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I

LA TESTIMONIANZA POLITICA

I. Antiche domande per problemi nuovi.


Quanto a te, che sei situato sulla vetta pi alta del genere umano, che possiedi in sommo
grado eloquenza e cultura, so che persino chi viene a salutarti si accosta a te con religioso
rispetto, ed ha perci cura che quanto ti dice sia degno di te 1. Cos scriveva Plinio il Vecchio
allimperatore Tito nellanno 77 0 78 d.C., a lui dedicando con legittimo orgoglio la Naturalis
Historia. In verit il giovane principe ancora non aveva avuto occasione di manifestare
particolari doti di eloquenza e cultura, n lautore da parte sua uomo peraltro eccezionale
per laboriosit, erudizione, curiositas instancabile rivela nellunica opera sua pervenuta
specifiche doti di elaborazione formale e di ricercatezza letteraria. Le parole che abbiamo
citato sono per importanti, come tutta intera lepistola dedicatoria a Tito, perch rivelano un
modo caratteristico di intendere la cultura nellimpero romano del I secolo, e specialmente
indicano il rapporto esistente fra cultura e principato, a prescindere dai personaggi
contingenti che ne rappresentano di volta in volta rincarnazione.
Temistio, maestro di filosofia e senatore di Costantinopoli, visse tre secoli dopo, quando Tito
era gi diventato una figura mitica (il nostro autore lo ricorda pi volte come exemplum
virtutis accanto a Traiano e agli Antonini, dei quali si serve nelle sue argomentazioni come di
Alessandro Magno, di Licurgo, degli eroi omerici), ma le relazioni fra il letterato e il potere
politico erano ancora quelle sottintese dalle parole di Plinio. Con una sola, fondamentale
novit: nel 324, realizzando un progetto che maturava da tempo e rispondeva ad esigenze
militari, commerciali e di prestigio, Costantino aveva iniziato la costruzione di una nuova
capitale sul Bosforo, accelerando la rottura di antichi equilibri fra oriente e occidente e
favorendo l'instaurazione di un rapporto nuovo. Dopo linaugurazione della citt nel 330 per
la prima volta erano state create le premesse per un reale trasferimento delleredit romana in
oriente e per una modifica dei rapporti fra romanit ed ellenismo cio, in altre parole, fra
potere politico ed eredit culturale, fra basilea e filosofa . La pars orientale dellimpero
avr proprio in Temistio il suo primo teorizzatore. Esprimendo in numerose occasioni
pubbliche e nelle sedi pi prestigiose la necessit di unintegrazione politica dellellenismo
nella romanit egli finir per sollevare problemi non soltanto politici: ammettendo che ormai
la paidea non pu pi consistere soltanto in una formazione culturale disinteressata, ma deve
rispecchiare il mutamento delle condizioni politiche dellellenismo del tempo, egli
provocher aspre reazioni fra gli esponenti della cultura e delle municipalit orientali 2. La
gestione delleredit di Costantino richiedeva che i suoi successori affrontassero una serie di
questioni connesse col riconoscimento del nuovo baricentro spostato a oriente: anzitutto il
problema dello sviluppo della nuova capitale e della sua classe dirigente, quindi il
consolidamento dellapparato amministrativo centralizzato, e infine la ricerca di una forma di
coesistenza con i barbari che potesse dare respiro al bilancio dello stato e spazio alliniziativa
privata. Temistio dov assumersi lincarico di dare al programma politico degli eredi di
Costantino una forma letteraria adeguata e favorirne la divulgazione presso lopinione
pubblica orientale. Era quindi necessario vincere le prevedibili resistenze degli ambienti
ellenici tradizionalisti dimostrando che laccettazione di modelli e direttive di governo
appartenenti alla civilizzazione romana non solo non implicava la rinuncia alla propria
Te quidem in excelsissimo generis humani fastigio positum, summa eloquentia, summa eruditione
praeditum, religiose adiri etiam a salutantibus scio, et ideo curant, quae tibi dicantur ut digna sint (trad.
it. di G. RANUCCI in: GAIO PLINIO SECONDO, Storia Naturale, I, Torino, 1982, pp. 8 s.).
1

DAGRON, Lempire romain, p. 202. Le indicazioni in forma abbreviata degli studi moderni, usate nelle
note allintroduzione e alle traduzioni, rinviano alla Nota bibliografica.

tradizione, ma anzi era in armonia con essa e si fondava sui princpi dottrinali propri di
questa. Dal 350 al 388 Temistio si impegn da un lato come banditore delle scelte politiche
degli imperatori romani presso una classe senatoria formata ormai in gran parte da greci e
orientali, dallaltro come portavoce delle esigenze e delle richieste dello stesso ordine
senatorio o almeno di alcuni settori di esso presso i personaggi di tanto diversa levatura
e spessore politico che si susseguirono sul trono orientale.
Per adempiere a questa difficile funzione Temistio doveva scegliere una serie di punti di
riferimento ideologici universalmente accettati sui quali impostare i propri componimenti; e
inoltre, pur adornando incessantemente il suo dire con una serie di riconoscibili citazioni
omeriche e platoniche, doveva tener presenti nella sostanza pur evitando di citarli
direttamente alcuni autori come Dione Crisostomo o Elio Aristide, fioriti in epoca a lui pi
vicina nelle province orientali, i quali avevano affrontato problemi in parte simili. A questi
modelli egli affiancava il richiamo a una consolidata tradizione trattatistica che, attraverso
una serie ininterrotta di scritti Sulla regalit (Per Basileas) con alcuni autori oggi per noi
presso che perduti, come ad esempio Ecfanto, Diotogene e Stenida, dalla fine dellet classica
giungeva fin quasi ai suoi tempi3. E utilizzava inoltre come repertorio di materiali di
riferimento florilegi, raccolte biografiche e altri testi di divulgazione che possiamo tuttora, se
non identificare materialmente con le opere di Plutarco, Apollodoro o Diogene Laerzio giunte
fino a noi, almeno considerare alla base di tradizioni comuni ancora riconoscibili.
Lideale dello stato universale, che presente fin dallinizio nei discorsi politici di Temistio,
deriva in parte, oltre che dagli stoici, soprattutto da Dione Crisostomo 4. In questo autore egli
poteva trovare espressi concetti che a lui apparivano di grande attualit ed efficacia: in
particolare, che laddestramento allesercizio della retorica da abbinare allesercizio della
filosofia, che esiste la possibilit di collaborazione fra imperatore e classi elevate della
provincia, che c un rapporto stabile fra monarchia e governo di Dio sulla terra e che
bisogna nutrire fiducia nellevoluzione del principato romano e nella sua capacit di adattarsi
ai tempi che mutano5. A questo modello risale dunque gran parte dellimpostazione culturale
di Temistio. Obbedendo alla prassi, propria della Seconda Sofistica, di avere un auctor, egli
ha scelto di ispirarsi a Dione6. Ma, dopo aver ereditato da lui il concetto delluniversalit
imperiale, Temistio trasferisce sul piano politico la sintesi morale del suo modello, quella
sintesi secondo la quale grande sovrano soltanto colui che sa dominare se stesso, per cui
luniversalit dellimpero dipende dalla perfezione del sovrano. Per Temistio, pi realista,
lecumenismo che irrinunciabile richiede duttilit e coerenza da parte dellimperatore
per evitare i contraccolpi delle inadempienze politiche7.
Perci linteriorizzazione e la moralizzazione dei problemi politici, che costituiscono
leredit dionea originaria, si rilevano in maniera massiccia soltanto nelle or. 1 e 2, che
precedono lingresso definitivo di Temistio nella vita politica nel 335: da questo momento in
poi linflusso culturale di Dione sopravanzato da quello politico dellimperatore Costanzo,
3Ved.

L. DELATTE, Les traits. Per luso materiale e strumentale di queste e anche altre fonti in una
prospettiva pi strettamente culturale e didattica ved. infra, II, 1.
4Ved.

VALDENBERG, p. 579; BRANCACCI, Rhetorik philosophousa.

5Cfr. A.

MOMIGLIANO, Dio Chrysostomus, rist. in Quarto contributo alla storia degli studi classici e del
mondo antico, Roma, 1969, pp. 257-269.
6Cos

come Libanio si ispira ad Aristide, Proeresio a Polemone (DAGRON, Lempire romain, p. 85, nota

5)
7GARZYA,

Il mandarino, pp. 151-156.

che ha deciso di fare dellabile retore il proprio strumento di propaganda politica in senato8.
Temistio si differenzia anche per altri aspetti importanti da quelli che pure sono i suoi
modelli impliciti. Nella sua riflessione filosofica e politica egli d un rilievo particolare
allentit dello stato romano in s, un tema che i suoi predecessori non erano soliti trattare
altrettanto esplicitamente. In questo egli era probabilmente favorito anche dalla mutata
fisionomia dello stato romano, non pi fondamentalmente militaristico ma tendente ormai
alla burocratizzazione. Sentendosi parte dellapparato statale e corresponsabile di molte scelte
politiche del governo centrale, al fianco del quale egli viveva e operava, Temistio non poteva
rifugiarsi come avevano fatto i letterati e i retori delle province greche del II e del III
secolo negli ideali umanistici della tradizione, ma doveva impegnarsi a ricercare gli
elementi costruttivi offerti dallanalisi della storia del suo tempo, fino a enunciare il concetto
secondo il quale il principe tale per grazia di Dio 9. Per tre volte (89D. 147C. 229A) egli
cita, nominandone la fonte, un versetto tratto dal libro dei Proverbi (21, 1) del Vecchio
Testamento: Il cuore del re nelle mani di Dio. Laccostamento che egli effettua fra questa
sentenza ebraica e la tradizione ellenica risalente ad Omero, le conseguenze che ne trae, il
richiamo reiterato al patrimonio ideologico che egli sa essere riconosciuto universalmente dal
pubblico al quale si rivolge sono indizi eloquenti del ruolo centrale assegnato a tale concetto
nella speculazione del nostro autore. Pu essere interessante ricordare a tal proposito che,
ancora mille e cinquecento anni dopo, lo stesso versetto biblico rivela intatta la sua valenza
pregnante in una prospettiva e con una funzione sorprendentemente identiche a quelle di
Temistio nelle riflessioni sulla storia, sulla politica, sulla figura dellimperatore affidate da
Leone Tolstoj alle pagine del suo maggiore romanzo10.Altri elementi che furono utili al nostro
autore per affrontare i problemi cui abbiamo accennato sono presenti anche in Eusebio di
Cesarea. Come Eusebio e come molti altri panegiristi greci e a differenza dei coevi
panegiristi latini, ai quali egli allude talvolta con toni tanto polemici quanto discreti ,
Temistio rileva la divinit dellufficio imperiale, non il governante stesso 11. I due autori
inoltre sono assimilati dallidea secondo la quale lorigine del potere imperiale, emancipato
dalla tutela delle leggi, non pi la sovranit popolare ma direttamente Dio, un Dio (da lui
ovviamente indicato spesso anche con il nome tradizionale di Zeus) che regge luniverso
secondo giustizia e bont e ispira limperatore filnthropos, amico del genere umano12.
Come si inseriscono allora in questo quadro di riferimento i numerosi richiami a Platone e
ad Aristotele, che pure dal punto di vista formale e strutturale condizionano tanto
pesantemente lopera del nostro autore? indispensabile notare subito, a tal proposito, che
sotto laspetto teoretico quei richiami a Platone e ad Aristotele sono vani, perch nessuno dei
8DAGRON,

Lempire romain, p. 89.

