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Torquato Tasso

La Cavaletta overo de la poesia toscana


Op. Grande biblioteca della letteratura italiana
ACTA G. DAnna Thsis Zanichelli
Edizioni di riferimento
elettroniche
Liz, Letteratura Italiana Zanichelli
a stampa
Torquato Tasso, Dialoghi, a cura di E. Raimondi, Firenze, Sansoni, 1958
Design
Graphiti, Firenze
Impaginazione
Thsis, Firenze-Milano
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Op. Grande biblioteca della letteratura italiana
ACTA G. DAnna Thsis Zanichelli
Torquato Tasso La Cavaletta overo de la poesia toscana
Al molto reverendo e illustre signore e parente osservandissimo il Signor
Cristofaro Tasso.
La poesia toscana tanto nobile per la bellezza de la favella quanto
per leccelenza de gli scrittori; laonde potrebbe far dubbia la palma de gli
antichi Greci e Latini. Ma senza dubbio degna dessere imitata da gli
autori de laltre lingue choggi son pi famose, e posta inanzi per essempio
di gravit e di leggiadria: e qualunque s pi atta ad esprimere gli amorosi
concetti e gli altri pi gravi, molti ornamenti pu da lei ricevere e molte
ricchezze. Grandissima impresa dunque e malagevole il trattarne,
imperoch, di lei scrivendo, par che si scriva a tutte le nazioni e che luomo
sottoponga il suo parere, quasi in un teatro, ad infiniti giudici.
Ma pur fra tutti gli altri modi estimo questo usato nel dialogo il pi
dilettevole e l meno odioso: perchaltri non vinsegna il vero con autorit di
maestro, ma il ricerca a guisa di compagno; e, ricercandolo per s fatta
maniera, pi grato il ritrovarlo. E come i cacciatori mangiano pi volen-
tieri la preda ne la quale ebber parte de la fatica, cos quelli chinsieme
investigaron la verit participano con maggior diletto de la commune laude,
e gli altri leggono e ascoltano pi volentieri una amichevole contesa dinge-
gni e dopinioni, massimamente coloro che possono darne giudicio, come
Vostra Signoria molto reverenda, e metter la sua insieme con quella de gli
altri. A lei dunque il mando, sapendo di non poter ritrovar n pi dotto n
pi sincero giudice, quantunque non le sappresenti come litigante che vo-
glia sentenza, ma quasi dono che ricerchi benevolenza.
Di Vostra Signoria molto reverenda
affezionatissimo parente e servitore
TORQUATO TASSO.
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Torquato Tasso La Cavaletta overo de la poesia toscana
La cavaletta overo de la poesia toscana
Interlocutori: Orsina Cavaletta, Forestiero Napolitano, Ercole Cavaletto.
O.C. Sete arrivato in buona occasione di por fine a le nostre contese, le quali
erano di voi e per voi cominciate, e senza voi non pareva che potessero tra
noi terminare.
F.N. E quali contese erano queste?
O.C. Mi diceva il signor Ercole avere udita raccontare come vostra opinione che
quel sonetto del Coppetta il qual comincia
Locar sopra gli abissi i fondamenti,
tanto lodato e comendato da ciascuno, a voi non pare degno di lode n di
comendazione. La qual opinione a me non poteva esser persuasa come
vostra: anzi mi pare tanto lontana da ogni verit quanto il vostro giudicio
da ogni biasmo securo.
F.N. Vi ringrazio che giudichiate cos amichevolmente del mio giudicio; ma
per non vingannate punto in questo particolare, perch n mai parole s
fatte uscirono de la mia lingua, n io soglio ragionare de gli uomini eccelenti
e de le composizioni famose o con tanto disprezzo o pur con tanta presun-
zione. Ma chi parlasse di questo sonetto non assolutamente, ma in compa-
razione di quel di monsignor de la Casa
Questa vita mortal, chin una o n due etc.,
non molto si dilungarebbe da la verit, percioch, s come il bene minor in
rispetto del maggiore riputato male, cos la minor lode in paragone de la
maggiore suole aver similitudine di biasimo; e mentre io lodava quel di
monsignor da la Casa, parve in alcun modo che questo altro vituperassi;
ma, per se stesso considerandolo, non ho mai senza molta lode fatta men-
zione de la poesia o del suo poeta: e avrei peraventura schivato questo para-
gone come odioso, se non fossi stato provocato da le soverchie lodi che gli
furono date in Bologna da monsignor Galbiato, auditor del Legato, gi
vescovo di Narni e ora cardinal di Cesi, il quale, lodandolo, fece quel che
sogliono fare quasi tutti i lodatori ne laggrandire con le similitudini e con
gli smoderamenti la bellezza de le cose lodate; e tanto inanzi trascorse chos
daffermare che niun altro se ne legga in questa lingua degual perfezione; a
le quali parole io, che mi trovava presente, non potei raffrenarmi, ma, po-
nendogli a lincontra quello de monsignore nel qual si tratta quasi del me-
desimo soggetto, cio de la creazione del mondo, mi sforzai di mostrare che
la materia istessa fosse da lui trattata con maggiore artificio.
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O.C. La vostra opinione pu essere ascoltata in queste parti senza vostro biasimo,
ma non senza dispiacere de molti belli ingegni a quali il sonetto del Coppetta
piaciuto maravigliosamente.
F.N. E se l vostro un di quelli, comio ho conosciuto a voi parimente dispiacerei.
O.C. Niuna vostra laude a me potrebbe essere dispiacevole, la quale son cos
amica de la vostra reputazione come voi de la verit; ma l sentir scemar
quelle di coloro a quali son parimente affezionata, parrebbe in qualche
modo temperare quel diletto chio ne prenderei. Ditemi adunque che disse
il Galbiato lodando, e che fosse risposto da voi a lincontra.
F.N. Gi sono tanti anni passati chio a pena mi ricordarei dalcune poche cose,
non che di tutte, le quali non furono per molte: percioch egli fu pi tosto
grande che lungo lodatore, e io brevemente risposi come in quella corte
parea convenirsi. Ma fra le mie risposte fu questa, che nel fine del sonetto
il Coppetta diminuisce il suono il quale accresce monsignore, perch la
rima del primo verso inanzi a lultima vocale ha due consonanti, ma quella
de lultima simplice, laonde a pena ferisce gli orecchi; ma da rima poco
sonora comincia il suo monsignore, e l fornisce con due consonanti inanzi
lultima vocale. E peraventura questa risposta fu assai giovenile: nondime-
no, se non riguardiamo tanto il soggetto quanto lartificio de lo spiegarlo,
non una de le minori considerazioni.
O.C. Qualunque ella sia, fu dal Coppetta o non avertita o non prezzata con
lessempio di tanti altri chinanzi a lui poetarono, e particolarmente del
Petrarca, il quale in quel sonetto
Come il candido pi per lerba fresca
indebolisce il fine:
Che son fatto un augel notturno al sole.
Ma pi gli toglie di forza in quellaltro
Quando giunse a Simon lalto concetto;
avegna che la prima rima sia molto sonora, come potete udire, ma lultima
di suono assai debole:
Navesti quel che solo una i vorrei.
E molti essempi oltre questi si potrebbono raccorre dal Petrarca; ma assai
notabile quello del sonetto
Quando giunsi per gli occhi al cor profondo;
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il qual finisce:
E far qual io mi soglio in vista fare.
N da questa imitazione si sono allontanati il Bembo e gli altri famosi scrit-
tori di questa lingua. Ma che replic il Galbiato a la vostra risposta? Ch
questo doveva io prima ricercare.
F.N. Si fondava in autorit simili a queste, con le quali cercava di provare che
lavertimento non fosse degno di molta stima.
O.C. E vi condusse con queste ragioni ne la sua credenza, o pur voi, ne le vostre
irrepugnabili, quasi in una rete, avolgendolo, il tiraste ne la contraria opinione?
F.N. Le mie non hanno tanta forza che possano legar gli uomini, quantunque di
loro io vorrei fare quel che Dedalo gi soleva de le sue statue, percioch elle,
da le mie ragioni legate, di mobili divenissero stabili e ferme: quasi ardirei
daffermarvi chalcuna potesse tosto divenir scienza, se non temessi che
questa paresse soverchia presunzione di se stesso.
O.C. Non pu ritrovarsi soverchia presunzione ove non manca il merito.
F.N. E minor senza dubbio che non sarebbe sio mi vantassi di poter legare lin-
telletto di coloro a quali ragiono: e forse operazione molto pi lodevole,
perch quella propria del sofista o almeno gli commune co l dialettico,
e questa n a luno n a laltro par che si convenga, essendo luno e laltro
vago e incostante ne le sue opinioni e amator di gloria e dapparenza; ma
chi lha gi legate ama la costanza e la verit. Quella dunque chera mia
opinione disciolta ed errante, ora spero di confermare con quelle ragioni
che voi udirete, se vi piacer di prender quella persona che sosteneva il
Galbiato.
O.C. Io non vorrei gi vestirmi di persona cos grave come quella de lauditore,
perchio non so bene sio potessi lungamente portarla; ma se pur fa de me-
stieri chio ne prenda alcuna parte, sar volentieri auditrice de le vostre
ragioni.
F.N. Gi non contesi con lauditore di quelle cose de le quali si disputa ne le
scuole fra dottori, n di quelle per cui si litiga inanzi al tribunal de giudici,
ma co l Galbiato, gentiluomo di belle lettere, parlai de la toscana poesia in
presenza di monsignor Francesco Caburaccio, filosofo molto eccelente e
poeta parimente, e dalcun altri. Or, se de le cose medesime vorem tra noi
discorrere, vi prego chascoltiate e rispondiate quando vi parr chio dimandi
cosa a la quale non si debba negar la risposta. Ditemi dunque: il sonetto
uniforme o multiforme? dico, duna sola testura o di pi?
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O.C. Di pi senza dubio: percioch quattro sono le forme de quaternari le quali
io trovo nel Petrarca, e cinque quelle de ternari.
F.N. Ma a ciascuna di quelle forme daremo noi una particolare forma di quelle
che sono dette ancora idee o caratteri del parlare, o pur ciascuna de le forme
del sonetto di tutte quelle del parlare sar capace?
O.C. Ciascuna di tutte: perch in ciascuna desse diversi caratteri sono stati usati.
F.N. Forse in quella guisa che nel verso essametro de Latini non solamente lo
stile alto sadoper, ma il basso e l mediocre, o pur come ne versi lirici gli
amori de le donne e de fanciulli sono stati cantati, ma pi altamente le lodi
de re e de gli eroi.
O.C. In questa guisa veramente mi pare che ciascuna de le forme del sonetto
possa ricevere tutti i caratteri e gli abbia sin ora molte volte ricevuti.
F.N. Pur, se non vogliamo aver tanto risguardo a quel che si possa o che si usi o
che sia stato per ladietro usato, quanta quello che si dovrebbe usar, ciascu-
na forma a ciascuna forma sar conveniente, e la nobilissima particolar-
mente a la nobilissima.
O.C. Cos mi pare.
F.N. Ma le nobili son prima de laltre o poi?
O.C. Prima.
F.N. Dunque sar quella nobilissima, da la quale cominci il Petrarca quel nobi-
lissimo sonetto
Voi chascoltate in rime sparse il suono;
perch prima per natura e per dignit.
O.C. Cos stimo.
F.N. Il Coppetta volse eleggere questa, ne la qual si risponde co l primo verso
del secondo ternario al primo del primo, co l secondo al secondo e co l
terzo al terzo. Il qual ordine in alcune de laltre testure suole esser perturba-
to; e in alcune altre, essendo le corrispondenze non di tre rime a tre rime,
ma di due in tre a due in tre altri o di due in due a due in quattro versi,
quanto sacquista ne la dolcezza, tanto si perde ne la gravit.
O.C. Cos mi par chavenga.
