obiettivo
il popolo esiste solo se il poeta gli dà voce. Le con- comune, nella convinzione che la poesia potesse
traddizioni e le complessità della storia si unificano sempre esercitare una funzione di leadership nei
nella voce del poeta, che è ‘soldato’, non solo meta- confronti dell’opinione pubblica.

23
Giuseppe Ungaretti, L’allegria, cit., p. 162.
24
Un’interpretazione all’insegna del rifiuto di ogni ipotesi di ‘una mitologia nazional­patriottica’ si trova in Antonio Saccone, “Italia”
di Ungaretti: identità poetica e identità nazionale, in L’identità nazionale nella cultura letteraria italiana. Atti del 3° congresso nazionale
dell’ADI, Lecce­Otranto 20­22 settembre 1999, a cura di Gino Rizzo, Congedo, Galatina, 2001, vol. II, pp. 191­197. Cfr. anche
Francesca Menci, L’identità nazionale e la poesia dei “giovani” nel primo Novecento, in Romano Luperini – Daniela Brogi (a cura di),
Letteratura e identità nazionale nel Novecento, pp. 55­109, alle pp. 66­71.
25
Salvatore Quasimodo, Il mio paese è l’Italia, in id., Tutte le poesie, Mondadori, Milano, 1965, p. 167.

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Contro l’Italia dei poeti tra la retorica nazionalista, che impone al poeta di
Contro l’Italia della retorica e degli stereotipi è stata «sacrificare sul tuo freddo altare», con «terzine di pa-
proprio la poesia a proporre un punto di vista di- lese imitazione dannunziana», la propria «squisita
verso, un cambiamento dello sguardo, una poten- sensibilità moderna» e i propri «drammi spirituali
zialità di revisione e sovversione. Già in apertura da violentemente troncare», nonché «collane […]
del XX secolo Guido Gozzano, in Pioggia d’agosto d’iridescenti sogni», «incendi di virilità / e conquiste
(pubblicata in I colloqui, 1911), denunciava il legame d’eroi ebri», e il poeta stesso, che è dotato solo di
nauseabondo tra nazionalismo e retorica («La «questa ingenuità, / alata timidezza che mi fa / in-
Patria? Dio? L’umanità? Parole / che i retori t’han certo ancora e sempre del domani, / e questa fronte
fatto nauseose!»), fino a parodiare esplicitamente greve e queste stanche mani»:28
la retorica nazionalistica di stampo dannunziano in
La bella preda (1935), che fa da controcanto al Canto O patria,
augurale della nazione eletta di D’Annunzio.26 Alcuni ma domani anch’io vedrò nel cielo
anni prima, del resto, nella poesia L’Italia, pubbli- squarci d’azzurro, cascate di sole,
cata sul “Marforio”del 19 novembre 1903 in un trit- tutt’occhi, tutt’orecchi, non avrò più parole,
tico dedicato a La geografia, insieme a La Francia e – sentirti bella tra le nevi e il mare –,
La Spagna, l’ironia di Sergio Corazzini nei confronti come nessuno t’ama ti saprò certo amare,
dell’Italia poetica aveva restituito alla poesia una ti pregherò di lasciarmi morire,
funzione ironica di capovolgimento dello sguardo morire in questa rossa primavera,
ed esercizio del senso critico:27 tra queste deboli braccia che non toccarono donna
stringerti tutta come una bandiera.
L’Italia? Ma l’Italia, sor Clemente,
è la mejo nazione che ce sia! La derisione e il rifiuto dell’Italia dei poeti emerge
Chi cià ’sto cielo, pieno de poesia violenta nel secondo dopoguerra. Si prendano per
che a guardallo, a guardallo solamente esempio i versi di Fratelli d’Italia di Franco Fortini
(composta tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio
tu te senti vení la fantasia degli anni Sessanta), Sempre meno disposto a infiam-
de strillà ar forestiero, come gnente: marmi di Nelo Risi (1965) e Poeta delle ceneri di Pier
’Sto cielo, ’sta bellezza è robba mia, Paolo Pasolini (1966-1967):29
e voi nun ce l’avete un accidente?!
Franco Fortini, Fratelli d’Italia
Guarda li fiori che ce so’ da noi, Fratelli d’Italia,
tu li raccoji a fasci co’ le mano tiriamo a campare!
pe’ quanti ce ne so’! Mbè, voi o nun voi, Governo ed altare
Si curan di te… Fratelli d’Italia,
questo qui t’addimostra che nun sbaja ciascuno per sé! Perepepé
chi dice che de tutto er monno sano
er giardino più sprennito è l’Itaja! Nelo Risi, Sempre meno disposto
a infiammarmi
Molto più intima e commossa la riflessione di Enotria Ausonia Esperia… da Virgilio
Francesco Meriano, che in Patria sottolinea lo scarto fino al buon Carducci quanti nomi
26
Guido Gozzano, Pioggia d’agosto, in id., Tutte le poesie, testo critico e note a cura di Andrea Rocca, introduzione di Marziano
Guglielminetti, Mondadori, Milano, 1980, pp. 215­216. Cfr. Francesca Menci, L’identità nazionale e la poesia dei “giovani”
nel primo Novecento, cit., pp. 55­56. L’‘ambivalenza’ di Gozzano rispetto alla retorica patriottica è stata tuttavia messa in luce
da Andrea Cortellessa, La guerra lontana, in id. (a cura di), Le notti chiare erano tutte un’alba. Antologia dei poeti italiani nella Prima
guerra mondiale, prefazione di Mario Isnenghi, Bruno Mondadori, Milano, 1998, pp. 287­291.
27
Sergio Corazzini, L’Italia, in id., Poesie edite e inedite, a cura di Stefano Jacomuzzi, Einaudi, Torino, 1968, p. 176.
28
Comparsa in Croci di legno (1916­1919), Vallecchi, Firenze, 1919, la poesia si rilegge in Andrea Cortellessa (a cura di),
Le notti chiare erano tutte un’alba…, cit., pp. 321­322.
29
Franco Fortini – Sergio Liberovici, Inno nazionale, in Emilio Jona – Michele L. Straniero (a cura di), Cantacronache. Un’avventura
politico­musicale degli anni Cinquanta, Paravia, Torino, 1996, pp. 152­153; Nelo Risi, Dentro la sostanza, Mondadori, Milano, 1965,
p. 111; Pier Paolo Pasolini, Poeta delle ceneri, in id., Tutte le poesie, a cura e con uno scritto di Walter Siti, saggio introduttivo
di Fernando Bandini, cronologia a cura di Nico Naldini, Mondadori, Milano, 2003, t. II, pp. 1261­1288, a p. 1272.