9Cfr. MAZZARINO,
10

La fine del mondo antico, p. 127.

Guerra e pace, III, I, i.

11

STERTZ, Themistius, pp. 349-358. Gli unici due passi che sembrano costituire un cedimento a
unideologia di tipo pi strettamente orientale (or. 1, 3B; 13, 170B) sono inseriti in contesti
particolarmente condizionati dallimpronta retorica e non sono perci indicativi (Dagron, L'empire
romain, p. 136 e nota).
12

Non era codesta una dottrina originale di Eusebio n di Temistio, anzi era stata diffusa dagli scritti
dei neopitagorici in epoca romana. Ci troviamo quindi di fronte ad uno dei molti casi in cui due autori
giunti fino a noi, pur mostrando numerosi e importanti punti di contatto, non permettono di supporre
lesistenza di influssi diretti. Anche se la Vita Constantini e le Laudes Constantini eusebiane hanno
elementi in comune con le orazioni di Temistio, ci non basta a nascondere una differenza di fondo fra
le teorie politiche dei due autori proprio riguardo alla persona dellimperatore: mentre Eusebio vede il
principe essenzialmente nel suo rapporto con Dio filtheos, Temistio lo vede soprattutto nel suo
rapporto con gli uomini filnthropos: cfr. DAGRON, Lempire romain, spec. pp. 136 s.

due filosofi concep mai effettivamente strutture politiche pi ampie di quelle in cui vissero13.
In realt Temistio, come molti suoi predecessori dellet imperiale e dellepoca tardoantica,
anche se non va messa in dubbio la sua buona fede, si rif non a Platone e ad Aristotele
direttamente, bens alle tradizioni ellenistiche che avevano rimeditato il platonismo e
laristotelismo originario14. superfluo ripetere a tal proposito che il rapporto fra uomo e
potere instauratosi nellimpero romano dopo Diocleziano e Costantino e perfezionato da
tempo nei regimi dispotici del Vicino Oriente, dove si era abituati ormai a esercitare un
comportamento morale in condizione di radicale mancanza di libert politica sarebbe
apparso per lo meno insolito al mondo greco antico, in unepoca in cui la citt-stato negava
lesistenza di una categoria di persone in possesso del diritto di agire direttamente in nome
degli di15. Perci le teorie politiche di Temistio si basano su un tacito equivoco, e i suoi
insistiti e talora ostinati richiami platonici si configurano piuttosto, a somiglianza di altri
scrittori tardoantichi, come un mezzo per enfatizzare il contrasto tra filosofia e
retorica16.Quanto alla sua posizione filosofica, anchessa da valutare non sulla base delle
affermazioni dellautore, ma tenendo conto dellevoluzione del termine philosopha e del
valore che esso aveva nel IV secolo d.C. (e gi dallepoca degli Antonini) ad indicare
principalmente unesperienza culturale e una ricerca di conciliazione fra teoria e prassi. Ed
necessario altres tenere adeguatamente conto della collocazione storica e cronologica del
nostro autore. Non bisogna meravigliarsi che proprio Temistio, autore in anni giovanili di
celebrate parafrasi aristoteliche, rechi tracce non grandi della dottrina peripatetica nelle altre
sue opere. Occorre infatti ricordare che dopo Alessandro di Afrodisia il peripatetismo
decadde, e appunto dalla met del s. IV non si pu pi parlare di una scuola aristotelica
indipendente. Avendo il neoplatonismo assimilato leredit di altre scuole filosofiche, a
questo noi siamo debitori per una grande quantit di esegesi, anche importanti, allopera dello
Stagirita. Furono proprio questi commentari neoplatonici ad eliminare i pi antichi e originali
predecessori17.
2. Il retaggio difficile
La pi complessa da affrontare tra le questioni ereditate dalla tradizione imperiale romana
rimaneva quella dellunit dello stato. Dopo la morte di Costantino essa non si era pi
realizzata se non per brevi periodi. Perci il problema delle due Rome e dell'armonica
coesistenza delle due autorit imperiali ricorre pi volte nella speculazione di Temistio18. Gli
eventi del V secolo, e le ondate barbariche talvolta cinicamente indirizzate dalla corte di
Costantinopoli verso l'occidente latino, posero fine alla questione della diarchia nata con
Diocleziano, cos che lo stato bizantino pot ereditare intatta la dottrina dell'impero romano
13

P. WENDLAND, La cultura ellenistico-romana nei suoi rapporti con giudaismo e cristianesimo, trad. it.
Brescia, 1986, p. 31.

14

Fare delle idee di Temistio un prolungamento delle idee di Platone significa passare, in modo
fraudolento, dalla semantica alla storia (DAGRON, Lempire romain, p. 202).
15

AVERINCEV, pp. 96 s.

16

BRANCACCI, Rhetorik philosophousa, pp. 13 s.

17

UNTERSTEINER, Litologia filosofica, p. 209. Tale osservazione pu contribuire fra laltro a spiegare i
violenti toni polemici dellor. 21, dove si parla appunto di un filosofo neoplatonico (probabilmente
Massimo di Efeso) che pretende di avere lesclusiva dellinterpretazione aristotelica.
18

Si vedano i riferimenti alia vecchia e alla nuova Roma presenti in alcune delle orazioni a Costanzo, e
poi specialmente Por. 6 a proposito della spartizione dellimpero fra Valentiniano e Valente, e ancora lor.
14 pronunciata in occasione della nomina di Teodosio.

universale ed espressione terrena del regno celeste. Ma durante i quarantanni in cui Temistio
fu consigliere, oratore ufficiale e magistrato al servizio degli imperatori costantinopolitani il
problema rimase vivo e sentito, e il nostro autore fu tra quelli che maggiormente
contribuirono a discuterlo e a chiarirlo19.
Nel tentativo di precisare la natura del potere imperiale Temistio dov anche superare due
ulteriori difficolt: innanzi tutto la conciliazione della teoria della legittimit dinastica con
quella del consenso civile e militare inteso come segno della volont divina, e in secondo
luogo la definizione del rapporto fra il sovrano e la legge. Anticipando i tempi egli affront
questi nodi da un lato come abbiamo gi accennato con il richiamo a idee presenti sia
nella tradizione filosofica pagana, sia in quella cristiana, dall'altra con il ricorso alla
definizione del principe come legge animata (nmos mpsychos), in grado di rimediare alle
insufficienze della legge scritta di fronte alla complessit dei casi umani (or. 1, 14D s.).
Temistio non offre perci nei suoi discorsi una dottrina organizzata coerentemente ed
esposta con finalit pratica immediata. La sua efficacia consiste invece nel proporre agli
ascoltatori e ai lettori un approccio pi razionale e critico ai problemi politici e culturali del
suo tempo. Egli riesce infatti a favorire, nei circoli della capitale ai quali si rivolge, la presa di
coscienza di un dato di fatto importante, e cio che idee e istituzioni sono il prodotto di un
processo storico in perenne evoluzione, per quanto antico e lento, e che quindi la lotta politica
va demitizzata. Sotto lapparato retorico e culturale della sua prosa Temistio, vero uomo che
si fatto da s e che ben poco ha a che fare con laustero tradizionalismo dei curiali di
provincia, tende costante- mente a proporre soluzioni concrete, che siano realmente
compatibili con la complessit delle situazioni. Posto dinanzi al mutare dei tempi e al
contrasto che si veniva creando fra questo mutamento e le irrinunciabili costanti offerte
dalleredit del passato, Temistio propone le scelte da lui considerate adeguate parlando e
agendo come un filosofo politico e non soltanto come un panegirista. Questo spiega quanto
sia fuori strada, ad esempio, Melchiorre Cesarotti che pure fu un traduttore penetrante e
cos abile nel rendere con efficacia lo stile del nostro autore , il quale nelle note esprime ad
ogni pi sospinto il suo sdegno per la piaggeria che Temistio, smentendo dinanzi al nuovo
imperatore le parole rivolte al vecchio, dimostra verso tutti i sovrani dei quali fu servitore. Il
dotto abate non si accorge che loratore in realt manifesta una fedelt di fondo non ai singoli
imperatori ma allidea di impero che egli ha nel suo intimo.
La prova, tanto evidente quanto superflua, di questa silenziosa coerenza sta nel fatto (gi da
tempo osservato20) che egli ha labilit e la perseveranza di lodare davanti ad ogni principe
proprio le virt che a lui mancano: la mansuetudine di Costanzo, la tolleranza di Gioviano, la
cultura di Valente. In effetti limmagine che egli serba dinanzi agli occhi della mente, e che
con diplomazia prudente e con tenace sicurezza tratteggia per i suoi ascoltatori e lettori,
quella di un principe ideale, che non si incarnato in nessuno degli imperatori da lui
conosciuti ma che non di meno suo dovere come filosofo e come politico continuare
a indicare come unica garanzia di stabilit e di eternit dellistituzione statale.
In questa prospettiva non dunque realmente utile nel caso di Temistio parlare ancora una
volta del IV secolo come di unepoca di transizione. Tutti i secoli, pi o meno, scrive
Giacomo Leopardi nel Dialogo di Tristano e di un amico, sono stati e saranno di transizione,
perch la societ umana non ist mai ferma, n mai verr secolo nel quale ella abbia stato che
sia per durare. Temistio in realt ha importanza per noi proprio perch riesce a rappresentare
un elemento di continuit e un esempio di adattamento alla realt in mutamento.
19

La delicata essenza della diarchia in epoca post-costantiniana stata ben tratteggiata da Jones (Il
tardo impero romano, I, p. 400): a una formale collegialit nelle decisioni, nella legislazione, nella
circolazione monetaria, si accompagnava una sostanziale indipendenza nelle direttive di politica interna
ed estera, e gli imperatori erano visti, allatto pratico, come sovrani indipendenti di parti diverse
dellimpero.
20

DAGRON, Lempire romain, p. 84.