F.N. Ma le cose gravi e le basse o sono le medesime o pur varie; e se sono le
medesime, e le leggiere e le alte ancora sono listesse? Sono: perciochil foco,
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il quale altissimo tra gli elementi, leggierissimo, e la terra, ch bassissi-
ma, gravissima.
O.C. Cos mi par che si provi per questa ragione.
F.N. Dunque lalto stile sar il leggiero, e l grave sar il basso.
O.C. Cos pare.
F.N. Ma le cose basse sono pi nobili o meno de lalte?
O.C. Meno.
F.N. Le bassissime dunque saranno le ignobilissime.
O.C. Senza dubbio.
F.N. Dunque le bassissime poesie saranno le gravissime e lignobilissime, e le
leggierissime saranno altissime e nobilissime: e la tragedia sar bassissima e
ignobilissima, e fra le comedie quella ch leggierissima sar laltissima e la
nobilissima.
O.C. Cos mi par che conchiuda questa vostra ragione, la qual non persuade, ma
fa violenza.
F.N. Or non vorremo diffenderci, quanto potremo, per non essere sforzati?
O.C. Defendiamci.
F.N. Ditemi adunque: il grave in tutte le cose ha listesso contrario o pur diver-
so? E accioch meglio mintendiate, io vi chiedo se ne la voce al grave sop-
pone quel medesimo che ne corpi, over altro.
O.C. Non si dice de le voci chelle sian gravi e leggiere come ne corpi.
F.N. Ma qual nome darem noi a questa opposizione?
O.C. Luno opposto chiamerem grave e laltro acuto.
F.N. Dunque ancora ne lelocuzione, la qual una specie di voce, potremo
opponere altro contrario al grave che l leggiero: e sal grave non contrario
il leggiero, laltezza e la nobilt, che ne corpi seguitano la leggerezza, non
saranno ne <l>elocuzione ripugnante a la gravit.
O.C. Non per questa ragione, la qual assai mappaga.
F.N. Oltre di ci quelle stesse condizioni, o qualit, che procedono o seguono la
gravit ne corpi, vi pare che si congiungano insieme ne le voci?
O.C. A nissun modo, perch non diremo che la voce sia calda n fredda, n
umida n secca, n rara n densa.
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F.N. Dunque nel parlar ancora non saccompagnaranno con la gravit e con la
leggerezza quelle medesime qualit le quali saccopiano ne corpi naturali.
O.C. No certo.
F.N. E la nobilt e lignobilt sar peraventura una di quelle chavr nel parlare
compagnia diversa da quella cha ne corpi semplici over composti.
O.C. Cos aviene senzalcun fallo: anzi io stimo che sian congiugate ne lo stile al
contrario modo.
F.N. Direm dunque che lo stil grave sia il nobile e lalto il gravissimo il nobilis-
simo e <l>altissimo.
O.C. Diremo senza dubio.
F.N. E da laltra parte lopposto al gravissimo sar il bassissimo e lignobilissimo.
O.C. Ne lo stesso modo.
F.N. E l nobilissimo e laltissimo e l gravissimo stilo si converr a quella testura
de sonetti ne quali saranno le medesime condizioni.
O.C. Converrassi.
F.N. Avendo il Coppetta dunque fatta elezione di nobilissimo soggetto e scelta la
testura gravissima, dovea parimente quel carattere o quella forma che fosse
nobilissima oltre tutti gli altri che nel sonetto potesse usarsi.
O.C. Doveva a mio giudicio.
F.N. Ma in questa forma sarebbe sconvenevole che l suono e l numero e la
gravit de versi andasse tanto pi scemando quanto pi savicina al fine,
percioch, s come una zolla di terra o una pietra o altro corpo grave acqui-
sta gravit nel movimento quanto pi savicina al proprio luogo, cos anco-
ra lo stilo grave dee accrescer ne lultimo la gravit, il numeroso il numero,
il grande la grandezza.
O.C. Cos mi pare assai ragionevole.
F.N. Ma pur altramente fece il Coppetta; perch, avendo egli cominciato da
parole piene di molta gravit e di molto suono come sono quelle:
Locar sovra gli abissi i fondamenti
De lampia terra,
fornisce in quellaltre:
Dicalo il verbo tuo, che sol lintese.
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Le quali dal giudicio superbissimo de gli orecchi non sono egualmente
prezzate, quantunque sodisfacciano a lintelletto: laonde io stimo chegli
abbia fatto il contrario di ci ch laudevole ne larte del parlare o del rima-
re, chimitando la natura in tutte le forme da lei ritrovate, accresce verso il
fine la qualit ch propria di ciascuna.
O.C. Assai buona la similitudine.
F.N. Ma ditemi: larte del rimare stimate voi che sia simile a la musica o pur
dissimile?
O.C. Simile.
F.N. Tutta volta noi sappiamo che Timoteo dispose in maniera le corde che,
cominciando da la gravissima, terminava ne lacutissima: laonde a questa
simiglianza le rime gravissime dovrebbero finire ne lacutissime.
O.C. Cos pare, e suole esser molto da molti lodato che lacutezza sia riserbata ne
lultimo, la qual punga gli animi in quella guisa che lago de lapi suol
rimaner ne le ferite, e insieme gli unga e radolcisca.
F.N. Colui ch sempre ferito da sezzo, suol preveder il tempo nel quale egli
percosso: e prevedendolo, pu guardarsene e non sentir la percossa per la
continua usanza.
O.C. Pu questo non difficilmente avenire.
F.N. Oltre di ci le percosse improvise portano seco maggior maraviglia e mag-
gior diletto, se c diletto alcuno ne le percosse s fatte.
O.C. Ve n molto senza dubbio.
F.N. Dunque non sempre lacutezza dee usarsi nel medesimo luogo e tempo, ma
in diversi. E si pu lauditore o l lettore, mentre egli si spazia per le dilettevole
rime assomigliar a luccello, il quale, ove men teme, ivi pi spesso colto:
percioch molte volte colpito dal poeta nel principio e nel mezzo de
componimenti, ove se nha minor suspizione.
O.C. Cos pare per questaltra ragione.
F.N. E per aventura, s come ebbe il premio nel saettare colui il quale colse la
colomba gi disciolta, cos quel poeta il merita, il quale, non legando lascol-
tatore con le sue regole, saetta a segno incerto con maraviglia maggiore. E
se ci vero, lacume sempre non dee esser ne lultime parti; ma posto
chegli dovesse esser, lacutezza, la qual dolcemente ferisce gli animi di colo-
ro che leggono le maravigliose poesie, pi tosto ne la sentenza e nel con-
cetto che ne la voce.
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O.C. Per certo.
F.N. Dunque poco importa quel che si dice in questo proposito di Timoteo;
perchegli dispose lacuto e l grave secondo il suono che percote gli orecchi,
e noi sogliamo considerarlo ne le cose da le voci significate. E questa consi-
derazione propria de loratore e del poeta, e lebbe il Casa non meno
dalcuno altro, il quale, tutto che non elegesse la testura pi degna de lal-
tre, ma una ch quasi trasgressione de la prima, a guisa di buon cavaliero
che salti l ove non pu andar di passo, nondimeno, perch egli scelse pur
una di quelle che sono pi tosto acconcie a la grandezza e a la gravit cha la
dolcezza e a la piacevolezza, molto lavanza nel fine del sonetto con la scelta
de le parole e con lumi e con gli ornamenti, e particolarmente con la pie-
nezza de le consonanti e co l numero e co l suono de versi.
O.C. I quali non sono parimente sonori e numerosi.
F.N. Quello che da molti gli sia rimproverato, che nel principio fossero usate da
lui parole basse e di picciol suono come son quelle in una o in due, pu
esser riputata giudiciosa elezione; percioch queste parole meglio ci pongo-
no inanzi gli occhi la brevit de la nostra vita mortale e la poca stima che di
lei si dee fare, e le rime che poi seguono, per la differenza de laltre che sono
precedute, paiono pi nobili che non parerebbono da se stesso.
O.C. Cos veramente: e in questa parte non vedo che si possa replicare a le
vostre ragioni.
F.N. Ma salcuna forma contraria a questa, la qual chiamata da gli scrittori
con diversi nomi, vi pare egli convenevole chaccresca verso il fine la gravit
e laltre qualit che sogliono insieme accompagnarsi, o pur, s come il foco,
il quale contrario a la terra, nel fine del movimento accresce la sua legge-
rezza, cos le forme opposte ne lultimo de sonetti accrescono le qualit
opposte?
O.C. Questa opinione mi par che debba essere pi tosto seguita.
F.N. Dunque, quando leggiamo alcune composizioni le quali forniscono in rime
pi dolci e men sonore che non son quelle del principio, se l carattere in
loro impresso dal maestro contrario a laltro, ragionevolmente sono ter-
minate in quel modo; anzi, saltramente fornissero, non avrebbono quel
fine che si richiede ne la sua forma.
O.C. Non avrebbono.
F.N. E salcuna forma , la qual fra luna e laltra sia interposta, de luna e de
laltra quasi temperata, dee tenere altra maniera, e se participar pi de la
grave, fornire con gravit, ma non equale a quella de lidea ch grave
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simplicemente; ma savr parte maggiore de lopposto, dovr aver pi dolce
e piacevol fine, come hanno que versi che voi poco inanzi adduceste del
Petrarca, e molti altri che si potrebbono recare per essempio dal medesimo
poeta, comio stimo che vi parranno questi:
Per mirar Policleto a prova fiso
Con mille chebber fama di quellarte.
Il fine:
Cortesia fe, n la potea far poi
Che fu disceso a provar caldo e gielo,
E del mortal sentiron gli occhi suoi;
nel qual egli scelse quella testura de sonetti ch pi acconcia a la maniera
temperata. Parimente in quellaltro
Lieti fiori, felici e ben nate erbe,
Che madonna pensando premer suole,
cos fornisce ne terzetti:
O soave contrada, o puro fiume,
Che bagni il suo viso e gli occhi chiari,
E prendi qualit dal vero lume,
Quanto vinvidio gli atti onesti e cari.
Non fia omai scoglio in voi che per costume
Dardere con la fiamma non impari.
O.C. S veramente.
F.N. E questi altri ancora:
Come il candido pi per lerba fresca
I dolci passi onestamente move.
I terzetti son questi:
E con landare e co l soave sguardo
Saccordan le dolcissime parole,
E landar mansueto, umile e tardo.
Di tai quattro faville, e non gi sole,
Nasce il gran foco di chio vivo ed ardo,
Che son fatto un augel notturno al sole.
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E di quellaltro
In qual parte del cielo, in qual idea
Era lessempio unde natura tolse,
udite i terzetti:
Per divina bellezza indarno mira
Chi gli occhi di costei giamai non vide,
Come soavemente ella gli gira;
Non sa comAmor sana e comancide,
Chi non sa come dolce ella sospira,
E come dolce parla e dolce ride.
I quali sonetti sono tutti de la forma temperata, e nel temperamento la
dolcezza eccede la gravit; e per questa ragione hanno quel fine che pi
conviene a dolci componimenti.
O.C. Dolcissimo oltre tutti gli altri.
F.N. Ma in quelli altri, ne quali la gravit avanza la piacevolezza, hanno quello
ch proprio de la maniera grave, come potremo conoscere in questi altri
essempi chio recher del medesimo poeta:
Ben sapeva io che natural consiglio,
Amor, contra di te giamai non valse;
del qual sono i ternari:
Io fuggia le tue mani, e per camino
Agitandomi i venti e l gielo, e londe,
Mandava sconosciuto e peregrino;
Quando ecco i tuoi ministri (i non so donde)
Per darmi a diveder chal suo destino
Mal chi contrasta e mal chi si nasconde.
E di quellaltro
La sera desiar, odiar laurora
Soglion questi tranquilli e lieti amanti;
i ternari:
Come gi fece allor chi primi rami
Verdeggiar, che nel cor radice mhanno,
Per cui sempre altrui pi che me stesso ami.