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quanti guai e quanti crucci, Italia. E un giorno, un giorno o due dopo il 18 aprile,
Se cambiassimo anche quello? Un mito lo vidi errare da una piazza all’altra
di meno da tenere a balia. dall’uno all’altro caffè di Milano
inseguito dalla radio.
Pier Paolo Pasolini, Poeta delle ceneri “Porca – vociferando – porca”. Lo guardava
Ebbene, abbandonando la lingua italiana, e con essa, stupefatta la gente.
un po’ alla volta, la letteratura, Lo diceva all’Italia. Di schianto, come a una donna
io rinunciavo alla mia nazionalità. che ignara o no a morte ci ha ferito.
Dicevo no alle mie origini piccolo borghesi,
voltavo le spalle a tutto ciò che fa italiano, Paolo Volponi, O di gente italiana
protestavo, ingenuamente, inscenando un’abiura Italia, o di gente italiana;
che, nel momento di umiliarmi e castrarmi, eri una povera puttana
mi esaltava. chiusa nella sua sottana
di casa, con neri occhi vividi
Mentre Fortini e Risi deridono la retorica naziona- […]
lista delle patrie lettere, Pasolini prorompe in un Quand’è che il tuo cuore si arrese?
rigetto radicale del nesso tra identità nazionale e Perché oggi tu sei un incanaglito
cultura letteraria, nesso che, secondo l’analisi furente travestito
gramsciana, è di natura classista.30 Tutti e tre affi- al margine, senza terra, sui raccordi,
dano ancora alla poesia, tuttavia, quella missione che guata l’ombra infetta
civile di educazione al senso critico che è stata dei nuovi quartieri.
l’identità forte e specifica del letterato italiano nel
corso dei secoli. Persino Pasolini, come vedremo, ‘Porca’ e ‘puttana’, l’Italia, proprio come la meretrice
nonostante il passaggio ‘dalla letteratura al cine- dantesca. La cronologia interna sembra circoscrivere
ma’, continuerà a puntare sulla parola poetica ai il destino della cosiddetta (ancorché inesistente)
fini della formazione del discorso nazionale.31 ‘prima Repubblica’: l’Italia di Saba di cui parla Se-
L’altra forma di rigetto dell’Italia della tradizione reni era appena uscita dalle prime elezioni dopo la
sembra tornare all’invettiva di sapore dantesco, guerra (18 aprile 1948), stravinte dalla Democrazia
come avviene nelle poesie Saba di Vittorio Sereni Cristiana, mentre quella di Volponi era nel pieno
(1960) e O di gente italiana di Paolo Volponi (pub- della crisi dovuta a Tangentopoli, dopo gli omicidi
blicata sul “Corriere della Sera” il 3 febbraio 1993):32 di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, alla vigilia
della ‘discesa in campo’ di Silvio Berlusconi (1994).
Vittorio Sereni, Saba Quarantacinque anni di distanza, eppure entrambe
Berretto, pipa, bastone, gli spenti si muovono nell’orbita di quella ‘struttura di senti-
oggetti di un ricordo. mento’, memoria identitaria e sentire comune, che
Ma io li vidi animati indosso a uno risale al paradigma del passato perduto e della storia
ramingo in un’Italia di macerie e di polvere. traditrice. La responsabilità politica della ‘donna…
Sempre di sé parlava ma come lui nessuno ignara’ in Sereni e il passaggio dall’etica naturale
ho conosciuto che di sé parlando della ‘puttana’ al cinico capitalismo del ‘travestito’
e ad altri vita chiedendo nel parlare in Volponi concorrono a restituire alla poesia una
altrettanta e tanta più ne desse funzione civile che sta non più nella celebrazione,
a chi stava ad ascoltarlo. ma nella denuncia. Il poeta è sempre vate: ora al di

30
Gramsci denunciava il carattere aristocratico, non nazional­popolare, della tradizione letteraria italiana, fino ad auspicare «una critica
spietata della tradizione e un rinnovamento culturale­morale da cui dovrebbe nascere una nuova letteratura» (Antonio Gramsci,
Quaderni del carcere, a cura di Valentino Gerratana, vol. II, Einaudi, Torino, 1975, p. 740). La scelta di Togliatti di dedicare un volume
dei Quaderni a Letteratura e vita nazionale è sintomatica dell’approccio letterario alla questione dell’identità nazionale da parte
della cultura di sinistra dopo la seconda guerra mondiale.
31
Sull’impegno civile dei poeti italiani recenti si potrà vedere anche, da ultimo, Thomas Peterson, Italian National Character as Seen
Through the Figure of the Poet­Scribe, in “Annali d’Italianistica”, XXIV (2006), pp. 247­274.
32
Vittorio Sereni, Poesie, edizione critica a cura di Dante Isella, Mondadori, Milano, 1995, p. 136; Paolo Volponi, Poesie 1946­1994,
a cura di Emanuele Zinato, prefazione di Giovanni Raboni, Einaudi, Torino, 2001, p. 418.

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fuori della retorica nazionale, ma comunque dentro Estraneo alla patria, ma avvolto in essa: straniero
una concezione della letteratura come luogo della alla sua inutile e vacua retorica, ma partecipe della
vicenda politica di un popolo intero. sua natura più profonda e genuina, nata dalle parole
quotidiane, che si ripetono a definire la lingua che
Poesia e impegno civile rende ‘compagni’.
Proprio alla poesia, tuttavia, gli stessi Fortini e L’impegno civile di Fortini attraversa tutta la sua pro-
Pasolini avevano affidato la possibilità di un’altra duzione poetica, ma qui selezioniamo solo un’altra
Italia, un’Italia fuori dalla tradizione nazionale, poesia, dedicata anch’essa all’Italia, cinquant’anni
più universale e più intima. Alla fine della guerra, dopo, in una sorta di ideale dialogo a distanza. Italia
nella raccolta Foglio di via (1946), Fortini includeva 1977-1993, così s’intitola la poesia, è una meditazio-
una poesia dal titolo Italia 1942:33 ne su un’altra Italia in guerra, l’Italia del terrorismo
e degli anni di piombo:34
Ora m’accorgo d’amarti
Italia, di salutarti Hanno portato le tempie
Necessaria prigione. al colpo di martello
la vena all’ago
Non per le vie dolenti, per le città la mente al niente.
Rigate come visi umani
Non per la cenere di passione Per le nostre vie
Delle chiese, non per la voce ancora rispondevano
Dei tuoi libri lontani a pugno su gli elmetti.