Paradossalmente, in unet di trapasso, uno fra i suoi maggiori esponenti chiamato ad essere
il simbolo di essa a condizione che si riconosca in lui un elemento di stabilit e di equilibrio.
3. Costanzo: l'umanit del principe
La proposta di un modello di regalit ideale che servisse ad affrontare in modo operativo i
problemi concreti venne formulata pubblicamente da Temistio per la prima volta ad Ancira
nel 350, quando si present al cospetto di Costanzo II in marcia da Antiochia verso occidente
per combattere lusurpatore Magnenzio. Costanzo lasciava dietro di s una difficile situazione
alla frontiera persiana per andare ad affrontare una situazione altrettanto difficile in Europa. Il
suo carattere duro e alcune recenti manifestazioni di intransigenza e crudelt anche verso i
membri della sua stessa famiglia non lasciavano presagire una prossima soluzione dei diversi
problemi di politica interna ed estera, ma il giovane retore non esit a comparire dinanzi al
principe con la precisa volont di distaccarsi dalle linee proposte da altri consiglieri e indicare
alcuni punti di riferimento moralmente impegnativi ma, a suo giudizio, politicamente efficaci.
Temistio propose a Costanzo di puntare non sulle prove di forza ma sullumanit, di fidare
non nel confronto armato ma in quello civile, di valersi della collaborazione non dei carnefici
ma di funzionari onesti e fidati e soprattutto dei veri filosofi, maestri non di adulazione ma
di virt. Da tale politica, ispirata a princpi etici, limperatore avrebbe potuto attendersi, oltre
al compenso divino, il premio inestimabile del consenso popolare. Anche in questo caso
Temistio non esprimeva idee completamente nuove e originali. Il tema dellumanit del
principe (philanthropa), definito da A. J. Festugire una disposizione di benevolenza e di
beneficenza nei confronti del genere umano21, era uno dei molti punti di contatto e di
confronto fra la morale dei filosofi pagani e quella dei cristiani, che predicavano appunto
lamore per il prossimo22.
La novit sta piuttosto nel fatto che per Temistio la filantropia, oltre ad essere un ideale
etico, uno strumento politico. Su questo egli fonder nei decenni successivi anche la sua
dottrina di assimilazione dei barbari e di convivenza con essi (ma la prima applicazione di
tale concetto, anche se in posizione incidentale, gi nellor, i, 12C)23 . Centrando sempre pi
il concetto di filantropia su quello della regalit Temistio evit che questa importante eredit
della filosofia ellenistica, nella quale convergevano tradizioni umanistiche e umanitarie,
finisse per isterilirsi in un antistorico isolamento.
Nella grecit classica filantropia significava principalmente l'amore degli di per gli
uomini. In seguito, come osserva Leopardi in una nota dello Zibaldone24, nell'epoca del
cosmopolitismo e del livellamento propri dellet ellenistica pass a indicare lamore
scambievole fra gli esseri umani. In et romana il concetto divenne pi generico, fino a
diventare il corrispondente del latino humanitas (che peraltro, a giudizio di Antoine Meillet25,
un vocabolo nato appunto in funzione del greco philanthropa). Nelle Vite di Plutarco la
parola esprimeva gi chiaramente la connessione fra umanit e umanesimo26, il che rendeva
21La

rvlation dHerms Trisrngiste, II, Paris, 1949, p. 301 (sul problema esauriente Daly,
specialmente in Themistius) Concept of Philanthropia, con bibliografia).
22

Altri punti di contatto erano il disprezzo delle ricchezze e del potere, lelogio della temperanza e della
castit, il concetto della generosit, che nella Chiesa si trasformava nel concetto di carit (JONES, Il tardo
impero romano, III, pp. 1425 s.). Libanio ad esempio (Ep. : 75- 256. 823. 1120. 1397. 1414; Or., 15, 22
ss.; 19, 12 s.; 43, 18) non tralascia di sottolineare il valore della virt ellenica del perdono.
23

DALY, The Mandarin and th Barharians, pp. 335. 378.

24

La citazione e le indicazioni relative tono riportati- oltre, Nota critica, 3.

25

Lineamenti di storia della lingua greca, trad. it. Torino, 1976, p. 322.

26

H. MARTIN, The Concep of Philanthropia in Plutarch's Lines, American Journal of Philology,

philanthropa virtualmente un sinonimo di paidea. Col IV secolo da un lato laffermarsi del


cristianesimo mette in pericolo il monopolio del concetto, mentre dallaltro la politicizzazione
di esso mette in discussione la norma tradizionale. Temistio si adoper per trasferire la morale
nella politica e per impedire che la filosofia si trasformasse in pura erudizione filologica. Egli
comprese che la filantropia molto pi che per gli uomini di scuola era importante per gli
uomini di stato27, e che il richiamo ad essa doveva servire a incoraggiare la
responsabilizzazione del comportamento morale di questi. Attraverso la filantropia Temistio
riesce a collegare lideale di amministrazione dello stato con quello di emulazione della
divinit, enfatizzando in modo nuovo e originale l'interazione tra buon governo e
assimilazione a Dio, lessere philanthroptatos proprio perch dynattatos (or. 9, 126C).
Stabilendo nella sua concezione della philanthropa una relazione reciproca fra virt e potere
egli d un supporto ideologico al riconoscimento della trasformazione della citt-stato
ellenica nello stato universale romano: come la civilt mediterranea si estesa, cos deve
estendersi la responsabilit morale di chi ne a capo. Lunico strumento per questa
espansione (resa difficile dalla tenuit dei legami fra le varie parti dellimpero e dalla
profonda differenza fra le razze e le civilt) la philanthropa. Il sovrano creatura celeste se
d prova di efficacia nel governare, mostrandosi veramente provvido e universale. La sua
virt morale deve avere come fine non la conoscenza ma lazione (ved. lor. 2, 31C, dove
citata l'Etica Nicomachea di Aristotele), e dunque il sovrano deve sottoporsi a un processo di
apprendimento: possedere conoscenze una condicio sine qua non per esercitare il potere28.
Ecco perch al principe necessaria la collaborazione della filosofia, lunica legittima
testimone della virt. Istruito nei canoni della paidea, luomo di stato sar in grado di
governare con saggezza ed efficacia nel campo cultuale, legale e bellico29.
Costanzo II colse immediatamente la valenza pratica del messaggio e decise di fare di
quellabile parlatore il suo uomo di fiducia e il suo principale collaboratore nella delicata
opera di promozione della nuova classe senatoria costantinopolitana e di burocratizzazione
dellapparato amministrativo attraverso limpiego dei migliori elementi delle province
orientali. Questo principe fu per le fortune di Temistio, come fa capire egli stesso (or. 34, 13),
una figura decisiva: i suoi progetti trovavano in quel professore di provincia singolarmente
clto e spregiudicato il portavoce ideale per lopera di romanizzazione delloriente che egli
intendeva realizzare. Un uomo che parlava greco in quel modo e sapeva strumentalizzare con
tanta efficacia il suo patrimonio culturale avrebbe potuto garantire una migliore penetrazione
delle sue innovazioni presso il pubblico. Non a caso Costanzo II nella Demegoria (il
messaggio inviato al senato di Costantinopoli per la nomina di Temistio a senatore) loda il
suo uomo appunto perch ha saputo rinnovare le antiche dottrine rendendole accessibili a
tutti e facendo di esse lo stimolo per un fattivo impegno politico30. Agli ordini di Costanzo
Temistio port da trecento a duemila il numero dei senatori della nuova capitale, sottraendo
alle citt delle province gli elementi migliori e creando a Costantinopoli una vera e propria
classe politica, di cui divenne il naturale rappresentante31.
LXXX11, 1961, pp. 164-175.
27

Cos invece sembra credere Libanio (Or., 15, 25), per il quale Giuliano merita la qualifica di filantropo
in quanto greco che governa altri greci.
28

VALDENBERG, p. 572.

29

Per tutto quanto precede ved. DALY Themistius' Concept of Philanthropia ", p. 5.

30

CRACCO RUGGINI, Arcaismo e conservatorismo, p. 133.

31

questo uno dei motivi del celato rancore di Libanio verso Temistio (Ep. , 368. 40.70.76; ved. anche
EUNAPIO, Vit. soph., VI, 2,7 ss.; ZOSIMO, II, 35; cfr. PETIT, Libanius, pp. 67 s.; CRACCO RUGGINI,
Simboli, p. 188, nota 22; DAGRON, L'empire romain pp. 37- []

[]esempio in un passo del discorso che lo storico Cassio Dione fa pronunciare a


Mecenate di fronte ad Augusto per illustrargli il miglior modo di governare (LII, 36, 3 s.)32.
Confrontando questo passo con l'or. 5 di Temistio si nota la vitalit di un tale atteggiamento
mentale.
La stessa or. 3 in molti altri luoghi, e certo non soltanto nelleloquente esordio,
apertamente critica nei confronti delle scelte perdenti da parte del principe appena scomparso,
colpevole di aver messo da parte il filosofo prediletto da Costanzo II. L dove richiama
lattenzione sullesistenza di molteplici nazioni, Temistio vuol fare proprie, con finalit
naturalmente opposte, alcune istanze messe in luce dalle iniziative controcorrente
dellimperatore Giuliano, il quale appunto su tale molteplicit fondava la sua pretesa anche
politica di restaurazione del politeismo33. E l dove, riaffermando il carattere universale della
regalit, Temistio osserva che la pace conclusa da Gioviano con i Persiani ha avuto il merito
di trasformare le ragioni di guerra in occasione di alleanza, non difficile riconoscere una
condanna implicita della politica di Giuliano sulla frontiera orientale.
Il contrasto di fondo incentrato per soprattutto sui temi ideologici. Riguardo alla figura del
sovrano, ben noto che Giuliano (Or., 1, 45D) vede il principe come sottoposto alle leggi
quanto e pi degli altri sudditi34, mentre Temistio lo considera superiore ad esse e anzi egli
stesso legge incarnata. Giuliano critica il concetto ellenistico della natura speciale del
basiles e non disposto ad accettare lidea che lesercizio della philanthropa possa rendere
perfetto (e quindi divino) un sovrano. Le scelte di Giuliano, riflesse nella sua politica di
restaurazione dellellenismo e delle tradizioni pagane su base etica, lo spinsero a formulare
un programma severo e impegnato, rivelatosi in breve tempo perdente, e mentre Temistio nei
suoi discorsi indirizzati ai successori di Giuliano non va al di l di alcune critiche velate al
"nuovo Empedocle che aveva tentato di imporre una visione del mondo utopistica e ascetica,
in completo contrasto con la realt sia pagana che cristiana che lo circondava, ben pi
esplicite furono le critiche di Gregorio di Nazianzo, che ad esempio, nel suo primo discorso
contro Giuliano ( 74), osserva con un paradosso soltanto apparente che il programma di
Giuliano era destinato a fallire perch aveva voluto sovvertire lo status quo.
La misura del contrasto fra Temistio e Giuliano, e la spiegazione forse pi eloquente
dell'emarginazione del primo durante il regno del secondo, data dal differente significato
che i due uomini attribuiscono a colui che per l'uno e per l'altro era un simbolo irrinunciabile,
cio il personaggio di Socrate. Temistio (or. 17, 215B; 34, 8. 20) se ne serve per giustificare il
diritto dei filosofi a impegnarsi nella vita politica, Giuliano (Ep. Them., 263C ss.) lo cita
come esempio del distacco del filosofo dalla politica attiva. Entrambi hanno come mira dei
propri ragionamenti la ricerca della salvezza dell'uomo, cio la ricerca di una risposta
adeguata al messaggio cristiano, ma stato giustamente osservato a tal proposito35 che il
contrasto gi nel punto di partenza, perch Temistio parla in termini di salvezza e sicurezza
civile, Giuliano di salvezza spirituale.
5. Gioviano: la tolleranza e il rapporto col cristianesimo
Dopo la morte di Giuliano e la scelta di un successore dal carattere pi influenzabile,
n.d. Domenico: Qui si trovava la citazione in lingua del passo.
Il discorso di Mecenate continua accennando subito dopo ai vantaggi di una politica di pace.
32

33

Questa problematica toccata, pur senza riferimenti al nostro autore, da A. MOMIGLIANO, Gli
svantaggi del monoteismo per uno stato universale, rist. in Saggi di storia della religione romana.
Studi e lezioni 1983-1986, a cura di R. DI DONATO, Brescia, 1088, pp. 119-133. Ved. inoltre E.
PETERSON, Il monoteismo come problema politico, traci it. Brescia, 1983.