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Cos di me due contrarie ore fanno:
E chio macqueta, ben ragion chio brami,
E tema ed odi chi madduce affanno.
E di quellaltro
Io pur ascolto, e non odo novella
De la dolce ed amata mia nemica,
ascoltate i ternari:
Anzi un sol; e se questo , la mia vita
E i miei corti riposi e i lunghi affanni
Son giunti al fine. O dura dipartita,
Perch lontan mhai fatto de miei danni?
La mia favola breve gi compita,
E fornito il riposo a mezzo gli anni.
E di quello
E questo l nido in che la mia fenice
Mise laurate e le purpuree penne?
eccovi i ternari:
E mha lassato qui misero e solo,
Tal che pien di duol sempre al loco torno
Che per te consecrato onoro e colo,
Veggendo a colli oscura notte intorno,
Onde prendesti al ciel lultimo volo
E dove gli occhi tuoi solean far giorno.
E di quello
Gli occhi di chio parlai s caldamente,
E le braccia e le man e i piedi e l viso;
i terzetti:
Ed io pur vivo; onde mi doglio e sdegno,
Rimaso senzil lume chamai tanto
In gran fortuna e n disarmato legno.
Or sia qui fine al mio amoroso canto:
Secca la vena de lusato ingegno,
E la cetera mia rivolta in pianto.
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O.C. Assai bene per questi essempi si pu comprendere quel che voi dite.
F.N. Ma oltre questi molti altri potrebbono essere, in alcuni de quali, essendo
temperata la dolcezza e la gravit, supera la dolcezza: ne gli altri superata,
s come veggiamo avenire ne gli elementi situati fra la terra e l foco, luno
de quali verso il fine del suo movimento accresce la sua gravit, laltro la
sua leggerezza.
O.C. Assai in alcune cose simile la comparazione de gli elementi.
F.N. A laltre similitudini mi par che si possa aggiunger questa, che, s come
niuno elemento puro e semplice intieramente, percioch il fuoco me-
scolato con laria e laria co l fuoco e con lacqua e lacqua con laria e con
la terra, cos ancora ciascuna maniera di parlare mescolata; n solamente
ne le rime gi dette, ma in quelle che sono stimate gravissime c qualche
mistione di piacevolezza.
O.C. Veramente i versi ne quali non qualche mescolanza s fatta assai meno
sogliono piacer de gli altri, n possono lungamente esser ascoltati senza
fastidio.
F.N. Le forme dunque del parlare sono in questo simili a le forme naturali, le
quali, essendo raccolte nel grembo de la materia, non possono ritrovarsi a
fatto pure: quinci aviene chin quelle testure ancora le quali noi assegniamo
come proprie al carattere sublime, ci sia alcuno temperamento; ma vi sar
forse grave che questa cosa si consideri pi minutamente.
O.C. Anzi niuna mi potrebbe esser tanto piacevole: per vi priego che seguitiate.
F.N. Io dico che l carattere nobilissimo dee usarsi in due de le testure usate dal
Petrarca: la prima, la qual risponde ordinariamente co l primo del secondo
terzetto al primo del primo, co l secondo al secondo e co l terzo al terzo,
com questa:
E le rose vermiglie infra la neve
Mover da lora e discovrir lavorio,
Che fa di marmo chi dappresso il guarda;
E tutto quel, perch nel viver breve
Non rincresco a me stesso, anzi mi glorio
Desser servato a la stagion pi tarda.
E la seconda, che risponde co l primo del secondo al secondo del primo e
co l secondo del secondo al primo del primo e co l terzo al terzo, com
questa:
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Torquato Tasso La Cavaletta overo de la poesia toscana
E sio l consento, a gran torto mi doglio:
Fra s contrari venti in frale barca
Mi trovo in alto mar senza governo,
S leve di saper, derror s carca,
Chio medesmo non so quel che mi voglio,
E tremo a mezza state, ardendo il verno.
Ma altre ne daremo a la forma temperata, luna de le quali risponde co l
terzo del primo al primo del primo e co l primo del secondo al secondo del
primo; e poi seguita ne gli altri versi lordine medesimo, com questo:
Io che l suo ragionare intendo allora,
Magghiaccio dentro a guisa duom chascolta
Novella che di subito laccora.
Poi torno al primo, e questo d la volta.
Qual vincer non so: ma infino ad ora
Combattuto hanno, e non pur una volta.
E laltra, ch poco da questa differente, ma concorda il primo co l terzo e
co l quarto e co l sesto, concatenando il secondo co l quinto in questa
guisa:
Onde Amor paventoso fugge al core,
Lasciando ogni sua impresa, e piange e trema:
Ivi sasconde e non appar pi fore.
Che penso far, temendo il mio signore,
Se non star seco insino a lora estrema?
Ch bel fin fa chi ben amando more.
E questo io dico de le maniere usate dal Petrarca; ma laltre ancora mi
paiono degne di considerazione, n debbono esser lasciate a dietro.
O.C. Sono state scritte con esso loro tante cose belle che non devrebbono trala-
sciarsi in modo alcuno.
F.N. Quella usata da monsignor de la Casa in questo sonetto, dal quale abbiamo
preso occasione di ragionare, transgressione o trapasso de la prima, per la
assignaremo parimente a la maniera grave; e quella che risponde co l primo
verso del secondo ternario al secondo del primo e co l secondo del secondo
al terzo del primo e co l terzo del secondo al primo del primo <> pure un
trapasso de la seconda testura. Laonde a la forma grave sar conceduto, e
naddurr lessempio:
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ACTA G. DAnna Thsis Zanichelli
Torquato Tasso La Cavaletta overo de la poesia toscana
E n pianto mi ripose e n vita acerba,
Ove non fonti, ove non lauro od ombra,
Ma falso donor segno in pregio posto.
Or con la mente non dinvidia sgombra
Te giunto miro a giogo alto e riposto,
Ove non segn pria vestigio lerba.
E quella che risponde co l primo verso del secondo ternario al pi vicino
del primo e segue questordine diritto, come la seguente:
E questa man davorio tersa e bianca,
E queste braccia e queste bionde chiome
Fian per inanzi a te sferza e tormento.
Onde parte di duol strugger mi sento,
E parte leggo in due begli occhi come
Non dee mai riposar questalma stanca.
La qual non nuova, ma rinovata, perch si trova fra quelle di Dante: e l
suo trapasso usato da Cino:
Laonde di ci mi struggo, e vo morire,
Chiamando morte che per mio riposo
Mi toglia inanzi ched io mi disperi.
Miran l gli occhi miei s volentieri,
Che contra l mio voler mi fanno gire
Per veder lei, cui sol guardar non oso.
Perch questa forma pu acconciamente servirsi cos de le testure che son
fatte con ordine diretto, come di quelle che son composte con lobliquo, le
quali ho nominate trapassi e trasgressioni; e a laltre testure, che son conve-
nevoli ne la forma pi grave, aggiungeremo quella che in ciascun de ternari
risponde co l terzo al primo e lun e laltro congiunge, quasi legando il
secondo del secondo co l secondo del primo:
Taccian per laere i venti, e caldo e gielo
come pria no l distempre, e tutti i lumi
che portan pace a noi raccende il cielo;
Alti pensieri, care, oneste voglie,
Leggiadre arti, cortesi e bei costumi
Rivesta il mondo e mai non se ne spoglie.
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ACTA G. DAnna Thsis Zanichelli
Torquato Tasso La Cavaletta overo de la poesia toscana
Ma a la temperata lasceremo quella chus misser Cino, ne la quale al pri-
mo verso de ternari risponde il quarto e gli altri fra loro, com questo:
Per dimostrar a lei che conoscente
Si faccia poscia de li mei martiri,
Ma non pu far piet chella vi miri.
Per che ne vivo isconsolatamente,
E vo pensoso ne li mei desiri,
Che son color che levano i sospiri.
E quella de Guido Cavalcante, che risponde al primo co l terzo e eo l
quarto e concorda gli altri insieme:
Io veggio a lui spirito apparire
Alto e gentile e di tanto valore
Che fa le sue virt tutte fuggire.
Deh, io vi prego che deggiate dire
A lalma trista, che parla in dolore,
Comella fu e fia sempre dAmore.
N de luna e de laltra mi ricordo aver udito essempio fra moderni; ma io
ho cos lungamente ragionato che mi pare davervi posto adosso quella
persona dauditore che voi nel principio del vostro ragionamento mostraste
di ricusare, la qual tanto vi deve parere grave quanto il ragionamento stato
pi lungo. Ma nondimeno mi pare di raccogliere da vostri sembianti
chaspettiate chio aggiunga alcuna cosa a le gi dette.
O.C. Io aspettava veramente, perch avete compartite in guisa tutte le testure de
sonetti che non avete lasciata alcuna al carattere umile, il qual parimente con
diversi nomi chiamato. Laonde mi pare chin questa guisa abbiate voluto
escluderla a fatto dal sonetto, se forse non gli rimasa quella ne la quale dopo
i terzetti seguono molti ritornelli e ciascuno dietro a leptasillabo, o al verso di
sette sillabe che vogliamo nominarlo; e in vero non mi par lautorit del
Bernia cos picciola che egli non si possa contentar di quella forma che fu
approvata da lui: percioch il Bernia tanto savanza in questo genere di poesia
che per aventura non sono stati maggiori nel loro molti gravi.
F.N. Io non aveva riservata alcuna de le testure del sonetto a lumile o a la bassa
forma, perch non solo il Petrarca, ma Dante ancora lavea quasi bandita
dal sonetto, il quale, bench sia moltiforme, nondimeno in ciascuna forma
poco acconcio a ricever la bassezza e lumilt: e de laltre quelle pi gli
sono convenevoli chabbiamo detto esser proprie de la maniera temperata,
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Op. Grande biblioteca della letteratura italiana
ACTA G. DAnna Thsis Zanichelli
Torquato Tasso La Cavaletta overo de la poesia toscana
come potremo conoscere da questi luoghi di Dante chio recher; e luno
quello
E non legno di s forti nocchi,
N anco tanto dura alcuna pietra;
il qual finisce in questi ternari:
Deh, perch tanta virt data fue
A gli occhi duna donna cos acerba,
Che suo fedel nissuno in vita serba
Ed contra piet tanto superba
Che, saltro muor per lei, non mira piue,
Anzi gli asconde le bellezze sue.
E de laltro
Ahi, lasso, non credea trovar pietate
Quando si fosse la mia donna accorta;
i terzetti del quale son questi:
Per parla un pensier che mi rampogna,
Comio pi vivo, non sperando mai
Che tra lei e piet pace si pogna.
Onde morir pi non conviene omai;
E posso dir che mal vidi Bologna
E quella bella donna chio guardai.
O.C. Assai umile lo stile di questi sonetti.
F.N. Ma io lascerei i sonetti a le materie gravi e a la forma ancora; e se pur io
talvolta gli abbassassi, non passarei la mediocrit, e mi parrebbe di riporli
nel primo stato loro pi vicino al nascimento; perch Dante e gli altri inanzi
pi volentieri composero il sonetto con stile mezzano: laonde egli in que
suoi libri chintitol De la volgare eloquenza disse di voler trattar del sonetto
nel quarto, dove dovea trattare del volgare mediocre, e, paragonando il
sonetto a la ballata, afferm che l modo de la ballata era pi nobile: da la
quale opinione sallontan il Petrarca e l Bembo e l Casa e l Capello e l
Tasso. Per mi pare che del sonetto coltivato da loro, sia avenuto quello
chaviene dalcune erbe, che per la coltura sinalzano e trapassano ne la
natura di piante.
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Op. Grande biblioteca della letteratura italiana
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Torquato Tasso La Cavaletta overo de la poesia toscana
O.C. Laccrescimento di cos artificiosi cultori senza dubio stato maraviglioso;
onde il sonetto in quella sua prima umilt quasi disprezzato.