Ma per queste parole O imparavano nelle cantine


Tessute di plebi, che battono come il polso può resistere
A martello nella mente, allo scatto
Per questa pena presente dello sparo.
Che in te m’avvolge straniero.
Compagni.
Per questa mia lingua che dico
A gravi uomini ardenti avvenire Non andate così.
Liberi in fermo dolore compagni.
Ora non basta nemmeno morire Ma voi senza parlare
Per quel tuo vano nome antico. mi risponderete: “Non ricordi
quel ragazzo sfregiato
L’Italia non è una storia e geografia, le sue ‘vie’ e le la sera dell’undici marzo 1971
sue ‘città’, piene di dolore e lacrime. Non è neppure che correva gridando
una storia e una tradizione, religiosa («la cenere di “Cercate di capire
passione / delle chiese») o letteraria («la voce / dei questa sera ci ammazzano
tuoi libri lontani»). Non è monumenti e costumi, cercate di
arte ed ethnos, chiese e libri. È un presente, che co- capire!”
stringe e vincola («necessaria prigione»), ma che
spinge anche a guardare al futuro, nel nome di una La gente alle finestre
solidarietà che rende liberi. La retorica patriottica di applaudiva la polizia
stampo risorgimentale è quindi rifiutata del tutto, e urlava: “Ammazzateli tutti!”
perché «non basta nemmeno morire / per quel tuo
vano nome antico»: la patria non salva, perché è Non ti ricordi?”
solo vuota parola di fronte alle «parole / tessute di
plebi, che battono / a martello nella mente». Sì, mi ricordo.
33
Franco Fortini, Italia 1942, in id., Una volta per sempre. Poesie 1938­1973, Einaudi, Torino, 1978, p. 14; la si rilegge anche in Maurizio
Cucchi – Stefano Giovanardi (a cura di), Poeti italiani del secondo Novecento 1945­1995, Mondadori, Milano, 1996, pp. 121­122.
34
Franco Fortini, Italia 1977­1993, in id., Composita solvantur, Einaudi, Torino, 1994, p. 43.

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Quasi disperatamente, il poeta pone al centro del- In un borgo del Friuli era nata la sua anima
la sua meditazione la parola ‘compagni’, che indi- confusa con un muro umido
ca un’appartenenza non già nazionale, ma nella e una macchia d’erba nera d’acqua,
comune militanza politica. la sua anima che si credeva sola
Eppure il titolo rivela che di una storia collettiva, e ballava coi passeri, con le farfalle.
senza più distinzioni ed etichette, si tratta. Storia
di lacerazioni e fratture, in cui la violenza genera L’Italia di allora era festa e gioia, ma l’Italia si sa-
solo e sempre violenza. Hanno tutti ragione, per- rebbe fermata lì: il 1922 è l’anno della marcia su
ché nessuno ha ragione: il poeta che vuole por fine Roma, che segna la fine dell’Italia felice e vergine.
alla violenza e chi gli replica che la violenza è ricordo Una lunga pausa nella storia d’Italia si apre, con-
e giustizia anziché vendetta, non potranno andare clusa solo ora che Pasolini scrive:
d’accordo, in una frattura ormai insanabile che
non consente di promuovere criteri di giudizio Nell’aria brulicante di un sole d’Appennino
sicuri e univoci. c’era l’ombra felice delle feste
Pasolini affida invece alla poesia la meditazione della nazione – colori cisalpini
sulla natura stessa della nazione, cui sono dedicati ancora vergini di una patria nascente!
un componimento intitolato L’Italia (1949), inse-
rito come quinta parte nella raccolta L’usignolo del- […]
la Chiesa cattolica (1958), un poemetto, il quinto,
L’umile Italia (1954), nella raccolta Le ceneri di Tu, Italia, tu sei l’estate dell’Idria,
Gramsci (1957), e una poesia, Alla mia nazione, nel- la verde cupa Estate di Via degli Amori.
la raccolta La religione del mio tempo (1961), oltre a
tantissime altre riflessioni sparse, sia in forma […]
poetica sia in forma saggistica.35
Nel componimento L’Italia, diviso in cinque capi- dal Ventidue al Cinquanta, anni pervasi
toli, pubblicato per la prima volta nell’Antologia di sola memoria, tu Italia mattutina…
della poesia italiana 1909-49 (1950) e compreso
nella raccolta L’usignolo della Chiesa cattolica, che Nascita e morte drammaticamente coincidono.
venne pubblicata dopo Le Ceneri di Gramsci, ma Facendo coincidere la propria nascita con la nascita
cronologicamente la precede, l’Italia è ancora un della nazione, tuttavia, Pasolini si candida automa-
percorso geografico nelle terre del Nord, invasa ticamente cantore dell’Italia nuova dopo la seconda
dai barbari e riscattata dalla natura, ma soprattutto guerra mondiale:
ricordo del passato cui solo il poeta può dar voce.
È il 1922, quando l’Italia nasceva dalle ceneri della Tu, Italia, troppo inquieta o tranquilla?,
Grande Guerra insieme al suo poeta (Pasolini era non senti, dormendo, l’usignolo della pazzia…
nato a Bologna il 5 marzo 1922):36
Sfida qualcuno il tuo sonno di saggia nazione!
O pupilla del barbaro cerchiata e arso dal suo coraggio, nel volontario
dal verde padano nato con il sole! esilio del balcone aperto sul cielo,
L’Italia ha una sola mattina di vita, egli trema al miracolo del paese notturno
e i secoli cantano con le allodole dell’alba che la prima luna del creato inargenta.
sul fanciullo padano che non conosce la sera.
Nel poemetto L’umile Italia, invece, l’Italia della
[…] natura è contrapposta all’Italia del potere, secondo

35
Cfr. Daniela Brogi, Un’estetica passione: la patria di Pasolini, in Romano Luperini – Daniela Brogi (a cura di), Letteratura e identità
nazionale nel Novecento, cit., pp. 125­177. L’ordine di pubblicazione non coincide con quello di composizione, ma è forse opportuno
seguire i tempi della stampa e della diffusione per immettere la poesia pasoliniana nel contesto della sua ricezione pubblica anziché
in quello della scrittura poetica del suo autore, secondo l’obiettivo d’individuare una linea storica della ricezione nello sviluppo
del sentimento poetico collettivo sull’Italia.
36
Pier Paolo Pasolini, L’Italia (1949), in L’usignolo della Chiesa cattolica (1958), in id., Tutte le poesie, cit., t. I, pp. 471­481,
alle pp. 471­472, 473­474, 477­478.