34

Cfr. anche LIBANIO, Or., 49, 162; SIMMACO, Ep., II, 13.

35

CRACCO RUGGINI, Simboli, p. 198 e nota 42.

Temistio, sfruttando la propria posizione di prestigio negli ambienti palatini accresciuta


dall'emarginazione subita durante il regno di Giuliano, pronuncia l'or. 3 allo scopo di
condizionare la politica futura dell'imperatore appena eletto. Per far questo decide di
impostare in senso politico il problema della tolleranza36. All'imperatore indeciso e incerto
egli spiega con autorevole fermezza che un equilibrio politico potr risolvere anche le
questioni religiose, come dimostrato dall'esempio di Costantino e in senso negativo
dagli errori commessi dopo di lui. In quello che per tanti aspetti il suo discorso pi
significativo Temistio enuncia due concetti: anzitutto che la religione un fatto di coscienza
individuale (67CD. 68B. 70A); e in secondo luogo che Dio unico, come unico il sovrano
che lo rappresenta sulla terra (68D-69D). I problemi relativi all'organizzazione dei culti, alla
politica religiosa, alla tolleranza si situano fra questi due enunciati. Tale impostazione
consente a Temistio di stabilire un rapporto dialettico fra lautorit imperiale e le componenti
etniche e culturali dell'impero, un rapporto modellato su quello esistente fra Dio e i suoi culti:
il Dio unico fondamento della molteplicit dei culti. La tolleranza per Temistio si colloca
dunque nello spazio di equilibrio fra l'uno e i molti, fra Dio e i culti locali, fra limperatore e
le pleis. Situando politicamente i problemi religiosi Temistio riesce ad evitare in tal modo di
affrontarli egli stesso in prima persona, ed evita specialmente una polemica sterile fra
cristianesimo inteso come religiosit ed ellenismo inteso come irreligiosit. Le sue idee erano
adatte al momento contingente in cui venivano espresse (dopo Giuliano e prima di Teodosio),
ma erano destinate a tramontare col processo unificatore orientale che avrebbe condotto
infine al cristianesimo come religione di stato. Rinunciando a sostenere la posizione
monolitica e integralista di un Libanio, egli distingue (or. 5, 70A) tre aree, che chiama
rispettivamente greca, siriaca, egiziana, per alludere allellenismo (cio alla tradizione
culturale entro la quale egli stesso si moveva), al cristianesimo, alla misteriosofia (cio al
neoplatonismo di tipo giamblicheo). Definendole politeai, cio forme di convivenza
religiosa, tutte necessarie al principe, egli dimostra di considerare i culti come altrettante
forme di cultura, estranee l'una allaltra ma adatte a coesistere pacificamente, dato che il
sentimento di un Dio unico e inconoscibile comune a tutti gli uomini (68D-69A). Lor. 5,
pronunciata coram populo (come attestato dallo storico Socrate, III, 6) poco dopo la morte
di Giuliano, rappresenta quindi una presa di posizione contraria agli eccessi settari.
Lidentificazione ideale fra Gioviano e Costantino, con la quale si conclude lorazione,
dimostra che lautore vuol rimanere aderente allequilibrio costantiniano.
Inquadrando il problema della religione in una prospettiva che politica e culturale piuttosto
che religiosa, Temistio rifiuta laperta polemica anticristiana e preferisce diluire lefficacia del
messaggio mistico dei cristiani stemperandone il linguaggio nella pi ampia tradizione
ellenica37. Dal momento che ellenismo e cristianesimo sono visti come due culture in
competizione, possibile un superamento dellantitesi attraverso la sintesi rappresentata dalla
romanizzazione.
Sar proprio questo atteggiamento a provocare le reazioni degli avversari tutti di fede
pagana e le difficolt che accompagneranno la carriera politica di Temistio fino alla fine
dei suoi giorni. Durante il soggiorno di Temistio a Costantinopoli il conflitto principale non
fu tra paganesimo e cristianesimo ma allinterno delle rispettive religioni. In campo pagano
lortodossia costituita dallellenismo, leresia dalla romanizzazione politica inaugurata da
Costantino. Temistio ortodosso per la cultura (non sa il latino)38, ma eretico per la sua
obbedienza alla linea costantiniana di romanizzazione politica dellOriente39 .
36

Per tutto il passo che segue, e in genere per linquadramento dellor. 5 qui riproposto, sono debitore
allindagine di DAGRON, Lempire romain, pp. 180-185.
37

Ibid., pp. 156 ss. e note.

38

Ved. lesordio dellor. 7.

39

LEMERLE, Prmier humanisme, pp. 54 s.

Per comprendere come fosse articolata e spesso sfumata la posizione non soltanto di
Temistio, ma in genere di buona parte degli intellettuali pi attenti al mutare delle situazioni,
necessario liberarsi del preconcetto moderno che vede concentrarsi nel IV secolo tutto il
conflitto tra paganesimo e cristianesimo. In realt lincontro (e lo scontro) avevano avuto
inizio assai prima, almeno dai tempi di Plutarco40. Temistio rimase pagano per tutta la vita,
ma ci non gli imped di avere proprio in alcuni ambienti pagani i suoi maggiori avversari, di
ricevere due lettere di tono ammirativo da Gregorio di Nazianzo (Ep., 24 e 38), di citare tre
volte con espressioni lusinghiere la Bibbia ebraica (or. 7, 89D; n, 147BC; 19, 228D-229A,
per introdurre Prov. , 21, 1)41.
La consonanza fra Temistio e i cristiani si rivela nel comune richiamo a Costantino,
limperatore tanto spesso criticato dai pagani per le sue innovazioni , e nell'accettazione
dell'ideologia eusebiana della monarchia terrena parallela a quella celeste42. Inoltre la decisa
presa di posizione temistiana a favore di Costantinopoli, la nuova capitale, si allinea al
diffuso punto di vista cristiano e pu essere utilmente paragonata alle prese di posizione delle
gerarchie ecclesiastiche a favore della stessa sede patriarcale di fronte a Roma43.
6. Da Valente a Teodosio: la nuova Roma e i barbari
Morto Gioviano nel 364 dopo pochi mesi di regno e senza aver avuto neanche il tempo di
raggiungere Costantinopoli, i funzionari civili e militari riuniti a Nicea elessero imperatore il
tribuno Valentiniano, un ufficiale originario della Pannonia. Questi si rese conto ben presto
che la situazione dello stato romano, conseguente alle scelte costantiniane, era tale da
richiedere la formalizzazione della separazione fra le due parti dellimpero e la scelta da parte
40

Non a caso J. GEFFCKEN inizi proprio con Plutarco la sua opera Der Ausgang des griechischrmischen Heidentums.

probabile che la citazione biblica dal libro dei Proverbi fosse nota a Temistio non per lettura diretta
ma attraverso la pubblicistica cristiana coeva (ved. ad es. GREGORIO DI NAZIANZO, Or., 36, 11; citata
inoltre da Atenagora, Atanasio, Ireneo, ecc.). Altre citazioni, come ad es. 1 Cor., n, 7; 2 Cor., 4, 4; Col., 1,
15 per lespressione etxtbv then nellor. 1, 9AB o nellor. 11, 143A, non sono altro che riecheggiamenti di
espressioni ben note anche alla tradizione ellenistica (cos pure limmagine del buon pastore nellor. 1,
9D- 10B non presuppone affatto Ev. lo., 10). Problematica anche lidentificazione nellor, i, 4D di uneco
paolinica (2 Cor., 10, 1). GL. DOWNEY in uno studio dedicato a questo problema (.Allusioni io Christianity)
ha voluto considerare or. 21, 238A come un riecheggiamento di Ex., 20, 3 e ha voluto riconoscere echi di
Prov., 16,13; 20, 28 nelle or. 1, 6A; 4, 31D; 5, 67B; 8, 102B; 11, 146D; 13, 189D. Per spiegare questa
conoscenza delle Scritture da pane di Temistio Downey ipotizza un suo esame per dovere professionale
dello scritto indirizzato da Atanasio allimperatore Gioviano nel 363 (ma le or. 1 e 4 sono ben anteriori).
Downey vuol riconoscere inoltre una traccia del sermone sul monte nellor. 7, 93A, ma pi probabile la
reminiscenza platonica da Resp., 332A ss.; Crii., 49A ss. Possibile invece una tacita opposizione alla
pubblicistica cristiana ad es. nellor. 2, 32D (filosofia come homoosis theo), da PLATONE, Theaet., 176B,
in risposta a Gen., 1, 26; Ep. lac., 3, 9). In realt indispensabile tener presente che alcuni ben noti temi
neo- testamentari (il buon pastore, il bisogno delluomo di credere solo in quello che pu vedere o toccare,
Dio come padre comune dellumanit, luomo creato a immagine e somiglianza di Dio, il precetto di
amare il prossimo e anche i nemici rendendo bene per male, e cos via) appartengono anche alla
tradizione filosofica ellenica, di cui Temistio aveva una conoscenza sicuramente approfondita (CRACCO
RUGGINI, Simboli, p. 193, nota 33, con bibl.).
42 Non si tratta di un caso isolato. Altri sofisti pagani sulla stessa posizione di Temistio furono Bemarchio
di Cesarea e Prassagora di Atene, ricordati rispettivamente dal lessico di Suida (s.v.) e da Fozio (cod. 62)
come autori di libri sulle gesta di Costantino (ved. CRACCO RUGGINI, Simboli, pp. 193 s.). Gli ambienti clti
della capitale orientale non potevano pi essere pregiudizialmente ostili al cristianesimo, nonostante la
loro formazione classica, poich per la loro adesione allideale della monarchia assoluta trovavano un
efficace veicolo di consenso appunto nella propaganda cristiana facente capo ad Eusebio di Cesarea.
41

43

T. O. MARTIN, The 28th Canon Of Chalcedon: A Background Noie, in: A. Grillmeier-H. Bacht, ss.jj.,
edd., Das Konzil von Chalkedon: Gescbicbte und Gegenwart, II, Wurzburg, 1953, pp. 433-458.