F.N. Ma per le materie umili e per lumili diciture assai convenevole la forma
de madrigali, e fra madrigali quelli ancora sono pi convenienti a lumil
dicitore, i quali veggiamo ripieni deptasillabi, o regolari o irregolari chelli
siano: percioch quelli altri che sono stati tenuti dal Petrarca in assai artifi-
ciose testure de versi endecasillabi, potrebbono ad alcuno parer del caratte-
re mediocre, quantunque da alcuni siano dette ballate; e son queste:
Non al suo amante pi Diana piacque,
Quando per tal ventura tutta ignuda
La vide in mezzo de le gelide acque,
Cha me la pastorella alpestra e cruda,
Posta a bagnare un leggiadretto velo,
Cha laura il biondo e vago capel chiuda;
Tal che mi fece, or quando egli arde il cielo,
Tutto tremar duno amoroso gielo.
Nova angeletta sovra lale accorta,
Scesa dal cielo in su la fresca riva,
L ondio passava sol per mio destino,
Poi che senza compagna e senza scorta
Mi vide, un laccio che di seta ordiva
Tese fra lerba ond verde il camino:
Allor fui preso, e non mi spiacque poi,
S dolce lume uscia de gli occhi suoi.
Or vedi, Amor, che giovenetta donna
Tuo regno sprezza,
e del mio mal non cura,
E tra duo ta nemici s sicura. Tu se armato,
ed ella in treccie e n gonna Si siede,
e scalza in mezzo i fiori e lerba,
Ver me spietata e contra te superba.
I son prigion; ma se piet ancor serba
Larco tuo saldo e qualcuna saetta,
Fa di te e di me, signor, vendetta.
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ACTA G. DAnna Thsis Zanichelli
Torquato Tasso La Cavaletta overo de la poesia toscana
Bench questo madrigale, se cos vogliamo pi tosto chiamarlo, nel Petrarca
commentato dal Vellutello si legge senza il quinto verso senza alcun danno
de la testura; e il quarto :
Perch al viso dAmor portava insegna,
Mosse una pellegrina il mio cor vano
Chogni altra mi parea donor men degna:
E lei seguendo su per lerbe verdi,
Udi dir alta voce di lontano:
Ahi, quanti passi per la selva perdi.
Allor mi strinsi a lombra dun bel faggio
Tutto pensoso; e remirando intorno,
Vidi assai periglioso il mio viaggio;
E tornai indietro quasi a mezzo il giorno.
E del carattere istesso ancora paiono quelle che da tutti son dette ballate, fra
le quali la prima quella che comincia:
Lassare il velo o per sole o per ombra.
E oltre a questa sei altre si leggono nel Petrarca, parte nude, parte vestite,
cio parte di una, parte di pi stanze, e in tutte si ripiglia ne gli ultimi versi
la rima de primi; ma quelle di Dante e del Boccaccio e de gli antichi sin-
chinano pi a lumil forma di dire, come si pu conoscere da quella:
Io non dimando, Amore,
Perch potrebbe il tuo piacer gradire:
Cos tamo seguire
In ciascun tempo, dolce mio signore.
E son in ciascun tempo egual damare
Quella donna gentile,
Che mi mostrasti, Amor, subitamente
Un giorno che mintr s ne la mente
La sua sembianza umile,
Veggendo te ne suoi begli occhi stare,
Che dilettare il core
Da poi non s voluto in altra cosa,
Fuor che in quella amorosa
Vista chio vidi remembrar tuttore.
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ACTA G. DAnna Thsis Zanichelli
Torquato Tasso La Cavaletta overo de la poesia toscana
Questa membranza, Amor, tanto mi piace
E s lho imaginata,
Chio veggio sempre quel chio vidi allora:
Ma dir non lo potria, tanto maccora;
Che sol mi s passata
Entro la mente: per mi do pace,
Che l verace colore
Chiarir non si porria per mie parole.
Amor, come si vole
Di tu per me, l vio son servitore.
Ben deggio sempre, Amore.
Rendere a te onor, perch desire
Mi desti ad ubbedire
A quella donna, ch di tal valore.
E alcune ballate si fanno, ne le quali si volge il parlare a la ballata, come ne le
canzoni si volge a le canzoni: e ne abbiamo lessempio in Guido Cavalcante:
Vanne a Tolosa, ballatetta mia
Ed entra quetamente a la Dorata;
Ed ivi chiama, che per cortesia
Dalcuna bella donna sia menata
Dinanzi a quella di cui tho pregata.
E sella ti riceve,
Dille con voce lieve:
Per merc vegno a voi.
E di simil natura sono, in quanto a lumilt del dire, quei componimenti
illegitimi che si chiamano comunemente madrigali; e quantunque il Bembo
ne gli Asolani chiamasse gli uni e gli altri canzone, gli chiam co l nome del
genere, perch tutte le composizioni in rima le quali si cantano possono
esser dette canzoni. Ma ne le umili e ne le mediocri bench lultima rima
fosse manco sonora de la prima, o per aver una sola consonante inanzi
lultima vocale o per due vocali, non mi parrebbe che si peccasse nel
convenevole, s come non si pecca per listessa cagione ne la canzone elegiaca
o pur ne la comica, la quale, come pare a Dante, detta cantilena propria-
mente; ma ne la tragica, la qual devessere scritta in volgare altissimo e con
altissimo stile mi par assai conveniente che lultime parole non siano manco
risonanti de le prime o manco nobili e pellegrine.
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Op. Grande biblioteca della letteratura italiana
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Torquato Tasso La Cavaletta overo de la poesia toscana
O.C. In questo ragionamento mi avenuto quello che nel principio io non cre-
deva, cio chio ho quasi appresa larte del sonetto e de la ballata; ma larte
de la canzona chi minsegner? Percioch queste distinzioni che voi adduce-
te son tali chio entro in grandissimo desiderio dintenderla compiutamente.
F.N. Io, quando cominciai a ragionare, pensava di quello cha me non si convie-
ne, ma non so come il corso del ragionamento mha trasportato: per quel
chavanza potremo tutti imparare dal signor Ercole, il quale, avendo taciuto
lungamente, alleggerir di questo peso me, che son stanco di portarlo.
E.C. Questo vostro nuovo artificio, non insegnato da Dante n sempre osser-
vato dal Petrarca e da gli altri che poetarono doppo lui, avegna che ne loro
altissimi componimenti labbiano avuto; e da le cose che si fanno e non si
fanno, egualmente non si d alcunarte: laonde io non porrei in ci larte
del sonetto in modo altissimo, anzi pi presto direi che non ce ne fosse arte,
perch que libri ne quali Dante ne ragiona son perduti: e salcun artificio
del sonetto, altrove si de ricercare.
F.N. Piacciavi dunque dinsegnarloci.
E.C. In questa parte voi non intendereste da me alcuna cosa di nuovo, n forse la
Orsina, la qual, bench sia molto studiosa del Petrarca e de gli altri poeti
pi novi, non disprezza gli antichi ammaestramenti.
O.C. Non disprezzo veramente, ma di quello che molto apprezzo non molto
intendo.
E.C. Dir dunque per sodisfarvi, e comincer da la definizione de la poesia data
da lAlighieri, la quale questa: la poesia una finzione retorica posta in
musica. Ma ricercando Dante la sua nobilissima specie, dice che le cose
ottime, secondo porta il dovere, sono degne de lottime: laonde, essendo il
volgare illustre ottimo sopra gli altri volgari, lottime materie sono degne
desser trattate in esso; le quali egli riduce a tre, che sono la salute e i piaceri
di Venere e la virt: e ciascuna di loro obietto duna de le potenze de
lanima nostra; e soggiunge che l modo eccelentissimo e nobilissimo co l
quale si debbono stringere queste materie quel de le canzoni, perch ne le
canzoni si comprende tutta larte. E che ci sia vero, si manifesta in questo,
che tutto quello che si trova de larte in esso, ma non si converte che tutto
ci ch in lui sia de larte: la quale sino a tempi de lAlighieri fu presa
casualmente da piccioli poeti, avenga che i poeti a caso siano differenti da
grandi. Ma Dante prima le ridusse sotto le regole di questo nobilissimo
magisterio; e diffinisce la canzona una compiuta azione di colui che detta
parole armonizzate e atte al canto, distinguendola in tre modi, tragico, co-
mico ed elegiaco, e mostrando come tutta larte consista in tre precetti, il
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Op. Grande biblioteca della letteratura italiana
ACTA G. DAnna Thsis Zanichelli
Torquato Tasso La Cavaletta overo de la poesia toscana
primo de quali intorno la divisione del canto, laltra de labitudine de le
parti, la terza del numero de versi; ma de le rime non fece menzione,
perciochelle non sono proprie de larte de la canzona, essendo lecito certa-
mente in ciascuna stanza ritrovar le rime e quelle medesime a suo piacer
replicare: il che, se la rima fosse de la propria arte de la canzona, non sareb-
be lecito. E cominciando da la prima parte, ch la divisione del canto,
cinsegna chalcune stanze procedano sin al fine senza replicazione di mo-
dulazione e senza divisione, la qual volgarmente detta volta, perch fa
voltare da lun modo ne laltro, come quella:
Al poco giorno ed al gran cerchio dombra
Son giunto, lasso, ed al bianchir de colli,
Quando si perde lo color ne lerba:
E l mio desio per non cangia il verde,
S barbato ne la dura pietra,
Che parla e sente come <fosse> donna.
La qual communemente detta sestina, quantunque non tutte le stanze
duna sola oda siano sestine, percioch quella ancora del Petrarca s fatta:
Verdi panni, sanguigni, oscuri e persi
Non vest donna unquanco,
N dor capelli in bionda treccia attorse
S bella come questa, che mi spoglia
Darbitrio, e del camin di libertade
Seco mi tira s chio non sostegno
Alcun giogo s grave.
E questa maniera di stanze us Arnaldo Daniello quasi in tutte le sue can-
zoni. Altre sono che patiscono divisione, la qual non pu esser se non si fa
la replicazione de loda, o davanti solamente o solamente doppo o da tutte
due le parti. E se la repetizione de loda si fa davanti la divisione, si dice la
stanza aver piedi: se dopo, aver i versi; se prima e poi, i piedi e i versi. Ma
sella senza la divisione de la prima parte, detta fronte; ma se non ha la
divisione de la seconda, detta sirima o coda: e la fronte co versi e i piedi
con la sirima e i piedi con versi possono star insieme, ma la fronte con la
coda non si congiunge insieme in una medesima testura, cio la parte sempli-
ce con la doppia e la doppia con la semplice e la doppia con la doppia
saccoppiano, ma la semplice con la semplice non suol esser tessuta insieme.
E questo in quanto al primo precetto, nel quale peraventura avreste deside-
rata da me brevit maggiore.
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Op. Grande biblioteca della letteratura italiana
ACTA G. DAnna Thsis Zanichelli
Torquato Tasso La Cavaletta overo de la poesia toscana
F.N. Niuna cosa stata soverchia nel vostro ragionamento, per non possiamo
dolerci de la lunghezza.
E.C. Passer dunque al secondo precetto, il quale de labitudine de le parti, ne
la quale la fronte alcuna volta eccede i versi e alcuna superata, e i piedi
alcuna volta avanzano la coda, alcuna son superati; e i piedi e i versi ancora
vicendevolmente vincono e sono vinti.
F.N. La brevit nulla toglie a la chiarezza.