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uno schema frequente nella poesia pasoliniana e splendido. È necessità


degli anni Cinquanta. Da un lato l’«ansia naziona- liberarsi soffrendo, ma
le», particolarmente viva nella «Roma del potere», lottando soffrire, la storia.
dall’altro l’«umile Italia», di virgiliana e dantesca
memoria, che nel canto delle rondini, «umilissima Nella poesia Alla mia nazione, contenuta nella se-
voce / dell’umile Italia», nel loro «perso / groviglio, zione Nuovi epigrammi di La religione del mio tem-
nuovo, di gridi antichi»:37 po, Pasolini recupera invece la forma dell’invettiva,
con toni apocalittici, secondo il paradigma della
Più è sacro dov’è più animale poesia di denuncia che caratterizza l’impegno ci-
il mondo: ma senza tradire vile dell’intellettuale di sinistra:38
la poeticità, l’originaria
forza, a noi tocca esaurire Non popolo arabo, non popolo balcanico, non
il suo mistero in bene e in male [popolo antico
umano. Questa è l’Italia, e ma nazione vivente, ma nazione europea:
non è questa l’Italia: insieme e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
la preistoria e la storia che governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
in essa sono convivano, se avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
la luce è frutto di un buio seme. funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera,
Paese delle contraddizioni, l’Italia vive nella para- [un casino!
dossale endiadi tra natura e civiltà, l’umiltà incon- Milioni di piccoli borghesi come milioni di
taminata delle sue origini e la violenza corruttrice [porci
della sua storia. Non resta che abitarla, la contrad- pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
dizione, come in una geografia che fa toccare la tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
serenità verginale delle valli alpine e l’esuberante Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
sessualità dell’ossimorico meridione, scandita dal- proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
l’enjambement: E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni
Ecco, a inazzurrare la pianura, [male.
le loro Alpi: cerchio silente Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.
che se in morene e laghi oscura
i suoi biancori, e i suoi sgomenti Recitata in seguito da Vittorio Gassman e musica-
vi quieta, quasi impaura ta recentemente da Carlo Alberto Ferrara,39 la
la sua serenità. Sfuma l’Italia poesia può essere considerata il culmine della rab-
negli smorti, eccelsi toni bia di Pasolini verso l’Italia, cui aveva dedicato la
di quei nevai:contro cui l’ala sua passione civile e le sue energie poetiche, pre-
cieca della rondine esala ludio al rifiuto tanto della letteratura quanto della
più vera le quotidiane passioni. lingua italiane contenuto nella citata poesia Poeta
delle ceneri. Per essere cittadino del mondo, popo-
Più vera perché più espressa, lare e anti-aristocratico, bisogna abbandonare la
libera: nel suo fragile arco tradizione italiana e guardare la vita da un punto
non porta il peso dell’ossessa di vista diverso.
rassegnazione – furente marchio La successiva raccolta, Poesia in forma di rosa (1964),
della servitù e del sesso – è ancora tutta permeata dalla riflessione sull’Italia.
che il greco meridione fa Nella forma di un diario in versi la rabbia verso
decrepito e increato, sporco un’Italia arricchita e senza coscienza esplode furiosa:40

37
Pier Paolo Pasolini, L’umile Italia (1954), in Le ceneri di Gramsci (1957), ivi, pp. 804­806.
38
Ivi, p. 1027.
39
La lettura di Gassman si ascolta all'indirizzo: www.pasolini.net/poesia_allamianazione_ppp.htm oppure www.youtube.com/watch?v=
AhVoQyh3iV4. La versione di Ferrara (2008) all'indirizzo: www.youtube.com/watch?v=LsVWoCfGU_A.
40
Le citazioni seguenti provengono tutte da Pier Paolo Pasolini, Poesia in forma di rosa (1964), in id., Tutte le poesie, cit., t. I, pp. 1079­1270.

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Nazione senza speranze! L’Apocalisse primario di Mane, e quello, a seguire,


esploso fuori dalle coscienze di Freud, ristabilirò nuove gerarchie nel regno
nella malinconia dell’Italia dei Manieristi, degli amori poetici: e alla esistenza
ha ucciso tutti: guardateli – ombre letteraria opporrò, col mio umiliato ingegno,
grondanti d’oro nell’oro dell’agonia. la nozione di Inespresso Esistente, senza
(Poesie mondane, p. 1101) di cui ogni cosa è mistero:
finché non ci fu, così recente, la chiara coscienza
All’Italia ufficiale, l’Italia dei soldi, dei gesti di ma- delle classi che dividono il mondo, il magistero
niera, dei giudici impotenti denunciati in La realtà, stilistico fu dominato sempre da ciò
si contrappone ancora una volta l’Italia della sem- che non poteva dire (o sapere): ma c’era.
plicità e della natura, dei piccoli riti quotidiani e Gioco dialettico sprofondato nel profondo, oh
del clima favorevole: sì!, da ricostruire stilema per stilema,
perché in ogni parola scritta nel Bel Paese dove il No
Le grida della quieta partitella, la muta primavera, suona, c’era opposto allo stile quel Sema
non è questa la vera Italia, fuori dalle tenebre? imposseduto, la lingua di un popolo
(Pietro II, p. 1152) che doveva ancora essere classe, problema
saputo e risolto solo in sogno.
Eppure stavolta la natura non riscatta da una storia (Progetto di opere future, pp. 1248-1249)
di perdizione, segnata dalla «mancata scoperta di
una patria» (Poema per un verso di Shakespeare, Tutta la sua stessa esperienza poetica veniva del
p. 1162) e dalla missione impossibile di impegnar- resto riassunta da Pasolini nella folgorante battuta
si per «l’Italia vera, nazione / a me così lontana» del suo dramma Bestia da stile, composto tra il
(L’alba meridionale, p. 1237), fino all’esplosione di 1965 e il 1974, ma pubblicato solo postumo nel
una rabbia furibonda, in cui all’Italia ufficiale, intrisa 1977, in cui le sue due fondamentali tensioni ideo-
di retorica romantica e nazionalista, si contrappone logiche e letterarie venivano ricondotte alla for-
un’altra Italia, anch’essa tutta letteraria, ma all’in- mula ‘sesso e paese’, all’insegna di un naturalismo
segna dell’inespresso e del mistero: ancora fondamentalmente romantico, in cui il
poeta è cantore del popolo in quanto interprete e
Bisogna deludere. Saltare sulle braci portatore degli istinti primordiali:41
come martiri arrostiti e ridicoli: la via
della Verità passa anche attraverso i più orrendi Poeta di cosa?
luoghi dell’estetismo, dell’isteria, Del mio sesso e del mio paese.
del rifacimento folle erudito. Splendidi, Del mio sesso caldo che conosce il fresco dell’aria;
per ragioni diverse da quelle del mio paese popolato come un poema
[romanticonazionalistiche, in versi brevi
giorni delle prime vendite, di canti popolari
dei primi contratti! Se avrò poi cuore bastante
scriverò anche una “PASSIONALE STORIA Uno dei più autorevoli interpreti recenti dell’espe-
DELLA POESIA ITALIANA”, oltre che un’ancora rienza pasoliniana, Marco Belpoliti, ha scritto che
[vacante Pasolini «sostiene una tesi sulla società italiana,
“MORTE DELLA POESIA” (ma io so, pieno di che identifica con il destino fisico della propria
[gloria persona, dunque anche della propria opera».42
giovanile, che per me è ancora aprile, Proprio questa identità con l’Italia, sia poetica sia
son pieno di limoni e di rose…). In quella “storia” personale, impone di leggere tutta la poesia di
(scritta in ottave, per ironia) “terrò a vile” Pasolini come una riflessione sulla nazione.
ogni precedente sistemazione, e, sotto il segno