sua di un collega al quale affidare la porzione orientale. Egli nomin quindi suo fratello
Valente, rivestendolo della porpora nel sobborgo costantinopolitano di Ebdomo. I due si
spartirono i comites e le unit dell'esercito, poi Valentiniano si trasfer a Milano, dove assunse
il consolato, mentre Valente andava ad assumere la stessa carica a Costantinopoli.
La divisione de facto dellimpero e la nomina di Valente, avvenuta a poche miglia da
Costantinopoli, costituirono due fatti importanti per la speculazione politica di Temistio, il
quale nei discorsi rivolti a questo imperatore non manc di ritornare pi volte sui nuovi
aspetti della situazione. Da un lato egli vedeva unoccasione favorevole alla definitiva
affermazione della citt sul Bosforo, ora che nel suo ruolo di capitale non doveva pi
realisticamente confrontarsi con le concorrenti italiche- dall'altro avvertiva che la distinzione
fra i due poteri, mentre esigeva la rituale anzi liturgica riaffermazione della spirituale unit
dell'impero (l che egli fece a varie riprese, e nelle pi solenni circostanze), poteva favorire
l'affermazione di orientamenti politici diversi da quelli che, nel tentativo di conservare una
certa unit d'intenti con la parte occidentale, erano stati seguiti fino ad allora.
Fra i problemi che con maggiore urgenza richiedevano un approccio differente rispetto
agli ambienti occidentali vi era quello del rapporto con i barbari. Temistio rimase fino alla
fine convinto assertore di una politica realisticamente conciliativa nei confronti dei Goti che
premevano sulla frontiera danubiana, e fu tra i maggiori artefici dei negoziati che portarono al
trattato di Valente nel 376 e poi al foedus di Teodosio nel 382. Ammiano Marcellino,
ricordando il primo di questi trattati con amaro sarcasmo (XXXI, 4), prima di dire a chiare
lettere che esso fu la causa della disfatta romana ad Adrianopoli due anni dopo, accenna ad
alcuni adulatori di Valente, i quali abilmente esaltavano la fortuna del sovrano che, senza
che egli se l'aspettasse, gli procurava dalle pi lontane regioni tante reclute44.
Fra questi era anche Temistio. Egli ovviamente era spinto non da intenti adulatori ma dal
desiderio di garantire la difesa di Costantinopoli dal pericolo incombente, anche a costo di
sacrificare alcune fra le province di confine (in questo consisteva una delle maggiori
divergenze di vedute rispetto agli indirizzi politici occidentali). La scelta pacifista a suo
parere era l'unica in grado di favorire lo sviluppo del commercio, e non dovevano essere
sottovalutati i vantaggi economici derivanti dal fatto di accogliere i barbari nelle campagne
come coloni e soldati45.
La tragedia di Adrianopoli non fu riconosciuta da Temistio come una smentita della sua
politica gotica. Pronunciando l'or. 16 il 1 gennaio del 383 per celebrare il foedus stipulato
dal magister militum Saturnino con i Goti nel precedente mese di ottobre, egli lascia
intendere che la sanguinosa sconfitta subita da Valente era stata la conseguenza di una
politica miope, non adeguata agli orizzonti ecumenici dellimpero. Lortodossia politica, che
viene indicata a Teodosio come elemento indispensabile di unautentica regalit, sar un
veicolo di civilt, procurer un nuovo prestigio di fronte ai barbari e potr garantire
allimpero una nuova fortuna.
Il giudizio storico su questo tipo di politica filobarbarica non semplice. vero che in
seguito al trattato i Goti ottennero terre lungo il Danubio nelle due province settentrionali
della diocesi di Tracia (ricevendo forse alloggi presso la popolazione locale in cambio
dellobbligo di combattere per la difesa dellimpero), ed altrettanto vero che ai barbari fu
Eruditis adulatoribus in maius fortunam principis extollentibus, quae ex ultimis terris tot tirocinia
trahens, ei nec opinanti offerret (trad. it. di A. SELEM in: Ammiano Marcellino, Le storie, Torino,
19732, p. 1039).
45 In questo egli mostra fra laltro di essere anche il portavoce dei senatori proprietari terrieri, come
quando nellor. 7 insiste su una politica di alleggerimento fiscale (ved. DAGRON, L'empire romain, pp.
85*119; Naissance, spec. p. 103 e note). Molti passi temistiani che suggeriscono un atteggiamento
conciliativo nei confronti dei barbari possono essere utilmente confrontati col discorso che AMMIANO (XIV,
10,14 s.) attribuisce a Costanzo II a proposito del problema degli Alamanni. Ci fa supporre che anche
sotto questo rispetto Temistio rappresentasse la continuit degli indirizzi politici del suo primo patrono.
MOMIGLIANO {Il conflitto, pp. 17 s.) osserva la difficolt per un pagano clto di capire i barbari: ci rende
ancora pi notevole la lungimiranza di Temistio.
44

riconosciuto il diritto di continuare a obbedire ai propri capi e non agli ufficiali romani, cos
che poterono conservare la propria coesione politica e militare. Purtuttavia molto probabile
che le intenzioni da parte dei barbari di dedicarsi allagricoltura pacifica fossero sincere, e
che entrambe le parti, provate da una guerra dispendiosa e inutile, fossero al momento della
firma in buona fede. N si deve dimenticare che in quegli anni la Tracia e la Macedonia erano
gravemente spopolate46. A noi qui interessa soltanto osservare che per Temistio il trattato con
i Goti deve rappresentare linizio di unra nuova, caratterizzata dallinserimento di forze
fresche, e deve segnare laffermarsi della missione pacificatrice e civilizzatrice dellimpero.
Con questa visione pacifista egli si ricollega in fondo alla sua nota dottrina della filantropia,
utilizzando ancora una volta lidea delleccellenza della civilt ellenica e della immancabile
vittoria finale di questa47 .
Il fatto che Temistio, al momento di tracciare un bilancio e unapologi delia sua carriera
politica (or. 34, 20-26), abbia dato largo spazio al tema barbarico, mettendolo in relazione con
la sua carica di prefetto di Costantinopoli, dimostra una volta di pi che anche nel dibattito
relativo a questo problema egli volle essere il portavoce della citt e dei suoi interessi. Il
punto di vista conciliativo della capitale era ovviamente diverso, come abbiamo gi detto, da
quello delle province occidentali, per le quali la questione era militare e non politica; ed era
anche diverso da quello delle province orientali, specie quelle pi esposte, che sostenevano
invece la difesa del limes e chiedevano (si veda il De regno di Sinesio) un forte impegno
nazionalista48. Ma questo ci aiuta a capire che Costantinopoli, per Temistio e per quelli che
come lui erano favorevoli al compromesso fra la tradizione ellenica e quella romanoimperiale, era ben pi di una citt da celebrare dinanzi a imperatori restii a fare di essa la
propria residenza: essa rappresentava la materializzazione di una ideologia e di una politica
che fino a Teodosio stentarono ad affermarsi. Per diventare realmente la testa di quel corpo
che era l'impero non furono ad essa sufficienti le iniziative di Costanzo II e le opere
pubbliche di Valente, ma fu necessaria anche l'assidua propaganda di Temistio, fino a quando
al tempo di Teodosio essa non riusc a diventare, oltre che la residenza dellimperatore, anche
la citt regina".

7.Il senato di Costantinopoli


Se si hanno presenti le considerazioni esposte finora, e ancor pi se si leggono le orazioni di
Temistio, si rileva senza difficolt in ogni presa di posizione politica e ideologica del nostro
autore l'esistenza di un denominatore comune. Quando egli parla a favore di Costantinopoli o
della politica pacifista, quando celebra le opere pubbliche o le iniziative culturali delluno o
dellaltro imperatore, quando loda la virt dellamicizia o i vantaggi di unarmonica
collaborazione in seno all organismo dellimpero, il denominatore comune costituito
sempre dalla sua condizione di senatore e di portavoce dei suoi colleghi. Per comprendere
quindi il peso da lui avuto nella politica imperiale del suo tempo importante ricordare che la
classe senatoria ebbe fin dall inizio a Costantinopoli un potere notevole, anche se non sempre
appariscente. I ministri del principe, che preparavano le leggi e orientavano la sua politica,
generalmente appartenevano, come Temistio, a questa classe. Spesso difficile distinguere
nelle fonti il punto di vista del governo da quello del senato.
46
47

JONES, Il tardo impero romano, I, pp. 203 s.

A ci dovuta anche lostilit verso Temistio da parte di tutti quegli studiosi moderni che (come
Piganiol) vedono nelle invasioni barbariche la causa principale della fine dellimpero romano: DALY,
The Mandarin and th Barbarians, pp. 372 s. e note.
48 DAGRON, L'empire romain, pp. 108 s.

Questo gruppo, che ebbe forse proprio nel IV secolo il suo momento di maggiore fortuna,
stato opportunamente definito come un aristocrazia di mandarini 49. Viene spontaneo in
effetti stabilire un confronto con quei dotti funzionari cinesi del tempo della dinastia Han, che
governarono per secoli la Cina fondandosi sulla dottrina di Confucio e sul rapporto tra cultura
e politica50. I membri del senato costantinopolitano rappresentavano un vero e proprio ceto,
formato da membri delle provenienze pi varie vecchie famiglie aristocratiche, militari di
carriera, avvocati reduci da impieghi prestigiosi, notai51. Ci favor la nascita in oriente di una
nuova aristocrazia, pi docile all'imperatore. Poich in questa parte dellimpero vi era un
numero assai piccolo di notabili veramente ricchi, allinizio si dov fare ricorso a persone
meno evolute rispetto ai colleghi occidentali52. Tuttavia, anche se i senatori di Costantinopoli
rimasero per qualche tempo degli homines novi agli occhi dellopinione pubblica
contemporanea, tanto che la loro assemblea sar definita nellAnonimo Valesiano senatus
secundi ordinis, comunque evidente che gi al tempo di Teodosio una notevole influenza e
un grande prestigio si trovavano nelle loro mani53.
La rapidit nellaccrescimento del numero dei senatori della nuova Roma fra il 357 e il
387 (da trecento a duemila membri, come ci informa lo stesso Temistio) fu dovuta senza
dubbio, fra le altre cause, soprattutto al desiderio di gareggiare anche nella quantit con i
senatori della vecchia Roma. Ma si doveva venire incontro anche alla necessit di assorbire
un numero sempre maggiore di dignitari che, per le cariche che avevano ricoperto (spesso
solo per un anno), avevano diritto di accedere allordine senatorio54.
Alcuni discorsi di Temistio rappresentano la formulazione ideologica dellincremento
dellordine senatorio costantinopolitano. Personalmente egli reclut forse solo poche decine
di uomini appartenenti alle classi alte: verisimile che i duemila uomini di cui parla fossero il
risultato di una successiva apertura alle classi inferiori e della sempre maggiore data al censo.
possibile individuare dagli accenni temistiani e da quelli riconoscibili nell epistolario di
Libanio le tracce della volont, da parte del governo, di creare a Costantinopoli un polo di
mobilit sociale, costruendo una nuova aristocrazia imperiale residente nella capitale55. I
curiali, gli uomini clti educati nelle scuole di retorica e provvisti di denaro e di relazioni
sociali importanti poterono fornire in tal modo la materia prima al senato costantinopolitano,
altrimenti privo di una propria tradizione e di un retroterra aristocratico dal quale attingere56.
Il senato cos formato non era chiamato spesso a prendere decisioni e nemmeno a
dibattere questioni politiche importanti; era per richiesto il suo sostegno morale alle
49

R. PICHON, tudes sur l'histoire de la littrature latine dans les Gaules, Paris, 1906, p. 79: tale
definizione stata ripresa e sviluppata da DALY, The Mandarin and the Barbarians.
50

Riguardo a questultimo elemento giova ricordare che, come sappiamo anche da ripetuti accenni dello
stesso Temistio, il senato di Costantinopoli era adorno di statue, e fra queste erano quelle delle nove
Muse (da ci deriva anche lappellativo di tempio delle Muse che egli usa pi volte). Alloratore
non sfugge il valore simbolico di esse per indicare il ruolo di consacrazione e di conservazione che il
senato chiamato ad assolvere e che lo trasforma a poco a poco in un museo. DAGRON (Naissance,
p. 140), richiamando a tal proposito lor. 13, 177D-178C, nota che da parte dellautore si tratta una
volta di pi dellindividuazione di una funzione politica.