E.C. Potr dunque discender al terzo, nel quale attribuisce lendecasillabo a la
canzone tragica, volendo che tutte le stanze siano tessute dendecasillabi
<o> che almeno gli endecasillabi superino di numero gli eptasillabi e i
pentasillabi, de quali concede che possa essere uno solamente; ma la parte
ne la quale si tesse un solo eptasillabo non pu esser se non fronte o sirima,
percioch ne piedi e ne versi ricercata lequalit di versi e di sillabe. E l
verso ne luno significato chiam quelli che son tessuti di versi, e ne laltro
quelli che si compongono di sillabe: laonde il numero dispari ha luogo
solamente ne la fronte e ne la coda. E in questa ultima parte cinsegna
ancora come le canzoni tragiche debbano prendere il principio da
lendecasillabo, percioch quelle le quali cominciano dal verso di sette non
sono senza ombra delegia, e che lendecasillabo e leptasillabo debbano
essere disposti ne le diverse parti in guisa che si corrispondano ne labitudi-
ne: dico quel di undeci a quel di undeci e quel di sette a quel di sette. Ma
forse vi parr troppo lungo.
O.C. Non temiate doffenderci se non con la brevit
E.C. Ultimamente, parlando de labitudine de le rime, dimostra chalcune parti
non abbiano labitudine, altre labbiano, e di queste alcune accordino tutti
i versi, altre ne lascino uno scompagnato, il quale detto chiave e pu esser
non solo uno ma due, la desinenza de quali poi ripresa ne la stanza se-
guente: e labitudine de le rime pu essere o de versi che sono inanzi la
divisione, o di quelli che sono inanzi e quelli che sono dopo, in modo che
sia labitudine fra le rime de luna e laltra parte, lodando oltre tutte le
desinenze quelle che si chiudono in rime accordate: il che per da schivar
ne piedi. E l primo di loro pu essere di versi pari o dispari, di cadenze
accompagnate o scompagnate; ma ne gli altri piedi dee servirsi lordine
stesso, e ne versi ancora quasi sempre, quantunque avenga chalcuna volta
non sosservi: e si dee schivare la repetizione, lequivocazione e lasperit de
le rime. E per conchiusione cinsegna che le cose le quali si cantano circa il
destro, vadano con lunghezza convenevole verso lestremo, e saffrettino
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quelle che si cantano circa il sinistro: e chiama le cose che si cantano intor-
no al destro il persuadere, il rallegrarsi e l laudare, e quelle che si cantano
verso il sinistro il dissuadere e linfingere e l vituperare.
F.N. Assai la signora Orsina e io abbiamo appreso de larte de la canzona; ma sin
lei si comprende tutta larte, ci sar contenuta ancora quella del sonetto e de
laltre poesie.
E.C. Il sonetto picciola poesia in rispetto de la canzona, e di picciolo pregio.
F.N. E per questa cagione larte sua potr rinchiudersi in quella di poesia cos
grande com la canzona. Ma volete trarla fuori accioch noi la conoscia-
mo? Il signor Ercole non risponde, quasi troppo avaro di queste preziose
richezze, ma io cercher per improntitudine di trarne la risposta, e non
voglio che cene partiamo senza novo guadagno.
E.C. Se cos fosse come voi divisate, non sarei io troppo scarso, ma voi troppo
cupido.
F.N. La cupidit de le cose oneste laudevole. Per ditemi: non avete voi detto,
o pi tosto Dante, con le parole del quale avete quasi parlato mostrando s
maravigliosa memoria, che tutta larte de la canzona consiste in tre precetti?
E.C. Cos dice lAlighieri.
F.N. Ma riducetevi, di grazia, a mente quali siano questi tre precetti, perch io,
dopo quella mia lunga infirmit la qual ebbi in Mantova, facilmente mi
dimentico di molte cose.
E.C. Luno intorno a la divisione del sonetto, laltro de le abitudini de le parti,
la terza poi de le sillabe e de versi.
F.N. Ma l primo serve al sonetto parimente o non serve?
E.C. Serve.
F.N. Forse perch il sonetto si divide in molte parti come la canzona?
E.C. Per questa ragione.
F.N. E per si pu fare la replicazione de la modulazione.
E.C. Si pu senza dubbio.
F.N. Ma laltro de la abitudine de le parti si dee considerare nel sonetto o non si deve?
E.C. Si dee.
F.N. E vi pare che sia alcuna proporzione fra le parti del sonetto e de la canzona, cio
che tali siano i quaternari in rispetto de ternari, quali i piedi sono e i versi?
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E.C. S veramente; onde assai bene Antonio da Tempo divise il sonetto in piedi
e in volte.
F.N. Questo era quello chio aspettava a punto che ci dichiaraste; ma passando al
terzo, non determinato nel sonetto il numero de versi e de le sillabe?
E.C. E1.
F.N. Dunque egli prende questo ammaestramento ancora da la canzona. Ma de
labitudine de le rime che diremo noi?
E.C. Le rime non sono de la propria arte de la canzona.
F.N. Nondimeno da lultima parte, ne la qual Dante cinsegna alcune cose de
labitudine de le rime, possiamo raccogliere che non sia affatto inutile que-
sta considerazione.
E.C. Considerazione overo osservazione sar peraventura la vostra, ma non arte:
perch larte de le cose certe, quali sono quelle che ci ha insegnate Dante
nel suo magisterio, il qual sino a lui fu preso casualmente.
F.N. Altramente parve forse a Dante medesimo, sio lho ben inteso: percioch,
se le rime non sono de la propria arte de la canzona, s comegli dice, sono
dalcunarte cha lei non propria; e segli avesse giudicato che non fossero
dalcuna arte, non avrebbe detto chelle non fossero de larte propria.
E.C. E qual sar questarte che non propria de la canzona?
F.N. Larte del rimare, la qual non propria de la canzona: percioch conviene al
sonetto, a la ballata, al madrigale, a lottava, al capitolo e a laltre poesie
ancora illegitime e irregolari.
E.C. E questa, se pur arte, solamente in quelle cose de le quali si pu dar certa
ragione; ma lincerte e incostanti, le quali alcune volte si raccolgono sotto
regole e alcune non si raccolgono, non ricevono eccelente magisterio n
buono artificio.
F.N. Dunque, se questo chegli ci diede buono artificio, dovr esser certo
parimente.
E.C. Dovr senza fallo.
F.N. Or, se vi piace, consideriamo se questa certezza si trova ne le sue medesime
canzoni: ch dapoi ci sar pi lecito di ricercare in quelle del Petrarca e del
Casa, il quale ha dato principio al nostro ragionamento, chin lui non s
potuto fermare.
O.C. Questa considerazione al signor Ercole non potr dispiacere. Ma da quale
cominciarem noi?
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F.N. Da quella, se vi pare, la quale la prima:
Donne chavete intelletto damore,
Io vo con voi de la mia donna dire;
Non perchio creda sua lode finire,
Ma ragionar per isfogar la mente.
Io dico che, pensando al suo valore,
Amor s dolce mi si fa sentire
Che, sio allora non perdessi ardire,
Farei parlando innamorar la gente:
Ed io non vo parlar s altamente
Chio divenissi per temenza vile;
Ma tratter del suo stato gentile
A rispetto di lei leggieramente,
Donne e donzelle amorose, con vui;
Ch non son cose da narrarle altrui.
Ancora mi ricordo i versi, quantunque de le prose mi ho quasi <a> fatto
dimenticato; ma lasciam questo che non monta niente, e ditemi fra quali
canzoni la riporreste.
E.C. Questa fra le tragice, di versi tutti endecasillabi composta di due piedi e di
due versi; e lun piede eguale a laltro e lun verso a laltro: e labitudine
non solamente fra le rime de lun piede e quelle de laltro, ma tra quelle
ancora de piedi e quelle de versi. Laonde io non veggio che manchi alcuna
cosa a la sua perfezione, salcuno forse non desiderasse la mescolanza del
verso eptasillabo, per lo quale, come pare a Dante, insuperbisce
lendecasillabo, o se non voleste porre in considerazione chin tragica can-
zona chiuda la stanza con due rime, che per le vocali sono pi tosto di
suono dolce che di grande e superbo: la qual cosa tuttavia egli non fa senza
molto giudicio, perch diminuisce co l suono il concetto, dicendo:
Ma tratter del suo stato gentile
A rispetto di lei leggieramente,
Donne e donzelle amorose, con vui;
Ch non son cose da parlarne altrui.
F.N. Ma il giudicio de le cose certe o de le incerte? dico, de le universali, de le
quali si pu aver certa scienza, o pi tosto de le particolari, che sono sotto-
poste al senso?
E.C. Non si pu negare che l giudicio non sia de le particolari.
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F.N. E larte de particolari, che sono infiniti, o pur de gli universali? Voi non
rispondete: in somma troppo avaro sete del sapere. Piaccia a voi, signora
Orsina, di rispondere in sua vece, sa lui par grave darmi la risposta.
O.C. Larte senza dubbio de gli universali.
F.N. Ma se larte de gli universali e l giudicio non de gli universali, larte non
sar di quelle cose de le quali il giudicio.
E.C. A questo si pu rispondere che non si pu dimostrar larte e l giudicio ne
le medesime cose; ma non si niega che il poeta in alcune sia artificioso, in
altre giudicioso.
F.N. A me basta che il poeta non in tutte le cose, n sempre, possa o debba essere
artificioso: e l luogo che si toglie a larte sar conceduto al giudicio?
E.C. A linerzia pi tosto.
F.N. Ma linerzia, se pur in alcuno che sia giudicioso, dee manifestarsi o star
coperta e nascosa?
E.C. Stare ascosa.
F.N. Dunque dove ella si palesa non potr dimostrarsi il giudicio, e l merito
avr luogo in una stessa composizione; ma il caso e la fortuna possono star
insieme co l giudicio?
E.C. Possono; percioch egli suol discoprirsi in quelle cose medesime che sono
sottoposte a la sorte: e queste io chiamo linstabili e lincerte.
F.N. Dunque, bench sia vero chi gran poeti siano differenti da quelli i quali
compongono a caso, ci si deve intendere di que poeti che sempre o l pi
de le volte compongono in questo modo.
E.C. Di quelli.
F.N. E gli altri che sono buoni, sono simili a gli altri buoni artefici?
E.C. Sono.
F.N. Ma l capitano che vince molte volte per la sua prudenza vince alcuna volta
per fortuna.
E.C. Vince.
F.N. E l nocchiero che spesso conduce la nave in porto con larte marinaresca ve
la conduce talora per fortuna.
E.C. Per fortuna ancora.
F.N. E l pittor dipinge alcuna cosa per ventura.
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Torquato Tasso La Cavaletta overo de la poesia toscana
E.C. Colui che gitt la spongia ne la tavola per disdegno e impazienza dipinse a
questo modo la spuma del cavallo.
F.N. Dunque molte cose che son fatte per arte e per intelligenza son fatte ancora
a caso: e quantunque non tutte larti participino de la fortuna egualmente,
pur quasi tutte ne participano, chi pi e chi meno.
O.C. Questo meno a Dante che a ciascun altro dovrebbe parer sconvenevole, il
qual vuole che la fortuna sia una intelligenza posta al governo de la sfera
umana; laonde quel che si fa per fortuna par che si faccia per intelligenza.
F.N. Dunque larte sua de le canzoni non fu scompagnata da la fortuna. Ma diteci,
signor Ercole: non una de le regole di Dante che la concordanza di due rime
vicine, la qual laudevolissima ne la chiusa, si dee schivar ne piedi?
E.C. E certo de le sue, chio me ne ricordo.
F.N. Tutta volta ne luno e ne laltro piede di questa canzone sono accordate due
rime vicine: il che fece Dante per aventura con quel medesimo giudicio
chegli ne laltre sue composizioni maravigliosamente ha dimostrato. Ma
questo vi parr di poca importanza, e di maggiore che si considerino in
alcuna altra canzone come stiano quelle parti chegli chiama piede o fronte
o versi o sirima.
E.C. S certo: percioch io potrei averle intese assai meglio.
F.N. Considerando dunque co l signor Ercole, prendiamo quella:
Donna pietosa e di novella etate,
Adorna assai di gentilezze umane,
Era l ve io chiamava spesso morte.