41
Pier Paolo Pasolini, Teatro, a cura di Walter Siti – Silvia De Laude, Mondadori, Milano, 2001, p. 770.
42
Marco Belpoliti, Settanta, Einaudi, Torino, 2001; seconda edizione ampliata, 2010, p. 72.

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La centralità dell’impegno pasoliniano per l’Italia O parla in nome del popolo per la sua realizzazione
è riconosciuta nel ricordo che dopo la morte gli o si rivolge al popolo per il suo riscatto.
dedica Edoardo Sanguineti nel poemetto Le ceneri Persino uno scrittore assolutamente insospettabile
di Pasolini, pubblicato sull’ “Espresso” del 22 ago- di simpatie nazionaliste come Alberto Arbasino,
sto 1979.43 Se l’omaggio fosse serio oppure pole- in apertura del suo Un paese senza (1980), ricono-
mico è ancora oggetto di discussione, ma dal pun- sceva nella letteratura italiana una tensione civile
to di vista del discorso che qui stiamo sviluppando in opposizione ai caratteri dominanti, nazionali-
va letta soprattutto la strofa, la quarta, che Sangui- stici appunto, della retorica patria:45
neti, in dialogo con Pasolini, dedica all’Italia:
[…] tanto che nella tradizione migliore della
Questa tua vecchia Italia è una tetra rovina letteratura italiana sull’Italia le più celebri can-
se è ignara già del suo passato, inferiore zoni al Paese dei più rinomati vati non ripetevano
a ogni nostalgia di futuro, in questo impraticabile certo – a parecchi secoli di distanza – come siamo
presente, se praticabile è soltanto, belli e bravi, furbi, operosi, <dritti>, celebrativi,
oggi, l’inconscio. E quelli, ossessionati, in preda alla tenuta e alla maturità e alla crescita.
dagli spettri informi del Palazzo e del Potere, Semmai, in termini piuttosto simili, né gratifican-
volgono gli occhi riflessivi e timidi, ti né mistificanti, il contrario: “scabbia” che rima
affascinati da questa bellezza funeraria. con “gabbia”, vampe di “chi la ridusse a tale?”.
E notazioni precise, da editorialista politico:
Ritorna il modello della perdita del passato e della “fiere selvagge e mansuete gregge”, “popol sen-
corruzione del presente, all’insegna dell’antitesi za legge”, “poco vedete, e parvi veder molto”,
tra memoria e storia. La polemica, di antica data, di “fastidire il vicino”, “ch’alzando il dito co’ la
Sanguineti nei confronti di Pasolini si muove nel morte scherza”, “ma ’l vostro sangue piove”,
nome della contrapposizione tra progresso e rea- “non far idolo un nome vano, senza soggetto”,
zione, nella convinzione che il naturalismo paso- “ma la gloria non vedo”, “che lividor, che san-
liniano sia di stampo regressivo e conservatore.44 gue”, “come cadesti o quando, da tanta altezza
La possibilità di una poesia etica e civile è tutta- in così basso loco?”.
via ciò che lega Sanguineti e Pasolini: tocca, ancora
e sempre, alla poesia farsi carico di riflettere sulla La possibilità di una letteratura al di fuori della re-
coscienza collettiva, sia essa in positivo, pedago- torica nazionale, ma in grado di garantire un’au-
gicamente, ovvero in negativo, criticamente. Il poe- tentica antropologia italiana, con una funzione
ta è sempre vate, perché gestisce o la memoria o le critica e antagonista, è ciò che Arbasino promuove
emozioni o la riflessione dell’intera comunità. nel paragrafo immediatamente successivo:46