51

Ved. LIBANIO, Or., 2, 43 ss.; 42, 23-25.

52

La situazione si capovolger nel V secolo, dopo linvasione dell'Italia da parte di Alarico.

53

CHASTAGNOL, pp. 305-314.

54 JONES,

Il tardo impero romano, II, p. 750.

55

L'obbligo della residenza, al quale Temistio allude nellor. 3, 48A ricordato anche da LIBANIO (Ep., 86.
1456).
56

JONES, Il tardo impero romano, II d 771

decisioni dell'imperatore. Dopo aver ascoltato il messaggio del principe, letto abitualmente da
un questore 0 dal proconsole (ved. or. 2, 26C), i padri coscritti lo facevano proprio nel senatus
consultum57. un senato che non ha ancora soppiantato lesercito nel suo potere decisionale,
ad esempio riguardo allelezione dellimperatore, ma che mostra chiari segni di un
evoluzione che lo porter a diventare nel secolo successivo una componente essenziale del
palazzo, configurandosi sempre pi come un vero e proprio "consiglio della corona"58.
Di questo processo Temistio enuncia i princpi fondamentali, e in un passo della sua opera
(1, 17BD) ne abbozza il manifesto teorico. Il motivo degli amici del principe ritorner
molte volte nei discorsi politici di Temistio, e sar significativamente presente anche in quelle
che sembrerebbero semplici esercitazioni retoriche e nei discorsi doccasione (si veda ad
esempio l'or. 22). Lautore insiste sulla necessit della collaborazione dei senatori al governo
dello stato e sul legame privilegiato che, per il bene dei sudditi e dello stesso principe, deve
unire il sovrano ai funzionari che sono i suoi fedeli rappresentanti.
In questo consesso Temistio si trov ad operare. Perci, oltre a influenzare in molti casi le
sorti del senato di Costantinopoli, egli ne fu a sua volta influenzato, tanto vero che non solo
il suo impegno politico, ma perfino quello culturale furono determinati da quellambiente che
egli stesso aveva contribuito a formare. E quando le sue fortune cominciarono a vacillare per
volgere poi rapidamente al tramonto, ci non accadde per il venir meno dellappoggio
imperiale ch anzi fu proprio Teodosio il principe dal quale ebbe i maggiori
riconoscimenti , ma per il crescere progressivo dellopposizione da parte dei colleghi.

II
LA TESTIMONIANZA CULTURALE
Il nutrimento culturale di Temistio fondamentalmente libresco. Anche se non
possediamo notizie di prima mano circa la fisionomia e la consistenza della sua biblioteca,
dopo una rassegna dei testi utilizzati dal nostro autore possiamo renderci conto che essa non
doveva essere molto diversa dalla biblioteca di un Libanio o di un Sinesio, sulle quali siamo
invece informati direttamente59. Anchegli, come Sinesio (il quale tra laltro, come
dimostrato dai suoi riecheggiamenti diretti dal nostro autore, disponeva di una copia di
almeno alcuni discorsi politici dello stesso Temistio), non aveva preclusioni nei confronti di
autori pi recenti , quali Elio Aristide o Dione Crisostomo. Presso i letterati tardoantichi la
conservazione di testi non compresi nella categoria dei classici (cio non ancora consacrati
dalla tradizione soprattutto scolastica) fu abbastanza fortunosa e casuale 60, ma fu in ogni caso
favorita dagli orientamenti di politica culturale da parte del governo. I provvedimenti di
57

Id. , ibid. , I, pp. 405 s.

58

59

Cfr. BECK, Il millennio, pp. 68 ss. 80-83.


LIBANIO, Ep., 1036; Or., 1, 148-150; SINESIO, Dio, 15 s.

60

CAVALLO, Conservazione e perdita, p. 104.

Costanzo II a favore del patrimonio librario di Costantinopoli, quali sono descritti da


Temistio nellor. 4, 59C ss., dimostrano che non esistevano preclusioni di carattere selettivo o
classicistico61.
Il canale vivo di trasmissione culturale che Temistio sottintende quello della scuola. E
facile individuare in essa lelemento che permise anzi determin la persistenza della civilt
greca letteraria e linguistica. Laristocrazia del basso impero, a causa delle rivoluzioni dal 235
in poi, aveva assunto una fisionomia precaria, e in mancanza di una tradizione familiare sulla
quale fondarsi era naturale rivolgersi alla scuola per ottenere uno status aristocratico. Se
questo evidente, meno facile conoscere a fondo gli strumenti utilizzati dalla scuola per
assolvere al proprio compito. Anche se sono noti molti dati relativi ai metodi di
insegnamento, ai manuali e ai florilegi usati per la formazione degli studenti, non tutte le
allusioni a tale argomento riconoscibili nellopera di Temistio possono essere inserite con
sicurezza in un quadro compiuto di riferimento. certo in ogni caso che nella vita di Temistio
il ruolo dellinsegnamento ha un peso almeno uguale a quello dellimpegno politico: la
composizione e la trasmissione dei suoi discorsi sono condizionate in modo determinante
dalla sua attivit professorale. La sua opera (insieme con luso che si fece di essa nei secoli
medioevali) si configura dunque essa stessa come una testimonianza efficace della funzione
della scuola nelloriente greco62.
La prova pi eloquente della continuit della civilt letteraria greca offerta da Temistio
attraverso il suo patrimonio di citazioni, riecheggia- menti e allusioni agli autori precedenti,
alle favole mitologiche antiche e alle meno antiche interpretazioni di queste oltre che,
ovviamente, attraverso la sua adesione alla lingua che di tale patrimonio era espressione. I
procedimenti retorici adottati da Temistio, oltre a confermare anche sotto laspetto formale la
sua appartenenza alla tradizione culturale propria dei suoi modelli antichi e recenti, mostrano
di essere stati utilizzati essi stessi come strumenti per la rappresentazione di unideologia
morale e politica. Con la sua sintesi tra forma e contenuto Temistio intese porre la tradizione
classica alla portata di tutti coloro che erano in grado di intenderla e di apprezzarla, ma volle
serbarne nello stesso tempo lintegrit dei contenuti: consiste essenzialmente in questo il
contrasto con i sofisti e i retori che vengono da lui raffigurati come avversari e concorrenti
nellesercizio della professione, e che si preoccupavano di salvaguardare solo la tecnica e la
forma esteriore63.
Nella pluralit di indirizzi ormai da tempo individuati nellellenismo tardoantico 64 quello
di Dionigi di Alicarnasso e Dione Crisostomo, realista e fautore della filosofia attiva, per il
quale riallacciarsi al passato significava inserirsi nella politica del presente; quello esoterico
dei filosofi, tendente ad escludere limpegno pratico per quello teoretico, rappresentato nel IV
secolo dai circoli neoplatonici delle scuole ateniesi; quello proprio delle scuole di Berito e di
Alessandria, incentrato esclusivamente sullarte della parola, che si serve della forma
letteraria per ottenere successi economici e mondani Temistio evidentemente favorevole
61 ID.,

ibid., pp. 90 s. Testimonianze ulteriori della politica di promozione della cultura da parte di
Costanzo sono contenute nel Cod. Theod., XIV, i, i, oltre che in AMMIANO (XXI, 16) e LIBANIO (Or., 59, 33
s.).
Ved. la Nota critica, SS 1 e 3.
DOWNEY, Education and Politic Problems, porta queste e altre osservazioni alle estreme
conseguenze, giungendo ad attribuire a Temistio un ruolo di divulgatore di cultura. Levidenza offerta dai
testi non permette di riconoscere in lui siffatta intenzione, ma piuttosto come nel caso di altri autori
dello stesso periodo e cultori dello stesso genere letterario la ricerca di uno strumento di
comunicazione in grado di far presa efficacemente sui destinatari che gi erano in grado di intenderlo.
Tranne che per alcuni testi appartenenti al primo periodo della sua attivit, dove si incontrano
affermazioni topiche in tal senso, lintento di unindifferenziata volgarizzazione della cultura non da
Temistio nemmeno accennato.
62

63

64

CRACCO RUGGINI, Arcaismo e conservatorismo, pp. 137 s.

alla scelta dellimpegno attivo. Egli si presenta come lepigono di un filone culturale che
aveva trovato la sua compiuta formulazione nella Seconda Sofistica 65, da quando cio gli
intellettuali avevano cominciato a prender parte alla vita politica dellimpero durante let
degli Antonini: non a caso questa svolta ricordata spesso da Temistio nei suoi discorsi.
Nellor. 26 giunge al punto di utilizzare spunti antichi di sette secoli per rievocare la polemica
fra i difensori della retorica socratica, che dovrebbe condurre al governo della societ
secondo filosofia (Antistene), e quelli della retorica platonica del Fedro, che richiede al
filosofo lesclusione di ogni rapporto con la collettivit) 66. I dibattiti politici del tempo
relativi al problema della partecipazione o astensione dalla vita pubblica, alla scelta fra
collaborazione col governo centrale o fedelt alle tradizioni municipali, fra la lotta o la
convivenza con i barbari si sono spostati dal terreno ideologico-religioso a quello
culturale.
Se andiamo alla ricerca dei materiali utilizzati da Temistio per costruire il suo sistema di
riferimenti culturali, notiamo che pi volte nei suoi discorsi, accanto ai rituali richiami a
Platone e ad Aristotele, come modelli di filosofi politicamente attivi egli nomina autori di
opere dottrinali perdute per noi ma probabilmente ancora accessibili a lui. il caso ad
esempio di Ario Didimo e di Musonio Rufo. Questultimo in particolare, che scrisse un
componimento dal titolo: Anche i re devono dedicarsi alla filosofia, giunto a noi in
frammenti67, dov essere uno degli strumenti che Temistio ebbe a disposizione specialmente
per la teorizzazione del basiles come nmos mpsychos68. Sono inoltre da considerare
elementi costitutivi delle enunciazioni di teoria politica del nostro anche gli altri autori di
scritti per basileas fioriti in et ellenistica o imperiale, come i gi ricordati Ecfanto,
Diotogene, Stenida, giunti a noi attraverso il florilegio di Stobeo, e quindi ancora esistenti al
tempo di Temistio69.
Dopo una lettura sinottica dei panegirici di Giuliano in onore di Costanzo e di quelli
temistiani dedicati allo stesso principe (or. 1-4) si haunidea abbastanza nitida dellampia
circolazione di temi, spunti e formulazioni nella pubblicistica del tempo. Soprattutto si
comprende che le fonti disponibili erano non soltanto i testi ancora oggi noti e per questo
considerati classici in primo luogo la Repubblica e gli altri dialoghi politici di Platone, o
la Politica di Aristotele, peraltro nominati in quanto classici gi da Temistio, ma pure
opuscoli di minore blasone ma di pi pronta fruibilit. E si nota (ad esempio nel caso di
Giuliano) un certo scambio di materiali fra scrittori latini e scrittori greci, che per certi autori
si pu giudicare diretto, per altri deve presupporsi mediato70.
65

Sul concetto di filosofia come mezzo per richiamare alla saggezza tutti gli uomini, e anche la
moltitudine turbolenta, ved. DIONE CRISOSTOMO, 78, 38. 41 s.
66

CRACCO RUGGINI, Simboli, pp. 189 s. e nota 28. La ripresa degli spunti fu tale da indurre Kesters ad
attribuire lor. 26 allo stesso Antistene.
67

Si leggono nelled. a cura di O. HENSE, C. Musonii Rufi reliquiae, Lipsiae, 1903, pp. 32-40.