Veggendo gli occhi miei pien di pietate
Ed ascoltando le parole vane,
Si mosse con paura a pianger forte:
E laltre donne, che se fur accorte
Di me per quella che meco piangia,
Fecer lei partir via;
Ed appressarsi per farsi sentire.
Qual dice: Non dormire;
E qual dice: Perch s ti sconforte?
Allor lassai la nova fantasia,
Chiamando il nome de la donna mia.
E dubiter forse la signora Orsina se quella stanza sia tessuta di fronte e di
versi, o di piedi o di sirima, o pur di piedi o di versi?
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E.C. Di piedi e di versi non pu essere secondo le regole di Dante: percioch i
versi sarebbeno ineguali; n per listessa ragione di fronte e di versi com-
posta: dunque di sirima e di piedi. E non sconvenevole che l sirima
superi i piedi in lunghezza; perch egli cinsegna che i piedi possono avan-
zare il Sirima ed esser avanzati.
O.C. Questo aveva considerato anchio; nondimeno, percioch allora chiamia-
mo lultima parte de la stanza sirima o ver coda, quando dopo la divisione
non si fa la repetizione dalcuna modulazione, e quando si fa, diciamo chella
ha versi, mi parerebbe che non dovesse esser grande il numero de versi il
qual fosse cantato senza replicazion di modulazione: percioch dove si fa il
punto fermo o la pausa, ivi mi par che si possa acconciamente replicar le
modulazioni.
F.N. Vorrei che ne chiedeste a messer Alfonso da la Viola, a lo Striggio, a
lAnimuccio, al Lucciasco o al Fiorino o a fra Iacomo Moro o ad altro
musico eccelente, dal qual udirei anchio cantar questa canzone o alcuna in
guisa chio sentissi inanzi la divisione la replicazione del modo e dapoi non
ludissi.
E.C. Voi sarete per aventura simile a Socrate, chimpar musica ne la sua vec-
chiezza.
F.N. In questo vorrei assomigliarlo, o ne la virt de lanimo. Ma consideriamo
listesso in alcunaltra canzone:
La dispietata mente, che pur mira
Di dietro al tempo che se n andato,
Da lun de lati mi combatte il core:
E l desio amoroso, che mi tira
Verso l dolce paese cho lasciato,
Da laltra parte con forza damore.
Qui si fa, se non minganno, la divisione, la qual seguono questi versi:
N dentro a lui senti tanto valore,
Che possa lungamente far difesa,
Gentil madonna, se da voi non viene.
Dopo i quali stimarebbe la signora Orsina che si potesse prender riposo
convenevolmente come dopo i tre primi?
E.C. Si potrebbe; ma Dante non ha avuto questo riguardo, percioch a la
repetizione de la modulazione si ricerca legualit de le parti.
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F.N. Ma ci pare anzi cosa volontaria che necessaria: e se pur c ragion, ella vi
prega che la ci insegnate.
E.C. Voi sapete che Dante chiama la stanza quella la quale ricetto di tutte larti,
per similitudine de le abitazioni ne le quali albergano gli uomini; ma s
come ne palagi luna stanza corrisponde a laltra con bella proporzione, di
maniera che sono eguali le parti superiori a linferiori e quelle che son poste
a lo incontro, e l compartimento de le finestre parimente e de laltre cose
che sono per necessit o per ornamento, cos ne la canzone debbono i piedi
esser eguali a piedi e i versi a versi.
F.N. Questa ragione vera potrebbe essere in qualche modo, ma non so gi sella
sia certa: perch alcuna volta avviene altramente ne i palagi fabricati con
buona architettura; laonde ne le stanze ancora, quantunque il pi de le
volte ci dovesse osservarsi, alcuna fiata dovrebbe esser lecito di partirsi da
questo ordine.
E.C. Sempre assai certa quella ragione ch fondata sovra la proporzione.
F.N. Ma sovra qual proporzione la fondaremo noi, sovra la geometrica o sovra
laritmetica, o sovra la musica pi tosto?
E.C. Sovra la musica,
F.N. Ma la proporzion musica sempre di egualit, o pur anco di maggior
inegualit alcuna volta, alcuna di minore?
E.C. De luna <e> de laltra.
F.N. Dunque secondo la vostra ragione le parti de le canzoni sempre non debbono
essere eguali, ma qualche volta ineguali; o pur intendo poco quel che dite.
E.C. Non per poco ma per troppo intendere non mintendete.
F.N. Perch adunque meglio vintenda, consideriamo ancora le canzoni del
Petrarca o del Casa, e prendiamo quella ch quasi reina fra laltre:
Nel dolce tempo de la prima etate,
Che nascer vide ed ancor quasi in erba
La fera voglia che per mio mal crebbe,
Perch cantando il duol si disacerba,
Canter come vissi in libertate
Fin chAmor nel mio albergo a sdegno sebbe.
Poi seguir s come a lui nincrebbe
Troppo altamente e che di ci mavenne;
Di chio son fatto a molta gente essempio:
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Torquato Tasso La Cavaletta overo de la poesia toscana
Bench l mio duro scempio
Sia scritto altrove, s che mille penne
Ne son gi stanche, e quasi in ogni valle
Ribomba il suon de miei gravi sospiri,
Chacquistan fede a la penosa vita.
E se qui la memoria non maita,
Come suol far, iscusinla i martiri,
Ed un pensier che solo angoscia dlle,
Tal chad ognaltro fa voltar le spalle,
E mi face obliar me stesso a forza,
Che tien di me quel dentro, ed io la scorza.
Questa canzone, non dico a me, ma ad alcun altro potrebbe parer di piedi
e di versi: percioch diranno chinanzi e dopo la divisione possa farsi la
replicazione de la modulazione in guisa che siano due piedi e tre o pi versi,
n c alcuna certa ragione del compartimento: terminarei nondimeno i
due primi piedi nel sesto verso; laonde mi par che ivi si possa, scrivendo e
leggendo, far punto fermo e prendere convenevole riposo, quantunque nella
terza trapassi co l sentimento sin a lottavo verso. E questo medesimo si
potrebbe osservare in molte altre canzoni del Petrarca, per le quali cagioni
nato il dubbio.
E.C. Il dubbio nato pi tosto da lignoranza de lettori che dal poco artificio del
poeta.
F.N. Questo potrebbe avenir facilmente: e porr fra gli altri me stesso, che per la
picciola cognizione che io ho de la musica ho di ci altre volte dubitato.
Nondimeno non mi parea picciolo artificio quel del poeta, ma incerto;
laonde siasi pur grande quanto a voi pare, solo che voi a me concediate che
egli non sia certo.
E.C. Grande e incerto non possono insieme stare, n parve a Dante, il qual
lasci scritte queste precise parole: Percioch sono certamente poeti, se
dirittamente la poesia consideriamo, la quale non altro chuna finzione
rettorica e posta in musica. Nondimeno son differenti da gran poeti, cio
da regolati, percioch quelli hanno usato sermone e arte regolata, e questi,
come s detto, hanno ogni cosa a caso.
F.N. I poeti grandi sono, come parve a Dante, i regolati; ma chi regolati usino
certo artificio, non ho ancora appreso da Dante. Non per vi sia grave di
rispondere a quel chio vi dimander per impararlo.
E.C. Chiedete quel che vi piace.
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Op. Grande biblioteca della letteratura italiana
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F.N. Non vi pare che ci siano alcune cose vere che non son certe?
E.C. Senza dubbio: percioch assai spesso avviene che la buona moglie abbia
dato repulsa a lamante, tutta volta incerto; e vero sar parimente chun
ladrone abbia spogliato gli altari, ma di ci non avremo certezza.
F.N. Ma fra le cose certe ce ne saranno alcune che non sian vere.
E.C. Niuna cosa che sia certa e non vera.
F.N. Dunque tutto quello ch certo vero, ma non e converso.
E.C. E1 come voi dite.
F.N. E se lartificio del poeta certo, sar parimente vero.
E.C. Sar.
F.N. Ma la poesia, come Dante la diffin, una finzione retorica posta in musica.
E.C. E1 veramente.
F.N. Dunque il vero artificio sar artificio duna finzione.
E.C. Non so quanto ci sia sconvenevole; ma voi sete troppo sollecito investiga-
tore di quel chimporta assai poco.
F.N. Se questo non vi pare sconvenevole a bastanza, seguiamo oltre, e conside-
riamo la differenza che segue: la quale, essendo parte de la diffinizione, non
pu esser soverchia. E ditemi: larte oratoria, o retorica che vi piaccia nomi-
narla, non d precetti di quelle cose de le quali luomo consiglia e de le
quali egli pu far deliberazione?
E.C. Di queste, e non daltre.
F.N. Ma queste sono elle certe o di quelle che possono avvenire o non avvenire?
E.C. De la seconda maniera.
F.N. Dunque incerte,
E.C. Incerte,
F.N. Il vero artificio dunque del falso, e lincerto del certo; la qual cosa a me
par falsa o almeno incerta.
O.C. E perch non usate voi chiamarla falsa certamente?
F.N. Perch larte abito e quasi forma, e le cose de le quali arte sono quasi
materia: e bench la materia sia incerta, non si toglie la sua certezza a la
forma; il che, se vi piace, considerer con voi in questa guisa sinch al signor
Ercole piacer darci la risoluzione. Non istimate che la forma sia termine?
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O.C. Senza fallo.
F.N. Ma il termine certo o incerto?
O.C. Pu essere certo e incerto.
F.N. Dunque il fine pu essere certo e incerto.
O.C. Pu.
F.N. E se l fine pu esser certo e incerto, quel cha fine potr esser certo e
incerto ancora.
O.C. Pu.
F.N. Ma quel che non ha fine infinito ed sempre incerto.
O.C. Cos stimo,
F.N. Dunque il finito, in quanto egli finito, certo.
O.C. E1.
F.N. E questa certezza egli prende dal fine o dal termine: laonde io direi chil
termine, in quanto egli termine, fosse certo sempre, o che le cose termi-
nate, in quanto terminate fossero certe. La forma dunque de larte, deter-
minando la materia, le d qualche certezza. Ma pur, se <ci> inganniamo,
toccher al Signor Ercole e a gli altri dotti trarci derrore,
O.C. A me cos pare che segua da le cose dette.
F.N. Diremo dunque che questa certezza sia la regola.
O.C. La regola, e non altra.
F.N. Ma avete voi osservato chalcuna volta non potendosi la materia adattare a
la regola, la regola si piega a la materia, come avveniva di quella che fu detta
regola lesbia?
O.C. Lho osservato, o letto pi tosto.
F.N. In questa guisa dunque la materia de le cose contingenti, la quale molte
fiate dura e malagevole da trattare, ricerca che la regola sua si torca e si
pieghi secondo loccasioni: il qual piegamento il giudicio de lartefice, o
almeno egli non senza il giudicio. Per io concederei assai facilmente a
lAlighieri chi poeti gravi siano i regolati, purch voi a me concediate che la
regola non sia di queste rigide e dure che non si possano torcere in alcuna
maniera, ma de laltre che sono arrendevoli e pieghevoli di leggieri.
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O.C. Questo vi sar da me conceduto agevolmente accioch, se mai vi piacer darlaci,
cerchiate di scrivere lartificio vostro al gusto de gli uomini che ci vivono.
F.N. Io non son tale che possa dar le regole, se non peraventura a me stesso; ma
de le regole dateci da gli altri molte volte ho dubitato se fosse o non fosse
convenevole osservarle intieramente.
O.C. E per qual cagione?
F.N. Se voleste chio vi manifestassi lorigine e quasi aprissi il fonte de miei
passati dubi, non saprei negare di compiacervi, particolarmente in presenza
del signor Ercole.
O.C. A tutti farete cosa grata oltra misura.
F.N. Non abbiam gi detto che la poesia una finzione retorica posta in musica?
O.C. Abbiamo.