43
Il poemetto è raccolto in Edoardo Sanguineti, Stracciafoglio. Poesie 1977­1979, Feltrinelli, Milano, 1980, pp. 117­120. Lo si trova
anche online all'indirizzo: www.pasolini.net/ricordi_sanguineti.htm. È stato musicato da Mauro Bortolotti nel 1989: cfr. Daniela Tortora,
Mauro Bortolotti. La creazione musicale nei territori di confine fra le arti, Aracne, Roma, 2007, p. 251.
44
Sulla polemica tra Pasolini e Sanguineti cfr. Vincenzina Levato, Lo sperimentalismo tra Pasolini e la neoavanguardia: 1955­1965,
Rubbettino, Catanzaro, 2002, pp. 27­29; Luigi Weber, Sanguineti e Pasolini, in id., Usando gli utensili di Utopia. Traduzione, parodia
e riscrittura in Edoardo Sanguineti, Gedit, Bologna, 2004, pp. 19­55; Antonio Tricomi, Pasolini: gesto e maniera, Rubbettino, Catanzaro,
2005, pp. 15­19. Ben diverso dalla risposta pubblica di Sanguineti sarà l’atteggiamento privato di Caproni, che trova la sua espressione
poetica in Dopo aver rifiutato un pubblico commento sulla morte di Pier Paolo Pasolini: «Caro Pier Paolo. / Il bene che ci volevamo / – lo sai –
era puro. / E puro è il mio dolore. / Non voglio pubblicizzarlo. / Non voglio, per farmi, bello, / fregiarmi della tua morte / come d’un
fiore all’occhiello.» (Giorgio Caproni, Tutte le poesie, Garzanti, Milano, 2004, p. 886). Altrettanto legato al problema del rapporto
tra poesia e paese è l’intervento di Fortini, In morte di P.P. Pasolini: «Dicevi di voler ritornare al tuo paese. Ma quello / non era il tuo
paese. Così l’inganno // d’oggi ti rivelava quello d’allora, o infelice. / Nulla ti fu mai vero. Non sei mai stato. // I tuoi versi stanno.
Tu mostruoso gridi. / Così le membra dello squartato sul palco.» (in “Nuovi Argomenti”, XLIX, 1976, 1, p. 46; poi, come In morte
di Pasolini, in Franco Fortini, Una obbedienza. 18 poesie 1969­1979, Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova, 1980, p. 33).
«Fortini non risulta affatto distante da Pasolini quale viene qui sfregiato, e insieme inalzato ad assoluto exemplum»,
osservava Zanzotto nella prefazione (ivi, p. 12). L’epigramma venne infine intitolato Una epigrafe per Pasolini: cfr. anche Franco Fortini,
Saggi ed epigrammi, a cura e con un saggio introduttivo di Luca Lenzini, e uno scritto di Rossana Rossanda, Mondadori, Milano, 2003,
p. 1522, con la relativa nota a p. 1800.
45
Alberto Arbasino, Un paese senza, Garzanti, Milano, 1980, pp. 8­9.
46
Ivi, p. 9.

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Forse Francesco P. mentiva, forse Giacomo L. merevoli viaggiatori stranieri; e neanche camuf-
esagerava? Ci vediamo in condizioni tali da soste- fati, ma proprio identici, come la polenta della
nere che Niccolò M. e Francesco G. e Alessandro nonna e il nocino dei frati, e i pregiudizi, gli in-
M., tanto per attenerci ai più trafficati, sarebbero terdetti, le intolleranze, i tabù. E possono sembrar
antropologi inattendibili, viziati addirittura dal nuovi e senza precedenti soltanto se si è perso
malumore? E risultano più sinistri gli schizzi di ogni senso della Storia e del Self in scuole che
“innati pessimisti”quali Giacomo L. e Antonio G., badano a far soltanto ricerche sulle frange del-
o i ritrattini lusinghieri di antropologi trionfali- l’Attualità e sui corollari dell’Utopia perdendo
stici come Vincenzo M. e Gabriele D’A.? ogni senso di odorato e di udito come cani ex da
caccia o da guardia allevati fra la radio e la pla-
La contrapposizione tra l’Italia lusinghiera e trion- stica… mentre le vecchie solfe, come le vecchie
falistica di Monti e D’Annunzio e l’Italia pessimi- talpe, intanto, intatte…
stica e sofferente di Leopardi e Gramsci rivela che
nel Novecento si è affermata una doppia linea nel Su questo sfondo, più che irriverente o derisoria risul-
rapporto tra poesia e nazione: da un lato quella ta ancora una volta grido civile anche l’esperienza di
rigettata da Pasolini, Fortini e Caproni, l’Italia Giorgio Caproni nel dittico Alla patria (datata 16 apri-
retorica e nazionalistica, di ascendenza tanto risor- le 1978) e Ahimé (di poco anteriore alla precedente):48
gimentale quanto fascista, discendente dalla lezione
di Carducci e Pascoli, D’Annunzio e Marinetti, Alla patria
dall’altro un’altra Italia, più profonda e contrad- Laida e meschina Italietta.
dittoria, più deludente e disillusa, di ascendenza Aspetta quello che ti aspetta.
prima di tutto classica, da Petrarca fino a Leopardi, Laida e furbastra Italietta.
cui gli stessi Fortini e Pasolini si proponevano di
dar voce, nella convinzione che la poesia deve Ahimé
esercitare la critica e costruire l’alternativa. Proprio Fra le disgrazie tante
dalla letteratura, al di fuori di ogni retorica scola- che mi sono capitate,
stica e patriottica, Arbasino proponeva di ripartire ahi quella d’esser nato
per riflettere sulle continuità e i paradossi storici nella “terra di Dante”.
della situazione italiana in apertura degli anni
Ottanta, alla fine delle stagioni di ribellione e rifon- Alla luce di questa idea di continuità sarà leggibile
dazione, con significativa similitudine musicale:47 anche la missione civile dell’ultimo Mario Luzi,
che presenta l’Italia in preda a un naufragio.49 Prima,
Forse quel vecchio arnese usato da Giustino in una poesia scritta per il “Corriere della Sera”del
Fortunato e Salvemini e Gobetti e Gramsci – la 3 febbraio 1993, Dal fondo degli apologhi il più pronto,
Vecchia Solfa – potrebbe ancora servire come poi inclusa nella raccolta Sia detto (1996), l’Italia
strumento di conoscenza etno-politica quoti- appare come una nave che affonda, da cui bisogna
diana primaria, quando dopo i due decenni così fuggire per salvarsi: «Il male educa, corrompe. / La
atipici dell’ultimo dopoguerra italiano ricomin- prova perde, elimina / distingue uomini, sostanze.
ciano a venir fuori tali e quali i caratteri italiani / Così ci macina il mondo».50 Poi, nella poesia È
più antichi: i più studiati, analizzati, descritti, i Italia, Italia vera, contenuta in Sotto specie umana
più proverbiali e tipici, i più noti e familiari al (1999), l’Italia è un naufrago, solitario superstite di
Genius Loci da Dante a Gadda, nonché a innu- una storia di violenze e tragedie, all’insegna del-
47
Ivi, pp. 15­16.
48
Giorgio Caproni, L’opera in versi, edizione critica a cura di Luca Zuliani, introduzione di Pier Vincenzo Mengaldo, Mondadori, Milano,
1998, pp. 791­792.
49
Cfr. Marco Zulberti, Mario Luzi tra poesia e vita. La poesia civile dagli anni Trenta al post­umanesimo, in Uberto Motta, (a cura di),
Mario Luzi oggi: letture critiche a confronto, Interlinea, Novara, 2008, pp. 155­206, soprattutto alle pp. 201­203.
50
Mario Luzi, Dal fondo degli apologhi il più pronto, in id., L’opera poetica, a cura e con un saggio introduttivo di Stefano Verdino,
Mondadori, Milano, 1998, p. 1220. Sul “Corriere della Sera” del 3 febbraio 1993, nel pieno «della crisi politica e morale dell’Italia
dei primi anni Novanta (omicidi di Falcone e Borsellino; Tangentopoli; crisi economica e disoccupazione)» apparvero gli interventi
di otto poeti (Giovanni Giudici, Mario Luzi, Dacia Maraini, Giovanni Raboni, Maria Luisa Spaziani, Paolo Volponi, Andrea Zanzotto
e Valentino Zeichen), invitati dal giornale «ad aprirsi, a parlare dell’Italia, della sua situazione», facendo venire fuori «una sorprendente
testimonianza di passione civile», come scrissero Antonio Debenedetti e Francesco Merlo nel presentarli (ivi, p. 1818).