68

Si veda su questo argomento la messa a punto (con bibliografa primaria e secondaria)


di I. LANA, I principi del buon governo nella pubblicistica ellenistico-romana e cristiana, in: AA. W.,
Mondo classico e cristianesimo, Roma, 1982, pp. 101-116 (spec. p. 106). La formula nmos mpsychos
con riferimento airimperatore fu codificata in GIUSTINIANO, Nov., CV, II, 4: da confrontare anche la
definizione del pretore come viva vox legis in Dig., I, 1, 8 (ved. Steinwenter, pp. 230 ss.).
69

Ved. supra, I, 1. Per il rapporto che lega Temistio a tali testi cfr. DELATTE, Les traits, pp. 156 ss.
Variamente datati (GOODENOUGH propose il II secolo a.C., il loro editore Delatte il I-II d.C.), questi
trattati sembrano essere successivi a Demetrio Poliorcete, al quale allude Diotogene nel suo
componimento, e forse anteriori a Filone, che riprende idee riconoscibili negli autori suddetti: ved.
CALDERONE, Teologia politica, pp. 224 s.
70

Sono stati ad esempio rilevati nei panegirici giulianei, insieme al gi noto influsso di Temistio e a
quello immancabile di Dione Crisostomo, contatti obiettivi col De clementia di Seneca e con il Panegirico

Mediata e in parte antologica si configura in ogni caso la cultura di Temistio: come


Agostino e tanti altri letterati tardoantichi71, egli attingeva largamente alle antologie. La
ricorrenza di alcune citazioni a preferenza di altre e la coincidenza fra queste scelte e quelle
di altri autori a lui coevi stanno a dimostrare che non di rado egli faceva ricorso a tali
strumenti72.
La stessa koin filosofica di cui Temistio uno dei presentanti pi cospicui il risultato
di una plurisecolare tendenza alleclettismo nutrita di una letteratura che aveva appunto nei
manuali e nei florilegi i suoi principali strumenti73.
Che i meccanismi collaudati della tradizione scolastica della grecit ellenistica e
imperiale fossero perfettamente funzionanti nella formazione personale e nella prassi
didattica di Temistio testimoniato in maniera evidente dal modo in cui gli autori vengono
citati e dal ruolo che tali citazioni hanno nelleconomia compositiva. Anche se teniamo conto
unicamente della presenza di Omero e di Platone, che sono i soli autori citati in maniera
estensiva e fino a un certo punto sistematica, non abbiamo difficolt a riconoscere in questo
insieme di richiami il risultato dello sforzo di ritrovare nelluno e nellaltro tutto un sistema di
sapere, anche a costo di prescindere in parte dallessenza del loro patrimonio originario di
idee74.
Chi legga con attenzione il testo originale senza essere completamente digiuno del
patrimonio culturale classico, avverte subito che il testo arricchito da uno spessore di
significati nascosti, la scoperta dei quali non di rado affidata allindividuazione e alla
decodificazione di una serie di riferimenti a persone e cose, a libri, leggende e fatti
appartenenti a un mondo scomparso, ma proprio per questo strumenti pi efficaci di
espressione e di incontro culturale o ideologico. Temistio riesce a collocarsi in tal modo sia
nella posizione di chi parla, sia in quella di chi legge o ascolta, perch la fitta rete delle
allusioni serve a trascinare storia e paidea in una dimensione diversa, superando le antitesi.
Ricostruendo almeno in parte la trama culturale propria del letterato del IV secolo e del
suo pubblico, possiamo riconoscere alcune delle numerose spie che lautore dissemin nei
suoi scritti per dare ai contemporanei la possibilit di essere decifrato: autentico modello
anticipatore, in questo, di tanta parte della retorica bizantina e di quella che sar la forma
universale del pensiero e della sensibilit medioevale75, cio lutilizzazione di simboli che
non confondono pi come nel paganesimo classico oggetto e significato. Let
tardoantica rappresenta il momento del ripensamento delle forme della cultura greca e
a Traiano di Plinio: ved. LANA, I principi cit., p. 112.
71

Ved. MARROU, Agostino, p. 37.

72

Abbiamo cercato di fornire una documentazione esemplificativa di ci nelle note alle traduzioni (ved.
ad es. la citazione di PINDARO, Nem., 6, 1 s. nellor. 6, 78A, che molto improbabile sia frutto di una
lettura diretta, tenuto conto del fatto che essa ricorre identica anche in CLEMENTE
ALESSANDRINO, Strom., V, 14, 102, 2 e in STOBEO, II, 7,13). superfluo ricordare che anche i
cristiani dei primi secoli dellimpero prendevano conoscenza di molte opere antiche attraverso i
florilegi. Ad esempio Clemente Alessandrino conosceva direttamente solo Omero e Platone: il resto era
per lui cosa gi 'morta' (Lemerle, Premier humanisme, p. 44 e nota 2.).

73

MARROU, Agostino, pp. 127 s. 191. La funzione particolare (letteraria oltre che ideologica) dei
richiami a Platone da parte del nostro autore esaminata in: MAISANO, La funzione dei richiami
platonici).
74

75

MARROU (Agostino, p. 335) osserva che il culto dei pagani per Omero in oriente e per Virgilio in
occidente (e parallelamente per Platone e per Cicerone) dovuto alla persistente aspirazione di ogni
intelletto umano al libro in cui ci sia tutto, aspirazione cui i cristiani ovviamente soddisfacevano con
la Bibbia.
Per la quale cfr. le osservazioni di AVERINCEV, spec. p. 298.

romana, e in questo ripensamento Temistio, con la sua capacit di adattarsi e di confrontarsi


con la realt mutata (labbiamo gi visto regolarsi cos in politica) rappresenta la soluzione
vincente, come dimostra il confronto con gli esiti della coeva reazione pagana in occidente,
che invece esce dal tempo e si fossilizza.
2.Lesercizio letterario
Luso delle fonti, delle citazioni letterarie che sembrano a prima vista puramente
erudite, risponde molto spesso nei lgoi politiko a una logica individuabile. Basta
osservare ad esempio il frequente ricorso a Erodoto o al Senofonte della Ciropedia nei
discorsi che toccano (specialmente se in modo soltanto implicito) il problema delle guerre
contro i Persiani; o il richiamo sistematico alla serie di exempla virtutis propri della tradizione
romana antica ogni volta che viene affrontato il problema della romanizzazione dello stato. I
modelli possono aiutare dunque a individuare una struttura nelle opere del nostro autore. Ma,
se si osserva con la necessaria attenzione anche linsieme costituito da autocitazioni, riprese e
variazioni, dai rinvi interni, dalle serie ricorrenti di richiami in alternanza a improvvise
allusioni centrifughe, ci si rende conto ben presto che lintero corpus oratorio di Temistio a
configurarsi come un sistema chiuso. Egli richiedeva perci ascoltatori linguistica- mente,
politicamente e culturalmente preparati, e richiede tuttora lettori attenti76.
pur vero che le caratteristiche pi immediatamente visibili del suo esercizio letterario
risentono ancora in parte del gusto che stato una volta definito barocco, pi che classico,
dei provinciali del IV secolo77. Tuttavia, come fu rilevato dal maggiore studioso moderno
della prosa darte antica78, Temistio aveva idee proprie e molto chiare sul problema dello stile
e sulle funzioni di esso. Le enunciazioni pi importanti sulla questione sono contenute nelle
or. 24, 301B; 26, 315AC; 336C; 28, 341C. In questi passi lautore contrappone al proprio
stile, vuol essere dignitoso e sorvegliato (semnn sdos to lgein) quello ricco di giochi di
parole e di cinguettanti ricercatezze musicali dei sofisti. Si tratta di una delle propaggini
estreme (mediate anchesse, come gi alcune sue idee in materia politica, attraverso Elio
Aristide e Dione Crisostomo) della secolare polemica contro gli eccessi dello stile asiano (o
ionico) usato dagli oratori troppo attenti al ritmo e alle sdolcinature della loro dizione.
Anche Temistio, come gi Aristide e altri, non pot n volle definire in maniera esplicita la
moda che disapprovava, essendo egli stesso, nato in Paflagonia e formatosi nel Ponto, sono
certi aspetti di formazione asiana e accettandone tacitamente alcuni procedimenti stilistici
consolidati. Rimane comunque evidente, nelle enunciazioni teoriche come nella prassi da lui
seguita, una sua sostanziale contrapposizione allindirizzo rappresentato ad esempio da
Imerio e da altri sofisti prima e dopo di lui. Anche se nel dichiarare il proprio rifiuto alla
ricerca delleffetto il nostro autore si richiama al suo impegno di filosofo prima che di
retore, Temistio non tralascia di sottolineare che il suo essere seguace della archaa
philosopha (ved. or. 23, 295B) comporta una identica fedelt agli archaoi anche nella lingua
76

Sulla funzione epidittica dellapparato erudito, attentamente dosato (come in Simmaco e in molti altri
letterati tardoantichi) in vista del pubblico cui si rivolge, e delleffetto che intende ottenere, ved. Lellia
Cracco Ruggini, Simmaco: otia et negotia di classe, fra conservazione e rinnovamento, in: F.
PASCHOUD, ed., Symmaque, Paris, 1986, p. 117 s. Lesistenza di una precisa consapevolezza
organizzativa della materia e la volont di controllo di essa sono dimostrate dalle numerose tracce
visibili del metodo compositivo adottato. Si nota ad esempio nellor. 3, 44D-45A una ripresa, anzi una
vera e propria autocitazione dall'or, 1, xA. Tenendo anche conto delle lievi modifiche rispetto al testo
precedente, essa costituisce uno degli esempi pi eloquenti del modo di lavorare di Temistio.

77

BROWN, Agostino, p. 8. Le ricerche di Hansen (Rhythmisches, pp. 235-240) hanno inoltre dimostrato
che Temistio fra quelli che adottano luso della cosiddetta clausola ritmica, che sar propria della
retorica bizantina: nel 69% dei casi, infatti, egli lascia un intervallo di due o quattro sillabe non
accentate fra gli ultimi due accenti della frase.

78

NORDEN, pp. 386 ss.