F.N. La qual definizione molto somigliante a quella che gi diede lantico Gorgia
de la tragedia, cio chella fosse un inganno per lo quale gli ingannatori
sono migliori di quelli che non ingannano, e gli ingannati pi saggi de non
ingannati: e dico assai somigliante o pi tosto in parte listessa, perciochogni
finzione inganno; ma se questa finzione retorica, s come parve a Dante,
inganno retorico.
O.C. E1 senza dubbio.
F.N. I retori dunque sono ingannatori.
O.C. Sono.
F.N. E ingannatori eziandio gli oratori, che da loro apprendono questa arte de
lingannare.
O.C. Cos credo.
F.N. E questi oratori sono i poeti, e i poeti oratori simili a medici, che, volendo
che sia presa la medecina, ungano di mele i labri del vaso, e dopo che la
medicina stata presa, porgono sempre o confetto o narancio o altra cosa
per la quale lodore de la medicina non offenda linfermo.
O.C. Molto somiglianti sono tutti questi ne gli artifici loro.
F.N. Ma gli ingannatori sogliono manifestare o ricoprire gli artific?
O.C. Ricoprire.
F.N. Da gli oratori dunque e da poeti sempre, o assai spesso, ci sar coperto il
loro artificio.
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O.C. Sar.
F.N. E ricoprendo inganneranno meno agevolmente o pi facilmente?
O.C. Pi facilmente.
F.N. E lingannare pi agevolmente minor o maggior artificio?
O.C. Maggiore.
F.N. Il nasconder dunque linganno e, per cos dire, la dissimulazione de larte
sommo artificio: e quello solamente ch stato usato da gli uomini grandi che
governano i regni e le republiche e gli esserciti, qual fu Pericle, Demostene,
Alcibiade, Scipione, Catone, Lelio, Cesare, Pompeo. E quantunque Marco
Tullio insegnasse larte de loratore, nondimeno sprezz tutta quella certezza,
o pi tosto minutezza o bassezza dartificio, la quale da retori sinsegnava con
picciola mercede: per non solamente lessercit nel senato e fra giudici a la
grande e come a gran senatore pareva convenirsi, ma ne scrisse parimente
come grande e sprezzatore di tutte lesquisite diligenze.
O.C. Questo chora dite, quantunque sia detto con ragioni assai nuove, nondi-
meno conforme a lopinione di molti.
F.N. Ma i poeti, o siano gli istessi che gli oratori, come si raccoglie da la defini-
zione, o pur tanto simili che molte cose de lartificio siano communi, deb-
bono in questo modo infingere e ricoprire larte per ingannare con maggior
agevolezza.
O.C. Cos poi potranno meglio ingannare.
F.N. I poeti dunque sono simulatori, e i musici e gli istrioni: e particolarmente la
scena simula lazione de gli eroi, come dice Aristotele; e allora larte de
poeti sar ne la somma eccelenza che sar ne la somma simulazione.
O.C. Non avrebbe concesso Platone questa maniera dinfingere a poeti, i quali,
come nel sonetto leggeste dOmero, sono gli uomini sciocchi.
F.N. Non so quel chio dica dOmero e dEsiodo, perch sono tanto antichi che
non passata alcuna certa cognizione; tutta volta io credo chessi fossero i
primi maestri de costumi. Ma di Solone chi dubitar qual egli fosse?
O.C. Niun certo, perch, parendogli picciola ognaltra finzione, sinfinse pazzo e
come pazzo volle persuader al popolo ateniese la ricuperazione dEgina.
F.N. Di Sofocle parimente, dEuripide e dAgatone vi pare che si possa dubitare
chessi non fossero uomini civili?
O.C. Di questi ancora sha la medesima opinione.
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F.N. E fra Latini fu osservata questa maniera istessa dinfingere, per la qual
Virgilio acquist tanta riputazione che fu degno dessere con Mecenate e
Agrippa chiamato al consiglio dAugusto, quandegli pensava diporre la
monarchia; e Orazio e quelli che seco fiorirono e quelli che furono in pre-
gio al tempo de gli imperatori, con questo artificio de linfingere saprirono
la strada a molti onori. E quantunque grandi non fossero ne la republica,
tutti nondimeno volsero scrivere e poetare come grandi.
O.C. Cos avenne.
F.N. E quinci nacque il disprezzo de le regole, per lo quale non acquistorno
biasimo e vergogna alcuna, ma fama e onore. E ne la nostra lingua Dante,
il quale fu non solamente poeta ma cittadino illustre, poco osserv alcuna
di quelle regole chegli medesimo avea date.
O.C. Gi questo abbiamo in parte conosciuto.
F.N. N losserv poi il Petrarca, il qual bench per le poesie latine volesse pren-
der la corona de lalloro dal buon re Roberto, ne le volgari nondimeno egli
non ricerc altro onore che la grazia de la sua donna, e per questa ragione
tanto solamente del magisterio ci volle discoprire, quanto a gentile amante
parea convenirsi. Non losserv il Bembo, perch nacque gentiluom vene-
ziano e visse ne la corte lungamente fra grandi come grande e ultimamente
fu creato cardinale; n sempre losserv monsignor da la Casa per le mede-
sime cagioni; n l Capello, perch la sorte non gli tolse quel che gli diede il
nascimento; n il Tasso, uomo di fortuna molto inferiore, ma dingegno
eguale e di facilit e di felicit nel poetare pi vicino al primo chal secondo.
Ma percioch fra tutti questi niuno ricerc pi la grandezza del signor
Giovanni de la Casa, quantunque non conseguisse quel grado chera dovu-
to a suoi meriti singolari, chiunque vorr scrivere come conviensi a gran-
di, a mio parere dovrebbe proporselo per essempio. Non vi spiaccia dunque
che ci mettiamo inanzi alcuna de le sue canzoni.
O.C. Questo io aspettava, e mi ricordava che voi avevate promesso di farlo, e non
so come ve neravate scordato.
F.N. Prendiam questa:
Errai gran tempo, e del camino incerto,
Misero peregrin, moltanni andai
Con dubbio pi, sentier cangiando spesso,
N posa seppi ritrovar giamai
Per piano calle o per alpestro ed erto
Terra cercando e mar, lunge e dappresso.
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Torquato Tasso La Cavaletta overo de la poesia toscana
Tal chin ira e n dispregio ebbi me stesso;
E tutti i miei pensier mi spiacquer poi
Chio non potea trovar scorta o consiglio.
Ahi, cieco mondo, or veggio i frutti tuoi,
Come in tutto dal fior nascon diversi.
Pietosa istoria a dir quel chio soffersi,
In cos lungo essiglio Peregrinando,
fora; Non gi chio scorga il dolce albergo ancora;
Ma l mio santo Signor con novo raggio
La via mi mostra; e mia colpa sio caggio.
Ne la quale io prego il signor Ercole che mi dica se i primi sei versi, ne
quali terminato il sentimento, sia fronte de la canzona o piedi. Ma la
dimanda potr forse parere disdicevole a molti: percioch la fronte la
parte superiore de luomo e i piedi linferiore; laonde, se con questa propor-
zione dovessero considerarsi ne le stanze, luna dovrebbe esser la parte su-
prema e laltra linfima. Nondimeno, perch Dante, il quale trov questi
nomi, diede luno e laltro a la prima, io vi chiedo se questi sei versi siano
fronte o piedi.
E.C. Piedi.
F.N. Ma quelli che seguono saranno versi o sirima?
E.C. Versi.
F.N. Ma essendo questi versi composti di nove endecasillabi e due eptasillabi,
saranno ineguali.
E.C. Saranno. Ma io non doveva concedervi che la divisione si facesse dopo i sei
primi versi. Far dunque come i giocatori di scacchi, i quali, avendo mal
giocato un pezzo, il ripigliano e l ritornano a giocare: percioch dir che
laltra oda comincia nel nono verso; laonde i nove primi saranno tre piedi
eguali, e gli otto ultimi o sar sirima o pur due versi eguali.
F.N. Se cos dividerete la canzone, fuggirete questa sconvenevolezza; ma ne la
seconda non schiveremo quello chad alcuno pare sconvenevole e a me de-
gno di molta lode, cio che l poeta trapassa da luna a laltra parte de la
stanza senza ritegno e senza legge alcuna: percioch dal settimo passa ne
lottavo:
Con s fatto desio, come i le tue
Dolcezze, Amor, cercava...;
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n si fermando al nono, discende al decimo senza freno a guisa di velocissi-
mo cavallo di Partia o pur di fiume che discenda altrettanto chiaro quanto
veloce. Ma ricerchiamo, se vi piace, in una de le canzoni di Dante quello
che sin qui non abbiamo potuto ritrovare.
E.C. Ricerchiamo.
F.N. Or prendiam questa, ch de la leggiadria:
Poscia chAmor del tutto mha lasciato,
Non per mio grato,
Ch stato non avea tanto gioioso,
Ma per che pietoso
Fu tanto del mio core
Che non sofferse dascoltar suo pianto,
Io canter...
Piacevi che questi sei primi sien fronte o piedi?
E.C. Fronte, perch sono di sillabe ineguali, quantunque siano eguali i versi.
F.N. Questa picciola differenza: per, se vogliamo che non si metta in conside-
razione, facciam come vi pare.
E.C. E1 tanta che basta.
F.N. Dunque volete che sia fronte? Siasi, ma quelli che seguono sono tredeci, n
possono esser sirima, percioch fronte e sirima non stanno insieme: segue
dunque che siano versi. Or vedete se de tredici versi, de quali sette sono
endecasillabi e gli altri eptasillabi, potete far versi eguali di sillabe e di versi;
e se non potete o pur se non si possono, ne segue che la replicazione de la
modulazione si faccia non solamente di versi eguali ma dineguali.
O.C. A me pare che la conclusione sia tanto provata che non ci sia mestieri di
prova.
F.N. Per aventura nha bisogno, perch alcuno difenderebbe pi volentieri laltra
parte, che la fronte possa tessersi co l sirima. E1 dunque larte dataci da
lAlighieri vera il pi de le volte: ha nondimeno alcune eccezioni per le
quali mi pare che la regola si potesse accrescere e ricever le reposizioni
ancora de versi dispari; ma l mio parere non fermo che alcuna volta non
passi ne laltra parte, che si pu difendere similmente. N questi solamente
sono i miei dubbi, ma nho alcun altri maggiori che temo di palesare.
O.C. Fra noi si pu dir ogni cosa assai securamente, perch tutti staranno tanto
celati quanto a voi parr.
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F.N. Io dir adunque, assicurato da la vostra fede, che larte del rimare insegna-
taci dal poeta fu quella chegli volle insegnare publicamente, e che ce ne
siano altre pi secrete, che da molti non furono conosciute, da molti non
rivelate a volgari.
O.C. E quali son queste, per vita del principe?
F.N. Non dico quali siano, ma quali credo chelle siano. Queste a mio parere
sono la retorica e la dialettica: e l primo chardisse di manifestarle dopo
Dante, il qual pose la retorica per genere de la poesia o per differenza ne la
definizione, fu Giulio Camillo: laonde cos potea lamentarsi di lui il re
Francesco, come fece Alessandro dAristotele, chavesse divolgati i libri de
la Metafisica. Tutta volta egli picciola parte di questo artificio dimostr ne
poeti, e in quella segu anzi M8 Tullio che Aristotele, chassai pi larga
dottrina ci avea lasciata scritta in otto libri de la Topica oltre i luoghi trattati
ne la Retorica; e qual sia la diversit ch fra luno e laltro, stimo che vi
debba esser manifesta.
O.C. Quel chio ne so poco in comparazione di quello chio ne posso imparare:
per non vi sia grave di mostrarmi la variet ch fra questi due famosi
scrittori.