246 | Da «donna di province» a «matria insana»


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l’inesauribile dialettica tra il passato perduto e zione o nel rigetto, bensì apre nuovi spazi di rifles-
l’eterna natura:51 sione e d’interpretazione. Lo stesso Luzi, in un di-
scorso tenuto a Reggio Emilia due anni prima, il 7
È Italia, Italia vera gennaio 1997, aveva insistito sull’identità lettera-
o una sua reminiscenza, ria dell’Italia come proiezione verso il futuro an-
un suo presagio… Sfuma ziché ossificazione in un modello precostituito,
quel velario parlando di «un sogno, l’antico sogno di un paese
di pioggia da costruire, di un’Italia perennemente da fare, il-
di là da Catanzaro limitatamente futura»:52
il profilo di alti monti,
l’accompagna Inventata dall’appassionata genialità dei poeti e
nel suo scendere a mare dei filosofi e tramutata in disegno politico con-
fino ai sassi, alle conchiglie, diviso e contrastato dagli uomini di governo,
all’aperto ultimo lembo l’Italia non è mai stata un paese che riposasse
della ripida costiera, sulle proprie ragioni acquisite, ma è stata sem-
le cela il dileguarsi pre vera e indubitabile nella tensione verso un
del profondissimo orizzonte. sé da raggiungere; è stata una perpetua utopia
È l’Italia, sì, la pena non si attenua, oppure non è stata niente.
il dolore non decresce…
Si aggira, Patria e matria
né scava aria L’Italia è sempre donna, la fidanzata o la mamma.
millenaria e gloria, L’italiano deve amarla e conquistarla, come nel
astiosa, invisa a se medesima quadro di Hayez, Il bacio, dove, nella versione del
una fiera 1861, immediatamente successiva all’Unità, i
sofferenza ereditaria. colori della veste della donna rimandano alla ban-
È l’Italia diera della nazione unita. L’idea della femminilità
vera e Grecia della patria, cui fa da complemento la maschilità
e molte cose ancora dell’italiano, porta da un lato a un’idea di ‘femmi-
che il retaggio nizzazione’ dell’eroe risorgimentale, sempre legato
abbaglia ma intanto non appaga, a figure femminili, la mamma o la fidanzata, che
rimorde anzi, tortura: lo incoraggiano e sostengono, ma anche, dall’altro
difficile armonia lato, a forme di maschilismo che arrivano all’esal-
della morte con la memoria tazione della violenza.53
e loro agonia con l’invincibile natura. L’idea della conquista dell’Italia (femmina) da parte
dell’italiano (maschio) culmina nella già fascistis-
L’immagine dantesca della «nave sanza nocchiero sima mitologia di eros e violenza esaltata da Filippo
in gran tempesta» presiede certamente all’imma- Tommaso Marinetti nel suo romanzo L’alcova
ginario luziano, sempre intriso di memoria lette- d’acciaio (1921), che racconta l’ultimo anno della
raria. Eppure la funzione civile non sta solo nella Prima guerra mondiale, tra la controffensiva del
denuncia e nel lamento, ma nella proposta che la Piave e la battaglia di Vittorio Veneto, fino alle mi-
poesia possa costruire un altro mondo, attraverso stiche nozze tra l’autore e la patria (cap. XXVIII La
uno sguardo che non oggettivizza, nella celebra- più bella notte d’amore):54

51
Mario Luzi, Sotto specie umana, Garzanti, Milano, 1999, pp. 142­143.
52
Giosue Carducci – Mario Luzi, Discorsi per il Tricolore, Zanetto, Montichiari, 1999.
53
Sulla ‘femminizzazione’ dell’eroe risorgimentale cfr. Paul Ginsborg, Romanticismo e il Risorgimento: l’io, l’amore e la nazione,
in Alberto Mario Banti – Paul Ginsborg, Storia d’Italia. Annali, 22. Il Risorgimento, Einaudi, Torino, 2007, pp. 5­67; sul rapporto
tra nazione femmina e violenza sessuale cfr. Alberto Mario Banti, L’onore della nazione, cit.
54
Filippo Tommaso Marinetti, L’alcova d’acciaio, Mondadori, Milano, 1927, p. 322. Immagini dell’Italia donna «semivestita
o drappeggiata in pepli e bandiere tricolori, magari allegrotta e procace e, nelle illustrazioni più corrive, incorniciata di baionette
e cannoni dalle forme, non di rado, sessualmente allusive» (la definizione è in Mario Isnenghi – Giorgio Rochat, La Grande Guerra
1914­1918, Sansoni, Firenze, 2004, p. 336) si trovano in Lamberto Pignotti, Figure d’assalto. Le cartoline della Grande Guerra.
Dalla collezione del Museo storico italiano della guerra di Rovereto, Museo storico italiano della guerra, Rovereto, 1985.

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O Italia, femmina bellissima viva-morta-rinata, È una donna che ha il cuore a sud