(28, 343B)79 .
Si rileva quindi, al di l dellimmediata evidenza (innegabilmente fuorviarne per il gusto
del lettore moderno), un uso consapevole e motivato degli artifici retorici, spesso adoperati
non come strumenti per adomare il testo ma come mezzi per mettere in evidenza relazioni
logiche. Le tecniche proprie della Seconda Sofistica, delle quali egli era, come tutti i letterati
del tempo, un buon conoscitore, non sono da lui utilizzate come chiave di accesso ai filoni
popolari pi noti della tradizione precedente: attirare grandi cerehie di uditori e lettori, una
volta conseguito il successo professionale e politico nella capitale, non fu pi il suo scopo
primario. Piuttosto, le vere tracce della sua apertura ad alcuni elementi propri della cultura
popolare, meno appariscenti, sono tuttora riconoscibili nell'incoraggiamento da lui dato
all'uso del codice al posto del rotolo di papiro in occasione dell'impresa da lui diretta in vista
della ricostituzione dei fondi librari della capitale (or. 4, 59D ss.), nel modo di trattare alcuni
temi religiosi e morali, nel rifiuto dell'esoterismo neoplatonico, nel ricorso episodico a temi e
procedimenti diatribici e soprattutto nello spazio da lui dato ad alcune significative
innovazioni linguistiche.
La lingua di Temistio si mostra rinnovata rispetto alle astruserie artificiose della
tradizione atticistica precedente ed disposta ad accogliere elementi lessicali e sintattici
propri della lingua parlata senza rinunciare ovviamente allosservanza delle regole formali.
Nella sua prosa coesistono infatti diversi livelli di stile, e questo appunto il risultato della
consapevolezza, da parte dell'autore, della necessit di graduare lo stile dei suoi
componimenti secondo la specie del messaggio e la sua finalit. Se necessario, egli pronto a
ridurre limpiego degli artifici retorici ed disposto ad accogliere vocaboli stranieri o tecnici,
adottando uno stile che riproduce alcune sfumature del sermo cotidianus ogni volta che le
esigenze del componimento lo richiedano. Nei passi dove prevale lo scopo didattico o
propagandistico la scelta cade sui procedimenti stilistici propri della prosa reale, mentre in
quelli che contengono enunciazioni filosofiche o allusioni polemiche e sono quindi
destinati agli ascoltatori pi esperti e di orecchio fine il livello si innalza80.
3.La retorica
Temistio, nonostante la mediazione condizionante della Prima e della Seconda Sofistica, si
rivela ancora un erede degli antichi ideali isocratei, abbastanza fedele per capire che nella
pratica quotidiana l'arte della parola, e non la filosofia pura, a dare la possibilit di
governare lo stato81. La retorica era in grado di delimitare e localizzare i punti di contatto fra
il mondo visibile e quello invisibile, dando ad essi concretezza82. Senza questa convinzione, e
senza unadeguata fiducia nello strumento della parola, difficilmente Temistio sarebbe
riuscito per quarant'anni a continuare a indicare negli uomini che si succedettero sul trono
imperiale le caratteristiche irrealizzabili del sovrano perfetto. E se dalla sfera pubblica
spostiamo la nostra attenzione a quella privata, notiamo che la medesima convinzione spinge
Temistio a modellare alcuni passi dei lgoi idiotiko, anzi tutta intera la struttura di alcuni dei
suoi scritti polemici e doccasione, sui grandi modelli dei dialoghi platonici, ottenendo
risultati che a noi paiono talvolta grotteschi nella loro mancanza di senso critico e di
autoironia. In realt nellun caso e nellaltro il ricorso al mezzo retorico rende superflua e
Ved. NORDEN, pp. 414 s. e note, dove Temistio giustamente indicato come il principale rappresentante
della philsophos rhetorik nel IV secolo.
80 Gli spunti qui accennati sono sviluppati e illustrati da G. MATINO, Lingua e pubblico, passim.
79

81

Leredit di Isocrate ha lasciato il segno anche in molte altre scelte temistiane, inespresse ma senza
dubbio molto pi efficaci, ad esempio, degli incessanti richiami ai testi canonici di Platone: basti notare lo
spazio minimo da lui dato alla teoria, la grande importanza attribuita alla letteraria e al giuoco dei
riecheggiamenti (cfr. ISOCRATE, Panath. 246), la tendenza a trasformare la retorica in etica attraverso il
passaggio dalla letteratura alla vita.
82 BROWN, La societ e il sacro, p. 7.

irrilevante la distinzione fra le vicende storiche di cui Temistio era testimone o protagonista
e i richiami simbolici al passato, inizialmente assunti come typoi e come punti di riferimento
ma non di rado dilatati fino a consentire la deformazione dellesposizione oltre i limiti del
paradosso. Come pi tardi molti retori bizantini, primo fra tutti Michele Psello, Temistio un
interprete del suo tempo e si rende perfettamente conto che la sua arte oratoria rivestita di
filosofia deve servire a operare la delicata fusione tra immanente e trascendente.
Al di l di questa posizione di principio c ovviamente anche la funzione pratica della
retorica nel campo politico. Lungo larco della sua carriera Temistio ebbe la ventura di
utilizzare tutte le diverse funzioni della retorica di corte: accrescimento delladesione a ci
che gi ammesso (come ad esempio il rapporto fra le due parti dellimpero, il valore della
cultura); allargamento dei termini del consenso (le provvidenze a favore della nuova capitale,
il programma pacifista); suggerimenti di correzione a un indirizzo politico (la ristrutturazione
dellesercito, la giustizia fiscale), e cos via83. In corrispondenza di questo impegno la sua
lingua si arricchisce ulteriormente di metafore e allegorie. Nelle prese di posizione politiche il
suo linguaggio appare pi che mai regolato dal principio del falso scopo: in questi casi la sua
allocuzione non pu, non deve e non vuole mettere a nudo gli scopi reali siano essi la
gestione del potere, le scelte a favore di una determinata classe, gli orientamenti per la
conduzione delle guerre future , ma li presenta con un rivestimento in grado di giustificarli.
A questo servono i riferimenti ai valori universalmente accettati (Dio, la cultura religiosa o
profana, la carit, l'umanitarismo, i valori etici o civili): i senatori che lo ascoltano nella curia
e i lettori che riceveranno copia dei suoi testi hanno il compito, se ne saranno capaci, di
individuare e decodificare i significati politici. I letterati di lingua greca durante il basso
impero erano abituati, in sede di riflessione letteraria, a trasporre le configurazioni della
funzione politica in configurazioni di funzione didattico- religiosa: Temistio propone con
altrettanta abilit Poperazione opposta.
Essendo egli stesso un esempio vivente dellefficacia della retorica come mezzo di
promozione sociale, non desta meraviglia il fatto che ebbe nella sua attivit di insegnante uno
straordinario successo. La Demegoria di Costanzo II al senato, nonostante le iperboli che la
caratterizzano, d notizie precise in tal senso. Ma anche le compiaciute dichiarazioni dello
stesso autore, specialmente nellor. 23, contribuiscono a illustrare lefficacia del magistero e
dellesempio di Temistio fra i suoi contemporanei. E possibile comprendere che uno degli
elementi che caratterizzavano la didattica del nostro autore era laddestramento della mente,
indissolubilmente legato allarricchimento del bagaglio di conoscenze, che non doveva
comunque restare fine a se stesso ma doveva aiutare lallievo ad imparare fin da giovane a
uscire allo scoperto (or. 24, 304AB), ponendo in questo modo le premesse per un efficace
impegno politico.
Con i suoi personali successi e la sua brillante carriera Temistio fu un simbolo della nuova
fluidit sociale intervenuta nellimpero del IV secolo, e lapparenza elitaria data dalla sua
lingua artificiale non trae in inganno. In realt la sua cultura fu lo strumento che lo port a un
rapporto privilegiato con il potere. Per questo i giovani, preoccupati di conseguire il successo
e la ricchezza, riposero in lui e nel suo esempio, ancor prima che nel suo insegnamento, una
fiducia illimitata.
4. Il principe filosofo
Luditorio di Temistio non era composto solo da giovani allievi ambiziosi o da colleghi
senatori. Disponiamo di indizi precisi riguardo alla presenza del sovrano in persona fra gli
ascoltatori anche in occasione di conferenze e discorsi che non erano panegirici ufficiali (si
vedano ad esempio le or. 22, 266C; 23, 292B; 23, 309D; 28, 343A). Tali indizi dimostrano
che lautore vede il rapporto fra regalit e cultura anche al di l dei momenti politici
83

Ibid., p. 51. Nei casi in cui al panegirico era affidata la diffusione del programma imperiale il retore
capace veniva ad assumere il ruolo di un ministro della propaganda (BROWN, Agostino, p. 58; cfr. AL.
CAMERON, Wandering Poets, Histria, XIV, 1965, pp. 497-507).

contingenti. Ci dovuto, ancora una volta, allintenzione da parte di Temistio di trovare


soluzione a una delle molte dicotomie proprie della realt del suo tempo. Il fatto che egli non
definisca mai limperatore come sacerdote nel senso normalmente religioso, ma accetti di
raffigurarlo invece come sacerdote della cultura, sta ad indicare il suo desiderio di risolvere,
con questo passaggio dal cultuale al culturale, lanomalia di un imperatore cristiano a capo di
uno stato pagano84. Un principe che rappresenti ufficialmente la continuit culturale
dellimpero pu simboleggiare anche lunit politica di esso.
Ecco perch vediamo che nellor. 8, 105D Temistio tiene a raffigurare l'imperatore
Valente, quantunque ignaro di greco, intento a seguire attentamente i suoi discorsi con laiuto
di un interprete, indagando il significato riposto delle parole straniere, mentre freme per la
bellezza di un passaggio particolare e aggrotta le ciglia desideroso non solo di seguire il
significato delle espressioni, ma anche di capire la tecnica che mette in moto ognuna delle
argomentazioni. Era indispensabile che anche il rozzo soldato della Pannonia ricevesse il
crisma culturale, diventando partecipe, perfino lui, della qualifica di filosofo . L'oratore non
avrebbe toccato questo tema se non fosse stato sicuro di trovare il consenso degli ambienti
della corte85.
Anche in questo Temistio risente dellinflusso di Costanzo II. Entrato a corte in unepoca
nella quale la paidea non era pi unattivit disinteressata ma era una delle preoccupazioni
principali del sovrano desideroso di ridare un nerbo alla formazione dei funzionari
eccessivamente burocratizzati e tecnicizzati, egli era stato fra i primi a capire che proprio sul
terreno culturale si sarebbe giocato in gran parte il destino del modello imperiale romano in
oriente. Limportanza di questo modello era stata accettata sia dagli uomini clti che avevano
le idee di Temistio, sia da quelli che invece la pensavano come Libanio. Mentre per Libanio
vedeva in quella istituzione soltanto una garanzia sopranazionale per la vita delle singole
pleis, Temistio vedeva nella simbiosi fra amministrazione romana e cultura greca una reale
possibilit di successo. Egli dunque si trovava in minoranza nei circoli dai quali proveniva,
ma fu proprio il suo programma o piuttosto il programma delineato da Costanzo e
realizzato da Temistio quello che, dopo la scomparsa di Giuliano, alla lunga prevalse.
Malgrado le iniziative di Giuliano, il futuro dar ragione a Temistio, non a Libanio e a quelli
che la pensavano come lui.

84

DOWNEY, Education, p. 306; DALY, Themistius' Plea, p. 69.

85

Sappiamo dalle fonti che lidea del sovrano unico vero filosofo era accettata e propagandata non solo
dai pagani, ma anche dai cristiani: ved. ad es. EUSEBIO, Triak., p. 204, 21 Heik. aleths d ka mnos
philsophos basiles otos; ma gi in FILONE (sobr57; migr. Abr., 197; somn., II, 244) si trovano
enunciazioni simili.