F.N. Io la raccorr in brievi parole, perch cosa detta da gli altri, la qual non
acquet i miei dubbi, ma gli mosse. Dico che luno, cio Aristotele, vuole
chi luoghi de gli argomenti fossero le massime proposizioni, le quali sono
in guisa credute per se stesse che non hanno bisogno di prova; e laltro
raccolse la moltitudine loro, ch grandissima, in poche differenze, le quali
sono quasi luoghi de luoghi, facendo larte, quanto pi facile, tanto men
copiosa: e Giulio Camillo dapoi mostr esser usata da poeti, e particolar-
mente dal Petrarca, nel formar lelocuzione topica, che fu cavata da quelli
istessi luoghi da quali si traggono gli argomenti.
O.C. Non veggio sin ora di che debbiate dubitare.
F.N. Qual vi pare ne la poesia parte principale, lelocuzione o la sentenza?
O.C. Lelocuzione.
F.N. Perch dunque insegna ne lelocuzione quel che prima doveva insegnarci
ne la sentenza?
O.C. Forse giudic altramente Giulio Camillo, il quale non segu la dottrina
dAristotele.
F.N. E per questa cagione egli raccoglie ne la sua picciola Topica alcuni pochi
luoghi e non si serve del numero cos grande de le proposizioni.
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O.C. Per questo.
F.N. Avrebbe nondimeno potuto raccorre quelle che sono sparse ne libri
dOmero, di Museo, dEsiodo, di Pindaro, di Teognide, <di> Focillide, di
Saffo, dAnacreonte, dEschilo, dEuripide, di Sofocle, dAristofane, di
Teocrito, dAppolonio, di Quinto Calabro, di Plauto, di Terenzio, di
Lucrezio, di Virgilio, dOmero, dOvidio, di Catullo, di Tibullo, di Properzio,
di Dante e del Petrarca e di tanti altri non solo poeti, ma istorici e filosofi.
O.C. Avrebbe con laiuto del re di Francia.
F.N. E le massime proposizioni sarebbono stati i luoghi de gli argomenti che
debbono usare i poeti non solo per acquistar la benevolenza de la sua don-
na, ma in persuadere a principi lunione e la pace e l ben publico o la
guerra contra gli infedeli, come fece il Petrarca in quelle tre canzoni
Italia mia, bench l parlar sia indarno;
Spirto gentil, che quelle membra reggi;
O aspettata in ciel beata e bella;
ne le quali egli ha s pochi imitatori, quantunque nabbia tanti ne le materie
amorose.
O.C. E pi navr forse per lavenire.
F.N. In loro stato usato soverchio artificio, laonde dovrebbono esser pi tosto
ristrette le leggi al piacere challargate.
O.C. Limitazione mi par bella e grande; ma largomentar mi par cosa anzi da
loico che doratore o di poeta.
F.N. Vi par dunque che l Petrarca non argomenti ne le canzoni gi dette e ne
laltre sue e ne sonetti; e che non argomenti assai spesso Virgilio e Omero
e gli altri de quali abbiamo ragionato?
O.C. Argomentano, ma rare volte, e spesso fanno altro che argomentare.
F.N. Il che altro fanno?
O.C. Imitano o assomigliano.
F.N. E la similitudine non una maniera dargomento?
O.C. Or mi sovviene chil luogo da simili, da quali si traggono tanti argomenti,
quello che pi conviene a poeti e a gli oratori.
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F.N. E oltre questo sapete che due sono le forme de gli argomenti usati da lora-
tore, lessempio e lentimema, s come del loico linduzione e l sillogismo.
O.C. Sollo.
F.N. Ma ciascuno chassomiglia, non si propone qualche essempio dassomigliare?
O.C. Senza dubbio.
F.N. Dunque in qualche modo argomenta, quantunque largomento non sia
messo in forma, ma ricoperto con quella finzione de la quale abbiam
raggionato; ma quanto egli meno manifesto, tanto egli pi acconcio a
persuadere.
O.C. Veramente, leggendo i poeti, molto sono stata persuasa a lonore, a la gloria
e a la virt: e quasi pi che da filosofi stessi.
F.N. Ma oltre gli essempi vogliam noi credere chil poeta usi giamai gli entimemi?
O.C. Credo che ve ne siano a dovizia.
F.N. E chiunque dimostra che l soggetto sia nel predicato o non sia, usa in
qualche modo questo argomento.
O.C. Cos stimo.
F.N. Crediamo che l Petrarca lusi mai?
O.C. Io non mi son accorta ancora di questo artificio.
F.N. Ma riguardando forse pi diligentemente, potrete per aventura riconoscere
molti vestigi.
O.C. E dove, o come?
F.N. Ponendo il soggetto de la canzonetta da luna parte; e sia il soggetto madonna
Laura e le cose le quali seguono o precedono overo sono aliene; e da laltra
il predicato, che sar lesser bella, e le cose parimente che sono precedenti a
la bellezza o seguenti o pur aliene: e appariranno molti modi da congiunge-
re il predicato al soggetto o da separarli da quelle cose che sono sconvenevoli
a luno e a laltro.
O.C. Non sar tarda a riguardarci.
F.N. N solo questo metodo mi par di riconoscere; ma ne la canzona veggio
quasi una imagine o unombra del divisivo e nel sonetto del compositivo;
percioch ne luna si sparge e raccoglie ne laltro, e luna risponde a lode
greca o latina, laltro a lepigramma. Ma l considerar queste cose pi minu-
tamente sarebbe fatica dalcuno meno occupato.
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O.C. Sarebbe veramente, n io ardirei dimpor tanto peso a chi nha sostenuta
maggior parte di quella chio avrei creduta da principio che dovesse porta-
re; ma tutto stato vostra cortesia e nostro guadagno.
F.N. Anzi pur lacquisto stato commune: che sio avr detto cosa che non vi
dispiaccia, mi piacer lavere dubitato dalcune cose e in altre confermata la
mia opinione co l vostro giudicio.
O.C. Se l mio parere degno dalcuna stima, non lasciamo la musica, ch la dol-
cezza e quasi lanima de la poesia, come poco inanzi accennaste di voler fare.
F.N. Ma non accettaremo noi quella definizione di Dante, ne la quale concede il
suo luogo a la musica?
O.C. Accettaremo.
F.N. Dunque il genere suo e quasi la materia sar la finzione, e sue forme saran-
no retorica e musica.
O.C. Saranno.
F.N. Ma, se non minganno, lultima forma fu aggiunta da lui non come essenziale
ma quasi accidentale a la poesia, ne la quale sono alcuni parlari nudi e senza
condimento che per se stessi sogliono esser ascoltati e letti volentieri, altri
channo bisogno di questo condimento; la qual differenza Dante medesimo
mostr di conoscere, dicendo che le canzoni adempiono per se stesse tutto
quello che denno: il che le ballate non fanno, per hanno bisogno de sonatori:
e quinci seguita che le canzoni debbano esser stimate pi nobili.
O.C. Assai in questo manifesta la sua opinione.
F.N. Ma non tanto che non porga occasione di novi dubbi, perch, se le ballate
hanno bisogno di sonatori, mi par che lo debbano aver de ballarini ancora,
a quali mi paiono fatte pi tosto. E a voi che ne pare?
O.C. Questo medesimo.
F.N. I sonetti dunque avranno bisogno di sonatori.
O.C. Avranno.
F.N. E per questa ragione le canzoni, quantunque non abbiano bisogno di que-
sti n di quelli, lhanno di cantori o di cantatrici.
O.C. S veramente.
F.N. Par dunque che l lor modo sia nobilissimo oltre tutti gli altri di questa
specie e di questo genere, perch ha solo bisogno di chi le canta; ma i
sonetti oltre il canto ricercano il suono, n le canzoni medesime il rifiutano,
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perch Aristotele dice ne Problemi che sono udite pi volentieri al suon di
lira; e le ballate oltre il suono e l canto desiderano il ballo. Ma sovra le
canzoni c un altro poema di un altro genere, il quale non ha bisogno
desser cantato: e questo modo fu da lui conosciuto peraventura come si
antiveggono le cose future, quando egli disse chalcuno sino a suoi tempi
non avea cantato de larmi, de le quali si suol cantare e scrivere ne lepopeia
in guisa che l canto non toglie alcun pregio a le cose scritte, ma giunge pi
tosto: nondimeno sono bastevoli per se stesse, onde possono esser doman-
dati non solo canti ma libri, ne quali s usata lottava rima, come quella
chessendo pi uniforme, riceve minor variet di modulazioni.
O.C. In questo modo io ho gi sentito cantare i versi di Virgilio a la lira.
F.N. E pu meglio far senza il canto che non pu alcuna de le gi dette compo-
sizioni: laonde molto pi acconcia ala narrazione; percioch lineguale
saccommoda a la grandezza del dolore e de laffanno, come dice Aristotele;
ma a lincontro quel ch eguale, come sono i versi tutti endecasillabi,
meno acconcio al pianto. Questo dunque a me pare che debba essere stima-
to il nobilissimo modo. E voi chene dite?
O.C. Io lascio facilmente persuadermi. E laltro, cheglichiama nobilissimo, forse
cos chiamato per alcunasimilitudine fra questo modo e leroico, il quale da
lui detto tragico, come appare in que versi:
Euripilo ebbe nome, e cos il canta
Lalta mia tragedia in alcun loco.
F.N. E in ci seguit il giudicio di Platone, il quale prima di lui chiama Omero
poeta tragico.
O.C. Dietro a cos grande autore non si pu errare.
F.N. Direm dunque, sal signor Ercole <non> pare sconvenevole, che la tragedia
sia un genere subalterno di quella ch propriamente tragedia e de la epopea
e di queste picciole composizioni che participano de le passionitragiche e
de la sua nobilt.
O.C. Tutto quello che non negato dal signor Ercole prenderem quasi conceduto.
F.N. Ma le canzoni hanno bisogno de la musica quasi per condimento. Ma qua-
le cercherem noi che sia questocondimento, qual piace a giovani lascivi fra
conviti e fra balli de le saltatrici, o pur quello cha gli uomini gravi e a le
donne suol convenire?
O.C. Questo pi tosto.
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F.N. Dunque lasciarem da parte tutta quella musica la qual degenerando dive-
nuta molle ed effeminata, e pregheremo lo Striggio e Iacches e l Lucciasco
e alcuno altro eccelente maestro di musica eccelente che voglia richiamarla
a quella gravit da la quale traviando spesso traboccata in parte di cui
pi bello il tacere che lragionare. E questo modo grave sar simile a quello
che Aristotele chiama dorist, il quale magnifico, costante e grave e so-
pra tutti gli altri accomodato a la cetera.
O.C. Cotesto non mi spiace; ma pur niuna cosa scompagnata da la dolcezza pu
essere dilettevole.
F.N. Io non biasimo la dolcezza e la soavit, ma ci vorrei il temperamento, perchio
stimo che la musica sia comuna de le altre arti pur nobili, ciascuna de le quali
seguita da un lusinghiero, simile ne lapparenza, ma ne loperazioni molto
dissomigliante: e come larte de lacucina lusinga <a> la medicina, il calunniatore
a loratore, il sofista al filosofo, cos la musica lasciva a la temperata.
O.C. Fra tanti lusinghieri sono in molto pericolo non solamente gli uomini ma
larti medesime, e quelli e queste in gran parte contaminate.
F.N. Dunque il nostro poeta da luna parte si guarder di non cadere ne le argu-
zie de sofisti, le quali hanno ripiene molte composizioni che piacciono al
mondo; da laltra che l condimento de la musica non sia stemperato n
soverchio; ma come Tirteo tra gli Spartani dovr esser fra gli Italiani, o fra
cristiani pi tosto, in queste guerre che sono tra loroe i Turchi e i Mori e gli
altri channo perduto il lume de la vera fede: e cantando ora circa il sinistro,
ora circa il destro, si dovr proporre come per essempio il movimento del
primo cielo, che si muove da loriente a loccidente o pur da la destra a la
sinistra, e quelli de gli altri ancora che sono mossi diversamente; i quali duo
moti assomiglia lanima nostra con la volont e con lappetito.