saggia-pazza, cento volte ferita e pur tutta ri- ma l’abito è ricco, roba del nord.
sanata, Italia dalle mille prostituzioni subite e Uomini d’affari la corteggiano, in balìa
dalle mille verginità stuprate ma rifiorite con di gente dalla mano lesta ha perso
più fascino di verde pensoso e di ombre pudiche. il sorriso, il bel corpo macchiato
Sono io, io il futurista che primo ti libero il petto in abbandono tra le lapidi
baciandolo col mio delirante amore! Cosmica
fusione del mio corpo col tuo! Ti sento, ti sento, L’atteggiano ancora a Madonna
ti sento! Ti prrrrendo, ti prrrrrendo, ti prrrrrendo! col manto blu del cielo per la foto
di famiglia, le fanno corona
La femminilizzazione dell’Italia sembrava peri- governanti e preti, immobili
colosa ad Antonio Gramsci, che denunciava la rap- in poltrona
presentazione dell’Italia «come la bella matrona
delle oleografie popolari», nata «per ragioni prati- Non è più nostra madre
che, di propaganda», ma del tutto antistorica e avara di figli partorisce disastri;
irrazionale.55 Eppure l’idea ritorna con una carica malgrado il rombo ininterrotto
nuova, fortemente critica, nella poesia più recente. dei motori i colpi sono chiari,
Un’Italia madre e padre al tempo stesso, accomu- le stanno approntando una lunga bara.
nati dall’anticonformismo e dalla soggettività, si
trova nella poesia Itaglia di Giovanni Giudici L’apparenza e l’esteriorità esigono un’immagine
(1983). Avrebbe potuto sposare un uomo rassicu- di Madonna rinascimentale, secondo un cliché
rante e perbene, sua madre, ma da vera italiana ha che conferma il potere dei politici e del clero, ma
preferito un poco di buono:56 l’Italia non è più madre, perché è infeconda e de-
stinata a morire. Il riferimento alla crisi del sistema
Quello stesso di cui fu detto: politico italiano, che nel 1987 vedeva l’ennesimo
Meglio perderlo e fior di canaglia – governo di coalizione pentapartito (DC, PSI, PRI,
Scriveva versi ed era di bell’aspetto PSDI, PLI), con Amedeo Goria primo ministro, se-
Come tanti ce n’è in Itaglia. gna lo scarto tra un passato che serve solo come
travestimento e un presente che è rimasto fermo
La pronuncia emiliana rende più evidente il gioco a ciò che non c’è più. Per il poeta che vent’anni pri-
di specchi tra stereotipi e luoghi comuni: allo ste- ma aveva proclamato l’esigenza di «una poesia civile
reotipo del marito perfetto si contrappone quello fatta da un uomo pubblico in un tempo reale»,58
dell’uomo da evitare, perfetto italiano, che è come l’impegno politico è il senso stesso della scrittura.
tutti gli altri, ma diverso dall’uomo ideale. L’Italia Mario Luzi, dal canto suo, in un lamento che è un
diventa allora una comunità di anticonformisti, rimprovero, come recita il titolo latino, si rivolge
stereotipati nella loro comunione, ma diversi dai all’Italia come matria insana, proponendo quella
modelli tradizionali. parola, matria, che ha una lunga tradizione lette-
Il topos dell’Italia come donna ritorna tuttavia in raria alle spalle (da Jules Michelet e Miguel de
maniera desolata nella poesia successiva. Nelo Unamuno fino a Julia Kristeva), per lo più con
Risi rielabora tanto l’idea della bella prostituta l’obiettivo di distinguere versante politico e ver-
venduta e corrotta, di antica matrice dantesca, sante affettivo nel rapporto con la terra. Più recente,
quanto il tema del passato perduto e della morte e meno colta, ma certamente più efficace ai fini
imminente, di sostanziale ascendenza leopardiana, della formazione di un immaginario popolare è
nella poesia Italia, inclusa in Le risonanze (1987):57 l’eco nella canzone Língua di Caetano Veloso (2007),

55
Antonio Gramsci, Il Risorgimento, Editori Riuniti, Roma, 1971, p. 91.
56
Giovanni Giudici, Itaglia, in id., I versi della vita, a cura di Rodolfo Zucco, con un saggio introduttivo di Carlo Ossola, Mondadori,
Milano, 2000, p. 576.
57
Nelo Risi, Italia, in Maurizio Cucchi – Stefano Giovanardi (a cura di), Poeti italiani del secondo Novecento 1945­1995, Mondadori,
Milano, 1996, pp. 204­205.
58
Nelo Risi, Dentro la sostanza, cit., p. 62.

248 | Da «donna di province» a «matria insana»


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che rifiuta il legame tra lingua e nazione per riven- o sono senza nervo,
dicare un rapporto diretto con la maternità ed espri- neppure vulnerabili
mere un’esigenza di fraternità: «A língua é minha i tuoi arti? In coma il tuo cervello
pátria / E eu não tenho pátria: tenho mátria / E quero comanda solo incomposti movimenti
frátria» («La lingua è la mia patria / E non ho patria: e basta? solo insensati suoni?
ho una matria / E desidero fratria», traduzione mia). Ricomponiti come sempre fosti.
L’Italia di Luzi, come quella di Risi, rischia di venire creaturale madre di creature,
travolta dalla sua follia e dal suo passato, matria in- tu, nient’altro.
sana, ma, contrariamente a quella di Risi, è ancora
‘creaturale madre di creature’, donna che può ri- Obiurgatio vuol dire ‘rimprovero’, ma anche ‘invet-
bellarsi e ritrovare se stessa (Obiurgatio, apparsa in tiva’ in latino. In tal modo Luzi insiste su una tra-
Sia detto del 1999):59 dizione di matrice dantesca: attraverso il rimprove-
ro, l’Italia potrà continuare a guardare al futuro, in
Non cedere, ti prego, quell’incessante processo di formazione che la carat-
ai tuoi sussulti vomitori terizza come ‘a venire’, un sogno, un desiderio,
non rovesciarti addosso la tua storia, qualcosa di già dato, in forma d’idea, che fatica a
matria insana, non ritorcerla tradursi in realtà. Luzi elabora perciò una lingua
contro te matrice «piena di cesure interrogative o esclamative, aggiu-
quella tribolata storia stamenti progressivi, incisi, andamento dilemma-
d’indegnità e di splendori. tico, punti di sospensione e frasi nominali», che è
Bagna essa funzionale al rifiuto dell’assertività e al «colloquio
defluvio disuguale interiorizzato».60 La poesia può definitivamente
ugualmente tutti noi abbandonare la retorica nazionalista per spostare
muniti di dolore, lo sguardo altrove, dove alla patria si chiede di essere
battesimale è quel decorso, matria non per accogliere e consolare, ma per for-
non è reversibile di battesimo. nire, attraverso la lingua, lo spazio della compren-
Non fare sione, dell’intimità, del dialogo e dell’alternativa.
sì che scoli
come broda e come bava tra le zanne
[d’antropoidi digrignanti.
Lo puoi?

59
Mario Luzi, Obiurgatio, in id., L’opera poetica, cit., p. 1221.
60
Cfr. Maria Antonietta Grignani, La lingua “matria” dell’ultimo Luzi, in “Lingua e stile”, XLI (2006), 2, pp. 255­273. Il passo riportato è a p. 273.

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250 | Da «donna di province» a «matria insana»


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252 | Da «donna di province» a «matria insana»